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        <title><![CDATA[SINCERE building stories]]></title>
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            <title>SINCERE building stories</title>
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            <title><![CDATA[[Impatto - voci contro le nocività] Scorie nucleari a nord, monnezza a sud - aggiornamenti dalle lotte attorno a Roma]]></title>
            <description><![CDATA[Ascolta
Durata 1h 7m 59s

Ospitiamo due corrispondenze per aggiornarci delle lotte contro diversi tipi di
nocività nella regione Lazio, le loro relative modalità di smaltimento e
stoccaggio e sull'avanzamento dei cantieri degli impianti dedicati, dal deposito
unico di scorie nucleari al mega inceneritore di ACEA.
La prima con una esponente del comitato biodistretto Almerina, per parlare della
loro protesta del 20 Giugno scorso lungo il fiume Tevere su due barconi, la
seconda con un compagno del Coordinamento contro l'inceneritore di Albano per
discutere delle numerose iniziative che si terranno lungo tutta l'estate per
contrastare l'enorme cantiere dell'inceneritore che procede a spron battuto, a
partire dal presidio sotto al TAR il prossimo 15 Luglio, in occasione della
discussione della sospensiva fino all'udienza di merito del 4 Novembre.]]></description>
            <link>http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/impatto-voci-contro-nocivita/2026/07/scorie-nucleari-nord</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Redazionali Ondarossa]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 13 Jul 2026 16:20:21 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[“Per placare gli dèi”. Dialogo-monstre con Hervé Micolet, il poeta Achab]]></title>
            <description><![CDATA[Hervé Micolet è tra i poeti più anomali e ‘selvaggi’, oggi, in Europa. La
sua anormalità – testimoniata anche dall’intervista-monstre che ci ha concesso –
consiste nel non adattarsi alle norme della lirica attuale: per lo più minimale
e ombelicale – in Francia, il suo paese – quando non anglofona, cioè narrativa.
Hervé Micolet, un predestinato alla poesia, confida nelle imprese impossibili: i
suoi riferimenti letterari svariano da Lascaux a Finnegans Wake, il genio
del planctus e l’epoca di Luigi IX di Francia si mescolano alla profezia, il
barbarico si fonde con il raffinato. 

Nato nel 1965, in provincia, in una Georgica del cuore, Micolet insegna
letteratura all’Università di Lione: i tratti del brigante marchiano il suo
volto. Refrattario al ring degli odierni intellettuali, partecipa alla vita
culturale francese da una distanza siderale – gli interessa l’opera, ha i metodi
del ladrocinio: ruba al mondo ciò che è garanzia della sua vita nascosta. Dopo
l’esordio – nel 1989, con La Lettre d’été – sono seguiti diversi libri che ne
hanno consolidato il talento; il più noto di questi, L’Enterrement du siècle, è
uscito per Gallimard nel 1992. 



Questo primo periodo, esuberante, è stato tumulato da un lungo silenzio. Per
diciotto anni, dal 1995, Micolet si rifiuta di pubblicare – sparisce. Nel
frattempo, appunta, divarica, divampa un’opera immane, un’opera-Leviatano. Il
primo tomo di Les Cavales esce nel 2023 per La rumeur libre; il secondo tomo –
uscito nel 2025 per gli stessi tipi – vince l’ultima edizione del Prix Max
Jacob, andato, negli anni, a Jean Grosjean e ad Alain Bosquet, a Georges Perros
e a Bernard Noël. Secondo i piani dell’autore, dovranno uscire, a completare il
ciclo, altri tre tomi. Il titolo, Les Cavales, è tratto dal Perí Physeos di
Parmenide (“Le cavalle che mi portano fin dove giunge il mio desiderio/ mi
scortarono, dopo avermi guidato sulla via/ della Dea, che dice molte cose/ e
porta in ogni contrada l’uomo che sa”; cito dalla traduzione di Angelo Tonelli
in: Parmenide, Dell’Origine, Feltrinelli, 2023), il poema attacca con un Hymne à
Vénus (“Dell’Unica razza la madre, Venere indifferente// infinitamente gravida o
silfide vergine/ che governi ogni cosa della natura…”), ma non cede a toni
antiquati, non rileva miti in formaldeide. Micolet, piuttosto, alterna toni e
modi, tenta un linguaggio da ultimo giorno, ha le movenze liriche del crotalo –
il suo modello remoto, in fondo, è Dante. Uno dei vari frammenti di cui si
compone questo poema difforme, a brandelli, s’intitola Donne ch’avete intelletto
d’amore; un altro delinea la geografia de La France antarctique; un altro si
compone come una Réfutation de Robert Burton, il grande inglese autore
de L’anatomia della malinconia. Una formidabile libertà lirica – o meglio:
ebbrezza – informa il poema, deliberatamente inattuale. 

Les Cavales ha colto di sorpresa i critici, avvezzi alla poesia d’oggi, per lo
più liofilizzata. Qualcuno ha detto di forme arcane, di una temperatura
linguistica tra il Rinascimento e l’aldilà dell’uomo, tra il voluttuoso e il
violento. Qualcuno ha citato Tiziano e Botticelli, qualcun altro Le Sacre du
printemps; qualcuno ha detto che Micolet è l’ultimo dei trovieri – altri hanno
parlato di Lucrezio e di Villon. Su tutto grava un intento – mi pare
– sacrificale: Micolet erige un sontuoso altare dove fare a pezzi la lirica. In
questo repertorio, ad ogni modo, si deduce che la grande dote del poeta è l’arte
della fuga dalle convenzioni, il farsi infinito e irraggiungibile. L’ambizione
dell’opera, di per sé, è scandalosa; nell’epoca che ha marginalizzato il poeta a
figura infima, nell’epoca dell’inganno del poetico ecco giungere da una
estremità estenuata il poema-menhir, il poema-Moby Dick. 

Dunque, ci siamo messi a inseguire Micolet, questa specie di poeta Achab. 

Che senso ha la poesia, oggi? Cosa significa “poesia”, poi?

Lo stesso senso di sempre, perché la poesia – il ricorso mnemotecnico a un
linguaggio ritmico, in versi, in grado di placare gli dèi – è al principio del
logos letterario, nato 3mila anni fa in Europa e prima ancora in altri luoghi.
Contrariamente a quanto si crede, la poesia non è l’oggetto di una soddisfazione
disinteressata: è utile, necessaria, prossima a una scienza empiricamente
dimostrata; eppure, è contingente e non può rivendicare alcuna universalità nei
propri risultati. In un certo senso, è vero quanto ha detto Denis Roche intorno
al 1970, modellando un’espressione lacaniana: “la poesia non esiste”. Vale a
dire, non esiste un’essenza universale della poesia, come non esiste di
qualsiasi altra cosa, che permane per particolari e singolarità. Eppure, so
benissimo che questa cosa, “la poesia”, è il mio principale mezzo d’espressione,
forse l’unico, anche quando pratico una scrittura teorico-critica. Non scrivo
romanzi, racconti, opere teatrali; la categoria della poesia, svincolata da
qualsiasi sistema normativo, è tanto indeterminata da poter includere in sé
elementi narrativi o drammaturgici, del pensiero e della contemplazione e
perfino della dimostrazione logica, anche se il suo principio è nell’ordine del
sentire più che del ragionare o del ragionevole; parole prima che discorso,
ellissi più che dilagare del senso e del significato, il perturbante negli
schemi della comunicazione. 

La triade epico/lirico/drammatico dimostra ancora il suo potenziale di
fratellanza impura; il mio modello, in particolare, è il coro tragico greco,
pre-classico, ovvero la piena articolazione del lirico e del drammatico con
elementi epici. Questa è la tesi di Nietzsche ne La nascita della tragedia (e in
altri studi filologici). La diversità letteraria non si risolve in una
tassonomia di generi o modalità dell’enunciato; quando si parla di lirico è bene
dire della “tonalità climatica fondamentale”, Stimmung. Poi c’è il ritmo, ciò di
cui è intessuto il verso tradizionale. Restano da considerare le tecniche di
versificazione in seguito alla “crisi del verso”. La definizione di poesia è
stata, per lungo tempo, piuttosto semplice: è l’arte di comporre versi in
sistemi vincolati. L’avvento del verso libero e del poema in prosa, o prosa
poetica, non risolve i problemi relativi ai sistemi metrici che hanno plasmato
la poesia dalle origini, specifici per ogni lingua. Più in generale, al di là
dello “stile”, la poesia consiste in un trattamento specifico del linguaggio: si
verifica un evento linguistico su alcuni assi strutturali (selezione del
lessico, combinazioni sintattiche) e nell’intero insieme fonomorfologico, dacché
il linguaggio non è forma ideale ma sostanza. Anche se mancano definizioni
precise, la poesia è riconoscibile a prima vista, o meglio, all’orecchio,
nell’ambito di una Stimmung che tocca i sensi e ci fa esclamare: è proprio così!
L’incantesimo è tratto, la pozione assunta. 

Questo, almeno, è il fascino che accade dopo la lettura della poesia: non leggo
un libro, mi imbatto in un evento. Il resto del fascino è legato alla sua natura
spirituale. Riguardo a questo, così ha scritto Mallarmé a Léo d’Orfer, il 27
giugno del 1884:

> “La poesia è l’espressione, attraverso il linguaggio umano ridotto al suo
> ritmo essenziale, del mistero degli aspetti dell’esistenza: essa conferisce
> autenticità al nostro passaggio e costituisce il nostro solo compito
> spirituale”.

Come scrive, come prepara il suo lavoro? È più efficace l’ispirazione o
l’elaborazione, la ragione o la “mania”?

Nessuna disciplina, almeno prima delle prime bozze; lavoro per eccessi
improvvisi, impetuosamente, come sotto dettatura dopo un periodo di implosione
interiore; così si afferra qualcosa senza sapere cosa, da chi. Non credo che le
antiche nozioni di furore, mania, entusiasmo siano invalidate. In altre parole,
è la pulsione (Trieb) che comanda la scrittura in modo subconscio, come sapeva
Nietzsche ben prima di Freud, attribuendo questo impulso dinamico al dionisiaco
in opposizione all’apollineo. Lacan traduce Trieb con dérive, deriva: il testo
poetico va in effetti alla deriva, come una specie di miccia in fiamme, che
crepita dal principio alla fine. Il principio, in particolare (il primo verso,
puro dono degli dèi) non è sotto nostro controllo: contiene in potenza tutto ciò
che di lì in poi sarà scritto e che l’autore scopre scrivendo. La svolta, la
scoperta, avviene sotto l’effetto di un delirio, rivela un’economia dell’eccesso
e dell’eccedenza più che del piacere. Questa gioia è manifesta nella sostanza
materica del linguaggio; la sua essenza risiede in un’esperienza vissuta, ma
indefinita, indicibile nell’istante, in attesa del modo di esprimersi. La poesia
che ne risulta è il suo scatenarsi e al contempo il suo assestarsi, sotto
controllo. Questa modalità di creazione si sovrappone alla patologia dell’umore
(depressione/mania): un formidabile reflusso o risacca segue i momenti di
esaltazione. 

Gli stadi iniziali, dunque, non derivano dall’intenzione, né dal formalismo:
senza furore, nulla accade; il resto del tempo è attesa. Detto questo, non ho
mai pubblicato una prima bozza nella forma originaria. Poi arriva il dovere
apollineo di riscrivere e di correggere; ciò porta a nuove ondate di
ispirazione, in un lavoro potenzialmente infinito. Per giungere a conclusione,
prima della pubblicazione l’opera dev’essere rivista centinaia di volte. 

Sono restio a leggere ciò che ho scritto, evito la “scena” poetica, la
performance non rientra nei miei talenti né nei miei scopi. 

Lui è Hervé Micolet

Quali libri o studi influenzano la sua ricerca poetica?

Ho studiato Letteratura moderna e contemporanea: ora la insegno in università.
Per formarmi – e forse per evadere dal presente – mi sono immerso nei
‘classici’. I miei riferimenti sono piuttosto eclettici: Pindaro qui, Joyce
là, Finnegans in particolare. Dante mi affascina, non solo per la Commedia ma
anche per altri testi come il De vulgari eloquentia. Ho imparato la tua lingua
leggendo Dante. Leggo come un pirata, non più per piacere; leggo perché scrivo,
perché ho bisogno di entrare in contatto con materiale linguistico nuovo.
Quindi, leggo soprattutto poesia, in lingua originale, anche se non la conosco,
aiutandomi con il testo a fronte. Quanto al francese, riscopro la straordinaria
ricchezza del francese pre-accademico; evito i neologismi e i barbarismi, avendo
a che fare con un tesoro lessicale per lo più dimenticato. 

Questo per dire che non sono troppo contemporaneo. Ciò non vuol dire che non
presti attenzione alle opere recenti. Mi piace il nostro comune amico Tom Buron,
sono stato coinvolto nella rivista “Catastrophes” insieme a Laurent Albarracin,
Guillaume Condello e Pierre Vinclair. Alcuni autori conosciuti in gioventù sono
diventati miei amici: Jaccottet, Bonnefoy, Réda, Michon… quel diavolo di Michon
si è divertito a dirmi “poeta epico” nel suo libro J’écrits l’Iliade (2025): mi
piacerebbe esserlo, ma resto deliberatamente lirico. Naturalmente, distinguo il
“lirismo” ereditato dai Romantici dalla “lirica”, che ha almeno 3mila anni. Non
credendo nel progredire delle ere, nei restauri reazionari come nelle
rivoluzioni tabula rasa, non mi riconosco nei “neolirici” degli anni Novanta;
non vedo, per altro, alcun ragionevole motivo per dire che siamo in un’epoca di
“post-poesia”. Sono sempre le solite convenzioni in combutta: classicista vs.
modernista; lirico vs. formalista; soggettivo vs. oggettivo e via così. La
convenzione dominante del verso libero è inutile se produce meri frammenti di
prosa e paratassi. Un verso degno di questo nome non è semplicemente una frase
che va a capo; Mallarmé lo definiva “parola totale, nuova, estranea alla lingua,
incantatoria”. Una cosa davvero rara.  

Come nasce il progetto di “Les Cavales”: che tipo di opera è? Dove la sta
portando?

Prima di tutto occorre parlare di tempo – di tempo, alla lettera, come Alla
ricerca del tempo perduto. Dopo un periodo iniziale di scrittura, tra il 1989 e
il 1995, è seguito un lungo periodo di silenzio. Non ho mai smesso di scrivere –
ho smesso di pubblicare. Una prima bozza di Les Cavales ha preso forma nel 2009,
con un titolo diverso, inesatto.  È stato Parmenide a suggerirmi il titolo che
mi serviva: da lì è ricominciato tutto. Finora ho pubblicato due volumi
dell’opera, nel 2023 e nel 2025 per La rumeur libre; ne ho in programma cinque,
o meglio, quattro + uno, perché la somma dev’essere dispari, impari. I
precedenti erano in prosa; il mutamento di forma è stato decisivo, così come
l’adozione di un modello di poema ciclico. Inizialmente prevedevo di pubblicare
l’opera intera, nella sua forma ‘mostruosa’, poi ho preferito riorganizzare il
lavoro. Ho abbandonato l’idea di un insieme unitario: ne sono emerse diverse
poesie, vari frammenti interconnessi, tutti all’ombra del titolo, Les Cavales,
che significa cavalle, nel senso parmenideo. Da quel momento, tutto è ripartito.
Ho trovato un editore coraggioso, Andrea Iacovella, che mi sostiene
nell’impresa. Ci sto mettendo ogni mia energia. Credo di conoscere l’origine del
ciclo, non ne conosco le fine. L’origine risiede nei morti: il primo libro è una
specie di tomba poetica. Il tutto è in costante mutamento, è imprevedibile.
Diventerà sempre più sfrenato – una specie di ditirambo. Ogni unità – il poema,
il libro/tomo, il ciclo – è presieduta dal medesimo processo: apollineo
nell’architettura, frenetico nel resto. 

Quale relazione intravede tra poesia e storia, tra poesia e politica? La poesia
ha un impatto sulla storia? Su quali livelli temporali ed emotivi agisce?

Non penso che la grande storia (e la piccola) sia lineare, cronologica,
storicista: il dionisiaco è intempestivo e sorge all’improvviso. Non vedo forma
di esperienza o di saggezza accumulata. In politica, le opinioni non hanno alcun
valore; conta solo ciò che viene dimostrato. Ho prodotto alcuni manifesti sul
tema, Varius Héliogabale (“Catastrophes” n°47, 2024) e Petit traité des
Cavales (“Place de la Sorbonne” n°15, 2026). La poesia lirica non contiene alcun
messaggio comunicativo, è antipredicativa: per questo, è evidente che non
fornirà materiale per la propaganda. L’epica mostra un “popolo” che passa per le
mannaie della guerra. il dramma greco giunge a una formula politica per voce del
coro; è così che Antigone, nella tragedia di Sofocle, infine, appare più sensata
del tiranno Creonte. 

Il mio rapporto con la politica comincia con la geografia: prima di chiedermi
cosa è accaduto mi faccio domande sui sentieri varcati dai gruppi umani. Non
appena si considera la geostoria di questi passaggi, qualsiasi pretesa si
dissolve ed emerge un gigantesco labirinto che comincia dalle migrazioni della
Preistoria. Uno dei miei motivi principali è il “grande cammino” di Luigi XI,
una “ragnatela universale” che ha stabilito fasce letterarie; non è il cammino
di Dante, né la strada secondaria da percorrere, in fuga, a cavallo. Il fatto
geo-storico si confronta con la mitologia; nella sua gittata più ampia risale
all’arte rupestre. Vago tra epoche e luoghi, documentandomi sul campo. Ad
esempio, sono stato in Etiopia: volevo vedere con i miei occhi i luoghi di
Rimbaud, contare le ossa di Lucy, attraversare i rift. La poesia “si informa”, o
meglio, l’Art brut è saggezza. 

Secondo Schiller dovremmo aspirare a essere “ingenui” più che “sentimentali”;
dovremmo tendere alla completezza della condizione creativa, non troppo separata
dalla coscienza critica e dalla nostalgia della perduta unità. Per l’azione
politica immediata, la poesia pare inefficace (insieme al teatro, rappresenta lo
0,3% del mercato librario). Eppure, la poesia, essendo al centro del linguaggio,
è intrisa di politica: ne subisce le conseguenze, a volte la influenza (come
nella polis greca). La poesia è strutturalmente politica perché è prodotta in
modo attivo in una lingua data che non è “naturale” ma eminentemente culturale.
Nel De vulgari eloquentia Dante, su questo tema, raggiunge un alto grado di
complessità, rispetto, ad esempio, a La Défense et illustration de la langue
française di Joachum Du Bellay, che esce nel 1549. Il francese ha almeno tre
fasi: medievale/dialettale, classica standardizzata, repubblicana
ultra-standardizzata. Quest’ultima non è così libera come parrebbe. Nel mio
contesto universitario, io faccio la parte di un ussaro durante la Terza
Repubblica. Provenendo da un ambiente privo di letteratura, dove nessuno aveva
un diploma superiore, “non potevo”, come disse Pierre Bergounioux, “che
diventare professore”. Allo stesso modo, non ho potuto fare a meno di ammirare
la bella lingua, o lingua ‘complessa’. Auspico un’anarchica polifonia che
assembli tutti i registri e tutte le più diverse lingue. Il monolinguismo
ufficiale maschera un multilinguismo costitutivo cominciato nel IX secolo. La
lingua è simile all’anatomia, ma ogni linguaggio, soprattutto se strutturato, è
politico – dunque, anche la poesia è politica. 

Qual è il rapporto tra la poesia e la morte, tra la poesia e la vita?

Il profondo senso tragico, che culmina nel dramma greco primordiale di Eschilo e
di Sofocle, è uno dei più antichi modelli di Logos. Eraclito scrive: “Dell’arco
il nome è vita, l’opera è morte”. Questa sensibilità scompare nel coro di
Euripide. Il primo tomo di Les Cavales è un libro sul lutto, una meditatio
mortis. È soprattutto per questo che sono rimasto in silenzio così a lungo: mi
era impossibile pubblicare prima di rendere omaggio ai morti, senza erigere per
loro una tomba. La poesia ha come funzione primaria quella di soddisfare i
morti. In L’Iliade ou Le Poème de la force, Simone Weil osserva che l’epica
omerica si occupa in modo singolare del modo in cui vengono trattati i cadaveri.
Il rito funebre è un principio fondamentale della cultura e della
civilizzazione: oggi stiamo assistendo a una considerevole sconfitta di tale
assunto. Questo è un fatto antropologico-politico: la perdita dei propri cari,
la morte industrializzata, la messa a margine del cimitero, la cremazione
derisoria: insomma, l’oltraggio del cadavere. Vale a dire: in una società
tecnocratica, il reale della morte viene negato, e questo non è un bene per i
morti e non lo è per i vivi. Il ‘Reale’, che per Lacan non è soltanto la realtà
consensuale, si manifesta in modo violento nella forma del cadavere, una cosa
terribile di cui occorre prendersi cura, altrimenti tornerà a noi in forma
spettrale. Le culture antiche, medievali e barocche, hanno saputo gestire il
corpo morto all’interno di un ordine simbolico: figura tutt’altro che orrida, il
cadavere operava in favore del vivente. Forse altre culture, oggi, sono meglio
attrezzate a esperire e a gestire la morte. Per noi, oggi, la morte è il male, è
causa di profonda malinconia. Nessun individuo può essere sostituito da un
altro, il dolore non ha guarigione; se la malinconia non ci uccide, essa
‘agisce’ in qualche modo per preservare le forze vitali, per ricostruire
l’amore. La malinconia è legata ai temi del rito funebre, del lutto, dell’amore
fedele. Les Cavales è, in larga parte, una “anatomia della malinconia”. Se il
libro fosse una danza macabra, come quelle che si osservano ancora in alcune
chiese, si vedrebbero il Lutto e la Malinconia ballare assieme. Non sempre c’è
tristezza: l’intreccio di tragedia e forza vitale è gioioso, a tratti, comico,
clownesco. 

Quale visione del mondo informa il suo lavoro?

Più che altro, spero che nessuna ideologia (cioè una cultura abusivamente
presentata come natura) penetri la mia opera letteraria e il mio lavoro di
insegnante. Salvo circostanze eccezionali (eccoci qui, in Francia come altrove)
l’Università dovrebbe mantenere una neutralità valoriale. Nel corso della mia
carriera – in particolare dopo la “Loi relative aux libertés et responsabilités
des universités” del 2009 – ho assistito a un crollo senza precedenti dei
principi fondanti dell’Università; un preciso indicatore sociale. Non appartengo
al mondo accademico borghese; la mia posizione sociale è precaria. In breve: nel
mezzo del cammin di nostra vita ho percorso ottanta chilometri per giungere da
un remoto borgo di campagna alla città universitaria più vicina, Lione.
Probabilmente, sono giunto ai miei limiti: è urgente rintracciare una Vita nova.
Il resto rientra nella categoria dei Misteri antichi, per quel che ancora ne
sappiamo, con un legame con Mallarmé che colloca il Mistero nella Letteratura.
In questo è tutta la poesia. Non troppo diversa, tale idea, dall’amor fati,
dalla dottrina dell’Eterno ritorno come valore di una vita degna di essere
vissuta, il dionisiaco che esige la doppia affermazione all’orecchio di Arianna:
dire due volte sì alla vita. Per sfuggire alla fin troppo dialettica relazione
dionisiaco/apollineo, non guasta un po’ di alcolismo (come suggerisce Nietzsche,
pur senza sviluppare il concetto) perché il carattere furioso è estenuante,
infine pericoloso per la salute. La speranza di misura da ciò che resta. Credo
come Pindaro che “gli dèi siano qui”, sulla terra: bisogna saperli riconoscere.
Il Molteplice a volte si raduna in gioiosa assemblea: questa è la dottrina
dell’Univocità dell’Essere secondo Duns Scoto, con la differenza che l’Essere è
una creatura. Propendo per un creazionismo teorico che ci permetta di stabilire
un criterio semplice, in grado di valutare ciò che facciamo, letteratura
compresa: la cosa creata è a favore della vita? Dovremmo esplicare meglio. La
parola che giunge dai Misteri si pronuncia con un dito sulle labbra: shhh. 

A cosa sta lavorando?

Dovrei riposarmi, per poi tornare al lavoro duro… Confinato in casa, lavoro con
estenuante dedizione al ciclo de Les Cavales: è la mia priorità, ostacolata
dalle necessità economiche e dal contesto attuale. Schiller consigliava di
attraversare la propria epoca di corsa, come un contrabbandiere. In Les Filles
du feu e Chimères, Nerval scrive: “L’ultima follia che mi resterà sarà quella di
credermi un poeta”. Hegel parla di ostinazione, che significa vivere da alienati
tra i libri, come Don Chisciotte. Mi sforzo di svolgere il lavoro nel modo più
meticoloso possibile; raccolgo le forze per fare contemporaneamente più cose,
incompatibili tra loro. Dunque, eccomi alle prese con il terzo tomo de Les
Cavales: devo sbrigarmi. 

Insieme a Hubert Voignier ho creato un’opera fotografica intorno a un luogo
sacro, Le Puy-en-Velay. Vicino a Lione esiste una piccola regione, Forez, centro
nevralgico e letterario de L’Astrée di Honoré d’Urfé: quello è il mio punto di
partenza; sarà la mia destinazione finale. In buona comunione coi miei morti,
vorrei trovare le condizioni propizie (alcionie) quasi scomparse da un’esistenza
piena di troppi vincoli. So che ciò è possibile: la memoria dell’antica felicità
mi è di aiuto nei momenti infelici. Sto elaborando un trattato di poetica. Priva
di definizioni, indefinibile, la poesia, in fondo, non è che una testimonianza
solitaria formulata in modo stravagante, fuori di sé: è un atto di caparbietà,
una chimera… è l’estrema follia. 

**

Da Les Cavales, I

Il quindici d’agosto

Mille morti per riportarci
davanti al letto della Morta. Vinta

da morte, la Morta
in maestà sorge talvolta
da sotto la sua pietra,

è il giorno del quindici d’agosto, Agosto
spesso porta il lutto dappertutto
nel tempo turbato
o inaridito, Vergine

del quindici d’agosto aggiusta
o disfa tutto. E lei stessa
senza crederlo ma senza pesare
al pensiero che la suscita, la morta regna

ingenuamente, qualche ora,
nella volta aperta d’un chiaro di stelle
in cui indugia l’intonaco blu,

e tutto il vecchio drappo nero dei cortei
che vanno per l’erba melmosa, ed è anche
come un fremito di schiene
nella vetrata infranta, e Lei

nel suo vestito giallo d’oro sgualcito
da una lotta atroce, dardeggia
su di noi il barbaglio blu del suo occhio

che dispera, perché non vuole
essere morta, ed è vinta. Poi

altro non resta che la vostra cappella
ardente (come dite), in luogo
di quella breve, spuntata dai campi,

l’avevano riaperta per un giorno,
e la tempesta dalla finestra spoglia

ne spegne i ceri. Non c’è nulla
di buono, né pietà né misericordia
di sorta, né il semplice

e non più vero fuoco
nel forno immondo. Non più
un luogo buono che sia di mano d’uomo
per trattare i morti ormai e,

fraudolentemente, per esserci clemente,

come quei telai, spezzati & praticabili
che crollano come si deve
con dei tesori di pietà pari

a quelli degli scoiattoli. Nulla che sia scambiato
dalla terra al cielo se non questi mirabili,

questi violenti sforzi degli usignoli senza che mai
li si scorga nel folto degli alberi
ai quali la verde vallata fa eco,

e il bel Maggio crudele. Mille primavere
senza pena e il soffio già dell’estate
quando rinasce la stagione

sono corrotti nella pianta appesantita,
nella terra e nei muri. Quando
la Stagione ripianta il suo maggio
nell’agro della terra e commette

questi eccessi di delizie, il corpo pure si fa pesante
e si sveglia sgomento come avendo goduto
di vermi. Tanto la carne morta

era stinta come pergamena,
tanto il fiore affastellato che ti cinge
fino alle tempie puzza così contagioso
che cade altrove

sulla carne viva. E dunque anziché
raccapezzarsi dal capezzale
fin dentro la terra, e rimettere Morte
al suo posto, a nulla si giunge,

eppure è verso tutto il cielo
che conduce la cosa immonda
come lo è l’offesa, e causa per sempre
di morte errante. Prima che

tu non sia più altro che fumo nero,
finché sei stata
di carne e ossa eri
intera capace di prodigi,

santa vera colma di desiderio.

Poiché un uomo di colpo perduto
alla sua radice s’innalza e s’inarca
preso da violenza, e dona ogni suo sforzo,
ostile a che quel corpo sia fatto

cadavere, quando ricade in sé stesso
e vi si acquieta un istante, rassegna
la sua anima alla nube che passa

e si è tormentata, ciò che il dio
fa per lo meno in luogo del puro azzurro,

campo d’inanità. Il suo sforzo perdutamente
unito a quello spasimo è come
un’alleanza con una potenza disfatta

che giace in sé stessa e per grazia
rinviene. Così, al cielo senza stagno
che si credeva morto si erano adunate

lungo il lato buono nuvole
fuggenti sotto il vento di ponente,
e certo per una casa dei morti

sembrano tegole d’ardesia che s’impilano
le une sulle altre, con del giallo d’argento

nello stagno, e sfilano nella pupilla
di lei, il cui sfolgorio blu schizza
come una scheggia e si conficca in lui.

Madri apparse in gioventù così buone
in così piena armonia di due respiri, poi

così belle che subito ci fate
vostri amanti, malgrado la fatica
restate in vita per i nipoti,
e ancora restate quando sono cresciuti,

così almeno sembra. Giovani donne
che vi abbellirete piuttosto di vecchiaia,

non come la Vergine bella, non andate
a regnare altrove se non sulla terra
e siate sempre nel tempo opportuno,

senza il quale non c’è più terra che sembri tale.

Voi in nessun luogo, pensate che la specie
finirà. E da voi non nascerà nessun altro,
come a me non nascerà mai dunque

né sorella né fratello, e ho perduto
l’unica sposa possibile nei giorni
di mia madre ancora viva, e ogni occasione

di fare una figlia più bella
in sua presenza. Chi vorrebbe,
adesso, un figlio prete

tornato così piccolo che ignora quasi
il bere e il mangiare, e così arduo

che è sordo ad ogni consolazione. Anche
l’amore della donna gli è supplizio.

Hervé Micolet

Traduzione di Annalisa Crea

*In copertina: dettaglio dall’“Adorazione dei Magi” di Sandro Botticelli, 1475
ca. (presunto autoritratto dell’artista)

L'articolo “Per placare gli dèi”. Dialogo-monstre con Hervé Micolet, il poeta
Achab proviene da Pangea.]]></description>
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            <pubDate>Mon, 13 Jul 2026 04:10:12 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[“Uno strano brivido mi saettò in fondo al cuore”. Intorno a “Confessioni di una maschera”]]></title>
            <description><![CDATA[Nelle intercapedini chiaroscurali di Confessioni di una maschera, l’asse
stilistico di Yukio Mishimadevia programmaticamente dai canoni del resoconto
storico-biografico, della cronaca di una vita, per istituire un vero e proprio
rituale della crudeltà: un’autopsia dell’anima orchestrata con il rigore algido
del bisturi e una sublime compostezza classica. Concepito nel panorama instabile
e febbrile del Giappone post-bellico – ganglio sospeso tra catastrofe
assiologica e palingenesi coatta –, il testo si configura come un prisma
adamantino di mostruosa esattezza. Si assiste qui a un cortocircuito formale
radicale, in cui la massima trasparenza del lirismo si identifica
simmetricamente con l’artificio più calcolato, elevando la menzogna a rango di
unica epifania ontologica. La prosa vividissima di Mishima si trasforma in
investimento sensoriale estremo laddove le immagini si fanno emblema di una
percezione acutissima e lavacro di concretezza sensuosa. 

In questa complessa architettura stilistica, l’iperestesia del protagonista non
è mai un semplice artificio descrittivo, bensì l’unica modalità d’accesso a un
reale altrimenti percepito come estraneo, spettrale, o come emorragia
dell’insensato. La parola letteraria opera così una costante trasmutazione della
materia, non verso meri dettagli esornativi, ma verso frammenti di un’epifania
carnale. Il protagonista riesce, tra l’incredulità e la diffidenza degli adulti,
a rievocare ricordi remoti, persino di quando era infante, che affiorano con
tutta la forza dei sensi e assumono una consistenza quasi metafisica: come
quello in cui, vista da poco la luce della vita, al suo primo bagno, si trova a
osservare un baluginante lucore sul bordo serico e ligneo della propria vasca.
Un ricordo apparentemente minimo ma rivelatore dell’esasperata percezione
estetica di Kochan, e che non è simbolo o correlativo oggettivo, ma annuncio di
una sensibilità estrema e quasi sinestetica. 



Attraverso questa ricorrente “immersione” nella concretezza, l’artificio della
scrittura si purifica della sua natura astratta e intellettuale per farsi
esperienza tattile e visiva quasi insostenibile. Ma convive con essa la spinta
ipertrofica della mente verso un indagine lambiccata ed estenuante del pensiero
che cala nei penetrali dell’io del protagonista che si narra. 

Fin dall’esordio, la traiettoria mnestica di Kochan demistifica l’archetipo
dell’infanzia come eden incontaminato. I primi anni di vita perdono ogni pretesa
di ingenuità temporale per farsi teatro di una precocissima, quasi spietata
autoconsapevolezza: i ricordi non fioriscono secondo l’idillio convenzionale
della nostalgia, ma vengono sezionati dalla luce nitida e geometrica di
un’intuizione già adulta. Lontano dalle nebbie dell’illusione o da una larvale
parata di fantasie oniriche o chimeriche, questo humus, a suo modo atopico,
diventa il terreno in cui il protagonista rintraccia, con la freddezza clinica
di un anatomista, le radici biologiche e innate del proprio desiderio,
accettandone la deviazione fin dal principio come un dato di fatto immanente e
inevitabile. Ogni ricordo d’infanzia viene così spogliato dell’innocenza,
sottratto a una rassicurante iconografia bambina e ricondotto alla sua verità
più nuda: una sequenza di epifanie carnali e imperative attrazioni che il
bambino non subisce come un trauma esterno, ma accetta e categorizza come i
tasselli inevitabili della propria irrimediabile deviazione dalla norma.
Escludendo preliminarmente ogni residuo di idealizzazione nostalgica o di
canonica ingenuità infantile – stilemi tipici del romanzo di formazione
tradizionale che Mishima qui rigetta –, la rievocazione biografica viene
immediatamente sussunta dalle categorie estetico-psicoanalitiche del perturbante
(das Unheimliche) e dalle strutture intertestuali del mito letterario. La
dimensione cronologica dell’infanzia perde la sua funzione di rifugio memoriale
per farsi, invece, spazio eziologico, retroterra traumatico idoneo
esclusivamente al radicamento di un’alterità ontologica e inemendabile. 

Si assiste, pertanto, a una precoce scissione identitaria primitiva: lo sviluppo
psicosessuale del narratore non segue una traiettoria lineare, ma si fissa su
nodi ossessivi che sottraggono l’esperienza vissuta alla contingenza
evenemenziale e storica per consegnarla a una dimensione astorica e fatale.
Questa divaricazione originaria non si limita a strutturare la deviazione
profonda del protagonista, ma ne decreta il destino relazionale, affettivo,
condannandolo a una permanente e non scongiurabile marginalizzazione rispetto
alle dinamiche intersoggettive della sfera emotivo-relazionale comune;
precludendogli, di fatto, qualsiasi possibilità di riscatto all’interno del
tessuto sociale circostante nel quale prende posto tentando di adulterare
l’evidenza della propria natura fino a fare della maschera una seconda pelle. 

Il baricentro di questa iniziazione estetica, prima di concretarsi nel feticismo
pittorico, trova una cruciale e carnale anticipazione analogica in un episodio
liminale dell’infanzia del protagonista: l’incontro ravvicinato con il giovane
addetto allo spurgo dei pozzi neri. Il protagonista sperimenta qui il presagio
che al mondo esiste una sorta di “desiderio simile a un dolore lancinante”. E il
desiderio assume due punti focali: uno dato dal risalto che conferiscono alle
gambe i blue jeans che le fasciano con aderenza, l’altro dal mestiere di chi li
indossa; l’autore vuole da subito identificarsi con quel giovane, e al pari di
altri bambini che crescendo fantasticano possibili mestieri, egli vuole essere
quel giovane e fare il suo stesso lavoro. Questa epifania primordiale, ben lungi
dal delinearsi come un mero aneddoto di degradazione urbana, si offre come la
prima, autentica manifestazione di un desiderio che si struttura immediatamente
attraverso l’estetizzazione della forza fisica e della marginalità sociale. Nel
contemplare quel giovane dal petto nudo, avvolto in un’aura di vigore rude e
urgente, Kochan sperimenta un’attrazione viscerale che non si proietta verso
l’alterità di un legame sentimentale o la reciprocità di una dialettica
intersoggettiva, ma si fissa sull’archetipo di una virilità plebea. Appare poi
come una sorta di emblema destinale della sua natura e del suo intrinseco
conflitto, l’episodio in cui la domestica rivela a Kochan che il sensuale e
marziale paradigma di mascolina bellicosità che egli aveva scambiato per un
classico cavaliere, in un libro illustrato, era in realtà una donna: Giovanna
d’Arco.

Il preludio sensoriale dell’operaio dei pozzi, in realtà prepara e devia il
terreno psichico trovando poi il suo compimento definitivo e la sua
legittimazione colta dinanzi a un simulacro cartaceo: la riproduzione del San
Sebastiano di Guido Reni.  In questo frammento di tempo assoluto, che riscatta
l’immediatezza animale del primo incontro elevandola a canone artistico, Mishima
edifica lo scheletro della sua intera architettura filosofica. Contestualmente a
questa visione il protagonista si inizia alla masturbazione. L’Eros si emancipa
radicalmente da ogni funzione consolatoria, perfino ludica, men che meno
biologica o riproduttiva, per farsi consustanziale alla ferita e al supplizio.
La bellezza, di conseguenza, smette di essere intesa come armonia apollinea e
canonica, rivelandosi come evento intrinsecamente traumatico, fulgore colto
nell’istante esatto della sua transitoria e violenta dissoluzione.

I dardi che violano la carne turgida ed efebica del martire subiscono una
torsione semantica assoluta: svuotati del loro afflato soteriologico e
cristiano, essi si convertono in direttrici geometriche di un’estasi pagana. Si
consuma così un punto di fusione alchemico dove il parossismo del dolore fisico
diventa l’unico spartito e l’unico idioma intellegibile per un’esistenza
altrimenti interdetta al mondo, murata in un silenzio claustrofobico. 

Sangue, carnalità e giovinezza effimera si stringono in un nodo indissolubile e
fatale, statuendo un principio irrevocabile: la contemplazione del supplizio e
la sacralizzazione della carne lacerata rimarranno le sole chiavi d’accesso per
dischiudere la verità interiore. Sotto il profilo strettamente storico-critico,
questa particolare configurazione psicologica – inquadrabile nell’alveo delle
anomalie dello sviluppo psicosessuale – si caratterizza per una precoce e
sistematica inversione dei nessi causali tra piacere e dolore. Nell’economia
interna del romanzo, l’impulso non si dirige verso la normale intersoggettività,
ma subisce una deviazione originaria in cui lo stimolo libidico si attiva
esclusivamente in presenza di fattori legati alla sottomissione, alla
distruzione o alla mortificazione del simulacro corporeo. 

L’universo letterario di Yukio Mishima trova, poi, una delle sue radici più
profonde nell’assimilazione e nella successiva trasfigurazione del Decadentismo
europeo, un dialogo intertestuale in cui le suggestioni di autori come Oscar
Wilde, Gabriele D’Annunzio e Joris-Karl Huysmans vengono trapiantate nella
sensibilità tragica della tradizione nipponica. In questa cornice critica, la
fascinazione per la morte si emancipa dalla categoria di mero dato biologico per
elevarsi a fulcro di un’estetica dell’assoluto, strutturandosi attraverso la
dialettica psicanalitica tra Eros e Thanatos. Per Mishima, l’alleanza simbiotica
tra la pulsione sessuale e la tendenza alla dissoluzione si traduce nella
ricerca di una bellezza che possa definirsi tale solo nell’istante del suo
traumatico annientamento. Il corpo, costantemente celebrato nella sua turgida
giovinezza, viene concepito alla stregua di un delubro sacrificale, una
superficie plastica e vulnerabile destinata a una fine prematura e gloriosa che
sola possiede il potere di sottrarre la carne alla corruzione del tempo, alla
vecchiaia e alla banalità del quotidiano. Questa sconsacrazione dell’io e la
correlata sacralizzazione della ferita – che diviene emblema nell’investimento
feticistico sull’iconografia del martirio – rivelano la profonda natura
intellettualistica del Decadentismo mishimiano, dove il dolore fisico e la fine
biologica non sono subiti passivamente, ma vengono orchestrati come una suprema
messinscena liturgica. La morte diviene così il custode legittimo
dell’autenticità e l’unica via d’accesso per colmare un vuoto ontologico
originario, trasformando l’artificio letterario nell’unico possibile scudo con
cui ripararsi dai colpi della contingenza storica. Da un punto di vista
clinico-interpretativo, tale dinamica risponde a un preciso schema di
desensibilizzazione e di successiva intellettualizzazione del trauma:
l’impossibilità di allinearsi ai canoni dell’erotismo convenzionale determina un
ripiegamento della pulsione su se stessa. Il soggetto, di conseguenza, erige una
complessa impalcatura estetica per giustificare e nobilitare un’attrazione che
avverte come radicalmente estranea all’ordine morale comune. La sofferenza, sia
essa inflitta o contemplata, cessa di essere un elemento repulsivo per divenire
l’unico codice espressivo capace di decifrare la realtà, trasformando la
deviazione in un rigoroso e rassicurante rito di definizione identitaria.

Come scrive l’autore, il protagonista appariva, fin da ragazzo, propenso
all’introspezione e a una capziosa forma di ipersensibilità, e non per maggiore
maturità rispetto ai coetanei, ma per il bisogno inestinguibile di comprendere
sé e gestire la propria problematica identità; del resto, gli altri ragazzi
potevano esplicare la propria personalità con la massima naturalezza, mentre a
lui incombeva recitare una parte, e questo doveva richiedere “un acume e uno
studio considerevoli”. Il suo malessere era lo stesso di cui parla Stefan Zweig
quando dice: 

> “Ciò che chiamiamo male è l’instabilità inerente a tutto il genere umano, che
> mette l’uomo fuori si sé e lo spinge sempre più avanti, verso qualcosa di
> insondabile, proprio come se la Natura avesse lasciato alle nostre anime un
> inestirpabile retaggio di instabilità dal suo fondo di antico caos”.  

Mentre gli altri ragazzi vivevano la sorgiva spontaneità della propria “sana” e
gagliarda natura, egli era portato a interiorizzare e sviscerare il proprio Io,
provando inizialmente un ubriacante senso di superiorità rispetto ai propri
coetanei, destinato però a snebbiarsi con cruda verosimiglianza, in modo tale
che l’originario acquisito: “Io sono avanti agli altri” venisse emendato e
circoscritto nei limiti della modestia con l’espressione: “No, sono anch’io un
essere umano uguale a loro…” Per poi aggiungere a corollario: “E per giunta sono
uguale a loro sotto ogni aspetto”. La conclusione, inevitabile quanto mendace,
si espletava così: “Tutti sono uguali a me”. Ma così non era, e la cosa si
estrinsecava nella sua difficoltà a integrarsi, nonché, con un’evidenza
spietata, assieme concreta e sensuale, perfino nel contrasto tra la rozza e
integra mascolinità e spontaneità dei suoi compagni di scuola e la gracilità
della sua natura fragile e interiorizzante:  i corpi dei compagni di scuola,
tesi nello sforzo dei giochi atletici o esposti al sole estivo avevano una loro
rozza e splendida innocenza, una totale assenza di sdoppiamento tra ciò che
erano e ciò che mostravano. Il protagonista, sparuto e costantemente avviluppato
nei suoi pensieri, si sentiva un intruso, un essere artificiale capitato per
errore in mezzo a una razza di creature autentiche. Il loro vigore, che ai suoi
occhi assumeva sfumature mitologiche, lo feriva profondamente perché gli
ricordava, a ogni istante, la sua irredimibile diversità. La sua infatuazione
adolescenziale per il compagno di scuola Omi era lì che lo testimonia. Il
ragazzo, che appariva ruvido e ribelle, nonché precoce nello sviluppo fisico,
era oggetto di un desiderio cocente ma che non poteva essere rivelato e veniva
custodito, da Kochan, quasi come un idolo libidico inattingibile.

“La vita è un  palcoscenico”, così dicono tutti. Il protagonista, alla fine
della propria infanzia era già fortemente convinto che quella massima
corrispondesse a verità, e che avrebbe dovuto recitare la sua parte sul
palcoscenico senza mai tradire e rivelare, neppure una volta, il suo autentico
io. Egli credeva, con spirito ottimistico, “che una volta terminato lo
spettacolo, sarebbe calato il sipario e che il pubblico non avrebbe mai visto
l’attore senza il trucco”. In questo ambito, attraverso una costante catatonia
affettiva e un’iper-intellettualizzazione dei moti spontanei, ogni impulso
vitale veniva neutralizzato dalla censura super-egoica e ridotto a messinscena.
La finzione e la teatralizzazione dell’esistenza cessavano così di essere un
semplice schermo protettivo convertendosi in un feticcio strutturale:
l’artificio diveniva l’unica modalità di mediazione con una realtà estranea,
svelando, sotto la rimozione della maschera, non un’identità pacificata, ma la
vertigine di un’assenza assoluta. Ed è inscrivibile in questa logica, durante
gli anni della scuola, il tentativo disperato di Koachan di integrarsi e
dimostrare a se stesso e agli altri di poter provare un desiderio convenzionale,
tentando di stringere una relazione con Sonoko, la sorella di un amico. 

Durante una festa, il confronto visivo con la spontaneità dei coetanei esaspera
la sua recitazione: tutti gli altri giovani ridono, parlano, si muovono con una
naturalezza che appare miracolosa e, al tempo stesso, irraggiungibile. Egli
inscena un legame amoroso con Sonoko, conscio di interpretare una parte,
stringendo la sua mano come se eseguisse un esercizio esteriore di cui conosce
le regole ma non lo spirito. Attore di una totale atonia emotiva, in quel
salone, circondato da ragazzi che vivono la vita reale, egli comprende con
inespugnabile certezza che la sua normalità non è che una messinscena faticosa,
e che tra il loro mondo e il suo esiste un abisso invalicabile. Sonoko appare
qui patetica, ingenuamente confidente, mossa da un sentimento troppo genuino per
non essere puntualmente inficiato dalla condotta di un seduttore che la pone al
centro di una recita anemotiva, sentimentalmente anemica. La sensibilità della
ragazza diventa quasi caricaturale, giustificata (all’apparenza) e
ingiustificata nel medesimo tempo (per ciò che il lettore sa essere veritiero):
quella stessa sensibilità di una creatura rapita dall’illusione romantica che
lascia il protagonista del tutto indifferente, e anzi compiaciuto della propria
messa in scena, nonché artefice di un “machiavello” amoroso che la ridicolizza,
senza mai far venire in luce la reale identità sessuale di chi lo attua. È
interessante a questo punto proporre un passaggio del testo laddove esso si fa
rivelatore della scissione interiore del personaggio al centro della sua “recita
amorosa”… Citando l’autore:

> “…Nonostante egli avesse il cuore colmo d’inquietudine e pena indicibile,
> atteggiava la faccia a un sorriso sardonico e sfrontato. Non doveva fare altro
> che rimuovere una piccola pietra d’inciampo, considerare ridicoli i mesi
> trascorsi (con la ragazza); che decidere di non essere mai stato innamorato,
> nemmeno da principio, di una ragazza di nome Sonoko, di quella marmocchia
> insulsa; che credere di aver seguito l’estro d’una effimera passioncella
> (bugiardo!) e di essersi preso gioco di lei. Ecco allora che sarebbe venuta a
> cadere autonomamente ogni ragione di doverla sposare. Un semplice bacio non
> impegna di sicuro!… Che meraviglia! Eccolo diventato un uomo capace di
> stregare una donna che gli è affatto indifferente e poi, quando l’amore le
> divampa in seno, di piantarla senza pensarci sopra.” 

In realtà egli prova un intimo compiacimento ad esercitare il proprio fascino
con l’altro sesso, ma è qualcosa che rimane nell’alveo di un desiderio per il
desiderio di conquista, una formula sottile di egoistico orgoglio, che frena
persino ogni possibilità dialogante e lo lascia sempre come indolente e
infastidito dalla “pachidermica” femminilità delle donne che approccia, una
femminilità che si scontra inevitabilmente con la sua rigida fortificazione
interiore, del tutto priva, nei fatti e nei fini, di un autentico interesse
emotivo o carnale.

Per tornare al nucleo di violenza squisitamente estetica e di morbosa attrazione
per la traiettoria del tragico, di cui accennavo poc’anzi, esso si scontra in
modo drammatico e insanabile con la grigiastra contingenza quotidiana del
protagonista, il quale si trova costretto a negoziare la propria esistenza entro
le coordinate rigide, asfittiche e spietate di una società giapponese retta da
un militarismo febbrile, un impero crepuscolare ormai morente e un conformismo
tragicamente coercitivo. Il dramma profondo e intimo di Kochan risiede infatti
in un’inversione radicale e traumatica dell’ordine naturale delle cose,
introducendo una potente riflessione sulla dicotomia tra natura e artificio: per
la sua sensibilità, ciò che il mondo considera normalità
biologica – l’istituzione del matrimonio, l’allineamento borghese, la
rassicurante routine sociale e la proiezione verso un futuro
ordinario – rappresenta in verità l’artificio più estenuante, che richiede
simulazione e dissimulazione al contempo; una messinscena scomoda e innaturale.
Al contrario, la sua deviazione interiore, l’impulso omosessuale e l’ossessione
metafisica per la morte costituiscono l’unica, inconfessabile e genuina verità
del suo essere. 

In un passaggio metaletterario, contestuale alla prima giovinezza del
protagonista, compare uno suo scritto che citiamo in parte: 

> “…La maggioranza degli uomini oscilla perpetuamente nel dubbio se è o non è
> felice, se è o non è allegra. Questa è la condizione normale della felicità,
> giacché il dubbio è cosa naturalissima. Ecco perché il prossimo è portato a
> credere nella cosiddetta ‘felicità incontestabile’ di lui. E alla fine una
> cosa gracile ma reale viene rinchiusa in una macchina potente di falsità. La
> macchina prende a funzionare a tutta forza. E il prossimo non si accorge
> neppure che Ryotaro è un ammasso di ‘autoimpostura’… Non stava funzionando
> così nel mio caso? È un difetto frequente della fanciullezza credere che, se
> si trasforma un demone in eroe, il demone sarà soddisfatto.”

Qui è già chiaro che è per il protagonista una vera e propria missione di vita
esorcizzare la propria inconfessabile natura col rito della simulazione e
dell’aderenza formale alle regole e all’assaetto di una società in cui il suo Io
rimane sequestrato da riti vuoti, e per di più solo ostentati, nonché da
fantasmi di esperienze amorose convenzionali che non si incarnano mai né nella
reale infatuazione né nel loro compimento fisico. Ma qual è il vero “demone”
trasformato in eroe, la sua reale natura (da sventare) o l’impostura che la nega
alla vista di chicchessia e forse persino di se stesso? Pare quasi che la
schietta, infuocata e tracimante virilità dei corpi maschili oggetto di reale
desiderio si contrapponga in modo quasi ossimorico alla sua tepida recita di
amore eterosessuale.

Per sopravvivere a questo iato esistenziale così lacerante, che anticipa le
grandi tematiche dell’alienazione novecentesca e dell’esistenzialismo, Kochan si
vede costretto a far aderire plasticamente alla propria “faccia”, giorno dopo
giorno, una vera e propria maschera di carne, una costruzione millimetrica e
soffocante di gesti studiati, sguardi calibrati, sorrisi di circostanza e parole
programmaticamente contraffatte. Impara a mimare con precisione quasi
scientifica e antropologica i comportamenti standardizzati dei suoi coetanei,
analizzando freddamente le reazioni della massa per poterle replicare
artificialmente, recitando la commedia dell’amore eterosessuale e simulando un
desiderio erotico che non prova affatto. Come accennato, in questo sforzo
titanico, egli riversa ogni briciolo di energia psichica nel tentativo disperato
e razionale di innamorarsi della giovane, pura e angelica Sonoko, figura che
incarna l’ideale della grazia incontaminata. Questo corteggiamento, tuttavia, si
tramuta inevitabilmente in un freddo, quasi spietato esperimento di laboratorio,
un esercizio cerebrale e logorante che fallisce in modo sistematico; tale
fallimento non è dettato da una carenza di volontà, ma dall’incapacità cronica
del protagonista di abitare la realtà materiale e corporea senza la costante,
nevrotica mediazione dello specchio, dell’autoscopia  speculare e della
scomposizione analitica dei propri impulsi profondi, cui si aggiunge, ed è anzi
pregressa, la sua naturale inclinazione per il proprio stesso sesso. Si
inserisce qui il tema cruciale della crisi dell’identità e del solipsismo: la
vera tragedia del romanzo non risiede semplicemente nell’obbligo sociale di
indossare un travestimento per schermarsi dalle sanzioni e dal giudizio punitivo
del mondo esterno, bensì nella spaventosa e nichilista scoperta metafisica
secondo cui, una volta rimossa la maschera con un atto di brutale, definitiva
onestà, sotto di essa non si nasconde alcun volto autentico, nessuna identità
pacificata o essenza primigenia rassicurante. Sotto la finzione si spalanca un
vuoto, un’assenza assoluta e vertiginosa che coincide paradossalmente con il
nucleo stesso dell’identità del protagonista: l’artificio ha interamente
divorato la natura, e la simulazione è divenuta l’unica modalità possibile di
percezione e cognizione del reale. 

L’intera intelaiatura narrativa viene così pervasa da un rigoroso, quasi
compassato classicismo formale che flirta costantemente con l’elemento macabro,
decadente e surreale, saldando mirabilmente la precisione chirurgica e
l’introspezione della grande prosa psicologica europea – debitrice di Radiguet,
Wilde e Proust – alla sensibilità estetica tradizionale giapponese, storicamente
legata al concetto di mono no aware, ovvero la straziante e sublime impermanenza
di tutte le cose. Attraverso questa fusione, emerge con forza la tematica
estetizzante del corpo e della giovinezza, intesi non come segnali di vita,
continuità biologica o procreazione futuribile, ma come tempio sacrificale
votato per statuto a una fine prematura, tragica e per questo gloriosa. Le
descrizioni cariche di sensualità dei facchini dai petti nudi, che emanano un
odore acuto di sudore, polvere e salsedine, i corpi efebici e vigorosi dei
giovani soldati fatalmente destinati all’imminente e distruttivo battesimo del
fuoco bellico, e le visioni notturne di carni ferite ed esposte costituiscono le
uniche reali coordinate geografiche e spirituali in cui il desiderio deviato di
Kochan riesce a orientarsi e a trovare una temporanea, seppur dolorosa,
collocazione erotica. Questo connubio inscindibile tra agonia ed estasi,
tra Thanatos ed Eros, assume anche una forte valenza profetica e biografica,
anticipando in modo impressionante il destino dello stesso Mishima e il suo
futuro suicidio rituale (seppuku); il testo si trasforma così in un manifesto
programmatico in cui la morte non è concepita come l’interruzione o la negazione
della bellezza, bensì come il suo unico baluardo legittimo, assoluto ed eterno.
Solo una morte violenta e precoce possiede infatti tutti i crismi del potere di
sottrarre la carne, altrimenti corruttibile e condannata al biologico declino,
alla degradazione imposta dal tempo, dalla vecchiaia e dalla opaca banalità
della routine quotidiana. Questa tensione verso l’annientamento precoce non si
manifesta come una semplice negazione della vita, bensì come il tentativo
estremo di eternare la giovinezza, elevando il corpo a icona assoluta e
inviolabile, sottratta per sempre alle ingiurie della contingenza storica. 

In questo contesto la visita di leva, nella parte terza del romanzo, in cui il
medico, erroneamente, diagnostica la tisi a Kochan, si rivela come dramma
dell’esclusione dalla Storia e dal sacrificio collettivo dei corpi, così in
carattere con la teleologia e l’estetica del giovane personaggio. L’errore
diagnostico, si fa allora cuneo ontologico: nel momento stesso in cui il
verdetto clinico lo restituisce alla mera immanenza biologica, lo priva
dell’unica eversione metafisica che avrebbe potuto redimerlo, ovvero la fusione
panica con l’epos nazionale attraverso la carne martirizzata. La bronchite,
scambiata per tisi fulminante, diviene il paradosso di una salvezza vissuta come
mutilazione psichica e colpa insostenibile ancorché accettata e assecondata.
Fuggendo dalla caserma, nel celebre brivido della corsa tra i campi, Kochan non
corre verso la libertà, ma sperimenta la scissione schizofrenica tra il sollievo
animale della carne fatta salva e il lutto pervasivo di un’anima che ha mancato
il proprio appuntamento con l’assoluto. Mishima distilla qui una prosa di
limpidezza ferale, specchio di una dissociazione permanente: privato del sangue
dei coetanei, l’io si scopre spettro, un simulacro immune al macello del mondo
ma condannato all’inesistenza. È l’istante in cui l’artificio cessa di essere
una strategia di occultamento della propria diversità per farsi epidermide
definitiva: la maschera sanziona l’ergastolo di una finzione perpetua, in cui
vivere non è più esistere, ma la fenomenologia di un Io sequestrato alla natura
cui sarebbe incline e condannato a un’esistenza spogliata per sempre di ogni
salvezza di verità.

Nel finale sospeso, denso e raggelante del romanzo, questa parabola esistenziale
giunge al suo definitivo compimento formale.

Nel fissare i muscoli contratti di un giovane delinquente a torso nudo,
investiti da una luce spietata, Kochan è completamente rapito e non bada alle
chiacchiere della leziosa Sonoko: realizza con assoluta e puntuale chiarezza
l’impossibilità di una redenzione, di una guarigione clinica o di una
normalizzazione della sua esistenza. Così recita il testo, con forza
voyeuristica:

> “Avrà avuto ventuno e ventidue anni, e i lineamenti del viso erano rozzi ma
> regolari, la carnagione bruna. Si era tolto la camicia restando seminudo e
> andava arrotolandosi una fascia intorno alla vita… Il suo torace nudo palesava
> i muscoli turgidi, pienamente sviluppati e tesi; uno spacco profondo solcava
> quei muscoli massicci fino all’addome… A questa vista, e soprattutto alla
> vista della peonia tatuata sul duro torace del giovane, mi sentii attanagliare
> dal desiderio… Uno strano brivido mi saettò in fondo al cuore… Avevo
> dimenticato l’esistenza di Sonoko. A nulla pensavo fuorché a queste cose: a
> lui che usciva nelle strade della torrida estate così seminudo com’era, e si
> cacciava in una zuffa con una banda rivale. A un pugnale acuminato che
> squarciava quella fascia, trafiggeva quel torso. A quella sudicia fascia
> mirabilmente tinta di vermiglio. Al suo cadavere lordo di sangue rappreso che
> veniva deposto su una barella improvvisata… In quell’attimo qualcosa dentro di
> me fu strappato in due parti con violenza brutale. Pareva che un fulmine fosse
> caduto spaccando un albero vivo. Udii crollare pietosamente al suolo
> l’edificio ch’ero andato costruendo finora con tutte le mie forze, pezzo per
> pezzo. Mi sembrò di aver assistito all’istante in cui la mia esistenza era
> stata trasformata in qualche specie di orrendo non-essere. Chiusi gli occhi e
> dopo un momento ricuperai il dominio del mio gelido senso del dovere.”

Il mondo esterno scorre “vigoroso”, pulsante e vitale, ma lui ne rimane
irrimediabilmente escluso, confinato al ruolo di eterno spettatore della propria
stessa vita. La pulsione vitale che scorge negli altri non è qualcosa in cui
potersi rispecchiare, ma un limine invalicabile che ne certifica l’esilio
emotivo.

La sua intera esistenza futura si palesa così come una perenne veglia funebre
del desiderio, un teatro d’ombre dove la maschera ha riportato la sua vittoria
totale e schiacciante. L’artificio non si limita più a nascondere la verità agli
occhi della società attraverso una faticosa messinscena eterosessuale, ma compie
un salto ontologico: la finzione è divenuta essa stessa l’unica pelle possibile,
l’unica corazza con cui tollerare il peso di uno sguardo troppo lucido, troppo
affilato e precoce sul proprio incolmabile vuoto interiore. La maschera, in
questo senso, cessa di essere uno strumento di difesa per trasformarsi in
destino: l’unico spazio formale in cui l’io può sopravvivere alla propria
radicale estraneità rispetto al mondo. La maschera smette di essere un
espediente estrinseco, eterodiretto, e diviene carattere intrinseco, fatale,
elemento ostensivo della sua compromessa identità. 

Massimo Triolo

L'articolo “Uno strano brivido mi saettò in fondo al cuore”. Intorno a
“Confessioni di una maschera” proviene da Pangea.]]></description>
            <link>https://www.pangea.news/mishima-confessioni-di-una-maschera-triolo/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 13 Jul 2026 04:09:36 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[IT-Supporttekniker med känsla för service och teknik]]></title>
            <description><![CDATA[Vi söker IT-supporttekniker med stort engagemang och känsla för service som vill
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   samt erfarenhet av Teams och Zoom.
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   arbetet är meriterande. Exempelvis M365 Copilot, ChatGTP eller Claude.
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periodvis finns mycket att göra. Vi lägger stor vikt vid personlig lämplighet.


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            <dc:creator><![CDATA[Linköping news]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 12 Jul 2026 22:15:01 GMT</pubDate>
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        </item>
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            <title><![CDATA[come valutare le tecnologie?]]></title>
            <description><![CDATA[Le tecnologie non sono neutre, lo sappiamo. Non sono uguali, sono tutte diverse.
Non dipende (solo) da come le usiamo: hanno anche delle caratteristiche
specifiche. Impariamo a valutarle in base alle loro caratteristiche.

Come distinguere le tante profferte tecnologiche che ci arrivano ogni giorno?
Meglio questo sistema di messaggistica o quest'altro? Questo modello IA o
quest'altro? Questa azienda o quest'altra? Cosa dicono gli esperti? Ci sono
alternative?

Ci serve un metodo di "audit", non solo tecnico, ma etico. Quali sistemi sono
appropriati per noi?

Abbiamo messo a punto un sistema per valutare le tecnologie, in particolare
quelle digitali. "Buona" e "cattiva", "giusta" o "sbagliata", "bella" o "brutta"
sono davvero troppo poco, oltre a essere giudizi spesso dovuti alle nostre
personali idiosincrasie. Ci sono tanti aspetti da valutare, ogni situazione è
diversa. Abbiamo ripreso l'allegoria del cibo e l'abbiamo traslata nelle
tecnologie digitali. Quali sono i "nutrienti" delle tecnologie? In che modo ci
rendono persone migliori? Più forti? Più autonome? Più collaborative? Meno
egoiste? Abbiamo individuato otto assi di valutazione, cinque positivi e tre
negativi:

 * Apertura
 * Prossimità
 * Sostenibilità
 * Fiducia
 * Privacy
 * No tossicità
 * No lock-in
 * No proprietà

In un sistema digitale ci piace che sia aperto, prossimo a noi, sostenibile,
fidato, riservato (privacy); che non sia tossico, che non presenti chiusure di
tipo lock-in e che sia un bene collettivo.

Questo è l'ideale. In pratica, ognuno di questi assi si interseca con gli altri,
in maniera varia. Ogni asse è graduato, da un massimo di cento (apertura totale)
a un minimo di zero (apertura nulla). Le valutazione sono anche in base a
sensazioni e percezioni qualitative personali, collettive, arbitrarie: perciò un
ipotetico punteggio realizzato da un sistema potrebbe non solo variare nel
tempo, ma anche in base a chi la realizza.

Ci sono altri assi da valutare? Ad esempio, quanto un sistema è giocoso? Quanto
è "semplice"? (ma cosa vuol dire, semplice?)

Abbiamo sperimentato in diverse occasioni questo metodo per valutare tecnologie.
Unendo i punti sugli assi si ottiene un'area: più l'area è ampia, più la
tecnologia valutata ci piace.

Grazie alla visualizzazione cosiddetta "radar", si possono comparare le aree di
diverse tecnologie contemporaneamente. Nell'esempio sotto: Nextcloud e GDrive.
Valutazione di C.I.R.C.E., 31 maggio 2026.

Per riprodurre l'attività serve:

 * un cartellone/foglio con penne/pennarelli

Chi volesse farlo digitale, può ricorrere a mermaid, un codice molto semplice.
Esistono anche editor online. Noi abbiamo importato il codice dentro Drawio su
Nextcloud per poterci giocare ulteriormente.

Suggerimenti per migliorare questo audit etico-tecnico? Scriveteci info PRESSO
circex PUNTO org]]></description>
            <link>http://circex.org/it/news/come-valutare-le-tecnologie</link>
            <guid isPermaLink="true">http://circex.org/it/news/come-valutare-le-tecnologie</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Notizie da C.I.R.C.E.]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 12 Jul 2026 11:22:00 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Malgrado]]></title>
            <description><![CDATA[Dal Vangelo secondo Matteo

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui
tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla
stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a
seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli
e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta
terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il
sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i
rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede
frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con
parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del
regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà
nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per
questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non
ascoltano e non comprendono.

Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: 

“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, 
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.
In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò
che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo
ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la
parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato
seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è
stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie
subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge
una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene
meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la
preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed
essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la
Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il
trenta per uno». (Mt 13,1-23)

*

Parabola trappola

> “Teoria delle parabole. Chi ha trovato in Dio il senso della sua vita, vivrà
> della sovrabbondanza di tale senso; chi rifiuta di trovarlo resterà vuoto”. 

La parabola è una trappola, diceva un mio insegnante di esegesi in seminario.
Parla apparentemente d’altro per costringerti a dare giudizi come se il
protagonista fosse uno sconosciuto. Per poi accorgerti che lo sconosciuto sei tu
che ascolti. Così si finisce per giudicare se stessi. O per accogliersi con
misericordia. Dipende dallo sguardo che abbiamo. 

Trovare il senso della propria vita non è dunque la capacità di costruire una
piramide di valori a cui restare fedeli ma una disciplina dello sguardo. Occhi
capaci di giudicare il mondo con lo stesso metro del Cristo. Una misericordia a
caro prezzo, il dono della propria vita. Senza questa consegna di noi rimane
solo un moralismo sterile. 

Forse le parabole sono tagliole che scattano a decapitare la nostra fede
immatura, a ghigliottinare senza pietà la nostra illusione di perfezione. Forse
agli occhi di Dio tutta la vita, tutto ciò che chiamiamo realtà, non è altro che
una immensa, infinita parabola. 

Nascere quindi non è immediatamente un dono ma un essere presi al laccio. Un
dover decidere di sé. 

Il giorno che i miei occhi impareranno a guardare a immagine e somiglianza di
Dio il mio cuore finalmente fuggirà dal laccio del cacciatore. E comprenderò
Dio, il tenerissimo e potente liberatore. E dirò dono il miracolo d’essere stato
messo al mondo.



“Egli ti libererà dal laccio del cacciatore”, Salmo 91. Io spesso sono
cacciatore di me stesso. La mia miseria continua a mettermi in trappola. Delle
mie paure, del mio peccato, della mia mancanza di fiducia in Dio, nella mia
testarda fede nel male che mi abita, del mio dubbio sul Misericordioso. O anche
solo del fatto di essere amabile. E salvato. Interpretare il mondo come fosse
una parabola è accedere all’esperienza di una libertà che non viene da me. Solo
Dio libera. Io posso solo accettare di essere preso in trappola dalla sua
spropositata misericordia.

Raccontami parabole mio Dio, falle scattare, predami, prendimi, stringimi al
laccio. Fammi consapevole del mio bisogno di te. Solo allora tutto si illuminerà
e ogni cosa, qualsiasi evento, anche il più apparentemente inutile non sarà
altro che la possibilità di liberazione. 

La vita non è altro che una grande, immensa parabola: sapere che solo il Vivente
libera, tramuta il reale in una sovrabbondanza di Grazia.

 * 

Parabola malgrado

>  “Il Regno dei cieli si afferma malgrado ogni resistenza e il frutto da
> aspettare, malgrado tutto, è grande. ‘Malgrado’ denota la situazione di
> ambivalenza, di opposizione, di divisioni in cui il Regno dei cieli si
> sviluppa”.

Accedere al mondo con lo stile del Vangelo è atto di grande fede: il mondo è già
stato salvato. Troppo facile cedere al pessimismo, vedere il demonio in ogni
dove. Troppo facile mettersi dalla parte dei salvatori della fede o anche, al
contrario, descriversi sempre come dei peccatori senza nessuna possibilità.
Stesso risultato ottenuto schierandosi su fronti opposti. Vivere la vita nella
logica delle parabole è abitare il “malgrado”. E credere che Lui lo trasfiguri. 

“Malgrado” è sguardo lucido sugli eventi, sulle persone, sulla Chiesa, sulla
società, su noi stessi. Siamo malo grado. Ma questa gradazione di male variabile
non impedisce al grano buono di maturare.

Sono stanco degli esperti della fede, delle parole e delle spiegazioni. Ognuno
di noi, sono sicuro, deve la vita a una persona che nella scala delle ombre che
ci abitano ha saputo vedere il grano buono che nemmeno noi sapevamo di
essere. Quegli occhi erano l’incarnazione di Cristo. Stare con cuore parabolico
nella realtà è pregare per vincere la tentazione di credere che il male in tutte
le sue forme riesca a impedire al seme di esplodere in frutto. Più ancora, lo
sguardo istruito dalla parabola rende il seme capace di germogliare. Nel Vangelo
non esiste lo sguardo asettico, oggettivo. Il nostro modo di guardare, la nostra
fede, permette al mondo di germogliare. La parabola ci rende complici di Dio. A
noi di accettare il rischio.

 * 

Parabola è accettare l’ombra

> “Il Regno dei cieli è realtà contrastata, conculcata, ambivalente nei
> risultati e chi aspetta uno sviluppo regolare, omogeneo, rettilineo,
> trionfale, si sbaglia. Questa era la grande attesa, ed è ancora la nostra:
> perché il Regno non trionfa? Semplicemente perché la Parola, la predicazione,
> la missione, la vita secondo il discorso della montagna, non è necessariamente
> efficace. Le parabole stigmatizzano la falsa aspettativa del Regno, la falsa
> manifestazione della potenza di Dio. Dio non distrugge il male; il Regno, nel
> suo farsi, è ancora all’ombra del male. L’uomo vorrebbe solo il bene,
> considera il male come fattore disturbante. Eppure il Regno di Dio è
> accettazione di quell’ombra misteriosa che è il peccato, la resistenza, la
> fuga dalla Parola, l’indifferenza, la negligenza, la pigrizia; anzi vi entra
> dentro, e dobbiamo sempre disilluderci dal pensare che l’avvento del Signore
> spazzi via il male e immediatamente crei l’era della giustizia”.

Ci si oppone alla logica delle parabole perché sostare nel “malgrado” richiede
fede, tantissima fede. E pazienza. E resistenza. Non ne abbiamo. Vorremmo tutto
chiaro, efficace, vincente. Vorremmo una Parola efficace. Ma cosa è l’efficacia
secondo la logica della parabola? Per noi efficace è ciò che cambia il mondo
rendendolo conforme a una certa idea di perfezione e di bontà. Una parola
efficace agisce sul reale per correggerlo. Per Cristo la parabola è efficace
quando trasforma il nostro metro di giudizio, quando lo divinizza. Quando
diventiamo noi, accettando il martirio, testimoni dello sguardo liberante di Dio
sul mondo. 

Parabola non è il bene che si impone sul male ma Cristo che, morendo sulla
croce, perdona. Donando se stesso al mondo che lo sta rifiutando. Ama, malgrado.
Si consegna senza apparente efficacia. Vede il frutto maturo nelle macerie di un
fallimento apparentemente totale (consegna la madre al discepolo facendo
sbocciare un frutto buono di cura nel cuore del Calvario). 

Parabola è il grano sbocciato su un mare di sangue.

 * 

La parabola svela il male

> “Le parabole, in quanto ci fanno penetrare nel mistero del male, sono davvero
> difficili da comprendere”. 

Quando saremo nella pienezza dell’Eterno non avremo più bisogno di parabole,
tutto sarà luminoso. La parabola ha senso solo perché svela l’esistenza del
male. Un male che esiste non solo fuori ma anche dentro di noi. Un male che
esiste nonostante Cristo sia morto e risorto. Un male che persisterà e non sarà
salvato da chi si sente indenne. 

Mettersi ai margini della vita e autoproclamarsi difensori della tradizione, del
bene, della verità non è stile evangelico. Scegliere, al contrario, di
minimizzare il male scadendo nel relativismo più assoluto non è stile
evangelico. Riconoscere il male e dare la vita sapendo che il martirio non sarà
efficace secondo le logiche del mondo, solo questo è evangelico. Solo questo ci
permette di penetrare nel mistero del male senza diventare Male. 

*

La parabola dice che non siamo pronti

> “Nessuno di noi è realmente pronto ad accogliere l’aspetto umile del Regno,
> nessuno di noi è disposto ad accettare la debolezza di Gesù di fronte al male,
> il suo apparente soccombere. Non siamo pronti, non siamo disposti,
> intravedendo nella sconfitta del Signore la nostra. Ma è la verità di Dio che
> si manifesta così; che un Dio debole e sconfitto sia il Dio del Regno è il
> mistero della morte e risurrezione di Gesù, che sarà comunque negato anche da
> chi, a parole, si dichiara ‘cristiano’. Persino la nostra morte ci apparirà
> come il supremo fallimento di Dio per noi (…) In quel momento dovremo
> ricordare il mistero delle parabole, che preannuncia quello della debolezza,
> della morte di Gesù e, insieme, prelude alla sua risurrezione e alla sua
> vittoria”.

Accettare la logica delle parabole è far nostra la logica della debolezza. Una
minorità incompresa dal mondo, incompresa da noi stessi. Uno scandalo. Non
esiste fede cristiana senza questo aspetto scandaloso. Nascere e vivere, dare la
vita intera, sentendo di essere inefficaci. È terribile. È indispensabile
passare da lì.

Poi ci si costruisce attorno tutta la retorica del mondo, ma la verità è che
credere è arrivare alla fine della nostra vita come ci è arrivato Gesù, nella
piena e totale inefficacia del suo divino mandato. Credendo, in cuor nostro, di
aver sbagliato tutto. È il tempo francescano delle stimmate a La Verna.

Dei santi celebriamo sempre una vittoria postuma. Andiamo a valorizzare i loro
miracoli. In verità è la loro sconfitta agli occhi del mondo, il loro soccombere
benedicendo, a essere sintomo di santità. E’ la loro carne martoriata ma
visitata dal tenerissimo bacio di Dio, è la beatitudine che tutto questo regala
a renderli desiderale esempio d’imitazione.

Non basta perdere, non basta essere ultimi, non basta essere scartati. La
parabola parla di frutto. Occorre essere benedicenti. Morendo nel dramma. Di
aver sprecato la vita. Nel dubbio di aver scelto la debolezza come ripiego solo
perché non eravamo all’altezza del successo. Nel dubbio di aver trasformato il
fallimento nel nostro successo. A rendere una vita sconfitta una parabola può
essere solo il Signore che, incarnandosi in noi, ci trasforma in ostensori
paradossali del Dio che si manifesta solo così: nell’inefficacia. 

La sconfitta deve però essere bruciante. Gli ultimi posti devono essere
veramente ultimi. Il dubbio di aver sbagliato a interpretare la vita deve
condurci a un passo dalla disperazione. La trappola diabolica della retorica è
micidiale. Ognuno può rispondere di questo solo per sé. Davanti a Dio. E deve
farlo con esercizio di discernimento spietato. Giocare con le parabole, giocare
con le parole, travestirsi da sconfitto per interesse, camuffarsi da giullare
del fallimento reputo sia peccato contro lo Spirito Santo. Perché offende i
piccoli ed è atto blasfemo.

Solo la morte sancirà la verità di quel che siamo, di quel che cerchiamo di
essere. In quel momento e solo in quel momento di totale sconfitta scopriremo
chi siamo davvero. Figli minori scandalosamente amati e accolti in Lui. Malgrado
noi.

> “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di
> Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha
> conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo
> non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà
> manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
> 
> (1 Giovanni 3, 1-3)

Alessandro Deho’

*Tutte le citazioni sono tratte da: Carlo Maria Martini, “I Vangeli esercizi
spirituali per la vita cristiana”, Bompiani, 2016; in copertina e nel testo:
disegni e schizzi di Salvator Rosa (1615-1673)

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.

L'articolo Malgrado proviene da Pangea.]]></description>
            <link>https://www.pangea.news/malgrado-vangelo-alessandro-deho/</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.pangea.news/malgrado-vangelo-alessandro-deho/</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 12 Jul 2026 04:11:42 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Bencivenga RI-OCCUPATO!]]></title>
            <description><![CDATA[aggiornamento appuntamenti domenica
,
secondo aggiornamento
,
primo aggiornamento

Aggiornamento dell'ultima ora: lo spazio anarchico romano del Bencivenga (via
Bencivenga numero 15) è stato rioccupato questo sabato notte, dopo lo sgombero
confuso con gli arresti del 16 giugno.

Compas dentro con casse e musica, compas fuori in solidarietà contro le volanti
che passano...

L'invito è ad accorrere in gran numero a partire da subito! portare cibo e
soprattutto acqua <3

Appuntamenti per la giornata di domenica 12 luglio:

ore 6 - colazione resistente

ore 13:12 - pranzo bellavita

ore 18:30 - presentazione del libro "Next Stop Modena 2020: viaggio tra le
carceri" (originariamente prevista a Torpignattara)]]></description>
            <link>http://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/07/bencivenga-ri-occupato-0</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Redazionali Ondarossa]]></dc:creator>
            <pubDate>Sat, 11 Jul 2026 22:30:00 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Bencivenga RI-occupato!]]></title>
            <description><![CDATA[secondo aggiornamento lalala
Durata 1m 45s
,
primo aggiornamento

Aggiornamento dell'ultima ora: lo spazio anarchico romano del Bencivenga (via
Bencivenga numero 15) è appena stato rioccupato.

Compas dentro con casse e musica, compas fuori in solidarietà.
Sono già presenti almeno 5 volanti fuori.

L'invito è ad accorrere in gran numero!

Portare acqua e cibo, passare la nottata insieme e colazione resistente
domattina presto domenica 12 luglio.]]></description>
            <link>http://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/07/bencivenga-ri-occupato</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Redazionali Ondarossa]]></dc:creator>
            <pubDate>Sat, 11 Jul 2026 21:45:00 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Bencivenga rioccupato!]]></title>
            <description><![CDATA[primo aggiornamento sulla rioccupazione

Aggiornamento dell'ultima ora: lo spazio anarchico romano del Bencivenga (via
Bencivenga numero 15) è appena stato rioccupato.

Compas dentro con casse e musica, compas fuori in solidarietà.
Sono già presenti almeno 5 volanti fuori.

L'invito è ad accorrere in gran numero!]]></description>
            <link>http://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/07/bencivenga-rioccupato</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Redazionali Ondarossa]]></dc:creator>
            <pubDate>Sat, 11 Jul 2026 20:30:00 GMT</pubDate>
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