<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0">
    <channel>
        <title><![CDATA[SINCERE building stories]]></title>
        <description><![CDATA[<br/>
<br/>
<h2>The nethood's network showcasing the blob platform</h2>
<br/>
The SINCERE platform is a collection of web sites from the SINCERE ecosystem organized in different feeds, what we call blobs, based on their tags at the source web site.
<br/><br/>
The collection can be curated through a friendly web interface, called <a href="https://blob.news">blob</a>. The source code is available at <a href="">codeberg</a> and you can raise issues <a href="https://codeberg.org/lesion/blob/issues">here</a>. 
<br/><br/>
The development of blob has been partially supported by the Culture Europe framework.
<br/><br/>
To add your web site as a source on the SINCERE platform contact <b>contact@sincere-project.eu</b>]]></description>
        <link>https://blob.nethood.org/</link>
        <image>
            <url>https://blob.nethood.org//media/logo</url>
            <title>SINCERE building stories</title>
            <link>https://blob.nethood.org/</link>
        </image>
        <generator>Blob 1.0</generator>
        <lastBuildDate>Fri, 28 Aug 2026 05:02:10 GMT</lastBuildDate>
        <atom:link href="https://blob.nethood.org//feed" rel="self" type="application/rss+xml"/>
        <item>
            <title><![CDATA[Tra angelo e centauro: le poesie giovanili di Mervyn Peake]]></title>
            <description><![CDATA[Dello scrittore e illustratore Mervyn Peake (1911-1968), piuttosto che il suo
primo libro di poesie Shapes and Sounds (Forme e Suoni) del 1941 (con H.D. e
Huxley come compagni di collana), si ricorda soprattutto la saga incompiuta
di Gormenghast, e il suo protagonista Titus De Lamentis, conte* (earl) di
Gormenghast, con annesso castello. Titus, però, non è che una parte di
quell’organismo che sembra essere fatto di cancrene, «silenzioso come un mostro
impalato», o intorpidito da una notte perenne.  Tuttavia, il gotico di Pyke non
è né austero né sepolcrale: Gormenghast è un crogiolo germinante di forme di
vita ributtanti e coloratissime, dove «l’atmosfera è diventata una sensazione
fisica» – non sempre piacevole. Sporgersi dai suoi balconi traballanti, come dal
ponte di una nave pirata, fa girare la testa, e nelle sue cucine soffocano i
Lustrapietre Grigi, divenuti, di generazione in generazione, più simili a rocce
che uomini. 



Non è difficile riconoscere in quest’edificio deforme elementi che richiamano la
Londra vista dagli occhi dell’autore, e neppure ritrovare nei suoi primi
componimenti poetici, più trascurati rispetto alla saga di romanzi, quella
stessa ossessione edilizia. Andando infatti a leggere la sua prima raccolta di
poesie, ci si imbatte subito in una architettura sconcertante. Infatti, nella
poesia di apertura, intitolata London (1941), Londra, dopo essere stata ridotta
a macerie dal bombardamento intensivo nazi-fascista fra il 1940 e il 1941, viene
trasfigurata in una gigantesca allegoria, una donna «half masonry, half pain»,
metà muratura e metà dolore; la città resa un enorme edificio antropomorfo. Che
questa visione vada presa alla lettera ce lo conferma un’illustrazione di Peake
che compare nella seconda edizione della raccolta, postuma, nel 1974, dove
possiamo vederla rappresentata compiutamente:

Copertina di Shapes and Sounds, 1974

Ma anche la copertina originale andava nella direzione dell’architettura
fantastica, con un gioco prospettico, tra muri che non sostengono nessun tetto,
in primo piano per le “Forme”, un occhio; per i “Suoni”, un orecchio, mescolati
insieme.

Copertina di Shapes and Sounds, 1941

Anche le due poesie che danno il titolo al libro, The shapes e The sounds, sono
costruite intorno a due immagini architettoniche. Peake sembra ossessionato dai
mattoni: in The shapes, distrutte le forme dal bombardamento, i mattoni
ritornano a dominare la scena, the shapes departing and the brick returning, con
il mattone che è contemporaneamente materiale di costruzione e lascito della
rovina; in The sounds, cinque strade di mattoni convergono e formano the very
focal point of silence, il disco vuoto della morte. In queste poesie, si può già
intravedere la pianta labirintica, o quantomeno un primo abbozzo di quella
lingua aggrovigliata e fantastica che diventerà distintiva dell’autore. Infatti,
alle cinque strade di mattoni è complementare, nella stessa poesia, un’enorme
cattedrale vuota, attorno a cui una serie di personaggi (sempre allegorici: la
donna, il vecchio, il gobbo) compiono i loro gesti enigmatici. Infine, They move
with me, my war-ghosts, un angelo e un centauro si contendono il suo spazio
interiore, raffigurato come una casa troppo piccola per contenere entrambi i
«fantasmi di guerra».

Resta solo da chiedersi cosa ci sia dietro questa fissazione per le architetture
allegoriche in Shapes and Sounds, e che sicuramente non è possibile limitare a
questa sola raccolta; oltre a Gormenghast, che abbiamo ricordato inizialmente,
basta dare un’occhiata al primo libro di cui Peake è autore, il Capitan
Scannatutti, del 1939. Anche se rivolto all’infanzia, bisogna cogliere certi
dettagli nelle sue illustrazioni, come la tigre decorativa di metallo
dall’aspetto cinese, con quelle zanne che le spuntano ai lati della bocca (del
resto, Peake era cresciuto in Cina), o gli improbabili Telamoni che sul ponte
della nave decorano un arco di legno e gli alberi con le vele, anche loro
rivelatori di un’attenzione al dato ornamentale in ambito edilizio.

Illustrazione per Shapes and Sounds, inutilizzata

Ragionando sulle rappresentazioni dei giardini in letteratura, Dmitrij Sergeevič
Lichačëv in La poesia dei giardini (1982: Italia 1996) osservava che la
differenza principale fra il compito del giardiniere e quello dell’architetto
sta nel fatto che il primo nel suo operato fa i conti con l’impossibilità della
simmetria: l’elemento vegetale in ultima istanza sfugge a questa organizzazione,
dal momento che cresce in autonomia, mentre la pietra offre più possibilità in
questa direzione. È quindi significativo che Peake porti gli edifici al punto di
rottura, mettendo in scena le architetture di un ordine che viene meno. mentre
intorno a lui gli edifici vanno a pezzi; soprattutto per il fatto che anche le
sue costruzioni più solide, come la cattedrale e le cinque strade di mattoni
in The sounds,stanno in margine all’abisso. Quanto può avvicinarsi
l’architettura allo strapiombo della morte prima di iniziare a sanguinare? In
questo senso, il castello di Gormenghast è uno sviluppo estremo del problema:
non sta sull’orlo della distruzione, ma piazza invece le proprie fondamenta nel
suo centro.

Mikel Marini e Rebecca Garbin

*

LONDON, 1941

Half masonry, half pain; her head
From which the plaster breaks away
Like flesh from the rough bone, is turned
Upon a neck of stones; her eyes
Are lid-less windows of smashed glass,
Each star-shaped pupil
Giving upon a vault so vast
How can the head contain it?

The raw smoke
Is inter-wreathing through the jaggedness
Of her sly-broken panes, and mirror’d
Fires dance like madmen on the splinters.

All else is stillness save the dancing splinters
And the slow inter-wreathing of the smoke.

Her breasts are crumbling brick where the black ivy
Had clung like a fantastic child for succour
And now hangs draggled with long peels of paper,
Fire-crisp, fire-faded awnings of limp paper
Repeating still their ghosted leaf and lily.

Grass for her cold skin’s hair, the grass of cities
Wilted and swaying on her plaster brow
From winds that stream along the street of cities:

Across a world of sudden fear and firelight
She towers erect, the great stones at her throat,
Her rusted ribs like railings round her heart;
A figure of dry wounds – of winter wounds – 
O mother of wounds; half masonry, half pain.

*


LONDRA, 1941

Metà muratura, metà dolore: la sua testa,
Da cui l’intonaco si stacca via
Come carne dall’osso scabro, è girata
Su un collo di pietre; i suoi occhi
Sono finestre senza infissi col vetro spaccato,
Ogni pupilla stelliforme
Che dà su una volta così vasta
Che come può la testa contenerla?

Il fumo grezzo
Si sta attorcigliando sugli spuntoni
Delle finestre rotte come il cielo, e rispecchiati
Fuochi ballano come squilibrati sulle schegge.

Tutto il resto è fissità salvo le schegge che ballano
E il lento attorcigliarsi del fumo.

I suoi seni sono mattone che si sgretola, a cui l’edera nera
Si era appesa come un bambino fantastico per soccorso
E ora pende alla rinfusa con lunghe strisce di carta da parati,
Tendoni bruciacchiati dal fuoco, sbiaditi dal fuoco, di carta floscia,
Che ripetono fissi la loro foglia e il loro giglio fantasmizzati.

Erba per il pelo della sua pelle fredda, l’erba di città
Avvizzita e ondeggiante sul suo ciglio di intonaco,
Per i venti che scorrono lungo le strade di città:

In un mondo di paura improvvisa e luci di fuochi
Lei torreggia eretta, le grandi pietre alla sua gola,
Le sue costole arrugginite come ringhiere attorno al cuore;
Una figura di ferite asciutte – di ferite d’inverno – 
O madre di ferite: metà muratura e metà dolore.

**

THE SHAPES (LONDON)

What are these shapes that stare where once strong houses
Rose with their sounding halls and rooms of breath?
No, not their skeletons for those have fallen
Dragging to earth
The coloured muscles from a thousand walls,
And all the slow
Articulate organs that are now
The rubble that a cold well of the night
Erects his height
Of re-assembled emptiness upon.

What are these shapes that rise so chill and flat?
These shapes with pieces torn out of their sides?
Jagged from sky to pavement, laying bare
The secrets of a sliced blue nursery
Where painted jungles flake; or some grey room
Of dismal history that only now
Holds traffic with the day. Behind each other
Rank behind rank their wounded faces stare
In silent profile though their skulls have gone.
Like squares of vast and rotten cardboard ripped
Into these contours stiller than the brain
Of him who tore them ever could conceive,
They stare and stare.

They are walls of skin, the skin of brick,
The brick that warded off the sun and moon:
Yet still the ceaseless elements attack them
Though what they guarded from the wind is gone.
The winds can circle now where blood ran warm,
And where the heart once stood the cold mist hovers,
Or gusts that whirl about each vacant womb
In whistling spirals, carry through the darkness
In fitful flight, torn papers that, bespattered,
Flutter their hollow wings. 

What of this skin that only yesterday
Enveloped some far architect’s bright boxes?
The coloured boxes that beyond black blinds,
Suffused with their especial emanations,
Were each a ranging world in microcosm,
The tinted projects and the memories,
The tear of sweetness and the blood of anger.

What of this skin that once enclosed all this?
Oh will it fall to darkness, to cold darkness
For it is ichabod and Life had fallen
Down into darkness through its quickened crate,
And it will fall to darkness, to cold darkness,
Where nothing stirs among the dynasties.
The rubble that is rotting in the rain
Exhales the death of Warsaw and Pompei,
Guernica, Troy and Coventry – all cities,
And every breathing building that died burning.

The shapes departing and the brick returning.

*

LE FORME (LONDRA)

Cosa sono queste forme che scrutano dove prima case robuste
Si alzavano con le loro sale sonanti e stanze di di respiro?
No, non i loro scheletri perché quelli sono caduti
Tirando a terra
I muscoli variopinti da un migliaio di mura,
E tutti i lenti
Articolati organi che sono adesso
Le macerie su cui il freddo pozzo della notte
Erige la sua altezza
Di vuoto nuovamente riassemblato.

Cosa sono quelle forme che si alzano così gelide e piatte?
Quelle forme con pezzi strappati via dai lati?
A spuntoni dal cielo al pavimento, svelando i segreti
Di una cameretta blu esposta da un taglio
Dove fioccano giungle dipinte: o una qualche stanza grigia
Dalla storia insulsa che solo adesso
Traffica con il giorno. L’una dietro l’altra
Schiera dopo schiera le loro facce ferite scrutano.
Con un profilo muto anche se i loro teschi sono spariti.
Come quadrati di cartone vasto e marcio strappati
In questi contorni più rigidi di quanto il cervello
Di chi li straccia avrebbe mai potuto concepire,
Scrutano e scrutano.

Sono le mura di pelle, la pelle di mattone,
Il mattone che respingeva il sole e la luna:
Ma gli elementi le attaccano ancora senza sosta
Anche se quanto difendevano dal vento è sparito.
I venti adesso possono circolare dove il sangue scorreva caldo,
E dove prima stava il cuore aleggia nebbia fredda,
O raffiche che turbinano su ogni grembo vuoto
A spirali fischianti, portando in mezzo al buio
Con voli disordinati, fogli strappati che, infangati,
Sbattono le loro ali cave.

Cosa ne sarà di questa pelle che appena ieri
Avvolgeva le scatole brillanti di qualche lontano architetto?
Le scatole variopinte che oltre gli scuri neri,
Soffuse con le proprie speciali emanazioni,
Erano ognuna un variegato mondo in microcosmo,
I progetti abbozzati e i ricordi,
La lacrima della dolcezza e il sangue della rabbia.

Cosa ne sarà questa pelle che racchiudeva tutto questo?
Oh, sprofonderà nel buio, nel freddo buio,
Perché è ichabod e la vita era sprofondata
In fondo al buio attraverso l’inferriata raggiante,
E sprofonderà nel buio, nel freddo buio,
Dove nulla si agita presso le dinastie.
Le macerie putrefatte sotto la pioggia
Esalano la morte di Varsavia e Pompei,
Guernica, Troia e Coventry – tutte le città
e ogni edificio spirante che è morto bruciando.

Le forme se ne vanno e il mattone ritorna.

**

THEY MOVE WITH ME, MY WAR GHOSTS

They move with me, my war-ghosts, my rebeller
And my conceder through the lies of hoarding,
Through gardens and dark rooms of various colour
And over fields of fever;
I move them on the asphalt square at evening,
Across the rugs of pleasure and the boarding
Of rat’s feet and the dust’s voluptuous layer,
They beat
The warring rhythms in the war-filled weather.

Too small a home they share:
An angel’s and a centaur’s body greet
Each fiercely on the narrow stair.

Blood beckons to my hand;
I am
Split tree-wise inly from the zestless morning
To when the fatuous moon pursues
The daft
And obsolete ram.

Split tree-wise; but what alchemy enfolds them?
What potion binds them, they, my ill-assorted?
(Irreconcilable, an april angel
Dazing one half of me and that triumphant
Pagan of thoughtless hooves and violent laughter
Filling the other.) What surrounds and holds them?
Nothing but skin.
Only a list of muscles holds them in.

Have I no strong controller of these forces?
My brain is webbed like water with slow weeds,
These days I cannot trust it. Here within me
A civil war makes idiot of my paltry
Skull-circled arbiter.
The gold nostalgia of the summer sunlight
Is mockery.

I walk the streets on imitation legs
Culled from a diagram, my hands
Hang anatomically at my sides
Reaching mid-femur, while I hold above
This double cargo in a ship, half love,
And half, that rides
The self-same sea-groove with wild laugh
Across these fickle, these infested tides.

*

SI MUOVONO CON ME, I MIEI FANTASMI DI GUERRA

Si muovono con me, i miei fantasmi di guerra, quello ribelle
E quello arrendevole attraverso le bugie della recinzione,
Per giardini e stanze buie di vari colori
E lungo campi di febbre;
Li muovo sulla piazza asfaltata il pomeriggio,
Sopra i tappeti del piacere e il saliscendi
Di zampe di topo e lo strato voluttuoso della polvere,
Battono
I loro ritmi da guerra nel clima colmo di guerra.

Si spartiscono una casa troppo piccola:
Il corpo di un angelo e di un centauro si salutano
Fieramente a vicenda sulla scala stretta.

Il sangue attira la mia mano;
Io sono
Spaccato dentro in due come un albero da un mattino insipido
Fino a quando la luna inane insegue
L’ottuso
E obsoleto ariete.

Spaccato in due come un albero; ma quale alchimia li avvolge?
Quale pozione li lega, loro, i miei mal assortiti? 
(Inconciliabili, un angelo di aprile
Che frastorna una mia metà e quel trionfante
Pagano dagli zoccoli avventati e la risata violenta
Che riempie l’altra.) Cos’è che li circonda e li sostiene?
Niente, se non pelle.
Solo una lista di muscoli li sostiene.

Non ho un potente controllore per queste forze?
Il mio cervello è avviluppato come acqua da alghe lente,
Di questi giorni non posso fidarmi di lui. Qui dentro di me
Una guerra civile frastorna il mio misero
Ispettore nel cerchio del cranio.
La nostalgia dorata della luce del sole
È una presa in giro. 

Cammino per strada sull’imitazione di gambe
Presa da un diagramma, le mie mani
Mi pendono anatomicamente sui fianchi
Raggiungendo metà femore, mentre di sopra reggo
Questo carico doppio in una nave, metà amore,
E metà, che solca
Lo stesso identico flusso marino con una risata selvaggia
Attraverso queste mutevoli, queste infestate maree.

*

THE SOUNDS

Across the ancient silence of the ear
Meandered the lost sounds as aimlessly
As those that down the aisles of desolate
And cold cathedrals wander when at midnight

A window lost in a high cliff of darkness
Is tapped by branches or the wings of birds
Brush at its leaded panes; or when a great
And gull-winged bible in a sudden draught
Rustles its sacred pages and the naves

Whisper of how a midnight leaf of Amos
Is lifting in the darkness, or a gust
Rattles the sheets of Jonah; from a vase
On the high altar a dead frond falls swaying
Through a black fathom and the flagstones sigh
For a cold second – yet the summer light
Played on our faces, warmed the impersonal flesh
Of neck and wrist and on the dusty ground
Our short, dark shadows anchored us in sunshine,

Five roads converged and where they met it seemed
It was the very focal point of silence,
Though these five radii were not from worlds
Of hypothetic beauty, nor slid in
To the dead, crystal centre of a theory
Nor, though they met in an unearthly silence
Had they through any earthless logic slid
Like icy shafts or strings of lunar light;
Oh no, they were five roads of broken brick
That bred where they converged death’s empty disc,
For grief can cut a circle as exact,
But deeper than the men of geometry
Could ever score in regions of no blood.

How fragile in the emptiness they seem.
I can recall a group of lonely sounds,
Of little sounds that died as they were born.

Nine persons stand beneath a lifeless building
Singing of Jesus; what nostalgia
That far, lit name evokes as for a moment
Companionless, it wanders through the sunshine.
Oh what can be more lonely as it fades
Through sunshine than the naked name of Jesus?
The empty air decays and hangs; the metal
Heel of a soldier’s boot clinks in the same
Hollow of sterile space, and in the same
Hollow of sterile space an old man coughs;
His white beard prods it as he nods his head,
Prods up and down through space in sweet agreement
At what the woman on the box is saying.

A clock has emptied its steel throat of three
Boulders that roll slow globes of cold through sunshine,
And as they die the voice they had interred
In the doomed notes breaks free again and flows
Like water liberated from thick shadows
That brood beneath a tunnel of three arches.

Behind the group against an iron railing
Leans, like a figure from a Hogarth drawing,
A hunchbacked man, and as he strikes a match
The sound speaks gunfire in the sunny darkness.

High cliffs surrounding the warm void are staring
From lines of dead eye-sockets. There are caves
And gulleys where no summer waters flow
And gleam with fish or seaweeds pink and gold;
The walls are dry and no anemones
Cling to the bricks, and though the sun burns on
There is no radiance. Above
There is no moving cloud to prove the sky
Is not a lifeless ceiling of blue plaster
Dead as the cliffs of brick; dead as the sun;
Dead as the space through which the sounds meander;
Dead as the five converging roads that meet
Together at the focal point of silence.

*

I SUONI

Attraverso il silenzio antico dell’orecchio
I suoni perduti si aggiravano senza meta
Come quelli che lungo le navate di cattedrali
Fredde e desolate vagano quando a mezzanotte

Una finestra persa in un alto strapiombo di buio
Viene picchiettata dai rami, o le ali di uccelli
Strusciano il suo vetro piombato; o quando una Bibbia
Immensa dalle ali di gabbiano a uno spiffero improvviso
Fa frusciare le sue pagine sacre e le navate
Bisbigliano per come un foglio di Amos
Si solleva nel buio, o una raffica
Fa stormire il libro di Giona; da un vaso
Sull’altare maggiore un ramoscello morto casco ondeggiando
Attraverso due metri di buio e il lastricato geme
Per un freddo secondo – ma la luce estiva
Aveva giocato sui nostri volti, riscaldato la carne impersonale
Di collo e polso e sul terreno impolverato
Le nostre ombre brevi, buie, ci avevano ancorato alla luce del sole,

Cinque strade convergevano e dove si incontravano sembrava
Che fosse il punto focale stesso del silenzio,
Benché questi cinque radii non venissero da mondi
Di ipotetica bellezza, né scivolassero
Fino al centro morto, cristallino di una teoria
Né, benché si incontrassero in un silenzio ultraterreno,
Erano scivolati attraverso qualche logica non terrena
Come aste ghiacciate o corde di luce lunare;
Oh no, erano cinque strade di mattone rotto
Che dove convergevano nasceva il disco vuoto della morte,
Perché il dolore sa ritagliare un cerchio esatto,
Ma più profondo di quanto gli uomini della geometria
Potrebbero mai incidere in regioni senza sangue.

Come sembrano fragili nel vuoto.
Posso ricordare un gruppo di suoni solitari,
Di suoni piccoli che morirono mentre nascevano.

Nove persone stanno sotto un edificio senza vita
Cantando di Gesù; quanta nostalgia
Evoca quel nome lontano e luminoso mentre per un attimo,
Senza compagnia, vaga attraverso la luce del sole.
Oh cosa ci può essere di più solo mentre svanisce
Attraverso la luce del sole che il nome nudo di Gesù?
L’aria vuota decade e pende; il tacco
Metallico dello stivale di un soldato tintinna nello stesso
Vuoto di spazio sterile, e nello stesso
Vuoto di spazio sterile un vecchio tossisce;
La sua barba bianca lo stuzzica mentre annuisce,
Lo stuzzica su e giù attraverso lo spazio in dolce approvazione
Per quello che la donna nella scatola sta dicendo.

Un orologio ha svuotato la sua gola di ferro di tre
Macigni che rotolano come lenti globi di freddo attraverso la luce del sole,
E mentre muoiono la voce che avevano interrato
Nelle note dannate si sprigiona di nuovo e scorre
Come acqua liberata da ombre spesse
Che si annidano sotto un tunnel di tre archi.

Dietro il gruppo contro una ringhiera di ferro
Si appoggia, come una figura da un disegno di Hogarth,
Un gobbo, e non appena accende un fiammifero
Il suono evoca spari nel buio soleggiato.

Alti strapiombi che circondano il vuoto tiepido stanno scrutando
Da file di orbite morte. Ci sono grotte
E canali dove non scorrono acque estive
Né luccicano di pesci o alghe rosa e oro;
Le mura sono asciutte e nessun anemone
Si aggrappa ai mattoni, e benché il sole bruci ancora
Non c’è splendore. Sopra
Non c’è una nuvola in moto che dimostri che il cielo
Non è un soffitto senza vita di intonaco blu
Morto come gli strapiombi di mattone; morto come il sole;
Morto come lo spazio attraverso cui i suoni si aggirano;
Morto come le cinque strade convergenti che si incontrano
Insieme nel punto focale del silenzio.

Traduzione di Mikel Marini e Rebecca Garbin

*In copertina: Mervyn Peake legge, assiso su un albero

L'articolo Tra angelo e centauro: le poesie giovanili di Mervyn Peake proviene
da Pangea.]]></description>
            <link>https://www.pangea.news/mervyn-peake-poesie-giovanili/</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.pangea.news/mervyn-peake-poesie-giovanili/</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
            <pubDate>Fri, 28 Aug 2026 03:57:37 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/img_961ceea3db4015e07091a7ad3f217219.jpg" length="0" type="image/jpeg"/>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Quel che resta del verso. Dialogo con Fabiana Russo]]></title>
            <description><![CDATA[In una Napoli canicolare, fra i cunicoli, nel folto dell’estate al centro
storico, a schermare dall’afa non resta che il tufo. Fra le mura della
Biblioteca Universitaria – tra collezioni di incunaboli e di edizioni bodoniane
– un nucleo degli autori di “Libera Poesia Contemporanea” intona i testi tratti
da Presente Indicativo (ES, 2026) – antologia poetica densa di spunti sullo
stato attuale della poesia stessa. Ad accompagnare i versi, in via inattesa, le
prove dell’orchestra sinfonica, dabbasso. Fra le parole s’insinua, sommesso, ora
un trombone, una viola, un contrabbasso. 

Di cosa parliamo quando parliamo di poesia contemporanea lo chiedo dunque
a Fabiana Russo, che presiede l’associazione culturale e ne traccia i contorni
insieme a Roberta D’Antonio, Federica Iodice, Giulio Miele, Gaia Parlato e Ciro
Russo. 

Qualcuno, quel giorno, ha detto di aver letto potea, come refuso di poeta.
Poesia – ovvero, infinite possibilità. 



Partiamo da “Libera Poesia Contemporanea” – cos’è? In quali forme si declina il
vostro progetto culturale? 

Libera Poesia Contemporanea nasce nel 2024 da un gruppo di giovani accomunati
innanzitutto da una passione, ma anche da alcune domande: come restituire alla
poesia un’agibilità sociale? Come sottrarla a spazi troppo spesso circoscritti
agli ambienti accademici o specialistici, senza per questo rinunciare alla
complessità? Come farla tornare a essere un’esperienza condivisa, capace di
abitare i luoghi e le comunità? Da queste domande è nato un progetto che prova a
recuperare, idealmente, qualcosa della radice stessa della poesia: la sua
dimensione orale, sonora e collettiva. Per noi questo significa soprattutto
costruire uno spazio orizzontale, nel quale la distinzione tra chi scrive, chi
legge e chi ascolta possa diventare più permeabile e nel quale possano convivere
esperienze e forme poetiche molto diverse tra loro. Non ci interessa costruire
un canone alternativo né stabilire quale sia il modo “giusto” di fare poesia: ci
interessa creare le condizioni perché voci differenti possano incontrarsi,
confrontarsi e mettere reciprocamente in discussione le proprie pratiche.

Il laboratorio di poesia contemporanea, giunto alla sua terza edizione, è il
fulcro di questo percorso: uno spazio gratuito di lettura, confronto e
scrittura, nel quale incontriamo autori affermati ed emergenti cercando di
orizzontalizzare anche il rapporto con l’autorialità. Ma LPC si declina
contemporaneamente in molte altre forme: reading e open mic nei luoghi più
diversi della città, incontri con autori, attività di divulgazione e ricerca,
partecipazione a festival e iniziative culturali, laboratori e progetti rivolti
anche a pubblici differenti. A questo si aggiunge il lavoro editoriale e di
ricerca, di cui Presente Indicativo rappresenta per noi un primo punto di
sedimentazione: non un punto d’arrivo, ma la traccia provvisoria di un processo
fatto di incontri, studio, scrittura e confronto. In fondo, il tentativo di
Libera Poesia Contemporanea è proprio questo: non limitarci a chiederci che cosa
sia oggi la poesia, ma provare a costruire spazi nei quali possa accadere.

Nell’antologia poetica Presente Indicativo (Editoriale Scientifica, 2026), gli
autori di LPC, nei saggi introduttivi, propongono un’analisi sullo sviluppo
della poesia relativamente all’arco temporale 2000-2026. Quali sono le
principali tematiche e tendenze che hanno segnato la poesia italiana in questi
anni? Quali, le rotture con le precedenti tradizioni? 

Parlare di “tendenze” nella poesia italiana degli ultimi venticinque anni è già,
in qualche modo, problematico. Uno dei tratti più evidenti del contemporaneo è
infatti proprio la proliferazione delle pratiche, delle poetiche e dei
linguaggi: manca una forma dominante e, soprattutto, sembra essersi indebolita
l’idea stessa che il poeta debba riconoscersi in una corrente o in un programma
condiviso. La singolarità della voce è diventata, semmai, una delle condizioni
di partenza della scrittura contemporanea. Questo non significa, però, che non
sia possibile riconoscere alcune linee comuni. Una delle trasformazioni più
significative riguarda certamente la progressiva dissoluzione del monologo
lirico novecentesco e la conseguente perdita di centralità di un io poetico
unitario. Il soggetto tende a frammentarsi, a moltiplicarsi, a cedere spazio ad
altre voci, alla terza persona, agli oggetti, al corpo, alla materia. Il verso
si contamina con la prosa, con la narrazione e con il teatro e accoglie sempre
più spesso linguaggi e materiali che tradizionalmente sarebbero stati
considerati estranei al poetico. All’interno di un panorama inevitabilmente più
complesso, possiamo allora individuare almeno tre grandi direzioni, che spesso
si sovrappongono. Da una parte permane una poesia più propriamente lirica,
legata alla centralità del soggetto e a un’idea evocativa della parola;
dall’altra si è affermata una scrittura più piana, realistica e oggettivante,
che tende ad abbassare il discorso poetico e a far entrare nel testo personaggi,
oggetti, situazioni e linguaggi della realtà quotidiana. Infine esiste un
territorio vastissimo di sperimentazione: poesia di ricerca, poesia in prosa,
scritture performative, dispositivi testuali e visivi, assemblaggi, prelievi dal
web, contaminazioni con il linguaggio informatico e con quello dei nuovi media.

Anche sul piano tematico ritornano alcune costellazioni: il corpo, spesso
indagato nella sua dimensione più materiale e viscerale; le macerie, i detriti e
gli oggetti come tracce di una crisi individuale e collettiva; la precarietà e,
soprattutto, il rapporto con una realtà sempre più mediata dalla tecnologia.
Forse è proprio qui che si trova la rottura più radicale rispetto alla
tradizione. Più che esclusivamente letteraria, è una rottura antropologica: la
poesia degli ultimi venticinque anni si trova a fare i conti con la
digitalizzazione dell’esistenza, la sovrapproduzione di informazioni, la
frammentazione dell’attenzione e la progressiva virtualizzazione
dell’esperienza. Cambia il soggetto che scrive perché è cambiato il soggetto che
abita il mondo. E la poesia, nelle sue forme estremamente diverse e talvolta
contraddittorie, prova a trovare un linguaggio capace di testimoniare questa
trasformazione.

Quanto al rapporto fra poesia e critica, invece, quali mutamenti sono emersi? Di
cosa si occupa, oggi, il critico, divenuto – per citare un passaggio – una sorta
di “ufficio stampa intellettuale”? 

Anche il ruolo della critica è cambiato insieme all’ecosistema nel quale la
poesia viene prodotta e diffusa. La progressiva perdita di centralità delle sedi
tradizionalmente deputate alla mediazione culturale, insieme alla frammentazione
editoriale e alla velocità della comunicazione contemporanea, ha indebolito una
delle funzioni storiche della critica: selezionare, mettere in relazione,
formulare giudizi di valore e contribuire alla costruzione di una lettura
complessiva del presente.

Quando parliamo provocatoriamente del critico come di una sorta di “ufficio
stampa intellettuale”, ci riferiamo al rischio che la critica sostituisca sempre
più spesso il giudizio con la legittimazione. Il critico presenta, introduce,
cura, segnala, recensisce, mette in circolazione un autore o un’opera, ma più
raramente prende posizione sulla loro tenuta. In un panorama estremamente
frammentato, nel quale editoria, festival, riviste, premi e comunicazione
digitale costituiscono reti spesso molto vicine tra loro, la mediazione critica
rischia così di confondersi con la promozione. Il problema non è naturalmente la
divulgazione, né pensiamo che la critica debba tornare a esercitare una funzione
normativa stabilendo dall’alto cosa sia o non sia poesia. Al contrario, proprio
perché il contemporaneo non possiede un canone unico e presenta una molteplicità
enorme di forme e pratiche, abbiamo forse ancora più bisogno di strumenti
critici capaci di orientarsi in questa complessità. La funzione che immaginiamo
per la critica è allora soprattutto quella di creare relazioni e attriti:
collocare un testo all’interno di una storia, riconoscerne genealogie e rotture,
interrogare le sue scelte linguistiche e formali e, quando necessario, metterne
in discussione il valore. Non limitarsi, insomma, a registrare ciò che esiste o
ciò che ha già ottenuto visibilità, ma fornire gli strumenti per comprenderlo e
anche per contestarlo. Se la poesia contemporanea è un territorio sempre più
vasto e frammentato, la critica dovrebbe tornare a esserne una cartografia: non
per stabilire una volta per tutte quali strade siano percorribili, ma per
mostrarci dove siamo, da dove veniamo e quali direzioni non abbiamo ancora
esplorato.

Nel testo che LPC ha dedicato all’impatto dei media sulla poesia – e viceversa –
s’indagano fenomeni relativi a giornali, televisione, cinema e social, compresi
i più recenti, quali Instapoetry, Poetrytok, la divulgazione poetica via
podcast. In che modo, la poesia è diventata “visiva”?

Dipende, innanzitutto, da cosa intendiamo per poesia “visiva”. Il rapporto tra
parola e immagine non nasce certamente con i social network: attraversa tutto il
Novecento, dalle esperienze propriamente verbo-visive fino al rapporto tra
poesia e cinema, al “cinema di poesia” e al poetry film. I nuovi media, però,
hanno radicalizzato questa tensione, rendendo la dimensione visiva una
componente quasi inevitabile della produzione e soprattutto della circolazione
poetica. Con la diffusione di piattaforme come Instagram e TikTok, il testo non
viene più soltanto letto: viene visto, ascoltato, montato. La scelta
dell’immagine, della grafica, del carattere tipografico, della voce, della
musica o del video entra a far parte della sua presentazione e, in alcuni casi,
finisce per condizionarne già la composizione. Se la pagina costruiva il proprio
significato anche attraverso la disposizione delle parole e lo spazio bianco,
oggi quello spazio è diventato l’interfaccia digitale, con una propria
grammatica e proprie regole di fruizione. Fenomeni come l’Instapoetry e il
Poetrytok mostrano in maniera particolarmente evidente questo passaggio: il
componimento può essere pensato fin dall’origine per lo schermo dello smartphone
e per una fruizione rapida, nella quale parola, immagine, suono e performance
concorrono alla costruzione di un unico oggetto. La poesia, quindi, non diventa
semplicemente “più illustrata”: cambia il supporto e, cambiando il supporto,
possono cambiare anche la scrittura e le modalità attraverso cui il testo viene
percepito.

Naturalmente questo processo presenta un’ambivalenza. Da una parte, la
contaminazione tra linguaggi apre possibilità espressive enormi e consente alla
poesia di raggiungere pubblici che difficilmente incontrerebbero un libro di
versi attraverso i canali tradizionali. Dall’altra, quando il testo viene
progettato in funzione della visibilità, entra inevitabilmente in relazione con
le logiche delle piattaforme: brevità, immediatezza, riconoscibilità, capacità
di catturare l’attenzione e risposta dell’algoritmo. Il rischio è che la ricerca
della combinazione più efficace tra parola e immagine finisca per privilegiare
ciò che è immediatamente consumabile. La questione, quindi, non è stabilire se
questa trasformazione sia positiva o negativa, ma osservare come il passaggio
dalla pagina allo schermo abbia modificato lo statuto stesso del testo poetico.
La poesia contemporanea può essere contemporaneamente parola scritta, immagine,
voce, corpo e montaggio: il punto interessante è capire quando questi linguaggi
entrano realmente in relazione e quando, invece, l’immagine diventa soltanto una
strategia per catturare lo sguardo.

Fra gli esperimenti più innovativi menzionati, figurano i sought poems – cosa
sono? Hanno avuto un riscontro fra i poeti italiani?

I sought poems, o “poesie cercate”, sono una delle forme attraverso cui la
scrittura poetica ha incorporato le trasformazioni introdotte dalla rete e dai
nuovi strumenti di ricerca. In questo tipo di pratica il poeta non parte
necessariamente da parole proprie, ma lavora su materiale linguistico già
esistente: risultati prodotti dai motori di ricerca, stringhe di testo,
frammenti e dati prelevati dal web vengono selezionati, decontestualizzati e
montati fino a costruire un nuovo testo. È un procedimento che modifica anche
l’idea tradizionale di autorialità. Il poeta non è più soltanto colui che “crea”
il materiale linguistico, ma diventa anche colui che lo cerca, lo seleziona e lo
ricombina. La scrittura si avvicina così alle pratiche del montaggio, del
collage e dell’assemblaggio: ciò che determina il testo non è necessariamente
l’originalità delle singole parole, ma il sistema di relazioni che l’autore
costruisce tra materiali già presenti nel flusso comunicativo.

In Italia pratiche di questo tipo hanno trovato spazio soprattutto nell’ambito
della poesia di ricerca: autori come Michele Zaffarano, Marco Giovenale e
Gherardo Bortolotti hanno lavorato, in forme differenti, sul prelievo, sulla
rielaborazione e sulla decontestualizzazione di materiali linguistici
contemporanei. I sought poems sono interessanti, in questo senso, anche perché
trasformano uno degli strumenti più quotidiani della nostra esperienza digitale
– la ricerca online – in un dispositivo poetico. La rete non è più soltanto il
luogo in cui la poesia viene pubblicata o diffusa, ma diventa essa stessa un
archivio di linguaggio dal quale la poesia può essere prodotta.

In quale direzione sta andando, invece, la scissione fra “poesia-pop” e “poesia
accademica”?

La scissione tra “poesia-pop” e “poesia accademica” sembra essersi
progressivamente accentuata, ma forse il primo problema è proprio accettare
questa opposizione come se esaurisse il panorama contemporaneo. Da una parte
esiste certamente una poesia di ricerca che tende a circolare soprattutto
all’interno di spazi specialistici – università, riviste di settore, piccoli
circuiti editoriali – e che, proprio per la complessità dei propri linguaggi e
per l’autoreferenzialità che talvolta caratterizza questi ambienti, fatica a
raggiungere un pubblico più ampio. Dall’altra, la cosiddetta poesia-pop,
soprattutto attraverso i social, ha conquistato una capacità di diffusione e
numeri impensabili per molta poesia contemporanea, spesso privilegiando però
immediatezza, riconoscibilità e condivisione emotiva.

Il rischio è che queste due dimensioni finiscano per alimentarsi reciprocamente
nella loro distanza: più la poesia di ricerca si percepisce come qualcosa
destinato a pochi interlocutori competenti, più lascia scoperto uno spazio che
viene occupato da forme maggiormente accessibili; e più la poesia-pop identifica
l’accessibilità con la semplificazione, più gli ambienti specialistici possono
sentirsi legittimati a considerare la complessità incompatibile con una
dimensione realmente popolare. Crediamo però che tra questi due poli esista uno
spazio molto più vasto e interessante. Rendere la poesia accessibile non
significa necessariamente semplificarla, così come fare ricerca non dovrebbe
significare rinunciare alla possibilità di essere compresi, discussi o
attraversati da chi non appartiene già al mondo della poesia. 

È anche in questo spazio intermedio che prova a collocarsi Libera Poesia
Contemporanea: portare la complessità della ricerca fuori dagli ambienti
esclusivamente specialistici, creare occasioni di confronto orizzontale e
restituire alla poesia una dimensione pubblica senza chiederle di diventare un
prodotto immediatamente consumabile. Più che scegliere tra poesia-pop e poesia
accademica, ci interessa mettere in discussione la necessità stessa di questa
alternativa.

Qual è, dunque, la posizione del poeta all’interno della società, nel nuovo
millennio?

È certamente più marginale rispetto a quella occupata nel Novecento. È venuta
meno la figura del poeta come “vate”, maestro o intellettuale capace di
intervenire con un’autorità riconosciuta nel dibattito pubblico. Ma questa
perdita non riguarda soltanto la poesia: si inserisce in una più generale crisi
delle figure di mediazione e autorevolezza culturale e nella trasformazione
dello spazio pubblico operata dai media prima e dalle piattaforme digitali poi.
Il problema è che il poeta non sempre è stato capace di ripensare la propria
funzione all’interno di questa trasformazione. Alla perdita di centralità si è
risposto talvolta con la chiusura in ambienti specialistici e autoreferenziali,
altre volte con un intimismo che rinuncia a interrogare ciò che accade fuori dal
soggetto, altre ancora attraverso la costruzione di una presenza pubblica
fondata prevalentemente sull’autopromozione. In tutti questi casi il rischio è
lo stesso: che la poesia smetta di essere percepita come uno strumento capace di
intervenire nella realtà e diventi una pratica destinata esclusivamente a chi
già la frequenta.

Forse, però, proprio la perdita del ruolo di “maestro” può rappresentare una
possibilità. Il poeta non deve necessariamente recuperare l’autorità che
possedeva in passato, né tornare a essere una guida morale della società. Può
invece abitare una posizione più laterale e trasformarla in uno spazio di
osservazione, critica e resistenza rispetto ai linguaggi dominanti. In una
realtà caratterizzata dalla rapidità della comunicazione, dalla sovrapproduzione
di discorsi e dalla progressiva automazione del linguaggio, la poesia può
introdurre un’interruzione: costringerci a soffermarci sulle parole che
utilizziamo continuamente senza più ascoltarle, mostrarne le contraddizioni,
sottrarle all’uso automatico. In questo senso ci interessa pensare il poeta come
un “agitatore culturale”: non qualcuno che parla dall’alto in virtù di
un’autorità acquisita, ma qualcuno che entra nei luoghi, costruisce occasioni di
confronto, mette in circolo linguaggi e domande e si assume la responsabilità
pubblica della propria parola. Essere poeta, allora, non è tanto uno status da
rivendicare quanto una pratica da esercitare. La domanda, forse, non è più come
restituire al poeta il posto che occupava un tempo, ma quale nuovo posto possa
costruirsi oggi.

Fra i fenomeni analizzati a livello editoriale, figura quello dell’incremento
delle antologie di poesia. Come si spiega tale scelta di mercato?

L’incremento delle antologie poetiche risponde a esigenze diverse e non può
essere letto esclusivamente come una scelta di mercato. Da una parte,
l’antologia torna a essere necessaria proprio perché il panorama contemporaneo è
estremamente frammentato: in assenza di un canone dominante, raccogliere autori
differenti significa tentare di costruire una mappa, necessariamente parziale e
provvisoria, di ciò che sta accadendo.

È cambiata, però, anche la funzione dell’antologia. Se tradizionalmente poteva
rappresentare un momento di consacrazione, il punto d’arrivo di un percorso
autoriale o la formalizzazione critica di una tendenza già riconoscibile, oggi
può diventare uno strumento attraverso cui quella tendenza, quel gruppo o quella
rete cercano innanzitutto di rendersi visibili e riconoscibili. L’antologia,
quindi, non si limita necessariamente a registrare un panorama già esistente:
può contribuire a costruirlo. A questa funzione critica e culturale si
sovrappone naturalmente quella editoriale. Soprattutto per la piccola e media
editoria, mettere insieme più autori significa intercettare pubblici e reti
differenti e costruire attorno al libro una comunità potenzialmente più ampia.
In alcuni casi l’operazione può quindi rispondere anche a una precisa strategia
di posizionamento e di vendita. Proprio questa ambivalenza rende interessante il
fenomeno: l’antologia può essere contemporaneamente strumento di ricerca e
operazione editoriale, tentativo di orientarsi nella frammentazione del presente
e mezzo attraverso cui una parte di quel presente cerca di acquisire visibilità.
Più che un traguardo, come poteva essere in passato, diventa spesso un
dispositivo di costruzione e di lettura del contemporaneo.

Cosa si intende, invece, per “populismo poetico”?

Per “populismo poetico” intendiamo una dinamica attraverso cui l’autore tende a
costruire un rapporto diretto con il proprio pubblico, aggirando o rendendo
secondari i tradizionali strumenti di mediazione critica. In questo processo il
consenso della community può diventare esso stesso un criterio di
legittimazione: la visibilità, il numero di condivisioni, la capacità di
generare identificazione e partecipazione emotiva finiscono per sovrapporsi al
riconoscimento del valore del testo. Il problema, però, non è che la poesia
diventi popolare, né che utilizzi un linguaggio accessibile. Sarebbe paradossale
sostenere il contrario proprio mentre rivendichiamo la necessità di sottrarre la
poesia a una dimensione esclusivamente specialistica. Accessibilità e
semplificazione non sono sinonimi, così come complessità e oscurità non
coincidono necessariamente.

Il populismo poetico emerge piuttosto quando la scrittura tende a confermare
sistematicamente le aspettative del proprio pubblico. Il registro confessionale,
l’immediatezza e la condivisione emotiva possono essere strumenti poetici
perfettamente legittimi; diventano problematici quando sono utilizzati
principalmente per produrre riconoscimento, rassicurazione e consenso,
eliminando dal testo tutto ciò che potrebbe creare ambiguità, resistenza o
conflitto. Le piattaforme digitali rendono questa dinamica particolarmente
evidente perché offrono all’autore una risposta immediata e quantificabile. Il
gradimento del pubblico non è più qualcosa di astratto: appare sotto forma di
visualizzazioni, like, condivisioni e commenti e può quindi retroagire sulla
scrittura stessa. Il rischio è che si finisca, più o meno consapevolmente, per
produrre ciò che sappiamo funzionare.

La distinzione che ci interessa, allora, non è tra una poesia “per pochi” e una
poesia “per molti”, ma tra una poesia che cerca un interlocutore e una poesia
che cerca soprattutto la sua approvazione. Rendere la poesia accessibile
significa creare le condizioni perché più persone possano entrarvi; renderla
compiacente significa, invece, chiedere al testo di non opporre mai resistenza a
chi legge.

In definitiva, cosa resta del verso?

Resta, innanzitutto, la voce. Il verso nasce come una tecnologia dell’ascolto e
della memoria, inseparabile dalla musica intesa come organizzazione del tempo e
del suono. Nella poesia contemporanea questa origine non scompare, anche quando
vengono meno la metrica tradizionale e l’idea stessa di una misura regolare. Il
verso può diventare un’unità di respiro, interrompere il flusso linguistico,
spezzarsi in segmenti irregolari, dilatarsi fino a confondersi con la prosa o
spostarsi verso una dimensione visiva e performativa. Non è più necessariamente
una struttura riconoscibile a priori, né può essere ridotto banalmente al
semplice andare a capo. Continua però a organizzare il testo dall’interno,
attraverso pause, accelerazioni, silenzi, ripetizioni e scarti.

Ciò che resta è allora la capacità del verso di imprimere alla lingua un ritmo e
un tono irripetibili: di trasformare la parola in voce e, attraverso la voce, in
corpo. Proprio perché la poesia contemporanea ha messo in discussione quasi
tutte le forme attraverso cui siamo stati abituati a riconoscerla, il verso non
può più essere definito soltanto attraverso ciò che formalmente è, ma anche
attraverso ciò che fa. Forse è questo il punto a cui ci hanno condotto tutte le
trasformazioni cui abbiamo assistito nell’ultimo secolo: dopo la crisi del
canone, la frammentazione dell’io, la contaminazione tra linguaggi, l’ingresso
dei nuovi media e la dissoluzione dei confini tra generi, del verso resta la
possibilità di produrre uno scarto nel linguaggio comune. Una forma instabile,
che esiste nel momento stesso in cui qualcuno la modula e qualcun altro la
ascolta. E forse è proprio perché non possiamo più stabilire con certezza dove
il verso cominci e dove finisca che vale ancora la pena continuare a
interrogarlo.

*

Da Presente Indicativo (Editoriale Scientifica, 2026):

fu

Ha disatteso la promessa fatta in silenzio 
di tenere in piedi la casa costruita a tre mani 
di pulire il tetto annerito 
di sollevare gli scaffali incurvati.
Era preso da due malinconie 
come il saggio catalano
una di fronte all’altra come in uno specchio 
il corpo che cade – la casa che cade 
la memoria non aveva retto il peso.

Tutto sommato andava bene così, 
sarebbe morto su quella poltrona crollata da tempo
e le formiche avrebbero banchettato 
avide alla carcassa della sua memoria.

Fabiana Russo

*

IV Notte

Dispiacere è il mio primario piacere 
e io amo essere odiato da chiunque.
Perché gli amici prima di asciugarti le lacrime 
ridono sempre del tuo naso, del tuo enorme naso, 
della tua grondaia che quando piangi 
potrebbe far allagare l’intera Parigi.

Quando le donne mi fermarono il cuore 
io non sentii più dolore delle ferite di spada.
Quando i compagni smisero di essere tali 
io rubai il loro nome e lo tenni nella memoria

li ho teneramente imprigionati tutti: pezzo dopo pezzo: li
tengo tutti dentro
la coerenza costa cara, mai quanto la nostalgia 
ecco perché non ho amici, tranne uno: Andrè solleva la 
penombra
e blocca la lama che vorrei incrociare con chiunque. 
Tutti gli altri sono animi
sguainati, usati solo per saccheggiare ogni vita che gli 
passa davanti.

[…]

Giulio Miele

*

Gestalt

All’inizio l’epilogo non convince nessuno 

dai piedi stretti al suolo nasce l’idea di me 
che non sono io
in uno scrigno di carni che definiscono un riflesso 
e le parole che questo dovrà pronunciare 
per gli altri o per sé, per chi verrà dopo 

fino alla bocca che assaggia e non tace 
sedimento vivo sul ventre del mondo

vediamo se si aggiusta da solo seguendo le voci

dovresti essere fare sembrare riuscire pregare dire mangiare
e smettere.

Confondono questi nodi stretti da altri per me 
è necessario ingannarli
nell’ingorgo da cui ogni forma proviene 
per arrivare alla falla, lì dove il rumore si svuota 
e resta scoperta la nuca libera dal divenire

resta il fiato a misurare l’attesa
mentre il tempo ci scopre ricurvi sulla stessa natura.

[…]

Federica Iodice

*

Prima notte

[…]

Raccontarti di te, convincerti 
di chi sei. Ogni notte. Così 
intesso l’antidoto a morte certa per 
schiacciamento
dal peso del finto te costruito ad arte 
nei ventitré anni che mi precedono.
Ecco. Un rumore o voci di coro distolgono 
gli occhi dagli occhi, le mani dalle mani, mi cade 
la chiave che tengo e che sto per infilare 
nella serratura dei tuoi amore-ti-sento 
per restituirti intero questo bene che sei che hai 
dimenticato col tempo. Ecco.
Ti sei distratto.
Sopravviviamo
la confusione con la paura. ci stringiamo la faccia 
tra dita infuocate di rabbia, mi hai detto, una sera 
qualunque: abbiamo 
spalle larghe. eppure.

eppure
toccherà ricominciare a scavare e spalare
e raccontare e ricostruire e dirsi di non distrarsi ancora ma poi 
comunque ritrarsi, ancora, e sentire la verità ammattire e poi
riprendersi e guardarsi e chiedersi
dov’è
che siamo andati a finire?

Gaia Parlato

*

Glenn Gould

È luglio
e l’ora di pranzo è l’ultima della giornata.
Trascinato dalla forza lavoro 
che si riproduce verso le mense 
gli alloggi e i ristoranti
ascolto Glenn Gould suonare William Byrd.
Mi chiedo dove la sociologia mi collochi 
fra i turisti i lavoratori e i mendicanti.
Penso che per scrivere bisogna essere morti.
La natura viva ha una luce propria 
che a me non appare
lume di lacrime scorse nel buio 
il bagliore domato della pioggia in casa.
Io non ho la vita (felice) degli artisti 
le camicie eccentriche e i capelli arruffati 
neppure ho la disperazione dell’impiegato 
a volte coincido con l’operaio 
perché anche chi produce non vive.

Glenn Gould ha smesso di esibirsi 
si è chiuso in uno studio e si è messo a registrare.

Gian Marco Ferone

*

Piazza Garibaldi

Provo ad ascoltare 
i barboni di Garibaldi 
loro che mi dicono tutto 
loro che non hanno altro.
Io cerco le cose le cose 
che non dovrei cercare 
dove il barbone cerca cibo 

e per questo chiedo scusa.
Con loro cerco la poesia 
con loro posso provare a solleticare un senso 

ma le ore della maschera ci chiamano tutti 
e io come te, come voi, come tutti 
come il poco sale sulla troppa pasta 
come l’ombra che prevale sul corpo 
sparisco.

Se dovessi morire domani
chiederei solo un giorno da barbone.
Forse è quello che fanno tutti: 
chiedere un giorno in più.

Lo capisci perché Napoli ne è piena?

Antonio Romano

*In copertina: Raoul Hausmann, ABCD, fotomontaggio, 1923-24

L'articolo Quel che resta del verso. Dialogo con Fabiana Russo  proviene da
Pangea.]]></description>
            <link>https://www.pangea.news/fabiana-russo-libera-poesia-contemporanea/</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.pangea.news/fabiana-russo-libera-poesia-contemporanea/</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
            <pubDate>Fri, 28 Aug 2026 03:57:02 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/img_c501b2ff7a74ddbfd4eb267af880a5a2.jpg" length="0" type="image/jpeg"/>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[A/I nella lista delle organizzazioni terroristiche USA]]></title>
            <description><![CDATA[Ascolta
Durata 17m 46s]]></description>
            <link>https://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/08/ai-nella-lista-organizzazioni</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/08/ai-nella-lista-organizzazioni</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Redazionali Ondarossa]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Aug 2026 16:00:00 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/img_95b49cb6afa71a6c113c61ab1e1f0d78.jpg" length="0" type="image/jpeg"/>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Forskningsingenjör vid BKV]]></title>
            <description><![CDATA[OM JOBBET

Vi söker dig som har en masterexamen i neurovetenskap till arbete inom ett
projekt om barns sociala välbefinnande under övergången från förskolan till
skolan. Denna studie utförs vid Linköpings universitet som en partner inom
ett tvärnationellt forskningsprogram och belyser hur socialt välbefinnande kan
stödja övergången till skolan. 

Arbetet kommer att omfatta: 

 * projektkoordinering 

 * rekrytering av deltagare  

 * datainsamling (frågeformulär, beteendeexperiment, fNIRS) 

 * datahantering 

 * dataanalys 


OM DIG


Vi söker någon som har en masterexamen inom neurovetenskap.

Vi vill även att du har:

 * ett starkt intresse för humanforskning inom det neurovetenskapliga området
 * erfarenhet av experimentellt arbete, särskild med barn i förskoleåldern
 * erfarenhet av beteendeuppgifter inkl. barninriktade testmetoder och fNIRS
 * goda kunskaper om metoder för analys av fNIRS-data 
 * mycket goda kunskaper i engelska och svenska i såväl tal som skrift, detta är
   ett krav eftersom du befinner dig i en internationell miljö och
   kommer behöva kommunicera med svensktalande barn
 * erfarenhet av att hantera information som lyder under sekretess

Du som söker bör vara noggrann, ha stor initiativförmåga och organisatorisk
förmåga samt en väl utvecklad kommunikativ förmåga. Vidare är du ansvarstagande,
engagerad och har förmåga att arbeta självständigt samtidigt som du har en god
samarbetsförmåga. Då arbetet innebär kontakt med forskningsdeltagare (barn och
föräldrar) är det viktigt att du har ett empatiskt förhållningssätt och är lugn
och stabil som person. 

Stor vikt kommer att läggas vid personliga egenskaper och lämplighet.


DIN ARBETSPLATS


Du kommer arbeta vid Centrum för social och affektiv neurovetenskap (CSAN). 

CSAN integrerar kunskap och metoder från olika områden av neurovetenskapen,
basal såväl som klinisk. CSAN förenar forskargrupper inom vuxenpsykiatri, barn-
och ungdomspsykiatri, neurobiologi, klinisk neurofysiologi och neuroekonomi. 

Läs mer om vår verksamhet här 


OM ANSTÄLLNINGEN


Anställningen är en tidsbegränsad anställning på ett år. Anställningen är på
heltid. 

Tillträde 261026. 


LÖN OCH FÖRMÅNER


Linköpings universitet tillämpar individuell och differentierad lönesättning och
sker i enlighet med gällande kollektivavtal (RALS/RALS-T) samt universitetets
riktlinjer för lönebildning.

Läs mer om förmåner för anställda här.


FACKLIGA KONTAKTPERSONER

Information om fackliga kontaktpersoner, se Hjälp för sökande.


ANSÖKAN


Välkommen att skicka in din ansökan med CV och ansökningsbrev senast 260917. Du
söker denna anställning genom att klicka på knappen "Ansök" här nedan. Ansökan
som inkommer efter sista ansökningsdag kommer inte att beaktas.]]></description>
            <link>https://web103.reachmee.com/ext/I011/853/main?site=6&amp;validator=c5f766a55eafbb016232008485a24b49&amp;lang=SE&amp;rmpage=job&amp;rmjob=29786</link>
            <guid isPermaLink="true">https://web103.reachmee.com/ext/I011/853/main?site=6&amp;validator=c5f766a55eafbb016232008485a24b49&amp;lang=SE&amp;rmpage=job&amp;rmjob=29786</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Linköping news]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Aug 2026 09:30:02 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/null" length="0" type="false"/>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Amanuens för praktiska undervisningsmoment i anatomi vid BKV]]></title>
            <description><![CDATA[Vi söker nu amanuenser i anatomi till Institutionen för biomedicinska och
kliniska vetenskaper med start till vårterminen 2027. 


OM JOBBET

Vi söker amanuenser i anatomi för undervisning och/eller handledning av
praktiska moment på dom tidiga terminerna på medicinska fakultetens
grundutbildningar i Linköping. Arbetsuppgifter kan även förekomma utanför
terminstid och kan då gälla tex administrativa uppgifter, medverkan vid
examinationer samt andra arbetsuppgifter enligt överenskommelse.

I arbetsuppgifterna ingår att stödja studenters lärande under praktiska moment
inom ovan nämnda områden på medicinska fakultetens grundutbildningar.
Förberedelsearbete och efterarbete ingår i arbetsuppgifterna. Du kommer att få
arbeta i nära samverkan med och få stöd av ämnesansvarig eller kursansvarig för
de moment eller kurser som du är involverad i. Som stöd kommer också att finnas
en enhetschef med arbetsledande uppdrag och två chefsamanuenser som fördelar
uppdragen och håller ihop teamet med amanuenser.


OM DIG


För att kunna anställas som amanuens måste du vara antagen till
högskoleutbildning på grundnivå eller avancerad nivå. Vi vill att du är antagen
till utbildning vid medicinsk fakultet, lämplig utbildningsbakgrund är pågående
läkarstudier. 

Det är av vikt att amanuenskårernas sammansättning utgörs av studenter från
olika stadier på sin utbildning. Olika erfarenhet ger en bredd av infallsvinklar
och är utvecklande för verksamheten. För att hålla denna sammansättning komplett
söker vi för detta tillfälle främst studenter som påbörjar termin 5 till VT27.

Vi vill att du:

 * har godkända betyg på genomförda kurser och är i fas inom dina egna studier
 * är väl förtrogen med problembaserat lärande (PBL) 
 * behärskar muntlig och skriftlig kommunikation i svenska

Det är meriterande om du har:

 * dokumenterad erfarenhet av undervisning 

Som person är du strukturerad och intresserad av pedagogik. Du har förmåga att
arbeta självständigt och i undervisningsteam. Du bör ha ett kreativt
förhållningssätt till problemlösning och visa god samarbets- och
kommunikationsförmåga. Stor vikt kommer att läggas vid personliga egenskaper och
lämplighet.


DIN ARBETSPLATS


Du kommer arbeta på enheten för amanuensverksamhet som tillhör Institutionen för
biomedicinska och kliniska vetenskaper, (BKV) och finns inom Medicinska
fakulteten vid Linköpings universitet. Målsättningen för verksamheten inom BKV
är att bedriva högkvalitativ medicinsk och biomedicinsk forskning och
undervisning på nationell och internationell toppnivå, till gagn för hälsa och
sjukvård.

Institutionen har ca 550 anställda.

Läs mer om vår verksamhet här 


OM ANSTÄLLNINGEN


Anställningen omfattar initialt en intermittent anställning om ca 10% med
ersättning per timme. Denna kan senare under anställningen övergå till ett
förordnande som amanuens om 10% eller mer.

Anställningen avser i första hand max ett år, med möjlighet till förlängning.

En anställning som amanuens regleras i 5 kap. Högskoleförordningen.

Tillträde 270101.


LÖN OCH FÖRMÅNER


Lön enligt LiU:s centrala avtal om amanuenslön.

Läs mer om förmåner för anställda här.


FACKLIGA KONTAKTPERSONER

Information om fackliga kontaktpersoner, se Hjälp för sökande.


ANSÖKAN


Välkommen att skicka in din ansökan med CV och ansökningsbrev senast 260917. Du
söker denna anställning genom att klicka på knappen "Ansök" här nedan. Ansökan
som inkommer efter sista ansökningsdag kommer inte att beaktas.]]></description>
            <link>https://web103.reachmee.com/ext/I011/853/main?site=6&amp;validator=c5f766a55eafbb016232008485a24b49&amp;lang=SE&amp;rmpage=job&amp;rmjob=29784</link>
            <guid isPermaLink="true">https://web103.reachmee.com/ext/I011/853/main?site=6&amp;validator=c5f766a55eafbb016232008485a24b49&amp;lang=SE&amp;rmpage=job&amp;rmjob=29784</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Linköping news]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Aug 2026 08:30:01 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/null" length="0" type="false"/>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati]]></title>
            <description><![CDATA[Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali
insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi
protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai
movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.

Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è
un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di
qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del
Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially
Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento
costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente
organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.

Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura
internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro
americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata,
hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione
protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi
considerati estremisti o terroristici. Il Dipartimento di Stato arriva a
descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste,
anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.

Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di
avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione
l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.

Qui il comunicato di risposta del collettivo, qui la notizia]]></description>
            <link>https://pillole.graffio.org/pillole/gli-stati-uniti-dichiarano-terrorista-autistici-inventati</link>
            <guid isPermaLink="true">https://pillole.graffio.org/pillole/gli-stati-uniti-dichiarano-terrorista-autistici-inventati</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Pillole di Graffio]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Aug 2026 08:20:00 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/img_495e3e5badf0cf5b09331d1860a6414d.jpg" length="0" type="image/jpeg"/>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Biträdande professor i Klinisk fysiologi förenad med anställning som specialistläkare vid Region Östergötland]]></title>
            <description><![CDATA[Dina arbetsuppgifter

Klinisk fysiologi baseras på kunskap om organ- och kroppsfunktioner och utgör en
viktig kunskapslänk mellan preklinikens tekniska och molekylärbaserade kunskap
och klinikens behandlingsinriktade kunskap, både beträffande att utveckla och
granska metoder ur vetenskaplig synvinkel och utgör ofta en brygga i forskning
mellan preklinik och klinik. Kliniska fysiologers grundfysiologiska kompetens
används inom grund- och vidareutbildning.

Du kommer att arbeta inom både utbildning och forskning samt där tillhörande
administrativt arbete. Du följer utvecklingen inom ämnesområdet och den
samhällsutveckling i övrigt som har betydelse för arbetet.

Som biträdande professor är du aktiv inom forskningssamhället, deltar i
avdelningens verksamhet såsom seminarier och workshops, deltar i
forskningsprojekt, kommunicerar resultat via vetenskapliga publikationer samt
bidrar till att attrahera externa forskningsmedel. Du kommer i den här tjänsten
särskilt att verka inom områdena arbetsfysiologi och ergospirometri i nära
samarbete med såväl kliniska forskare som tekniska forskare.

Undervisningsuppdraget är på grundnivå och avancerad nivå på svenska och
engelska samt att handleda studenter inom medicinska fakultetens olika
utbildningar. Främst kommer du att bedriva undervisning inom ämnet klinisk
fysiologi vilket innefattar att nyttja och förmedla sina kunskaper om flertalet
undersökningsmetoder och organsystem. Arbetet inkluderar administrativa
uppgifter som tex kursdesign, kursansvar och examination.

Vid medicinska fakulteten tillämpas studentaktiva undervisningsformer.

Du bidrar aktivt till universitetets utvecklingsarbete. Samverkan är en
integrerad del av universitetets forsknings- och utbildningsuppdrag.

 * Samverkan inom forskning sker genom att sprida, tillgängliggöra och
   nyttiggöra forskning.
 * Samverkan inom utbildning sker genom att planera, organisera och genomföra
   utbildning i samspel med aktörer från det omgivande samhället.

Vi ser även gärna att du deltar i och visar intresse för ledningsuppdrag.

Det kliniska uppdraget innebär tjänstgöring som specialistläkare i klinisk
fysiologi vid Region Östergötland.

Dina kvalifikationer

Vi söker dig som är docent eller har åtminstone motsvarande vetenskaplig
kompetens, samt har visat pedagogisk skicklighet eller annan yrkesskicklighet
som är av betydelse med hänsyn till anställningens ämnesinnehåll och
arbetsuppgifter, samt har specialistkompetens som läkare inom klinisk fysiologi.

För denna anställning kommer lika vikt att fästas vid vetenskaplig och
pedagogisk skicklighet.

Gällande vetenskaplig skicklighet kommer följande att bedömas:

Krav för anställningen är:

 * Vetenskaplig kompetens som docent eller motsvarande inom för anställningen
   relevant ämne.

Meriterande för anställningen är:

 * Visad förmåga att erhålla externa forskningsmedel.
 * Erfarenhet av handledarskap inom forskarutbildning.
 * En god vetenskaplig produktion.
 * Etablerad forskningslinje inom arbetsfysiologi

Gällande pedagogisk skicklighet kommer följande att bedömas:

Krav för anställningen är:

 * Dokumenterad pedagogisk skicklighet, bl. a genom erfarenhet av undervisning
   inom ämnesområdet och pedagogiska ledningsuppdrag.
 * Kompetens inom administration och ledarskap för att ansvara för mer
   omfattande undervisningsuppdrag.

Meriterande för anställningen är:

 * Erfarenhet av studentcentrerad undervisning.
 * Genomförd högskolepedagogisk utbildning motsvarande 10 veckor.
 * Erfarenhet av pedagogiskt ledarskap

Gällande samverkan kommer dokumenterad skicklighet i samverkan inom utbildning
och forskning bedömas, tex tidigare samarbete med såväl kliniska som prekliniska
forskare och förmåga att koppla forskning till utbildning.

Gällande klinisk skicklighet kommer följande att bedömas:

Krav för anställningen är att du:

 * Är legitimerad läkare och specialist i klinisk fysiologi.

Meriterande för anställningen är:

 * Kliniskt profilerad mot arbetsfysiologi och ergospirometri.
 * Erfarenhet från ledande befattning inom sjukvården.

Övriga skickligheter som kommer att bedömas för denna anställning är
ledarskapsförmåga inom såväl egen forskargrupp som ämnesövergripande
forskningsledning.

Då undervisning och forskning sker på företrädesvis svenska och engelska ska du
kunna uppvisa förmåga att undervisa och bedriva forskning på både svenska och
engelska.

Du är flexibel och har förmåga att röra dig mellan olika typer av pedagogiska
och vetenskapliga sammanhang. Du delar med dig av kunskap och bidrar till
arbetsgruppens professionella utveckling, kollegiala arbetssätt och sociala
gemenskap. Att du är närvarande och aktiv ser vi som självklart för att du ska
kunna utföra dina uppgifter på bästa sätt och trivas i arbetsgemenskapen.

Din arbetsplats

Ämnet klinisk fysiologi tillhör organisatoriskt enheten för kardiovaskulära
vetenskaper vid avdelningen för diagnostik och specialistmedicin. Läs mer om vår
verksamhet här.

Om anställningen

Det här är en tillsvidareanställning 100%, förenad med anställning som
specialistläkare på Region Östergötland.

Tillträde enligt överenskommelse.

För mer information om behörighetskrav, bedömningsgrunder och
anställningsförfarande för lärare se Linköpings universitets
anställningsordning.

Lön och förmåner

Linköpings universitet tillämpar individuell lönesättning.

Läs mer om förmåner för anställda här.

Fackliga kontaktpersoner

Information om fackliga kontaktpersoner, se Hjälp för sökande.

Ansökan

Välkommen att söka denna anställning genom att klicka på knappen "Ansök" nedan.
Din kompletta ansökan inklusive bilagor ska vara Linköpings universitet
tillhanda senast den 1 oktober 2026.

Ansökningar och/eller ansökningshandlingar som inkommer efter sista
ansökningsdag beaktas ej.

Publikationer, i pdf- eller word-format, bifogas i ansökningsformuläret.
Publikationer som du inte har i digital form skickas per post i tre exemplar
till Linköpings universitet, Registrator, 581 83 Linköping. Publikationerna ska
vara Linköpings universitet tillhanda senast sista ansökningsdag. Tryckta
publikationer skickas inte tillbaka, då handlingar som inkommer till Linköpings
universitet bevaras eller gallras enligt gällande gallringsregler.]]></description>
            <link>https://web103.reachmee.com/ext/I011/853/main?site=6&amp;validator=c5f766a55eafbb016232008485a24b49&amp;lang=SE&amp;rmpage=job&amp;rmjob=29403</link>
            <guid isPermaLink="true">https://web103.reachmee.com/ext/I011/853/main?site=6&amp;validator=c5f766a55eafbb016232008485a24b49&amp;lang=SE&amp;rmpage=job&amp;rmjob=29403</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Linköping news]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Aug 2026 07:00:01 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/null" length="0" type="false"/>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[[TuttaScenaCinema] la puntata settimanale ● giovedì 27 agosto 2026 ore 14]]></title>
            <description><![CDATA[TUTTA SCENA CINEMA

giovedì 27 agosto 2026 ore 14

ospiti:

● Simone Soranna IWP, che lo distribuisce, presenta il film TONY - DIARIO DI UN
GIOVANE CUOCO (USA, 2026) di Matt Johnson
al cinema da giovedì 27 agosto 2026
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/26/tony-diario-di-un-giovane-…
● il regista Fabio Lovino presenta il suo documentario MARCO BELLOCCHIO – LA
PORTA DELLA REALTÀ (Ita, 2026)
al cinema da giovedì 27 agosto 2026
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/26/fabio-lovino-marco-bellocc…
● il regista Sergio Castro-San Martín presenta il suo film IL CILENO
(Che/Chl/Italia, 2026)
al cinema da giovedì 27 agosto 2026
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/26/sergio-castro-san-martin-i…
● il regista Bruno Colella presenta il suo film LIMONI A VARSAVIA (Ita, 2026)
al cinema da giovedì 27 agosto 2026
info https://www.facebook.com/RSProductionssrl
● Federico Spoletti, l’ideatore, presenta la 3^ edizione delle arene itineranti
INCinema OUTSIDE
da domenica 19 luglio 2026
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/13/incinema-outside-3-edizion…
● Mauro Lamanna, direttore artistico, presenta la 6^ edizione dell'arena
itinerante SCHERMI CINEMA MULTIPIAZZA
7 regioni, maggio > settembre 2026
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/06/22/schermi-cinema-multipiazza…
● Giovanni Guerrieri della compagnia I Sacchi di Sabbia presenta il documentario
PIÙ VERVE NON SERVE - i primi trent'anni de I Sacchi di Sabbia (Ita, 2025) di
Davide Barbafiera
online su RaiPlay
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/09/piu-verve-non-serve-i-prim…
● il regista Rocco Anelli presenta il suo cortometraggio ANIMALIA (Ita, 2025)
https://tuttascena1.wordpress.com/2025/09/16/rocco-anelli-animalia/

--------------------------------------------------

suggerimenti sui film in SALA a Roma e provincia:

● Agent of happiness - il Bhutan e la felicità
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/15/agent-of-happiness-wanted-…
● Backrooms
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/03/backrooms-everything-must-…
● Borgo
● Greta e le favole vere
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/31/berardo-carboni-greta-e-le…
● L'Hangar rosso
https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/04/lhangar-rosso-i-wonder-pic…
● Kim Novak's Vertigo - la donna che visse due volte
● Lo Straniero
● Yellow letters

---------------------------------------------------------

Tutta Scena / Visionari e il Cinema a ROR

Diari di Cineclub n°60, aprile 2018, pgg.59-60
http://www.cineclubroma.it/images/Diari_di_Cineclub/edizione/diaricinec…
Diari di Cineclub n°41, Luglio 2016
http://www.cineclubroma.it/images/Diari_di_Cineclub/edizione/diaricinec… (pgg.
39-40)
8 e ½ - numeri, visioni e prospettive del cinema italiano (n°21 - luglio 2015.
pg.17)
https://www.facebook.com/306981222666964/photos/pb.306981222666964.-220…
Ottavia Monicelli, ‘guai ai baci - così grande, così lontano: ritratto di mio
padre’ (2013), pgg. 69-70
https://www.facebook.com/306981222666964/photos/pb.306981222666964.-220…
Elio Germano, prefazione al libro ‘Il Tacco del Duka’ (2013), pg.7
https://www.facebook.com/306981222666964/photos/a.416991234999295.10325…
Diari di Cineclub n°03 - Febbraio 2013
http://www.cineclubroma.it/images/Diari_di_Cineclub/edizione/diaricinec… (pgg. 1
e 3)

-------------------

TUTTA SCENA CINEMA
(già VISIONARI)
8° Microfono d'Oro 2018 - categoria cultura: Tutta Scena Cinema
http://www.eventiroma.com/eventi/3789_Microfono_d_Oro_i_vincitori_dell_…
17° Premio Domenico Meccoli ‘ScriverediCinema’ 2008 - miglior giornalista
radiofonico
https://books.google.it/books?id=Ed9nq0IEpM4C&pg=PR54&lpg=PR54&dq

trasmissione settimanale di cinema, il giovedì ore 14, sigla musicale: David
Schacherl
RADIO ONDA ROSSA ★ 87.9 fm
via dei Volsci 56 - 00185 Roma
streaming
https://www.ondarossa.info/player-ror.html
facebook
http://www.facebook.com/pages/Visionari/306981222666964
e-mail
visionari@ondarossa.info

--------------------

l'Archivio completto TuttaScenaCinema e Visionari:

2026 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenacinema/2026/01/ar…
2025 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenacinema/2025/01/ar…
2024 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenacinema/2024/01/ar…
2023 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenacinema/2023/01/ar…
2022 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenacinema/2022/01/ar…
2021 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenacinema/2021/01/ar…
2020 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-tuttascena…
2019 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-tuttascena…
2018 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-tuttascena…
2018 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2018/01/archivio-visionari-…
2017 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2017/01/archivio-visionari-…
2016 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2016/01/archivio-visionari-…
2015 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2015/01/archivio-visionari-…
2014 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/archivio-visionari-2014
2013 http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/archivio-visionari-2013
2012 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/02/archivio-visionari-…
2011 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/03/archivio-visionari-…
2010 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-visionari-…
2009 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/03/archivio-visionari-…

--------------

buon ascolto!

 ]]></description>
            <link>https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenacinema/2026/08/puntata-settimanale-giovedi-27-agosto</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenacinema/2026/08/puntata-settimanale-giovedi-27-agosto</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Redazionali Ondarossa]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Aug 2026 05:00:00 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/img_702208fc10f9b9094ba1295ac04dc533.jpg" length="0" type="image/jpeg"/>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[“Chi mi vorrà seppellire”. Viaggio sulla tomba di Attila József]]></title>
            <description><![CDATA[Un silenzioso giorno d’inverno

Fa freddo, la giornata ha la luce cruda dell’inverno che sta per svanire, siamo
a metà marzo, è mattina presto, le nuvole sono di zinco, si sentono solo i miei
passi nel cimitero di Kerepesi a Budapest: è gigantesco, larghi prati, stradine
pulite, un uomo lavora l’erba, da lontano vedo un carro funebre e poche persone;
nessun rumore. Il tempo non passa nei cimiteri, o passa in un modo che non è
dato sapere ai vivi. 

Sono alla ricerca della tomba del poeta Attila József, dovunque mi giri ci sono
lapidi, fiori e solitudine, percorro i viali, leggo molti nomi non ne ricordo
uno, mi smarrisco di continuo, mentre cammino, al centro di un largo viale,
incontro la tomba di Endre Ady, una imponente e malinconica scultura copre i
resti del grande poeta ungherese, indugio, la guardo, mi sembra eccessiva, forse
vuol far credere che là sotto lui ci sta meglio degli altri. Su Ady nel 1930
József scrisse una poesia. 

> È morto. Perché allora ucciderlo ogni giorno 
> Con parole, con azioni, con silenzio?

Nel 1942 gli amici più stretti, guidata dall’editore Imre Cserépfalvi, fecero
forti pressioni sulle autorità per ottenere l’esumazione del corpo di József,
morto nel dicembre 1937 a Balatonszárszó. Il governo fascista di Horthy, pur
vedendo ancora con sospetto il passato socialista del poeta, diede il permesso;
i resti vennero portati a bordo di un furgone grigio, arrivò al cimitero di
Kerepesi la mattina presto; le due sorelle del poeta, Jolán ed Etelka, con lo
scrittore Gyula Illyés, riuscirono a finanziare la traslazione raccogliendo
piccole donazioni private. 



Durante l’esumazione a Balatonszárszó c’era stato un momento di paura, nella
fretta della prima sepoltura la bara era stata calata in una fossa scarsamente
segnalata, solo il riconoscimento di alcuni dettagli personali da parte dei
familiari permise di confermare l’identità di Attila. La seconda sepoltura
avvenne in un pomeriggio piovoso alla presenza di ammiratori, giovani studenti,
operai dei quartieri industriali in cui József era cresciuto e una
rappresentanza del mondo letterario ungherese; il cimitero di Kerepesi fu
circondato da agenti in borghese e poliziotti a cavallo pronti a intervenire in
caso di disordini. Tra la folla silenziosa c’erano il poeta Miklós Radnóti e
Kálmán Rátz, un esponente dei fascisti ungheresi (le Croci Frecciate), anni
prima giocava a scacchi con Attila József nei caffè letterari di Budapest. 

La poesia letta dal giornalista Béla Horváth, un’elegia funebre che descriveva
la morte di József come omicidio sociale, diventò un atto di accusa contro
l’indifferenza della classe dirigente e l’isolamento politico a cui il regime di
Horthy aveva condannato il poeta. Venne subito arrestato. 

La quiete si trova ovunque a Kerepesi, specie dove sonnecchiano i platani, gli
ippocastani, le querce; seguendo un sentiero casuale mi ritrovo di lato un
terreno ricoperto di foglie gialle, marroni con brevi ciuffi di verde qua e là,
su vecchi tronchi il tempo si fa verticale per la presenza dell’edera che li
avvolge, mentre dove le foglie ricoprono antiche tombe ottocentesche il tempo
poggia orizzontale. Entrambi con la stessa malinconia della fine. Un muro stanco
di stare in piedi prova a proteggerle. ll primo funerale di József avvenne
davanti a poche persone, in pieno gelo; le autorità locali e il clero,
trattandosi del suicidio di un intellettuale noto per le sue simpatie comuniste,
organizzarono le esequie in fretta. Fu sepolto in una tomba umile del cimitero
del paese, contrassegnata da una semplice croce di legno. Il 3 dicembre 1937,
poco prima delle 19:30, il poeta annunciò alle sorelle che sarebbe uscito a fare
una breve passeggiata, si diresse con passo calmo verso la vicina stazione
ferroviaria di Balatonszárszó, la sera era fredda, faceva scuro già da ore, le
sbarre del passaggio a livello abbassate. Il merci n. 1284 diretto a Nagykanizsa
lo travolse intorno alle 19.36; il capotreno, posizionato in uno dei vagoni di
coda, notò un sussulto anomalo del convoglio e attivò il freno di emergenza. Il
treno si bloccò a poca distanza dalla stazione. Il ferroviere di turno, Károly
Zábó, insospettito, si incamminò lungo la massicciata insieme ad altri colleghi
muniti di lanterne a petrolio per verificare il problema. Fu proprio Zábó a
scorgere per primo i resti del poeta incastrati sotto le ruote. Erano le 19.43.
Suicidio. Ma fu suicidio? 

*

I testimoni

János Budavári era un ragazzino che la gendarmeria dell’epoca non inserì nei
verbali ufficiali: il giovane raccontò di aver visto József infilarsi tra i due
vagoni del treno merci fermo per passare dall’altra parte dei binari,
un’abitudine comune all’epoca per non attendere. Proprio in quel mentre il treno
si avviò all’improvviso: una ruota agganciò il lungo cappotto del poeta, lo
trascinò sotto il convoglio e lo fece girare su se stesso, uccidendolo sul
colpo. 

János Bóza, addetto al carico merci, dichiarò di aver visto un uomo dall’aspetto
trasandato e nervoso aggirarsi sulla banchina poco prima della partenza.
Aggiunse di aver sentito il violento stridore dei freni e di essere corso a
vedere, trovando il corpo dilaniato sotto la parte centrale del convoglio.
Spiegò che l’area era buia e che il passaggio a livello di Balatonszárszó era
sempre bloccato dai lunghi treni merci, spingendo i residenti a scavalcare o a
infilarsi sotto i respingenti per non fare giri lunghi.

Károly Zábó, casellante locale, si trovava vicinissimo alla sbarra del passaggio
a livello, notò che il poeta camminava avanti e indietro lungo i binari mentre
il treno era fermo. Specificò che si trovava già a ridosso del convoglio. Quando
il capostazione diede il segnale di partenza e il treno emise il primo strattone
per muoversi, lo sconosciuto finì sotto la giunzione tra il 15° e il 16°
vagone. 

Il macchinista Ferenc Borbély affermò che il treno si era avviato lentamente, a
passo d’uomo. Sentì l’allarme dei freni d’emergenza azionati dai frenatori
posizionati sui vagoni di coda solo dopo che il treno era già avanzato di
qualche metro. Concluse dicendo che era impossibile vedere una persona che
decideva di infilarsi o scivolare in mezzo al treno, poiché l’angolo cieco
copriva la visuale della locomotiva. 

Il capotreno Imre Karsai sostenne che il treno si era appena mosso e aveva
percorso pochissimi metri quando sentì attivare i freni manuali. Scese subito e
trovò la banchina nel caos, scoprendo il corpo sotto le ruote dei vagoni
centrali.  

Il medico condotto Imre Csapláros raccolse il racconto di due bambini del posto.
Raccontarono che il treno merci era rimasto fermo alla stazione di
Balatonszárszó per quattro minuti. Notarono il poeta camminare nervosamente
davanti alla sbarra abbassata del passaggio a livello. Poi, non appena il
convoglio iniziò a muoversi, lo videro scivolare sotto i vagoni, inginocchiarsi
sui binari e distendere le braccia in avanti.

> Ha duro il pugno come travi di binari, e dorme 
> come nel seno della vecchia madre; 
> a brandelli il vestito; ancor giovane, ragazzo. 

*

Il dolore cresce assieme alle ossa

Sono in giro da quasi un’ora senza arrivare alla tomba, non la trovo, le nuvole
si abbassano, quasi schiacciano Budapest che si comprime nel freddo. 

La vita di József fu segnata dalla miseria materiale, dall’abbandono della
famiglia da parte del padre, un operaio saponaio di origine rumena, quando
Attila aveva solo tre anni; crescendo, tra gli stenti, studiava e si arrangiava
con mille lavori precari. Borbála Pöcze, sua madre, per campare cominciò a fare
la lavandaia. Nelle sue poesie József la ricordava spesso piegata su imponenti
“montagne di biancheria”, sfinita dalla fatica e dai dolori causati dalle
infinite ore passate a stirare e lavare per i padroni. “Le lavandaie muoiono
presto”, scrisse, la mamma infatti si spense nel Natale del 1919, consumata dal
cancro all’utero a soli 43 anni. Attila aveva 14 anni, in quel momento si
trovava in campagna dai nonni per alleggerire le spese di casa; a causa della
povertà e dell’isolamento venne a sapere della morte della madre solo un mese
dopo, quando lei era già stata sepolta. Da quel giorno il dolore crebbe assieme
alle sue ossa. 

Da giovane aderì al partito comunista, tuttavia la sua visione eterodossa lo
portò a violenti scontri, secondo lui il vero socialismo non imponeva le sue
idee al popolo e la lotta di classe non esisteva; chi combatteva per il
socialismo doveva ottenere il sostegno della maggioranza della società. Egli,
inoltre, considerava la violenza bolscevica identica a quella nazista, queste
idee lo isolarono e nel 1934 venne espulso dal partito. Attila fu costretto a
vari ricoveri in cliniche psichiatriche e si ritrovò in diverse e irrealizzate
storie d’amore, tra cui quella per la sua analista Gyömrői Edit e per la giovane
intellettuale Flóra Kozmutza. La poesia di József diventò presto la voce
disperata della classe operaia urbana e ai margini della periferia di Budapest,
descrivendo fabbriche, ferrovie e la solitudine delle notti metropolitane, gridò
il dolore dell’infanzia, il desiderio d’amore e la ricerca della giustizia
sociale, era comunista ma nei suoi versi lo scandalo che gli provocava la
sofferenza umana prevaleva sull’ideologia. Lui mendicava la verità, quella agli
angoli delle strade, quella che bruciava le mani della gente e si spegneva
spesso nelle loro vite. 

> Dal dolore
> ciechi ormai, invano, 
> avanziamo, senza 
> più sentire delle cose altro
> che questo: orribilmente fanno male. 

*

La tomba

Vedo un edificio, un uomo fuma a breve distanza, mi avvicino, lo saluto ma non
comprende, gli faccio il nome di Attila József, senza aggiungere altro mi fa un
gesto, lo seguo, attraversiamo un prato, infine mi indica una lastra appena
visibile e se ne va. La sepoltura è a terra, scarna, umile, priva di gloria, sul
margine del marciapiedi, ci sono viole secche e piccoli cespugli bruciati dalla
noia, sui lati, in alto, un vaso da fiori vuoto e l’altro con un fiore poggiato
sopra. Il terriccio è scuro, c’è un corona a cui è attaccato un nastro con i
colori della bandiera ungherese. Non ci sono insegne, indicazioni, nulla, solo
una pietra consumata dal tempo. Non sono deluso, non sono sorpreso. 

> Lo senti tu pure, osso, il silenzio?

Attorno alla sepoltura l’erba è spelacchiata, mi affaccio per leggere cosa c’è
scritto sul marmo, stando attento a non calpestare i nomi. József Áronné,
(1876-1919); Attila József (1905-1937); Jolán József (1899-1950), Etelka József
(1903-2004), i figli di Etelka, Péter Makai (scenografo e regista, 1932-1991) e
Zsuzsanna Makai (1929-2015). Genealogia dell’indignazione. E la madre? Dov’è la
madre? La madre è József Áronné, che significa “Signora József”; in quegli anni
le donne sposate perdevano legalmente il proprio nome di battesimo sulle
iscrizioni ufficiali e sulle lapidi, venendo indicate attraverso il nome del
consorte con il suffisso -né. Il nome di Attila è sotto il suo, o meglio, sotto
quel paravento, si va in ordine di decesso non di importanza; è tutto così
semplice, dimesso, un sussurro di pietra. Resto in piedi, davanti alla tomba,
non mi sento un intruso, non ho portato con me nulla, né fiori né bigliettini
con su scritto qualcosa, me ne sto solo immobile, senza particolari pensieri
sulla vita e sulla morte o sulla poesia di József, forse mi lascio prendere
dalla natura della morte, chi lo sa. Ricordo solo che a 14 anni, a scuola, non
sapendo che fare, sfogliai il manuale di letteratura all’istituto Nautico, dove
mi ero iscritto, lessi per caso una poesia di questo poeta ungherese, Il
postino, non sapevo fosse famosa, non sapevo nulla, ma mi ha portato qui,
davanti alla sua tomba, dopo decenni. 

I nomi messi l’uno sotto l’altro sembrano versi essenziali di una triste
litania, sequenza malinconica di donne e di uomini, di vite brevi e lunghissime,
di legami parentali stretti, in fondo a dirci della vita è quel trattino tra le
date di inizio e fine, trattino sempre uguale quando invece dovrebbe avere
misure diverse in base al numero di anni; lì c’è la sintesi muta di ogni
esistenza, del nostro passaggio veloce. Non altro.  

*

Gli altri funerali di Attila József

Il 21 marzo 1959, sotto il regime comunista di János Kádár, fu inaugurato il
monumentale Munkásmozgalmi Mauzóleum (il Mausoleo del Movimento Operaio)
all’interno del Kerepesi. Il partito aveva bisogno di riabilitare la propria
immagine dopo la sanguinosa repressione della Rivoluzione del 1956, per questo
motivo i funzionari decisero che la prima salma da spostare dovesse essere
quella del poeta. József riposava nel tranquillo settore 35, quando i resti
furono riesumati e collocati nel punto più in vista del viale. La cerimonia fu
militare e di partito. Il viale occupato dai massimi esponenti dell’apparato del
Partito Socialista Operaio Ungherese (MSZMP), da delegazioni di operai
precettate dalle fabbriche di Budapest e da gruppi di pionieri (i bambini
comunisti) in uniforme con i fazzoletti rossi. József venne dipinto come il
“poeta delle masse” e il “martire della lotta di classe”.

> È una foresta in movimento 
> la massa, se è ferma 
> ha il sangue per radice. 

Venne censurato il fatto che il partito lo avesse espulso, che avesse sofferto
di gravi disturbi mentali e che si fosse suicidato. La tomba rifletteva i canoni
del realismo socialista: un blocco di pietra squadrato, rigido, geometrico. Nel
1963 morì Judit Szántó, l’ex compagna di József ed esponente ortodossa del
comunismo; per decreto politico, le sue ceneri furono inserite nello stesso
identico loculo del poeta.Per Etelka fu l’ennesima violenza alla memoria del
fratello, poiché la relazione con Judit era stata tormentata e interrotta anni
prima della morte di Attila. József si ritrovò in mezzo alle tombe dei
protagonisti della dittatura ungherese come József Révai o Árpád Szakasits, fino
al leader János Kádár, che alla sua morte nel 1989 venne seppellito a pochissimi
metri dal poeta. 

Mentre camminavo, prima di arrivare alla tomba di József, avevo visto una
scultura: un operaio che, con un martello in mano sollevato, picchia un tozzo
metallo; roba da realismo socialista. Di lato, però, delle statue e un
crocifisso. Non mi sarebbe piaciuto trovare la tomba di József nel rumore della
propaganda. Il maggio del 1994 fu l’anno della quarta e definitiva sepoltura di
József, l’allora novantunenne Etelka non aveva mai perdonato al Partito
Comunista l’esumazione forzata del 1959 e l’oltraggio di aver inserito nel 1963
l’ex compagna Judit Szántó. Sostenuta dal nuovo clima democratico, dai familiari
e dall’opinione pubblica pretese e ottenne dalle autorità cittadine di Budapest
il permesso di estrarre il corpo del fratello dal Pantheon del Movimento
Operaio. La bara del poeta lasciò il monumentale e grigio viale dei gerarchi
comunisti, tornando nel settore originario (il 35/2), dove c’era la sua
famiglia. Non so dove sia il viale del Pantheon, forse ci sono passato e non me
ne sono accorto, ma ormai sono qui, dove volevo essere. Mi sembra così simile
alla sua poesia, che aveva addosso la fatica dei giorni. 

Un poeta che scende in una fossa è solo un uomo che cerca, come gli altri, un
posto dove trovare riparo dal male.  

*

Presto arriva la fine

Il poeta alloggiava presso la Pensione Horváth, dove Etelka viveva con i suoi
bambini in condizioni di estrema povertà economica. Attila alternava momenti di
assoluta apatia a improvvisi attacchi di pianto, camminava per ore o fissava il
vuoto per l’intera giornata, assumeva massicce dosi di Medinal e Sopor(potenti
barbiturici dell’epoca) prescritti dai medici per calmare l’ansia e la forte
insonnia, passava giornate seduto al tavolo a scrivere indirizzi sulle buste
delle lettere. Nelle tasche dei suoi vestiti logori furono recuperati pochissimi
oggetti personali: il taccuino di appunti, un pugno di spiccioli (pochi fillér),
un mozzicone di matita, il pettine e il fazzoletto. Nella sua stanza rinvennero
il messaggio per l’ex compagna Judit Szántó: una nota breve e disperata in cui
le dava l’ultimo saluto; delle raccomandazioni per il suo editore (Imre
Cserépfalvi), in cui parlava dei suoi manoscritti; la lettera a Flóra Kozmutza:
“Perdonami, Flóra. Credo che non ci sia altra soluzione per me. Ti amo molto e
ti ringrazio per tutto. Cerca di essere felice con qualcun altro. Io ho finito”;
il biglietto per il suo psicanalista Róbert Bak: “La diagnosi era esatta: sono
totalmente incapace di vivere”. 

Niente alle sorelle, a loro toccò il mistero. 

Tra i suoi documenti personali c’era anche la richiesta di un passaporto. József
desiderava lasciare l’Ungheria per sfuggire al clima politico opprimente e
cercare cure migliori all’estero, ma le autorità gli avevano rifiutato i
documenti per l’espatrio. Fu ritrovata anche una poesia, una delle ultime,
scritta alla fine di novembre: Ecco infine la mia patria. 

> Ecco infine la mia
> Patria ho trovato, la terra dove il nome
> Mio senza errori scriverà
> Chi mi vorrà seppellire. 

Mi allontano da quella tomba così povera, che non prova a somigliare alla vita,
non sono sicuro di aver preso la direzione giusta per uscire dal cimitero, sono
avido di nomi, ne leggo ancora sui marmi mentre vado via, quante esistenze,
quante foto, quante date, mi volto a guardare da lontano quella lastra poggiata
a terra che ormai mi è familiare, infine sparisce.

Davide Palmieri 

*Le poesie sono tratte da “Gridiamo a Dio”, Guanda, 1963, a cura di Sandro
Badiali e Gilberto Finzi. 

L'articolo “Chi mi vorrà seppellire”. Viaggio sulla tomba di Attila József
proviene da Pangea.]]></description>
            <link>https://www.pangea.news/attila-jozsef-tomba-davide-palmieri/</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.pangea.news/attila-jozsef-tomba-davide-palmieri/</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Aug 2026 04:12:38 GMT</pubDate>
            <enclosure url="https://blob.nethood.org//media/img_2c7b94033d253bfe43579f6a18b526cc.jpg" length="0" type="image/jpeg"/>
        </item>
    </channel>
</rss>