Ho visitato la Groenlandia cinque volte e ne ho scritto articoli e libri nelle
attese di aerei, elicotteri e barconi in transito. Seguivo la storia avventurosa
e insolita di Knud Rasmussen, l’esploratore danese che agli inizi del Novecento
l’aveva esplorata, raccontata al mondo, e soprattutto aiutata a ottenere una sua
più chiara sovranità. Ho passato mesi viaggiando su entrambe le coste dell’isola
visitando i luoghi chiave di quella sua storia così importante. La Groenlandia
per Rasmussen era stata una vera iniziazione a un luogo dominato dalla natura
dove era ancora possibile provare l’ebrezza di un totale senso di libertà. E
questo era evidente sin dall’inizio. Durante questa mia pellegrinazione la sua
figura è apparsa ovunque nei busti marmorei, nei ritratti, nelle citazioni
scritte o nei musei (Ilulissat e Qaanaaq) in cui m’imbattevo. Con i groenlandesi
bastava che menzionassi il nome dell’esploratore e trovavo una porta aperta e
delle informazioni sul personaggio.
A Ilulissat, grazie a un italiano residente, Silverio Scivoli, avevo persino
intervistato un parente della madre; un Fleischer che, ispirato dall’antenato,
aveva ripercorso il lungo viaggio in slitta lungo il Passaggio a Nord-Ovest.
Perché menziono Knud Rasmussen? Non solo per salvarlo dal dimenticatoio, ma per
riconoscerne un ruolo fondamentale nella creazione di quello che la Groenlandia
è oggi, nel suo territorio e nella gente. I recenti sviluppi e provocazioni
dell’ambito politico hanno rivelato molto dei groenlandesi, dei danesi e di un
loro destino comune che ha oramai forgiato una precisa identità. La crisi ha
solo fatto emergere quello che oramai si era sedimentato dai tempi del pastore
protestante Hans Egede quando sbarcò nella Groenlandia meridionale nel 1721. Il
pastore-esploratore cercava i resti delle colonie vichinghe e invece trovò le
popolazioni del luogo con cui cominciarono semplici scambi. Nel tempo, imparò la
loro lingua mostrando grande spirito d’adattamento anche nel proporre il credo
cristiano. Vista l’assenza del pane nel mondo inuit, un aneddoto riporta che il
pastore cambiò la preghiera del Signore con “Dacci oggi la nostra carne di foca
quotidiana”.
*
Chi era Knud Rasmussen?
> “Datemi l’inverno, una muta di cani, e lascerò a voi tutto il resto”.
>
> Knud Rasmussen
Nato a Ilulissat, in Groenlandia, nel 1879 da madre inuit e padre danese,
provarono a farlo diventare un cittadino di Copenaghen. Ma a scuola non era
brillante; l’odio per la matematica non lo aiutava. Provò quindi la via del
teatro e della scrittura e sentì sollievo. Ma c’era qualcosa che lo prendeva da
dentro e lo faceva ritornare sempre nella terra natia. Tra il 1921 e il 1924, la
sua quinta spedizione artica lo portò addirittura a bordo di una slitta
dall’amata Groenlandia fino all’Alaska. Con un fine preciso: salvare dall’oblio
le storie e le credenze di un popolo che, nonostante la sparsa dimora, vantava
una spessa corteccia culturale. Dimostrò altresì che in qualche modo quelle
radici indicavano un punto d’origine comune che sconfinava ad est in direzione
dello stretto di Bering.
Rasmussen, come Amundsen, sarà cordiale e generoso con gli inuit. E andrà
persino oltre, diventando un audace etnografo, archeologo, antropologo. Parlando
correntemente la loro lingua entrò nel cuore del loro mondo con fare schivo e
gentile. Nel 1910, Rasmussen e il suo amico Peter Freuchen fondarono la stazione
commerciale di Thule nella baia di North Star, vicino al monte Dundas, nella
Groenlandia polare, come base per i commerci. Nel 1933, l’esploratore artico
Knud Rasmussen svolse un ruolo cruciale come consulente del governo danese
presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, difendendo con successo la
sovranità della Danimarca sulla Groenlandia orientale contro le pretese della
Norvegia. La sua testimonianza, basata sulla sua vasta conoscenza della cultura
e dell’organizzazione sociale degli Inuit, contribuì a garantire il territorio
alla Danimarca.
Dal maestoso Artico la lezione che ci porta è semplice. È tutto provvisorio nel
mondo dei ghiacci, come d’altronde nella nostra vita. Il segreto è trasformare
una lenta e continua perdita in una grande festa. A ogni fermata in un
villaggio, ogni scusa era buona per cantare, ballare, festeggiare. Dopo sette
spedizioni, e una vita personale intensa, Rasmussen morì nel 1933, a soli
cinquantaquattro anni, di salmonella, mangiando uno dei suoi cibi favoriti,
il kiviaq, carne di auk (uccello artico) fermentata all’interno di una foca
catturata. Sulla slitta, prima dei viaggi, caricava anche un grammofono. Amava
l’opera e gli inuit scoprirono quel bel canto grazie all’amico danese che loro
chiamavano Kunuk.
*
Nessuno tocchi il Grande Nord
Siamo a un nuovo giro di boa. Forse il futuro sta chiamando il mondo ad essere
testimoni di qualcosa d’importante. L’Artico è un luogo dove le terre
inesplorate ancora prevalgono sul progresso della modernità. Un bene che risulta
prezioso di questi tempi in cui l’inesplorato sta diminuendo drammaticamente
grazie alla facilità delle comunicazioni e all’attrattiva delle potenziali
risorse. Ma l’inesplorato non è solo uno spazio incontaminato dove respirare
l’aria pulita e cimentarsi nelle pratiche sportive dell’outdoor. Esso è pure lo
spazio dove è possibile riscoprirci con la responsabilità delle nostre azioni,
al di là delle scuse o dei malintesi. Non è forse in tale spazio d’autenticità
che possiamo sentirci realmente vivi e liberi?
Credo che la crisi groenlandese riveli come questo vasto territorio non sia solo
da considerare come un angolo di terra da sfruttare e neo-colonizzare. L’Artico
è una fetta di mondo che possiede una sapienza conquistata nei millenni da chi
ci ha vissuto in condizioni difficili facendo valere la propria resilienza.
Forse, l’ultima nostra vera opportunità d’imparare a essere umili riscoprendo
una nostra resilienza di fronte a un crescente titanismo tecnologico che
potrebbe cambiare la qualità della Vita per le future generazioni.
Massimo Maggiari
*Massimo Maggiari è nato a Genova-Nervi. Vive a Charleston, nella Carolina del
sud, dove ha insegnato all’università locale; è oggi professore Emeritus di
Cultural Studies. Nell’estate del 2022 ha ricevuto il premio Montale fuori casa
all’albergo Shelley di Lerici. Tra i suoi libri dedicati al Grande Nord
ricordiamo Al canto delle balene. Storie di esploratori e sciamani
inuit (Giunti, 2018) e Nel cuore del Passaggio a Nord-Ovest. Storie di
esploratori e sciamani inuit (Meltemi, 2024). Il prossimo marzo uscirà il
romanzo Nello spirito dell’Orsa maggiore per le Edizioni Il Ciliegio che esplora
la tematica dello sciamanesimo.
*In copertina: Knud Rasmussen (1879-1933)
L'articolo Giù le mani dal Grande Nord. Ovvero: l’epopea di Knud Rasmussen
proviene da Pangea.