> “Cristina vide accorrere una belva verso di lei, apparendo e scomparendo
> velocemente, attraverso i fossati di neve. Da lontano ne vide apparire altre.
> Allora s’inginocchiò, chiuse gli occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
*
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il
vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro
camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti
e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro
dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te
sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù
tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt
14,22-33)
*
Nella paura
> “Non potevano credere che fosse veramente Gesù; che egli potesse essere lì,
> così vicino, mentre l’avevano lasciato sulla riva, ormai «a qualche miglio di
> distanza». No, non era lui che avanzava verso di loro sul mare agitato”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
Non poteva essere lui quello che camminava sulle acque, non può essere lui a
ordinare ai suoi amici di precederli sull’altra riva, non può essere lui a
ritirarsi inutile e solitario nel grembo di Dio, non può essere lui a comandare
alla tempesta, non può essere così il Dio a cui ci è chiesto di credere. E poi,
cosa vuol dire davvero credere, a cosa, a chi? Come credere dal ventre delle
nostre tempeste?
> [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
> sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
> folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
> sera, egli se ne stava lassù, da solo.
Ancora storditi dal miracolo dei pani condivisi, dalla lezione impartita alla
nostra fede acerba, quella che si muove nel mondo misurando il reale, siamo
costretti ad assistere alla disgregazione dei protagonisti. Come i pani spezzati
nel miracolo ecco che tutti si frantumano: la folla, i discepoli e Cristo,
ognuno consacrato a una solitudine diversa. Come se il miracolo avesse bisogno
di esaurirsi nella negazione del prodigio.
Miracolo. La moltiplicazione dei pani, così l’hanno sempre chiamata, fino a
quando il miracolo è stato spiegato. E quindi disinnescato. Spiegazione
simbolica, genere letterario. Non moltiplicati, dicevano gli esegeti,
ma condivisi, perché il vero miracolo è la condivisione, non la moltiplicazione.
E avevano ragione: il miracolo diventava comprensibile, l’accento veniva posto
sulla giustizia, era più facile credere.
Ma quel pane non era stato solo condiviso, quel pane è lo stesso che non è stato
tratto miracolosamente dalle pietre, antica e sempre nuova tentazione. Quello è
il pane che sarebbe stato spezzato nell’Ultima Cena. Quello è Cristo, il suo
corpo. Spezzato per noi. Quello siamo noi, un corpo frantumato e dato in
pasto. Così, ancora, il Cristo fa paura. La salvezza ha il prezzo della vita
intera. Vuoi credere davvero? Prova a te stesso che non hai paura di morire. Che
hai vera nostalgia del Padre. Che una tempesta non può farti paura.
*
Paura e solitudine
Prima le folle vennero congedate da lui in persona. E anche i discepoli vennero
congedati. Per suo ordine. Anche questo è miracolo. Non aver paura di stare da
soli. Sceglierlo. Accettare di allontanare gli amici per non franare in legami
di reciproco bisogno. Gesù sceglieva ogni volta di allontanare i discepoli e le
folle, non voleva creare dipendenza. Era come un morire continuo. In fondo non
era venuto anzitutto per sfamare, guarire, nemmeno per perdonare.Forse era
venuto per lanciare segni, squarciava il cielo e poi lo ricuciva. Veniva per
seminare nostalgia d’Eterno. Pur amandoli non voleva aver bisogno dei Dodici, il
suo rapporto con i discepoli non franava mai nella seduzione.
Volevano davvero stare con lui? Dovevano rispettare gli ordini, obbedire:
scegliere la solitudine e una vita tempestosa. A Dio si deve obbedire. Questo
ustiona la nostra moderna sensibilità.
E poi viene la sera, viene sempre la sera, su ogni giornata, al termine di ogni
viaggio; spesso arriva prima che il sole sia tramontato. È la sera della perdita
dell’entusiasmo, quando ti viene il dubbio che tutto ciò che stai facendo sia
solo una risposta ammantata di sacro nel tentativo di coprire i fallimenti.
Essere sulla barca di Cristo per il solo motivo che sulla nostra barca, nel
nostro essere pescatori, non funzionavamo più. La fede come una fuga dalla
realtà. E poi è facile: i pani condivisi diventano miracolo e anche una tempesta
sul mare viene sedata dalla fede. È più facile credere nei miracoli che
accettare di aver sbagliato la vita. Questo succede quando ti scende la sera nel
cuore.
*
Paura di un fantasma
> La barca intanto distava già̀ molte miglia da terra ed era agitata dalle onde:
> il vento infatti era contrario.
Maledizione vera è che tu invidi chi, in nome del Signore, sembra felice. Chi
crede nella pace e nella giustizia, chi gode d’aver dato la vita per i poveri.
Ci si è spinti troppo al largo e forse non è questo che Gesù intendeva con
l’andare all’altra riva. Hanno capito male i discepoli. E poi il vento è
contrario. Non è indizio evidente della mancanza di provvidenza?
> Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo
> camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e
> gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io,
> non abbiate paura!».
Alla quarta veglia della notte, perché la notte è tutta da attraversare, Cristo
cammina sulle acque. Non poteva essere lui. Perché non era arrivato prima?
Perché arrivava così? Chi è veramente questo Dio? Quella fu solo una delle mille
tempeste. Forse credere è stare nella tempesta. O forse no. Forse è solo una
scusa per non dover ammettere di aver solo dannatamente paura di vivere.
*
Paura del male, paura di me
> “Nella barca agitata dalle onde a causa del vento contrario, la tradizione ha
> visto assai per tempo un’immagine della Chiesa alle prese con l’irruzione del
> male. È di notte, e in assenza di Gesù, che bisogna raggiungere l’altra riva.
> Questi dettagli evocano bene la situazione della comunità cristiana in questo
> tempo di fede”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
È tutto vero, è tutto così, la Chiesa alle prese con il male. Ma se il male
fossimo noi? Se io che sono costretto a predicare fossi solo un falso profeta?
Se fossi io il male per la Chiesa? Questo dilania il cuore.
Non è il male a fare paura. È che il male possa essere io.
*
Paura di morire
> Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di
> te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
> camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
> s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
Non resta che imparare da Pietro. Che ha paura di morire. Questa è la vita.
Implorare in forma di preghiera di poter camminare sulle acque, cioè di essere
come Cristo. Che rischio, che azzardo! Che ci esaudisca, di diventare come il
Crocifisso. Sappiamo che non saremo mai come lui ma, forse, ci è chiesto di
condividerne la morte.
Scendere come Pietro dalla barca delle nostre sicurezze in un battesimo
terribile, cercare di tramutare la paura di essere spacciati in un grido
continuo al limite della disperazione. A questo siamo chiamati?
«Signore salvami!» Io non ho altro. Io non sono altro. Se tu non mi salvi io
sono solo. E finito.
Ho letto da poco Vino e pane di Ignazio Silone, non riesco a spostarmi da lì.
*
Paurosamente incontrarlo in un lupo
> “A un certo momento una voce rispose da lontano, ma non era voce umana. Pareva
> il guaito di un cane, ma più acuto e prolungato. Probabilmente Cristina lo
> riconobbe. Era l’urlo del lupo. L’urlo della carnaccia. Il richiamo agli altri
> lupi sparsi sulla montagna. L’invito al banchetto comune. Attraverso il
> nevischio e l’oscurità della notte incipiente, Cristina vide accorrere una
> belva verso di lei, apparendo e scomparendo velocemente, attraverso i fossati
> di neve. Da lontano ne vide apparire altre. Allora s’inginocchiò, chiuse gli
> occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
> E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché
> hai dubitato?».
> Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
> prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Sono io, non abbiate paura.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Henry Ossawa Tanner, Christ Walking on the Water, 1910
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Rivista avventuriera di cultura&idee
Nata a Bucarest, sfollata a Buenos Aires nel 1959 – il papà era un
antistalinista professo –, scrittrice estrosa, bellissima, Alina Diaconú ha
avuto una lunga relazione epistolare con Emil Cioran. È a lei, in un’intimità
raccolta in Preguntas con respuestas (1998), che Cioran dice del suo rapporto
con Alejandra Pizarnik.
> “Cara Alina, che omissione assoluta: non le ho detto di Alejandra Pizarnik.
> Abitava nel mio quartiere, più esattamente in rue Saint-Sulpice. Quante volte
> mi sono imbattuto in quella sconosciuta, trascinava con sé una disperazione
> che conosco così bene!”.
Le aveva lasciato un biglietto nell’hotel parigino in cui soggiornava. “Non se
ne vada”, soggiunse – ma Alina partì. La Pizarnik sigilla sempre un addio (per
approfondimenti si veda: A. Diaconú, Querido Cioran. Cronaca di un’amicizia,
Criterion Editrice, 2021).
Nata nel 1936 a Buenos Aires da ebrei di origine ucraina, Alejandra Pizarnik
atterrò a Parigi che aveva ventiquattro anni: voleva vivere – e morire – di
poesia. Conobbe Georges Bataille, legò con Julio Cortázar, Octavio Paz scelse di
firmare l’introduzione della sua plaquette, Árbol de Diana, uscita nel 1962:
“Solitudine, concentrazione, addestramento alla sensibilità sono requisiti
indispensabili alla visione. Alcuni intellettuali di onorata intelligenza
lamentano di non vedere nulla, nonostante la loro cultura”. Ecco il punto.
Mentre l’intellettuale si mette in posa e poeta – e il lettore trae giovamento
dal poetico, unguento mentale che sana con poco verbo vittimismi e malinconie –
il poeta abita in un aldilà del linguaggio. Il poeta arma il linguaggio fino a
farsi male, fino alle mannaie dell’io, per annegare nella propria notte oscura.
Più che altro, il testo di Octavio Paz – oscuro per eccesso di chiarore – è un
trattato alchemico scritto contro “i pregiudizi dell’illuminismo contemporaneo”
(lo abbiamo tradotto in calce); è la chiave – simbolica dunque reale, in
una attualità che è per sempre – per penetrare nell’opera di Pizarnik.
Alejandra Pizarnik inviò Árbol de Diana a Cristina Campo. Si erano conosciute a
Parigi, di sfuggita. “Ci sono dei Suoi versi che mi ossessionano”, le scrisse
Cristina nel gennaio del 1963. Il legame epistolare, di intensità caustica,
ambigua, durò qualche anno. La Pizarnik le dedicò una poesia, Anelli di cenere,
poi raccolta in Le opere e le notti (1965), opera prediletta dalla Campo: “E
quando è notte, sempre,/ una tribù di parole mutilate/ cerca asilo nella mia
gola,/ perché non cantino loro,/ i funesti, i padroni del silenzio” (cito dalla
traduzione di Matteo Lefèvre da: A. Pizarnik, Poesia completa, Crocetti, 2026;
il libro reca “uno scritto” di Concita De Gregorio, non brutto). Cristina le
inviò La Tigre assenza (“Ahi che la tigre/ la Tigre assenza/ o amati/ ha tutto
divorato…”) con dedica “Ad Alejandra Pizarnik”. Il padre era morto da poco, “con
tanta amabilità, quasi in mezzo ad una conversazione”; per lettera, le parlava
di Borges e di Octavio Paz, di Djuna Barnes, dei “canti dei salmi che ci
aspettano forse da tutta l’eternità” ascoltati “presso i miei amici
aschenaziti”, di Rabbi Abraham Joshua Heschel, “un mistico di pura tradizione
chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie” (poi pubblicato da
Rusconi, proprio per impegno di Cristina Campo). Forse nella ebraicità di
Pizarnik, la Campo cercava un conforto: il roveto ardente in vece dell’ardore.
Infine – così pare, almeno, compulsando questo epistolario di cristallo,
scoperto da Stefanie Golisch tra le carte della Pizarnik custodite alla
Princeton University, per ora impubblicabile –, Cristina Campo tentò di tradurre
l’infelicità di Alejandra in grazia. La volle santa – lei restò dannata.
Erano gli anni dell’impegno anticonciliare e del legame con Monsignor Lefebvre;
Cristina scrisse alla Pizarnik di dotarsi di una tradizione, di purificarsi (“La
sua innocenza non chiede altro che trasformarsi in coscienza”), di trovare il
proprio ordine interiore (“Non vada, la supplico, dallo psicoanalista. Oltre che
del tutto inutile, è una cosa veramente indecente, e che ostruisce tutti gli
ingressi al destino col pretesto di aprirne alla libido”). Zolla, dietro le
quinte – era, in fondo, l’artefice di tutti gli interessi epistolari della Campo
–, annuiva. La Pizarnik restò di ghiaccio – così annota nel diario: “Lettera di
Cristina. Mi fa paura. Come se mi avesse scritto un angelo”.
L’ultima lettera di Cristina è del 7 aprile 1970 (“La posta qui non annuncia più
gli scioperi, ma, senza dire una parola, tonnellate di lettere vengono buttate
silenziosamente in mare”). Alejandra era rientrata a Buenos Aires da qualche
tempo, qualche mese dopo – in luglio – appuntò una risposta (“Cristina, mi vuole
ancora bene? Le piacerebbe vedermi ora, strana bambina dai capelli lunghi
lunghissimi, e così pallida e fragile che quando mi guardo allo specchio mi
sorrido per darle coraggio…”) che non spedì mai e che possiamo leggere in: A.
Pizarnik, L’altra voce. Lettere 1955-1972, Giometti & Antonello, 2019.
Chiunque sia stato a Buenos Aires riconosce gli emblemi ideati da Borges, il
meno argentino degli scrittori argentini: il labirinto e lo specchio, il
coltello e la tigre blu. Alejandra Pizarnik, donna dal viso felide, sprofondò in
se stessa fino a divorarsi. Così appunta nel suo diario, è il novembre del
1971:
> “Scrivere è dare un senso al soffrire.
> Ho sofferto così tanto che già mi hanno espulso dall’altro mondo.
> Scrivere è voler dare un senso al nostro soffrire”.
Cortázar, l’amico zenit, continuò a inviarle lettere floreali, ormai inutili
(“Oggi, i carnefici uccidono altri, non i poeti, ormai non ci resta neanche
questo privilegio imperiale… Ti accetto solamente viva, ti voglio solamente
Alejandra”, 9 settembre 1971). Alejandra continuò a pubblicare, distrattamente,
a dedicare i propri versi a molti, come a sfracellarsi. Con gli ultimi libri
– El infierno musical e Los pequeños cantos – si costruì un sepolcro.
Morì – il 25 settembre del 1972, per scelta, per abuso di Seconal – e fu un
risorgere al mito. La insediarono in un ristretto club che comprende Sylvia
Plath, Anne Sexton, Amelia Rosselli; scrisse di donne tumulate da un talento
sacrificale, Emily Dickinson (“Lei pensa all’eternità”), Karoline von Günderrode
(“La divorata dallo specchio/ entra in uno scrigno di ceneri/ e ammansisce le
bestie dell’oblio”), Janis Joplin, a cui si confidò come a un’altra se stessa:
> “hai fatto bene a morire
> per questo ti parlo,
> per questo mi affido a una bambina mostro”.
Alejandra è sepolta nel cimitero ebraico di La Tablada; i genitori la chiamavano
“Flora”. Le sue poesie sembrano Unni origami, sembrano lupi di carta: appena
confidi nella loro fragilità, scopri di avere le mani piene di sangue – si
arriva sempre troppo tardi alla poesia, sempre troppo deboli.
*
Introduzione di Octavio Paz a “Árbol de Diana” di Alejandra Pizarnik
Albero di Diana di Alejandra Pizarnik. (Chim.): cristallizzazione verbale per
amalgama di insonnia passionale e lucidità meridiana in una dissoluzione della
realtà sottoposta alle più alte temperature. Il prodotto non contiene una sola
particella di menzogna. (Bot.): l’albero di Diana è trasparente e non fa ombra.
Ha luce propria, scintillante e breve. Nasce nelle terre aride dell’America.
L’ostilità del clima, l’inclemenza dei discorsi e del vocio, l’opacità generale
delle specie pensanti, sue vicine, per un ben noto fenomeno di compensazione,
stimolano le proprietà luminose di questa pianta. Non ha radici; il fusto è un
cono di luce leggermente ossessiva; le foglie sono piccole, ricoperte da quattro
o cinque righe di scrittura fosforescente, picciolo elegante e aggressivo,
margini dentellati; i fiori sono diafani, separati i femminili da quelli
maschili, i primi ascellari, quasi sonnambuli e solitari, i secondi spighe,
spolette e, più raramente, spine. (Mit. ed Etnogr.): gli antichi credevano che
l’arco della dea fosse un ramo spezzato dall’albero di Diana. La ferita del
tronco era considerata il sesso (femminile) del cosmo. Forse si tratta di un
fico mitico (la linfa dei rami teneri è lattea, lunare). Il mito allude
probabilmente a un sacrificio per smembramento: un adolescente (uomo o donna)
veniva squartato a ogni luna nuova, per stimolare la riproduzione delle immagini
nella bocca della profetessa (archetipo dell’unione dei mondi inferiori e
superiori). L’albero di Diana è uno degli attributi maschili della divinità
femminile. Alcuni vedono in ciò un’ulteriore conferma dell’origine ermafrodita
della materia grigia e, forse, di tutte le materie; altri deducono che sia un
caso di espropriazione della sostanza maschile solare: il rito sarebbe solo una
cerimonia di mutilazione magica del raggio primordiale. Allo stato attuale delle
nostre conoscenze è impossibile optare per una di queste due ipotesi.
Segnaliamo, tuttavia, che i partecipanti mangiavano in seguito carboni
incandescenti, usanza che perdura fino ai nostri giorni. (Blas.): stemma
parlante. (Fis.): per molto tempo si è negata la realtà fisica dell’albero di
Diana. In effetti, a causa della sua straordinaria trasparenza, pochi possono
vederlo. Solitudine, concentrazione e un generale affinamento della sensibilità
sono requisiti indispensabili per la visione. Alcune persone, con reputazione di
intelligenza, si lamentano del fatto che, nonostante la loro preparazione,
non vedono nulla. Per dissipare il loro errore, basta ricordare che l’albero di
Diana non è un corpo che si possa vedere: è un oggetto (animato) che ci permette
di vedere oltre, uno strumento naturale di visione. Del resto, una piccola prova
di critica sperimentale svanirà, con efficacia e definitivamente, i pregiudizi
dell’illuminismo contemporaneo: collocato di fronte al sole, l’albero di Diana
riflette i suoi raggi e li riunisce in un fuoco centrale chiamato poema, che
produce un calore luminoso capace di bruciare, fondere e persino volatilizzare
gli increduli. Si raccomanda questa prova ai critici letterari della nostra
lingua.
Octavio Paz
Parigi, aprile 1962
Traduzione di Diana Mazon
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Pizarnik proviene da Pangea.
Il Festival della letteratura indipendente di Pomigliano d’Arco è alla sua sesta
edizione ma quest’anno si terrà a Casalnuovo di Napoli e non a Pomigliano d’Arco
perché al sindaco di Pomigliano d’Arco non va giù la presenza della libraia e
organizzatrice storica del FLiP Maria Carmela Parisi, e siamo subito in una
pagina di Giovannino Guareschi perché la tragedia del potere ridicolo da sempre
alla letteratura italiana riesce benissimo di raccontarla attraverso la
microlente della provincia.
Ciro Marino, editore&librario Woytek e organizzatore storico del FLiP con Fabio
d’Angelo e Parisi, si conferma essere allergico a ogni retorica tanto
resistenziale quanto vittimistica: “Se mi chiedi dove potrei aver già letto
questa storia io ti rispondo in Se una notte d’inverno un viaggiatore di
Calvino, perché qui siamo di fronte all’assurdo della realtà. A essere state
prese di mira non sono state le nostre proposte, non so neanche se il nostro
programma sia stato letto. Semplicemente abbiamo perso fondi e concessione di
spazi per non aver voluto obbedire all’arbitrarietà di un uomo che non ha voluto
sentire ragioni al di fuori della sua sola.”
La reazione collettiva è stata quella che mi auguravo e mi aspettavo: immediata
e molteplice. È il risultato di una credibilità ottenuta sul campo, per un
festival costruito e che deve la sua forza oltre che la sua lealtà “a chi lo
ama, a chi legge, a chi scrive, a chi partecipa agli incontri e aspetta ogni
nuova edizione”, così si legge nel comunicato ufficiale. Questo invece
l’incipit: “Ci è stato imposto un aut aut: cancellare dal programma del FLIP un
nome”. Marino, raggiunto al telefono, ci ha tenuto a precisare: “La richiesta
sarebbe stata irricevibile chiunque fosse stata la persona sgradita e additata
dal sindaco: organizzatrice o volontario al servizio di sicurezza, sarebbe stato
lo stesso. Assurdo anche solo pensare che il FLiP fosse addomesticabile.”
Che il punto per il quale Marino&co abbiamo perso la cappa di Pomigliano sia
stato quello sulla i di indipendenza del FLiP? Nella risposta Marino ribadisce
che non è in cerca di clamori facili: “L’indipedenza a cui facciamo e
continuiamo a fare riferimento ha una notazione squisitamente tecnica, riguarda
l’editoria indipendente rispetto ai grandi gruppi anche internazionali di
settore, nel tentativo di dare spazio e visibilità a chi fin troppo spesso fa
fin troppa fatica per averne. Non sentiamo il bisogno di sposare grandi cause
aggiuntive e alternative: la letteratura fa tutto da sé, di questo ne restiamo
convinti.”
La gratitudine per la disponibilità e l’ospitalità di Casalnuovo di Napoli da
parte degli organizzatori è autentica come lo è la loro consapevolezza del
valore culturale e mica soltanto culturale che rappresenta la loro quattro
giorni, quest’anno dal 3 al 6 settembre prossimi, di presentazioni e incontri
con autori di riconosciuta fama nazionale e internazionale. “Appena il sindaco
di Pomigliano ci ha sbattuto le porte in faccia non sono state soltanto quelle
di Casalnuovo ad aprirsi subito dopo. Il comunicato termina così: Il FLIP non va
via da Pomigliano perché ha perso. Va via perché non si è piegato. E non se ne
va via da sconfitto.”
Posso immaginare il trambusto per il relativamente poco tempo a disposizione per
dover riorganizzare il tutto da un comune a un altro durante il torrido agosto.
Chiedo: slittamenti nelle date o nel programma? “Nessuno, per quanto ora dovremo
contattare i partecipanti per comunicare i cambiamenti in corso.”
Magari e giusto per fare qualche nome a caso Dario Voltolini e Alessandro
Baricco saranno già pratici dei paraggi oltre che dei malvezzi del costume
nazionale, però vorrei tanto esserci quando dovranno dire a Maylis de Kerangal
quale diga civica abbia dovuto tenere perché lei potesse presentare il suo La
diga alla stessa ora ma in un altro posto, così come mi piacerebbe vedere la
reazione di Irvine Welsh quando gli spiegheranno come mai il palco per il suo dj
set di giovedì 3 settembre dovrà essere montato a diversi chilometri di distanza
dal punto previsto.
Meglio che dover contattare Bruno Tognolini e dovergli ammettere: “Hai presente
l’evento Rime vive per risvegliare il mondo, previsto per sabato 5 settembre
alle 18 e 30? Non se ne fa più niente. Non si fa proprio più la sezione Bambini
del FLiP. Sai perché? È un po’ come nelle fiabe vecchia maniera, con l’orco
inaridito dalla lunga conta degli inverni trascorsi…”
Come lo avevano pensato gli organizzatori l’Atto Sesto del FLiP? Secondo
programma: “𝐈𝐦𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚𝐥𝐞: La sesta edizione del FLIP nasce dall’idea che
scrivere sia un modo per non morire del tutto, per cogliere l’eterno dentro il
finito. Quattro giornate per attraversare quel limite con il pensiero e con le
parole.” Mi viene il dubbio e chiedo se il programma sia stato scritto prima o
dopo le intemerate del sindaco, e Ciro Marino: “Assolutamente prima.”
Da ossessivo lettore moreschiano quale sono allora non posso che fargli notare
come per diventare immortali non potevano pretendere di non dover attraversare
primapoi la fine da parte a parte, come in un romanzo di Antonio Moresco
appunto. Neanche gli stessi facendo marameo gli dico proprio: “Siete finiti in
un romanzo di Moresco!” e Marino se la ride di buon gusto, se la ride così
tanto che secondo me lo dirà ad Antonio Moresco la sera di domenica 6 settembre
quando Moresco presenterà al FLiP Il Finimondo. “Siamo finiti in tuo romanzo!”
gli dirà, e se la rideranno assieme.
D’altronde, cosa ce ne si fa dell’immortalità se non si può ridersela su?
L’infantilismo dei potenti di turno passa fin troppo velocemente all’incasso del
meritato oblio e mi sa debba essere questo a incattivirli. La letteratura invece
è fatta per restare e per lei vale la stessa definizione che Aldo Busi ha dato
della felicità: è “uno stato di moto a luogo con sosta brevissima”. La
letteratura, per restare, deve sapersi mettere in movimento sempre.
Righello alla mano, la distanza tra Pomigliano d’Arco e Casalnuovo di Napoli è
cinque chilometri circa: risibile, eppure incolmabile se serve a indicare quella
che c’è tra il potere esercitato quale arbitrio personale e la letteratura
quand’è vissuta come contropotere istintivo.
Modesta proposta swiftiana: e se tutti i cittadini per fare marameo al sindaco e
per traslocare assieme al festival di letteratura indipendente smontassero pezzo
per pezzo Pomigliano d’Arco e la rimontassero dentro Casalnuovo di Napoli
facendola diventare Pomigliano di Napoli o Casalnuovo d’Arco, decidano pure loro
il nome purché sia per alzata di mano di tutti e non per l’indice alzato del
sindaco, il quale sindaco il bel giorno appresso potrà allora risvegliarsi con
la città traslocata, ovvero senza città, riscoprendosi sindaco tutt’al più di
sé stesso, ambito sul quale potrà continuare ad esercitare un imperio lui sì
indiscutibilmente insindacabile?
antonio coda
*In copertina e nel testo: immagini dal “Book of Nonsense” di Edward Lear
L'articolo La letteratura è insindacabile. Qualcosa sul FLiP proviene da
Pangea.
Una sentenza del Manusmṛti, “Le leggi di Manu” (in Italia: Adelphi, 1996),
l’antico trattato legale indiano – una specie di Levitico – riassume il fulcro
della vita terrena: “Cibo e divoratori di cibo: così considera il mondo”. C’è
altro da dire? Ogni religione fonda la propria essenza etica sul cibo perché è
lì che si gioca il vero scandalo: per sopravvivere dobbiamo nutrirci di altri
esseri viventi. Di qui, gli dèi che pretendono odorose libagioni; gli dèi
inghirlandati di sangue. Per estraniarsi da questa dinamica di
morte-e-vita-e-morte, il pensiero umano giunge a vette paradossali: astenersi
dalle carni, ad esempio; il digiuno come pratica cardine (astenersi dal cibo per
preparare uno spazio buono, puro all’apparizione di dio); l’abbandono alla
provvidenza – nutrendosi di ciò che offre il caso; il dio che si offre in pasto,
il dio eucaristico.
Una pagina del Śatapatha Brāhmaṇa (undicesimo kāṇḍa, sesto adhyāya,
primo brāhmaṇa), l’antichissimo, enciclopedico repertorio di riti redatto
nell’VIII secolo a. C. in sanscrito vedico, prepara il dramma sancito dalla
sentenza del Manusmṛti. La pagina – stringata come una parabola di Kafka – narra
di Bhrigu, poeta-veggente (ṛṣi), illuminato, astrologo, inviato da Varuṇa, il
dio che presiede l’equilibrio del cielo e del mondo sotterraneo, a visitare
l’aldilà. Bhrigu, che crede di vedere, proteso ai cieli, è cieco alla legge
della terra. Ciò che scopre è agghiacciante: l’aldilà è composto da uomini che
fanno a pezzi altri uomini e li divorano. Il sapiente fa ritorno sulla terra
distrutto: studiare i libri sacri, investigare il mondo è inutile perché
“Intorno a noi è il nulla”. Nonostante la nobiltà con cui ammantiamo le epopee
della mente e le gesta del cuore, l’uomo, infine, è bocca, denti, apparato
digerente, interiora, feci. Questo “è il nulla”: ogni cosa si consuma, ogni cosa
ci consuma, esiste per essere consumata.
Quando Varuna spiega allo sbrigativo Bhrigu la norma che governa il mondo, la
legge, diremmo, del contrappasso, le cose non sono meno terribili. Gli “uomini”
che Bhrigu ha visto nell’aldilà sono alberi, bestie, prati, acque. Ciò che
abbiamo consumato in questa terra, ci consumerà nell’altra. Se abbiamo mangiato
maiali, polli, vacche e tacchini, saremo mangiati da maiali, polli, vacche e
tacchini. Se abbiamo bevuto acqua, saremo bevuti dalle acque. Se abbiamo
mangiato frutti, grano, riso, saremo divorati da frutti, grano, riso. Non c’è
alcun dio che presieda questo banale – e terribile – capovolgimento. In Massa e
potere – un libro che ne raccoglie migliaia, un libro-menhir – Elias Canetti
spiega questo Brāhmaṇa nel capitolo Il capovolgimento, appunto, così:
> “Quando il divoratore muore e giunge nell’aldilà, la situazione originaria si
> capovolge. La vittima trova il suo divoratore, lo afferra, lo fa a pezzi e lo
> divora… Nell’aldilà si fa, da sé, esattamente ciò che si è subito. È
> particolarmente significativo che il mutamento di forme non sia d’ostacolo al
> capovolgimento. Nell’aldilà chi afferra e fa a pezzi non è più il bue che
> venne divorato, ma un uomo con l’anima di quel bue”.
A questo sistema oltremondano così crudo e meccanico, una sorta di perpetuo
macello, si può scampare tramite i riti di espiazione. Varuna li elenca a
Bhrigu; tutti convergono intorno al rito centrale, l’Agnihotra, il “sacrificio
del fuoco”, celebrato due volte al giorno (“prima dell’alba e dopo il
tramonto”), che comprende, nella forma essenziale, un’offerta di latte o di
riso, confinata tra inni. Per effettuarlo è necessaria la presenza di sacerdoti.
Il Śatapatha Brāhmaṇa è un’amplissima raccolta di riti che segue l’epoca
originaria, ‘lirica’ dei Veda. Nei Brāhmaṇa il rito in sé soppianta l’importanza
degli dèi; il gesto supera la presenza; la spontaneità del canto è sostituita da
un rigido reggimento di norme, da esibire minutamente – un minimo errore basta
ad annientare l’efficacia del rito; il poeta è sostituito dal sacerdote,
‘l’esperto’, il solo che conosca il rito nei suoi infiniti rivoli, labirintici.
Il rito, di per sé, è l’Oriente della vita: ogni rito è una corda e un nodo,
lega e scioglie l’uomo a ogni accadere, a ogni elemento dell’esistere. Il rito,
al contempo, è culla, alcova, tomba: scevra dal rito, una vita è appropriata al
niente, è nulla.
Ciò che colpisce di questo sistema retributivo portato all’eccesso, è la ricerca
ossessiva, anatomicadell’armonia. Il punto del rito – del sacrificio – è
pianificare l’equilibrio in un mondo altrimenti squilibrato. Se ti mangio devo,
in qualche modo, sfamarti, per non diventare il tuo cibo nell’aldilà.
Soddisfare, cioè: tentare un lato di quiete, rinsavire dall’ira, alimentare del
sé il fuoco. Le millimetriche, necessarie accortezze non fanno che rubricarci
nella colpa, nella mancanza, nella punizione. L’armonia, forse, è il vero
scandalo. Verrà il Buddha, poi, a disorientare la tratta del rito.
Quanto a noi: né rito né retribuzione ci toccano – tanto meno, pare, la ricerca
di un’armonia personale e collettiva. Siamo ciò che siamo – carne che mastica
carne – carne da macello.
> “L’interesse principale legato ai Brāhmaṇa, al netto dello ‘stile’ – prolisso,
> caratterizzato per lo più da espressioni dogmatiche chiuse e da un simbolismo
> esasperato simile, in parte, a quello che osserviamo nelle speculazioni degli
> Gnostici – riguarda senza dubbio la descrizione dettagliata del sistema
> sacrificale praticato nelle ultime epoche vediche. Le informazioni fornite
> dai Brāhmaṇa a questo riguardo sono fondamentali: di nessuna altra istituzione
> religiosa conosciamo un cerimoniale tanto dettagliato, fin nei più minuti
> elementi. Soltanto attraverso le speculazioni dei Brāhmaṇa – il significato
> mistico e la facondia simbolica che conferiscono ai singoli riti –
> comprendiamo appieno la natura e lo sviluppo di un culto straordinario”.
Chi scrive è Hans Julius Eggeling, redigendo l’amplissima nota “Brāhmaṇa” per
l’Encyclopædia Britannica. Max Müller, l’orientalista tedesco di stanza a
Oxford, nell’ambito della ‘mostruosa’ impresa “Sacred Books of the East”, affidò
proprio a Eggeling la prima traduzione in lingua occidentale – e finora l’unica
– dei Brāhmaṇa; Eggeling compì la traduzione, pionieristica, tra il 1885 e il
1900. Nato a Hecklingen, Germania, edotto in sanscrito, Eggeling fu segretario
della Royal Asiatic Society di Londra. Dal 1875 al 1914 fu professore di
sanscrito a Edimburgo: durante la Prima guerra si trovava in vacanza nel paese
natio, in Germania. Non gli permisero di tornare in Inghilterra, morì in
Vestfalia, accudito dalla sorella, nel 1918. Dalla sua versione è tratta la
traduzione in italiano del Brāhmaṇa in appendice.
***
Ora: Bhrigu figlio di Varuna si riteneva superiore al padre in sapienza. Varuna
lo capì: “Egli si pensa superiore a me in sapienza”, pensò. Allora disse: “Va’ a
Est, figlio e dopo aver visto ciò che avrai visto, vai a Sud e dopo aver visto
ciò che avrai visto vai a Ovest, e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a
Nord. Dopo aver visto ciò che avrai visto, torna da me e dimmi cosa hai
compreso”.
Allora Bhrigu andò a Est e vide uomini che smembravano altri uomini, mozzando
gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che
orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli
dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”.
E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero –
chiedi a tuo padre, lui sa”.
Da lì si diresse verso Sud: uomini smembravano altri uomini, mozzando gli arti,
uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore!
Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero:
“Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu
disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo
padre, lui sa”.
Da lì mosse verso Ovest: uomini, seduti, immobili, erano divorati da altri
uomini, seduti, immobili. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini immobili
divorano altri uomini immobili”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno
trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non
esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui
sa”.
Di lì mosse a Nord: uomini che urlavano venivano divorati da uomini che
urlavano. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini urlano e vengono divorati da
uomini che urlano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel
mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque
espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Dunque Bhrigu mosse verso settentrione, in luoghi estremi: tra le vie
intermedie, una di fronte all’altra, vide due donne, una bella, l’altra di una
bellezza incomparabile; tra di loro era assiso un uomo, nero, occhi gialli, un
bastone nella mano. Fissandolo, Bhrigu fu invaso dalla paura, tornò a casa,
sedette. Il padre gli disse: “Studia la tua lezione – perché ti rifiuti di
studiare?”. Bhrigu rispose: “Che cosa ho da studiare? Intorno a noi è il nulla”.
Varuna capì e disse: “Allora hai visto!”.
E disse: “Quanto agli uomini che hai visto nella regione orientale, smembrati da
altri uomini, essi erano alberi: quando uno mette della legna da ardere, sul
fuoco, sottomette gli alberi, conquista il regno degli alberi.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione meridionale, smembrati da uomini
che li tagliavano, arto per arto, urlando ‘Questo a te, questo a me!’, essi sono
gli armenti: quando uno fa l’offerta con il latte, sottomette il bestiame e
conquista il mondo delle bestie.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione occidentale, immobili, divorati
da altri uomini immobili, sono i prati: quando il latte dell’Agnihotra [il
sacrificio del fuoco] si illumina sotto la canna, si sottomettono i prati, si
conquista il mondo delle erbe.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione settentrionale, che urlano mentre
vengono divorati da uomini che urlano, sono le acque: quando si versa acqua sul
latte dell’Agnihotra si sottomettono le acque, si conquista il mondo delle
acque.
Quanto alle due donne che hai visto, una bella e l’altra di una bellezza
straordinaria, la prima è la Fede: quando si offre la prima libagione si
sottomette la Fede, la Fede si conquista. La più bella è l’Infedeltà. Quando si
offre la seconda libagione, si sottomette Infedeltà, Infedeltà si aggioga.
Quanto all’uomo nero dagli occhi gialli, con il bastone in mano: è l’Ira.
Quando, dopo aver rovesciato l’acqua nel catino si versa la libagione nel fuoco,
si sottomette Ira, Ira si vince – in verità, chiunque offre consapevolmente
questo Agnihotra ogni cosa sottomette, ogni cosa conquista”.
L'articolo “Vide uomini che divoravano altri uomini” – o della ricerca
dell’armonia proviene da Pangea.
Tutta l’operazione di Macello è intrisa della sostanza carnale che fa il verbo,
anche se si tratta di un’incarnazione materica, estremamente laica e
anti-pregiudiziale. Lo possiamo leggere anche nei testi che seguono:
> È fuggito un toro nero
> erra sul cavalcavia
> impaurendo il traffico,
> lo rincorriamo
> impugnando coltelli
> bastoni elettrici e birre
> corre si ferma torna
> arrivano i carabinieri coi mitra,
> ora è steso su un velo d’erba
> e sussurra qualcosa alle mosche.
Oppure:
> La merda è colorata
> creativa
> gratificante (ogni tre ventroni un carretto)
> è rumorosa, suadente, intrigante
> gelida
> quando si ammucchia ostinata nelle grate dello scarico
> è docile, è fieno dei ricordi di infanzia
> (la vuotiamo in una vasca di cemento)
> è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore
> come un’ulcera al culo;
> la merda (la grande vasca va svuotata ogni tanto)
> protegge la mia intimità e la vostra
> svestita
> da qualsiasi pregiudizio.
Nel primo testo, in apertura – “È fuggito un toro nero/ erra sul cavalcavia” –
Ferrari ci presenta il corpo animale che invade uno spazio urbano,
destabilizzandone l’ordine. La regola è violata da un errare che irrompe sul
sistema funzionale della regola e il toro, sottratto per un attimo alla catena
della macellazione, entra in una zona intermedia, disorientata che sfiora per un
istante la libertà. A questo punto arrivano gli uomini che “inscenano” un
inseguimento – “lo rincorriamo impugnando coltelli bastoni elettrici e birre”
– da cinema grottesco con quelle “birre” accanto agli strumenti di cattura, per
cui la quotidianità si fa disarmante nella sua concretezza da aneddoto. Il
cinema continua e il toro alla presenza antagonista reagisce con
indecisione, “corre si ferma torna”, in modo affannato esegue scarti brevi che
la poesia segue con un ritmo franto e con un tono da burlesque. Ecco così
che “arrivano i carabinieri coi mitra”, acme barzellettistico di una realtà vera
che, però, allo stesso tempo appare simulata, fino a che il tono quasi
canzonatorio si risolve nella caduta “meditativa” che indica la morte
dell’animale: “ora è steso su un velo d’erba / e sussurra qualcosa alle
mosche”. Il passaggio è netto: dalla concitazione si passa a una quiete irreale
dove ciò che viene detto non è accessibile, quel “qualcosa” registra l’esistenza
di un messaggio che non può essere tradotto se non osservando la fine, da vicino
sì, in maniera totalmente nuda, ma non per questo pacificandone l’assunto
misterioso che polverizza ogni vita senza esplicazione. Ciò che accade è
rappresentabile, non spiegabile.
Il secondo testo radicalizza questa dinamica, spostandola su un piano
apparentemente ancora più basso: quello degli scarti, della materia residua. “La
merda è colorata/ creativa/ gratificante”, lo scarto, cioè, è una produzione
qualunque, persino artistica, secondo il dettato delle avanguardie (una sorta di
Piero Manzoni critico non solo con la società dei consumi ma con la società tout
court) che sonda le radici di un post-esistenzialismo senza redenzione. In
pratica Ferrari continua a rovesciare l’ordine costituito e le gerarchie del
linguaggio, fattore che avrà libero sfogo, come vedremo, nella raccolta
successiva, Rosso epistassi.
Tornando al testo, notiamo che Ferrari alterna registri diversi senza soluzione
di continuità, dal sensoriale, e quasi seduttivo (abbiamo visto l’accumulo di
aggettivi “suadenti”), al fisico e freddo: la merda è “gelida” ma “quando si
ammucchia ostinata nelle grate dello scarico/ è docile, è fieno dei ricordi di
infanzia” che riporta la materia dentro una dinamica concreta, tecnica e legata
al lavoro e allo stesso tempo alla memoria dell’infanzia che oltre a richiamare
“gli occhi infantili” della manza con tutta la loro vulnerabilità, ne
intensifica l’assunto anti-elegiaco, infatti subito dopo leggiamo l’inciso “(la
vuotiamo in una vasca di cemento)”, in un gesto pratico del lavoro si interrompe
ogni possibile lirismo.
I versi successivi, “è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore/ come
un’ulcera al culo”, introducono la plausibilità diagnostica posseduta dal corpo
in rovina e insieme ci dicono senza mediazione che l’unica protezione è proprio
la nudità del corpo nelle sue funzioni – “la merda […]/ protegge la mia intimità
e la vostra/ svestita/ da qualsiasi pregiudizio”. Il linguaggio, così, aderendo
alla materia, la riconosce come luogo originario della relazione, prima di ogni
distinzione tra alto e basso, tra umano e animale, tra degno e indegno. La vera
uguaglianza tra gli esseri per Ferrari è corporale, né sociale e men che meno
“democratica” (vedremo, come si diceva, in Rosso epistassi).
Che la critica sociale sia comunque sottesa nell’opera di smantellamento e
“macellazione” del pregiudizio linguistico lo si avvisa anche in questo testo
di Macello:
> Sventrate intere famiglie
> oggi
> lunedì di intensa macellazione.
> Una vacca ha partorito un vitello
> negli occhi la paura di nascere
> il foro in mezzo il nostro contributo
> a tranquillizzarlo.
In questo testo è evidente che la parola nel tentativo di aderire alla materia
attraversa anche le strutture implicite del vivere collettivo (in questo caso la
famiglia e la generazione, senza diventare un discorso apertamente ideologico).
L’attacco – “Sventrate intere famiglie/ oggi/ lunedì di intensa macellazione” –
è costruito su una giustapposizione fortissima tra due registri: da un lato le
“famiglie sventrate” degli animali, dall’altro la precisione della
calendarizzazione del lavoro e della sua routine – “oggi/ lunedì di intensa
macellazione”. La parola “sventrate” per quanto violenta è immediatamente
inscritta nel funzionamento stesso della giornata lavorativa, una provocazione
del quotidiano sul quotidiano senza aura protettiva e che si espone alla stessa
sorte della carne. Il verso centrale – “Una vacca ha partorito un vitello”
– racconta un evento che, fuori da questo contesto, sarebbe leggibile come
origine, nascita, continuità della vita, mentre qui il parto non è isolato ma
subito ricondotto allo spazio della macellazione e, senza interiorizzazione
psicologica, resta un fatto nudo che in un’estrema sintesi narrativa ci pone di
fronte alla nascita e alla morte nel giro di due versi: “negli occhi la paura di
nascere / il foro in mezzo il nostro contributo/ a tranquillizzarlo”
Dal punto di vista stilistico, il testo mantiene tutte le caratteristiche della
retorica scabra:
* sintassi lineare
* lessico essenziale
* assenza di commento
* giustapposizione di registri incompatibili
* uso di termini concreti che non vengono mai alleggeriti
ma ciò che emerge con particolare forza è proprio la dinamica per cui il
linguaggio porta le parole dell’umano (famiglia, nascita, tranquillità) e le
espone a una trasformazione radicale dentro la carne, dentro la soglia cioè in
cui il poeta non riesce più a custodire il vero e utilizza la parola per
lasciare al lettore la libertà di valutare, se lo vuole, l’evidenza (questo è il
taglio netto di cui si diceva in merito alla relazione). Così,
nel “tra-” Ferrari produce l’esposizione del vivente tagliando e svuotando le
parole che, nondimeno, continuano a resistere come materia minima di
relazione nella dissacrazione del corpo, come leggiamo nel testo seguente:
> Ho visto strisciare ombre
> impastate di umano
> e i pugnali disonorare la vendetta;
> ho visto dio calpestare un apostolo
> per arrivare dopo alla gabbia
> e l’aureola
> usata come filo di ferro
> per convincere un giovane toro a farsi santo.
Anche qui Ferrari lavora su un lessico simbolico (principalmente religioso) per
esporlo a un processo di degradazione e reinscrizione nella carne. Il verso “Ho
visto strisciare ombre/ impastate di umano” riporta l’umano a uno stato
intermedio, tra figura e materia, mentre “e i pugnali disonorare la
vendetta” espone la violenza (la vendetta) al suo svuotamento.
Nel testo le figure fondative della tradizione cristiana vengono trascinate
dentro una scena di violenza priva di sacralità come risulta esplicito in “ho
visto dio calpestare un apostolo”, in cui i termini
“dio” e “apostolo” vengono riutilizzati in un contesto che ne svuota la funzione
trascendente, conservando una forma che perde il suo centro raffigurativo. Dopo
il rovesciamento, il testo si àncora a uno spazio materiale, funzionale, tipico
del macello – “per arrivare dopo alla gabbia” – come se ogni elevazione venisse
riportata a terra, dentro un dispositivo tecnico. Infatti gli ultimi versi – “e
l’aureola/ usata come filo di ferro/ per convincere un giovane toro a farsi
santo” – impongono una strumentazione non solo concreta, ma estrema e
coercitiva, che taglia la materia e la espone all’evidenza senza protezione: il
“farsi santo” del toro è “semplicemente” il suo passaggio alla morte, unica,
possibile elevazione. Come si vede ancora una volta, il “tra-” agisce nella
trasposizione da un significato tradizionale all’uso concreto (e nudo), ogni
parola ereditata diventa esperienza attualizzabile, il simbolo diventa materia.
La parola continua a circolare ma svuotata del suo vecchio carico retorico, non
annichilisce le proprie potenzialità relazionali ma le porta su un livello
diverso, estremamente corporale, per cui il senso resiste dentro e attraverso la
dissacrazione. In questo modo, lo ribadiamo, la poesia si fa soglia in contatto
con un reale che non può più essere ordinato o redento.
Che la relazione sia il grande tema in gioco nella poetica di Ferrari con
valenze vitalistiche (la “pienezza” di vita cercata nelle pieghe della violenza)
e, quindi, anti-nichilistiche lo vediamo in uno degli ultimi testi di Macello:
> Tra il fecaio
> e l’inceneritore
> crescono dei fiori
> margherite evacuate dalla terra
> soffioni che sembrano sputi
> papaveri notevolmente pallidi.
In modo condensato troviamo una vita (i fiori) che non si dà nonostante il
degrado, ma più specificamente al suo interno.Il testo non costruisce una
dialettica tra morte e vita né, ancora una volta, offre una compensazione
simbolica e ciò che emerge senza riconciliazione è la contiguità radicale tra
processi di scarto, distruzione e forme minime di crescita. Il vivente non si
oppone al residuo, ma, almeno tematicamente come in Pusterla, vi si inscrive. In
questo senso la relazione che Ferrari mette in scena è vitalissima proprio
perché non mediata, non filtrata da categorie salvifiche o estetizzanti e
l’esistenza per quanto compressa, impoverita, è tuttavia ostinatamente
presente. Non c’è, appunto, superamento del limite, ma una permanenza dentro di
esso di una vitalità strettamente legata alla fine e, per questo, irriducibile.
Anche per questo tutta l’operazione di Macello si conclude con questo testo:
> Su un oceano colorato malamente
> galleggiava una piccola isola
> le onde spargevano le origini
> i coralli cicalavano al tramonto
> e i pesci si rigeneravano alla fonte.
> Era una goccia di sperma
> cadutami nella vasca del sangue
> in una mattina
> di forte macellazione.
Le immagini dell’“oceano colorato malamente” e della “piccola isola” aprono una
possibilità generativa nella forma che affiora dentro una materia indistinta e
anche il passaggio “i pesci si rigeneravano alla fonte” aggiunge una dinamica di
rinascita. Ma è nella “goccia di sperma cadutami nella vasca del sangue” che
Ferrari ci riconduce alla concretezza estrema della sua poetica: principio
generativo e sostanza della morte coesistono nello stesso spazio, la rinascita
si offre come continuità interna al processo stesso della fine: l’unica goccia
di sperma che galleggia come un’isola nel sangue, è il residuo salvifico ma
materiale che genera un mondo nuovo per quanto isolato. In sintesi, la vita e la
stessa poesia (che coincidono in Ferrari nella “piccola isola”) sono concrete
perché è presente un “oceano” di perdizione. Tutto il processo, allora, è
resistenza, è l’attimo eterno in cui “i coralli cicalavano al tramonto” e “i
pesci si rigeneravano alla fonte”, come l’utilizzo dell’imperfetto durativo
rende evidente restituendoci il senso di una ciclicità ritornante della vita nel
testo.
La linea di continuità e insieme di scarto con Rosso epistassi (2008) è
rintracciabile nel rapporto instaurato dalla lingua col mondo, che passa
dalla contiguità fisica dei corpi e dei processi materiali all’esposizione
sociale degli stessi, senza perdere mai la sua necessità concreta di resistenza.
Il margine esistenziale, il “tra-”, in pratica si interfaccia con tensioni
relazionali più esplicite nelle forme del vivere storico. Vediamo come:
> Questa danza
> che muove la morale e turba i piedi
> a ogni dopoguerra
> quando si inventano amori nel punto della storia
> e il ghiaccio non sale alle passioni
> sonagliera pietrosa con fare suo cristiano alla trave
> nel mio occhio che dondola con solennità decorativa verso la prosa.
> Nella maestria della paralisi riflessi in pozze di acqua celeste
> senza meta ma neanche tregua
> un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude
> così campa la grazia.
Dal punto di vista stilistico (anche se non si tratta di una caratteristica
dell’intera raccolta) il verso si allunga, si distende in una quasi-prosa, come
se il segno più che fendere il reale dovesse sostenerne la complessità
discorsiva, attraversandone stratificazioni e derive.
“Questa danza/ che muove la morale e turba i piedi/ a ogni dopoguerra” fa da
subito pensare che la relazione – la danza-poesia che coinvolge morale e corpo –
si sia trasferita su un piano collettivo, la dinamica storica e instabile di un
dopoguerra concreto e assoluto, per cui le costruzioni umane si manifestano in
una fluttuazione precaria – “quando si inventano amori nel punto della storia”.
L’amore è “inventato” nello slittamento costante del senso che il verso lungo
permette, tenendo insieme elementi eterogenei che non possono essere risolti. Lo
scardinamento del senso che la “sonagliera pietrosa” (ancora la danza-poesia?)
indirizza “verso la prosa” si centra solo nell’abbassamento dell’idea di
relazione che la espone al flusso del reale.
Ecco perché il finale inscena nel “riflesso” delle “pozze di acqua celeste” il
teatro della relazione sociale attraversato dalla parola poetica, in cui una
comunità “cagnesca” affronta la sua stasi dinamica – “la maestria della
paralisi” – in perenne tensione ma senza direzione – “senza meta ma neanche
tregua”:
> un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude
> così campa la grazia.
Il disordine del vivere si espande in spazio storico-relazionale, ma le
idiosincrasie restano e anch’esse si fanno collettive, gli odi e la violenza
sembrano il vero patto tra i soggetti (i due cani che si inculano), anche se
insieme a loro ma in disparte “un terzo spaiato lecca farfalle nude” (forse il
poeta?). Tutti sono comunque in contatto con la bellezza effimera della grazia,
del dono non richiesto e che non salva, ma che proprio nella precarietà delle
relazioni continua a “campare”. Il “tra-”, meno concentrato e più diffuso, come
dicevamo sopravvive proprio negli spostamenti e nei continui slittamenti di
senso:
Nella pace secca
Più belle
delle cose sono le ombre
sul tardi
consueti maneggi di miraggi
un salice
e con sfrigolio d’estro un tricomonas
eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute
invece che al crepuscolo muoiono all’alba.
Sin dall’avvio – “Più belle/ delle cose sono le ombre” – una dislocazione: il
valore si sposta dall’oggetto all’ombra, la realtà, cioè, si sposta sul margine
del linguaggio, nei “consueti maneggi di miraggi” dove appare improvviso “un
salice” – tra resurrezione e lutto, simbolo (cristiano?) dell’adattamento
esistenziale – cui segue l’inserzione di “un tricomonas”,elemento biologico,
minimo e infettivo (ombra materica), che interrompe qualsiasi continuità lirica
e riporta il discorso alla materialità della relazione sessuale. Ancora, dunque,
uno slittamento senza transizione dal paesaggio all’organismo microscopico per
poi attraversare “eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute” cioè spazi
altri, frammenti di luce, insomma una molteplicità di mondi utopici tra reale e
immaginario associati a “rivoluzioni contenute” e totalmente quotidiane,
percorsi allucinati che sembrano ribaltare, come in una psichedelia carrolliana,
il mondo: “invece che al crepuscolo muoiono all’alba”.
In sintesi, il testo rende evidente come in Rosso epistassi il “tra-” sia
diventato campo mobile di dislocazioni che investe l’ordine sintattico (peraltro
già compromesso in Macello) dove il senso è puro scarto, interferenza tra
visione, corpo e linguaggio, in una parola: Rivoluzione. Non per niente sono
presenti richiami forti a Lenin e Rimbaud e con un urlo decisivo “è
Teeermidorooo!”, Ferrari non ci lascia scampo.
Per uscire dall’“accumulo di storia” cui ci conduce la lettura di Rosso
epistassi occorrerebbe “una scopatina al pensiero” ma noi mestamente ci
accontentiamo dell’ultimo testo:
> Il pianeta si muove
> non si concede ignoto, anche le ossa
> hanno una andatura manoscritta,
> qualche pezzo di me se ne va da solo
> i moncherini volgono all’intrattenimento e ballano,
> è presto è tardi
> magari non sono stato creato
> sono ancora nella totalità di pancia dove aspetto
> il corpo panico dell’infinito.
Nel testo, corpo, tempo e linguaggio si disarticolano senza mai separarsi del
tutto, tutto è in movimento – “Il pianeta si muove/ non si concede ignoto” – in
una condizione paradossale, senza oltrepassamenti ma nel corpo di scrittura
– “anche le ossa/ hanno una andatura manoscritta”. Le ossa sono ciò che resta e
anche ciò che struttura, sono la poesia per residui e frammenti con cui il ritmo
di Ferrari va da solo a un “ballabile” convulso che ignora il tempo giusto – “è
presto è tardi” – e si indirizza allo spreco, ritorna, scarta, rischiando
l’abisso – “il corpo panico dell’infinito” – nel dubbio che sia possibile una
creazione – “magari non sono stato creato”. La disgregazione del soggetto è
registrata con un’andatura da opera buffa che dissacra qualsiasi centro,
coagulando solo per istanti le parti in un insieme; più che un movimento, una
movenza scivolante verso la perdita con nuance di intrattenimento.
Il teatro vivo di Ferrari è pronto a riaffacciarsi nell’ultima raccolta, La
morte moglie (2013), che ritorna a testi cronologicamente vicini a Macello per
poi introdurre la sezione che dà il titolo al libro, dove appunto la
“rappresentazione” della morte si manifesta con le stesse tonalità scabre che
avevamo visto in La franca sostanza del degrado, soprattutto nella
sezione Smaltitoio dedicata alla dipartita del padre. Il ponte lungo gettato
dalle prime operazioni all’ultima (parlo di quelle pubblicate in vita
dall’autore, morto nel 2022) fa sì che il “tra-” assuma una configurazione
radicale che ricade non più soltanto sulla relazione tra vita e morte, bensì,
attraversando il discrimine tra corpo e linguaggio, sulla possibilità (o
potenzialità) della stessa esistenza. La “totalità di pancia” – che indica la
sospensione tra essere e non essere – vista alla fine di Rosso epistassi, si
tradurrà in La morte moglie nella prossimità continua con la perdita, ancora una
volta vissuta come esperienza diretta. Il ponte, quindi, ancora una volta
allestisce uno spostamento di intensità (lo slittamento di senso sempre urgente
in Ferrari) stavolta dal margine diffuso della relazione storica di nuovo
al margine incarnato nell’esperienza individuale della morte. D’altronde, lo
abbiamo visto più volte, persino le coordinate spazio-temporali canoniche sono
frantumate dal taglio netto concettuale di Ferrari (“è presto è tardi”) che non
si pone come disfacitore di mondi ma come mero rilevatore del trauma
esistenziale. Ecco, allora, perché, in una sua tutta particolare continuità
discontinua, al poeta piace aprire la sua ultima operazione con un testo
brevissimo ma incisivo che parla ancora di un “pianeta”, solo che se il
precedente chiudeva Rosso epistassi nel segno del movimento senza tregua, questo
si riattiva in bagliori ossimorici, non per contrasto ma per volontà di
inclusione:
> Questo
> è il pianeta dei bagliori
> scoppia e si estende con chiarezza convulsa
> il lampo dello sparo.
Esordio e fine sono unite non dall’origine ma nel ritorno di una sempre
possibile origine, così come le potenzialità dell’esistenza sono subito digerite
dalle infinite possibilità della fine che si manifestano nell’attimo abbacinante
dell’estinzione (i bagliori del pianeta e il lampo dello sparo). Tutto il
movimento dell’esistenza si esprime con una “chiarezza convulsa” per cui le
generazioni (rappresentate concretamente e per allegoria nel “macello” animale)
più che evolversi sono continuamente esposte alla caducità e alla scomparsa,
infatti, “la parola/ si sente cercata dalle bestie” perché “sa dire che l’eterno
dura/ al massimo un giorno”. Sono talmente chiare le dinamiche esistenziali, che
la routine della macellazione esplode in una festa da “classe operaia”, quella
che si sporca le mani con la morte, in questo testo Ferrari lo dice apertamente:
> A che distanza sono le interiora
> io nel ventre piano piano
> così piccola e calda
> in mano mia
> la morte.
Mentre in questo di poco successivo assistiamo alla “festa operaia” di cui si
diceva:
> Il primo maggio
> siamo più di cinquanta
> boia, squartatori
> chi sgozza e chi raccoglie il sangue
> trippai, scuoiatori, facchini
> quelli che macellano a domicilio
> pellai, insaccatori e necrofori,
> la classe operaia.
Dopo aver ricordato la semplicità carnale della fine, è giunto il momento di
andare “verso altri modi di morire”, quelli umani e intimi per vedere come ce li
mostra un soggetto che è già coniugato con la fine. Con tutta la sua
ambivalenza, il titolo di sezione che abbraccia l’intera raccolta – e tutto il
percorso poetico di Ferrari – ci conduce al capezzale (o nei suoi pressi) della
moglie morente, di colei che sta “su una grande tavola per essere mangiata”.
Nel luogo operativo della relazione, dove il soggetto è già “coniugato con la
fine”, come dicevamo, non può esserci spazio per la contemplazione ma un
coinvolgimento che sfonda le fibre stesse della scrittura in un dire senza
alcuna protezione, perché l’amore stesso è esposto alla sua fine:
> Aiuto, aiuto
> si spolpa la parola e non c’è silenzio,
> sono io che sto scrivendo,
> aiuto, aiuto
> macchi d’inchiostro le mie vene
> e sei la fine di ogni nome.
Il luogo del trauma è la parola che non ammutolisce – “non c’è silenzio” – ma
“si spolpa” nello stesso momento in cui il soggetto scrive il suo grido di
aiuto, quando si approssima “la fine di ogni nome”. “Sono io che sto scrivendo”
allarga la vertigine dell’identità all’interno della relazione per eccellenza,
quella dell’unione matrimoniale, focalizzando per un attimo il grande problema
della poesia delle origini – almeno europea o “occidentale” –, quello
dell’incarnazione del verbo contro cui per tutta la sua bruciante opera Ferrari
sembra scagliarsi. La parola non incarna nulla – e lo dovrebbe? – perché è solo
in quella assenza mimetica che può avvertirsi l’empatia nel dolore, il buco atro
“che macchia d’inchiostro le […] vene” e rimette in circolo il “tra-” a un passo
dal baratro, dalla “fine di ogni nome”, appunto. Anche noi lettori, come la
moglie di Ferrari, sembriamo costretti a trovare “un’ombra e la sua morsa sulla
pelle” per continuare a vivere, ma può bastare? Veramente la sola possibilità di
unione per l’uomo è ridotta al segnale, come nella “confezione” di “alici
Riunione” – scritta con la maiuscola perché indicante la marca e quindi
abbassando nel momento di massima intensità ancora una volta il rimando di senso
– senza nessuna possibile “oltranza”?
Persino “il bambino chiede palla alla merda”, a un basso “male” che “tanto
apertamente cola” e al quale si resiste per pura resistenza. Nella poesia
“gappista” e da brigata di Ferrari l’unica “conversione” è una “materia” che
vive e non contiene nulla:
> Sei tu la materia che mi converte
> che sanguina docile negli occhi
> si è spenta l’ombra
> il corpo invece piroetta in aria
> e come avessero una testa sola inseguono
> due o tre fiori domenicali
> eppure la paura non è niente di intero
> la pace non contiene nulla.
Sposare la vita nella morte, questa la poesia-resistenza di Ferrari. Vivere da
vivi è più “difficile” che “vivere da morti” perché arriverà per tutti “il
giorno” che “parte definitivamente” dalla passione selvaggia che porta nel
verso, come il richiamo ai numi tutelari Villon e Racine sembra suggerire, un
contesto di cura viscerale e bassa, paladina e umile allo stesso tempo:
> Cielo umido
> che si espande e contrae
> tra le forche di Villon, le greche di Racine
> e l’orinale di smalto.
> Veleggiano schiaffoni d’acqua
> una effusione conscia della sfioritura
> nulla liquido verdino e giallo
> l’asciugherò nel verso come un camallo.
“La morte”, che “nasce ogni giorno”, “illumina la sacca dell’urina” mentre “sta
morendo la materia”, ma è “ombra d’alfabeto” perché il soggetto ne scrive da
osservatore coinvolto solo come tramite della scrittura. Il dolore è il segno
che più incide e meno s’incista nel reale, che lo allontana nella sua deriva
esiziale verso un distacco che si fa “insorgenza del presente nella carne”, cioè
consapevolezza che la parola non basta, si fa reperto insignificante senza
“intensità e desiderio” così urgenti invece dinnanzi alla fine. Il taglio netto
di Ferrari vuole scardinare il “portamento del testo” fino all’estremo, fino a
che “il sole non fa più rumore” ed è incendiata ogni misura:
> Simile alla carta
> insorgi agli occhi fino a farti cenere
> poi chiudi la finestra
> prima che i sedativi imparino la notte
> la poesia come la rivoluzione non è mai amorosa
> brucia la misura per dirsi addio
> eppure non manca lo stupore al frastuono del verso
> c’è un sottosuolo di voragini e firmamenti
> nella cantafera della ghiaia sulla tomba.
Sulla vicenda “tombale” che sembra chiudere l’opera di Ferrari non scende però
il buio, una nuova “carta” sembra insorgere nello “stupore” infero di “voragini
e firmamenti”, un altro viaggio sembra predisporsi dopo la catabasi
nell’abisso.
Coincidenza vuole che, mentre scrivo queste righe, sia apparsa una tranche di
testi postumi pubblicati a cura dell’amico di una vita, Antonio Moresco, per
Crocetti editore: Transitori e risorti (2026), mai titolo – scelto (per caso?)
da Crocetti in persona – fu così attinente, se pensiamo che la vita poetica di
Ferrari ha transitato costantemente tra inizi ed estinzioni, senza essere puro
osservatore dell’evidenza ma corpo carnalmente esposto alla sua missione e
passione. E all’alterità, come uno degli ultimi frammenti di Transitori e
risorti ci dice con tutta la sua fatalità:
> Questa necessaria missione
> di leccarti
> per riempirmi le vene d’altro.
Gianluca D’Andrea
(fine)
*In copertina: Ivano Ferrari photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Questa necessaria missione di leccarti”. Sulla poesia di Ivano
Ferrari proviene da Pangea.
Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline
alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una
depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre
prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo
stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo
punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo
portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene
gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero
sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in
grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo
fondamentalmente malinconico ed empatico.
Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo
fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori
si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti
raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di
indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i
sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si
ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione
che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola
all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni.
Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un
saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo
su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco
prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno,
cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu
una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di
una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.
Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del
giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del
perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato
nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori
offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la
luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che
dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente
definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un
gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.
In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti
pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella
recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi
principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la
civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più
tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla
conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza
Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più
ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve
distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la
Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse
rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che,
in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più
caustico se non fossi cattolico».
Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al
critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima
abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due
dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a
Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo
di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di
lettere e cartoline.
Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti
oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a
sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra
cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel
1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne,
quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i
rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una
biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i
cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall,
il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il
prestigioso Hawthornden Prize.
Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh
convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia
convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette
figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a
disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo
romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del
XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di
una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare
ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds.
Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di
credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso
le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento
come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a
caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del
1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo
messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta
confessione del suo conservatorismo:
> «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano
> inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della
> loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di
> classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in
> particolare per tenere insieme una nazione».
Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò
che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò
sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero
britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.
Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano
stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come
volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece
crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più
avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti
dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere
ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello
Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione
a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i
britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston
Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942)
– nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un
litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra
una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i
cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste
non ebbero alcun seguito.
Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro
estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì
a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita
costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di
alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra
l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto
bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora
solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi
di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora,
Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella
ma meno signorile.
I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non
era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò
l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo
disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A
maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di
mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959.
Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di
tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una
crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico.
Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure
dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue
allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh
assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo
scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con
la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le
proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert
Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò
una parentesi di sollievo.
Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che
avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente
pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non
voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava
veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di
raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di
opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era
intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:
> «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come
> atto di dovere e di obbedienza».
Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che
la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri,
che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo
satirico.
Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per
indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.
Luca Fumagalli
L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore
contro tutti proviene da Pangea.
D’accordo, trattavasi di messinscena riproposta nella sua essenzialità allo
Sferisterio di Macerata dopo soli tredici anni. D’accordo, la resa musicale e
canora non è stata eccelsa. Del resto, secondo Enrico Caruso, la recita de Il
trovatore dovrebbe essere affidata ai quattro migliori cantanti al mondo. In
almeno un caso, alla prima del MOF, la performance del cinese Haiyang Guo,
chiamato a sostituire Pietro Pretti nel ruolo di Manrico, è stata forse appena
sufficiente. Da apprezzare gli altri protagonisti, compreso il Direttore
d’orchestra Dimitri Jurowski, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana e il coro
“Vincenzo Bellini”.
Con tutto il rispetto verso chi sa di musica, di opera e di repertorio verdiano
nello specifico, come io non so, propongo qui qualche considerazione sul valore
visivo e percettivo della messinscena di quest’opera, appositamente pensata e
realizzata già tempo fa, e ora riproposta, nello straordinario e assolutamente
unico palcoscenico dello Sferisterio.
Supportato dai suoi assistenti, Francisco Negrin (il cui lavoro è stato ripreso
in quest’ultima versione da Angela Saroglou), preso atto di quanto voluto e
costruito da Giuseppe Verdi e dal librettista Salvadore Cammarano, ovvero
un’opera teatrale povera di azione e piuttosto costruita su quanto i
protagonisti raccontano evocando il passato, ha scelto di supportare la
comprensione dello spettatore con l’impiego, dosato ma puntuale, di
un medium capace di accendere visioni. Accanto a quella dei protagonisti, c’è
una lingua che canta tacendo, una lingua che canta per essere ascoltata dagli
occhi: la lingua del fuoco.
Al cospetto di un’opera dai toni melodrammatici, la cui trama, così popolata di
fantasmi e terrore e condizionata dalla detta povertà d’azione, se non confusa,
non è sempre facile da intendersi, Negrin ha scelto di sfruttare al meglio la
spazialità che offre sotto il cielo l’Arena Sferisterio, ovvero ha scelto il
fuoco per coinvolgere emotivamente lo spettatore, altrimenti sollecitato quasi
esclusivamente dalle belle e famosissime arie dell’opera.
Strisce di luce e parete dell’intero palcoscenico colorati d’un rosso fuoco,
fuoco vivo in scena. Del resto, Il trovatore è una storia di fuoco. Il fuoco è
l’ossessione di Azucena, è il passato che divampa e la consuma, suo figlio e sua
madre morti bruciati. Davanti alle fiamme rivive il trauma e finisce con
l’abitare quel mondo di fantasmi. Il fuoco è sempre presente, anche come motore
della sua vendetta finale, priva di catarsi.
Tutti i personaggi sono dominati dal passato, tranne Leonora, che è il
contrappunto positivo, perché cerca di vivere il presente attraverso l’amore,
attraverso il fuoco che in questo caso alimenta il desiderio e non lo consuma.
Per il resto, nella messinscena vengono offerte allo sguardo le lingue di fuoco
che consumano di dentro i personaggi. Non c’è spazio per immaginare un fuoco
che, acceso nella notte, scongiuri la paura della tenebra, o fiamme destinate ad
illuminare una festa, a coronare una dionisiaca danza d’amore.
Eppure, la luce prodotta per evocare gli atti orrifici narrati dai personaggi in
scena si rispecchia nelle pupille dell’osservatore, penetra attraverso quelle,
fin nelle viscere più oscene, fin nel cielo stellato della facoltà immaginifica.
Sul palcoscenico dello Sferisterio la silente lingua del fuoco finisce col
permanere, nello spettatore che lo desideri, come spirito (nel senso
del Geist tedesco) che messo a fuoco, produce poesia: “La poesia è lo spirito
messo a fuoco”, ha scritto Arturo Onofri.
Vito Punzi
*In copertina e nel testo: photo Macerata Opera Festival
L'articolo “Il trovatore”, ovvero: l’ossessione del fuoco proviene da Pangea.
Alcuni caratteri di Maurice Chappaz rendono la sua totale inattualità del tutto
attuale. La lotta, strenua, da Chisciotte delle nevi, per difendere il genio del
luogo dalla devastazione dell’industria turistica, ad esempio. Rinfocolare la
tradizione con il lirismo, l’eccezione, l’eccezionale. Non avere timore di
attraversare i ‘generi’; preferire il dilettante all’esperto, l’avventato ai
ragionieri della letteratura. Non avere paura di scandalizzare e di farsi ridere
alle spalle. Non avere paura.
Nato a Losanna il 21 dicembre del 1916, tra gli scrittori svizzeri, Chappaz è il
più estroso, l’inclassificabile. Jacques Vandenschrick, che ha curato per
Gallimard un’antologia di Chappaz, Verdures de la nuit et autres poèmes (2026),
ha trovato una formula persuasiva: “Chappaz è un Rabelais travolto da una
valanga, un poligrafo Rimbaud perduto dentro un Tibet della mente! Suo è il tono
selvatico che consuona con quello dei profeti dell’Antico Testamento, venato da
un paganesimo belluino, brutale: voce cruda che si addolcisce d’improvviso”.
Buona famiglia – stirpe di avvocati e di politici –, studi diseguali, puro
istinto al vagabondaggio (è stato, a volte per indecifrabili mesi, in Lapponia e
in Nepal, in Libano, in Tibet, in Russia, in Cina), Chappaz si unisce alla
scrittrice S. Corinna Bille negli anni Quaranta, dandosi integralmente alla
letteratura. Coltivava la vigna, ha lavorato – durante un periodo di crisi, per
un breve periodo – come geometra per studiare la costruzione della diga della
Grande Dixence, nel Canton Vallese. Disse la vita, l’amore, l’onore delle
amicizie – visse in ritiro, a Veyras, borgo medievale abitato da una manciata di
umani, sulla riva del Rodano, facendone un luogo di propulsione artistica. Alla
morte della moglie, nel 1979, si stabilì nell’abbazia di Le Châble, di proprietà
di famiglia. Fu il primo, negli anni Settanta, con il pamphlet Les Maquereaux
des cimes blanches (“I magnaccia delle bianche cime”) a denunciare l’avidità del
turismo, reo di sradicare ataviche tradizioni, di deturpare i luoghi, di
tradurre il selvaggio in cartolina, l’intoccato in ovovia di selfie, l’incanto
in stazioni sciistiche, ziggurat dell’orrido. Alcuni lo presero per un eroe –
altri per un folle. Il ricordo di Philippe Jaccottet ne dice l’umano estro:
> “Di noi era, è il più originale, il più naturalmente poeta. Ricordo una sera
> trascorsa con lui a Sèvres, da Georges Borgeaud, poco dopo la guerra: lo
> avremmo ascoltato parlare per tutta la notte, era un autentico cantastorie
> d’Oriente. È un miracolo che tale sorgente non si sia mai prosciugata. Come
> Gustave Roud fu legato al suo Jorat, alla sua campagna presto ‘perduta’, così
> Chappaz restò fedele al natio Vallese, ‘naufrago’ – benché si sia avventurato
> in luoghi lontani, non ha mai smesso di riesumarne i canti, di seguirne le
> metamorfosi, non ha mai avuto paura di lottare per difenderne l’integrità. La
> sorgente diventò rivo, il rivo un fiume. Preso dal suo afflato lirico, Chappaz
> ha esplorato ogni registro, compresa la fiaba e la satira, la più feroce:
> eppure, rimase se stesso, sempre, delicato, umano, generosamente vivo, anche
> quando tale facondia non ha prodotto risultati del tutto compiuti. Il filo
> conduttore più segreto e puro della sua poesia, quello che rende Chappaz così
> prossimo a Roud, è nella domanda ‘Chi siamo? Dove andiamo?’ posta in un mondo
> che ha subito sconvolgimenti radicali; è una domanda che potrebbe porsi
> l’usignolo in una notte d’estate, è quella che permea l’intera trama
> dell’opera di Chappaz”.
Scrisse, in sei anni, un diario fluviale – di seimila pagine –, ha tradotto
Virgilio e pubblicato libri raffinati dalle altezze, dunque pieni di cielo,
vertiginosi ai più. Alcuni di questi – Vallese-Tibet. Icona dei contadini di
montagna, L’alta Via, Il Vangelo secondo Giuda – li ha pubblicati in Italia,
anni fa, un coraggioso editore del Lago Maggiore – altro luogo mentale, altro
Tibet dello spirito –, Tararà. È ancora per lo più estranea al nostro mondo la
sua poesia, che non ha paura di essere esuberante, di farsi canto-incanto, di
insistere sul sì: un Petrarca a bordo d’aquila.
In Verdures de la nuit, tra i libri più enfatici, estivi e dolci scritti in
lingua francese nel Novecento (uscito, in origine, nel 1945), sono raccolte
anche le prose più esemplari di questo scrittore con la lanterna. Testament du
Haut-Rhône (1953), ad esempio, dove il lirismo s’installa nell’indagine di sé,
nel sondare il rapporto con il luogo natio, reo di uno stile, di un modo
d’essere, di un alfabeto vivente (esistono lingue carnivore e lingue-gufo, come
esistono poeti-fiume, poeti-fogliame, poeti-sauro, a seconda del luogo in cui il
loro genio germoglia):
> “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Il nostro spirito è preda dei venti
> e delle bufere celesti. Il nostro segreto resta sepolto in una razza animale
> mescolata a piante e a minerali di cui non possiamo più essere testimoni. Il
> puro pensiero di Dio ci ha scoperto. Le tenebre hanno avvolto gli umidi astri
> della nube. Siamo apparsi come ambra su una duna di limo, schegge di resina
> trascinata sull’Oceano. Così è per ogni carne, la nostra fuga senza meta dalla
> nascita alla morte. L’abisso si agita in noi, l’azzardo è il resto del nostro
> niente. Per una statuaria usanza, barattiamo l’eternità con giorni e anni,
> mentre i nomi ci chiamano dalla bocca dell’ombra e ride cristallino il gufo.
> Il mondo lascia il suo pungiglione in noi. Anche se è nuda la fonte, dobbiamo
> leggere le trame della nostra presenza, confrontarci sempre con le tracce
> cancellate”.
È la poesia della gioia e dell’ingenuità, inaccettabile in un tempo letterario
in cui domina il grigio, il colore che sta bene ovunque, che non stona.
L’intonazione di Chappaz, piuttosto, è quella di un uomo del primo mondo, un
uomo dei primordi, delle bestie incise sulla pietra, del sale delle stelle sulle
labbra, proteso verso la meraviglia, dove tutto è erba e annuncio, dove l’uomo è
ancora nudo, puro urlo.
In questa pagina l’esercizio lirico si è complicato. Abbiamo chiesto a Eugenio
Sournia, cantautore, già leader dei Siberia, vincitore del Premio Ciampi, di
entrare in sintonia con il linguaggio ‘vegetale’ di Chappaz. Ecco l’esito.
**
LA MERAVIGLIA DELLA DONNA
Signore, amo a volte l’amore
e l’innocenza:
Quando bruciano i miei desideri,
nevica sul mio cuore (Shakespeare, La tempesta)
O luglio che fiorisce nelle arterie
desidero tutte le cose
Nella rossa memoria del mio sangue
muove il fango, le carni sempre vive
arsura, arsura
là canta la schiuma
infuria la mia sete
Ma tu, tu sei delicatezza
mi sarai data a notte come selva
chi dirà allora ciò che è il tuo cuore?
la piena notte del tuo cuore?
qual silenzio
e poi qual voce canterà nel buio.
Quando su di me ti sarai sporta
diventeranno belle le mie braccia
mi riposerai sul petto e poi sarai
sopra di me come una fonte
il canto della fonte
o tenerezza che dèsti le acque e
dolce la loro abbondanza
Io so che tu somigli alla terra
che ugualmente porti rustici doni
che il tuo corpo è come vero grano
tu dai il pane
dono semplice e buono
che visto può essere e toccato
ricopri l’uomo di messi
sei poi come la frutta degli alberi
e porti con te il sole e la dolcezza
e io ti chiamo latte miele uva.
Poi viene la gioia
voi stagioni, voi materie
siete crollate
oh! smania di dire meraviglia, meraviglia
donna, come sei bella
appare la tua grande natura
scivoli tra le braccia di chi t’ama
perduto ogni raggio di sole
Ora è il fresco silenzio della notte
l’estate va cercata nel tuo cuore
lì va cercata ogni cosa
ho solo voglia di dire
meraviglia, meraviglia
chi canterà la notte? chi l’estate?
Donna, ecco la notte
umida e fresca di prati da sfalcio
più dolce della cima delle foglie
quella che nessuno fila o tesse
tenebre come canapa
tu che della notte sei vestita
essa è sempre, sempre amica
E pure essa io amo
lei che viene a passo di bambina
figlia della grotta e del fiume
o limpida, o buia
notte di profonda abbondanza
ove appare la saggezza
la stessa faccia velata e segreta
del nero Egitto.
Ogni cosa è scomparsa
e la creazione ricomincia nella mollica delle stelle
Pure voglio ritrovare tutto
mi sarai donata
noi ci sdraieremo fianco a fianco
Poi rinfresca una pace sconosciuta
la carne colma di visioni
trema come il vino che matura
corpo e anima vicini a me che riposate
dentro i muri della notte
siete grandi e siete belli
vi conoscerò in un istante
La donna nell’ombra, dove è nuda
è come la fresca, grave primavera.
Gli usignoli cantano radiosi
nel nero:
o sole, nostra gloria e sposo
vivo dentro al giorno
impennato di miele e di grano
sole duro e maturo
diamante rosso nella nostra gola
semenza del fattore di arnie
oro misterioso
che vorrebbe esaurire il bel rigoglio delle querce
o sole, che lodiamo nel giardino buio
l’erba, gli alberi
il cielo d’estate blu piombo
i temporali in forma d’iris
lodiamo i nostri fratelli
l’uomo e la donna
il mondo intero che ricreano
il loro amore, la loro solitudine
nella notte che pare una città.
*
O donna, figlia del fango
porti la creta
dell’uomo e del fiume
e del pollice di Dio
hai sotto di te molte braccia
il podere, i lavori della casa
e la piana, e il cielo
e la terra di Canaan con gli alberi da frutta
O donna, in te tutto è grave e bello
come l’uva rigogliosa
senza impazienza in te s’è unita la natura
Tra gli alberi le alte fustaie blu
gli animali atterriti
cammini così bella e così aperta
e cantano i tuoi passi la tua giovane maestà
Fanciulla tra le onde fanciulla
tra l’erba fanciulla sul sentiero del bosco
Una cosa per l’uomo è possibile
cioè di distendersi accanto a te
o fanciulla
Con gioia dai il tuo corpo forte
più bello dei mondi nuovi
e dove il sangue vuol fuggire
tu sai, nel fondo del tuo cuore
che pure il sole è per me tristezza
e che fa polvere e verdeggia.
– Ma adesso dei nostri due volti
non si vedono più che i capelli
un’emozione che mai ho conosciuto
si è impadronita di me
la tua sagoma fende la notte
i tuoi occhi m’appaiono durante l’amore
spalancati e sfocati
come una velatura
come l’alba immensa che si scioglie.
*
TERRA DI PASQUA
Calme tende piantate nel deserto
terra coperta di vive messi
ove gli alberi fumano…
davanti a me si estende il paese
che ancora ha i tratti del Giardino dell’Eufrate
linfa dolce e mitica, fresca e antica
La primavera mi ritrova in patria
la vista lontana degli alberi
rinfresca gli occhi sempre così ardenti
berrò forse al recinto di viole, pianto dei boschi ombrosi
che circonda la strada simile
a una rovente stella di calce
Il desiderio semina i suoi fuochi languidi
palpitano vermigli i frutti della conoscenza
questi monti queste cime queste cupole nella luce
simili a boschi d’alloro
discendono nel mio cuore.
Dei campi simili a un mare morto
presso ai ciliegi ai lecci alle cinciallegre
sentieri grigio tenue vanno là
dove il passo degli uccelli segna la polvere
questo terreno della grande Vallata
è il regno dell’infanzia e della solitudine
è qui ch’è il tuo solo tesoro
Ah! pura amante dell’infinito anima a tutti ignota
tu possa di morte deliziosa
dissolverti nelle montagne all’alba
tra i banchi vaporosi di sole e il profumo dei boschi
Che ti accolga questa aurora
limpida fresca saporita come la nocciola
che dura tutto il mattino
tra le pietre le erbe selvatiche
le vigne di moscato
del «Dolce Versante».
I sentieri polverosi color garofano bianco
dove affondano i piedi dei piccoli pastori
conducono sopra il piano
verso dei rifugi, degli asili che sempre hai cercato
luoghi percorsi dai soli passi dell’ombra e del sole
monti discosti dove non suona che il cinguettio degli uccelli
La poesia è il dono divino
da altri chiamato amore
il suo corpo è come il miele delle api
versato nella gola deserta
è un profumo delizioso
nutrimento delicato ovunque sparso
migliori del pane sono i baci e il sapore della Sposa
in lei s’apre la rosa canina
in lei risuona il canto del cuculo
nella foresta in primavera
È il tempo dell’amore della terra e del suo delirio
il diluvio degli alberi lo rivolta in un vortice dolce e amaro
spio su di lei questi segni
lei che porta ancora l’impronta notturna del firmamento.
*
Un pallido chiarore divide il cielo
Nella notte morente
i fiori dei ciliegi sono come cenere
i villaggi di creta risaltano
come grandi stelle
il giorno lambisce a poco a poco il paese della rosa
sulla terra risorta folli uccelli s’involano
ancora restano mute le montagne
piene d’un’aspra solitudine
raggi leggeri le sfiorano con dolcezza
Al termine d’immensi pendii d’ombra
e di boschi odorosi
mille cime mille pinnacoli dominano il piano
– dolci colline nel sole primaverile –
le vette nevose sembrano perdersi nell’aria azzurra
come le uova di una chioccia selvatica
tra due ciuffi di brughiera.
Ai lati, alle foci ombrose delle vallate
sul fianco snello della montagna
la vigna matura in segreto
la primavera che la fa trasalire
rimane quasi invisibile
è per lei questa notte che nutre il cuore meraviglioso
la sua bellezza non attrae
la sua fecondità è nascosta
come nel grembo della moglie di Abramo
Sugli alberi un vasto biancheggiare di nozze
sfavilla come il temporale
la terra eletta misteriosamente
sembra aprirsi
la porta via una fresca tempesta
Il vino, essenza stessa di tutto questo
giace nel suolo
alla radice dei ceppi
come una libagione fatta ai corpi dei mortali.
L’ombra sì forte che la luce rende questi pendii
bruni solitari
dietro il velo di ontani e di pioppi
che il vento della sera fa tremare
scorre il Rodano
dolce quanto i richiami tenui degli uccelli
le sue onde sono la pasta del pane
le foglie della menta, l’oliva
com’è lento e grave
lo sguardo dei vivi non può intriderlo
Splendide sono le sponde del fiume
dagli argini confusi e delicati
una rugiada nera ha ricoperto le acque calme
e ora si alza come una nebbia
verso la cima delle montagne
che brillano al tramonto, fulvi grappoli dorati
dello splendore della vendemmia.
*
La valle si apre su un piccolo bosco di pini
verso il sud pieno di vapori tiepidi
vasca di viole, di muschi
Una sottile foschia
ricopre al mattino i pendii
il sole penetra la nebbia
simile alle foglie argentate dei lamponi
dove s’indovina il paese meraviglioso
l’annunciano soltanto due colline sottili in fondo alla pianura
e lo stradone bagnato
lungo il quale piccole guardiane di greggi
fan pascolare le loro capre
ci sono campi di mais, albicocchi
cespugli selvatici
un vento freddo aspro e soave
soffia dalle montagne ombrose
i paesi si rannicchiano all’ingresso delle gole
le donne vanno ad attingere l’acqua
i pescatori lanciano lunghe linee
di un filo blu d’argento e acciaio
in una baia deserta
una lieve tinta zafferano tocca la distesa
la terra, simile alla colomba
O fanciulla di fuoco e cenere simile pure ad Erin
intravedo sotto il velo d’aria turbinante
le tenere e snelle colline
questo paese, abitato dalle fate
ed ecco l’arco biancastro delle montagne
I sentieri di campagna
m’han portato fino alle vie della piccola capitale
mi sono fermato sulla soglia della città
presa nella primavera
dove come dentro a un cuore il gran silenzio dell’alba
s’è mutato in mille voci familiari e infantili
che stridono sui muri delle case
annunciando le cose future.
Traduzione di Eugenio Sournia
L'articolo “Nella mollica delle stelle”. Le poesie di Maurice Chappaz, un
Rimbaud perduto in Tibet proviene da Pangea.
Il 15 agosto del 1822, sulla spiaggia di Viareggio, le fiamme consumavano il
corpo di Percy Bysshe Shelley. Era morto annegato l’8 luglio precedente, mentre
una tempesta nel Golfo della Spezia intrappolava la sua goletta Ariel. Con lui
l’amico Edward Williams e il marinario Charles Vinian, che li aveva accompagnati
da Byron e Leigh Hunt, per gli ultimi dettagli della rivista radicale “The
Liberal”. Shelley non sapeva nuotare, aveva ventinove anni, ne avrebbe compiuti
trenta il 4 agosto.
Dieci giorni dopo il mare restituiva i tre corpi. Poiché la legge proibiva la
sepoltura di quelli ritrovati in mare per motivi di “sanità pubblica”, Byron,
Hunt e Trelawny, che aveva identificato Shelley, decisero di cremarne il corpo
sulla spiaggia, secondo il rituale funebre ellenico descritto nell’Eneide. A
ricordarne la morte per acqua, i versi inscritti sulla sua pietra tombale al
cimitero acattolico di Roma, dove riposa vicino a Keats con il figlio William,
riportano il canto di Ariel dalla Tempesta shakesperiana: “Nothing of him that
doth fade/ But doth suffer a sea change/ Into something rich and strange”,
“Niente di lui si svanisce/ Ma per metamorfosi marina/ Diventa qualcosa di ricco
e strano”.
Il fuoco riduceva in cenere uno dei maggiori poeti romantici, ma non la sua
visione, destinata a riemergere cambiata in più “ricca e strana” eredità:
espulso da Oxford appena diciottenne per aver scritto il pamphlet The Necessity
of Atheism e per le sue idee radicali, Shelley dedicherà tutta la vita ai propri
ideali di libertà politica, religiosa e sociale.
Forse meno noto è lo Shelley vegetariano ante litteram, convinto assertore dei
diritti degli animali, persuaso che l’umanità abbia capacità e dovere di
riconoscere in loro non oggetti o risorse, bensì compagni di esistenza. Se è
improprio definirlo “vegano” nel senso moderno del termine (il veganismo,
formulato da Donald Watson nel 1944, implica il rifiuto di ogni sfruttamento
animale, compresi latticini, uova, lana, pelle e sperimentazione), Shelley parla
comunque di “vegetable diet”, “dieta vegetale” e condanna l’uccisione degli
animali per l’alimentazione umana. Il fondamento etico della sua riflessione –
il riconoscimento della sensibilità animale e il rifiuto della violenza
evitabile – costituisce uno dei più importanti antecedenti filosofici del
pensiero animalista contemporaneo. Il grande poema filosofico Queen Mab, che gli
vale l’ammirazione e l’amicizia di Byron, non contiene semplicemente un elogio
del vegetarianismo, ma propone una vera e propria utopia ecologica in cui
giustizia sociale, pace tra gli uomini, rispetto degli animali e armonia con la
natura sono aspetti inseparabili di un unico progetto morale. Due secoli dopo,
nell’epoca della crisi climatica e degli allevamenti intensivi, la sua voce
continua a interrogare la nostra coscienza. Questa linea ideale che affiora dal
Romanticismo inglese, e lega sensibilità poetica e responsabilità etica verso la
natura, connette poesia e giustizia, natura e coscienza – in termini moderni: un
“filo verde” o “ecologico” – porta il nome di Percy Bysshe Shelley. La parola
“vegano” ancora non esiste, ma il poeta ha già scelto: niente carne, niente
sangue nel piatto, nessuna complicità con la violenza.
In Queen Mab, la riflessione filosofica la scelta vegetariana assume dimensione
cosmica e politica:non costituisce cioè un’appendice morale, ma si colloca al
centro di una più vasta riflessione sul rapporto fra violenza, potere e
civiltà. La regina Mab conduce l’anima della protagonista, Ianthe, attraverso la
storia dell’umanità, le mostra come guerre, monarchie, religioni oppressive e
sfruttamento della natura abbiano la stessa genealogia della sopraffazione:
l’uccisione degli animali per nutrirsi è tra i primi anelli di questa catena.
Nel celebre canto VIII Shelley immagina una futura rigenerazione, in cui anche
il rapporto tra uomo e animali sarà finalmente liberato dalla violenza: “Non
più/ Uccide l’agnello che lo guarda negli occhi,/ Né orribilmente ne divora le
membra straziate”. Lo sguardo dell’agnello è uno specchio: la creatura è capace
d’incontrare e ricambiare quello umano, e l’incontro, frattura morale, rende
impossibile l’uccisione. Due secoli prima che filosofi come Emmanuel Levinas
attribuiscano al volto dell’altro un valore etico assoluto, Shelley individua
nello sguardo dell’animale il luogo originario della responsabilità morale.
La descrizione di un mondo riconciliato – “Il leone dimentica la sete di
sangue;/ Lo si vede giocare al sole/ Accanto al capretto ormai senza paura” –
richiama Isaia – “il lupo dimorerà con l’agnello” –, ma qui non è il miracolo
divino a instaurare la pace, bensì il cambiamento etico dell’uomo. Quando
quest’ultimo rinuncia alla violenza, anche la natura sembra riconquistare il
proprio equilibrio. Il canto contiene versi tra i più celebri del poema, “Mai
più il sangue di uccello o di animale/ Contamini con il suo velenoso flusso il
banchetto umano”, in cui il sangue versato è un veleno che corrompe prima la
coscienza che il corpo: ogni banchetto fondato sulla brutalità lascia una
traccia nell’anima di chi lo consuma. Il modo in cui cibarsi diventa simbolo del
rapporto che l’uomo decide di avere con l’universo vivente.
La conclusione è eloquente, “Tutte le cose vengono ricreate, e la fiamma/ Di un
amore concorde anima ogni forma di vita”, dove l’espressione “amore concorde” è,
forse, il nucleo della filosofia shelleyana: armonia universale fra tutte le
creature del mondo vivente, che l’uomo non domina ma a cui partecipa. Mentre
stende le note a Queen Mab, nel saggio coevo, A Vindication of Natural Diet, il
poeta sostiene che l’uomo non è carnivoro per natura: una dieta vegetale non
cruenta gli sembra un ritorno all’innocenza originaria. Infatti l’uomo non
possiede né artigli né dentatura dei carnivori, e l’attrazione per la carne
sembra più una costruzione culturale, perché solo la cucina rende accettabile
quanto per natura susciterebbe disgusto. Per paradosso, la civiltà non
giustifica il consumo di carne, lo rende semplicemente più facile da
dimenticare. È l’esordio della Vindication:
> “Solo grazie all’arte culinaria, che ammorbidisce e occulta la carne morta,
> essa diventa tollerabile alla masticazione e alla digestione”.
In altre parole, il gusto per la carne è artificiale, solo la cottura riesce a
mascherare la ripugnanza per quella “morta”.
Nella Defence of Poetry, una sorta di filosofia morale dell’empatia, Shelley
scrive che “Il più grande strumento del bene morale è l’immaginazione”. E
ancora: “Per raggiungere una bontà autentica, l’uomo deve esercitare
un’immaginazione intensa e universale; deve porsi nella posizione altrui”,
ovvero, la bontà nasce dalla capacità di comprendere l’altro, un’empatia da
estendere non solo agli altri uomini, ma a ogni creatura vivente. La poesia
amplia così la sfera della nostra specificità morale, “La poesia dilata il
cerchio dell’immaginazione”, allarga gli argini delle percezioni e dunque anche
della compassione, “La poesia fortifica la facoltà che dà voce alla natura
morale dell’uomo”, principio che include anche gli esseri senzienti non umani.
Perciò il poeta considera il consumo di carne espressione di un’abitudine alla
violenza.
La Defence of Poetry non tratta direttamente l’essere vegetariano, ma fonda una
teoria dell’immaginazione morale che, per coerenza, comprende nella compassione
gli animali non umani, tema chiarito nella Vindication. Che, con On the Vegtable
System of Diet, auspica un mondo senza violenza anche nei confronti di quelli
che Shelley definisce “my fellow animals”, “i miei compagni animali”, dall’uomo
ridotti a materiale organico, resi preda non già per natura, ma per scelte
utilitaristiche.
Solo gli animali infatti uccidono per fame, per necessità di sopravvivenza.
L’uomo invece può scegliere. En passant, l’Italia è l’unico paese europeo che
nel 2023 ha proibito di produrre e commercializzare la carne creata in
laboratorio da cellule staminali animali: detta anche “cell-based meat” o
“cultured meat”, ossia prodotta a partire dalle loro cellule ma senza allevare e
macellare animali. In Europa è considerata “novel food”, ancora da approvare ma
non necessariamente da proibire in futuro.
I due piccoli e preziosi libelli di Shelley descrivono con passione la capacità
di sentire, di provare dolore ed emozioni degli animali, la loro capacità di
stringere legami tra loro e con noi, di conoscere il mondo e riconoscere un
linguaggio. Mangiare è un gesto politico, un atto quotidiano che può perpetuare
o interrompere la catena della sofferenza. Per il poeta uccidere per nutrirsi
corrisponde a indurire il cuore, abituarsi al sangue, normalizzare la
violenza: la crudeltà sugli animali e la crudeltà tra gli uomini hanno radici
comuni.
Oggi, in un mondo che produce carne su scala industriale, quell’intuizione
appare profetica. Gli allevamenti intensivi consumano risorse, distruggono
foreste, inquinano acque. Il cambiamento climatico non è un’astrazione, ha il
suono delle foreste che bruciano e il silenzio degli ecosistemi impoveriti.
Scegliere un’alimentazione non cruenta implica ridurre il dolore inimmaginabile
degli animali, moderare l’impatto ambientale, limitare lo sfruttamento,
sottrarre domanda a un sistema fondato sulla sofferenza. Gli studi contemporanei
hanno poi ormai dimostrato che una dieta vegetale ben bilanciata può ridurre il
rischio di malattie cardiovascolari e altre patologie. Shelley parlava di
“purity” e “lightness”: oggi potremmo parlare di prevenzione e sostenibilità. Il
lessico cambia, la sostanza resta.
E tuttavia il cuore della sua scelta è poetico.
Per Shelley la natura non è uno scenario né un deposito di risorse: è una
comunità di destini, una trama vivente di cui l’uomo è solo un filo. Rinunciare
alla carne è un gesto di coerenza cosmica: vivere senza infliggere dolore, per
quanto è possibile al singolo. Non perfezione morale, ma tensione verso la
gentilezza. In tempi di slogan, la scelta vegetariana o vegana è spesso ridotta
a identità o ideologia. Shelley ci invita a pensarla diversamente: come atto
d’immaginazione morale. Possiamo nutrirci senza distruggere? Possiamo
trasformare il bisogno in cura? Possiamo evitare che per nutrire me un animale
patisca paura, terrore, sofferenza psichica e fisica?
Non si tratta solo di dieta. Si tratta di sguardo.
Essere vegetariani o vegani significa riconoscere che la sofferenza animale non
è trascurabile, provare responsabilità ecologica, sapere che ogni scelta
alimentare ha un impatto globale. E coerenza etica, che è l’allineare
convinzioni e comportamenti quotidiani.
Shelley è stato inghiottito dal mare nel 1822, ma la sua visione sopravvive
intatta: l’idea che la civiltà si misuri dalla capacità di non ferire. Forse la
sua “vegetable diet” non è solo una scelta alimentare, forse è il luogo in cui
la poesia smette di essere parola e diventa gesto. Un modo di abitare il mondo
senza aggiungere altro dolore al suo dolore.
Paola Tonussi
*In copertina: Percy Bysshe Shelley secondo Alfred Clint
L'articolo “Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta
vegano proviene da Pangea.
Le sale di proiezione di tutto il mondo — IMAX, 70mm o quali esse siano —
affogano nelle opinioni strabordanti degli spettatori di The Odyssey, l’ultima
assai discussa fatica di Christopher Nolan in cui il regista inglese scarnifica
il mito per rifondare un’epica dell’Ulisse uomo-contemporaneo. Operazione
riuscita o meno, Nolan costringe il grande pubblico a interrogarsi su quanto
siano saldi i legami dell’Occidente — qualunque cosa significhi — con il poema
omerico, cioè con l’origine di tutto. Mi pare infatti che il nodo culturale che
emerge chiaramente dal dibattito su The Odyssey sia l’urgenza di riformulare un
mito fondativo per l’Occidente.
Un epos che decomprima le istanze etiche (soprattutto europee) che hanno subito
un sistematico aggiogamento da parte delle ondate nichiliste e populiste degli
ultimi decenni. Negli ultimi anni le parole ricorse più frequentemente sulle
nostre bocche hanno sempre avuto come fulcro l’identità – un’identità spesso
ottenuta per negazione più che per costruzione o riappropriazione. Un’identità
violenta che sventolava il crocifisso in opposizione alla mezzaluna, o
l’arcobaleno con le sue più bizzarre sfaccettature per definirsi tramite
l’identità sessuale. Ma il ‘nostro’ mito è un mito di ricerca di conoscenza, di
sapienza negata. Nel capitolo 28 del libro di Giobbe, il profeta ricerca la
sapienza e interroga l’abisso.
Ma la sapienza da dove si trae?
E il luogo dell’intelligenza dov’è?
L’uomo non ne conosce la via,
essa non si trova sulla terra dei viventi.
L’abisso dice: «Non è in me!»
e il mare dice: «Neppure presso di me!».
(…)
Ma da dove viene la sapienza?
E il luogo dell’intelligenza dov’è?
È nascosta agli occhi di ogni vivente
ed è ignota agli uccelli del cielo.
L’abisso e la morte dicono:
«Con gli orecchi ne udimmo la fama».
Dio solo ne conosce la via,
lui solo sa dove si trovi,
perché volge lo sguardo
fino alle estremità della terra,
vede quanto è sotto la volta del cielo.
Quando diede al vento un peso
e ordinò le acque entro una misura,
quando impose una legge alla pioggia
e una via al lampo dei tuoni;
allora la vide e la misurò,
la comprese e la scrutò appieno
e disse all’uomo:
«Ecco, temere Dio, questo è sapienza
e schivare il male, questo è intelligenza».
In L’ultimo viaggio di Ulisse (contenuto nei Nove saggi danteschi) Borges
accosta l’Ulisse di Dante al capitano Ahab di Moby Dick. Entrambi costruiscono
la propria rovina a forza di veglie e di ardimento, entrambi muovono verso un
limite che un dio – o una balena, che è lo stesso – ha fissato all’ambizione
umana, ed entrambi, alla fine, pronunciano parole quasi identiche nel momento in
cui il mare si richiude su di loro. Il tema, scrive Borges, è lo stesso. La
conclusione, identica.
Ulisse, nel ventiseiesimo dell’Inferno, arde in un’unica fiamma bicorne insieme
a Diomede, colpevole non tanto di aver ingannato Troia ma di aver anteposto la
sete di conoscenza a Penelope, al vecchio Laerte, persino alla pietà per il
figlio. «Né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito
amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta», dice Ulisse a Virgilio, prima di
narrare come, superate le colonne d’Ercole, abbia spinto i compagni verso il
mare senza uomini, «acciò che l’uom più oltre non si metta». Il viaggio si
chiude con un turbine, tre giri della nave, il quarto che l’affonda: «infin che
’l mar fu sovra noi richiuso». Non un naufragio come tanti, osservava Hugo
Friedrich in una formula che Borges cita con approvazione: non il destino
ordinario di un uomo di mare, ma la parola di Dio.
Ecco il punto che a Borges preme, e che i commentatori – dall’Anonimo Fiorentino
a Casini, passando per chi liquidava il viaggio come sacrilegio – avevano
sistematicamente eluso: quell’aggettivo, «folle», che Ulisse stesso applica alla
propria impresa, torna nel Paradiso a definire il «varco folle» che un dio ha
vietato, e torna – identico, non casuale – nella bocca di Virgilio quando teme
che la discesa di Dante nella selva oscura sia essa stessa cosa folle. Dante,
sostiene Borges, ebbe forse timore di essere – lui poeta teologo che osava
anticipare le sentenze del Giudizio, dannare i papi simoniaci e salvare
l’averroista Sigieri – un secondo Ulisse. Se l’Ulisse infernale è un uomo che si
perde per un atto della volontà travestito da fatalità allora la sua vera
parentela è proprio con il tremendo capitano Ahab. Dal catalogo delle navi
dell’Iliade a quello delle balene in Moby Dick, dai mostri sulla impervia rotta
di Itaca al grande leviatano abissale che perseguita il Pequod: entrambe le
storie, scrive Borges, «sono il processo di un occulto e intricato suicidio».
Che cosa resta di questo Ulisse-Ahab in questo kolossal costato
duecentocinquanta milioni di dollari e girato, per una manciata di copie,
nell’anacronistico e nobile formato IMAX a settanta millimetri (le copie delle
prime due cantiche dantesche circolavano quasi clandestinamente col Sommo in
esilio, mentre Moby Dick fu investito da un fallimento commerciale e critico
devastante)? L’ambizione visiva trabocca in ogni fotogramma e restituisce
un’epica grandiosa seppur ritmicamente discostante: la presa di Troia, lo
stretto fra Scilla e Cariddi, la tempesta che trasforma il mare in una parete
d’acqua sopra le teste degli Achei sono sequenze possenti, il ciclope mostruoso
che non concede il linguaggio. Molti elementi preziosi e talvolta sconvolgenti,
come la tetra νέκυια e l’evocazione di Tiresia e gli altri morti che a tratti
ricorda, per grandezza, il primo Canto di Pound.
Ma il rigore geometrico di Nolan si trova strutturalmente a disagio davanti alla
dimensione numinosa del mito. Gli dèi, nel film, si riducono a proiezioni
psicologiche o a fenomeni atmosferici estremi. Il sacro, che nell’epica omerica
è la trama stessa del reale, diventa arredo, citazione, colore locale su un
impianto che resta ostinatamente razionalista. E l’Ulisse che ne risulta – un
Matt Damon reduce di guerra, corroso dal senso di colpa per il massacro di
Troia, il cui viaggio di ritorno si converte in una lunga e novecentesca
auto-psicanalisi itinerante – è un uomo che soffre, non un uomo che
trasgredisce. L’Ulisse di Dante e l’Ahab di Melville non sono vittime di un
trauma da elaborare, sono l’esito abortito di una Wille zur Macht tragicamente
consapevole. Il loro naufragio esige un giudizio metafisico, non una
medicalizzazione. La tracotanza non è il rischio narcisistico freudiano, bensì
l’eterna e intricata lotta con la Provvidenza. «Ogni verità – scrive Melville –
è un abisso».
Ancora più vicino al nostro secolo, ci sarebbe poi l’Omeros di Derek Walcott,
con l’Achille pescatore di Santa Lucia e il vecchio Filottete dalla ferita che
non guarisce. Walcott non racconta una ύβρις da punire ma un ritorno da abitare:
il mare non è il varco oltre le colonne d’Ercole, bensì l’oceano della memoria,
quello che ha portato gli schiavi attraverso il Middle Passage e che
restituisce, generazione dopo generazione, non conquistatori ma superstiti. Se
Dante e Melville raccontano l’uomo che sceglie il naufragio, Walcott racconta
l’uomo che eredita il mare senza averlo scelto, e proprio per questo la sua
Odissea caraibica è il canto del mare, non una seduta psichiatrica.
Il Novecento traghettato nel XXI secolo ha partorito un dio-mare ridotto a
metafora dell’inconscio, una ύβρις spiegata invece che patita. È la traduzione
in immagine del terrore dell’essere inghiottiti dal mare. Un Ulisse che non
rischia mai davvero la dannazione perché non tenta neppure di accedere a una
sapienza che non sia la sola coscienza-di-sé.
Giulio Solzi Gaboardi
L'articolo L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta
psicanalitica proviene da Pangea.