Mi chiedo, da buon pisquano, che interesse dovrei avere di andare in libreria a
scegliere dei libri quando sul PlayStation Store posso comprarmi a 18,99 euro
videogiochi come Final Fantasy XV: ditelo a vostra madre e storcerà il naso –
invece, è sintomo d’intelligenza. Prodotti come questo hanno raggiunto livelli
di complessità e costruzione del mondo che la letteratura italiana ha smesso di
perseguire da tempo.
FFXV è uscito nel 2016 dopo dieci anni di sviluppo; ha richiesto, nel corso del
suo ciclo di produzione, tra le 200 e le 300 persone – nonché un budget fra i 50
e gli 80 milioni di dollari (escluso il marketing). Racconta la storia di
Noctis, un ragazzo privilegiato e irrisolto che esce di casa per sposarsi, sale
in macchina con tre amici, parte leggero e scopre che quello sarà il suo ultimo
viaggio da persona normale. Hajime Tabata, il creatore, ha dichiarato: il cuore
del gioco è il viaggio insieme agli amici, il rapporto padre-figlio rappresenta
uno dei pilastri della narrativa.
Nella prima scena non c’è nulla di epico: si spinge una macchina in panne
con Stand by me (appositamente interpretata da Florence + The Machine) in
sottofondo. Poco dopo, campeggio brandizzato Coleman, pasti preparati alla
griglia, foto cretine della giornata: un fantasy basato sulla realtà, un mondo
di dèi e demoni con pompe di benzina, noodle istantanei e cani che abbaiano
fuori dai motel. Narrativamente, concretizza in un gesto preciso: il lettore non
si affeziona alla trama, si lega alla complicità tra i personaggi. E quando la
storia virerà nel tragico saremo turbati dagli eventi in sé, certo, ma ancora di
più dal fatto che sia finita per loro quattro.
Si potrebbe riassumere FFXV così: un road trip americano applicato a un JRPG
giapponese, dove il viaggio in macchina è metafora dell’ingresso nell’età
adulta. Si attraversano una serie di riti di passaggio tra cui il primo grande
lutto: la morte di Regis, re di Insomnia, avviene off-screen per Noctis. Il
figlio la scoprirà infatti in televisione, come un qualsiasi ragazzo che assiste
al crollo del proprio mondo al telegiornale.
Allo stesso modo l’Anello di Lucis, ottenuto attraverso il sacrificio di uno dei
personaggi principali – qualcuno che brucia attraverso la sua assenza – è un
potere che consuma chi non è degno. Non offre nulla di miracoloso: non
conferisce a Noctis gloria, bensì morte. E quando nel finale il protagonista
accetta di morire sul trono completa la curva. Smette di essere il ragazzo ai
margini diventando suo padre, il re che si sacrifica per il mondo.
L’universo di FFXV concretizza tutta una serie di topoi dei JRPG. Un miscuglio
barocco di riferimenti (Roma imperiale, cattolicesimo, modernità occidentale,
mitologia targata Square Enix) per un risultato che genera un’atmosfera precisa:
una leggenda sporca, dove dèi ostili ti costringono a pagare il conto di un
passato mai vissuto. Se si esamina il lore di FFXV con l’occhio di chi tiene
corsi di scrittura creativa è un disastro: nomi, testi, divinità e profezie che
si accavallano, spiegazioni arrivate troppo tardi o di sbieco. Quando si smette
però di chiedergli la coerenza del manuale, e lo si inizia a leggere per ciò che
è, ne otteniamo un ritratto cristallino.
I libri della Cosmogonia sono fondamentali per capirlo: scritture sacre interne
all’universo di gioco, hanno il tono dell’Antico Testamento. Non spiegano per
rassicurare, proclamano per farti sentire piccolo davanti a una storia che
esisteva prima di te – e che continuerà dopo di te. Gli dèi non sono mai dalla
parte giusta: sono divinità lontane, indifferenti, quando non apertamente
ostili. Non ti aiutano perché sei il protagonista: ti mettono alla prova, ti
schiacciano, ti utilizzano come strumento. Nella Cosmogonia sono descritti come
esseri il cui pensiero trascende la comprensione umana: non cercano empatia, non
spiegano le loro scelte, non offrono misericordia. Siamo noi a dover dimostrare
qualcosa.
Noctis è una figura chiaramente cristologica, e priva di consolazione. Simbolo
della luce che si immola per scacciare l’oscurità e pagare il debito
dell’espiazione. L’iconografia è esplicita: il sacrificio del Re-Cristo, il
trono come Calvario, i Re del passato che lo trafiggono come una comunione
violenta di Santi. La tradizione non accoglie, uccide. E solo così riconosce. La
mitologia di FFXV promette solo che qualcuno dovrà farsi carico del male: ciò
che è divino non è buono, l’ordine cosmico non è giusto e il sacrificio non è
glorioso – è necessario.
Il ruolo del villain, Ardyn, mostra l’essenza della narrazione. Il villain
rappresenta una domanda in grado di farsi sentire anche dopo aver superato le
cento ore di gioco. Perché Ardyn, all’inizio, era il prescelto. Non un
usurpatore, né un mostro sfortunato: assorbiva il male del mondo su di sé per
purificarlo, caricandosi letteralmente addosso la sofferenza altrui. Eppure il
suo gesto non viene riconosciuto. Gli dèi e la dinastia dei re lo trasformano in
una discarica cosmica, sfruttandolo finché fa comodo, per poi cancellarlo dalla
storia.
Da qui nasce tutto. Ardyn non è immortale nel senso romantico del termine. La
sua è un’immortalità marcia, corrotta, tenuta in vita esclusivamente per
continuare a soffrire. E il rapporto con gli dèi si mostra emblematico: semplice
relazione di uso e scarto.
Ardyn è indirizzato, costretto e lasciato marcire. L’odio del villain non viene
davvero rivolto a Noctis, il bersaglio è il sistema: la monarchia sacralizzata,
la profezia, l’ordine divino che decide chi deve sacrificarsi e chi no. Ardyn
non contesta il sacrificio in astratto: contesta chi lo impone e con quale
diritto. La volontà implicita è devastante: perché io devo diventare un mostro
per assorbire il male del mondo, mentre voi restate puri, intatti, venerati?
Il villain di FFXV non vuole governare, non vuole vincere: non vuole sostituirsi
a Noctis. Il suo obiettivo è quello di far crollare l’impalcatura morale che
rende quel sacrificio accettabile. Per questo è vicino ai grandi personaggi
della tragedia: la persona giusta nel posto sbagliato, spezzata dal sistema, che
ora vuole trascinare tutto con sé. La sua presenza rende il finale di Final
Fantasy XV molto più amaro. Perché sì, il sacrificio di Noctis è necessario. Ma
Ardyn costringe il lettore a vedere che lo diventa a causa di un ordine cosmico
profondamente ingiusto. Non c’è armonia, né provvidenza, né equilibrio. Soltanto
qualcuno che paga il conto, ogni volta, al posto degli altri. FFXV fa una cosa
rara. Non ti consola. Ti lascia con l’idea che il mondo possa essere salvato
solo attraverso un sacrificio imposto da dèi – che non sono buoni – e da una
storia che non è mai pulita. Ardyn non è l’errore del sistema. Ardyn è la prova
che il sistema è sempre stato marcio.
La struttura stessa di FFXV è una di quelle cose che, sulla carta, sembrano un
errore. La prima metà aperta, dispersiva, svagata; la seconda parte che si fa
chiusa, lineare, soffocante. Un gioco che per ore ti lascia libero di perdere
tempo e poi, senza chiedere il permesso, ti toglie tutto. Eppure questa scelta
così sbilenca è una delle ragioni per cui la narrazione funziona. I grandi
eventi che avvengono fuori scena, il colpo di stato, la guerra, le decisioni
politiche, non vengono vissuti perché Noctis non li attraversa. Lo scopo della
narrazione non è quello di essere onnisciente: non ti informa, non si pone al
tuo servizio mettendoti al centro del mondo. Ti costringe ad abitare uno sguardo
limitato: quello di un ragazzo che all’inizio pensa solo a viaggiare, rimandando
tutto il resto. Nella prima metà si fa esattamente questo. Ci si perde in cacce
inutili, momenti fotografici, dungeon opzionali, battute di pesca, deviazioni
prive di senso. Insomnia e la guerra restano un rumore lontano, qualcosa che sai
esistere ma non ti riguarda davvero. Lunafreya, Ravus, la politica: conosci le
loro gesta per interposta persona, come notizie lette di sfuggita. Rappresenta
la fase della vita in cui il mondo va avanti e si è convinti di avere ancora del
tempo.
Poi, dal capitolo del treno in avanti, tutto cambia. La mappa si chiude, il
gioco smette di lasciarti respirare trasformandosi in un corridoio narrativo,
cupo, insistente. I toni si scuriscono: Niflheim, Gralea, Tenebrae in rovina.
Lo Starscourge avanza e il mondo diventa letteralmente buio. E il colpo finale
arriva con il salto temporale di dieci anni: torni a Eos e non la riconosci. Gli
amici sono invecchiati, segnati, stanchi. I luoghi che prima erano tappe del
viaggio ora sono infestati da demoni. Ciò che sembrava un ritorno è in realtà un
epilogo.
La struttura funziona perché è metanarrativa – facendoti sentire il rimpianto
del tempo buttato. Hai perso settimane cavalcando Chocoboco mentre il mondo
andava in rovina e ora ti si presenta il conto.E soprattutto rafforza il finale:
lo avverti, tutto è già successo, non resta che accompagnare la storia alla sua
ultima esalazione. Qui il respiro è millimetrico. L’ultima notte accampati
insieme. L’ultimo falò. Un momento in cui puoi parlare con Gladio, Ignis e
Prompto ma il messaggio è univoco: ti abbiamo portato fin qui, adesso sei
solo. E qualche ora dopo, la scelta dell’ultima fotografia prima di affrontare
Ardyn è il gesto narrativo più potente della narrazione. Una sola immagine da
portare con sé prima di morire. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi. Soltanto
una meccanica, narrativa pura: ti costringe a ripercorrere tutta la tua
esperienza e decidere cosa rappresenta la tua vita.
Infine, sul trono, i Re del passato trafiggono Noctis e lui li invita a colpire
con maggiore forza. È la rappresentazione più brutale dell’eredità: per entrare
nella tradizione occorre lasciare che ti uccida. L’epilogo, con Noctis e
Lunafreya in uno spazio sospeso, gioca apertamente la carta del sentimentalismo.
Ma a quel punto hai addosso almeno cento ore di strada, di notti in tenda, di
silenzi in macchina. E colpisce. Forte.
FFXV fa ciò che chiediamo alla letteratura quando smette di essere un compitino.
Perché ti fa vivere la parte noiosa della vita, perché ti lega a quattro
persone, perché racconta la crescita come perdita: perderai il padre, perderai
la fidanzata, perderai la normalità e infine perderai te stesso. È un ibrido
instabile: road trip americano, purezza da anime, mitologia pseudo-cristiana,
estetica occidentale filtrata dallo sguardo giapponese. Non sempre coerente.
Emotivamente devastante.
Perché quando tutto finisce si pensa solo a una cosa. Molto semplice, molto
vera.
Vorresti ancora una giornata in macchina insieme a loro.
Il punto è imbarazzante nella sua semplicità: in un videogioco come Final
Fantasy XV puoi restarci dentro per più di cento ore senza annoiarti. Nessun
riempitivo, nessuna cortesia: strada, ritorni, scontri e routine che si
accumulano e producono senso. Questo mondo non ha fretta di lasciarti andare,
non ti accompagna educatamente verso l’uscita, non ti tratta come un consumatore
da rispettare. Anzi, devi restare.
La narrativa italiana contemporanea risulta sempre più spesso costruita come
opuscoletto a servizio del lettore: libri che chiudi nel tempo di fare Fano
Torrette-Forlimpopoli con il regionale. Scendi dal treno con addosso la
sensazione di aver letto qualcosa di scritto bene senza che nulla ti sia rimasto
addosso. I protagonisti si chiamano tutti Giampirla, fingono di soffrire e gli
riesce nel modo giusto: riconoscibile, contenuto, presentabile. La fruizione è
misurata, innocua, a prova di barbagianni. È una narrativa che raramente
richiede tempo, dedizione o rischio. Ti accompagna all’uscita, con un Grazie per
avere viaggiato con noi su questo treno e nessuna pretesa di essere
ricordata. Quando esci da mondi vasti come quello di FFXV e apri un romanzo
italiano contemporaneo la sproporzione è umiliante.
C’è poi una ragione materiale, che di solito si finge non esista: un autore
italiano pubblicato da una grande casa editrice riceve, nella maggior parte dei
casi, un anticipo fra i 1.500 e i 3.000 euro. Stipendio simbolico per un lavoro
che dovrebbe richiedere mesi, se non anni, di concentrazione totale. Per dare un
ordine di grandezza: un animatore junior in uno studio giapponese o americano
guadagna la stessa cifra in un paio di settimane.
Lo scrittore, invece, dovrebbe costruire un universo, inventare una voce,
reggere una struttura, lavorare sulla lingua, sul ritmo, sull’architettura
narrativa: scrivere diventa inevitabilmente un’attività da ritagli, notti
rubate, fine settimana deserti. È un miracolo che qualcuno ci riesca. Ed è in
questo vuoto che prosperano le operette a servizio del lettore. Fino a pochi
anni fa relegate agli Autogrill, oggi catene fondanti di molte collane di
narrativa: traumi minimi, famiglie raccontate sottovoce, autofiction così
controllate da perdere ogni ragion d’essere. Una letteratura fatta di banalità
che registra il vissuto senza filtrarlo, come se raccontare fosse diventato un
atto di buona educazione – qua e là camuffato da titoli sciocchi come La vita
sessuale di Guglielmo Sputacchiera. Narrativa che ha smesso di costruire mondi
per accontentarsi di descrivere stanze.
A questo punto la questione smette di essere teorica e diventa personale,
materiale, misurabile. Io vivo di scrittura. Vengo pagato – e pure bene – per
creare strategie SEO e scrivere articoli su pomodori, lucidalabbra, insetticidi,
piastrelle, vacanze a Riccione. Qualsiasi cosa le persone cerchino su Google.
Lavori apparentemente insignificanti, privi di aura, senza alcuna ambizione
simbolica. Li scrivo con metodo e responsabilità: producono valore e risultati,
ottengo stipendi regolari. Insegno alla Scuola Holden, vengo contattato dalle
agenzie di comunicazione, nel 2025 ho formato più di duecento persone su come si
scrive davvero oggi: come si struttura un testo, come si governa l’attenzione,
come si produce senso in un algoritmo che non regala nulla. Scrivo, tutti i
giorni. Solo che lo faccio dove ha ancora senso farlo.
L’alternativa sarebbe investire una manciata di mesi in un romanzo italiano
contemporaneo: sottopagato, destinato a una circolazione gentile quanto breve.
Un libro che deve stare sotto una certa soglia di rischio, che non può essere
troppo lungo, troppo strano, troppo ambizioso. Un libro che nasce già pensando a
dove verrà presentato, premiato, difeso. Un oggetto di consumo da chiudere in
poche ore e non pretende nulla.
Scrivere narrativa oggi è un gesto di adattamento: si scrive per stare dentro un
perimetro, mai per infrangerlo. Si limano le asperità, si riduce il mondo, si
abbassa il volume dell’immaginazione. Il risultato sono romanzi corretti, molto
spesso ben scritti, a volte sinceri, necessari a un’editoria fondata
sull’inflazione. Opere che descrivono stanze perché non hanno i mezzi per
costruire mondi. E allora la scelta diventa brutale e limpida. Da una parte
posso passare cento ore dentro Final Fantasy XV, attraversando un luogo che non
ha fretta di lasciarmi andare, che richiede tempo, attenzione, labirinti che mi
fanno perdere, tornare indietro, cercare il punto di noleggio dei Chocoboco,
sbagliare. Un’opera che non mi tratta come un consumatore da compiacere, ma come
qualcuno che deve trovare da sé la via.
Dall’altra posso leggere – o scrivere – un romanzo pensato per non disturbare,
non eccedere, non pretendere troppo: un prodotto che finisce in fretta, si
commenta educatamente su Instagram e viene sostituito dalla successiva notifica
di Tik Tok.
Tra le due cose, oggi, non c’è davvero gara.
Quando un videogioco da 18,99 euro riesce a offrire più tempo, spazio, memoria e
più perdita d’orientamento di gran parte della narrativa contemporanea, il
problema non è il medium. È l’ecosistema che ha disintegrato l’ambizione. È un
sistema editoriale che paga poco, isola gli autori, premia chi è moderato e
scambia la rinuncia per profondità. Scrivere oggi, in Italia, non è difficile
perché mancano le storie. È difficile perché manca la possibilità di prenderle
sul serio.
E finché sarà così, finché la letteratura continuerà a ridursi a oggetto di
consumo tranquillo, finché verrà chiesto agli autori di essere visionari senza
fornire loro spazio, tempo e denaro il lettore continuerà a cercare altrove – in
un gioco, in una serie, in un mondo digitale – quella sensazione di vastità che
i libri hanno smesso di promettere.
Quando rinunci ai mondi non perdi solo lettori. Perdi ambizione. Tempo. Senso.
Nicolò Locatelli
*In copertina e nel testo: immagini tratte da Final Fantasy XV
L'articolo Ai romanzi italiani preferisco Final Fantasy XV. Sulla narrativa che
ha smesso di costruire mondi proviene da Pangea.
Source - Pangea
Rivista avventuriera di cultura&idee
A partire dal 13 ottobre 2022, la Biblioteca Bernardini, a Lecce, accoglie nei
suoi spazi il Living Archive Floating Islands (Archivio Vivente Isole
Galleggianti) dimora per la vita e l’opera di Eugenio Barba, gli avventurosi
sessant’anni dell’Odin Teatret come teatro laboratorio e la memoria delle
diverse realtà delle Isole Galleggianti, nome che Barba ha donato al Terzo
Teatro, alla molteplicità culturale dei gruppi teatrali che hanno segnato la
storia del teatro della seconda metà del Novecento sino ai giorni nostri.
Un archivio mostra-installazione interattiva da attraversare e conoscere in una
dimensione reale immersa nella fantasia ludica. “La durata è la forma di
resistenza di un teatro”, afferma Eugenio Barba riprendendo le parole di Jacques
Copeau; ne consegue che questa proiezione della memoria viene concepita per
“rimettere in scena” i limiti del passato verso il presente e il futuro.
Inoltre, l’Archivio Vivente delle Isole Galleggianti è alimentato dal
partenariato con la Fondazione Barba-Varley, fondato sull’atto di donazione con
il quale Eugenio Barba ha ceduto al Polo Biblio Museale della Regione Puglia i
fondi bibliografici e documentari relativi alla sua esperienza artistica e a
quelli dell’Odin Teatret. L’accordo, inoltre, prevede una collaborazione
scientifica di ricerca e di supporto alla didattica per la valorizzazione
dell’Archivio, allestito dall’architetto Luca Ruzza con Daniela Dispoto e Laura
Colombo, in uno spazio interattivo animato da campi di papaveri rossi disegnati
dalla Open Lab Company con Francesca Carallo e l’antica tecnica della
cartapesta, dalle mappature digitali di Natan A. Ruzza e dalle partiture video
di Zeno M. Ruzza. Un comitato scientifico individuato dallo stesso Barba, si
occupa della gestione culturale dell’archivio.
Inoltre la sezione della biblioteca dedicata al teatro e allo spettacolo – che
custodisce anche il fondo Silvio D’Amico e Carmelo Bene – è impegnata da anni
con l’obiettivo di ampliare le sue collezioni per valorizzare la presenza dei
grandi protagonisti italiani della storia teatrale.
Ne abbiamo parlato con Luigi De Luca direttore del Museo Castromediano di Lecce
e coordinatore dei Poli Bibliomuseali Regione Puglia.
Eugenio Barba
Come si struttura l’idea di questo particolare percorso espositivo
intitolato Archivio Vivente Isole Galleggianti ?
Abbiamo condiviso con Eugenio Barba la decisione di assegnare la definizione
di Archivio Vivente Isole Galleggianti allo spazio che ospita i materiali della
sua biografia artistica, dell’Odin Teatret e del Terzo Teatro. Siamo entrambi
consapevoli che questa definizione non connota un’istituzione, ma una pratica:
quella di lavorare sulla memoria individuale e collettiva per indurre visioni
del mondo fuori dalla “dittatura del presente”.
Inizia il nostro percorso immersivo…
Eugenio Barba ha cercato di riproporre in questi spazi espositivi
l’organizzazione delle sale prova presenti ad Holtebro (Danimarca): la sala
bianca, la sala nera, la sala rossa. La nostra visita incomincia dalla sala
bianca, sintesi dei suoi viaggi; difatti siamo accolti da una grande maschera
Barong proveniente da Bali, a raccontarne il suo rapporto fecondo accresciuto
tra l’oriente ed il sud del mondo. Qui troviamo anche una buona parte dei suoi
libri, fondamentali per la sua produzione artistica, collocati volutamente dalle
mani di Barba in ordine “casuale”.
La contaminazione tra oggetti e libri ne è l’essenza: la collezione di maschere,
souvenir, sassi, piccole sculture, moltissimi nastri, tessuti, raccolti nei più
disparati angoli del mondo, evocano e rappresentano l’universo immaginario e
simbolico dell’Odin Teatret, a circa sessant’anni dalla sua nascita. Al centro
il “tavolo degli avi”, che simbolicamente imbandito, ricostruisce il rapporto
con i suoi antenati provenienti da Gallipoli (anche se Barba nasce a Brindisi).
Prossimamente, in allestimento, una sorta di altare barocco al termine del
grande spazio dedicato.
La sala nera…
Presenti i manifesti dei suoi spettacoli, oggetti di scena provenienti
interamente da Holstebro, le citazioni letterarie che ne hanno arricchito la sua
poetica… Kaspariana, ad esempio, primo spettacolo che l’Odin composto in
Danimarca, nella nuova sede di Holstebro nei primi mesi dopo il trasferimento
dalla Norvegia, era uno spettacolo per soli sessanta spettatori, come
il Principe Costante di Grotowski. In una sala nera arredata con sei
piattaforme, ed una cassa pure nera, si svolgeva la vita di Kaspar Hauser,
argomento molto attuale purtroppo per le pregnanti tematiche di guerra…
Eugenio Barba si è avvalso di altri collaboratori per l’ideazione dello spazio
espositivo?
Si. L’architetto Luca Ruzza, che raggiunse l’Odin da giovanissimo in Danimarca,
grazie ad una borsa di studio, e che successivamente ha collaborato moltissimo
insieme ad Eugenio Barba.
Il progetto dell’allestimento complessivo di tutti gli spazi dedicati è una
sintesi di entrambi.
La disposizione poetica dei singoli oggetti è, invece, interamente curata da
Barba.
La sala rossa…
Il particolare contributo di Luca Ruzza, lo si vede nella sala rossa, che
contiene una sorta di archivio in movimento; l’archivio dei gruppi di terzo
teatro che sono nati, quasi per gemmazione, dall’esperienza dell’Odin Teatret. I
papaveri progettati da Luca Ruzza e realizzati dalla OpenLab Company con
Francesca Carallo, artigiana della cartapesta, richiamano ogni singolo gruppo di
terzo teatro, la cui storia è raccontata attraverso una proiezione visiva e
sonora sulla parete bianca. Il nome Isole Galleggianti, che deriva da un libro
di Barba, non è altro che il grande arcipelago costituito da tutti i gruppi
prima citati. L’obiettivo è documentarne la presenza e la vita, anche dell’Ista
(International School of Theatre Antropology) fondata da Barba.
Il pavimento galleggiante…
Nel nostro percorso realmente immaginifico tornano i libri, richiamo quasi
ossessivo alla produzione letteraria molto intensa di Eugenio Barba. Collocati,
questa volta, in una sorta di pavimento galleggiante che sommerge Gandhi
sorridente, in una vasca da bagno.
I camerini studio…
Accediamo alla parte più stupefacente dell’archivio, saliamo una rampa di scale
e ci accolgono due camerini studio entrambi in legno bianco, due piccole
mansarde smontate da Holstebro e rimontate con cura quasi maniacale dopo essere
state fotografate: il primo di Eugenio, realizzato da uno dei suoi scenografi.
Gli oggetti appartengono tutti a Barba, utilizzati nei suoi spettacoli, i suoi
libri, i souvenir e le fotografie provenienti da tutto il mondo. Il secondo è di
Julia Varley, attrice dal ruolo storico per l’Odin Teatret, che dal 1983
partecipa all’ideazione ed organizzazione del Magdalen Project, una rete per
l’affermazione delle donne di teatro contemporaneo. Nel suo camerino, identico
per struttura a quello di Barba, un piccolo armadio con scarpe e vestiti di
scena, borse, oggetti.
La necessità della memoria ci rende responsabili di una tradizione per le
generazioni a venire. “Il futuro è sempre costruito a partire dai frammenti del
passato”. Così recita una celebre frase dello storico dell’arte Erwin Panofsky.
Siamo onorati e felici di proteggere la memoria dell’Odin Teatret, tra le
esperienze più rivoluzionarie del teatro contemporaneo, fondata sul “baratto”
nata in Salento nel 1974.
Maria Giovanna Barletta
L'articolo Gita nel “Living Archive” di Eugenio Barba (o del genio dell’Odin
Teatret) proviene da Pangea.
In uno dei momenti più belli del libro, di primordiale bellezza, “Antonio
dell’isola delle Ghiandaie” fissa le stelle. Non riesce a dormire, eppure “su
tutta l’ampiezza del cielo e della terra regnavano una pace e una mitezza che
annunciavano il giorno”. Gli si fa al fianco un mandriano. Insieme, danno i nomi
alle costellazioni.
> “Quelle, disse Antonio, io le chiamerò ‘la ferita della donna’. Le chiamerò
> così perché fanno come un buco nella notte”.
Il mandriano offre ad Antonio il suo mantello; è freddo “per te che resti fermo
a guardare la notte”. Antonio continua a enumerare le stelle, a inventare i
nomi. Un grumo di luci, a est,
> “Le chiamerò ‘gli occhi’. Perché credo che siano come lo sguardo di colei che
> sta dormento e non ha ancora aperto le palpebre”.
È una scena straordinaria, potremmo trovarla nella Teogonia di Esiodo o
nell’Esodo, nei primi libri dell’uomo, epopee di stelle e di grandi cacce, di
duelli e di imperi d’erba, di genti selvagge e di domestiche bestie, di briglie
e di imbrogli. D’altronde, il compito di uno scrittore non è altro: assemblare i
nomi, assegnare miti alle stelle. Un libro è come una stele. Così, il cosmo
informe dà forma a una cronaca e dal caos si caglia armonia.
Jean Giono pubblica Le chant du monde nel 1934, per Gallimard. Diceva di aver
tratto quel titolo – che è poi un incanto, un incantesimo – da Walt Whitman;
amava Melville, di cui avrebbe tradotto Moby Dick; più che altro, l’incarnato
del romanzo, il più potente di Giono (ora, nella sgargiante traduzione di
Leopoldo Carra, per Settecolori come Il canto del mondo), è omerico. Ambientato
in un senza tempo da inizio e termine del mondo, tra età dell’oro e
apocalisse, Il canto del mondo parla di razzie e di vagabondaggi, di fuochi e di
fiumi, di patti d’amicizia e di atroci vendette, di terra e cielo, di amore e
morte.
La scrittura di Giono è armata di uno splendore petroglifico, si sente, in
sottofondo, un ritmo di tamburi (ascoltate: “All’alba le bestie vennero avanti.
Antonio vide uscire dalle ombre a occidente i tori con le corna a lira.
Spuntavano dai pascoli all’imbocco della valle, e subito il sole nascente si
posava sulle loro fronti”), una limpidezza nuova, che non ha lignaggio né trama
d’eredi. Mescolando Stendhal all’epopea di Gilgamesh, Jean Giono ha portato il
romanzo, creatura di città, nei boschi, a far leggenda tra gli acquitrini. In
questo libro – mai così sconfinato – appaiono le “uldre” e il “grongo”, “un
pesce che assomiglia al serpente”; c’è il sesso e l’assassinio; c’è un sentore
di sangue che rintrona la mente, che non dà pace.
Non bello ma volitivo, occhi grandi, di creatura d’acqua dolce, Jean Giono nel
’34 andava per i quaranta. Figlio di umile gente – il padre era un ciabattino,
anarchico, originario del Piemonte – era nato nel 1895 a Manosque, in Alta
Provenza, e fece di quel borgo – fondato dai Celti, abitato dai Romani,
saccheggiato dai Saraceni – il proprio eden, la scaturigine dei propri australi
romanzi. Avrebbe dovuto impiegarsi in banca, leggeva, nel tempo libero, Tacito,
Seneca, Virgilio, Eschilo; il successo del primo libro, Colline (edito da
Grasset nel 1929), gli permise di alienarsi dal mondo, di mollare la banca, di
allearsi alla scrittura. Mobilitato durante la Prima guerra, ne uscì sconvolto:
sperimentò l’imperio della macchina, il massacro privo di cavalierato, la
canaglieria degli Stati. Fu sui campi più duri – si fece Verdun, la Somme, lo
Chamin des Dames – assistendo alla morte degli amici. Sulla rivista “Europe”,
proprio nell’anno in cui pubblica Il canto del mondo, Giono scrive Refus
d’obéissance, uno degli inni più potenti contro il militarismo. Scrive “di non
aver ammazzato nessuno” durante la Prima guerra, di aver “partecipato agli
attacchi senza fucile o con un fucile inutilizzabile”. “Non ho avuto il coraggio
di disertare”, scrive. Poi l’onda d’urto di quello straziante j’accuse monta:
> “Ho annusato l’odore dei morti. Ho mostrato corpi in frantumi. Ho riempito le
> stanze di fantasmi lordi di fango, con le orbite succhiate dagli uccelli. I
> feriti gemevano sulle mie ginocchia. Quando ho detto ‘mai più’ tutti, in coro,
> hanno ripetuto ‘no, no, mai più’. Ma il giorno dopo riprendevano posto nel
> reggimento civile borghese. Ricominciavano a creare il capitale per il
> capitalista. Erano meri strumenti della società capitalista”.
Giono attacca l’ipocrisia del “regime borghese”, il sistema coercitivo del
lavoro cittadino, “ideato per assopirci, per instillare in noi uno spirito di
schiavitù”.
Agli albori della Seconda guerra, l’ardore pacifista di Giono fu preso per
tradimento: lo scrittore fu arrestato nel settembre del ’39; rilasciato, si
ritirò nella sua fattoria. Durante Vichy diede rifugio a transfughi ebrei e a
comunisti; le riviste di regime – il periodico nazista “Signal”, ad esempio –
parlarono con curiosità del suo “neoprimitivismo”. I resistenti non gli
perdonarono di aver pubblicato un paio di racconti su “La Gerbe”, il giornale
collaborazionista: prima cercarono di ucciderlo – piazzando una bomba, nel
gennaio del ’43, davanti a casa sua – poi lo arrestarono – dal settembre del ’44
al gennaio dell’anno dopo – infine lo processarono; il “Comité national des
écrivains”, con sarcastica pignoleria, gli impedì di pubblicare per un paio di
anni.
Poligrafo dallo stile vertiginoso, Giono scrisse L’ussaro sul tetto e L’uomo che
piantava gli alberi, i libri per cui è più noto, nei primi anni Cinquanta. Nel
1965 Marcel Camus trasse una versione cinematografica da Le chant du monde –
passata in Italia con il titolo, assurdamente hard, Ossessione nuda – con
Catherine Deneuve nel ruolo di Clara, la donna dai “grandi occhi di gesso e di
menta”, la tanto amata. Giono morì cinque anni dopo, nella sua dimora, a
Manosque, in pieno estro verbale (L’Iris de Suse era uscito da poco).
Per capire l’importanza di Jean Giono basta sfogliare il catalogo della
‘Pléiade’: otto tomi, di cui sei dedicati alle Œuvres romanesques complète. A
differenza degli “esistenzialisti”, Giono – il cui talento è d’altro conio, più
puro, di quello di Albert Camus – ha cantato la brutalità della gioia, le glorie
della carne. Amato da Henry Miller – che lo insediò tra i pochi, grandi
scrittori della sua vita – è l’esatto opposto di Céline – che lo sopportava a
tratti. Se uno è il cantore della notte e dell’oscurità, l’altro lo è della
luce. Jean Giono è lo scrittore dell’estate perpetua, dell’avventura totale,
dell’elemento primo, di preistorica eloquenza.
Non ammette lettori vili.
L'articolo Non ammette lettori vili. Vasto elogio di Jean Giono proviene da
Pangea.
Scritti o verbali, la sciatteria linguistica e l’analfabetismo di ritorno sono
come la calunnia della cavatina famosa: iniziano in sordina, montano, si
espandono e finalmente producono «un’esplosione – Come un colpo di cannone, –
Come un colpo di cannone, – Un tremuoto, un temporale, – Un tumulto generale –
Che fa l’aria rimbombar».
C’è però una differenza cruciale: mentre spesso calunnia calunniatori e
calunniati, proprio come il temporale, passano, i disastri linguistici restano e
si aggravano, e più che da Sterbini e Rossini, dovremmo toglier da un trattato
d’oncologia o dal Dsm.
Ora isolerò alcuni modi di esprimersi ormai cuciti a doppio fil di ferro sulle
lingue degli italiani, che tali possono essere definiti soltanto in modo
residuale e anagrafico. Li trascelgo, questi macelli, in modo quasi aleatorio e
assai parzialmente: ma a ogni buon conto avremo, con dovizia e tristizia, la
misura della sciagura.
Iniziamo stappando una bottiglia di bollicine.
Sino a non gran tempo addietro ne avremmo sturata una di spumante, ovvero di
vino frizzante o mosso, magari di champagne (sciampagna, pei puristi vecchio
stile). Gli astemii o chi avesse dovuto guidare si sarebbero contentati d’acqua
gassata, o gasata, o frizzante. E siccome fa male bere senza mangiare, sarà
nostro piacere comandare un dolcino, che non è il medievale frate chiliasta, ma,
a esempio, una pannina cotta o, per esser più rigorosi, una pannacottina, come
ho sentito dire, lo giuro, da un pasticcere (o pasticciere: è davvero lo
stesso), per giunta di toschi natali. Ahi Guido! Ahi Cino! Ahi Cecco! E s’i’
fosse foco…
Che sbadato, però. Ho scordato d’annunciare che in precedenza la “bollicina”
serviva di accompagnamento a una pietanza (parola, quest’ultima, definitivamente
sostituita con «piatto», che è poi aggettivo perfettissimo per il linguaggio
attuale), una pietanza, dicevo, di carnina, guarnita con del
succulento prosciuttino e un po’ piccantina(doppietta!) e contorno vegetale. Ma,
o disdetta!, essendo indaffarato a sgorbiare per questo articolo ho dovuto
ripiegare al supermercato e acquistare, leggo sul tubo, una «Salsina per
le verdurine», che rammenta l’omogeneizzato.
A soccorso di chi avesse trascurate le scuole alte e ignorasse o avesse
dimenticato il significato di «frizzante» o «gassata», si precipita un’azienda
imbottigliatrice che tosto ha modificata l’etichetta: un tempo scriveva «Acqua
gassata», ora «Tante bollicine». Non ne faccio il nome per ovvie ragioni, ma vi
assicuro che esiste.
Avanti di sorbire un corroborante caffettino o magari un ginsenghino (ho sentita
anche questa), arrestiamoci un istante ché il pasto si sta facendo greve assai,
e «tra noi parliamo da buoni amici», come invita Scarpia la buona Floria Tosca
offrendole «vin di Spagna» che ignoro se fosse con o senza “bollicine”.
Quand’ero balilla gl’insegnanti e anche qualche adulto di casa, non per forza
laureati alla Normale summa cum laude, ti fulminavano udendo implorare «un
attimino»; e quanti lazzi contro le casalinghe che impetravano «un aiutino,
signor Mike!». Dire e scrivere «tante bollicine» e «pannacottina», oltre a fare
esteticamente schifo, è sintomo di regressione cognitiva, emotiva, psicologica.
È il linguaggio dei e pei bambini, che ora si è tradotto negli “adulti”.
Una traduzione con, a mio giudizio, due origini.
Da una parte la regressione intellettuale e psicologica dei così detti “adulti”
disabituati alla serietà, come già dissi nell’intervento sulla fotografia e le
risate; dall’altra la tendenza, anch’essa scimmiesca come le risate sguaiate, a
imitare il prossimo per farsene accettare.
Se tuttavia lo scimmiottamento è manifestazione del cervello primitivo, non sono
altrettanto certo (non lo sono per nulla) che il rimminchionimento universale
sia il frutto marcio di una ipotetica stanchezza della civiltà e non, più tosto,
il resultato d’un ammaestramento subìto a traverso i mezzi di comunicazione e di
svago, che poi oggi i due pari sono.
Ho ancòra nella memoria le parole d’un dirigente d’una grande televisione
privata, per le quali appresi che progetto lucidamente perseguìto dagli
inventori dei programmi è di somministrare spazzatura e droga a che i cervelli
si atrofizzino. Come si vede i complottisti (accusa di chi non ha argomenti) non
sempre sono complottisti.
Tornando alle “bollicine” e simili è giocoforza che il suo indefesso utilizzo
contribuisca anche all’egerstà di linguaggio, il quale non a caso, giusta
indagini ufficiali, è sempre più limitato banale trasandato.
Pur restando a tavola, andiamo avanti.
Una mattina mia moglie mi annuncia con tono tra il minaccioso e l’accorato, che
la sera sarebbe arrivata a cena una sua amica, che non mi era propriamente
gradita. Non mi sarei potuto opporre neppur volendo ché si era a casa dei
suoceri. La consegna implicita riservatami era: profilo basso, voglio trascorre
una serata piacevole. Obbedisco.
Arriva l’amica e ci accomodiamo attorno al tavolo. La madre di mia moglie ha
preparata la sua solita squisitissima pizza, ma a pranzo ho mangiato un po’
troppa pasta e quindi declino i riquadri di pomodoro e funghi e mi contento di
pan biscotto inzuppato nel latte.
Perché mai non condividevo la succulenta pizza?, chiede l’ospite. Rispondo che
per via della pasta del mezzogiorno, etcoetera. E quella con tono serissimo:
«Uhm… Ma adesso mangi pane… carbo su carbo non va bene». Carbo: una marca di
pane? Mi ero perso un pezzo della conversazione? Macché: carbo stava
per carboidrati, che poi naturalmente, nella testolina della fanciulla, la pizza
non ha.
Mica finita.
Mia moglie, appena udita l’amica, mi scaglia un’occhiata più lancinante della
folgore di Donner: per l’amor del Cielo taci. Io mi limito a replicare
all’ospite con un’alzata di spalle e un’espressione facciale altrettanto
eloquente. Ma quella si ostina e si sente in dovere anche di darmi un
suggerimento: «Dopo, dammi retta, bevi una tisa digerente».
Rimasi col cucchiaio a mezz’aria e qualche goccia di latte mi dové colar per la
barba. Strizzai la faccia in un’espressione di ribrezzo; ma qui, oltre
all’occhiataccia, mi arrivò un calcetto di sotto il tavolo.
Naturalmente tisa stava per «tisana». E c’era poi l’altra
bestialità: digerente in vece di digestiva.
Incassai occhiatacce, calci e insulti alla madrelingua e me ne andai via,
lasciando i carbo sotto forma di pane galleggiare nel latte ormai quasi freddo.
Soffocai anche un rutto, che non era indizio di ribellione gastrica per il
lattosio ma del tutto psicosomatico.
E adesso possiamo andare a parlare d’altro.
Dalla televisione al bar, dall’idraulico al gazzettiere, dall’insegnante al
musicista: s’è pigliato il vizio d’infilare il verbo «andare» ovunque e a
sproposito. Il cuciniere televisivo ai fornelli: «Vado a mettere il sale nella
padella e poi vado a scolare la pasta»; lo “iutuber”: «Andiamo a guardare questo
video» (per inciso non esistono più «filmati» o «riprese»: esistono
solo video e contenuti); il giornalista ci invita: «Andiamo a sentire gli
ospiti» che sono lì a un metro.
Persone più edotte di me in inglese mi spiegano che è una sorta di calco da
quella lingua: «Let’s go to…». Dunque non bastavano gli innumeri intarsi, gli
abusivi, i clandestini verbali imposti nudi e crudi al nostro idioma: adesso c’è
anche un virus che lo aggredisce alla base, corrodendolo polverizzandolo e
spazzandolo via, per infilarci quei cancheri.
Se poi io sia stato informato male o abbia fraintesa la spiegazione, poco
importa: “andare” quando non si va da nessuna parte è da dementi.
Ravviso in questa forma che si pensa elegante il vezzo degli incolti o, razza
ancor più perniciosa, semi-colti, gli orecchianti, gli “studiati” a mezz’aria,
come il cocciuto Willy il Coyote che precipita al fondo del burrone poiché
incapace di spiccare il salto completo. Ma l’irresistibile cartone perlomeno si
schianta da solo e ci dà sollazzo. Quegli altri in vece ci cadono sulla zucca e
ci impestano l’aria.
Per mascherare insipienza e ottusità costoro si annettono espressioni che al
loro cerèbro suonano colte, raffinate. Ma sono come l’innocente gatto un po’
goffo, che tenta di nascondere la cacca raspando nella sabbia. (Per inciso, non
conto più le volte che m’è toccato di sentire sabbietta, parola doppiamente
fessa, ché la sabbia di lettiera ha grani sensibilmente più grandi di quelli
d’arena).
Mi ricordo d’un tanghero che conoscevo una quindicina d’anni fa, proprietario
d’una caffetteria nel centro di Torino, fisiognomicamente – e non è un’iperbole
– assai più prossimo a un gibbone che a un sapiens, e di un’ignoranza da fare
invidia, benché dicesse d’aver studiato e s’accompagnasse a una donna, dicevano,
laureata. Più e più volte lo sentivo dire: «Nel tal caso che Paola arriva
[ovvio], dille…», «Nel tal caso che il fornitore…».
Il vocabolo «tale» era ai suoi orecchi così alato che gli pareva doveroso
infilarlo ovunque; ma è come spruzzarsi un mediocre profumo su stracci
puteolenti.
Che fatica! Ma, insomma, pur tanta roba, no? Ecco un altro mostro.
«Roba mia, vientene con me!», risovviene dai gorghi della memoria insieme alla
spiegazione della maestra (un tempo già alle elementari ci facevano almeno
assaggiare la buona letteratura, oh sì). La spiegazione era seguìta
dall’ammonimento, ribadita alle medie, di non dar di «roba» o «cosa» a
checcheffosse; i dizionari grondano di parole, di sinonimi: che li imparassimo,
che li usassimo, senza ripieghi generalissimi.
Parole al vento per moltissimi, vistoché anche miei coetanei che si suppone
abbiano frequentate almeno buone scuole di base, lardellano il discorso di
quell’espressione grossolana, davanti a ogni vetrina, notizia, sensazione che
colpisca, ma altrettanto a capocchia. Meglio, di questa espressione tappabuchi o
ombrello, una sana imprecazione veneta: greve bensì ma senza che chi la sbuffa
pretenda d’essere alla moda.
Eppoi, suvvia, ogni tanto manifestare lode al cielo con una bestemmia ci sta,
nevvero? Ecco un altro colpo di mannaia ai diti (Leopardi scrive così, non mi
scocciate) dei negletti e defraudati Tommaseo, Prèmoli, Zingarelli, Devoto,
Oli.(Per inciso – questa non me la posso tenere – c’era un di quei professori
laureati col Sessantotto pel quale Devoto e Oli erano una sola persona, anche se
non si capacitava di non aver trovato sulle Pagine Bianche alcun «Oli professor
Devoto». Chissà che non lo stia ancòra cercando: e chi aveva il coraggio di
togliergli la convinzione?).
Ci sta, dicevamo. ‘Sta specie di singhiozzo interiettivo è talmente entrato
nell’uso da aver impestato anche penne che un tempo sapevano stare inclinate
correttamente, e non stravaccate. Me la ritrovo in fatti in un piccolo libro su
Amadeo Bordiga, il comunista più serio d’ogni internazionale e scrittore
abbagliante, di Pietro Basso – docente di sociologia, niente di meno, a Ca’
Foscari – il quale, bontà sua, consapevole dell’anomalia piega le due parolette
in corsivo come usa per gli esterismi (mio pseudoneologismo da «estero» e
«isterismo»), anche se ahimè sempre di meno.
Questo linguaggio giovanilistico (Basso ha ampiamente varcati di settanta) sarà
un modo per cattivarsi i semprinvocati giovani, dovendo trattare d’un soggetto
che in Italia conosceremo non solo per sentito dire in duecento, età media
settant’anni. Se è così, ci sta. O forse no. (Siccome il libro uscì anche in
Gran Bretagna come prefazione a un’antologia bordighiana, mi domando come
accidenti se la siano cavata).
C’è anche il tu distribuito come coriandoli a carnevale. In pratica il Lei è in
via d’abolizione. Dico, si noti, abolizione e non estinzione, ché questa è un
processo spontaneo, naturale, mentre l’altra è deliberata scelta. Non a caso –
conservo ancòra il messaggio di una medichessa – non a caso lo chiamano «tu
inclusivo», e ormai a milioni lo dispensano a ogni categoria e anagrafe. Persone
alle quali avantieri non si sarebbe rivolta parola se non a capo chino e
sull’attenti eccole apostrofate con la seconda persona singolare; nemmeno la
nuora o il capufficio li arpiona così, e adesso arrivano bimbiminkia, anche di
cinquant’anni. E ciò, in parentesi, nell’epoca dell’autismo universale, dove
ognuno si contempla nemmen più allo specchio, ma solo il proprio orifizio anale.
È la compensazione.
E con la medichessa, giustappunto, dovetti altercare, ché nonostante il «tu
inclusivo» non si degnava di rispondermi al telefono, giacché rifiutava per
principio di sentire i pazienti a voce: solo inclusivissimi messaggi.
È però arrivato il momento di fermarci, anche se potremmo davvero seguitare a
lungo.
Vado solo ad aggiungere una noticina, che ci sta.
Che sia saltata la discriminazione tra espressione scritta e parlata, è ormai
ahinoi storia vecchia. Più recente è la sgangheratezza irremeabile insinuatasi
nella carta stampata.
Saranno almeno tre o quattr’anni che mi càpita d’imbattermi in titolazioni di
grandi quotidiani italiani “in rete” privi di punteggiatura, sicché il soggetto
della prima frase sembra passare alla seconda, ma senza concordare col verbo, e
un predicato è conteso tra due frammenti di titolo. Tutto ciò comporta che
occorra mezzo secondo in più per capire che cosa si stia leggendo. Le prime
volte, giuro, per un istante temetti qualche mia microischemia cerebrale, sopra
tutto quando di secondi me ne occorsero ben due o tre per cogliere che accidenti
si volesse comunicare.
Sono le medesime negligenze sintattiche che spesso, sempre più spesso ricevo sul
telefono. Con la differenza che qui mi scrive per solito un idraulico, il
barista cinese, o la donna delle pulizie.
So per certo che i titoli, sulle pagine virtuali dei giornaloni, sono affidati
perlopiù a giovanissimi praticanti (non pagati) o arcigiovanissimi “stagisti”
(non pagati). I quali, tuttavia, stanno lì perché vogliono, poveretti!,
diventare gazzettieri. E che costoro non abbiano le basi per farlo, è evidente.
Ma a chi controlla la titolazione, o sia giornalisti fatti e finiti, quei
“whatsapp” o “sms” non fanno problema e forse nemmeno se ne accorgono. È molto
indisponente che su fogli che ogni santo giorno ammanniscono lezioncine
politiche e morali non si controlli nemmeno la lingua italiana.
Ma questo ennesimo imbarbarimento della stampa va a vantaggio di molti: avete
una ragione in più per non leggerla e per invitare chi possiate a evitare quelle
pattumaie.
Sulle quali, ne sono certo, non vedrete mai comparire un articolo come questo.
Luca Bistolfi
*In copertina e nel testo: opere di Roland Topor
L'articolo “Andiamo” alle “bollicine”: “ci sta”! Note su alcuni orrori del
linguaggio odierno proviene da Pangea.
“Perché non v’è punto qui/ che non ti veda. Devi cambiare la tua vita”. Fermo,
di fronte al torso arcaico di Apollo, Rilke formula un imperativo oracolo,
ascoltando ciò che muta come se parlasse. Non è la nebbia di una morale, bensì
l’esperienza di metamorfosi che ogni vivente, nel suo perire, impone allo
sguardo; un volto d’albero, un muro di spine, una foglia che cade, ogni cosa
diviene giudice muto e maestro metafisico.
È da questa soglia rilkeana, da questa “Schwere der Dinge”, che possiamo
avvicinarci a Christian Morgenstern e alla parte del suo animo nascosta tra le
fronde. Perché anche nel suo Blätterfall, in un quadro autunnale che raschia sul
bordo della meditazione morale, la natura non è sfondo, ma interlocutrice,
segno, terreno dove l’uomo impara la sua postura, la discrezione, il silenzio
assordante.
> “Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso
> le colossali figure del futuro e dell’antichità.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
Nato nel 1871 a Monaco di Baviera, Christian Morgenstern è solitamente ricordato
per le sue Galgenlieder, i suoi Fatti lunari (pubblicati in Italia da Guanda) e
per l’umorismo stralunato. Cresciuto fra pittori e febbri, fu poeta dalla salute
sempre inclinata, funambolo dell’assurdo prima che l’assurdo avesse una
capitale. Colpito da tubercolosi sin dalla giovinezza – malattia che lo portò
alla morte prematura nel 1914 – conobbe a lungo la stanza del malato; il luogo
in cui l’immaginazione impara a uscire prima del corpo. Da qui la doppia natura:
da un lato l’inventore di quei poemetti che sembrano nati in un teatro di
marionette composto da canneti metafisici; dall’altro, un autore capace di una
spiritualità calma, quasi orientale, nutrita di Steiner, di teosofie leggere e
antroposofia.
I frequenti spostamenti lo portarono a soggiornare alcuni mesi, tra il 1906 e il
1907, nel sanatorio per malattie polmonari di Birkenwerder. Qui lo studio del
Vangelo di Giovanni e degli scritti di Meister Eckhart gli procurò una sorta di
iniziazione spirituale che lo rese liminale. La poesia Blätterfall appartiene a
questa fase più meditativa e più “seria” della sua produzione; non trascende
l’ironia dei Galgenlieder, ma esplode una sorta di piccola filosofia in cui la
natura diventa maestra di saggezza tragica e di compostezza.
Caduta delle foglie
Il bosco autunnale fruscia intorno a me…
Un infinito mare di foglie
Si stacca dalla rete dei rami.
Ma tu, il cui cuore appesantito
Vuole condividere il grande dolore…
Sii forte, sii forte e taci!
Impara a sorridere quando le foglie,
Facili prede del vento leggero,
Ondeggiano e scompaiono.
Tu sai che proprio la caducità
È la spada con cui lo spirito del tempo
Supera se stesso.
Morgenstern dispone il “mare di foglie” come un teatro cosmico in cui l’uomo,
fragile spettatore, è chiamato a un’ascesi del silenzio: «Sii forte, sii forte e
taci!». Rilke avrebbe riconosciuto in questo comandamento la stessa disciplina
interiore che governa le Dinggedichte, dove il poeta non descrive la cosa, ma la
lascia farsi gesto, inclinazione, destino. Ciò che si perde si apre, ciò che
discende si libera. La poesia, nella sua apparente semplicità, si colloca così
accanto alla visione rilkeana del mondo che “stirbt und wird”, muore e diviene,
una visione che fa dell’effimero un’energia spirituale.
> “Cerchi che si tendono sempre più
> ampi sopra le cose è la mia vita.”
>
> Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore
Se Rilke ci insegna a far parlare le cose, Hölderlin ci mostra il gesto opposto
e complementare. La natura non è soltanto scena ma compagna di redenzione,
cornice in cui si misura il rapporto umano con il divino. La malinconia
dignitosa e la tensione verso una forma di abitare il mondo si incontrano in
Hölderlin in una poetica del mediamento. L’estasi del poeta è sempre una
mediazione che tenta di ricollegare la frammentazione moderna. In relazione a
Morgenstern, Hölderlin ci permette di leggere l’esortazione al silenzio come
forma di abitare il tempo. Il suo “sii forte e taci” risuona come regola
heideggerianamente prescientifica dell’abitare che Hölderlin, prima di tutti,
aveva posto come questione poetica.
Christian Morgenstern (1871-1914)
Lo studio critico moderno conferma questo aggancio; la natura come mezzo per
oltrepassare la contingenza e riconsegnare all’uomo una misura dell’entusiasmo
poetico. “Non coerceri maximo, / contineri minimo / divinum est.”,riporta il
lungo epitaffio sulla tomba di Ignazio di Loyola citato da Hölderlin
nell’apertura dell’Iperione: “Non essere limitato da cos’è più grande, essere
contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”. Così, quando Morgenstern invita
a “sorridere” davanti al fogliame che svanisce nel vento, chiede un atto di fede
nel ritmo dell’essere. Imparare dai cicli naturali a non opporsi alla perdita,
perché è proprio lì che l’anima comprende la misura del mondo.
> “Costruisco una tomba per il mio cuore, affinchè possa riposare; mi imbozzolo
> perchè ovunque è inverno; mi avvolgo nei miei ricordi contro la tempesta.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
A sorreggere questa interpretazione giunge Nietzsche, il vero “formatore” della
giovinezza di Morgenstern e colui che offrì un primo fondamento filosofico al
suo rifiuto emotivo dell’arida incultura guglielmina. Il vento leggero che
rapisce il fogliame non è, per Nietschze, minaccia, ma forza dionisiaca che
smuove la forma, afferma la potenza del divenire e spezza le catene della
malinconia reattiva. “Tutto va, e tutto torna”, scrive nello Zarathustra,
ricordando che la vita è un eterno ritorcersi di forme e di energie.
Il Blättermeer di Morgenstern, osservato nella sua fluttuante impermanenza,
diventa così una figura nietzscheana: la danza minima di ciò che continua a
vibrare mentre scompare. Il comando “sii forte” non è una severità morale, ma
una pedagogia del divenire; accogliere il mondo nella sua continua evaporazione,
senza cedere all’illusione di un centro stabile.
> “Voglio imparare sempre di più a vedere come bello ciò che è necessario nelle
> cose; allora io sarò uno di quelli che fanno le cose belle. Amor fati:
> lasciate che sia il mio amore d’ora in poi!”
>
> Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
A fornirci l’ultimo nodo, però, è Bergson, che con la sua filosofia
della durée (durata) sembra quasi commentare direttamente i versi finali della
poesia: “Tu sai che proprio la caducità/ È la spada con cui lo spirito del
tempo/ Supera se stesso”. La temporalità bergsoniana non è una serie di istanti
che si consumano, ma un flusso qualitativo, una “élan vital” in cui vita e tempo
coincidono come movimento indivisibile.
Il testo di Morgenstern, nel suo insistere sulla caducità che «sovrasta» il
tempo, può essere letto come poesia della durata: il fogliame che cade non
interrompe l’esperienza, la intensifica; la caducità è l’atto che concentra la
memoria e l’anticipazione in un presente vivo. Bergson sostiene che il puro
presente è un inafferabile avanzare del passato che divora il futuro, e così, il
sorriso che l’io consiglia è gesto proprio, modalità del presente che incorpora
il passato e prepara il divenire. Nella sinergia di Bergson e Morgenstern il
tempo smette di essere nemico e diventa materia plastica dell’anima.
> “E tutto è unanime, nel silenzio su noi,
> metà vergogna, forse, e metà speranza ineffabile.”
>
> Rainer Maria Rilke, II Elegia Duinese
In questo modo, il bosco autunnale non è più soltanto un luogo della malinconia,
bensì il laboratorio dove Rilke vede la cosa dichiarare la propria anima, dove
Hölderlin riconosce la ferita sacra dell’esistenza, dove Nietzsche vi scorge il
gioco in cui l’essere si afferma contro la gravità della fine, e dove Bergson
ascolta il pulsare segreto del tempo che si rinnova.
Morgenstern, sotto questa luce, appare come un poeta che conosce la leggerezza
del pensiero profondo; parla alla quiete, ma soprattutto parla del mondo intero.
Nel suo invito a sorridere mentre tutto svanisce, si cela un gesto ontologico,
una teologia dell’imparare che la vita non ci appartiene per durare, ma per
trasformarsi, per transitare, per brillare un istante prima di dissolversi nel
respiro dell’universo. Morgenstern, con la sua voce più lieve e più
adulta, trasforma una visione in gesto etico, in assentire, e tacere. Un tacere
che non è resa, un tacere che non è condanna.
Il mondo vive nel suo cadere e l’uomo cresce nella misura in cui impara ad
accompagnarlo senza rumore.
Tommaso Filippucci
*In copertina: la “sfera dei colori” secondo Philipp Otto Runge (1777-1810)
L'articolo “Sii forte, sii forte e taci”. Christian Morgenstern o della legge
del mondo proviene da Pangea.
> La vera via passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena al di sopra
> del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa.
>
> Franz Kafka
> Non intendo dire mai più che ho finito un’opera: tutto è opera.
>
> Ludwig Hohl
Il Nuovo Mondo
Come ha potuto, Francesco Toris, chiuso nel manicomio di Collegno, scolpire dal
1899 al 1904 il Nuovo Mondo – quell’opera indefinita, portale o soglia che sia?
La storia ci racconta che salvava, da ogni pasto, frugando nella spazzatura,
ossa e ossicine, sue e altrui, e poi le levigava a lungo, per ore, a notte
fonda. La scultura è un portale: devi subirlo, esserne ipnotizzato, lo varchi
mentre lo vedi. L’equilibrio delle ossa assemblate insieme e sempre in
equilibrio, benché non siano stati usati né chiodi né colla, è un mistero non
risolvibile. Puoi descrivere le figure diaboliche che appaiono, puoi
descriverle, sì, ma a ogni sguardo non sono mai uguali.
È la vittoria di un vinto che non tace ma continua a scolpire, senza sapere in
che direzione andrà.
La psiche è dissolta in deliri, chissà quali, ma la scultura, a un secolo di
distanza, dritta come un totem, equilibrata e perfetta. Cinque anni di lavoro,
iniziati tre secoli fa. La scultura. Il portale. Le figure. Gli animali. Gli
idoli. Quelle ossa non tacciono come reliquie ma dicono, dicono sempre, in un
bisbiglio accorato, allucinatorio. Per Toris sarebbe anormale guardare il
celeste paesaggio di un lago e non le ossa appena levigate nell’atto segreto
della scultura.
Nessuno insegnava a Toris come e cosa fare. Nessuno gli insegnò a scolpire o a
disegnare. Inventò tutto da solo, come accade spesso, per chi è fuori di mente e
non sopporta le infelicità della ragioni. E, se l’opera non si è scomposta e
frantumata per oltre un secolo, lo dobbiamo a qualche genio segreto che, dalle
tenebre, inventa le architetture, a qualche equilibrio demonico.
Noi non vediamo un libro di pietra scavato nel muro di un manicomio come quello
di Fernando Nannetti, ma un portale, una soglia, fatta solo di ossa e che, come
la favola di un idiota, non significa nulla. Significa solo se stessa. Manca a
Toris una popolazione, minuscola e sterminata, che abiti la sua piccola e
immensa opera. Il mistero della sua scultura non è che sia esoterica o mistica o
paranoica: è nel fatto che il materiale che la compone provenga solo dalle ossa
dei pasti di tutti i pazzi del manicomio, giorno dopo giorno, pulite, affilate,
levigate fino formare uno scheletro nuovo, fatto con il resto dei pasti: quello
scheletro è le fondamenta del Mondo Nuovo, le voci segrete da cui lo scultore
reclama resurrezioni. E se Toris volesse, con le ossa che salva dall’immondizia,
narrare di un Invisibile che è necessario custodire nel visibile?
Quando scoprì che ella sua scultura si parlava pubblicamente, Toris si offese
con lo psichiatra che aveva svelato il suo nome e la sua opera, urlò, smise di
parlargli, cessò di scolpire.
Il “Nuovo Mondo” di Francesco Toris
*
Ritrovare le strade
L’artista vaga nei suoi personali deserti. Prende fogli per tracciare segni
disegnare parole e fogli per disegnare parole: ne nasce una scrittura
involontaria, elastica, poetica, un frammentario diario di bordo, un disforme
appunto di viaggio.
L’arte è sempre miniera di un pensiero eretico, complesso, che feconda strade
nuove e rifiuta facili soluzioni scegliendo le anomale bellezze della
complessità.Ogni artista, dal celebre Mirò al segreto Nedjar, lavora a un suo
libro favoloso e interminabile che incide nel segreto della mente, nella
superficie della tela, nelle pagine del libro, nei muri del manicomio, per
provare la massima gioia dalla sua capricciosa o aspra bellezza. Ha ragione
Artaud (che ha infittito di disegni demonici e glossolalie le pagine dei suoi
interminabili taccuini, l’ultimo finisce con la parola “etcetera”), quando, nel
suo Van Gogh. Il suicidato della società, enuncia questo semplice auspicio:
«Che la vita diventi un giorno bella quanto una semplice tela di Van Gogh e per
me basterà. Non penso si possa avere niente di più da augurarsi».
La follia di Vincent è il seme di una diversità inarrestabile e felice, dove
segni nomadi e parole in cammino ci faranno sempre perdere la strada per
ritrovare le strade.
*
Il comune principio di creazione
«Nessuna scultura ne detronizza un’altra. Una scultura non è un oggetto, è un
interrogativo, un problema, una risposta. Non può essere né finita né perfetta.
La questione non si pone nemmeno. Per Michelangelo, con la Pietà Rondanini, la
sua ultima scultura, ricomincia tutto. E per mille anni Michelangelo avrebbe
potuto continuare a scolpire delle Pietà senza ripetersi, senza tornare
indietro, senza finire nulla, andando sempre più lontano. E anche Rodin».
Giacometti ha un bisogno compulsivo di parlare della sua arte. La parola gli
serve da monologo per rinforzare le sue idee, come conversazione a voce alta in
cui definire e ri-definire una immensa incertezza. Scritture, appunti,
interviste: la sua “opera aperta”, una grande cassa di risonanza dove non c’è
una prima o un’ultima parola, ma tutte le parole sono come i Giganti incompiuti
di Michelangelo: si ripetono all’infinito. L’artista ha due o tre idee, e ripete
quelle per sempre. E, in un processo reversibile di metamorfosi, anche lo
scrittore può avere bisognodell’artista, come l’artista dello
scrittore. La ribellione è il comune principio di creazione : tracciare una
seconda linea, mettere in discussione la prima senza cancellarla, in
un palinsesto di sensi e di suoni che forse è davvero un Nuovo Mondo.
*
I Regni dell’Irreale
Henry Darger inizia il suo diario-libro occultandosi al mondo e cominciando
prima a scrivere, poi a disegnare. Dedica centinaia di pagine alla descrizione
puntigliosa dei tormenti e delle uccisioni di bambini e bambine strangolati,
impiccati, decapitati, smembrati, arsi vivi, crocefissi, sventrati.
Lavapiatti in un ospedale, cattolico fervente e praticante (onora la messa alle
sei di ogni mattina), vive in una casa stretta, poco lontana dalla foce
maleodorante di un fiume. Quando di giorno lava i pavimenti imbrattati, lo
chiamano «idiota» ma lui tace. Da sessant’anni scrive e dipinge bambini e
bambine nelle sue quindicimila pagine dedicate ai Regni Irreali. Nel suo libro
traccia le cronache sia dei bimbi massacrati sia delle loro improvvise
resurrezioni in campi fioriti. Tutto si compie nelle grandi pagine del suo
libro, a notte alta. Lì tutto muore e rinasce. Dio non esiste a caso. Lui lo
prega tutti i giorni. Scruta la carta bianca con pietà, perché fra qualche ora
sarà colma dei cadaveri che disegnerà, e delle minuziose parole di pietà con cui
descriverà ogni dettaglio.
Un’opera di Henry Darger
Le oltre diecimila pagine di Nei Regni dell’irreale intimoriscono il
lettore/spettatore. Henri dipinge con imperscrutabile gentilezza e ogni ragazza
uccisa nella carta è destinata a risorgere. Darger addensa la carta di immagini
fittissime (riproduzioni e disegni), si concentra sul soggetto della percezione
rappresentandolo in tutta la sua interezza, reale e irreale, come sul punto di
esplodere, un attimo prima della morte. Nel suo scantinato di custode-voyeur,
dove lascerà inedite le quindicimila pagine del suo libro, scritto e dipinto,
Darger pensa alle oscure maree del fiume Hudson, ove l’acqua è un’immagine
rifranta e minacciosa che sprigiona migliaia di apparenze, scompone i riflessi,
increspa, agita, è flusso che trascina, portando verso l’evanescenza. Il
solitario custode, che morrà ottantunenne, consuma il suo mondo in una
pittura-parola frastagliata e ininterrotta, piena di fogli disegnati e scritti.
Potrebbe uccidere, le vittime che disegna. Ma dopo? Il finale previsto.
L’irruzione della polizia, la rimozione dei cadaveri, l’incarcerazione
dell’assassino, la fine dell’enigma, le pareti di una cella. A cosa serve
disseppellire il brutale desiderio? A generare morti crudeli, a determinare
l’ergastolo di un miserabile.
Da pittore di forme e di parole Henry può mostrare nei suoi fogli migliaia di
ragazze uccise e risorte nelle sue fantasie pittoriche, in un combattimento
mitico fra crudeli schiavisti e salvatori gentili. La fantasia delirante rende
lui non il miserabile assassino di ragazze che avrebbe potuto essere ma il
pittore-salvatore che mostra, dentro i suoi “Regni dell’irreale”, la realtà di
una psiche che si redime con le sagome dei fantasmi, che sempre risorgono, e non
con i cadaveri delle vittime. L’assassino si traduce e si tradisce nel pittore.
Tanti artisti, anche sani di mente, oltrepassano la superficie visibile per
cercare e trovare il Nuovo, Invisibile Mondo.
Marco Ercolani
*In copertina: Henry Darger, The Vivian girls nuded like child slaves, n.d.
L'articolo Il Nuovo Mondo, ovvero: l’arte come miniera di un pensiero eretico
proviene da Pangea.
In copertina, un particolare dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa: occhi che
germogliano da una piantina, stretta con malizioso garbo dalla santa. Era il
1994 e dell’autore – “nato nel 1941 a Rimini, dove vive” – si diceva, per lo
più, della biblioteca, la Gambalunghiana, di cui era, all’epoca, direttore,
“fondata al principio del Seicento, da un gentiluomo allampanato e funereo”. Il
romanzo – L’avvocata delle vertigini –, tra i più singolari e remoti del nostro
canone recente, nascondeva, tra l’altro, un altro libro, Ufficio del silenzio,
in cui si legge quanto segue: “Tacet. Come il colore bianco è la somma
misteriosa di tutti i colori, così quella lingua bianca che è il silenzio
accoglie paternamente tutte le parole”. Un monito, forse. Il protagonista,
Dominici, ricorda a sprazzi il Daniele Dominici de La prima notte di quiete,
l’eroe malinconico del film di Zurlini, ambientato a Rimini. Del libro si parlò
tanto, tanto fu tradotto: un autore italiano nel catalogo Adelphi era pura opera
di teurgia, quasi un’annunciazione; qualcuno paragonò L’avvocata delle
vertigini alla Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, noto romanzo uscito nel
1993: l’affinità è meramente editoriale.
Rispetto ad altri autori dal tardivo esordio – Francesco Biamonti e Gesualdo
Bufalino, ad esempio – Piero Meldini aveva già pubblicato tanto, per lo più
saggi, con l’amico editore di una vita, Guaraldi: tra gli altri,
ricordo Reazionaria, la prima “Antologia della cultura di destra in Italia”,
uscita nel 1973, Mussolini contro Freud (1976) e il ciclo “La cucina
dell’Itaglietta” (1977), che è poi una storia d’Italia, dall’età giolittiana al
fascismo alla “cucina del tempo di guerra”, attraverso la controcultura
culinaria.
Per lo più ostile alla cagnara letteraria, per lo più sulle sue, un isolato,
Piero Meldini ha pubblicato per Adelphi il suo libro più bello – L’antidoto
della malinconia, 1996, ambientato in un inquieto, coriaceo Seicento – e per
Mondadori quello che ritiene il più compiuto, La falce dell’ultimo quarto, nel
2004. L’ultimo libro, Italia. Una storia d’amore (la quinta: vigilia della Prima
guerra, tra Bologna e Rimini) è uscito per Mondadori poco meno di quindici anni
fa. Da allora, Meldini, senza dubbio uno dei grandi scrittori italiani di oggi,
vive in una veglia tutta sua: non ha più voglie letterarie, è quasi del tutto
refrattario al presente. I racconti radunati per Vallecchi come In disparte, in
silenzio (brutta la copertina “generata con AI”), così, fanno l’effetto di una
scoperta. Pochi – sedici – brevi – in tutto, compresa la Nota, il libro conta
centoquaranta pagine – sagaci, non scalfiscono il tema: il testo più recente è
del 2009. Eppure, per una sorta di sfrenata austerità, di spudorata sapienza, i
racconti di Meldini sembrano più moderni, freschi, scattanti, giovani di troppa
narrativa che infesta le librerie patrie.
Il racconto più bello – parere mio – è Dietro la grata: siamo nel Seicento, il
secolo narrativamente aureo e oracolare per Meldini, si parla di una giovane, di
fantomatica bellezza, confinata in monastero, di un diario mistico dalla
“scrittura insieme puerile e artificiosa”, di un donnaiolo attaccabrighe che
porterà al disfacimento la famiglia, non nobile ma capace in ricchezze. Il genio
dello scrittore, come sempre, si vede subito, fin dalla filigrana dell’incipit:
> “Sulla carta spessa, che crocchia e si accartoccia agli angoli, le righe
> corrono svelte. Le lettere pendono a destra, come investite da una corrente
> d’aria. Là dove la scrittura a un tratto si inalbera, graffiando il foglio, la
> porta avrà sbattuto”.
Si sente, cioè, in poche righe, il sapore di un mondo e il suo senso,
il suono dell’epoca. Lo scrittore gioca con gli astri, ha a cuore tutti gli
angoli della propria invenzione (soprattutto quelli invisibili al lettore). La
scrittura di Meldini rimanda – parere mio – ai racconti più riusciti di
Marguerite Yourcenar, quelli raccolti in Come l’acqua che scorre; lui cita, tra
i suoi lari, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Morselli, Buzzati. A Jorge Luis
Borges – autore che accompagna da sempre l’epopea letteraria di Meldini – è
dedicato uno ‘scherzo’ assai sugoso. In Pasticcio, il grande scrittore argentino
interpreta se stesso in vesti di cuoco: il suo piatto, naturalmente un
“capolavoro”, sortirà effetti mortali nella mente e nel corpo dei commensali. I
borgesiani di ferro riconosceranno nomi, temi, topografie, comunque esplicitati
dall’autore in nota.
Come ci si potrebbe attendere, Meldini – almeno in apparenza – guarda con
indocile sprezzatura ai suoi libri: nell’arco di un ventennio o poco più – mi
sono dimenticato di citare Lune, Adelphi, 1999 – ha pubblicato alcuni dei libri
indimenticabili della nostra tradizione recente, ma cosa gli importa… “Dubito
che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto”, tende a ripetere. Lo scrittore forse fa proprio questo: scrive per
cancellarsi – delle cose che ha scritto, gli resta un riverbero, una breve
nudità, lo sbrego sul margine, un manoscritto pervertito dall’uso. Forse la sua
icona è la farfalla – o l’effimera; i libri, intanto, fanno la crisalide. Il
resto – far vivere un libro, dotarlo di eternità – è compito nostro, è la gioia
dei lettori.
Che cos’è il racconto per te: il disegno preparatorio di un romanzo, un romanzo
abortito, a mala pena abbozzato, un’occasione che avvampa, lasciando dello
scritto un pertugio di cenere – e poco altro. O è molto di più?
Il racconto non è né un embrione né un concentrato di romanzo. È un’alternativa.
La scelta, cioè, di raccontare in un numero limitato di pagine una storia con un
capo e una coda: un inizio che inviti alla lettura e un finale appagante,
sorprendente o perturbante. A differenza del romanzo, che lascia il lettore
libero di indugiare, sostare e fantasticare sulle sue pagine, il racconto lo
prende per mano e lo trascina fino alla conclusione. Un buon racconto è una
parabola nel duplice significato del termine: una traiettoria e un racconto con
una morale. Meglio – molto meglio – se indecifrabile.
La quarta recita: “Tutti i racconti di uno dei più originali narratori
italiani”. Ti domando. Sono davvero “tutti” i tuoi racconti qui raccolti; cosa
significa, appiccicato a te, l’aggettivo “originale”; e poi, ti senti davvero un
“narratore”?
Sì, i racconti sono più o meno tutti quelli che ho scritto; i pochi assenti non
meritavano di essere riesumati. Credo (spero) che con “originale” lo strillo –
di cui non sono responsabile – intendesse appartato e inclassificabile, perché
di fatto è così che mi vedo. E sì, mi considero un narratore. Se non ho in testa
una storia, anche semplice, e dei personaggi – chiamiamoli pure fantasmi – mi è
impossibile cominciare un racconto; non parliamo poi di un romanzo. Non credo
che la bella scrittura sia autosufficiente.
Secondo i canoni – idioti si dirà – della casistica narrativa italica, hai
esordito tardi, nel ’94, non pubblichi testi ‘nuovi’ dal 2012, un secolo fa. Il
racconto più recente raccolto in “In disparte, in silenzio” data 2009. Perché?
Non hai più niente da scrivere? La narrativa è stata una delle tante stanze
della tua vita, ora sigillata?
Scrivere è per me molto impegnativo. Il risultato, dopo una giornata di lavoro
(e se sono particolarmente in vena, s’intende), è una mezza cartella di
testo. Sulla quale tornare poi non so quante volte e più per togliere che per
aggiungere. Non è raro che dedichi a un singolo passo una settimana e più di
lavoro accanito. Non è nemmeno raro che poi lo cancelli senza una lacrima. Un
lavoro così lento e faticoso ha bisogno di un contesto favorevole: un’editoria
che si assuma qualche rischio, una critica attenta e autorevole, una comunità di
lettori sufficientemente ampia e curiosa. Nel ’94, quando ho esordito nella
narrativa, questo contesto esisteva; nel 2012 le cose erano già molto cambiate;
oggi mi attenderebbe una terra incognita, ma presumibilmente inospitale, e alla
mia veneranda età non si ipotecano due anni di vita per essere letti da dieci
amici.
In Italia non si legge – tanto meno, si leggono i racconti, antica leggenda.
Perché?
Non so se i lettori italiani non amino i racconti. Quel che so è che gli
editori, a torto o a ragione, li considerano poco commerciali e preferiscono a
una bella raccolta di racconti un romanzo mediocre.
Due domande in una. Che cosa stai leggendo? Qual è il tuo libro che – agli occhi
tuoi – ‘resterà’? (Ne aggiungo un’altra, in coda: il libro tuo che desideri
svanisca nell’oblio, c’è?, qual è?).
Sto leggendo Sotto una stella crudele, un libro del 2017 che avevo
temporaneamente accantonato. Non è un romanzo. Sono le memorie di una donna
ebrea di Praga, Heda Margolius Kovàly, che in meno di un decennio era passata
dagli orrori del nazismo a quelli dello stalinismo. È una lettura che prende
allo stomaco. Andrebbe imposta (no, mi correggo: consigliata) a tutti quei
giovani che si proclamano orgogliosamente fascisti o comunisti. Ma, temo, con
scarsi risultati.
Dubito che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto. Potessi scegliere io, sarei indeciso tra L’antidoto della malinconia – il
romanzo a cui sono più legato – e La falce dell’ultimo quarto – quello che
considero il più maturo, per il suo equilibrio fra dramma e commedia. Tolto
qualche mio remoto saggio, che avrei potuto e forse dovuto lasciar perdere, ci
sono molti libri che oggi scriverei diversamente, ma nessuno di cui mi vergogni.
Anche i racconti – parere mio – confermano che ti trovi narrativamente più a tuo
agio in territori alieni ai più, a noi poveri scribi: il Seicento, l’Ottocento.
Lì, i tuoi tratti, mi pare, trovano una definitività indefettibile. È vero? Dico
sciocchezze?
È vero: ho con la contemporaneità un rapporto complicato, e non m’è del tutto
chiaro se non voglio o non so raccontarla. Mi domando, per altro, se i miei
siano davvero romanzi storici. Sì per la cura scrupolosa dell’ambientazione, a
prova di anacronismi; no per quel che riguarda l’intenzione di resuscitare
un’epoca. Ciò che a me interessava non era la ricostruzione filologica di un
determinato periodo storico, ma la trattazione di temi del tutto personali e
attuali, utilizzando però un “filtro” che mi consentisse di parlare di me stesso
senza compiacimenti e dell’attualità senza riferimenti alla cronaca. Lo
scrittore di romanzi storici finisce spesso, volente o nolente, per attualizzare
il passato. Io credo di aver fatto l’opposto: “storicizzare” il presente
proiettandolo in un’altra epoca.
Tra i racconti, spicca un tributo a Borges, che figura tra i tuoi lari – in
filigrana, vedo la grana della Yourcenar. Quali scrittori italiani tra i tuoi
maestri?
Gadda, innanzi tutto, al punto che avevo l’abitudine di rileggere ogni anno,
come un esercizio zen, La cognizione del dolore. Poi, in parte, Sciascia e
Calvino. Sicuramente Tomasi di Lampedusa. Landolfi, ma in modica quantità, e
Buzzati. Il Morselli di Contro-passato prossimo e Roma senza papa e il Soldati
dei racconti. E inoltre un bel po’ di scrittori ottocenteschi e del primo
Novecento, a cominciare da Svevo.
Pur nella scrittura spesso assertiva, serrata, severa, vedo l’ironia nera, un
piccolo Pan a disfare le sorti dei tuoi personaggi. Un gioco alchemico: il caos
che, in piccole dosi, rende dorata madama armonia. A tratti, la scrittura pare
un gioco – di specchi e di attese e di maschere. È così?
Sì, proprio così, e mi fa piacere che tu lo abbia còlto. I protagonisti dei miei
romanzi sono destinati a percorrere strade che li conducono fatalmente alla
catastrofe. Non ho deciso io di farli finir male, però: lo hanno in qualche modo
deciso loro. Nei racconti, invece, c’è lo zampino maligno dell’autore, che ha
scelto di collocare il veleno nella coda, non so bene se per far dispetto al
personaggio, al lettore o a se stesso.
L'articolo “Con la contemporaneità ho un rapporto complicato”. Dialogo con Piero
Meldini, lo scrittore più appartato e singolare d’Italia proviene da Pangea.
La prima volta è stato terribile. Fare il gesto con la mano della pistola
puntata alla tempia…
È stato terribile il fatto del solo pensiero che mi sfiorasse, e delle mie
parole quasi prive di speranza… Sì ‒ terribile.
Tutto questo accadeva per qualcosa che non andava per il verso giusto; e non per
colpa mia.
Nel frattempo è uscito un mio libro di poesie, che in esergo riportava questi
versi:
> Segui il tuo destino,
> annaffia le tue piante,
> ama le tue rose.
> Il resto è l’ombra
> di alberi estranei.
Dunque penso: La poesia mi salva. La poesia m’insegna. La poesia è tutto.
La seconda volta, però, fu ancora più brutto. Capii che mi stavano distruggendo
i sogni. Lo ammisi. E qualcuno disse davanti a tutti di chi era la colpa. Lo
ripeté più volte, con atto di sfida.
Io, per tutta risposta, mi spensi. Mi sedetti quasi subendo in silenzio.
Troppa gente poteva sentire la mia reazione; gente sbagliata poteva annichilire
e reagire di fronte alla mia rabbia infinita; ma non era il caso.
Per questo, e per motivi ben più forti ‒ ben più sacri ‒, tengo alto il fuoco,
tengo desto il cuore.
Nessuno distruggerà i miei sogni. Nessuno!
Ho appeso questa poesia al muro, accanto al comodino, accanto al letto. Così che
io possa vederla e leggerla ogni notte. Ogni notte!
È il mio memento. È il mio cuore incendiato!
Io sono ancora vivo.
(Giorgio Anelli)
*
Segui il tuo destino,
annaffia le tue piante,
ama le tue rose.
Il resto è l’ombra
di alberi estranei.
La realtà
sempre è di più o di meno
di quello che vogliamo.
Solo noi siamo sempre
uguali a noi stessi.
Dolce è vivere solo.
Grande e nobile è sempre
semplicemente vivere.
Lascia il dolore sulle are
come ex voto agli dèi.
Guarda da lontano la vita,
senza mai interrogarla.
Essa niente può dirti.
La risposta
sta al di là degli dèi.
Ma serenamente
imita l’Olimpo
dentro il tuo cuore.
Gli dèi sono dèi
perché non si pensano.
(1.7.1916)
Ode di Ricardo Reis
*In copertina: Fernando Pessoa nel 1928
L'articolo “Segui il tuo destino”. Delirio e bellezza intorno a una poesia di
Pessoa proviene da Pangea.
È una Romania inedita, nascosta, dimenticata quella che Carolina
Vincenti rievoca nel suo Fantasmi romeni. Dieci biografie straordinarie (La
Lepre edizioni, 2025). Un libro caleidoscopico, una miniera di storie, di vite,
di destini. Pieno di pepite e misteri su un’anima romena tra oriente e
occidente, mistica e rivoluzione, aristocrazia cosmopolita e spirito popolare.
Vincenti – intellettuale nata a Bucarest e cresciuta a Beirut, autrice di
numerosi volumi dedicati ai palazzi romani, che ha curato mostre per il Musée du
Luxembourg in Francia e ha collaborato con il M.I.U.R. – riannoda i fili di una
storia nazionale che intreccia alla memoria personale e familiare, offrendo al
lettore una galleria di medaglioni adamantini di esuli, artisti, testimoni. Da
Panait Istrati, scrittore di novelle incantate, definito il “Gor’kij dei
Balcani”, a Mircea Eliade, il più illustre storico delle religioni del Novecento
– ma anche incantevole romanziere e poeta – passando per Ioan Petru Culiano,
sapientissimo gnostico ucciso all’apice della gloria accademica da un misterioso
assassino, Dimitrie Cantemir, il principe visionario che aveva osservato alla
fine del Seicento l’Europa decollare e la mezzaluna del Bosforo declinare ed
Elena Ghica, formidabile principessa itinerante, archeologa, botanica,
scrittrice e pioniera del pensiero liberale delle élite cosmopolite. Un viaggio,
quindi, tra i fantasmi dell’anima romena, i suoi santuari e soprattutto i suoi
luoghi nascosti.
Come nasce “fantasmi romeni”? Chi sono i protagonisti di queste dieci biografie?
Nasce da un’urgenza personale. Mia madre era di origine romena, ma aveva perso
la cittadinanza poco prima che io nascessi. Mio figlio, invece, anni dopo, stava
per trasferirsi in Romania, ma quel Paese gli appariva come una terra quasi
sconosciuta. Ho sentito il bisogno di raccontargli la Romania che avevo
assorbito dai racconti dei miei nonni, dalle memorie degli esuli, dalle figure
che avevano attraversato quel mondo e che avevo studiato a lungo. Ho scelto
dieci personaggi che hanno vissuto l’esilio come condizione distintiva e la
ricerca dell’identità come destino. Sono figure straordinarie, ognuna con un
frammento dell’anima di quel paese martoriato da fascismo, comunismo, crolli e
ricostruzioni, ma anche ricco di intellettuali e cultura. Questi racconti sono
sintesi di lunghe ricerche: testimonianze minori, dettagli, ricordi, luoghi
rimpianti. Volevo offrire a mio figlio un piccolo vademecum per capire l’anima
romena.
La scelta di questi profili è stata immediata o tormentata?
Direi che sono stati loro a scegliere me. Il primo è Dimitrie Cantemir:
appartiene al mio campo naturale, il Sei-Settecento. Mi ha sedotto il suo essere
sospeso tra Oriente e Occidente, principe poliglotta, primo orientalista
d’Europa. Da storica dell’arte, il suo sguardo sul declino ottomano mi ha
colpito: un Voltaire o un Gibbon nato ai bordi della mezzaluna. Poi Panait
Istrati, poeta dell’amicizia e delle anime semplici, degli slanci attivisti e
delle piccole cose: è stato un uomo ingenuo e visionario, capace di un
entusiasmo rivoluzionario e di un pentimento immediato per quelle speranze mal
riposte. Basti pensare che nel 1927 scrive, in anticipo su Gide e i grandi
francesi, un j’accuse sul bolscevismo quando nessuno osa ancora farlo, pagandolo
sulla sua pelle.
Poi ci sono Eliade e Cioran. Eliade ha cambiato la mia prospettiva sul mondo e
sulle cose: la sua riflessione sul sacro e sulla necessità umana di miti mi ha
parlato profondamente. Di Cioran mi ha colpito invece, dietro il pessimismo
apparente, il fatto che nascondesse un’umanità luminosa: faceva ridere,
consolava, celebrava l’amicizia. Con una scrittura francese che ha pochi rivali:
nitida, chirurgica, lucidissima.
Lei parla della storia come forza inafferrabile, viaggio e destino. È un filo
che attraversa tutti i suoi protagonisti?
Sì. La vicinanza all’Oriente dà loro uno sguardo che definirei “dostoevskiano”:
un’umiltà davanti alla storia, la consapevolezza che l’essere umano non ha alcun
controllo sugli eventi. Cioran lo esprime in modo radicale. L’epistolario con
Eliade è rivelatore: due studiosi del sacro che, allo stesso tempo, ripetono che
“la storia non è”. Studiare questi esuli mi ha trasformata. Io venivo da
un’educazione francese, molto razionale; loro mi hanno mostrato la fragilità
dell’individuo di fronte ai movimenti della storia. È una lezione che ho
assorbito pagina dopo pagina.
Elena Ghica, detta Dora d’Istria, è forse la più sorprendente. Come ha
incontrato questa Mary Shelley d’oriente?
Per caso. In un piccolo libro francese trovato in una minuscola libreria. In
vita era famosissima: a Firenze la definivano la donna più intelligente della
città. A Mosca stupiva tutti con il suo pensiero progressista, al punto da
doversene andar via. Era amica di Garibaldi, figlia e nipote di Voivoda, quindi
parte della grande aristocrazia fanariota. Mi ha affascinato la sua ascendenza
bizantina: molte grandi famiglie romene hanno radici bizantine: questa
stratificazione culturale dice molto della Romania, paese che porta nel nome
stesso il legame con Roma. Era archeologa, filologa, botanica, scalatrice,
antropologa, proto-femminista. Una matrioska inesauribile. Raccontarla
significava restituire una luminosità ingiustamente dimenticata.
Nel libro trova spazio anche Panait Istrati di cui abbiamo già in parte parlato.
Che cosa la colpisce della sua vicenda?
La sua vita sembra scritta da un romanziere. Poverissimo, parte dal delta del
Danubio, una terra immensa e sospesa, e cammina nel mondo con una valigia
minuscola e desideri sterminati. Tenta il suicidio; in tasca ha una lunga
lettera destinata a Romain Rolland. La lettera arriva però all’autore per puro
caso, perché Rolland aveva cambiato indirizzo. Rolland la legge, si mette sulle
sue tracce, lo trova, gli dice: “Scrivi e ti pubblico”. Nasce Chira Chiralina,
un successo enorme. L’Unione degli scrittori lo manda in Russia per il decennale
della Rivoluzione. Per lui è l’incontro col sogno e con l’utopia da cui invece
esce deluso e tradito. È la prova che il destino è un intreccio di caso, tenacia
e soprattutto fragilità.
Nikos Kazantzakis entra in scena quasi come testimone. Che rapporto aveva con
Istrati?
Un rapporto intenso. Kazantzakis descrive Istrati in modo fulminante: “I suoi
bagagli dieci chili per fare il giro del mondo, il suo appartamento un letto, ma
i suoi desideri un universo intero.” È un ritratto perfetto. Istrati era un
vagabondo dell’anima, un uomo che veniva da un porto cosmopolita, Breila,
popolato da etnie e culture diverse. Una Romania che oggi sembra lontanissima.
La sua povertà non era miseria: era leggerezza, apertura totale al mondo.
C’è qualche grande assente che avrebbe voluto includere?
Sì. Il primo è Ionesco. Me lo hanno fatto notare: manca. Ma sono meno
interessata al teatro rispetto alla poesia o alla prosa. Altri assenti: Tristan
Tzara, e due giganti come Paul Celan e Fondane. Celan l’ho evitato perché non
parlo tedesco: affrontarlo senza lingua mi sembrava un tradimento. Ho preferito
restare fedele alla mia onestà intellettuale. Ho incluso invece una figura non
prestigiosa: la tata dei piccoli comunisti. È stata anche la mia tata. Ebrea,
donna di una forza rara. Era la mia chiave per raccontare la comunità ebraica
rumena, che fu vastissima — 750.000 persone — e che come tutte le comunità
ebraiche balcaniche costituì il vero “sale” dell’Europa orientale. Raccontare
lei significava raccontare un mondo, un modo di vivere, un modo di stare nella
storia.
Se dovesse indicare il filo rosso che lega tutti questi fantasmi romani?
Direi: la ricerca dell’identità e il confronto con l’esilio. È l’accettazione
della fragilità dell’essere umano davanti agli eventi. Ci si incammina alla
ricerca di un’identità che si trova in maniera plurale e multiforme. Questi
personaggi lo confermano. Lo stesso Eliade è un non credente che indaga il
nucleo delle religioni e lo fa come pochi. Sono personaggi che hanno vissuto in
transito, tra lingue, imperi, culture. Si sono interrogati su che cosa
significhi appartenere, radicarsi, sognare in una lingua o in un’altra. E
rappresentano un paese che troppo spesso non conosciamo, ma che ha prodotto
pensatori e scrittori di straordinaria grandezza. Raccontarli è stato un modo
per dare voce a ciò che resta di quella Romania: una grandezza intellettuale che
sopravvive nelle storie che hanno lasciato.
Francesco Subiaco
L'articolo In viaggio verso il destino. Da Cioran a Panait Istrati: storia di
rumeni straordinari proviene da Pangea.
> Tu non ti distingui dagli altri uomini per il fatto d’essere uomo, ma per il
> fatto di essere un uomo unico.
>
> Da “L’unico e la sua proprietà”, Max Stirner
Preambolo
“Si crede di non poter essere più che uomini, piuttosto non si può essere meno”,
così Max Stirner quasi due secoli fa, e la questione Uomo resta voragine aperta.
Alla domanda del saggista La Porta “Chi dovremmo ammirare oggi nella vita?” in
un episodio radiofonico dedicato all’umanità ordinaria, segue questa riflessione
su chi siano gli eroi di un presente aggressivo-passivo, magniloquente-misero,
estremizzato a oltranza sull’idea di grandezza e sul recupero di una
spiritualità latente. Così mi è venuto alla mente un uomo dal nome che tanti dei
nostri padri davano al figlio maschio in omaggio all’ideale rivoluzionario. Si
chiama Ivan Fantini, classe 1971, da chef d’alto profilo negli anni 2000, oggi è
definito da poeti e artisti che l’hanno conosciuto un “cuoco dimissionario
eterodosso”; poco più che quarantenne lascia l’osteria del suo sogno esaudito e
comincia a disboscare e zappare un declivio di terra sotto una casa impennata
sulla collina di Gemmano, piccola frazione nel ventre della
Valconca. Boscost’orto è il nome s-composto che Ivan Fantini (da qui solo
Fantini) ha dato al perimetro verde da cui è ripartito, non per produrre, ma per
coltivare una vita dimissionaria, un altro stare al mondo. Siamo in una
provincia ricca della Romagna felix, Rimini, ma dovremo intenderci meglio su
cosa significhi la ricchezza oggi.
*
Mentre
Sento vagare nell’aria parole come dimissionario, anarchico, eterodosso,
riferimenti a una progressiva estinzione del rapporto tra l’individuo e l’ordine
sociale ed economico. Altre espressioni: anima cosmica, rivoluzionario, spirito
libero. Tutte queste espressioni, invocazioni portate ovunque dalla bocca di
tanti nell’ebrezza di affrancarsi da una vita imposta e sacrificata, da quando
ho coscienza dei disagi che la società vetero-capitalista aggiunge a quelli
naturali del vivere, tutte queste parole mi suonano vane, ricreative,
consolatorie. Parole simulacro che di rado conducono all’uscita reale (o anche
solo a una prova d’uscita) da un’esistenza agiata ma agitata, sempre più agita e
automatica, meno povera ma miserevole, prolungata oltre la vita media di un
secolo fa, ma nel dubbio – noi – di esser vivi, di aver dato corso anche a una
vita dopo la nascita.
Sono pochi – una minoranza significativa – quelli che rompono le ordinate
previste dal diagramma capitalistico e deviano a una personale diagonale
anarchica. Fantini è tra questi pochi, che vanno testimoniati, sostenuti come si
sosterrebbe un germe di nuova umanità.
Esiliato nel mio privato, inidoneo a definizioni identitarie, seguo questi
spiriti anarchici con la tensione di un discepolo infedele. Sono uomini e donne
che mi confortano e mi addolorano per quanto rivelano della mia possibile resa,
di una ripresa personale che richiede altra fatica; sono i cuori impavidi che
quelle parole sopra poi “le agiscono”, le onorano. Reagiscono al sopruso e alla
violenza del circo economico con uno spirito ritrovato scavandosi nella carne,
stanando nel sangue la linfa vitale, contro le paure sociali, i biasimi di una
coscienza ereditata e poi estromessa, ma dura a morire. Quei pochi che
riscrivono un compromesso con la storia corrente, da una terra che dona loro
alimento, e dalle botteghe degli sprechi cui dare valore. E riscrivono un
accordo ma a loro favore, proteso alla libertà e alla fede personali, a
nutrimento dello spirito, dei loro intimi bisogni; a detrimento di consumi
indotti, legami futili, compensi consolatori.
Sono quelli che Max Stirner richiama all’Unico, nel solo testo che scrisse nel
furore di un delirio anarchico dalle velleità universali. Persone esempi di un
umano possibile oltre il dettato dello sviluppo; sembianze di umano che si sono
fatte Uomini, evolute da individuo a coscienza viva; persone che si danno poi
alla comunità, alla pluralità, solo dopo aver riscritto il loro codice
d’anima. Vivono ai margini meno contaminati delle periferie, da lì risaltano a
noi, in serafica semplicità.
Li osserviamo da dentro un’esistenza assopita, ritmata da rituali di consumo e
di spreco, silenziosamente corrosa dal digitale, da quello che ormai chiamare
stress è un eufemismo, c’è chi dice burn-out, implosioni che affiorano in disagi
di ogni genere; combustioni che fanno di un giardino-vita terra arsa. Tanta
gente letteralmente scoppia, deflagra in bestialità e scompare in inferni
privati; pressurizzati dentro un oblio stordente, con lo scompenso che si
specchia e si deforma sullo schermo o nella chimica della sertralina coi
suoi effetti desiderati.
Assecondiamo lo scorrimento dei giorni, increduli della vita e delle sue
insipienze, accontentandoci di un’approssimativa identità civica, un ID una
SPID, dispensandoci dalla polis, credendo di fare politica con la carta di
credito o con lo slogan del momento, senza una fedeltà a nulla che non sia
d’immediata ricompensa. Ci votiamo però a resistere, e non sappiamo più nemmeno
a cosa e perché. Una resistenza passiva, impassibile. Ma sembra ancora meglio
così, perché lottare contro il presente è fatica vana, e una volta più liberi
cosa mai potremmo farcene di tutta questa libertà? Riempirla costerebbe troppo.
Ivan Fantini photo Elisabetta Tura
*
L’incontro
Dissidente culinario, rivoltoso della buona tavola e della buona vita,
antagonista del surrogato industriale e culturale, da oltre dodici anni Fantini
vive un’esistenza povera che fonde la pratica della terra alla dedizione a una
cucina spartana, selvatica, ma curata sotto ogni aspetto: cibo solo dai cicli di
natura, che viene condiviso senza che si metta mano ai soldi, cibo che si
spartisce con l’ospite, con lo sconosciuto e con gli animali.
Sono andato al Boscost’orto, a osservare il coraggio di essere interi e con la
lucida intenzione di far germogliare un orto in pendenza, tra lastre di calcare,
infestanti di bosco e parassiti. Pochi giorni prima, ho riletto un articolo di
Goffredo Parise sulla povertà, un pezzo rimesso in circolo sul web fa tra gli
anticorpi alla desertificazione mentale che la rete prevede e allo stesso tempo
scongiura. Lo scrittore de Il padrone e de Il sapore del sangue – in questo
articolo del 1974 – parla di povertà come qualità e misura, opportunità di
salvezza; povertà come risveglio, come ideologia positiva, antidoto al
superfluo, conoscenza di necessità. “La povertà è un segno distintivo
infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza”, così conclude Parise il suo
scritto. Povertà come filosofia esistenziale, retrocessione da consumi indotti,
abiti usa&getta assemblati in Pakistan o Bangladesh, dalle stesse ideologie e
dai frasari confezionati dai media; dalla ristorazione di massa, dai
supermercati onnipresenti, dall’ossessione del food in tutte le declinazioni
(street food, junk food, take away, food delivery) oltre alle app per mangiare
ovunque e di continuo, sempre, per sedare uno scompenso chimico-emotivo, per
stabilizzare la serotonina e poi dover ripiegare su diete fantasiose, a caro
prezzo.
Siamo masticatori ossessivi, feticisti del cibo, lo pensiamo, lo fotografiamo,
lo stocchiamo dappertutto nelle nostre dispense piene di chimica e di plastica
nonostante l’ossessione della green economy; lo adoriamo e non possiamo far
altro che scegliere il vegetarianismo o il percorso alimentare biocalibrato per
dar sollievo morale all’astinenza da endorfine. Questo fenomeno bulimico assieme
all’iperofferta di cibo ovunque, Parise lo aveva già notato mezzo secolo fa e da
allora ad oggi l’ossessione del food si è articolata in intrattenimento, moda,
broadcasting. Parlo di un articolo del 1974, scritto per un giornale reazionario
da un letterato a sua volta dimissionario, che ha vissuto gli ultimi anni di
vita solo, in una casa di campagna, scrivendo i Sillabari a congedo
dall’umanità. Con questo idillio pauperistico nella testa e i segni del
bracciante sui palmi, sono andato verso la Valconca, al Boscost’orto di
Fantini.
Un ampio sorriso mi ha accolto mentre ero ancora dentro l’abitacolo in pendenza
di parcheggio; il sorriso di un uomo che riconosce un altro uomo, che dà fiducia
e dispone più alla fratellanza che al contegno.
Seduti di fronte al bosco in quiete estiva, una bottiglia di Trebbiano da far
scorrere, i gatti intorno a sacralizzare, un ulivo secolare folgorato da una
bomba bellica o da un fulmine, Fantini si racconta tra ciò che è stato e ciò che
è diventato. Nessuna concessione al futuro, nessuna parola rivolta oltre il
respiro del momento. Mentre parla vedo l’uomo e l’animale, inselvatichiti
entrambi, rinsaviti entrambi all’esistenza; passano nel racconto il bambino
caparbio e il giovane ribelle ma solerte lavoratore, l’uomo e le sue spoglie del
prima, i lampi di un daimon irriducibile, riconosciuto e poi domato a nuova
vita. La sua storia è nota, il racconto biografico è già negli archivi del web,
basta un accenno. Come tanti – si potrebbe dire – Fantini ha incontrato una
crisi nel mezzo della vita, un rivolgimento esistenziale, ma diversamente da
tanti, anziché lasciarsi disidratare dal suo intestino, lascia alle spalle la
vita da chef blasonato della Rimini bene, trova per se una casa e un pezzo di
bosco pendente e ricomincia da lì, disboscando e dissodando, riponendo in se
stesso nuovi semi di vita: la scrittura, un orto ostico, la raccolta di scarti
dalla campagna e dalla macelleria, la loro trasformazione in cibi da consumare e
preparati da barattare.
Dopo le prime parole, sono usciti a parlare due occhi lupeschi, capaci di
attraversare le stesse contraddizioni della vita che comunque la rivolgi è una
condanna a soffrire, ad amare; le incrinature necessarie che ogni posizione
eterodossa porta in sé in lui paiono motivo di un superamento continuo del
conflitto interiore. A un certo punto ho capito che qualcosa di muto e potente
mi avrebbe interrogato nei giorni. Oggi, a distanza di due mesi, chiamo quella
cosa “tensione umana”, fede dell’uomo di superare sé stesso, di convertire un
destino assegnato in un nuovo corso; di oltrepassare un confine di paure,
spingersi al di là del tempo e lì trovare una luce somigliante alla gioia.
Quella forza vitale che passa dal dolore e dal buio gelato di tante solitudini,
è quella che mi ha chiamato (ci chiama in molti) al Boscost’orto nonostante ogni
riserva razionale e qualunque facile obiezione da benpensanti. Quella tensione
umana che oggi attrae molte persone la vogliamo vedere, sentire e assorbire, ne
vogliamo far parte, anche da inetti, anche fradici di web e di timori
borghesi: vogliamo tenderci un po’ più in alto del tubo digerente, a una forza
che insidia la caducità e la morte stessa.
Fantini racconta che le persone arrivano da lui e portano viveri da condividere,
portano arte, poesia, musica, stanno a Boscost’orto qualche tempo e ripartono –
come è capitato a me – con la voglia di raccontare l’incontro. Cura rapporti di
scambio e di sostegno con alcuni produttori locali e assieme organizzano
cenacoli, convivi, momenti sociali di confronto ma anche di dibattito serrato
sui temi del contemporaneo. Lo chiamano a raccontare la sua vita diverse
rassegne di cultura eterodossa, così come associazioni culturali e sociali
sparse in tutto il paese. Lui va, parla, legge passi dai suoi testi, mostra ai
giovani come si può ricavare un pranzo con quello che si trova nei campi e nei
boschi intorno, e i suoi compensi li chiede in natura: frutta, verdura, olio,
vino, caffè, tabacco.
Sono davanti a qualcuno che posso riuscire ad ammirare, mi sono detto; un uomo
che l’ironia più caustica non riesce a svilire. Continuando a parlare assieme ho
pensato che lo stesso Parise – che allora denunciava lo spreco, le mode ottuse
del consumo- oggi condannerebbe anche gli stessi poveri, colpevoli di essersi
abbandonati a una miseria interiore, al lamento passivo, alla elemosina di
stato. Non sono più i “poveri che hanno sempre ragione” che sollevarono sullo
scrittore orde infamanti da parte dei media: sono sempre più i poveri d’animo, i
poveri di spirito, i “poveri ricchi” che sognano il denaro come sognano d’esser
felici. Una massa di frustrati che agognano il denaro e che vorrebbero eliminare
anche gli stessi anarchici, simboli viventi di libertà, vessilli di rinuncia e
di rivolta. Il paradosso del lusso della povertà è lo stesso che induce
l’opulenza della società capitalista verso il disagio psichico e un’infelicità
impotente.
Ivan Fantini a Crisalide22
*
Digressione
La famigerata decrescita felice di Latouche e il fiorire di tendenze ecologiste
sempre più esaltate si sono fermate prima di convincere di una reale decrescita
delle logiche di produzione e consumo, trasformando piuttosto la fede green in
una nuova ondata di prodotti sempre più green ma non evergreen, da sostituire ai
grigi (ma più resistenti) prodotti degli anni ’80 e ’90. Ricordo momenti di
esaltazione collettiva sia in senso ecologico, sia in senso strettamente
politico, intervalli della recente storia sociale che hanno illuso molti
rispetto a cosiddetti modelli alternativi di stato democratico a guida popolare.
Illusioni, demagogie, infantilismi della politica, da cui siamo tornati alle
briglie di una destra riabilitata al governo, reazionaria e nazionalista quanto
basta per avere ampio consenso di massa. Ripenso all’uomo dimissionario di
Montaigne che La Porta cita nel suo libro “Elogio della vita ordinaria”: l’uomo
dalla vita elementare, esiliato dalla storia; l’uomo di sola sussistenza, che
non partecipa alla dialettica temporale, che si esclude dal corso del progresso,
si estromette dai gironi umani che hanno scritto conquiste e immani scoperte ma
anche infamie e disastri ammantati da utopie; quest’uomo indifferente ai dogmi
sociali, alla ricerca di se stesso, è sempre esistito ed è stato sempre
osteggiato sia dal potere che dalla massa, indispettita dal doversi confrontare
con una simile – insostenibile – libertà. Biasimato, combattuto e perseguitato
per l’indecenza di obbligare gli altri a sentirsi dei rinunciatari davanti a
lui, l’uomo dimissionario continua a sottrarsi, cammina avanti, anche a costo
della propria vita.
Molti si riducono, riparano a margine dei conflitti della società civile, e da
quel confine osservano chi riesce maggiormente a divincolarsi dal determinismo
economico-digitale. I marginali, a cui si orienta il mio stoicismo rudimentale,
hanno dignità di renitenti, di disertori, ma restano ostaggio del rammarico di
non aver vissuto a pieno la propria natura. Si sono dimessi, ma restano passivi,
nei casi più brillanti dei sognatori, dei lunari ispirati.
Accordata ai ritmi della propria biologia, al ciclo delle stagioni, alla
terra, la vita dei dimissionari anarchici è una vita eroica, che avvicina l’uomo
al mito, spostando un po’ più in alto la “questione umana”. Sono Unici e sono
umani, sono pochi ma possono muovere tanti. Ci insegnano il coraggio di
sottrarsi e rinunciare al conforto della materia e lo fanno senza nessuna
ostentazione, senza far altro che vivere come vivono. Siamo lontani dai
contemporanei influencer del web, dai guru della spiritualità post-cristiana,
maestri confezionati dai social per mitigare il disagio diffuso dello
smarrimento spirituale con le pratiche on line.
Portiamo i nostri mali esistenziali in terapia per potergli dare un nome. Così
diamo anche ai disturbi una loro economia: l’economia del disagio, che provvede
a fornire pillole della felicità e surrogati di umano in forma di pixel. Bisogna
resistere, starci dentro a tutti i costi, perché se ti allontani dall’ordine
devi essere straordinario e pronto, o rischi di soccombere.
Così tanti svaporano mentalmente quando non fisicamente, scompaiono
all’improvviso attraverso misteriose rotte asiatiche o africane, finendo in
pasto alla cronaca locale e al broadcasting psicho-noir. L’over-digitalizzazione
intanto vende, uniforma cervelli e ottunde; crea una dipendenza consolatoria e
annichilente. Mentre avanziamo verso la robotica dell’essere dopo quella
dell’avere in una vertigine disperata e afona, internet è diventato in vent’anni
l’onnipresenza di noi stessi dentro un mondo che indifferenziandoci ci
esalta. Intanto al Boscost’orto osservo da vicino qualcuno che è trasceso a sé
stesso, è uscito dalle guide prestabilite, ha disertato il proprio passato e
annientato l’ansia del futuro. Qualcuno che davanti al bivio tra il morire dove
la vita lo aveva portato e uscirne a rischio sì di cadere ma anche di tornare
vivo, sceglie di uscire, ricominciare dalla terra, dalle proprie mani.
Si è unita poi al tavolo anche Paola Bianchi, silfide in nera eleganza,
danzatrice e performer attivista emersa da tempo alla scena contemporanea e
compagna di vita di Fantini; abbiamo cenato assieme, sentendomi così accolto non
più da una ma da due anime affini. “Ecco il lusso della povertà” dice il cuoco
sparecchiando verdure e cibi cotti che non saranno buttati perché così si
manterranno a lungo. La povertà – torno di nuovo alle lontane parole di Parise –
“è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. […] è una
ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono convinto,
salverà il nostro paese”. C’è qualcosa di utopico in tutto questo, di folle e di
illusorio, profondamente umano? Forse. Forse all’utopia occorre la povertà, la
voglia estrema di cambiare il mondo – diceva Emil Cioran – viene solo al
disperato. Ma esiste ancora, questo sì, una disperazione brillante, facoltosa.
Una disperazione in rivolta.
Anonimo fra gli anonimi (Edizioni Barricate) è il titolo del primo libro di
Fantini quindi il suo primo manifesto, a riconferma di un’idea dell’uomo che si
fonde e si confonde nello scorrere dei cicli e delle stagioni; l’uomo senza nome
e senza più un passato, che onora una vita semplice, separata dai rumori e dalle
lusinghe del presente. Mi racconta di una comunità di persone, amici,
estimatori, artisti che negli anni più duri gli è andata incontro, lo ha
sostenuto e ancora lo sostiene. Oggi quella comunità si è allargata a tanta
gente comune e lo accompagna nel suo cammino verso una forma di autarchia da
baratto, da saccheggio di beni esposti al cielo, tra i boschi, ai confini di aie
agricole o sui campi a fine raccolto. Quella di Fantini è un’anarchia
autarchica, pacifica, ispirata – con riserva e forte senso critico – all’Unico
di Max Stirner, all’uomo che trova in sé stesso il governo del proprio mondo,
senza propaganda, senza intenzioni politiche né pedagogiche. Se si farà mito,
maestro, sarà per interposta azione di un destino inviolabile o della storia,
madre ignara dei suoi eroi negletti.
Dalle sue parole comprendo che questo cuoco dimissionario oggi cercato da
svariati soggetti della ristorazione, non cede al successo e alla celebrazione
della sua figura; respinge ogni proposta a rischio di ricaduta nell’economia di
mercato, si astiene dai social, diffida di qualunque incensamento che lo ascriva
al ruolo di “mental coach” o di “leader”. Semplicemente si espone, si dà corpo e
anima alla gente, si lascia raccontare dagli altri, a rischio di parzialità e
fraintendimenti.
Poco si può aggiungere a ciò che Fantini va dicendo da anni rispetto alle sue
scelte con una coerenza e un’onestà spietate, intransigenti. Bisogna guardarlo
in faccia, negli occhi, per capire che si è davanti a un uomo in rivolta
costante, a un tronco d’albero radicato nel sottosuolo dostoevskiano; che non si
può razionalizzare su nulla di quanto dica, senza sporcare di volgarità anche le
più consapevoli ingenuità di un anarchico di questo tipo, che per giunta vive in
Italia, in questi anni consegnati al “Vuoto”, “all’Abisso” dai residui filosofi
contemporanei. Si è davanti a un corpo e una mente che portano le stimmate della
fatica, dell’impegno, del dolore. Finché lo sguardo si fa bambino e sorride al
mio stupore davanti alla piccola cucina esterna, cabina in legno affollata di
pentole e utensili d’arte culinaria, con dentro ogni arnese per trasformare il
fortuito del giorno in un pasto. “Quella l’ho fatta io assieme agli amici Under
Mungo e Nico”, mi dice con lo sguardo rivolto a quello che sembra un laboratorio
d’artista più che una cucina. Lui prepara dentro quei pochi metri di terra
battuta le cene e i pranzi che condivide con chi lo va a trovare, portandogli
sempre qualcosa da spartire assieme, soprattutto portando umanità, smarrimento,
a volte solo ascolto. C’è un furore giocoso nelle parole di quest’uomo che ha
l’occhio mannaro e il sorriso dell’infanzia, e c’è anche un cristo inverecondo e
disobbediente al padre, a qualunque vangelo imposto; un cristo irriverente,
abdicato a sé stesso, fiero delle sue croci che sono le assi e le mensole della
sua stiva. Nel gesto e nella cura del dettaglio che fa di un vero cuoco un
officiante del rito, un alchimista del sapore, con un’attenzione e una cura
proprie dell’animale che nutre e sa, senza saperlo, anche pregare.
*
Conclusione inconclusa
Oggi la povertà di massa invia più il senso di un minor accesso al superfluo che
della vera mancanza di un sostentamento minimo.
Vorrei ascrivere Fantini, tutti i Fantini che seguono la via autarchica e
dimissionaria, all’espressione di “poveri privilegiati” nel senso più alto del
termine: persone rinsavite all’essenzialità e all’umanità che ancora pochi si
possono permettere: per il timore di “fallire peggio” e precipitare oltre, per
la mancanza di fede nell’Uomo e i suoi Angeli, e per non avere sofferto fino in
fondo e con piena coscienza le oppressioni del presente; di averle in qualche
maniera integrate, digerite, assieme a tutto quello che si ingurgita di
continuo.
Ivan Fantini assieme a Paola Bianchi – simbolo di unione virtuosa e resistente –
mi hanno mostrato e continuano a rivelare che il vero lusso è liberarsi del
superfluo e non rimpiangerlo più: non avere cancelli e porte blindate per
difendersi dai propri simili, non doversi soprattutto proteggere dalle proprie
scelte, accoglierle e dar loro nutrimento e forza, radicarle sotto i passi di
danza e di vita.
Michele Montanari
*In copertina: Ivan Fantini ritratto da Giancarlo Tonti
L'articolo L’Unico e la sua immanenza: viaggio verso Ivan Fantini, cuoco
dimissionario & anarchico proviene da Pangea.