In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché
rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può
ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli
rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora
un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi
vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io
in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi
ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui». (Gv 14, 15-21)
*
TIMORE DI RIMANERE ORFANI
> “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni
> traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere
> orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi
> è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a
> garantire il carattere affidabile del mondo.”
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007)
“Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non
lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace
di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di
sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il
carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne
decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con
il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È
l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo,
indifferente.
Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non
vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si
muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di
probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e
chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di
un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo
loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere.
Il mondo no.
Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure
una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che
ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che
il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un
incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione
quello che noi abbiamo sempre definito conversione.
*
OSSERVARE I COMANDAMENTI
> “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…”
Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo
comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre,
l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo
della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno,
non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci
dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i
suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il
nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per
essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver
incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e
indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al
comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso
intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare
l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo
bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare
incessantemente la nostalgia del Padre.
> “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai
> il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta
> la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile
> a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti
> dipendono tutta la Legge e i Profeti”.
>
> (Mt 22,36-40)
L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una
disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti,
comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri
desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in
noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non
abbandonati.
Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e
bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia”
(n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil
Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice:
“passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e
disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di
dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa
irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha
ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più
ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che
stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire
dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri
corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.
L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di
dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte.
L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua
sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia
intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in
Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era
tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La
consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella
verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre?
Dove si depone il reale?
Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare
chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi
ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere
affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non
nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in
attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi
amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per
inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno.
Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617
Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il
comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o
senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal
cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico
convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come
Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra
tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha
provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di
apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il
rischio d’amare in cuore al morire.
*
CROCIFIGGERE LA VITA
> “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con
> voi per sempre”
> “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive
> in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che
> mi ha amato e ha dato se stesso per me”.
>
> (Galati 2,20)
Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto
di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi
crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il
cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri
pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio
corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al
Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di
Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è
fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio
significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere,
perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo
giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di
castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria
storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non
vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto
esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi
abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità
con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è
disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.
Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno
ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver
trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato
la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il
nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua
misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È
gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da
questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in
noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni
nostro respiro, è sperimentabile solo così.
Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a
mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato
il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone
incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in
loro.
Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha
risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e
si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua
esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso
profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede
svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter
essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte,
soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale
saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni
passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le
nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre.
È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno.
> “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi
> saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”.
Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza
dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno.
Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile
solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.
Siamo vivi solo per essere sua dimora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo
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Rivista avventuriera di cultura&idee
Insegnare poesia è impossibile. Ogni ‘metodo’ finisce per infrangersi sulla
singolarità – sfuggente, archetipica, arcangelica – del poeta che lo professa.
Più che altro, si deve insegnare a spogliarsi di ogni metodo. Trovare il proprio
linguaggio richiede anni di ingenerosa solitudine: ai raduni letterari andrà
preferita la bianca eco della propria stanza, una specie di navicella spaziale –
oppure, una passeggiata nei boschi. I maestri si stanano confidando nella
fiocina, la fedina del poeta: uno per uno, occhi-negli-occhi. La curiosità verso
i poeti della propria generazione – non della propria genia – è necessaria per
esaurire gli ultimi, estremi orpelli di sé, il resto del mondo, i suoi saturi
aggeggi, bigiotteria del linguaggio – la restituzione, piuttosto, sarà
sgargiante. Il poeta impone una lingua viva, una creatura nuova. Potranno pure
ignorarla i più: quando sarà il suo turno, farà pasto di tutti.
Ted Hughes pubblica Poetry in the Making nel 1967, per Faber. È un libro a suo
modo straordinario, che raccoglie una serie di interventi radiofonici tenuti dal
poeta, su invito di Moira Doolan, per la BBC Schools Broadcasting. Il libro
parte da un concetto – riassunto nella prima ‘lezione’, Capturing Animals,
tradotta, in larga parte, in calce all’articolo –: scrivere poesie è come andare
a caccia di una bestia. A questo concetto Hughes ne somma un altro, più potente:
le poesie sono animali, sono creature viventi che sfuggono al possesso del
proprio autore. Ted Hughes spiega che le parole non sono inerti: le parole hanno
odore e corpo, per sceglierle dobbiamo imparare a ‘sentirle’, cioè a toccarle, a
guardarle, a mangiarle. Dante sarebbe d’accordo: nel De vulgari
eloquentia scrive che il volgare è una pantera, animale che fa parte del
bestiario messianico, e che bisogna andare a caccia di quella magnetica bestia.
Anche in Ted Hughes la scrittura della poesia è un atto sacro, rituale. È un
atto che rasenta la mania. Scrivere una poesia, infatti, richiede di andare in
trance, di essere ciò che si vuole scrivere. Le parole, dice Hughes, verranno di
conseguenza – e verranno inattese, sgargianti, esatte. Il poeta non doma le
parole; al contrario, le sprigiona. Per Hughes non esiste vocabolario, il
cimitero della lingua; esiste una foresta. Le parole sempreverdi si alternano a
quelle stagionali; la parola-veleno si alterna alla parola che cura.
A differenza di molti poeti del suo tempo, ottimi insegnanti di poesia in ottime
accademie, Ted Hughes infrange il ‘metodo’, ne mostra la finzione, le falle,
l’inutilità. Insiste sulla vita e sul voto più che sulla scrittura – Rimbaud il
“bandito/veggente” sarebbe d’accordo con lui: a Paul Demeny suggerisce
il dérèglement de tous les sens, l’obbligo, per il poeta, di “tentare” l’anima;
la poesia, semmai, verrà. Per Ted Hughes, tuttavia, il poeta non deve
inabissarsi in se stesso ma uscire fuori di sé, al modo degli sciamani.
Poetry in the Making, nel suo procedere anticonformista, medianico, informale, è
costituito da diverse ‘lezioni’: in alcune di queste Ted Hughes insegna a
confrontarsi con il paesaggio (Writing about Landscape), a raccontare gli uomini
(Writing about People), a perfezionare il proprio pensiero, una propria, pur
contraddittoria, ‘filosofia’ (Learning to Think). A volte, al termine della
lezione, il poeta suggerisce alcuni esercizi da far fare ai bambini; eccone uno
per galvanizzare la facoltà immaginativa:
“Propongo sette soggetti intorno a cui far lavorare un bambino. La cosa
principale sono i dettagli: dovranno essere precisi e peculiari.
1 Sono un polpo gigante. Una marea mi ha trascinato nell’oceano sbagliato:
troppo freddo. Sto cercando di tornare a casa, sul fondo marino.
2 Sono un eremita o un naufrago in un’isola dell’estremo sud dell’Atlantico. Non
faccio altro che cercare cibo.
3 Sono una creatura proveniente dallo spazio. Sono atterrato vicino al mare.
Questo è il mio rapporto al quartier generale.
4 Sono un’Amazzone.
5 Cosa vedi attraverso quel telescopio?
6 Sono cieco. Una sola volta, per soli cinque minuti, ho visto. Ecco ciò che ho
visto.
7 Sono evaso, mi braccano i cani”.
Ted Hughes – per altro, straordinario scrittore per bambini – ha orientato le
sue lezioni verso i bambini. Secondo lui, la sola salvezza possibile dal mondo
contemporaneo, imbrigliato da utilitarismo e grigio scientismo, è la poesia.
Marchiati dall’oggi, sfruttati da un tempo che li considera meri consumatori
quando non mera merce, i bambini possono salvarsi soltanto esagerando
l’immaginazione. Ted Hughes lavorerà in questo senso elaborando diverse
antologie di poesia per le scuole: The Rattle Bag (1982) e The School Bag(1997)
insieme a Seamus Heaney; By Heart. 101 Poems to Remember nel ’97, estrema opera
di un poeta estremo.
Anche Poetry in the Making presenta, lezione per lezione, un florilegio di testi
che appartengono al pantheon poetico dell’autore. Troviamo, così, poesie di
Vasco Popa e di Elizabeth Bishop, di Keith Douglas e di Emily Dickinson, di
Christopher Smart e di Gerard Manley Hopkins. Naturalmente, c’è anche Sylvia
Plath, di cui Hughes accoglie Wuthering Heights. L’anno prima era uscita Ariel,
la raccolta della Plath collezionata da Hughes, negli Stati Uniti, con poderosa
introduzione di Robert Lowell – l’edizione inglese, del ’65, era uscita mutila
di spiegazioni e introduzioni –; la Faber ripubblicava The Bell Jar. Sylvia
Plath – morta da tre anni – levita in ‘personaggio’ pubblico; il suo spettro,
per un po’ celeste, per un po’ furibondo, comincia a funestare la nuova vita di
Ted, che ora abita con Assia, l’amante, la loro figlia, Alexandra ‘Shura’, e i
figli avuti da Sylvia, Frieda e Nicholas.
Nell’anno in cui pubblica Poetry in the Making, Hughes stampa, sempre per
Faber, Wodwo, la sua terza raccolta ‘ufficiale’, la prima dal suicidio di Sylvia
Plath, quella meno apprezzata dai critici. È un libro di mezzo, in effetti, a
suo modo inquietante, a descrivere – così il poeta – “un periodo di
disorientamento… un lungo incubo”. È un libro che danza con la morte, è un libro
che evoca fantastici fantasmi, latente al lutto. È un libro ‘spezzato’ fin
dall’icona che lo celebra: il wodwo, “essere silvano tra il satiro e il troll”
(così in: Ted Hughes, Poesie, Mondadori, 2008, p.1451), creatura incerta a se
stessa – What am I?, attacca la poesia che dà il titolo al libro – a tutto
inappetente, a tutto disadatta. È un libro pieno di animali: granchi fantasma –
“i soli giocattoli di Dio” – e orsi, lupi verdi e giaguari. In una poesia
appare Heptonstall, il villaggio dove Hughes ha fatto seppellire Sylvia: “La
vita tenta./ La morte tenta./ La pietra tenta”, leggiamo. In una poesia appare
Kafka in forma di gufo, in un’altra si dice che “L’ululato dei lupi è senza
mondo”. È un libro preparatorio, da chiamata incanutita, da poeti in fuga. Ted
Hughes ha trentasette anni, tre anni dopo pubblicherà il suo capolavoro, Crow.
Nonostante le perplessità dell’autore, Poetry in the Making “diventa un classico
per le scuole”: la prima tiratura, di quattromila copie, è esaurita quasi
subito; seguiranno diverse ristampe.
> “A volte è possibile, pur per brevi istanti, trovare le parole capaci di
> aprire le porte delle tante dimore che abbiamo in testa ed esprimere qualcosa
> – forse non molto, ma pur sempre qualcosa – dalla cascata di informazioni con
> cui ci assale il mondo: il modo con cui un corvo vola sopra di noi, lo stile
> di un uomo che cammina, l’aspetto della strada che abbiamo fatto un giorno,
> dodici anni fa. Parole che esprimano qualcosa della profonda complessità che
> ci rende esattamente come siamo, uomini – distinti dagli alberi. Qualcosa
> dell’inudibile musica che ci muove, di attimo in attimo, come l’acqua in un
> fiume. Qualcosa dello spirito del fiocco di neve nell’acqua del fiume.
> Qualcosa della duplicità, della relatività e della mera fugacità del tutto.
> Qualcosa dell’onnipotente importanza del tutto e della sua totale
> insensatezza. Quando le parole riescono a fare questo, e a farlo in un istante
> e in quello stesso istante farne la vitale grafia di un essere umano, non di
> un atomo, di un diagramma, di un ammasso di lenti, beh, questa cosa si chiama
> poesia”.
Era ossessionato dai segni, Hughes: faceva gli oroscopi, non usciva di casa e
non firmava contratti se quel giorno gli astri non erano armonicamente
allineati; da tempo sentiva una volpe agitarsi nel suo cranio. Diffidava degli
umani – amava, con tenace fame, le donne. Sapeva che le parole sono pericolose,
che scrivere una brutta poesia è piantare un vampiro nel mondo – che il mondo è
colonizzato dai vampiri lo sappiamo anche noi: ma esistono gli uomini luminosi e
il bene trionfa sempre.
**
Catturando la bestia-poesia
Esistono diversi metodi per catturare uccelli e pesci. Ho trascorso gran parte
della mia infanzia, fino a circa quindici anni, a sperimentare molti di questi
metodi – quando il mio entusiasmo è scemato, ho iniziato a scrivere poesie.
Potreste pensare che questi due interessi – catturare animali e scrivere poesie
– non abbiano molto in comune. In realtà, più ci ripenso e più sono certo che
siano in realtà una sola cosa.
La caccia ai topi durante la trebbiatura, quando ero ragazzo e afferravo i
roditori da sotto i covoni appena venivano sollevati, li infilavo in tasca
finché non ce n’erano trenta o quaranta che strisciavano nella fodera del
cappotto, e la mia attuale passione per la poesia sono fasi della stessa
febbre. In un certo senso, penso alla poesia come a un animale. Le poesie hanno
vita propria, proprio come gli animali, il che vuol dire che sono separate da
qualsiasi persona, perfino dal proprio autore: nulla può essere aggiunto o tolto
a una poesia senza mutilarla e forse perfino ucciderla. Le poesie hanno una
certa saggezza. Conoscono qualcosa di speciale… qualcosa che vogliamo
apprendere.
Forse la mia occupazione non è mai stata quella di catturare animali o poesie,
ma realtà che possiedono una vita propria, vivida, al di fuori della mia. Ad
ogni modo, il mio interesse per gli animali è cominciato da quando ho memoria. I
miei ricordi risalgono piuttosto chiaramente al mio terzo anno di età: avevo
così tanti animali di piombo da occupare il tappeto in sala. Possedevo un innato
talento manuale: quando ho scoperto la plastilina, il mio zoo è diventato
praticamente infinito. Quando una zia, per il mio quarto compleanno, mi ha
regalato un grosso libro di animali con la copertina verde, ho cominciato a
ricopiare quelle fotografie. Gli animali erano bellissimi nelle fotografie – nei
miei disegni (perché erano miei) sembravano ancora più belli. Ricordo
precisamente l’emozione che ho provato nel fissare i miei disegni – la stessa
che provo ora al cospetto delle mie poesie.
A quel tempo vivevamo in una valle dei Pennini, nel West Yorkshire. L’unico
interesse di mio fratello più grande era aggirarsi furtivamente sulle colline
con un fucile. Mi voleva con sé come se fossi il suo cane da riporto: dovevo
intrufolarmi in ogni cespuglio per raccogliere gazze, gufi, conigli, donnole,
topi, chiurli. Allo stesso tempo, andavo tutti i giorni a pescare nel canale.
A otto anni ci trasferimmo in una città, nello Yorkshire del Sud. Il nostro
gatto si crogiolò nella mia camera da letto per una settimana: odiava quel
posto. Mio fratello, pur di andarsene, diventò guardiacaccia. Eppure, per molti
versi quel trasloco è stata la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ben
presto, scoprii una fattoria, in periferia, che soddisfaceva tutti i miei
bisogni – poco lontano, c’era una tenuta con boschi e laghi. I miei amici erano
ragazzi di città, figli di minatori e di ferrovieri: con loro vivevo una vita –
in campagna ne vivevo un’altra. Non ho mai confuso quelle due vite; tranne una
volta, e fu un disastro. Ho alcuni diari che testimoniano la mia vita in quegli
anni: per lo più, sono un regesto dei miei successi di caccia. Infine, intorno
ai quindici anni, la mia vita si è complicata e il mio atteggiamento nei
confronti degli animali è completamente cambiato. Mi sono sentito in colpa per
aver disturbato le loro esistenza. Cominciai a studiarli, a comprenderli dal
loro punto di vista. Più o meno in quel periodo cominciai a scrivere poesie. Non
poesie sugli animali. Sono passati anni prima che scrivessi la mia prima poesia
‘sugli animali’; sono passati altri anni ancora prima che capissi che la pratica
della poesia non è diversa dalla caccia. Ora non ho dubbi. Quel particolare tipo
di eccitazione, quella concentrazione ipnotica e del tutto involontaria che
accade quando percepisci il sorgere di una poesia che si coagula nella mente,
poi l’evolversi della struttura, la forma, il colore, la figura finale, limpida,
compiuta, la sua singolare realtà viva, vivente in mezzo all’inanimata assenza
di vita – tutto questo è così familiare che non può essere frainteso.
Alcuni aspetti di ciò che ho detto potrebbero sembrarvi oscuri. Come può una
poesia che racconta una passeggiata sotto la pioggia, ad esempio, essere viva
come un animale? Beh, forse non assomiglia molto a una giraffa né a un polpo.
Potremmo dire che la poesia è un insieme di parti viventi mosse da un solo
spirito. Le parti viventi sono le parole, le immagini, i ritmi. Lo spirito è la
vita che li abita quando lavorano all’unisono. È impossibile dire cosa venga
prima, se le parti o lo spirito. Ma se una qualsiasi delle parti è morta, se una
qualsiasi delle parole, delle immagini o dei ritmi non prende vita mentre leggi,
beh, la creatura è mutilata, lo spirito malato. Come poeta, devi assicurarti che
le parti su cui hai diretto controllo – parole, immagini, ritmi – siano vive. È
qui che iniziano le difficoltà. Le parole viventi sono quelle che sentiamo, che
vediamo, che gustiamo, che tocchiamo, che annusiamo. Parole che appartengono a
uno dei cinque sensi. O parole che agiscono, che sembrano avere i muscoli, come
“scattare” o “scatenare”. Ma subito le cose si complicano. “Catrame”, ad
esempio, non è solo una parola dall’odore potente. È appiccicosa al tatto, ha
una viscosità particolare, soffocante. Quando è morbido, il catrame si muove
come un nero serpente, ha una straordinaria oscura lucentezza. Così è per la
maggior parte delle parole. Appartengono a diversi sensi contemporaneamente,
come se ciascuna avesse occhi, orecchie, lingua, dita e un corpo per muoversi. È
questo piccolo folletto che costituisce la vita di una parola – è questo
folletto che il poeta deve tenere sotto controllo.
Bene, direte, è una situazione senza speranza. Come si fa a controllare tutto
questo? Quando le parole sgorgano a fiumi come possono incastrarsi una
nell’altra? Nella cattiva poesia le parole si uccidono a vicenda. Per fortuna,
non dobbiamo preoccuparci – purché siamo in grado di operare in questo
modo. Immagina ciò di cui vuoi scrivere. Visualizzalo. Vivilo. Non pensarci
facendo calcoli mentali. Guardalo – toccalo – annusalo – ascoltalo. Trasformati
in ciò che vorresti scrivere. Soltanto in questo modo le parole si prendono cura
di se stesse, come per magia. Se operi in questo modo non devi preoccuparti di
virgole, punti o cose di questo tipo. Non devi nemmeno guardare le parole.
Affina occhi, orecchie, naso, gusto, tatto – tutto il tuo essere si concentri su
ciò che stai trasformando in parole. Nel momento in cui ti distrai, distogliendo
la mente da questa operazione, preoccupandoti delle parole… allora la
preoccupazione si impossessa delle parole, che cominciano a uccidersi a
vicenda.
Continua in questo modo – soltanto alla fine, guardati alle spalle, fissa ciò
che hai scritto. Dopo un po’ di pratica, dopo esserti ripetuto più e più volte
che non importa come altri abbiano scritto questa cosa, ma viverla; dopo esserti
ripetuto più volte che devi usare ogni parola che ti viene in mente a patto che
sia quella giusta nel momento esatto in cui la scrivi, ti stupirai. Rileggi ciò
che hai scritto. Avrai uno shock. Avrai catturato uno spirito – una creatura
viva.
Ted Hughes
*In copertina: un disegno di Leonard Baskin per le poesie di Ted Hughes
L'articolo Catturare la belva-poesia. Una lezione di Ted Hughes proviene da
Pangea.
In uno dei racconti più luminosi di Vladimir Nabokov, un poeta di nome
Vasilij Šiškov scompare all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia di sé. Il
poeta si è dissolto nella sua stessa opera, sublimandosi in versi – estremo
compimento di un destino dalla parabola esemplare. Mi piace pensare che anche
Nikolaj Gumilëv abbia vissuto questa aderenza totale dell’uomo al poeta – uomo
vitruviano perfettamente inscritto nel cerchio della poesia, con la punta del
compasso dritta nello sterno.
Gumilëv non è morto davanti al plotone d’esecuzione, trafitto in mezzo alle
costole dal piombo sovietico – questa è un’immagine buona per i biografi e i
compilatori di enciclopedie virtuali. Né i suoi carnefici sarebbero stati in
grado di bendare quegli occhi che avevano visto divampare roghi di stelle sopra
il Sahara. No, un addio diverso spettava a questo poeta viaggiatore, esploratore
inesausto di terre arcane. Anche lui, in fin dei conti, ha varcato la soglia che
divide l’inchiostro dalla carne. Il suo congedo dalle caselle del calendario
altro non è che un segno di alleanza con l’invisibile e misteriosa immortalità
dei versi.
Nelle poesie di Gumilëv avverti la freschezza sorgiva dell’ispirazione, la
contiguità del dettato poetico alle gesta compiute in vita. Ecce homo, senza
infingimenti o maschere. Ecce poeta, senza alcun tipo di sovrapposizione
innaturale. I due diventano indissolubilmente uno. In questo, Gumilëv è fratello
di Keats, Rimbaud, Dickinson, Puškin, Hölderlin. Quanto commovente è, nel più
alto senso della parola e senza alcun cedimento alla retorica, questo dare la
propria vita in pasto alla poesia? Questa naturale e spontanea attitudine a
estinguersi nel verso, come il riflesso della luna che si increspa in fondo a un
pozzo, può assumere i contorni di una inestinguibile tenerezza?
In Gumilëv c’è qualcosa del folletto di Charleville. Gattona tra gli atlanti
prima ancora di poterne pronunciare la meraviglia. Sfiora i mappamondi come
fossero dolce promessa di altrove – il bianco avorio fiammeggiante, lo sguardo
di brace delle tigri, epiche migrazioni di uccelli verso nord, le favole che
fioriscono nelle pieghe del ginocchio di una donna. Che non si pensi a un fatuo
esotismo, ma piuttosto alla necessità esistenziale di aprire un varco nella
trama feriale dei giorni, di approdare infine all’altro lato delle cose. Il
regno dei sensi, del quotidiano giogo trasformato in perenne scoperta, in un
mondo di pieni colori che si offre al poeta come se egli fosse un nuovo Adamo. E
in questo mondo, che si accende di nuovi legami e di nuovi nomi, ci accorgiamo
che si compie di noi la parte più autentica. E a questo mondo occorre infine
dare spazio e tempo affinché cresca come edera dentro di noi, e preservarlo
dalle grandinate dei ricordi, dal vento della nostalgia, dal fumo acre del
rimpianto, dai terremoti e dagli assalti all’arma bianca della vita. Come a dire
– insieme a Gumilëv – che esiste da qualche parte, nel rovescio dei giorni, un
luogo che sarebbe stato inventato per corrisponderci nel profondo, un luogo di
cui avremmo potuto essere re giusti e felici, se solo il pungiglione della vita
non ci ricordasse a suon di trafitture che è lampo di effimero splendore tutto
l’oro del desiderio. Per Gumilëv, questo luogo è l’Africa. In una delle sue più
celebri poesie si legge:
> “dal bruciante giovane Sahara
> forse tra cento o duecento anni,
> branchi selvaggi di lupi di sabbia
> si scaglieranno contro il nostro vecchio, verde mondo,
> occupando il Mediterraneo, Parigi, Mosca e Atene
> e a quel punto noi, come beduini sui cammelli,
> torneremo a credere nei fuochi celesti”
Il poeta dei grandi spazi, dei cieli stellati e degli oceani schiumanti si
mostra docile e disarmato nei confronti dell’amore. Anche nel sentimento amoroso
affiora sempre una spinta verso il movimento nel tempo e nella geografia,
all’interno e all’esterno di sé. Le donne e tutto ciò che rappresentano entrano
a far parte di un altro ordine d’idee, rovescio del visibile e della logica. La
destinazione che rincorre la prua è la pura beatitudine: la rotta conduce verso
le “isole della gioia” che per approssimazione riusciamo talvolta ad avvistare
nelle feritoie del presente o che sogniamo nelle notti di plenilunio o che
circumnavighiamo solamente attraverso i versi. La donna che manca come fedele
compagna di giorni e notti solitarie è l’ultimo soffio decisivo di maestrale per
approdare infine alle rive agognate. Riusciremo mai a isolare, nella vorticosa
corrente dei volti, quell’unico e irripetibile ovale del viso a cui dare un nome
– monile di felicità, non più promessa ma finalmente benevolo sorriso del
destino?
> E griderò: «Dove sei, donna
> nata dal fuoco?
> I miei occhi sono immutati,
> il mio canto è immutato,
> «Io resto servo della tua bellezza,
> la mia forza è ancora la tua forza,
> e la vera felicità, l’ultima
> felicità, sei ancora: tu!»
Penso che Gumilëv, dopo ogni approdo, sognasse ardentemente di riprendere il
mare. Che amasse le isole con l’incostanza fatale di Odisseo. D’altronde, il
poeta russo era nato su un’isola trenta miglia a largo di San Pietroburgo. La
sua stessa vita veste la leggerezza del viaggiatore – colui che sorride di tutto
ed è saggio abbastanza per capire che ogni alba in terra straniera è l’inganno
più bello per credersi immortali.
> “Ameremo di nuovo il fascino del lontano,
> e l’orizzonte indorato della luna,
> di nuovo vedremo le sacre palme
> e il Ponto che strepita e spuma”
>
> trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026
Eppure, tra la folle altalena dei giorni e le distanze marine percorse, un
Odisseo segnato dal sole e dalla salsedine si convince che gli dei abitano nella
calma. E anche l’eroe greco, dopo aver versato lacrime di dolore, costringe il
suo cuore a essere felice. Il ritorno del guerriero è già presagio di morte, di
un filisteo rientro nei ranghi. Bello e desiderabile è il tempo della vita in
cui
> “abitava nei muscoli un’indicibile forza,
> una fiaba nella piegatura del ginocchio,
> ed era bello come una nube
> il capo di Micene ricca d’oro”
>
> trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026
Che almeno l’arte possa salvarci dagli anni che scolorano verso il
tramonto. Spira come leggera brezza nei versi di Gumilëv una dorata aristocrazia
dello spirito, e allora volti e vicende si muovono percorrendo un’altra orbita,
illuminati dal fulgore del mito.
Nikolaj Stepanovič Gumilëv (1886-1921) insieme ad Anna Achmatova e al figlio Lev
Nella Grecia Antica, chi era caro agli dei si trasformava in una costellazione o
un fiore. Rilke ha scritto di volersi estinguere nell’ombra di una mela in un
famoso quadro di Jan van Eyck. Gumilëv sogna di diventare una miniatura
persiana. Scopriamone insieme i vividi colori e l’arte sapiente. Sotto un cielo
turchese un principe leva il suo sguardo verso delle donne in volo. Uno scià
intento a cacciare insegue la sua preda con furente ostinazione. I sentieri sono
cosparsi di fiori mai visti prima. Nitido come le nuvole del Tibet, il sigillo
di un grande arista conferisce all’opera grande prestigio. Qualcuno con sguardo
allenato alla bellezza – un mercante o un cortigiano – s’invaghirà della
miniatura, essa diventerà per lui un mondo di radiosa perfezione. L’antico
sogno, quello di destare ovunque l’adorazione, sarà finalmente realtà. Avviene
il miracolo dell’arte.
Miniatura Persiana
Quando avrò infine concluso
di giocare a nascondino con la morte tetra,
il Creatore mi trasformerà
in una miniatura persiana.
E il cielo sarà come turchese,
e un principe che appena solleva
i suoi occhi a mandorla
verso il volo di un’altalena di fanciulle.
E uno scià col dardo insanguinato,
che insegue per un sentiero incerto,
su vette color del cinabro,
una cerva in fuga.
E tuberose mai viste,
né in sogno né nella veglia,
e viti già reclinate sull’erba
in una dolce sera.
E sul rovescio,
pulito come le nuvole del Tibet,
mi sarà caro portare
il sigillo di un grande artista.
Un vecchio profumato,
mercante o cortigiano,
guardandomi, mi amerà all’istante
di un amore acuto e ostinato.
Dei suoi giorni monotoni
io sarò la stella polare;
il vino, le amanti e gli amici
io sostituirò a vicenda.
E così avrò appagato
senza estasi e senza sofferenza
il mio antico sogno:
destare ovunque l’adorazione.
Lorenzo Giacinto
Dove non diversamente specificato, la traduzione dei testi è dell’autore
dell’articolo.
L'articolo “Destare ovunque l’adorazione”. Omaggio a Nikolaj Gumilëv, il poeta
dei cieli stellati proviene da Pangea.
Con Romanzo olandese (Scritturapura, 2025), Marino Magliani ci propone una
trilogia costituita dai racconti lunghi “La talpa”, “Le vetrate di Rembrandt” e
“Biografia di un paesaggio anfibio”, ma anche una diade i cui poli sono Zeewijk,
quartiere di Amsterdam, e la provincia ligure di Imperia. Ne “La talpa” troviamo
il personaggio Magliani, che non coincide perfettamente con l’autore, intento a
redigere una guida turistica di Amsterdam per i tanti viaggiatori ecologisti che
vogliono percorrerla in bicicletta. Roland Fagel, il traduttore dei suoi libri,
gli insegna come “dosare il ritmo” dei pedali, perché non basta citare la bici
nella guida, bisogna tenere il passo di un turista appassionato di ciclismo.
Fagel è un personaggio ambiguo, che funge da alter ego di Magliani: “Stai
tentando di trasferire la malinconia autogeografica della tua maledetta valle ad
Amsterdam… ma Amsterdam non è agonia ligure, è vita […]. È della tua Liguria,
ancora una volta, che vuoi scrivere. Tu non solo non sai scrivere altro, ma fai
di tutto per non vendere i tuoi libri”. D’altro canto, annota Magliani,
Amsterdam per Fagel era “una religione e il suo era il tentativo di convertire
anche me alla sua fede”.
Zaino con merenda in spalla, i due ciclisti partono dall’imboccatura del
Noordzeekanaal, il canale che collega Amsterdam al mare, e attraversano la città
in bici, imparando l’arte di legarla alle ringhiere durante le loro escursioni a
piedi. Ben presto alla coppia si affianca Welmoet, cittadina rinnegata che
preferisce all’urbe la vita in campagna e la coltivazione della verdura
biologica. Se Fagel è misterioso, Welmoet appare fin dal principio un
personaggio ingannevole, provocatorio e seducente, che indaga sulla vita privata
di Magliani Cosa fai quando non scrivi? Guardo le vetrine.
Il racconto ecologico iniziale, dove tutto avviene all’aria aperta, diventa
un’avventura (letteralmente) underground quando Michael van der Vlis, assessore
in pensione, spiega a Magliani l’esistenza di un sotterraneo segreto costruito
durante l’edificazione della Centraal Station a inizio Novecento. I tre ciclisti
si trasformano in speleologi e insieme al cane di Welmoet, un Breton bianco e
arancione di nome Bolero, attraversano dei tunnel interrati con l’obiettivo di
arrivare alla Stazione. La comitiva cammina curva lungo cunicoli chiamati
“condotti morti”, dove la mano di Welmoet può palpare furtiva le chiappe di
Magliani, attraversa pancia a terra pericolosi sottopassaggi e arriva financo a
tuffarsi con la muta in un canale d’acqua oleosa. Ma al posto della Centraal
Station, gli speleologi trovano una “zona franante, con precipizi di almeno
cinquanta metri”. Impavidi, proseguono con elmo e torcia circondati da grandi
ratti d’acqua (Arvicola terrestris), tanto che Magliani arriva a pensare di
“scrivere sul calcare i dolori della mia civiltà, il mio testamento”.
Giungono infine a una porta che si apre sulla Stazione. Si tolgono la muta per
camuffarsi con le divise dei ferrovieri e recuperano le biciclette. Ma a questo
punto si sentono sotto controllo, forse spiati dai Servizi segreti. Magliani si
rifugia in un bar, Fagel viene arrestato per strada dalla polizia.
Il racconto termina con la fuga di Magliani in Italia.
Prima di andare all’aeroporto incontra di nuovo Welmoet, con cui ha un dialogo
enigmatico. Gli viene il dubbio che non sia una contadina, che lo conosca molto
più di quel che faceva credere:
> “un vizio, più che una costante, dei miei romanzi è che la Liguria dopo un po’
> frana. […] Una regione intera galleggia al largo, tra Corsica e Piemonte. La
> gruviera carsica e piena di tane servite da rifugio ai disertori e ai
> partigiani. Welmoet doveva avermi letto per conoscere le mie ossessioni
> underground”.
Nel secondo racconto, “Le vetrate di Rembrandt”, siamo alle prese con un
Magliani cartografo che nota una perfetta sovrapposizione tra la mappa di
Zeewijk e la provincia di Imperia. Da qui parte un esercizio
letterario-topografico dove il paesaggio olandese si alterna, contrappone e
mescola con quello ligure (rigorosamente di Ponente).
Il Magliani personaggio descrive Zeewijk come un quartiere costruito sulla
sabbia, su rocce clastiche, substrati tutt’altro che stabili adatti ad abitanti
poco raccomandabili: lavoratori in nero, truffaldini galeotti. “Non faccio lo
scaricatore [di porto] da anni, al posto della fatica ho scelto di scrivere le
storie della fatica e questa sabbia. Un’attività che secondo me richiede ancora
più fatica”. Nel confronto con l’amico Piet van Bert, il “disoccupato di
professione” che lo porta a vedere Lezione di anatomia di Rembrandt, scopriamo
che Magliani non è “adatto ai lavori del tutto legali. Per certi aspetti neanche
la scrittura lo dev’essere”. Questa letteratura clandestina ci rimanda al primo
racconto parlando del suo ritorno in Liguria dopo l’arresto di Fagel e la
perdita del lavoro.
Il Magliani ligure è un girovago con il taccuino, un uomo selvatico che ama
“esplorare le campagne e vagare da mattina a sera per i costoni – la mia
passione per i rovi”. Dopo il manuale sulla città di Amsterdam in bicicletta, un
altro editore gli propone un libro su Amsterdam vista attraverso le vetrate
trasparenti delle case. Ma Magliani concepisce le abitazioni olandesi affiancate
agli orti liguri: sembra stia compilando una mappa catastale accavallando
Zeewijk alle valli di Ponente. “Tu getti ancora occhiate ingorde nelle vetrate
altrui?” gli chiede Piet. “Sempre”, ammette. “È un rito. Di più. Un dovere.”
Così come per gli olandesi è un dovere di ascendenza calvinista la trasparenza
delle case: non vogliono avere nulla da nascondere – nemmeno nella vita privata.
Ed è grazie a (quel) Calvino che il Magliani personaggio può stalkerizzare una
donna che lavora al centro commerciale Zeewijkpassage. La osserva al lavoro, la
segue per strada, la spia attraverso le vetrate. Si chiama Anneke.
Lui è Marino Magliani (forse)
Piet gli suggerisce di prendere un cagnolino, così può soffermarsi a guardare
senza dare dell’occhio. E così Magliani il voyeur si diverte a scrivere
biglietti per Anneke, ma inizialmente non li appende… Poi arriva a comunicare
con lei appiccicandoli sulle vetrate di casa sua. Le parla dei tramonti liguri e
Anneke lo lusinga: “bella la sciarpa, bambino dei tramonti”. La rivede spesso
attraverso le vetrate, le racconta di Piet van Bert, l’olandese che
“pratica flanerismo pigro sabbioso”. Ma la liaison con Anneke termina
all’improvviso: “Non capisci cos’è successo?” gli chiede Piet. “È finita la
storia tra voi quando è finito il libro”.
Nel terzo racconto, “Biografia di un paesaggio anfibio”, l’autore-personaggio
descrive la natura intorno al canale Noordzeekanaal. Racconto metaletterario,
Magliani narra le sue difficoltà a scrivere la bio-geografia di un canale che è
“muto, non si muove, e per complicarti la vita non è nemmeno stagnante”. Parlare
dell’acqua “non è un caso. Succede di cercarla a chi a un certo punto della vita
se n’è andato e crede per questo di essere un esule”.
Piet gli consiglia di “seguirne il corso da casa tua, oltre le dune e le isole,
fino a perderlo, perché a una certa altezza ti accorgerai che il canale diventa
altro”. Per studiare i movimenti dell’acqua Magliani si sdraia sulla scogliera,
dove scopre di essere in compagnia di un altro esule: il moscerino danzante
giapponese. Andando verso il porto, passa sugli scogli attorno al faro e scopre
un campo di bocce dove gioca una donna molto brava. Attratto dalla muscolosa
giocatrice, le chiede se gli lascia provare le bocce – il suo secco rifiuto lo
umilia, ma al contempo lo affascina. Seduttore seriale, torna alla bocciofila
nei giorni successivi, ma non la trova più. Nel frattempo si accorge che
il Paese piatto gli ha fatto perdere la sana paura del ligure per l’oscurità:
> “il buio ligure è pericoloso, la verticalità stende sul terreno le sue
> trappole, esci nel buio e rischi di cadere da una fascia e di ritrovarti senza
> saperlo sul bordo di un pozzo”.
Il Noordzeekanaal è attivo dal 1876, quando aveva solo due chiuse. Nel 1883 ne
venne progettata un’altra, nel 1928 la quarta; esistono anche dei canali
laterali, nove, nominati Zijkanaal A, Zijkanaal B e così via fino a Zijkanaal I.
Gli olandesi sono ordinati. E Magliani li ringrazia di facilitargli il lavoro.
Ogni giorno esce di casa dopo colazione, prende il bus e scende alle fermate
della linea Amsterdam-Sloterdijk. Presso le chiuse del canale Magliani diventa
uno zoologo che classifica l’acqua salmastra (brak water) in base al grado di
salinità. Attratto dagli animali presenti, si sofferma a osservare perfino i
vermi policheti. Scopre e fotografa il “pesce quattrocchi”, originario
dell’Amazzonia, specie Anableps anableps – com’è arrivato fin lì? Va in
biblioteca a fare ricerche, poi riparte per la sua perlustrazione acquatica,
novello naturalista ottocentesco sulla scia di Charles Darwin. La Liguria
all’esule permette di tenere il passo. Attraversa le chiuse e arriva oltre
l’edificio dei pompaggi, dove compare un’oasi, un’area agricola naturale con una
torretta di avvistamento degli uccelli. Qui il novello Darwin riporta, specie
per specie, la varietà dell’avifauna segnalata dagli appassionati.
Nell’avventura finale Magliani attraversa il canale alla ricerca dei campi di
patate immersi nel terreno fertile zeeklei. Incontra il contadino del luogo, un
po’ scontroso, che lo indirizza all’azienda agricola. Magliani insiste, non gli
interessa la produzione industriale, vuole parlare proprio con lui, che
riconosce come suo simile – da provinciale a provinciale, da sapiens selvatico
a sapiens salvatico. Già il fatto che il contadino gli porga il polso – e non la
mano – lo rende simpatico. I due guardano l’orizzonte e si scambiano poche
parole. Magliani assapora l’odore delle patate, che gli ricorda il “giugno
ligure, quando il contadino vanga il terreno e alza le patate”.
Mi viene in mente ciò che Vincent Van Gogh scriveva al fratello Theo a proposito
del quadro “I mangiatori di patate”:
> “Ho cercato di sottolineare come questa gente che mangia patate al lume della
> lampada ha zappato la terra con le stesse mani che ora protende nel piatto, e
> quindi parlo del lavoro manuale e di come essi si siano onestamente guadagnato
> il cibo”.
Magliani e il coltivatore di patate, due uomini che vivono il senso dell’abitare
la propria terra. L’epitaffio finale del romanzo potrebbe essere questa massima
“vertiginosa”:
> “La mia terra è molto verticale, signore, [ma] ci sono diversi tipi di
> vertigine, quella delle montagne e quella della pianura. Lei forse conosce la
> vertigine della pianura”.
In Romanzo olandese troviamo una scrittura itinerante, piena di paesaggi,
animali e pietre. E acqua: il Mare del Nord, i canali di Amsterdam che irrorano
una terra scabra dove si coltivano le patate. Magliani è un autore che consuma
il suo personaggio, lo leviga, lo trasforma in un vagabondo inurbato.
Uno scrittore territoriale.
Lorenzo Galbiati
*In copertina: Rembrandt, Autoritratto, 1629 ca.
L'articolo “La mia terra è molto verticale”. Intorno a Marino Magliani,
scrittore vagabondo proviene da Pangea.
A tutta prima – seguendo il ragliare dei maligni – il dato più affascinante
della biografia di Frances Cornford è il lignaggio – vertiginoso. Nipote di
Charles Darwin. Il padre di Frances, Francis – che fantasia – era il terzogenito
di Charles, il naturalista che fu rivoluzione, l’autore de L’origine delle
specie: straordinariamente simile al padre, fu docente di botanica a Cambridge.
La madre di Francis – partorita il 30 marzo del 1886 a Cambridge, luogo da cui,
in sostanza, non si si spostò quasi mai –, Ellen Wordsworth Crofts, era la
pronipote del grande poeta William Wordsworth: fu docente in uno dei primi
college femminili dell’epoca, il Newnham.
Degna figlia di tale famiglia, Frances non frequentò l’università, ricevette
un’istruzione privata, fu incoraggiata a scrivere. La prima raccolta
di Poems uscì nel 1910: in uno di questi testi giovanili – ma non puerili –
Frances ragiona sulla Preesistenza: “Ero sdraiata sulla riva/ udivo le onde
ruggire/ il sole mi scaldava il viso:/ cominciai a sognare”. La fanciulla
ricorda di essere stata in quella stessa riva, scaldata da quel medesimo sole,
“chissà quanti secoli prima”: “nelle mie pre-pelasgiche mani/ la sabbia era
ancora calda, ancora fine”.
Il lignaggio, tuttavia, non basta a giustificare il successo dei versi. Frances
Cornford – così ammette nell’edizione dei Collected Poems edita da The Cresset
Press nel 1955 – cominciò a scrivere a sedici anni; l’ultima raccolta, On a Calm
Shore, uscì nel 1960, l’anno della sua morte – aveva 74 anni, morì l’ultimo
giorno di agosto, d’infarto, è sepolta presso l’Ascension Parish Burial Ground a
Cambridge: la sua tomba è prossima a quella del padre, non lontana da quella di
Ludwig Wittgenstein, un amico di famiglia. Di recente, la casa editrice
Enitharmon ha pubblicato, a cura di Jane Dowson, una selezione di Selected
Poems: dicono di uno stile “semplice e diretto”, fatto di “argute osservazioni”,
fitto di “immagini memorabili”. In effetti, la poesia di Frances Cornford – per
lo più ‘da camera’, spesso d’occasione – piacque. Amica di Virginia Woolf,
dialogava in versi con Gilbert Keith Chesterton; Agatha Christie cita una sua
poesia in uno dei suoi romanzi – Murder is Easy, del 1939 –, Philip Larkin
adorava quella frugale coerenza, la capacità, con pochi tocchi, con tatto e
nessun esubero di aggettivi, di far risplendere le cose di tutti i giorni.
A Cambridge, Frances – che si chiamava ancora Frances Darwin Crofts – conobbe
Francis (che fantasia…) Cornford: più grande di lei di dodici anni, insegnava al
Trinity College, diventerà uno dei più importanti classicisti d’Albione,
occupandosi, per lo più, di Platone, Tucidide e Parmenide. I due si sposarono
nel 1909; Frances diede a Francis cinque figli; il secondo fu chiamato Rupert
John in memoria di un caro amico di lei, Rupert Brooke, l’apollineo poeta morto
troppo giovane al fronte, nell’aprile del 1915. Il figlio di Frances – nato
qualche mese dopo la morte di Rupert Brooke – seguì la sorte del poeta: morì
durante la Guerra civile spagnola, nel dicembre del ’36, il giorno in cui
compiva ventuno anni, in circostanze non del tutto chiare. Laureatosi
brillantemente in discipline storiche a Cambridge, Rupert John preferì
arruolarsi tra le fila del Poum, il Partito Operaio di Unificazione Marxista,
antistalinista, tra i mitraglieri. Dicono di atti eroici, di un ragazzo che, pur
ferito, preferì tornare a combattere. Alcune poesie testimoniano il suo impegno
bellico. Insieme a lui, tra i combattenti, figurava anche George Orwell: lo
scrittore britannico non lesinò critiche verso “l’impegno dei ragazzi di buona
famiglia”, che possono votarsi, con la stessa equidistante passione, alla causa
della sinistra rivoluzionaria come a quella della monarchia.
A Rupert Brook, Frances aveva dedicato una poesia, Youth, che avrebbe potuto,
tragicamente, dedicare al figlio:
> “Giovane Apollo biondo chiomato
> sogni mentre ti inghiotte la battaglia
> magnificamente impreparato
> alla lunga brevità della vita”.
Alla prima figlia, Helena, Frances Cornford nata Darwin, dedicò invece il libro
più stravagante e forse più bello, una capricciosa selezione di Poems from the
Russian, edita da Faber nel 1943, nel pieno della Seconda guerra. Nella minima,
sapida Preface, Frances – dopo aver onorato, naturalmente, la saggezza del
marito – denuncia la propria poetica del tradurre: un poeta traduttore deve
‘intonarsi’ al canto del poeta tradotto, non può indossare impunemente abiti
lirici che non gli appartengono. Questa congiunzione può avvenire soltanto tra
anime affini. Insomma, la traduzione è poesia in sé, è medianico rapporto tra
spettri e linguaggi.
> “Un esperto ha scritto che leggere di poesia in un’opera erudita è come
> annusare un mazzo di fiori coperti da un lenzuolo: questo è ancor più vero per
> la traduzione poetica. Quali qualità sono necessarie a un traduttore perché il
> suo esercizio sia quantomeno tollerabile? Ho capito questo. Il traduttore deve
> in qualche modo convincerci che possiamo fidarci di lui. Se nutriamo dei
> sospetti, se ci domandiamo ‘Ma questo è davvero l’originale peruviano o è la
> signorina X.?’, allora tutto è perduto. Naturalmente, non è soltanto la
> correttezza che dobbiamo esigere…”
Al di là di troppe parole, il libro pare accordato a dovere. Nel lavoro, Frances
si è fatta aiutare da Esther Salaman: ebrea russa, fu discepola di Albert
Einstein e amica di Wittgenstein. Particolari ringraziamenti sono accordati a
Nikolai Bachtin, professore di linguistica a Birmingham, nonché fratello di
Michail, il sommo studioso di Dostoevskij e Tolstoj, l’autore di Estetica e
romanzo.
Tra i poeti con cui Frances si sente in sintonia, spiccano Puškin e Blok; questa
è una versione da Anna Achmatova:
“Era tenero, inquieto, geloso: mi amava
come il sole di Dio – il mio cuore fu rapito.
Uccise il mio uccello dalle bianche ali perché
cantava i giorni che precedono il nostro incontro.
Venne al tramonto per dirmi: scrivi
poesie, amore mio, ridi e amami.
Presso il pozzo, sotto l’ontano
giaceva il mio uccellino felice, morto.
Gli promisi che non avrei pianto: fu
allora che il mio cuore divenne di pietra.
Da allora, sento cantare il mio dolce
uccellino ovunque, sempre”.
Di Fëdor Tjutčev, Frances serba il tono sicuro, assertivo, e la predilezione per
le poesie brevi, sketch che spesso sanno riassumere una vita. È lui, in effetti,
il suo vero maestro di stile: la superficie delle cose – evocata con pochi
tratti – si spezza, mostrando l’abisso, per neri bagliori; che bello l’attacco
di Silentium, è quasi una poetica:
> “Resta in silenzio, nasconditi, lascia
> che sogni e desideri sorgano e tramontino
> nei recessi del tuo cuore; i tuoi
> più cari tesori tienili con te, serba
> in te le stelle che nel cuore della notte
> incantano il tuo spirito”.
È vero: giocava a fare la socialista, amava intrattenersi con le signore del suo
rango – ciò che ancora convince delle sue poesie è l’oscurità dietro il casto
mobilio, una sorta di provvidenziale inquietudine, l’ultimo giorno dopo i giorni
costruiti col merletto, il fuoco che arde oltre il velo.
**
Donna con neonato si rivolge al filosofo
Come posso temerti, portentoso sapiente
quando penso che un tempo eri grande così?
Come posso tremare di fronte all’onnipotente
pensatore che un tempo aveva mani piccole e paffute
proprio come queste? Come posso ornarti di inchini
quando immagino il tuo cranio fragile, caldo, soffice cupola
che profuma di sapone? Oh tu – celebrato
da Nord a Sud – che ti metti le dita dei piedi in bocca…
*
Intorno a un epitaffio latino, nella chiesa di Madingley, senza nome né data
Portate rose, giovani inni, viole inviolate
a decorare ancora queste ceneri:
non disturbate il sonno dell’ignota
ragazza con grida di nostalgia –
morì in un giorno di pioggia
sparì nell’immutabile pace di Dio.
Egli sussurrò alla sua anima: lei
gliela restituì senza macchia.
*
Il pazzo e il bambino
“Dove sei stato? Sembri
un alienato, sei sporco…” “Caro mio
sono stato all’Inferno, ho percorso
i soliti oscuri sentieri nel deserto:
avrei potuto fare come te, che
sei stato a Babilonia con le candele”.
“Cosa hai visto?” “Né fiamma né rogo
ma un rio di terrore e di desiderio.
Oh, piccolo mio, non c’è nulla lì
che somigli alle tue dita, ai tuoi capelli
a questo tavolo o a questa sedia:
nulla, nient’altro che disperazione”.
*
*
Dai Veda
La prima coppia abitava
un mondo privo di oscurità.
Quando Yama morì lasciò Yami
nell’infinita luce.
Invano gli dèi cercarono
di alleviare il suo dolore.
Lei rifiutò di ascoltare le loro
sante parole e disse: “Oggi è morto”.
Gli dèi, confusi perché il suo dolore
offuscava la loro onnipotente vista
dissero: “Dobbiamo creare la Notte
che lei dimentichi l’indimenticabile”.
Così crearono la Notte. E dopo
la Notte crearono l’Ultimo Giorno
e lei lo dimenticò. Per questo si dice
che i giorni e le notti divorano il dolore.
*
Dopo le Eumenidi
Molto tempo fa, nella petrosa Grecia
il cuore umano non conobbe pace
lacerato nella sua oscurità
malediceva il fato e la sua nascita;
sperava di lenire l’agonia con il canto.
O Signore, fino a quando ancora?
*
Il lago e l’istante
Guarda –
luce sopra grigie acque:
l’uccello bagna il petto e riposa
le montagne in stato di assedio
assistono in silenzio. Così
libero dal timore accade il primo
assassinio dell’uomo – cuore
che riposa nei golfi del tempo.
*
Una donna sola
A mezzanotte tutte le finestre si spengono
l’oscurità cala sui tetti e sugli alberi senza più ostacoli.
Così nel mio cuore, le case di cui non hai sentito
il bisogno, spengono le loro luci.
*
Rivelazione
Hai tolto una pietra dalla mia mente oscura:
lì, in luce, giaceva un Progetto – intimorita
e sorpresa, ho visto i suoi sconosciuti
tentacoli, i suoi occhi chiusi.
*
A un gatto che si aggira in giardino
Elegante creatura dal nero corpo
perché ti ostini
a inseguire quel pettirosso?
Dimmi quale causa selvaggia riempie
i tuoi occhi vuoti, da quali pozzi
proviene la tua avida luce –
dai confini del Paradiso
dalle rive infere
dai regni del bene
o del male.
*
Preghiera del mattino
Che le mie mani accolgano questo giorno di cristallo
mio Signore, che sappiano custodirlo intatto
che al suo arrivo la sera, nostra grigia sorella,
non trovi alcun frammento rotto sul pavimento.
*
Perduta
Non c’era alcun cartello
con indicazioni chiare
per evitare che mi perdessi.
Soltanto il mio cuore avrebbe
potuto trovarmi, con la stessa
infallibile sapienza degli uccelli
migratori – ma ha fallito.
*
Ritorno a casa
I venti soffiano, inabissando
la notte – gli alberi sono in ginocchio.
Ma l’uomo ha inventato il fuoco
e la candela – l’uomo ha inventato il fiero pasto.
*
Il gabbiano
Vola con purezza, risoluto
e solenne tra vortici rituali.
Sono riuscita a udire la musica
che quell’uccello, perfezionato dal sole,
ha lasciato in cielo.
*
Vittime
Un tempo questa carne era amabile: ora
il Dio Guerra la usa come un ornamento della
grande macchina – un tempo, questa carne provava
pietà, baciava con passione lividi invisibili.
*
Il blitz
Mondo immortale! Un altro giorno di luce
dopo il caos notturno. Benché il cuore
precipiti in un dolore senza fine, le foglie
gialle e pacifiche, cadono con dolcezza.
*
Pioggia d’estate
Fin dall’infanzia, non esiste musica più bella
all’orecchio umano della pioggia d’estate, a sera…
Ogni bambino crede che tutte le cose
del mondo raggiungano la loro pace.
Orrore e disamore, tutti i mali dell’uomo,
rabbia e dolore, non esistono.
È bello sentire gli scrosci tra i rami
dell’edera, i vetri che fremono: la pioggia
piange senza passione e l’oscurità
avvolge la nostra casa. Disperazione
e tormento, invidia e rancore non esistono:
la pioggia spazza via ogni cosa.
*
A un amico
Nei giorni in cui eri
malato, solo, triste
ho visto il tuo spirito
accogliermi ancora.
Nelle mattine in cui la mia specie
sembra una razza in razzia
ricordo di aver visto
risorgere il tuo viso.
*
Epitaffio per Charlotte Brontë
I figli della mia audace mente
resistono selvaggi e imprendibili
come il vento e la pioggia.
Ma in quest’aria d’acciaio, presso
la sua tomba, sono morta, perché
il mio corpo non può sopportare
figli mortali.
Frances Cornford
*In copertina: Frances Cornford nel 1914
L'articolo “Il cuore umano non conosce pace”. Vita & poesia di Frances Cornford,
la nipote di Darwin proviene da Pangea.
“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se
cercate il titolo n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio editore in
Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia
con il libretto Dalle parti degli infedeli e al n. 100 vede
le Cronachette (gennaio 1985). Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo
dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di
quale libro stiamo parlando?
Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso
dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito, si stava interessando alla
figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di
particolari, sarà Giampiero Mughini, altra figura dell’intellighenzia siciliana,
al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui
parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’Affaire Moro?
Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista”
del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli
in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di
Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal
sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere
dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto
giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale
dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire
in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di
sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di
”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore.
È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà
ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica
quotidiana “Colpi di punta”.
Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre
1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al
quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”.
“Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento
di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta
fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega
Adrian Lyttelton ne La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al
1929 Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a
ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non
voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta,
ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali
del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e
azzardosa quella del “Tevere”.
Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde
alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita
sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle
estreme conseguenze.
Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora
più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “La difesa
della razza” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a
seguito dell’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, cercherà di
illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista. La nuova rivista –
che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio
Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al
pianterreno di Palazzo Wedekind, a piazza Colonna 366, e sostenuta
economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad
incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale
hitleriana”. (Mughini, p.148).
Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il
proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre
del 1938, infatti, poco dopo il debutto de “La difesa della razza”, vide la luce
“Contra Judaeos“. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la Biblioteca
razziale italiana, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del
quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo
facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti
universitari fascisti tra i firmatari del Manifesto sulla razza, pubblicato il
14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del
tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”,
e perciò inassimilati e inassimilabili.
Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla
“identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”,
nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento
la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e
discriminato gli ebrei.
> “Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il
> suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è
> bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica
> che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e
> alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si
> riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né
> la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è
> questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una
> misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia
> affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza
> pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul
> terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e
> difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“.
>
> “Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938.
*
Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto
passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione
fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola
integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di
alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora
trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo
sconfessandolo.
Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in
considerazione il progetto di una pubblicazione? Matteo Collura, nel suo Il
maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996; La nave di
Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che
le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di
speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla
letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già
in parte toccato un tema simile ne Il cavaliere e la morte (1988), ricordando la
mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per
salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo
fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.
Torniamo allora sulle tracce di Telesio.
Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia
alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il
crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che
apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle
“dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel
momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre
e il padre.
È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da
far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere
dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato Appello agli uomini, non
vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale,
infatti è data alle fiamme. Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale –
manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel
1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana
degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili,
l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La
difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre
le centomila copie.
Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di
Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà
difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring, il 12
settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta
liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a
Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo
avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”.
*
Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo.
Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono,
altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il
destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e
umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi –
al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa
degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la
stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione.
In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora
costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia
Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e
degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un
certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche
Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre
dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il
vento forte della Liberazione.
Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano
come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per
essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla
caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno
scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il
giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole
curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le
persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche
di un certo prestigio. Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico
collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità
morale dell’antifascismo intellettuale.
Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato
di Brescia. Si tratta di Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un
antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e
Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel
frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di
subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie,
incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano
detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che
difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che
l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo
rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso
una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale
ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia
Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito
poche ore prima.
E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia. Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo –
riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani,
dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi. Usciranno solo a
luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta
mancanza di elementi.
Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la
scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad
un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di
proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più
interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e
dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70
aveva curato per Sellerio un volumetto, La noia e l’attesa. Un libro sui
rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta
una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in
atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano
chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo
ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare
Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:
> «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se
> meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i
> rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45.
> Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre,
> dell’avvocato Paroli».
Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista,
dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo
anima:
> «Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni
> lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il
> dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare».
Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha
bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il
corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il
mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare
“Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio. Una
decisione presa in onore dello scrittore scomparso.
*
Sarà allora Giampiero Mughini, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo
stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato
anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona
parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli
nel gennaio 1991 con il titolo A via della Mercede c’era un razzista,
sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e
dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”.
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991
In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure
viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una
vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in
casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo
libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non
dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa
Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a
corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di
Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti
il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e
due blocchetti di assegni, tutti firmati.
Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero.
Scrive Mughini:
> ”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi
> non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere
> criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel
> disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e
> gli altri erano tutti dei doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da
> siciliano, sceglie la seconda via”.
Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una
nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni
di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli
che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra.
Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra
tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa
in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento
post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne La collezione (Einaudi, 2009) –
il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di
dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni
Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue
organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori. Era
la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato
netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove
tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano
quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse
collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse
impossibile. E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di
Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e
impronunciabile è rimasto dopo”.
Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel
silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna
prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà
così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato
Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie
personali, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, che si autoedita
nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente
introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi,
che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere
sul padre.
Telesio Interlandi, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, Edizioni
di Quadrivio, 1962.
*
«A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4
sett. 1961)».
“Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni.
Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel
giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale
galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra
vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la
distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare,
hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a
volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono
estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa
grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho
più scritto un rigo, per me; nulla di nulla”. Telesio Interlandi
*
Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e
pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello
specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e
l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa
messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo
qui una breve bibliografia di riferimento:
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991.
Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova
prefazione dell’autore,
Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non
scrisse, Gussago – Editrice Ermione, 1992.
Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al
giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto In questa notte del
tempo, Sellerio, Palermo, 1999.
Virman Cusenza, Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che
salvò il giornalista di Mussolini, Mondadori, 2022.
Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi,
1996.
Ugo Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, La Nuova Italia, 1973.
https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf
*
Immagine di copertina: La Tempesta, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne
esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte
Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato
nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale.
Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di
Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia
Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla Galleria d’Arte
Moderna di Roma.
Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in
Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il
quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza
ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione(Sossella, 2014), The
River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e
martello in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di
collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige
sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi
poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie
e canzoni1990-2020.
L'articolo “L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a
scrivere proviene da Pangea.
La storia della decadenza di un’epoca e di una civiltà, con tutto il bagaglio di
paure e malinconie che la fine di un mondo si porta dietro. Racconti, romanzi e
lavori teatrali per rappresentare la società viennese di fine Ottocento e inizio
Novecento. Sto parlando di Arthur Schnitzler (1862-1931), figlio della ricca
borghesia ebraica di Vienna, che con il progressivo successo letterario
abbandonò gradualmente la professione di medico per dedicarsi solo alla
scrittura.
Su tutta la sua opera aleggia la lezione di Sigmund Freud, suo concittadino e
contemporaneo, e sui rapporti tra i due molto è stato detto, arrivando sino a
definire Schnitzler il “doppio letterario” del padre della psicoanalisi per la
sua capacità di scavare oltre le apparenze della chiusa e conformista società
viennese del tempo e di portare in superficie i sentimenti rimossi: passione,
eros, aggressività, angoscia. Tutto verissimo, ma attenzione a non vedere
Schnitzler come uno scrittore cupo e pessimista. Le sue storie, oltre a essere
un esempio di eleganza e limpidezza, spesso assomigliano a dei divertissementin
cui si alternano immaginazione e realtà. Basti pensare a Doppio sogno, una
novella dalle atmosfere rarefatte, imperniata sul tema dell’amore sotto forma di
gioco erotico, desiderio, illusione.
Schnitzler è abilissimo a muoversi sulle punte e a danzare sull’orlo del
baratro. È un meraviglioso cronista dell’“Austria felix”, ben consapevole che
dietro l’angolo è in agguato la “finis Austriae”. Utilizzando tecniche narrative
nuove per l’epoca come il monologo interiore e il flusso di coscienza, descrive
la solitudine, gli errori e le debolezze degli uomini del suo tempo, ma senza
mai assumere il tono del giudice arcigno.
Schnitzler non è uno scrittore tragico, semmai tragicomico e giustamente è stato
definito uno “spensierato malinconico”. Il suo sguardo scava nei recessi
dell’animo umano, tra conscio e inconscio, porta in superficie le falsità e le
ambiguità represse come in Doppio sogno:
> «Si, tradire, ingannare, mentire, far la commedia, dovunque, davanti ad
> Albertine, davanti al mondo intero; condurre una specie di doppia vita, essere
> il medico valente e fidato dal promettente avvenire, il buon marito e padre di
> famiglia – e allo stesso tempo un libertino, un seduttore, un cinico che
> giocava con la gente, con uomini e donne a seconda dell’estro – tutto ciò gli
> sembrò in quel momento molto attraente».
Anche nel bellissimo La signorina Else, in cui la tensione del racconto si
sviluppa tra partite di tennis ed escursioni in montagna, la tragedia che sta
per consumarsi rispetta le abitudini e le regole di quel mondo. Si può dire che
la protagonista corre inesorabilmente verso il dramma finale ma lo fa a passo di
walzer.
> «Tutto a casa nostra si risolve sempre con scherzi e battute, anche se nessuno
> di noi ha voglia di scherzare. Abbiamo paura gli uni degli altri, in verità,
> ed ognuno di noi è solo.»
Solo una volta Schnitzler si rivela impietoso. Nel magnifico racconto Fuga nelle
tenebre, la drammatica cronistoria minuto per minuto della perdita di identità
dell’Io del protagonista:
> «Passò di volata accanto al cadavere del fratello e corse fuori, attraverso il
> corridoio buio, giù per le scale, per l’atrio e attraverso il portone […];
> corse per la piazza deserta e la lunga strada del villaggio verso l’aperta
> campagna, arrancò nella neve alta, gettò via il cappotto che gli era
> d’impaccio nel camminare, precipitò sempre avanti, sempre più lontano, non
> avendo altro in animo che la ferma volontà di non ritornare in sé – in una
> notte azzurra, risonante, che mai doveva avere fine per lui.»
Un racconto duro e perfetto come un diamante, scritto tra il 1912 e il 1917, ma
che verrà pubblicato solo nel 1931, poco prima della morte dell’autore.
Silvano Calzini
*In copertina: un disegno di Gustav Klimt
L'articolo “…e ognuno di noi è soli”. Arthur Schnitzler: narrare l’abisso a
passo di walzer proviene da Pangea.
Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era
nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe
diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la
propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est,
dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo
socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore
occidentale della città.
Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la
propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz.
Dresdner Frauen”, che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta
sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la
capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni
dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso
Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti
servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi
intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato.
Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata
dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di
dicembre 2009.
> «Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche
> Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure
> nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti
> di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’”
> subirono una seconda proscrizione».
Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la
manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard
Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i
loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i
confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della
“Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la
vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il
partito nazista, ndr) poi, sono pronti a giurarlo».
Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni
intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a
“coscienza critica” della Germania Occidentale:
> «Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una
> coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come
> Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la
> propria appartenenza al partito nazista?».
Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di
memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni
culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a
nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato»,
rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure
erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti
anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché
gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e
trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri
capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco
occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si
compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come
lo Stato migliore».
Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la
pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato
a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante
macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La
ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania
comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta.
Vito Punzi
*In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022
L'articolo Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la
lobby intellettuale tedesca proviene da Pangea.
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha
pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier
Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits.
Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto
a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e
Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante –
conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione,
Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti
del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai
tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che
si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila
l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante
per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo
in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e
inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.
L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come
veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le
avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti
raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per
amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution
surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il
carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in
scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da
intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi,
era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano
una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda.
Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta –
se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia
eredi, non fa prigionieri.
A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione
di vecchi mestieranti del verbo.
È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la
scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti
italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle
genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel
’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo
caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel
mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per
dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe
Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di
normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di
un’ascesa tra le aquile.
Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler
Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern
Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni
– I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in
fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico
di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea.
L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley
Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti
– da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a
idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa
ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita
Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady
Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta,
un genio in generosità, a prevalere.
Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più,
un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare
un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne
sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura
quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto.
L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio
è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori
antologizzati?
Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a
erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che
credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso,
il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più
celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie
giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla
paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia
giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie
di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la
poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta
vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo,
avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore
e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie
futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa
indole del poeta.
La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici
dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi
ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione
‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.
Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria
inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le
varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie
avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta
di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In
questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena
a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie
lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume
di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito
un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.
Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e
poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da
un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker
e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e
perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’,
‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot
pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy
Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno,
d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde,
Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.
Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare
intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.
Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano
Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e
giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un
libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra
i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell.
Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per
sagacia.
In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da
Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori
sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche
generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con
tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre
antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’,
questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di
un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’,
qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i
poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma
genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita,
attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il
muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di
circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista,
domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui,
si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.
Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.
Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.
*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936
L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito
all’eversione proviene da Pangea.
> “Forse, io sono i racconti che ho ascoltato da bambino.”
>
> (Filippo Tuena, Tutti i sognatori)
È una Roma sospesa tra sogno e storia, tra ricordo e fotografia, quella che
Filippo Tuena, tra i più notevoli scrittori italiani contemporanei, ha fissato
in Tutti i sognatori, romanzo uscito nel 1999 (premiato con il Super Premio
Grinzane Cavour nel 2000), ora ripubblicato da Nottetempo in una versione
integrata con fotografie della capitale occupata e due testi in appendice.
Un’opera labirintica e anfibia, dove la cronaca della Resistenza durante
l’occupazione tedesca si intreccia alla storia privata di un gruppo di famiglia
con interno, travolto dalla violenza del secolo. Due dimensioni, narrativa e
documentale, storica e onirica, si alternano e si sovrappongono in una Roma che
è insieme scenario dechirichiano, con le sue piazze svuotate, gli interni
borghesi, le gallerie d’antiquario simili a cripte, e paesaggio piranesiano,
dove rastrellamenti, torture, le prigioni di via Tasso e le Fosse Ardeatine
emergono in tutta la loro oppressione claustrofobica, con freddo realismo e
talento visionario.
Tutti i sognatori racconta una Roma ascoltata prima ancora che ricostruita,
filtrata dalla memoria, dai racconti familiari, dalle voci dell’infanzia e del
passato. Tuena stesso ha indicato in quei racconti di guerra uditi da bambino
una delle matrici profonde della propria vocazione narrativa. E proprio questa
memoria sedimentata e collettiva è la materia impalpabile del testo oltre che la
sua chiave profonda. Il romanzo nasce infatti da una impostazione duplice che
mischia: da un lato fonti d’archivio, documenti, cablogrammi, dati e
testimonianze; dall’altro il sogno, l’aspetto interiore, la visione, la memoria
privata. Non è un semplice romanzo storico, né una cronaca sentimentale
dell’occupazione. È un testo di frontiera, collocato sulla soglia tra ricerca e
narrazione, dove il dato storico e la febbre immaginativa si fondono in una
sintesi destabilizzante e ammaliante.
Roma appare allora come una necropoli dalle molte anime. Da una parte c’è la
città riconoscibile, occupata dai nazisti tra il 1943 e il 1944, con la sua
geografia della paura, con la sua esattezza toponomastica, in cui si inscena la
danza delle ombre di spie, infiltrati, partigiani, tedeschi, fascisti
collaborazionisti, delatori e prigionieri. Dall’altra c’è una Roma mentale,
quasi metafisica, dove ogni gesto sembra annunciato da un presagio e ogni
personaggio cammina già dentro il proprio destino. È una città rosselliniana per
la concretezza della violenza, ma borgesiana per la sospensione, l’enigma,
l’immobilità sacra che precede la rovina e la infesta. Tuena però non scioglie
questi due registri ma li lascia coesistere, li costringe a riflettersi l’uno
nell’altro, fino a dissolverli in un mistero quasi hawthorniano, dove la guerra
e la memoria hanno la stessa consistenza del sogno.
Il centro narrativo del romanzo è la famiglia Bellingardi, borghese, di origine
elvetica, installata in un’enclave che ancora crede possibile una forma di
neutralità separata, protetta dall’autorità svizzera e dalla propria condizione
sociale. La croce elvetica sulla porta, gli interni appartati, le abitudini
familiari, gli oggetti d’arte, tutto sembra comporre una piccola montagna
incantata immune dalla guerra. Ma questa illusione si sgretola presto. La storia
entra nella loro vita come un fantasma o un sortilegio. Basta l’arrivo di un
ufficiale tedesco, una minaccia, un nome pronunciato a bassa voce, perché il
mondo custodito dai Bellingardi venga attraversato dalla stessa violenza che
devasta la città.
Dentro questo spazio si muovono Maria e Luca. Maria, figlia dei Bellingardi,
appartiene alla dimensione del sogno, dell’immaginazione, dell’altrove è una
giovinetta con tutta la vita davanti. Luca è un giovane antiquario,
collaboratore del padre di lei, educato al bello, agli oggetti di lusso, ai
quadri, alle cose rare. Il loro rapporto non è meramente sentimentale: è il
pretesto in cui Tuena mette alla prova due modi diversi di intendere la
bellezza. Per Maria la bellezza diventa visione, estraneazione, sopravvivenza
interiore. Per Luca, invece, nasce come desiderio di possesso, come rapporto
fisico con l’opera, con la mercanzia sublime del passato, con gli avanzi di una
civiltà antica di cui brama il fascino e il fato. Ma la guerra trasforma questa
educazione estetica nell’anticamera della sua ribellione.
Il percorso di Luca è uno degli snodi più forti del libro. Egli si muove
inizialmente in una Roma patrizia che lentamente si spoglia della bellezza
custodita nei salotti, nelle gallerie, nelle case nobiliari, nei depositi
d’antiquariato per le urgenze della guerra. Vive tra specchiere veneziane,
statue, mobili, arredi, oggetti carichi di fascino. Sembra appartenere
interamente a quel lusso residuale, a quella civiltà di resti e di forme. Ma
l’occupazione nazista gli rivela che non si può amare davvero la bellezza
restando indifferenti davanti a ciò che la distrugge. La sua adesione alla
Resistenza non nasce però da un sistema ideologico, né da un romanticismo
politico. Nasce da una ferita personale, da una questione privata ed estetica.
In questo senso Tuena mostra come pochi che in verità “le motivazioni di chi si
ribella sono sempre personali”. Le azioni degli uomini non hanno simpatia per
l’ordine fisso, per gli schemi ideologici e le mitologie politiche, ma sono
mosse dalle intermittenze del cuore, dalla fantasia della storia. L’autore
pertanto pur non abdicando alla propria vocazione civile, sceglie di non
subordinare mai ad essa la sua concezione della scrittura come viaggio verso
l’ignoto e ricerca di quella complessità che solo la letteratura sa cogliere. È
questo il cuore morale del libro. Luca diventa un cane sciolto, un guerrigliero
indipendente, non perché abbia aderito a una dottrina, ma perché ha riconosciuto
nella violenza fascista e nazista una forza capace di deturpare il mondo e la
bellezza. È in questo come il Milton di Fenoglio o il Generale della Rovere di
Rossellini, non un monumento di valore e valori, ma un uomo vero in carne e ossa
che sceglie da che parte stare fino all’estremo sacrificio per mano dei
nazifascisti. Per altri la Resistenza potrà nascere dalla giustizia, dalla
libertà, dalla pietà, dall’amore. Per lui nasce dalla bellezza. E proprio per
questo non è meno autentica, ma anzi è concreta, personale, carnale, e per
questo più aderente alla sua natura.
L’opera affronta così la Resistenza non come monumento già compiuto, ma la
ricostruisce nella sua materia incerta, individuale, contraddittoria. Ci sono
diverse bande partigiani e diversi fiancheggiatori, figure positive e negative,
c’è soprattutto l’ambiguità del reale e del suo strano enigma. Ciò non
diminuisce il valore della lotta partigiana nella guerra civile, ma al
contrario, lo rende più vera. La grande storia nasce infatti da ragioni private,
fragili, talvolta confuse e accidentali, ma non per questo meno assolute. È lì
che l’epica smette di essere un programma ideologico e diventa esperienza capace
di mostrare che solo ciò che è ordinario mantiene quello che lo straordinario
promette.
Allo stesso tempo la trama segue il progressivo crollo dell’illusione di
neutralità. Roma non permette di restare spettatori. La famiglia Bellingardi
scopre che la neutralità in cui si era rinchiusa è solo un autoinganno destinato
a consumarsi. In una città dove il ghetto ebraico viene rastrellato, dove via
Tasso inghiotte i prigionieri, dove le Fosse Ardeatine raccolgono i corpi della
rappresaglia, nessuno è davvero fuori dalla guerra. Anche chi sogna viene
raggiunto. Anche chi commercia bellezza viene chiamato a decidere.
Maria attraversa questa rivelazione in modo diverso da Luca. Lei sogna perché il
reale è insufficiente, perché la morte non chiude tutto, perché l’amore continua
a cercare una forma anche quando la storia lo spezza. In questo personaggio
Tuena deposita uno dei nuclei più profondi del romanzo: il sogno come
sopravvivenza, come comunicazione con l’assente, e forza che sfugge al controllo
razionale e proprio per questo travalica la vita. I sogni riescono a costruire
ponti con l’altrove.
Lo stile obbedisce a questa duplicità. È asciutto e visionario, documentario e
lirico, burocratico e magico. Tuena, infatti, alterna narrazione, inserti
storiografici, materiali da dossier, memoria familiare, cronaca, fantasia. Il
risultato è un montaggio visionario in cui la pagina procede come una camera
oscura in cui i fatti storici vengono impressi dalla luce instabile della
memoria. La lingua non cerca l’enfasi o la drammaticità a tutti i costi ma anzi
nei momenti più duri resta fredda, quasi trattenuta. Ed è proprio questa
freddezza a rendere più intollerabile l’orrore, a renderlo vero. Le Fosse
Ardeatine, la repressione, la tortura, la violenza fascista e tedesca non
vengono amplificate, ma accadono, e la loro nuda fattualità basta a generare
sgomento.
In questo senso Tutti i sognatori occupa un posto essenziale nell’opera di Tuena
presentandosi come il suo principale libro di transizione. Guarda ancora al
fantastico, al sogno, all’irrealtà, alla dimensione visionaria che attraversa
una parte della sua narrativa; ma anticipa con chiarezza il Tuena successivo,
quello della narrazione documentale, dell’archivio, del montaggio, della storia
ricostruita attraverso frammenti, testimonianze, fotografie, resti. Qui l’autore
sta nel punto di passaggio tra invenzione e documento. Non rinuncia alla trama,
ai personaggi, all’amore, al destino di testi straordinari come Il volo
dell’occasione; ma già sente che la letteratura deve misurarsi con ciò che è
accaduto davvero, con ciò che resta nelle carte, nelle lettere, nelle
fotografie, nei verbali, nelle memorie, come nel successivo Le variazioni
Reinach.
Il libro, perciò, non è soltanto una “lettera d’amore a Roma” durante
l’occupazione nazista, anche se lo è in modo evidente. È una meditazione sulla
memoria come materia viva e instabile. Tuena lavora pertanto nella zona in cui
ricordo e archivio si correggono, si contraddicono, si accendono a vicenda. La
sua Roma non è soltanto quella verificabile delle date e dei luoghi, ma nemmeno
una città puramente letteraria. È un luogo metafisico in cui il sogno emenda la
precisione della storia definendo un’atmosfera sospesa che permettere di
cogliere la verità della storia e della letteratura. E nel farlo ricorda la
sublime distanza e l’intima e segreta partecipazione con il mistero dei migliori
quadri di Fabrizio Clerici (pensiamo alla quiete sospesa e ctonia del Sonno
romano o all’incombente presagio di fatalità di Latitudine Bocklin) e di De
Chirico.
Anche il titolo si apre così in più direzioni. Sono sognatori Maria, Luca, i
Bellingardi, i partigiani, i morti, i vivi, gli ingenui, gli illusi, gli uomini
che credono ancora di poter restare separati dal proprio tempo e quelli che
credono di cambiarlo. Ma sognare non significa solo fuggire. Può voler dire
vedere ciò che il giorno nasconde. I sogni di Tuena sono ambigui, potenti,
appartengono all’infanzia e alla morte, all’amore e alla politica, alla memoria
e alla profezia. Sono qualcosa che sa farsi misteriosa forma del tempo, e
rivelazione privata.
> “Lei, Maria, se ne innamorava e riusciva, attraverso i sogni, a mantenere una
> relazione con quel morto. Per questo nel titolo, che ancora non c’era, volevo
> la parola ‘sognatori’, ‘sogno’. Credo, come gli antichi, che i sogni abbiano
> una forza che noi non riusciamo a cogliere appieno e che ci sfugge e che,
> proprio sfuggendoci, dimostra la sua potenza. E questo tema, dell’amore che
> vinceva la morte e dei sogni che ne erano il tramite, mi affascinava. Pensavo
> fosse una suggestione personale, che nasceva da una lunga consuetudine con
> l’irrealtà, con la fantasia: le armi che mi difendono quando mi sento a
> disagio. Invece nasceva da un dato reale. E tragico.”
Leggere Tutti i sognatori vuol dire pertanto trovarsi in una terra di confine,
in un romanzo raro che mentre ci racconta una delle più ricche e sincere
testimonianze della letteratura sulla guerra civile, sa portare il lettore,
grazie alla sua scrittura, in viaggio verso l’altrove.
Francesco Subiaco
*In copertina: Fabrizio Clerici, “Minerva phlegraea”, 1956-57
L'articolo Le fantasie della Storia. Intorno a “Tutti i sognatori” di Filippo
Tuena proviene da Pangea.