> In quest’anno 1964 compio cinquant’anni. Ho un sacco di fobie non viaggio in
> treno né in aereo né in nave, non salgo oltre il quarto piano delle case, non
> mi chiudo nelle sale da concerto, non vado ai funerali, non m’intaso con la
> macchina nelle strade del centro, non mangio frutta né verdura, non saluto le
> persone antipatiche potrei continuare per un pezzo. Sono quindi ancora malato
> e credo che non guarirò mai.
Allergico alle mode, insofferente delle correnti letterarie e politiche
dominanti, isolato, scorbutico, tormentato, incompreso, ma soprattutto uno
straordinario scrittore. Questo è stato Giuseppe Berto (1914 -1978), l’autore
de Il male oscuro, il più grande romanzo della letteratura italiana dal
dopoguerra a oggi per distacco, che, in ossequio alla migliore tradizione
italiana, in un primo tempo venne rifiutato da varie case editrici e stroncato
dalla critica ufficiale, sempre diffidente e ostile verso chi non fa parte dei
“soliti noti” e non si allinea al conformismo imperante. Poi per fortuna,
seppure a denti stretti, arrivarono anche i riconoscimenti e Il male oscuro nel
1964 vinse sia il premio Viareggio sia il Campiello. Tuttavia Berto continuò a
restare un alieno per il mondo culturale italiano; non gli venne mai perdonata
l’adesione giovanile, in buona fede e per questo mai rinnegata, al fascismo e il
suo essere un antiretorico per eccellenza in un Paese che della retorica ha
fatto una religione. Illuminanti a questo proposito queste parole di Berto:
> «In Italia quando ci accorgiamo che qualcosa difetta di sostanza, noi la
> scriviamo con l’iniziale maiuscola, in questo modo conferendole una specie di
> garanzia immunitaria, che mette al riparo dal buon senso e dalla critica».
Approdato alla scrittura al ritorno dalla guerra e dalla lunga prigionia negli
Stati Uniti, quando pubblicò Il cielo è rosso, che fu subito un successo
internazionale, Berto fu iscritto d’ufficio nel novero degli scrittori
neorealisti, ma, non essendo uomo incline ad accettare di essere incasellato in
un filone di successo, ben presto prese le distanze dal mondo culturale
imperante:
> «Fu così che mi trovai intruppato con i neorealisti. Noi intellettuali
> superstiti alla guerra, avevamo l’illusione di poter contare qualcosa
> nell’organizzazione della società. Cademmo, invece, in un grosso imbroglio».
Questo rifiuto del neorealismo lo portò a scontrarsi con l’establishment
letterario e all’isolamento, ma, armato solo della sua grande onestà
intellettuale, Berto non scese mai a compromessi con le varie correnti e cricche
imperanti, pagandone fino in fondo le conseguenze.
Leggere Il male oscuro è un’esperienza indimenticabile. Come ebbe a dire Indro
Montanelli, è un libro che una volta iniziato costringe il lettore ad andare
«fino in fondo con la stessa galoppante furia con cui si ha l’impressione che
Berto lo abbia scritto». Il romanzo è la storia, autobiografica, di una nevrosi
da angoscia che affligge il protagonista, originata dal conflitto irrisolto con
la figura del padre; una discesa dentro se stesso e dentro la malattia descritta
in uno stile originalissimo, con periodi lunghissimi e senza punteggiatura che
rappresentano in modo perfetto e coinvolgente il fluire ininterrotto della
memoria con tutte le angosce e le emozioni dell’io narrante.
Viaggio nel male di vivere e nella complessità dell’animo umano, e nello stesso
tempo viaggio in un’Italia che stava affrontando il passaggio dai valori della
società contadina e patriarcale (incarnata dalla figura autoritaria del padre) a
quelli della società industriale e dei consumi.
Un libro rivoluzionario e modernissimo sia per il tema trattato, la depressione,
che allora veniva chiamata esaurimento nervoso, sia per lo stile di scrittura
che trascina il lettore in un vortice di pensieri, libere associazioni, ricordi,
ossessioni. Un romanzo coraggioso che esplora come pochi altri, una parte di noi
stessi che di solito non abbiamo il coraggio di guardare, ma che, come diceva
Berto, c’è, esiste in noi, e nasconderla non serve che a renderci sempre più
ammalati e infelici.
Silvano Calzini
L'articolo “Ho un sacco di fobie”. Sia lode a Giuseppe Berto, un alieno proviene
da Pangea.
Source - Pangea
Rivista avventuriera di cultura&idee
La Gloria, disorientante romanzo pressoché dimenticato dell’altrettanto
dimenticato Giuseppe Berto, rappresenta la sacra storia di Gesù dal punto di
vista di Giuda – il traditore, il reietto, il suicida. Si tratta dell’attesa di
un evento che ci precede e che ci oltrepassa, ci trafigge, ci respinge e, imbuto
di potenza metafisica, ci risucchia. Si tratta di una suspense che si sviluppa
più lentamente degli istanti del tempo umano, di una durata che non dura, di un
Dio che fugge, si nasconde, ci vorrebbe imitare e salvare e graziare e
glorificare. È “l’attesa dell’Atteso” che ci custodisce, a dispetto della
secolarizzazione, nel recinto del non completamente dicibile; la
rappresentazione dell’avvento che ancora non ad-viene, del nume legato all’uomo
– che se ne nutre, che lo flagella, lo unge, crocifigge, redime.
Giuda, come il Battista, aveva un segno sul collo che via via si faceva più
scuro e, alla stregua di Gesù, era stato occultamente chiamato a qualcosa di
ineluttabilmente necessario, a un olocausto paradossale, alla tragedia, alla
ironia che contrasta l’Assoluto facendone parte.
Giuda come il Battista era lì per un Altro, un altro che era in fondo pure se
stesso, un daimon fattosi carne, il doppio davanti alla propria anima, davanti
agli epopti, davanti a tutti gli astanti, ai disperati, agli illusi, agli
assetati di altro vino, agli affamati d’altra carne. Giuda però ha frainteso il
senso della gloria di cui avrebbe dovuto infine godere. Giuda sapeva che luce
non è solo luce e che la tenebra non è solo tenebra, ma aspettava un capo,
lottava per la giustizia impossibile; impossibile quanto l’avvento del Regno,
del Regno di Dio, preparato dall’Unto.
Giuda sperava in un leader dal braccio forte, in un condottiero per il quale
morire, che sapesse insanguinare la spada, che sapesse indicare la via, guidare
alla morte, che sapesse cacciare l’oppressore romano o immolarsi per cacciarlo,
un re che sapesse essere re, un circonfuso che sapesse incendiare tutti i cuori,
innescarne l’impeto, la furia devastatrice, apocalittica sollecitudine di morte,
la voglia di martirio. Giuda che – diversamente dagli altri discepoli – amava
così profondamente da non perdere la sincerità più scomoda e che era così fedele
da non pretendere miracoli da saltimbanchi, che sapeva stare sempre un passo
indietro e che non era alla ricerca di fatti straordinari ma di ipnotizzanti
parole catalizzatrici, proprio lui, non era affatto solo lui.
Giuda era l’umanità nella sua maledetta aspettazione di Qualcosa, nella sua
ontologica apertura, nella sua escatologica pro-gettualità; ed era ognuno di
noi: il tormento che ci attanaglia la notte singolarmente; la vertigine che ci
agita personalmente, quella che ci prende uno per uno e senza lasciare scampo;
il non-senso che ci strozza quando si assenta il divertissement; il nulla che ci
prende anima per anima avanzando senza chiedere, aprendo senza bussare; l’ospite
più inquietante che ci trattiene, che ci schiaccia nella oscurità.
Giuda è la punizione che arriva prima di morire; la coscienza che ti sussurra la
dannazione inevitabile; la macerazione che non si può evitare e la fatalità dei
rapporti umani, così parossistici, così indecifrabilmente imperfetti ma anche
rotondi, in-sensati oltre il comprensibile.
Giuda, anagramma di “guida”, è la consapevolezza che il male rimesta il circolo
del bene e il bene il circolo del male. Giuda dà del Tu a Gesù e Berto, nel
romanzo del lontano 1978, utilizza l’iniziale maiuscola giacché a Gesù si dà del
Tu, lo si ricerca nell’io, ma gli si dà quel Tu che si dà a un padre. Vi è
perciò anche tutto un altro mondo dentro Giuda, un mondo che è di Giuseppe
Berto, che è Giuda dentro Berto – Berto dentro Giuda. Il suo rapporto col Tu è
difatti sì rapporto con un più fragile e dubitante io, ma è altresì il rapporto
con la austera serietà di un nomos che ci supera, di un Padre che ci crea e così
ci incatena, che ci ama e così ci abbandona. Ordunque, come rileva Silvio
Perrella nella rivelante postfazione della edizione Neri Pozza, Giuda è anche
Giuseppe Berto che rievoca in Gesù la ricerca del padre trapassato di cui è
stata faticosa, tragicamente geniale testimonianza Il male oscuro. Gesù, perciò,
compagno e tormentato fratello, ma appunto financo padre rispetto a cui ci si
sente in colpa, rispetto a cui si vorrebbe essere all’altezza; padre che non è
lecito tradire nemmeno quando tradire significa non tradire. E in fondo è oscuro
pure il male che ci avvolge tutti, ma ognuno con una tunica diversa; il male che
si stringe come una corda intorno al collo di ognuno e che non lascia scampo,
che prima o poi arriva o che c’è e non ha bisogno di arrivare.
Il male che già i Greci avevano identificato nella individuazione, nella rottura
di una immaginata armonia.
Il male come inconveniente di nascere, direbbe Cioran, che però apre fatalmente
alla speranza del ritorno, alla ricomposizione dello strappo, alla risoluzione,
all’ultimo abbraccio, all’ultimo incontro; il male che dal due riapre all’Uno;
il travaglio del negativo che prelude a una improbabile sintesi finale, il suo
costante presentimento, il suo ri-sentimento. L’abbandono dell’uomo e quello
dell’inquieto Gesù, un uomo che parla per enigmi, che ama per enigmi; il calice
amaro, quello che dobbiamo bere, che beviamo affidandoci lo stesso; la cicuta
che ci deve redimere; l’esempio che dobbiamo dare; il sangue che dobbiamo
versare. E Giuda che stringe la corda intorno al suo collo sempre più forte ad
ogni suo passo, che tradisce per compiere la parola dell’Altro, che muore da
uomo per amare da Dio, per amare un uomo-Dio, questo Giuda è fedele perché ha
quello strano grado di confidenza inspiegabile con Gesù che lo obbliga a
procedere, lo giustifica, ma ancora forse non lo grazia. Il dilaniato e umano
traditore mostra la sovraumana forza della fede, lo sconquasso della fede,
timore amore tremore.
D’altra parte come fa Giuda a raccontarci i fatti? Da dove li racconta? C’è poi
una dimensione dopo la morte da dove poter narrare e, ancor di più, dopo quel
tipo di morte? Ecco che ancora una volta Giuda non è soltanto Giuda ma l’uomo
che urla nell’uomo:
> “O Eterno io grido da luoghi troppo profondi: Signore, non ascoltare la mia
> voce”.
Luca Caddeo
*In copertina: Caravaggio, “Cattura di Cristo”, 1603
L'articolo “O Eterno io grido da luoghi troppo profondi”. Intorno al romanzo più
potente di Giuseppe Berto proviene da Pangea.
La brezza blu dell’angoscia scompiglia il fogliame d’ossa dell’anima, agitandolo
dinanzi alla faccia lapidata del cielo… Quell’angoscia irriducibilmente nuda, e
per questo ancor più erotica, che denudando sé e colui che perseguita apre le
nozze di morte all’amplesso inconcludente di quelle due vacuità – Dio e l’uomo.
L’angoscia… questa prostituzione della divinità – di colui che non è me, ma è
più me di me stesso –… profanazione della sua bellezza, profanazione che ancor
più la magnifica: questo cerca, qui, Georges Bataille: l’improfanabilità della
Bellezza…
E all’improfanabile, a ciò che non è toccato dalla profanazione, ecco, si
giunge… profanando, se stessi. Lettore di Nietzsche, fece sua questa
predicazione di Zarathustra: “La notte è anch’essa un sole”. È lì lo snodo
mistico, l’inversione divina dei valori, quel che nel reale ha aura di disgusto,
di miserando, di carcame, insomma, che tende a essere vissuto come profanazione
apparente, qui invece, nella noche oscura, è Grazia disvelante Dio, sottrae Dio
dal suo inviolabile distacco e, una volta aperta la breccia nell’anima, questa
lo inghiotte, lo risucchia… La profanazione è dunque l’angelo messaggero di
Dio, e a pochi è dato di non essere annientati dal messaggio che reca; ma se lo
si sopporta, se lo si vive fino al disgusto, fino alla vertigine, fino alla
gnosi…
Dice, Simone Weil, che vi è un punto della sventura giunto il quale
non desideriamo seguitare a subirla oltre, né che essa ci venga tolta.
Aggiungerei, con Kafka: è proprio quel punto che bisogna raggiungere. E per
essere più spietato ancora: da quel punto, proprio da quel punto, il più brutale
della notte, notte che non può in alcun modo sprofondare in notte più notturna
ancora… ecco – da lì soltanto sgorgherà luce.
Qui in Bataille siamo nell’oscura luminosità di quest’esperienza
interiore, nell’ambivalenza tra trascendenza e martirio, siamo il cane di fuoco
che sbrana l’amore nel rito di adorazione. Penso alla Pentesilea di Kleist, lei
che scambiava, violata dal troppo pieno, gangrenata da questa malattia della
luce, il bacio col morso, e che si scagliò, con le sue cagne, come una cagna, a
divorare Achille: è che raggiunse l’improfanabile ormai. Comprendiamo anche come
Bataille si sia innamorato di Angela da Foligno, la santa scanfarda cristica,
colei che per puro amore beveva l’acqua di lavatura dei leprosi, non sentendone,
sulla lingua, che dolcezza. Travolti dall’angoscia, e risucchiati nell’infinita
bontà dell’assoluto, semplicemente, come mirabilmente scrisse Rilke: “l’orrido
sorride”…
Georges Bataille (1897-1962)
L’Arcangelico di Bataille è di questa stessa crudeltà, di questa bontà crudele e
ingenua. E, forse, redentrice: “Io sono padre e la tomba del cielo”, dice. Non
potrebbe essere altrimenti, nell’amplesso con Dio, si diventa Dio, come ben
sapeva Eckhart. Ma quale tentativo di redenzione non passa oggi,
nietzschianamente, attraverso l’abisso della condanna eterna del soggetto
eroico? Tutto risiede in questa semplice consapevolezza: la vera dottrina della
Bellezza è una soteriologia che ci condurrà alla nostra stessa immolazione, a
presentare sulla soglia lo scalpo del nostro cuore, se vogliamo che ci venga
concesso di varcarla. A questo è condannato chiunque voglia salvare, battezzare
nella Bellezza: vivere nella propria anima tutta l’apocalisse che vi conduce…
Che sia accettata l’immolazione, che la coscienza del gorgo si tramuti in gioia
di dover morire. Che si riesca, con Bataille, a dire di se stessi, un giorno, io
sono la gioia dinanzi alla morte. Ben ci stia il ruolo di vittima della
Bellezza, ché il Giardino risiede nella spada di fuoco con la quale dovremo
profanare – amare – sgozzare – vivere – Dio.
Di seguito, delle poesie inedite di Bataille, tratte dall’Arcangelico e da altre
raccolte sparse nel suo esodo fuori dalla letteratura. (De Saint-Cyr)
***
io sono il morto
il cieco
l’ombra senz’aria
come fiumi al mare
il rumore e la luce
in me si perdono senza fine
io sono il padre
e la tomba
del cielo
***
Il tempo mi opprime
cado scivolo sulle ginocchia
le mie mani tastano la notte
addio ruscelli di luce
non mi resta che l’ombra
le feci il sangue
attendo il rintocco di campana
quando gettando
un grido entrerò nell’ombra
***
Di là della morte
un giorno
la terra ruota nel cielo
io sono morto
e la tenebre
si alternano senza fine con il giorno
l’universo mi è chiuso
resto cieco dentro di lui
in accordo con il nulla.
***
Il nulla non è che me stesso
l’universo non è che la mia tomba
il sole non è che la morte
i miei occhi sono il fulmine cieco
il mio cuore il cielo
dove scoppia il temporale
in me stesso
in fondo a un abisso
l’immenso universo è la morte
***
Sputa sangue
è rugiada
la sciabola di cui morirò
dal margine del pozzo
guarda il cielo stellato
ha la trasparenza delle lacrime.
***
Sono maledetto ecco madre
quant’è lunga questa notte
la mia lunga notte senza lacrime
notte avara d’amore
oh cuore spaccato da pietre
inferno della mia bocca di cenere
tu sei la morte delle lacrime
sii maledetta
il mio cuore maledetto i miei occhi malati ti cercano
tu sei il vuoto e la cenere
uccello senza testa che batte le ali nella notte
l’universo è fatto della tua poca speranza
l’universo è il tuo cuore malato e il mio
svolazzante da sfiorare la morte
al cimitero della speranza
il mio dolore è la gioia
la mia cenere fuoco.
***
Più alto
più alto dell’oscuro del cielo
più alto
della folle apertura
una scia di lucore
è l’alone della morte.
***
Attraverso la menzogna, l’indifferenza, il clicchettio dei denti, la felicità
insensata, la certezza,
nel fondo del pozzo, dente contro dente della morte, un’infima particella di
vita accecante nasce da un accumulo d’immondizia, ne rifuggo, insiste;
iniettato, nella fronte, un rivolo di sangue si mischia con le lacrime e mi
bagna le cosce,
infima particella nata dall’inganno, da avarizie impudenti, non meno
indifferenti a sé che all’altezza del cielo,
e purezza del carnefice, d’esplosione che tagliuzza le grida.
***
La stella è la mia nudità
le stelle sono i miei denti
mi scaravento presso i morti
vestito di bianco sole.
***
Poggio la verga contro la tua guancia
la punta ti sfiora l’orecchio
lecca lentamente le mie sacche
la tua lingua è dolce come acqua
la tua lingua è cruda come una macellaia
è rossa come un coscio
la sua punta è un cucù strillante
la mia verga singhiozza di saliva
il tuo sedere è la mia dea
si apre come una bocca
lo adoro come il cielo
lo venero come il fuoco
bevo dal tuo squarcio
adagio le tue gambe nude
le apro come un libro
dove leggo quel che mi uccide.
***
Oh cranio ano della notte
cosa che muore il cielo il respiro
il vento reca l’assenza all’oscurità
Deserta un cielo falsifica l’essere
voce vuota lingua pesante di bare
la testa urta contro l’essere
la testa sottrae l’essere
la malattia dell’essere vomita un sole nero di sputi
La camicia sollevata attraverso
l’acqua fiorita di peli
quando la felicità sporca lecca la lattuga
Il cuore malato
dalla pioggia alla luce vacillante
della bava lei ride agli angeli.
Georges Bataille
*In copertina: Georges Bataille, Sacrifices, 1936
L'articolo La purezza del carnefice. Le poesie di Georges Bataille proviene da
Pangea.
Bianca colomba che voli sul relitto di Argo, allontanati da questa nave, perché
presto per me, Giasone, qui volerà l’avvoltoio. Ma se per qualche momento vuoi
riposarti dalle fatiche del volo, vieni a posarti sul mio petto. Dalle mie
labbra potrai cogliere semi di parole. Ma dopo che mi avrai ascoltato, riprendi
il volo perché non potrei difenderti dagli artigli rapaci. Qui mi vedi come uno
spaventapasseri piantato nella sabbia, all’ombra dell’albero maestro, e con la
poca forza che mi resta non potrei affrontare nemmeno un passerotto. Da dove
vieni, tu, alla mia ultima spiaggia? Dov’è il tuo nido? Forse come Giasone non
hai un nido e i tuoi piccoli sono finiti in pasto alla civetta. Sei forse una
colomba di Zeus che porta nel becco l’ambrosia per il dio? Ricordo che avevo una
colomba bianca, nel viaggio alla conquista del Vello d’Oro. E come la colomba la
nostra nave volò sull’onda attraverso mascelle di pietra: le rupi Simplegadi si
chiusero di schianto, ma strapparono solo qualche frammento dalla poppa della
nave. Avevo una colomba bianca, la prima volta che vidi la figlia del re dei
Colchi. Il viso di Medea era coperto da un velo d’argento, quando le donai la
colomba, sacra ad Afrodite. Medea ricambiò con un’ampolla di sangue, il sangue
di un fiore che avrebbe reso il mio corpo inattaccabile dei tori che soffiano
fuoco, ma la mia anima vulnerabile alle sue arti.
Bianca stella del grande Zeus, quello che tu vedi è solo un relitto imprigionato
nella sabbia, con le costole spezzate e il legno è fradicio di mare. Dove
remavano gli argonauti ora abitano i granchi.Su questa stessa spiaggia avevo
consacrato la nave alla Regina degli dei. Prima di salpare, su questa spiaggia
costruimmo un altare ad Apollo. Mai si era vista una tale schiera di eroi
prendere il mare! C’era Eracle, sterminatore di nani e di giganti, che presto
avrebbe scelto altre avventure; c’era Orfeo della stirpe di Apollo, incantatore
di uomini, di donne e di serpenti, e spesso la sua musica riuscì più della
spada; c’era Teseo, e Castoro e Polluce, e il timoniere Tifi, che avrebbe
lasciato la sua vita lungo il viaggio. Le tempeste e gli uccelli ci
flagellavano, ma noi eravamo come una testuggine impenetrabile. Ciascuno seguiva
il suo fato, la volontà degli dei e il comando di un re che sognava soltanto il
nostro naufragio. Quante isole sul nostro cammino salato, e mari, e fiumi, e
popoli! Argo era una nave magica. Atena le aveva dato il dono della parola. Al
timone, quando i miei compagni dormivano, le confidavo mie pene, il sollievo per
i pericoli scampati e l’angoscia per i pericoli in agguato. La voce di Argo
dolcemente mi rassicurava indicandomi la stella da seguire per giungere al Paese
dell’Aurora. Ogni notte mi appariva una donna velata avvolta nel Vello d’Oro.
Gustave Moreau, Giasone e Medea, 1865
Bianca colomba che danzi sul mio petto, sappi che quando l’avvoltoio verrà a
cavarmi gli occhi col suo rostro, non riuscirà a strapparmi i ricordi. Mi hanno
detto che l’uomo scende nudo all’Averno, ma conserva i sentimenti, i luoghi e i
volti della vita perduta. E poi, nel corso del viaggio, ho già visto il sentiero
che conduce all’abisso, fantasmi di guerrieri in piedi e in armi sulla tomba,
fratelli uccidere i fratelli, tutti accecati dalla notte. Ho visto le acque
ritirarsi spaventate, dove il fiume Acheronte getta la sua amarezza nel mare.
Nessuno, in vita, vedrà mai quello che noi argonauti vedemmo. Dai monti della
Colchide scende un fiume dove il sangue di Prometeo si perde, a goccia a goccia.
Noi non vedemmo il titano inchiodato dalla volontà di Zeus, però lo sentimmo e i
suoi lamenti ci ferirono. Ormai eravamo giunti alla fine del nostro viaggio: il
Paese dell’Aurora. Al re dei Colchi chiesi il premio promesso, il Vello d’Oro,
ma gli dei sanno che mi avrebbe ucciso, se solo avesse potuto. Egli mi impose
altre prove, altre fatiche, con la promessa di darmi infine quello che il cielo
voleva. Nelle sue parole c’era un veleno. Ma il dio degli amanti aveva già
scoccato la freccia nel nido del re: al cuore di sua figlia Medea. Medea che
parlava alla luna e conosceva il segreto del fiore; Medea che tradì il sangue
del suo sangue per fedeltà al suo amore; Medea che unse il mio corpo con questo
amore, affinché potessi mettere il giogo ai tori di suo padre, tracciare il mio
solco nella pianura, seminare denti di drago e sterminare i frutti della semina,
ché erano giganti.
Il re dei Colchi aveva già deciso la morte di noi argonauti, non certo di
vestirci del Vello d’Oro, quando Medea, nel cuore della notte, venne a
svegliarmi. Mi condusse nel bosco di Ares, dove il serpente custodiva il Vello
d’Oro. La notte, il bosco e il serpente immenso esalavano vapori. Medea
incominciò a cantare e a danzare, invocando Ecate, la dea. E il serpente prese a
inarcarsi, dondolando la testa come un serpente incantato. Poi ricadde in avanti
e lì restò, immobile, mentre le fauci si spalancavano lente, come una pietra
tombale.
Tra i ‘mostri’ affrontati dagli Argonauti spiccano i Gigeni, giganti a sei
braccia (qui: Nuremberg Chronicle, 1493)
Medea mi unse ancora e disse:
“II fuoco di Medea è più forte del fuoco del serpente. Tu che sei venuto dal
paese dove il Sole tramonta, entra sicuro nelle fauci della bestia: il Vello
d’Oro è nel suo ventre.”
Così entrai in quella caverna di carne, nel luogo più feroce, e non mi fece
male. Quando tornai a respirare l’aria del bosco, la notte fuggì, perché tornavo
avvolto nella luce del Vello d’Oro! Medea portò una mano agli occhi e disse:
“II sole è sorto dalle fauci del serpente!”
E con il sole tra le mani tornammo alla nave, per fuggire dal regno dei Colchi.
Il risveglio del re fu udito in ogni parte del regno:
“Gli argonauti ci rubano il Vello!”
I guerrieri si schierarono in armi lungo le sponde del fiume Fasi, ad aspettare
il nostro passaggio. Attoniti gli eserciti ci videro passare, perché Argo
splendeva come una nave d’oro. Noi argonauti eravamo schierati sul ponte con gli
scudi. Avvolta nel Vello, Medea sembrava una statua d’oro scolpita da un dio. Il
re e molti che troppo la guardarono scendere lungo il fiume restarono accecati.
Argo ancora non aveva raggiunto la foce che molte navi si misero alla nostra
caccia. E questo è il punto più doloroso del racconto, perché da questo punto in
poi una sottile scia di sangue innocente ci avrebbe seguiti. Le navi dei Colchi
erano più veloci e stavano per raggiungerci quando Medea trasse un fagotto da un
cesto. Piangeva, e le sue lacrime cadevano sul viso di un bambino che le
sorrideva.
“Chi è quel bambino?” gridai.
“La vostra salvezza!” gridò Medea.
E con la lama divise il corpo di suo fratello Apsirto in quattro parti,
seminandole nel mare. Poi, senza un grido, Medea si gettò negli abissi. L’orrore
dipinse di nero i volti dei Colchi. I Colchi calarono le vele e alzarono lamenti
alle Erinni, fermandosi a raccogliere le membra sparse del piccolo principe.
Intanto la magica nave ci portava lontano, ma la notte tutti la sentimmo
piangere e lamentarsi:
“Nessun mare laverà mai questo sangue! Perché la scure di Argos mi strappò alla
quiete nella foresta? Meglio se il fulmine mi avesse bruciato con tutte le
radici!”
Da quella notte Argo non avrebbe più parlato. Andammo alla deriva sul mare,
specchio del cielo, con il Vello d’Oro inchiodato all’albero maestro. Il tempo
divorò non pochi argonauti. Semmai qualcuno ritornò a Iolco, quello non fui io,
Giasone.
Enzo Fontana
*Enzo Fontana ha pubblicato, tra le altre cose, “Tra la perduta gente”
(Mondadori, 1996), “Mia linfa mio foco” (Guaraldi, 1996), “Diario di un ragazzo
clonato” (Ancora, 2002), “Il fuoco nuovo” (Marietti, 2006).
In copertina: Asterione, uno degli Argonauti, condotto da Giove, 1664
L'articolo L’Argonauta o il naufragio della vita. Un racconto di Enzo Fontana
proviene da Pangea.
È stato Eugenio Montale, parlando di ornitologia lirica, a eleggere l’upupa ad
animale-totem della poesia. Una fotografia scattata da Ugo Mulan nel
1970, Montale e l’upupa, testimonia una somiglianza rapace. L’upupa, “nunzio
primaverile”, “aligero folletto”, fa mostra di sé in Ossi di seppia: l’“ilare
uccello calunniato/ dai poeti” sigilla in realtà uno dei miti più lugubri del
canone greco. In upupa, infatti, fu tramutato Tereo, re di Tracia, dopo aver
pasteggiato con le carni del figli Iti, imbanditogli per vendetta dalla moglie,
Procne. Tereo aveva violentato la sorella di lei, Filomela, per poi mozzarle la
lingua, che nella versione raccontata da Ovidio vediamo “pulsare rotolando/ come
si dibatte la coda recisa di un serpente”. Secondo il mito – narrato nel VI
libro delle Metamorfosi, ma anche, con premurose varianti, da Apollodoro e da
Igino (per cui Tereo fu volto in falco) – Procne divenne rondine e Filomela
usignolo. A dire di Robert Graves, il grande poeta e mitografo, il mito traduce,
per spiragli, l’antica era del sacerdozio femminile: Procne sarebbe “una
profetessa che cadeva nella trance profetica dopo aver masticato foglie di
alloro” e che “traeva auspici dai visceri di un fanciullo sacrificato in onore
del re”. Nel Corano l’upupa appare nella Sura XXVII: l’uccello, il più sapiente
e altolocato – per via della cresta-corona – svela a Salomone segreti sulla
regina di Saba. Nella Bibbia, l’upupa è elencata tra “i volatili… obbrobriosi”
(Lv 11,13 ss.), su cui grava interdizione, divieto di pasto, insieme a
pipistrelli e cicogne, falchi, corvi e gufi. Tale anatema non riguarda usignoli
né rondini.
Intorno a tale mito, Carmen Gallo ha costruito Procne Machine (Einaudi, 2026),
concept album di raggelata bellezza, che comincia cantando le rondini (“Nello
slargo della piazza/ si rincorrevano felici o furiose, non saprei dirlo”) e
termina con un quadro di Max Ernst. In mezzo, una trincea di prose che
setacciano i rivoli del mito – tra Aristofane e Lou Reed –, un poemetto, Le
metamorfosi, che si snoda come una filastrocca horror, una sessione di
traduzioni da cui spicca la rondine di Tennyson. A mio giudizio, il poeta più
animalesco di tutti – e forse il più bravo, se in poesia hanno poi senso
aggettivi e regni – è Ted Hughes, il tenebroso marito di Sylvia Plath; lo
scrittore che ha descritto le rondini – “creature gioiose e pure di spirito,
estranee alle angosce umane” – meglio di tutti è Henry Williamson, in Tarka la
lontra, romanzo di suprema potenza. Ma questi sono dettagli. In Procne machine,
libro scritto con estro ‘modernista’ – tra l’altro, Carmen Gallo ha tradotto La
terra devastata di Eliot nel 2021, per il Saggiatore –, solidissimo, tutto
intelletto, spiccano i temi del sopruso, della violenza, della castrazione
domestica, della patrilinearità nel male. È un libro che flirta con quelli,
rivoluzionari, di Anne Carson, in sorellanza con i metodi di Hannah Sullivan,
tra gli audaci poeti britannici di oggi: si legga Tre poesie, libro da poco in
Italia per Crocetti, introdotto proprio dalla Gallo. Che l’autrice abbia paura
degli uccelli – “Ho sempre avuto paura di voi” – rende il libro un
esperimento in picchiata, su cui domina un’aura da film di Hitchcock.
Genesi. Come nasce questo libro, metamorfico?
Era un po’ di tempo che il mito di Procne e Filomela mi tornava in mente, e a
lungo ho cercato una forma per attraversarlo. Alla fine, ho intuito che cambiare
spesso forma era forse l’unico modo, per me, per ridare voce alla lingua
tagliata di Filomela che è da sempre anche la lingua tagliata di chi scrive
poesia, che deve ogni volta ritrovare le ragioni profonde per uscire dal
silenzio e cantare (ancora). Così nel libro si avvicendano liriche più
tradizionali, prose minime (in realtà, un montaggio straniante della stessa
scena attraverso i secoli), un lungo poemetto narrativo con voci dall’aldilà (in
dialogo con Ovidio, Leopardi, Kafka), traduzioni di poesie dal Romanticismo in
poi, un’ecfrasi di un quadro surrealista di Ernst.
Fonti. Vedo Eliot, ti è piaciuto rimeditare “Foe”; è un libro, il tuo, che
piacerebbe a Anne Carson. Non vedo, tra i tanti convocati – in ragione del tema
e della trama – Ted Hughes, Robert Graves, Ritsos. Insomma: vorrei ragionassi
sui modi con cui l’intelletto si coagula all’ispirazione – senza soggiogarla,
spero.
Sono tante le voci che si sarebbero potute convocare: dai lais di Maria di
Francia a Bianca among the nightingales di Elizabeth Barrett Browning alle
riscritture mitologiche di Christa Wolf e Margaret Atwood, ma anche fuori dalla
letteratura si può pensare alle farfalle meccaniche di Rebecca Horn e i ragni di
Louise Bourgeois. Tuttavia, lo scopo dell’inchiesta ‘volatile’ del libro non era
quella di ricapitolare o esaurire quanto scritto sull’argomento, ma provare a
riattivare quanto della nostra millenaria relazione con gli animali, e con gli
uccelli in particolare, è ancora capace di illuminare zone buie della nostra
esperienza della realtà. In questa idea di mettere le mani nella tradizione,
sperimentando con le forme più diverse, facendo dialogare passato e presente,
devo sicuramente molto a Anne Carson e alla sua spregiudicatezza nel ripensare
le convenzioni dei generi.
Se posso dirmi comunque eliotiana, invece, è perché ho cercato di fare mio –
almeno nelle intenzioni – quanto Eliot scrive dei poeti metafisici inglesi,
elogiandone la capacità di tenere insieme pensiero ed emozione, di riuscire a
far ‘sentire’ il pensiero con la stessa immediatezza con cui si percepisce
l’odore di una rosa. So che è questa solo una delle possibilità della poesia; so
che esiste poesia straordinaria in cui la dimensione del pensiero può essere
lasciata da parte a favore della pura emozione, estasi, visione; so che esiste
poesia straordinaria che spesso rischia di inaridire la necessità della lingua
poetica con il troppo pensare. Io non riesco a rinunciare – finora, ma non è una
scelta definitiva, forse è solo una tappa– a questa possibilità di usare la
poesia come strumento di una conoscenza più profonda di noi e del nostro stare a
questo mondo. Penso spesso ai versi di Antonella Anedda “Se ho scritto è per
pensiero/ perché ero in pensiero per la vita” (da Notti di pace occidentale) e
alle parole di Amelia Rosselli, “Scrivere è chiedersi com’è fatto il mondo”.
Lei è Carmen Gallo
Sorgenti. Come hai scritto un libro così? Sì, è proprio questa la domanda: come
si passa dal poemetto gotico-fiabesco “Le metamorfosi” a “Procne Machine” a
“Traducendo Keats”. Continuità, scollamento. Dov’è la sorgente? Facci entrare
nella tua mente.
Non è facile spiegare, e non tutto è sempre, dall’inizio, un fare consapevole.
Credo si proceda per accumulo e associazione di spunti significativi che si
sedimentano per mesi, anni. Da qualche tempo non mi interessa raccogliere in
volume testi eterogenei, ma lavorare sin dall’inizio a un libro di poesia
compatto. L’idea è quella, credo, di cercare una verticalità o una profondità
che scongiuri la dispersione orizzontale, la parola oziosa, se si vuole il
narcisismo (comunque ineludibile) del racconto estemporaneo di sé. Nel
fortissimo rumore di fondo che ci circonda – dentro e fuori il mondo della
poesia – lo percepisco come un atto quasi di responsabilità, o meno
enfaticamente di auto-legittimazione alla presa di parola.
Tutto è iniziato dalla sezione Procne machine: la macchina che rimastica il mito
attraverso i secoli. Non volevo riscrivere il mito di Procne e Filomela, volevo
mettere in serie, come in una catena di montaggio, tutti i pezzetti della loro
storia, come fa Filomela – nella versione ovidiana – quando riesce a ricamare su
brandelli di stoffa l’orrore della violenza che ha subito. Poi scavando negli
elementi del mito, le riverberazioni di questa storia sono arrivate fino a
colpirmi nella mia dimensione autobiografica (in “Aprile”) e nella mia passione
più grande, la traduzione intesa come gesto di ‘dare voce’ ma anche di ‘imporre
la propria voce’ in “Traducendo Keats”. Il filo conduttore è quello del ‘canto
(ancora) possibile’. La progressiva estinzione del canto degli uccelli e le sue
ricadute sulla nostra percezione e comprensione del mondo da cui prende avvio il
libro mi ha fatto pensare al compito della poesia come ‘canto’, alla sua
interdizione (Filomela), alla necessità di imparare a cantare con gli altri (la
traduzione), cercando però di trovare ogni volta la propria voce e soprattutto
un canto in dialogo con la storia, con la realtà, che non sia mero esercizio
letterario. In Le metamorfosi lascio la parola a due uccelli impagliati
(l’usignola e la rondine del mito diventano oggetti, soprammobili, macchine
canore): volevo esplorare un coro di voci, animali e post mortem, capaci di
cantare le mostruosità ordinarie degli umani.
Mito (cioè: etica). Un libro scritto per le “femmine che cantano”? Nel mito che
risussurri – che ri-compi più che ricomporre – ci assale l’antico tabù della
madre che scanna il figlio. Ancora: a cosa ci serve far legna nel mito,
deragliare lì, oggi?
Il libro non è scritto per ‘le femmine che cantano’, ma ha al centro delle
femmine che cantano, o almeno ci provano. Se posso emozionarmi fino alle lacrime
leggendo il passo dell’Iliade in cui i soldati difendono il cadavere di
Patroclo, pur non avendo alcuna esperienza militare, credo bene che sia
possibile per chiunque leggere questo libro senza considerarlo un libro ‘per
femmine’, ma accettando l’invito a sentire parimenti l’orrore della violenza che
investe da secoli i corpi delle donne e li lascia simbolicamente insepolti, non
riconosciuti. Ripartire dal mito per farlo deragliare (grazie dell’espressione,
molto adatta) può essere un modo per far risalire in superficie qualcosa che è
nascosto e ci parla adesso in modo diverso. In fondo, è nella natura stessa del
mito essere rielaborato, ripensato, ri-mediato. Come tutte le cose umane, il
mito è inscritto nel tempo ed è in dialogo con chi lo legge e lo ripensa nel
proprio tempo che continua a tramandarsi. Si pensi a quanto parla oggi a noi, in
modo diverso, il mito di Fetonte, per esempio, che per esuberanza e incompetenza
arriva quasi a distruggere il mondo incapace com’è di tenere le redini del carro
del sole. Io ho scelto il mito di Procne e Filomela perché, nella tradizione che
lo tramanda, ci costringe a interrogarci sulla violenza, subita e perpetrata, ma
anche su una certa ottusità nel modo in cui viene raccontata.
Acquaforte del XVIII secolo che raffigura il mito di Procne, Filomela e Tereo
secondo Ovidio
Smitizzare il metodo. A che pro, ancora, perimetrare sé e il mondo con la
poesia?
È proprio questo il punto di partenza del libro, che rischiava però di essere
anche il punto di arresto. A che serve scrivere ancora poesia. La lingua
tagliata di Filomela (e più avanti nel libro quella di Friday di Coetzee) per me
significava anche quello (non solo quello): l’impossibilità di dire, la rinuncia
a dire dinanzi a ciò che di terribile accade intorno a noi. E ancora peggio, per
quanto suoni retorico: se esiste la possibilità di una poesia il cui scopo non
sia estetizzare, ‘rendere bello’ con il suo canto, a volte persino intrattenere
o consolare in modo troppo facile (se una consolazione c’è nella poesia non è
nell’oblio o nell’assoluzione, ma nella comprensione e nella condivisione più
profonda). Forse, se in questo libro ‘metamorfico’ cambio spesso forma è anche
per mostrare questa ricerca costante, per mettere in scena l’irrequietezza di un
canto che resiste solo trasformandosi, cercando nuove possibilità.
Canone ornitologico. Potremmo raccontare la poesia italiana secondo criteri
ornitologici: l’assiuolo di Pascoli, l’upupa di Montale, il passero di Parini e
di Leopardi, il cardellino di Saba… E tu, che alato sei, perché?
Domanda difficile per una che è terrorizzata da tutti i volatili. Gli unici
esemplari che temo di meno forse sono le rondini. Mi piace il loro profilo
stilizzato, quasi disegnato, irreale, i loro nidi sotto le grondaie anche in
città, l’irrequietezza del loro volo chiassoso, il loro viaggiare sempre verso
sud quando è tempo di svernare, la promessa che torneranno, che ogni cosa anche
se trasformata in qualche modo ritorna.
*In copertina: fermo immagine da “Gli uccelli”, il film di Alfred Hitchcock del
1963
L'articolo Dialogo con Carmen Gallo intorno a rondini e upupe, lingue mozzate e
donne violate proviene da Pangea.
Con il percorso tracciato attraverso l’opera di Antonella Anedda, abbiamo
osservato come il luogo poetico si trasformi progressivamente da spazio di
esperienza nello spostamento a campo instabile di interrogazione, fino a farsi
frammento aperto, non riconducibile a una sintesi definitiva. Il passaggio
da Anabasi a Geografie mostra infatti uno spostamento decisivo: il luogo non è
più soltanto ciò che accoglie il soggetto o ciò che ne riflette la dislocazione,
ma diventa il punto critico in cui il linguaggio misura i propri limiti e la
propria responsabilità. È a partire da questo esito che si rende necessario
interrogare una diversa postura poetica, capace non solo di attraversare i
luoghi, ma di sostare nei loro resti, nei margini lasciati dalla storia, dalla
trasformazione dei paesaggi, dalla perdita di senso condiviso. Se in Anedda
il “tra” assume la forma di una soglia mobile e di una frammentarietà aperta,
nella poesia di Fabio Pusterla esso si configura sempre più come pratica etica,
come scelta consapevole di permanenza nei punti di attrito tra umano, naturale e
storico.
La poesia di Fabio Pusterla, infatti, si inscrive in una tradizione che
intreccia la riflessione sulla natura e il paesaggio con la dimensione
esistenziale e sociale dell’uomo. Come in Anedda, in Pusterla il paesaggio è
uno spazio di attraversamento e non uno sfondo statico, in cui ogni elemento
naturale diventa soglia e confine da esplorare. Ma, mentre in Anedda lo stesso
paesaggio si connota come luogo di memoria e dissoluzione, in Pusterla è più
legato a una dinamica di resti e tracce che rimangono dopo un movimento che
spesso è conflittuale, ecco perché nei suoi testiincontriamo
luoghi di resistenza e di rivelazione. Ogni spazio sembra essere testimone di un
passato non lineare e di una contemporaneità segnata dalla disgregazione,
il margine si esperisce come zona operativa, come il punto in cui si misura la
vicenda umana – ma non solo – nella perdita di un assetto sicuro e nel faccia a
faccia con l’instabilità. Anche per questo, la sua poetica si nutre di ciò che è
lasciato indietro, di tracce che, seppur frammentarie, possono
suggerire aperture invece che chiusure. L’elemento etico di questa pratica
poetica risiede proprio nella consapevolezza della fragilità del nostro stare
nel mondo, per cui abitare il margine è confrontarsi con la precarietà del
vivere, ma anche con la sua bellezza transitoria. La poesia, così, si fa
più attenta alla realtà, come una luce che filtra attraverso i vetri infranti di
una cattedrale abbandonata, senza l’illusione ma con la speranza che gli stessi
resti possano essere riuniti in un’idea di bellezza sorgiva, indirizzabile verso
un futuro tutto da reimmaginare. Il margine diviene, in questo modo,
il territorio della possibilità, nonostante o proprio a causa della fragilità
del vivente.
Per provare a capire come la poetica del “tra” sia un presupposto nell’opera di
Pusterla, occorre iniziare da un componimento che definirei “inaugurale”, in
quanto la relazione si instaura sin quasi dalle origini non soltanto tra gli
esseri umani, ma tra questi e gli elementi naturali, soprattutto gli animali che
ne percorrono trasversalmente tutta l’opera.
L’anguilla del Reno, dalla raccolta Bocksten (1989), dimostra in primo luogo che
l’attraversamento è una condizione biologica e perciò necessaria. L’anguilla,
infatti, è un essere migrante per definizione, il suo ciclo vitale implica il
passaggio dal fiume al mare aperto, un movimento inscritto nel corpo prima
ancora che nella volontà. Pusterla assume questa figura come emblema di
un’esistenza che continua a muoversi malgrado l’impossibilità concreta del
movimento:
> Adesso sì, sorella, e più di prima,
> se guizzi disperata tra scoli d’atrazina
> e getti d’olio vischioso;
> o se colpisci di coda, estenuata,
> la carezza dell’onda di fosfati che s’annera
> sulla ghiaia della riva
> (la riva, il greto,
> il melmoso sabbione
> frugati dalle torce delle squadre,
> sfrecciano via elicotteri, lampeggiano
> bluastre le sirene bitonali),
> se adesso persino il Baltico è perduto,
> circoscritto il viaggio
> nell’armilla d’incendi e d’esplosioni,
> e ti rituffi ai relitti, ai tesori del fondo,
> chiglie corrose e catene d’ancoraggio,
> a precipizio per correnti verticali, masse d’acqua
> più fredde, dove scopri il tuo brivido,
> un istinto di nuoto, perché il mare
> è un profumo lontanissimo, il sospetto
> di un sogno interrotto poco prima dell’alba,
> quanto basta alla pinna e al tuo testardo
> palpito delle branchie, per strappare
> un attimo all’asfissia, un’idea di vita
> all’evidenza dei fatti, l’ultima sfida all’ansia, un’utopia
> alla paura di tutti.
Il testo si apre con un vocativo – “Adesso sì, sorella” – che instaura subito
una relazione etica, per cui il termine “sorella” – di montaliana, anadiplotica
reminiscenza – sposta il discorso sul piano della prossimità: ciò che accade
all’anguilla chiama in causa direttamente il soggetto umano, non come in
Montale, però, per il quale l’esistenza è guerra costante con le forze
contrastanti della natura (tra l’altro con echi leopardiani concettualmente
evidenti), bensì perché responsabile di un male diffuso che ricade sulla natura
stessa, ormai indifesa e agonizzante. Il correlativo dell’anguilla da tenace si
fa fragile e necessitante cura, mentre si perde tra i nuovi veleni (atrazina,
fosfati, ecc.). Ci vorrebbe un nuovo habitat ma ancora il poeta non riesce a
vederne in prospettiva, perciò, in questo testo, è il margine – una zona di
contiguità tra specie, corpi, destini, in un ambiente compromesso – la speranza
per quel futuro che sembra impraticabile. Il paesaggio, per quanto
identificabile nella presenza invasiva di resti tossici, di sostanze che
impediscono il passaggio e trasformano il fiume in una trappola, manifesta
un’etica dell’attraversamento, perché nonostante tutto lo scempio l’anguilla
continua a muoversi. Il suo guizzo non è eroico, bensì disperato, estenuato; è
vero e proprio per questo radicale. Il viaggio verso il mare – già in altri
contesti, lo abbiamo notato, simbolo di origine e compimento – è dichiarato
impossibile: “persino il Baltico è perduto”. Il movimento, quindi, non conduce
più a una meta, ma si riduce a un restare in vita nel passaggio stesso.
Il testo insiste su una compressione spaziale: il grande viaggio migratorio si
restringe a un’“armilla di incendi ed esplosioni”, una sorta di cerchio
infernale che sostituisce l’orizzonte aperto. Questo è uno spostamento decisivo
rispetto, ad esempio, ad Anedda: mentre in Confini la frammentarietà apre lo
spazio, qui la stessa frammentarietà lo chiude, lo rende verticale,
claustrofobico, fatto di precipizi e masse d’acqua fredde. L’attraversamento
diventa immersione forzata, discesa verso relitti e rovine, “chiglie corrose e
catene d’ancoraggio”.
Eppure, proprio in questo fondo degradato, avviene qualcosa di essenziale, come
abbiamo provato a dire in precedenza: l’anguilla scopre il suo “brivido”, il suo
“istinto di nuoto”, non quindi una speranza in senso consolatorio, ma
una resistenza minima, corporea, quasi automatica (sarebbe interessante
approfondire l’aspetto dell’istintualità come automatismo in ogni forma di
resistenza). Il mare, da luogo raggiungibile, si tramuta in “un profumo
lontanissimo”, “il sospetto/ di un sogno interrotto all’alba”, una pura traccia
sensoriale con la quale la memoria biologica provoca uno scarto fondamentale: lo
spazio è interno al corpo, inscritto nel ritmo delle branchie, nella pinna che
continua a muoversi, nell’idea di sopravvivenza che aspetta nuove definizioni e,
chissà, anche un nuovo linguaggio (cos’è l’anguilla se non la poesia stessa,
cioè il senso dell’umano continuamente in trasformazione e allo stesso tempo
sempre a un passo dalla sua fine?)
La lingua poetica di Pusterla accompagna questo movimento senza mai sublimarlo.
Il verso lungo, cumulativo, quasi asfittico, riproduce la fatica del nuoto, la
mancanza di respiro (con un richiamo evidente, estremo, al testo di Montale –
estremo perché qui il climax è discendente e decostruttivo, in Montale invece è
ascendente e costruttivo, come la sintassi ci suggerisce in entrambi i testi). A
emergere è un’idea di vita ridotta al minimo, ma non per questo arresa e
indirizzata comunque a “strappare/ un attimo all’asfissia, un’idea di vita/
all’evidenza dei fatti”. È qui che si chiarisce ancora una volta la dimensione
etica del testo: l’anguilla non vince, non arriva, non redime nulla, ma nel suo
ostinato movimento produce “l’ultima sfida all’ansia, un’utopia alla paura di
tutti”, dove l’utopia è un gesto infinitesimale senza la costruzione di un
progetto di fuoriuscita, un restare nel passaggio quando ogni passaggio è
negato.
Rispetto ai testi di Anedda o di De Angelis, qui il “tra” è una zona di attrito
violento, in cui il vivente è costretto a negoziare la propria sopravvivenza tra
scarti e distruzione – così spiego anche le scelte espressionistiche evidenti
soprattutto nell’apparato sonoro, quasi un repêchage fonico e lessicale della
petrosità dantesca. Tuttavia, la continuità con i poeti appena citati è
profonda: anche in Pusterla, infatti, il luogo è un campo di forze che espone,
ferisce, e che allo stesso tempo implica risposte altre ai tradizionali
interrogativi etici.
La pratica del margine diventa resistenza senza promessa di riconciliazione
attraverso la poetica dei resti anche in un altro testo, stavolta della
raccolta Pietra sangue (1999), Arazzo:
> Galleggiano detriti. Fili d’erba, una striscia
> di verde, controriva. Dopo, foglie
> bordeggiano di giallo e infine i rami
> chiudono il tricolore dello stagno. Viene un pesce
> già morto ad incagliare il proprio argento
> nella lieta flottiglia delle scorie,
> nell’arazzo che fonde le storie
> di ciascuno e le muta in fanghiglia. E la rana
> che vive tra i due regni sporge un occhio
> fisso, liquido e nero. Poi s’immerge.
Qui il confine non è più attraversato in forma dinamica e migratoria, come
accadeva nell’anguilla, ma abitato come superficie di deposito. Lo spazio è uno
stagno, luogo per definizione intermedio, quasi sospeso tra movimento e stasi
dove la vita stessa galleggia, i resti si accumulano entrando in relazione
concreta con la morte. L’incipit è netto: “Galleggiano detriti”. In questa
realtà residuale, quindi, questi stessi detriti si muovono e sono fili d’erba,
foglie, rami che partecipano dello stesso sistema ontologico delle “scorie”
(addirittura una “lieta flottiglia” che va a incagliarsi nella “fanghiglia” che
tutto impania e riassorbe, perfino il lento movimento dei resti). La distinzione
tra naturale e artificiale si dissolve in una continuità degradativa, in cui
tutto è ugualmente residuo. Anche il colore – il verde, il giallo, il tricolore
che si compone con i rami nello stagno – non produce armonia, ma una
combinazione involontaria, una decorazione nata nella decomposizione. È qui che
il titolo diventa decisivo: l’“arazzo” in questione è un tessuto naturale del
tutto accidentale, prodotto dall’accumulo e dal tempo. Il pesce morto che
“incaglia il proprio argento” introduce una riflessione centrale nella poetica
pusterliana: la vita che entra nel regime del resto e, quindi, dell’eccedenza di
senso nella natura intesa come tragitto esistenziale. La morte, perciò, si
integra nella tessitura, diventa un elemento tra gli altri. L’argento del corpo
morto non risplende come simbolo, ma è invece materia sempre trascinata e la
“lieta flottiglia delle scorie”, di cui si diceva, espone un’immagine
volutamente disturbante, in cui l’aggettivo “lieta” non riscattando
nulla, accentua l’assenza di giudizio morale. Come in De Angelis e soprattutto
Anedda, nulla viene salvato, nulla viene condannato. Ecco perché il punto
cruciale della poesia è rappresentato dall’intuizione per cui l’arazzo “fonde le
storie/ di ciascuno e le muta in fanghiglia”, infatti qui la soglia da spaziale,
si fa narrativa ed etica. Le storie individuali – biologiche, naturali, forse
anche umane – perdono contorno, si confondono, vengono assorbite in una materia
indistinta. Non c’è memoria monumentale, non c’è archivio: c’è una memoria
fangosa, impersonale, che conserva senza ordinare per eventuali future
trasformazioni biologiche. In questo contesto appare la rana, figura liminale
per eccellenza, “che vive tra i due regni”, abitante, dunque, che col suo occhio
“fisso, liquido e nero” registra per un attimo il cammino della materia alla sua
decomposizione per poi immergersi ritraendosi perfino dal senso (Pusterla apre
sempre nella sua opera, con la presenza degli animali, un’altra possibile
visuale: la resa al mero essere che invece l’uomo non riesce ad accettare
trasformando qualunque ecosistema).
A mio avviso, rispetto a L’anguilla del Reno, qui l’etica dell’attraversamento
subisce uno spostamento decisivo, perché se nell’anguilla il movimento resisteva
alla distruzione come gesto vitale estremo, in Arazzo la stessa resistenza
coincide con il restare, con l’essere parte del deposito, con l’accettazione di
una coesistenza non gerarchica tra vita, morte e scarto (la resa di cui dicevo).
Il margine diventa una zona di compresenza opaca, in cui nulla si risolve e che
sembra accettare in una speranza alla seconda potenza anche la disperazione
della fine (anche se in un’accezione materialistica e biologica che non ammette
alcuna trascendenza).
È in questa sospensione che, per Pusterla, la poesia esercita la sua funzione
etica, rendendo visibile ciò che continua a esistere quando ogni orizzonte di
salvezza è venuto meno.
Adesso è il momento di attraversare la soglia che ci trasporta alla seconda fase
del percorso poetico di Pusterla. Quelli più recenti, infatti, sono i libri del
tentativo di ri-apertura del margine, per cui le riflessioni esistenziali si
spingono sempre più sul versante dello sdegno politico e risalgono i crinali
della vita sociale focalizzandone gli errori e manifestando attraverso la parola
una nuova pietas, totalmente laica, nella relazione tra soggetto e mondo.
Ripartiamo da Corpo stellare (2010), forse il capolavoro di Pusterla, e
soffermiamoci su una poesia che ci permetterà di dire qualcosa sulla pietas cui
si è appena accennato. Nello specifico, si tratta del terzo movimento della
serie Abbozzo degli aerei e delle ali, in cui sembra possibile individuare nella
poesia la capacità di trascendere il senso delle cose attraverso l’immaginazione
e, quindi, nella reinvenzione dello stesso (sempre, però, in un orizzonte
concreto e per niente metafisico), ma leggiamo:
“Poi cade un altro aereo, magari.
Scende muto in un mare
assolutamente blu, profondissimo
lento e deciso cala oscillando verso
le zone sconosciute,
traversa le alghe e i sargassi,
colonie di molluschi, torpedini,
trapassa le correnti, si conficca nei fondali
di sabbia e di roccia primaria,
giunge all’origine dei pesci progenitori
degli anfibi e dei rettili,
progenitori degli uccelli e degli angeli
e degli uomini smarriti,
sempre più in basso come una speranza
che deve inabissarsi, una parola
che ha perduto se stessa e va
verso il basso a ritrovare il suo senso
che forse non c’è disperata.
Le ali servono adesso a volare al contrario,
a calare nel buio.
L’ultima planata verso ciò che sta sotto,
nel cielo più grande.
Un’altra stella,
dunque, che adesso ci chiama e ci guida?
Dal fondo,
risale una luce rifratta, una voce inesausta:
dal fondo di un mare.
“le ali e le vele, le piume e le ciglia, le mani:
e poi gli occhi, i colori.
Verso la bellezza, lontani dalla bellezza;
verso il vero e distanti,
perduti e frementi. Nuotare, danzare, cadere
provare a rialzarsi. Poi basta.”
(Come per l’acqua il pesce…
Sopra le nostre parole di tempera e colla,
di polvere e d’olio,
una rotta da inventare senza radar?)
Tempeste magnetiche, corpi guizzanti”.
Nel terzo movimento di Abbozzo degli aerei e delle ali, la scena iniziale è
volutamente dimessa: “Poi cade un altro aereo, magari”. L’avverbio sospensivo e
il tono quasi incidentale sottraggono l’evento a qualsiasi enfasi tragica o
spettacolare. Qualcosa accade, ancora, come parte di una serialità anonima. Da
subito, il testo rifiuta la posizione del giudizio e quella della denuncia,
collocandosi in un registro di osservazione che è già, implicitamente, una forma
di presa in carico. La discesa dell’aereo è al rallenty, non è rappresentata con
un impatto improvviso: «lento e deciso cala oscillando», e infatti il lessico
insiste sull’attraversamento di strati – alghe, correnti, fondali, sabbia,
roccia primaria – che non funzionano come semplici elementi descrittivi, ma sono
livelli di realtà. L’aereo, oggetto tecnico per eccellenza, viene
progressivamente sottratto alla dimensione dell’uso e della funzione per essere
reinscritto in una genealogia più ampia, che include pesci, anfibi, rettili,
uccelli, angeli e uomini. Questa sequenza vive in una continuità senza
gerarchie: il testo lavora per giustapposizione, non per opposizione e così
sfuma la differenziazione tra natura e cultura.
È in questo movimento che si produce un primo slittamento decisivo: ciò che cade
non viene isolato né espulso, viene invece accolto in una trama comune. La
caduta diventa una forma di ritorno, non a un’origine mitica, ma a un fondo
condiviso in cui le differenze di statuto si attenuano, quasi diventando origine
di un nuovo mistero: è lo stesso linguaggio a perdere l’orientamento? (“una
parola / che ha perduto se stessa e va/ verso il basso a ritrovare il suo senso/
che forse non c’è”). Sembrerebbe, ma Pusterla non cerca di riscattare il
fallimento della parola, né di risolverlo. Al contrario, lo stesso fallimento –
la caduta – è accolto come parte dell’esperienza. E tuttavia, proprio in questa
accettazione, il movimento non si arresta. Le ali, simbolo tradizionale
dell’elevazione, non vengono negate, ma riconvertite: “Le ali servono adesso a
volare al contrario”. Non è la funzione a essere abolita, ma il suo
orientamento, il volo così conduce più profondamente dentro al mondo e non fuori
di esso. A questo punto, però, proprio dal fondo risale una voce “inesausta”,
non autoritaria né salvifica che trasporta a un elenco fragile di gesti e di
possibilità nella loro concretezza ed effettività: nuotare, danzare, cadere,
provare a rialzarsi. Il testo non separa il tentativo dal fallimento, l’impulso
dalla rinuncia, ma lo mantiene nello stesso registro di esposizione. La bellezza
è evocata e allo stesso momento problematizzata: “Verso la bellezza, lontani
dalla bellezza”, verso una condizione impermanente, non risolta. Catabasi e
anabasi confondono le loro prospettive e, anzi, grazie alla parola poetica
risultano innecessarie, spostando l’attenzione etica verso il movimento che è la
risultante dell’abbattimento di ogni pregiudiziale spaziale localizzabile e,
perciò, nominabile. Né alto né basso, dunque, ed è da questa dinamica testuale
che emerge ciò che possiamo riconoscere come pietas: un modo di relazionarsi con
ciò che cade, con ciò che perde senso, con ciò che non può essere salvato. La
poesia – e quindi il soggetto che la esplicita, nonché noi che ne leggiamo – ci
accompagna nell’attraversamento, fino al fondo e accettando che dal fondo possa
risalire solo una luce rifratta, mai piena, mai definitiva.
In questo modo, la pietas si configura come una pratica linguistica, cioè una
forma di attenzione che pur non promettendo riconciliazione, comunque continua a
immaginare il reale anche quando il senso è fragile, disperso, incerto. In
questa fedeltà all’attraversamento, quindi, più che in qualsiasi dichiarazione
etica, la poesia di Pusterla trova la sua forza.
Nel passaggio da rappresentazione a esplorazione si gioca proprio il senso della
parola in poesia, il suo essere “tra” mondi come etica del possibile che
continua a interrogarsi, che solo così testimonia la necessità di praticare il
margine. Ma ora occorre vedere come questo nuovo sentire si declini negli ultimi
lavori.
Prendiamo in considerazione un testo dalla penultima
raccolta, Tremalume (2022), Botta e risposta sulle ombre:
Botta e risposta sulle ombre
1.
L’aquila, se era un’aquila, spaziava
roteando su torrioni di roccia
e l’ombra correva nei prati
come uno spettro rapido levando
fischi tra i sassi fughe nei cunicoli.
Poi, dopo giri e giri, finse di scomparire
per invece posarsi astuta o stanca
sullo sperone più alto della cresta,
di lì guardando a capofitto il mondo
con occhio micidiale.
Invisibile, catafratta sugli spalti,
affilava il suo rostro seguiva le prede,
ma le marmotte sapevano da sempre
trattare l’ombra come cosa salda,
non fidarsi mai, prevedere i pericoli.
Era un teatro diverso dal nostro di palude.
Spietato, più sereno. A perpendicolo
crudeltà senza male.
2.
“E senza bene” aggiunge l’altro sornione “senza
progetto di parola, senza storia: nell’eterna
sempre uguale biologia priva di gloria.
Questo rimpiangi? Questo
sostituirebbe scienza, dubbio e memoria, etica?
E la tua aquila, che forse non è aquila: se esiste
sarà un’allegoria che a noi rimanda, o mera cosa
estranea alla parola, non lo vedi? Lo dici, vola via,
si mimetizza”.
“Nessun rimpianto”
ribatto nervoso “resta l’ombra,
quel segno d’ombra da leggere sull’erba
come una via di fuga, un orizzonte
inarrivabile che impedisce di acquietarsi,
forse di disperare. Nel muro dell’umano una finestra
sull’oltre”. “Se ti basta” non cede “ti accontenti
di poco”.
“Del desiderio” gli dico, provo a dire.
“Del desiderio, della ferita e del vento”.
Il contrasto vibra sul margine di un impianto etico. L’aquila, protagonista
della primissima parte è una figura incerta, quasi fantasmatica, una parola
predatoria e appollaiata sulla costruzione naturale-culturale (si veda la
terminologia da assedio: torrioni, catafratta, spalti, rostro, ecc.), pronta
allo scatto decisivo, “micidiale”. Eppure, come non leggere nella capacità delle
marmotte di trattare “l’ombra come cosa salda” una parte altrettanto attiva
nella dialettica della predazione.Per respingere l’agguato – e refutarne quasi
il presupposto linguistico, cioè la predestinazione alla fine sotto gli artigli
del più forte – conoscono e sanno trattare l’aspetto fantasmatico e oscuro del
reale, il segnale dell’agguato, l’ombra del predatore, la minaccia del segno.
Aquila e marmotte sono il “tra” della relazione, sì linguistica ma non per
questo meno concreta, che mette in gioco la continua spoliazione e riattivazione
del senso. L’ammirazione per questo spettacolo scabro – Pusterla lo chiama
“spietato ma anche “più sereno” – è contrapposta a un altro “teatro”,
evidentemente quello umano, “nostro” e “di palude” che richiama ad altre
strategie, meno dirette e più architettate. Come si può capire, già nella prima
parte del contrasto è esposta l’idea del soggetto, il suo presupposto etico che
si basa sulla presunta purezza del mondo naturale, chiarito persino dal dubbio
che ogni suo segnale possa essere frainteso. Il dubbio che qualcosa si sia
esaurito, questo stesso mondo della natura che è possibile osservare solo come
spettacolo, è prodotto dal verbo essere all’imperfetto “era” che avvia l’ultima
strofa del primo movimento. Ed è adesso che ex abrupto interviene l’altro
interlocutore, la controparte che tenta di ribaltare la morale del soggetto,
quasi doppelgänger fantasmatico dello stesso – così come un fantasma poteva
essere l’aquila in precedenza – che rimprovera il rimpianto “naturale” al primo
parlante introducendo attraverso “scienza, dubbio e memoria, etica” la
controparte culturale dell’argomentazione – anche qui è evidente come agisca
l’etica della soglia tanto cara a Pusterla, il suo riflettere “tra” ciò che
finisce e la provocazione di un nuovo inizio che tenti di oltrepassare le
vecchie dialettiche, in maniera nervosa, turbolenta e agonistica.
Nella parte centrale del secondo movimento si scoprono le carte:
> E la tua aquila, che forse non è aquila: se esiste
> sarà un’allegoria che a noi rimanda, o mera cosa
> estranea alla parola, non lo vedi? Lo dici, vola via,
> si mimetizza.
Il soggetto, o l’altro o il suo doppio che è lo stesso, dichiara che l’aquila,
la “micidiale”, verticale e perpendicolare parola, è solo un tropo, un rimando o
un’assenza (è il linguaggio la prima immagine, la prima ombra). Subito dopo la
risposta è “nervosa” e si accanisce proprio sulla parola chiave: l’ombra è ciò
che resta, la poetica del residuo e della traccia di Pusterla è dinamica, sposta
sempre l’asse del significato, si dibatte contro “il muro dell’umano”, prova ad
aprire brecce “sull’oltre” e lo fa proprio attraverso la nominazione. Nella fase
ultima della poesia di Pusterla è sempre più pressante l’esigenza di dire;
l’accumulatio ternaria è presente in molti titoli di poesie e anche come titolo
complessivo della più recente pubblicazione – ma lo vedremo a breve – nonché in
chiusura di Botta e risposta sulle ombre:
> “Del desiderio” gli dico, provo a dire.
> “Del desiderio, della ferita e del vento”.
Quel desiderio, quello che ci ha allontanati dagli astri, dalla speranza dei
buoni presagi, non è perso se leggiamo l’oltranza come trasporto per ciò che è,
senza rimedio o rivalsa. Ci accontentiamo di poco, come vorrebbe farci credere
il luciferino doppelgänger, o aspiriamo al tutto compreso nell’ombra del nome,
nello squarcio aperto dallo spettro del significato e che può abbracciare allo
stesso tempo – nello stesso verso – la “ferita” e il “vento”?
Si è detto che la fase più recente della ricerca di Pusterla sembra rispondere
con più urgenza al confronto con la società, con i suoi “imbarbarimenti” e le
sue violenze, anche se non è una mutazione “civile” la sua, quanto un
allargamento dell’orizzonte del “tra”. Quando la relazione sembra tradita dal
non senso dell’arbitrio non per questo essa è abbandonabile a una nominazione
sempre più rimaneggiata e semplificata, occorre colpire con gli strali del
linguaggio ma anche fare in modo che la pietas ne custodisca le verità profonde,
in primo luogo il continuo movimento dell’esistenza, le sue eterne
trasformazioni.
Per questo, sembra giusto chiudere la riflessione sull’opera di Pusterla,
riportando l’ultimo testo dell’ultimo libro pubblicato, Fiumi nefrite
vortici (2025) – tra l’altro ultimo testo di un poemetto intitolato
emblematicamente Ultimo fiume:
Il mare adesso, un braccio
di mare imprevisto di fronte.
Un mare livido e aperto
termine o nuovo inizio.
Basta un raggio di sole e s’infiamma
basta un colpo di vento e s’increspa.
Ecco quello che resta
ancora da traversare
il mare senza tempo
né immagini o parole
il mare con il vento
il mare con il sole.
Un’esistenza che si confronta con la fine ma che, considerando le eterne
trasformazioni di cui abbiamo detto, è anche l’apertura ad altri orizzonti –
“termine o nuovo inizio”. Scorrendo tutto il libro si capisce che nella rabbia
per un presente che sembra auto-annientarsi si muove anche la tristezza intima
per la scomparsa del proprio mondo personale (all’altezza di Fiumi nefrite
vortici la mamma di Pusterla è, a causa di una malattia, ricoverata in una casa
di riposo mentre il papà è morto da tempo). Il “tra” è adesso quello di un
soggetto che si confronta con il suo invecchiamento – ancora un orizzonte della
fine – e la speranza del rinnovamento. A soccorrere realmente il soggetto, sono
principalmente i nipoti, rappresentanti della vita che si rinnova, psicopompi
della speranza in un mondo che intravede l’estinzione. Il riferimento letterario
del testo finale di Ultimo fiume è in maniera evidente l’Éternité di Rimbaud
nelle cui strofe iniziale e finale troviamo scritto:
> Elle est retrouvée.
> Quoi ? – L’Éternité.
> C’est la mer allée
> Avec le soleil.
Mentre nel finale di Pusterla abbiamo:
Ecco quello che resta
ancora da traversare
il mare senza tempo
né immagini o parole
il mare con il vento
il mare con il sole.
Se il “ritrovare” di Rimbaud si riferisce al paradiso perduto dell’infanzia e
dell’unione/abbandono – “allée” con tutta la sua ambiguità – di femminino e
mascolino simboleggiati dal mare/madre (mer/mère in tutta la sua pregnanza
omofonica) e dal sole/padre per sempre perduto, la “traversata” di Pusterla,
ricollegandosi alla poetica dei resti – “ecco quello che resta” – ribalta
l’assunto e lo proietta verso un raggiungimento sempre in divenire, anche a
dispetto della fine. La speranza della continuazione trascende persino il
soggetto in una fiducia “paradisiaca” che fa del “tra” anche il superamento del
sé nella fiducia della relazione. Un “trasumanar” del soggetto nella sua
scomparsa che lascia così spazio all’avvenire, che ritrova il futuro nel
totalmente altro dell’ignoto (anche per questo diventa necessario il
riferimento/ribaltamento di Rimbaud).
Pusterla scopre, così, sul bordo del mondo, non una sospensione mistica ma un
vuoto fecondo, la stessa memoria crolla e il soggetto si decide verso un altro
attraversamento. Il vero “restare” è questa ostinazione totalmente umana e laica
per l’oltranza – più l’Ulisse dantesco che Dante stesso nel suo viaggio, ma
comunque una peregrinazione –, per un’eternità dinamica e intesa sempre come
sfida etica, per cui il “tra” si fa coraggio e il rischio consapevolezza di
viaggiare senza mappe se non l’esperienza. Pusterla è, nonostante il male e la
fine, ancora il testimone che, giunto al limite della terra (e del libro),
riconosce nel mare infiammato dal sole l’unica direzione possibile, l’unica
foce.
Gianluca D’Andrea
*In copertina: Fabio Pusterla (Fonte: AN|SICH|TEN – SRF Schweizer Literatur)
L'articolo “Verso la bellezza, lontani dalla bellezza”. Intorno alla poesia di
Fabio Pusterla proviene da Pangea.
> “Gesù parla al presente: «Io sono la resurrezione e la vita». Non si tratta
> allora di rimuovere la prospettiva della morte, ma di integrarla nella
> prospettiva della resurrezione”.
>
> (Luigi Pozzoli, Dio il grande seduttore, Edizioni Paoline, 1998)
Lazzaro e il dominio della carne
“Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a
Dio”. (Romani 8,8)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua
sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli
asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle
mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per
la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga
glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era
malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,1-8)
> “Per san Paolo «la carne» designa il mondo umano segnato dal peccato, il mondo
> sotto il giogo della morte. «Lo spirito», invece, evoca il mondo divino, nel
> quale l’umanità è assunta dal Cristo e il mondo spirituale generato da Dio
> nella resurrezione di Gesù. «La carne» è l’uomo, corpo e anima, che si
> rinchiude su se stesso e il suo peccato. «Lo spirito» è una forza di vita
> nuova data al credente dallo Spirito del Cristo Risorto”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline 1993)
Lazzaro, l’amico di Gesù, muore. È solo la vita che accade, la vita che
trasforma continuamente ogni nostro villaggio in una Betania, in una “casa della
povertà” o “casa dell’afflizione”. È la vita che appare come una malattia, è lo
scorrere degli eventi che inciampano inevitabilmente nello scandalo della fine.
Siamo uomini e donne a respiro limitato, a tempo definito, la malattia del
vivere chiama a sé la morte dal nostro primo vagito ma, quando si presenta,
qualcosa di profondo in noi, comunque, si frantuma. Anche se l’aspettavamo. E
questo scandalo, questo sentimento di profonda ingiustizia non è da
sottovalutare.
Certo, è solo la vita che accade e che, accadendo, sfocia inevitabilmente nella
disgregazione degli affetti, allontana Marta, Maria, Lazzaro e Gesù, si prende
gioco dei loro tentativi patetici di fraternità spazzandoli via. La vita finisce
inevitabilmente in morte, morte capace di soffocare il profumo, perfino quello
versato sui piedi del Maestro, il tanfo del cadavere ride delle cosmesi
umane. La vita che accade, da sempre, e scende a cibarsi dei resti della nostra
umanità.
Ma Cristo interviene esattamente lì. Nel cuore dello scandalo. E la prima cosa
che decide di fare davanti alla morte è: niente. Rimane immobile per due giorni,
quasi ad anticipare la sua di morte, quella sua attesa nel sepolcro in attesa
del terzo giorno della resurrezione. Non si muove, scegliendo di mettersi in
dialogo con il dramma della fine, del dolore. Gesù, inizialmente, tace, muore,
perché sulla morte non puoi dire nulla di sensato se non la assumi,
paradossalmente, se non la vivi.
Poi, con Lazzaro, sarà il susseguirsi di una maestosa liturgia ad anticipare,
per certi versi la sua passione, gesti e parole a sfidare la morte, a
smascherarla, a mostrare che non siamo fatti per stare sotto il dominio della
carne, come dice Paolo. Questa è la sfida: lasciarsi dominare dalla morte, che
pare avere sempre l’ultima parola, o scegliere di inchinarsi a un altro dominio?
L’essere spirituale si decide qui. Siamo nati per lasciarci abitare dalla forza
di una vita nuova, la forza dello Spirito del Cristo Risorto ma, forse, ne
abbiamo smarrito il senso, non abbiamo la grammatica, non abbiamo la liturgia,
siamo figli di celebrazioni troppo orizzontali, di attese troppo terrene, non ci
sentiamo più figli del Cielo in terra, abbiamo separato un mondo che chiedeva di
essere abitato nella sua trasfigurata pienezza, è questo il vero dramma. Non la
morte in sé ma il fatto che non riusciamo più ad interpretarla come un
passaggio all’interno di una comunione ininterrotta tra noi e l’Eterno, già qui,
ora, adesso e… nell’ora della nostra morte. Ci sembra impossibile che la vita
proceda di nascita in nascita (e quindi di morte in morte) verso il parto
definitivo. Ogni cosa conduce al Padre, tutto è una Pasqua. Senza questa
consapevolezza non resta che arrendersi al dominio della morte.
“Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero:
«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù
rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non
inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro,
il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora
i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato
della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi
di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora
Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a
morire con lui!»”. (Gv 11,9-16)
Gesù si mette in cammino verso la Giudea, evidente richiamo alla morte che lo
attende, Gesù accetta il rischio mortale, sceglie di perdersi, lui il seme che
non può dare frutto se non nella consegna di sé, I discepoli lo comprendono
subito, il rischio è totale, hanno paura, ma in Cristo è chiaro, per comprendere
la vita la vita devi perderla, questo ripete in ogni sfumatura del suo agire tra
gli uomini.
Jan Lievens, La resurrezione di Lazzaro, 1631
Questo ripete a noi, anche oggi. Il discorso sulla morte non può limitarsi a un
pensiero. Non si possono dire delle cose sensate sull’esperienza del
morire, occorre imparare a morire da subito, morire al mondo, morire a se
stessi, morire ai propri sogni e ai propri incubi, morire per comprendere. Gesù
infatti non esercita un miracolo a distanza, il suo movimento dice che occorre
affondare nell’esperienza della morte, occorre lasciarsi coinvolgere, bisogna
compromettersi per essere credibili.
Certo, con Lazzaro si limiterà a svuotare una tomba, ma non siamo ancora alla
fine, quello che Cristo fa è atto simbolico, come a liberare il suo di posto tra
i sepolcri, la parola definitiva emergerà quando lui stesso entrerà in una
tomba.
Nessuna risposta plausibile rispetto al dolore della morte se non si accetta di
morire, solo chi accetta di scendere fino agli inferi può essere credibile
messaggero di Resurrezione. La mortificazione della vita non può essere letta
come la somma di atteggiamenti depressivi, come il perpetuarsi di una poco
evangelica dottrina del sacrificio, non è questo, mortificarsi in vita, qui ed
ora, scegliere il deserto, la povertà, la fame, è abitare il limite della vita
perché in quel confine, e solo lì, posso fare esperienza dell’Eterno.
Beatitudini. Ci si mortifica per vivere. Ci si annienta per amore. Si prende la
croce per incontrarlo. Il seme muore per sbocciare in dolcezza di frutto.
> “Al termine dei primi sedici versetti, il lettore ha compreso che il miracolo
> avverrà, non soltanto a motivo dell’amore di Gesù per i suoi amici, ma per
> manifestare la gloria di Dio e suscitare la fede in Colui che affronta la
> morte: egli ha il potere di deporre la sua vita e il potere di riprenderla per
> comunicarla agli uomini”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
Gesù non cammina incontro alla morte, non cammina semplicemente incontro alla
sua fine, da sempre e per sempre il suo sarà un cammino verso la vita, “e io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”, è Tommaso
a non avere ancora compreso nulla, è il nostro gemello che si accontenta di
credere solo nella carne, siamo noi a pensare di essere chiamati a morire con
Cristo, perché sarebbe una fine romantica, perché nel confronto con il mondo
sarebbe molto più semplice condividere la fede in un ideale per cui dare la vita
che farsi prendere in giro su una speranza che pare ingenua e infantile.
> “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano,
> altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»”.
>
> (Atti 17,32)
Si segue Cristo, che è la luce, per non inciampare nella dissoluzione, si segue
Cristo che è la luce della Trasfigurazione per non scivolare sotto il dominio
della morte, si segue Cristo perché lui ha vinto il dominio della carne, si
segue Cristo per imparare a credere. Per imparare a non deridere la speranza.
*
Marta
La resurrezione già ora
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento
che lo Spirito di Dio abita in voi. (Romani 8,9)
“Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano
venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che
veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a
Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche
ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le
disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella
risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la
vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non
morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu
sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. (Gv 11,17-27)
> “Gesù è la resurrezione e la vita: vita nuova, vita divina, vita che si
> comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova,
> che continua anche dopo la morte. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono
> in comunione con Dio anche dopo la morte”.
>
> (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, edizioni Apostolato
> della Preghiera, 2004)
Marta è ancora sotto il dominio della carne, ancora non si è lasciata
attraversare dalla lama luminosa del Risorto. Lazzaro è nel sepolcro, cattedrale
inespugnabile, fortezza sacra della fede nelle evidenze della vita. Attorno alla
morte la struggente danza liturgica della consolazione. Con-solare, solitudini
che si aggregano e si moltiplicano, solitudini che rafforzano la domanda che la
morte riporta sempre alla luce: perché nascere se poi bisogna morire? Perché
amare se si deve soffrire? Marta però, al contrario di Maria che rimane
schiacciata dal lutto, si alza. Un gioco di contrasti, come tutta questa pagina
di Vangelo, una danza di opposti (profumo/odore, stare/andare, morte/vita…).
L’atteggiamento di Marta è evocativo, è leggera mentre si alza, mentre decide di
lasciare il peso del lutto a terra, Marta è già carica di speranza quando si
muove incontro a Cristo, c’è già in lei l’indizio di come il credente sia
chiamato a interpretare la vita: risollevandosi, lasciandosi risorgere. In ogni
evento, in ogni situazione, anche la più dolorosa, alzarsi incontro alla vita
perché si sente che Cristo continua a venirci incontro. Perché la Resurrezione è
questo, non un divino colpo di teatro a sistemare le cose, a umiliare la morte,
non la rivincita a rimettere in sesto la vita ma l’esperienza che la fedeltà di
Dio, la sua Alleanza giurata all’uomo, non viene mai meno, mai! Nemmeno e
soprattutto nel cuore della morte. La vita è Lui che ci viene incontro dentro la
vita. E ci chiama. Disperazione è credere che le esperienze siano vuote. È non
sentire lo Spirito che abita le cose.
Marta ha certo una speranza ma una speranza imperfetta: ipotizza una soluzione
ma solo futura, una resurrezione finale, alla fine dei tempi, non qui, non ora.
Lazzaro sarà invece il segno di questa resurrezione vicina. Tornando in vita
decreterà per sempre che la Resurrezione inizia qui ed ora. E che siamo vivi
solo per imparare a riconoscerla. A riconoscere il divino nella carne, a vivere
sotto il dominio dell’Eterno. Cristo è il testimone della vita abitata dallo
Spirito. Proprio perché lo Spirito già abita in noi, qui, ora, adesso, come dice
Paolo ai Romani, proprio per questo Spirito Eterno che è Dio e che danza nelle
nostre carni, proprio per questo anche la malattia porta, come ogni cosa, a Lui.
Tutto porta all’Eterno. Il credente riconosce e libera l’Eterno già presente nel
tempo.
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e della morte”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana 1988)
Peter Paul Rubens (bottega), La resurrezione di Lazzaro, 1625 ca.
*
I Giudei e Maria
Non poteva far sì che non morisse?
Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Romani 8,9)
“Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le
disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò
da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta
gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a
consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che
andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena
lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere
anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto
turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a
vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo
amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non
poteva anche far sì che costui non morisse?»”. (Gv 11,28-37)
> “E invece, lui è sempre “qui”. È il Dio-con-noi per sempre. E il suo
> misterioso ritardo alla nostra supplica rivela un accorrere essenziale e un
> arrivare essenziale dentro il nostro dolore: non deve “venire”, perché non ha
> mai smesso di essere presente…”
>
> (Adelaide Anzani Colombo, Per fede, per amore, Casale Monferrato, 1995)
Anche Maria si alza, chiamata, come fosse una vocazione, come per i primi
discepoli in riva a lago, come sarà per Maria davanti al sepolcro, come per noi,
che se non sentiamo il nostro nome pronunciato dalle sue labbra mai potremo
affidarci. Mai potremo credergli. Anche i giudei la seguono, Maria si getta ai
piedi di Gesù ma le sue parole sono abitate solo dalla morte. Diventano una
sorta di accusa e sembrano iniziare quella scomposta ribellione alla nostra idea
del divino: “dove sei Dio quando il mondo soffre?”. Ancora un contrasto: la
morte contrapposta a Dio, la morte è presente perché Dio è assente, ancora un
drammatico gioco degli opposti. Quando non riconosciamo lo Spirito di Cristo in
noi accade esattamente questo, la diabolica opposizione, l’incapacità di sentire
il Suo respiro anche nel cuore della morte. Si crede nel potere ineluttabile
dei sepolcri. Ci si lascia convincere dalle apparenze.
Ma Cristo sa che del dolore occorre avere rispetto, che le lacrime sono sacre,
che non serve spiegare nulla e che nulla può essere spiegato quando un cuore è
affranto. Così mentre i giudei si limitano ad alimentare un coro che puzza di
recriminazione, quasi a cercare un colpevole (“non poteva far sì che costui non
morisse?”) Cristo, invece, piange con Maria. Per trovare Cristo nella morte,
vertice dei nostri cammini di fede, occorre averlo trovato nella gioia e nel
dolore, nella fraternità e nelle lacrime. Si crede per frequentazione intima.
> “Si è quindi autorizzati a concludere che la desolazione di Maria che egli
> amava e l’osservazione dei giudei (…) pongono Gesù di fronte alla realtà della
> morte, non soltanto quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente, secondo
> l’orientamento del racconto. E Gesù reagisce con una lotta interiore. (…) le
> lacrime silenziose di Gesù provengono dall’amore del Padre che attraverso di
> lui giunge ai discepoli (15,9); sono le lacrime di Dio dinnanzi alla morte che
> separa gli esseri. Al tempo stesso, sono lacrime di Colui che deve
> acconsentire alla prova”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, Edizioni Paoline,
> 1992)
*
Cattivo odore
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è
vita per la giustizia. (Romani 8,10)
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era
una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la
pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo
odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se
crederai, vedrai la gloria di Dio?». (Gv 11, 38-40)
Una grotta e una pietra a sigillare due mondi che non si vogliono comunicanti.
La morte puzza, la morte manda cattivo odore ma Cristo, ancora commosso, non ha
paura. Non ha paura di far rotolare via la pietra, gesto che sarà divino quando
il corpo da liberare sarà il suo, un Cristo commosso che si oppone a Marta e che
le indica la via per decifrare la realtà delle cose: solo chi crede, vede. Non è
il contrario, non è la visione a portare alla fede ma è la fede a regalare la
vera visione delle cose. Solo se credi vedrai la gloria di Dio, solo chi crede
che il corpo, anche il nostro corpo, è già morto al peccato può vedere lo
Spirito. Spirito che è vita. Se crediamo in Cristo, se sentiamo che siamo
creduti da lui, se la nostra vita spirituale è davvero una relazione viva
riusciremo anche noi a vedere la gloria di Dio, la sua luce, la sua presenza, in
ogni carne, anche in quelle fasciate dalla morte. Anche in Lazzaro.
Henry Ossawa Tanner, La resurrezione di Lazzaro, 1896
*
Padre
Liberatelo lasciatelo andare
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui
che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi. (Romani 8,11)
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo
grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho
detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi
e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro:
«Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria,
alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”. (Gv 11, 41-45)
Tolsero la pietra e Gesù alzò gli occhi, non più distanza tra vita e morte, tra
cielo e terra, lo Spirito di Dio ad abitare in noi e la vita ad essere liberata
e lasciata andare. Perché di questo abbiamo davvero bisogno, di essere liberati.
Si crede per essere finalmente liberi. Liberi anche dalle bende che opprimono la
nostra umanità. Sono lacci che si sciolgono, è Isacco non più ostaggio di
Abramo. È il paralitico che trova strada, è il cuore che ritrova la capacità
d’amare, è il peccatore che ritrova perdono, è la vita umana, la nostra vita,
che torna a essere quello per cui è stata creata: un passaggio, una Pasqua verso
l’Eterno, è il figlio che ci credeva perduto che torna al Padre. Questa è la
libertà, passare dal dominio della carne al dominio dello Spirito. È sentirsi
abitati dallo Spirito di Dio, che proprio perché ha risuscitato Gesù dai morti
continua a risorgere la vita.
“Lasciatelo andare”, lasciamola tornare a casa questa nostra povera vita che,
per paura, per mancanza di intimità con il Vivente, si aggrappa al bordo del
visibile, lasciamola andare dove deve andare questa nostra vita così impaurita
da convincersi che sia nata per razzolare e non per spiccare il volo. Lasciamola
andare questa nostra storia che ha dimenticato di essere in Esodo e che, invece,
pretende di mettere radici nella terra. Siamo fatti per essere assunti in Cielo,
Lazzaro liberato è lasciato andare ma non solo verso i suoi affetti di sempre
ma, finalmente, in cammino verso il suo vero approdo. Lo Spirito di Dio, che ha
risuscitato Cristo dai morti, abita in noi: perché continuare a opporre
resistenza?
> “«Padre, ti ringrazio d’avermi ascoltato» (11,41): Cristo ringrazia il Padre
> non soltanto per Lazzaro, ma per la vita di tutti. (…) Egli vide in questo
> miracolo di Lazzaro un certo tipo della resurrezione universale del genere
> umano, e ciò che è accaduto in un uomo soltanto stabilì che fosse una
> splendida immagine dell’universale e del tutto. Crediamo, infatti, che quando
> egli verrà giudice sarà un forte suono della tromba a ordinare ai morti di
> risorgere (cfr. 1 Cor 15, 52)”.
>
> (Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, 11,38-43)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Giotto, La resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Cappella degli
Scrovegni, Padova
L'articolo Siamo fatti per essere assunti in Cielo. La resurrezione di Lazzaro o
del nostro rapporto con la morte proviene da Pangea.
Ingombrante. In sostanza, il problema è questo. Gabriele d’Annunzio è
ingombrante. La vita: inimitabile; inarginabile l’opera. D’Annunzio non può
installarsi in un recinto accademico, in una cifra riassuntiva, in un cifrario
per liceali: ‘Il Vate’ è un sabotatore, ci beffa di continuo. Deciso,
liricamente, a conquistare il mondo, finì per riassumere il mondo nella propria
esorbitante dimora, il Vittoriale degli Italiani – una specie di Gerusalemme
celeste a imperitura celebrazione dell’uomo-opera. Nel mezzo, la conquista di
Fiume (la sua terra promessa, la sua Atene); un paio di decenni prima, la
parentesi parlamentare, come “candidato della Bellezza”, come sempre a modo suo,
tra piroette, ‘pose’, sfottò.
In altre terre, cinematograficamente pronte all’agiografia, d’Annunzio sarebbe
una star (lo immagino con il ghigno di Robert De Niro); se fossimo in Irlanda –
con cui il “Comandante” commerciava in armi –, il puro ispirato verrebbe
riconosciuto come una specie di padre della patria, alla stregua di Yeats. C’è,
però, un però. In d’Annunzio – a differenza dell’ipnotico Yeats – tutto è serio,
serissimo fino al punto di distruzione, il Tutto si tempra nel Nulla, la
sentenza si volta in spot, l’amuleto mistico in portachiavi, il mistero
versiliano in birignao; l’esoterico ha necessità di farsi essoterico, l’altare
retrocedere in palcoscenico. Gabriele d’Annunzio, voglio dire, dà sempre l’idea
di essere volpe più che leone: edifica maschere di cui riconosce la vacuità,
l’approssimativa tana, non cede al poseur – impone mode. In questo è totalmente
poeta – più Dioniso che Narciso –: edifica forme che altri, i lettori,
abiteranno, riempiendo di torce un luogo issato nel vento, suo fiero vanto.
Tempo fa, Maurizio Serra, diplomatico, membro dell’Académie française, autore di
una folgorante e documentatissima “Vita di Gabriele
D’Annunzio”, L’Imaginifico (stipata in oltre settecento pagine per Neri Pozza,
2019), mi disse, in sostanza, che ‘Il Vate’ fu una specie di Picasso, che
“Fondamentalmente, D’Annunzio fu un uomo ‘greco’ più che latino, basti pensare
al culto per la bellezza, alle ossessioni per il dio Pan, per l’animale, per il
minotauro. La stessa scelta delle ‘laudi’ rimanda alle odi greche. Diciamo che
D’Annunzio riporta la cultura italiana alle sue origini greche”. Per troppo
tempo, purtroppo, si è fatta coincidere la vertiginosa retorica di d’Annunzio
con i megafoni del Ventennio, avvilendo la sua poesia, mirabile, a un malinteso,
a circostanza dopo tutto sacrificabile in virtù di una lirica capziosamente
carezzevole, tenue fino al grigio, fino al tailleur da lirico impiegatizio,
speciosamente ‘realista’, di ombelicali ambizioni. Ne saggiamo gli esiti, oggi,
esangui.
È vero, però, che l’opera lirica di d’Annunzio appare a noi abnorme, un
Minotauro, spesso sintetizzata nell’Alcyone, “un prodigio” di “atmosfera rapita”
che denuncia la “poetica di un incanto terrestre dove il brivido della carne si
vena di labile malinconia” (Ezio Raimondi). In ogni istante d’Annunzio pare su
una biga trainata da aquile: è l’altitudine del dire – secondo alcuni detta
“oratoria bizantina e parnassiana” – a confonderci, a confinarci nella nostra
piccolezza. Hugo von Hofmannsthal – supremo interprete di d’Annunzio – amava
le Elegie romane. Eppure, è in repertorio antologico – quello costruito da
Giordano Bruno Guerri con il titolo Dolci le mie parole, Crocetti, 2026, è un
unicum nel suo genere per intransigenza e singolarità delle scelte – che si
apprezza meglio la memorabile ‘modernità’ di d’Annunzio. Cosa s’intenda per
‘modernità’ è proprio Hofmannsthal e dirlo in uno dei tanti scritti dedicati al
‘Vate’ (raccolti in: H. von Hofmannsthal, L’ignoto che appare, Adelphi, 1991),
con genio epigrafico:
> “moderno è sentire psicologicamente crescere l’erba e guazzare in un mondo
> meraviglioso di pura fantasia, sezionare gli atomi e giocare a palla con
> l’universo; moderna è l’analisi di un capriccio, di un sospiro, di uno
> scrupolo e moderno è l’abbandono istintivo, quasi sonnambulico, a ogni
> manifestazione del bello… l’impulso a comprendere e l’impulso a dimenticare”.
A dire del grande scrittore austriaco – autentico prodigio del verbo, l’uomo che
ha aperto la via lirica a Rilke, autore di una poesia dinamicamente diversa da
quella di d’Annunzio – è proprio d’Annunzio la sintesi del ‘moderno’, in cui
sapienza e annientamento si fondono “con singolare acutezza ed evidenza”:
> “le sue novelle sono rendiconti psicopatici, le sue raccolte di versi sono
> scrigni di gioielli; nelle une regna la severa e fredda terminologia dei
> documenti scientifici, nelle altre un’ebbrezza quasi febbrile di colori e
> stati d’animo”.
Ancora una volta, il Tutto e il Nulla, il creatore che esige un mondo con il
desiderio di distruggerlo: rinnovare la vita, d’altronde, contrasta con il
talento conservativo dei poeti che di sé vogliono fare mausoleo. Poeta
all’apparenza musivo, d’Annunzio è in realtà un devastatore, ha un’aurea nausea
verso il ‘letterario’: se procede per accumulo è per mutilare il panorama;
annienta.
Julien Benda ha significato come nessun altro l’anima bicefala di d’Annunzio, il
suo perpetuo indiarsi nel doppio:
> “C’erano in lui due personaggi: da una parte l’uomo in palcoscenico che faceva
> il proprio mestiere scrupolosamente; dall’altra l’uomo dell’intimità, che con
> qualcuno trovava inutile il proprio istrionismo e liberandosene diveniva
> semplice e affascinante. Ciò che mi colpiva poi era la facilità con cui
> d’Annunzio si spostava dall’uno all’altro, deponendo l’abito naturale e
> mettendo il vestito di cerimonia non appena entrava un qualche forestiero. Non
> sembrava vittima della propria messa in scena, la prendeva come fa un
> commerciante con le proprie spese generali, e non l’amava”.
Il Tutto e il Nulla; il pubblico e l’impubblicabile; il manifesto e il remoto.
Nei versi più possenti, d’Annunzio si spoglia di entrambe le spoglie: tra il
Tutto e il Nulla c’è la bestia, la creatura-creatura che assembla in contrari,
il sorgivo, l’assoluto vivente. I poeti del nostro canone sono per lo più
refrattari a dire la bestia: d’altronde, la nostra è la civiltà del ritratto –
Antonello, Tiziano, Raffaello, Bellini –, della regalità dell’uomo, e semmai –
dal Settecento in qua – del paesaggio come celebrazione dell’umana opera. Quando
appare, l’animale è la figura di un bestiario, è una bestia simbolica, pantera o
falcone o bufalo che sia, che rimanda ad altro ma mai alla propria carne, al
proprio costituzionale odore – al fetore del transitorio essere si predilige il
suo essere tramite. Oppure, è dettaglio di contorno, quotidiano ma fatuo,
miracoloso nel suo essere lontano: così è per gli armenti e gli assiuoli di
Pascoli, per l’anguilla e la carpa di Montale, per la capra di Saba. Gabriele
d’Annunzio, invece, ci fa sentire la bestia che irrompe, l’urlo, l’avvampare, il
vortice. “Un falco stride nel color di perla:/ tutto il cielo si squarcia come
un velo”: così attacca Furit aestus, distico che sa di artigli, di sangue, di
essere in picchiata. È forse Il cervo, però – cito da poesie selvaggiamente
antologizzate in Dolci le mie parole –, la poesia più ‘animalesca’ di
d’Annunzio, fin dall’attacco, in furia, “Non odi cupi bràmiti interrotti/ di là
del Serchio? Il cervo d’unghia nera/ si sèpara dal branco delle femmine/ e si
rinselva”.
È una poesia straordinaria, questa, perché l’animale non è mero monile, ennesima
effigie d’uomo, ma invitta vita: si avverte la contrazione della preda, la trama
delle tracce, l’inseguimento, i muscoli che guizzano, le corna e la luna, il
silenzio e la fuga, il desiderio e il fine, “la voce sua di toro”. Rimbomba,
questa poesia. Allo stesso tempo, è immediata e rude come una pittura a Lascaux,
è ardimentosa come un affresco del Duecento. No: qui d’Annunzio non è più
‘moderno’ – come lo vuole Hofmannsthal – né “iperromantico” e “intellettuale” –
come lo vuole Benda –, non è Vate né Comandante, non è deputato né Principe di
Montenevoso – è creatura senza insegne, insigne in nudità, allo stato brado,
uomo diserbato in belva, il cacciatore che si rivela braccato, in fuga. Da
questa trance, ciò che resta è la carcassa della poesia, una carogna di
smeraldo, nostro fiero pasto.
**
Il cervo
Non odi cupi bràmiti interrotti
di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
si sépara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormirà fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Le vestigia ch’ei lascia hanno la forma,
sai tu?, del cor purpureo balzante.
Ei di tal forma stampa il terren grasso;
e la stampata zolla, ch’ei solleva
con ciascun piede, lascia poi cadere.
Ben questa chiama “gran sigillo„ il cauto
cacciatore che lèggevi per entro
i segni; e mai giudizio non gli falla,
oh beato che capo di gran sangue
persegue al tramontare delle stelle,
e l’uccide in sul nascere del sole,
e vede palpitare il vasto corpo
azzannato dai cani e gli alti palchi
della fronte agitar l’estrema lite!
Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti
noi tra le canne fluviali assisi.
Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto
per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo
fiume non solcherà suplice solco
del tuo braccio e del tuo predace riso,
fieri guizzando i muscoli nel gelo.
Inermi siamo e sazii di bellezza,
chini a spiare il cuor nostro ove rugge,
più lontano che il bràmito del cervo,
l’antico desiderio delle prede.
Or lascia quello il branco e si rinselva.
Forse è d’insigni lombi, e assai ramoso.
Ei più non vessa col nascente corno
le scorze. Già la sua corona è dura;
e il suo collo s’infosca e mette barba,
e fra breve sarà gonfio dal molto
bramire. Udremo a notte le sue lunghe
muglia, udremo la voce sua di toro;
sorgere il grido della sua lussuria
udremo nei silenzii della Luna.
Gabriele d’Annunzio
L'articolo “Udremo la voce sua di toro”. Gabriele d’Annunzio, il poeta
animalesco proviene da Pangea.
> Se la presenza d’un bambino dà effettivamente un altro giro di vite, che ne
> direste di due bambini “Diremmo, effettivamente” – esclamò qualcuno – che
> sarebbero due, i giri di vite. E poi che vogliamo conoscere la storia.
>
> H. James, Giro di vite
Qualora qualcuno sentisse il bisogno di ricercare una descrizione accurata dei
culti pagani o delle eresie del cristianesimo all’alba della sua nascita, non
dovrebbe che rivolgersi ai seguaci più ortodossi della nuova fede; è lo stesso
Santo che tiene in vita l’Avversario. Capita sempre così: colui che ci detesta
ci fa sopravvivere. L’acume dello sguardo che ci vuole ferire, spesso, ci
immortala definitivamente. In Lo spirito errabondo(Adelphi, 2018) Somerset
Maugham traccia un “tenero e spietato” ritratto di Henry James “pomposamente,
perdutamente aggomitolato nei suoi grovigli verbali anche di fronte alla più̀
effimera, scontata chiacchiera salottiera”:
> Henry James manifestò le sue perplessità riguardo al Giardino dei ciliegi,
> com’era prevedibile, visto che i suoi valori drammatici erano fondati sulle
> opere di Dumas e Sardou, e nel secondo intervallo si mise a spiegarci come
> l’incoerenza russa fosse in antitesi con le sue simpatie francesi.
> Affannandosi in frasi tortuose, esitava di tanto in tanto per cercare la
> parola adatta a esprimere con esattezza la sua costernazione; sennonché Mrs
> Clifford, dotata di una mente agile e pronta, la indovinava sempre e, a ogni
> pausa, lo imbeccava. Era l’ultima cosa che Henry James desiderasse. Benché
> troppo educato per protestare, aveva un’espressione quasi impercettibile che
> tradiva irritazione e, rifiutando ostinatamente la parola proposta, si
> industriava a cercarne un’altra, che Mrs Clifford di nuovo gli suggeriva per
> vedersela ancora una volta bocciata. Fu una scena di grande teatro.
Lo stile e la forma sono spesso una Medusa. Tale era per James il loro culto
che, a volte, ne rimaneva paralizzato. Il fatto è che il prezzo da pagare per
essere ininterrottamente sublime è quello di dover dormire davanti a uno
specchio (Baludelaire), auscultare continuamente la propria lingua. Questo
esercizio, per lo scrittore, non si consumava in società, tanto meno nelle
pagine compiute. Avveniva altrove, in una zona più appartata e segreta. È lì che
James si specchiava senza testimoni, o meglio, alla sola e affollata presenza di
lunghe liste di nomi.
> James ha espresso [nei suoi taccuini] alcune delle sue aspirazioni più
> intimamente di quanto non si sia permesso di fare nelle autobiografie
> pubblicate. Ha rievocato la freschezza e la vivacità delle sue prime
> impressioni, sostenendo che mai nessun «altro giovane ingenuo ha atteso con
> più appassionato eppure più paziente desiderio quel che gli riservava la
> vita». Questo miscuglio di passione e di pazienza ne faceva un osservatore
> fuori del comune. Era l’esempio vivente della definizione stendhaliana del
> romanzo come «uno specchio a zonzo per la via», ma nel suo distacco non
> c’erano freddezza o indifferenza.
>
> (F.O. Matthiessen Kenneth B. Murdock, Introduzione in Ormai non poteva
> succedere più nulla, H. James, Adelphi, 2026, p.21)
Verso la fine della sua vita, Henry James distrusse molti documenti personali.
Probabilmente senza volerlo, lasciò nove quaderni o diari, ora depositati presso
la Houghton Library di Harvard. A parte uno, estremamente piccolo, sono vecchi
quaderni di circa 15×20 cm costati pochi centesimi. Nessuno di questi era
destinato a futuri lettori. Quello che tra il 1878 e il 1911, veniva annotato da
James erano “germi” – particolari colti durante le cene o durante le letture –
che sarebbero poi diventati romanzi o racconti.
> Fra i più importanti racconti di Henry James ve ne sono alcuni che James non
> ha scritto. Sono «piccoli sujets de nouvelle», boccioli mai dischiusi se non
> nella forma contratta dei Taccuini. Eppure, si ha talvolta il sospetto che
> proprio quella forma fosse la forma finale, la più adatta a una storia che,
> innumerevoli volte, era nata da una frase detta da qualcuno in conversazione,
> durante una delle innumerevoli occasioni mondane a cui James aveva partecipato
> – e che erano il terreno stesso, continuamente smosso e rimosso, della sua
> opera.
>
> (R. Calasso, Il cacciatore celeste, in Taccuini, Adelphi, 2026, pp.9-10)
Alcuni appunti sono scheletrici, altri si sviluppano in scenari completi; tutti
pongono l’attenzione più sul metodo o sul trattamento del materiale che su un
argomento apparente. I quaderni sono laboratorio sia per la sua narrativa sia
per la sua arte saggistica, come fu per le prefazioni all’edizione newyorkese
delle sue opere, in seguito raccolte in ‘The Art of Fiction da R.P. Blackmur
che le definì “l’opera di critica letteraria più eloquente e originale
esistente”.
Quando James iniziò il primo dei suoi quaderni con il suo schizzo di Confidence,
aveva completato più di dodici anni di apprendistato. Quell’estate Daisy
Miller era uscito sul “Cornhill Magazine”; The Europeans era appena stato
pubblicato a puntate dall’“Atlantic Monthly”. Ma il meglio di James, (questo
glielo riconoscono anche i suoi più feroci detrattori) doveva ancora venire.
Leggere i suoi Taccuini, dunque, significa percorrere la strada della sua
ascesa, scoprire subito i molti modi diversi in cui raggiunse la saturazione di
un certo materiale, quello che riteneva essere il primo requisito per un’arte
valida.
I taccuini sono il suo specchio, come ho già detto, James non aveva in mente
altro lettore se non sé stesso. A volte prendeva il quaderno che aveva a portata
di mano e annotava. Le note non aprono porte indiscrete sulla sua vita privata:
non rivelano scandali né confessioni intime. La lunghezza stessa ne testimonia
l’intensità della preparazione: ogni lavoro successivo, romanzo che fosse,
nasceva da una lunga incubazione, da un pensiero che si avvolge intorno al
proprio oggetto fino a penetrarlo, “l’intima lotta con l’idea particolare, con
il soggetto, la possibilità, il luogo.” James pensa con la penna in mano; smonta
l’episodio tratto dalla vita, lo raffina, lo complica, lo distilla finché l’idea
iniziale si trasfigura in forma compiuta. Il sogno della brevità rimane per lui
un ideale mai davvero raggiunto; certamente non per mancanza di capacità, è la
sostanza che trabocca: le sue “preziose discriminazioni”, le sottili sfumature
psicologiche, sono troppe per essere contenute in uno spazio ristretto. La sua
narrativa si espande perché la coscienza che la anima è densa, stratificata,
irriducibile. In queste pagine preparatorie si intravede il segreto della sua
arte: non l’evento spettacolare, ma la lenta, inesorabile trasformazione
dell’esperienza in coscienza — e della coscienza in parola; “il suo stile è
simile a un cerimoniale, una liturgia solenne, allestita in un mondo senza dei”
(F. Cordelli).
Come osserva Ottavio Fatica nel saggio conclusivo della recente edizione
italiana pubblicata da Adelphi, gli appunti non sono semplici promemoria
narrativi, ma immagini. James scrive per figuram:
> Sull’origine della fictive picture anche Turgenev gli dirà che inizia quasi
> sempre con la visione di una o più persone che lo interessano, lo stimolano,
> che vede disponibles. Basta aprire i Taccuini: James, immaterialista a modo
> suo, percepisce per via di antenne; parte da un flatus vocis gli vengono
> incontro nomi, a questo servono gli elenchi che redige, che all’istante si
> cangiano in presenze, mai descritte nei tratti, nelle caratteristiche fisiche:
> sono clever, e questo dovrebbe bastare, quasi fosse una caratteristica come il
> naso aquilino o le orecchie a sventola; cerebrali ma vivi, questo il dramma,
> perché una volta vivi devono pur vivere, a scapito degli altri.
Le sue immagini non si limitano a rappresentare il mondo: lo filtrano, lo
trasfigurano, lo sospendono in una tensione continua tra visibile e invisibile.
È così che Bly in Giro di vite diventa più reale del reale sotto lo sguardo
diabolico di Quint e Jessel; è così che l’attesa si fa angoscioso destino nella
figura mostruosamente vuota della “bestia della giungla”. Alla fine, ciò che
resta non è il fantasma, non è la bestia, non è nemmeno l’evento che fa sorgere
la narrazione. È l’intensità dello sguardo che li ha evocati. I taccuini sono il
luogo dove si sono affinati l’occhio e la penna; come lo scudo di Perseo le loro
pagine guidano il colpo sino alla testa di Medusa.
> Sabato, 12 gennaio 1895. Segnare il racconto di fantasmi riferitomi a
> Addington (la sera di giovedì 10) dall’arcivescovo di Canterbury: la pura e
> semplice sua traccia, fumosa, imprecisata, vanescente – tutto ciò che aveva
> saputo (molto male e imperfettamente) da una donna che non aveva attitudine al
> racconto, né chiarezza: la storia dei bambini (imprecisato il numero e l’età)
> affidati alla servitù in una vecchia dimora di campagna, probabilmente a
> seguito della morte dei genitori. I domestici, perfidi e depravati, corrompono
> e depravano i bambini; i bambini sono cattivi, pieni di malvagità, in misura
> funesta. I domestici muoiono (il racconto resta vago sul modo) e le loro
> apparizioni, le loro figure, tornano a infestare la casa e i bambini, ai quali
> sembrano far cenni, che invitano e sollecitano, di là da punti pericolosi, il
> cupo affossamento di uno steccato sprofondato, ecc. – in modo che i bambini
> arrivino a distruggersi, a perdersi, rispondendo al loro richiamo, cadendo in
> loro potere. Fintanto che i bambini ne vengono tenuti lontani, non sono
> perduti, ma esse cercano, cercano, cercano, quelle presenze maligne, di
> impadronirsene. Si tratta di vedere se i bambini «passano dalla loro parte». È
> tutto oscuro e impreciso, il quadro, la storia, ma sembra contenere una vena
> di strano raccapriccio. La storia andrebbe narrata abbastanza ovviamente – da
> uno spettatore, un osservatore esterno.
>
> (pp.290-291)
James, più che raccontare storie, ha continuato per tutta la vita a stringere la
vite invisibile dell’immagine e della lingua, fino a farcene sentire, ancora
oggi, il giro e la punta.
Tony Vero
*In copertina: Henry James ritratto da Frederic Hilaire D’Arcis nel 1913
L'articolo “È tutto oscuro e impreciso”. Henry James o dell’ossessione per il
linguaggio proviene da Pangea.
Leggo che l’argento, fra tutti i metalli noti in natura, è il miglior conduttore
di elettricità e calore. È forse per questo che nei versi dei poeti russi
dell’epoca d’Argento nascono vasti incendi e tempeste elettromagnetiche. Secondo
il celebre linguista e amico dei poeti Roman Jakobson, la poesia è la più alta
forma di espressione della Russia. Mai nessun tempo e nessun luogo vide fiorire,
nello stesso momento e così numerosa, una schiera di poeti per i quali la poesia
è, prima di tutto, un sole che esplode nello sterno.
Ammiriamo la poesia russa come fosse pietrisco di stella, con l’entusiasmo
infantile verso i disegni del futuro: sondiamo le ascese e gli schianti del
cuore, stupefatti passanti nel campo del meraviglioso. Quanto sarebbe bello
guardare a fondo negli occhi di Chlebnikov e capire da quali anfratti di ciglia
provengono a folate gli orsi azzurri. Indovinare l’elegante incedere di un cigno
dal piumaggio nero, nero come la nobile malinconia di Anna Achmatova. Ricordare
la postura taurina di Majakovskij, simile a quella di un boxeur in borghese –
con un piccolo lampo d’immaginazione trasformarlo in uno scoiattolo poetico che
ruzzola esuberante in un bosco. Le biografie di questi poeti sono come
traccianti nel cielo scuro.
Majakovskij, ossia l’esempio di una vita vissuta sempre “a piena voce”, fra
entusiasmi folgoranti, esplosivi innamoramenti e l’oscillare rapsodico tra
l’esaltazione e il disincanto – quei versi lanciati a folle velocità verso il
futuro e uno sparo improvviso nel silenzio. Chlebnikov, imperdonabile vagabondo,
colto e selvatico, insieme amichevole e refrattario all’umano e ai ceppi dei
legami, perturbatore di incancrenite abitudini – fino all’ultimo respiro della
sua breve e convulsa vita compone poesie. Poeti che danno la propria vita ai
versi. Letteralmente, fisicamente. Seguite con lo sguardo la scia di fosforo che
passa dalla mano del poeta alla carta su cui scrive. Pasternak, anima fraterna
di un grande frequentatore di vette – Rilke –, così presente in ogni fibra del
reale, così miracolosamente disciolto in ogni manifestazione della vita
senziente – avvertite il battito della sua giugulare pulsare nel regno degli
uomini, in quello animale vegetale e minerale.
*
Vladimir Majakovskij (1893-1930) da ragazzo, agli arresti, nel 1908
Majakovskij- per gli amici Volodja – prende il tempo e lo spariglia. Soffia sul
castello di carta dei giorni feriali e non è soffio, ma vento di uragano.
Individua un nemico, mira al bersaglio con furiosa ostinazione. Al centro del
mirino c’è già la carcassa del presente. Si aggira nei corridoi, nelle strade e
nei versi invocando una rivoluzione dei costumi e dello spirito. Dice: “mandate
al diavolo una letteratura che viene servita come un dessert”. La poesia è una
questione di vita o di morte. Vi sfido a leggere i suoi versi senza provare,
almeno una volta, la sensazione di camminare sui tizzoni ardenti. È uno
sfolgorio verbale, un tiro continuo di shrapnel, lancio di granate nel dettato
poetico e nel tessuto dei giorni. Volodja, con quale sfrontatezza prendi il
verso russo e lo trafiggi con spilli di futuro. Non impunemente un regime ti
permette di combatterlo con l’unica arma in grado di annientarlo:
un’irresistibile vocazione al domani. Il futuro è un investimento sotto forma di
amore – un amore vasto, possente, circolare – che a volte prende le sembianze
dell’ovale di una donna. Chiamala come vuoi, Lilička o Tat’jana… La lingua russa
sa regalare memorabili momenti di aspra dolcezza. Volodja, avessi appreso meglio
l’arte della pazienza. A volte, sai, bisogna solo aspettare. Prima o poi il nodo
si scioglie, il fiume trova la sua via…
> “Scorderò anno, giorno, data. Solo
> staro rinchiuso con un foglio di carta.
> Produciti, magia per nulla umana
> dei vocaboli che il dolore rischiara!”
*
Ho sempre pensato che la fisionomia di Pasternak ricordasse quella di un agente
del KGB in un film americano. Il mento prominente, il volto taurino leggermente
spigoloso – uno sguardo che ricorda quello inquieto di una bestia. Forse è per
questo che Achmatova, nella stupenda poesia dedicata a Pasternak, dice “equino”
l’occhio del poeta. L’occhio di una bestia non conosce mai la stanchezza delle
cose viste ogni giorno al levar del sole. Trova la sua strada il verso di
Pasternak, come la porzione di luce che a poco a poco fruga nell’oscurità,
illumina e porta alla vita. Nominare significa creare, immettere le cose nel
flusso del tempo, catturare il fremito del preverbale, della parola che per
prima s’affaccia tremante sul palcoscenico del mondo. Pasternak “ha avuto in
premio un’eterna fanciullezza e la perspicacia magnanima degli astri”. Immortale
è colui che saluta come un miracolo l’arrivo di ogni giorno. Eccolo, il poeta:
impertinente funambolo del tempo, adorabile canzonatore dello spazio. Ovunque e
dovunque, egli sovverte i nessi di causa-effetto, i rapporti spazio-temporali.
Boris Pasternak (1890-1960)
Sui volti adombrati degli uomini s’addensano nubi che erano lontane, sulla
fronte dei bambini rosseggia il fuoco di un falò, furtivi sguardi di volpe
interrogano le distanze. Il pioppo diventa re, regina l’usignolo. Il parquet è
illuminato dalla luce della luna. Entra dalle finestre spalancate sentore di
acacia. Da qualche parte nel buio, presagio di un altrove, giunge lo
sferragliare di un treno.
> “E la notte vince, i pezzi si scansano,
> io riconosco la bianca mattina del volto”
*
Velimir Chlebnikov è arrivato per caso sulla Terra. Il suo incedere per il mondo
ricorda l’arco di un delfino che emerge dall’acqua. Chlebnikov ha imparato tutto
e quel tutto lo riconsegna ai versi, nobile falco di benevolenza. Ci manda
cartoline dall’altro lato della riva, dall’altro capo del ponte. È un cavaliere
azzurro come quello di Kandinsky. Al suo passaggio, nascono margherite ai lati
del sentiero. Le lacrime sono come orsi azzurri: degli orsi condividono quel non
so che di feroce dolcezza. Viaggia, Chlebnikov, portando con sé il suo
segreto. Ha qualcosa di Rimbaud – la sfrontatezza degli inizi, la fiaccola delle
parole estreme che incendia il mondo. Provate a prenderlo, Chlebnikov. Fugge,
imprendibile saetta poetica, tra i richiami che si scambiano gufi e civette
dalla folta oscurità di foreste lontane. È simile agli “dei quando amano,
serrando in giusti limiti il palpito del cosmo”. Donne come donnole, i seni tra
l’erba, respiri di torrida arsura e trecce che diventano alberi: tutto può
avvenire nei versi di Chlebnikov. Succede anche che il passaggio di una
bicicletta disponga a caso arabeschi di polvere su un tavolo e un bimbo vi
indovini col dito i contorni di una città fantastica.
Velimir Chlebnikov (1885-1922)
Il “filo azzurro delle notti” si tende verso l’infinito. È Chlebnikov. I suoi
versi vi rovesciano in faccia schegge di futuro. Dietro un cespuglio galoppa un
cavallo bianco.
“A primavera – proferì la sorte – vi brucherà come fiori un corsiero sellato”.
*
Majakosvskij, Pasternak, Chlebnikov. Scie luminose come bava di lumache nel
cielo nero.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Aleksandr Rodčenko, cover da un libro di Majakovskij, 1923
L'articolo “Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a
Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov proviene da Pangea.