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“Io sono la signora del tuono”. Solo la Dea Gnostica può salvarci dalla prigionia del Demiurgo
Il libro di Paolo Riberi, La voce della Dea gnostica. Tuono, mente perfetta: da Nag Hammadi ad Alan Moore (Venexia, 2025) analizza uno dei testi più enigmatici ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, in Egitto: un componimento poetico in cui una divinità femminile parla in prima persona con la lingua della dualità: Io sono la prima e l’ultima. Io sono la onorata e la disprezzata. Io sono la puttana e la santa[1]. Riberi affronta il tema del femminino sacro, centrato in particolare sulla figura di Iside, rivela le radici arcaiche, cristiane e pagane, del verbo che si traduce in potenza (Μεγάλη Δύναμις) e il filo che lega nell’invisibile tutte le religioni e i culti, dall’antico Egitto al pantheon greco e latino sino al cristianesimo esoterico.  Riberi studia l’identità e i richiami della misteriosa voce che è divinità femminile e maschile (nei passaggi in cui è tradotto dallo stesso Riberi Io sono Colui), indaga i legami simbolici tra le divinità che riconducono all’origine, al doppio carattere della Dea che si dà nella dualità nel mondo materiale per sottendere sempre l’unicità dell’Uno nel Pléroma. Il femminino sacro qui menzionato consta di: Sophia, la Sapienza divina degli gnostici caduta nella materia; Chokmah, la sapienza personificata che in ebraico assume sembianze femminili; Iside, la dea universale egizia; Eva, nel suo essere canale di conoscenza in quanto già il Giardino dell’Eden è opera del Demiurgo nel mito gnostico, e la conoscenza donata dal serpente (un’alterità di Eva) non è il male ma l’offerta del percorso di catabasi che permette la ricongiunzione; Asherah, l’antica e dimenticata consorte di Yahweh nella tradizione ebraica; Maria Maddalena, concepita non solo come seguace, ma come depositaria di una conoscenza superiore, trasmessa dai Vangeli gnostici di Filippo, di Maria, e di Verità.  Come in altri suoi lavori, Riberi non si limita ad analizzare l’eco di tali figure nell’antichità, racconta come l’archetipo della Dea e della conoscenza sia sopravvissuto e riemerso oggi in opere moderne, ad esempio in Alan Moore (Watchmen e Promethea), Ridley Scott (Alien e Prometheus), Toni Morrison. La voce della Dea Gnostica include – ed esordisce con – una nuova traduzione del manoscritto Tuono, Mente Perfetta, e una serie di paragoni con altri testi antichi in cui a parlare è il femminino sacro. Tra le pagine di questo bel libro di Paolo Riberi, il deserto di Nag Hammadi sussurra il nome di una madre dimenticata, c’india in un’archeologia del dolore e del trionfo, dove il reperto storico si fa ferita e guarigione; l’ombra di Iside è il mistero della Gnosi. Riberi rintraccia la sapienza di Sophia nella potenza di Iside (Io sono la Sophia dei greci, e la Gnosi dei barbari[2]), la Dea egizia, che ricompone le membra sparse di Osiride si rifrange nello specchio cosmico in quanto Sapienza che si è frantumata nel mondo. È il dramma del divino che si fa materia, l’astrazione greca che s’incarna nel rito egizio per evocare la dualità: Io sono la onorata e la disprezzata. Riberi ci conduce nel labirinto dello specchio rotto del mondo, dove il volto di Iside si fonde con quello della Sophia caduta, la prostituta santa che abita l’esilio del corpo. Il testo è una catabasi e un’anabasi tra la dialettica del logos greco e il misticismo più oscuro. La Dea di cui Riberi scrive non è la rassicurante figura del dogma; è un’entità liminale, una creatura d’abisso che sfida la legge del Demiurgo – quel dio cieco e geloso che ha imprigionato la luce nel fango.Qui, mistica, magia e fede sono il campo di battaglia; Maria Maddalena e Asherah riemergono potentissime dalle macerie del patriarcato teologico, rivendicando una spiritualità che non teme il desiderio, che non tarpa l’intuizione, ma la eleva a unica, sola fiamma di verità nella lingua del silenzio. La ricerca di Riberi, nel suo rigore, si tende nel recupero di un mistero celato, strappa il velo che ha coperto per secoli la voce del tuono, permettendoci di ascoltare un divino che non giudica, deflagra. È un invito a riconoscere la Dea di Tuono, Mente Perfetta che abita le nostre contraddizioni più feroci: la santità nel fango, la luce nell’orrore, la pienezza nel vuoto, un ritorno all’origine. Leggerlo è un’iniziazione potente; Riberi ci restituisce una storia sommersa: lo Gnosticismo in quanto conoscenza che sconfina dal dogma, poiché il sacro non ristagna inchiodato alla dialettica servo/padrone, ma abita il paradosso di un’entità (da cui la nostra anima umana) che è, contemporaneamente, schiava e regina, una e molteplice, inizio e fine. È un viatico nella meraviglia del terrifico, verso la propria scintilla divina.  L’abisso chiama l’abisso; senza volontarismi, studiando lo Gnosticismo, sempre più mi viene in mente (e perciò rileggo) lo Zarathustra di Nietzsche. Per specchiarsi in Ialdabaoth, il Dio cieco, bisogna avere il coraggio di Zarathustra quando scende dalla montagna, portando con sé il fuoco di una verità che incenerisce le consolazioni umane. Nello Gnosticismo, il creatore di questo mondo non è il Sommo Bene, ma Ialdabaoth: il figlio abortito di Sophia, un’entità con il volto di leone e il corpo di serpente, nato da un atto di hybris e rimasto intrappolato nella propria ignoranza: il Demiurgo, l’architetto di una prigione di carne che noi chiamiamo realtà, Ialdabaoth, grida la sua gelosia e la sua vendicativa possessività, quale impedimento del Kénoma (il mondo vuoto) di assurgere alla luce del Pléroma (la pienezza della presenza). È il Dio della Legge, del Tu devi, colui che incatena lo spirito alla ripetizione eterna del bisogno e della sofferenza. Nietzsche e lo gnostico si stringono la mano in silenzio. Il Dio morto di Zarathustra non è forse proprio questo Demiurgo? Nietzsche smaschera la morale dottrinale come una creazione di Ialdabaoth: una struttura che nega la vita, odia il corpo e trasforma la debolezza in virtù. Mentre lo gnostico cerca di sfuggire allo sguardo soffocante del Dio malvagio per tornare al Dio Supremo, Zarathustra invita a calpestare il cadavere del Dio che punisce e castiga per far nascere l’Oltreuomo (uomo che si fa divino). Entrambi riconoscono che il mondo costruito sulla Legge e sulla Colpa è un’illusione che deve essere infranta.  La Dea Gnostica è la scintilla ribelle che Ialdabaoth cerca disperatamente di spegnere; è l’ebbrezza dionisiaca che Nietzsche oppone alla rigidità apollinea. Come l’Inno di Sophia è il canto di chi ha attraversato il nichilismo più nero e ne è uscito integro (Io sono la vergogna e la franchezza[3]), Zarathustra è colui che accoglie il paradosso dell’eterno ritorno: il grande dire di Sì alla vita, anche al dolore più atroce, trasformando la prigione del Demiurgo in un teatro di creazione suprema. Nietzsche scrive con il sangue, lo gnostico scrive con la luce, la ferita è la medesima. Il Demiurgo è la Soggettività tirannica, è il limite che ci impedisce di essere Dei. La voce della Dea è il richiamo a risvegliarsi dal sonno ipnotico imposto da Ialdabaoth, se il Demiurgo incarna il nichilismo che ci vuole schiavi di una verità imposta, la Gnosi è l’atto di rivolta assoluto: l’istante in cui l’uomo comprende che la chiave della cella è sempre stata nelle sue mani, nascosta tra le pieghe del proprio caos interiore.  Eva tentata in una miniatura di Berthold Furtmeyr (XV secolo) Ialdabaoth è tutto ciò che in noi dice No alla vita. La Dea è il Sì che deflagra oltre ogni morale (Nietzsche si dichiarava il primo immoralista della storia, ciò non significa non avere un’etica, ma sovrastare il moralismo che restringe la sete di conoscenza). Nel libro di Paolo Riberi però non è presente il paragone con Nietzsche, ma il confronto costante con un divino che si manifesta in quanto potenza che unisce gli opposti; Iside, in quanto impalcatura su cui poggia l’enigma di Tuono, Mente Perfetta, ne è la Matrice Madre, l’ombra luminosa che precede e nutre la Sophia gnostica. Riberi traccia un parallelismo filologico diretto: l’inno di Nag Hammadi è strutturato esattamente come le antiche aretalogie isiache, e vi sono dei parallelismi anche con il Libro di Dinanukht, con L’origine del mondo e L’ipostasi degli Arconti. In Egitto, Iside, nelle aretalogie parlava dicendo:  > Io sono Iside, sovrana di ogni terra (…). Io ho stabilito ordini per i > mortali. Io ho fissato leggi che nessuno può cambiare. Io sono la più vecchia > tra le figlie di Crono Io sono la moglie e la sorella di Re Osiride. Io sono > colei che ha scoperto il frutto per i mortali. Io sono la madre di re Horus. > Io sono colei che sorge nella costellazione del Cane. Io sono colei che viene > chiamata ‘dio’ dalle donne (…). Io ho stabilito lingue diverse per i greci e > per i barbari. Io ho istruito la pietà per i supplici. Io onoro coloro che si > difendono con giustizia. Con me, la giustizia è potente. Io sono la signora > dei fiumi, delle acque e del mare. Nessuno è onorato, senza il mio giudizio. > Io sono la signora della guerra. Io sono la signora del tuono[4].  Nel testo gnostico, tale voce trasfigurata mantiene la stessa autorità regale. Iside è il modello archetipico della divinità che non ha bisogno di intermediari: lei è la Legge, la Natura, la Sapienza. Se Iside è la grande potenza inviata dalla forza sovrana che tiene insieme (religo) il cosmo, la voce di Tuono ne estremizza i contrasti. Iside è colei che cerca le membra sparse di Osiride (il dio smembrato); allo stesso modo, la Dea gnostica cerca le scintille divine sparse nel mondo del Demiurgo. Iside rappresenta la concordia oppositorum (l’unione degli opposti): è sposa e sorella, vita e regina dei morti, è la fertilità del Nilo e il silenzio del sepolcro. In Tuono, Mente Perfetta, questa dualità assume un volto lirico: Io sono la moglie e la vergine. Io sono la madre e la figlia. Iside presta la sua veste cosmica a questa nuova entità, facendosi portavoce di ogni coscienza risvegliata. “Come si è già avuto modo di approfondire mediante il confronto con l’Ipostasi degli Arconti e l’Origine del Mondo, nella danza delle immagini maschili e femminili che contraddistinguono il brano si cela un antico enigma che rinvia al mito gnostico di Adamo ed Eva. Quando però la Eva umana lascia definitivamente spazio alla sua controparte spirituale, la Dea, ecco che anche il personaggio maschile cessa di coincidere con Adamo, e diviene “colui che ha generato” la protagonista, le ha conferito la sua forza e ha preordinato ogni sua azione fin dal principio dei tempi: “ciò che egli desidera a me accade”. Si tratta della grande potenza, il supremo principio maschile di cui la Dea rappresenta la controparte femminile, e che nel primo verso di Tuono, mente perfetta invia la protagonista sulla Terra. L’obiettivo è delineare un’analogia con le figure umane di Adamo ed Eva, costruendo una perfetta proposizione: Eva-Adamo = Dea-Grande Potenza Proprio come Eva è la metà femminile di Adamo, la Dea è la metà femminile del Signore dello Spirito, la Grande Potenza: la prima coppia rappresenta l’origine dell’umanità, mentre la seconda è la sorgente dell’universo divino del Pléroma, situato al di là della volta celeste.”[5] Ilaria Palomba *In copertina: William Blake, “The Temptation and Fall of Eve”, 1808 -------------------------------------------------------------------------------- [1] P. Riberi, La voce della Dea Gnostica, Venexia, p. 11 [2] Ivi, p. 15 [3] Ivi, p. 13 [4] Ivi, pp. 47-48 [5] Ivi, pp. 132-133 L'articolo “Io sono la signora del tuono”. Solo la Dea Gnostica può salvarci dalla prigionia del Demiurgo proviene da Pangea.
May 26, 2026 / Pangea
Le crocerossine che sfidarono Stalin. Una storia straordinaria e terribile
Ottant’anni or sono, nello spietato inverno polacco del 1946, la giovane dottoressa e ufficiale della sanità militare francese Madeleine Pauliac perdeva la vita su una strada ghiacciata nel cuore della notte, in un presunto incidente d’auto. Stava rientrando a Varsavia, da dove era stata smobilitata alla fine dell’anno precedente al calare inesorabile della Cortina di ferro, che tagliò in due l’Europa. Dopo uno strano Natale trascorso in famiglia nella sua Villeneuve-sur-Lot, conteso tra l’utopia di una serenità ormai dimenticata e ritrovata in tempo di pace e i focolai di orrore che la fine della guerra non aveva spento, aveva scelto di tornare in Polonia. Doveva portare a termine una missione. Non quella ufficiale, per cui era arrivata (e in modo piuttosto rocambolesco) da Parigi a Varsavia passando per Mosca, su un aereo che sorvolava scenari di desolante devastazione e a bordo di un treno che attraversava sferragliando stazioni fantasma. Non la missione di cui lei, una delle prime donne francesi a essere ammessa all’Ordine dei Medici e a prendere parte alla Resistenza, era stata incaricata dall’allora generale de Gaulle, a cominciare dalla gestione dell’Ospedale francese di Varsavia. Si trattava bensì di una missione personale e segreta, di cui pochissimi erano al corrente. Nei mesi precedenti, la notte, dopo interminabili ore di lavoro in ospedale, si allontanava di nascosto, sola, e si inoltrava nel cuore della foresta vicina per raggiungere le suore di un convento profanato dagli eserciti di passaggio, tedesco prima e sovietico poi. Vittime di violenze indicibili, se avessero denunciato gli orrori subiti sarebbero cadute vittima anche della gogna pubblica del giudizio sociale e dell’anticlericalismo delle autorità filosovietiche, che avrebbero chiuso il convento e le avrebbero consegnate a un mondo cui non appartenevano più. L’unica loro salvezza era Madeleine, medico, donna e straniera. Le avrebbe aiutate ad affrontare la gravidanza e la maternità, e soprattutto quello che sarebbe avvenuto dopo: avrebbe creato all’interno delle mura del convento un orfanotrofio, che ospitasse anche i bambini resi orfani dalla guerra e bilanciasse l’alto numero di neonati, che avrebbe potuto apparire sospetto. Una perfetta via di uscita per permettere alle sorelle che avessero voluto crescere i propri bambini di non doverli abbandonare, e a coloro che invece, per il trauma o per l’incompatibilità della propria vocazione, non avessero potuto tenerli con sé, di affidarli alle cure delle consorelle, prima che venissero espatriati con l’aiuto sotterraneo della Croce Rossa polacca e americana. Una storia straordinaria rimasta nascosta nelle pieghe del tempo e dei delicati equilibri di potere, se non fosse che quella notte di Natale del 1945 Madeleine non riuscì più a portare questo peso solo sulle proprie spalle senza scontrarsi con l’incomprensione della sorella Anne-Marie di fronte alla propria volontà di tornare in Polonia. Scelse quindi di condividere con lei questo fardello, che la sorella custodì nel cuore fino al 2006, quando poco prima di morire decise di affidarlo al figlio, Philippe Maynial, perché ne preservasse la memoria. Da sempre operante nel mondo del cinema, Maynial è stato per diversi anni responsabile dei diritti esteri per la casa di produzione Gaumont, ha ideato il Premio Sopadin per la sceneggiatura ed è ora direttore generale di Babylone Productions. Non stupisce quindi che abbia portato questa storia di famiglia sul grande schermo, affinché raggiungesse una platea potenzialmente infinita e facesse vibrare le corde che solo la narrazione sa toccare. Dieci anni dopo nasceva così il film Les Innocentes, uscito nelle sale italiane con il titolo Agnus Dei. Diretto da Anne Fontaine e candidato a quattro premi César, è accompagnato da una colonna sonora di struggente delicatezza composta da Max Richter, candidato agli ultimi Oscar per la colonna sonora di Hamnet, altrettanto intensa nel suo essere “in punta di piedi”. Qui Madeleine è Mathilde, una giovanissima dottoressa entrata a far parte della Croce Rossa prima ancora di completare gli studi per dare il suo contributo alla Resistenza: non è primario dell’Ospedale francese ma assistente di un medico (uomo), e non ha quindi l’autorevolezza e il ruolo cruciale del personaggio storico a cui è ispirata, il che rende agli occhi dello spettatore la sua missione ancora più fuori scala. La trama, necessariamente romanzata (al di là dei processi di adattamento da storia a cinema, nessuno è a conoscenza di chi fossero le suore che furono pazienti della dottoressa Pauliac), è uno strumento per fare emergere un aspetto fondamentale della vera storia di Madeleine: aiuto reciproco, abnegazione, sorellanza, oltre ogni ruolo, confine, partito o credo, sono l’ultimo baluardo dell’umanità di fronte alle guerre a cui sembra che non sappiamo porre un freno, oggi come allora. E così Mathilde, atea come Madeleine e qui fervente comunista, e il suo primario (e amante), ebreo e quindi guardato con sospetto dalle suore in quanto non battezzato, riusciranno a farsi accogliere da queste donne preda del terrore per le violenze subite e di una regola che vietava loro persino di lasciarsi visitare, e a vincere i propri pregiudizi. È la vittoria dell’umano e della fratellanza. Ma questa storia, che già avrebbe i toni dell’epica, è solo un capitolo di una storia molto più ampia, che si snoda attraverso l’affresco della grande Storia. Una storia al femminile e corale, perché Madeleine non era sola. Il suo coraggio fu anche quello delle undici infermiere e autiste appena ventenni della Croce Rossa francese, le ragazze del leggendario Squadrone blu (dal colore delle uniformi donate dagli americani), inviate a Varsavia per aiutare Madeleine nella missione di rimpatrio dei 300.000 soldati rimasti bloccati negli ospedali o nei campi di prigionia, detenuti da Stalin. Insieme, porteranno a termine oltre 200 missioni e percorreranno circa 40.000 km sulle strade devastate di un mondo in rovina, sfidando la minaccia sovietica. Una storia che Philippe Maynial, con l’aiuto della moglie Barbara, è riuscito a ricostruire attraverso lettere, diari, fotografie, testimonianze dirette delle “Blu” e dei loro discendenti, viaggi e ricerche d’archivio, restituendoci un vivace e commovente ritratto di dodici eroine dimenticate nel suo libro Madeleine Pauliac. L’Insoumise, pubblicato nel 2017 in Francia da XO Editions e rivisto e aggiornato per l’edizione statunitense del 2025 edita da Rowman & Littlefield (Bloomsbury), da cui è tratta la traduzione italiana, che ho avuto il privilegio di curare per le Edizioni Ares, Le ragazze dello Squadrone blu. Madeleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin (1945-1946) (maggio 2026). E allo schermo questa storia è tornata, ora in versione completa, con il documentario Les Filles de l’Escadron Bleu di Emmanuelle Nobécourt, di cui Maynial è co-autore e co-produttore e al quale nel 2020 è stato assegnato il Premio Historia, dedicato ai documentari storici. Una ricostruzione di rara potenza, anche grazie alla “voce” diretta delle fotografie d’epoca e dell’inchiostro di lettere e diari. Il linguaggio visivo ha poi incontrato la pagina, e a gennaio, in vista dell’80° anniversario di Madeleine, le avventure sue e delle “Blu” sono diventate anche un graphic novel, L’Escadron bleu, 1945, a cura di Le Pon e Ollagnier, dell’editore francese Dupuis. E così, una storia che sembrava perduta continua a viaggiare tra forme narrative e a ispirare lettori e spettatori, oltrepassando ogni confine come fecero le sue protagoniste nelle loro missioni. > «Mentre ero a Varsavia, qualche tempo fa, dalla finestra del mio albergo, nel > grigiore del mattino, mi sembrò di scorgere Madeleine e le piccole Blu, mano > nella mano. Quando mi capita di andare a Villeneuve-sur-Lot, non manco mai di > salutare, con un peso sul cuore, il grande cedro centenario che si erge sulla > strada verso il cimitero. In estate, tutt’intorno, crescono piccoli fiori > blu». > > (Philippe Maynial) Chiara Bianchi *In copertina: Madeleine Pauliac (a sinistra) e alcune ragazze dello “Squadrone blu” L'articolo Le crocerossine che sfidarono Stalin. Una storia straordinaria e terribile proviene da Pangea.
May 23, 2026 / Pangea
“Odino aveva il dono della profezia e viaggiò verso Nord”. L’Edda tra la Bibbia e l’Iliade
È anche grazie al successo cinematografico del Signore degli Anelli – sono passati ormai venticinque anni dal primo film del ciclo – che un po’ tutti conosciamo l’Edda, lo straordinario repertorio della mitologia norrena. L’Edda, infatti – insieme al Beowulf –, è stata la fonte principale di Tolkien per ideare il suo grande libro. In particolare, è l’“Edda in prosa”, il regesto organizzato da Snorri Sturluson, l’estroso storico islandese vissuto nel XIII secolo, a costituire – per così dire – la traccia letteraria intorno a cui Tolkien ha costruito il ritmo del suo racconto – epico, è vero, ma anche ironico, perfino ‘apocalittico’, nel senso che contiene, in nuce, una rivelazione.  In realtà, in Italia esiste un’edizione dell’Edda “di Snorri” che precede di gran lunga l’uscita del film tolkeniano. Fu Giorgio Dolfini, germanista di pregio – ha tradotto Thomas Mann e Goethe, tra le altre cose –, nel 1975, ad approntare per Adelphi l’edizione dell’Edda. Cinque anni prima, Rusconi aveva pubblicato Il Signore degli Anelli nella versione di “Vicky”, indimenticabile per i lettori d’ogni italica quota. L’Edda uscì nella “Biblioteca Adelphi”, col numero 61; in ‘quarta’ l’editore, opportunamente, con la consueta rapinosa grazia, ricordò che quel libro costituiva l’autentico fondamento della cultura e del pensiero ‘del Nord’: si citavano, va da sé, Wagner e Tolkien, si ricordava che in Snorri, “Borges ha visto, paradossalmente, il primo antenato di Flaubert”. Nello stesso anno, proprio Rusconi mandava in libreria l’Edda a cura di Gianna Chiesa Isnardi (ora in catalogo Garzanti). Di fatto, nonostante gli sporadici sforzi di alcuni piccoli editori, sono queste le versioni dell’Edda di Snorri che troviamo ancora in libreria. Due versioni della ‘bibbia del Nord’, del libro che ha forgiato l’immaginario nordico, che risalgono a più di cinquant’anni fa. Nel mondo anglofono – in qualche modo erede della tradizione norrena – le cose sono naturalmente diverse. La prima, consacrata versione della The Prose or Younger Edda commonly ascribed to Snorri Sturluson, è del 1842, a cura di Sir George Webbe Dasent. Professore al King’s College di Londra, Sir George viaggiò a lungo tra Norvegia, Svezia e Islanda; fu amico di Jakob Grimm: la sua versione dell’Edda fu particolarmente apprezzata da Tolkien. Tra Ottocento e Novecento si stimano una quindicina di versioni dell’Edda in prosa: tra quelle più note va citata la Prose Edda a cura di Arthur Gilchrist Brodeur, professore di letteratura norrena a Berkeley; uscì per la Oxford University Press nel 1916. Un altro americano, Rasmus Bjørn Anderson – le origini norvegesi sono ben incise nel nome – stampò a Chicago, nel 1880, una pionieristica Younger Edda: la sua fama si deve però a uno studio, America Not Discovered by Columbus, uscito qualche anno prima, nel 1877. Anderson fu il primo a dimostrare, leggendo in filigrana documenti e saghe, che sono stati gli esploratori norreni ad aver attraccato per primi nel ‘Nuovo Mondo’.  Quanto all’Edda ‘poetica’, una prima riuscita versione, pur parziale, si deve ad Amos Simon Cottle: per l’impresa – realizzata nel 1797 – fu aiutato da Robert Southey, ‘Poet Lureate’ del regno, amico di Coleridge. Non è divagazione estemporanea: la grande poesia in lingua inglese fa uso costante di alcune figure retoriche norrene, il kenning ad esempio, “una parola composta da due termini, che assume una funzione metaforica che trascende il valore semantico dell’uno e dell’altro termine implicati nella metafora stessa, senza tuttavia abbandonare il valore lessicale dei due termini” (Ernesto Livorni; es. “destriero marino” per dire nave). La ‘dorsale’ più nobile della poesia anglofona del Novecento – Ezra Pound/Ted Hughes/Seamus Heaney – nasce attorno al riutilizzo del kenning (questa la tesi di Livorni in La troppo umana animalità, introduzione a: Ted Hughes, Cave Birds, Mondadori, 2001).  Le versioni in lingua inglese dell’Edda in prosa si sono susseguite con continuità anche nel nuovo millennio. Una pietra miliare, in questo senso, è The Prose Edda edita da Penguin nel 2006, a cura di Jesse L. Byock, archeologo – ha scavato diversi siti Vichinghi – e professore di letteratura norrena e cultura scandinava presso la University of California. Questa traduzione ha il merito di essere al contempo accurata e leggibile, arcana e moderna. Proprio intorno alla Prose Edda di Byock si è sviluppato un lavoro di ricerca di Silvia Campanino (“Edda: la Bibbia del Nord. L’opera di Snorri Sturluson nelle versioni italiane e inglesi”) recentemente discusso alla SSML “San Pellegrino” di Rimini. Al di là di un pur utile catalogo che allinea, con commento, le diverse, notevoli traduzioni in inglese dell’Edda di Snorri, la tesi propone una versione del cosiddetto “Prologo” – meglio: formáli – dell’Edda. Questa porzione dell’Edda è assente nelle versioni italiane di Dolfini e di Gianna Chiesa Isnardi, perché “opera d’erudizione e di sistemazione… priva di tutte quelle doti che fanno dell’Edda un autentico capolavoro” (Dolfini). Eppure, il formáli – redatto pur sempre all’epoca di Snorri – è tradotto da Byock, è presente in pressoché tutte le traduzioni precedenti, compresa quella ‘classica’ di Brodeur, uscita oltre un secolo fa. Il formáli, in realtà, possiede un fascino peculiare perché salda la vicenda norrena a quella biblica e a quella omerica, facendo dell’Edda un libro ‘occidentale’, da leggere al fianco della Bibbia e dell’Iliade. Le primissime pagine dell’Edda, infatti, ricapitolano ‘in picchiata’ l’epopea biblica: > “In principio Dio onnipotente creò il cielo e la terra e tutto ciò che c’è in > essi. Infine creò due esseri umani, Adamo ed Eva, e da loro nacquero genti, i > cui discendenti si moltiplicarono e si sparsero per tutto il mondo. Ma col > passare del tempo, gli uomini divennero dissimili gli uni dagli altri. Alcuni > erano buoni e rimasero fedeli al giusto credo, ma la grande maggioranza si > volse ai desideri di questo mondo e trascurò i comandamenti di Dio. Perciò Dio > sommerse il mondo e tutti gli esseri viventi in un diluvio…”.  La seconda parte del formáli – che si propone in calce nella versione di Sara Campanino –, più lunga, salda il ciclo omerico alla narrazione di Snorri. Thor, così, sarebbe il nipote di Priamo, mitico re di Troia; Odino, “uomo eccellente in saggezza e dotato di ogni sorta di talento”, sarebbe il discendente di Thor e della Sibilla, la profetessa cara ad Apollo. Il formáli racconta il prodigioso viaggio di Odino – specie di Odisseo a contrario, alieno al ritorno; specie di innevato Enea – verso Nord. In questo tentativo sincretico – frugale, è vero, ma con lista di genealogia e discendenze, dunque con un lignaggio che ne impreziosisce l’autenticità di epos cosmico e ‘familiare’ – è il genio del formáli. L’Edda sarebbe dunque il culmine di una rivelazione che comincia con la Bibbia, prosegue per l’Iliade e l’Eneide, trova splendore a Nord. In questo rude tentativo enciclopedico, sentiamo che gli antichi dèi cominciano già ad arretrare, ricoperti di muschio e di lava – eppure, se ne percepisce ancora il sussurro, il celestiale sentore, la presenza immedicabile, il sibilo della formula magica, la parola che vivifica le cose e sorregge il mondo.  ** Il popolo di Troia e Thor Vicino al centro del mondo fu costruito un palazzo con una sala maestosa: divenne molto famoso. Quel luogo fu chiamato Troia e si trova nella regione chiamata Turchia. [Troia] Fu costruita molto più grande delle altre [roccaforti] e con maggiore sapienza sotto molti aspetti, non furono risparmiati né i costi né le risorse del paese. Vi erano dodici regni con a capo un re, a ciascun regno appartenevano molti gruppi che pagavano tributo. Nelle città vi erano dodici capi principali. Questi governanti erano superiori in tutte le umane qualità rispetto agli altri uomini che li avevano preceduti nel mondo. Uno dei re si chiamava Munon o Mennon. Era sposato con Troan, figlia di Priamo, il re supremo. Ebbero un figlio che si chiamava Tror, colui che noi chiamiamo Thor. Crebbe in Tracia da un duca di nome Loricus e quando compì dieci anni ricevette le armi di suo padre. La sua bellezza era tale che, quando si trovava tra altra gente, risaltava come l’avorio incastonato nel rovere. I suoi capelli erano più belli dell’oro. Quando compì dodici anni aveva già raggiunto la piena forza. Infatti riuscì a sollevare da terra dieci pelli d’orso impilate una sull’altra. In seguito uccise il padre adottivo Loricus, sua moglie Lora, o Glora, e prese possesso del regno di Tracia. Chiamiamo quel luogo Thrudheim. Successivamente viaggiò ampiamente attraverso molte terre, esplorando ogni parte del mondo e da solo sconfisse temibili guerrieri (berserker) e giganti, oltre a dominare i draghi più possenti e molte bestie. Nella parte settentrionale del mondo incontrò la profetessa chiamata Sibilla, che noi chiamiamo Sif, e la sposò. Nessuno conosce gli antenati di Sif. Era la più bella delle donne, con capelli d’oro. Il loro figlio, chiamato Lóridi, somigliava molto a suo padre. Il figlio di Lóridi fu Einridi, il cui figlio fu Vingethor, il cui figlio fu Vingenir, il cui figlio fu Moda, il cui figlio fu Magi, il cui figlio fu Seskef, il cui figlio fu Bedvig, il cui figlio fu Athra, che chiamiamo Annar, il cui figlio fu Itrmann, il cui figlio fu Heremod, il cui figlio fu Skjaldun, che chiamiamo Skjold, il cui figlio fu Biaf, che chiamiamo Bjar, il cui figlio fu Jat, il cui figlio fu Gudolf, il cui figlio fu Finn e il cui figlio fu Friallaf, che chiamiamo Fridleif. Egli ebbe un figlio chiamato Voden, che noi chiamiamo Odino, un uomo eccellente per la sua saggezza e perché era dotato di ogni sorta di talento. Sua moglie, era chiamata Frigida, noi la chiamiamo Frigg. * Il viaggio di Odino verso Nord Odino aveva il dono della profezia, così come sua moglie, e grazie a questa conoscenza venne a sapere che il suo nome sarebbe diventato famoso nella regione settentrionale del mondo e onorato più di quello di altri re. Per questo motivo desiderava partire dalla Turchia e intraprese il viaggio con un grande seguito di persone, giovani e anziani, uomini e donne. Quindi portarono con sé anche molti oggetti preziosi. Ovunque passassero durante il loro viaggio, venivano raccontate storie della loro magnificenza, tanto che sembravano più Dèi che uomini. Viaggiarono senza sosta fino a giungere al nord, arrivarono nella regione che oggi è chiamata Sassonia. Lì Odino si stabilì per molto tempo, prendendo possesso di gran parte della terra. Odino fece sorvegliare il paese da tre dei suoi figli. Uno di loro, Veggdegg, era un potente re che governava sulla Sassonia orientale. Suo figlio fu Vitrgils, i cui figli furono Vitta, padre di Heingest, e Sigar, padre di Svebdegg, che chiamiamo Svipdag. Il secondo figlio di Odino, chiamato Beldegg, noi lo chiamiamo Baldr, egli possedeva la terra che oggi è chiamata Vestfalia. Suo figlio fu Brand, e il figlio di questi fu Frjodigar, che chiamiamo Frodi; suo figlio fu Freovin, il cui figlio fu Wigg, il cui figlio Gevis noi chiamiamo Gavir. Il terzo figlio di Odino si chiamava Siggi e suo figlio fu Rerir. Gli uomini di questa stirpe regnarono in quella che oggi è chiamata Francia, da loro discende la famiglia detta dei Volsunghi. Da tutti loro discesero famiglie numerose e potenti. * Il viaggio di Odino continua e gli Æsir si stabiliscono a Nord Poi Odino partì, viaggiando verso nord e giunse nel paese chiamato Reidgotaland. Si impadronì di tutto ciò che voleva in quella terra e fece di suo figlio Skjold il sovrano. Il figlio di Skjold si chiamava Fridleif e da lui discende la stirpe conosciuta come gli Skjoldungar, i re di Danimarca. Quella che oggi è chiamata Jutlandia allora si chiamava Reidgotaland. Poi egli andò verso nord, in quella che oggi è chiamata Svezia, dove viveva un re di nome Gylfi. Quando il re seppe del viaggio di questi Asi, che erano chiamati Æsir, andò loro incontro, offrendo a Odino tanta autorità nel suo regno quanta egli desiderasse. Ovunque essi soggiornassero in quelle terre, li accompagnavano tempi di pace e prosperità, tanto che tutti credettero che i nuovi arrivati ne fossero il motivo. Questo perché gli abitanti del luogo videro che gli Asi erano diversi da chiunque avessero mai conosciuto, per bellezza e intelligenza. Riconoscendo le ricche possibilità di quella terra, Odino scelse un luogo per fondare una città, quello che oggi si chiama Sigtúnir. Egli nominò dei capi e, secondo le usanze di Troia, scelse dodici uomini per amministrare la legge del paese. In questo modo organizzò le leggi come era fatto a Troia, nel modo a cui erano abituati i Turchi. Poi egli andò verso nord, continuando fino a raggiungere l’oceano, che si credeva circondasse tutte le terre. Là, in quella che oggi è chiamata Norvegia, pose suo figlio al potere. Questo figlio si chiamava Sæmingr, da cui discendono i re di Norvegia, così come i loro jarlar[1] e altri uomini importanti del regno, come è raccontato nell’Háleygjatal[2]. Odino aveva con sé anche un altro figlio, di nome Yngvi, che dopo di lui divenne re in Svezia e da cui discende la stirpe chiamata Ynglingar. Gli Æsir e alcuni dei loro figli sposarono donne provenienti dalle terre in cui si erano stabiliti e le loro famiglie si moltiplicarono. Si diffusero attraverso la Sassonia e da lì in tutte le regioni del nord, tanto che la loro lingua – quella degli uomini dell’Asia – divenne la lingua nativa di tutte queste terre. Gli uomini credevano che, poiché i nomi dei loro antenati erano registrati nelle genealogie, dimostrava che questi nomi facevano parte della lingua che gli Æsir portarono nel mondo del nord – in Norvegia, Svezia, Danimarca e Sassonia. In Inghilterra, tuttavia, alcuni nomi di antiche regioni e luoghi fanno pensare che quei nomi originariamente provenissero da un’altra lingua. (Traduzione di Sara Campanino) *In copertina: Odino secondo Lorenz Frølich, 1844 -------------------------------------------------------------------------------- [1]               Nobili [2]               Elenco in forma poetica dei jarlar della regione settentrionale della Norvegia, chiamata Halogaland. L'articolo “Odino aveva il dono della profezia e viaggiò verso Nord”. L’Edda tra la Bibbia e l’Iliade proviene da Pangea.
May 12, 2026 / Pangea
“L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a scrivere
“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se cercate il titolo n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio editore in Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia con il libretto Dalle parti degli infedeli e al n. 100 vede le Cronachette (gennaio 1985). Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di quale libro stiamo parlando? Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito, si stava interessando alla figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di particolari, sarà Giampiero Mughini, altra figura dell’intellighenzia siciliana, al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’Affaire Moro? Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista” del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di ”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore. È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica quotidiana “Colpi di punta”. Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre 1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”. “Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega Adrian Lyttelton ne La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al 1929 Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta, ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e azzardosa quella del “Tevere”. Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle estreme conseguenze. Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “La difesa della razza” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a seguito dell’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, cercherà di illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista.  La nuova rivista – che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al pianterreno di Palazzo Wedekind, a piazza Colonna 366, e sostenuta economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale hitleriana”. (Mughini, p.148). Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre del 1938, infatti, poco dopo il debutto de “La difesa della razza”, vide la luce “Contra Judaeos“. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la Biblioteca razziale italiana, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti universitari fascisti tra i firmatari del Manifesto sulla razza, pubblicato il 14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”, e perciò inassimilati e inassimilabili. Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla “identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”, nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e discriminato gli ebrei. > “Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il > suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è > bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica > che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e > alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si > riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né > la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è > questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una > misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia > affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza > pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul > terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e > difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“. > >  “Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938. *  Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo sconfessandolo. Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in considerazione il progetto di una pubblicazione? Matteo Collura, nel suo Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996; La nave di Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già in parte toccato un tema simile ne Il cavaliere e la morte (1988), ricordando la mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.  Torniamo allora sulle tracce di Telesio. Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle “dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre e il padre. È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato Appello agli uomini, non vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale, infatti è data alle fiamme. Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale – manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel 1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili, l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre le centomila copie. Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring, il 12 settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”. * Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo. Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono, altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi – al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione. In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il vento forte della Liberazione. Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche di un certo prestigio. Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità morale dell’antifascismo intellettuale. Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato di Brescia. Si tratta di Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie, incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito poche ore prima. E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la sensibilità di Leonardo Sciascia. Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo – riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani, dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi. Usciranno solo a luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta mancanza di elementi. Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70 aveva curato per Sellerio un volumetto, La noia e l’attesa. Un libro sui rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:  > «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se > meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i > rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45. > Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre, > dell’avvocato Paroli».  Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista, dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo anima:  > «Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni > lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il > dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare». Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare “Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio. Una decisione presa in onore dello scrittore scomparso. * Sarà allora Giampiero Mughini, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli nel gennaio 1991 con il titolo A via della Mercede c’era un razzista, sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”. Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991 In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e due blocchetti di assegni, tutti firmati. Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero. Scrive Mughini:  > ”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi > non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere > criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel > disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e > gli altri erano tutti dei  doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da > siciliano, sceglie la seconda via”. Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra. Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne La collezione (Einaudi, 2009) – il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori. Era la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse impossibile. E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e impronunciabile è rimasto dopo”. Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie personali, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, che si autoedita nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi, che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere sul padre. Telesio Interlandi, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, Edizioni di Quadrivio, 1962. * «A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4 sett. 1961)».  “Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni. Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare, hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho più scritto un rigo, per me; nulla di nulla”. Telesio Interlandi  * Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo qui una breve bibliografia di riferimento: Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991. Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova prefazione dell’autore, Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non scrisse, Gussago – Editrice Ermione, 1992. Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto In questa notte del tempo, Sellerio, Palermo, 1999. Virman Cusenza, Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che salvò il giornalista di Mussolini, Mondadori, 2022. Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, 1996. Ugo Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, La Nuova Italia, 1973. https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf * Immagine di copertina: La Tempesta, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale. Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione(Sossella, 2014), The River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e martello in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie e canzoni1990-2020.  L'articolo “L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a scrivere proviene da Pangea.
May 7, 2026 / Pangea
Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito all’eversione
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits. Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante – conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione, Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.  L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi, era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda. Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta – se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia eredi, non fa prigionieri.  A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione di vecchi mestieranti del verbo.   È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel ’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di un’ascesa tra le aquile.  Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni – I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea. L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti – da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta, un genio in generosità, a prevalere.  Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più, un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto. L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori antologizzati?   Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso, il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo, avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa indole del poeta.  La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione ‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.  Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.  Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’, ‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno, d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde, Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati. Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa. Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell. Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per sagacia.  In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’, questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’, qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita, attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista, domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui, si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.  Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.  Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.   *In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936 L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito all’eversione proviene da Pangea.
May 5, 2026 / Pangea
“L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata
Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore “apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra. Voleva librarsi verso il sole invitto.  Nei Cantos, sommo regesto di perdenti e perduti, Ezra Pound dimostra predilezione per Sigismondo Pandolfo Malatesta, il grande condottiero, signore di Rimini. Benché avesse offerto i propri servigi, per un po’, alla Chiesa, papa Pio II lo scomunicò, dichiarandolo “Anticristo”: fu l’inizio del tracollo. Seguace di Gemisto Pletone – il cui sepolcro andò a ‘prelevare’ a Mistra, in Grecia, per incapsularlo nel lato destro del ‘suo’ Tempio Malatestiano –, neoplatonico in pectore, infine ‘pagano’ – pur fautore di un’armonia dionisiaca, a favor di sangue – il Malatesta si può con qualche diritto definire uno degli sparsi eredi di Giuliano. In effetti, Pound non si scorda dell’imperatore “naturalmente bollato ‘apostata’”: lo conficca nel canto CII – sezione “Thrones” – tra quelli che “vogliono evadere dall’universo”. Molto opportunamente – merito di una sempiterna sagacia – Pound cita le Res Gestae di Ammiano Marcellino (Amnis herbidas ripas), lo storico e militare romano che seguì Giuliano nella disastrosa spedizione in Oriente. È proprio Ammiano a raccontarci gli ultimi istanti di vita dell’imperatore. Giuliano era stato colpito da un giavellotto a Maranga, nei pressi di Samarra, nell’attuale Iraq; l’esercito romano affrontava le schiere dei Sasanidi di Sopore II. Era il 22 giugno del 363.  Accompagnato nella sua tenda, l’imperatore si diede a filosofare coi suoi, impartendo estreme istruzioni morali. “Esulto, come colui che sta per restituire un debito in buona fede. Non sono afflitto né addolorato. Sono guidato dalla opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore, occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi… Non ho da pentirmi di quanto ho fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Fui sempre propenso, come sapete, alla pace”. L’imperatore continuò a discutere con i sapienti che aveva con sé – Massimo e Prisco – riguardo alla “sublimità delle anime” – la ferita, intanto, dilagava, l’imperatore svaniva. Bevve dell’acqua. Citò Socrate. Non nominò alcun successore – perso, forse, nella sua sparizione –; l’esercito preferì Gioviano, un militare. Giuliano aveva 32 anni. Era stato eletto nel febbraio del 360, il suo regno durò due anni e mezzo.  Nipote di Costantino, era scampato allo sterminio familiare seguito alla morte del ‘Grande’: vide fiumi di sangue, si diede a tentare i cieli, ad astrarsi tra gli astri. Fu valentissimo studioso: cresciuto nei riti cristiani, si fece attrarre dai misteri greci, facendo di Pindaro e di Omero i suoi pari. Studiò Plotino, Porfirio e Giamblico; si diede alla teurgia – suo amico e sodale fu Salustio, l’autore del trattato Sugli dèi e il mondo (che trovate in versione Adelphi). A giudicare dal suo operato in Gallia, pare che fosse un buon amministratore e un capace condottiero – ad ogni modo, fu l’esercito ad acclamarlo imperatore e, ‘alla barbara’, a issarlo sugli scudi. Al di là della nomea che gli fa da sudario e delle imprecazioni a mitraglia dei cristiani – Gregorio di Nazianzo esultò alla sua morte, dichiarandolo “tiranno… dragone… abominio dell’universo” –, che vedevano persi i privilegi appena ottenuti sotto Costantino, pare che Giuliano sia stato un buon imperatore. Nel suo Cattivi. Il lato oscuro dell’antica Roma (libro da poco edito da Ares: si legge con agio, è divertito e colto), Silvia Stucchi riabilita l’operato di Giuliano, imperatore probabilmente migliore del santificato Costantino (“Tutta la gloria della statuaria e della celebrazione dell’Imperatore da parte di Eusebio di Cesarea nella sua biografia non possono nascondere che il lungo regno di Costantino fu globalmente un insuccesso”).  Da secoli, Giuliano è il mito – e il monito – di coloro che ritengono il cristianesimo una pestilenza, la strage dell’antico ordine divino, dell’antica era che pullulava di dèi. Da allora, tacciono i boschi, mutilata è la voce dei fiumi, mozzato – per la sfrontatezza del Nazareno – il rapporto ‘simpatico’ tra la mano e la pietra, tra l’opera e lo zodiaco, tra gli alberi e le arterie, tra il mugolio degli amanti e il ragliare dei cervi. Non è del tutto vero – è vero che l’epopea di Giuliano aiuta, specularmente, a capire l’epoca (mirabile per il catartico connubio di ascesi ed assassinio) dei tanti ‘cristianesimi’: al consolidarsi della Chiesa come potere mondano faceva contrasto la ‘fuga’ di schiere di uomini nel deserto, alla ricerca di un’impossibile ‘originarietà’, alla primogenitura del Verbo, alla sua prima spremitura. La strenua lotta di Agostino contro i Donatisti, i Valentiniani, gli Adamiani (“derivano il loro nome da Adamo, del quale imitano la nudità che gli fu propria nel Paradiso, prima del peccato. Così condannano anche il matrimonio”), i Priscillianisti (“…sostengono che gli uomini sono vincolati alle stelle, le quali ne decretano il destino, e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai dodici segni zodiacali”) ci indica, per bagliori e frantumi, cosa avrebbe potuto essere la fede in Cristo, cosa è stata.  La letteratura ha trasfigurato l’impresa di Giuliano – anacronistica e solitaria, dunque esteticamente affascinante – in diversi rivoli. Ibsen nel 1873 e Kazantzakis nel 1945 hanno ridotto in pièce “l’apostata”; Gore Vidal gli ha dedicato un bel romanzo, Giuliano, edito in Italia da Fazi. In una poesia dedicata a Julian the Apostate, Thom Gunn mette in luce la ‘pesantezza’ dell’imperatore, il carisma retto da un fato avverso: > “Difficile formulare in leggi l’assoluto: > fallimento e desiderio accerchiano la preda; > la data è relativa – muore chi a loro appartiene”.  Soprattutto, è Costantino Kavafis ad aver contratto un patto di somiglianza con Giuliano. All’imperatore infelice, su cui ha infierito lo sfavore degli antichi dèi, ha dedicato diverse poesie, perfino l’ultima, Nei dintorni di Antiochia, con quell’ultimo verso, letale, “L’essenziale è che lui sia schiattato”. A Kavafis piaceva che Giuliano non piacesse a nessuno, che la sua opera di riabilitazione – di resurrezione – degli dèi di un tempo fosse ritenuta un po’ da tutti un’archeologica idiozia. Amava quell’uomo fuori tempo che nel Misopogonprendeva in giro se stesso, rivelando la propria incapacità di sintonizzarsi con i desideri dei suoi sudditi (in quel caso, per l’appunto, gli abitanti di Antiochia).  In una poesia esemplare – qui riprodotta nella versione ‘classica’ di Nicola Crocetti edita da Einaudi – Kavafis immagina Giuliano a Nicomedia, immaginando la sua anima sdoppiata, che è poi quella del poeta:  “Cose sconsiderate e pericolose. Gli elogi agli ideali Ellenici. I riti magici, le visite ai templi dei pagani. L’entusiasmo per gli antichi dèi. I frequenti colloqui con Crisanzio. Le teorie del filosofo Massimo – peraltro eccelso. Ed ecco il risultato. Gallo si dimostra assai preoccupato. Costantino sospetta. Ah, non ebbe affatto consiglieri accorti. Questa storia – dice Mardonio – ha passato il segno, deve assolutamente smettere il clamore. Cosí ridiventa mezzo chierico Giuliano in chiesa a Nicomedia, dove con voce stentorea e grande devozione declama le Scritture, suscitando nel popolo rispetto per la sua pietà cristiana.” Il refrain letterario, notevole, ha per fonte l’opera di Libanio, retore nato ad Antiochia, pagano, grande maestro – anche di sommi dottori della Chiesa come Giovanni Crisostomo e Basilio di Cesarea –, autore di alcune memorabili orazioni dedicate a Giuliano. In particolare, la Monodia per l’imperatore Giuliano, intrisa di severa commozione, di composta nostalgia, è un piccolo capolavoro: è il gioiello-sigillo su un mondo perduto, sono i titoli di coda di un’era che pareva eterna. È, in fondo, il sovvertimento, lo sradicamento, la nascita di una nuova grammatica. Giuliano viene descritto come l’imperatore “che ha dato nuova vita alle sacre leggi, riportato in alto la bellezza virtuosa al posto del degrado, innalzato le vostre case, eretto altari, riunito insieme le schiere dei sacerdoti, nascoste nell’oscurità, restaurato i resti delle statue divine”. Agli occhi dei nuovi pagani, sono i cristiani i dissoluti, i chiassosi distruttori delle autentiche norme. La frase che chiude la monodia – che ricorda un po’ le Georgiche di Virgilio e alcuni passi di Ovidio – commuove, crisma dell’impotenza divina:  > “Davvero sarebbe stato meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la > follia al posto del dolore, perché nessun dio trasforma un uomo che soffre in > pietra, né in albero, né in uccello”. Il testo è stato recentemente tradotto, in elegantissima edizione, da Ugo Pontiggia per La Finestra Editrice. In un passo dell’introduzione, Pontiggia ricorda il padre, Giampiero Neri, e Nanni Cagnone, riannodando legami con chi non è più qui. In un paragrafo di particolare nitore, è riassunta l’opera di Giuliano: > “Con Giuliano, nella visione che univa l’anima con gli astri, con gli dèi, il > mondo appare ancora dominato da una calma olimpica e superiore bellezza, nelle > parole di chi come lui aveva visto scorrere il sangue dei propri amati e dei > propri nemici, non di uno studioso chiuso in una biblioteca, i cui occhi sono > offuscati sui testi”.  Sono diversi i punti d’attrazione che ci avvicinano allo ‘sconfitto’ Giuliano. Quello più banale riguarda il potere mondano che ha bisogno – per sostenersi e per assolversi – del potere spirituale. Ogni potere terreno agisce guidato da necessità celeste – anche oggi, in fondo, a veder bene, è così. L’altro è l’ostinazione dell’imperatore nel riesumare dèi impotenti, ormai vestiti a lutto; questo collasso aiuta a capire le ragioni del ‘nuovo mondo’ ormai sorto. “Quanto poco egli possedesse il senso della realtà, dimostra, forse più d’ogni altro suo atto, proprio l’ultima spedizione, paragonabile – come fu paragonata – alla napoleonica campagna di Russia”, ha scritto Alberto Pincherle nel bel profilo dedicato dalla Treccani a Giuliano (desueto, forse, ma elegante, va letto).  Il fatto che Giuliano confidasse nei segni più che nei fatti, che si gettasse nell’invisibile pur di non essere ostaggio del visibile, che tentasse di orientare il fato ordito dai suoi dèi con catastrofici olocausti, questa profonda – e infine feconda – frustrazione, rendono l’imperatore indimenticabile, astrologicamente invitto.   L'articolo “L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata proviene da Pangea.
May 2, 2026 / Pangea
In morte di Vittorio Messori
Provo una discreta antipatia per i così detti «coccodrilli», ciò è a dire gli articoli sguinzagliati all’indomani della morte d’una persona celebre. Essi sono quasi sempre falsi rettorici sentimentaloidi e fintamente appassionati; sovente servono per rimediare al lungo oblio in che il morto, quand’era vivo, era stato abbandonato; per di più, come sa chiunque conosca un poco il mondo dell’informazione, essi sono in moltissimi casi preconfezionati: nelle redazioni, infatti, si apparecchiano in vista di una dipartita e li si surgela, per poi decongelarli non appena un’agenzia di stampa o chi per essa diffonderà la notizia di una morte eccellente. Quando invece vengono confezionati all’ultimo minuto per un morto imprevisto o trascurato, appaiono sgangherati e abborracciati, poiché composti di fretta e con fonti inaffidabili e inverificate. Insomma, il «coccodrillo» non è un genere nobile, anche se certamente ci sono lodevoli eccezioni, pur rara avis. Mi sto dunque contraddicendo con questo intervento? No, affatto; e per diverse ragioni. Anzitutto, ho dedicato a Vittorio Messori ben due articoli, ancòra in bozza, mai però consegnati a questa rivista per faccende personali. La seconda ragione spiega anche la precedente: partito da un’iniziale forte insofferenza per Messori, dovuta a pregiudizio, sono trascorso alla stima grazie sopra tutto a Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, uno dei suoi libri più eloquenti delle sue notevoli capacità. Messori è, per l’appunto, a mio bensì trascurabile ma non imponderato avviso, uno dei pochi, pochissimi scrittori italiani, sia contemporanei sia dell’intiero Novecento, meritevole a vario titolo d’esser letto e riletto. Terzo movente: egli è, sebbene in maniera un poco dedalèa, legato a «Pangea» e a una parte dei suoi lettori, giacché Davide Brullo fu amico di Cesare Cavalleri, (col quale peraltro collaborai anch’io pubblicando diversi articoli per «Studi Cattolici»), alla sua volta amico di Messori e dominus della casa editrice Ares, che ha da diversi anni rimessa in circolazione una larga parte dell’opera messoriana. Mi sembrano tutti ottimi motivi per spendere le parole che ora, finalmente, vengono. Non offenderò il nostro lettore impartendogli una lezioncina da bignami: Vittorio Messori nacque visse bla bla bla. Tenterò, in vece, un ritratto essenziale, tracciato in chiaroscuro, utile, spero, a collocare meglio questa singolare figura al di là della formoletta – che dice tutto e niente e può anzi essere repulsiva – di «scrittore cattolico», adoperata, ça va sans dire, da sempre da tutti i mezzi di presunta informazione, e che suonò sempre, come nelle intenzioni dei padroni del discorso, uno stigma. Dirò quindi sùbito della sua intelligenza e cultura straordinarie, ciò che, in ispecie di questi tempi, non è per nulla scontato né, ahinoi, richiesto. Se, in quell’estate del 1964, l’anonimo studente di Scienze politiche presso l’ateneo torinese e impiegato notturno della Stipel, non fosse anch’egli stato disarcionato da cavallo e «costretto» (parola dell’interessato) alla sequela del Cristo, la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale avrebbero ben presto veduto dalle schiere dei suoi nemici stagliarsene uno temibilissimo. Messori, infatti, in quel torno, si stava preparando a diventare un intellettuale di punta della cultura e (latu senso) della politica democratica antifascista e anticlericale, anticristiana, giacché questo egli desiderava e così se lo stavano allevando, o meglio: addestrando, i suoi maestri Luigi Firpo Norberto Bobbio e sopra tutto Alessandro Galante Garrone, che aveva veduto in Messori il miglior soldato per la loro causa, destinato, per le spiccate doti intellettuali e morali, a una carriera da ufficiale. La trama fu interrotta sviata e ritessuta a tal segno da far subire a Messori, con perfetta coerenza democratica, l’immediato rinnegamento da parte del suo mèntore: quando il giovane rivelò al professor Garrone della conversione, questi fu assai poco… galante e lo liquidò, stroncandogli una promessa carriera universitaria in qualità di suoi assistente, peraltro imminente giacché Messori era per laurearsi di lì a breve tempo. La conversione, in parentesi, gli costò anche il rinnegamento da parte della madre. La donna, quando il figlio era già noto, trovandosi una volta a dover dire il nome da coniugata e richiesta di una eventuale parentela col «famoso scrittore cattolico», recisamente negò. L’ateismo e l’anticlericalismo della donna, antica romagnola, soverchiarono il naturale amore materno. Sarà per questo, e lo dico col rispetto per tutti i morti, che Vittorio Messori compose circa mille pagine, e tra le sue più appassionate, sulla madre di Gesù. Si veda, eminentemente, Ipotesi su Maria. Egli ha da mostrare le sue perspicue doti anche sul piano letterario. La prosa è chiara elegante e dallo stile personale e inconfondibile, e lo rende uno dei massimi esempii di quel felice ibrido (quando non devii in aborto) di giornalista-scrittore. A tratti resulta freddo; ma ciò è dovuto, io credo, all’acribia e alla delicatezza degli argomenti, alla volontà di passare certi fatti e prospettive ricusati e scontorti dal nostro tempo, bensì con slancio, che in Messori non manca mai, ma sempre guidato e comandato dalla ragione, a cui, egli menava vanto, mai è stato tentato di renunziare (anche se più oltre ne vedremo qualche deroga). Talora lo si vorrebbe più sanguigno; ma ci si deve, per dir così, contentare di un plateau di strumenti chirurgici. Una dotazione, questa, che gli servì per tutta la vita, e ciò è insino a una decina d’anni avanti di morire, a render ragione della fede cristiana e cattolica, non già però a sé stesso (gli fu tutto trasparente e stabile, afferma più volte, sin dall’inizio), quanto più tosto ad altrui, fosse l’agnostico il miscredente il cattolico tiepido ovvero partito per una delle tante, troppe tangenti centrifughe allestite da sbarazzini creativi dopo Concilio Vaticano II e di certo dalla Chiesa incentivate. Sicché dodici anni dopo la sua Damasco, trascorsi nel più profondo silenzio meditativo e studioso, Messori potette pubblicare, con tanto di imprimatur ufficiale, esigenza cui non si sente sommesso più alcun cattolico, quelle Ipotesi su Gesù, che nel volger d’una manciata di mesi e fors’anche di settimane divenne uno speciosissimo caso editoriale,che meriterebbe l’interessamento di qualche esperto di comunicazione ed editoria. La casa editrice – la scomparsa Sei, salesiana e quindi attenta ai movimenti della scarsella – partì con un tiratura infima; ma si ritrovò ben presto a dover sorvegliare le rotative affinché il numero sempre crescente di copie non le facesse saltare; e quasi sùbito numerosi editori stranieri acquistarono i diritti di traduzione. Merito o, a seconda, colpa della potente “propaganda clericale”? Macché. Mediamente le biblioteche dei cattolici, laici e non, sono abbastanza, a dir poco, ridotte. Inoltre, ciò che pochi sanno, l’editoria cattolica in Italia è estromessa dai circuiti distributivi e pubblicitarii “normali”, così come resta esclusa dalle pagine culturali della stampa e della televisione. Fateci caso. Ed è un dato su cui riflettere, che dà di che pensare sull’etica e la politica italiane dall’Unità a oggi. Le Ipotesi su Gesù si fecero largo, a mia vista, per una doppia linea di forza: era la prima indagine storica sulla dibattuta figura allo stesso tempo informata di studii e documenti ed esposta in lettere accessibili anche ai non specialisti. Vennero di poi il citato Scommessa sulla morte e, a completare l’inchiesta su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?e Dicono che è risorto, che, giusta l’autore, stabilivano in via definitiva e inoppugnabile la fondatezza storica degli Evangeli. Di Vittorio Messori va rilevato anche il coraggio, che emerge nei cinque spessi tomi antologici della rubrica «Vivaio» (circa i quali darò, più oltre a margine, una notizia istruttiva). Acquisita e consolidata autorevolezza, lo scrittore s’inventò questo spazio per cimentarsi nella difesa da ben riescite incursioni bombarole manomissioni e omissioni d’oltre due secoli, non soltanto di una fede ma altrettanto di una concezione del mondo, di un’attualità, di una storia. E occorre davvero coraggio – insieme a preparazione e qualche santo in paradiso – per svergognare e sbugiardare le solfe ufficiali, a esempio, sulle crociate, sull’Inquisizione, sulle imprese spagnole al di là dell’Atlantico, sui così detti fascismi, sul risorgimento, sui santoni dell’intellettualità progressista, sugli ebrei e il loro olocausto, etcoetera; e altrettanto per sferzare certe tendenze della stessa Chiesa e di certi cattolici. Un tal coraggio però costò talora assai. Dimostrazione di quanto amplissime porzioni di sedicenti cattolici abbiano perfettamente aderito alla più deleteria mentalità moderna, è il destino dei primi tre volumi del «Vivaio»: Pensare la storia, La sfida della fede e Le cose della vita, stampati tra il 1992 e il 1995 dalle Edizioni Paoline. Quando queste mutarono dirigenza – ma ufficialmente non abdicando alla missione avviata dal fondatore, don Alberione –, estromisero i tomi dal catalogo, e senza avvisare l’autore. Scarse vendite? Per nulla, anzi: quando Messori, richiesto circa il loro destino da affezionati lettori, interpellò i piani alti dell’editore, gli fu risposto: che i libri avevano sì venduto benissimo e avrebbero seguitato a farlo, e come; ma che, adesso, il loro contenuto suscitava loro ribrezzo. (Messori corse però al riparo e trovò un altro editore, SugarCo, che li ristampa ancòra, e vi aggiunge gli ultimi due: Emporio cattolico e La luce e le tenebre). Duplice fu invece lo scotto pagato, in precedenza, per Rapporto sulla fede, libro intervista del 1985 con Joseph Ratzinger, allora Prefetto dell’ex Sant’Offizio. Anzitutto una grande catena di librerie cattoliche, pur essendo il protagonista del lavoro il braccio (armato) destro di Giovanni Paolo II e pur essendo pubblicato dalle Edizioni Paoline, mai lo espose, riservandolo soltanto, e su richiesta, a clienti fidatissimi, quasi tutti ostili a Ratzinger. Ma ciò che è a dir poco sconcertante (se non conoscessimo certi scheràni), fu che Messori non soltanto ricevette critiche e insulti asperrimi, ma dové per due mesi riparare in una località segreta a causa di minacce di morte, provenienti sopra tutto dal mondo cattolico. La colpa? Aver portata a tutti la voce del germanico inquisitore. Quando certe parole, per non dire i fatti e la ragione, o almeno la ragionevolezza, contrastano con l’ideologia progressista si procede come vediamo; e se le pagine di Messori scatenano così furibonde ire, forse c’è in esse qualcosa da ascoltare con attenzione, che dispiace ai padroni delle ferriere. Il cattolico ambizioso e chiunque voglia conoscere di più e meglio la propria fede e storia, la direttrice e le stazioni etiche, troverà in Vittorio Messori una fonte trabocchevole, un uomo che ha cercato di ragionare sul mondo e sul cristianesimo sondandone innumeri anfratti, insomma un apologista di razza e di peso, assai superiore – mi si consenta – di Frossard o anche di quel Jean Guitton, del quale egli fu amico e, a detta del francese, unico erede. * * * Se fino a ora abbiamo contemplati, almeno in parte, i tratti luminosi, adesso dobbiamo trascorre a perlustrare d’altro segno. Sempre alberga nel convertito uno zelo eccessivo, che spesso fa perdere la Trebisonda e appanna la vista, ovvero esaspera le cose in maniera talora grottesca e che, per inciso, non giova né all’apologista, né alla sua causa, quale che sia, come accade negli esempii che ora arrivano. Tra gli oltre venti libri di Messori ci sono Bernadette non ci ha ingannati, chiaramente su Lourdes, e Il miracolo, dedicato a un prodigio mariano, avvenuto nella Spagna del 1640: niente di meno che la saldatura d’una gamba, amputata due anni avanti e seppellita lontano dal possessore. Un evento così sconcertante e unico, da indurre i cattolici iberici a definirlo «el milagro», il miracolo appunto, con l’articolo determinativo. Messori contribuisce a svelare e a raccontare, sin nei minimi dettagli, introvabili altrove, eventi e volti, non peritandosi di denudare campioni della miscredenza e del razionalismo, per quanto riguarda Lourdes eminentemente Émile Zola, uno dei più assidui indagatori delle apparizioni, ma che, né nel romanzo Lourdes, né fuori, appare – tutt’altro – il rigoroso campione dell’oggettività naturalistica che ammiriamo. Eppure molto di queste imprese poliziesche, nel miglior senso della parola, lascia perplessi: non è tanto ciò che Messori dice quanto più tosto ciò ch’egli non vede e quindi tace a non poter conquistare alla causa eventuali lettori diffidenti o esigenti. Le vicende sono estremamente lunghe e complesse e non possiamo di certo sondarle. Basterà qualche quadro. Nell’opera su Lourdes leggiamo: «Se a Bernadette l’Apparizione parlò non in francese, orgogliosa lingua “imperiale”, ma nello stretto dialetto della vallata pirenaica, forse è anche per ammonire sui pericoli di quel nazionalismo che porterà poi alle guerre devastanti che sappiamo» (Mondadori 2012, p. 6). Il riferimento è ai nazionalismi del Novecento. Il prudente «forse» nel bel mezzo è insufficiente per ripararsi da una severa critica. Qui lo zelo del convertito procura di offrire una spiegazione e una giustificazione a uno dei tanti fatti della vicenda in grado di mettere a durissima prova la veracità di questo – la Madre d’Iddio che parla un dialettaccio di contadini e pastori? –, ma lo scioglie con una congettura davvero imbarazzante infondata arbitraria, nonché sospetta, dacché lo stesso Messori, in più momenti delle sue opere, esecra il nazionalismo novecentesco. Chiunque, inoltre, potrebbe al contrario affermare che il dialetto sarebbe potuto servire a esaltare un localismo non soltanto anch’esso foriero talora di crepitii e urti storici ed etnici, ma affatto in contraddizione clamorosa con l’universalismo che dice la parola «catholica». E poi: perché la Madonna avrebbe dovuto, peraltro in modo così obliquo, mettere in guardia contro il nazionalismo venturo e non contro quelli che si stavano prepotentemente concretando e sollevando proprio in quel 1858, in che principiarono le apparizioni, e cucinati eminentemente proprio in Francia? Interpretare dettagli in un evento di per sé oltremodo dubbio per aumentarne la portata è un esercizio rischiosissimo per la propria immagine, e può sconfinare nelle lande del sogno. Più oltre: «Lourdes non è un concetto astratto, è un evento storico che la storia può ricostruire con ampiezza di documentazione, giungendo – dopo aver tutto esaminato – all’accettazione di un paradosso. E, cioè, come avviene, peraltro, per la figura stessa del Gesù storico: a un certo punto della ricerca, è la ragione stessa a riconoscere che, per capire, bisogna far posto al Mistero, occorre ridare diritto di cittadinanza a ciò che non contrasta con la ragione ma va al di là di essa» (ib., p. 17, corsivo mio). So per assidue perlustrazioni e mappature quanto le scienze dure, così dette e pretese “esatte”, sono, sopra tutto a detta di enormi addetti ai lavori (penso a un Tipler e a un Penrose), ora condizionate, ora intrise di malafede in ispecie quando siano chiamate a esprimersi su fenomeni extra-naturali. Sicché non sarò certo io a pretendere che siano esse ad avere l’ultima parola. Ma temo che veramente non proprio tutto sia stato esaminato, almeno non da chi abbiamo ascoltato. Tanto per dirne una, Messori non fa il benché minimo cenno ai contributi di uno Schopenhauer Sulla visione degli spiriti, etcoetera, presente nei Parerga e paralipomena, o ad altre consimili indagini, le quali, pur non negando affatto la veridicità di certi fenomeni, si incaricano di fornire una spiegazione razionale e ragionevole, che nulla toglie al fascino e al mistero, ma che mette al riparo da conclusioni emotive, e universalmente e teologicamente pretese valide. Esiste ormai un’ampia letteratura – seria, sine ira et studio – sulle qualsivoglia apparizioni o cose simili, che ne spiegherebbero natura e origine senza ricorrere a interventi di esseri la cui stessa esistenza è dubbia. Quanto al Miracolo, pur essendo opera fitta d’informazioni, essa è deserta di svariate possibilità di spiegazione, che potrebbero indurre a ipotizzare una buggeratura da parte dei protagonisti. E come sa qualsiasi storico o buon lettore di storia, pervenire a una verità storica certa o quasi certa su eventi così lontani, è assai arduo, sopra tutto in casi marginali come quello, dacché si tratta di dinamiche circoscritte a un minuscolo e remoto nel tempo villaggio alla periferia europea. E ciò non contando quanto fosse facile all’epoca truccare le carte, in un ambiente di rocciosa fede poi. Inoltre mi domando: se, come scrive Messori, «el milagro» è così incontestabile da mettere a tacere qualsiasi dubbio non soltanto sui miracoli cristiani, ma altrettanto sulla fede e la dottrina cristiane, perché la Chiesa non ne issa gli stendardi e anzi quasi non lo nomina? Dal 1640 quello di Messori è l’unico libro sulla vicenda. Si ritiene forse, consciamente o meno, che «el milagro» sia troppo sfacciatamente miracoloso da suscitare legittimi sospetti e magari indagini più spregiudicate? Oppure il materiale per le verifiche sia insufficiente o sospetto? In  estrema sintesi, tornando a Messori in generale, dico che egli ha coltivato un grande e bell’albero, frondoso e carico di frutti sani e succosi, che ristora lo sguardo e l’anima, ma che talora, proprio con la sua grandezza, occlude la vista: a chi voglia contemplare il panorama e l’orizzonte, e altrettanto a chi vi si è abbarbicato. E Messori è tanto generoso che molto altro ci sarebbe da dire per ricordarlo. Ma lo spazio ce lo proibisce e inoltre forse abbiamo addirittura fatto un torto a Messori con questo articolo. Egli era contrario alle commemorazioni funebri, e così dice: la Chiesa «condanna (…) il crogiolarsi morboso nel ricordo e nel rimpianto: senza dimenticare il passato, è nel futuro che bisogna protendersi, quel futuro nel quale i nostri morto sono già entrati (…). L’Ordo exequiarum raccomanda di evitare – nell’omelia del prete che presiede il rito – “il genere letterario dell’elogio funebre”. I cristiani, cioè, prendono le distanze dalle usanze laiche [aggiungerei anche protestanti, ndr], dai funerali civili che hanno come momento forte il discorso presso la tomba aperta. Il “mondo” non può far altro che ricordare, che suscitare malinconia e rimpianto, rievocando (e così spesso ipocritamente) i “meriti” del defunto. Il “mondo” guarda al passato; il vangelo guarda la futuro: il fratello scomparso è additato a Dio e alla sua misericordia, non sta a noi farne gli avvocati d’ufficio. A noi sta leggere la Parola che ci sradica dalla penombra della storia e ci proietta al di là, nella luce che non conosce tramonto. A noi sta suscitare speranza nei superstiti, non disperazione ricamando sulla “perdita irreparabile”» (Scommessa sulla morte, Sei 1982, pp. 312-313). Ma questo vale solo per i cristiani e, per giunta, in àmbito liturgico, quindi io mi sono sentito svincolato da questi ammonimenti. E, a proposito di commemorazioni, avanti di congedarmi, mi preme di spiegare ancòra una ragione dietro a queste righe, la più importante. È la seguente. Mi sono accorto di qualcosa cui non tutti prestano attenzione, nemmeno i più accorti, e che, tra l’altro, fa il paio con quanto dicemmo circa la sorte della pubblicistica cattolica. Ed è la seguente.  Mentre i cattolici leggono anche autori laici, magari anticlericali e miscredenti, assai di rado, per non dire quasi mai, avviene il contrario, se non quando si vuole – o si deve, in obbedienza a ordini di scuderia – muover guerra al cristianesimo e a Roma. E se il qualunque individuo, in un pubblico o privato consesso, dirà di leggere, poniamo, Hegel o Noam Chomsky, una biografia di Napoleone o un trattato di entomologia, riceverà rispetto e ammirazione. Ma non appena dichiarerà d’esser alle prese con un trattato di teologia dogmatica o con l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, sarà riguardato come un mattarello, un perdigiorno, un epigono di Bernardino Lamis, il protagonista della novella L’eresia càtara di Pirandello, con l’aggravante d’interessarsi a una vicenda e a una dottrina che, si solfeggia, hanno arrecato così tanto male. Un contegno identico a quello dei fanatici religiosi. Per esser più chiari: dopo la morte di Messori ho vagato in alcune biblioteche pubbliche, dove in bella vista, quando muore qualche noto nome della stramaledetta cultura, allestiscono un banco coi suoi libri. A esempio lo fecero con Gianni Vattimo e con quella sarda che non stava mai zitta. Ebbene, ora nessuna traccia di uno spazio dedicato a Messori. Quando chiesi ragione alle responsabili di quell’assenza, con le mutrie scontorte, una mi disse che «di quello» non avevano nemmeno un titolo, le altre che si trattava di «un autore irrilevante e vecchio, che non interessa a nessuno». Si converrà: Torquemada aveva un altro stile. Luca Bistolfi L'articolo In morte di Vittorio Messori proviene da Pangea.
April 29, 2026 / Pangea
Intorno a “Lo straniero” di Camus (e di Ozon), passando per un dramma di Rupert Brooke
François Ozon è tornato nelle sale italiane con un nuovo adattamento del capolavoro di Albert Camus. In competizione col sublime Visconti (Lo straniero, 1967), il suo Étranger emana un bagliore opalino, sferzando una ventata d’aria fresca alla canicola africana del setting. Lo sguardo del “vero” straniero e l’attenzione per il contesto coloniale dell’epoca rappresentata accompagnano, di scena in scena, l’impeccabile fotografia, divenuta la cifra stilistica del maestro francese: il bianco e nero del precedente Frantz (2016) tocca qui la perfezione. * Scegliendo di partire dai fatti («Ho ucciso un arabo», avverte la scritta in abjad che campeggia sul fondo nero del primo take), la cinepresa indugia poi sui movimenti del languido protagonista, fra ritagli di corpi abbandonati alla luce, coperti da stille d’acqua e sudore, sotto il cielo incandescente di Algeri. Il Meursault ritratto da Ozon è un giovane uomo dal volto di un bambino e il corpo virile (interpretato da Benjamin Voisin, già in Été 85, 2020), dotato dell’arma della seduzione fino all’assurdo. Lo stesso che in un’altra scena del film, posto davanti allo specchio della sua camera da letto, sembra un essere fantasmatico intrappolato in una cella, come il Condannato a morte di Robert Bresson o l’Homme qui dort di Perec(nella trasposizione cinematografica offerta da Bernard Queysanne, 1974), altri personaggi immersi in uno stato di torpore assoluto.  Tuttavia, il culmine dell’opera, ovvero quando Meursalt preme il grilletto del revolver colpendo l’arabo inerte sulla spiaggia, è attenuato nella pellicola da tinte pellucide prive di profondità, che lasciano alquanto indifferenti (per non dire dello scialbo riutilizzo delle citazioni tratte dal romanzo, funzionali alla drammaticità del momento). Nel silenzio della spiaggia, il battito assordante del sangue nelle vene del protagonista e i quattro colpi bussati «alla porta dell’infelicità» sfumano in un lampo – come scrive Camus, per l’appunto – «senza lasciare traccia». In definitiva, ciò che cattura lo spettatore è uno stile raffinato e provocatorio ai limiti della contraddizione. * Eppure, con occhi abbagliati (anzi, accecati dal fitto gioco di riflessi luminosi) non ho potuto fare a meno di intravedere, dietro la figura del magnetico primo attore, il profilo del mio poeta idolo, Rupert Brooke, quel ragazzo d’oro di inizio Novecento a cui Voisin assomiglia in modo incredibile. Scortato dalla sua ombra, inseguo la luce, la lama del sole impugnata dall’arabo ucciso da Meursault. Prima che le parole di Robert Smith – immancabile nella colonna sonora – aprano uno squarcio nella memoria: I’m alive, I’m dead, I’m the stranger, canta il frontman dei Cure. Difatti, l’associazione di pensiero è calzante: in una scena chiave del romanzo, dopo il suo arresto per omicidio, Meursault confessa (nel film parla da dietro sbarre alla sua ragazza Marie) di aver trovato un vecchio giornale in cui ha letto di un cruento fatto di cronaca nera. Questo è il fait divers che Camus riprende, con ogni probabilità, dall’opera di Brooke, riallacciandosi a una più antica tradizione letteraria risalente al dramma Der vierundzwanzigste Februar (1808) di Zacharias Werner, nella sua riscrittura settecentesca Guilt Its Own Punishment, or Fatal Curiosity (1737) di George Lillo, una tragedia in tre atti in blank verse, basata su un crimine riportato in un pamphlet stampato a Londra nel 1618, dal titolo Newes from Perin in Cornwall Of a most Bloofy and un-exampled Murther very lately committe by a Father on his owne Sonne (who was lately returned from the Indyxes). > “Tra il pagliericcio e l’asse della branda, infatti, avevo trovato un vecchio > pezzo di giornale mezzo incollato alla tela, ingiallito e trasparente. > Riportava un fatto di cronaca del quale mancava l’inizio ma che doveva essere > avvenuto in Cecoslovacchia. Un uomo era partito da un villaggio ceco per fare > fortuna. Dopo venticinque anni, arricchitosi, vi era tornato con una moglie e > un figlio piccolo. Sua madre e sua sorella gestivano una locanda nel > villaggio. Per far loro una sorpresa, l’uomo aveva lasciato la moglie e il > figlio in un’altra locanda ed era andato dalla madre, che vedendolo entrare > non l’aveva riconosciuto. Per scherzo, gli era venuta l’idea di affittare una > stanza. Aveva mostrato il denaro che aveva con sé. Durante la notte, la madre > e la sorella l’avevano assassinato a colpi di martello per derubarlo e avevano > buttato il suo corpo nel fiume. Al mattino, era arrivata la moglie e, senza > volerlo, aveva rivelato l’identità del viaggiatore. La madre si era impiccata. > La figlia si era gettata in un pozzo. Quella storia l’avrò letta migliaia di > volte. Da un lato era inverosimile. Dall’altro era naturale. Comunque, trovavo > che il viaggiatore se lo fosse un po’ meritato e che non si debba mai > scherzare. E così, tra le ore di sonno, i ricordi, la lettura di quel fatto di > cronaca e l’alternarsi di luce e ombra, il tempo è passato. Ovviamente avevo > letto che in prigione si finisce per perdere la nozione del tempo. Ma non > aveva molto senso per me.” > > (da Lo straniero di Albert Camus, trad. di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, > 2017) * Il debito dello scrittore francese al celebre poeta di Rugby è indagato nello studio di Nora Menascé in apertura alla sua traduzione di Lithuania (Edizioni Unicopli, 1989): il solo dramma, ad atto unico, scritto da Rupert Brooke (pubblicato e rappresentato, postumo, nel 1915 al Chicago Little Theatre per merito del produttore Maurice Browne e di sua moglie, l’attrice Ellen van Volkenburg, che prese parte nel cast). Si tratta di una lugubre tragedia domestica – violenta come un play elisabettiano – ambientata in una dacia nel cuore delle foreste lituane. Ma è anche un originale “dramma del ritorno”, un sovvertimento della parabola evangelica del figliol prodigo.  I personaggi in scena sono uno Straniero, la Madre, la Figlia, il Padre, un Giovane, un Oste e il Figlio dell’Oste. La scenografia è ridotta all’osso, scarna ed essenziale. I dialoghi, sboccati o emessi a singulti, tendono allo spergiuro e all’empietà. Citando dal saggio introduttivo di Nora Menascé: > “Razionalità dell’uomo e irrazionalità del destino: questo contrasto è > chiaramente spiegato da Sartre ne La Nausée. Egli scrive che ‘tout existant > naît sans raison, se prolonge par faiblesse et meurt par rencontre’. Gli > avvenimenti dunque non hanno una concatenazione logica […] Naturalmente vi > sono nelle diverse versioni letterarie dei luoghi comuni ricorrenti e delle > varianti; in ogni modo, lo scrittore che decide di trattare questo soggetto > non pensa certo di essere originale (sappiamo che Lithuania fu rifiutata da A. > E. F. Horniman la sua trama essendo troppo sfruttata), ma spera di rinnovare > la grandezza della tragedia greca nella letteratura moderna […] Tragedia del > fato, dominata dal sentimento della colpa che ossessiona tutti i personaggi > […] Conclusione che fa pensare a Le Malentendu, in cui Martha e sua madre > trasportano il corpo del viaggiatore addormentato per annegarlo nel fiume. […] > Con Le Pauvre matelot, “complainte” in tre brevi atti di Darius Milhaud, la > cui première ebbe luogo a Parigi all’Opéra Comique nel 1927, il tema si > arricchisce. Il protagonista è un marinario che torna a casa dopo un’assenza > di quindici anni, ucciso a colpi di martello dalla moglie che compie il > delitto […] anche le Retour de l’enfant prodigue di Gide (1909), libero > rifacimento della parabola evangelica che Camus adattò per il Théâtre de > L’Équipe ad Algeri. Il testo si prestava ad essere portato sulle scene, in > quanto è costruito con cinque personaggi che dialogano tra di loro (L’Enfant > Prodigue, Le Père, Le Frere Aîné, La Mère, Le Frère Puiné).” L’approfondita analisi comparata proposta da Menascé sottolinea, in maniera inequivocabile, l’influenza brookiana nell’esordio drammatico di Camus, con Le Malentendu (composto nel 1943 e messo in scena al Théâtre des Mathurins di Parigi l’anno successivo), soffermandosi infine sul riferimento inserito dall’autore ne L’Étranger.  Riscoprendo il Brooke drammaturgo, Menascé getta luce sull’eredità culturale della sua opera teatrale, tracciando un filo rosso che arriva fino a Sartre (La Nausea contiene la battuta «Tout doux, tout doux» del già citato Pauvre matelot, il corpo del marinaio trasportato in una cisterna dopo il suo assassinio). È l’eco di una voce drammatica stroncata sul nascere ma proiettata nel vivo del Novecento e oltre. Pierluigi Piscopo L'articolo Intorno a “Lo straniero” di Camus (e di Ozon), passando per un dramma di Rupert Brooke proviene da Pangea.
April 28, 2026 / Pangea
Il poeta venuto dal buio. Storia di Posidippo di Pella, epigrammista
Il poeta venuto dal buio. Una trentina d’anni fa veniva trovata una mummia ad Alessandria d’Egitto. Si trattava della mummia di un uomo povero. Svolgendone il rivestimento, si scopriva che esso era stato fatto con un papiro ribaltato, che conteneva centinaia di versi di Posidippo di Pella, epigrammista del terzo secolo avanti Cristo. Innanzitutto, il mare. Posidippo invoca Arsinoe, regina egizia poi divinizzata, che assicura “buona navigazione e la calma dei venti”. E la gru di Tracia, uccello benigno che sovrasta le onde e guida i timonieri in salvo. Dalle acque coriacee e dispettose arrivano macigni immensi sollevati da Poseidone, conchiglie istoriate dalla fantasia del caso, fanciulle improvvise di cui si innamorano a terra naufraghi asciutti. Ci sono i ringraziamenti ad Asclepio, dio guaritore. Asclate di Creta, già sordo, ha recuperato l’udito e ora sente attraverso i muri. Anticare che aveva le stampelle ha ripreso per miracolo a camminare, Zenone ormai vecchio ritrova la vista, appena in tempo per scorgere l’Ade. Poi destrieri vittoriosi in gare olimpiche, statue di divinità che sudano, gioielli che spandono “dolci bagliori al petto” di giovani spose.  Vi è l’amore per la misteriosa Filenide, cavallerizza vinta in corsa nell’ora della sera in cui i puledri avevano appena cominciato a nitrire, e ritrovata nel letto a piangere d’amore per colui che le dedica i suoi versi; sapendo che per un altro ella piangerà nello stesso modo, non appena se lo troverà accanto. Infine, soffusa e sottesa, la morte. C’è il sepolcro di Telefia, ragazza “dai piedi di vento”. Quello di Menezio, che non vuole compianti perché è “di poche parole, come chi è in terra straniera”. Timone ha inventato una meridiana che ora senza di lui conta ancora i giorni “con la bellezza del sole”. Eleuta è morta di parto al sesto figlio: adesso lo tiene sulle ginocchia in mezzo agli dèi.    La poesia greca è questo, particole esangui e perpetue, steli di luce, cuori umani che battono al cielo una misura universale. Michele Castellari *In copertina: uno studio di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) L'articolo Il poeta venuto dal buio. Storia di Posidippo di Pella, epigrammista proviene da Pangea.
April 25, 2026 / Pangea
La vita è fame e lotta. Ovvero: sullo straordinario Dino Campana
Non ho nessuna voglia di preparare e tenere serate e corsi di letteratura. Vorrei rilassarmi la sera, dopo il lavoro, e leggere quello che vorrei io, e continuare a scrivere la mia opera. Ma non è possibile. Se non arrotondo, la situazione è grama. Del resto, nemmeno Raymond Carver fu felice della sua vita: braccato com’era dall’alcol e dai creditori, cambiava camere in affitto da un giorno all’altro. Per sbarcare il lunario, o suppergiù, scriveva cose che in realtà non lo interessavano affatto, ma in qualche modo le sceneggiature portavano soldi. Così, anch’io, amareggiato dalla vita ‒ e tu non sai quanto, caro lettore, non sai quanto… ‒ tento di reagire, seppur con difficoltà.  La bellezza la si va a cercare. La si cerca come i libri. La si stana. E lei, a volte, ti stupisce. Così, oggi, piuttosto che stare in casa attanagliato dalla mestizia, vado al lago. E mi ritrovo.  Per qualche ora, per qualche istante, godo.  Provo sollievo nella natura (provo un sentimento panico, da sempre), trovo l’essenza della vita nel panismo: flâneur e maledetto. Ma l’incanto è accaduto alla libreria Spalavera di Verbania. Anni fa fu Marco (che ora dirige la libreria Alpe Colle) a mostrarmi proprio in Via Ruga il “Giornale per i bambini”, che conteneva tutte le puntate di Pinocchio, pubblicate dal 1881 al 1883. Fantastico! Oggi, invece, è stata la volta di Filippo, che alla mia domanda: hai Dino Campana?, risponde incredibilmente: Sì. E mi tira fuori un cofanetto, dal quale estrae una delle copie originali dei Canti Orfici, stampata per la prima volta nel 1914 a Marradi presso la Tipografia F. Ravagli. Lo stupore e la felicità sono stati tanti. Si tratta, tra l’altro, di una copia in ottimo stato, dalla quale non sono state strappate le prime pagine. Mi diceva infatti Filippo, che Campana probabilmente si era pentito di quella dedica in calce al libro (Die Tragödie des letzten Germanen in Italien), per questo l’aveva strappata da alcune copie. Inutile dire, ovviamente, che il costo di quei Canti Orfici è da capogiro. Ma l’impossibile oggi è accaduto. Nuovamente! Così come la storia si ripete.  Lo fu per John Fante, per Jack London. Lo fu per tutti i grandi scrittori.  La vita è fame e lotta. E ora tocca a me affrontarla, la vera vita da poeta.  Lo fu persino, giustappunto, per il caro Dino Campana, che con le sue scosse infiammò e infiamma ancora il cuore del mondo. (Giorgio Anelli) ** DUALISMO (Lettera aperta a Manuelita Etchegarray) Voi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione, voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine voi tornate ad apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove la mia vita ritrovò un istante il contatto colle forze del cosmo. Io vi rivedo Manuelita, il piccolo viso armato dell’ala battagliera del vostro cappello, la piuma di struzzo avvolta e ondulante eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio contenuto sopra il terreno delle promesse eroiche! Tutta mi siete presente esile e nervosa. La cipria sparsa come neve sul vostro viso consunto da un fuoco interno, le vostre vesti di rosa che proclamavano la vostra verginità come un’aurora piena di promesse! E ancora il magnetismo di quando voi chinaste il capo, voi fiore meraviglioso di una razza eroica, mi attira non ostante il tempo ancora verso di voi! Eppure Manuelita sappiatelo se lo potete: io non pensavo, non pensavo a voi: io mai non ho pensato a voi. Di notte nella piazza deserta, quando nuvole vaghe correvano verso strane costellazioni, alla triste luce elettrica io sentivo la mia infinita solitudine. La prateria si alzava come un mare argentato agli sfondi, e rigetti di quel mare, miseri, uomini feroci, uomini ignoti chiusi nel loro cupo volere, storie sanguinose subito dimenticate che rivivevano improvvisamente nella notte, tessevano attorno a me la storia della città giovine e feroce, conquistatrice implacabile, ardente di un’acre febbre di denaro e di gioie immediate. Io vi perdevo allora Manuelita, perdonate, tra la turba delle signorine elastiche dal viso molle inconsciamente feroce, violentemente eccitante tra le due bande di capelli lisci nell’immobilità delle dee della razza. Il silenzio era scandito dal trotto monotono di una pattuglia: e allora il mio anelito infrenabile andava lontano da voi, verso le calme oasi della sensibilità della vecchia Europa e mi si stringeva con violenza il cuore. Entravo, ricordo, allora nella biblioteca: io che non potevo Manuelita io che non sapevo pensare a voi. Le lampade elettrice oscillavano lentamente. Su da le pagine risuscitava un mondo defunto, sorgevano immagini antiche che oscillavano lentamente coll’ombra del paralume e sovra il mio capo gravava un cielo misterioso, gravido di forme vaghe, rotto a tratti da gemiti di melodramma: larve che si scioglievano mute per rinascere a vita inestinguibile nel silenzio pieno delle profondità meravigliose del destino. Dei ricordi perduti, delle immagini si componevano già morte mentre era più profondo il silenzio. Rivedo ancora Parigi, Place d’Italie, le baracche, i carrozzoni, i magri cavalieri dell’irreale, dal viso essicato, dagli occhi perforanti di nostalgie feroci, tutta la grande piazza ardente di un concerto infernale stridente e irritante. Le bambine dei Bohemiens, i capelli sciolti, gli occhi arditi e profondi congelati in un languore ambiguo amaro attorno dello stagno liscio e deserto. E in fine Lei, dimentica, lontana, l’amore, il suo viso di zingara nell’onda dei suoni e delle luci che si colora di un incanto irreale: e noi in silenzio attorno allo stagno pieno di chiarori rossastri: e noi ancora stanchi del sogno vagabondare a caso per quartieri ignoti fino a stenderci stanchi sul letto di una taverna lontana tra il soffio caldo del vizio noi là nell’incertezza e nel rimpianto colorando la nostra voluttà di riflessi irreali! Dino Campana L'articolo La vita è fame e lotta. Ovvero: sullo straordinario Dino Campana proviene da Pangea.
April 14, 2026 / Pangea