Un messaggio su WhatsApp, inaspettato, il 1° febbraio di quest’anno, che suona
più o meno così: “D’estate andiamo in Scozia qualche giorno? Vorrei vedere i
Castelli”. Per chi ci è già stato, sa bene che oltre al “mal d’Africa” esiste
anche il “mal di Scozia”: i suoni delle Great Highland Bagpipe, le cornamuse
scozzesi che senti anche quando torni a casa e che ti riecheggiano per mesi e
mesi nelle orecchie, la vista infinita del lago di Nessie, Lochness, dove gli
occhi si perdono tra il cielo e l’acqua, e i fiumi, le montagne, quel punto di
verde che altrove non trovi, quei continui paragoni con altri posti che, davanti
al ricordo della Scozia, perdono sempre.
La Scozia è questo, è anche questo: kilt e whisky sono solo le prime parole, poi
si apre un universo e non riesci a farlo stare tutto dentro il corpo. I giorni
che coincidono sono pochi, due o tre: impossibile noleggiare una macchina e
viaggiare nell’incanto delle estremità, John o’ Groats, avamposto sull’infinito
che strizza l’occhio alle Shetland, o Portree, o Kinlochleven, o Glenfinnan
(località dove si trova lo spettacolare viadotto ferroviario), o Balmoral Castle
(la residenza estiva più amata dalla Regina Elisabetta II). Occorre essere
pragmatici e ottimizzare il tempo e le distanze: le propongo il “Fringe
Festival” di Edimburgo, due notti.
Veronica, con la o chiusa, nella vita fa la coreografa e mi racconta di aver
sognato, in passato, i castelli scozzesi e una distesa di campi di papaveri: mi
dice che va bene. Edimburgo è la destinazione esatta, perfetta: ci accordiamo
per partire l’11 agosto e tornare il 13 agosto. Il Fringe ospita, per tutta la
durata del festival, circa quattromila eventi: l’offerta è abbondante e non c’è
il rischio di annoiarsi o di perdersi qualcosa.
Lo spettacolo-civetta del Fringe Festival di Edimburgo del 2026 – anticipato da
innumerevoli polemiche – è andato sold-out in pochi giorni: impossibile trovare
un biglietto per il monologo di Amanda Knox, intitolato “Cartwheel” e di scena
al Gilded Balloon dal 7 al 17 agosto 2026. Il monologo satirico, si legge nella
presentazione, affronta la sua vicenda giudiziaria per il caso di Meredith
Kercher e la gogna mediatica, scatenando forti polemiche e la condanna della
famiglia della vittima. Mi affido, con millemila milioni di perplessità, alla
rassegna stampa. Le prime recensioni hanno registrato un quadro variegato. Il
“Guardian” ha assegnato quattro stelle, apprezzando lo spirito di sfida e il
tentativo di Knox di riappropriarsi della propria storia. Più severi il “Times”
e il “Daily Telegraph”, che hanno attribuito due stelle, contestando soprattutto
la componente comica. Il “Times” ha definito lo spettacolo sincero ma rigido,
sostenendo che Knox avrebbe avuto bisogno di una regia più solida, mentre il
“Daily Telegraph” ha criticato la recitazione e l’assenza di un vero senso del
ritmo comico. “Broadway World” ha sottolineato che il problema non riguarda
tanto i contenuti quanto il modo in cui vengono presentati, concludendo che il
materiale, pur non risultando offensivo o inappropriato, sarebbe “semplicemente
non molto divertente”. La critica sembra concordare almeno su un punto:
“Cartwheel” è soprattutto il tentativo di Knox di raccontare la propria
esperienza e interrogarsi sulle conseguenze del trauma, più che uno spettacolo
di stand-up nel senso tradizionale del termine.
Ma il Fringe non è solo, per fortuna, Amanda Knox: è altro, tanto altro. È in
primis una via, conosciuta come Royal Mile, un miglio (circa 1,8 km) che collega
il Castello di Edimburgo con il Palazzo di Holyroodhouse e dove centinaia di
artisti provenienti da ogni angolo del globo terracqueo portano in scena la loro
poetica: teatro, comicità, danza e musica dall’alba – si inizia alle 9 – sino a
mezzanotte inoltrata.
A differenza di quanto accade in Italia, il Fringe, (nato nel 1947) segue una
filosofia “open-access”: chiunque può partecipare e presentare uno spettacolo,
senza una giuria di selezione. Gli spazi sono molteplici: oltre al Royal Mile,
gli eventi vengono rappresentati anche negli spazi al chiuso pagando un
biglietto. Come accade a Londra, anche nella capitale scozzese molti luoghi
applicano una politica rigida e non permettono l’accesso in sala a spettacolo
iniziato (no latecomers), il che significa non doversi alzare dai propri posti
né tantomeno vedere teste che passano alla ricerca delle loro sedie.
Affido a Veronica, anzi, a Verònica, la scelta delle proposte di danza: lei la
conosce, la vive e la diffonde nei panni di insegnante. Imparare a decodificare
il linguaggio assieme a una “madrelingua”, a capirlo, a entrare nei segni è un
privilegio. Gli altri spettacoli, quelli che incontri lungo il Miglio Reale,
accadono perché ti chiamano: uno sguardo, un frammento o una luce particolare ti
fanno capire se sono fatemorgane, maghe Circi o lampi di poetica visuale e
visionaria.
Ci lasciamo avvolgere dalla magia dell’atmosfera: unica prenotazione fatta da
casa, la visita al Castello di Edimburgo (una promessa fatta al suo sogno), poi
solo intuito.
Sul Royal Mile gli incontri più inaspettati e meravigliosi: Luke Gajdus con il
suo pianoforte, piantato proprio in mezzo alla strada, che suona una specie di
pianoforte (ma senza fare la fine dei personaggi dell’umanofono raccontati da
Alessandro Baricco in “Castelli di rabbia”) che porta lontano, Hanny Junee e la
sua chitarrina amplificata impegnati una versione strepitosa di “Yellow” dei
Coldplay, lucamusicuk e la sua chitarra acustica, partito da Pisa ventenne per
Londra, una storia straordinaria. Lo incontriamo, a fine pomeriggio, sul ponte
della stazione di Edimburgo Waverley: per venire al Fringe ha preso il treno da
Londra (doveva portare gli strumenti e tutto quello che gli serviva), 250
sterline. Ci racconta che ha suonato ovunque, anche grazie a Eddie Jordan (oltre
alla sua carriera nei motori e in Formula 1, suonava la batteria e si esibiva
dal vivo a scopo benefico o per passione con la sua band rock) e che non
rimpiange l’Italia.
La mattina si scende Victoria Street, un incanto: andata in discesa e ritorno in
salita, circondati dai colori delle case, caldi e familiari come un abbraccio in
autunno, quando fuori fa freddo. La visita al Castello, però, è una promessa
invernale. L’ingresso era stato accordato tra le 11.30 e mezzogiorno di
mercoledì 12 agosto: alle 11 attraversiamo “Esplanade”, la grande piazza che
anticipa il portone della turrita edificazione. Per il 12 agosto è tutto “sold
out”, ci ricorda un cartello. Fila di pochissimi minuti, i biglietti vengono
scannerizzati senza problemi, si entra.
Fa caldo: anche a Edimburgo può far caldo. Veronica si ferma a prendere due
bottiglie d’acqua. Il Castello domina la città (come tutte le fortificazioni, è
stato costruito in cima per avere una visuale ampia) e la panoramica è a 360
gradi: il mare, la Princes Street, Arthur’s Seat (l’antico vulcano spento
situato all’interno del Holyrood Park). Vediamo la Crown Square, la
cittadella situata in cima al castello. La piazza è contornata dal National War
Memorial a nord, dal Royal Palace ad est, dalla Great Hall a sud e dal Queen
Anne Building a ovest. La Crown Room è una sala a volta che contiene i gioielli
della Corona scozzese, realizzata in oro con 94 perle, 10 brillanti e 33 pietre
preziose (non si può fotografare). Veronica osserva, fotografa tutto quello che
è legalmente fotografabile, respira e parla poco: non le chiedo nulla e nulla
voglio sapere del suo sogno, di qualche vita fa vissuta in Scozia (ma
probabilmente, mi dice, non a Edimburgo), delle risposte e delle domande che le
sgorgano nella mente. Mi chiama Carlo, come il Re, come il figlio di Elisabetta
II. Divento Carlo, ma con 27 anni in meno. Non credo che sarei in grado di fare
il Re, però sorrido al pensiero: forse sarei la versione maschile del libro “La
sovrana lettrice” di Alan Bennett. Un regnante alternativo, però in kilt. Sempre
e rigorosamente in kilt, portato, ovviamente, alla scozzese.
Il tempo ci è amico: usciamo dal Castello poco dopo le 14, per scendere il Royal
Mile, prendere l’autobus e andare a Portobello Beach, la principale spiaggia
urbana e località balneare situata a circa 5 km a est del centro cittadino. Sul
mezzo di trasporto, l’incontro con due donne italiane in vacanza: si parla con
loro di danza, viaggi, luoghi da vedere e programmi televisivi. Portobello Beach
è una camminata che si estende per circa 3 km: in pieno stile vittoriano e
georgiano, è piena di caffè indipendenti, gelaterie, pub tradizionali e
chioschi. Veronica prende un gelato ma non lo reputa all’altezza di quelli
italiani. Sulla passeggiata si incontrano tanti cottage: giochiamo a quello
preferito. Io ne scelgo uno con un bel giardino, da ristrutturare, lei uno più
in condizioni più che ottime, a parte il terrazzino. Il mare però non la
convince: le mette, per dire, un po’ di timore. Nota che i bagnanti sono pochi e
nota anche che la sabbia è piena di cenere nera. Si chiede e mi chiede il
perché: non lo so. Forse qualche grigliata sul bagnasciuga, più probabilmente un
incendio, qualcosa che è andato a fuoco.
Si torna in città, si cena al pub, si riesce per un giro sul Royal. Inizia a
piovere, ma per due minuti, non di più: indossiamo le cerate, entriamo in un
negozio di abbigliamento. Io scelgo due sciarpe tartan, lei un cappello blu in
lana. Mi giro, la vedo e mi scappa un complimento involontario ma spontaneo:
“Sei incantevole”. Mi dice che mi sono venuti gli occhi a forma di cuore, io mi
scuso, ma senza troppa convinzione. Una famiglia italiana ci sente, sorride. Si
parla di Scozia, di Inverness, di Highland, di Italia. Il 12 agosto termina sui
gradini del Royal, quasi all’incrocio con Victoria Street, seduti a terra a
parlare di danza, di arte, di vita e di teatro. Nello zaino, oltre ai biscotti
scozzesi a forma di Scottish Terrier, una camicia di cotone a quadrettoni e
l’immancabile guida di ogni viaggio, “In Patagonia” di Bruce Chatwin. Chatwin
qui era di casa: quando cominciò a interessarsi di archeologia si iscrisse
all’Università di Edimburgo. La frequentò per diversi anni, pagando le rette e
mantenendosi con la compravendita di dipinti. Quasi nessun riferimento invece a
Sir Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, nato proprio qui. Nel
1949, al numero 11 di Picardy Place, è stata istallata una targa commemorativa.
“Arthur Conan Doyle creator of Sherlock Holmes, was born at No.11 Picardy Place,
formally opposite here, on 22nd May 1859”. Una grande statua in bronzo di
Sherlock Holmes si trova più o meno nel punto in cui un tempo sorgeva la sua
casa. Poco altro. Troppo poco.
Tra il Royal Mile e la Princes Street c’è un parco verdissimo: le chiedo di
scendere lì, di sdraiarci all’ombra di un albero. È la mattina del 13 agosto,
giorno di ripartenza verso l’Italia. Acconsente. Lei “spatacca” col cellulare,
cerca canzoni, scrive, risponde a messaggi. Qualche pissi pissi, una disfida
musicale (a me quel cielo fa venire in mente “Nothern sky” di Nick Drake),
qualche parola su Edimburgo, ma senza insistere. Il bus, anzi, il coach, parte
verso le 14: facciamo in tempo a fare un giro nel negozio Primark, io prendo una
t-shirt blu con scritto “Edinburgh”, lei altro. Sorride serena, ma non le chiedo
nulla. Non le chiedo perché sorride, però la vedo felice. Un accenno di pioggia
ci accompagna verso la fermata: passiamo l’Accademia Reale Scozzese e la
National Gallery of Scotland a piedi per raggiungere il ponte della stazione,
Waverley.
In tutta la Gran Bretagna si deve mangiare al pub. Non tanto per la cucina –
anche se la cucina è un’ottima civetta di un Paese – ma per gli incontri,
rigorosamente davanti a qualche pinta di birra (la mezza pinta è da mezzi
uomini: meglio ordinarne una e magari non finirla che chiedere la misura
piccola). Davanti a un Steak and Ale Pie o a un Fish&Chips si parla meglio.
Buona la prima: il “Malt Shovel Inn”, in Cockburn Street, è diventato per tre
giorni il quartier generale dei nostri ristori. Ottimi piatti e ottime birre
cask ale, a cascata, senza troppa anidride carbonica e servite non troppo
fredde. Una famiglia tedesca è seduta vicino a noi: è il giorno dell’eclissi di
sole. La ragazza passa le foto a Veronica mentre io parlo con il padre. Ci
chiede da dove veniamo, Rimini. Non la conosce. Provo a spiegarmi: Valentino
Rossi (anche se non è di Rimini), Federico Fellini. Zero. Provo con Bologna: la
conosce, e anche Florence, Firenze, e Napoli, e Roma. Il ragazzo mangia a parla:
briciole ovunque ma sembra non accorgersene perché è troppo preso dal raccontare
la sua passione per il calcio. La famiglia è di ritorno dalle Highland,
bellissime. Confermo: dico che le ho visitate assieme a Livio, un carissimo
amico di Rimini, nel 2016, in un fly&drive matto, fool, ma necessario.
L’ultima immagine è dal finestrino del coach, dell’autobus, lungo la strada che
ci riporta all’aeroporto.Sulla destra, un palazzo meraviglioso, incoccato in un
giardino verdissimo. L’ultimo pensiero è una frase che mi ha detto Veronica
appena siamo atterrati: “Quanto verde. Anzi, quanti verdi”. Quanti Verdi, con
precisione, non lo so. Uno, direi. So solo che non mi chiamo Giuseppe ma Carlo
III.
Alessandro Carli
*Le fotografie che corredano l’articolo sono di Alessandro Carli
L'articolo Mal di Scozia. Gita a Edimburgo tra Fringe, Chatwin e occhi a cuore
proviene da Pangea.
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In una Napoli canicolare, fra i cunicoli, nel folto dell’estate al centro
storico, a schermare dall’afa non resta che il tufo. Fra le mura della
Biblioteca Universitaria – tra collezioni di incunaboli e di edizioni bodoniane
– un nucleo degli autori di “Libera Poesia Contemporanea” intona i testi tratti
da Presente Indicativo (ES, 2026) – antologia poetica densa di spunti sullo
stato attuale della poesia stessa. Ad accompagnare i versi, in via inattesa, le
prove dell’orchestra sinfonica, dabbasso. Fra le parole s’insinua, sommesso, ora
un trombone, una viola, un contrabbasso.
Di cosa parliamo quando parliamo di poesia contemporanea lo chiedo dunque
a Fabiana Russo, che presiede l’associazione culturale e ne traccia i contorni
insieme a Roberta D’Antonio, Federica Iodice, Giulio Miele, Gaia Parlato e Ciro
Russo.
Qualcuno, quel giorno, ha detto di aver letto potea, come refuso di poeta.
Poesia – ovvero, infinite possibilità.
Partiamo da “Libera Poesia Contemporanea” – cos’è? In quali forme si declina il
vostro progetto culturale?
Libera Poesia Contemporanea nasce nel 2024 da un gruppo di giovani accomunati
innanzitutto da una passione, ma anche da alcune domande: come restituire alla
poesia un’agibilità sociale? Come sottrarla a spazi troppo spesso circoscritti
agli ambienti accademici o specialistici, senza per questo rinunciare alla
complessità? Come farla tornare a essere un’esperienza condivisa, capace di
abitare i luoghi e le comunità? Da queste domande è nato un progetto che prova a
recuperare, idealmente, qualcosa della radice stessa della poesia: la sua
dimensione orale, sonora e collettiva. Per noi questo significa soprattutto
costruire uno spazio orizzontale, nel quale la distinzione tra chi scrive, chi
legge e chi ascolta possa diventare più permeabile e nel quale possano convivere
esperienze e forme poetiche molto diverse tra loro. Non ci interessa costruire
un canone alternativo né stabilire quale sia il modo “giusto” di fare poesia: ci
interessa creare le condizioni perché voci differenti possano incontrarsi,
confrontarsi e mettere reciprocamente in discussione le proprie pratiche.
Il laboratorio di poesia contemporanea, giunto alla sua terza edizione, è il
fulcro di questo percorso: uno spazio gratuito di lettura, confronto e
scrittura, nel quale incontriamo autori affermati ed emergenti cercando di
orizzontalizzare anche il rapporto con l’autorialità. Ma LPC si declina
contemporaneamente in molte altre forme: reading e open mic nei luoghi più
diversi della città, incontri con autori, attività di divulgazione e ricerca,
partecipazione a festival e iniziative culturali, laboratori e progetti rivolti
anche a pubblici differenti. A questo si aggiunge il lavoro editoriale e di
ricerca, di cui Presente Indicativo rappresenta per noi un primo punto di
sedimentazione: non un punto d’arrivo, ma la traccia provvisoria di un processo
fatto di incontri, studio, scrittura e confronto. In fondo, il tentativo di
Libera Poesia Contemporanea è proprio questo: non limitarci a chiederci che cosa
sia oggi la poesia, ma provare a costruire spazi nei quali possa accadere.
Nell’antologia poetica Presente Indicativo (Editoriale Scientifica, 2026), gli
autori di LPC, nei saggi introduttivi, propongono un’analisi sullo sviluppo
della poesia relativamente all’arco temporale 2000-2026. Quali sono le
principali tematiche e tendenze che hanno segnato la poesia italiana in questi
anni? Quali, le rotture con le precedenti tradizioni?
Parlare di “tendenze” nella poesia italiana degli ultimi venticinque anni è già,
in qualche modo, problematico. Uno dei tratti più evidenti del contemporaneo è
infatti proprio la proliferazione delle pratiche, delle poetiche e dei
linguaggi: manca una forma dominante e, soprattutto, sembra essersi indebolita
l’idea stessa che il poeta debba riconoscersi in una corrente o in un programma
condiviso. La singolarità della voce è diventata, semmai, una delle condizioni
di partenza della scrittura contemporanea. Questo non significa, però, che non
sia possibile riconoscere alcune linee comuni. Una delle trasformazioni più
significative riguarda certamente la progressiva dissoluzione del monologo
lirico novecentesco e la conseguente perdita di centralità di un io poetico
unitario. Il soggetto tende a frammentarsi, a moltiplicarsi, a cedere spazio ad
altre voci, alla terza persona, agli oggetti, al corpo, alla materia. Il verso
si contamina con la prosa, con la narrazione e con il teatro e accoglie sempre
più spesso linguaggi e materiali che tradizionalmente sarebbero stati
considerati estranei al poetico. All’interno di un panorama inevitabilmente più
complesso, possiamo allora individuare almeno tre grandi direzioni, che spesso
si sovrappongono. Da una parte permane una poesia più propriamente lirica,
legata alla centralità del soggetto e a un’idea evocativa della parola;
dall’altra si è affermata una scrittura più piana, realistica e oggettivante,
che tende ad abbassare il discorso poetico e a far entrare nel testo personaggi,
oggetti, situazioni e linguaggi della realtà quotidiana. Infine esiste un
territorio vastissimo di sperimentazione: poesia di ricerca, poesia in prosa,
scritture performative, dispositivi testuali e visivi, assemblaggi, prelievi dal
web, contaminazioni con il linguaggio informatico e con quello dei nuovi media.
Anche sul piano tematico ritornano alcune costellazioni: il corpo, spesso
indagato nella sua dimensione più materiale e viscerale; le macerie, i detriti e
gli oggetti come tracce di una crisi individuale e collettiva; la precarietà e,
soprattutto, il rapporto con una realtà sempre più mediata dalla tecnologia.
Forse è proprio qui che si trova la rottura più radicale rispetto alla
tradizione. Più che esclusivamente letteraria, è una rottura antropologica: la
poesia degli ultimi venticinque anni si trova a fare i conti con la
digitalizzazione dell’esistenza, la sovrapproduzione di informazioni, la
frammentazione dell’attenzione e la progressiva virtualizzazione
dell’esperienza. Cambia il soggetto che scrive perché è cambiato il soggetto che
abita il mondo. E la poesia, nelle sue forme estremamente diverse e talvolta
contraddittorie, prova a trovare un linguaggio capace di testimoniare questa
trasformazione.
Quanto al rapporto fra poesia e critica, invece, quali mutamenti sono emersi? Di
cosa si occupa, oggi, il critico, divenuto – per citare un passaggio – una sorta
di “ufficio stampa intellettuale”?
Anche il ruolo della critica è cambiato insieme all’ecosistema nel quale la
poesia viene prodotta e diffusa. La progressiva perdita di centralità delle sedi
tradizionalmente deputate alla mediazione culturale, insieme alla frammentazione
editoriale e alla velocità della comunicazione contemporanea, ha indebolito una
delle funzioni storiche della critica: selezionare, mettere in relazione,
formulare giudizi di valore e contribuire alla costruzione di una lettura
complessiva del presente.
Quando parliamo provocatoriamente del critico come di una sorta di “ufficio
stampa intellettuale”, ci riferiamo al rischio che la critica sostituisca sempre
più spesso il giudizio con la legittimazione. Il critico presenta, introduce,
cura, segnala, recensisce, mette in circolazione un autore o un’opera, ma più
raramente prende posizione sulla loro tenuta. In un panorama estremamente
frammentato, nel quale editoria, festival, riviste, premi e comunicazione
digitale costituiscono reti spesso molto vicine tra loro, la mediazione critica
rischia così di confondersi con la promozione. Il problema non è naturalmente la
divulgazione, né pensiamo che la critica debba tornare a esercitare una funzione
normativa stabilendo dall’alto cosa sia o non sia poesia. Al contrario, proprio
perché il contemporaneo non possiede un canone unico e presenta una molteplicità
enorme di forme e pratiche, abbiamo forse ancora più bisogno di strumenti
critici capaci di orientarsi in questa complessità. La funzione che immaginiamo
per la critica è allora soprattutto quella di creare relazioni e attriti:
collocare un testo all’interno di una storia, riconoscerne genealogie e rotture,
interrogare le sue scelte linguistiche e formali e, quando necessario, metterne
in discussione il valore. Non limitarsi, insomma, a registrare ciò che esiste o
ciò che ha già ottenuto visibilità, ma fornire gli strumenti per comprenderlo e
anche per contestarlo. Se la poesia contemporanea è un territorio sempre più
vasto e frammentato, la critica dovrebbe tornare a esserne una cartografia: non
per stabilire una volta per tutte quali strade siano percorribili, ma per
mostrarci dove siamo, da dove veniamo e quali direzioni non abbiamo ancora
esplorato.
Nel testo che LPC ha dedicato all’impatto dei media sulla poesia – e viceversa –
s’indagano fenomeni relativi a giornali, televisione, cinema e social, compresi
i più recenti, quali Instapoetry, Poetrytok, la divulgazione poetica via
podcast. In che modo, la poesia è diventata “visiva”?
Dipende, innanzitutto, da cosa intendiamo per poesia “visiva”. Il rapporto tra
parola e immagine non nasce certamente con i social network: attraversa tutto il
Novecento, dalle esperienze propriamente verbo-visive fino al rapporto tra
poesia e cinema, al “cinema di poesia” e al poetry film. I nuovi media, però,
hanno radicalizzato questa tensione, rendendo la dimensione visiva una
componente quasi inevitabile della produzione e soprattutto della circolazione
poetica. Con la diffusione di piattaforme come Instagram e TikTok, il testo non
viene più soltanto letto: viene visto, ascoltato, montato. La scelta
dell’immagine, della grafica, del carattere tipografico, della voce, della
musica o del video entra a far parte della sua presentazione e, in alcuni casi,
finisce per condizionarne già la composizione. Se la pagina costruiva il proprio
significato anche attraverso la disposizione delle parole e lo spazio bianco,
oggi quello spazio è diventato l’interfaccia digitale, con una propria
grammatica e proprie regole di fruizione. Fenomeni come l’Instapoetry e il
Poetrytok mostrano in maniera particolarmente evidente questo passaggio: il
componimento può essere pensato fin dall’origine per lo schermo dello smartphone
e per una fruizione rapida, nella quale parola, immagine, suono e performance
concorrono alla costruzione di un unico oggetto. La poesia, quindi, non diventa
semplicemente “più illustrata”: cambia il supporto e, cambiando il supporto,
possono cambiare anche la scrittura e le modalità attraverso cui il testo viene
percepito.
Naturalmente questo processo presenta un’ambivalenza. Da una parte, la
contaminazione tra linguaggi apre possibilità espressive enormi e consente alla
poesia di raggiungere pubblici che difficilmente incontrerebbero un libro di
versi attraverso i canali tradizionali. Dall’altra, quando il testo viene
progettato in funzione della visibilità, entra inevitabilmente in relazione con
le logiche delle piattaforme: brevità, immediatezza, riconoscibilità, capacità
di catturare l’attenzione e risposta dell’algoritmo. Il rischio è che la ricerca
della combinazione più efficace tra parola e immagine finisca per privilegiare
ciò che è immediatamente consumabile. La questione, quindi, non è stabilire se
questa trasformazione sia positiva o negativa, ma osservare come il passaggio
dalla pagina allo schermo abbia modificato lo statuto stesso del testo poetico.
La poesia contemporanea può essere contemporaneamente parola scritta, immagine,
voce, corpo e montaggio: il punto interessante è capire quando questi linguaggi
entrano realmente in relazione e quando, invece, l’immagine diventa soltanto una
strategia per catturare lo sguardo.
Fra gli esperimenti più innovativi menzionati, figurano i sought poems – cosa
sono? Hanno avuto un riscontro fra i poeti italiani?
I sought poems, o “poesie cercate”, sono una delle forme attraverso cui la
scrittura poetica ha incorporato le trasformazioni introdotte dalla rete e dai
nuovi strumenti di ricerca. In questo tipo di pratica il poeta non parte
necessariamente da parole proprie, ma lavora su materiale linguistico già
esistente: risultati prodotti dai motori di ricerca, stringhe di testo,
frammenti e dati prelevati dal web vengono selezionati, decontestualizzati e
montati fino a costruire un nuovo testo. È un procedimento che modifica anche
l’idea tradizionale di autorialità. Il poeta non è più soltanto colui che “crea”
il materiale linguistico, ma diventa anche colui che lo cerca, lo seleziona e lo
ricombina. La scrittura si avvicina così alle pratiche del montaggio, del
collage e dell’assemblaggio: ciò che determina il testo non è necessariamente
l’originalità delle singole parole, ma il sistema di relazioni che l’autore
costruisce tra materiali già presenti nel flusso comunicativo.
In Italia pratiche di questo tipo hanno trovato spazio soprattutto nell’ambito
della poesia di ricerca: autori come Michele Zaffarano, Marco Giovenale e
Gherardo Bortolotti hanno lavorato, in forme differenti, sul prelievo, sulla
rielaborazione e sulla decontestualizzazione di materiali linguistici
contemporanei. I sought poems sono interessanti, in questo senso, anche perché
trasformano uno degli strumenti più quotidiani della nostra esperienza digitale
– la ricerca online – in un dispositivo poetico. La rete non è più soltanto il
luogo in cui la poesia viene pubblicata o diffusa, ma diventa essa stessa un
archivio di linguaggio dal quale la poesia può essere prodotta.
In quale direzione sta andando, invece, la scissione fra “poesia-pop” e “poesia
accademica”?
La scissione tra “poesia-pop” e “poesia accademica” sembra essersi
progressivamente accentuata, ma forse il primo problema è proprio accettare
questa opposizione come se esaurisse il panorama contemporaneo. Da una parte
esiste certamente una poesia di ricerca che tende a circolare soprattutto
all’interno di spazi specialistici – università, riviste di settore, piccoli
circuiti editoriali – e che, proprio per la complessità dei propri linguaggi e
per l’autoreferenzialità che talvolta caratterizza questi ambienti, fatica a
raggiungere un pubblico più ampio. Dall’altra, la cosiddetta poesia-pop,
soprattutto attraverso i social, ha conquistato una capacità di diffusione e
numeri impensabili per molta poesia contemporanea, spesso privilegiando però
immediatezza, riconoscibilità e condivisione emotiva.
Il rischio è che queste due dimensioni finiscano per alimentarsi reciprocamente
nella loro distanza: più la poesia di ricerca si percepisce come qualcosa
destinato a pochi interlocutori competenti, più lascia scoperto uno spazio che
viene occupato da forme maggiormente accessibili; e più la poesia-pop identifica
l’accessibilità con la semplificazione, più gli ambienti specialistici possono
sentirsi legittimati a considerare la complessità incompatibile con una
dimensione realmente popolare. Crediamo però che tra questi due poli esista uno
spazio molto più vasto e interessante. Rendere la poesia accessibile non
significa necessariamente semplificarla, così come fare ricerca non dovrebbe
significare rinunciare alla possibilità di essere compresi, discussi o
attraversati da chi non appartiene già al mondo della poesia.
È anche in questo spazio intermedio che prova a collocarsi Libera Poesia
Contemporanea: portare la complessità della ricerca fuori dagli ambienti
esclusivamente specialistici, creare occasioni di confronto orizzontale e
restituire alla poesia una dimensione pubblica senza chiederle di diventare un
prodotto immediatamente consumabile. Più che scegliere tra poesia-pop e poesia
accademica, ci interessa mettere in discussione la necessità stessa di questa
alternativa.
Qual è, dunque, la posizione del poeta all’interno della società, nel nuovo
millennio?
È certamente più marginale rispetto a quella occupata nel Novecento. È venuta
meno la figura del poeta come “vate”, maestro o intellettuale capace di
intervenire con un’autorità riconosciuta nel dibattito pubblico. Ma questa
perdita non riguarda soltanto la poesia: si inserisce in una più generale crisi
delle figure di mediazione e autorevolezza culturale e nella trasformazione
dello spazio pubblico operata dai media prima e dalle piattaforme digitali poi.
Il problema è che il poeta non sempre è stato capace di ripensare la propria
funzione all’interno di questa trasformazione. Alla perdita di centralità si è
risposto talvolta con la chiusura in ambienti specialistici e autoreferenziali,
altre volte con un intimismo che rinuncia a interrogare ciò che accade fuori dal
soggetto, altre ancora attraverso la costruzione di una presenza pubblica
fondata prevalentemente sull’autopromozione. In tutti questi casi il rischio è
lo stesso: che la poesia smetta di essere percepita come uno strumento capace di
intervenire nella realtà e diventi una pratica destinata esclusivamente a chi
già la frequenta.
Forse, però, proprio la perdita del ruolo di “maestro” può rappresentare una
possibilità. Il poeta non deve necessariamente recuperare l’autorità che
possedeva in passato, né tornare a essere una guida morale della società. Può
invece abitare una posizione più laterale e trasformarla in uno spazio di
osservazione, critica e resistenza rispetto ai linguaggi dominanti. In una
realtà caratterizzata dalla rapidità della comunicazione, dalla sovrapproduzione
di discorsi e dalla progressiva automazione del linguaggio, la poesia può
introdurre un’interruzione: costringerci a soffermarci sulle parole che
utilizziamo continuamente senza più ascoltarle, mostrarne le contraddizioni,
sottrarle all’uso automatico. In questo senso ci interessa pensare il poeta come
un “agitatore culturale”: non qualcuno che parla dall’alto in virtù di
un’autorità acquisita, ma qualcuno che entra nei luoghi, costruisce occasioni di
confronto, mette in circolo linguaggi e domande e si assume la responsabilità
pubblica della propria parola. Essere poeta, allora, non è tanto uno status da
rivendicare quanto una pratica da esercitare. La domanda, forse, non è più come
restituire al poeta il posto che occupava un tempo, ma quale nuovo posto possa
costruirsi oggi.
Fra i fenomeni analizzati a livello editoriale, figura quello dell’incremento
delle antologie di poesia. Come si spiega tale scelta di mercato?
L’incremento delle antologie poetiche risponde a esigenze diverse e non può
essere letto esclusivamente come una scelta di mercato. Da una parte,
l’antologia torna a essere necessaria proprio perché il panorama contemporaneo è
estremamente frammentato: in assenza di un canone dominante, raccogliere autori
differenti significa tentare di costruire una mappa, necessariamente parziale e
provvisoria, di ciò che sta accadendo.
È cambiata, però, anche la funzione dell’antologia. Se tradizionalmente poteva
rappresentare un momento di consacrazione, il punto d’arrivo di un percorso
autoriale o la formalizzazione critica di una tendenza già riconoscibile, oggi
può diventare uno strumento attraverso cui quella tendenza, quel gruppo o quella
rete cercano innanzitutto di rendersi visibili e riconoscibili. L’antologia,
quindi, non si limita necessariamente a registrare un panorama già esistente:
può contribuire a costruirlo. A questa funzione critica e culturale si
sovrappone naturalmente quella editoriale. Soprattutto per la piccola e media
editoria, mettere insieme più autori significa intercettare pubblici e reti
differenti e costruire attorno al libro una comunità potenzialmente più ampia.
In alcuni casi l’operazione può quindi rispondere anche a una precisa strategia
di posizionamento e di vendita. Proprio questa ambivalenza rende interessante il
fenomeno: l’antologia può essere contemporaneamente strumento di ricerca e
operazione editoriale, tentativo di orientarsi nella frammentazione del presente
e mezzo attraverso cui una parte di quel presente cerca di acquisire visibilità.
Più che un traguardo, come poteva essere in passato, diventa spesso un
dispositivo di costruzione e di lettura del contemporaneo.
Cosa si intende, invece, per “populismo poetico”?
Per “populismo poetico” intendiamo una dinamica attraverso cui l’autore tende a
costruire un rapporto diretto con il proprio pubblico, aggirando o rendendo
secondari i tradizionali strumenti di mediazione critica. In questo processo il
consenso della community può diventare esso stesso un criterio di
legittimazione: la visibilità, il numero di condivisioni, la capacità di
generare identificazione e partecipazione emotiva finiscono per sovrapporsi al
riconoscimento del valore del testo. Il problema, però, non è che la poesia
diventi popolare, né che utilizzi un linguaggio accessibile. Sarebbe paradossale
sostenere il contrario proprio mentre rivendichiamo la necessità di sottrarre la
poesia a una dimensione esclusivamente specialistica. Accessibilità e
semplificazione non sono sinonimi, così come complessità e oscurità non
coincidono necessariamente.
Il populismo poetico emerge piuttosto quando la scrittura tende a confermare
sistematicamente le aspettative del proprio pubblico. Il registro confessionale,
l’immediatezza e la condivisione emotiva possono essere strumenti poetici
perfettamente legittimi; diventano problematici quando sono utilizzati
principalmente per produrre riconoscimento, rassicurazione e consenso,
eliminando dal testo tutto ciò che potrebbe creare ambiguità, resistenza o
conflitto. Le piattaforme digitali rendono questa dinamica particolarmente
evidente perché offrono all’autore una risposta immediata e quantificabile. Il
gradimento del pubblico non è più qualcosa di astratto: appare sotto forma di
visualizzazioni, like, condivisioni e commenti e può quindi retroagire sulla
scrittura stessa. Il rischio è che si finisca, più o meno consapevolmente, per
produrre ciò che sappiamo funzionare.
La distinzione che ci interessa, allora, non è tra una poesia “per pochi” e una
poesia “per molti”, ma tra una poesia che cerca un interlocutore e una poesia
che cerca soprattutto la sua approvazione. Rendere la poesia accessibile
significa creare le condizioni perché più persone possano entrarvi; renderla
compiacente significa, invece, chiedere al testo di non opporre mai resistenza a
chi legge.
In definitiva, cosa resta del verso?
Resta, innanzitutto, la voce. Il verso nasce come una tecnologia dell’ascolto e
della memoria, inseparabile dalla musica intesa come organizzazione del tempo e
del suono. Nella poesia contemporanea questa origine non scompare, anche quando
vengono meno la metrica tradizionale e l’idea stessa di una misura regolare. Il
verso può diventare un’unità di respiro, interrompere il flusso linguistico,
spezzarsi in segmenti irregolari, dilatarsi fino a confondersi con la prosa o
spostarsi verso una dimensione visiva e performativa. Non è più necessariamente
una struttura riconoscibile a priori, né può essere ridotto banalmente al
semplice andare a capo. Continua però a organizzare il testo dall’interno,
attraverso pause, accelerazioni, silenzi, ripetizioni e scarti.
Ciò che resta è allora la capacità del verso di imprimere alla lingua un ritmo e
un tono irripetibili: di trasformare la parola in voce e, attraverso la voce, in
corpo. Proprio perché la poesia contemporanea ha messo in discussione quasi
tutte le forme attraverso cui siamo stati abituati a riconoscerla, il verso non
può più essere definito soltanto attraverso ciò che formalmente è, ma anche
attraverso ciò che fa. Forse è questo il punto a cui ci hanno condotto tutte le
trasformazioni cui abbiamo assistito nell’ultimo secolo: dopo la crisi del
canone, la frammentazione dell’io, la contaminazione tra linguaggi, l’ingresso
dei nuovi media e la dissoluzione dei confini tra generi, del verso resta la
possibilità di produrre uno scarto nel linguaggio comune. Una forma instabile,
che esiste nel momento stesso in cui qualcuno la modula e qualcun altro la
ascolta. E forse è proprio perché non possiamo più stabilire con certezza dove
il verso cominci e dove finisca che vale ancora la pena continuare a
interrogarlo.
*
Da Presente Indicativo (Editoriale Scientifica, 2026):
fu
Ha disatteso la promessa fatta in silenzio
di tenere in piedi la casa costruita a tre mani
di pulire il tetto annerito
di sollevare gli scaffali incurvati.
Era preso da due malinconie
come il saggio catalano
una di fronte all’altra come in uno specchio
il corpo che cade – la casa che cade
la memoria non aveva retto il peso.
Tutto sommato andava bene così,
sarebbe morto su quella poltrona crollata da tempo
e le formiche avrebbero banchettato
avide alla carcassa della sua memoria.
Fabiana Russo
*
IV Notte
Dispiacere è il mio primario piacere
e io amo essere odiato da chiunque.
Perché gli amici prima di asciugarti le lacrime
ridono sempre del tuo naso, del tuo enorme naso,
della tua grondaia che quando piangi
potrebbe far allagare l’intera Parigi.
Quando le donne mi fermarono il cuore
io non sentii più dolore delle ferite di spada.
Quando i compagni smisero di essere tali
io rubai il loro nome e lo tenni nella memoria
li ho teneramente imprigionati tutti: pezzo dopo pezzo: li
tengo tutti dentro
la coerenza costa cara, mai quanto la nostalgia
ecco perché non ho amici, tranne uno: Andrè solleva la
penombra
e blocca la lama che vorrei incrociare con chiunque.
Tutti gli altri sono animi
sguainati, usati solo per saccheggiare ogni vita che gli
passa davanti.
[…]
Giulio Miele
*
Gestalt
All’inizio l’epilogo non convince nessuno
dai piedi stretti al suolo nasce l’idea di me
che non sono io
in uno scrigno di carni che definiscono un riflesso
e le parole che questo dovrà pronunciare
per gli altri o per sé, per chi verrà dopo
fino alla bocca che assaggia e non tace
sedimento vivo sul ventre del mondo
vediamo se si aggiusta da solo seguendo le voci
dovresti essere fare sembrare riuscire pregare dire mangiare
e smettere.
Confondono questi nodi stretti da altri per me
è necessario ingannarli
nell’ingorgo da cui ogni forma proviene
per arrivare alla falla, lì dove il rumore si svuota
e resta scoperta la nuca libera dal divenire
resta il fiato a misurare l’attesa
mentre il tempo ci scopre ricurvi sulla stessa natura.
[…]
Federica Iodice
*
Prima notte
[…]
Raccontarti di te, convincerti
di chi sei. Ogni notte. Così
intesso l’antidoto a morte certa per
schiacciamento
dal peso del finto te costruito ad arte
nei ventitré anni che mi precedono.
Ecco. Un rumore o voci di coro distolgono
gli occhi dagli occhi, le mani dalle mani, mi cade
la chiave che tengo e che sto per infilare
nella serratura dei tuoi amore-ti-sento
per restituirti intero questo bene che sei che hai
dimenticato col tempo. Ecco.
Ti sei distratto.
Sopravviviamo
la confusione con la paura. ci stringiamo la faccia
tra dita infuocate di rabbia, mi hai detto, una sera
qualunque: abbiamo
spalle larghe. eppure.
eppure
toccherà ricominciare a scavare e spalare
e raccontare e ricostruire e dirsi di non distrarsi ancora ma poi
comunque ritrarsi, ancora, e sentire la verità ammattire e poi
riprendersi e guardarsi e chiedersi
dov’è
che siamo andati a finire?
Gaia Parlato
*
Glenn Gould
È luglio
e l’ora di pranzo è l’ultima della giornata.
Trascinato dalla forza lavoro
che si riproduce verso le mense
gli alloggi e i ristoranti
ascolto Glenn Gould suonare William Byrd.
Mi chiedo dove la sociologia mi collochi
fra i turisti i lavoratori e i mendicanti.
Penso che per scrivere bisogna essere morti.
La natura viva ha una luce propria
che a me non appare
lume di lacrime scorse nel buio
il bagliore domato della pioggia in casa.
Io non ho la vita (felice) degli artisti
le camicie eccentriche e i capelli arruffati
neppure ho la disperazione dell’impiegato
a volte coincido con l’operaio
perché anche chi produce non vive.
Glenn Gould ha smesso di esibirsi
si è chiuso in uno studio e si è messo a registrare.
Gian Marco Ferone
*
Piazza Garibaldi
Provo ad ascoltare
i barboni di Garibaldi
loro che mi dicono tutto
loro che non hanno altro.
Io cerco le cose le cose
che non dovrei cercare
dove il barbone cerca cibo
e per questo chiedo scusa.
Con loro cerco la poesia
con loro posso provare a solleticare un senso
ma le ore della maschera ci chiamano tutti
e io come te, come voi, come tutti
come il poco sale sulla troppa pasta
come l’ombra che prevale sul corpo
sparisco.
Se dovessi morire domani
chiederei solo un giorno da barbone.
Forse è quello che fanno tutti:
chiedere un giorno in più.
Lo capisci perché Napoli ne è piena?
Antonio Romano
*In copertina: Raoul Hausmann, ABCD, fotomontaggio, 1923-24
L'articolo Quel che resta del verso. Dialogo con Fabiana Russo proviene da
Pangea.
Dell’Odissea di Nolan se ne è parlato allo sfinimento. In molti hanno criticato
il film perché non fedele al testo, ma, perdonatemi, se volevate qualcosa di
aderente al testo perché non andarsi a leggere l’Odissea per intero? Troppa
fatica. Figuriamoci tradurre qualche verso dal greco, ancora più impensabile.
Perché tutti qui si dilettano a scovare i punti di sutura con la narrazione
originale greca e quelli di scollamento della trama. Ci scordiamo che se
volevamo qualcosa di congruente all’originale conveniva andare direttamente alla
fonte, con tutte le fatiche che ne comporta. Ma di questo solo i classicisti e i
grecisti ne sono consapevoli.
Veniamo invece a questa Odissea di Nolan, alla sua visione personale. Nolan nei
suoi film è sicuramente ossessionato dal concetto greco di Hybris, che assume il
significato della forza della tracotanza, l’eccesso dell’uomo che vuole superare
se stesso e la stessa condizione umana, la sfida a porsi al pari o sopra gli
Dèi. Nolan insegue uomini che praticano la Hybris fino alla distruzione, che sia
di loro stessi o di una sacra legge. Come Odisseo che è colpevole di aver
infranto la sacra legge di Zeus, che compare quasi come un ritornello per tutte
le tre ore di proiezione. La Hybris è affascinante tanto quanto pericolosa: più
in alto salirai sulla montagna, più ferocemente il fulmine ti colpirà quando
sarai alla sommità. Questa è la Hybris. Un istinto al superamento di ogni
limite. L’Odissea di Nolan è un’ode alla Hybris.
Un film dove la magia è la cornice perfetta: la scena inizia con un aedo che
canta le gesta della guerra di Troia e del suo assedio, costui picchia il
bastone tre volte a terra. Tre come tre sono i regni, tre come sono gli stadi
della coscienza. La terra, l’uomo e il cielo. Il cantore è un mago e il bastone
è un bastone magico. La magia è un filo rosso dimenticato che Nolan tira per
tutto il film, proponendo i dialoghi della memoria con la ninfa Calipso come
espediente narrativo. Il bastone si picchia tre volte perché tutti i regni siano
richiamati all’ascolto: il regno dei vivi, quello dei morti e quello degli Dèi.
E sono esattamente questi tre livelli che vengono portati in parallelo in modo
molto discreto.
Il ciclope. Visivamente poco accattivante, plasticoso. In effetti è stato
costruito in scena un pupazzo di 18 metri, il che spiega l’effetto giocattolo
finto. Ma c’è un aspetto delle scene di Polifemo davvero interessante: l’urlo
del gigante. L’urlo non è un singolo suono terrificante, sebbene caratteristica
dei film di Nolan sia una maniacale attenzione al volume – sempre altissimo e
invadente –: il lamento di Polifemo è in realtà più urla insieme. Sono più voci.
Ci potrebbe ricordare “io sono legione, perché siamo in molti”, famosa citazione
biblica (tratta dal Vangelo di Marco 5,9). Perché il gigante è figlio di
Poseidone, Dio del mare, anche se è creatura deforme. Ma ricordiamoci che nelle
antiche tradizioni, compresa quella greca, i giganti non sono esseri stupidi ma
sono estremi perché conoscono tutto, le antiche leggi di creazione, i giganti
hanno tutte le voci dentro la loro gola.
La Hybris si manifesta in molti modi. È anche l’eccesso di appetito, il
superamento dell’equilibrio delicatissimo tra necessità e accecamento della
mente. La Hybris viene punita da Circe che è una Dea con voce umana, che in
Nolan è molto umana, pure troppo. È una maga e usa la magia della metamorfosi,
una magia oscura e che richiede sacrificio. Gli elementi di pratica magica sono
citati tutti, passano forse un po’ in sordina a un occhio meno attento o con
meno conoscenza della simbologia. Questo è dovuto anche a una caratteristica di
Nolan: la velocità del montaggio. Un elemento di magia ben riconoscibile è il
taglio delle ciocche di capelli dei compagni di Ulisse, vengono tagliate perché
usate come vettore per la trasformazione, specialmente per gli uomini guerrieri
il taglio dei capelli equivale al ridurre la loro forza virile e vitale; in
magia ha il significato ben preciso di recidere la virilità, di reprimere la
reazione di un uomo. Inoltre, c’è un altro elemento che si reitera nelle scene
legate a Circe, ovvero il bisogno del consenso esplicito degli uomini prima di
praticare l’oscura magia: per questo chiede più volte a Ulisse, se vuole
mangiare la zuppa che lei gli ha preparato. Gli esperti di esoterismo
riconosceranno le fasi precise di certe pratiche oscure per cui è necessario il
consenso esplicito del soggetto. L’atto di magia di Circe è cruento, la magia è
cruenta e richiede fatica e sacrificio, anche quando è “bianca”, figuriamoci in
questo contesto in cui va contro l’ordine naturale.
L’elemento però forse è più interessante e anche meno esplicito di tutto il film
è la presenza/assenza di Agamennone. Agamennone è l’avviatore del conflitto, un
uomo che assume il carattere di entità. Un uomo che è stato capace di muovere
sacrifici, di condurre i vivi ai morti, di sacrificare persino la propria figlia
per ottenere il favore degli Dèi per la battaglia. Agamennone non si vede mai in
volto, non parla mai, esiste ed è terrificante ed enorme come un Dio antico. Il
colore della sua armatura è il nero, nero e oro nell’elmo e nelle rifiniture, il
volto è un boato di guerra dopo un silenzio atroce di attesa e delirio. Il boato
dopo l’assedio infinito di Troia. Agamennone compare immenso alle porte di
Troia, il fuoco si riflette sull’armatura lucida. Agamennone è Surtr, l’antico
gigante di fuoco della tradizione nordica. Surtr in norreno antico significa “il
nero, l’oscuro”, Agamennone è un Dio nero. Surtr è il gigante di fuoco oscuro
che presiede i confini del regno di fuoco primordiale, brandisce una spada di
fiamme con cui incendierà il cosmo alla fine dei tempi, al Ragnarock.
Il parallelismo per me è stato evidente, Agamennone è il comandante ed è colui
che ha trascinato molti al regno dei morti, non ha volto ed è nero, solo le
fiamme lo illuminano ma si riflettono sul metallo. Agamennone è Surtr, è nero e
non ha pelle, domina il fuoco incendiario come fosse un prolungamento del suo
desiderio, il fuoco come nodo finale della sua volontà.
L’unico momento in cui Agamennone ha volto è quando il bastone batte per la
terza volta, aprendo il mondo dei morti: da qui si affaccia Agamennone, oltre
l’armatura c’è forse un uomo, un uomo che ha pagato la vita con la vita al suo
ritorno in patria.
Chiudiamo il cerchio magico: Calipso è l’espediente narrativo, la trazione del
ricordo e della nostalgia dentro Ulisse, una leva che lo spinge fuori dai petali
morbidi e rassicuranti del fiore di Loto. Il cuore si fa spazio, passo dopo
passo, con fatica si apre alla verità dolorosa, si fa varco nella
dimenticanza. L’ultimo anello che deve rompersi per permettere a Ulisse di
ritornare è Calipso che deve smettere di dividergli i corpi. E anche qui abbiamo
nozioni di magia: i livelli sono tre, ovvero corpo, cuore e mente ma abbiamo
volontà e determinazione solo se questi sono tutti uniti e coerenti. La magia di
Calipso divide i piani, con la magia lei ha rallentato la volontà di Ulisse, gli
ha impedito l’unione dei corpi sottili. Dividi per comandare. Una antica legge,
sempre valida. La magia incatena un individuo quando questo non è stabile, non è
saldo al suo interno, quando il dolore prende il sopravvento e lacera l’anima.
Tre sono i mondi, tre sono i colpi del bastone, tre sono i corpi da riunire per
tornare a casa.
Clery Celeste
L'articolo La magia dell’Odissea. (Agamennone è Surtr, l’antico gigante di fuoco
della tradizione nordica) proviene da Pangea.
La nostra civiltà si regge su due pilastri: conosci te stesso – il motto delfico
– e rinnega te stesso – la formula cristica in Mt 16, 24. Entrambi i movimenti –
conoscenza e rifiuto, sapienza e spoliazione – pretendono un mutamento, una
trasformazione radicale. Conoscere: perché di noi stessi sappiamo nulla, siamo
di noi insipienti. Rinnegare: perché occorre distruggersi per riformularsi, di
noi siamo una forma fasulla, falsa.
Dimentica di questi pilastri – che riguardano, poi, un destino – la civiltà
attuale conferma le forme, le esalta. Un uomo non deve conoscersi, ma acquisire
una ‘personalità’ (pur priva di ‘persona’); non deve rinnegarsi ma esaltarsi. È
il perimetro della palestra e dell’accumulo compulsivo; è l’etica dell’io,
questo ingombro. Ogni cosa, dicono, è esattamente – potremmo dire, falsando i
criteri: scientificamente – quello che è e nient’altro: mero oggetto misurabile
(e perciò: scartabile). La quercia, così, non rimanda più alla giustizia, a
Zeus, alla nobiltà d’animo: nessuno si ripara con senso di timore e di
gratitudine sotto la sua materna chioma; nessuno estrae le sue foglie per
divinare la sorte, per indovinarsi; nessuno vede nella ghianda il riassunto del
cosmo. L’assenza di immaginazione mitica ci impedisce di pensare che il sole, un
tempo, era un gorilla; che la volpe suonava l’organo; che il ghepardo si
chiamava cielo. Eppure, basta sfogliare le Metamorfosi di Ovidio, straordinario,
pitagorico repertorio mitico, per capire che le forme esistono per deformità,
che le forme si realizzano tradendole: che per conoscersi bisogna essere stati
fiume e pietra, usignolo, lupo, pesce e iride.
Fin dai primordi, pressato da onnipotente senso di solitudine e di solidarietà
col mondo, l’uomo si travestiva da volpe, da corvo, da coyote, per assumere i
caratteri di questi animali; il talento dell’essere umano era la trasformazione.
Conoscere se stessi rinnegandosi: diventare altro.
Oggi, piuttosto, pur di non comprendere le forme, le modifichiamo; ne creiamo di
nuove.
Un bicchiere non è un bicchiere: fino a poco fa questa asserzione era chiara a
chiunque. Un bicchiere – direbbe il mistico – è il suo spazio vuoto, l’incavo
riempito da un liquido. Un bicchiere – direbbe un bimbo – è la piscina dei
moscerini, è – volto al contrario – una torre su cui posso mettere altri
bicchieri per costruire un palazzo. In sé, il bicchiere non esiste: è il nostro
sguardo a crearlo. Ancora di più. Il bicchiere non rimanda semplicemente al
ricordo a cui è legato (è il bicchiere con cui ho brindato, vent’anni fa, alla
mia laurea; è il bicchiere che mi è stato regalato da una persona cara…): il
bicchiere è, al contempo, la trasparenza e il candore, il pudore e l’incanto; è
l’acqua, è labbra, è lingua, è il volto che rispecchia.
Intorno a questi temi dibatte il “Huashu”, enigmatico trattato taoista redatto
nel X secolo, di cui Les Belles Letters ha prodotto la prima traduzione
commentata nel mondo occidentale. Diffuso nel periodo della “Cinque Dinastie”
(907-960), durante il periodo di torbidi che segue la dinastia Tang, è un libro
straordinario per nitore e concezione. In sei capitoli e per brevi, fulminei
paragrafi, si celebra la metamorfosi, la trasformazione – interiore ed
esteriore, intima e politica – come ‘metodo’ universale. Ogni forma è soggetta a
incessante mutamento: il saggio si insinua tra le forme – poiché ha fatto il
vuoto può essere tutto, poiché è nulla si annulla nel tutto.
Il trattato – dicono gli esperti – tempera lo stile taoista (la fonte principale
è il memorabile Zhuangzi, tra i grandi libri di ogni tempo) nell’agone di
concetti buddisti e confuciani. Soprattutto, il maestro che lo ha scritto è un
esperto alchimista: ogni forma va sublimata per scoprirne il tesoro
autentico. Rinnegare: sciogliere. Conoscere: coagulare.
Intorno all’autenticità dell’autore grava il mistero. Il testo fu divulgato, in
origine, da Song Qiqiu, alto burocrate affascinato dagli insegnamenti taoisti:
appropriatosi impunemente del trattato, lo pubblicò a suo nome. Un monaco,
nell’XI secolo, rubricò l’accaduto come mera ruberia: Song Qiqiu avrebbe
ricevuto lo “Huashu” da Tan Qiao, misterioso maestro di cui si hanno poche,
agiografiche notizie: educato ai classici confuciani, avrebbe dovuto installarsi
tra i gangli della burocrazia imperiale. Preferì ritirarsi sul monte Song e
farsi eremita taoista, non prima di aver disperso l’eredità paterna in alcol e
varia prodigalità. Infine, sarebbe sparito, tra alberi e nubi, nei recessi del
monte Qingcheng, sacro ai taoisti. Così ne dice la nota de Les Belles Lettres:
> “Maestro delle arti taoiste, Tan Qiao (attivo nel X secolo) è figura
> relativamente sconosciuta. La leggenda lo descrive come un eremita che, dopo
> una vita di peregrinazioni tra le sacre montagne della Cina nord-occidentale,
> avrebbe raffinato il cinabro. Rifiutò di sostenere gli esami per diventare
> mandarino, si oppose a ogni forma di compromesso con la corte; si dice abbia
> condotto una vita conforme all’agiografia taoista: amore per il vino, distacco
> dalle passioni mondane, generosità rivolta ai poveri, noncuranza verso le
> intemperie. Padroneggiava le tecniche che permettono di apparire e sparire a
> proprio piacimento. Nessuno di tali elogi menziona il suo libro”.
A proposito del titolo dello “Huashu”. L’edizione francese opta per “Le Livre
des métamorphoses” – in filigrana, fa capo Ovidio. In inglese il titolo suona
spesso come “Book of Transformations”; intenderlo come “Libro dei Mutamenti” ci
porterebbe nell’ambito dell’antica divinazione cinese, rivelata dall’I Ching. In
questo caso, però, c’è una poetica più che una divinazione, e una combinazione
di simboli, spesso, sigillati, estranei al nostro sentire e capire. Si legga lo
“Huashu”, cioè, prima che come un trattato morale come un libro poetico, come un
poema in prosa che insegna a vagabondare di forma in forma. Lasciatevi
affascinare da tutto il resto prima che dalle vostre misere cose.
Si è scelto, per questa breve rassegna in italiano, di tradurre “Huashu” come
“Libro delle trasfigurazioni”. Troppo seducente, almeno nel contesto del rebus
verbale, tracciare un ponte tra la cultura cristiana e quella del tardo taoismo:
trasfigurare significa, appunto, andare al di là delle forme, al di là del
visibile. In qualche modo, si tratta di germogliare nella forma autentica, di
scoprire, delle forme, il bocciolo – e mangiarne.
Dovremmo farne un’opera teatrale.
**
Dal Libro delle trasfigurazioni
Il serpente e l’usignolo
Il serpente muta in tartaruga, l’usignolo si fa ostrica. Il primo dimentica la
forma sinuosa e sottile, si allarga; il secondo dimentica l’arte del volo,
dimentica il canto e acquisisce un corpo con il guscio. Tagliare o scolpire sono
inutili ai fini della forma: non la deformano. Corde e aste non possono definire
ciò che vedo: quanto è fulminea la trasmutazione!
La forma non crea ostacoli, è l’uomo a crearli; le cose non provocano
stagnazione, è l’uomo a provocarla. Che tristezza!
*
Il Dao dello specchio
Usa uno specchio per riflettere la forma – usa un altro specchio per
rispecchiare la sua ombra. Specchio che rispecchia specchio, ombra che trapassa
in ombra – senza alterare il profilo di spade e cappelli, senza scolorire i
colori delle ricamate vesti. Così, la forma non si discosta dall’ombra; l’ombra
non è diversa dalla forma. Per questo, il corallo non è reale e l’ombra non è
vuota; senza realtà né vuoto ci si unisce al Dao.
*
La tigre e il dragone
Chi spara a qualcosa che somiglia a una tigre, vede la tigre ma non la pietra;
chi decapita un drago, vede il drago ma non scorge l’acqua. Comprendi: tutte le
cose sono vuote, il mio stesso corpo è nulla. Il mio nulla si unisce al vuoto
del tutto. Così, con naturalezza, sono nascosto e appaio, sono morto e vivo,
senza costrizioni. Un cervo fluttua nell’aria come neve, ma gli occhi non lo
vedono; una formica è grande come un toro e come una costellazione, eppure non
ne avete mai sentito parlare. Quanto sono vaste le cose al di là della vista, al
di là delle chiacchiere.
*
Essere e non essere
Quando il drago si trasfigura in una tigre, può calpestare il vuoto – il vuoto
non è nulla: può penetrare il metallo e la pietra – il metallo e la pietra non
sono davvero qualcosa. Essere e non essere si interconnettono; la cosa e il sé
sono lo stesso. La nascita non è il principio, la morte non è la fine. Chi
comprende questo Dao non vedrà mai la propria forma sbriciolarsi, il proprio
spirito perire.
*
Nuvole erranti
Le nuvole erranti non hanno sostanza, per questo contengono i cinque colori; uno
specchio non ha imperfezioni, per questo ogni cosa appare al suo interno. Dire
che l’acqua contiene il cielo significa dire che il cielo contiene l’acqua. A
cento passi di distanza, lo specchio vede un uomo, ma un uomo non può vedere il
proprio riflesso. Così comprendi che nell’assoluta vacuità non c’è nulla che non
sia presente; tra le diecimila illuminazioni non c’è nulla di invisibile.
Eppure, gli uomini venerano l’infinito vuoto che hanno nel cuore senza rendersi
conti di dimorare essi stessi nel vuoto e nello spazio. Il vuoto sconfinato è
senza fratture; spiriti e maestri sono vicini. Per questo, un uomo saggio
mantiene mente retta e aspetto dignitoso: nuota nel vuoto, stringe amicizia con
gli spiriti e i maestri, nessuna sventura gli si avventa addosso.
*
Sul non essere
Le enigmatiche abitudini della volpe e del tasso, il fascino dei passeri e gli
incantesimi dei topo non possono ingannare uno specchio limpido; lo specchio, se
è limpido, non ha mente. il vuoto e l’assenza di mente non sanno nulla, perciò
sanno tutto; il vasto cielo è senza mente e vede sorgere con naturalezza la
miriade dei fenomeni. Un generale senza strategie fisse affronta un nemico che
non può ingannarlo; il grande uomo, libero da preoccupazioni, attrae
naturalmente l’essenza primordiale. Chi apprende il non essere può essere ogni
cosa.
*
Sulla vergogna
Che differenza c’è tra uccelli, bestie e uomini? Dimorano in nidi e in tani, si
uniscono in coppie, hanno la natura del padre e del figlio, hanno la sensazione
darsi la morte con le proprie mani. Il corvo nutre i genitori: questo
è Ren (Benevolenza). Il falco ha pietà dei nascituri: questo è Yi (Rettitudine).
Le api hanno un codice: questo è Li (Rito). La capra si china per allattare:
questo è Zhi (Sapienza). Il fagiano, quando perde il compagno, sceglie di non
accoppiarsi: questo è Xin (Fedeltà). Tra tutte le cose, le Cinque Decisive si
trovano, insieme a molte altre virtù, in ogni cosa – eppure: tendiamo reti e
interriamo trappole, siamo costretti alla caccia e alla pesca. Bruciare i nidi
non è Ren; sottrarre i piccoli alle creature non è Yi; offrire gli animali in
sacrificio non è Li; insegnare a essere crudeli non è Zhi; il sospetto e la
malizia non sono Xin. Se il desiderio della carne non cessa, non smetteremo di
cacciare e di uccidere. Benché piume e pellicce non parlino ci descriverebbero
come lupi avidi di potere; benché squame e conchiglie siano prive di coscienza
ci chiamerebbero mostri giganti e serpenti mostruosi. Come possiamo non provare
vergogna di tutto questo? Ahimè, c’è da dubitare che siano mai esistiti uomini
sapienti in passato.
*
Lo stolto e il sapiente
Stolti e sapienti invadono il mondo, sono indaffarati come falene attorno a una
fiamma o mosche che sbattono contro una finestra, al mattino. Sanno procedere,
non sanno come arretrare; avanzano senza indietreggiare. Evitano il male e
cercano vantaggi, ignari che accumulare benefici li condurrà nell’abisso. Essere
più sapienti degli altri ma non superare se stessi: che razza di sapienza è
questa? Conoscere molte cose senza comprendere se stessi: che razza di sapienza
è questa? L’essere superiore dimentica perdite e guadagni: ovunque si muova, lì
è il bene.
*
L’armonia suprema
Quando la tigre cammina, erba e alberi si piegano al suo cospetto; quando il
corvo è al colmo dell’ira, la terra e le pietre si sollevano. Dove splende il
potere, dove è viva l’energia le cose, anche quelle più ostinate, rispondono di
conseguenza. Da ciò l’uomo umile capisce che le spade possono volare, le
montagne e i fiumi possono migrare e ogni cosa si muta nel suo opposto. Quando
la divinità è completa, il potere si fa grande; quando l’essenza è completa,
l’energia si fa forte. Le diecimila distrazioni non sovrastano il giusto; le
diecimila cose corrispondono ai suoi comandi. Per questo, il giusto riesce a
opporsi a diecimila persone: non contano le abilità da spadaccino né l’arte
dell’arco, ma il potere supremo; il giusto soddisfa diecimila persone: non
contano le parole né le moine, ma la suprema armonia.
*
L’arco e la virtù
Il Figlio del Cielo ha creato archi e frecce per incutere timore reverenziale:
eppure, gli uomini hanno rubato le sue armi per deriderlo. Il saggio ha
istituito riti e musiche per frenare i perversi, eppure i perversi hanno rubato
riti e musiche per usurpare la sua posizione. Un re accumula ricchezze,
immagazzini grano e sete, prepara le armature per difendersi dai ladri e dai
briganti. Eppure, ladri e briganti si impadroniscono delle armature, del grano,
delle sete e si impossessano dello stato. Alcuni dicono: “La sicurezza risiede
nella virtù”; alcuni dicono: “Ascesa e caduta dipendono dalla sorte”. Se la
virtù è sufficiente, perché accumulare sete e grano? Se basta affidarsi alla
sorte, perché indossare le armature?
*
La Grande Immagine
Il pittore non osa alterare l’immagine circolare: se lo fa sarebbe certamente
biasimato. Lo scultore non osa insultare la forma originaria: se lo fa, sarebbe
la sua rovina. La creazione ha in me l’origine, ma devo venerare ciò che mi ha
preceduto altrimenti sarò frenato dalla calamità. Chi costruisce un telaio è
usato dal telaio; chi crea trappole ne resta intrappolato. Chi istituzionalizza
i meriti verrà disonorato immeritatamente; chi promulga le leggi teme la legge.
Per risolvere un problema ne crei mille; da una risposta germogliano diecimila
domande. Per questo, le creazioni sono apprezzate per la loro chiarezza, i
pericoli per la loro uniformità, i meriti per la loro vacuità, le leggi per la
loro intangibilità. Chi trascende le iscrizioni su pietra è detto Grande
Immagine.
*
La fenice e il gufo
La fenice ignora la sua bellezza, il gufo non riconosce il male; la dinastia
Tang era ignara della propria sapienza e Youmiao non si credeva un tiranno. Se
la dinastia Tang si fosse affidata alla propria sapienza, non sarebbe stata
sapiente; se Youmiao avesse riconosciuto la propria crudeltà, non sarebbe stato
crudele. Tutti sanno raffigurare le forme altrui ma non sanno ritrarre la
propria. Tutti stanano i difetti degli altri senza saturare i propri. Tutti
parlano delle sventure altrui senza vedere il proprio abisso. Il saggio ascolta,
osserva, scruta, attende – solo così può discernere la verità di un’emozione o
la sua menzogna.
L'articolo “Nuota nel vuoto”. Penetrare l’impenetrabile: il “Libro delle
trasfigurazioni” proviene da Pangea.
L’agente Guy Burgess (in codice “Hicks” o anche detto “Mädchen”, “la ragazza”),
ovvero il traditore – ma anche l’elegante, infingardo ed eccentrico Burgess,
famoso per le sue scorribande nelle confraternite di Cambridge, tra bevute senza
fine e un fiume di relazioni proibite – disse addio all’Inghilterra nel 1951.
Pochi anni dopo – in piena Guerra fredda – il fuggiasco venne smascherato con
l’accusa di spionaggio al servizio dell’URSS, insieme al socio Donald Maclean, a
Mosca, quando l’Intelligence aveva già deliberato l’ordine di stanarlo. Nel
1963, poi, fu il turno dell’amico Sir Anthony Blunt, celebre storico dell’arte e
curatore della Royal Collection, reclutato dall’Unione negli anni universitari e
annidato da allora nel cuore della Corona, al fianco di Sua Maestà dentro le
gallerie di Buckingham Palace.
La storia del circolo di spie sovietiche, i cosiddetti “Cambridge Five” –
colleghi, sodali e temibili nemici dell’Impero, eppure inglesi fino al midollo,
insediati dietro le scrivanie del Foreign Office –, è arcinota: ne danno conto
le principali biografie di Blunt (P. Blofeld, Master of Lies, 2026), Burgess (A.
Lownie, Stalin’s Englishman, 2015), Philby (P. Knightley, The Master Spy,
1989), Maclean (R. Cecil, A Divided Life, 1988) e compagni. A queste si
aggiungono la pellicola di John Schlesinger An Englishman Abroad (1983) sul
soggiorno di Burgess in Russia e la miniserie Cambridge Spies (2003) – entrambe
firmate BBC – che segue le liaisons delle migliori talpe dell’establishment.
Da esponente dell’upper-middle class, Burgess aveva frequentato la public
school, e non certo una qualunque: fra i collegi esclusivi riservati ai rampolli
della classe dominante, fu educato all’Eton College, che era stata per secoli la
scuola dei reali e dei gentlemen, per proseguire gli studi al Trinity College di
Cambridge, dove venne cooptato dagli “Apostoli” (o “Conversazione Society”) – i
cui membri usavano chiamarsi “fratelli” – dediti a conversazioni filosofiche,
trame politiche e, non da ultimo, intricate amicizie omoerotiche. Fin dalla
giovinezza, dunque, Guy Burgess era iniziato al segreto e all’arte della
dissimulazione, in un paese che criminalizzava con la reclusione e i lavori
forzati l’amore omosessuale, «ancora poco incline – secondo il romanziere E. M.
Forster – ad accettare la natura umana» (Maurice, 1971).
Come osserva Franco Buffoni in Due pub, tre poeti e un desiderio (Marcos y
Marcos, 2019), dopo aver snocciolato un lungo elenco di scrittori che vissero in
prima persona o trattarono nelle loro opere l’esperienza dello spionaggio per i
servizi segreti britannici (da Kipling a Maugham, a Graham Greene, Durrell, Ian
Fleming, John Le Carré ed Evelyn Waugh):
> “Negli anni venti e trenta del Novecento The Apostles divenne un club d’élite
> per ‘iniziati’ (con tutto ciò che il termine significava sin dal tempo di
> Byron), caratterizzato da raffinate riunioni conviviali con brindisi a
> ‘bellezza e verità’ e fortissimi legami omosessuali. Ma anche da grande
> simpatia per la rivoluzione sovietica, riscontrabile per altro più
> generalmente in tutto l’ambiente oxbridgeano. The Apostles divenne così il
> crogiuolo per antonomasia per la formazione di un gruppo elitario di spie
> britanniche a favore dell’Urss, capaci di rimanere ‘coperte’ per decenni […]
> Dopo la promessa di impunità, Blunt confessò che il suo era stato in pratica
> un caso di coscienza: dovendo scegliere tra la lealtà verso l’Inghilterra e
> quell’intreccio di omosessualità e marxismo che era la lealtà verso
> i brothers di Cambridge, scelse la seconda. […] Il sogno di liberazione
> omosessuale si intreccia con il sogno dell’ideologia marxista e il nemico
> primo e unico è sempre l’establishment britannico al quale appartengono le
> loro famiglie. Come si evince dal romanzo Il fattore umano di Greene, in cui
> il protagonista accetta di lavorare per i sovietici e, una volta scoperto, si
> rifugia a Mosca. Greene chiama Castle il suo uomo, ma in realtà la storia
> somiglia a quella della celeberrima spia Philby, già apostolo a Cambridge. E
> ancor più verosimilmente è Philby il protagonista de La talpa di John Le
> Carré, con il nome di Bill Haydon, spia pro-Urss. Emblematico il titolo
> originale del romanzo, evocativo di complicità collegiali e appelli nei
> cortili, sguardi d’intesa e incontri segreti in spogliatoi e aule di scienze
> vuote”.
È intorno a questa esistenza al limite della norma, radicata nel travagliato
percorso di formazione – o meglio di deformazione – di Guy Burgess, che il
drammaturgo oxoniense Julian Mitchell fa ruotare la sua pièce in due
atti Another Country, scritta nel 1981. Il titolo, ispirato al tradizionale inno
patriottico I vow to Thee, My Country («Io offro a te, mia patria/ questa vita e
altro ancor/ puro, sincero, pieno/ il servizio del mio amor: […] E c’è un’altra
patria/ ho udito tempo fa, Cara a chi la ama,/ cara a chi di lei sa»), diventa
la metafora di una patria ideale vagheggiata da schiere di giovani socialisti e
filomarxisti intorno agli anni Trenta del XX secolo, quando alla staticità del
sistema di classe britannico e alle violenze di un’educazione repressiva –
d’impronta public school – opponevano la vita comunista dei loro sogni e il
culto ingenuo dello stalinismo (prima del crollo delle illusioni, come
testimonia il saggio politico The God That Failed, sottoscritto, tra gli altri,
da Stephen Spender nel 1949).
Ma quali erano le ragioni che spinsero un perfetto civil servant, che aveva
tutte le carte in regola per essere destinato a una carriera nelle alte sfere
del Commonwealth, a trafugare documenti top secret per darli in mano ai
russi? Non già un desiderio di vendetta personale o il risultato di meri
interessi economici ma un più profondo tradimento dell’anima. Perché se è vero,
come lo irride Alan Bennett nella prima commedia del dittico Single Spies(Una
spia in esilio, 1988), che Burgess avrebbe chiesto – perfino durante l’esilio
moscovita – di farsi spedire dei raffinati completi di tweed e una cravatta in
stile Eton dal suo sarto di fiducia a Londra (grazie all’aiuto dell’attrice
Coral Browne), egli non rinnegò in toto l’Inghilterra – con le sue ataviche
tradizioni –, bensì le crepe di un sistema violento, corrotto e marcio nel suo
insieme, fondato su inflessibili codici di condotta, dettami morali e
convenzioni sociali, con cui aveva dovuto fare i conti fin da ragazzo.
Per comprendere la parabola politica e intellettuale di Burgess – propone
Mitchell in un’intervista televisiva del 1983 – occorre tornare agli anni di
scuola, che possiamo rileggere – sotto altri nomi – nella trasposizione
drammatica, liberamente ispirata alla vicenda della spia di Cambridge: il
protagonista della storia, Guy Bennett, è infatti un alter ego di Burgess. Al
suo fianco, Tommy Judd, l’amico più caro e l’unico che sembra accettarlo così
com’è, nutre simpatie marxiste e non si astiene dal giudicare il regime
scolastico come un bersaglio imprescindibile della lotta di classe, da
combattere dall’interno per estirpare la forza bruta delle autorità, gli abusi
di potere dei carnefici e le sopraffazioni che alimentano le faide tra gli
stessi studenti. Le invettive di Tommy – dal tono crudo e corrosivo – sferrano
un attacco alle regole ferree dell’istituto, che esaltano il militarismo
soggiacente all’etica dello sportivo ideale, come incitava il poeta Henry
Newbolt col motto «Play up! play up! and play the game!» (Vitaï Lampada, 1892)
ancora popolare nei collegi, dove guerra e gioco erano diventati sinonimi a
partire dal primo conflitto mondiale.
Intorno ai due reprobi della comunità collegiale (mentre Bennett è additato di
devianza sessuale, Judd è marginalizzato per le sue posizioni ideologiche), si
dividono in fazioni i tanti amici e rivali (la nemesi di Bennett è l’infido
Fowler, che intende riportare onore, virilità e “pulizia” alla loro divisione).
Tommy, Guy e i loro compagni di corso appartengono tutti alla Gascoigne, una
delle “Case” della secolare public school, che riflette in uno specchio distorto
l’alma mater di Eton.
La scena è ambientata negli anni Trenta, tra la biblioteca del quarto anno di
scuola superiore (o “Lower Sixth Form”), lo studio dei prefetti, il dormitorio e
il campo da cricket.
Una citazione da Cyril Connolly (Enemies of Promise, 1938), posta in esergo,
avverte immediatamente il lettore sul contesto dell’epoca: le scuole private
come quella rappresentata sono un mondo a parte, quasi un Impero in miniatura,
munito di un proprio corpo militare (gli “Officers’ Training Corps”) e
caratterizzato da ruoli di comando, con annessi privilegi, assegnati agli
studenti nominati prefects, ai quali spetta il compito di mantenere l’ordine nei
pensionati. In questi ambienti di rigida disciplina, le gerarchie scolastiche
servivano a preparare i ragazzi all’esercizio del potere nelle file del ceto
dirigente, alla superiorità di classe e alla leadership. Tuttavia, la migliore
educazione offerta ai futuri diplomatici, ufficiali e capi di Stato non
eliminava le zone d’ombra, alimentando per converso una sorta di sindrome di
Peter Pan nella temperie omosociale del collegio:
> “Le esperienze vissute dai ragazzi nelle prestigiose scuole superiori private,
> le loro glorie e le loro delusioni, sono così intense da dominare la loro vita
> e fermare la loro crescita. Da ciò risulta che la maggior parte della classe
> dominante rimane adolescente, dalla mentalità scolastica, impacciata, codarda,
> sentimentale e in ultima analisi omosessuale.”
In una tipica public school, come nel resto della società del tempo, sbocciavano
numerosi rapporti di natura erotica e sentimentale tra giovani convittori, al
netto del fatto che l’omosessualità – leitmotiv del dramma, unitamente al tema
politico – era considerata ancora un reato nel Regno Unito: benché diffusa e
tenuta a bada dal binomio colpa-punizione (psicologica o corporale, subdola o
spietata) sotto il controllo dei monitori. Su tutti gli allievi gravava,
all’ordine del giorno, il rischio dell’espulsione e della vergogna proprio come,
nel mondo esterno alla scuola, era sempre dietro l’angolo la condanna per
crimini di “grave indecenza”.
Il primo atto si apre coi canti di un’intera scolaresca durante una
commemorazione in cappella, che arrivano agli orecchi dei ragazzi rinchiusi
nella vicina biblioteca. Al ritmo degli inni nazionali risuonano principi
patriottici, spirito di sacrificio e osservanza alla dottrina con cui venivano
allevati i discenti delle public schools. Fanno seguito le mordaci battute di
Tommy, indignato per l’ossequio pedante verso la patria, e i rovelli
sentimentali dell’esuberante Bennett che non riesce a contenere l’entusiasmo per
aver conosciuto finalmente un compagno al quale donarsi con tutto se stesso.
Eppure il suo desiderio si infrange contro le regole scolastiche che ostacolano
l’idillio romantico col bellissimo James Harcourt, uno studente della Longford
(l’altra Casa della scuola).
Guy è rimasto stregato da James fin dalla prima volta che i loro occhi si sono
incrociati al termine delle lezioni e adesso lo spia cautamente a distanza.
Harcourt – bello, buono, dotato d’ogni perfezione – è l’oggetto del desiderio,
ritratto come un Ganimede anglosassone: riuso di un codice impiegato per parlare
di omosessualità in maniera cifrata, molto in voga nella letteratura uraniana di
fine secolo ma ormai scaduto a cliché nel gergo del dopoguerra.
L’altro ribelle per eccellenza, Judd, professa invece una devozione assoluta e
un amore troppo idealizzato per Karl Marx, quindi parla parafrasando il Das
Kapital. Come chiarisce Mitchell, Tommy è una proiezione di Rupert John
Cornford, figlio della poetessa Frances Cornford (née Darwin), morto sul fronte
di Cordova durante la Guerra civile spagnola, in cui si era arruolato volontario
per difendere i propri ideali di giustizia e libertà.
Nell’adattamento cinematografico di Marek Kanievska, Another Country – La
scelta (1984) – diventato un cult del cinema queer – le scintille della
relazione tra Bennett e Harcourt, scoccata tra visioni di campi sportivi e
giochi di sguardi celeri al “peccato”, preludono alla scena di un tenero
abbraccio notturno, tra le più iconiche del film. Stretti l’uno all’altro,
lontano dalle rispettive Case, i due amanti scacciano il dilemma del ricatto
(ordito in genere sia dai delatori che dagli stessi complici) e lo schiarire del
«dì giocondo» venuto a separarli «in punta di piedi», con echi all’allodola
di Romeo e Giulietta: “Sarà meglio andare”, dice James preoccupato alle prime
luci dell’alba. A questo punto, l’incredulo Bennett vede ricambiati i suoi
sentimenti: grazie all’affetto per James, il ragazzo che ha sempre dovuto
accontentarsi di incontri segreti con altri simili arriva a riconoscere la sua
identità, che purtroppo deve nascondere, relegandola al silenzio.
Il loro rapporto è una trafila di sguardi languidi, incontri calcolati, lettere
e biglietti scambiati furtivamente col timore di essere intercettati da occhi
indiscreti, cui fanno da contraltare gli struggimenti privati di Bennett nella
parte del Pellegrino innamorato (con il fedele Judd pronto ad ascoltarlo e
accudirlo). E sarà proprio la coscienza del suo amore, di pari passo alla
maturazione della sua sessualità, ad alimentare la rabbia per le catene sociali
imposte dall’alto, la consapevolezza che nulla ha senso nella vita se mancano i
diritti basilari a vivere e amare come si desidera. Fino a quel momento, il suo
sogno era diventare prefetto, studente modello della scuola e infine
diplomatico, una volta ottenuta la laurea in uno dei college di Oxbridge, a cui
la public school garantiva l’accesso diretto. Ma se tutto ciò che l’Inghilterra
– incarnata dai vertici scolastici e dalla famiglia – gli ha tramandato fosse
solo un ammasso di menzogne e ipocrisie? Cosa può valere una carriera
rispettabile negli ingranaggi del sistema? O la gloria decantata dai precettori?
In proposito, ha forse ragione il rosso: “O accetti il sistema o cerchi di
cambiarlo. Non ci sono alternative” (atto II scena VI, infra). Il resto è vuota
retorica.
Tornando alla pièce di Mitchell, dopo vari rifiuti per la materia trattata e la
lingua utilizzata – ricca di discorsi salaci e irriverenti – fu allestita il 5
novembre 1981, quando debuttò al Greenwich Theatre di Londra, sotto la direzione
di Stuart Burge. In seguito allo strepitoso successo, andò in scena al Queen’s
Theatre nel 1982. Nel cast figuravano – alternandosi nei panni di Guy e Judd –
gli attori Rupert Everett, Colin Firth (poi ingaggiati da Kanievska), Kenneth
Branagh e Daniel Day-Lewis. Non era la prima opera teatrale che affrontava il
tema dell’omosessualità in ambiente collegiale (Quaint Honour è del 1958), ma
non aveva precedenti nel racconto dell’affaire Burgess, che scosse profondamente
il pubblico londinese e coincise di fatto con gli anni dell’epidemia di AIDS,
quand’erano ancora calde nella memoria nazionale le lotte di decriminalizzazione
degli atti omosessuali alla caduta del severo Labouchère Amendment (in vigore
dall’Ottocento e abrogato soltanto nel 1967). Il nodo spinoso della vicenda era
dovuto all’ostentata omosessualità del giovane protagonista e allo scandalo
scolastico in cui è coinvolta una matricola (o fag), Martineau, impiccatosi per
essere stato scoperto in flagrante da un professore.
Per gli studenti della Gascoigne, tutto cambia – come accade in occasione degli
incontri più fortunati, rivelatori, che portano con sé una guida o un modello in
cui credere – quando uno scrittore affermato (nonché dichiarato pacifista,
omosessuale e obiettore di coscienza durante la Prima guerra) di nome Vaughan
Cunningham fa visita alla congrega scolastica. La sua conoscenza fornirà a
Bennett un punto di riferimento, suscitando reazioni ambivalenti da parte dello
scettico Judd, insofferente verso qualsiasi rappresentante del sistema e
portavoce del mondo degli adulti. Dietro le sembianze dell’intellettuale è
possibile scorgere la silhouette di Lytton Strachey (autore di Eminent
Victorians, 1918), membro del Bloomsbury Group e latore del messaggio filosofico
di G. E. Moore, che negli anni d’anteguerra aveva ispirato gli Apostoli di
Cambridge coi suoi Principia Ethica (1903) – finemente ricalcati da Mitchell nel
testo – a cui gli adepti prestavano fede come un mantra.
Nelle pagine centrali dell’opera, la lezione dell’idolo irrompe nella gretta
realtà dei gascoignani come un monito di speranza che trapassa le generazioni e,
sulla scorta di Walter Pater, invita al perseguimento naturale delle passioni e
delle relazioni interpersonali in una società di affetti fraterni, auspicando –
come si augura Forster in epigrafe al romanzo Maurice – a un’èra più libera e
tollerante. Pur ripensando con nostalgia ai propri anni di scuola, venati da
altrettanti rimorsi, sotterfugi, privazioni e rinunce, il suo panegirico
riassume la “prova” – l’ordeal, ossia la trama o il calvario – della giovinezza,
fornendo l’antidoto per attraversare quella tormentata età di passaggio e così
assaporare con gioia i piaceri della vita. Come detta Cunningham a Bennett,
richiamando Il Rinascimento di Pater:
> “‘Non il frutto dell’esperienza, ma l’esperienza stessa, è il fine.’ Oh, devi
> leggerlo, dico davvero. Afferma che l’obiettivo della vita è trovarsi sempre
> nel punto in cui il maggior numero di forze vitali si riunisce nella sua più
> pura energia. ‘Ardere sempre di una fiamma brillante come una gemma; mantenere
> questa estasi, è il successo nella vita.’ […] Ardere. ‘Ardere sempre di una
> fiamma brillante come una gemma…’ Di certo Judd penserà che la Storia spazzerà
> via le nostre piccole fiamme così! (Schiocca le dita) Ma penso che preferirei
> essere spazzato via in estasi, piuttosto che essere gettato via in silenzio,
> schiavo delle imposizioni della Storia.”
Pierluigi Piscopo
In copertina: Guy Burgess (1911-1963) in vacanza sull’isola di Eigg, in Scozia,
durante l’estate del 1932.
L'articolo Omosessualità & marxismo. La travolgente storia delle spie
britanniche al servizio dell’Urss proviene da Pangea.
Emily Wilson, The first woman to translate the “Odyssey” into English (copy “NY
Times”; il che dovrebbe farci giubilare: Rosa Calzecchi Onesti ha tradotto
l’Odissea 54 anni prima della Wilson; aveva pubblicato la sua Iliade nel 1950,
un millennio fa) ha stroncato l’Odissea di Christopher Nolan. Lo ha fatto
attraverso un’articolessa uscita il 13 agosto scorso sulla “London Review of
Books” (Vol. 48 No. 14, leggete qui): colta, brillante, corretta, ambigua. Il
titolo – An Uncomplicated Man – ribalta l’incipit dell’Odissea secondo Wilson
– Tell me about a complicated man – e dice più o meno tutto intorno alla
superficialità del film. Ecco il primo paragrafo del pezzo, esaustivo:
> “L’action movie di Christopher Nolan tratto dall’antico poema omerico e
> costato 250 milioni di dollari è un modo divertente per scampare alle alte
> temperature, almeno per qualche ora… I miei figli, adolescenti, si sono
> divertiti. A differenza di altri film di Nolan, la sua Odissea non ci annoia,
> grazie al materiale di partenza, impossibile da corrompere del tutto. Il film
> è uno spettacolo audiovisivo per famiglie, non diverso dagli elaborati show
> pirotecnici del Quattro Luglio – il livello di profondità narrativa ed emotiva
> è analogo”.
Secondo Wilson, “l’Odissea di Nolan è priva di molti elementi che rendono grande
il poema. Non ha nulla di convincente da dire sul tempo, la memoria, la storia,
la guerra, né sul rapporto tra il glorioso ritorno di un guerriero e la vita
della famiglia, dei nemici, dei compagni, degli amici. Manca di profondità
psicologica, emotiva, politica, etica. La struttura è artificiosa. La scrittura
pessima. Nessun personaggio è mosso da una motivazione che giustifichi le
proprie azioni e parole. Non ci sono scene di sesso – il cibo pare orribile”.
Come non essere d’accordo con la celebrata grecista? Secondo Wilson,
“visivamente l’Odissea di Nolan ricorda altri kolossal, non da ultimo la
trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson”: magari, ci verrebbe da
dire. La studiosa, quanto a omerica cinematografia, predilige “l’elegante
sobrietà” di The Return, il film girato da Uberto Pasolini due anni fa, con Raph
Fiennes nelle vesti di Odisseo e Juliette Binoche in quelle di Penelope.
Secondo Wilson, “il problema etico più sconvolgente dell’Odissea di Nolan è la
decisione di aver girato parte del film nei territori occupati del Sahara
Occidentale, normalizzando così la continua violenza perpetrata ai danni della
popolazione indigena Sahrawi. È un particolare irritante il fatto che Nolan
abbia usato questi luoghi come sfondo di grande impatto visivo per un film che
pone al centro, esalta e riabilita l’eroe di una guerra territoriale in virtù
del tardivo e parziale riconoscimento della propria colpa”. Senza entrare nel
contesto, difficile da discernere in un paragrafo, è grave che un’accademica,
una grecista scombini i piani, temporali (i drammi di oggi in riferimento a
quelli di tremila anni fa), storici (Odisseo non è Giulio Cesare né Napoleone né
Putin) e della realtà (un conto è la cronaca, un conto l’epica). Amen. Infine,
Wilson esprime un moto di giubilo (“Nonostante tutto, l’uscita
dell’Odissea rimane un evento da celebrare”) che vale la pena registrare. Grazie
al vituperato film di Nolan – brutto in sé – “le traduzioni dell’Odissea,
compresa la mia, vanno a ruba”. Olé.
Nessuno osa parlare, nel bailamme di opinioni, indagini di mercato, mercanzia
d’intelletto che ci affliggono ogni dì, della traduzione dell’Odissea di Thomas
Edward Lawrence, forse perché ‘Lawrence d’Arabia’ è diventato, col tempo,
politicamente scorretto, inattuale, inattingibile ai più, troppo omerico per
questa epoca, sanguinaria ed esangue allo stesso tempo. Qualche anno fa – era il
2011, sul “Guardian” – Adam Thorpe, poeta, scrittore e traduttore (ha volto in
inglese Madame Bovary) al di sopra di ogni sospetto, ha inserito l’Odissea di
Lawrence in una strettissima lista di top English translations, tra
il Beowulf secondo Seamus Heaney e le traduzioni di Ezra Pound, con una arguta
giustificazione:
> “Lawrence riteneva di essere particolarmente qualificato a tradurre l’epopea
> omerica perché ‘ho cacciato cinghiali e contemplato leoni selvaggi… ho
> costruito barche e ucciso uomini’. Aveva ragione, bisogna ammetterlo. Questa
> lirica trasposizione in prosa ha la levigata e rude lucentezza di una barca
> alla deriva nell’oceano”.
Anche in Italia pare che le traduzioni dell’Odissea vadano a ruba: i dati
registrano un aumento del +46% (maggio 2026). Speriamo che gli italiani
acquistino le versioni della Calzecchi Onesti (Einaudi), di Maria Grazia Ciani
(Marsilio), di Giovanna Bemporad (Le Lettere), donne di genio che non hanno
vissuto i fasti della fama, diversamente da Wilson.
Ecco il punto, ci pare. L’Odissea di Nolan ha fatto del poema omerico una
faccenda meramente anglofona, regionale. Ecco: di questa colonizzazione
anglofona dell’immaginario occidentale, di questa ‘occupazione’ nessuno dice. Il
poema dell’Occidente – dove nostos sta, anche, per il tramonto di un mondo – è
diventato affare privato, di provincia, trattato secondo gli spicci
modi english; eppure, la Grecia antica è ben più vasta degli Usa odierni, dove
sia Nolan che Wilson felicemente operano.
Così, per mettere qualche materiale in più tra le zanne del ‘dibattito’ (utile a
foraggiare l’infinito sistema digerente del botteghino, l’immane cloaca del
‘consumo’), vale la pena segnalare – e, perché no, tradurre – l’Odissea nella
versione lirica di Philippe Jaccottet, il grande poeta svizzero di lingua
francese, tra i più influenti degli ultimi decenni. Autore di libri importanti –
per Einaudi, Crocetti, Marcos y Marcos –, che andrebbero ‘sistemati’ in modo più
accurato, Jaccottet è stato traduttore capace, compulsivo, eletto
dall’ossessione per il linguaggio (tra gli altri, ha voltato in francese Thomas
Mann e Hölderlin, Carlo Cassola, Rilke e Mandel’štam; un repertorio si trova
in: D’une lyre à cinq cordes, Gallimard, 1997). La sua Odyssée uscì nel 1955;
costantemente riproposta – per bellezza e arcaica eleganza, dicono gli esperti
– è ora in catalogo La Découverte. Il respiro della versione di Jaccottet è, per
così dire, liberatorio.
Qui, di quella traduzione, si propongono alcuni lacerti dal libro XI, centrale
non soltanto nella geografia strutturale del poema. L’evocazione dei morti è
necessaria per ‘convertire’ il viaggio, per ancorarlo a un senso ulteriore,
perché senza risanare il legame coi morti è impensabile ritornare a vivere. Il
rapporto con le ombre è vitale: più vive dei viventi, esse si nutrono del sangue
del sacrificio; è la loro tenebra a costringere i sopravvissuti ad agire, per
‘compierle’, secondo i modi della vendetta, del compianto, del rimpianto. Così,
una vita, a volte, si vive in virtù di chi non è più; l’assenza diventa voce che
tuona; la prece un principio; il caro estinto un idolo. In ogni caso, necessaria
è armonia per non rimanere inchiodati alle vite che furono. Ma già si parla di
noi – come sempre quando si leggono i ‘classici’ –, cioè di un tempo in cui ci
si disfa dei morti, che annienta il cadavere e il morente a equidistanza
psichiatrica, di medicinale che frena gli umori, implacabili. Che pena, a questa
vertigine, a questo ardire nell’origine, la polemica, il film, la giostra degli
intellettuali pavoni.
*
L’Odyssée. Traduzione di Philippe Jaccottet
XI
Là giacciono le città e le terre dei Cimmeri
coperte da rugiada di nebbia; su di esse, mai
il sole che splende spande i suoi raggi
né quando gravita tra le alture del cielo stellato
né quando allo zenit staziona sulla terra;
funesta notte si estende su quegli sfortunati.
Giunti là, le barche aggiogate a riva
le bestie sparse, dopo vagabondare
su Oceano fino al luogo indicato da Circe.
Là, Perimede con Euriloco esumano
le vittime; tiro fuori la spada
faccio un buco di un cubito
verso libagione ai morti
prima miele a mollo nel latte poi dolce vino
acqua in terzo luogo, e sopra biancheggiare
di farina. A lungo gli inermi teschi dei morti
prego, promettendo, al ritorno, giovenca
la più bella delle mie, con rogo carco
d’offerte e per Tiresia, lui solo, riservo l’ariete:
nero, senza macchia, il migliore del gregge.
Dopo avere implorato la specie dei morti con voti
e inni, presi le due bestie, trancio la gola
sopra il buco; nero sangue cola; e dal fondo d’Erebo
si riversano le anime dei trapassati; giovani
donne, giovani uomini, vecchi che vita ha raspato,
ragazze che portano in cuore la prima doglia
guerrieri a truppe, arati da lancia di bronzo
vittime di Ares, ancora ostentano armi lorde di sangue.
Folla intorno alla fossa, galoppano, ovunque
strane urla, le loro – verde terrore mi ghigna in faccia.
Allora, con voce che pugnala, ordino ai compagni
di scuoiare e bruciare le bestie, di squarciarle
con daga crudele mentre imploro gli dèi
Persefone la feroce e Ade enorme.
Poi, volgendo la spada alla gamba
restai, impedendo alle teste inermi dei morti
di tuffarsi nel sangue prima della parola di Tiresia. […]
E vidi Eracle onnipossente
o meglio, il suo spettro: egli vive tra gli dèi
signore di Ebe bellissima, vive nella gioia.
Intorno a lui i morti gridavano come uccelli
fuggendo in ogni direzione; come tenebrosa notte
tendeva l’arco nudo, la freccia incoccata,
con occhi feroci come se avesse il mondo intero
sotto tiro! Sul petto portava la terribile banda
e un cinturone d’oro ricamato con mirabile opera:
orsi, cinghiali, leoni dagli occhi chiari
lotte, combattimenti, omicidi, massacri.
Chi ha infuso tutta la sua arte in quel cinturone
non potrebbe immaginarne l’esito.
Quando mi vide, l’eroe mi riconobbe
e mi disse parole alate, infuocate di pianto:
“Figlio di Laerte, figlio di Zeus, industrioso Odisseo
povero amico mio! Conduci una vita così misera
come quella che ho subito anch’io sotto il sole feroce?
Pur figlio di Zeus, sfortuna mi s’infilò
senza fine: il più inerme dei mortali
fu mio padrone, imponendomi le più crudeli prove.
Venni qui a schiavardare il Cane: pensò
che compito più arduo non esistesse.
Trionfai, portando la bestia via da Ade:
Ermes e Atene che brilla mi aiutarono”.
Parlò, rientrando nella stamberga di Ade.
Fui immobile a lungo, pietrificato, in attesa
che altri eroi apparissero al mio sguardo.
Forse, se avessi avuto tempo… volevo
stanare Teseo, Piritoo, gloriosi figli degli dèi…
Ma la stirpe dei morti cominciò ad assediarmi
con gracidii ingrati – verde terrore mi assalì:
Persefone superba mi avrebbe gettato in faccia
dalle fauci di Ade il cranio di Gorgone, orrendo mostro.
Allora tornai alla nave, dissi ai miei di imbarcarsi
di sciogliere le cime, di armare i remi:
la corrente ci trasportò lungo il vasto Oceano
prima grazie al nostro remare – poi giunse, leggero, il vento…
L'articolo La bellezza di una barca alla deriva. Nolan, Emily Wilson e l’Odissea
degli anglofoni proviene da Pangea.
Negli ultimi giorni della sua vita terrena, Andrej Tarkovskij tornava spesso
alla figura di Amleto. “Amleto… A letto tutto il giorno, non riesco ad alzarmi.
Dolore nella parte bassa dello stomaco e nella schiena. E i nervi. Non riesco a
muovere le gambe… Sono molto debole. Morirò?”. È il 15 dicembre del 1986 – il
grande regista morirà due settimane dopo. Aveva messo in scena Amleto dieci anni
prima, a Mosca, con il suo attore prediletto nel ruolo principale, Anatolij
Solonicyn. Non gli piaceva la traduzione di Boris Pasternak (“Pasternak è un
poeta straordinario, ma la sua traduzione di Amleto è straordinariamente
inesatta”) – ne usò un’altra, quella di Mikhail Morozov.
Negli ultimi istanti, Tarkovskij è un Amleto inerme. Per certi aspetti, l’Amleto
shakespeariano è il negativo di Gesù – l’intera vicenda di Amleto è scritta per
essere il contrario di quella evangelica; lavoro di bulino al buio.
Non so se nell’amletica reminiscenza di Tarkovskij vinca il rapporto con il
padre. Il papà di Tarkovskij, Arsenij, aveva lasciato la famiglia nel 1937, per
un’altra donna: Andrej aveva cinque anni. Lo specchio, il più bello e il più
enigmatico tra i film di Tarkovskij, è centrato su questa vicenda. Le poesie di
Arsenij Tarkovskij conferiscono unità lirica al film, ne plasmano la vertigine;
i fotogrammi di cronaca donano alla Storia un valore di effimera eternità. Ciò
che resta di un padre, sono le spoglie – ricordi come piccole corazze di
Achille, come crisalidi di cristallo, facili a rompersi. Al funerale di Andrej,
Rostropovič incoccò una suite per violoncello di Bach; Arsenij morirà tre anni
dopo, mel maggio del 1989.
Luglio 1986, un appunto da Öschelbronn, dove il regista è ricoverato per il
cancro ai polmoni.
> “Personale eccellente. Suor Elizabeth in particolare: parla italiano, è
> cordiale, generosa. Irradia pace e bontà. Ieri sono uscito a fare una
> passeggiata e sono stato colto, all’improvviso, da un impulso inspiegabile: mi
> sono tolto le scarpe e ho camminato a piedi nudi sulla nuda terra, fredda,
> nonostante la febbre, la tosse, i reumatismi. Sono davvero pazzo. Ho la testa
> piena di pensieri cupi”.
Questo fermoimmagine sembra l’emblema della dedizione artistica di Tarkovskij.
La ricerca della bontà dove domina il male; camminare a piedi nudi sulla terra;
attenersi a ciò che si vede – dunque, all’inspiegabile. Levare ogni resistenza
di fronte alla verità delle cose – dire con semplicità ciò che agli altri resta
incomprensibile. La nostra è, all’eccesso, l’epoca che dichiara ‘complicato’ ciò
che ha un candore – per questo Tarkovskij è confortante.
I testi pubblicati in questa pagina provengono da Time Within Time, selezione
dai Diaries di Tarkovskij, con vari materiali in appendice, editi da Faber nel
1994. Un’opera d’arte va estorta con amore dal creato, come si pianta un albero
– a quel punto, l’artista può scomparire, arreso, risolto nell’insoluto, con le
radici divelte in fiumi – non più artista ma uomo.
***
Sono categoricamente contrario al cinema come intrattenimento: è degradante per
l’autore e per il pubblico.
*
L’ispirazione de Lo specchio è l’omelia: guardate questa vita, prendetela come
una icona, come un esempio.
*
Ormai ci sono così tanti film, così tanto diversi, che presto sarà impossibile
pianificarne la distribuzione. Il cinema è la forma d’arte più giovane,
attraverserà un nuovo sviluppo. I film saranno distribuiti in cassette o su
altri supporti, la gente se li porterà a casa, lo spettatore si troverà faccia a
faccia con il film che preferisce.
*
La massa non è un criterio di qualità. Come il numero di persone coinvolte nella
realizzazione di un film. I numeri non sono mai il punto decisivo.
*
Nei miei film le immagini sembrano simboliche, ma a differenza dei simboli
canonici non possono essere decifrate. L’immagine è un grumo di vita
inesplicabile perfino per l’autore. Quando Puškin scrive, “La mia tristezza è
radiosa”, opera per immagini, non per simboli. Allo stesso modo, Ivan Il’ič,
morente, si sente confinato in uno stretto canale intestinale, da cui non può
uscire. Ciò che sente è tanto vivido e reale da cancellare ogni altra cosa, ogni
altra ‘verità’. Già nel Medioevo i poeti giapponesi stigmatizzavano
l’interpretazione dei simboli nell’arte… giusto! Meno simboli ci sono, meglio è!
Il simbolismo è un segno di decadenza.
*
Non c’è bisogno di rendere ‘comprensibile’ Lo specchio – non è che una storia
semplice, diretta.
*
Perché Amleto si vendica? La vendetta è una forma di espressione del legame di
sangue, è un sacro dovere, un sacrificio compiuto in favore dei propri cari.
Amleto si vendica, come sappiamo, per rimettere a posto un tempo “fuori sesto”.
Sarebbe più giusto dire che è l’incarnazione del sacrificio di sé.
*
Spesso mostriamo risolutezza o ostinazione in azioni che ci danneggiano. Anche
questa è una sorta di ricerca del sacrificio di sé – è l’abnegazione, il dovere.
Strani, assurdi istanti in cui si è deliberatamente in debito con qualcuno, si è
in un rapporto di dipendenza, nel ruolo della vittima: cose che il materialista
Freud classificherebbe come masochismo, che l’uomo religioso chiama dovere e che
Dostoevskij dice desiderio di soffrire.
*
Questo desiderio di soffrire senza alcun sistema religioso che lo giustifichi
può sfociare in una vera e propria psicosi.
*
Alla fine: è amore che non trova una forma. Non l’amore freudiano – l’amore
spirituale. L’amore è sempre il dono di se stessi agli altri. Anche se la parola
‘sacrificale’ ha, nell’uso volgare del termine, connotazioni negative,
esteriormente distruttive, quando è applicata a colui che si sacrifica è amore,
cioè un atto positivo, creativo, divino.
*
Amleto è un’opera al contempo molto complessa e incredibilmente semplice. Sono
stati scritti fiumi di libri su Shakespeare e Amleto, ma nessuno è riuscito a
carpire e a spiegare il segreto di quella tragedia. L’unica cosa certa è che
esiste. È una delle più grandi opere di genio della storia dell’arte. In termini
di ispirazione, nobiltà e semplicità non conosco opera teatrale che possa essere
paragonata ad Amleto. L’impressione è che sia stata scritta in una manciata di
minuti di pura ispirazione. Gli enigmi di cui è costellata l’opera si sciolgono
tutti, man mano che si procede, e tutto si fa chiaro, ovvio.
*
Mi piacerebbe lavorare a teatro – il teatro offre possibilità misteriose. Il
teatro è una forma d’arte indipendente e meravigliosa. Non che non mi interessi
il cinema: è che ciò che dovevo dimostrare a me stesso l’ho dimostrato
realizzando Lo specchio. Se avessi altro da dimostrare, non avrei pace – la cosa
più importante in ogni opera è superarsi, è avverarsi. Ora ho bisogno del
teatro. Ora ho bisogno di Amleto: magari ne farò un film.
*
Amleto era molto al di là dei suoi tempi: quando si rende conto che spetta a lui
distruggere il suo mondo, inizia a vendicarsi e diventa uguale a tutti gli altri
– quella è la sua rovina. L’idea di Shakespeare mi perseguita. Può un uomo
giudicare un altro uomo; può un uomo versare il sangue di un altro uomo? Non
credo ne abbia il diritto. Ma la società, purtroppo, sì. Non c’è niente da fare
al riguardo, ma una goccia di sangue versato è pari a un oceano. Un uomo non ha
il diritto di uccidere un altro uomo per il bene comune. Se mi venisse detto,
‘Uccidi quell’uomo e molte persone staranno meglio’, non credo che avrei il
diritto di farlo, farei meglio a uccidermi.
*
Dopo l’incontro con il Fantasma, Amleto dedica la vita alla vendetta – per
questo muore, si uccide, si suicida, non può sopportare il sangue perché il bene
non si ottiene attraverso il sangue.
*
Non spiegare nulla. È un grave errore l’attuale moda di spiegare nell’arte, di
interpretare. Non è questo lo scopo dell’arte.
*
Cosa accade a un regista quando, nel suo paese, può fare soltanto ciò che gli
viene detto di fare? Meglio andare a tagliare la legna.
*
Amleto è l’unica opera teatrale della letteratura mondiale a essere irrisolta.
Per questo è eterna; a differenza delle opere di troppi drammaturghi di oggi che
non vengono rappresentate perché sono nati morti.
*
Un attore deve esprimere con grande semplicità sentimenti molto complessi.
*
Quando, a teatro, un sentimento viene espresso apertamente, con vividezza,
assume un tono falso, diventa ‘teatrale’, ostentato. Nessuna persona esprime i
propri sentimenti, se sono autentici, con tale enfasi – la verità del sentimento
è sempre nascosta da un velo. Solo i falsi, i mentitori seriali ostentano i
propri sentimenti per dimostrare quanto siano mirabilmente sensibili.
*
Gli attori hanno una natura angelica: dobbiamo amarli come si amano i bambini –
soltanto così potremo fare qualsiasi cosa con loro.
Andrej Tarkovskij
L'articolo “Non spiegare nulla”. Catabasi in Andrej Tarkovskij proviene da
Pangea.
Johan Turi, una specie di Dersu Uzala della Lapponia, cacciava sugli sci: le
stelle, gli steli del cielo, gli facevano da bussola. Spesso dormiva “là fuori,
nelle zone selvagge”. Si preparava un talamo di rami sulla neve, si avvolgeva
nella pelliccia. Emilie Demant Hatt, artista ed etnografa danese, parla di lui
con ammirazione:
> “Turi si distende tranquillo nella natura immensa, il terrore delle lande
> desolate non ha alcun potere su di lui, che pure vive fra i misteri della
> natura; crede a tutte le cose malvagie che possono danneggiare un essere
> umano, ma crede anche che il male non possa attaccare chi è innocente e tratta
> con bontà e rispetto tutto ciò con cui viene in contatto”.
Allevatore di renne, cacciatore di lupi, Johan Turi è morto nel 1936. Norvegese
di etnia sami, ha raccontato i costumi del suo popolo in un libro, Vita del
lappone – ora riproposto da Adelphi – di catartica magnificenza. Il libro,
pubblicato in danese, per la cura di Demant, nel 1910, è la prima diretta
testimonianza di un mondo, quello dei Tuareg del Nord, ormai al tramonto. Dagli
inizi del Novecento, infatti, i sami sono stati sistematicamente vessati da
Norvegia, Svezia e Finlandia, attraverso provvedimenti intesi a sradicarne i
miti, la lingua, le abitudini nomadi. Più di recente, le loro leggende sono
state miniaturizzate in folklore, il loro essere avvilito a cartolina natalizia,
con renne e elfi in quinta.
Il libro di Turi sembra, per paradosso, l’ingresso in un altro mondo – è,
piuttosto, la riconquista (pur culturale, dunque vile) del mondo che ci
appartiene da sempre. Il nomade lappone ci spiega che “la pernice bianca è
magica”: a secondo del suono che emette, “verrà neve, senza vento” oppure
“bufera”. Vedere il piviere di mattina presto porta sfortuna (“l’anno sarà molto
infelice per quella persona”); se una gazza o una cornacchia si appollaiano
sulla tenda di un lappone, “sanno che in quella sida [tenda] morirà
qualcuno”. Secondo la mitologia sami, “gli spettri non hanno testa” e volano
“come uccelli”. Quando lo sciamano tenta di liberare un allevatore posseduto
dagli spettri, “parla lingue sconosciute”: sono le “lingue degli angeli”, le
lingue nuove, incomprense, di cui scrive Paolo nella Prima lettera a Corinzi.
Nella teologia frugale dettata da Turi, elementi dell’arcaico sciamanesimo si
mescolano a quelli cristiani. “Gli angeli del Maligno”, nella visione sami,
vengono trascinati su questa terra dal corvo. Alla fine dei tempi, Arturo, la
stella di Boote – che Turi chiama “Favtna” – colpirà “con il suo arco” la Stella
Polare (“Boahje-naste”), “allora il cielo cade e schiaccia la terra, tutto il
mondo si incendia e ogni cosa finisce”.
Vita del lappone è un libro vertiginoso, ‘francescano’ per brutalità: ci intima
a riconquistare i boschi, la nostra patria, a interloquire con gli animali,
fratellini nostri. Nelle campagne dove abito, il grano si taglia ancora dopo San
Giovanni – sembra neve – e i preti benedicono il bestiame. Alcune vecchie
credono che i morti vengano condotti nell’aldilà sul dorso degli aironi.
(C) A. Kahle
Un capitolo è dedicato alle “Arti mediche dei Lapponi”. Se si ha mal di testa,
bisogna “tirare i capelli… in modo che il sangue torni a scorrere normalmente”;
se si ha mal di gola occorre sorbire la propria urina, “anche solo un cucchiaio,
e stirare la gola in ogni direzione e frizionare più volte”; per vincere i
geloni “bere sangue vivo di renna” è il rimedio più efficace. La vigilia di
Natale, “la più grande festa dei Lapponi”, è “la sera più pericolosa”: se i
bambini fanno chiasso e “c’è troppa empietà” appare il Maligno. L’unico modo per
vincerlo è conoscere a memoria “la parola di Dio”, allora il demonio si dilegua.
Qualche anno fa, Linnea Axelsson, poetessa svedese di etnia sami, ha
pubblicato Ædnan, romanzo in versi che racconta l’epopea della sua gente. Il
libro è stato tradotto nel 2024 in inglese, suscitando applausi e ricevendo
premi; il “Guardian” ne ha detto meraviglie: “echi dalle saghe norrene si
mescolano a una lirica d’impianto contemporaneo” che testimonia “una storia di
assenze, fratture, fraintesi, annientamento”. Ædnan – tradotto in parte in: Voci
di donne da Nord, Crocetti, 2025 – è centrato sulla storia di due famiglie sami,
dal 1913, quando i paesi scandinavi prendono provvedimenti rapaci contro i
nomadi allevatori di renne, agli anni Settanta. Alcuni passi sono affascinanti,
nitidi come una coltellata: “Vidi l’immenso/ rapace volare via/ – Tutto era come
sempre// ma c’era un’ombra”. Ciò che si dice, in versi abbaglianti e fragili,
come lupi origami, è lo sradicamento di una cultura. Nella motivazione
dell’“Augustpriset”, il massimo riconoscimento letterario conferito dalla Svezia
a un proprio autore – lo hanno ottenuto, tra gli altri, il poeta premio Nobel
Tomas Tranströmer, Par Olov Enquist e Torgny Lindgren – si legge di
“un’emozionante opera lirica che racconta un capitolo della storia del mondo
nordico troppo spesso dimenticato”. Come sempre, il canto arriva quando di un
popolo non restano che le spoglie, musealizzate in favore del turista.
Johan Turi aveva la faccia buona: le rughe intagliavano il viso, ligneo, in
profondità; nei suoi occhi si vedevano le stelle. Vita del lappone ebbe, nei
decenni, un certo successo. Per la prima volta nella loro storia, ai sami fu
data dignità letteraria. Tuttavia, “le entrate di Turi derivanti dalla vendita
dei suoi libri rimasero modeste”. I lapponi si rifiutavano di leggerlo: tenevano
in sospetto Turi, l’allevatore che aveva svelato i loro segreti.
Quando un lupo ti azzanna il braccio, scrive Turi, devi afferrargli la gola, per
strozzarlo: così la belva allenta la preda e puoi colpirla con un fendente.
Nel grande Nord il bianco ha sempre il colore del sangue.
*In copertina: Johan Turi (1854-1936)
L'articolo “Fra i misteri della natura”. Viaggio nel grande Nord con Johan Turi
proviene da Pangea.
Gentile Carmen Gallo,
ho letto “Procne Machine”, poema del salto acrobatico e immobile, verticale, di
calarsi nel buio della terra letteraria e novecentesca. Terra devastata oggi e
sempre, sterminata dal male della violenza, umana e non, dal male della natura
matrigna, persino quando è spenta o apparentemente innocua. Sto parlando del
vulcano sterminatore e Vesevo, che lei conosce bene. Al momento attuale,
probabilmente, più evocazione di animi in attesa, bocca silente del cratere
inattivo, che emergenza, tuttavia segnata dalla fine, temuta, possibile, madre
di ogni paura, eppure dispensatrice di immaginazione. È il tempo del suo poema.
Parto da lontano, ma è per dire cosa accade, o cosa potrebbe, in quel silenzio,
in quelle pause del non detto (fra una sezione del libro e un’altra), o detto
altrove. Il ricaricarsi, io penso, del dono, ecco l’evento che si presenta, la
prima volta che si compie la scrittura, che si raddoppia il mondo, e s’incunea
in quel valore di vita memorabile, direi per sé, ma non solo, maestà della vita,
non creatività o fantasia astratta, che sarebbe poco, niente, bensì il mondo
vissuto, incarnato nel senso forte del vivere, metafora del profondo,
dell’offrirsi e di riuscire proprio lì dove sorge. Il senso non mio, ma del me
offerto nel vero, nel verso. Come pure della traduzione del sé, dell’io in
funzione, per uno scavo della parola detta in un diverso idioma, per rivedere
l’attimo cristallizzato in cui si è compiuta, consegnata. Sono le due lingue, i
due spazi paralleli, della poetessa e della studiosa. Metamorfosi da uno stato a
un altro. Qui, lo stare, il contemplare, ha il segno che evolve a guarigione.
Ogni metamorfosi pare questo (Samsa non sta sempre a letto come Ivan
Il’ic?). Cosa occorre in ultima analisi per scrivere? Nascondersi è la forma del
sacrificio. I veri poeti lo fanno, ma bisogna trovare il luogo. “[…] La testa
inchiodata a un solo pensiero […]” (pag. 7), che, a quanto pare, è la poesia,
perché essa ci permette di conoscere.
“Procne Machine”, è lo sguardo che occorre a rivelare un abisso intimo, da cui
deriva anche la carezza gratuita che ci raggiunge, di dire il mondo risanato,
inchiodati come siamo alla verità di poter contemplare già adesso il futuro,
seppure nel tragico, che è condizione catartica, di comprensione (abbiamo questa
consapevolezza noi occidentali). Il libro è un farsi corpo, e mettersi in moto,
mettere in atto un organismo che cammina, o vola, saldato al suo perno poetico,
di lingua viva e tradizionale, rivisitata in vita, ricomposta in corpo poetico,
vivo.
Assistiamo al tema del libro, tema che sta già all’inizio (“Ho sempre avuto
paura di voi […]”, pag. 7), ma centro, chiodo nel mezzo della Salvezza (“E
l’uomo potrebbe salvare tutti o solo sé stesso […]”, pag. 92). Insomma, è
presente un’aspirazione al Tutto, o tensione a quell’universo forse perduto e
quindi da riconquistare col proprio essere, col proprio sapere, a mani nude (le
mani nude del poeta!), che è dramma e tragedia, insieme, del farsi destino,
operando in esso. In base al semplice fatto che l’Uomo cerca di capire la
consegna, perennemente, arrivando all’apice della salita, nell’inquadramento
tonale della Vertigine (del Mito), che rappresenta pure una Speranza, io credo.
“Com’è possibile difendersi da ciò/ che ci minaccia o ci reclama dall’alto”
(pag. 7), vale a dire che le nostre radici sono in cielo, respingerle appare
inaudito, significherebbe rinunciare a noi stessi, smettere di guardare ciò che
ci sovrasta, o fissarlo solo per controllo, per difesa, quando invece lo spazio
etereo trascende noi e la vita dei nostri simili, in comunione.
Infatti, fin da subito, in apertura del testo, questa contraddizione che divide,
marchio ossessivo e fobico, si rivela il motivo eletto a guida del percorso
poetico – il quale, al contempo, manifesta un’antica predestinazione, ma con
tratti sorprendenti, di profonda vitalità intellettuale e psichica. Da lì in
avanti, la freccia scoccata della lingua non ha ripensamenti, precede, corre
avanti, se si torce o svolta è per raggiungere meglio la forma, per
approfondire, scandire il ritmo della conoscenza, che è una ferita,
un’invalidità d’amore – amore, perché ogni ferita ha dentro una totalità di
esperienza che si spalanca a noi e ci lascia indifesi.
Il lettore (il lettore attento!) si avvicina a comprendere il lavoro, l’impegno
poetico compiuto, spirituale, nonché originale, riguardante la raccolta delle
citazioni intorno al Tema (frammisto ad altro, Surrealismo, mi pare, passione
per il Surrealismo, ritenuto armonico al discorso, alla ricerca intorno
all’origine del dire). Nel subito (stile che tende ad anticipare, a sorprendere
e disorganizzare la nostra lettura, per poi rinsaldarla nel confine del cuore) è
già compassione e tenerezza, ed esclamazione lirica del dono nel poter scoprire
cosa nuova, poesia nuova, trasformata dalla perizia intima, che consiste in
questo: il male non annienta, bensì colma. Gli uccelli sono lì per dirci quanto
siamo posseduti dal Mistero, come da ciò che ci segna e ci nutre; lo slancio in
cui ci proiettiamo, le possibili linee che tracciano nell’aria i volatili, se
fossimo in grado di disegnarle potrebbero definirsi degli etogrammi da
interpretare, il loro ruolo è svelare chi siamo. Da qui in poi il passo sarebbe
ancora più radicale, apparendo eterno.
Vincenzo Gambardella
*In copertina: un’opera di Kenton Nelson
L'articolo “E l’uomo potrebbe salvare tutti”. Lettera a Carmen Gallo di Vincenzo
Gambardella proviene da Pangea.
> There’s many lost, but tell me who has won?
>
> (U2, Sunday Bloody Sunday)
La prosa della mano sinistra
Blaise Cendrars, pseudonimo di Frédéric-Louis Sauser (La Chaux-de-Fonds 1887 –
Parigi 1961), nato svizzero e naturalizzato francese è stato definito un
personaggio poliedrico e proteiforme che, oltre a essere poeta, fu tante altre
cose: saggista, giornalista, reporter, sceneggiatore, aspirante regista… e anche
romanziere.
All’incirca nel 1924 smise di scrivere poesie senza cessare di essere
poeta perché, come ha osservato Claude Leroy, è tale «chi sa rinascere
attraverso la scrittura»[1]. D’altro canto, a proposito della Prose du
Transsibérien et de la petite Jeanne de France, Cendrars stesso aveva affermato
che «Tutta la vita è un poema, qualcosa di dinamico. Io non sono che una parola,
un verbo, un abisso, nel senso più selvaggio, più mistico, più vivo»[2]. La sua
prima prova narrativa si era avuta ben prima del 1924 con il racconto L’Eubage
(Aux antipodes de l’unité), scritto nel 1917 e poi dato alle stampe nel 1926.
Pubblicò il suo primo romanzo, L’Or, nel 1925. Il suo secondo poemetto, la Prose
du Transsibérien, reca nel titolo l’indicazione di “prosa” e non di “poesia” o
di “poema”. Le ultime raccolte poetiche, Feuilles de route e Kodak
(Documentaire), erano dei chiari indizi del cambio di rotta che si delineava
all’orizzonte in quanto contenevano delle composizioni di natura spiccatamente
prosastica e “micronarrativa”. Alcuni critici sostengono che sia stata la guerra
ad aver ucciso il poeta che era in lui (nel corso della Prima guerra mondiale,
Blaise aveva perso il braccio destro), altri che, nel corso della sua esistenza,
la poesia si era spinta oltre la poesia stessa per esplorare nuovi generi:
dapprima il romanzo, in quanto prodotto di pura finzione, poi il memoir[3].
E se, dunque, in un primo momento, nell’opera dell’autore, la prosa è migrata
nella poesia, in seguito è accaduto il contrario. Ma, in definitiva, si potrebbe
sostenere che in lui poesia e prosa si sono sempre mescolate fra loro, sono
state intercambiabili e hanno costituito un tutto inscindibile[4].
Se il primo testo poetico scritto da Cendrars con la mano sinistra, subito dopo
il ritorno dalle trincee, è La guerre au Luxembourg (1916)[5]; la prima “prosa
della mano sinistra” da lui pubblicata è Profond aujourd’hui(1917),
definita prose poetique e considerata il suo “manifesto”. A partire dal 1945,
Blaise ha dato l’avvio a una tetralogia a carattere autobiografico dando alle
stampe il primo volume, L’Homme foudroyé a cui hanno fatto seguito La Main
coupée (1946), Bourlinguer (1948) e, infine, Le Lotissement du ciel (1949).
*
La mano mozza
L’opera di cui si parla in quest’articolo è la seconda della tetralogia il cui
titolo, in italiano, è La mano mozza, ripubblicata quest’anno da Einaudi
nell’ormai classica traduzione di Giorgio Caproni. Il libro racconta la Prima
guerra mondiale attraverso lo sguardo dell’autore che, nel corso di una
battaglia, fu gravemente ferito e, come si è già detto, perse il suo braccio
destro. Per Claude Leroy «lo scoppio della Grande Guerra consente al “cattivo
poeta” della Prose di andare fino in fondo alle cose»[6].
Visto dalla prospettiva di Emil Cioran il problema guerra sarebbe da analizzare
più dal punto di vista ontologico che storico. Ed ecco che l’uomo «nei confronti
della creazione, che egli ha ridotta a un ammasso di oggetti dinanzi a cui si
pone, si erge quale distruttore»[7], «violenta ogni cosa intorno a sé»[8], è «un
devastatore che accumula misfatti su misfatti per la rabbia di vedere un insetto
procurarsi agevolmente ciò che lui, con tanti sforzi, non riesce a ottenere»[9].
A questa “ontologia della distruzione” Cendrars non è del tutto estraneo dato
che, in una delle pagine del romanzo in esame, con voce persino profetica,
afferma che «L’uomo persegue la propria distruzione. […]. Con pali, sassi,
fionde, lanciafiamme e robot elettrici, ultima incarnazione dell’ultimo
conquistatore».
*
Io sono l’altro
La mano mozza è, nelle parole dell’autore, una collezione di récits (racconti)
in cui sorprendentemente – pur essendo dal punto di vista programmatico un’opera
a carattere autobiografico – egli parla ben poco di se stesso e si concentra
soprattutto sui propri compagni d’arme. È perciò più una “biografia collettiva”
che un’autobiografia. D’altronde – all’uscita del primo volume della sua
tetralogia – Blaise lo aveva definito un libro di memorie «che sono delle
memorie senza essere memorie»[10]. Questo significa che il suo motto «io sono
l’altro» – oltre ad essere l’affermazione di un’identità differente da quella
originaria – si potrebbe interpretare anche nel senso di una particolare
attenzione dell’autore verso l’alterità, verso gli altri, verso le vicende e le
vicissitudini dei propri commilitoni e degli esseri umani in generale. Potrebbe
dunque essere indicativo della necessità di un “rispecchiamento emotivo” nei
propri simili. Blaise aveva già dato prova in altre opere della volontà e della
capacità – volendo confidare nella sua sincerità – di mettersi nei panni altrui.
Ad esempio, in questi versi trasudanti empatia:
> No
> Mai più
> Non metterò mai più piede in un caffè concerto coloniale
> Vorrei essere quel povero negro quel povero negro che è stato messo alla
> porta[11]
Per il filosofo tedesco, di origini sudcoreane, Byung-Chul Han «sia l’empatia,
sia il rispetto si fondano sull’attenzione nei confronti dell’Altro. La società
si abbrutisce appena le viene a mancare questo tipo di attenzione. L’assenza di
attenzione nei confronti dell’Altro conduce a un aumento della violenza»[12].
Blaise non si autocommisera, non indugia mai sulle proprie disgrazie ma rivolge
il suo sguardo carico di pietà verso i propri compagni e le loro esistenze,
senza cedere mai a frusti e leziosi sentimentalismi.
Si era arruolato volontariamente nella Legione straniera e, prima di partire per
il fronte, insieme a Ricciotto Canudo (noto come le barisien parisien, il
giornalista che ha coniato l’espressione “settima arte” a proposito di quella
cinematografica), aveva pubblicato un manifesto per esortare gli stranieri a
dare il proprio contributo per la difesa della Francia dall’aggressione tedesca.
Sicuramente la motivazione di fondo era quella di prestare soccorso alla nazione
che li aveva accolti. Ma, nel romanzo, l’autore e protagonista – a un agente dei
servizi segreti che è andato a scovarlo tra i labirintici camminamenti delle
trincee – con un atteggiamento da duro, tutt’altro che sentimentale, dichiara
cinicamente di averlo fatto per puro odio nei confronti dei boches (i
“crucchi”). Al medesimo interlocutore – che ha una visione “romantica” del
conflitto bellico – dice poi a chiare lettere che la guerra non è affatto bella,
che è «un’ignominia», «una solenne porcheria». E cerca, inoltre, di fargli
capire che il patriottismo non basta a giustificare l’orrenda carneficina in
atto.
L’attitudine empatica di Blaise fa sì, dunque, che il libro consista in una
sfilata di personaggi, ciascuno protagonista, comprimario o personaggio
secondario di una storia o di più storie, per lo più commilitoni dell’autore;
anche se non mancano gli “intrusi”, comunque quasi sempre legati da relazioni di
varia natura ai primi. L’attenzione che dedica a ciascuno di essi è variabile.
Alcuni ritornano più volte. Altri si dileguano nel giro di poche righe.
Esemplare, a proposito della sua capacità di empatizzare, è la “Storia del
figlio della mia portinaia” in cui l’autore mette a repentaglio la sua lunga e
consolidata amicizia con i genitori del ragazzo pur di condividere un momento di
convivialità non solo con loro ma anche in compagnia di un’altra madre e del
proprio figlio, due derelitti ritenuti dalla prima coppia delle persone
assolutamente impresentabili.
Il quintultimo e il quartultimo capitolo contengono entrambi rapide carrellate
di personaggi, con le loro storie, appartenenti a due categorie: “i bislacchi” e
“i canterini”. Il terzultimo, di appena un paio di pagine, è dedicato a uno dei
più repellenti figuri da lui incontrati al fronte, “l’abbuffatutto”.
È superfluo dire che le vite della maggior parte dei compagni d’arme dell’autore
sono destinate a concludersi tragicamente. E, difatti, il narratore osserva: «La
memoria, che cimitero! Vicine o lontane, le tombe si moltiplicano». Questa
asserzione fa il paio con un’altra di Cioran secondo cui il dolore «trasfigura
qualsiasi cosa, perfino un concetto. Tutto ciò che tocca è promosso al rango di
ricordo; lascia traccia nella memoria»[13].
Blaise Cendrars (1887-1961)
*
La fabbrica della morte
Le invettive contro la guerra sono disseminate in tutto il libro: la definisce
«puttanaccia», «una sudiceria», «un’ignominia», «una solenne porcheria», e
ancora «macchina» e «fabbrica della morte». Se l’avanguardia – a cui, in un
primo momento, Cendrars viene associato – alimenta lo scandalo, la guerra è lo
scandalo assoluto che piomba nelle vite di tutti, degli artisti e della gente
comune, e s’impone con una profonda cesura nella Storia e nelle storie degli
individui. Pur sapendo che durante il conflitto bellico tutto è «troppo reale»,
Blaise ne descrive gli orrori («la vita da noi condotta al fronte era
assolutamente disumana») senza cedere alla tentazione di esagerare con effetti
“iperrealistici” cercando sempre di mantenere un certo equilibrio malgrado
l’“instabilità” della sua condizione di soldato. A volte lo fa con esiti
grotteschi, come quando descrive la morte del maresciallo Angéli:
> «cadde a capofitto in una latrina da campo. […]. Eravamo sbottati in una gran
> risata quando l’avevamo visto capitombolare nella fossa puzzolente; ora, noi
> ce ne stavamo lì inorriditi. Angéli era morto asfissiato, con la testa nella
> merda tedesca e i piedi volti al cielo. Un serbatoio traboccante. Un cielo
> vuoto. Due gambe divaricate a V».
Altre volte lo fa senza dimenticare di essere approdato al mondo delle lettere
come poeta. Ad esempio, quando, in attesa di mettere in atto un colpo di mano
insieme ai suoi commilitoni, osserva:
> «ci mettemmo silenziosamente all’opera con meravigliosa leggerezza, giacché
> anche gli agenti del male sono angeli in volo».
La guerra è «macchina» e «fabbrica della morte» perché gli uomini che la
combattono sono reificati, degradati a meri strumenti al servizio di una ragione
a loro totalmente o parzialmente sconosciuta (nel romanzo Blaise dice che la sua
squadra era «formata di poveri diavoli caduti senza sapere né perché né come») e
di un sistema che ha come unico scopo quello di autoalimentarsi. È bene non
dimenticare che la Prima guerra mondiale segnò l’esordio della guerra
meccanizzata e impersonale che, ai giorni nostri, ha raggiunto l’apoteosi con
l’impiego dei droni e dell’intelligenza artificiale. Il tema dell’alienazione
bellica evoca la riflessione filosofica di Horkheimer e Adorno in Dialettica
dell’Illuminismo: «Il pensiero si reifica in un processo automatico che si
svolge per conto proprio, gareggiando con la macchina che esso stesso produce
perché lo possa finalmente sostituire»[14] e così «Il singolo si riduce a un
nodo o crocevia di reazioni e comportamenti convenzionali che si attendono
praticamente da lui. L’animismo aveva vivificato le cose; l’industrialismo
reifica le anime»[15]. Una riflessione che trova sponda nell’analisi di Umberto
Galimberti a proposito dei rischi della tecnica: «soggetto della storia non è
più l’uomo, ma la tecnica che, emancipatasi dalla condizione di mero
“strumento”, dispone della natura come suo feudo e dell’uomo come suo
funzionario»[16].
*
Il grande assente
Blaise Cendrars, a un certo punto, fa un’affermazione dai toni apodittici che
riecheggia il «Dio è morto» di nicciana memoria: «Dio è assente dai campi di
battaglia». Ma, abitando in un mondo di aporie, è lecita anche una diversa
prospettiva: in guerra gli uomini avvertono la mancanza di Dio perché sono
assenti da se stessi; deprivati di qualsiasi anelito spirituale, sono ridotti a
un coacervo di puri istinti animali condotti per mano dall’istinto principe –
quello di sopravvivenza –; sono delle macchine per uccidere che agiscono prima
di tutto per la salvaguardia della propria vita e poi, in quanto obbligati, a
tutela delle vite dei loro commilitoni. La follia della guerra rivela non la
morte o l’assenza di Dio ma quella dell’uomo[17] il quale, sopprimendo i propri
simili, nega a se stesso ogni possibilità di trascendenza (ciò che lo
contraddistingue dagli altri esseri viventi) e relega la propria esistenza
nell’angusto recinto della mera bestialità.
*
L’arto fantasma
Il romanzo è sorprendente anche e soprattutto per un’assenza: La mano mozza del
titolo. È alla sua mano mozza che fa riferimento oppure no? E, in caso di
risposta affermativa, perché non descrive l’episodio bellico in cui l’ha persa?
Non ne parla neanche nei due racconti, Ho ucciso e Ho sanguinato, che narrano le
vicissitudini dell’autore rispettivamente prima e dopo la grave ferita riportata
sul campo di battaglia. La storia narrata nella seconda parte della tetralogia
termina con il narratore/protagonista (soldato matricola 1529) che riceve
finalmente la tanto agognata notizia: gli è stata concessa la licenza e potrà
così trascorrere il 14 luglio 1915 a Parigi. Dopo il suo ritorno al fronte,
precisamente il 28 settembre dello stesso anno, una mitragliatrice gli falcerà
il braccio destro. Della sua disgrazia avrà una sinistra premonizione – quasi
un flashforward (ciò che lui chiama “procronia”) – riportata in uno degli ultimi
capitoli intitolato “Il giglio rosso”. Non si sa come – è piovuto forse dal
cielo? – ma al narratore e alla sua squadra appare «un grosso fiore aperto»
grondante di sangue: «un braccio destro strappato netto sopra il gomito, con la
mano ancora viva che affondava le dita nella terra come per abbarbicarcisi, e il
cui stelo sanguinolento oscillava adagio adagio per poi fermarsi del tutto in
equilibrio».
Difficile credere alla veridicità dell’episodio, più di natura onirica che
reale. Il nostro autore, nel corso della sua esistenza, aveva dato vita a una
vera e propria automitografia e aveva, quindi, il vezzo di confondere realtà e
immaginazione. “Il giglio rosso” andrebbe piuttosto decifrato dal punto di vista
psicanalitico. La “visione” che anticipa la perdita effettiva del “suo” braccio
destro, qualche mese più tardi, potrebbe – a ben vedere – essere interpretata
come una sorta di avvisaglia del contrappasso che lo attenderà in seguito alla
commissione del peccato di omicidio. Nel finale del racconto Ho ucciso, descrive
così la sua “prima volta”:
> «Ho affrontato mortai, cannoni, mine, fuoco, gas, mitragliatrici, ogni sorta
> di macchina anonima, demoniaca, metodica, cieca. Sto per affrontare l’uomo. Il
> mio simile. Una scimmia. Occhio per occhio, dente per dente. A noi due ora. A
> suon di pugni, a colpi di coltello. Senza pietà. Mi getto sul mio antagonista.
> Gli sferro un colpo terribile. La testa è quasi andata. Ho ucciso il crucco.
> Sono stato più vivo, più rapido di lui. Più diretto. Ho colpito per primo. Ho
> il senso della realtà, io, poeta. Ho agito. Ho ucciso. Come chi vuole
> vivere»[18].
Nel momento del corpo a corpo con l’avversario, l’istinto di sopravvivenza
prende il sopravvento e sopprime in lui la compassione, lo spinge a uccidere.
Tuttavia, ripensando a posteriori all’episodio, la sua parte razionale, gravata
dai sensi di colpa, lo porta probabilmente a credere che la perdita dell’arto
corrisponda a una sorta di nemesi, di punizione compensativa per l’omicidio
commesso. E, difatti, nella Mano mozza Blaise confessa:
> «nulla logora maggiormente l’anima e maggiormente segna di stigmate il volto
> dell’uomo (e in segreto il cuore), e nulla è più vano, dell’uccidere, del
> dover sempre ricominciare da capo…».
Nella stimolante introduzione al libro in esame, Andrea Cortellessa scrive: «La
mano mozza rappresenta il caso non unico, ma raro, d’un titolo riferito a un
episodio che dal testo brilla per la sua assenza. […] Tutti i lettori della Mano
mozza hanno notato questo paradosso, ed è difficile respingere la tentazione di
leggere nel titolo un’allusione metalinguistica a quest’assenza proditoria del
nucleo centrale del racconto: da esso mancante eppure attivo, come nella
“sindrome dell’arto fantasma” che quella parte del corpo, a chi ne ha dovuto
subire la mutilazione, fa ancora “sentire”. […] Una pagina del racconto
pubblicato nel 1938, Ho sanguinato, descrive questa sindrome inquietante, oltre
che dolorosa […]. Ho sanguinato racconta l’inizio della convalescenza e della
riabilitazione del mutilato […]. Ma anche da questo testo manca la “scena
primaria”, o “dramma sacro” che dir si voglia, che ha deciso della seconda parte
della sua esistenza: la narrazione comincia infatti, come scrive all’incipit,
“quarantott’ore dopo la mia amputazione”. […] Come evidenziano le scalette
compilate fra il 1918 e il 1945, sin dal principio Cendrars s’è posto
l’obiettivo di giungere a raccontarla anche in forma letteraria, quella scena.
Semplicemente, non ce l’ha fatta. Come ha scritto Michèle Touret, “a dispetto
dei progetti” dell’autore la sua “parola diretta è impossibile, insopportabile”.
Così gran parte della sua opera, dopo quel tornante sanguinoso, si può leggere
come un tentativo di elaborare tale manque»[19]. Se l’assenza nel testo
dell’episodio in cui l’autore ha subito la perdita dell’arto sottolinea
l’impossibilità di narrare direttamente l’orrore assoluto, la mano
mancante potrebbe anche essere interpretata come una metafora di tutto ciò che
la guerra sottrae all’umanità: non solo corpi o brani di corpi ma identità,
compassione e possibilità di trascendenza.
*
L’incorreggibile giramondo
Per fortuna, anche in guerra, non tutto si perde dei caratteri distintivi
dell’umanità e delle peculiarità di ciascun individuo. C’è sempre una spinta,
istintiva o intenzionale, dei singoli verso la propria differenziazione rispetto
agli uomini-massa, alle macchine da guerra umane. In Blaise, il suo spirito
di bourlinguer e la sua connaturata dromomania non si placano neanche nel corso
del conflitto e così non perde occasione per allontanarsi dagli angusti e
ammorbanti camminamenti delle trincee. E, a tal proposito, si finge perfino
addestratore di cani e cavalli:
> «E io lo addestrai, lo sapete, e lo misi al passo, il bucefalo del colonnello.
> Ma lo feci per spassarmela un po’. Mica ho ambizioni del genere, e quando mi
> fo avanti non è certo per imboscarmi al posto d’un altro, ma per divertirmi, e
> con la vaga speranza che ci scappi un giretto. Che volete farci, ho il mal di
> colombo viaggiatore, io. Non cerco affatto di eclissarmi e per nulla al mondo
> lascerei la squadra, dove ho così bravi compagni; tuttavia, sono curioso per
> temperamento, e mi piace andare a vedere quello che succede dalle altre parti,
> e come vanno le cose, e come se la sbroglia la gente».
>
> (i corsivi sono di chi scrive)
*
La nuda invocazione dei moribondi
«La guerra è una solenne porcheria»: Blaise si sforza di farcelo capire in tutti
i modi e lungo tutto il libro. Di tanto in tanto, ci sono la forza dell’ironia e
lo spirito picaresco dei soldati ad alleggerire l’atmosfera plumbea delle
trincee, ma l’orrore è sempre vivo anche se è difficile comunicarlo fino in
fondo ai lettori. L’autore ci prova e, nel penultimo capitolo, dà l’affondo
finale. Con un colpo magistrale di icastico nitore, destinato a lasciare il
segno. E, allora, la conclusione di questo articolo è meglio lasciarla alle
parole dell’autore che ha vissuto in prima persona le vicende narrate:
> «Ma il grido più raccapricciante che si possa udire e che non ha bisogno
> d’armarsi d’una macchina per trapassare il cuore, è la nuda invocazione di
> fantolino nella culla: “Mamma! Mamma!…” che lanciano i soldati feriti a morte,
> caduti e abbandonati fra le linee dopo un attacco fallito e mentre tutti gli
> altri rifluiscono indietro in disordine. “Mamma! Mamma!…” gridano costoro… Ed
> è un grido che dura per nottate e nottate intere, giacché durante il giorno
> essi tacciono o chiamano per nome i compagni, il che è patetico ma molto meno
> spaventoso di quel lamento infantile nella notte: “Mamma! Mamma!…” Un grido
> che va sempre più attenuandosi, giacché ogni notte essi sono sempre meno
> numerosi… un grido che va indebolendosi perché ogni notte le forze scemano, e
> i feriti muoiono… finché non ne resta più che uno solo a gemere sul campo di
> battaglia, ormai senza più fiato: “Mamma! Mamma!…”, giacché il ferito a morte
> non vuole ancora morire, non vuole soprattutto morire lì, né così, abbandonato
> da tutti…».
Quella straziante invocazione alla madre, ripetuta più volte, riporta così il
lettore all’originaria vulnerabilità dell’essere umano e lo fa sentire, a sua
volta, inerme di fronte all’inesorabilità del destino.
Due memorabili versi di Disamistade, la bellissima canzone di De André e
Fossati, dicono: «e per tutti il dolore degli altri/ è dolore a metà». Uno dei
meriti del romanzo di Cendrars è quello di farci sentire, nel corso della sua
lettura, il furore dei combattenti e il dolore dei caduti sui campi di battaglia
come fossero nostri. Ci fa uccidere e sanguinare, insieme a loro.
Angelo Guida
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[1] Claude Leroy, Introduction, in Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du
monde. Poésies complètes, a cura di Claude Leroy, Éditions Gallimard, Parigi
1967-2006, p. 22.
[2] Ivi, p. 23.
[3] Ivi, p. 21.
[4] Questa, invece, l’opinione di Luciano Erba: «Poesia nella sua prosa, prosa
(transiberiana) nella sua poesia. In realtà è soprattutto prosa ed è x questo
che abbandona la poesia» (dagli appunti del poeta e traduttore italiano scritti
per la conferenza su Blaise Cendrars tenutasi il 28 aprile 1987 all’Università
di Venezia, i cui atti sono stati raccolti in Gli universi di Blaise Cendrars, a
cura di Rino Cortiana, Piovan Editore, Abano Terme 1992).
[5] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
p. 377. Mia Lecomte ne ha parlato in un articolo pubblicato sul “Fatto
Quotidiano” del 18.8.2023, Blaise Cendrars, la mano sinistra della
guerra(www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/18/blaise-cendrars-la-mano-sinistra-della-guerra-traduzione-di-mia-lecomte/7263627/).
[6] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
nota 1 di p. 65, p. 363. Questi i versi di riferimento: «Ero già sì cattivo
poeta / Al punto da non sapere andare fino in fondo alle cose» (Blaise
Cendrars, Prosa della Transiberiana e della piccola Jeanne de France, in Poesie,
trad. di Luciano Erba, Nuova Accademia Editrice, Milano 1961, p. 58).
[7] Emil Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi, Milano 1995, p. 13.
[8] Ivi, p. 9.
[9] Ibidem.
[10] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
p. 340.
[11] “Bijou-concert”, Feuilles de route, ivi, p. 208.
[12] Byung-Chul Han, Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil, Nottetempo,
Milano 2026, p. 25.
[13] Emil Cioran, La caduta nel tempo, cit., p. 83.
[14] Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, trad. di
Renato Solmi, Giulio Einaudi Editore, Torino 1966, p. 33.
[15] Ivi, pp. 35-36.
[16] Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica,
Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1999-2003, p. 37.
[17] È Byung-Chul Han a parlare di «morte dell’uomo», però con intenti
prettamente teologici (cfr. Byung-Chul Han, Parlare di Dio. Un dialogo con
Simone Weil, cit., p. 11).
[18] Blaise Cendrars, Ho ucciso, in Ho ucciso. Ho sanguinato, Marietti 1820,
Bologna 2023, pp. 23-24.
[19] Andrea Cortellessa, Il figlio del fuoco, in Blaise Cendrars, La mano mozza,
cit., pp. XII-XV.
L'articolo “Io non sono che una parola, un verbo, un abisso”. Blaise Cendrars,
uno scrittore in guerra proviene da Pangea.