Il libro di Paolo Riberi, La voce della Dea gnostica. Tuono, mente perfetta: da
Nag Hammadi ad Alan Moore (Venexia, 2025) analizza uno dei testi più enigmatici
ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, in Egitto: un componimento poetico in cui una
divinità femminile parla in prima persona con la lingua della dualità: Io sono
la prima e l’ultima. Io sono la onorata e la disprezzata. Io sono la puttana e
la santa[1]. Riberi affronta il tema del femminino sacro, centrato in
particolare sulla figura di Iside, rivela le radici arcaiche, cristiane e
pagane, del verbo che si traduce in potenza (Μεγάλη Δύναμις) e il filo che lega
nell’invisibile tutte le religioni e i culti, dall’antico Egitto al pantheon
greco e latino sino al cristianesimo esoterico.
Riberi studia l’identità e i richiami della misteriosa voce che è divinità
femminile e maschile (nei passaggi in cui è tradotto dallo stesso Riberi Io sono
Colui), indaga i legami simbolici tra le divinità che riconducono all’origine,
al doppio carattere della Dea che si dà nella dualità nel mondo materiale per
sottendere sempre l’unicità dell’Uno nel Pléroma. Il femminino sacro qui
menzionato consta di: Sophia, la Sapienza divina degli gnostici caduta nella
materia; Chokmah, la sapienza personificata che in ebraico assume sembianze
femminili; Iside, la dea universale egizia; Eva, nel suo essere canale di
conoscenza in quanto già il Giardino dell’Eden è opera del Demiurgo nel mito
gnostico, e la conoscenza donata dal serpente (un’alterità di Eva) non è il male
ma l’offerta del percorso di catabasi che permette la ricongiunzione; Asherah,
l’antica e dimenticata consorte di Yahweh nella tradizione ebraica; Maria
Maddalena, concepita non solo come seguace, ma come depositaria di una
conoscenza superiore, trasmessa dai Vangeli gnostici di Filippo, di Maria, e di
Verità.
Come in altri suoi lavori, Riberi non si limita ad analizzare l’eco di tali
figure nell’antichità, racconta come l’archetipo della Dea e della conoscenza
sia sopravvissuto e riemerso oggi in opere moderne, ad esempio in Alan Moore
(Watchmen e Promethea), Ridley Scott (Alien e Prometheus), Toni Morrison. La
voce della Dea Gnostica include – ed esordisce con – una nuova traduzione del
manoscritto Tuono, Mente Perfetta, e una serie di paragoni con altri testi
antichi in cui a parlare è il femminino sacro. Tra le pagine di questo bel libro
di Paolo Riberi, il deserto di Nag Hammadi sussurra il nome di una madre
dimenticata, c’india in un’archeologia del dolore e del trionfo, dove il reperto
storico si fa ferita e guarigione; l’ombra di Iside è il mistero della
Gnosi. Riberi rintraccia la sapienza di Sophia nella potenza di Iside (Io sono
la Sophia dei greci, e la Gnosi dei barbari[2]), la Dea egizia, che ricompone le
membra sparse di Osiride si rifrange nello specchio cosmico in quanto Sapienza
che si è frantumata nel mondo. È il dramma del divino che si fa materia,
l’astrazione greca che s’incarna nel rito egizio per evocare la dualità: Io sono
la onorata e la disprezzata. Riberi ci conduce nel labirinto dello specchio
rotto del mondo, dove il volto di Iside si fonde con quello della Sophia caduta,
la prostituta santa che abita l’esilio del corpo. Il testo è una catabasi e
un’anabasi tra la dialettica del logos greco e il misticismo più oscuro. La Dea
di cui Riberi scrive non è la rassicurante figura del dogma; è un’entità
liminale, una creatura d’abisso che sfida la legge del Demiurgo – quel dio cieco
e geloso che ha imprigionato la luce nel fango.Qui, mistica, magia e fede sono
il campo di battaglia; Maria Maddalena e Asherah riemergono potentissime dalle
macerie del patriarcato teologico, rivendicando una spiritualità che non teme il
desiderio, che non tarpa l’intuizione, ma la eleva a unica, sola fiamma di
verità nella lingua del silenzio. La ricerca di Riberi, nel suo rigore, si tende
nel recupero di un mistero celato, strappa il velo che ha coperto per secoli la
voce del tuono, permettendoci di ascoltare un divino che non giudica,
deflagra. È un invito a riconoscere la Dea di Tuono, Mente Perfetta che abita le
nostre contraddizioni più feroci: la santità nel fango, la luce nell’orrore, la
pienezza nel vuoto, un ritorno all’origine. Leggerlo è un’iniziazione potente;
Riberi ci restituisce una storia sommersa: lo Gnosticismo in quanto conoscenza
che sconfina dal dogma, poiché il sacro non ristagna inchiodato alla dialettica
servo/padrone, ma abita il paradosso di un’entità (da cui la nostra anima umana)
che è, contemporaneamente, schiava e regina, una e molteplice, inizio e fine. È
un viatico nella meraviglia del terrifico, verso la propria scintilla divina.
L’abisso chiama l’abisso; senza volontarismi, studiando lo Gnosticismo, sempre
più mi viene in mente (e perciò rileggo) lo Zarathustra di Nietzsche. Per
specchiarsi in Ialdabaoth, il Dio cieco, bisogna avere il coraggio di
Zarathustra quando scende dalla montagna, portando con sé il fuoco di una verità
che incenerisce le consolazioni umane. Nello Gnosticismo, il creatore di questo
mondo non è il Sommo Bene, ma Ialdabaoth: il figlio abortito di Sophia,
un’entità con il volto di leone e il corpo di serpente, nato da un atto di
hybris e rimasto intrappolato nella propria ignoranza: il Demiurgo, l’architetto
di una prigione di carne che noi chiamiamo realtà, Ialdabaoth, grida la sua
gelosia e la sua vendicativa possessività, quale impedimento del Kénoma (il
mondo vuoto) di assurgere alla luce del Pléroma (la pienezza della presenza). È
il Dio della Legge, del Tu devi, colui che incatena lo spirito alla ripetizione
eterna del bisogno e della sofferenza. Nietzsche e lo gnostico si stringono la
mano in silenzio. Il Dio morto di Zarathustra non è forse proprio questo
Demiurgo? Nietzsche smaschera la morale dottrinale come una creazione di
Ialdabaoth: una struttura che nega la vita, odia il corpo e trasforma la
debolezza in virtù. Mentre lo gnostico cerca di sfuggire allo sguardo soffocante
del Dio malvagio per tornare al Dio Supremo, Zarathustra invita a calpestare il
cadavere del Dio che punisce e castiga per far nascere l’Oltreuomo (uomo che si
fa divino). Entrambi riconoscono che il mondo costruito sulla Legge e sulla
Colpa è un’illusione che deve essere infranta.
La Dea Gnostica è la scintilla ribelle che Ialdabaoth cerca disperatamente di
spegnere; è l’ebbrezza dionisiaca che Nietzsche oppone alla rigidità
apollinea. Come l’Inno di Sophia è il canto di chi ha attraversato il nichilismo
più nero e ne è uscito integro (Io sono la vergogna e la franchezza[3]),
Zarathustra è colui che accoglie il paradosso dell’eterno ritorno: il grande
dire di Sì alla vita, anche al dolore più atroce, trasformando la prigione del
Demiurgo in un teatro di creazione suprema. Nietzsche scrive con il sangue, lo
gnostico scrive con la luce, la ferita è la medesima. Il Demiurgo è la
Soggettività tirannica, è il limite che ci impedisce di essere Dei. La voce
della Dea è il richiamo a risvegliarsi dal sonno ipnotico imposto da Ialdabaoth,
se il Demiurgo incarna il nichilismo che ci vuole schiavi di una verità imposta,
la Gnosi è l’atto di rivolta assoluto: l’istante in cui l’uomo comprende che la
chiave della cella è sempre stata nelle sue mani, nascosta tra le pieghe del
proprio caos interiore.
Eva tentata in una miniatura di Berthold Furtmeyr (XV secolo)
Ialdabaoth è tutto ciò che in noi dice No alla vita. La Dea è il Sì che deflagra
oltre ogni morale (Nietzsche si dichiarava il primo immoralista della storia,
ciò non significa non avere un’etica, ma sovrastare il moralismo che restringe
la sete di conoscenza). Nel libro di Paolo Riberi però non è presente il
paragone con Nietzsche, ma il confronto costante con un divino che si manifesta
in quanto potenza che unisce gli opposti; Iside, in quanto impalcatura su cui
poggia l’enigma di Tuono, Mente Perfetta, ne è la Matrice Madre, l’ombra
luminosa che precede e nutre la Sophia gnostica. Riberi traccia un parallelismo
filologico diretto: l’inno di Nag Hammadi è strutturato esattamente come le
antiche aretalogie isiache, e vi sono dei parallelismi anche con il Libro di
Dinanukht, con L’origine del mondo e L’ipostasi degli Arconti. In Egitto, Iside,
nelle aretalogie parlava dicendo:
> Io sono Iside, sovrana di ogni terra (…). Io ho stabilito ordini per i
> mortali. Io ho fissato leggi che nessuno può cambiare. Io sono la più vecchia
> tra le figlie di Crono Io sono la moglie e la sorella di Re Osiride. Io sono
> colei che ha scoperto il frutto per i mortali. Io sono la madre di re Horus.
> Io sono colei che sorge nella costellazione del Cane. Io sono colei che viene
> chiamata ‘dio’ dalle donne (…). Io ho stabilito lingue diverse per i greci e
> per i barbari. Io ho istruito la pietà per i supplici. Io onoro coloro che si
> difendono con giustizia. Con me, la giustizia è potente. Io sono la signora
> dei fiumi, delle acque e del mare. Nessuno è onorato, senza il mio giudizio.
> Io sono la signora della guerra. Io sono la signora del tuono[4].
Nel testo gnostico, tale voce trasfigurata mantiene la stessa autorità regale.
Iside è il modello archetipico della divinità che non ha bisogno di
intermediari: lei è la Legge, la Natura, la Sapienza. Se Iside è la grande
potenza inviata dalla forza sovrana che tiene insieme (religo) il cosmo, la voce
di Tuono ne estremizza i contrasti. Iside è colei che cerca le membra sparse di
Osiride (il dio smembrato); allo stesso modo, la Dea gnostica cerca le scintille
divine sparse nel mondo del Demiurgo. Iside rappresenta la concordia
oppositorum (l’unione degli opposti): è sposa e sorella, vita e regina dei
morti, è la fertilità del Nilo e il silenzio del sepolcro. In Tuono, Mente
Perfetta, questa dualità assume un volto lirico: Io sono la moglie e la vergine.
Io sono la madre e la figlia. Iside presta la sua veste cosmica a questa nuova
entità, facendosi portavoce di ogni coscienza risvegliata.
“Come si è già avuto modo di approfondire mediante il confronto con l’Ipostasi
degli Arconti e l’Origine del Mondo, nella danza delle immagini maschili e
femminili che contraddistinguono il brano si cela un antico enigma che rinvia al
mito gnostico di Adamo ed Eva.
Quando però la Eva umana lascia definitivamente spazio alla sua controparte
spirituale, la Dea, ecco che anche il personaggio maschile cessa di coincidere
con Adamo, e diviene “colui che ha generato” la protagonista, le ha conferito la
sua forza e ha preordinato ogni sua azione fin dal principio dei tempi: “ciò che
egli desidera a me accade”.
Si tratta della grande potenza, il supremo principio maschile di cui la Dea
rappresenta la controparte femminile, e che nel primo verso di Tuono, mente
perfetta invia la protagonista sulla Terra. L’obiettivo è delineare un’analogia
con le figure umane di Adamo ed Eva, costruendo una perfetta proposizione:
Eva-Adamo = Dea-Grande Potenza
Proprio come Eva è la metà femminile di Adamo, la Dea è la metà femminile del
Signore dello Spirito, la Grande Potenza: la prima coppia rappresenta l’origine
dell’umanità, mentre la seconda è la sorgente dell’universo divino del Pléroma,
situato al di là della volta celeste.”[5]
Ilaria Palomba
*In copertina: William Blake, “The Temptation and Fall of Eve”, 1808
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[1] P. Riberi, La voce della Dea Gnostica, Venexia, p. 11
[2] Ivi, p. 15
[3] Ivi, p. 13
[4] Ivi, pp. 47-48
[5] Ivi, pp. 132-133
L'articolo “Io sono la signora del tuono”. Solo la Dea Gnostica può salvarci
dalla prigionia del Demiurgo proviene da Pangea.
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Ottant’anni or sono, nello spietato inverno polacco del 1946, la giovane
dottoressa e ufficiale della sanità militare francese Madeleine Pauliac perdeva
la vita su una strada ghiacciata nel cuore della notte, in un presunto incidente
d’auto. Stava rientrando a Varsavia, da dove era stata smobilitata alla fine
dell’anno precedente al calare inesorabile della Cortina di ferro, che tagliò in
due l’Europa. Dopo uno strano Natale trascorso in famiglia nella sua
Villeneuve-sur-Lot, conteso tra l’utopia di una serenità ormai dimenticata e
ritrovata in tempo di pace e i focolai di orrore che la fine della guerra non
aveva spento, aveva scelto di tornare in Polonia.
Doveva portare a termine una missione. Non quella ufficiale, per cui era
arrivata (e in modo piuttosto rocambolesco) da Parigi a Varsavia passando per
Mosca, su un aereo che sorvolava scenari di desolante devastazione e a bordo di
un treno che attraversava sferragliando stazioni fantasma. Non la missione di
cui lei, una delle prime donne francesi a essere ammessa all’Ordine dei Medici e
a prendere parte alla Resistenza, era stata incaricata dall’allora generale de
Gaulle, a cominciare dalla gestione dell’Ospedale francese di Varsavia.
Si trattava bensì di una missione personale e segreta, di cui pochissimi erano
al corrente. Nei mesi precedenti, la notte, dopo interminabili ore di lavoro in
ospedale, si allontanava di nascosto, sola, e si inoltrava nel cuore della
foresta vicina per raggiungere le suore di un convento profanato dagli eserciti
di passaggio, tedesco prima e sovietico poi. Vittime di violenze indicibili, se
avessero denunciato gli orrori subiti sarebbero cadute vittima anche della gogna
pubblica del giudizio sociale e dell’anticlericalismo delle autorità
filosovietiche, che avrebbero chiuso il convento e le avrebbero consegnate a un
mondo cui non appartenevano più.
L’unica loro salvezza era Madeleine, medico, donna e straniera. Le avrebbe
aiutate ad affrontare la gravidanza e la maternità, e soprattutto quello che
sarebbe avvenuto dopo: avrebbe creato all’interno delle mura del convento un
orfanotrofio, che ospitasse anche i bambini resi orfani dalla guerra e
bilanciasse l’alto numero di neonati, che avrebbe potuto apparire sospetto. Una
perfetta via di uscita per permettere alle sorelle che avessero voluto crescere
i propri bambini di non doverli abbandonare, e a coloro che invece, per il
trauma o per l’incompatibilità della propria vocazione, non avessero potuto
tenerli con sé, di affidarli alle cure delle consorelle, prima che venissero
espatriati con l’aiuto sotterraneo della Croce Rossa polacca e americana.
Una storia straordinaria rimasta nascosta nelle pieghe del tempo e dei delicati
equilibri di potere, se non fosse che quella notte di Natale del 1945 Madeleine
non riuscì più a portare questo peso solo sulle proprie spalle senza scontrarsi
con l’incomprensione della sorella Anne-Marie di fronte alla propria volontà di
tornare in Polonia. Scelse quindi di condividere con lei questo fardello, che la
sorella custodì nel cuore fino al 2006, quando poco prima di morire decise di
affidarlo al figlio, Philippe Maynial, perché ne preservasse la memoria.
Da sempre operante nel mondo del cinema, Maynial è stato per diversi anni
responsabile dei diritti esteri per la casa di produzione Gaumont, ha ideato il
Premio Sopadin per la sceneggiatura ed è ora direttore generale di Babylone
Productions. Non stupisce quindi che abbia portato questa storia di famiglia sul
grande schermo, affinché raggiungesse una platea potenzialmente infinita e
facesse vibrare le corde che solo la narrazione sa toccare.
Dieci anni dopo nasceva così il film Les Innocentes, uscito nelle sale italiane
con il titolo Agnus Dei. Diretto da Anne Fontaine e candidato a quattro premi
César, è accompagnato da una colonna sonora di struggente delicatezza composta
da Max Richter, candidato agli ultimi Oscar per la colonna sonora di Hamnet,
altrettanto intensa nel suo essere “in punta di piedi”. Qui Madeleine è
Mathilde, una giovanissima dottoressa entrata a far parte della Croce Rossa
prima ancora di completare gli studi per dare il suo contributo alla Resistenza:
non è primario dell’Ospedale francese ma assistente di un medico (uomo), e non
ha quindi l’autorevolezza e il ruolo cruciale del personaggio storico a cui è
ispirata, il che rende agli occhi dello spettatore la sua missione ancora più
fuori scala.
La trama, necessariamente romanzata (al di là dei processi di adattamento da
storia a cinema, nessuno è a conoscenza di chi fossero le suore che furono
pazienti della dottoressa Pauliac), è uno strumento per fare emergere un aspetto
fondamentale della vera storia di Madeleine: aiuto reciproco, abnegazione,
sorellanza, oltre ogni ruolo, confine, partito o credo, sono l’ultimo baluardo
dell’umanità di fronte alle guerre a cui sembra che non sappiamo porre un freno,
oggi come allora. E così Mathilde, atea come Madeleine e qui fervente comunista,
e il suo primario (e amante), ebreo e quindi guardato con sospetto dalle suore
in quanto non battezzato, riusciranno a farsi accogliere da queste donne preda
del terrore per le violenze subite e di una regola che vietava loro persino di
lasciarsi visitare, e a vincere i propri pregiudizi. È la vittoria dell’umano e
della fratellanza.
Ma questa storia, che già avrebbe i toni dell’epica, è solo un capitolo di una
storia molto più ampia, che si snoda attraverso l’affresco della grande Storia.
Una storia al femminile e corale, perché Madeleine non era sola. Il suo coraggio
fu anche quello delle undici infermiere e autiste appena ventenni della Croce
Rossa francese, le ragazze del leggendario Squadrone blu (dal colore delle
uniformi donate dagli americani), inviate a Varsavia per aiutare Madeleine nella
missione di rimpatrio dei 300.000 soldati rimasti bloccati negli ospedali o nei
campi di prigionia, detenuti da Stalin. Insieme, porteranno a termine oltre 200
missioni e percorreranno circa 40.000 km sulle strade devastate di un mondo in
rovina, sfidando la minaccia sovietica.
Una storia che Philippe Maynial, con l’aiuto della moglie Barbara, è riuscito a
ricostruire attraverso lettere, diari, fotografie, testimonianze dirette delle
“Blu” e dei loro discendenti, viaggi e ricerche d’archivio, restituendoci un
vivace e commovente ritratto di dodici eroine dimenticate nel suo
libro Madeleine Pauliac. L’Insoumise, pubblicato nel 2017 in Francia da XO
Editions e rivisto e aggiornato per l’edizione statunitense del 2025 edita da
Rowman & Littlefield (Bloomsbury), da cui è tratta la traduzione italiana, che
ho avuto il privilegio di curare per le Edizioni Ares, Le ragazze dello
Squadrone blu. Madeleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin
(1945-1946) (maggio 2026).
E allo schermo questa storia è tornata, ora in versione completa, con il
documentario Les Filles de l’Escadron Bleu di Emmanuelle Nobécourt, di cui
Maynial è co-autore e co-produttore e al quale nel 2020 è stato assegnato il
Premio Historia, dedicato ai documentari storici. Una ricostruzione di rara
potenza, anche grazie alla “voce” diretta delle fotografie d’epoca e
dell’inchiostro di lettere e diari.
Il linguaggio visivo ha poi incontrato la pagina, e a gennaio, in vista dell’80°
anniversario di Madeleine, le avventure sue e delle “Blu” sono diventate anche
un graphic novel, L’Escadron bleu, 1945, a cura di Le Pon e Ollagnier,
dell’editore francese Dupuis.
E così, una storia che sembrava perduta continua a viaggiare tra forme narrative
e a ispirare lettori e spettatori, oltrepassando ogni confine come fecero le sue
protagoniste nelle loro missioni.
> «Mentre ero a Varsavia, qualche tempo fa, dalla finestra del mio albergo, nel
> grigiore del mattino, mi sembrò di scorgere Madeleine e le piccole Blu, mano
> nella mano. Quando mi capita di andare a Villeneuve-sur-Lot, non manco mai di
> salutare, con un peso sul cuore, il grande cedro centenario che si erge sulla
> strada verso il cimitero. In estate, tutt’intorno, crescono piccoli fiori
> blu».
>
> (Philippe Maynial)
Chiara Bianchi
*In copertina: Madeleine Pauliac (a sinistra) e alcune ragazze dello “Squadrone
blu”
L'articolo Le crocerossine che sfidarono Stalin. Una storia straordinaria e
terribile proviene da Pangea.
È anche grazie al successo cinematografico del Signore degli Anelli – sono
passati ormai venticinque anni dal primo film del ciclo – che un po’ tutti
conosciamo l’Edda, lo straordinario repertorio della mitologia norrena. L’Edda,
infatti – insieme al Beowulf –, è stata la fonte principale di Tolkien per
ideare il suo grande libro. In particolare, è l’“Edda in prosa”, il regesto
organizzato da Snorri Sturluson, l’estroso storico islandese vissuto nel XIII
secolo, a costituire – per così dire – la traccia letteraria intorno a cui
Tolkien ha costruito il ritmo del suo racconto – epico, è vero, ma anche
ironico, perfino ‘apocalittico’, nel senso che contiene, in nuce, una
rivelazione.
In realtà, in Italia esiste un’edizione dell’Edda “di Snorri” che precede di
gran lunga l’uscita del film tolkeniano. Fu Giorgio Dolfini, germanista di
pregio – ha tradotto Thomas Mann e Goethe, tra le altre cose –, nel 1975, ad
approntare per Adelphi l’edizione dell’Edda. Cinque anni prima, Rusconi aveva
pubblicato Il Signore degli Anelli nella versione di “Vicky”, indimenticabile
per i lettori d’ogni italica quota. L’Edda uscì nella “Biblioteca Adelphi”, col
numero 61; in ‘quarta’ l’editore, opportunamente, con la consueta rapinosa
grazia, ricordò che quel libro costituiva l’autentico fondamento della cultura e
del pensiero ‘del Nord’: si citavano, va da sé, Wagner e Tolkien, si ricordava
che in Snorri, “Borges ha visto, paradossalmente, il primo antenato di
Flaubert”. Nello stesso anno, proprio Rusconi mandava in libreria l’Edda a cura
di Gianna Chiesa Isnardi (ora in catalogo Garzanti). Di fatto, nonostante gli
sporadici sforzi di alcuni piccoli editori, sono queste le versioni dell’Edda di
Snorri che troviamo ancora in libreria. Due versioni della ‘bibbia del Nord’,
del libro che ha forgiato l’immaginario nordico, che risalgono a più di
cinquant’anni fa.
Nel mondo anglofono – in qualche modo erede della tradizione norrena – le cose
sono naturalmente diverse. La prima, consacrata versione della The Prose or
Younger Edda commonly ascribed to Snorri Sturluson, è del 1842, a cura di Sir
George Webbe Dasent. Professore al King’s College di Londra, Sir George viaggiò
a lungo tra Norvegia, Svezia e Islanda; fu amico di Jakob Grimm: la sua versione
dell’Edda fu particolarmente apprezzata da Tolkien. Tra Ottocento e Novecento si
stimano una quindicina di versioni dell’Edda in prosa: tra quelle più note va
citata la Prose Edda a cura di Arthur Gilchrist Brodeur, professore di
letteratura norrena a Berkeley; uscì per la Oxford University Press nel 1916. Un
altro americano, Rasmus Bjørn Anderson – le origini norvegesi sono ben incise
nel nome – stampò a Chicago, nel 1880, una pionieristica Younger Edda: la sua
fama si deve però a uno studio, America Not Discovered by Columbus, uscito
qualche anno prima, nel 1877. Anderson fu il primo a dimostrare, leggendo in
filigrana documenti e saghe, che sono stati gli esploratori norreni ad aver
attraccato per primi nel ‘Nuovo Mondo’.
Quanto all’Edda ‘poetica’, una prima riuscita versione, pur parziale, si deve ad
Amos Simon Cottle: per l’impresa – realizzata nel 1797 – fu aiutato da Robert
Southey, ‘Poet Lureate’ del regno, amico di Coleridge. Non è divagazione
estemporanea: la grande poesia in lingua inglese fa uso costante di alcune
figure retoriche norrene, il kenning ad esempio, “una parola composta da due
termini, che assume una funzione metaforica che trascende il valore semantico
dell’uno e dell’altro termine implicati nella metafora stessa, senza tuttavia
abbandonare il valore lessicale dei due termini” (Ernesto Livorni; es.
“destriero marino” per dire nave). La ‘dorsale’ più nobile della poesia
anglofona del Novecento – Ezra Pound/Ted Hughes/Seamus Heaney – nasce attorno al
riutilizzo del kenning (questa la tesi di Livorni in La troppo umana animalità,
introduzione a: Ted Hughes, Cave Birds, Mondadori, 2001).
Le versioni in lingua inglese dell’Edda in prosa si sono susseguite con
continuità anche nel nuovo millennio. Una pietra miliare, in questo senso, è The
Prose Edda edita da Penguin nel 2006, a cura di Jesse L. Byock, archeologo – ha
scavato diversi siti Vichinghi – e professore di letteratura norrena e cultura
scandinava presso la University of California. Questa traduzione ha il merito di
essere al contempo accurata e leggibile, arcana e moderna. Proprio intorno
alla Prose Edda di Byock si è sviluppato un lavoro di ricerca di Silvia
Campanino (“Edda: la Bibbia del Nord. L’opera di Snorri Sturluson nelle versioni
italiane e inglesi”) recentemente discusso alla SSML “San Pellegrino” di Rimini.
Al di là di un pur utile catalogo che allinea, con commento, le diverse,
notevoli traduzioni in inglese dell’Edda di Snorri, la tesi propone una versione
del cosiddetto “Prologo” – meglio: formáli – dell’Edda. Questa porzione
dell’Edda è assente nelle versioni italiane di Dolfini e di Gianna Chiesa
Isnardi, perché “opera d’erudizione e di sistemazione… priva di tutte quelle
doti che fanno dell’Edda un autentico capolavoro” (Dolfini). Eppure,
il formáli – redatto pur sempre all’epoca di Snorri – è tradotto da Byock, è
presente in pressoché tutte le traduzioni precedenti, compresa quella ‘classica’
di Brodeur, uscita oltre un secolo fa. Il formáli, in realtà, possiede un
fascino peculiare perché salda la vicenda norrena a quella biblica e a quella
omerica, facendo dell’Edda un libro ‘occidentale’, da leggere al fianco della
Bibbia e dell’Iliade. Le primissime pagine dell’Edda, infatti, ricapitolano ‘in
picchiata’ l’epopea biblica:
> “In principio Dio onnipotente creò il cielo e la terra e tutto ciò che c’è in
> essi. Infine creò due esseri umani, Adamo ed Eva, e da loro nacquero genti, i
> cui discendenti si moltiplicarono e si sparsero per tutto il mondo. Ma col
> passare del tempo, gli uomini divennero dissimili gli uni dagli altri. Alcuni
> erano buoni e rimasero fedeli al giusto credo, ma la grande maggioranza si
> volse ai desideri di questo mondo e trascurò i comandamenti di Dio. Perciò Dio
> sommerse il mondo e tutti gli esseri viventi in un diluvio…”.
La seconda parte del formáli – che si propone in calce nella versione di Sara
Campanino –, più lunga, salda il ciclo omerico alla narrazione di Snorri. Thor,
così, sarebbe il nipote di Priamo, mitico re di Troia; Odino, “uomo eccellente
in saggezza e dotato di ogni sorta di talento”, sarebbe il discendente di Thor e
della Sibilla, la profetessa cara ad Apollo. Il formáli racconta il prodigioso
viaggio di Odino – specie di Odisseo a contrario, alieno al ritorno; specie di
innevato Enea – verso Nord. In questo tentativo sincretico – frugale, è vero, ma
con lista di genealogia e discendenze, dunque con un lignaggio che ne
impreziosisce l’autenticità di epos cosmico e ‘familiare’ – è il genio
del formáli. L’Edda sarebbe dunque il culmine di una rivelazione che comincia
con la Bibbia, prosegue per l’Iliade e l’Eneide, trova splendore a Nord. In
questo rude tentativo enciclopedico, sentiamo che gli antichi dèi cominciano già
ad arretrare, ricoperti di muschio e di lava – eppure, se ne percepisce ancora
il sussurro, il celestiale sentore, la presenza immedicabile, il sibilo della
formula magica, la parola che vivifica le cose e sorregge il mondo.
**
Il popolo di Troia e Thor
Vicino al centro del mondo fu costruito un palazzo con una sala maestosa:
divenne molto famoso. Quel luogo fu chiamato Troia e si trova nella regione
chiamata Turchia. [Troia] Fu costruita molto più grande delle altre [roccaforti]
e con maggiore sapienza sotto molti aspetti, non furono risparmiati né i costi
né le risorse del paese. Vi erano dodici regni con a capo un re, a ciascun regno
appartenevano molti gruppi che pagavano tributo. Nelle città vi erano dodici
capi principali. Questi governanti erano superiori in tutte le umane qualità
rispetto agli altri uomini che li avevano preceduti nel mondo.
Uno dei re si chiamava Munon o Mennon. Era sposato con Troan, figlia di Priamo,
il re supremo. Ebbero un figlio che si chiamava Tror, colui che noi chiamiamo
Thor. Crebbe in Tracia da un duca di nome Loricus e quando compì dieci anni
ricevette le armi di suo padre. La sua bellezza era tale che, quando si trovava
tra altra gente, risaltava come l’avorio incastonato nel rovere. I suoi capelli
erano più belli dell’oro. Quando compì dodici anni aveva già raggiunto la piena
forza. Infatti riuscì a sollevare da terra dieci pelli d’orso impilate una
sull’altra. In seguito uccise il padre adottivo Loricus, sua moglie Lora, o
Glora, e prese possesso del regno di Tracia. Chiamiamo quel luogo Thrudheim.
Successivamente viaggiò ampiamente attraverso molte terre, esplorando ogni parte
del mondo e da solo sconfisse temibili guerrieri (berserker) e giganti, oltre a
dominare i draghi più possenti e molte bestie.
Nella parte settentrionale del mondo incontrò la profetessa chiamata Sibilla,
che noi chiamiamo Sif, e la sposò. Nessuno conosce gli antenati di Sif. Era la
più bella delle donne, con capelli d’oro. Il loro figlio, chiamato Lóridi,
somigliava molto a suo padre. Il figlio di Lóridi fu Einridi, il cui figlio fu
Vingethor, il cui figlio fu Vingenir, il cui figlio fu Moda, il cui figlio fu
Magi, il cui figlio fu Seskef, il cui figlio fu Bedvig, il cui figlio fu Athra,
che chiamiamo Annar, il cui figlio fu Itrmann, il cui figlio fu Heremod, il cui
figlio fu Skjaldun, che chiamiamo Skjold, il cui figlio fu Biaf, che chiamiamo
Bjar, il cui figlio fu Jat, il cui figlio fu Gudolf, il cui figlio fu Finn e il
cui figlio fu Friallaf, che chiamiamo Fridleif. Egli ebbe un figlio chiamato
Voden, che noi chiamiamo Odino, un uomo eccellente per la sua saggezza e perché
era dotato di ogni sorta di talento. Sua moglie, era chiamata Frigida, noi la
chiamiamo Frigg.
*
Il viaggio di Odino verso Nord
Odino aveva il dono della profezia, così come sua moglie, e grazie a questa
conoscenza venne a sapere che il suo nome sarebbe diventato famoso nella regione
settentrionale del mondo e onorato più di quello di altri re. Per questo motivo
desiderava partire dalla Turchia e intraprese il viaggio con un grande seguito
di persone, giovani e anziani, uomini e donne. Quindi portarono con sé anche
molti oggetti preziosi. Ovunque passassero durante il loro viaggio, venivano
raccontate storie della loro magnificenza, tanto che sembravano più Dèi che
uomini. Viaggiarono senza sosta fino a giungere al nord, arrivarono nella
regione che oggi è chiamata Sassonia. Lì Odino si stabilì per molto tempo,
prendendo possesso di gran parte della terra.
Odino fece sorvegliare il paese da tre dei suoi figli. Uno di loro, Veggdegg,
era un potente re che governava sulla Sassonia orientale. Suo figlio fu
Vitrgils, i cui figli furono Vitta, padre di Heingest, e Sigar, padre di
Svebdegg, che chiamiamo Svipdag. Il secondo figlio di Odino, chiamato Beldegg,
noi lo chiamiamo Baldr, egli possedeva la terra che oggi è chiamata Vestfalia.
Suo figlio fu Brand, e il figlio di questi fu Frjodigar, che chiamiamo Frodi;
suo figlio fu Freovin, il cui figlio fu Wigg, il cui figlio Gevis noi chiamiamo
Gavir.
Il terzo figlio di Odino si chiamava Siggi e suo figlio fu Rerir. Gli uomini di
questa stirpe regnarono in quella che oggi è chiamata Francia, da loro discende
la famiglia detta dei Volsunghi.
Da tutti loro discesero famiglie numerose e potenti.
*
Il viaggio di Odino continua e gli Æsir si stabiliscono a Nord
Poi Odino partì, viaggiando verso nord e giunse nel paese chiamato Reidgotaland.
Si impadronì di tutto ciò che voleva in quella terra e fece di suo figlio Skjold
il sovrano. Il figlio di Skjold si chiamava Fridleif e da lui discende la stirpe
conosciuta come gli Skjoldungar, i re di Danimarca. Quella che oggi è chiamata
Jutlandia allora si chiamava Reidgotaland.
Poi egli andò verso nord, in quella che oggi è chiamata Svezia, dove viveva un
re di nome Gylfi. Quando il re seppe del viaggio di questi Asi, che erano
chiamati Æsir, andò loro incontro, offrendo a Odino tanta autorità nel suo regno
quanta egli desiderasse. Ovunque essi soggiornassero in quelle terre, li
accompagnavano tempi di pace e prosperità, tanto che tutti credettero che i
nuovi arrivati ne fossero il motivo. Questo perché gli abitanti del luogo videro
che gli Asi erano diversi da chiunque avessero mai conosciuto, per bellezza e
intelligenza. Riconoscendo le ricche possibilità di quella terra, Odino scelse
un luogo per fondare una città, quello che oggi si chiama Sigtúnir. Egli nominò
dei capi e, secondo le usanze di Troia, scelse dodici uomini per amministrare la
legge del paese. In questo modo organizzò le leggi come era fatto a Troia, nel
modo a cui erano abituati i Turchi.
Poi egli andò verso nord, continuando fino a raggiungere l’oceano, che si
credeva circondasse tutte le terre. Là, in quella che oggi è chiamata Norvegia,
pose suo figlio al potere. Questo figlio si chiamava Sæmingr, da cui discendono
i re di Norvegia, così come i loro jarlar[1] e altri uomini importanti del
regno, come è raccontato nell’Háleygjatal[2]. Odino aveva con sé anche un altro
figlio, di nome Yngvi, che dopo di lui divenne re in Svezia e da cui discende la
stirpe chiamata Ynglingar.
Gli Æsir e alcuni dei loro figli sposarono donne provenienti dalle terre in cui
si erano stabiliti e le loro famiglie si moltiplicarono. Si diffusero attraverso
la Sassonia e da lì in tutte le regioni del nord, tanto che la loro lingua –
quella degli uomini dell’Asia – divenne la lingua nativa di tutte queste terre.
Gli uomini credevano che, poiché i nomi dei loro antenati erano registrati nelle
genealogie, dimostrava che questi nomi facevano parte della lingua che gli Æsir
portarono nel mondo del nord – in Norvegia, Svezia, Danimarca e Sassonia. In
Inghilterra, tuttavia, alcuni nomi di antiche regioni e luoghi fanno pensare che
quei nomi originariamente provenissero da un’altra lingua.
(Traduzione di Sara Campanino)
*In copertina: Odino secondo Lorenz Frølich, 1844
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[1] Nobili
[2] Elenco in forma poetica dei jarlar della regione
settentrionale della Norvegia, chiamata Halogaland.
L'articolo “Odino aveva il dono della profezia e viaggiò verso Nord”. L’Edda tra
la Bibbia e l’Iliade proviene da Pangea.
“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se
cercate il titolo n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio editore in
Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia
con il libretto Dalle parti degli infedeli e al n. 100 vede
le Cronachette (gennaio 1985). Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo
dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di
quale libro stiamo parlando?
Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso
dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito, si stava interessando alla
figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di
particolari, sarà Giampiero Mughini, altra figura dell’intellighenzia siciliana,
al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui
parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’Affaire Moro?
Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista”
del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli
in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di
Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal
sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere
dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto
giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale
dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire
in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di
sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di
”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore.
È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà
ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica
quotidiana “Colpi di punta”.
Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre
1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al
quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”.
“Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento
di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta
fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega
Adrian Lyttelton ne La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al
1929 Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a
ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non
voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta,
ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali
del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e
azzardosa quella del “Tevere”.
Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde
alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita
sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle
estreme conseguenze.
Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora
più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “La difesa
della razza” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a
seguito dell’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, cercherà di
illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista. La nuova rivista –
che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio
Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al
pianterreno di Palazzo Wedekind, a piazza Colonna 366, e sostenuta
economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad
incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale
hitleriana”. (Mughini, p.148).
Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il
proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre
del 1938, infatti, poco dopo il debutto de “La difesa della razza”, vide la luce
“Contra Judaeos“. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la Biblioteca
razziale italiana, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del
quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo
facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti
universitari fascisti tra i firmatari del Manifesto sulla razza, pubblicato il
14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del
tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”,
e perciò inassimilati e inassimilabili.
Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla
“identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”,
nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento
la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e
discriminato gli ebrei.
> “Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il
> suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è
> bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica
> che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e
> alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si
> riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né
> la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è
> questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una
> misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia
> affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza
> pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul
> terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e
> difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“.
>
> “Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938.
*
Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto
passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione
fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola
integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di
alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora
trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo
sconfessandolo.
Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in
considerazione il progetto di una pubblicazione? Matteo Collura, nel suo Il
maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, 1996; La nave di
Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che
le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di
speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla
letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già
in parte toccato un tema simile ne Il cavaliere e la morte (1988), ricordando la
mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per
salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo
fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.
Torniamo allora sulle tracce di Telesio.
Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia
alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il
crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che
apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle
“dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel
momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre
e il padre.
È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da
far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere
dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato Appello agli uomini, non
vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale,
infatti è data alle fiamme. Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale –
manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel
1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana
degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili,
l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La
difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre
le centomila copie.
Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di
Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà
difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring, il 12
settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta
liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a
Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo
avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”.
*
Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo.
Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono,
altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il
destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e
umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi –
al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa
degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la
stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione.
In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora
costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia
Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e
degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un
certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche
Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre
dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il
vento forte della Liberazione.
Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano
come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per
essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla
caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno
scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il
giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole
curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le
persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche
di un certo prestigio. Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico
collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità
morale dell’antifascismo intellettuale.
Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato
di Brescia. Si tratta di Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un
antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e
Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel
frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di
subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie,
incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano
detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che
difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che
l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo
rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso
una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale
ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia
Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito
poche ore prima.
E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la
sensibilità di Leonardo Sciascia. Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo –
riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani,
dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi. Usciranno solo a
luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta
mancanza di elementi.
Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la
scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad
un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di
proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più
interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e
dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70
aveva curato per Sellerio un volumetto, La noia e l’attesa. Un libro sui
rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta
una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in
atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano
chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo
ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare
Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:
> «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se
> meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i
> rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45.
> Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre,
> dell’avvocato Paroli».
Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista,
dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo
anima:
> «Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni
> lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il
> dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare».
Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha
bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il
corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il
mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare
“Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana “La memoria” di Sellerio. Una
decisione presa in onore dello scrittore scomparso.
*
Sarà allora Giampiero Mughini, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo
stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato
anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona
parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli
nel gennaio 1991 con il titolo A via della Mercede c’era un razzista,
sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e
dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”.
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, 1991
In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure
viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una
vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in
casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo
libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non
dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa
Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a
corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di
Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti
il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e
due blocchetti di assegni, tutti firmati.
Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero.
Scrive Mughini:
> ”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi
> non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere
> criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel
> disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e
> gli altri erano tutti dei doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da
> siciliano, sceglie la seconda via”.
Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una
nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni
di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli
che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra.
Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra
tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa
in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento
post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne La collezione (Einaudi, 2009) –
il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di
dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni
Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue
organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori. Era
la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato
netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove
tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano
quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse
collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse
impossibile. E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di
Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e
impronunciabile è rimasto dopo”.
Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel
silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna
prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà
così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato
Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie
personali, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, che si autoedita
nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente
introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi,
che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere
sul padre.
Telesio Interlandi, Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, Edizioni
di Quadrivio, 1962.
*
«A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4
sett. 1961)».
“Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni.
Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel
giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale
galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra
vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la
distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare,
hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a
volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono
estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa
grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho
più scritto un rigo, per me; nulla di nulla”. Telesio Interlandi
*
Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e
pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello
specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e
l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa
messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo
qui una breve bibliografia di riferimento:
Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano, 1991.
Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova
prefazione dell’autore,
Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non
scrisse, Gussago – Editrice Ermione, 1992.
Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al
giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto In questa notte del
tempo, Sellerio, Palermo, 1999.
Virman Cusenza, Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che
salvò il giornalista di Mussolini, Mondadori, 2022.
Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi,
1996.
Ugo Caffaz, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo, La Nuova Italia, 1973.
https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf
*
Immagine di copertina: La Tempesta, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne
esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte
Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato
nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale.
Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di
Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia
Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla Galleria d’Arte
Moderna di Roma.
Claudio Orlandi è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in
Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale Pane, con il
quale ha realizzato cinque dischi: Pane (2003), Tutta la dolcezza
ai vermi (Lilium, 2008), Orsa Maggiore (2011), Dismissione(Sossella, 2014), The
River Knows – A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco Corde e
martello in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di
collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige
sul proprio canale YouTube Radio Pomona, proposta di letture di testi
poetici. Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni Il mare a Pietralata. Poesie
e canzoni1990-2020.
L'articolo “L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a
scrivere proviene da Pangea.
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha
pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier
Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits.
Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto
a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e
Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante –
conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione,
Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti
del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai
tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che
si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila
l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante
per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo
in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e
inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.
L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come
veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le
avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti
raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per
amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution
surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il
carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in
scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da
intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi,
era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano
una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda.
Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta –
se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia
eredi, non fa prigionieri.
A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione
di vecchi mestieranti del verbo.
È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la
scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti
italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle
genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel
’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo
caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel
mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per
dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe
Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di
normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di
un’ascesa tra le aquile.
Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler
Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern
Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni
– I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in
fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico
di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea.
L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley
Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti
– da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a
idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa
ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita
Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady
Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta,
un genio in generosità, a prevalere.
Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più,
un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare
un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne
sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura
quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto.
L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio
è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori
antologizzati?
Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a
erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che
credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso,
il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più
celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie
giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla
paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia
giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie
di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la
poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta
vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo,
avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore
e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie
futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa
indole del poeta.
La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici
dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi
ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione
‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.
Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria
inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le
varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie
avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta
di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In
questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena
a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie
lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume
di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito
un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.
Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e
poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da
un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker
e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e
perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’,
‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot
pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy
Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno,
d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde,
Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.
Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare
intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.
Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano
Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e
giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un
libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra
i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell.
Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per
sagacia.
In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da
Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori
sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche
generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con
tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre
antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’,
questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di
un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’,
qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i
poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma
genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita,
attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il
muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di
circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista,
domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui,
si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.
Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.
Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.
*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936
L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito
all’eversione proviene da Pangea.
Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore
“apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda
dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu
iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra.
Voleva librarsi verso il sole invitto.
Nei Cantos, sommo regesto di perdenti e perduti, Ezra Pound dimostra
predilezione per Sigismondo Pandolfo Malatesta, il grande condottiero, signore
di Rimini. Benché avesse offerto i propri servigi, per un po’, alla Chiesa, papa
Pio II lo scomunicò, dichiarandolo “Anticristo”: fu l’inizio del tracollo.
Seguace di Gemisto Pletone – il cui sepolcro andò a ‘prelevare’ a Mistra, in
Grecia, per incapsularlo nel lato destro del ‘suo’ Tempio Malatestiano –,
neoplatonico in pectore, infine ‘pagano’ – pur fautore di un’armonia dionisiaca,
a favor di sangue – il Malatesta si può con qualche diritto definire uno degli
sparsi eredi di Giuliano. In effetti, Pound non si scorda dell’imperatore
“naturalmente bollato ‘apostata’”: lo conficca nel canto CII – sezione “Thrones”
– tra quelli che “vogliono evadere dall’universo”. Molto opportunamente – merito
di una sempiterna sagacia – Pound cita le Res Gestae di Ammiano Marcellino
(Amnis herbidas ripas), lo storico e militare romano che seguì Giuliano nella
disastrosa spedizione in Oriente. È proprio Ammiano a raccontarci gli ultimi
istanti di vita dell’imperatore. Giuliano era stato colpito da un giavellotto a
Maranga, nei pressi di Samarra, nell’attuale Iraq; l’esercito romano affrontava
le schiere dei Sasanidi di Sopore II. Era il 22 giugno del 363.
Accompagnato nella sua tenda, l’imperatore si diede a filosofare coi suoi,
impartendo estreme istruzioni morali. “Esulto, come colui che sta per restituire
un debito in buona fede. Non sono afflitto né addolorato. Sono guidato dalla
opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo
che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore,
occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi… Non ho da pentirmi di quanto ho
fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Fui sempre propenso,
come sapete, alla pace”. L’imperatore continuò a discutere con i sapienti che
aveva con sé – Massimo e Prisco – riguardo alla “sublimità delle anime” – la
ferita, intanto, dilagava, l’imperatore svaniva. Bevve dell’acqua. Citò Socrate.
Non nominò alcun successore – perso, forse, nella sua sparizione –; l’esercito
preferì Gioviano, un militare. Giuliano aveva 32 anni. Era stato eletto nel
febbraio del 360, il suo regno durò due anni e mezzo.
Nipote di Costantino, era scampato allo sterminio familiare seguito alla morte
del ‘Grande’: vide fiumi di sangue, si diede a tentare i cieli, ad astrarsi tra
gli astri. Fu valentissimo studioso: cresciuto nei riti cristiani, si fece
attrarre dai misteri greci, facendo di Pindaro e di Omero i suoi pari. Studiò
Plotino, Porfirio e Giamblico; si diede alla teurgia – suo amico e sodale fu
Salustio, l’autore del trattato Sugli dèi e il mondo (che trovate in versione
Adelphi). A giudicare dal suo operato in Gallia, pare che fosse un buon
amministratore e un capace condottiero – ad ogni modo, fu l’esercito ad
acclamarlo imperatore e, ‘alla barbara’, a issarlo sugli scudi. Al di là della
nomea che gli fa da sudario e delle imprecazioni a mitraglia dei cristiani –
Gregorio di Nazianzo esultò alla sua morte, dichiarandolo “tiranno… dragone…
abominio dell’universo” –, che vedevano persi i privilegi appena ottenuti sotto
Costantino, pare che Giuliano sia stato un buon imperatore. Nel suo Cattivi. Il
lato oscuro dell’antica Roma (libro da poco edito da Ares: si legge con agio, è
divertito e colto), Silvia Stucchi riabilita l’operato di Giuliano, imperatore
probabilmente migliore del santificato Costantino (“Tutta la gloria della
statuaria e della celebrazione dell’Imperatore da parte di Eusebio di Cesarea
nella sua biografia non possono nascondere che il lungo regno di Costantino fu
globalmente un insuccesso”).
Da secoli, Giuliano è il mito – e il monito – di coloro che ritengono il
cristianesimo una pestilenza, la strage dell’antico ordine divino, dell’antica
era che pullulava di dèi. Da allora, tacciono i boschi, mutilata è la voce dei
fiumi, mozzato – per la sfrontatezza del Nazareno – il rapporto ‘simpatico’ tra
la mano e la pietra, tra l’opera e lo zodiaco, tra gli alberi e le arterie, tra
il mugolio degli amanti e il ragliare dei cervi. Non è del tutto vero – è vero
che l’epopea di Giuliano aiuta, specularmente, a capire l’epoca (mirabile per il
catartico connubio di ascesi ed assassinio) dei tanti ‘cristianesimi’: al
consolidarsi della Chiesa come potere mondano faceva contrasto la ‘fuga’ di
schiere di uomini nel deserto, alla ricerca di un’impossibile ‘originarietà’,
alla primogenitura del Verbo, alla sua prima spremitura. La strenua lotta di
Agostino contro i Donatisti, i Valentiniani, gli Adamiani (“derivano il loro
nome da Adamo, del quale imitano la nudità che gli fu propria nel Paradiso,
prima del peccato. Così condannano anche il matrimonio”), i Priscillianisti
(“…sostengono che gli uomini sono vincolati alle stelle, le quali ne decretano
il destino, e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai
dodici segni zodiacali”) ci indica, per bagliori e frantumi, cosa avrebbe potuto
essere la fede in Cristo, cosa è stata.
La letteratura ha trasfigurato l’impresa di Giuliano – anacronistica e
solitaria, dunque esteticamente affascinante – in diversi rivoli. Ibsen nel 1873
e Kazantzakis nel 1945 hanno ridotto in pièce “l’apostata”; Gore Vidal gli ha
dedicato un bel romanzo, Giuliano, edito in Italia da Fazi. In una poesia
dedicata a Julian the Apostate, Thom Gunn mette in luce la ‘pesantezza’
dell’imperatore, il carisma retto da un fato avverso:
> “Difficile formulare in leggi l’assoluto:
> fallimento e desiderio accerchiano la preda;
> la data è relativa – muore chi a loro appartiene”.
Soprattutto, è Costantino Kavafis ad aver contratto un patto di somiglianza con
Giuliano. All’imperatore infelice, su cui ha infierito lo sfavore degli antichi
dèi, ha dedicato diverse poesie, perfino l’ultima, Nei dintorni di Antiochia,
con quell’ultimo verso, letale, “L’essenziale è che lui sia schiattato”. A
Kavafis piaceva che Giuliano non piacesse a nessuno, che la sua opera di
riabilitazione – di resurrezione – degli dèi di un tempo fosse ritenuta un po’
da tutti un’archeologica idiozia. Amava quell’uomo fuori tempo che
nel Misopogonprendeva in giro se stesso, rivelando la propria incapacità di
sintonizzarsi con i desideri dei suoi sudditi (in quel caso, per l’appunto, gli
abitanti di Antiochia).
In una poesia esemplare – qui riprodotta nella versione ‘classica’ di Nicola
Crocetti edita da Einaudi – Kavafis immagina Giuliano a Nicomedia, immaginando
la sua anima sdoppiata, che è poi quella del poeta:
“Cose sconsiderate e pericolose.
Gli elogi agli ideali Ellenici.
I riti magici, le visite ai templi
dei pagani. L’entusiasmo per gli antichi dèi.
I frequenti colloqui con Crisanzio.
Le teorie del filosofo Massimo – peraltro eccelso.
Ed ecco il risultato. Gallo si dimostra
assai preoccupato. Costantino sospetta.
Ah, non ebbe affatto consiglieri accorti.
Questa storia – dice Mardonio – ha passato il segno,
deve assolutamente smettere il clamore.
Cosí ridiventa mezzo chierico Giuliano
in chiesa a Nicomedia, dove
con voce stentorea e grande devozione
declama le Scritture, suscitando nel popolo
rispetto per la sua pietà cristiana.”
Il refrain letterario, notevole, ha per fonte l’opera di Libanio, retore nato ad
Antiochia, pagano, grande maestro – anche di sommi dottori della Chiesa come
Giovanni Crisostomo e Basilio di Cesarea –, autore di alcune memorabili orazioni
dedicate a Giuliano. In particolare, la Monodia per l’imperatore Giuliano,
intrisa di severa commozione, di composta nostalgia, è un piccolo capolavoro: è
il gioiello-sigillo su un mondo perduto, sono i titoli di coda di un’era che
pareva eterna. È, in fondo, il sovvertimento, lo sradicamento, la nascita di una
nuova grammatica. Giuliano viene descritto come l’imperatore “che ha dato nuova
vita alle sacre leggi, riportato in alto la bellezza virtuosa al posto del
degrado, innalzato le vostre case, eretto altari, riunito insieme le schiere dei
sacerdoti, nascoste nell’oscurità, restaurato i resti delle statue divine”. Agli
occhi dei nuovi pagani, sono i cristiani i dissoluti, i chiassosi distruttori
delle autentiche norme. La frase che chiude la monodia – che ricorda un po’
le Georgiche di Virgilio e alcuni passi di Ovidio – commuove, crisma
dell’impotenza divina:
> “Davvero sarebbe stato meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la
> follia al posto del dolore, perché nessun dio trasforma un uomo che soffre in
> pietra, né in albero, né in uccello”.
Il testo è stato recentemente tradotto, in elegantissima edizione, da Ugo
Pontiggia per La Finestra Editrice. In un passo dell’introduzione, Pontiggia
ricorda il padre, Giampiero Neri, e Nanni Cagnone, riannodando legami con chi
non è più qui. In un paragrafo di particolare nitore, è riassunta l’opera di
Giuliano:
> “Con Giuliano, nella visione che univa l’anima con gli astri, con gli dèi, il
> mondo appare ancora dominato da una calma olimpica e superiore bellezza, nelle
> parole di chi come lui aveva visto scorrere il sangue dei propri amati e dei
> propri nemici, non di uno studioso chiuso in una biblioteca, i cui occhi sono
> offuscati sui testi”.
Sono diversi i punti d’attrazione che ci avvicinano allo ‘sconfitto’ Giuliano.
Quello più banale riguarda il potere mondano che ha bisogno – per sostenersi e
per assolversi – del potere spirituale. Ogni potere terreno agisce guidato da
necessità celeste – anche oggi, in fondo, a veder bene, è così. L’altro è
l’ostinazione dell’imperatore nel riesumare dèi impotenti, ormai vestiti a
lutto; questo collasso aiuta a capire le ragioni del ‘nuovo mondo’ ormai sorto.
“Quanto poco egli possedesse il senso della realtà, dimostra, forse più d’ogni
altro suo atto, proprio l’ultima spedizione, paragonabile – come fu paragonata –
alla napoleonica campagna di Russia”, ha scritto Alberto Pincherle nel bel
profilo dedicato dalla Treccani a Giuliano (desueto, forse, ma elegante, va
letto).
Il fatto che Giuliano confidasse nei segni più che nei fatti, che si gettasse
nell’invisibile pur di non essere ostaggio del visibile, che tentasse di
orientare il fato ordito dai suoi dèi con catastrofici olocausti, questa
profonda – e infine feconda – frustrazione, rendono l’imperatore
indimenticabile, astrologicamente invitto.
L'articolo “L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano
l’Apostata proviene da Pangea.
Provo una discreta antipatia per i così detti «coccodrilli», ciò è a dire gli
articoli sguinzagliati all’indomani della morte d’una persona celebre. Essi sono
quasi sempre falsi rettorici sentimentaloidi e fintamente appassionati; sovente
servono per rimediare al lungo oblio in che il morto, quand’era vivo, era stato
abbandonato; per di più, come sa chiunque conosca un poco il mondo
dell’informazione, essi sono in moltissimi casi preconfezionati: nelle
redazioni, infatti, si apparecchiano in vista di una dipartita e li si surgela,
per poi decongelarli non appena un’agenzia di stampa o chi per essa diffonderà
la notizia di una morte eccellente.
Quando invece vengono confezionati all’ultimo minuto per un morto imprevisto o
trascurato, appaiono sgangherati e abborracciati, poiché composti di fretta e
con fonti inaffidabili e inverificate.
Insomma, il «coccodrillo» non è un genere nobile, anche se certamente ci sono
lodevoli eccezioni, pur rara avis.
Mi sto dunque contraddicendo con questo intervento? No, affatto; e per diverse
ragioni.
Anzitutto, ho dedicato a Vittorio Messori ben due articoli, ancòra in bozza, mai
però consegnati a questa rivista per faccende personali. La seconda ragione
spiega anche la precedente: partito da un’iniziale forte insofferenza per
Messori, dovuta a pregiudizio, sono trascorso alla stima grazie sopra tutto
a Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, uno dei
suoi libri più eloquenti delle sue notevoli capacità.
Messori è, per l’appunto, a mio bensì trascurabile ma non imponderato avviso,
uno dei pochi, pochissimi scrittori italiani, sia contemporanei sia dell’intiero
Novecento, meritevole a vario titolo d’esser letto e riletto.
Terzo movente: egli è, sebbene in maniera un poco dedalèa, legato a «Pangea» e a
una parte dei suoi lettori, giacché Davide Brullo fu amico di Cesare Cavalleri,
(col quale peraltro collaborai anch’io pubblicando diversi articoli per «Studi
Cattolici»), alla sua volta amico di Messori e dominus della casa editrice Ares,
che ha da diversi anni rimessa in circolazione una larga parte dell’opera
messoriana.
Mi sembrano tutti ottimi motivi per spendere le parole che ora, finalmente,
vengono.
Non offenderò il nostro lettore impartendogli una lezioncina da bignami:
Vittorio Messori nacque visse bla bla bla. Tenterò, in vece, un ritratto
essenziale, tracciato in chiaroscuro, utile, spero, a collocare meglio questa
singolare figura al di là della formoletta – che dice tutto e niente e può anzi
essere repulsiva – di «scrittore cattolico», adoperata, ça va sans dire, da
sempre da tutti i mezzi di presunta informazione, e che suonò sempre, come nelle
intenzioni dei padroni del discorso, uno stigma.
Dirò quindi sùbito della sua intelligenza e cultura straordinarie, ciò che, in
ispecie di questi tempi, non è per nulla scontato né, ahinoi, richiesto.
Se, in quell’estate del 1964, l’anonimo studente di Scienze politiche presso
l’ateneo torinese e impiegato notturno della Stipel, non fosse anch’egli stato
disarcionato da cavallo e «costretto» (parola dell’interessato) alla sequela del
Cristo, la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale avrebbero ben presto
veduto dalle schiere dei suoi nemici stagliarsene uno temibilissimo.
Messori, infatti, in quel torno, si stava preparando a diventare un
intellettuale di punta della cultura e (latu senso) della politica democratica
antifascista e anticlericale, anticristiana, giacché questo egli desiderava e
così se lo stavano allevando, o meglio: addestrando, i suoi maestri Luigi Firpo
Norberto Bobbio e sopra tutto Alessandro Galante Garrone, che aveva veduto in
Messori il miglior soldato per la loro causa, destinato, per le spiccate doti
intellettuali e morali, a una carriera da ufficiale.
La trama fu interrotta sviata e ritessuta a tal segno da far subire a Messori,
con perfetta coerenza democratica, l’immediato rinnegamento da parte del suo
mèntore: quando il giovane rivelò al professor Garrone della conversione, questi
fu assai poco… galante e lo liquidò, stroncandogli una promessa carriera
universitaria in qualità di suoi assistente, peraltro imminente giacché Messori
era per laurearsi di lì a breve tempo.
La conversione, in parentesi, gli costò anche il rinnegamento da parte della
madre. La donna, quando il figlio era già noto, trovandosi una volta a dover
dire il nome da coniugata e richiesta di una eventuale parentela col «famoso
scrittore cattolico», recisamente negò. L’ateismo e l’anticlericalismo della
donna, antica romagnola, soverchiarono il naturale amore materno. Sarà per
questo, e lo dico col rispetto per tutti i morti, che Vittorio Messori compose
circa mille pagine, e tra le sue più appassionate, sulla madre di Gesù. Si veda,
eminentemente, Ipotesi su Maria.
Egli ha da mostrare le sue perspicue doti anche sul piano letterario. La prosa è
chiara elegante e dallo stile personale e inconfondibile, e lo rende uno dei
massimi esempii di quel felice ibrido (quando non devii in aborto) di
giornalista-scrittore. A tratti resulta freddo; ma ciò è dovuto, io credo,
all’acribia e alla delicatezza degli argomenti, alla volontà di passare certi
fatti e prospettive ricusati e scontorti dal nostro tempo, bensì con slancio,
che in Messori non manca mai, ma sempre guidato e comandato dalla ragione, a
cui, egli menava vanto, mai è stato tentato di renunziare (anche se più oltre ne
vedremo qualche deroga).
Talora lo si vorrebbe più sanguigno; ma ci si deve, per dir così, contentare di
un plateau di strumenti chirurgici.
Una dotazione, questa, che gli servì per tutta la vita, e ciò è insino a una
decina d’anni avanti di morire, a render ragione della fede cristiana e
cattolica, non già però a sé stesso (gli fu tutto trasparente e stabile, afferma
più volte, sin dall’inizio), quanto più tosto ad altrui, fosse l’agnostico il
miscredente il cattolico tiepido ovvero partito per una delle tante, troppe
tangenti centrifughe allestite da sbarazzini creativi dopo Concilio Vaticano II
e di certo dalla Chiesa incentivate.
Sicché dodici anni dopo la sua Damasco, trascorsi nel più profondo silenzio
meditativo e studioso, Messori potette pubblicare, con tanto di imprimatur
ufficiale, esigenza cui non si sente sommesso più alcun
cattolico, quelle Ipotesi su Gesù, che nel volger d’una manciata di mesi e
fors’anche di settimane divenne uno speciosissimo caso editoriale,che
meriterebbe l’interessamento di qualche esperto di comunicazione ed editoria.
La casa editrice – la scomparsa Sei, salesiana e quindi attenta ai movimenti
della scarsella – partì con un tiratura infima; ma si ritrovò ben presto a dover
sorvegliare le rotative affinché il numero sempre crescente di copie non le
facesse saltare; e quasi sùbito numerosi editori stranieri acquistarono i
diritti di traduzione. Merito o, a seconda, colpa della potente “propaganda
clericale”? Macché. Mediamente le biblioteche dei cattolici, laici e non, sono
abbastanza, a dir poco, ridotte. Inoltre, ciò che pochi sanno, l’editoria
cattolica in Italia è estromessa dai circuiti distributivi e pubblicitarii
“normali”, così come resta esclusa dalle pagine culturali della stampa e della
televisione. Fateci caso. Ed è un dato su cui riflettere, che dà di che pensare
sull’etica e la politica italiane dall’Unità a oggi.
Le Ipotesi su Gesù si fecero largo, a mia vista, per una doppia linea di forza:
era la prima indagine storica sulla dibattuta figura allo stesso tempo informata
di studii e documenti ed esposta in lettere accessibili anche ai non
specialisti. Vennero di poi il citato Scommessa sulla morte e, a completare
l’inchiesta su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?e Dicono che è risorto, che,
giusta l’autore, stabilivano in via definitiva e inoppugnabile la fondatezza
storica degli Evangeli.
Di Vittorio Messori va rilevato anche il coraggio, che emerge nei cinque spessi
tomi antologici della rubrica «Vivaio» (circa i quali darò, più oltre a margine,
una notizia istruttiva). Acquisita e consolidata autorevolezza, lo scrittore
s’inventò questo spazio per cimentarsi nella difesa da ben riescite incursioni
bombarole manomissioni e omissioni d’oltre due secoli, non soltanto di una fede
ma altrettanto di una concezione del mondo, di un’attualità, di una storia. E
occorre davvero coraggio – insieme a preparazione e qualche santo in paradiso –
per svergognare e sbugiardare le solfe ufficiali, a esempio, sulle crociate,
sull’Inquisizione, sulle imprese spagnole al di là dell’Atlantico, sui così
detti fascismi, sul risorgimento, sui santoni dell’intellettualità progressista,
sugli ebrei e il loro olocausto, etcoetera; e altrettanto per sferzare certe
tendenze della stessa Chiesa e di certi cattolici.
Un tal coraggio però costò talora assai.
Dimostrazione di quanto amplissime porzioni di sedicenti cattolici abbiano
perfettamente aderito alla più deleteria mentalità moderna, è il destino dei
primi tre volumi del «Vivaio»: Pensare la storia, La sfida della fede e Le cose
della vita, stampati tra il 1992 e il 1995 dalle Edizioni Paoline. Quando queste
mutarono dirigenza – ma ufficialmente non abdicando alla missione avviata dal
fondatore, don Alberione –, estromisero i tomi dal catalogo, e senza avvisare
l’autore. Scarse vendite? Per nulla, anzi: quando Messori, richiesto circa il
loro destino da affezionati lettori, interpellò i piani alti dell’editore, gli
fu risposto: che i libri avevano sì venduto benissimo e avrebbero seguitato a
farlo, e come; ma che, adesso, il loro contenuto suscitava loro ribrezzo.
(Messori corse però al riparo e trovò un altro editore, SugarCo, che li ristampa
ancòra, e vi aggiunge gli ultimi due: Emporio cattolico e La luce e le tenebre).
Duplice fu invece lo scotto pagato, in precedenza, per Rapporto sulla fede,
libro intervista del 1985 con Joseph Ratzinger, allora Prefetto dell’ex
Sant’Offizio. Anzitutto una grande catena di librerie cattoliche, pur essendo il
protagonista del lavoro il braccio (armato) destro di Giovanni Paolo II e pur
essendo pubblicato dalle Edizioni Paoline, mai lo espose, riservandolo soltanto,
e su richiesta, a clienti fidatissimi, quasi tutti ostili a Ratzinger. Ma ciò
che è a dir poco sconcertante (se non conoscessimo certi scheràni), fu che
Messori non soltanto ricevette critiche e insulti asperrimi, ma dové per due
mesi riparare in una località segreta a causa di minacce di morte, provenienti
sopra tutto dal mondo cattolico. La colpa? Aver portata a tutti la voce del
germanico inquisitore.
Quando certe parole, per non dire i fatti e la ragione, o almeno la
ragionevolezza, contrastano con l’ideologia progressista si procede come
vediamo; e se le pagine di Messori scatenano così furibonde ire, forse c’è in
esse qualcosa da ascoltare con attenzione, che dispiace ai padroni delle
ferriere.
Il cattolico ambizioso e chiunque voglia conoscere di più e meglio la propria
fede e storia, la direttrice e le stazioni etiche, troverà in Vittorio Messori
una fonte trabocchevole, un uomo che ha cercato di ragionare sul mondo e sul
cristianesimo sondandone innumeri anfratti, insomma un apologista di razza e di
peso, assai superiore – mi si consenta – di Frossard o anche di quel Jean
Guitton, del quale egli fu amico e, a detta del francese, unico erede.
* * *
Se fino a ora abbiamo contemplati, almeno in parte, i tratti luminosi, adesso
dobbiamo trascorre a perlustrare d’altro segno.
Sempre alberga nel convertito uno zelo eccessivo, che spesso fa perdere la
Trebisonda e appanna la vista, ovvero esaspera le cose in maniera talora
grottesca e che, per inciso, non giova né all’apologista, né alla sua causa,
quale che sia, come accade negli esempii che ora arrivano. Tra gli oltre venti
libri di Messori ci sono Bernadette non ci ha ingannati, chiaramente su Lourdes,
e Il miracolo, dedicato a un prodigio mariano, avvenuto nella Spagna del 1640:
niente di meno che la saldatura d’una gamba, amputata due anni avanti e
seppellita lontano dal possessore. Un evento così sconcertante e unico, da
indurre i cattolici iberici a definirlo «el milagro», il miracolo appunto, con
l’articolo determinativo.
Messori contribuisce a svelare e a raccontare, sin nei minimi dettagli,
introvabili altrove, eventi e volti, non peritandosi di denudare campioni della
miscredenza e del razionalismo, per quanto riguarda Lourdes eminentemente Émile
Zola, uno dei più assidui indagatori delle apparizioni, ma che, né nel
romanzo Lourdes, né fuori, appare – tutt’altro – il rigoroso campione
dell’oggettività naturalistica che ammiriamo.
Eppure molto di queste imprese poliziesche, nel miglior senso della parola,
lascia perplessi: non è tanto ciò che Messori dice quanto più tosto ciò ch’egli
non vede e quindi tace a non poter conquistare alla causa eventuali lettori
diffidenti o esigenti. Le vicende sono estremamente lunghe e complesse e non
possiamo di certo sondarle. Basterà qualche quadro.
Nell’opera su Lourdes leggiamo: «Se a Bernadette l’Apparizione parlò non in
francese, orgogliosa lingua “imperiale”, ma nello stretto dialetto della vallata
pirenaica, forse è anche per ammonire sui pericoli di quel nazionalismo che
porterà poi alle guerre devastanti che sappiamo» (Mondadori 2012, p. 6). Il
riferimento è ai nazionalismi del Novecento. Il prudente «forse» nel bel mezzo è
insufficiente per ripararsi da una severa critica.
Qui lo zelo del convertito procura di offrire una spiegazione e una
giustificazione a uno dei tanti fatti della vicenda in grado di mettere a
durissima prova la veracità di questo – la Madre d’Iddio che parla un
dialettaccio di contadini e pastori? –, ma lo scioglie con una congettura
davvero imbarazzante infondata arbitraria, nonché sospetta, dacché lo stesso
Messori, in più momenti delle sue opere, esecra il nazionalismo novecentesco.
Chiunque, inoltre, potrebbe al contrario affermare che il dialetto sarebbe
potuto servire a esaltare un localismo non soltanto anch’esso foriero talora di
crepitii e urti storici ed etnici, ma affatto in contraddizione clamorosa con
l’universalismo che dice la parola «catholica». E poi: perché la Madonna avrebbe
dovuto, peraltro in modo così obliquo, mettere in guardia contro il nazionalismo
venturo e non contro quelli che si stavano prepotentemente concretando e
sollevando proprio in quel 1858, in che principiarono le apparizioni, e cucinati
eminentemente proprio in Francia?
Interpretare dettagli in un evento di per sé oltremodo dubbio per aumentarne la
portata è un esercizio rischiosissimo per la propria immagine, e può sconfinare
nelle lande del sogno.
Più oltre: «Lourdes non è un concetto astratto, è un evento storico che la
storia può ricostruire con ampiezza di documentazione, giungendo – dopo aver
tutto esaminato – all’accettazione di un paradosso. E, cioè, come avviene,
peraltro, per la figura stessa del Gesù storico: a un certo punto della ricerca,
è la ragione stessa a riconoscere che, per capire, bisogna far posto al Mistero,
occorre ridare diritto di cittadinanza a ciò che non contrasta con la ragione ma
va al di là di essa» (ib., p. 17, corsivo mio).
So per assidue perlustrazioni e mappature quanto le scienze dure, così dette e
pretese “esatte”, sono, sopra tutto a detta di enormi addetti ai lavori (penso a
un Tipler e a un Penrose), ora condizionate, ora intrise di malafede in ispecie
quando siano chiamate a esprimersi su fenomeni extra-naturali. Sicché non sarò
certo io a pretendere che siano esse ad avere l’ultima parola. Ma temo che
veramente non proprio tutto sia stato esaminato, almeno non da chi abbiamo
ascoltato. Tanto per dirne una, Messori non fa il benché minimo cenno ai
contributi di uno Schopenhauer Sulla visione degli spiriti, etcoetera, presente
nei Parerga e paralipomena, o ad altre consimili indagini, le quali, pur non
negando affatto la veridicità di certi fenomeni, si incaricano di fornire una
spiegazione razionale e ragionevole, che nulla toglie al fascino e al mistero,
ma che mette al riparo da conclusioni emotive, e universalmente e teologicamente
pretese valide.
Esiste ormai un’ampia letteratura – seria, sine ira et studio – sulle
qualsivoglia apparizioni o cose simili, che ne spiegherebbero natura e origine
senza ricorrere a interventi di esseri la cui stessa esistenza è dubbia.
Quanto al Miracolo, pur essendo opera fitta d’informazioni, essa è deserta di
svariate possibilità di spiegazione, che potrebbero indurre a ipotizzare una
buggeratura da parte dei protagonisti. E come sa qualsiasi storico o buon
lettore di storia, pervenire a una verità storica certa o quasi certa su eventi
così lontani, è assai arduo, sopra tutto in casi marginali come quello, dacché
si tratta di dinamiche circoscritte a un minuscolo e remoto nel tempo villaggio
alla periferia europea. E ciò non contando quanto fosse facile all’epoca
truccare le carte, in un ambiente di rocciosa fede poi.
Inoltre mi domando: se, come scrive Messori, «el milagro» è così incontestabile
da mettere a tacere qualsiasi dubbio non soltanto sui miracoli cristiani, ma
altrettanto sulla fede e la dottrina cristiane, perché la Chiesa non ne issa gli
stendardi e anzi quasi non lo nomina? Dal 1640 quello di Messori è l’unico libro
sulla vicenda. Si ritiene forse, consciamente o meno, che «el milagro» sia
troppo sfacciatamente miracoloso da suscitare legittimi sospetti e magari
indagini più spregiudicate? Oppure il materiale per le verifiche sia
insufficiente o sospetto?
In estrema sintesi, tornando a Messori in generale, dico che egli ha coltivato
un grande e bell’albero, frondoso e carico di frutti sani e succosi, che ristora
lo sguardo e l’anima, ma che talora, proprio con la sua grandezza, occlude la
vista: a chi voglia contemplare il panorama e l’orizzonte, e altrettanto a chi
vi si è abbarbicato. E Messori è tanto generoso che molto altro ci sarebbe da
dire per ricordarlo. Ma lo spazio ce lo proibisce e inoltre forse abbiamo
addirittura fatto un torto a Messori con questo articolo. Egli era contrario
alle commemorazioni funebri, e così dice: la Chiesa «condanna (…) il crogiolarsi
morboso nel ricordo e nel rimpianto: senza dimenticare il passato, è nel futuro
che bisogna protendersi, quel futuro nel quale i nostri morto sono già
entrati (…). L’Ordo exequiarum raccomanda di evitare – nell’omelia del prete che
presiede il rito – “il genere letterario dell’elogio funebre”. I cristiani,
cioè, prendono le distanze dalle usanze laiche [aggiungerei anche protestanti,
ndr], dai funerali civili che hanno come momento forte il discorso presso la
tomba aperta. Il “mondo” non può far altro che ricordare, che suscitare
malinconia e rimpianto, rievocando (e così spesso ipocritamente) i “meriti” del
defunto. Il “mondo” guarda al passato; il vangelo guarda la futuro: il fratello
scomparso è additato a Dio e alla sua misericordia, non sta a noi farne gli
avvocati d’ufficio. A noi sta leggere la Parola che ci sradica dalla penombra
della storia e ci proietta al di là, nella luce che non conosce tramonto. A noi
sta suscitare speranza nei superstiti, non disperazione ricamando sulla “perdita
irreparabile”» (Scommessa sulla morte, Sei 1982, pp. 312-313).
Ma questo vale solo per i cristiani e, per giunta, in àmbito liturgico, quindi
io mi sono sentito svincolato da questi ammonimenti.
E, a proposito di commemorazioni, avanti di congedarmi, mi preme di spiegare
ancòra una ragione dietro a queste righe, la più importante. È la seguente.
Mi sono accorto di qualcosa cui non tutti prestano attenzione, nemmeno i più
accorti, e che, tra l’altro, fa il paio con quanto dicemmo circa la sorte della
pubblicistica cattolica. Ed è la seguente.
Mentre i cattolici leggono anche autori laici, magari anticlericali e
miscredenti, assai di rado, per non dire quasi mai, avviene il contrario, se non
quando si vuole – o si deve, in obbedienza a ordini di scuderia – muover guerra
al cristianesimo e a Roma. E se il qualunque individuo, in un pubblico o privato
consesso, dirà di leggere, poniamo, Hegel o Noam Chomsky, una biografia di
Napoleone o un trattato di entomologia, riceverà rispetto e ammirazione. Ma non
appena dichiarerà d’esser alle prese con un trattato di teologia dogmatica o con
l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, sarà riguardato come un
mattarello, un perdigiorno, un epigono di Bernardino Lamis, il protagonista
della novella L’eresia càtara di Pirandello, con l’aggravante d’interessarsi a
una vicenda e a una dottrina che, si solfeggia, hanno arrecato così tanto male.
Un contegno identico a quello dei fanatici religiosi.
Per esser più chiari: dopo la morte di Messori ho vagato in alcune biblioteche
pubbliche, dove in bella vista, quando muore qualche noto nome della
stramaledetta cultura, allestiscono un banco coi suoi libri. A esempio lo fecero
con Gianni Vattimo e con quella sarda che non stava mai zitta. Ebbene, ora
nessuna traccia di uno spazio dedicato a Messori.
Quando chiesi ragione alle responsabili di quell’assenza, con le mutrie
scontorte, una mi disse che «di quello» non avevano nemmeno un titolo, le altre
che si trattava di «un autore irrilevante e vecchio, che non interessa a
nessuno».
Si converrà: Torquemada aveva un altro stile.
Luca Bistolfi
L'articolo In morte di Vittorio Messori proviene da Pangea.
François Ozon è tornato nelle sale italiane con un nuovo adattamento del
capolavoro di Albert Camus. In competizione col sublime Visconti (Lo straniero,
1967), il suo Étranger emana un bagliore opalino, sferzando una ventata d’aria
fresca alla canicola africana del setting. Lo sguardo del “vero” straniero e
l’attenzione per il contesto coloniale dell’epoca rappresentata accompagnano, di
scena in scena, l’impeccabile fotografia, divenuta la cifra stilistica del
maestro francese: il bianco e nero del precedente Frantz (2016) tocca qui la
perfezione.
*
Scegliendo di partire dai fatti («Ho ucciso un arabo», avverte la scritta
in abjad che campeggia sul fondo nero del primo take), la cinepresa indugia poi
sui movimenti del languido protagonista, fra ritagli di corpi abbandonati alla
luce, coperti da stille d’acqua e sudore, sotto il cielo incandescente di
Algeri.
Il Meursault ritratto da Ozon è un giovane uomo dal volto di un bambino e il
corpo virile (interpretato da Benjamin Voisin, già in Été 85, 2020), dotato
dell’arma della seduzione fino all’assurdo. Lo stesso che in un’altra scena del
film, posto davanti allo specchio della sua camera da letto, sembra un essere
fantasmatico intrappolato in una cella, come il Condannato a morte di Robert
Bresson o l’Homme qui dort di Perec(nella trasposizione cinematografica offerta
da Bernard Queysanne, 1974), altri personaggi immersi in uno stato di torpore
assoluto.
Tuttavia, il culmine dell’opera, ovvero quando Meursalt preme il grilletto del
revolver colpendo l’arabo inerte sulla spiaggia, è attenuato nella pellicola da
tinte pellucide prive di profondità, che lasciano alquanto indifferenti (per non
dire dello scialbo riutilizzo delle citazioni tratte dal romanzo, funzionali
alla drammaticità del momento). Nel silenzio della spiaggia, il battito
assordante del sangue nelle vene del protagonista e i quattro colpi bussati
«alla porta dell’infelicità» sfumano in un lampo – come scrive Camus, per
l’appunto – «senza lasciare traccia». In definitiva, ciò che cattura lo
spettatore è uno stile raffinato e provocatorio ai limiti della contraddizione.
*
Eppure, con occhi abbagliati (anzi, accecati dal fitto gioco di riflessi
luminosi) non ho potuto fare a meno di intravedere, dietro la figura del
magnetico primo attore, il profilo del mio poeta idolo, Rupert Brooke, quel
ragazzo d’oro di inizio Novecento a cui Voisin assomiglia in modo incredibile.
Scortato dalla sua ombra, inseguo la luce, la lama del sole impugnata dall’arabo
ucciso da Meursault. Prima che le parole di Robert Smith – immancabile nella
colonna sonora – aprano uno squarcio nella memoria: I’m alive, I’m dead, I’m the
stranger, canta il frontman dei Cure.
Difatti, l’associazione di pensiero è calzante: in una scena chiave del romanzo,
dopo il suo arresto per omicidio, Meursault confessa (nel film parla da dietro
sbarre alla sua ragazza Marie) di aver trovato un vecchio giornale in cui ha
letto di un cruento fatto di cronaca nera. Questo è il fait divers che Camus
riprende, con ogni probabilità, dall’opera di Brooke, riallacciandosi a una più
antica tradizione letteraria risalente al dramma Der vierundzwanzigste
Februar (1808) di Zacharias Werner, nella sua riscrittura settecentesca Guilt
Its Own Punishment, or Fatal Curiosity (1737) di George Lillo, una tragedia in
tre atti in blank verse, basata su un crimine riportato in un pamphlet stampato
a Londra nel 1618, dal titolo Newes from Perin in Cornwall Of a most Bloofy and
un-exampled Murther very lately committe by a Father on his owne Sonne (who was
lately returned from the Indyxes).
> “Tra il pagliericcio e l’asse della branda, infatti, avevo trovato un vecchio
> pezzo di giornale mezzo incollato alla tela, ingiallito e trasparente.
> Riportava un fatto di cronaca del quale mancava l’inizio ma che doveva essere
> avvenuto in Cecoslovacchia. Un uomo era partito da un villaggio ceco per fare
> fortuna. Dopo venticinque anni, arricchitosi, vi era tornato con una moglie e
> un figlio piccolo. Sua madre e sua sorella gestivano una locanda nel
> villaggio. Per far loro una sorpresa, l’uomo aveva lasciato la moglie e il
> figlio in un’altra locanda ed era andato dalla madre, che vedendolo entrare
> non l’aveva riconosciuto. Per scherzo, gli era venuta l’idea di affittare una
> stanza. Aveva mostrato il denaro che aveva con sé. Durante la notte, la madre
> e la sorella l’avevano assassinato a colpi di martello per derubarlo e avevano
> buttato il suo corpo nel fiume. Al mattino, era arrivata la moglie e, senza
> volerlo, aveva rivelato l’identità del viaggiatore. La madre si era impiccata.
> La figlia si era gettata in un pozzo. Quella storia l’avrò letta migliaia di
> volte. Da un lato era inverosimile. Dall’altro era naturale. Comunque, trovavo
> che il viaggiatore se lo fosse un po’ meritato e che non si debba mai
> scherzare. E così, tra le ore di sonno, i ricordi, la lettura di quel fatto di
> cronaca e l’alternarsi di luce e ombra, il tempo è passato. Ovviamente avevo
> letto che in prigione si finisce per perdere la nozione del tempo. Ma non
> aveva molto senso per me.”
>
> (da Lo straniero di Albert Camus, trad. di Sergio Claudio Perroni, Bompiani,
> 2017)
*
Il debito dello scrittore francese al celebre poeta di Rugby è indagato nello
studio di Nora Menascé in apertura alla sua traduzione di Lithuania (Edizioni
Unicopli, 1989): il solo dramma, ad atto unico, scritto da Rupert Brooke
(pubblicato e rappresentato, postumo, nel 1915 al Chicago Little Theatre per
merito del produttore Maurice Browne e di sua moglie, l’attrice Ellen van
Volkenburg, che prese parte nel cast). Si tratta di una lugubre tragedia
domestica – violenta come un play elisabettiano – ambientata in una dacia nel
cuore delle foreste lituane. Ma è anche un originale “dramma del ritorno”, un
sovvertimento della parabola evangelica del figliol prodigo.
I personaggi in scena sono uno Straniero, la Madre, la Figlia, il Padre, un
Giovane, un Oste e il Figlio dell’Oste. La scenografia è ridotta all’osso,
scarna ed essenziale. I dialoghi, sboccati o emessi a singulti, tendono allo
spergiuro e all’empietà. Citando dal saggio introduttivo di Nora Menascé:
> “Razionalità dell’uomo e irrazionalità del destino: questo contrasto è
> chiaramente spiegato da Sartre ne La Nausée. Egli scrive che ‘tout existant
> naît sans raison, se prolonge par faiblesse et meurt par rencontre’. Gli
> avvenimenti dunque non hanno una concatenazione logica […] Naturalmente vi
> sono nelle diverse versioni letterarie dei luoghi comuni ricorrenti e delle
> varianti; in ogni modo, lo scrittore che decide di trattare questo soggetto
> non pensa certo di essere originale (sappiamo che Lithuania fu rifiutata da A.
> E. F. Horniman la sua trama essendo troppo sfruttata), ma spera di rinnovare
> la grandezza della tragedia greca nella letteratura moderna […] Tragedia del
> fato, dominata dal sentimento della colpa che ossessiona tutti i personaggi
> […] Conclusione che fa pensare a Le Malentendu, in cui Martha e sua madre
> trasportano il corpo del viaggiatore addormentato per annegarlo nel fiume. […]
> Con Le Pauvre matelot, “complainte” in tre brevi atti di Darius Milhaud, la
> cui première ebbe luogo a Parigi all’Opéra Comique nel 1927, il tema si
> arricchisce. Il protagonista è un marinario che torna a casa dopo un’assenza
> di quindici anni, ucciso a colpi di martello dalla moglie che compie il
> delitto […] anche le Retour de l’enfant prodigue di Gide (1909), libero
> rifacimento della parabola evangelica che Camus adattò per il Théâtre de
> L’Équipe ad Algeri. Il testo si prestava ad essere portato sulle scene, in
> quanto è costruito con cinque personaggi che dialogano tra di loro (L’Enfant
> Prodigue, Le Père, Le Frere Aîné, La Mère, Le Frère Puiné).”
L’approfondita analisi comparata proposta da Menascé sottolinea, in maniera
inequivocabile, l’influenza brookiana nell’esordio drammatico di Camus, con Le
Malentendu (composto nel 1943 e messo in scena al Théâtre des Mathurins di
Parigi l’anno successivo), soffermandosi infine sul riferimento inserito
dall’autore ne L’Étranger.
Riscoprendo il Brooke drammaturgo, Menascé getta luce sull’eredità culturale
della sua opera teatrale, tracciando un filo rosso che arriva fino a Sartre (La
Nausea contiene la battuta «Tout doux, tout doux» del già citato Pauvre matelot,
il corpo del marinaio trasportato in una cisterna dopo il suo assassinio). È
l’eco di una voce drammatica stroncata sul nascere ma proiettata nel vivo del
Novecento e oltre.
Pierluigi Piscopo
L'articolo Intorno a “Lo straniero” di Camus (e di Ozon), passando per un dramma
di Rupert Brooke proviene da Pangea.
Il poeta venuto dal buio. Una trentina d’anni fa veniva trovata una mummia ad
Alessandria d’Egitto. Si trattava della mummia di un uomo povero. Svolgendone il
rivestimento, si scopriva che esso era stato fatto con un papiro ribaltato, che
conteneva centinaia di versi di Posidippo di Pella, epigrammista del terzo
secolo avanti Cristo.
Innanzitutto, il mare. Posidippo invoca Arsinoe, regina egizia poi divinizzata,
che assicura “buona navigazione e la calma dei venti”. E la gru di Tracia,
uccello benigno che sovrasta le onde e guida i timonieri in salvo. Dalle acque
coriacee e dispettose arrivano macigni immensi sollevati da Poseidone,
conchiglie istoriate dalla fantasia del caso, fanciulle improvvise di cui si
innamorano a terra naufraghi asciutti.
Ci sono i ringraziamenti ad Asclepio, dio guaritore. Asclate di Creta, già
sordo, ha recuperato l’udito e ora sente attraverso i muri. Anticare che aveva
le stampelle ha ripreso per miracolo a camminare, Zenone ormai vecchio ritrova
la vista, appena in tempo per scorgere l’Ade. Poi destrieri vittoriosi in gare
olimpiche, statue di divinità che sudano, gioielli che spandono “dolci bagliori
al petto” di giovani spose.
Vi è l’amore per la misteriosa Filenide, cavallerizza vinta in corsa nell’ora
della sera in cui i puledri avevano appena cominciato a nitrire, e ritrovata nel
letto a piangere d’amore per colui che le dedica i suoi versi; sapendo che per
un altro ella piangerà nello stesso modo, non appena se lo troverà accanto.
Infine, soffusa e sottesa, la morte. C’è il sepolcro di Telefia, ragazza “dai
piedi di vento”. Quello di Menezio, che non vuole compianti perché è “di poche
parole, come chi è in terra straniera”. Timone ha inventato una meridiana che
ora senza di lui conta ancora i giorni “con la bellezza del sole”. Eleuta è
morta di parto al sesto figlio: adesso lo tiene sulle ginocchia in mezzo agli
dèi.
La poesia greca è questo, particole esangui e perpetue, steli di luce, cuori
umani che battono al cielo una misura universale.
Michele Castellari
*In copertina: uno studio di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912)
L'articolo Il poeta venuto dal buio. Storia di Posidippo di Pella, epigrammista
proviene da Pangea.
Non ho nessuna voglia di preparare e tenere serate e corsi di letteratura.
Vorrei rilassarmi la sera, dopo il lavoro, e leggere quello che vorrei io, e
continuare a scrivere la mia opera. Ma non è possibile. Se non arrotondo, la
situazione è grama. Del resto, nemmeno Raymond Carver fu felice della sua vita:
braccato com’era dall’alcol e dai creditori, cambiava camere in affitto da un
giorno all’altro. Per sbarcare il lunario, o suppergiù, scriveva cose che in
realtà non lo interessavano affatto, ma in qualche modo le sceneggiature
portavano soldi.
Così, anch’io, amareggiato dalla vita ‒ e tu non sai quanto, caro lettore, non
sai quanto… ‒ tento di reagire, seppur con difficoltà.
La bellezza la si va a cercare. La si cerca come i libri. La si stana. E lei, a
volte, ti stupisce.
Così, oggi, piuttosto che stare in casa attanagliato dalla mestizia, vado al
lago. E mi ritrovo.
Per qualche ora, per qualche istante, godo.
Provo sollievo nella natura (provo un sentimento panico, da sempre), trovo
l’essenza della vita nel panismo: flâneur e maledetto.
Ma l’incanto è accaduto alla libreria Spalavera di Verbania. Anni fa fu Marco
(che ora dirige la libreria Alpe Colle) a mostrarmi proprio in Via Ruga il
“Giornale per i bambini”, che conteneva tutte le puntate di Pinocchio,
pubblicate dal 1881 al 1883. Fantastico!
Oggi, invece, è stata la volta di Filippo, che alla mia domanda: hai Dino
Campana?, risponde incredibilmente: Sì. E mi tira fuori un cofanetto, dal quale
estrae una delle copie originali dei Canti Orfici, stampata per la prima volta
nel 1914 a Marradi presso la Tipografia F. Ravagli.
Lo stupore e la felicità sono stati tanti. Si tratta, tra l’altro, di una copia
in ottimo stato, dalla quale non sono state strappate le prime pagine. Mi diceva
infatti Filippo, che Campana probabilmente si era pentito di quella dedica in
calce al libro (Die Tragödie des letzten Germanen in Italien), per questo
l’aveva strappata da alcune copie.
Inutile dire, ovviamente, che il costo di quei Canti Orfici è da capogiro.
Ma l’impossibile oggi è accaduto. Nuovamente!
Così come la storia si ripete.
Lo fu per John Fante, per Jack London. Lo fu per tutti i grandi scrittori.
La vita è fame e lotta. E ora tocca a me affrontarla, la vera vita da poeta.
Lo fu persino, giustappunto, per il caro Dino Campana, che con le sue scosse
infiammò e infiamma ancora il cuore del mondo.
(Giorgio Anelli)
**
DUALISMO
(Lettera aperta a Manuelita Etchegarray)
Voi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione,
voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine voi tornate ad
apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove la mia vita ritrovò un
istante il contatto colle forze del cosmo. Io vi rivedo Manuelita, il piccolo
viso armato dell’ala battagliera del vostro cappello, la piuma di struzzo
avvolta e ondulante eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio
contenuto sopra il terreno delle promesse eroiche! Tutta mi siete presente esile
e nervosa. La cipria sparsa come neve sul vostro viso consunto da un fuoco
interno, le vostre vesti di rosa che proclamavano la vostra verginità come
un’aurora piena di promesse! E ancora il magnetismo di quando voi chinaste il
capo, voi fiore meraviglioso di una razza eroica, mi attira non ostante il tempo
ancora verso di voi! Eppure Manuelita sappiatelo se lo potete: io non pensavo,
non pensavo a voi: io mai non ho pensato a voi. Di notte nella piazza deserta,
quando nuvole vaghe correvano verso strane costellazioni, alla triste luce
elettrica io sentivo la mia infinita solitudine. La prateria si alzava come un
mare argentato agli sfondi, e rigetti di quel mare, miseri, uomini feroci,
uomini ignoti chiusi nel loro cupo volere, storie sanguinose subito dimenticate
che rivivevano improvvisamente nella notte, tessevano attorno a me la storia
della città giovine e feroce, conquistatrice implacabile, ardente di un’acre
febbre di denaro e di gioie immediate. Io vi perdevo allora Manuelita,
perdonate, tra la turba delle signorine elastiche dal viso molle inconsciamente
feroce, violentemente eccitante tra le due bande di capelli lisci
nell’immobilità delle dee della razza. Il silenzio era scandito dal trotto
monotono di una pattuglia: e allora il mio anelito infrenabile andava lontano da
voi, verso le calme oasi della sensibilità della vecchia Europa e mi si
stringeva con violenza il cuore. Entravo, ricordo, allora nella biblioteca: io
che non potevo Manuelita io che non sapevo pensare a voi. Le lampade elettrice
oscillavano lentamente. Su da le pagine risuscitava un mondo defunto, sorgevano
immagini antiche che oscillavano lentamente coll’ombra del paralume e sovra il
mio capo gravava un cielo misterioso, gravido di forme vaghe, rotto a tratti da
gemiti di melodramma: larve che si scioglievano mute per rinascere a vita
inestinguibile nel silenzio pieno delle profondità meravigliose del destino. Dei
ricordi perduti, delle immagini si componevano già morte mentre era più profondo
il silenzio. Rivedo ancora Parigi, Place d’Italie, le baracche, i carrozzoni, i
magri cavalieri dell’irreale, dal viso essicato, dagli occhi perforanti di
nostalgie feroci, tutta la grande piazza ardente di un concerto infernale
stridente e irritante. Le bambine dei Bohemiens, i capelli sciolti, gli occhi
arditi e profondi congelati in un languore ambiguo amaro attorno dello stagno
liscio e deserto. E in fine Lei, dimentica, lontana, l’amore, il suo viso di
zingara nell’onda dei suoni e delle luci che si colora di un incanto irreale: e
noi in silenzio attorno allo stagno pieno di chiarori rossastri: e noi ancora
stanchi del sogno vagabondare a caso per quartieri ignoti fino a stenderci
stanchi sul letto di una taverna lontana tra il soffio caldo del vizio noi là
nell’incertezza e nel rimpianto colorando la nostra voluttà di riflessi irreali!
Dino Campana
L'articolo La vita è fame e lotta. Ovvero: sullo straordinario Dino Campana
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