“Stupendamente accanto”. Intorno a Maurizio Carnevali, artista rivoluzionario

Pangea - Tuesday, March 3, 2026

Sbocciavan le viole

L’odore del sigaro m’increspa gli alveoli. Siamo nel nucleo del ποιέω, la stanza in fondo a sinistra
– ce ne stanno una decina –, ognuna con la sua specifica. Un rumore di fondo, primordialmente accogliente; il piccolo radiatore acceso di fianco al piano di lavoro e sopra un marchingegno musicale da cui fiorisce suono. Ricordi, sbocciavan le viole. A De André ha dedicato un ciclo intero, esposto nel loggiato di Palazzo San Giorgio a Genova, nel 2001. Ho trafugato dalla bottega quasi tutti i cataloghi; Dori Ghezzi, al tempo presidente della Fondazione De André, scriveva di Maurizio Carnevali: 

“Raramente l’opera di Fabrizio è stata così ampiamente assunta a punto di ispirazione per l’arte pittorica di un solo artista […] superando il consueto e spesso irrinunciabile linguaggio musicale, interpreta, così esplicitamente attraverso una pittura densa di colori e di scenari onirici, l’universo descrittivo delle canzoni, soprattutto quelle delle origini”. 

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Ut pictura poësis

Lo disturbo spesso – ma sempre troppo poco –, per necessità di nascite. «Di arte bisogna vivere e morire» dice in qualche intervista, ed io stringo forte nella tasca del giubbotto queste parole quando subentrano tentazioni di accontentamenti, consapevole che uno slancio è di pregio soltanto se partito dai confini; come la pittura così la poesia, per questo finiamo sempre a parlare di versi. Ut pictura poësis, la stessa locuzione che dà il nome al catalogo della mostra dedicata al centenario della nascita di Franco Costabile – poeta che ci accomuna –, di cui Carnevali è tra i protagonisti con la tela La Rosa sull’abisso. Ad introduzione della sua opera, scrive: 

“Mi è capitato spesso di penetrare, da lettore e da pittore/disegnatore, la poetica di Franco Costabile, per le infinite similitudini che ho ravvisato nel nostro reciproco ‘sentire’ l’uomo. L’essenzialità della parola di Costabile, la sacralità della dignità umana che pervade la sua poesia, hanno sempre innestato nei miei lavori a lui dedicati o da lui ispirati una necessità di non concedere nulla alla leggerezza, al bello ‘canonico’”.

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Ladro di fuoco

È nato il 5 maggio – facile qui il rimando all’ode di Manzoni – del 1949; ha vissuto in pieno approdo, sviluppo e strascichi di gran parte delle avanguardie. Leonida Répaci, amico di un giovane Carnevali, nel 1974, a proposito di lui diceva: “Mi sorpresero i termini antichi e i segni dissepolti di oneste penne di questo giovane artista che non si è lasciato corrompere da una spuria avanguardia ricca di compromessi”. Italo Carlo Sesti, il direttore di “Scena Illustrata”, lo inseriva tra gli Espressionisti, occupandosene nel 1977: “le sue opere appaiono segnate da un carattere singolare di autenticità ed immediatezza, di potenza espressiva non solo per il segno incisivo, anche se tonale, ma per quella sua costante sagace compositività. La sua imprimitura è decisamente un espressionismo ragionato […]. È l’interpretazione scarna della realtà sia essa concettuale che naturalistica, non per una mimesi linguistica di tipo accademico, ma per una scelta che presuppone la coscienza dei problemi della pittura e della cultura contemporanea […] su tutto aleggia un bisogno di racconto, la necessità e il desiderio di poesia”. 

Tale desiderio non si è mai sopito e lo sregolamento di tutti i sensi che percepisco sulle tele mi lascia pochi dubbi sulle sue traiettorie, che spesso si incrociano alle mie; Rimbaud, Verlaine, Baudelaire sono i francesi che occupano i nostri colloqui. Ho davanti una monocromatica in cui domina l’ignoto; c’è una donna, una bestia, forse delle ali, una sofferenza germinante. Ne scorgo soltanto le concessioni, non posso comprenderne la creazione; sto giovando di un ladro di fuoco.

Burattinaio

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Ciò che fa la primavera con i ciliegi

Maurizio Carnevali è l’unico vero rivoluzionario che abbia incontrato; un artista che fa solo l’artista da quarant’anni. Non il binomio pittore-insegnante di liceo, nemmeno il trinomio scultore-influencer-uomo marketing. Il sovvertimento dell’ordine prestabilito necessita di puri, figure apotropaiche di una fazione estremamente esigua e perennemente in lotta contro le forze del male-compromesso. A loro e loro soltanto dovrebbe spettare la custodia del profondo tesoro dell’uomo: l’amore. Pietà e falce gli appartengono alla biografia quanto all’opera; c’è un Omaggio a Neruda del 2002, di cui disperatamente cerco foto; un suo ciclo dedicato a Lorca, intriso di surrealismo, figure e squarci – ricordo, andando a memoria: “Tra farfalle nere,/ va una ragazza bruna/ insieme a un bianco serpente/ di nebbia”, sul fianco di una figura femminile. 

Da uno scaffale sbuca un cartoncino A5 Edizioni del Sileno, un dialogo tra il suo “diario d’una notte” e “Ieri sera era amore” di Alda Merini, mentre l’orologio scocca le 20:00 e si esauriscono le ore in cui vaga la poesia. Levo il disturbo che, se è lo stesso che la primavera dà ai ciliegi, spero continui in eterno.

Salvatore Giuseppe Di Spena

L’amore negli abissi di Scilla e Glauco

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Piccola antologia di bottega

IL PASSAGGIO DELLA SIGUIRIYA, Federico Garcia Lorca

Tra farfalle nere,
va una ragazza bruna
insieme a un bianco serpente
di nebbia.

Terra di luce,
cielo di terra.

Va incatenata al tremore
di un ritmo che non ha meta;
ha il cuore fatto d’argento
e un pugnale nella destra.

Dove vai, Siguiriya,
con un ritmo senza testa?
Che luna raccoglierà
la tua pena di calce e oleandro?

Terra di luce,
cielo di terra

*

IERI SERA ERA AMORE, Alda Merini

Ieri sera era amore,
io e te nella vita
fuggitivi e fuggiaschi
con un bacio e una bocca
come in un quadro astratto:
io e te innamorati
stupendamente accanto.
Io ti ho gemmato e l’ho detto:
ma questa mia emozione
si è spenta nelle parole.

La rosa sull’abisso

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NELLA TUA NOTTE, Franco Costabile

Nella tua notte
io solo ti vedo
colma di luce.
Ai miei occhi
poveri di storia
si rammenta
il gioco a mosca cieca
delle lucciole:
tu ed io
nel sonno degli ulivi.

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IL BUON PENSIERO DEL MATTINO, Arthur Rimbaud

D’estate, alle quattro di mattina,
il sonno d’amore dura ancora.
Sotto i boschetti l’alba svapora
l’odore della sera festeggiata.
Ma laggiù, nell’immenso cantiere,
verso il sole delle Esperidi,
in maniche di camicia, i carpentieri
sono già in azione.
Nel loro deserto di muschio, tranquilli,
preparano i pannelli preziosi
dove l’opulenza della città
riderà sotto falsi cieli.
Ah! per questi operai meravigliosi,
sudditi di un re di Babilonia,
Venere! lascia per un po’ gli Amanti,
che hanno l’anima incoronata.
Regina dei Pastori!
porta ai lavoratori l’acquavite,
perché le loro forze si ristorino
aspettando il bagno in mare, a mezzogiorno.

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GIOCHI OGNI GIORNO CON LA LUCE DELL’UNIVERSO, Pablo Neruda

Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testolina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.
Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

*L’articolo è corredato da opere di Maurizio Carnevali; in copertina, un dettaglio da “L’eclisse dell’ombra”

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