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Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la lobby intellettuale tedesca
Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est, dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore occidentale della città.  Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz. Dresdner Frauen”, che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato. Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di dicembre 2009. > «Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche > Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure > nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti > di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’” > subirono una seconda proscrizione».  Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della “Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il partito nazista, ndr) poi, sono pronti a giurarlo».  Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a “coscienza critica” della Germania Occidentale:  > «Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una > coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come > Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la > propria appartenenza al partito nazista?».  Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato», rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come lo Stato migliore».  Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta. Vito Punzi *In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022 L'articolo Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la lobby intellettuale tedesca proviene da Pangea.
May 6, 2026 / Pangea
La persistenza del canto. Intorno all’Orfeo di Gustave Moreau
La morte di Orfeo, in Gustave Moreau, avviene in un tempo che non coincide più con quello dell’azione. Sulla tela tutto è già accaduto, e tuttavia tutto continua. Il gesto assassino si è consumato altrove. E ciò che resta del misfatto è una presenza. L’immagine non trattiene l’evento, ma il suo effetto più profondo: la coscienza che, separata dal corpo, permane come figura. Così isolata ed esposta, la testa di Orfeo non appare un membro disperso di alcunché. Sembra piuttosto raccogliere, in un punto dello spazio, ciò che in un altro spazio-tempo era diffuso e compartecipato: la voce, il pensiero, il flusso del canto. La separazione della testa dal resto carnale del poeta non ha dissolto niente; al contrario, ha concentrato. Ciò che – colui il quale – non ha più possibilità di agire continua a esistere come pura intensità. La coscienza, privata della sua estensione corporea, si è contratta e si è resa interamente visibile. Moreau sembra indugiare proprio su questo passaggio cruciale. Il canto ha cessato di muovere il mondo, ma non ha cessato di essere, di darsi. Se non ordina più la natura, se non ne placa le forze e non persuade più nessuno, permane come attività senza soggetto, autosufficiente. Il canto, perduto il suo potere, nell’aldilà fisico di Orfeo è diventato esso stesso oggetto di contemplazione. Orfeo ha sempre vissuto nella tensione tra la sua voce e ciò che l’accoglieva. La sua musica si rivolgeva agli alberi, alle pietre, agli animali, alle divinità sotterranee. Trovava il suo miglior ascolto prima e oltre l’umano. Quando doveva rientrare nell’orbita di uno spazio “troppo” umano, quella tensione si accentuava, e la sua voce, semidivina, non trovava più una misura condivisibile. Il canto poteva essere solo subito o respinto. Ora la morte non lo ha per nulla interrotto: soltanto, lo ha separato dalla vita del medium che fu chiamato a portarlo a presenza.  In Moreau, la morte di Orfeo è l’esposizione per allegoria di una frattura che s’è data, ormai, fra corpo fisico e coscienza, ma che non spezza affatto il loro simbolo. La voce di Orfeo, per Moreau, ha preceduto e oltrepassato il corpo mortale del cantore. Come una sorta d’iperbolico correlativo, la testa mozzata custodisce questa relazione essenziale. Una volta ridotta a feticcio, la coscienza di Orfeo non agisce più in relazione al mondo e non rientra più nella vita, ma neanche ne fuoriesce: permane sulla soglia fra mondo e oltre-mondo in foggia di simulacro, come una pura presenza senza soggetto. La violenza che ha prodotto questa frattura non occupa il centro del quadro. È già stata assorbita, come se fosse stata necessaria per rendere visibile ciò che prima rimaneva implicito. Il gesto collettivo che ha distrutto Orfeo appartiene a una logica diversa: quella dell’urto, della massa, dell’immediatezza. La coscienza, invece, non coincide né con l’istante né con l’intelligenza degli atti e dei misfatti che fanno storia: emerge soltanto in quella che potremmo dire, forse, l’ineluttabilità della sua durata. Moreau sembra interessato soprattutto a questo scarto: da una parte, evoca ex post la violenza dell’atto distruttivo (anche sul piano iconografico – si pensi alle tartarughe poste nell’angolo in basso a destra sulla tela, come memorie del mito di Ermes fanciullo, che creò la prima lira uccidendo una tartaruga, appunto, utilizzandone il guscio come cassa armonica); dall’altra, la qualità eterica della forma spirituale che rimane. La cosa è comprensibile e ci educa. La coscienza non compete con la forza. Le sopravvive, ma trasfigurandosi: diventando immagine. Un’immagine che non rimanda a una vittoria, allo schiudersi di un Significato, ma rende ai nostri sensi interroganti l’idea di ciò che, altrimenti, per molti fra di noi sarebbe impensabile: la persistenza di una coscienza priva di mondo. Forse Orfeo non è morto quando ha perso Euridice, ma quando il canto ha smesso di poter accompagnare qualcuno o qualcosa: quando la sua voce è rimasta sola con se stessa e il canto non ha più avuto una funzione dialogica, ma, simile a un falco metafisico, ha incominciato a ruotare intorno al mistero della propria origine. Gustave Moreau, Orphée, 1865; Museo d’Orsay, Parigi Così intesa, la testa di Orfeo non è soltanto un simbolo della sopravvivenza dell’arte. È figura di una coscienza che si è internata nell’archè, dove continua a scaturire la sua ragion d’essere. Moreau osserva e moralizza in un unico colpo d’occhio, con riassuntiva letteralità (e con vigore didascalico). Il suo Orfeo ridotto a Monsieur Teste in pietosa mano di tracia non è un martire, né un vincitore. È una presenza, come ho detto. Una presenza, ripeto adesso, che non è per nulla eterna, ma che dura. In questa durata sottratta all’idolatria della spiegazione storica della realtà si può riconoscere una fertile attitudine dell’esperienza estetica novecentesca e, poi, contemporanea: quella di un pensiero poetante che riesce a sopravvivere anche al proprio tradizionale mandato e si guarda esistere, adesso, come forma separata. La morte di Orfeo non coincide con la morte della poesia. Non chiude il destino del canto: lo immobilizza. Ed è proprio in questa immobilità che il canto torna disponibile all’occhio e all’orecchio del cuore, offrendosi come visione intellettuale, nella forma. Massimo Morasso L'articolo La persistenza del canto. 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April 21, 2026 / Pangea
“Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge”. Intorno alle torri di Silvano D’Ambrosio
Una linea verticale che sale e si spezza. Una linea verticale che cade. Una linea verticale immersa nell’acqua, soffocata, che si rompe. Una linea verticale colpita da un incendio e crolla. Una linea verticale che sale ma dentro ha già un’altra linea, una fessura, una ferita. Una linea verticale che si introverte su se stessa. Una linea verticale che si spezza per stare dentro a un foglio. Queste sono le opere in serie di Silvano D’Ambrosio, la serie della Torre di Babele non è che un simbolo che prende forma e respiro. Davanti ai disegni di D’Ambrosio non avete altra possibilità che un urlo o il silenzio. Esattamente quello che avverrebbe se una torre davanti a voi crollasse, se vedeste una linea spezzarsi, che tentava la risalita verso il cielo. La stessa cosa che accade quando ci si rompe un osso, se l’arco costale si spezza è il silenzio, il respiro si inverte. Poi – solo dopo – si è capaci dell’urlo. Una delle prime volte in cui entrai in ospedale come allieva mi venne detto di prestare più attenzione a chi nella sala d’attesa di un pronto soccorso stava più in silenzio, perché il dolore rende muti. L’arte è così, ti dovrebbe interdire la parola e quindi anche questo mio scritto, lo ammetto, è superfluo ma scrivo per voi lettori, per farvi conoscere qualcuno che dipinge e crea in modo ritirato, privato. La creazione è un fatto privato. Ed ecco infatti non sarebbe strano andare all’inaugurazione di una mostra di D’Ambrosio, sapere che c’è e volerlo incontrare, senza trovarlo. Sarebbe assolutamente normale, perché nel momento della presentazione delle opere, di tutte quelle parole che tentano di spiegare l’arte e il gesto, il movimento del braccio che è prolungamento del pennello, ecco nel momento della spiegazione tutti cercherebbero l’artista, ma non lo troverebbero. Perché D’Ambrosio si ritira, se lo conoscete potete osservare come si muove. È un uomo elegante, mai sciatto, si muove lentamente e respira molto piano. Se è in affanno, piuttosto che farsi vedere si nasconde alla vostra vista. La distanza è necessaria, lo spazio tra l’uomo e il foglio, tra un uomo e un altro uomo, permette la libertà del mutare forma e del costruirla, dell’annientarla. Esattamente come la serie della Torre di Babele che crolla. Il tema non è nuovo per l’artista, sono infatti già due anni che lavora a questo soggetto, che forse è un prolungamento di sé. La visione non è una scelta, è un alveo che era già presente ma che l’uomo non vedeva, era pronto a essere invaso dall’acqua e dal flusso, da una corrente che attraversa l’artista come un momento di grazia. Ma spesso lo stato di grazia si inserisce proprio nell’intercapedine della realtà, in quei giorni dove la necessità stringe ed è una Dea molto crudele Ananke. E quindi accade che la macchina ha un guasto, è costretto alla stasi e a stare in casa senza potersi spostare, e la visione della torre si innesta in qualche posto preciso tra il chiasma ottico e le mani, forse la torre che crolla fluisce nelle fibre nervose. D’Ambrosio scherzando mi dice che la torre che crolla è l’uomo che invecchia, forse sono degli autoritratti. Lui ironizza, sottile. Ma la torre crolla perché un silenzio è stato interrotto, un segreto è stato svelato.  Allora mentre guardo la serie di disegni, piccoli e meravigliosi, incorniciati su sfondo nero, non posso non andare con la mente alla carta sedici degli arcani maggiori dei tarocchi. Una torre che crolla è la carta dei tarocchi, forse una delle più belle e delle più disturbanti. Ricordo che una volta qualcuno mi fece i tarocchi e questa fu una delle carte estratte, in effetti qualcosa crollò di lì a poco tempo dopo, crollava perché una verità era stata rivelata, si era aperto il velo e gli occhi avevano smesso di avere bisogno delle lenti, ci vedevo benissimo anche da miope, senza alcuna correzione.  La torre dei tarocchi ricorda la torre di Babele, sono entrambi tentativi dell’uomo di andare verso l’assoluto, una linea verticale che spinge dalla materia verso l’aria, oltre le nuvole, provando a toccare la volta del cielo. La torre è l’uomo che utilizza la materia e la addensa per formare una struttura in cui, gradino dopo gradino, sia accessibile la salita, sia giusta. Ma la torre di Babele crolla, la torre dei tarocchi crolla. E ciò che accomuna entrambe è l’istante preciso del crollo, della folgore che colpisce la sommità come a punire la hybris, la tracotanza dell’uomo, il suo osare senza misura, sfidando gli Dèi e l’assoluto. Ma non è solo la sfida il problema, quella è anche lecita, il problema sta nel silenzio violato. Le torri crollano perché l’Arcano mistero, l’origine del bene e del male, il segreto della vita viene svelato. È nella rottura del patto il crollo della tensione verticale, è nel tradimento della legge del tacere che le potenze si invertono.  Prendo un testo a me molto caro dell’esoterista francese Eliphas Levi, Il rituale magico del sanctum regnum (edizioni Atanòr, 1989), in cui l’autore descrive gli arcani maggiori in chiave esoterica, iniziatica e pertanto di non facile comprensione. Ma d’altra parte la spiegazione delle opere non è tollerabile per l’autore e per l’artista, la spiegazione e il commento, la parafrasi sono veri e propri abomini che tendono a raccontare in altre forme ciò che già l’autore ha detto o scritto, creato. Personalmente ho sempre trovato terrificanti le parafrasi delle poesie, ricordo l’orrore che provavo quando la maestra alle scuole medie o alle superiori mi diceva “che cosa vuol dire la poesia?”, avrei solo voluto urlarle in faccia che ciò che la poesia significa l’autore l’ha scritta esattamente così come è. Che è nel mistero della comunicazione, nello spazio di distacco tra i due terminali, l’emittente e il ricevente, che risiede il significato, che è un miracolo, un nucleo di grazia che viene condiviso.  > “Sapete perché il tempio di Salomone fu distrutto? Questi eventi si sono resi > necessari perché il Grande Arcano della Conoscenza del Bene e del Male è stato > rivelato”. Eliphas Levi scrive che la torre è il segreto svelato, non quello conosciuto, è il tradimento del silenzio. Se si ha la concessione di arrivare fino all’ultimo piano della torre ci si deve trattenere dall’urlare dalla finestra, dall’emettere un qualsiasi suono. La torre crolla e si inarca su se stessa, esattamente come le torri di D’Ambrosio, perché un segreto è stato rivelato, perché qualcuno ha emesso un suono, anche una sola parola. Se dal nostro apparato fonatorio facciamo uscire anche un singolo suono l’accordo è tradito, il fulmine spacca la torre e noi ci lanciamo nel vuoto oppure moriamo tra le macerie.  > “Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge; ma maledetto è colui che > lo rivela ad altri.” La serie della torre di Babele di Silvano D’Ambrosio è un monito al silenzio, un memento necessario in tempi in cui tutti vogliono dire tutto, in cui l’esposizione sui social appare fondamentale per comprovarci che esistiamo. Se non siamo sulle piattaforme allora non viviamo, se raggiungi un segreto sai tenere il mistero custodito come un cristallo al centro del petto? Sai tenerti un diamante incastonato nella gola o ti strozzerai rivelando la parola, la più antica, l’origine prima del mondo? I disegni di Silvano si devono osservare in silenzio e dovete stare attenti persino a respirare, fate piano, mi raccomando. Non chiedete spiegazioni. Le torri andrebbero acquistate e appese una in ogni stanza, per ricordarci che il tradimento del silenzio è un atto che verrà punito. La Parola della conoscenza non va sussurrata, può essere solo riverberata dentro al nostro corpo, farci ampolla e recipiente ma niente deve essere versato fuori. Le torri che crollano ricordano il sacro compito di rispettare il silenzio.  Quando entrate nelle chiese c’è un cartello che dice di fare silenzio, e spegnete il cellulare e state zitti, giusto? Ecco le torri di Silvano sono il monito costante a far cessare un po’ quel rumore del parlare, quei discorsi vani dove l’individuo produce domande senza attendere davvero la risposta, in cui deve spiegarsi a tutti i costi. Ma se non ti comprendo, posso amarti lo stesso, anzi. Se non ti comprendo, forse ti amo di più, ti amo proprio perché sei inconoscibile. È quando penso di conoscerti che crollo, come una torre, mi spezzo e cado in acqua. Le torri di Silvano sono tutte diverse, ognuna vi indica qualcosa, ognuna di queste parlerà al vostro inconscio, alla vostra parte nascosta e inconoscibile. Sceglierete la vostra torre da acquistare da lì, dal pozzo nero che si installa dentro le pupille degli occhi, gli stessi occhi che vi guardate allo specchio tutte le mattine, gli occhi che vi guardano e che guardano.  La torre siamo tutti noi, tradita la parola, tradito il silenzio.  Clery Celeste *Per informazioni sulle opere remote di Silvano D’Ambrosio potete scrivere a: cleryceleste17@gmail.com L'articolo “Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge”. Intorno alle torri di Silvano D’Ambrosio proviene da Pangea.
April 20, 2026 / Pangea
“Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo”. Dialogo con Pietrangelo Buttafuoco
Nell’intervista in cui annunciava, tra l’altro, la presenza della Federazione Russa alla prossima Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco citava un libro di René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi. Chi è interessato lo trova in catalogo Adelphi. Ci torneremo dopo. Il seguito – segno dei tempi – è stato una sequela di chiacchiere, una cagnara, a tratti blasfema, per lo più iniqua. La Fondazione “La Biennale di Venezia”, infatti, è un ente autonomo che – così si legge nel Codice etico di cui si fregia – ha “lo scopo di promuovere a livello nazionale ed internazionale lo studio, la ricerca e la documentazione, nel campo delle arti contemporanee… assicurando la piena libertà di idee e di forme espressive”. L’epigrafe che inaugura la Biennale Arte 2026 ribadisce il tema: “La Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte”. La cosa – è ovvio – può dar fastidio, può far discutere. Ogni scelta impone un discrimine, il frainteso avvelena perfino la parola fraternità; pace, ormai, è sinonimo di guerra. Voglio dire: le scelte singolari di un ente autonomo – tra i più prestigiosi al mondo – possono (e a volte: devono) farci indignare, incavolare, saltare sulla sedia. Possono – e devono – essere messe in discussione: la cultura non è un museo delle cere ma un incendio. Alla prossima Biennale, ad esempio, prenderanno sede, tra le cento nazioni accolte, Arabia Saudita, Repubblica Popolare Cinese, Iran, Qatar, Somalia. Ci sono anche gli Stati Uniti e Israele. Il padiglione russo esiste dal 1914, lo ha creato Aleksej Ščusev: insignito per quattro volte del “Premio Stalin”, ha partecipato alla costruzione dell’immane mausoleo di Lenin. Il padiglione del Venezuela – paese che non parteciperà alla prossima Biennale – è stato disegnato da Carlo Scarpa nel 1953.  Lo Stato Italiano, come si sa, è impegnato, pur tangenzialmente, profondamente nella Fondazione “La Biennale di Venezia”: nomina i consiglieri di amministrazione – compreso il Presidente –, decreta un importante impegno economico. Il tutto, a garanzia dell’autonomia dell’ente; non per fini di controllo. Ciò di cui si discute in questi giorni entra allora nell’aura del ricatto, non già della cultura: che l’Unione Europea decida di revocare i fondi destinati alla Biennale testimonia che l’arte va bene purché sia conforme ai poteri di turno. L’arte, cioè, è mera pratica burocratica sotto minaccia. Che pena. Viene da citare – per contiguità temporale – proprio Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi: > “Questa degenerazione qualitativa di tutte le cose è strettamente legata a > quella della moneta, come dimostra il fatto che si è comunemente arrivati a > ‘stimare’ un oggetto solo attraverso il suo prezzo, considerato unicamente > come una ‘cifra’, una ‘somma’, o una quantità numerica di moneta; per la > maggior parte dei nostri contemporanei, in effetti, qualsiasi giudizio su un > oggetto si basa quasi sempre esclusivamente sul suo costo”.  In realtà, i concetti spalancati dalla Biennale sono troppo importanti per relegarli alla chiacchiera, al peloso opportunismo dei politici, al fondamentalismo dei finanzieri e dei finanziatori. Occorre ragionare su parole come ‘autonomia’ e ‘autorevolezza’, su ‘responsabilità’ e ‘dissenso’; perfino sul legame – paradossale?; letale?; importuno? – tra politica e poesia, tra istituzione e devastazione, tra stato di fatto e stato dell’arte, tra nazione e nascita, tra origine e originalità. Introducendo la raccolta dei Nuovi poeti sovietici (era il 1961, stampava Einaudi), Angelo Maria Ripellino stigmatizzò il Paese che produceva, in serie, “legioni di usignuoli impagliati”. Non si vedono planare aquile, a onor del vero, nelle attuali democrazie occidentali.  Chi è affascinato dai numeri – meglio: dai fatti – può sfogliare i bilanci d’esercizio della Fondazione “La Biennale di Venezia”, sono nella sezione “Trasparenza” del sito. Così può farsi un’idea schietta di come opera l’ente. Il resto, appunto, sono chiacchiere: le lasciamo agli usignoli legionari.  Chiunque conosce la naturale – e leonina – affabilità di Pietrangelo Buttafuoco: ha l’esprit degli ispirati. Con lui, così, scegliamo di riannodare il nastro, di ripartire da Guénon, di ritornare alla vertigine originaria che si chiama uomo, parlando di poesia, di libri, di assoluti. Non è un caso che Buttafuoco ami – fino a ‘indossarlo’ – il Cyrano di Rostand.  Intanto: qual è il libro che ti ha “formato”, quale quello che hai amato? Intendo, cioè, farti riflettere sulla lettura come conoscenza (mente) e come rapimento (amore), dimensioni inesatte, che mal combaciano, entrambe necessarie all’umano essere.  Il libro che ho amato, quello che appena letta l’ultima pagina mi ha fatto dire “avrei voluto vivere dentro questa dimensione, immaginarlo io tutto questo”, è senza dubbio Il Maestro e Margherita. Il libro che mi ha formato – porgendo conoscenza – è l’Iliade; il libro che mi ha accompagnato in diversi postriboli mentali è l’Ulisse di Joyce, che ho attraversato in lungo e in largo; mentre Dedalus, sempre di Joyce, lo utilizzo per provare a me stesso il ritmo del respiro e il rapimento; infine, uno e solo uno: Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. In particolare: qual è la poesia che ti è capitato di mandare a memoria, di ripetere come un ostinato mantra? Tanti passi di Dante Alighieri, della Divina Commedia, e li lascio risuonare “in interiore”. Il mantra me lo ricavo dal Manfred: > “Ecco, si spegne il lume  > nuovamente m’è forza il rianimarmi  > Eppure io vivo, ho l’aspetto, la forma,  > il respiro degli uomini viventi”.  Quando poi ho bisogno di spiegarmi meglio, e questo accade nei momenti privati – occhi su occhi – mi torna In un momento di Dino Campana:  > “erano le sue rose  > erano le mie rose  > questo viaggio chiamavamo amore  > col nostro sangue  > e con le nostre lacrime  > facevamo le rose”.  È un passaggio che mi strazia sempre: ogni volta è un camminare in percorsi nuovi, e ogni volta vi trovo una sfumatura diversa. L’altro poeta che mi è caro, e che forse sembra strano raccontare in questo modo, è il poeta ingabbiato dentro la macchina teatrale: William Shakespeare. L’arte in generale, la letteratura in particolare hanno ancora ‘efficacia’? Cioè: riescono ancora a ‘muovere’ – oltre che a commuovere – gli uomini? Qualcosa ancora resiste del ‘magico’ nell’esperienza artistica contemporanea? Se ne hai, fammi degli esempi.  Nella scena contemporanea sì, ma attraverso un tramite complicato, che mette insieme la letteratura, il teatro, lo sforzo dell’arte figurativa: tutte intersezioni che, nel loro insieme, realizzano fatti d’arte importantissimi. Mi è capitato, per esempio, con il Pinocchio di Davide Iodice, uno spettacolo assolutamente delicato, pulito, perfetto, commovente, che riesce davvero a smuovere chi vi inciampa, anche solo per caso. La verità è che certe produzioni artistiche, che necessariamente si nutrono di letteratura e di tutte le tecniche che accompagnano le varie pratiche artistiche, hanno bisogno di un pubblico per poter essere condivise, oltre che comprese. E quando questo accade, è un privilegio assoluto: sono pepite messe a disposizione del pubblico. Un altro momento che ho vissuto è stato nell’ascolto di Jesus’ Blood Never Failed Me Yet di Gavin Bryars. È stato veramente meraviglioso assistere a questo concerto, qui a Venezia, al Redentore, alla Giudecca, perché era davvero un restarsene al cospetto del sublime. E lì anche il pubblico partecipava con la sua stessa presenza, con la sua specialissima qualità. C’erano i padri cappuccini, poi c’era la gente che entrava con la consapevolezza di essere in chiesa, la presenza di padre Leopoldo – la sua statua – la presenza di sant’Antonino, la presenza di Francesco. È stato meraviglioso. Per alcuni, la letteratura è un diversivo, qualcosa di ‘divertente’. Per altri – e forse è peggio – la letteratura deve indagare i temi ‘sociali’ del nostro tempo, deve essere ‘impegnata’ e occuparsi di ‘attualità’ (cosa si intenda per sociale, impegno e attuale, poi, è un mistero). E tu: perché scrivi? Io scrivo perché mi piace riportare alla luce storie dimenticate, storie nascoste e protagonisti che altrimenti resterebbero nell’ombra e che invece meritano di essere raccontati. Scrivo anche perché mi piace fare un dispetto a chi erige muri, chiusure, elabora censure, pratica antropologie della superiorità morale e poi costruisce dighe per impedire alle piene di guadagnare e conquistare praterie. E poi scrivo perché, stupidamente, da bambino non ho voluto imparare a suonare. L’unico modo per accostarmi alla musica è la scrittura. Il ‘libro’, in sé, come oggetto di culto e di blasfemia, come idolo e identità, ha ancora un senso – lo avrà ancora? Credo di sì. Il libro, in fondo, è come un manufatto di estremo lusso che abita nelle boutique, dove arriva un pubblico selezionato, e lo sarà sempre di più. Ma c’è anche un altro discorso: è un ragionamento di malinconia che possiamo fare solo in questa parte di mondo. Nell’altra parte del mondo, quella più viva, più giovane, dove l’energia bussa, il libro ha ancora un senso, ha ancora una forza, ed è inevitabile che la trasmissione dei saperi e delle sensibilità passi attraverso il libro. Il libro, poi, ha una connotazione sacrissima, e non a caso il sacro abita il libro. L’intelligenza artificiale ha già prodotto il suo più esigente risultato: relegare a imbecillità mai vista prima l’intelligenza umana. Poiché l’IA lavora sul visibile e l’essoterico, non ci resta – felicemente – che gettarci nell’invisibile e nell’esoterico. Qual è la tua disciplina per rifulgere, rifuggendo dai miasmi dell’algocrazia? La mia personale disciplina si chiama preghiera. Spiattello impunemente la parola ‘sacro’. Cos’è per te, che senso ha? Già in tutto quello che ci siamo detti il sacro ha sempre fatto capolino. Come si può restare mondi dal mondano, essere nel mondo pur tendendo all’altro mondo, esercitare una fede tra gli infedeli? Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo, è l’unico modo. E quindi nell’accettare il giorno, nel dire sì alla vita, è l’unico modo. Ed è il modo di sempre, il modo che hanno conosciuto le generazioni, quello che i nostri padri ci hanno consegnato. Ed è il modo in cui, anche di fronte all’abominio – come quando Priamo contempla il corpo sfigurato del figlio – si trova la forza di parlare a chi lo ha assassinato, ad Achille, e di risvegliare in lui il senso profondo, catartico, del sacro. L'articolo “Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo”. Dialogo con Pietrangelo Buttafuoco proviene da Pangea.
April 17, 2026 / Pangea
Arte italiana degenerata
Eravamo partiti dalla notizia dell’esclusione degli artisti italiani dalla Biennale di Venezia, cosa mai accaduta nelle sessanta edizioni precedenti. Notizia non eclatante se gl’invitati non fossero ben 111 (pressoché tutti assolutamente sconosciuti e che resteranno tali anche dopo), provenienti da tutte le parti disagiate del mondo: oggi non risulta dirimente la qualità dell’opera o la carriera, quanto la carta d’identità dell’artista. Con la selezione della curatrice africana Koyo Kouoh, nel frattempo deceduta, si è quindi radicalizzata la posizione dell’ultima Biennale titolata e curata dal brasiliano Adriano Pedrosa. Legittima la domanda finale: Sono curioso di vedere che futuro avrà, probabilmente riferito a quello degli artisti che oggi possiamo affermare con la certezza dei risultati: nessuno. La totale ininfluenza di decine e decine di artisti paracadutati alla scorsa Biennale non è quindi servita a ravvedersi circa l’impostazione della successiva, quanto a perseverare in una direzione tanto dissennata, per l’attendibilità della ricognizione, quanto inutile per gli artisti che vi parteciperanno. Un atto di narcisismo curatoriale indiscutibile, quindi, reiterando la sfortunata tendenza italiana degli anni ’70, quando l’opera dell’artista era ridicolmente considerata come pegno visivo del curatore. Onnipotenza curatoriale che oggi rappresenta un salto indietro nella storia, in un ambito – l’arte, se questo termine ha ancora un significato – necessariamente votato almeno al presente – accontentandosi dell’adesione alla cronaca – se non al futuro – cui l’arte dovrebbe ambire, mutuando la visionarietà delle Avanguardie Storiche più che la palude del riflusso modaiolo.  Credo sia inutile dedicarsi oggi – a gregge fuggito – a considerazioni che appaiono frutto di un’ipocrisia indifendibile: è da decenni che alla Biennale gli artisti italiani sono dimenticati se non discriminati, al punto da doversi reinventare nel 2009 (c’ero, sono abilitato a parlarne) un Padiglione Italia addirittura scomparso dalla geografia della manifestazione: l’Italia fino a quella data era quindi l’unica nazione invitata che non poteva godere di un proprio Padiglione nazionale. Ma di che parliamo, ancora? Artisti italiani comunque presenti in Biennale da decenni come panda in via di estinzione, fino alla ferale notizia della morte definitiva dell’ultimo esemplare in questa edizione.  Sembrerebbe quindi una notizia prevedibile, vista la tendenza veneziana degli ultimi vent’anni, se a Manifesta, rassegna nomade d’inspiegabile rilievo internazionale, tra i cento invitati pure non comparisse nemmeno un italiano, il che, finita la possibile versione attribuibile a una casualità, potrebbe apparire come un’autentica discriminazione territoriale. Va detto che Manifesta si è da sempre caratterizzata per un’illeggibile qualità oggettiva e un ritorno professionale impalpabile per i partecipanti, più votata all’ideologia più estrema del momento che alle problematiche insite in ambito culturale e artistico. Inutile chiedersi il perché di una tendenza in voga da decenni che vuole l’esclusione sistematica degli artisti italiani: con ogni probabilità conta anche l’opinione dei critici che avrebbero potuto supportarli (perché no?) come Massimiliano Gioni, già curatore della Biennale di Venezia, che, fin dal 2002, sentenziava: “L’Italia e l’arte italiana sembrano condannate a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici – e allora ecco che di volta in volta si scoprono l’arte cinese, thailandese, messicana e scandinava – ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con l’America, la Svizzera, la Francia e la Germania”. America citata rispettosamente per prima, da chi oggi dirige il New York Museum. Classe ’73, Gioni a 29 anni aveva già capito le sorti non solo dell’arte italiana, ma anche dell’Italia: quanto all’opportunità di essere più esotici, o all’accostamento tra professionale e cinico – si sta parlando d’arte, non di finanza o multinazionali – si vede che non sono abbastanza preparato per capirne la portata critica. Semmai è il resto del mondo che sta mutuando le modalità capitalistiche occidentali, nel bene e nel male.  Anche dalle testate nostrane appaiono – com’era prevedibile – le tesi più disparate sull’azzeramento, nella maggioranza dei casi imputato agli stessi artisti nazionali che non sarebbero all’altezza, non al passo coi tempi, non abbastanza calati nelle problematiche sociali, ambientali e climatiche: tutte balle… si può dire ancora? Si può finalmente dichiarare che il coefficiente di esterofilia di questo Paese non è mai inferiore all’80% (tanto per dare una percentuale che renda l’idea), al punto che sembrano non nascere nemmeno più calciatori in un Paese che mancherà dal Mondiale almeno per sedici anni consecutivi e quando l’organismo di supporto nazionale per gli artisti si chiama Italian Council? Posso finalmente dire – dall’interno del sistema – che un artista non lavora mai (dai tempi preistorici delle grotte di Lascaux) per gli altri ma è proiettato a interpretare e sviluppare anzitutto le proprie urgenze? Si può dire che quando le opere sono perfettamente coincidenti con la cronaca puzzano d’imbroglio (e magari proprio per questo sono al passo con questi tempi in cui il materialismo è pilotato dal mercato e il mercato è supportato da una cronaca asfissiante e da un fiume di denaro, non sempre trasparente)? È possibile che la quasi totalità mondiale del mercato reale, presente alle Fiere specialistiche in ogni parte del Globo, riguardi opere che non si vedono mai nelle rassegne internazionali, Biennali incluse?  Tutte domande che vengono chiarite da un aspetto essenziale: dal passaggio del Millennio l’arte è governata dal mercato e il mercato dalla finanza e dalla strapotenza dei signori della moda: Germano Celant aveva visto giusto già nel  1996, come curatore  della Biennale di Firenze Arte e Moda, posizionando gli artisti negli atelier e gli stilisti nei musei. Quindi le responsabilità soggettive degli artisti italiani non c’entrano nulla, semplicemente perché l’attendibilità di un artista non può dipendere dalla latitudine o dalla pastasciutta che mangia: il solo poterlo pensare rende del tutto ridicolo qualsiasi selezionatore. Gli stessi artisti del Padiglione Italia, da quasi vent’anni, raggiungono quel traguardo solo se pilotati come segnale irrinunciabile dalla personale o all’Hangar Bicocca di Milano o prenotati in anticipo da qualche galleria internazionale di riferimento.  Comunque sia, nessuna attenzione alla pittura come parola d’ordine: ça va sans dire, alla faccia dell’Arte degenerata di fosca memoria.  Appena metabolizzata – con facilità, vista la consuetudine – l’esclusione, ed ecco che sulla Biennale si abbatte il tifone del Padiglione Russia, dopo aver appena digerito senza il minimo singulto l’inno nazionale sovietico alle Paraolimpiadi, per gli artisti russi già esclusi da quelle ordinarie. Un autentico gesto di discriminazione, dove la menomazione viene pelosamente premiata senza alcuna equità di giudizio, senza alcuna onestà intellettuale, senza nessuna decenza. Quanto agli aspetti giuridici, La Biennale, vale ricordarlo, è un Ente Autonomo e quindi indipendente non solo dai malumori governativi, ma anche da una piazza misteriosamente distratta e silenziosa sui campi da sci, solo poche settimane prima. Russia in Biennale: scelta sbagliata? Ma l’arte, come lo sport, dagli stessi soloni che oggi s’indignano, non era da sempre strombazzata come palestra irrinunciabile per l’unità dei popoli? Un’area dorata super partes dove la politica non aveva accesso? Non avevamo visto sui campi di calcio e alle mostre internazionali, israeliani e palestinesi abbracciarsi nel giubilo condiviso?  Nel guazzabuglio generale, il governo sudafricano ha censurato – impedendola – la partecipazione nel proprio Padiglione nazionale dell’artista Gabrielle Goliath, per giunta resa intoccabile dal sistema che conta per la recente personale al MoMa di New York. Goliath proporrà in una chiesa veneziana Elegy, la sua opera di performance – dedicata a due donne Nama assassinate dalle forze coloniali tedesche all’inizio del XX secolo e (non casualmente) alla poetessa Palestinese Hiba Abu Nada, uccisa da un bombardamento israeliano nel 2023, lasciando quindi serrate le porte del Padiglione sudafricano. L’impressione ormai inconfutabile è che la politica sia dominante anche in Biennale e che la questione russa non sia che l’antipasto – se non il pretesto – per la vera, scontata battaglia contro America, Israele e Russia stessa: I governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra. Dimenticando allegramente la mattanza in Sudan, con lunghe mani europee ad alimentarla, le crudeltà reiterate in Myanmar, le guerre in Camerun, Congo, Kashmir, Mozambico, le stragi inumane di civili in Iran, nonché i sanguinosi regolamenti di conti in diverse aree del mondo con pluralità etniche irrisolte, favorite  dalla floridissima industria mondiale delle armi. Israele – con il suo Padiglione attualmente indisponibile – è stato ubicato a latere della mostra centrale In minor keys: ovvero quando un privilegio può diventare una contrindicazione letale; a Israele non sarà prevedibilmente consentito di aprire i battenti e quindi nemmeno partecipare alla limitrofa mostra che titola la Biennale stessa. Ma i Padiglioni sono a tutti gli effetti territorio sovrano del Paese che rappresentano: aspetto nient’affatto trascurabile e potenzialmente esplosivo per le modalità che Israele e gli Stati Uniti dell’irascibile Donald Trump potranno mettere in campo a difesa della corretta apertura. Nel frattempo, la ciliegina sulla torta dell’incendio misterioso al Padiglione della (filorussa) Serbia – domato e ostinatamente ripreso – sembra essere l’annuncio di una Biennale incendiaria e incendiata. Gli artisti italiani, in questo trambusto, potranno restare serenamente a casa: tanto qui non importa realmente a nessuno. Roberto Floreani *In copertina: Installazione di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia, 1964 L'articolo Arte italiana degenerata proviene da Pangea.
April 10, 2026 / Pangea
“Stupendamente accanto”. Intorno a Maurizio Carnevali, artista rivoluzionario
Sbocciavan le viole L’odore del sigaro m’increspa gli alveoli. Siamo nel nucleo del ποιέω, la stanza in fondo a sinistra – ce ne stanno una decina –, ognuna con la sua specifica. Un rumore di fondo, primordialmente accogliente; il piccolo radiatore acceso di fianco al piano di lavoro e sopra un marchingegno musicale da cui fiorisce suono. Ricordi, sbocciavan le viole. A De André ha dedicato un ciclo intero, esposto nel loggiato di Palazzo San Giorgio a Genova, nel 2001. Ho trafugato dalla bottega quasi tutti i cataloghi; Dori Ghezzi, al tempo presidente della Fondazione De André, scriveva di Maurizio Carnevali:  > “Raramente l’opera di Fabrizio è stata così ampiamente assunta a punto di > ispirazione per l’arte pittorica di un solo artista […] superando il consueto > e spesso irrinunciabile linguaggio musicale, interpreta, così esplicitamente > attraverso una pittura densa di colori e di scenari onirici, l’universo > descrittivo delle canzoni, soprattutto quelle delle origini”.  * Ut pictura poësis Lo disturbo spesso – ma sempre troppo poco –, per necessità di nascite. «Di arte bisogna vivere e morire» dice in qualche intervista, ed io stringo forte nella tasca del giubbotto queste parole quando subentrano tentazioni di accontentamenti, consapevole che uno slancio è di pregio soltanto se partito dai confini; come la pittura così la poesia, per questo finiamo sempre a parlare di versi. Ut pictura poësis, la stessa locuzione che dà il nome al catalogo della mostra dedicata al centenario della nascita di Franco Costabile – poeta che ci accomuna –, di cui Carnevali è tra i protagonisti con la tela La Rosa sull’abisso. Ad introduzione della sua opera, scrive:  > “Mi è capitato spesso di penetrare, da lettore e da pittore/disegnatore, la > poetica di Franco Costabile, per le infinite similitudini che ho ravvisato nel > nostro reciproco ‘sentire’ l’uomo. L’essenzialità della parola di Costabile, > la sacralità della dignità umana che pervade la sua poesia, hanno sempre > innestato nei miei lavori a lui dedicati o da lui ispirati una necessità di > non concedere nulla alla leggerezza, al bello ‘canonico’”. * Ladro di fuoco È nato il 5 maggio – facile qui il rimando all’ode di Manzoni – del 1949; ha vissuto in pieno approdo, sviluppo e strascichi di gran parte delle avanguardie. Leonida Répaci, amico di un giovane Carnevali, nel 1974, a proposito di lui diceva: “Mi sorpresero i termini antichi e i segni dissepolti di oneste penne di questo giovane artista che non si è lasciato corrompere da una spuria avanguardia ricca di compromessi”. Italo Carlo Sesti, il direttore di “Scena Illustrata”, lo inseriva tra gli Espressionisti, occupandosene nel 1977: “le sue opere appaiono segnate da un carattere singolare di autenticità ed immediatezza, di potenza espressiva non solo per il segno incisivo, anche se tonale, ma per quella sua costante sagace compositività. La sua imprimitura è decisamente un espressionismo ragionato […]. È l’interpretazione scarna della realtà sia essa concettuale che naturalistica, non per una mimesi linguistica di tipo accademico, ma per una scelta che presuppone la coscienza dei problemi della pittura e della cultura contemporanea […] su tutto aleggia un bisogno di racconto, la necessità e il desiderio di poesia”.  Tale desiderio non si è mai sopito e lo sregolamento di tutti i sensi che percepisco sulle tele mi lascia pochi dubbi sulle sue traiettorie, che spesso si incrociano alle mie; Rimbaud, Verlaine, Baudelaire sono i francesi che occupano i nostri colloqui. Ho davanti una monocromatica in cui domina l’ignoto; c’è una donna, una bestia, forse delle ali, una sofferenza germinante. Ne scorgo soltanto le concessioni, non posso comprenderne la creazione; sto giovando di un ladro di fuoco. Burattinaio * Ciò che fa la primavera con i ciliegi Maurizio Carnevali è l’unico vero rivoluzionario che abbia incontrato; un artista che fa solo l’artista da quarant’anni. Non il binomio pittore-insegnante di liceo, nemmeno il trinomio scultore-influencer-uomo marketing. Il sovvertimento dell’ordine prestabilito necessita di puri, figure apotropaiche di una fazione estremamente esigua e perennemente in lotta contro le forze del male-compromesso. A loro e loro soltanto dovrebbe spettare la custodia del profondo tesoro dell’uomo: l’amore. Pietà e falce gli appartengono alla biografia quanto all’opera; c’è un Omaggio a Neruda del 2002, di cui disperatamente cerco foto; un suo ciclo dedicato a Lorca, intriso di surrealismo, figure e squarci – ricordo, andando a memoria: “Tra farfalle nere,/ va una ragazza bruna/ insieme a un bianco serpente/ di nebbia”, sul fianco di una figura femminile.  Da uno scaffale sbuca un cartoncino A5 Edizioni del Sileno, un dialogo tra il suo “diario d’una notte” e “Ieri sera era amore” di Alda Merini, mentre l’orologio scocca le 20:00 e si esauriscono le ore in cui vaga la poesia. Levo il disturbo che, se è lo stesso che la primavera dà ai ciliegi, spero continui in eterno. Salvatore Giuseppe Di Spena L’amore negli abissi di Scilla e Glauco ** Piccola antologia di bottega IL PASSAGGIO DELLA SIGUIRIYA, Federico Garcia Lorca Tra farfalle nere, va una ragazza bruna insieme a un bianco serpente di nebbia. Terra di luce, cielo di terra. Va incatenata al tremore di un ritmo che non ha meta; ha il cuore fatto d’argento e un pugnale nella destra. Dove vai, Siguiriya, con un ritmo senza testa? Che luna raccoglierà la tua pena di calce e oleandro? Terra di luce, cielo di terra * IERI SERA ERA AMORE, Alda Merini Ieri sera era amore, io e te nella vita fuggitivi e fuggiaschi con un bacio e una bocca come in un quadro astratto: io e te innamorati stupendamente accanto. Io ti ho gemmato e l’ho detto: ma questa mia emozione si è spenta nelle parole. La rosa sull’abisso * NELLA TUA NOTTE, Franco Costabile Nella tua notte io solo ti vedo colma di luce. Ai miei occhi poveri di storia si rammenta il gioco a mosca cieca delle lucciole: tu ed io nel sonno degli ulivi. * IL BUON PENSIERO DEL MATTINO, Arthur Rimbaud D’estate, alle quattro di mattina, il sonno d’amore dura ancora. Sotto i boschetti l’alba svapora l’odore della sera festeggiata. Ma laggiù, nell’immenso cantiere, verso il sole delle Esperidi, in maniche di camicia, i carpentieri sono già in azione. Nel loro deserto di muschio, tranquilli, preparano i pannelli preziosi dove l’opulenza della città riderà sotto falsi cieli. Ah! per questi operai meravigliosi, sudditi di un re di Babilonia, Venere! lascia per un po’ gli Amanti, che hanno l’anima incoronata. Regina dei Pastori! porta ai lavoratori l’acquavite, perché le loro forze si ristorino aspettando il bagno in mare, a mezzogiorno. * GIOCHI OGNI GIORNO CON LA LUCE DELL’UNIVERSO, Pablo Neruda Giochi ogni giorno con la luce dell’universo. Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua. Sei più di questa bianca testolina che stringo come un grappolo tra le mie mani ogni giorno. A nessuno rassomigli da che ti amo. Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle. chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud? Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi. Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa. Il cielo è una rete colma di pesci cupi. Qui vengono a finire i venti, tutti. La pioggia si denuda. Passano fuggendo gli uccelli. Il vento. Il vento. Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini. Il temporale solleva in turbine foglie oscure e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo. Tu sei qui. Ah tu non fuggi. Tu mi risponderai fino all’ultimo grido. Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura. Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi. Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli, ed hai persino i seni profumati. Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina. Quanto ti sarà costato abituarti a me, alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano. Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti. Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti. Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata. Ti credo persino padrona dell’universo. Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues, nocciole oscure, e ceste silvestri di baci. Voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi. *L’articolo è corredato da opere di Maurizio Carnevali; in copertina, un dettaglio da “L’eclisse dell’ombra” L'articolo “Stupendamente accanto”. Intorno a Maurizio Carnevali, artista rivoluzionario proviene da Pangea.
March 3, 2026 / Pangea
“Anche un bicchiere può essere un’opera d’arte”. Dialogo con Alvar González-Palacios, fra Bellezza e Bizzarria
“Arti applicate… arti decorative… arti minori… Io non vedo differenze. L’arte è arte. Cosa significa ‘applicate’? È solo uno degli aspetti dell’arte, uno dei tanti. C’è chi dipinge, chi costruisce sedie e chi le studia… Una volta Roberto Longhi, col quale mi laureai in Storia dell’arte a Firenze, vedendomi arrivare mi disse: ‘Ah, ecco quello che studia le seggiole’. Sì, e allora? Non c’è niente di male a studiare le seggiole… Nella mia vita mi sono occupato di tante cose. Di arredi francesi, di mobili italiani, di mosaici, di pietre dure… Per me l’approccio è sempre stato lo stesso. Che si tratti di un dipinto o di mobile, lo devi guardare e studiare allo stesso modo. Di quell’oggetto, di quel manufatto – di quell’opera d’arte – devi capire quello che si sa, come lo si sa e che cosa significa. ‘Arti applicate’ cosa vuol dire? Che si applica a che cosa? Penso che il termine ‘decorative’ sia più giusto. L’oreficeria, le ceramiche, i vetri, gli smalti, i mobili… Sono tutti oggetti che decorano la casa, che l’arredano. ‘Applicate’… Ma perché? Anche quando fai un quadro ti applichi… E cosa significa ‘minore’? Dipende da com’è il quadro e da com’è la sedia; non necessariamente qualcosa è per statuto inferiore o superiore. Ci sono opere di pittura e scultura molto banali, e d’altra parte tessuti o vetrate che sono capolavori. Allo stesso modo, per quanto riguarda lo studio della storia dell’arte, si possono dire cose molto serie su oggetti considerati ‘minori’, così come si possono dire cose molto stupide su Tiziano. L’oggetto che studi può essere importante o no: quello che conta è come lo vedi e come lo fai capire agli altri. Che poi un dipinto di Rembrandt sia più importante di una sedia stile Impero è possibile, non l’ho mai negato. Ma stabilire una gerarchia a prescindere tra la pittura e l’ebanisteria, è pretestuoso. E questo vale anche dal punto di vista della critica. Poi, certo: il fatto che un quadro o una statua abbiano come fine solo il godimento estetico mentre una sedia o un tavolo abbiano anche una utilità, è qualcosa di importante; non c’è dubbio. Ma il fatto che una sedia o un tavolo abbiano una utilità non significa che non possano essere anche un’opera d’arte. E poi: come si decide che un oggetto è bello o non lo è? Il gusto cambia ogni cinque anni, dieci anni. Non solo cambia il gusto del tempo. Anche il gusto personale. Non sempre quello che tu trovi bello e importante a vent’anni continuerai a trovarlo bello anche a trenta o a cinquanta.  O a novanta”. Novant’anni anni, nato a Santiago di Cuba nel 1936, discendente di un’influente famiglia locale – il padre fu Ministro della Cultura di Fulgencio Batista poco prima della rivoluzione cubana: “morì nel 1952 quando avevo 16 anni” – lunghi viaggi fra Stati Uniti e Europa, dove si stabilì al momento della presa del potere di Fidel Castro decidendo di non fare mai più ritorno nel proprio Paese, studi universitari a Firenze dove fu allievo di Roberto Longhi, e poi – dal 1971, senza più abbandonarla – Roma, dove era arrivato la prima volta nel 1955 (“Perché ho deciso di vivere qui? Perché è la città più bella che esista”), Alvar González-Palacios, naturalizzato italiano ma con un elegante e ostinato accento cubano, con i suoi libri ha offerto uno dei contributi più importati sulla storia delle arti decorative, con una predilezione per l’area italiana, francese e spagnola. Titoli: Il tempio del gusto (1984), Il gusto dei principi (1993), Arredi e Ornamenti alla corte di Roma (2004), Nostalgia e invenzione: arredi e arti decorative a Roma e a Napoli nel Settecento (2011). Sguardo disincantato, occhio affilato, autoironico, raffinato connoisseur e storico dell’arte, professore e collezionista, González-Palacios  è un intellettuale e un uomo di mondo che, girandolo, ha conosciuto tutti i grandi collezionisti e antiquari del Novecento, e poi artisti, studiosi, direttori di museo, miliardari e gentildonne,  editori,  mecenati, aristocratici… da Federico Zeri a Jean Paul Getty, da Umberto Allemandi a Mario Praz, da Harold Acton a Vittorio Cini, da Jean-Michel Basquiat a Costantino Bulgari, da Madelaine Castaing a Bernard Berenson, da Alberto Arbasino a Peggy Guggenheim, da Liliane de Rothschild e Anthony Blunt… Pezzi di storia e pezzi d’arte. Una vita fuori dall’ordinario, fra Bellezza e Bizzarria, alla ricerca di una risposta alla domanda: ‘Che cos’è il gusto nell’arte e nella vita?’. E qual è la risposta? “Forse il duende di cui parla Federico García Lorca, una forza misteriosa che possiede l’artista, un qualcosa che qualcuno ha e moltissimi non hanno. Un incanto misterioso, una qualità ineffabile. Qualcosa che è ovvio quando manca, ma può sfuggirci quando c’è davvero”. Un dono che può possedere solo l’artista o anche l’artigiano? “Le arti sono state spesso distinte in maggiori e in minori, specialmente in Italia, forse a causa di una cultura idealista che da noi ha resistito più a lungo che in altri Paesi. Penso che tutti gli aggettivi usati per spiegare le arti siano spesso inutili. Forse il meno offensivo è ‘arti decorative’, quello spregiativo ‘arti minori’. Chi stabilisce che un oggetto è un’opera d’arte con la maiuscola o con la minuscola? Dividere l’arte fra grande arte e piccola arte è una presunzione. Il fatto che un artista sia un grande artista, per esempio un grande scultore, non significa che non sappia fare un bel disegno. In molti casi lo sa fare benissimo. Mobili, pietre, marmi, gioielli: tutto può fare parte dell’arte. Non perché è un mobile non deve essere arte. È come è fatto quel mobile che lo fa essere un’opera d’arte o meno. Io mi sono specializzato in questo ambito perché quando ero giovane, sono arrivato in Italia e dovevo guadagnare per vivere, ero un esiliato. Ho iniziato ad occuparmi di primitivi toscani verso i quali, a un certo punto, fra Settecento e Ottocento, in Italia si assistette alla nascita di un grande interesse collezionistico. Poi mi sono avvicinato ad Ambrogio Lorenzetti e il suo tempo; e, con lo stesso impegno, con lo stesso sguardo e con lo stesso rigore scientifico che si applica all’analisi di una scultura, di un edificio o di un dipinto, mi sono dedicato a cose apparentemente più facili, per alcuni banali, cioè gli oggetti. Ad esempio i mobili di Giuseppe Valadier, architetto, orafo e argentiere fra i più importanti del periodo neoclassico; e mi sono specializzato in pietre dure, soprattutto delle collezioni reali spagnole, e poi negli orologi e nei bronzi… Insomma, mi sono occupato un po’ di quello che mi piaceva, un po’ di quello che mi chiedevano. Ma la mia scelta non dipendeva da ciò che era considerato più o meno importante nel mondo degli studi, ma dal fatto che pochi studiosi se ne interessassero in Italia. Molti miei amici, in Francia o Inghilterra, si occupavano anche di oggetti ai quali qui, per non dispiacere a Longhi, nessuno voleva avvicinarsi; e io ho detto ‘Se lo fanno loro, perché non lo dovrei fare io?’. Io davvero non vedo che cosa ci sia di male a occuparsi di una sedia. Solo, bisogna vedere che sedia è. Ad esempio, Andrea Brustolon, un veneto che ha vissuto fra Seicento e Settecento, ha realizzato delle sedie e delle poltrone piuttosto straordinarie. Ripeto: tutto dipende da come uno guarda le cose. Non bisogna cadere nei pregiudizi. Lo stesso vale se consideriamo il rapporto tra artigiano e artista. Quando un artigiano diventa un artista? Semplicemente dipende da quello che fa. Ci sono artigiani che sono artisti e artisti che non sono artigiani, perché non sanno fare le cose bene. L’artigiano è chi fabbrica degli oggetti, ma lo fa in una maniera che non arriva alla grande arte, cioè senza originalità, e allora resta un operaio. Perché si possa parlare di artista, invece, occorre che ci sia una dose di immaginazione e di invenzione che la persona media non ha. Se tu fai un mobile e lo fai uguale ad altri trenta, allora non è un’opera d’arte, è un oggetto seriale. Se invece crei una linea diversa, lo decori, lo orni in una maniera nuova, come nessuno lo ha fatto prima, allora è arte. Pensiamo ad André-Charles Boulle, vissuto a Parigi fra Seicento e Settecento, un ebanista, ma anche scultore, cesellatore e decoratore, famoso per una sua tecnica particolare nella lavorazione dei mobili. Lui ha inventato uno stile. Un genio assoluto, pur essendo innanzitutto un artigiano. Aveva una capacità manuale strepitosa nel modellare il bronzo e il legno, tanto che le sue sedie non si possono confondere con quelle di nessun altro. Aveva un dono, qualcosa di divino, una inclinazione particolare che alcune persone hanno e altre no. È il colmo dell’ingiustizia, lo so, ma è così. Voglio dire che ciò che differenzia un oggetto normale da un oggetto d’arte è il grado di perfezione che si raggiunge nella sua realizzazione. E i due estremi sono il capolavoro e la banalità. Vede quel mobile che è dietro di lei? Direi che non è un oggetto banale… È d’accordo?”. Dietro di noi c’è un mobile con cassetti decorati in pietre dure, del tardo Seicento – una cosa affatto banale, diciamo meravigliosa… – probabilmente uscito dalla Galleria dei Lavori istituita a Firenze nel 1588 dal Granduca Ferdinando I de’ Medici e che poi nell’Ottocento prese il nome di Opificio delle Pietre Dure. Per il resto, la casa di Alvar González-Palacios, un appartamento nel centro di Roma, a Palazzo Caetani, dove la finestra della camera degli ospiti guarda il Vittoriano e quella della sala da pranzo s’affaccia su Largo Argentina, è un labirinto di stanze stracolme di opere d’arte e di oggetti. Dipinti di scuola bolognese del tardo Seicento, porcellane cinesi, antichi vasi romani (“Ma non sono di fattura così pregevole…”), in camera da letto tre pannelli dipinti su tela (“Tardo Settecento piemontese, li acquistai in un mercatino delle pulci a Parigi, ma era una serie di sei, da allora continuo a cercare gli altri pezzi”), una consolle in legno e alabastro, una angoliera inglese a chinoiserie, in bagno antiche mattonelle persiane murate nelle pareti, e poi bronzi, tavolini, lampade (“Ogni pezzo è una scelta precisa, tenendo conto dei miei mezzi, che sono stati sempre limitati; i miei gusti in verità implicherebbero una quantità di denaro che non avrò mai…”), e poi miniature, disegni, dodicimila volumi, due grandi librerie (“Le ho disegnate io”), e ancora lacche, stampe, sculture. Opere di artisti minori e pezzi di alto artigianato.   “Gli artisti nel corso della storia spesso hanno sfruttato gli abili artigiani. È sempre successo. Ma come un artigiano può essere un artista, così un artista può essere anche un grande artigiano. Una cosa non esclude l’altra. Michelangelo, ad esempio, è stato anche un grande artigiano. A qualcuno il termine ‘artigiano’ riferito a Michelangelo non piacerà; ma resta il fatto che pochi altri nel corso dei secoli hanno saputo lavorare il marmo come lui; e che ha saputo disegnare come pochissimi altri come lui. La verità è che un grande artista, se non è anche un bravo artigiano non funziona. Come fai, se no, a creare un’opera d’arte? Devi essere bravo anche manualmente; non basta solo l’idea; anche se è altrettanto vero che se non hai una buona idea, non avrai mai una vera opera d’arte”. Ma un artista può anche non saper fare delle cose, non saper usare gli strumenti dello scultore o del pittore e essere comunque un artista riconosciuto da tutti. Un artista concettuale, per esempio.  “Ma non è detto che lo resti. Vedremo. Oggi la critica pensa così, fra cinque anni magari cambia idea. Non basta un giorno per fare un grande artista. Qui siamo nel campo delle mode. Uno può essere molto amato in un certo momento e qualche anno dopo sparire. Non per ingiustizia, ma perché cambia il gusto. L’arte non è mai uguale. Quello che piace oggi non sarebbe piaciuto nel 1950 e non è detto che piacerà allo stesso modo nel 2050. L’oggi dura solo 24 ore. Poi finisce. La moda e il gusto distruggono tutto o lo esaltano. Il punto è che a volte guardi le cose superficialmente, poi le riguardi e noti particolari e aspetti che ti erano sfuggiti. Bisogna essere sempre disposti a cambiare le proprie idee, a migliorarle, ad affinarle. Non è mai tutto definitivo. Certo, andare contro il proprio gusto – tenendo per buono che lo si abbia – non è facile. E non bisogna cedere alle mode”. Il design è una moda? “Il design? Che cos’è il design? È solo un modo come un altro di indicare quello che si è sempre chiamato ‘disegno’. Non è un’invenzione della modernità. Design – anzi, ‘desàin’ come si dice qui – è una parola che si riferisce alle cose fatte per secoli con una matita su un pezzo di carta. Qualcosa che esiste da sempre; solo che si chiamava il disegno. Infatti a Firenze c’è l’Accademia del Disegno. Il design sembra che sia una cosa nata negli anni Venti del Novecento e che prima non esisteva. Ma quando mai? Qualsiasi artista prima di fare una cosa deve per forza fare un disegno, o no? Se nel Medioevo un magister operis progettava una torre, per prima cosa faceva un disegno. Se nel Rinascimento un architetto progettava una cupola, prima faceva un disegno. Se nell’Ottocento un artista costruiva un mobile, prima faceva un disegno… Non c’è altro modo di fare le cose. È sempre stato così e lo sarà sempre. Oggi, ad esempio, nelle aziende automobilistiche c’è un creativo, un artigiano, un artista o un designer che parte da un disegno originale, innovativo, che non si è mai visto prima, sulla base del quale realizzare un’automobile con una sua linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche un’automobile essere un’opera d’arte? Sì, certo che può esserlo, anche se dopo che si sono fatte tre macchine una copiata dall’altra la cosa non funziona più. E allo stesso modo nel Settecento c’era un disegnatore, o un artigiano, o un artista – non esistevano ancora i designer – che partiva da un disegno originale, innovativo, che non si era mai visto prima, sulla base del quale realizzava una carrozza con una sua linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche una carrozza essere un’opera d’arte? Sì, certo che può esserlo. E io le ho viste. Una automobile, una carrozza, un bicchiere. Sono esattamente la stessa cosa. E tutto parte sempre da un disegno. Cambia la moda, cambia il modo di vedere quegli oggetti, cambiano i gusti; ma il processo è il medesimo. Si chiama arte”. Luigi Mascheroni ** S’intitola “Applicazioni/Applications”, ed è il nuovo numero, che esce in questi giorni, della rivista “La Biennale di Venezia”, uno dei prodotti editoriali più affascinanti apparsi in Italia negli ultimi anni. Tornata a nuova vita nel 2024 (dopo 53 anni di silenzio editoriale) per volontà di Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Biennale, e Debora Rossi, direttrice dell’Archivio storico, la rivista è oggi diretta da Luigi Mascheroni. Ha cadenza trimestrale, è internazionale e monografica: ogni numero è dedicato a un argomento che viene declinato nei diversi ambiti di interesse della Biennale (arte, architettura, cinema, danza, musica, teatro, moda), ma anche letteratura, scienze, filosofia… «La Rivista è una delle attività che prendono forma dal nostro Archivio storico», spiega il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. «Il patrimonio che custodisce la memoria dell’Istituzione, composto da documenti, fotografie, video, manifesti, rassegne stampa e molto altro, si trasforma in materia viva per progetti editoriali, mostre, percorsi di ricerca e produzioni speciali». Il numero “Applicazioni/Applications”, in particolare, esplora il rapporto tra le nuove forme della creatività e indaga i diversi modi in cui l’arte entra nella quotidianità al tempo della sua inconsapevolezza: quella di essere arte. Fra design e società, artigianato e industria, cultura materiale e digitale. Tra i contributi di questo numero, quello di Lilli Hollein, direttrice del MAK, il Museo di Arti Applicate di Vienna; di Brendan Cormier, curatore del Victora and Albert Museum di Londra; dell’architetto danese Bjarke Ingels; di Julio Luzán, che mette in luce il dialogo tra saperi artigianali e innovazione tecnologica nella creazione degli effetti speciali nell’industria cinematografica; e del regista e artista Julian Schnabel. Qui pubblichiamo in anteprima l’intervista di Luigi Mascheroni allo storico dell’arte Álvar González-Palacios. *In copertina: Álvar González-Palacios; photo Lorenzo Castore per La Biennale di Venezia, 2025 L'articolo “Anche un bicchiere può essere un’opera d’arte”. Dialogo con Alvar González-Palacios, fra Bellezza e Bizzarria proviene da Pangea.
January 15, 2026 / Pangea
Dipingere il grido. Il campo di concentrazione di Francis Bacon
Finito il servizio di leva sono partito per Londra, senza pensarci troppo e con pochissimi soldi in tasca, soldi che mi sarebbero bastati per appena un paio di settimane, poi si trattava di guadagnarli in qualche modo, e allora pulizie in un albergo, barista in un locale gestito da italiani all’interno di uno dei tanti parchi della città, ricavando quel tanto che bastava per l’affitto salatissimo di una stanza, finendo, di settimana in settima, sempre più in periferia con la speranza di pagare meno e trattenere qualcosa per sopravvivere più decentemente.  Sarà stato il secondo giorno di permanenza nella capitale inglese quando, passeggiando per le vie del quartiere residenziale dove mi ero appoggiato inizialmente in casa di amici italiani, arrangiandomi con un materasso gettato sul pavimento, mi sono imbattuto in un corpo riverso a terra. Un uomo, avrei detto di mezza età, con in dosso un pigiama a righe. Il volto era irriconoscibile, perché la faccia era schiacciata sul marciapiede; gli arti avevano assunto una posizione innaturale, disarticolata, come se le ossa si fossero staccate dal corpo, o non fossero più necessarie a reggere l’intera struttura.  Era una giornata soleggiata, tirava appena un filo di vento che ondulava la chioma di capelli folti e lisci dell’uomo che si era gettato dalla finestra di una stanza d’hotel. Doveva essere successo da pochissimo, perché erano accorse appena un paio di persone già con il telefono in mano probabilmente per chiamare polizia e ambulanza. Sono rimasto solo qualche secondo a guardare quel corpo senza più forma sdraiato a terra, fissandomi sulla grossa ferita che aveva sulla testa, una macchia di sangue viva dovuta all’impatto che gli aveva strappato dal cranio una ciocca di capelli. Quella ciocca, intera, incollata a un grumo di sangue, stava galleggiando a pochi passi dal cadavere, quasi fosse una parte del corpo che defluiva e andava a disperdersi, come fosse la sola cosa viva che tornava a mischiarsi nel mondo – una traccia, un segno. A quell’episodio, a quel corpo, negli anni, ho ripensato tante volte. È la prima immagine che ho avuto di Londra. Certo un’immagine per niente rassicurante ma che col tempo si sarebbe mischiata ad altre, come a comporre una rete di significati. Incontrare quel corpo, assistere a quel dramma, era stato soltanto un caso, ma non so per quale ragione, più tardi, l’ho associato all’attrazione che subivo per le opere di Francis Bacon. Mi viene in mente uno degli ultimi dipinti dell’artista irlandese, Sangue per terra del 1988, in cui pare imiti Rothko in quella tripartizione della tela in grandi fasce orizzontali di colore: nero, un bianco sporcato da ombre verdognole, infine un grigio intenso. E quella macchia di sangue al centro che risalta come da un’oscurità. Quella macchia di sangue che resta sola senza più il corpo da cui proviene, come una stigmate di eternità deprivata di un Io.  Francis Bacon, Blood on Pavement, 1988 Ma quella residenza di qualche mese a Londra non mi aveva portato a visitare alcun museo o galleria. Ancora troppo giovane e troppo ignorante per comprendere. Bacon lo avevo scoperto soltanto più tardi, negli anni universitari, seguendo percorsi assolutamente personali che mi avevano avvicinato all’arte mentre studiavo letteratura. Eppure, quella vicinanza, quell’ossessione che sentivo per le opere di Bacon, avevano a che fare con la mia permanenza a Londra e con la prima immagine che avevo vissuto. Quando ero partito senza sapere realmente il motivo che mi spingeva altrove, cercavo una risposta a delle forze interne a cui non sapevo dare un nome e che mi angosciavano, ma che, in quei quadri, visti e studiati anni dopo, capivo erano riuscite a diventate figure. Quelle figure non solo richiamavano il suicidio di quell’uomo a cui avevo assistito ma pure la permanenza a Londra che mi aveva scioccamente portato a evitare qualsiasi giro turistico, gettandomi piuttosto nelle sue zone d’ombra, nel suo sotterraneo aspetto conturbante. Non l’operosa Londra di superficie, ma quella notturna, oscura, abitata da fantasmi, quella dove perdersi era semplicissimo.  Quando cerchiamo noi stessi, quando non siamo capaci di dare una risposta a quelle forze interne da cui siamo dominati, è dal fondo che ci sentiamo attratti, come se solo in quel sottosuolo, solo in quel buio in cui l’esistenza va a rifugiarsi trovassimo uno spazio che accolga l’assenza di significati, come volessimo farci risucchiare da un tubo di scarico – Bacon lo aveva ritratto più volte ma con maggiore efficacia in Figura in piedi davanti a un lavandino, nel 1976 –, come se tutte le forze dell’Io premessero in un buco, obbedissero di conseguenza a un vortice, a un risucchio, fino a disarticolarci, succhiando via l’Io da se stesso. Allora, capita che per capirci si senta la necessità di cancellarci, di violare perfino il nostro volto, troppo riconoscibile per essere vero, che la violenza di quelle forze interne ed oscure ci ponga di fronte alla falsità del nostro viso per far emergere soltanto quella forza, per mettere in evidenza soltanto un’ombra, ma un’ombra fatta di carne: trafitta, ferita, sanguinante. Una mostruosità tutt’altro che disumana, al contrario umanissima, perché svela quanto sotto il dominio delle forze interne l’uomo diventi animale, nel senso che meglio rivela la propria anima – Bacon avrebbe usato la parola “realtà”. Ecco, quella realtà, nei dipinti di Bacon, è espressa in tutta la sua violenza. Una violenza che è prima di ogni cosa una forma di violazione.  * Il tradimento dei codici, la trasgressione della morale, Bacon li visse fin dalla giovane età. Il padre, un ex militare finito ad addestrare cavalli, lo sorprese che indossava la biancheria intima della madre. Francis, cacciato di casa – aveva sedici anni –, cominciò a vagabondare per l’Europa. Berlino e Parigi, nella quale scoprì di voler diventare pittore vedendo una mostra di Picasso e La strage degli innocenti di Poussin, dove il grido di quella madre in primo piano lo avrebbe sconvolto, cercando di replicarlo in moltissime opere. Ma è Londra che diventerà la sua casa per il resto dell’esistenza. Qui che conosce il successo e la perdizione. Sopravvive giocando d’azzardo, o compiendo piccoli furti, facendo le più pericolose avventure omosessuali – quando l’omosessualità era un reato Bacon la viveva con una libertà e un coraggio fuori dal comune –, passando il più del tempo nei locali di Soho, il quartiere notturno per eccellenza, quello delle prostitute e della trasgressione, stringendo amicizie con artisti come Lucian Freud (al quale dedicherà molti Studi), o il fotografo Deakin, che molto lo influenzerà per lo studio delle figure umane, ubriacandosi per l’intera notte, e il mattino successivo non ricordando nulla di quanto era accaduto qualche ora prima, salvo già all’alba mettendosi al lavoro, perché i postumi della sbornia, diceva, lo aiutavano a concentrarsi solo sulla pittura.  Francis Bacon, Figure at a Washbasin, 1976 Questo continuo desiderio di cancellarsi, di annichilirsi; questo calarsi di continuo negli abissi; questo camminare sull’orlo di un precipizio, mettendo a rischio la vita, spingendola fino al limite estremo in cui convivevano il massimo della dissoluzione e la più estrema vitalità. Quasi che da lì, da quel luogo in cui non si era più, Bacon sperimentasse quanto al fondo di se stessi, dimentichi del ruolo che si assume in società, del volto che si indossa per incontrare il mondo, l’uomo si abbandonasse al dominio di un demone che lo abitava e che era costretto a mettere a tacere. E l’arte, in Bacon, non era vissuta diversamente, era un fatto totale. Con l’opera stabiliva addirittura un rapporto simbiotico, il colore con cui prendevano forma le sue figure ce lo aveva addosso e lo spalmava sulla tela anche con le mani, lui stesso divenendo l’ombra di quella figura ritratta, con cui combatteva, da cui si lasciava dominare.  * Nello studio del corpo umano, Bacon usava spesso delimitare le figure che ritraeva in uno spazio circoscritto: un tappeto, un cubo, un letto, un lavandino, uno specchio, una circonferenza ovoidale d’acciaio. Questi spazi circoscritti, secondo le dichiarazioni dello stesso Bacon, erano un modo per restringere le dimensioni della tela così da riuscire a vedere meglio la figura. Ma cosa significa vedere meglio la figura? Non sarebbe bastata una tela di dimensioni più ridotte?  La verità è che tutti quegli spazi circoscritti sono un campo di concentrazione. Bacon sembrava intrappolare le sue figure per meglio far emergere la sensazione che ne aveva. Che fosse una sola figura o ne fossero due nello stesso campo, è chiaro che si trattava sempre di una lotta. Una lotta con forze che spingono da dentro e una lotta con forze che spingono da fuori.  Molto spesso, quando i corpi sono due, li si vede intrecciati, la gamba di una figura si mischia e prende il posto dell’arto dell’altra figura. Le forme si contraggono, si dilatano, si disossano, i muscoli si gonfiano creando protuberanze innaturali, le teste si schiacciano o scompaiono nella schiena dell’altra figura – qualcosa che ricorda lo stesso gesto compositivo di Cézanne con le sue Bagnanti. Quelli di Bacon erano chiaramente atti sessuali. Ma una sessualità mai rappacificata. L’erotismo, la sessualità erano un modo per guardare in faccia l’indicibile – per spingere il corpo verso l’impossibile. Una lotta estenuante e impronunciabile della vita con la propria stessa morte.  > “Se ami davvero la vita”, confidava al giornalista e amico Daniel Farson, che > diventerà il suo biografo, “cammini all’ombra della morte… La morte è l’ombra > della vita e più si è ossessionati dalla vita più si è ossessionati dalla > morte”.  Eros e Thanatos. Pulsione di vita e pulsione di morte. Atto creativo e autoannientamento. Non l’una cosa nell’altra ma separate e in lotta. Coesistenza di due potenze che agivano in eguale misura. Non c’è luttuosità nei quadri di Bacon, ma forze che agiscono senza provocare alcun moto. Piuttosto sono energie liberate, ombre che palpitano, che pretendono una forma, che gridano la loro verità rivelata. Per questo Bacon poteva parlare tanto spesso di accidentalità mentre dipingeva. La figura ritratta doveva rispondere a quella sensazione, o quelle sensazioni che il pittore in quel momento liberava. La figura era di conseguenza soggetto e oggetto del dipinto. Mentre la figura lottava con se stessa o con un’altra figura, un’altra lotta era già avvenuta, quella di chi la ritraeva. Una pennellata sbagliata, dichiarava Bacon, avrebbe potuto mandare all’aria tutto. E questo è comprensibile, perché nell’accidentalità del metodo pittorico il caso doveva rispondere alla verità di una sensazione – e allora rispondere a quel demone, dargli una forma, necessitava anche di una disciplina rigorosissima. Non è un caso che lo stesso soggetto, lo stesso motivo diventasse molto spesso un trittico, anche se Bacon affermava che, quando sceglieva il motivo, quando lo cominciava a ritrarre, avrebbe potuto dedicargli molte più tele, perché a quel punto, ciò che sentiva assumeva forme ogni volta nuove pur non allontanandosi mai dal vero, come dire dalla cosa originaria che le aveva generate.  > “Ed è questa l’ossessione”, dice in una delle interviste che rilascia al > critico d’arte David Sylvester, “quanto puoi rendere questa cosa somigliante > nella maniera più irrazionale? In modo da ricostruire non solo l’apparenza > dell’immagine, ma anche tutti i campi sensibili di cui hai consapevolezza. > Vuoi aprire, se possibile, così tanti livelli del sentire che non c’è spazio > per tutti”.  * Tra gli artisti del passato di cui Bacon negli anni ha fatto menzione, ci sono certamente Poussin, Picasso, Cézanne, Van Gogh, ovviamente Velázquez e il suo ritratto di Papa Innocenzo X che ha provato a rielaborare in più occasioni. Andando più indietro, ha fatto anche il nome di Cimabue, specialmente ragionando sulla Crocifissione. Diceva che guardandola immaginava la figura di Cristo rivolto a testa in giù (così come nelle sue di Crocifissioni posizionava la sua carne macellata) e notava come la sinuosità del corpo pareva farlo scivolare verso il basso “come un verme”. Un movimento di linee che certamente lo ha influenzato non soltanto per le serie sulle Crocifissioni ma per quel defluire delle figure che sembrano fuggire da se stesse, liquefarsi, quasi che l’ombra che producono fosse materia densa o carne dissolta. Scartabellando le sue interviste non mi pare però abbia fatto mai il nome di Masaccio. Eppure per più di un motivo sono convinto che Bacon debba molto al genio rinascimentale.  In un piccolo viaggio in giornata a Firenze per andare a vedere le sue opere nel periodo universitario, nella Cappella Brancacci della Chiesa di Santa Maria del Carmine, sono stato a lungo a osservare gli affreschi, certo influenzato nello sguardo dalla lettura che avevo fatto del celebre saggio di Roberto Longhi Fatti di Masolino e Masaccio. Ma la cosa che mi aveva colpito e sulla quale più mi ero soffermato erano i corpi di Adamo e Eva cacciati dal Paradiso Terrestre. Ecco, io credo che in quell’affresco Masaccio abbia voluto far emergere la nascita dei corpi. Che con il peccato originale e la cacciata dall’Eden quello che nasce è l’essere umano con un corpo fisico, fatto di carne, mortale. La mortalità della carne non è espressa solo nella vergogna di Adamo, che schiaccia il viso con le mani – cosa che Bacon ripete spesso, quella di cancellare gli occhi e nascondere il volto, a volte con un panno, spesso con un ombrello scuro, quasi che il volto fosse la prova di quella vergogna, la vanità del vedersi riflessi, di percepirsi come si è. E nemmeno soltanto nella deformazione del volto di Eva, che rassomiglia già a un cadavere per come apre la bocca sbigottita dalla propria disperazione – quelle bocche aperte che in Bacon sono il grido che, come disse una volta in un’intervista, è “la coagulazione del dolore, della disperazione”. A osservare bene l’affresco si nota anche che i corpi dei due primi uomini producono ombre, la loro ombra li accompagna nella discesa sulla terra. Masaccio introduce nell’arte l’espressione della mortalità dei corpi prima di chiunque altro. Ma si potrebbe dire ancora meglio. Che la nascita di un corpo produce contemporaneamente anche la sua mortalità. “La morte è l’ombra della vita e più si è ossessionati dalla vita più si è ossessionati dalla morte”, aveva detto Bacon.  Francis Bacon, Triptych, 1972 Bisognerebbe osservare il Trittico dell’agosto 1972 conservato alla Tate Gallery di Londra, che sono andato a visitare molti anni dopo la mia prima permanenza nella capitale inglese. Si tratta di uno dei ritratti che Bacon ha dedicato al suo compagno George Dyer. Nonostante il suo corpo fosse comparso anche prima di quella data nelle tele dell’artista, è da qui che Bacon entra con maggiore ferocia nella propria ossessione.  Nell’ottobre del 1971, George e Francis erano in Francia per una grande retrospettiva che era stata organizzata a Parigi per Bacon. Ma due sere prima dell’inaugurazione tra i due era scoppiata una delle tante liti che connotava il loro rapporto burrascoso. L’artista aveva così deciso quella notte di non dormire col suo compagno. Ma quando la mattina successiva era rientrato in quella stanza d’hotel dove lo aveva lasciato, aveva trovato Dyer steso a terra, morto per un miscuglio di alcol e barbiturici. È quella morte che Bacon ritrae nel Trittico. E mi sembrava d’essere tornato a Londra vent’anni dopo per dare un’immagine a quello che avevo visto la prima volta che vi ero stato. Una grande porta aperta fa da sfondo a tutte e tre le tele, ma quello che vediamo oltre la soglia è soltanto un grande buio, una minacciosa oscurità. La figura seduta sulla sedia e davanti la porta, sembra mano a mano farsi assorbire dal buio che incombe. Porzioni di corpo – il busto nella tela di sinistra, il braccio e la spalla sulla tela di destra – scompaio inghiottiti dall’oscurità, mentre gli arti inferiori sembrano sciogliersi sul pavimento, trasformarsi in ombre. L’ombra di quella figura non è grigia o scura per una maggiore o minore influenza della luce ma diventa una macchia rosa, quasi un’appendice del corpo, come se la vita intera stesse scorrendo via da lui. Ma è nella tela centrale che si compie realmente il dramma. Ora la figura non è più seduta. Il corpo è già riverso a terra e pare aver perso già tutti i suoi connotati di riconoscibilità. Ma ci si accorge che non si tratta di una sola figura ma di due sovrapposte. Quello che si sta compiendo nella tela centrale è un atto sessuale o un omicidio. È qui che Bacon esprime anche il suo senso di colpa. Di quella morte, della morte di Dyer si sente in una certa misura responsabile. Ma esprime anche qualcosa di più, e forse anche di più terribile. Che nell’amore c’è qualcosa di assolutamente distruttivo. E in arte quella morte nasce, nel senso che si manifesta come qualcosa di vero e tangibile, da un atto d’amore, e ogni atto d’amore è un atto di nascita e di morte – come tornando all’origine da cui tutti veniamo, come nel peccato originale nasciamo dentro la nostra stessa consapevolezza di mortalità.  * Probabilmente forzo l’interpretazione, ma non smetto di pensare a Masaccio, questa volta non quello della Cappella Brancacci ma quello della Trinità a Santa Maria Novella. Bisogna concentrarsi sulla composizione, e tutti gli interpreti sono d’accordo nel riconoscere che quella scena così circoscritta in un’architettura – il Cristo crocifisso, Dio alle sue spalle in piedi su un altare ma dalle dimensioni assolutamente umane –, sia l’eredità che Masaccio prese dall’ingegno architettonico di Brunelleschi. Le due colonne, l’arco, l’architrave e la volta a cassettoni che dà il senso della prospettiva, un punto di fuga alle spalle che inghiotte le figure, tanto che lo stesso Vasari aveva commentato che quella parete pareva fosse bucata. Bisogna pensare a dove è posto quell’affresco. Alle spalle della parete Masaccio era perfettamente consapevole che si trovava un cimitero, il cosiddetto “chiostro dei morti”. Quasi che avesse voluto mettere in evidenza la mortalità di Cristo, di cui è prova anche il sarcofago ai piedi della scena. Sul piano di marmo è steso uno scheletro accompagnato da una scritta: «io fui già quel che voi siete e quel ch’io son voi ancor sarete». Quell’architettura è, in termini baconiani, un campo di forze e una “messa in scena” addirittura teatrale.  Sappiamo quanto Bacon fosse lontano dal credere a una possibile resurrezione dei corpi; estraneo a lui il pensiero cristiano o teologico della vita. Ma sapeva pure che l’arte, nel corso dei secoli, attraverso il pensiero cristiano, aveva sperimentato il proprio genio costruendo dei modelli dai quali era impossibile prescindere. Ora, se prendessimo un quadro del 1946, Painting, forse si esagererebbe a metterlo accanto alla Trinità di Masaccio, ma vale la pena fare uno sforzo di immaginazione e osservazione. Ha raccontato più volte di come sia nato per caso. Voleva dipingere un rapace e uno scimpanzé ma i primi segni di colore sulla tela lo avevano portato da tutt’altra parte. Ancora la sua idea di caso e accidentalità. Eppure qui sono concentrate diverse figure che compariranno spesso in opere successive. Una grande carcassa di carne animale è la figura crocifissa al fondo della prospettiva. Davanti alla crocifissione un uomo in abiti scuri, il volto coperto da un ombrello evidenzia la bocca aperta che mostra la dentiera – un grido, uno spavento, una forma di terrore. Questa figura doveva essere l’immagine del potere, forse di un dittatore, o comunque di un’autorità non specificamente definita. Sotto di lui dei microfoni, come si fosse preparato per un comizio o un annuncio. L’intera figura, come spesso accade, è circoscritta in una gabbia metallica. Lo sfondo di tutto il quadro sembra una parete circolare, quasi fosse una cappella, o, appunto, una scena teatrale. I colori della parete sono rosa con tre riquadri, quasi delle nicchie o dei cassettoni, di un rosa più scuro. Ricordo che la prima volta che ho visto la Trinità di Masaccio ho guardato il colore dei capitelli, degli archi e dell’architrave scoprendomi a pensare che il famoso rosa di Bacon (così spesso utilizzato) era da qui che proveniva. Bacon però compie sulla Trinità una dissacrazione, o, ancora, una violazione. Non c’è più un Dio che sostiene il corpo crocifisso di Cristo e che pure lo trascina indietro, spinto dalla prospettiva oltre la parete, verso il “chiostro dei morti”. In Bacon la scena è capovolta. C’è una bestia crocifissa che preme e incombe sull’autorità di quella figura che non ha più nulla da declamare se non la propria realtà di essere mortale. Lo spazio circoscritto di Masaccio, che suggeriva una fuoriuscita verso l’esterno, un inghiottitoio dietro le quinte, in Bacon diventa una tragedia che non trova vie di fuga, né alcuna possibile salvezza. L’autorità di quella figura non ha più alcun potere, né religioso né temporale. La scoperta della propria mortalità causa un grido muto; un grido che spezza la voce, disarticola la parola per restare violentemente solo sulla scena: solo e soltanto immagine. “Gridiamo esclusivamente perché siamo in preda a forze invisibili e impercettibili che offuscano ogni spettacolo e travalicano persino il dolore e la sensazione”, scriveva Gilles Deleuze nella monografia che dedica a Bacon, Logica della sensazione, e aggiungeva:  > “Bacon dipinge il grido, in quanto mette la visibilità del grido, la bocca > aperta come voragine d’ombra, in rapporto con forze invisibili, che non sono > poi altro che le forze dell’avvenire”. * Se una cosa è possibile esprimerla a parole è assolutamente inutile dipingerla. Questa estrema convinzione Bacon l’ha ripetuta più volte, ironizzando sulle interpretazioni che venivano date ai suoi dipinti. Ed effettivamente quei campi di forze dove imprigiona le figure non narrano nessuna storia, non rimandano ad alcuna trama da tradurre o decifrare. Quello spazio chiuso, reso ancora più distante allo spettatore dalla barriera del vetro che pretendeva sulle sue cornici, potrebbe essere un mondo sospeso e impenetrabile nel quale guardarsi ma come in sogno, o in uno stato di trance. Quasi che la figura imprigionata solo lì potesse mostrarsi per quello che è, esprimere la propria realtà, la propria segreta lotta tra la vita e la morte. Anche quando l’immagine suggerisce un evento, come la crocifissione, o anche una corrida o un atto sessuale, quello stesso evento accade in uno spazio che, da fuori, resta e deve restare oscuro. “Fra l’idea/ E la realtà/ Fra il gesto/ E l’atto/ Cade l’Ombra”, recitano i versi di Gli uomini vuoti (1925) di T.S. Eliot, un poeta che Bacon ha amato molto. E continua: “Fra il desiderio/ E lo spasmo/ Fra la potenza/ E l’esistenza/ Fra l’essenza/ E la discendenza/ Cade l’Ombra”. È come se Bacon avesse voluto fermare per sempre quel momento di tensione estrema in cui le cose stanno per accadere, e l’intera figura si concentra in un solo campo di forze un attimo prima che tutto avvenga: la realtà, il gesto, il desiderio, la potenza. Prima, anche, di trovarsi in un altro regno, un aldiqua o un aldilà di cui non sappiamo nulla – perché la vita e la morte rispondono a uno stesso mistero, entrambe nascondono in potenza un segreto. In quell’attimo la figura “cade” dentro la propria stessa “Ombra”. Un’ombra che non può essere in alcun modo descritta, che resta intrappolata nel suo mistero, un mistero terribile e umanissimo, in cui l’Io esplode da se stesso, entrando nel proprio spazio vuoto, nella propria mancanza, nella propria ferita. Ma, ed è questa la consapevolezza a cui arriva Bacon, pur raggiungendo l’origine del dolore, pur toccando la concretezza di quell’ombra che ci abita, non abbiamo altra scelta che continuare a interrogarci, ripetere quel gesto che spezza la parola e immobilizza il grido. “Gli occhi non sono qui/ Qui non vi sono occhi”, scrive Eliot, “In questa valle di stelle morenti/ In questa valle vuota/ Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti/ In quest’ultimo dei luoghi d’incontro/ Noi brancoliamo insieme/ Evitiamo di parlare”. Andrea Caterini *In copertina: Francis Bacon, “Painting”, 1946 L'articolo Dipingere il grido. Il campo di concentrazione di Francis Bacon proviene da Pangea.
January 7, 2026 / Pangea
L’Italia e Kandinskij. Ovvero: ecco perché l’Astrattismo nasce con Balla
Il MaGa di Gallarate (Va) ospita fino al 12 aprile 2026 la mostra Kandinskij e l’Italia, progetto in tre sezioni dedicato all’artista Vasilij Kandinskij (1866-1944), indicato come pioniere dell’Astrattismo e messo in relazione con la grande stagione astratta italiana compresa tra gli anni ’30 e ’50. Anche se il focus della mostra riguarda gli anni Venti di Kandinskij come docente del Bauhaus, grande centro d’attrazione dell’astrazione europea, con ogni probabilità quest’occasione espositiva avrebbe potuto offrire suggestioni nuove, adagiandosi, al contrario, sulle tesi consolidate che presentano aspetti con evidenti criticità storiografiche.  Nel comunicato della mostra c’è un passaggio preciso che rivela l’angolazione del progetto: “Nel secondo dopoguerra […] gli artisti (italiani) più giovani desiderosi di cogliere in Kandinskij la chiave per entrare in un nuovo mondo visivo”; una via che gli artisti italiani avevano in realtà già tracciato con chiarezza. Anziché escludere Balla dal progetto, la mostra del MaGa avrebbe potuto avere una titolazione più coraggiosa, così invertita: L’Italia e Kandinskij, contestualizzando l’aspetto fondativo della primogenitura italiana dell’Astrattismo proprio con le Compenetrazioni iridescenti di Balla del 1912. Cronologia storicamente ineccepibile di quella Via Italiana all’Astrattismo che dal ’12 si articolerà nel Futurismo anche con Depero, Severini, Prampolini, Dudreville, Dottori, Marasco, Pannaggi, Djulgheroff, oltre a Licini, Melotti e Magnelli nelle 13 opere titolate con dei numeri, oltre al libello Arte Astratta (di versante Dada), pubblicato da Julius Evola nel 1920. Poi, a seguire, la grande stagione dei Dorazio, Accardi, Perilli, Sanfilippo, Consagra e moltissimi altri. Funzionale in tal senso la mostra Dal Futurismo all’Astrattismo (1) realizzata al Museo del Corso a Roma nel 2002 (non citata nei comunicati del MaGa), dove il curatore Enrico Crispolti, scandaglierà a fondo la questione, di fatto confermando la natura delle due posizioni: “Una condizione sostanzialmente empatica, spiritualistica, emotiva, di intima venatura espressionista, interiorizzante […] primaria nell’opera di Kandinskij negli anni ’10 […] con Balla impegnato nella radicale esperienza non figurativa delle Compenetrazioni iridescenti nel ’12 […] ed è l’esperienza che darà luogo ad esiti di non-figurazione strutturale di presupposto geometrico, dal Concretismo tra le due guerre […] fino alle formulazioni di strutturalità non figurativa anche molto recenti”.  Tesi che, da astrattista operativo fin dalla metà degli anni ’80, non posso che confermare senza alcuna esitazione. Da ricordare anche il contributo in catalogo dello storico Mario Verdone, concentrato su altri versanti, a dimostrazione di un sentimento diffuso tra gli artisti di quel periodo: “Non mancheranno le esperienze di puro teatro astratto. Si può dire anzi che l’arte astratta aveva interessato Arnaldo Ginna e Bruno Corra, nelle arti in movimento, almeno dal 1912”, come riportato anche da F.T. Marinetti nel ’26: La cinematografia astratta è una invenzione italiana. Saldatura tra Futurismo e Astrattismo che sarà consolidata dalla partecipazione degli astrattisti con i futuristi alla Quadriennale di Roma del 1939, presentati da F.T. Marinetti in persona. Nonostante la persistente resistenza su Balla, molti artisti e intellettuali (del tutto trascurati dalla bibliografia nazionale) avranno l’intuizione di citarlo come antesignano dell’Astrattismo. Nel ’51 l’artista-gallerista-curatore-critico Ettore Colla, realizzerà – dopo vent’anni di silenzio – una grande mostra dedicata a Balla nella sua galleria del suo Gruppo Origine, finalmente contestualizzando le Compenetrazioni iridescenti nello stupore generalizzato dei giovani artisti che interverranno, come racconterà un artista-teorico di livello come Gianni Monnet, riferimento critico del Gruppo Movimento Arte Concreta (MAC): “I giovani sono rimasti esterrefatti nel vedere nella retrospettiva di Balla le sue invenzioni già realizzate nel 1912”. Aspetto che non sfuggirà anche al grande astrattista Piero Dorazio: “Nessuno di quegli artisti presenti aveva allora una conoscenza diretta delle fonti dell’Astrattismo”, così come al suo sodale Achille Perilli che, in un numero della rivista Art d’aujourd’hui, dedicherà poi ampio spazio ai padri elettivi dell’Astrazione italiana. Attenzione che avrà anche il gallerista Guido Le Noci, che pure organizzerà una mostra di Balla: “Nessun futurista […] fu in tempi così lontani tanto astrattista quanto Balla”. Sollecitazioni che, a dire il vero, proverranno da oltralpe, quando l’influente critico francese Christian Zervos, autorevole direttore della diffusissima rivista Cahiers d‘Art, dedicherà nel 1950 un numero esclusivo alla ricerca italiana, rifilando un sonoro ceffone alla critica nazionale: “Per molti anni l’Italia ha avuto in Balla un grande pittore che ha totalmente ignorato […] Finalmente contestualizzato rispetto al periodo seminale delle Compenetrazioni iridescenti del 1912”.  Balla recupererà quella funzione di capostipite dell’Astrazione che gli spetta per cronologia storica, come avrà modo di notare con chiarezza anche il poeta e scrittore Raffaele Carrieri:  > “I suoi dipinti dopo il 1912 precedono […] lo stesso Kandinskij […] al > contrario di Boccioni, le sintesi astratte di Balla sono dei ritmi coordinati > fuori dall’oggetto: il moto in sé, senza l’oggetto che lo determini”.  Appare curioso che la critica nazionale con Flaminio Gualdoni, in assenza di un riconoscimento esplicito a Balla sulla primogenitura dell’Astrazione, lo abbia invece contestualizzato a livello internazionale, inserendolo in un’Arte Razionale in compagnia di Albers, Delaunay, Klee, Malevič, Mondrian e tutti i giganti del Novecento, con tanto di apertura del volume con una Compenetrazione iridescente. Tesi che avrà grande diffusione, inserita anche come allegato del Corriere della Sera.  Pertinente parlare dell’indubbia influenza di Kandinskij in ambito astratto, ma soprattutto una volta approdato nel ’22 alla docenza nel Bauhaus, quando la sua ricerca virerà in modo compiuto verso l’Astrazione. Senza questa contestualizzazione si corre nuovamente il rischio già corso con il Futurismo, il cui centenario del 2009 si celebrò a Milano con un progetto giunto dalla Francia (sic!), inopportunamente centrato sul Cubismo. La nascita dell’Astrattismo, vale ricordare citato come il dominio sulle forme della natura (Kazimir Malevič, 1915), è vicenda con radici italiane. Considerazione che gli artisti italiani contestualizzeranno anche nel ’35, quando l’astrattista Atanasio Soldati scriverà sul bollettino n. 37 della Galleria del Milione: “Per noi l’arte è questione di spirito: solo lo spirito riconosce lo spirito. La fine dell’arte è imitare la natura”; oppure quando Faustro Melotti, nel bollettino n.40: “L’arte è stato d’animo angelico, geometrico. Essa si rivolge all’intelletto, non ai sensi”, escludendo quindi categoricamente ogni forma di figurazione, pur se di versante spiritual-espressionista.  Il “Primo acquerello astratto” di Vasilij Kandinskij Il grande equivoco di fondo dovuto all’attribuzione fondativa all’acquarellino di Kandinskij datato 1910 dovrebbe ormai aver perso ogni credibilità, non solo ricordandolo ma con una mostra che lo contestualizzi, opere alla mano. Vale ricordare come Kandinskij si attribuirà leggiadramente un’intuizione in realtà epocale come l’Astrattismo: “A Monaco un giorno, aprendo la porta dello studio, vidi dinanzi a me un quadro incredibilmente bello. All’inizio rimasi sbalordito, ma poi mi avvicinai a quel quadro enigmatico, assolutamente incomprensibile nel suo contenuto e fatto solo di macchie di colore. Finalmente capii: era un quadro che avevo dipinto io e che era stato appoggiato sul cavalletto capovolto […] Quel giorno mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi, era dannoso ai miei quadri” (2). Stando alle sue stesse parole, Kandinskij inventerà quindi l’Astrattismo per puro caso, suo malgrado, con le opere realizzate fino a quel giorno (tra il figurativo tout court e l’Espressionismo) che saranno quindi totalmente superate a causa di questa tanto incredibile quanto inaspettata scoperta. Naturalmente non sarà così: nel 1911, l’anno seguente alla presunta realizzazione di questo sedicente acquarellino e in coerente continuità con le altre opere presenti in studio, Kandinskij fonderà Il Cavaliere azzurro come evoluzione diretta di quella figurazione espressionista-spirituale sviluppata in quel periodo e sulla medesima linea espressiva dei suoi compagni di avventura: la consorte Gabriele Münter, Franz Marc, Paul Klee, Marianne von Werefkin con suo marito Alexej von  Jawlenskij e alcuni altri. Secondo Kandinskij: “A tutti e due piaceva il blu: a Marc i cavalli, a me i cavalieri. E così il nome venne fuori da solo”. Nulla di astratto, quindi.  Nel frattempo Giacomo Balla scriverà il significativo testo Tutto si astrae, realizzerà le Compenetrazioni iridescenti, prime opere consapevolmente astratto-geometriche, si dedicherà ai Complessi plastici, prime sculture astratte della storia, elaborando poi un testo epocale come la Ricostruzione futurista dell’Universo con Fortunato Depero, firmandosi – in quest’ordine –  Astrattista-futurista. Nei primissimi anni ’10, l’influenza di Balla in ambito astratto sarà di grande rilievo, al punto che lo stesso Gino Severini scriverà da Parigi una lettera al suo gallerista di Roma Sprovieri invitandolo a visionare la grande novità di un suo quadro astratto, presso lo studio dello stesso Balla. Per contro Kandinskij, fino al ’22, periodo di docenza al Bauhaus, si dedicherà ad una pittura espressionista permeata da una nuova accezione spirituale, debitoria della ricerca di Marianne von Werefkin, una delle fondatrici de Il Cavaliere azzurro, fortemente intuitiva in questa direzione fin dal 1907, come lucidamente riporta la curatrice Mara Folini Ceccarelli, in occasione di una mostra al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona nel gennaio del 2021: “Nel 1906 Werefkin passò direttamente ad una pittura […] già scevra da stilemi post-impressionisti alla Van Gogh ancora presenti nella pittura di Kandinskij […] Sono opere che dimostrano quanto Werefkin fosse l’antesignana di quel nuovo linguaggio espressionista che prende forma fin dal 1907”. In Italia, le ricerche astratte dei ’10 passate attraverso il Futurismo, evolveranno poi nell’Arte Meccanica e poi Cosmica, per approdare alla fertile stagione dei primi anni ’30 nel Gruppo Como (Mario Radice, Manlio Rho, Aldo Galli, Carla Badiali, Carla Prina), annoverando la prima combinazione d’arte e architettura nella Casa del Fascio di Terragni, arricchita dai dipinti site-specific di Radice; nonché al gruppo di astrattisti della Galleria del Milione di Milano (Atanasio Soldati, Mauro Reggiani, Oreste Bogliardi, Luigi Veronesi, Bruno Munari, Carlo Belli e un giovanissimo Lucio Fontana). Quanto al primo dopoguerra, fin dal ’45, L’Art Club, i cui riferimenti saranno i futuristi Prampolini e Severini, guiderà la ricerca in ambito astratto fino alla nascita dei gruppi Forma (’47), MAC (’48), Origine (’50) e dove si affermeranno talenti quali Piero Dorazio, Carla Accardi, Giuseppe Santomaso, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi e molti altri. Quali le ragioni quindi dell’ostracismo se non addirittura dell’occultamento di una Via italiana all’Astrazione così evidente?  Prima di tutto la damnatio memoriae comminata al Futurismo per ragioni ideologiche, con il relativo oscuramento anche di Giacomo Balla (sorte toccata incredibilmente anche a Umberto Boccioni, seppur deceduto in tempi non sospetti nel ’16), poi la protezione dell’egemonico mercato parigino cui approda Kandinskij dopo la vicenda del Bauhaus conclusasi nel ’33 e infine per il colpevole provincialismo e per l’esterofilia degli artisti e della critica italiani. Procurerà un danno grave infatti la posizione sostenuta da Carlo Belli nel suo testo Kn – uscito nella sua prima versione sulla rivista Quadrante nel ’33 e poi pubblicato nel ’35 – dedicato fin dalla titolazione a Kandinskij e prono nei suoi confronti ben oltre i limiti di ogni credibilità: “Kandinskij stenografa l’assoluto […] da trent’anni procede diritto, calmo e risoluto […] intransigente ed eroico nella sua decisione […]  con la fredda audacia dell’uomo superiore […] è la rara commovente documentazione di uno sforzo immane, terrificante), ma severissimo verso l’avanguardia italiana (Fra tutti i movimenti moderni il futurismo è stato il più infantile e superficiale  […] l’arte in fondo non ci entrava proprio per nulla. […] Il dinamismo, concezione infantile […] teoria farraginosa, dilettantesca”. Opinioni nel merito che non casualmente assecondano pedissequamente quelle di Kandinskij: “I futuristi non vengono a Monaco […] tutti questi manifesti (musica, pittura, politica, ecc.) non sono che un caos senza precedenti, che scaturisce, a quanto pare, solo da teste italiane. I nostri manifesti ginnasiali erano di fatto più organici e costruttivi”, come si desume dal suo epistolario con Franz Marc. Ma Belli lancia un durissimo attacco anche contro gli artisti suoi compagni d’avventura (e di galleria): “Radice fin d’allora proponeva i suoi anemici quadratini rivelando un’insufficienza d’invenzione che suscitava in noi non so quale caritatevole perplessità […] Rho non mostrava maggior fantasia, ma i suoi quadretti […] tendevano a testimoniare una certa educazione formale, povera sì, ma ornata di gentile e domestico garbo. […] Carlo Belli, soffocato come il Rho da signorile modestia. […] Cattaneo nutrito di una cultura disorganizzata che lo portava come teorico a proposizioni non chiare. Per concludere: a questi giovani mancò un sentimento profondo dell’arte […] esponenti di un artigianato empirico e un po’ sempre intorpiditi dall’ambiente provinciale di cui portavano palesemente il peso […] mossi da un patetico desiderio di raggiungere una iconografia essenziale […] Tra Como e Milano meno di una dozzina di pittori in tutto e se si volesse estrarre quelli dotati di vero valore, il conto arriverebbe, sì e no, al numero della Santa Trinità”. Odioso atteggiamento che non risparmierà nemmeno il direttore della sua galleria: “Edoardo Persico, pur direttore della galleria, non fu mai con noi […] noi cercavamo e ottenevamo l’amicizia di Kandinskij […] lo si ricorda (Persico) come un confusionario […] tipo di napoletano mesto e corretto”.  Giacomo Balla, Complesso plastico, 1914 Serve riferire altro? Danno talmente evidente nei confronti dell’arte italiana e dell’Astrazione in particolare, che sorge il dubbio che i sostenitori indefessi del testo Kn in realtà non l’abbiamo mai letto e addirittura incredibile che sia stato pubblicato proprio dalla Galleria del Milione che li sosteneva, soprattutto perché lo stesso Kandinskij – nella celebre lettera inviata a Will Grohmann nel ’36 – rivelerà: “I rappresentanti più radicali (dell’Astrattismo) si trovano in Italia, dove ce ne sono una ventina”. Kandinskij stesso, nonostante l’adulazione, non sarà affatto morbido con Belli: presa visione di Kn  invierà una stizzita missiva come reprimenda per come Belli aveva affrontato una presunta simbologia nel suo lavoro (C’este vraiment une grave erreur!), ottenendone la pubblicazione in calce alla seconda edizione di Kn. La mostra Kandinskij e l’Italia al MaGa sembra ignorare tutto questo, eppure anche un Quaderno della Quadriennale del 2004 curato dal critico e curatore Gabriele Simongini aveva già delineato una: Ipotesi per una Linea italiana all’Astrattismo, tenendo come incipit le Compenetrazioni iridescenti di Balla, nonché le immediatamente successive Linee di velocità. Ipotesi talmente documentata fin dagli anni ’50, nonostante il coprifuoco trentennale su Balla e i futuristi, da spingermi a scrivere nel 2021 un saggio sull’argomento: Astrazione come Resistenza (3), per rimediare le detrazioni sull’Astrazione italiana sostenute in Kn, incredibilmente unico saggio sull’argomento riconosciuto fino ad oggi. Scripta manent. Visti i precedenti, non si sa mai. Roberto Floreani *In copertina: Giacomo Balla, Compenetrazione iridescente n. 4 (Studio della luce), 1912 1) Enrico Crispolti, Dal Futurismo all’Astrattismo, Edieuropa/De Luca Editori d’Arte, Roma, 2002 2) Giulia Zoli, Il mondo alla rovescia, L’Internazionale, 6 maggio 1999 3) Roberto Floreani, Astrazione come Resistenza, De Piante Editore, 376 p., 2021 L'articolo L’Italia e Kandinskij. Ovvero: ecco perché l’Astrattismo nasce con Balla proviene da Pangea.
January 7, 2026 / Pangea
La rivoluzione permanente di Pablo Echaurren, l’arista “bastian contrario”
Per alcuni artisti l’arte è un campo di battaglia. È certamente il caso dell’eclettico e sorprendente Pablo Echaurren, pittore romano nato nel 1951 che da più di mezzo secolo sovverte il mondo della pittura contemporanea. Io però non lo scoprii come pittore bensì come fumettista. C’è infatti un suo libro edito da Bollati Boringhieri nel 2000 che si intitola Vite di poeti: Campana, Majakovskij, Pound. È un fumetto, e per molti pittori-parrucconi quella del fumetto è un’arte minore o nient’affatto un’arte. Non per Pablo Echaurren.  Quando trovai quel libro cercavo una visione di Campana che non fosse artefatta o legnosa o viceversa troppo roboante ma in fondo vacua, simile più a un fuoco d’artificio che alla vera fiamma dei poeti. Cercavo qualcuno che amasse veramente Campana e che capisse la portata a un tempo rivoluzionaria e classica della sua poesia e della sua avventura poetica. In una vignetta Echaurren scrive:  > “Il suo cuore goccia stilla a stilla quel senso dei colori che intende portare > nella poesia italiana.”  Ma ancora più conta il disegno: una mano, la mano di Campana, stringe un cuore pulsante e delle stilografiche e dei pastelli, in un’esplosione di colori e sentimento, di sangue e inchiostro. La poesia non deve essere separata dai sentimenti del poeta, sembra dirci Echaurren. L’arte deve saper celebrare la vividezza e l’unicità della vita dell’artista.  L’arte di Pablo Echaurren è uno stato d’animo in rivolta. È figlia per l’appunto di Campana, di Pound, di Majakovskij, di Marinetti. È un’arte che sa vedere dove altri non vedono, sentire e creare dove altri non sentono o non creano o creano male e controvoglia, seguendo la moda o i dettami della noia. I suoi quadri sono disseminati di vortici e sequenze coloratissime e ipnotizzanti che trovano anche un ordine nel caos. I suoi collage usano il punk (penso a Ex-pistols, dai Sex Pistols) e il futurismo e i fumetti e le sagome dei cartoni più conosciuti, però con uno stile composito e personale che non è mai azzardato ma porta alla felicità di chi osserva e – ripeto – alla rivolta. Perché l’arte di Pablo Echaurren non è mai innocua né accondiscendente. Non è un’arte per ricconi in cerca di facili brividi fintamente rivoluzionari.  C’è un altro volumetto che ho a cuore quasi quanto i suoi quadri più sovversivi, Controstoria dell’arte, pubblicato da Gallucci nel 2012. Il sottotitolo suona come un verso surrealista: Breviario di un bastiancontrario. Qui Echaurren indossa le vesti di scrittore e affronta a proprio modo la storia dell’arte nel corso dei secoli, dalla preistoria alla street art. Il libro è un diletto sovversivo che a tratti dissacra i miti intoccabili del mondo dell’arte, perché da esso – dal mondo artistico, dal mondo culturale – nasce “l’artista d’avanguardia che nessuno capisce ma ciascuno ambisce a mostrare ai propri ospiti quale fiore all’occhiello, quale belva trasformata in agnello, quale orpello per abbellire il tinello”, scrive Echaurren nel capitolo L’artista. Come a dire che la sua non sarà mai un’arte da salotto. Che Pablo Echaurren, in vita e in vecchiaia e quindi in morte, non si lascerà addomesticare dalla brama di denaro o dal demi-monde dei nobili tirchi o spendaccioni.  L’opera pittorica (e non solo) di Echaurren è ancora in parte inesplorata. Pablo Echaurren è un rivoluzionario incallito che fa della propria arte una rivoluzione permanente, e le vere rivoluzioni finiscono spesso sconfitte dal mercato o dagli stolti. Quest’anno sono usciti due suoi libri in sordina: L’eterna periferia (Bordeaux Edizioni) e Il mio Baruchello (Mauvais livres). Seguire le sue tracce non è semplice, perché si muove fra piccoli editori e vecchi cataloghi di mostre che conservano però intatta la loro aura eccentrica e contestataria. Vale la pena di scoprirlo e sorprendersi. Vale la pena di aggregarsi alle insurrezioni indomite di Pablo Echaurren.  Edoardo Pisani L'articolo La rivoluzione permanente di Pablo Echaurren, l’arista “bastian contrario” proviene da Pangea.
December 23, 2025 / Pangea