Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era
nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe
diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la
propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est,
dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo
socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore
occidentale della città.
Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la
propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz.
Dresdner Frauen”, che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta
sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la
capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni
dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso
Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti
servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi
intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato.
Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata
dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di
dicembre 2009.
> «Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche
> Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure
> nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti
> di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’”
> subirono una seconda proscrizione».
Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la
manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard
Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i
loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i
confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della
“Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la
vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il
partito nazista, ndr) poi, sono pronti a giurarlo».
Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni
intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a
“coscienza critica” della Germania Occidentale:
> «Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una
> coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come
> Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la
> propria appartenenza al partito nazista?».
Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di
memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni
culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a
nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato»,
rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure
erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti
anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché
gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e
trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri
capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco
occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si
compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come
lo Stato migliore».
Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la
pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato
a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante
macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La
ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania
comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta.
Vito Punzi
*In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022
L'articolo Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la
lobby intellettuale tedesca proviene da Pangea.
Tag - Arte
La morte di Orfeo, in Gustave Moreau, avviene in un tempo che non coincide più
con quello dell’azione. Sulla tela tutto è già accaduto, e tuttavia tutto
continua. Il gesto assassino si è consumato altrove. E ciò che resta del
misfatto è una presenza. L’immagine non trattiene l’evento, ma il suo effetto
più profondo: la coscienza che, separata dal corpo, permane come figura.
Così isolata ed esposta, la testa di Orfeo non appare un membro disperso di
alcunché. Sembra piuttosto raccogliere, in un punto dello spazio, ciò che in un
altro spazio-tempo era diffuso e compartecipato: la voce, il pensiero, il flusso
del canto. La separazione della testa dal resto carnale del poeta non ha
dissolto niente; al contrario, ha concentrato. Ciò che – colui il quale – non ha
più possibilità di agire continua a esistere come pura intensità. La coscienza,
privata della sua estensione corporea, si è contratta e si è resa interamente
visibile.
Moreau sembra indugiare proprio su questo passaggio cruciale. Il canto ha
cessato di muovere il mondo, ma non ha cessato di essere, di darsi. Se non
ordina più la natura, se non ne placa le forze e non persuade più nessuno,
permane come attività senza soggetto, autosufficiente. Il canto, perduto il suo
potere, nell’aldilà fisico di Orfeo è diventato esso stesso oggetto di
contemplazione.
Orfeo ha sempre vissuto nella tensione tra la sua voce e ciò che
l’accoglieva. La sua musica si rivolgeva agli alberi, alle pietre, agli animali,
alle divinità sotterranee. Trovava il suo miglior ascolto prima e oltre
l’umano. Quando doveva rientrare nell’orbita di uno spazio “troppo” umano,
quella tensione si accentuava, e la sua voce, semidivina, non trovava più una
misura condivisibile. Il canto poteva essere solo subito o respinto. Ora la
morte non lo ha per nulla interrotto: soltanto, lo ha separato dalla vita
del medium che fu chiamato a portarlo a presenza.
In Moreau, la morte di Orfeo è l’esposizione per allegoria di una frattura che
s’è data, ormai, fra corpo fisico e coscienza, ma che non spezza affatto il loro
simbolo. La voce di Orfeo, per Moreau, ha preceduto e oltrepassato il corpo
mortale del cantore. Come una sorta d’iperbolico correlativo, la testa mozzata
custodisce questa relazione essenziale. Una volta ridotta a feticcio, la
coscienza di Orfeo non agisce più in relazione al mondo e non rientra più nella
vita, ma neanche ne fuoriesce: permane sulla soglia fra mondo e oltre-mondo in
foggia di simulacro, come una pura presenza senza soggetto.
La violenza che ha prodotto questa frattura non occupa il centro del quadro. È
già stata assorbita, come se fosse stata necessaria per rendere visibile ciò che
prima rimaneva implicito. Il gesto collettivo che ha distrutto Orfeo appartiene
a una logica diversa: quella dell’urto, della massa, dell’immediatezza. La
coscienza, invece, non coincide né con l’istante né con l’intelligenza degli
atti e dei misfatti che fanno storia: emerge soltanto in quella che potremmo
dire, forse, l’ineluttabilità della sua durata.
Moreau sembra interessato soprattutto a questo scarto: da una parte, evoca ex
post la violenza dell’atto distruttivo (anche sul piano iconografico – si pensi
alle tartarughe poste nell’angolo in basso a destra sulla tela, come memorie del
mito di Ermes fanciullo, che creò la prima lira uccidendo una tartaruga,
appunto, utilizzandone il guscio come cassa armonica); dall’altra, la qualità
eterica della forma spirituale che rimane. La cosa è comprensibile e ci
educa. La coscienza non compete con la forza. Le sopravvive, ma trasfigurandosi:
diventando immagine. Un’immagine che non rimanda a una vittoria, allo schiudersi
di un Significato, ma rende ai nostri sensi interroganti l’idea di ciò che,
altrimenti, per molti fra di noi sarebbe impensabile: la persistenza di una
coscienza priva di mondo.
Forse Orfeo non è morto quando ha perso Euridice, ma quando il canto ha smesso
di poter accompagnare qualcuno o qualcosa: quando la sua voce è rimasta sola con
se stessa e il canto non ha più avuto una funzione dialogica, ma, simile a un
falco metafisico, ha incominciato a ruotare intorno al mistero della propria
origine.
Gustave Moreau, Orphée, 1865; Museo d’Orsay, Parigi
Così intesa, la testa di Orfeo non è soltanto un simbolo della sopravvivenza
dell’arte. È figura di una coscienza che si è internata nell’archè, dove
continua a scaturire la sua ragion d’essere.
Moreau osserva e moralizza in un unico colpo d’occhio, con riassuntiva
letteralità (e con vigore didascalico). Il suo Orfeo ridotto a Monsieur Teste in
pietosa mano di tracia non è un martire, né un vincitore. È una presenza, come
ho detto. Una presenza, ripeto adesso, che non è per nulla eterna, ma che dura.
In questa durata sottratta all’idolatria della spiegazione storica della realtà
si può riconoscere una fertile attitudine dell’esperienza estetica novecentesca
e, poi, contemporanea: quella di un pensiero poetante che riesce a sopravvivere
anche al proprio tradizionale mandato e si guarda esistere, adesso, come forma
separata.
La morte di Orfeo non coincide con la morte della poesia. Non chiude il destino
del canto: lo immobilizza. Ed è proprio in questa immobilità che il canto torna
disponibile all’occhio e all’orecchio del cuore, offrendosi come visione
intellettuale, nella forma.
Massimo Morasso
L'articolo La persistenza del canto. Intorno all’Orfeo di Gustave Moreau
proviene da Pangea.
Una linea verticale che sale e si spezza. Una linea verticale che cade. Una
linea verticale immersa nell’acqua, soffocata, che si rompe. Una linea verticale
colpita da un incendio e crolla. Una linea verticale che sale ma dentro ha già
un’altra linea, una fessura, una ferita. Una linea verticale che si introverte
su se stessa. Una linea verticale che si spezza per stare dentro a un foglio.
Queste sono le opere in serie di Silvano D’Ambrosio, la serie della Torre di
Babele non è che un simbolo che prende forma e respiro.
Davanti ai disegni di D’Ambrosio non avete altra possibilità che un urlo o il
silenzio. Esattamente quello che avverrebbe se una torre davanti a voi
crollasse, se vedeste una linea spezzarsi, che tentava la risalita verso il
cielo. La stessa cosa che accade quando ci si rompe un osso, se l’arco costale
si spezza è il silenzio, il respiro si inverte. Poi – solo dopo – si è capaci
dell’urlo. Una delle prime volte in cui entrai in ospedale come allieva mi venne
detto di prestare più attenzione a chi nella sala d’attesa di un pronto soccorso
stava più in silenzio, perché il dolore rende muti. L’arte è così, ti dovrebbe
interdire la parola e quindi anche questo mio scritto, lo ammetto, è superfluo
ma scrivo per voi lettori, per farvi conoscere qualcuno che dipinge e crea in
modo ritirato, privato. La creazione è un fatto privato.
Ed ecco infatti non sarebbe strano andare all’inaugurazione di una mostra di
D’Ambrosio, sapere che c’è e volerlo incontrare, senza trovarlo. Sarebbe
assolutamente normale, perché nel momento della presentazione delle opere, di
tutte quelle parole che tentano di spiegare l’arte e il gesto, il movimento del
braccio che è prolungamento del pennello, ecco nel momento della spiegazione
tutti cercherebbero l’artista, ma non lo troverebbero. Perché D’Ambrosio si
ritira, se lo conoscete potete osservare come si muove. È un uomo elegante, mai
sciatto, si muove lentamente e respira molto piano. Se è in affanno, piuttosto
che farsi vedere si nasconde alla vostra vista. La distanza è necessaria, lo
spazio tra l’uomo e il foglio, tra un uomo e un altro uomo, permette la libertà
del mutare forma e del costruirla, dell’annientarla. Esattamente come la serie
della Torre di Babele che crolla.
Il tema non è nuovo per l’artista, sono infatti già due anni che lavora a questo
soggetto, che forse è un prolungamento di sé. La visione non è una scelta, è un
alveo che era già presente ma che l’uomo non vedeva, era pronto a essere invaso
dall’acqua e dal flusso, da una corrente che attraversa l’artista come un
momento di grazia. Ma spesso lo stato di grazia si inserisce proprio
nell’intercapedine della realtà, in quei giorni dove la necessità stringe ed è
una Dea molto crudele Ananke. E quindi accade che la macchina ha un guasto, è
costretto alla stasi e a stare in casa senza potersi spostare, e la visione
della torre si innesta in qualche posto preciso tra il chiasma ottico e le mani,
forse la torre che crolla fluisce nelle fibre nervose. D’Ambrosio scherzando mi
dice che la torre che crolla è l’uomo che invecchia, forse sono degli
autoritratti. Lui ironizza, sottile. Ma la torre crolla perché un silenzio è
stato interrotto, un segreto è stato svelato.
Allora mentre guardo la serie di disegni, piccoli e meravigliosi, incorniciati
su sfondo nero, non posso non andare con la mente alla carta sedici degli arcani
maggiori dei tarocchi. Una torre che crolla è la carta dei tarocchi, forse una
delle più belle e delle più disturbanti. Ricordo che una volta qualcuno mi fece
i tarocchi e questa fu una delle carte estratte, in effetti qualcosa crollò di
lì a poco tempo dopo, crollava perché una verità era stata rivelata, si era
aperto il velo e gli occhi avevano smesso di avere bisogno delle lenti, ci
vedevo benissimo anche da miope, senza alcuna correzione.
La torre dei tarocchi ricorda la torre di Babele, sono entrambi tentativi
dell’uomo di andare verso l’assoluto, una linea verticale che spinge dalla
materia verso l’aria, oltre le nuvole, provando a toccare la volta del cielo. La
torre è l’uomo che utilizza la materia e la addensa per formare una struttura in
cui, gradino dopo gradino, sia accessibile la salita, sia giusta. Ma la torre di
Babele crolla, la torre dei tarocchi crolla. E ciò che accomuna entrambe è
l’istante preciso del crollo, della folgore che colpisce la sommità come a
punire la hybris, la tracotanza dell’uomo, il suo osare senza misura, sfidando
gli Dèi e l’assoluto. Ma non è solo la sfida il problema, quella è anche lecita,
il problema sta nel silenzio violato. Le torri crollano perché l’Arcano mistero,
l’origine del bene e del male, il segreto della vita viene svelato. È nella
rottura del patto il crollo della tensione verticale, è nel tradimento della
legge del tacere che le potenze si invertono.
Prendo un testo a me molto caro dell’esoterista francese Eliphas Levi, Il
rituale magico del sanctum regnum (edizioni Atanòr, 1989), in cui l’autore
descrive gli arcani maggiori in chiave esoterica, iniziatica e pertanto di non
facile comprensione. Ma d’altra parte la spiegazione delle opere non è
tollerabile per l’autore e per l’artista, la spiegazione e il commento, la
parafrasi sono veri e propri abomini che tendono a raccontare in altre forme ciò
che già l’autore ha detto o scritto, creato. Personalmente ho sempre trovato
terrificanti le parafrasi delle poesie, ricordo l’orrore che provavo quando la
maestra alle scuole medie o alle superiori mi diceva “che cosa vuol dire la
poesia?”, avrei solo voluto urlarle in faccia che ciò che la poesia significa
l’autore l’ha scritta esattamente così come è. Che è nel mistero della
comunicazione, nello spazio di distacco tra i due terminali, l’emittente e il
ricevente, che risiede il significato, che è un miracolo, un nucleo di grazia
che viene condiviso.
> “Sapete perché il tempio di Salomone fu distrutto? Questi eventi si sono resi
> necessari perché il Grande Arcano della Conoscenza del Bene e del Male è stato
> rivelato”.
Eliphas Levi scrive che la torre è il segreto svelato, non quello conosciuto, è
il tradimento del silenzio. Se si ha la concessione di arrivare fino all’ultimo
piano della torre ci si deve trattenere dall’urlare dalla finestra,
dall’emettere un qualsiasi suono. La torre crolla e si inarca su se stessa,
esattamente come le torri di D’Ambrosio, perché un segreto è stato rivelato,
perché qualcuno ha emesso un suono, anche una sola parola. Se dal nostro
apparato fonatorio facciamo uscire anche un singolo suono l’accordo è tradito,
il fulmine spacca la torre e noi ci lanciamo nel vuoto oppure moriamo tra le
macerie.
> “Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge; ma maledetto è colui che
> lo rivela ad altri.”
La serie della torre di Babele di Silvano D’Ambrosio è un monito al silenzio, un
memento necessario in tempi in cui tutti vogliono dire tutto, in cui
l’esposizione sui social appare fondamentale per comprovarci che esistiamo. Se
non siamo sulle piattaforme allora non viviamo, se raggiungi un segreto sai
tenere il mistero custodito come un cristallo al centro del petto? Sai tenerti
un diamante incastonato nella gola o ti strozzerai rivelando la parola, la più
antica, l’origine prima del mondo? I disegni di Silvano si devono osservare in
silenzio e dovete stare attenti persino a respirare, fate piano, mi raccomando.
Non chiedete spiegazioni. Le torri andrebbero acquistate e appese una in ogni
stanza, per ricordarci che il tradimento del silenzio è un atto che verrà
punito. La Parola della conoscenza non va sussurrata, può essere solo
riverberata dentro al nostro corpo, farci ampolla e recipiente ma niente deve
essere versato fuori. Le torri che crollano ricordano il sacro compito di
rispettare il silenzio.
Quando entrate nelle chiese c’è un cartello che dice di fare silenzio, e
spegnete il cellulare e state zitti, giusto? Ecco le torri di Silvano sono il
monito costante a far cessare un po’ quel rumore del parlare, quei discorsi vani
dove l’individuo produce domande senza attendere davvero la risposta, in cui
deve spiegarsi a tutti i costi. Ma se non ti comprendo, posso amarti lo stesso,
anzi. Se non ti comprendo, forse ti amo di più, ti amo proprio perché sei
inconoscibile. È quando penso di conoscerti che crollo, come una torre, mi
spezzo e cado in acqua.
Le torri di Silvano sono tutte diverse, ognuna vi indica qualcosa, ognuna di
queste parlerà al vostro inconscio, alla vostra parte nascosta e inconoscibile.
Sceglierete la vostra torre da acquistare da lì, dal pozzo nero che si installa
dentro le pupille degli occhi, gli stessi occhi che vi guardate allo specchio
tutte le mattine, gli occhi che vi guardano e che guardano.
La torre siamo tutti noi, tradita la parola, tradito il silenzio.
Clery Celeste
*Per informazioni sulle opere remote di Silvano D’Ambrosio potete scrivere a:
cleryceleste17@gmail.com
L'articolo “Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge”. Intorno alle
torri di Silvano D’Ambrosio proviene da Pangea.
Nell’intervista in cui annunciava, tra l’altro, la presenza della Federazione
Russa alla prossima Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco citava un libro
di René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi. Chi è interessato
lo trova in catalogo Adelphi. Ci torneremo dopo. Il seguito – segno dei tempi –
è stato una sequela di chiacchiere, una cagnara, a tratti blasfema, per lo più
iniqua. La Fondazione “La Biennale di Venezia”, infatti, è un ente autonomo che
– così si legge nel Codice etico di cui si fregia – ha “lo scopo di promuovere a
livello nazionale ed internazionale lo studio, la ricerca e la documentazione,
nel campo delle arti contemporanee… assicurando la piena libertà di idee e di
forme espressive”. L’epigrafe che inaugura la Biennale Arte 2026 ribadisce il
tema: “La Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura
della cultura e dell’arte”.
La cosa – è ovvio – può dar fastidio, può far discutere. Ogni scelta impone un
discrimine, il frainteso avvelena perfino la parola fraternità; pace, ormai, è
sinonimo di guerra. Voglio dire: le scelte singolari di un ente autonomo – tra i
più prestigiosi al mondo – possono (e a volte: devono) farci indignare,
incavolare, saltare sulla sedia. Possono – e devono – essere messe in
discussione: la cultura non è un museo delle cere ma un incendio. Alla prossima
Biennale, ad esempio, prenderanno sede, tra le cento nazioni accolte, Arabia
Saudita, Repubblica Popolare Cinese, Iran, Qatar, Somalia. Ci sono anche gli
Stati Uniti e Israele. Il padiglione russo esiste dal 1914, lo ha creato Aleksej
Ščusev: insignito per quattro volte del “Premio Stalin”, ha partecipato alla
costruzione dell’immane mausoleo di Lenin. Il padiglione del Venezuela – paese
che non parteciperà alla prossima Biennale – è stato disegnato da Carlo Scarpa
nel 1953.
Lo Stato Italiano, come si sa, è impegnato, pur tangenzialmente, profondamente
nella Fondazione “La Biennale di Venezia”: nomina i consiglieri di
amministrazione – compreso il Presidente –, decreta un importante impegno
economico. Il tutto, a garanzia dell’autonomia dell’ente; non per fini di
controllo. Ciò di cui si discute in questi giorni entra allora nell’aura del
ricatto, non già della cultura: che l’Unione Europea decida di revocare i fondi
destinati alla Biennale testimonia che l’arte va bene purché sia conforme ai
poteri di turno. L’arte, cioè, è mera pratica burocratica sotto minaccia. Che
pena. Viene da citare – per contiguità temporale – proprio Il Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi:
> “Questa degenerazione qualitativa di tutte le cose è strettamente legata a
> quella della moneta, come dimostra il fatto che si è comunemente arrivati a
> ‘stimare’ un oggetto solo attraverso il suo prezzo, considerato unicamente
> come una ‘cifra’, una ‘somma’, o una quantità numerica di moneta; per la
> maggior parte dei nostri contemporanei, in effetti, qualsiasi giudizio su un
> oggetto si basa quasi sempre esclusivamente sul suo costo”.
In realtà, i concetti spalancati dalla Biennale sono troppo importanti per
relegarli alla chiacchiera, al peloso opportunismo dei politici, al
fondamentalismo dei finanzieri e dei finanziatori. Occorre ragionare su parole
come ‘autonomia’ e ‘autorevolezza’, su ‘responsabilità’ e ‘dissenso’; perfino
sul legame – paradossale?; letale?; importuno? – tra politica e poesia, tra
istituzione e devastazione, tra stato di fatto e stato dell’arte, tra nazione e
nascita, tra origine e originalità. Introducendo la raccolta dei Nuovi poeti
sovietici (era il 1961, stampava Einaudi), Angelo Maria Ripellino stigmatizzò il
Paese che produceva, in serie, “legioni di usignuoli impagliati”. Non si vedono
planare aquile, a onor del vero, nelle attuali democrazie occidentali.
Chi è affascinato dai numeri – meglio: dai fatti – può sfogliare i bilanci
d’esercizio della Fondazione “La Biennale di Venezia”, sono nella sezione
“Trasparenza” del sito. Così può farsi un’idea schietta di come opera l’ente. Il
resto, appunto, sono chiacchiere: le lasciamo agli usignoli legionari.
Chiunque conosce la naturale – e leonina – affabilità di Pietrangelo Buttafuoco:
ha l’esprit degli ispirati. Con lui, così, scegliamo di riannodare il nastro, di
ripartire da Guénon, di ritornare alla vertigine originaria che si chiama uomo,
parlando di poesia, di libri, di assoluti. Non è un caso che Buttafuoco ami –
fino a ‘indossarlo’ – il Cyrano di Rostand.
Intanto: qual è il libro che ti ha “formato”, quale quello che hai amato?
Intendo, cioè, farti riflettere sulla lettura come conoscenza (mente) e come
rapimento (amore), dimensioni inesatte, che mal combaciano, entrambe necessarie
all’umano essere.
Il libro che ho amato, quello che appena letta l’ultima pagina mi ha fatto dire
“avrei voluto vivere dentro questa dimensione, immaginarlo io tutto questo”, è
senza dubbio Il Maestro e Margherita. Il libro che mi ha formato – porgendo
conoscenza – è l’Iliade; il libro che mi ha accompagnato in diversi postriboli
mentali è l’Ulisse di Joyce, che ho attraversato in lungo e in largo;
mentre Dedalus, sempre di Joyce, lo utilizzo per provare a me stesso il ritmo
del respiro e il rapimento; infine, uno e solo uno: Cyrano de Bergerac di Edmond
Rostand.
In particolare: qual è la poesia che ti è capitato di mandare a memoria, di
ripetere come un ostinato mantra?
Tanti passi di Dante Alighieri, della Divina Commedia, e li lascio risuonare “in
interiore”. Il mantra me lo ricavo dal Manfred:
> “Ecco, si spegne il lume
> nuovamente m’è forza il rianimarmi
> Eppure io vivo, ho l’aspetto, la forma,
> il respiro degli uomini viventi”.
Quando poi ho bisogno di spiegarmi meglio, e questo accade nei momenti privati –
occhi su occhi – mi torna In un momento di Dino Campana:
> “erano le sue rose
> erano le mie rose
> questo viaggio chiamavamo amore
> col nostro sangue
> e con le nostre lacrime
> facevamo le rose”.
È un passaggio che mi strazia sempre: ogni volta è un camminare in percorsi
nuovi, e ogni volta vi trovo una sfumatura diversa. L’altro poeta che mi è caro,
e che forse sembra strano raccontare in questo modo, è il poeta ingabbiato
dentro la macchina teatrale: William Shakespeare.
L’arte in generale, la letteratura in particolare hanno ancora ‘efficacia’?
Cioè: riescono ancora a ‘muovere’ – oltre che a commuovere – gli uomini?
Qualcosa ancora resiste del ‘magico’ nell’esperienza artistica contemporanea? Se
ne hai, fammi degli esempi.
Nella scena contemporanea sì, ma attraverso un tramite complicato, che mette
insieme la letteratura, il teatro, lo sforzo dell’arte figurativa: tutte
intersezioni che, nel loro insieme, realizzano fatti d’arte importantissimi. Mi
è capitato, per esempio, con il Pinocchio di Davide Iodice, uno spettacolo
assolutamente delicato, pulito, perfetto, commovente, che riesce davvero a
smuovere chi vi inciampa, anche solo per caso. La verità è che certe produzioni
artistiche, che necessariamente si nutrono di letteratura e di tutte le tecniche
che accompagnano le varie pratiche artistiche, hanno bisogno di un pubblico per
poter essere condivise, oltre che comprese. E quando questo accade, è un
privilegio assoluto: sono pepite messe a disposizione del pubblico.
Un altro momento che ho vissuto è stato nell’ascolto di Jesus’ Blood Never
Failed Me Yet di Gavin Bryars. È stato veramente meraviglioso assistere a questo
concerto, qui a Venezia, al Redentore, alla Giudecca, perché era davvero un
restarsene al cospetto del sublime. E lì anche il pubblico partecipava con la
sua stessa presenza, con la sua specialissima qualità. C’erano i padri
cappuccini, poi c’era la gente che entrava con la consapevolezza di essere in
chiesa, la presenza di padre Leopoldo – la sua statua – la presenza di
sant’Antonino, la presenza di Francesco. È stato meraviglioso.
Per alcuni, la letteratura è un diversivo, qualcosa di ‘divertente’. Per altri –
e forse è peggio – la letteratura deve indagare i temi ‘sociali’ del nostro
tempo, deve essere ‘impegnata’ e occuparsi di ‘attualità’ (cosa si intenda per
sociale, impegno e attuale, poi, è un mistero). E tu: perché scrivi?
Io scrivo perché mi piace riportare alla luce storie dimenticate, storie
nascoste e protagonisti che altrimenti resterebbero nell’ombra e che invece
meritano di essere raccontati. Scrivo anche perché mi piace fare un dispetto a
chi erige muri, chiusure, elabora censure, pratica antropologie della
superiorità morale e poi costruisce dighe per impedire alle piene di guadagnare
e conquistare praterie. E poi scrivo perché, stupidamente, da bambino non ho
voluto imparare a suonare. L’unico modo per accostarmi alla musica è la
scrittura.
Il ‘libro’, in sé, come oggetto di culto e di blasfemia, come idolo e identità,
ha ancora un senso – lo avrà ancora?
Credo di sì. Il libro, in fondo, è come un manufatto di estremo lusso che abita
nelle boutique, dove arriva un pubblico selezionato, e lo sarà sempre di più. Ma
c’è anche un altro discorso: è un ragionamento di malinconia che possiamo fare
solo in questa parte di mondo. Nell’altra parte del mondo, quella più viva, più
giovane, dove l’energia bussa, il libro ha ancora un senso, ha ancora una forza,
ed è inevitabile che la trasmissione dei saperi e delle sensibilità passi
attraverso il libro. Il libro, poi, ha una connotazione sacrissima, e non a caso
il sacro abita il libro.
L’intelligenza artificiale ha già prodotto il suo più esigente risultato:
relegare a imbecillità mai vista prima l’intelligenza umana. Poiché l’IA lavora
sul visibile e l’essoterico, non ci resta – felicemente – che gettarci
nell’invisibile e nell’esoterico. Qual è la tua disciplina per rifulgere,
rifuggendo dai miasmi dell’algocrazia?
La mia personale disciplina si chiama preghiera.
Spiattello impunemente la parola ‘sacro’. Cos’è per te, che senso ha?
Già in tutto quello che ci siamo detti il sacro ha sempre fatto capolino.
Come si può restare mondi dal mondano, essere nel mondo pur tendendo all’altro
mondo, esercitare una fede tra gli infedeli?
Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo, è l’unico modo. E quindi
nell’accettare il giorno, nel dire sì alla vita, è l’unico modo. Ed è il modo di
sempre, il modo che hanno conosciuto le generazioni, quello che i nostri padri
ci hanno consegnato. Ed è il modo in cui, anche di fronte all’abominio – come
quando Priamo contempla il corpo sfigurato del figlio – si trova la forza di
parlare a chi lo ha assassinato, ad Achille, e di risvegliare in lui il senso
profondo, catartico, del sacro.
L'articolo “Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo”. Dialogo con Pietrangelo
Buttafuoco proviene da Pangea.
Eravamo partiti dalla notizia dell’esclusione degli artisti italiani dalla
Biennale di Venezia, cosa mai accaduta nelle sessanta edizioni precedenti.
Notizia non eclatante se gl’invitati non fossero ben 111 (pressoché tutti
assolutamente sconosciuti e che resteranno tali anche dopo), provenienti da
tutte le parti disagiate del mondo: oggi non risulta dirimente la qualità
dell’opera o la carriera, quanto la carta d’identità dell’artista. Con la
selezione della curatrice africana Koyo Kouoh, nel frattempo deceduta, si è
quindi radicalizzata la posizione dell’ultima Biennale titolata e curata dal
brasiliano Adriano Pedrosa. Legittima la domanda finale: Sono curioso di vedere
che futuro avrà, probabilmente riferito a quello degli artisti che oggi possiamo
affermare con la certezza dei risultati: nessuno. La totale ininfluenza di
decine e decine di artisti paracadutati alla scorsa Biennale non è quindi
servita a ravvedersi circa l’impostazione della successiva, quanto a perseverare
in una direzione tanto dissennata, per l’attendibilità della ricognizione,
quanto inutile per gli artisti che vi parteciperanno. Un atto di narcisismo
curatoriale indiscutibile, quindi, reiterando la sfortunata tendenza italiana
degli anni ’70, quando l’opera dell’artista era ridicolmente considerata
come pegno visivo del curatore. Onnipotenza curatoriale che oggi rappresenta un
salto indietro nella storia, in un ambito – l’arte, se questo termine ha ancora
un significato – necessariamente votato almeno al presente – accontentandosi
dell’adesione alla cronaca – se non al futuro – cui l’arte dovrebbe ambire,
mutuando la visionarietà delle Avanguardie Storiche più che la palude del
riflusso modaiolo.
Credo sia inutile dedicarsi oggi – a gregge fuggito – a considerazioni che
appaiono frutto di un’ipocrisia indifendibile: è da decenni che alla Biennale
gli artisti italiani sono dimenticati se non discriminati, al punto da doversi
reinventare nel 2009 (c’ero, sono abilitato a parlarne) un Padiglione Italia
addirittura scomparso dalla geografia della manifestazione: l’Italia fino a
quella data era quindi l’unica nazione invitata che non poteva godere di un
proprio Padiglione nazionale. Ma di che parliamo, ancora? Artisti italiani
comunque presenti in Biennale da decenni come panda in via di estinzione, fino
alla ferale notizia della morte definitiva dell’ultimo esemplare in questa
edizione.
Sembrerebbe quindi una notizia prevedibile, vista la tendenza veneziana degli
ultimi vent’anni, se a Manifesta, rassegna nomade d’inspiegabile rilievo
internazionale, tra i cento invitati pure non comparisse nemmeno un italiano, il
che, finita la possibile versione attribuibile a una casualità, potrebbe
apparire come un’autentica discriminazione territoriale. Va detto
che Manifesta si è da sempre caratterizzata per un’illeggibile qualità oggettiva
e un ritorno professionale impalpabile per i partecipanti, più votata
all’ideologia più estrema del momento che alle problematiche insite in ambito
culturale e artistico. Inutile chiedersi il perché di una tendenza in voga da
decenni che vuole l’esclusione sistematica degli artisti italiani: con ogni
probabilità conta anche l’opinione dei critici che avrebbero potuto supportarli
(perché no?) come Massimiliano Gioni, già curatore della Biennale di Venezia,
che, fin dal 2002, sentenziava: “L’Italia e l’arte italiana sembrano condannate
a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici – e allora ecco che
di volta in volta si scoprono l’arte cinese, thailandese, messicana e scandinava
– ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con
l’America, la Svizzera, la Francia e la Germania”. America citata
rispettosamente per prima, da chi oggi dirige il New York Museum. Classe ’73,
Gioni a 29 anni aveva già capito le sorti non solo dell’arte italiana, ma anche
dell’Italia: quanto all’opportunità di essere più esotici, o all’accostamento
tra professionale e cinico – si sta parlando d’arte, non di finanza o
multinazionali – si vede che non sono abbastanza preparato per capirne la
portata critica. Semmai è il resto del mondo che sta mutuando le modalità
capitalistiche occidentali, nel bene e nel male.
Anche dalle testate nostrane appaiono – com’era prevedibile – le tesi più
disparate sull’azzeramento, nella maggioranza dei casi imputato agli stessi
artisti nazionali che non sarebbero all’altezza, non al passo coi tempi, non
abbastanza calati nelle problematiche sociali, ambientali e climatiche: tutte
balle… si può dire ancora? Si può finalmente dichiarare che il coefficiente di
esterofilia di questo Paese non è mai inferiore all’80% (tanto per dare una
percentuale che renda l’idea), al punto che sembrano non nascere nemmeno più
calciatori in un Paese che mancherà dal Mondiale almeno per sedici anni
consecutivi e quando l’organismo di supporto nazionale per gli artisti si
chiama Italian Council? Posso finalmente dire – dall’interno del sistema – che
un artista non lavora mai (dai tempi preistorici delle grotte di Lascaux) per
gli altri ma è proiettato a interpretare e sviluppare anzitutto le proprie
urgenze? Si può dire che quando le opere sono perfettamente coincidenti con la
cronaca puzzano d’imbroglio (e magari proprio per questo sono al passo con
questi tempi in cui il materialismo è pilotato dal mercato e il mercato è
supportato da una cronaca asfissiante e da un fiume di denaro, non sempre
trasparente)? È possibile che la quasi totalità mondiale del mercato reale,
presente alle Fiere specialistiche in ogni parte del Globo, riguardi opere che
non si vedono mai nelle rassegne internazionali, Biennali incluse?
Tutte domande che vengono chiarite da un aspetto essenziale: dal passaggio del
Millennio l’arte è governata dal mercato e il mercato dalla finanza e dalla
strapotenza dei signori della moda: Germano Celant aveva visto giusto già
nel 1996, come curatore della Biennale di Firenze Arte e Moda, posizionando
gli artisti negli atelier e gli stilisti nei musei. Quindi le responsabilità
soggettive degli artisti italiani non c’entrano nulla, semplicemente perché
l’attendibilità di un artista non può dipendere dalla latitudine o dalla
pastasciutta che mangia: il solo poterlo pensare rende del tutto ridicolo
qualsiasi selezionatore. Gli stessi artisti del Padiglione Italia, da quasi
vent’anni, raggiungono quel traguardo solo se pilotati come segnale
irrinunciabile dalla personale o all’Hangar Bicocca di Milano o prenotati in
anticipo da qualche galleria internazionale di riferimento.
Comunque sia, nessuna attenzione alla pittura come parola d’ordine: ça va sans
dire, alla faccia dell’Arte degenerata di fosca memoria.
Appena metabolizzata – con facilità, vista la consuetudine – l’esclusione, ed
ecco che sulla Biennale si abbatte il tifone del Padiglione Russia, dopo aver
appena digerito senza il minimo singulto l’inno nazionale sovietico alle
Paraolimpiadi, per gli artisti russi già esclusi da quelle ordinarie. Un
autentico gesto di discriminazione, dove la menomazione viene pelosamente
premiata senza alcuna equità di giudizio, senza alcuna onestà intellettuale,
senza nessuna decenza. Quanto agli aspetti giuridici, La Biennale, vale
ricordarlo, è un Ente Autonomo e quindi indipendente non solo dai malumori
governativi, ma anche da una piazza misteriosamente distratta e silenziosa sui
campi da sci, solo poche settimane prima. Russia in Biennale: scelta sbagliata?
Ma l’arte, come lo sport, dagli stessi soloni che oggi s’indignano, non era da
sempre strombazzata come palestra irrinunciabile per l’unità dei popoli? Un’area
dorata super partes dove la politica non aveva accesso? Non avevamo visto sui
campi di calcio e alle mostre internazionali, israeliani e palestinesi
abbracciarsi nel giubilo condiviso?
Nel guazzabuglio generale, il governo sudafricano ha censurato – impedendola –
la partecipazione nel proprio Padiglione nazionale dell’artista Gabrielle
Goliath, per giunta resa intoccabile dal sistema che conta per la recente
personale al MoMa di New York. Goliath proporrà in una chiesa veneziana Elegy,
la sua opera di performance – dedicata a due donne Nama assassinate dalle forze
coloniali tedesche all’inizio del XX secolo e (non casualmente) alla poetessa
Palestinese Hiba Abu Nada, uccisa da un bombardamento israeliano nel 2023,
lasciando quindi serrate le porte del Padiglione sudafricano.
L’impressione ormai inconfutabile è che la politica sia dominante anche in
Biennale e che la questione russa non sia che l’antipasto – se non il pretesto –
per la vera, scontata battaglia contro America, Israele e Russia stessa: I
governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra. Dimenticando
allegramente la mattanza in Sudan, con lunghe mani europee ad alimentarla, le
crudeltà reiterate in Myanmar, le guerre in Camerun, Congo, Kashmir, Mozambico,
le stragi inumane di civili in Iran, nonché i sanguinosi regolamenti di conti in
diverse aree del mondo con pluralità etniche irrisolte, favorite dalla
floridissima industria mondiale delle armi. Israele – con il suo Padiglione
attualmente indisponibile – è stato ubicato a latere della mostra centrale In
minor keys: ovvero quando un privilegio può diventare una contrindicazione
letale; a Israele non sarà prevedibilmente consentito di aprire i battenti e
quindi nemmeno partecipare alla limitrofa mostra che titola la Biennale stessa.
Ma i Padiglioni sono a tutti gli effetti territorio sovrano del Paese che
rappresentano: aspetto nient’affatto trascurabile e potenzialmente esplosivo per
le modalità che Israele e gli Stati Uniti dell’irascibile Donald Trump potranno
mettere in campo a difesa della corretta apertura. Nel frattempo, la ciliegina
sulla torta dell’incendio misterioso al Padiglione della (filorussa) Serbia –
domato e ostinatamente ripreso – sembra essere l’annuncio di una Biennale
incendiaria e incendiata.
Gli artisti italiani, in questo trambusto, potranno restare serenamente a casa:
tanto qui non importa realmente a nessuno.
Roberto Floreani
*In copertina: Installazione di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia,
1964
L'articolo Arte italiana degenerata proviene da Pangea.
Sbocciavan le viole
L’odore del sigaro m’increspa gli alveoli. Siamo nel nucleo del ποιέω, la stanza
in fondo a sinistra
– ce ne stanno una decina –, ognuna con la sua specifica. Un rumore di fondo,
primordialmente accogliente; il piccolo radiatore acceso di fianco al piano di
lavoro e sopra un marchingegno musicale da cui fiorisce suono. Ricordi,
sbocciavan le viole. A De André ha dedicato un ciclo intero, esposto nel
loggiato di Palazzo San Giorgio a Genova, nel 2001. Ho trafugato dalla bottega
quasi tutti i cataloghi; Dori Ghezzi, al tempo presidente della Fondazione De
André, scriveva di Maurizio Carnevali:
> “Raramente l’opera di Fabrizio è stata così ampiamente assunta a punto di
> ispirazione per l’arte pittorica di un solo artista […] superando il consueto
> e spesso irrinunciabile linguaggio musicale, interpreta, così esplicitamente
> attraverso una pittura densa di colori e di scenari onirici, l’universo
> descrittivo delle canzoni, soprattutto quelle delle origini”.
*
Ut pictura poësis
Lo disturbo spesso – ma sempre troppo poco –, per necessità di nascite. «Di arte
bisogna vivere e morire» dice in qualche intervista, ed io stringo forte nella
tasca del giubbotto queste parole quando subentrano tentazioni di
accontentamenti, consapevole che uno slancio è di pregio soltanto se partito dai
confini; come la pittura così la poesia, per questo finiamo sempre a parlare di
versi. Ut pictura poësis, la stessa locuzione che dà il nome al catalogo della
mostra dedicata al centenario della nascita di Franco Costabile – poeta che ci
accomuna –, di cui Carnevali è tra i protagonisti con la tela La Rosa
sull’abisso. Ad introduzione della sua opera, scrive:
> “Mi è capitato spesso di penetrare, da lettore e da pittore/disegnatore, la
> poetica di Franco Costabile, per le infinite similitudini che ho ravvisato nel
> nostro reciproco ‘sentire’ l’uomo. L’essenzialità della parola di Costabile,
> la sacralità della dignità umana che pervade la sua poesia, hanno sempre
> innestato nei miei lavori a lui dedicati o da lui ispirati una necessità di
> non concedere nulla alla leggerezza, al bello ‘canonico’”.
*
Ladro di fuoco
È nato il 5 maggio – facile qui il rimando all’ode di Manzoni – del 1949; ha
vissuto in pieno approdo, sviluppo e strascichi di gran parte delle avanguardie.
Leonida Répaci, amico di un giovane Carnevali, nel 1974, a proposito di lui
diceva: “Mi sorpresero i termini antichi e i segni dissepolti di oneste penne di
questo giovane artista che non si è lasciato corrompere da una spuria
avanguardia ricca di compromessi”. Italo Carlo Sesti, il direttore di “Scena
Illustrata”, lo inseriva tra gli Espressionisti, occupandosene nel 1977: “le sue
opere appaiono segnate da un carattere singolare di autenticità ed immediatezza,
di potenza espressiva non solo per il segno incisivo, anche se tonale, ma per
quella sua costante sagace compositività. La sua imprimitura è decisamente un
espressionismo ragionato […]. È l’interpretazione scarna della realtà sia essa
concettuale che naturalistica, non per una mimesi linguistica di tipo
accademico, ma per una scelta che presuppone la coscienza dei problemi della
pittura e della cultura contemporanea […] su tutto aleggia un bisogno di
racconto, la necessità e il desiderio di poesia”.
Tale desiderio non si è mai sopito e lo sregolamento di tutti i sensi che
percepisco sulle tele mi lascia pochi dubbi sulle sue traiettorie, che spesso si
incrociano alle mie; Rimbaud, Verlaine, Baudelaire sono i francesi che occupano
i nostri colloqui. Ho davanti una monocromatica in cui domina l’ignoto; c’è una
donna, una bestia, forse delle ali, una sofferenza germinante. Ne scorgo
soltanto le concessioni, non posso comprenderne la creazione; sto giovando di un
ladro di fuoco.
Burattinaio
*
Ciò che fa la primavera con i ciliegi
Maurizio Carnevali è l’unico vero rivoluzionario che abbia incontrato; un
artista che fa solo l’artista da quarant’anni. Non il binomio pittore-insegnante
di liceo, nemmeno il trinomio scultore-influencer-uomo marketing. Il
sovvertimento dell’ordine prestabilito necessita di puri, figure apotropaiche di
una fazione estremamente esigua e perennemente in lotta contro le forze del
male-compromesso. A loro e loro soltanto dovrebbe spettare la custodia del
profondo tesoro dell’uomo: l’amore. Pietà e falce gli appartengono alla
biografia quanto all’opera; c’è un Omaggio a Neruda del 2002, di cui
disperatamente cerco foto; un suo ciclo dedicato a Lorca, intriso di
surrealismo, figure e squarci – ricordo, andando a memoria: “Tra farfalle nere,/
va una ragazza bruna/ insieme a un bianco serpente/ di nebbia”, sul fianco di
una figura femminile.
Da uno scaffale sbuca un cartoncino A5 Edizioni del Sileno, un dialogo tra il
suo “diario d’una notte” e “Ieri sera era amore” di Alda Merini, mentre
l’orologio scocca le 20:00 e si esauriscono le ore in cui vaga la poesia. Levo
il disturbo che, se è lo stesso che la primavera dà ai ciliegi, spero continui
in eterno.
Salvatore Giuseppe Di Spena
L’amore negli abissi di Scilla e Glauco
**
Piccola antologia di bottega
IL PASSAGGIO DELLA SIGUIRIYA, Federico Garcia Lorca
Tra farfalle nere,
va una ragazza bruna
insieme a un bianco serpente
di nebbia.
Terra di luce,
cielo di terra.
Va incatenata al tremore
di un ritmo che non ha meta;
ha il cuore fatto d’argento
e un pugnale nella destra.
Dove vai, Siguiriya,
con un ritmo senza testa?
Che luna raccoglierà
la tua pena di calce e oleandro?
Terra di luce,
cielo di terra
*
IERI SERA ERA AMORE, Alda Merini
Ieri sera era amore,
io e te nella vita
fuggitivi e fuggiaschi
con un bacio e una bocca
come in un quadro astratto:
io e te innamorati
stupendamente accanto.
Io ti ho gemmato e l’ho detto:
ma questa mia emozione
si è spenta nelle parole.
La rosa sull’abisso
*
NELLA TUA NOTTE, Franco Costabile
Nella tua notte
io solo ti vedo
colma di luce.
Ai miei occhi
poveri di storia
si rammenta
il gioco a mosca cieca
delle lucciole:
tu ed io
nel sonno degli ulivi.
*
IL BUON PENSIERO DEL MATTINO, Arthur Rimbaud
D’estate, alle quattro di mattina,
il sonno d’amore dura ancora.
Sotto i boschetti l’alba svapora
l’odore della sera festeggiata.
Ma laggiù, nell’immenso cantiere,
verso il sole delle Esperidi,
in maniche di camicia, i carpentieri
sono già in azione.
Nel loro deserto di muschio, tranquilli,
preparano i pannelli preziosi
dove l’opulenza della città
riderà sotto falsi cieli.
Ah! per questi operai meravigliosi,
sudditi di un re di Babilonia,
Venere! lascia per un po’ gli Amanti,
che hanno l’anima incoronata.
Regina dei Pastori!
porta ai lavoratori l’acquavite,
perché le loro forze si ristorino
aspettando il bagno in mare, a mezzogiorno.
*
GIOCHI OGNI GIORNO CON LA LUCE DELL’UNIVERSO, Pablo Neruda
Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testolina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.
A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.
Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.
Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.
Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.
Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.
Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.
Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.
*L’articolo è corredato da opere di Maurizio Carnevali; in copertina, un
dettaglio da “L’eclisse dell’ombra”
L'articolo “Stupendamente accanto”. Intorno a Maurizio Carnevali, artista
rivoluzionario proviene da Pangea.
“Arti applicate… arti decorative… arti minori… Io non vedo differenze. L’arte è
arte. Cosa significa ‘applicate’? È solo uno degli aspetti dell’arte, uno dei
tanti. C’è chi dipinge, chi costruisce sedie e chi le studia… Una volta Roberto
Longhi, col quale mi laureai in Storia dell’arte a Firenze, vedendomi arrivare
mi disse: ‘Ah, ecco quello che studia le seggiole’. Sì, e allora? Non c’è niente
di male a studiare le seggiole… Nella mia vita mi sono occupato di tante cose.
Di arredi francesi, di mobili italiani, di mosaici, di pietre dure… Per me
l’approccio è sempre stato lo stesso. Che si tratti di un dipinto o di mobile,
lo devi guardare e studiare allo stesso modo. Di quell’oggetto, di quel
manufatto – di quell’opera d’arte – devi capire quello che si sa, come lo si sa
e che cosa significa. ‘Arti applicate’ cosa vuol dire? Che si applica a che
cosa? Penso che il termine ‘decorative’ sia più giusto. L’oreficeria, le
ceramiche, i vetri, gli smalti, i mobili… Sono tutti oggetti che decorano la
casa, che l’arredano. ‘Applicate’… Ma perché? Anche quando fai un quadro ti
applichi… E cosa significa ‘minore’? Dipende da com’è il quadro e da com’è la
sedia; non necessariamente qualcosa è per statuto inferiore o superiore. Ci sono
opere di pittura e scultura molto banali, e d’altra parte tessuti o vetrate che
sono capolavori. Allo stesso modo, per quanto riguarda lo studio della storia
dell’arte, si possono dire cose molto serie su oggetti considerati ‘minori’,
così come si possono dire cose molto stupide su Tiziano. L’oggetto che studi può
essere importante o no: quello che conta è come lo vedi e come lo fai capire
agli altri. Che poi un dipinto di Rembrandt sia più importante di una sedia
stile Impero è possibile, non l’ho mai negato. Ma stabilire una gerarchia a
prescindere tra la pittura e l’ebanisteria, è pretestuoso. E questo vale anche
dal punto di vista della critica. Poi, certo: il fatto che un quadro o una
statua abbiano come fine solo il godimento estetico mentre una sedia o un tavolo
abbiano anche una utilità, è qualcosa di importante; non c’è dubbio. Ma il fatto
che una sedia o un tavolo abbiano una utilità non significa che non possano
essere anche un’opera d’arte. E poi: come si decide che un oggetto è bello o non
lo è? Il gusto cambia ogni cinque anni, dieci anni. Non solo cambia il gusto del
tempo. Anche il gusto personale. Non sempre quello che tu trovi bello e
importante a vent’anni continuerai a trovarlo bello anche a trenta o a
cinquanta. O a novanta”.
Novant’anni anni, nato a Santiago di Cuba nel 1936, discendente di un’influente
famiglia locale – il padre fu Ministro della Cultura di Fulgencio Batista poco
prima della rivoluzione cubana: “morì nel 1952 quando avevo 16 anni” – lunghi
viaggi fra Stati Uniti e Europa, dove si stabilì al momento della presa del
potere di Fidel Castro decidendo di non fare mai più ritorno nel proprio Paese,
studi universitari a Firenze dove fu allievo di Roberto Longhi, e poi – dal
1971, senza più abbandonarla – Roma, dove era arrivato la prima volta nel 1955
(“Perché ho deciso di vivere qui? Perché è la città più bella che esista”),
Alvar González-Palacios, naturalizzato italiano ma con un elegante e ostinato
accento cubano, con i suoi libri ha offerto uno dei contributi più importati
sulla storia delle arti decorative, con una predilezione per l’area italiana,
francese e spagnola. Titoli: Il tempio del gusto (1984), Il gusto dei
principi (1993), Arredi e Ornamenti alla corte di Roma (2004), Nostalgia e
invenzione: arredi e arti decorative a Roma e a Napoli nel Settecento (2011).
Sguardo disincantato, occhio affilato, autoironico, raffinato connoisseur e
storico dell’arte, professore e collezionista, González-Palacios è un
intellettuale e un uomo di mondo che, girandolo, ha conosciuto tutti i grandi
collezionisti e antiquari del Novecento, e poi artisti, studiosi, direttori di
museo, miliardari e gentildonne, editori, mecenati, aristocratici… da Federico
Zeri a Jean Paul Getty, da Umberto Allemandi a Mario Praz, da Harold Acton a
Vittorio Cini, da Jean-Michel Basquiat a Costantino Bulgari, da Madelaine
Castaing a Bernard Berenson, da Alberto Arbasino a Peggy Guggenheim, da Liliane
de Rothschild e Anthony Blunt… Pezzi di storia e pezzi d’arte. Una vita fuori
dall’ordinario, fra Bellezza e Bizzarria, alla ricerca di una risposta alla
domanda: ‘Che cos’è il gusto nell’arte e nella vita?’. E qual è la risposta?
“Forse il duende di cui parla Federico García Lorca, una forza misteriosa che
possiede l’artista, un qualcosa che qualcuno ha e moltissimi non hanno. Un
incanto misterioso, una qualità ineffabile. Qualcosa che è ovvio quando manca,
ma può sfuggirci quando c’è davvero”.
Un dono che può possedere solo l’artista o anche l’artigiano?
“Le arti sono state spesso distinte in maggiori e in minori, specialmente in
Italia, forse a causa di una cultura idealista che da noi ha resistito più a
lungo che in altri Paesi. Penso che tutti gli aggettivi usati per spiegare le
arti siano spesso inutili. Forse il meno offensivo è ‘arti decorative’, quello
spregiativo ‘arti minori’. Chi stabilisce che un oggetto è un’opera d’arte con
la maiuscola o con la minuscola? Dividere l’arte fra grande arte e piccola arte
è una presunzione. Il fatto che un artista sia un grande artista, per esempio un
grande scultore, non significa che non sappia fare un bel disegno. In molti casi
lo sa fare benissimo. Mobili, pietre, marmi, gioielli: tutto può fare parte
dell’arte. Non perché è un mobile non deve essere arte. È come è fatto quel
mobile che lo fa essere un’opera d’arte o meno. Io mi sono specializzato in
questo ambito perché quando ero giovane, sono arrivato in Italia e dovevo
guadagnare per vivere, ero un esiliato. Ho iniziato ad occuparmi di primitivi
toscani verso i quali, a un certo punto, fra Settecento e Ottocento, in Italia
si assistette alla nascita di un grande interesse collezionistico. Poi mi sono
avvicinato ad Ambrogio Lorenzetti e il suo tempo; e, con lo stesso impegno, con
lo stesso sguardo e con lo stesso rigore scientifico che si applica all’analisi
di una scultura, di un edificio o di un dipinto, mi sono dedicato a cose
apparentemente più facili, per alcuni banali, cioè gli oggetti. Ad esempio i
mobili di Giuseppe Valadier, architetto, orafo e argentiere fra i più importanti
del periodo neoclassico; e mi sono specializzato in pietre dure, soprattutto
delle collezioni reali spagnole, e poi negli orologi e nei bronzi… Insomma, mi
sono occupato un po’ di quello che mi piaceva, un po’ di quello che mi
chiedevano. Ma la mia scelta non dipendeva da ciò che era considerato più o meno
importante nel mondo degli studi, ma dal fatto che pochi studiosi se ne
interessassero in Italia. Molti miei amici, in Francia o Inghilterra, si
occupavano anche di oggetti ai quali qui, per non dispiacere a Longhi, nessuno
voleva avvicinarsi; e io ho detto ‘Se lo fanno loro, perché non lo dovrei fare
io?’. Io davvero non vedo che cosa ci sia di male a occuparsi di una sedia.
Solo, bisogna vedere che sedia è. Ad esempio, Andrea Brustolon, un veneto che ha
vissuto fra Seicento e Settecento, ha realizzato delle sedie e delle poltrone
piuttosto straordinarie. Ripeto: tutto dipende da come uno guarda le cose. Non
bisogna cadere nei pregiudizi. Lo stesso vale se consideriamo il rapporto tra
artigiano e artista. Quando un artigiano diventa un artista? Semplicemente
dipende da quello che fa. Ci sono artigiani che sono artisti e artisti che non
sono artigiani, perché non sanno fare le cose bene. L’artigiano è chi fabbrica
degli oggetti, ma lo fa in una maniera che non arriva alla grande arte, cioè
senza originalità, e allora resta un operaio. Perché si possa parlare di
artista, invece, occorre che ci sia una dose di immaginazione e di invenzione
che la persona media non ha. Se tu fai un mobile e lo fai uguale ad altri
trenta, allora non è un’opera d’arte, è un oggetto seriale. Se invece crei una
linea diversa, lo decori, lo orni in una maniera nuova, come nessuno lo ha fatto
prima, allora è arte. Pensiamo ad André-Charles Boulle, vissuto a Parigi fra
Seicento e Settecento, un ebanista, ma anche scultore, cesellatore e decoratore,
famoso per una sua tecnica particolare nella lavorazione dei mobili. Lui ha
inventato uno stile. Un genio assoluto, pur essendo innanzitutto un artigiano.
Aveva una capacità manuale strepitosa nel modellare il bronzo e il legno, tanto
che le sue sedie non si possono confondere con quelle di nessun altro. Aveva un
dono, qualcosa di divino, una inclinazione particolare che alcune persone hanno
e altre no. È il colmo dell’ingiustizia, lo so, ma è così. Voglio dire che ciò
che differenzia un oggetto normale da un oggetto d’arte è il grado di perfezione
che si raggiunge nella sua realizzazione. E i due estremi sono il capolavoro e
la banalità. Vede quel mobile che è dietro di lei? Direi che non è un oggetto
banale… È d’accordo?”.
Dietro di noi c’è un mobile con cassetti decorati in pietre dure, del tardo
Seicento – una cosa affatto banale, diciamo meravigliosa… – probabilmente uscito
dalla Galleria dei Lavori istituita a Firenze nel 1588 dal Granduca Ferdinando I
de’ Medici e che poi nell’Ottocento prese il nome di Opificio delle Pietre Dure.
Per il resto, la casa di Alvar González-Palacios, un appartamento nel centro di
Roma, a Palazzo Caetani, dove la finestra della camera degli ospiti guarda il
Vittoriano e quella della sala da pranzo s’affaccia su Largo Argentina, è un
labirinto di stanze stracolme di opere d’arte e di oggetti. Dipinti di
scuola bolognese del tardo Seicento, porcellane cinesi, antichi vasi romani (“Ma
non sono di fattura così pregevole…”), in camera da letto tre pannelli dipinti
su tela (“Tardo Settecento piemontese, li acquistai in un mercatino delle pulci
a Parigi, ma era una serie di sei, da allora continuo a cercare gli altri
pezzi”), una consolle in legno e alabastro, una angoliera inglese a chinoiserie,
in bagno antiche mattonelle persiane murate nelle pareti, e poi bronzi,
tavolini, lampade (“Ogni pezzo è una scelta precisa, tenendo conto dei miei
mezzi, che sono stati sempre limitati; i miei gusti in verità implicherebbero
una quantità di denaro che non avrò mai…”), e poi miniature, disegni, dodicimila
volumi, due grandi librerie (“Le ho disegnate io”), e ancora lacche, stampe,
sculture. Opere di artisti minori e pezzi di alto artigianato.
“Gli artisti nel corso della storia spesso hanno sfruttato gli abili artigiani.
È sempre successo. Ma come un artigiano può essere un artista, così un artista
può essere anche un grande artigiano. Una cosa non esclude l’altra.
Michelangelo, ad esempio, è stato anche un grande artigiano. A qualcuno il
termine ‘artigiano’ riferito a Michelangelo non piacerà; ma resta il fatto che
pochi altri nel corso dei secoli hanno saputo lavorare il marmo come lui; e che
ha saputo disegnare come pochissimi altri come lui. La verità è che un grande
artista, se non è anche un bravo artigiano non funziona. Come fai, se no, a
creare un’opera d’arte? Devi essere bravo anche manualmente; non basta solo
l’idea; anche se è altrettanto vero che se non hai una buona idea, non avrai mai
una vera opera d’arte”.
Ma un artista può anche non saper fare delle cose, non saper usare gli strumenti
dello scultore o del pittore e essere comunque un artista riconosciuto da tutti.
Un artista concettuale, per esempio.
“Ma non è detto che lo resti. Vedremo. Oggi la critica pensa così, fra cinque
anni magari cambia idea. Non basta un giorno per fare un grande artista. Qui
siamo nel campo delle mode. Uno può essere molto amato in un certo momento e
qualche anno dopo sparire. Non per ingiustizia, ma perché cambia il
gusto. L’arte non è mai uguale. Quello che piace oggi non sarebbe piaciuto nel
1950 e non è detto che piacerà allo stesso modo nel 2050. L’oggi dura solo 24
ore. Poi finisce. La moda e il gusto distruggono tutto o lo esaltano. Il punto è
che a volte guardi le cose superficialmente, poi le riguardi e noti particolari
e aspetti che ti erano sfuggiti. Bisogna essere sempre disposti a cambiare le
proprie idee, a migliorarle, ad affinarle. Non è mai tutto definitivo. Certo,
andare contro il proprio gusto – tenendo per buono che lo si abbia – non è
facile. E non bisogna cedere alle mode”.
Il design è una moda?
“Il design? Che cos’è il design? È solo un modo come un altro di indicare quello
che si è sempre chiamato ‘disegno’. Non è un’invenzione della modernità. Design
– anzi, ‘desàin’ come si dice qui – è una parola che si riferisce alle cose
fatte per secoli con una matita su un pezzo di carta. Qualcosa che esiste da
sempre; solo che si chiamava il disegno. Infatti a Firenze c’è l’Accademia del
Disegno. Il design sembra che sia una cosa nata negli anni Venti del Novecento e
che prima non esisteva. Ma quando mai? Qualsiasi artista prima di fare una cosa
deve per forza fare un disegno, o no? Se nel Medioevo un magister
operis progettava una torre, per prima cosa faceva un disegno. Se nel
Rinascimento un architetto progettava una cupola, prima faceva un disegno. Se
nell’Ottocento un artista costruiva un mobile, prima faceva un disegno… Non c’è
altro modo di fare le cose. È sempre stato così e lo sarà sempre. Oggi, ad
esempio, nelle aziende automobilistiche c’è un creativo, un artigiano, un
artista o un designer che parte da un disegno originale, innovativo, che non si
è mai visto prima, sulla base del quale realizzare un’automobile con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche un’automobile essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo, anche se dopo che si sono fatte tre macchine
una copiata dall’altra la cosa non funziona più. E allo stesso modo nel
Settecento c’era un disegnatore, o un artigiano, o un artista – non esistevano
ancora i designer – che partiva da un disegno originale, innovativo, che non si
era mai visto prima, sulla base del quale realizzava una carrozza con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche una carrozza essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo. E io le ho viste. Una automobile, una
carrozza, un bicchiere. Sono esattamente la stessa cosa. E tutto parte sempre da
un disegno. Cambia la moda, cambia il modo di vedere quegli oggetti, cambiano i
gusti; ma il processo è il medesimo. Si chiama arte”.
Luigi Mascheroni
**
S’intitola “Applicazioni/Applications”, ed è il nuovo numero, che esce in questi
giorni, della rivista “La Biennale di Venezia”, uno dei prodotti editoriali più
affascinanti apparsi in Italia negli ultimi anni. Tornata a nuova vita nel 2024
(dopo 53 anni di silenzio editoriale) per volontà di Pietrangelo Buttafuoco,
Presidente della Biennale, e Debora Rossi, direttrice dell’Archivio storico, la
rivista è oggi diretta da Luigi Mascheroni. Ha cadenza trimestrale, è
internazionale e monografica: ogni numero è dedicato a un argomento che viene
declinato nei diversi ambiti di interesse della Biennale (arte, architettura,
cinema, danza, musica, teatro, moda), ma anche letteratura, scienze, filosofia…
«La Rivista è una delle attività che prendono forma dal nostro Archivio
storico», spiega il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. «Il
patrimonio che custodisce la memoria dell’Istituzione, composto da documenti,
fotografie, video, manifesti, rassegne stampa e molto altro, si trasforma in
materia viva per progetti editoriali, mostre, percorsi di ricerca e produzioni
speciali». Il numero “Applicazioni/Applications”, in particolare, esplora il
rapporto tra le nuove forme della creatività e indaga i diversi modi in cui
l’arte entra nella quotidianità al tempo della sua inconsapevolezza: quella di
essere arte. Fra design e società, artigianato e industria, cultura materiale e
digitale. Tra i contributi di questo numero, quello di Lilli Hollein, direttrice
del MAK, il Museo di Arti Applicate di Vienna; di Brendan Cormier, curatore del
Victora and Albert Museum di Londra; dell’architetto danese Bjarke Ingels; di
Julio Luzán, che mette in luce il dialogo tra saperi artigianali e innovazione
tecnologica nella creazione degli effetti speciali nell’industria
cinematografica; e del regista e artista Julian Schnabel.
Qui pubblichiamo in anteprima l’intervista di Luigi Mascheroni allo storico
dell’arte Álvar González-Palacios.
*In copertina: Álvar González-Palacios; photo Lorenzo Castore per La Biennale di
Venezia, 2025
L'articolo “Anche un bicchiere può essere un’opera d’arte”. Dialogo con Alvar
González-Palacios, fra Bellezza e Bizzarria proviene da Pangea.
Finito il servizio di leva sono partito per Londra, senza pensarci troppo e con
pochissimi soldi in tasca, soldi che mi sarebbero bastati per appena un paio di
settimane, poi si trattava di guadagnarli in qualche modo, e allora pulizie in
un albergo, barista in un locale gestito da italiani all’interno di uno dei
tanti parchi della città, ricavando quel tanto che bastava per l’affitto
salatissimo di una stanza, finendo, di settimana in settima, sempre più in
periferia con la speranza di pagare meno e trattenere qualcosa per sopravvivere
più decentemente.
Sarà stato il secondo giorno di permanenza nella capitale inglese quando,
passeggiando per le vie del quartiere residenziale dove mi ero appoggiato
inizialmente in casa di amici italiani, arrangiandomi con un materasso gettato
sul pavimento, mi sono imbattuto in un corpo riverso a terra. Un uomo, avrei
detto di mezza età, con in dosso un pigiama a righe. Il volto era
irriconoscibile, perché la faccia era schiacciata sul marciapiede; gli arti
avevano assunto una posizione innaturale, disarticolata, come se le ossa si
fossero staccate dal corpo, o non fossero più necessarie a reggere l’intera
struttura.
Era una giornata soleggiata, tirava appena un filo di vento che ondulava la
chioma di capelli folti e lisci dell’uomo che si era gettato dalla finestra di
una stanza d’hotel. Doveva essere successo da pochissimo, perché erano accorse
appena un paio di persone già con il telefono in mano probabilmente per chiamare
polizia e ambulanza. Sono rimasto solo qualche secondo a guardare quel corpo
senza più forma sdraiato a terra, fissandomi sulla grossa ferita che aveva sulla
testa, una macchia di sangue viva dovuta all’impatto che gli aveva strappato dal
cranio una ciocca di capelli. Quella ciocca, intera, incollata a un grumo di
sangue, stava galleggiando a pochi passi dal cadavere, quasi fosse una parte del
corpo che defluiva e andava a disperdersi, come fosse la sola cosa viva che
tornava a mischiarsi nel mondo – una traccia, un segno.
A quell’episodio, a quel corpo, negli anni, ho ripensato tante volte. È la prima
immagine che ho avuto di Londra. Certo un’immagine per niente rassicurante ma
che col tempo si sarebbe mischiata ad altre, come a comporre una rete di
significati. Incontrare quel corpo, assistere a quel dramma, era stato soltanto
un caso, ma non so per quale ragione, più tardi, l’ho associato all’attrazione
che subivo per le opere di Francis Bacon. Mi viene in mente uno degli ultimi
dipinti dell’artista irlandese, Sangue per terra del 1988, in cui pare imiti
Rothko in quella tripartizione della tela in grandi fasce orizzontali di colore:
nero, un bianco sporcato da ombre verdognole, infine un grigio intenso. E quella
macchia di sangue al centro che risalta come da un’oscurità. Quella macchia di
sangue che resta sola senza più il corpo da cui proviene, come una stigmate di
eternità deprivata di un Io.
Francis Bacon, Blood on Pavement, 1988
Ma quella residenza di qualche mese a Londra non mi aveva portato a visitare
alcun museo o galleria. Ancora troppo giovane e troppo ignorante per
comprendere. Bacon lo avevo scoperto soltanto più tardi, negli anni
universitari, seguendo percorsi assolutamente personali che mi avevano
avvicinato all’arte mentre studiavo letteratura. Eppure, quella vicinanza,
quell’ossessione che sentivo per le opere di Bacon, avevano a che fare con la
mia permanenza a Londra e con la prima immagine che avevo vissuto. Quando ero
partito senza sapere realmente il motivo che mi spingeva altrove, cercavo una
risposta a delle forze interne a cui non sapevo dare un nome e che mi
angosciavano, ma che, in quei quadri, visti e studiati anni dopo, capivo erano
riuscite a diventate figure. Quelle figure non solo richiamavano il suicidio di
quell’uomo a cui avevo assistito ma pure la permanenza a Londra che mi aveva
scioccamente portato a evitare qualsiasi giro turistico, gettandomi piuttosto
nelle sue zone d’ombra, nel suo sotterraneo aspetto conturbante. Non l’operosa
Londra di superficie, ma quella notturna, oscura, abitata da fantasmi, quella
dove perdersi era semplicissimo.
Quando cerchiamo noi stessi, quando non siamo capaci di dare una risposta a
quelle forze interne da cui siamo dominati, è dal fondo che ci sentiamo
attratti, come se solo in quel sottosuolo, solo in quel buio in cui l’esistenza
va a rifugiarsi trovassimo uno spazio che accolga l’assenza di significati, come
volessimo farci risucchiare da un tubo di scarico – Bacon lo aveva ritratto più
volte ma con maggiore efficacia in Figura in piedi davanti a un lavandino, nel
1976 –, come se tutte le forze dell’Io premessero in un buco, obbedissero di
conseguenza a un vortice, a un risucchio, fino a disarticolarci, succhiando via
l’Io da se stesso. Allora, capita che per capirci si senta la necessità di
cancellarci, di violare perfino il nostro volto, troppo riconoscibile per essere
vero, che la violenza di quelle forze interne ed oscure ci ponga di fronte alla
falsità del nostro viso per far emergere soltanto quella forza, per mettere in
evidenza soltanto un’ombra, ma un’ombra fatta di carne: trafitta, ferita,
sanguinante. Una mostruosità tutt’altro che disumana, al contrario umanissima,
perché svela quanto sotto il dominio delle forze interne l’uomo diventi animale,
nel senso che meglio rivela la propria anima – Bacon avrebbe usato la parola
“realtà”. Ecco, quella realtà, nei dipinti di Bacon, è espressa in tutta la sua
violenza. Una violenza che è prima di ogni cosa una forma di violazione.
*
Il tradimento dei codici, la trasgressione della morale, Bacon li visse fin
dalla giovane età. Il padre, un ex militare finito ad addestrare cavalli, lo
sorprese che indossava la biancheria intima della madre. Francis, cacciato di
casa – aveva sedici anni –, cominciò a vagabondare per l’Europa. Berlino e
Parigi, nella quale scoprì di voler diventare pittore vedendo una mostra di
Picasso e La strage degli innocenti di Poussin, dove il grido di quella madre in
primo piano lo avrebbe sconvolto, cercando di replicarlo in moltissime opere. Ma
è Londra che diventerà la sua casa per il resto dell’esistenza. Qui che conosce
il successo e la perdizione. Sopravvive giocando d’azzardo, o compiendo piccoli
furti, facendo le più pericolose avventure omosessuali – quando l’omosessualità
era un reato Bacon la viveva con una libertà e un coraggio fuori dal comune –,
passando il più del tempo nei locali di Soho, il quartiere notturno per
eccellenza, quello delle prostitute e della trasgressione, stringendo amicizie
con artisti come Lucian Freud (al quale dedicherà molti Studi), o il fotografo
Deakin, che molto lo influenzerà per lo studio delle figure umane, ubriacandosi
per l’intera notte, e il mattino successivo non ricordando nulla di quanto era
accaduto qualche ora prima, salvo già all’alba mettendosi al lavoro, perché i
postumi della sbornia, diceva, lo aiutavano a concentrarsi solo sulla pittura.
Francis Bacon, Figure at a Washbasin, 1976
Questo continuo desiderio di cancellarsi, di annichilirsi; questo calarsi di
continuo negli abissi; questo camminare sull’orlo di un precipizio, mettendo a
rischio la vita, spingendola fino al limite estremo in cui convivevano il
massimo della dissoluzione e la più estrema vitalità. Quasi che da lì, da quel
luogo in cui non si era più, Bacon sperimentasse quanto al fondo di se stessi,
dimentichi del ruolo che si assume in società, del volto che si indossa per
incontrare il mondo, l’uomo si abbandonasse al dominio di un demone che lo
abitava e che era costretto a mettere a tacere. E l’arte, in Bacon, non era
vissuta diversamente, era un fatto totale. Con l’opera stabiliva addirittura un
rapporto simbiotico, il colore con cui prendevano forma le sue figure ce lo
aveva addosso e lo spalmava sulla tela anche con le mani, lui stesso divenendo
l’ombra di quella figura ritratta, con cui combatteva, da cui si lasciava
dominare.
*
Nello studio del corpo umano, Bacon usava spesso delimitare le figure che
ritraeva in uno spazio circoscritto: un tappeto, un cubo, un letto, un
lavandino, uno specchio, una circonferenza ovoidale d’acciaio. Questi spazi
circoscritti, secondo le dichiarazioni dello stesso Bacon, erano un modo per
restringere le dimensioni della tela così da riuscire a vedere meglio la figura.
Ma cosa significa vedere meglio la figura? Non sarebbe bastata una tela di
dimensioni più ridotte?
La verità è che tutti quegli spazi circoscritti sono un campo di concentrazione.
Bacon sembrava intrappolare le sue figure per meglio far emergere la sensazione
che ne aveva. Che fosse una sola figura o ne fossero due nello stesso campo, è
chiaro che si trattava sempre di una lotta. Una lotta con forze che spingono da
dentro e una lotta con forze che spingono da fuori.
Molto spesso, quando i corpi sono due, li si vede intrecciati, la gamba di una
figura si mischia e prende il posto dell’arto dell’altra figura. Le forme si
contraggono, si dilatano, si disossano, i muscoli si gonfiano creando
protuberanze innaturali, le teste si schiacciano o scompaiono nella schiena
dell’altra figura – qualcosa che ricorda lo stesso gesto compositivo di Cézanne
con le sue Bagnanti. Quelli di Bacon erano chiaramente atti sessuali. Ma una
sessualità mai rappacificata. L’erotismo, la sessualità erano un modo per
guardare in faccia l’indicibile – per spingere il corpo verso l’impossibile. Una
lotta estenuante e impronunciabile della vita con la propria stessa morte.
> “Se ami davvero la vita”, confidava al giornalista e amico Daniel Farson, che
> diventerà il suo biografo, “cammini all’ombra della morte… La morte è l’ombra
> della vita e più si è ossessionati dalla vita più si è ossessionati dalla
> morte”.
Eros e Thanatos. Pulsione di vita e pulsione di morte. Atto creativo e
autoannientamento. Non l’una cosa nell’altra ma separate e in lotta. Coesistenza
di due potenze che agivano in eguale misura. Non c’è luttuosità nei quadri di
Bacon, ma forze che agiscono senza provocare alcun moto. Piuttosto sono energie
liberate, ombre che palpitano, che pretendono una forma, che gridano la loro
verità rivelata. Per questo Bacon poteva parlare tanto spesso di accidentalità
mentre dipingeva. La figura ritratta doveva rispondere a quella sensazione, o
quelle sensazioni che il pittore in quel momento liberava. La figura era di
conseguenza soggetto e oggetto del dipinto. Mentre la figura lottava con se
stessa o con un’altra figura, un’altra lotta era già avvenuta, quella di chi la
ritraeva. Una pennellata sbagliata, dichiarava Bacon, avrebbe potuto mandare
all’aria tutto. E questo è comprensibile, perché nell’accidentalità del metodo
pittorico il caso doveva rispondere alla verità di una sensazione – e allora
rispondere a quel demone, dargli una forma, necessitava anche di una disciplina
rigorosissima. Non è un caso che lo stesso soggetto, lo stesso motivo diventasse
molto spesso un trittico, anche se Bacon affermava che, quando sceglieva il
motivo, quando lo cominciava a ritrarre, avrebbe potuto dedicargli molte più
tele, perché a quel punto, ciò che sentiva assumeva forme ogni volta nuove pur
non allontanandosi mai dal vero, come dire dalla cosa originaria che le aveva
generate.
> “Ed è questa l’ossessione”, dice in una delle interviste che rilascia al
> critico d’arte David Sylvester, “quanto puoi rendere questa cosa somigliante
> nella maniera più irrazionale? In modo da ricostruire non solo l’apparenza
> dell’immagine, ma anche tutti i campi sensibili di cui hai consapevolezza.
> Vuoi aprire, se possibile, così tanti livelli del sentire che non c’è spazio
> per tutti”.
*
Tra gli artisti del passato di cui Bacon negli anni ha fatto menzione, ci sono
certamente Poussin, Picasso, Cézanne, Van Gogh, ovviamente Velázquez e il suo
ritratto di Papa Innocenzo X che ha provato a rielaborare in più occasioni.
Andando più indietro, ha fatto anche il nome di Cimabue, specialmente ragionando
sulla Crocifissione. Diceva che guardandola immaginava la figura di Cristo
rivolto a testa in giù (così come nelle sue di Crocifissioni posizionava la sua
carne macellata) e notava come la sinuosità del corpo pareva farlo scivolare
verso il basso “come un verme”. Un movimento di linee che certamente lo ha
influenzato non soltanto per le serie sulle Crocifissioni ma per quel defluire
delle figure che sembrano fuggire da se stesse, liquefarsi, quasi che l’ombra
che producono fosse materia densa o carne dissolta. Scartabellando le sue
interviste non mi pare però abbia fatto mai il nome di Masaccio. Eppure per più
di un motivo sono convinto che Bacon debba molto al genio rinascimentale.
In un piccolo viaggio in giornata a Firenze per andare a vedere le sue opere nel
periodo universitario, nella Cappella Brancacci della Chiesa di Santa Maria del
Carmine, sono stato a lungo a osservare gli affreschi, certo influenzato nello
sguardo dalla lettura che avevo fatto del celebre saggio di Roberto Longhi Fatti
di Masolino e Masaccio. Ma la cosa che mi aveva colpito e sulla quale più mi ero
soffermato erano i corpi di Adamo e Eva cacciati dal Paradiso Terrestre. Ecco,
io credo che in quell’affresco Masaccio abbia voluto far emergere la nascita dei
corpi. Che con il peccato originale e la cacciata dall’Eden quello che nasce è
l’essere umano con un corpo fisico, fatto di carne, mortale. La mortalità della
carne non è espressa solo nella vergogna di Adamo, che schiaccia il viso con le
mani – cosa che Bacon ripete spesso, quella di cancellare gli occhi e nascondere
il volto, a volte con un panno, spesso con un ombrello scuro, quasi che il volto
fosse la prova di quella vergogna, la vanità del vedersi riflessi, di percepirsi
come si è. E nemmeno soltanto nella deformazione del volto di Eva, che
rassomiglia già a un cadavere per come apre la bocca sbigottita dalla propria
disperazione – quelle bocche aperte che in Bacon sono il grido che, come disse
una volta in un’intervista, è “la coagulazione del dolore, della disperazione”.
A osservare bene l’affresco si nota anche che i corpi dei due primi uomini
producono ombre, la loro ombra li accompagna nella discesa sulla terra. Masaccio
introduce nell’arte l’espressione della mortalità dei corpi prima di chiunque
altro. Ma si potrebbe dire ancora meglio. Che la nascita di un corpo produce
contemporaneamente anche la sua mortalità. “La morte è l’ombra della vita e più
si è ossessionati dalla vita più si è ossessionati dalla morte”, aveva detto
Bacon.
Francis Bacon, Triptych, 1972
Bisognerebbe osservare il Trittico dell’agosto 1972 conservato alla Tate Gallery
di Londra, che sono andato a visitare molti anni dopo la mia prima permanenza
nella capitale inglese. Si tratta di uno dei ritratti che Bacon ha dedicato al
suo compagno George Dyer. Nonostante il suo corpo fosse comparso anche prima di
quella data nelle tele dell’artista, è da qui che Bacon entra con maggiore
ferocia nella propria ossessione.
Nell’ottobre del 1971, George e Francis erano in Francia per una grande
retrospettiva che era stata organizzata a Parigi per Bacon. Ma due sere prima
dell’inaugurazione tra i due era scoppiata una delle tante liti che connotava il
loro rapporto burrascoso. L’artista aveva così deciso quella notte di non
dormire col suo compagno. Ma quando la mattina successiva era rientrato in
quella stanza d’hotel dove lo aveva lasciato, aveva trovato Dyer steso a terra,
morto per un miscuglio di alcol e barbiturici. È quella morte che Bacon ritrae
nel Trittico. E mi sembrava d’essere tornato a Londra vent’anni dopo per dare
un’immagine a quello che avevo visto la prima volta che vi ero stato. Una grande
porta aperta fa da sfondo a tutte e tre le tele, ma quello che vediamo oltre la
soglia è soltanto un grande buio, una minacciosa oscurità. La figura seduta
sulla sedia e davanti la porta, sembra mano a mano farsi assorbire dal buio che
incombe. Porzioni di corpo – il busto nella tela di sinistra, il braccio e la
spalla sulla tela di destra – scompaio inghiottiti dall’oscurità, mentre gli
arti inferiori sembrano sciogliersi sul pavimento, trasformarsi in ombre.
L’ombra di quella figura non è grigia o scura per una maggiore o minore
influenza della luce ma diventa una macchia rosa, quasi un’appendice del corpo,
come se la vita intera stesse scorrendo via da lui. Ma è nella tela centrale che
si compie realmente il dramma. Ora la figura non è più seduta. Il corpo è già
riverso a terra e pare aver perso già tutti i suoi connotati di riconoscibilità.
Ma ci si accorge che non si tratta di una sola figura ma di due
sovrapposte. Quello che si sta compiendo nella tela centrale è un atto sessuale
o un omicidio. È qui che Bacon esprime anche il suo senso di colpa. Di quella
morte, della morte di Dyer si sente in una certa misura responsabile. Ma esprime
anche qualcosa di più, e forse anche di più terribile. Che nell’amore c’è
qualcosa di assolutamente distruttivo. E in arte quella morte nasce, nel senso
che si manifesta come qualcosa di vero e tangibile, da un atto d’amore, e ogni
atto d’amore è un atto di nascita e di morte – come tornando all’origine da cui
tutti veniamo, come nel peccato originale nasciamo dentro la nostra stessa
consapevolezza di mortalità.
*
Probabilmente forzo l’interpretazione, ma non smetto di pensare a Masaccio,
questa volta non quello della Cappella Brancacci ma quello della Trinità a Santa
Maria Novella. Bisogna concentrarsi sulla composizione, e tutti gli interpreti
sono d’accordo nel riconoscere che quella scena così circoscritta in
un’architettura – il Cristo crocifisso, Dio alle sue spalle in piedi su un
altare ma dalle dimensioni assolutamente umane –, sia l’eredità che Masaccio
prese dall’ingegno architettonico di Brunelleschi. Le due colonne, l’arco,
l’architrave e la volta a cassettoni che dà il senso della prospettiva, un punto
di fuga alle spalle che inghiotte le figure, tanto che lo stesso Vasari aveva
commentato che quella parete pareva fosse bucata. Bisogna pensare a dove è posto
quell’affresco. Alle spalle della parete Masaccio era perfettamente consapevole
che si trovava un cimitero, il cosiddetto “chiostro dei morti”. Quasi che avesse
voluto mettere in evidenza la mortalità di Cristo, di cui è prova anche il
sarcofago ai piedi della scena. Sul piano di marmo è steso uno scheletro
accompagnato da una scritta: «io fui già quel che voi siete e quel ch’io son voi
ancor sarete». Quell’architettura è, in termini baconiani, un campo di forze e
una “messa in scena” addirittura teatrale.
Sappiamo quanto Bacon fosse lontano dal credere a una possibile resurrezione dei
corpi; estraneo a lui il pensiero cristiano o teologico della vita. Ma sapeva
pure che l’arte, nel corso dei secoli, attraverso il pensiero cristiano, aveva
sperimentato il proprio genio costruendo dei modelli dai quali era impossibile
prescindere. Ora, se prendessimo un quadro del 1946, Painting, forse si
esagererebbe a metterlo accanto alla Trinità di Masaccio, ma vale la pena fare
uno sforzo di immaginazione e osservazione. Ha raccontato più volte di come sia
nato per caso. Voleva dipingere un rapace e uno scimpanzé ma i primi segni di
colore sulla tela lo avevano portato da tutt’altra parte. Ancora la sua idea di
caso e accidentalità. Eppure qui sono concentrate diverse figure che
compariranno spesso in opere successive. Una grande carcassa di carne animale è
la figura crocifissa al fondo della prospettiva. Davanti alla crocifissione un
uomo in abiti scuri, il volto coperto da un ombrello evidenzia la bocca aperta
che mostra la dentiera – un grido, uno spavento, una forma di terrore. Questa
figura doveva essere l’immagine del potere, forse di un dittatore, o comunque di
un’autorità non specificamente definita. Sotto di lui dei microfoni, come si
fosse preparato per un comizio o un annuncio. L’intera figura, come spesso
accade, è circoscritta in una gabbia metallica. Lo sfondo di tutto il quadro
sembra una parete circolare, quasi fosse una cappella, o, appunto, una scena
teatrale. I colori della parete sono rosa con tre riquadri, quasi delle nicchie
o dei cassettoni, di un rosa più scuro. Ricordo che la prima volta che ho visto
la Trinità di Masaccio ho guardato il colore dei capitelli, degli archi e
dell’architrave scoprendomi a pensare che il famoso rosa di Bacon (così spesso
utilizzato) era da qui che proveniva. Bacon però compie sulla Trinità una
dissacrazione, o, ancora, una violazione. Non c’è più un Dio che sostiene il
corpo crocifisso di Cristo e che pure lo trascina indietro, spinto dalla
prospettiva oltre la parete, verso il “chiostro dei morti”. In Bacon la scena è
capovolta. C’è una bestia crocifissa che preme e incombe sull’autorità di quella
figura che non ha più nulla da declamare se non la propria realtà di essere
mortale. Lo spazio circoscritto di Masaccio, che suggeriva una fuoriuscita verso
l’esterno, un inghiottitoio dietro le quinte, in Bacon diventa una tragedia che
non trova vie di fuga, né alcuna possibile salvezza. L’autorità di quella figura
non ha più alcun potere, né religioso né temporale. La scoperta della propria
mortalità causa un grido muto; un grido che spezza la voce, disarticola la
parola per restare violentemente solo sulla scena: solo e soltanto immagine.
“Gridiamo esclusivamente perché siamo in preda a forze invisibili e
impercettibili che offuscano ogni spettacolo e travalicano persino il dolore e
la sensazione”, scriveva Gilles Deleuze nella monografia che dedica a
Bacon, Logica della sensazione, e aggiungeva:
> “Bacon dipinge il grido, in quanto mette la visibilità del grido, la bocca
> aperta come voragine d’ombra, in rapporto con forze invisibili, che non sono
> poi altro che le forze dell’avvenire”.
*
Se una cosa è possibile esprimerla a parole è assolutamente inutile dipingerla.
Questa estrema convinzione Bacon l’ha ripetuta più volte, ironizzando sulle
interpretazioni che venivano date ai suoi dipinti. Ed effettivamente quei campi
di forze dove imprigiona le figure non narrano nessuna storia, non rimandano ad
alcuna trama da tradurre o decifrare. Quello spazio chiuso, reso ancora più
distante allo spettatore dalla barriera del vetro che pretendeva sulle sue
cornici, potrebbe essere un mondo sospeso e impenetrabile nel quale guardarsi ma
come in sogno, o in uno stato di trance. Quasi che la figura imprigionata solo
lì potesse mostrarsi per quello che è, esprimere la propria realtà, la propria
segreta lotta tra la vita e la morte. Anche quando l’immagine suggerisce un
evento, come la crocifissione, o anche una corrida o un atto sessuale, quello
stesso evento accade in uno spazio che, da fuori, resta e deve restare oscuro.
“Fra l’idea/ E la realtà/ Fra il gesto/ E l’atto/ Cade l’Ombra”, recitano i
versi di Gli uomini vuoti (1925) di T.S. Eliot, un poeta che Bacon ha amato
molto. E continua: “Fra il desiderio/ E lo spasmo/ Fra la potenza/ E
l’esistenza/ Fra l’essenza/ E la discendenza/ Cade l’Ombra”. È come se Bacon
avesse voluto fermare per sempre quel momento di tensione estrema in cui le cose
stanno per accadere, e l’intera figura si concentra in un solo campo di forze un
attimo prima che tutto avvenga: la realtà, il gesto, il desiderio, la
potenza. Prima, anche, di trovarsi in un altro regno, un aldiqua o un aldilà di
cui non sappiamo nulla – perché la vita e la morte rispondono a uno stesso
mistero, entrambe nascondono in potenza un segreto. In quell’attimo la figura
“cade” dentro la propria stessa “Ombra”. Un’ombra che non può essere in alcun
modo descritta, che resta intrappolata nel suo mistero, un mistero terribile e
umanissimo, in cui l’Io esplode da se stesso, entrando nel proprio spazio vuoto,
nella propria mancanza, nella propria ferita. Ma, ed è questa la consapevolezza
a cui arriva Bacon, pur raggiungendo l’origine del dolore, pur toccando la
concretezza di quell’ombra che ci abita, non abbiamo altra scelta che continuare
a interrogarci, ripetere quel gesto che spezza la parola e immobilizza il grido.
“Gli occhi non sono qui/ Qui non vi sono occhi”, scrive Eliot, “In questa valle
di stelle morenti/ In questa valle vuota/ Questa mascella spezzata dei nostri
regni perduti/ In quest’ultimo dei luoghi d’incontro/ Noi brancoliamo insieme/
Evitiamo di parlare”.
Andrea Caterini
*In copertina: Francis Bacon, “Painting”, 1946
L'articolo Dipingere il grido. Il campo di concentrazione di Francis Bacon
proviene da Pangea.
Il MaGa di Gallarate (Va) ospita fino al 12 aprile 2026 la mostra Kandinskij e
l’Italia, progetto in tre sezioni dedicato all’artista Vasilij Kandinskij
(1866-1944), indicato come pioniere dell’Astrattismo e messo in relazione con la
grande stagione astratta italiana compresa tra gli anni ’30 e ’50. Anche se il
focus della mostra riguarda gli anni Venti di Kandinskij come docente del
Bauhaus, grande centro d’attrazione dell’astrazione europea, con ogni
probabilità quest’occasione espositiva avrebbe potuto offrire suggestioni nuove,
adagiandosi, al contrario, sulle tesi consolidate che presentano aspetti con
evidenti criticità storiografiche.
Nel comunicato della mostra c’è un passaggio preciso che rivela l’angolazione
del progetto: “Nel secondo dopoguerra […] gli artisti (italiani) più giovani
desiderosi di cogliere in Kandinskij la chiave per entrare in un nuovo mondo
visivo”; una via che gli artisti italiani avevano in realtà già tracciato con
chiarezza. Anziché escludere Balla dal progetto, la mostra del MaGa avrebbe
potuto avere una titolazione più coraggiosa, così invertita: L’Italia e
Kandinskij, contestualizzando l’aspetto fondativo della primogenitura italiana
dell’Astrattismo proprio con le Compenetrazioni iridescenti di Balla del 1912.
Cronologia storicamente ineccepibile di quella Via Italiana all’Astrattismo che
dal ’12 si articolerà nel Futurismo anche con Depero, Severini, Prampolini,
Dudreville, Dottori, Marasco, Pannaggi, Djulgheroff, oltre a Licini, Melotti e
Magnelli nelle 13 opere titolate con dei numeri, oltre al libello Arte Astratta
(di versante Dada), pubblicato da Julius Evola nel 1920. Poi, a seguire, la
grande stagione dei Dorazio, Accardi, Perilli, Sanfilippo, Consagra e moltissimi
altri. Funzionale in tal senso la mostra Dal Futurismo all’Astrattismo (1)
realizzata al Museo del Corso a Roma nel 2002 (non citata nei comunicati del
MaGa), dove il curatore Enrico Crispolti, scandaglierà a fondo la questione, di
fatto confermando la natura delle due posizioni: “Una condizione sostanzialmente
empatica, spiritualistica, emotiva, di intima venatura espressionista,
interiorizzante […] primaria nell’opera di Kandinskij negli anni ’10 […] con
Balla impegnato nella radicale esperienza non figurativa delle Compenetrazioni
iridescenti nel ’12 […] ed è l’esperienza che darà luogo ad esiti di
non-figurazione strutturale di presupposto geometrico, dal Concretismo tra le
due guerre […] fino alle formulazioni di strutturalità non figurativa anche
molto recenti”.
Tesi che, da astrattista operativo fin dalla metà degli anni ’80, non posso che
confermare senza alcuna esitazione. Da ricordare anche il contributo in catalogo
dello storico Mario Verdone, concentrato su altri versanti, a dimostrazione di
un sentimento diffuso tra gli artisti di quel periodo: “Non mancheranno le
esperienze di puro teatro astratto. Si può dire anzi che l’arte astratta aveva
interessato Arnaldo Ginna e Bruno Corra, nelle arti in movimento, almeno dal
1912”, come riportato anche da F.T. Marinetti nel ’26: La cinematografia
astratta è una invenzione italiana. Saldatura tra Futurismo e Astrattismo che
sarà consolidata dalla partecipazione degli astrattisti con i futuristi alla
Quadriennale di Roma del 1939, presentati da F.T. Marinetti in persona.
Nonostante la persistente resistenza su Balla, molti artisti e intellettuali
(del tutto trascurati dalla bibliografia nazionale) avranno l’intuizione di
citarlo come antesignano dell’Astrattismo. Nel ’51
l’artista-gallerista-curatore-critico Ettore Colla, realizzerà – dopo vent’anni
di silenzio – una grande mostra dedicata a Balla nella sua galleria del suo
Gruppo Origine, finalmente contestualizzando le Compenetrazioni iridescenti
nello stupore generalizzato dei giovani artisti che interverranno, come
racconterà un artista-teorico di livello come Gianni Monnet, riferimento critico
del Gruppo Movimento Arte Concreta (MAC): “I giovani sono rimasti esterrefatti
nel vedere nella retrospettiva di Balla le sue invenzioni già realizzate nel
1912”. Aspetto che non sfuggirà anche al grande astrattista Piero Dorazio:
“Nessuno di quegli artisti presenti aveva allora una conoscenza diretta delle
fonti dell’Astrattismo”, così come al suo sodale Achille Perilli che, in un
numero della rivista Art d’aujourd’hui, dedicherà poi ampio spazio ai padri
elettivi dell’Astrazione italiana. Attenzione che avrà anche il gallerista Guido
Le Noci, che pure organizzerà una mostra di Balla: “Nessun futurista […] fu in
tempi così lontani tanto astrattista quanto Balla”. Sollecitazioni che, a dire
il vero, proverranno da oltralpe, quando l’influente critico francese Christian
Zervos, autorevole direttore della diffusissima rivista Cahiers d‘Art, dedicherà
nel 1950 un numero esclusivo alla ricerca italiana, rifilando un sonoro ceffone
alla critica nazionale: “Per molti anni l’Italia ha avuto in Balla un grande
pittore che ha totalmente ignorato […] Finalmente contestualizzato rispetto al
periodo seminale delle Compenetrazioni iridescenti del 1912”.
Balla recupererà quella funzione di capostipite dell’Astrazione che gli spetta
per cronologia storica, come avrà modo di notare con chiarezza anche il poeta e
scrittore Raffaele Carrieri:
> “I suoi dipinti dopo il 1912 precedono […] lo stesso Kandinskij […] al
> contrario di Boccioni, le sintesi astratte di Balla sono dei ritmi coordinati
> fuori dall’oggetto: il moto in sé, senza l’oggetto che lo determini”.
Appare curioso che la critica nazionale con Flaminio Gualdoni, in assenza di un
riconoscimento esplicito a Balla sulla primogenitura dell’Astrazione, lo abbia
invece contestualizzato a livello internazionale, inserendolo in un’Arte
Razionale in compagnia di Albers, Delaunay, Klee, Malevič, Mondrian e tutti i
giganti del Novecento, con tanto di apertura del volume con una Compenetrazione
iridescente. Tesi che avrà grande diffusione, inserita anche come allegato del
Corriere della Sera.
Pertinente parlare dell’indubbia influenza di Kandinskij in ambito astratto, ma
soprattutto una volta approdato nel ’22 alla docenza nel Bauhaus, quando la sua
ricerca virerà in modo compiuto verso l’Astrazione. Senza questa
contestualizzazione si corre nuovamente il rischio già corso con il Futurismo,
il cui centenario del 2009 si celebrò a Milano con un progetto giunto dalla
Francia (sic!), inopportunamente centrato sul Cubismo. La nascita
dell’Astrattismo, vale ricordare citato come il dominio sulle forme della natura
(Kazimir Malevič, 1915), è vicenda con radici italiane. Considerazione che gli
artisti italiani contestualizzeranno anche nel ’35, quando l’astrattista
Atanasio Soldati scriverà sul bollettino n. 37 della Galleria del Milione: “Per
noi l’arte è questione di spirito: solo lo spirito riconosce lo spirito. La fine
dell’arte è imitare la natura”; oppure quando Faustro Melotti, nel bollettino
n.40: “L’arte è stato d’animo angelico, geometrico. Essa si rivolge
all’intelletto, non ai sensi”, escludendo quindi categoricamente ogni forma di
figurazione, pur se di versante spiritual-espressionista.
Il “Primo acquerello astratto” di Vasilij Kandinskij
Il grande equivoco di fondo dovuto all’attribuzione fondativa all’acquarellino
di Kandinskij datato 1910 dovrebbe ormai aver perso ogni credibilità, non solo
ricordandolo ma con una mostra che lo contestualizzi, opere alla mano. Vale
ricordare come Kandinskij si attribuirà leggiadramente un’intuizione in realtà
epocale come l’Astrattismo: “A Monaco un giorno, aprendo la porta dello studio,
vidi dinanzi a me un quadro incredibilmente bello. All’inizio rimasi sbalordito,
ma poi mi avvicinai a quel quadro enigmatico, assolutamente incomprensibile nel
suo contenuto e fatto solo di macchie di colore. Finalmente capii: era un quadro
che avevo dipinto io e che era stato appoggiato sul cavalletto capovolto […]
Quel giorno mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi, era
dannoso ai miei quadri” (2). Stando alle sue stesse parole, Kandinskij inventerà
quindi l’Astrattismo per puro caso, suo malgrado, con le opere realizzate fino a
quel giorno (tra il figurativo tout court e l’Espressionismo) che saranno quindi
totalmente superate a causa di questa tanto incredibile quanto inaspettata
scoperta. Naturalmente non sarà così: nel 1911, l’anno seguente alla presunta
realizzazione di questo sedicente acquarellino e in coerente continuità con le
altre opere presenti in studio, Kandinskij fonderà Il Cavaliere azzurro come
evoluzione diretta di quella figurazione espressionista-spirituale sviluppata in
quel periodo e sulla medesima linea espressiva dei suoi compagni di avventura:
la consorte Gabriele Münter, Franz Marc, Paul Klee, Marianne von Werefkin con
suo marito Alexej von Jawlenskij e alcuni altri. Secondo Kandinskij: “A tutti e
due piaceva il blu: a Marc i cavalli, a me i cavalieri. E così il nome venne
fuori da solo”. Nulla di astratto, quindi.
Nel frattempo Giacomo Balla scriverà il significativo testo Tutto si astrae,
realizzerà le Compenetrazioni iridescenti, prime opere consapevolmente
astratto-geometriche, si dedicherà ai Complessi plastici, prime sculture
astratte della storia, elaborando poi un testo epocale come la Ricostruzione
futurista dell’Universo con Fortunato Depero, firmandosi – in quest’ordine
– Astrattista-futurista. Nei primissimi anni ’10, l’influenza di Balla in
ambito astratto sarà di grande rilievo, al punto che lo stesso Gino Severini
scriverà da Parigi una lettera al suo gallerista di Roma Sprovieri invitandolo a
visionare la grande novità di un suo quadro astratto, presso lo studio dello
stesso Balla. Per contro Kandinskij, fino al ’22, periodo di docenza al Bauhaus,
si dedicherà ad una pittura espressionista permeata da una nuova accezione
spirituale, debitoria della ricerca di Marianne von Werefkin, una delle
fondatrici de Il Cavaliere azzurro, fortemente intuitiva in questa direzione fin
dal 1907, come lucidamente riporta la curatrice Mara Folini Ceccarelli, in
occasione di una mostra al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona nel gennaio
del 2021: “Nel 1906 Werefkin passò direttamente ad una pittura […] già scevra da
stilemi post-impressionisti alla Van Gogh ancora presenti nella pittura di
Kandinskij […] Sono opere che dimostrano quanto Werefkin fosse l’antesignana di
quel nuovo linguaggio espressionista che prende forma fin dal 1907”.
In Italia, le ricerche astratte dei ’10 passate attraverso il Futurismo,
evolveranno poi nell’Arte Meccanica e poi Cosmica, per approdare alla fertile
stagione dei primi anni ’30 nel Gruppo Como (Mario Radice, Manlio Rho, Aldo
Galli, Carla Badiali, Carla Prina), annoverando la prima combinazione d’arte e
architettura nella Casa del Fascio di Terragni, arricchita dai dipinti
site-specific di Radice; nonché al gruppo di astrattisti della Galleria del
Milione di Milano (Atanasio Soldati, Mauro Reggiani, Oreste Bogliardi, Luigi
Veronesi, Bruno Munari, Carlo Belli e un giovanissimo Lucio Fontana). Quanto al
primo dopoguerra, fin dal ’45, L’Art Club, i cui riferimenti saranno i futuristi
Prampolini e Severini, guiderà la ricerca in ambito astratto fino alla nascita
dei gruppi Forma (’47), MAC (’48), Origine (’50) e dove si affermeranno talenti
quali Piero Dorazio, Carla Accardi, Giuseppe Santomaso, Alberto Burri, Giuseppe
Capogrossi e molti altri.
Quali le ragioni quindi dell’ostracismo se non addirittura dell’occultamento di
una Via italiana all’Astrazione così evidente?
Prima di tutto la damnatio memoriae comminata al Futurismo per ragioni
ideologiche, con il relativo oscuramento anche di Giacomo Balla (sorte toccata
incredibilmente anche a Umberto Boccioni, seppur deceduto in tempi non sospetti
nel ’16), poi la protezione dell’egemonico mercato parigino cui approda
Kandinskij dopo la vicenda del Bauhaus conclusasi nel ’33 e infine per il
colpevole provincialismo e per l’esterofilia degli artisti e della critica
italiani. Procurerà un danno grave infatti la posizione sostenuta da Carlo Belli
nel suo testo Kn – uscito nella sua prima versione sulla rivista Quadrante nel
’33 e poi pubblicato nel ’35 – dedicato fin dalla titolazione a Kandinskij e
prono nei suoi confronti ben oltre i limiti di ogni credibilità: “Kandinskij
stenografa l’assoluto […] da trent’anni procede diritto, calmo e risoluto […]
intransigente ed eroico nella sua decisione […] con la fredda audacia dell’uomo
superiore […] è la rara commovente documentazione di uno sforzo immane,
terrificante), ma severissimo verso l’avanguardia italiana (Fra tutti i
movimenti moderni il futurismo è stato il più infantile e superficiale […]
l’arte in fondo non ci entrava proprio per nulla. […] Il dinamismo, concezione
infantile […] teoria farraginosa, dilettantesca”. Opinioni nel merito che non
casualmente assecondano pedissequamente quelle di Kandinskij: “I futuristi non
vengono a Monaco […] tutti questi manifesti (musica, pittura, politica, ecc.)
non sono che un caos senza precedenti, che scaturisce, a quanto pare, solo da
teste italiane. I nostri manifesti ginnasiali erano di fatto più organici e
costruttivi”, come si desume dal suo epistolario con Franz Marc. Ma Belli lancia
un durissimo attacco anche contro gli artisti suoi compagni d’avventura (e di
galleria): “Radice fin d’allora proponeva i suoi anemici quadratini rivelando
un’insufficienza d’invenzione che suscitava in noi non so quale caritatevole
perplessità […] Rho non mostrava maggior fantasia, ma i suoi quadretti […]
tendevano a testimoniare una certa educazione formale, povera sì, ma ornata di
gentile e domestico garbo. […] Carlo Belli, soffocato come il Rho da signorile
modestia. […] Cattaneo nutrito di una cultura disorganizzata che lo portava come
teorico a proposizioni non chiare. Per concludere: a questi giovani mancò un
sentimento profondo dell’arte […] esponenti di un artigianato empirico e un po’
sempre intorpiditi dall’ambiente provinciale di cui portavano palesemente il
peso […] mossi da un patetico desiderio di raggiungere una iconografia
essenziale […] Tra Como e Milano meno di una dozzina di pittori in tutto e se si
volesse estrarre quelli dotati di vero valore, il conto arriverebbe, sì e no, al
numero della Santa Trinità”. Odioso atteggiamento che non risparmierà nemmeno il
direttore della sua galleria: “Edoardo Persico, pur direttore della galleria,
non fu mai con noi […] noi cercavamo e ottenevamo l’amicizia di Kandinskij […]
lo si ricorda (Persico) come un confusionario […] tipo di napoletano mesto e
corretto”.
Giacomo Balla, Complesso plastico, 1914
Serve riferire altro? Danno talmente evidente nei confronti dell’arte italiana e
dell’Astrazione in particolare, che sorge il dubbio che i sostenitori indefessi
del testo Kn in realtà non l’abbiamo mai letto e addirittura incredibile che sia
stato pubblicato proprio dalla Galleria del Milione che li sosteneva,
soprattutto perché lo stesso Kandinskij – nella celebre lettera inviata a Will
Grohmann nel ’36 – rivelerà: “I rappresentanti più radicali (dell’Astrattismo)
si trovano in Italia, dove ce ne sono una ventina”. Kandinskij stesso,
nonostante l’adulazione, non sarà affatto morbido con Belli: presa visione di
Kn invierà una stizzita missiva come reprimenda per come Belli aveva affrontato
una presunta simbologia nel suo lavoro (C’este vraiment une grave erreur!),
ottenendone la pubblicazione in calce alla seconda edizione di Kn.
La mostra Kandinskij e l’Italia al MaGa sembra ignorare tutto questo, eppure
anche un Quaderno della Quadriennale del 2004 curato dal critico e curatore
Gabriele Simongini aveva già delineato una: Ipotesi per una Linea italiana
all’Astrattismo, tenendo come incipit le Compenetrazioni iridescenti di Balla,
nonché le immediatamente successive Linee di velocità. Ipotesi talmente
documentata fin dagli anni ’50, nonostante il coprifuoco trentennale su Balla e
i futuristi, da spingermi a scrivere nel 2021 un saggio sull’argomento:
Astrazione come Resistenza (3), per rimediare le detrazioni sull’Astrazione
italiana sostenute in Kn, incredibilmente unico saggio sull’argomento
riconosciuto fino ad oggi.
Scripta manent. Visti i precedenti, non si sa mai.
Roberto Floreani
*In copertina: Giacomo Balla, Compenetrazione iridescente n. 4 (Studio della
luce), 1912
1) Enrico Crispolti, Dal Futurismo all’Astrattismo, Edieuropa/De Luca Editori
d’Arte, Roma, 2002
2) Giulia Zoli, Il mondo alla rovescia, L’Internazionale, 6 maggio 1999
3) Roberto Floreani, Astrazione come Resistenza, De Piante Editore, 376 p., 2021
L'articolo L’Italia e Kandinskij. Ovvero: ecco perché l’Astrattismo nasce con
Balla proviene da Pangea.
Per alcuni artisti l’arte è un campo di battaglia. È certamente il caso
dell’eclettico e sorprendente Pablo Echaurren, pittore romano nato nel 1951 che
da più di mezzo secolo sovverte il mondo della pittura contemporanea. Io però
non lo scoprii come pittore bensì come fumettista. C’è infatti un suo libro
edito da Bollati Boringhieri nel 2000 che si intitola Vite di
poeti: Campana, Majakovskij, Pound. È un fumetto, e per molti pittori-parrucconi
quella del fumetto è un’arte minore o nient’affatto un’arte. Non per Pablo
Echaurren.
Quando trovai quel libro cercavo una visione di Campana che non fosse artefatta
o legnosa o viceversa troppo roboante ma in fondo vacua, simile più a un fuoco
d’artificio che alla vera fiamma dei poeti. Cercavo qualcuno che amasse
veramente Campana e che capisse la portata a un tempo rivoluzionaria e classica
della sua poesia e della sua avventura poetica. In una vignetta Echaurren
scrive:
> “Il suo cuore goccia stilla a stilla quel senso dei colori che intende portare
> nella poesia italiana.”
Ma ancora più conta il disegno: una mano, la mano di Campana, stringe un cuore
pulsante e delle stilografiche e dei pastelli, in un’esplosione di colori e
sentimento, di sangue e inchiostro. La poesia non deve essere separata dai
sentimenti del poeta, sembra dirci Echaurren. L’arte deve saper celebrare la
vividezza e l’unicità della vita dell’artista.
L’arte di Pablo Echaurren è uno stato d’animo in rivolta. È figlia per l’appunto
di Campana, di Pound, di Majakovskij, di Marinetti. È un’arte che sa vedere dove
altri non vedono, sentire e creare dove altri non sentono o non creano o creano
male e controvoglia, seguendo la moda o i dettami della noia. I suoi quadri sono
disseminati di vortici e sequenze coloratissime e ipnotizzanti che trovano anche
un ordine nel caos. I suoi collage usano il punk (penso a Ex-pistols, dai Sex
Pistols) e il futurismo e i fumetti e le sagome dei cartoni più conosciuti, però
con uno stile composito e personale che non è mai azzardato ma porta alla
felicità di chi osserva e – ripeto – alla rivolta. Perché l’arte di Pablo
Echaurren non è mai innocua né accondiscendente. Non è un’arte per ricconi in
cerca di facili brividi fintamente rivoluzionari.
C’è un altro volumetto che ho a cuore quasi quanto i suoi quadri più
sovversivi, Controstoria dell’arte, pubblicato da Gallucci nel 2012. Il
sottotitolo suona come un verso surrealista: Breviario di un bastiancontrario.
Qui Echaurren indossa le vesti di scrittore e affronta a proprio modo la storia
dell’arte nel corso dei secoli, dalla preistoria alla street art. Il libro è un
diletto sovversivo che a tratti dissacra i miti intoccabili del mondo dell’arte,
perché da esso – dal mondo artistico, dal mondo culturale – nasce “l’artista
d’avanguardia che nessuno capisce ma ciascuno ambisce a mostrare ai propri
ospiti quale fiore all’occhiello, quale belva trasformata in agnello, quale
orpello per abbellire il tinello”, scrive Echaurren nel capitolo L’artista. Come
a dire che la sua non sarà mai un’arte da salotto. Che Pablo Echaurren, in vita
e in vecchiaia e quindi in morte, non si lascerà addomesticare dalla brama di
denaro o dal demi-monde dei nobili tirchi o spendaccioni.
L’opera pittorica (e non solo) di Echaurren è ancora in parte inesplorata. Pablo
Echaurren è un rivoluzionario incallito che fa della propria arte una
rivoluzione permanente, e le vere rivoluzioni finiscono spesso sconfitte dal
mercato o dagli stolti. Quest’anno sono usciti due suoi libri in
sordina: L’eterna periferia (Bordeaux Edizioni) e Il mio Baruchello (Mauvais
livres). Seguire le sue tracce non è semplice, perché si muove fra piccoli
editori e vecchi cataloghi di mostre che conservano però intatta la loro aura
eccentrica e contestataria. Vale la pena di scoprirlo e sorprendersi. Vale la
pena di aggregarsi alle insurrezioni indomite di Pablo Echaurren.
Edoardo Pisani
L'articolo La rivoluzione permanente di Pablo Echaurren, l’arista “bastian
contrario” proviene da Pangea.