Saper vedere un disegno: ormai ci accade di rado. Date le miriadi di immagini
che ci assaltano ogni giorno sui social network è raro prendersi il tempo
necessario per soffermarsi su un’opera che non sia già universalmente celebrata
come grande.
Magari notiamo un bel quadro e ci diciamo frettolosamente “carino”, “stupendo”,
arriviamo perfino a complimentarci con l’autore, ma subito dopo clicchiamo oltre
e dimentichiamo. L’offerta artistica della famigerata Rete – che anche noi
nutriamo – è talmente vasta che è quasi inevitabile mancare l’incontro con ciò
che davvero abbiamo a cuore.
L’arte contemporanea è forse un grande appuntamento mancato in una vastissima
folla di mercanti chiassosi.
Kafka secondo Dario Faggella
A volte, tuttavia, la magia accade. È ormai oltre un anno che conosco le opere
di Dario Faggella, disegnatore e scrittore romano nato nel 1982. L’ho scoperto
per caso, forse per necessità e dunque proprio “per magia”, come capita sovente
con gli artisti che più ci sono vicini e che in qualche maniera appartengono
alla nostra sensibilità e di conseguenza al nostro destino.
La sua prima opera che vidi è la tavola di un fumetto pubblicato online in cui
comparivano niente di meno che Edgar Allan Poe e Charles Baudelaire. Da allora i
suoi disegni non smettono di affascinarmi, al punto che gliene ho commissionato
uno con i proventi del mio ultimo romanzo, un ritratto a china di Ennio Flaiano,
che Faggella ha saggiamente arricchito con delle immagini còlte da un poemetto
postumo di Flaiano poco conosciuto, la Spirale tentatively, tratta da
quella Valigia delle Indie che Adelphi non ha ancora riportato nelle librerie.
Il disegno, un vero e proprio quadro, ha ora un posto d’onore sulle pareti di
casa mia.
Dario Faggella, La casa in riva al cielo
Ho quindi pensato – con il consenso dell’autore – di offrire ai lettori di
“Pangea” una carrellata di alcune opere di Dario Faggella. Si comincia
con Autoritratto faunesco; seguono Kafka e La casa in riva al cielo; infine c’è
il “mio” Flaiano, di cui tanto sono orgoglioso, fino alla gelosia.
Spero che questa piccola mostra improvvisata possa interessare e magari
incantare i lettori di “Pangea”. Le opere di Faggella sono divertenti e
commoventi e anche – credo – molto originali.
Edoardo Pisani
Flaiano secondo Dario Faggella
*In copertina: Dario Faggella, “Autoritratto faunesco”
L'articolo L’arte di Dario Faggella: una mostra improvvisata proviene da Pangea.
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Attraverso le venti opere di Mario Sironi della collezione Sormani, esposte a
Milano presso lo Spazio Cernaia,[1] si arriva a un’idea chiara della pluralità
di espressioni dominate dall’artista in un’urgenza creativa a tratti persino
maniacale. Una produzione che Margherita Sarfatti, la prima a occuparsi del
pittore con acutezza, descriveva come «di sintesi e di semplificazione estrema,
dall’andatura quasi popolaresca a forza d’essere aristocratica, e brutale a
forza d’essere delicata nel rifuggire da ogni forma di convenzionalismo e […]
banalità».[2]
Opere come la matita grassa su carta Composizione (1913) segnalano l’interesse
rispetto alle sperimentazioni futuriste. Sironi, amico già da tempo di alcuni
esponenti del movimento, dopo una crisi interiore che ne aveva limitato
l’attività per diversi anni, e dopo essersi «innamorato»[3] dell’arte di Umberto
Boccioni, inaugurava intorno al 1913 il confronto con le tecniche futuriste.
Come si capisce anche dalla Composizione di Sormani, Sironi adotta uno stile
piuttosto personale, meno meditato e più espressionistico, marcato da uno
spiccato accento gestuale. Un futurismo selvaggio e drammatico in cui è già
presente la cifra di tutta la produzione successiva, quella tragicità che la
Sarfatti definiva «tutta intima e interiore»,[4] segno di una sofferta «lotta a
corpo a corpo con la materia».
Mario Sironi, La luce che accompagna, 1931 circa
Proseguendo cronologicamente, lo studio per il disegno Fantasmi
d’oltralpe (pubblicato in La Rivista del Popolo d’Italia nel 1925), mostra la
brutale immediatezza delle illustrazioni di Sironi, efficaci come antiche
pitture rupestri e prive di preoccupazioni di carattere culturale. Si tratta di
una concezione, tanto compositiva quanto formale, che accompagnerà a un diverso
grado l’intera vicenda del pittore. Un modus operandi in cui la Sarfatti
rilevava la «stilizzazione del vero a grandi e robuste masse squadrate d’ombra e
di luce, di bianco e di nero»[5], efficace nel restituire «il carattere di
brutalità macabra e spesso grottesca, [e] quella specie di automatismo
meccanico, che è uno degli aspetti atroci e caratteristici della guerra».[6] Un
elemento, quest’ultimo, che era una nefasta conseguenza del conflitto mondiale e
che trova un analogo significativo nello stile marziale della scrittura di Ernst
Jünger e, in particolare, del suo capolavoro giovanile In Stahlgewittern. Si
tratta di qualcosa di più profondo che non una semplice scelta stilistica e,
piuttosto, sarebbe il prodotto del condizionamento imposto dalla guerra come
orizzonte esistenziale (un effetto evidente anche in un’altra opera esposta in
mostra, La luce che accompagna, una tavola per l’illustrazione apparsa in La
Rivista del Popolo d’Italia nel 1931).
Mario Sironi, Busto, 1935 circa
Datare la produzione di Sironi può essere complesso e a complicare un catalogo
ampio e diversificato è anche l’ambiguità a cui ha contribuito lo stesso artista
retrodatando o postdatando opere presenti in monografie redatte sotto il suo
controllo. Nonostante ciò, probabilmente da collocare intorno al 1935 è la
tempera su carta Busto, indicativa di un processo di sintesi archetipica con cui
l’arte nel ventennio sognava l’essere umano. Qui, in un linguaggio risolto e
nonostante l’acquisizione del ritorno all’ordine successivo alla guerra, è
ancora vivo l’impeto della stagione futurista, assorbito in una classicità
assoluta e universale. Di qualche anno dopo sarebbe Lavoratori nei campi (1941
circa), una tempera e cera graffita su carta in cui, in una dimensione
ancestrale, due figure in un paesaggio assurgono a metafora della condizione
dell’uomo. Non c’è disperazione e il lavoro è vissuto con pacata accettazione,
come un destino inevitabile e naturale. L’opera è particolarmente fine e prova
la straordinaria tenuta formale di Sironi su ogni formato e con ogni tecnica.
Probabilmente dell’anno successivo è il Paesaggio con albero, montagne e
case (1942 circa), una piccola tempera e china su carta che è un manifesto
dell’arte del pittore. In un paesaggio claustrofobico e nei colori di uno strano
tramonto esistenziale, una montagna e un albero incastonati in un cielo
rossastro si stagliano nella loro essenzialità plastica. In questa dimensione di
catastrofe imminente sentiamo la pressione degli elementi, la forza ctonia della
natura. Comprendiamo cosa intendeva Sironi quando, nel 1931, sosteneva come
nella pittura di montagne non bisognasse rappresentare
> «nessuna veduta cartolinesca del monte […], ma un’espressione lirica della
> montagna chiusa nella sua forza solenne, nei suoi gravi allineamenti […] quasi
> teatro di un dramma incompreso ma presente e sottinteso».[7]
Di una forza di diverso genere è la cupa tempera su carta Figura (1950 circa).
La figura umana, qui, è ciò che resta della persona: non più il potente
archetipo di Busto, ma l’amara immagine di una sottrazione. Una visione tetra,
giustamente accostata da Elena Pontiggia al suicidio di Rossana, la diciottenne
figlia del pittore. Infine, l’opera di datazione più avanzata della collezione
Sormani, Composizione, collocabile nel 1961, poco prima della morte
dell’artista. Le piccole figure sono schiacciate da una devastazione di forme.
Le linee si spezzano e la presenza dell’uomo non offre più nessuna speranza.
Mario Sironi, Paesaggio con albero, montagne e case, 1942 circa
L’artista sembra arrendersi a quel combattimento con la materia di cui scriveva
la Sarfatti e il dramma di una vita sofferta si riflette nella composizione
sconvolta. Forse Sironi aveva perso la sua battaglia con la storia, ma la sua
arte sarebbe andata avanti.
Antonio Soldi
In copertina: Mario Sironi, “Composizione”, 1913 circa
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[1] L’esposizione si è tenuta il 23 e 24 maggio nell’occasione di apertura
straordinaria occorsa con la XVI Giornata Nazionale A.D.S.I. (Associazione
Dimore Storiche Italiane). Il catalogo della mostra si apre con la presentazione
di Elena Pontiggia. La mostra non sarebbe stata possibile senza il lavoro di
Francesco Canali.
[2] Ivi, p. 46.
[3] Cit. in: Mario Sironi. Dal futurismo al classicismo 1913-1924, mostra a cura
di F. Benzi, catalogo a cura di F. Benzi e F. Leone, Milano 2018, p. 16.
[4] Cit. in: Da Boccioni a Sironi. Il mondo di Margherita Sarfatti, a cura di E.
Pontiggia, Milano 1997, p. 47.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] Cit. in: M. Sironi, Scritti inediti 1927-1931, a cura di E. Pontiggia,
Milano 2013, p. 63.
L'articolo Brutale a forza d’essere delicato. Mario Sironi nella collezione
Sormani proviene da Pangea.
Promossa e ospitata prima dal Museo Lercaro di Bologna, in collaborazione con la
Galleria Stefano Forni, la mostra Oltre la polvere, costituita da venti opere di
Gianriccardo Piccoli (Milano 1941), è visitabile fino al 30 giugno 2026 presso
l’Ex Colorificio Migliavacca, a Bergamo, la città nella quale l’artista ha da
tempo deciso di stabilirsi.
Il titolo dell’esposizione, voluta ora in un contesto abbandonato dall’uomo che
vi lavorava, dunque un ambiente espulso dalla scena della civiltà, evoca quello
di una raccolta poetica di Nelly Sachs (1891-1970), berlinese di famiglia
ebraica integrata, Al di là della polvere, a cura di Ida Porena, edita da
Einaudi nel 1966. “Cose che passano”, è così che le chiama il curatore della
mostra, Giuliano Zanchi, nel suo testo per il catalogo edito dall’Associazione
Gianriccardo Piccoli: oggetti, persone, strati di civiltà. E il loro “passare”,
abbandonare trasformandosi, permette l’accumulo di quella polvere che pare quasi
essere un invito a dimenticare, a non cercare alcun tipo di contatto con ciò
che, in un modo o nell’altro, è “passato”.
Zanchi, che segue da tempo, accompagnandolo, il lavoro di Piccoli, ricorda come
quella dell’ultraottantenne sia una poetica fondata fin dall’inizio su di un
“senso di straziante passione per le cose che passano”. Posso confermarlo,
avendo apprezzato una dozzina d’anni fa, condividendone la curatela con Giuseppe
Frangi, la mostra che Piccoli volle dedicare alle “cose” di un grande artista
rinascimentale, Lorenzo Lotto: al suo libro dei conti, ai suoi occhiali, al suo
ultimo dipinto, ora nel Museo Pontificio di Loreto (la Presentazione di Gesù al
Tempio), al materasso venduto dopo la sua morte per pochi soldi.
Le opere della mostra bergamasca, per lo più in carbone su velina, ma anche a
olio con carta, ferro, garza su tela o in carbone su carta intelata, sono
raccolte in piccoli gruppi seriali. Uno di questi, Oltre la polvere, comprende
quattro pezzi dedicati a Sachs, alla sua scrittura poetica, alle sue parole
evocanti l’incendio e il consumarsi, fino a fare di persone e cose cenere,
polvere.
Piccoli è lettore attento, oltre che ironico osservatore del reale. Per questo
motivo non sarà inutile tornare, accompagnati dalle sue opere, a leggere la
fonte prima di buona parte dei lavori ora esposti a Bergamo.
Negli appartamenti della morte (traduzione di Anna Ruchat, Giuntina, 2024) venne
dedicato da Nelly Sachs ai suoi morti, “fratelli e sorelle”. Il volume contiene
poesie scritte tra il 1943 e il 1946 durante l’esilio in Svezia, un periodo nel
quale la donna era condizionata dalle notizie sui Lager nazionalsocialisti, ma
anche dalla persecuzione da lei stessa subita, dalle perdite personali di quegli
anni e dallo smarrimento di fronte al destino del popolo ebraico e allo
sterminio di massa. Le composizioni ruotano dunque intorno a due nuclei
tematici: quello cui è affidato il compito di tenere in qualche modo in vita i
morti, il popolo sterminato, e l’altro, quello che prova a dar voce ai rifugiati
e ai sopravvissuti.
Al lettore italiano viene dunque proposta qui non solo la prima raccolta poetica
della berlinese (che nel dopoguerra disconobbe quanto scritto in precedenza), ma
anche la prima tradotta integralmente, dopo quella curata da Ida Porena, Al di
là della polvere, edita da Einaudi nel 1966. L’edizione originale cui ha fatto
riferimento la traduttrice è quella curata da Matthias Weichelt, contenuta
all’interno dell’intera opera commentata pubblicata da Suhrkamp nel 2010. Grazie
al lavoro di Weichelt il mistero intorno alla scrittura poetica di Sachs,
relativo soprattutto alle fonti ispiratrici, ai “testi sui quali ha costruito il
suo dialogo con i morti” (così Ruchat), è diventato parzialmente “decifrabile”.
Nel volume le poesie sono raccolte in quattro cicli: “Il tuo corpo in fumo per
l’aria”, “Preghiere per il fidanzato morto”, “Epitaffi scritti nell’aria” e
“Cori dopo la mezzanotte”. La lingua poetica di Sachs cerca sempre l’immagine, è
una lingua pittorica, ma ricca anche di parole utili per esprimere stati
emotivi, sentimenti negativi e tristi soprattutto, come il dolore e il desiderio
insoddisfatto, ma anche positivi, come l’amore. A caratterizzare lo stile sono
anche ripetizioni ed esclamazioni. Gruppi di persone parlano spesso in forma di
coro, ma ad elevare la loro voce sono anche singoli io lirici. A prendere la
parola sono bambini che vengono separati dalle loro madri, madri che vedono i
loro figli morire, suicidi. Le poesie evocano persone che vengono spinte nelle
camere a gas, perdono i loro cari, impazziscono nel campo o sono sole con i loro
orrori in esilio.
Scritte tutte con cognizione di quale sia stata la realtà nei campi di sterminio
(“Oh i camini / Sugli ingegnosamente progettati appartamenti di morte/ Quando il
corpo di Israele saliva in fumo/ nell’aria”, questo l’incipit della prima),
attraverso le sue poesie Sachs si rivolge ai carnefici e ai tanti che li hanno
seguiti:
> “Voi che state a guardare
> Sotto i cui sguardi fu data la morte.
> Come si avverte uno sguardo alle spalle
> Così voi avvertite sul vostro corpo
> Gli sguardi dei morti”.
Struggenti le poesie del ciclo “Preghiere per il fidanzato morto”, tutte
ruotanti intorno all’uomo che Sachs amava prima della fuga, senza che vi sia
stata una relazione, e che morì durante il nazismo. Scritte per lui, spesso lei
gli si rivolge:
> “Se solo sapessi
> Dove si è posato il tuo ultimo sguardo.
> Forse su una pietra, che già aveva bevuto tanti
> Ultimi sguardi, finché questi non caddero, accecati,
> Sul cieco”.
Dialoghi immaginari con gli uccisi sono anche le poesie di “Epitaffi scritti
nell’aria”. Qui Sachs evoca nomi individuali e storie di vita di persone
assassinate che nella vita le erano state vicine: una venditrice del mercato, lo
studioso di Spinoza, la ballerina, il demente e altri.
Nel ciclo conclusivo “Cori dopo la mezzanotte”, attraverso la scrittura poetica
di Sachs cantano i salvati, le cose invisibili, i morti, i non nati, gli orfani,
ma anche le stelle, le pietre, gli alberi, le nuvole. Ma è con Voce dalla Terra
Santa (particolarmente significativa anche per l’oggi), poesia alimentata da
fuoco di speranza, che si chiude la raccolta:
> “Posate sul campo le armi della vendetta
> Perché diventino silenziose –
> Anche il ferro e il grano infatti sono fratelli
> Nel grembo della terra”.
Vito Punzi
*In copertina e nel testo: opere di Gianriccardo Piccoli
L'articolo Gianriccardo Piccoli come Nelly Sachs. O della straziante passione
per le cose che passano proviene da Pangea.
Carlo Zinelli
andiamo ha detto il mario c’è la corriera che vi aspetta davanti all’entrata
oggi si va al lago ha detto i tuoi disegni li farai alla villa non è la prima
volta che ci andiamo mi metto davanti per vedere la strada è stato il maic ad
avere l’idea portiamoli alla villa ha detto al direttore il direttore è stato
d’accordo
sono qui da quando è finita la guerra prima di disegnare non facevo niente stavo
qui e basta adesso disegno lo chiamano ateliè ci vado ogni giorno eccetto la
domenica la domenica non ci vado la domenica ci portano a messa prima non facevo
niente andavo su e giù per il corridoio non pensavo a niente stavo qui e basta
san giacomo alla tomba si chiama non è un bel posto per starci facciamoli
disegnare ha detto il maic al direttore il maic è inglese no scozzese c’è una
bella differenza ha detto diamogli fogli e colori vediamo cosa ci fanno ne
prendo uno e lo metto al mio posto non voglio che altri si mettano al mio posto
quando ho riempito il primo ne prendo un altro sto lì tutto il giorno è stato il
maic ad avere l’idea mi lasciano disegnare fino all’ora di cena lo chiamano
ateliè ce ne sono altri che disegnano ma con loro non ci parlo non ci parlavo
neanche prima il maic si è messo in mente di darci colori e fogli il dottore è
stato d’accordo fateci qualcosa quello che volete chiamatemi maic ha detto è
venuto qui dalla scozia per via della guerra ci danno fogli ci danno matite e
tubetti fate così e così ha detto la prima volta che ci siamo andati questi sono
colori a tempera qui ci sono i pennelli prendete l’acqua dal lavandino disegnate
quello che volete liberamente ha detto
prima di venire qui lavoravo al macello comunale tutte quelle povere bestie
tutto quel sangue adesso disegno lo faccio ogni giorno eccetto la domenica
disegno anche quando ci portano al lago lo chiamano ateliè ecco che adesso si
vede mi sono messo apposta nel sedile a fianco dell’autista tra un po’ arriviamo
alla villa prima di venire qui lavoravo al macello comunale meglio era fare il
falegname come mio padre se è bel tempo ci portano in barca io non ho paura
dell’acqua anche se non so nuotare mia madre me la sono dimenticata mio fratello
raffaello è morto mia sorella caterina è morta che non era ancora nata gli altri
fratelli me li sono dimenticati i fogli che ci danno sono grandi li riempio
prima da una parte poi dall’altra da bambino ho lavorato nei campi del signor
marchese non mi dispiaceva stare all’aria aperta anche faticare ho fatto la
terza poi sono andato a lavorare nei campi del signor marchese adesso disegno
uccelli uccelli e cavalli maic si chiama lo scozzese è venuto qui per via della
guerra io sono alpino del battaglione trento disegno il cappello che noi
portiam
quando siamo davanti alla villa la signora contessa viene a salutarci alla villa
c’é anche il pinocastagna la signora contessa si chiama ida ho sentito dire che
la villa è sua ogni tanto viene a vedere quello che combiniamo i miei fratelli
me li sono dimenticati raffaello è morto mia madre è morta mia sorella caterina
è morta che non era ancora nata mia madre me la sono dimenticata ti abbiamo
organizzato una mostra in città hanno detto la gente è venuta a vederli sei
diventato famoso è stato il maic a dire portiamoli alla villa è scozzese è
venuto qui in tempo di guerra quando arriviamo la signora ida ci viene a
salutare il lago è fermo si potrebbe andare in barca io non ho paura delle onde
disegno fino all’ora di cena il pinocastagna lo chiama ateliè è uno scultore non
c’è rumore alla villa nessuno che grida nessuno che dà colpi sul muro io cerco
di non sporcare disegno cavalli e uccelli disegno una biscia che sale su per il
foglio
li abbiamo spediti a parigi hanno detto i francesi sono andati a vederli sei
diventato famoso prima di disegnare non facevo niente non pensavo a niente prima
mi davano le scosse mi facevano le punture adesso disegno lo chiamano ateliè
questo lo faccio giallo ci mettevano dentro roba che ti fa star male che ti fa
storcere la bocca e tirare le gambe mi hanno mandato in spagna per via della
guerra alpino del battaglione trento disegno il cappello che noi portiam poi
sono venuto qui san giacomo alla tomba si chiama mi tenevano fermo e mi davano
la scossa mi mettevano il morso come ai cavalli ho lavorato al macello comunale
il pavimento era pieno di sangue povere bestie in spagna c’era la guerra era
pieno di sangue disegno uccelli che volano disegno cavalli prima me la prendevo
con tutti facevo certi urli poi mi hanno portato qui san giacomo alla tomba si
chiama fuori non puoi stare hanno detto prima non facevo niente adesso disegno
fino all’ora di cena lo chiamano ateliè
non ho paura dell’acqua anche a ballare ci portano ma non tutte le sere io non
ballo io non parlo con nessuno la signora contessa è venuta a salutarci lì ci
sono i pennelli ha detto il maic i tubetti sapete dove trovarli voglio solo
fogli interi ne prendo uno e lo metto al mio posto prendo il tubetto del nero li
disegno uno dietro l’altro camminano in fila come se andassero in processione il
pinocastagna li chiama pretini dice che li chiama così perché hanno la tonaca li
chiama pretini perché li faccio neri io non li chiamo in nessun modo li disegno
e basta riempio il foglio e poi lo giro camminano per la loro strada arrivano
fin dove finisce il foglio camminano in fila uno dietro all’altro non so dove
vanno hanno il cappello nero come hanno i preti prima mi hanno mandato in spagna
perché c’era la guerra tutto quel sangue alpino del battaglione trento disegno
il cappello che noi portiam disegno uccelli e cavalli c’è acqua da tutte le
parti ma io non ho paura camminano per la loro strada fino al margine del foglio
non so dove vanno raffaello è morto mia madre è morta i miei fratelli me li sono
dimenticati mia madre me la sono dimenticata qui ci sono i pennelli ha detto il
maic disegnate quello che volete liberamente ha detto il sangue non me lo sono
dimenticato povere bestie disegno un cavallo blu
*
Mario Mengali
è stato perché quando li portavamo all’aria lo vedevo disegnare le sue figure
sui muri dell’ospedale, in piedi, lì dove si trovava, come se stesse copiando
qualcosa che aveva davanti agli occhi; si cercava un sasso o, se ne trovava uno,
usava un pezzo di mattone e allora le figure sul muro si distinguevano meglio,
certe altre volte tracciava invece segni sul terreno con un bastone, anche con
il dito se non aveva altro, poi li cancellava o ci sputava sopra e cambiava
posto; ma era inutile chiedergli cosa stesse facendo, tanto non parlava e se
parlava non si capiva quello che diceva, andava avanti a borbottare tra sé e sé
frasi incomprensibili e si doveva fare attenzione a interromperlo, era uno che
se gli girava male prendeva subito fuoco; è questo il motivo per cui quel giorno
ho detto al dottore, perché non proviamo a portarlo giù dove vanno a dipingere,
in quello che chiamiamo atelier
lo condussero qui che aveva poco più di trent’anni e lo misero nel padiglione
dei più gravi, il quinto, dove c’erano quelli considerati irrecuperabili; era
andato in Spagna al tempo in cui a Mussolini era saltato in mente di dare un
mano al suo compare di là, quell’altro balordo, truppe volontarie dicevano, ma
vallo a sapere, e sembra che proprio in Spagna gli siano cominciati i deliri, o
forse li aveva anche prima, ma quello che aveva veduto in guerra li aveva fatti
aggravare; per questo lo riportarono indietro e lo ricoverarono all’ospedale
militare, per qualche anno ha fatto dentro e fuori dagli ospedali, poi lo
internarono definitivamente, schizofrenico paranoico, dicevano i medici
allora il dottore ha risposto, proviamoci, accompagnalo tu che ci vai d’accordo;
ho sentito dire che quella dell’atelier è stato un’idea del vecchio direttore,
ma non è che all’inizio avesse avuto successo, fargli fare una specie di scuola
di pittura, insegnarli le basi del disegno, spiegargli la prospettiva come se
fossero studenti delle medie, ci vuole coraggio anche solo a pensarlo; il fatto
è che dopo due volte si stufavano e non ci volevano più andare; le cose sono
cambiate quando è venuto quell’inglese, il signor Noble, no, non inglese,
scozzese, che c’è una bella differenza, ci faceva notare; il signor Noble – il
Mike, come vuole essere chiamato – è un artista, viene a Verona per fare la
fusione delle sue sculture e non so come mai ha iniziato a passare in manicomio;
ha detto che quella della scuola di pittura era un’idea stupida, meglio
lasciarli esprimere come vogliono, liberamente, ci posso provare io, ha detto,
il direttore è stato d’accordo
il signor Noble è sposato con la contessa Borletti a cui di certo i soldi non
mancano, anche l’dea di portarli al lago è stata sua; la signora contessa ha una
villa davanti al lago e dovreste vedere che razza di casa è; ce li portiamo
perché possano dipinger in pace, fuori dalle mura del manicomio, un’altra idea
del signor Noble, ma se è bel tempo gli facciamo fare anche un giro in barca e
capita anche che la sera li si porti a ballare; il direttore è contento, per
loro è un diversivo, ha detto, gli fa bene uscire dall’ospedale, vedere qualcosa
di differente dai soliti quattro muri, dalle vostre facce e da quelle delle
suore, che non è un bel vedere, aggiungo io; certo lui la fa facile, se ne sta
tutto il tempo nel suo ufficio ed è a noi che tocca fare il resto; vado io a
prenderlo in reparto e lo accompagno alla corriera, oggi si va al lago, gli
dico, sei contento Carlo, ma senza aspettarmi che mi risponda
la faccenda dell’atelier ha preso piede quando hanno costruito il nuovo
padiglione con una bella sala luminosa dove ce ne potevano stare anche una
ventina; hanno provato ad aprirlo anche alle donne, ma non assieme ai maschi,
altrimenti sai che bordello; la cosa che più faceva impressione era che il nuovo
padiglione non aveva sbarre alle finestre e si godeva di una bella vista sul
giardino, avevano risistemato anche quello; se non sbaglio era il 1957, l’anno
in cui in città hanno organizzato la prima mostra dei loro quadri e tante
persone sono andate a vederli, più che altro per curiosità; poi c’è ne sono
state altre, a Milano e Roma e ne hanno parlato persone importanti, critici,
scrittori; ricordo però che il signor Noble si è infuriato quando nel presentare
una di queste mostre un giornalista ha scritto che quelli esposti erano quadri
eseguiti da dementi
nel 1968 il vecchio manicomio è stato dismesso e ci siamo spostati fuori città,
a Marzana; l’esperienza dell’atelier è andata avanti anche nella nuova sede, in
uno spazio più ampio e meglio organizzato, ma per qualche motivo a lui il posto
non piaceva, pareva infatti che gli fosse passata la voglia di dipingere e dopo
un po’ smise di farlo; adesso è diventato famoso e per comperare i suoi quadri
serve un fracco di schei, per dirla come diceva sempre il Carlo; qualcuno ha
scritto che è guarito attraverso l’arte, che dicano pure quello che vogliono,
meglio sarebbe guardare i suoi quadri e starsene zitti, così almeno avrebbe
voluto lui.
Paolo Miorandi
*Tra i libri di Paolo Miorandi, scrittore di eccentrica nobiltà, ricordiamo, per
Exòrma, “Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser” (2019),
“L’unica notte che abbiamo” (2020), “Nannetti. La polvere delle parole” (2022)
**In copertina: Carlo Zinelli (1916-1974); nel testo, opere di Zinelli
L'articolo Fino al margine del foglio proviene da Pangea.
In Palazzo Strozzi, a Firenze, fino al 23 agosto, c’è una mostra di arte
religiosa del pittore Mark Rothko (1903-1970). Nel profondo rispetto delle
“scritture”(definire “sacro” quel truculento manuale di guerra mi pare
inappropriato), vedi Esodo 20:4 (“Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò
che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle
acque sotto la terra”) sono esposte le preghiere in forma di colore che la
coscienza di Rothko ha creato nella New York degli anni Cinquanta e Sessanta.
Le tele, di grandi dimensioni, secondo la sezione aurea, accolgono il visitatore
come enormi ruspe che scavano nelle nostre povere certezze, arano l’imbelle
terreno dell’ilarità e ti ritrovi senza vestiti, non come l’imperatore della
fiaba ma come il “nudo essere” di David Maria Turoldo, ricordandoti l’essenziale
verità della relazione, moto perpetuo della creatività.
In tutti i lavori esposti è presente il numero 2 e la sua declinazione nelle
campiture di colore, dal giallo al nero, è il compiersi della vita di Rothko,
padrone del colore e signore di se stesso (dopo la consegna alla Tate Gallery di
9 dei 30 pannelli della serie “Seagram Murals”, il 25 febbraio 1970 aveva capito
che il suo ciclo era finito). Nei suoi scritti affermava che “Penso ai miei
dipinti come a opere teatrali: le forme che appaiono sono gli attori sul
palcoscenico”, infatti sono palcoscenici, ma vuoti, perché permettono a chi li
guarda di vedersi sempre attore principale della commedia della vita.
Nelle sue conferenze, Umberto Galimberti suggerisce sempre di non dire che la
mostra che si è visto “è bella”, perché vuol dire che non si è capito niente,
“una mostra deve inquietare”. Pronostico rispettato, la retrospettiva di Rothko
non è bella, è devastante, raccoglie il sangue delle tue ferite nelle tele di
rosso pompeiano, perfette per un reparto di ematologia, che non emanano impeto e
passione, è un “rosso da trasfusione”, un rosso che ti mostra l’attimo prima di
morire, dove pare si veda la nebbia in Valpadana prima di aver fatto la
cataratta.
Da buon artista emigrato dall’Europa, negli anni Trenta la sua pittura era
figurativa ed anticipava i colori nel periodo surrealista; poi, figure umane e
paesaggi sono diventati campiture di colore dove il confine tra le tonalità
incide il cuore di chi guarda.
All’uscita ti senti depurato, leggero, disincrostato, Mark Rothko ha fatto da
filtro, raccogliendo tutte le schifezze del mondo e rendendo potabile il colore.
Silvano Tognacci
*In copertina: un’opera di Mark Rothko esposta a Palazzo Strozzi, Firenze
L'articolo Le opere di Mark Rothko sono devastanti, ti scavano fino al nudo
essere proviene da Pangea.
Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era
nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe
diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la
propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est,
dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo
socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore
occidentale della città.
Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la
propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz.
Dresdner Frauen”, che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta
sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la
capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni
dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso
Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti
servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi
intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato.
Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata
dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di
dicembre 2009.
> «Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche
> Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure
> nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti
> di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’”
> subirono una seconda proscrizione».
Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la
manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard
Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i
loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i
confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della
“Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la
vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il
partito nazista, ndr) poi, sono pronti a giurarlo».
Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni
intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a
“coscienza critica” della Germania Occidentale:
> «Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una
> coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come
> Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la
> propria appartenenza al partito nazista?».
Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di
memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni
culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a
nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato»,
rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure
erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti
anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché
gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e
trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri
capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco
occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si
compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come
lo Stato migliore».
Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la
pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato
a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante
macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La
ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania
comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta.
Vito Punzi
*In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022
L'articolo Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la
lobby intellettuale tedesca proviene da Pangea.
La morte di Orfeo, in Gustave Moreau, avviene in un tempo che non coincide più
con quello dell’azione. Sulla tela tutto è già accaduto, e tuttavia tutto
continua. Il gesto assassino si è consumato altrove. E ciò che resta del
misfatto è una presenza. L’immagine non trattiene l’evento, ma il suo effetto
più profondo: la coscienza che, separata dal corpo, permane come figura.
Così isolata ed esposta, la testa di Orfeo non appare un membro disperso di
alcunché. Sembra piuttosto raccogliere, in un punto dello spazio, ciò che in un
altro spazio-tempo era diffuso e compartecipato: la voce, il pensiero, il flusso
del canto. La separazione della testa dal resto carnale del poeta non ha
dissolto niente; al contrario, ha concentrato. Ciò che – colui il quale – non ha
più possibilità di agire continua a esistere come pura intensità. La coscienza,
privata della sua estensione corporea, si è contratta e si è resa interamente
visibile.
Moreau sembra indugiare proprio su questo passaggio cruciale. Il canto ha
cessato di muovere il mondo, ma non ha cessato di essere, di darsi. Se non
ordina più la natura, se non ne placa le forze e non persuade più nessuno,
permane come attività senza soggetto, autosufficiente. Il canto, perduto il suo
potere, nell’aldilà fisico di Orfeo è diventato esso stesso oggetto di
contemplazione.
Orfeo ha sempre vissuto nella tensione tra la sua voce e ciò che
l’accoglieva. La sua musica si rivolgeva agli alberi, alle pietre, agli animali,
alle divinità sotterranee. Trovava il suo miglior ascolto prima e oltre
l’umano. Quando doveva rientrare nell’orbita di uno spazio “troppo” umano,
quella tensione si accentuava, e la sua voce, semidivina, non trovava più una
misura condivisibile. Il canto poteva essere solo subito o respinto. Ora la
morte non lo ha per nulla interrotto: soltanto, lo ha separato dalla vita
del medium che fu chiamato a portarlo a presenza.
In Moreau, la morte di Orfeo è l’esposizione per allegoria di una frattura che
s’è data, ormai, fra corpo fisico e coscienza, ma che non spezza affatto il loro
simbolo. La voce di Orfeo, per Moreau, ha preceduto e oltrepassato il corpo
mortale del cantore. Come una sorta d’iperbolico correlativo, la testa mozzata
custodisce questa relazione essenziale. Una volta ridotta a feticcio, la
coscienza di Orfeo non agisce più in relazione al mondo e non rientra più nella
vita, ma neanche ne fuoriesce: permane sulla soglia fra mondo e oltre-mondo in
foggia di simulacro, come una pura presenza senza soggetto.
La violenza che ha prodotto questa frattura non occupa il centro del quadro. È
già stata assorbita, come se fosse stata necessaria per rendere visibile ciò che
prima rimaneva implicito. Il gesto collettivo che ha distrutto Orfeo appartiene
a una logica diversa: quella dell’urto, della massa, dell’immediatezza. La
coscienza, invece, non coincide né con l’istante né con l’intelligenza degli
atti e dei misfatti che fanno storia: emerge soltanto in quella che potremmo
dire, forse, l’ineluttabilità della sua durata.
Moreau sembra interessato soprattutto a questo scarto: da una parte, evoca ex
post la violenza dell’atto distruttivo (anche sul piano iconografico – si pensi
alle tartarughe poste nell’angolo in basso a destra sulla tela, come memorie del
mito di Ermes fanciullo, che creò la prima lira uccidendo una tartaruga,
appunto, utilizzandone il guscio come cassa armonica); dall’altra, la qualità
eterica della forma spirituale che rimane. La cosa è comprensibile e ci
educa. La coscienza non compete con la forza. Le sopravvive, ma trasfigurandosi:
diventando immagine. Un’immagine che non rimanda a una vittoria, allo schiudersi
di un Significato, ma rende ai nostri sensi interroganti l’idea di ciò che,
altrimenti, per molti fra di noi sarebbe impensabile: la persistenza di una
coscienza priva di mondo.
Forse Orfeo non è morto quando ha perso Euridice, ma quando il canto ha smesso
di poter accompagnare qualcuno o qualcosa: quando la sua voce è rimasta sola con
se stessa e il canto non ha più avuto una funzione dialogica, ma, simile a un
falco metafisico, ha incominciato a ruotare intorno al mistero della propria
origine.
Gustave Moreau, Orphée, 1865; Museo d’Orsay, Parigi
Così intesa, la testa di Orfeo non è soltanto un simbolo della sopravvivenza
dell’arte. È figura di una coscienza che si è internata nell’archè, dove
continua a scaturire la sua ragion d’essere.
Moreau osserva e moralizza in un unico colpo d’occhio, con riassuntiva
letteralità (e con vigore didascalico). Il suo Orfeo ridotto a Monsieur Teste in
pietosa mano di tracia non è un martire, né un vincitore. È una presenza, come
ho detto. Una presenza, ripeto adesso, che non è per nulla eterna, ma che dura.
In questa durata sottratta all’idolatria della spiegazione storica della realtà
si può riconoscere una fertile attitudine dell’esperienza estetica novecentesca
e, poi, contemporanea: quella di un pensiero poetante che riesce a sopravvivere
anche al proprio tradizionale mandato e si guarda esistere, adesso, come forma
separata.
La morte di Orfeo non coincide con la morte della poesia. Non chiude il destino
del canto: lo immobilizza. Ed è proprio in questa immobilità che il canto torna
disponibile all’occhio e all’orecchio del cuore, offrendosi come visione
intellettuale, nella forma.
Massimo Morasso
L'articolo La persistenza del canto. Intorno all’Orfeo di Gustave Moreau
proviene da Pangea.
Una linea verticale che sale e si spezza. Una linea verticale che cade. Una
linea verticale immersa nell’acqua, soffocata, che si rompe. Una linea verticale
colpita da un incendio e crolla. Una linea verticale che sale ma dentro ha già
un’altra linea, una fessura, una ferita. Una linea verticale che si introverte
su se stessa. Una linea verticale che si spezza per stare dentro a un foglio.
Queste sono le opere in serie di Silvano D’Ambrosio, la serie della Torre di
Babele non è che un simbolo che prende forma e respiro.
Davanti ai disegni di D’Ambrosio non avete altra possibilità che un urlo o il
silenzio. Esattamente quello che avverrebbe se una torre davanti a voi
crollasse, se vedeste una linea spezzarsi, che tentava la risalita verso il
cielo. La stessa cosa che accade quando ci si rompe un osso, se l’arco costale
si spezza è il silenzio, il respiro si inverte. Poi – solo dopo – si è capaci
dell’urlo. Una delle prime volte in cui entrai in ospedale come allieva mi venne
detto di prestare più attenzione a chi nella sala d’attesa di un pronto soccorso
stava più in silenzio, perché il dolore rende muti. L’arte è così, ti dovrebbe
interdire la parola e quindi anche questo mio scritto, lo ammetto, è superfluo
ma scrivo per voi lettori, per farvi conoscere qualcuno che dipinge e crea in
modo ritirato, privato. La creazione è un fatto privato.
Ed ecco infatti non sarebbe strano andare all’inaugurazione di una mostra di
D’Ambrosio, sapere che c’è e volerlo incontrare, senza trovarlo. Sarebbe
assolutamente normale, perché nel momento della presentazione delle opere, di
tutte quelle parole che tentano di spiegare l’arte e il gesto, il movimento del
braccio che è prolungamento del pennello, ecco nel momento della spiegazione
tutti cercherebbero l’artista, ma non lo troverebbero. Perché D’Ambrosio si
ritira, se lo conoscete potete osservare come si muove. È un uomo elegante, mai
sciatto, si muove lentamente e respira molto piano. Se è in affanno, piuttosto
che farsi vedere si nasconde alla vostra vista. La distanza è necessaria, lo
spazio tra l’uomo e il foglio, tra un uomo e un altro uomo, permette la libertà
del mutare forma e del costruirla, dell’annientarla. Esattamente come la serie
della Torre di Babele che crolla.
Il tema non è nuovo per l’artista, sono infatti già due anni che lavora a questo
soggetto, che forse è un prolungamento di sé. La visione non è una scelta, è un
alveo che era già presente ma che l’uomo non vedeva, era pronto a essere invaso
dall’acqua e dal flusso, da una corrente che attraversa l’artista come un
momento di grazia. Ma spesso lo stato di grazia si inserisce proprio
nell’intercapedine della realtà, in quei giorni dove la necessità stringe ed è
una Dea molto crudele Ananke. E quindi accade che la macchina ha un guasto, è
costretto alla stasi e a stare in casa senza potersi spostare, e la visione
della torre si innesta in qualche posto preciso tra il chiasma ottico e le mani,
forse la torre che crolla fluisce nelle fibre nervose. D’Ambrosio scherzando mi
dice che la torre che crolla è l’uomo che invecchia, forse sono degli
autoritratti. Lui ironizza, sottile. Ma la torre crolla perché un silenzio è
stato interrotto, un segreto è stato svelato.
Allora mentre guardo la serie di disegni, piccoli e meravigliosi, incorniciati
su sfondo nero, non posso non andare con la mente alla carta sedici degli arcani
maggiori dei tarocchi. Una torre che crolla è la carta dei tarocchi, forse una
delle più belle e delle più disturbanti. Ricordo che una volta qualcuno mi fece
i tarocchi e questa fu una delle carte estratte, in effetti qualcosa crollò di
lì a poco tempo dopo, crollava perché una verità era stata rivelata, si era
aperto il velo e gli occhi avevano smesso di avere bisogno delle lenti, ci
vedevo benissimo anche da miope, senza alcuna correzione.
La torre dei tarocchi ricorda la torre di Babele, sono entrambi tentativi
dell’uomo di andare verso l’assoluto, una linea verticale che spinge dalla
materia verso l’aria, oltre le nuvole, provando a toccare la volta del cielo. La
torre è l’uomo che utilizza la materia e la addensa per formare una struttura in
cui, gradino dopo gradino, sia accessibile la salita, sia giusta. Ma la torre di
Babele crolla, la torre dei tarocchi crolla. E ciò che accomuna entrambe è
l’istante preciso del crollo, della folgore che colpisce la sommità come a
punire la hybris, la tracotanza dell’uomo, il suo osare senza misura, sfidando
gli Dèi e l’assoluto. Ma non è solo la sfida il problema, quella è anche lecita,
il problema sta nel silenzio violato. Le torri crollano perché l’Arcano mistero,
l’origine del bene e del male, il segreto della vita viene svelato. È nella
rottura del patto il crollo della tensione verticale, è nel tradimento della
legge del tacere che le potenze si invertono.
Prendo un testo a me molto caro dell’esoterista francese Eliphas Levi, Il
rituale magico del sanctum regnum (edizioni Atanòr, 1989), in cui l’autore
descrive gli arcani maggiori in chiave esoterica, iniziatica e pertanto di non
facile comprensione. Ma d’altra parte la spiegazione delle opere non è
tollerabile per l’autore e per l’artista, la spiegazione e il commento, la
parafrasi sono veri e propri abomini che tendono a raccontare in altre forme ciò
che già l’autore ha detto o scritto, creato. Personalmente ho sempre trovato
terrificanti le parafrasi delle poesie, ricordo l’orrore che provavo quando la
maestra alle scuole medie o alle superiori mi diceva “che cosa vuol dire la
poesia?”, avrei solo voluto urlarle in faccia che ciò che la poesia significa
l’autore l’ha scritta esattamente così come è. Che è nel mistero della
comunicazione, nello spazio di distacco tra i due terminali, l’emittente e il
ricevente, che risiede il significato, che è un miracolo, un nucleo di grazia
che viene condiviso.
> “Sapete perché il tempio di Salomone fu distrutto? Questi eventi si sono resi
> necessari perché il Grande Arcano della Conoscenza del Bene e del Male è stato
> rivelato”.
Eliphas Levi scrive che la torre è il segreto svelato, non quello conosciuto, è
il tradimento del silenzio. Se si ha la concessione di arrivare fino all’ultimo
piano della torre ci si deve trattenere dall’urlare dalla finestra,
dall’emettere un qualsiasi suono. La torre crolla e si inarca su se stessa,
esattamente come le torri di D’Ambrosio, perché un segreto è stato rivelato,
perché qualcuno ha emesso un suono, anche una sola parola. Se dal nostro
apparato fonatorio facciamo uscire anche un singolo suono l’accordo è tradito,
il fulmine spacca la torre e noi ci lanciamo nel vuoto oppure moriamo tra le
macerie.
> “Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge; ma maledetto è colui che
> lo rivela ad altri.”
La serie della torre di Babele di Silvano D’Ambrosio è un monito al silenzio, un
memento necessario in tempi in cui tutti vogliono dire tutto, in cui
l’esposizione sui social appare fondamentale per comprovarci che esistiamo. Se
non siamo sulle piattaforme allora non viviamo, se raggiungi un segreto sai
tenere il mistero custodito come un cristallo al centro del petto? Sai tenerti
un diamante incastonato nella gola o ti strozzerai rivelando la parola, la più
antica, l’origine prima del mondo? I disegni di Silvano si devono osservare in
silenzio e dovete stare attenti persino a respirare, fate piano, mi raccomando.
Non chiedete spiegazioni. Le torri andrebbero acquistate e appese una in ogni
stanza, per ricordarci che il tradimento del silenzio è un atto che verrà
punito. La Parola della conoscenza non va sussurrata, può essere solo
riverberata dentro al nostro corpo, farci ampolla e recipiente ma niente deve
essere versato fuori. Le torri che crollano ricordano il sacro compito di
rispettare il silenzio.
Quando entrate nelle chiese c’è un cartello che dice di fare silenzio, e
spegnete il cellulare e state zitti, giusto? Ecco le torri di Silvano sono il
monito costante a far cessare un po’ quel rumore del parlare, quei discorsi vani
dove l’individuo produce domande senza attendere davvero la risposta, in cui
deve spiegarsi a tutti i costi. Ma se non ti comprendo, posso amarti lo stesso,
anzi. Se non ti comprendo, forse ti amo di più, ti amo proprio perché sei
inconoscibile. È quando penso di conoscerti che crollo, come una torre, mi
spezzo e cado in acqua.
Le torri di Silvano sono tutte diverse, ognuna vi indica qualcosa, ognuna di
queste parlerà al vostro inconscio, alla vostra parte nascosta e inconoscibile.
Sceglierete la vostra torre da acquistare da lì, dal pozzo nero che si installa
dentro le pupille degli occhi, gli stessi occhi che vi guardate allo specchio
tutte le mattine, gli occhi che vi guardano e che guardano.
La torre siamo tutti noi, tradita la parola, tradito il silenzio.
Clery Celeste
*Per informazioni sulle opere remote di Silvano D’Ambrosio potete scrivere a:
cleryceleste17@gmail.com
L'articolo “Felice è l’uomo che scioglie l’Enigma della Sfinge”. Intorno alle
torri di Silvano D’Ambrosio proviene da Pangea.
Nell’intervista in cui annunciava, tra l’altro, la presenza della Federazione
Russa alla prossima Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco citava un libro
di René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi. Chi è interessato
lo trova in catalogo Adelphi. Ci torneremo dopo. Il seguito – segno dei tempi –
è stato una sequela di chiacchiere, una cagnara, a tratti blasfema, per lo più
iniqua. La Fondazione “La Biennale di Venezia”, infatti, è un ente autonomo che
– così si legge nel Codice etico di cui si fregia – ha “lo scopo di promuovere a
livello nazionale ed internazionale lo studio, la ricerca e la documentazione,
nel campo delle arti contemporanee… assicurando la piena libertà di idee e di
forme espressive”. L’epigrafe che inaugura la Biennale Arte 2026 ribadisce il
tema: “La Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura
della cultura e dell’arte”.
La cosa – è ovvio – può dar fastidio, può far discutere. Ogni scelta impone un
discrimine, il frainteso avvelena perfino la parola fraternità; pace, ormai, è
sinonimo di guerra. Voglio dire: le scelte singolari di un ente autonomo – tra i
più prestigiosi al mondo – possono (e a volte: devono) farci indignare,
incavolare, saltare sulla sedia. Possono – e devono – essere messe in
discussione: la cultura non è un museo delle cere ma un incendio. Alla prossima
Biennale, ad esempio, prenderanno sede, tra le cento nazioni accolte, Arabia
Saudita, Repubblica Popolare Cinese, Iran, Qatar, Somalia. Ci sono anche gli
Stati Uniti e Israele. Il padiglione russo esiste dal 1914, lo ha creato Aleksej
Ščusev: insignito per quattro volte del “Premio Stalin”, ha partecipato alla
costruzione dell’immane mausoleo di Lenin. Il padiglione del Venezuela – paese
che non parteciperà alla prossima Biennale – è stato disegnato da Carlo Scarpa
nel 1953.
Lo Stato Italiano, come si sa, è impegnato, pur tangenzialmente, profondamente
nella Fondazione “La Biennale di Venezia”: nomina i consiglieri di
amministrazione – compreso il Presidente –, decreta un importante impegno
economico. Il tutto, a garanzia dell’autonomia dell’ente; non per fini di
controllo. Ciò di cui si discute in questi giorni entra allora nell’aura del
ricatto, non già della cultura: che l’Unione Europea decida di revocare i fondi
destinati alla Biennale testimonia che l’arte va bene purché sia conforme ai
poteri di turno. L’arte, cioè, è mera pratica burocratica sotto minaccia. Che
pena. Viene da citare – per contiguità temporale – proprio Il Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi:
> “Questa degenerazione qualitativa di tutte le cose è strettamente legata a
> quella della moneta, come dimostra il fatto che si è comunemente arrivati a
> ‘stimare’ un oggetto solo attraverso il suo prezzo, considerato unicamente
> come una ‘cifra’, una ‘somma’, o una quantità numerica di moneta; per la
> maggior parte dei nostri contemporanei, in effetti, qualsiasi giudizio su un
> oggetto si basa quasi sempre esclusivamente sul suo costo”.
In realtà, i concetti spalancati dalla Biennale sono troppo importanti per
relegarli alla chiacchiera, al peloso opportunismo dei politici, al
fondamentalismo dei finanzieri e dei finanziatori. Occorre ragionare su parole
come ‘autonomia’ e ‘autorevolezza’, su ‘responsabilità’ e ‘dissenso’; perfino
sul legame – paradossale?; letale?; importuno? – tra politica e poesia, tra
istituzione e devastazione, tra stato di fatto e stato dell’arte, tra nazione e
nascita, tra origine e originalità. Introducendo la raccolta dei Nuovi poeti
sovietici (era il 1961, stampava Einaudi), Angelo Maria Ripellino stigmatizzò il
Paese che produceva, in serie, “legioni di usignuoli impagliati”. Non si vedono
planare aquile, a onor del vero, nelle attuali democrazie occidentali.
Chi è affascinato dai numeri – meglio: dai fatti – può sfogliare i bilanci
d’esercizio della Fondazione “La Biennale di Venezia”, sono nella sezione
“Trasparenza” del sito. Così può farsi un’idea schietta di come opera l’ente. Il
resto, appunto, sono chiacchiere: le lasciamo agli usignoli legionari.
Chiunque conosce la naturale – e leonina – affabilità di Pietrangelo Buttafuoco:
ha l’esprit degli ispirati. Con lui, così, scegliamo di riannodare il nastro, di
ripartire da Guénon, di ritornare alla vertigine originaria che si chiama uomo,
parlando di poesia, di libri, di assoluti. Non è un caso che Buttafuoco ami –
fino a ‘indossarlo’ – il Cyrano di Rostand.
Intanto: qual è il libro che ti ha “formato”, quale quello che hai amato?
Intendo, cioè, farti riflettere sulla lettura come conoscenza (mente) e come
rapimento (amore), dimensioni inesatte, che mal combaciano, entrambe necessarie
all’umano essere.
Il libro che ho amato, quello che appena letta l’ultima pagina mi ha fatto dire
“avrei voluto vivere dentro questa dimensione, immaginarlo io tutto questo”, è
senza dubbio Il Maestro e Margherita. Il libro che mi ha formato – porgendo
conoscenza – è l’Iliade; il libro che mi ha accompagnato in diversi postriboli
mentali è l’Ulisse di Joyce, che ho attraversato in lungo e in largo;
mentre Dedalus, sempre di Joyce, lo utilizzo per provare a me stesso il ritmo
del respiro e il rapimento; infine, uno e solo uno: Cyrano de Bergerac di Edmond
Rostand.
In particolare: qual è la poesia che ti è capitato di mandare a memoria, di
ripetere come un ostinato mantra?
Tanti passi di Dante Alighieri, della Divina Commedia, e li lascio risuonare “in
interiore”. Il mantra me lo ricavo dal Manfred:
> “Ecco, si spegne il lume
> nuovamente m’è forza il rianimarmi
> Eppure io vivo, ho l’aspetto, la forma,
> il respiro degli uomini viventi”.
Quando poi ho bisogno di spiegarmi meglio, e questo accade nei momenti privati –
occhi su occhi – mi torna In un momento di Dino Campana:
> “erano le sue rose
> erano le mie rose
> questo viaggio chiamavamo amore
> col nostro sangue
> e con le nostre lacrime
> facevamo le rose”.
È un passaggio che mi strazia sempre: ogni volta è un camminare in percorsi
nuovi, e ogni volta vi trovo una sfumatura diversa. L’altro poeta che mi è caro,
e che forse sembra strano raccontare in questo modo, è il poeta ingabbiato
dentro la macchina teatrale: William Shakespeare.
L’arte in generale, la letteratura in particolare hanno ancora ‘efficacia’?
Cioè: riescono ancora a ‘muovere’ – oltre che a commuovere – gli uomini?
Qualcosa ancora resiste del ‘magico’ nell’esperienza artistica contemporanea? Se
ne hai, fammi degli esempi.
Nella scena contemporanea sì, ma attraverso un tramite complicato, che mette
insieme la letteratura, il teatro, lo sforzo dell’arte figurativa: tutte
intersezioni che, nel loro insieme, realizzano fatti d’arte importantissimi. Mi
è capitato, per esempio, con il Pinocchio di Davide Iodice, uno spettacolo
assolutamente delicato, pulito, perfetto, commovente, che riesce davvero a
smuovere chi vi inciampa, anche solo per caso. La verità è che certe produzioni
artistiche, che necessariamente si nutrono di letteratura e di tutte le tecniche
che accompagnano le varie pratiche artistiche, hanno bisogno di un pubblico per
poter essere condivise, oltre che comprese. E quando questo accade, è un
privilegio assoluto: sono pepite messe a disposizione del pubblico.
Un altro momento che ho vissuto è stato nell’ascolto di Jesus’ Blood Never
Failed Me Yet di Gavin Bryars. È stato veramente meraviglioso assistere a questo
concerto, qui a Venezia, al Redentore, alla Giudecca, perché era davvero un
restarsene al cospetto del sublime. E lì anche il pubblico partecipava con la
sua stessa presenza, con la sua specialissima qualità. C’erano i padri
cappuccini, poi c’era la gente che entrava con la consapevolezza di essere in
chiesa, la presenza di padre Leopoldo – la sua statua – la presenza di
sant’Antonino, la presenza di Francesco. È stato meraviglioso.
Per alcuni, la letteratura è un diversivo, qualcosa di ‘divertente’. Per altri –
e forse è peggio – la letteratura deve indagare i temi ‘sociali’ del nostro
tempo, deve essere ‘impegnata’ e occuparsi di ‘attualità’ (cosa si intenda per
sociale, impegno e attuale, poi, è un mistero). E tu: perché scrivi?
Io scrivo perché mi piace riportare alla luce storie dimenticate, storie
nascoste e protagonisti che altrimenti resterebbero nell’ombra e che invece
meritano di essere raccontati. Scrivo anche perché mi piace fare un dispetto a
chi erige muri, chiusure, elabora censure, pratica antropologie della
superiorità morale e poi costruisce dighe per impedire alle piene di guadagnare
e conquistare praterie. E poi scrivo perché, stupidamente, da bambino non ho
voluto imparare a suonare. L’unico modo per accostarmi alla musica è la
scrittura.
Il ‘libro’, in sé, come oggetto di culto e di blasfemia, come idolo e identità,
ha ancora un senso – lo avrà ancora?
Credo di sì. Il libro, in fondo, è come un manufatto di estremo lusso che abita
nelle boutique, dove arriva un pubblico selezionato, e lo sarà sempre di più. Ma
c’è anche un altro discorso: è un ragionamento di malinconia che possiamo fare
solo in questa parte di mondo. Nell’altra parte del mondo, quella più viva, più
giovane, dove l’energia bussa, il libro ha ancora un senso, ha ancora una forza,
ed è inevitabile che la trasmissione dei saperi e delle sensibilità passi
attraverso il libro. Il libro, poi, ha una connotazione sacrissima, e non a caso
il sacro abita il libro.
L’intelligenza artificiale ha già prodotto il suo più esigente risultato:
relegare a imbecillità mai vista prima l’intelligenza umana. Poiché l’IA lavora
sul visibile e l’essoterico, non ci resta – felicemente – che gettarci
nell’invisibile e nell’esoterico. Qual è la tua disciplina per rifulgere,
rifuggendo dai miasmi dell’algocrazia?
La mia personale disciplina si chiama preghiera.
Spiattello impunemente la parola ‘sacro’. Cos’è per te, che senso ha?
Già in tutto quello che ci siamo detti il sacro ha sempre fatto capolino.
Come si può restare mondi dal mondano, essere nel mondo pur tendendo all’altro
mondo, esercitare una fede tra gli infedeli?
Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo, è l’unico modo. E quindi
nell’accettare il giorno, nel dire sì alla vita, è l’unico modo. Ed è il modo di
sempre, il modo che hanno conosciuto le generazioni, quello che i nostri padri
ci hanno consegnato. Ed è il modo in cui, anche di fronte all’abominio – come
quando Priamo contempla il corpo sfigurato del figlio – si trova la forza di
parlare a chi lo ha assassinato, ad Achille, e di risvegliare in lui il senso
profondo, catartico, del sacro.
L'articolo “Nell’abbandono alla volontà dell’Altissimo”. Dialogo con Pietrangelo
Buttafuoco proviene da Pangea.
Eravamo partiti dalla notizia dell’esclusione degli artisti italiani dalla
Biennale di Venezia, cosa mai accaduta nelle sessanta edizioni precedenti.
Notizia non eclatante se gl’invitati non fossero ben 111 (pressoché tutti
assolutamente sconosciuti e che resteranno tali anche dopo), provenienti da
tutte le parti disagiate del mondo: oggi non risulta dirimente la qualità
dell’opera o la carriera, quanto la carta d’identità dell’artista. Con la
selezione della curatrice africana Koyo Kouoh, nel frattempo deceduta, si è
quindi radicalizzata la posizione dell’ultima Biennale titolata e curata dal
brasiliano Adriano Pedrosa. Legittima la domanda finale: Sono curioso di vedere
che futuro avrà, probabilmente riferito a quello degli artisti che oggi possiamo
affermare con la certezza dei risultati: nessuno. La totale ininfluenza di
decine e decine di artisti paracadutati alla scorsa Biennale non è quindi
servita a ravvedersi circa l’impostazione della successiva, quanto a perseverare
in una direzione tanto dissennata, per l’attendibilità della ricognizione,
quanto inutile per gli artisti che vi parteciperanno. Un atto di narcisismo
curatoriale indiscutibile, quindi, reiterando la sfortunata tendenza italiana
degli anni ’70, quando l’opera dell’artista era ridicolmente considerata
come pegno visivo del curatore. Onnipotenza curatoriale che oggi rappresenta un
salto indietro nella storia, in un ambito – l’arte, se questo termine ha ancora
un significato – necessariamente votato almeno al presente – accontentandosi
dell’adesione alla cronaca – se non al futuro – cui l’arte dovrebbe ambire,
mutuando la visionarietà delle Avanguardie Storiche più che la palude del
riflusso modaiolo.
Credo sia inutile dedicarsi oggi – a gregge fuggito – a considerazioni che
appaiono frutto di un’ipocrisia indifendibile: è da decenni che alla Biennale
gli artisti italiani sono dimenticati se non discriminati, al punto da doversi
reinventare nel 2009 (c’ero, sono abilitato a parlarne) un Padiglione Italia
addirittura scomparso dalla geografia della manifestazione: l’Italia fino a
quella data era quindi l’unica nazione invitata che non poteva godere di un
proprio Padiglione nazionale. Ma di che parliamo, ancora? Artisti italiani
comunque presenti in Biennale da decenni come panda in via di estinzione, fino
alla ferale notizia della morte definitiva dell’ultimo esemplare in questa
edizione.
Sembrerebbe quindi una notizia prevedibile, vista la tendenza veneziana degli
ultimi vent’anni, se a Manifesta, rassegna nomade d’inspiegabile rilievo
internazionale, tra i cento invitati pure non comparisse nemmeno un italiano, il
che, finita la possibile versione attribuibile a una casualità, potrebbe
apparire come un’autentica discriminazione territoriale. Va detto
che Manifesta si è da sempre caratterizzata per un’illeggibile qualità oggettiva
e un ritorno professionale impalpabile per i partecipanti, più votata
all’ideologia più estrema del momento che alle problematiche insite in ambito
culturale e artistico. Inutile chiedersi il perché di una tendenza in voga da
decenni che vuole l’esclusione sistematica degli artisti italiani: con ogni
probabilità conta anche l’opinione dei critici che avrebbero potuto supportarli
(perché no?) come Massimiliano Gioni, già curatore della Biennale di Venezia,
che, fin dal 2002, sentenziava: “L’Italia e l’arte italiana sembrano condannate
a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici – e allora ecco che
di volta in volta si scoprono l’arte cinese, thailandese, messicana e scandinava
– ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con
l’America, la Svizzera, la Francia e la Germania”. America citata
rispettosamente per prima, da chi oggi dirige il New York Museum. Classe ’73,
Gioni a 29 anni aveva già capito le sorti non solo dell’arte italiana, ma anche
dell’Italia: quanto all’opportunità di essere più esotici, o all’accostamento
tra professionale e cinico – si sta parlando d’arte, non di finanza o
multinazionali – si vede che non sono abbastanza preparato per capirne la
portata critica. Semmai è il resto del mondo che sta mutuando le modalità
capitalistiche occidentali, nel bene e nel male.
Anche dalle testate nostrane appaiono – com’era prevedibile – le tesi più
disparate sull’azzeramento, nella maggioranza dei casi imputato agli stessi
artisti nazionali che non sarebbero all’altezza, non al passo coi tempi, non
abbastanza calati nelle problematiche sociali, ambientali e climatiche: tutte
balle… si può dire ancora? Si può finalmente dichiarare che il coefficiente di
esterofilia di questo Paese non è mai inferiore all’80% (tanto per dare una
percentuale che renda l’idea), al punto che sembrano non nascere nemmeno più
calciatori in un Paese che mancherà dal Mondiale almeno per sedici anni
consecutivi e quando l’organismo di supporto nazionale per gli artisti si
chiama Italian Council? Posso finalmente dire – dall’interno del sistema – che
un artista non lavora mai (dai tempi preistorici delle grotte di Lascaux) per
gli altri ma è proiettato a interpretare e sviluppare anzitutto le proprie
urgenze? Si può dire che quando le opere sono perfettamente coincidenti con la
cronaca puzzano d’imbroglio (e magari proprio per questo sono al passo con
questi tempi in cui il materialismo è pilotato dal mercato e il mercato è
supportato da una cronaca asfissiante e da un fiume di denaro, non sempre
trasparente)? È possibile che la quasi totalità mondiale del mercato reale,
presente alle Fiere specialistiche in ogni parte del Globo, riguardi opere che
non si vedono mai nelle rassegne internazionali, Biennali incluse?
Tutte domande che vengono chiarite da un aspetto essenziale: dal passaggio del
Millennio l’arte è governata dal mercato e il mercato dalla finanza e dalla
strapotenza dei signori della moda: Germano Celant aveva visto giusto già
nel 1996, come curatore della Biennale di Firenze Arte e Moda, posizionando
gli artisti negli atelier e gli stilisti nei musei. Quindi le responsabilità
soggettive degli artisti italiani non c’entrano nulla, semplicemente perché
l’attendibilità di un artista non può dipendere dalla latitudine o dalla
pastasciutta che mangia: il solo poterlo pensare rende del tutto ridicolo
qualsiasi selezionatore. Gli stessi artisti del Padiglione Italia, da quasi
vent’anni, raggiungono quel traguardo solo se pilotati come segnale
irrinunciabile dalla personale o all’Hangar Bicocca di Milano o prenotati in
anticipo da qualche galleria internazionale di riferimento.
Comunque sia, nessuna attenzione alla pittura come parola d’ordine: ça va sans
dire, alla faccia dell’Arte degenerata di fosca memoria.
Appena metabolizzata – con facilità, vista la consuetudine – l’esclusione, ed
ecco che sulla Biennale si abbatte il tifone del Padiglione Russia, dopo aver
appena digerito senza il minimo singulto l’inno nazionale sovietico alle
Paraolimpiadi, per gli artisti russi già esclusi da quelle ordinarie. Un
autentico gesto di discriminazione, dove la menomazione viene pelosamente
premiata senza alcuna equità di giudizio, senza alcuna onestà intellettuale,
senza nessuna decenza. Quanto agli aspetti giuridici, La Biennale, vale
ricordarlo, è un Ente Autonomo e quindi indipendente non solo dai malumori
governativi, ma anche da una piazza misteriosamente distratta e silenziosa sui
campi da sci, solo poche settimane prima. Russia in Biennale: scelta sbagliata?
Ma l’arte, come lo sport, dagli stessi soloni che oggi s’indignano, non era da
sempre strombazzata come palestra irrinunciabile per l’unità dei popoli? Un’area
dorata super partes dove la politica non aveva accesso? Non avevamo visto sui
campi di calcio e alle mostre internazionali, israeliani e palestinesi
abbracciarsi nel giubilo condiviso?
Nel guazzabuglio generale, il governo sudafricano ha censurato – impedendola –
la partecipazione nel proprio Padiglione nazionale dell’artista Gabrielle
Goliath, per giunta resa intoccabile dal sistema che conta per la recente
personale al MoMa di New York. Goliath proporrà in una chiesa veneziana Elegy,
la sua opera di performance – dedicata a due donne Nama assassinate dalle forze
coloniali tedesche all’inizio del XX secolo e (non casualmente) alla poetessa
Palestinese Hiba Abu Nada, uccisa da un bombardamento israeliano nel 2023,
lasciando quindi serrate le porte del Padiglione sudafricano.
L’impressione ormai inconfutabile è che la politica sia dominante anche in
Biennale e che la questione russa non sia che l’antipasto – se non il pretesto –
per la vera, scontata battaglia contro America, Israele e Russia stessa: I
governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra. Dimenticando
allegramente la mattanza in Sudan, con lunghe mani europee ad alimentarla, le
crudeltà reiterate in Myanmar, le guerre in Camerun, Congo, Kashmir, Mozambico,
le stragi inumane di civili in Iran, nonché i sanguinosi regolamenti di conti in
diverse aree del mondo con pluralità etniche irrisolte, favorite dalla
floridissima industria mondiale delle armi. Israele – con il suo Padiglione
attualmente indisponibile – è stato ubicato a latere della mostra centrale In
minor keys: ovvero quando un privilegio può diventare una contrindicazione
letale; a Israele non sarà prevedibilmente consentito di aprire i battenti e
quindi nemmeno partecipare alla limitrofa mostra che titola la Biennale stessa.
Ma i Padiglioni sono a tutti gli effetti territorio sovrano del Paese che
rappresentano: aspetto nient’affatto trascurabile e potenzialmente esplosivo per
le modalità che Israele e gli Stati Uniti dell’irascibile Donald Trump potranno
mettere in campo a difesa della corretta apertura. Nel frattempo, la ciliegina
sulla torta dell’incendio misterioso al Padiglione della (filorussa) Serbia –
domato e ostinatamente ripreso – sembra essere l’annuncio di una Biennale
incendiaria e incendiata.
Gli artisti italiani, in questo trambusto, potranno restare serenamente a casa:
tanto qui non importa realmente a nessuno.
Roberto Floreani
*In copertina: Installazione di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia,
1964
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