
Il giustiziere di se stesso. Piccolo discorso su “Taxi driver”
Pangea - Monday, May 11, 2026“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo”: è con questa frase lapidaria e senza speranza che Travis Bickle (Robert De Niro), protagonista del film Taxi driver di Martin Scorsese del 1976, sintetizza la propria condizione esistenziale. Ex marine di ritorno dal Vietnam e che soffre di insonnia – per certi versi un antesignano di John Rambo – si getta a capofitto nel lavoro notturno di autista di taxi: lavorare instancabilmente e senza alcun tipo di limitazioni lo distrae dalle storture della vita, dai cattivi pensieri, dalle lacune esistenziali, ma soprattutto dalla solitudine. L’insonnia è il simbolo fisiologico di una società iperattiva ed eternamente insoddisfatta, in cerca del proprio posto al sole e di un senso da dare alle cose, all’esistenza: non si riesce a dormire perché i pensieri ci svegliano, le domande ancora senza risposta bussano alla porta della mente anche quando questa è stanca e vorrebbe riposare.
Girando di notte nella città “che non dorme mai”, Travis ha l’occasione di conoscere il degrado umano che ben si coniuga con la propria alienazione, le varie tipologie umane che in diversa misura contribuiscono al declino di una civiltà occidentale progredita in maniera anomala tra luci al neon e consumismo. Si attende la pioggia che ripulisca le strade dalla melma, ma in realtà è di un nuovo diluvio universale che il mondo avrebbe bisogno per liberarsi dalla “feccia umana” che infesta le strade.
Anche il “moralismo apocalittico” di Travis è uno dei sintomi di un’insoddisfazione esistenziale che ha radici profonde: i populismi, così come i totalitarismi, traggono forza proprio da queste zone irrisolte dell’individuo, dal suo bisogno di sentirsi parte di un processo storico che lo inglobi, che lo abbracci facendolo sentire necessario, uomo nevralgico e non escluso, nonostante il suo palese fallimento sociale ed economico. L’entusiasmo politico per un candidato di passaggio e scelto nel mucchio, è solo un modo per entrare nel gioco, per comunicare con un mondo che altrimenti non avrebbe interesse ad ascoltare l’elettore anonimo. C’è bisogno di fare pulizia in città e l’elettore insoddisfatto proietta sul politico di turno le sue intenzioni politically incorrect, i progetti per un repulisti sociale compiuto come si deve, e il candidato furbo asseconda il ‘programma’ privato dell’elettore facendolo suo, dichiarando che è già al lavoro per la realizzazione proprio di quei punti del programma che stanno tanto a cuore all’elettore arrabbiato.
Anche la pornografia, così come la politica, per Travis rappresenta un “tic compensatorio”, un’abitudine malsana per mettersi alla prova, per sapere di essere ancora vivo al di sotto della cintola, per cercare di rilassarsi e mettere a tacere quei pensieri che non lasciano dormire… Ma la pornografia non ostacola Travis nella sua ricerca dell’amore e della bellezza: c’è sempre la voglia di comunicare con donne reali; non manca il coraggio di dichiararsi interessato alla loro eleganza e bellezza, nonostante qualche passo falso ed equivoco causato da uno scarso allenamento alle relazioni umane.

Catalogare Travis Bickle esclusivamente come “giustiziere” sarebbe semplicistico e fuorviante: egli è innanzitutto (prima ancora di armarsi fino ai denti e recitare davanti allo specchio la parte del duro che sfida il mondo marcio) un cercatore di normalità e di stabilità tra sé e l’umanità che lo circonda, con cui cerca disperatamente un canale comunicativo in grado di trarlo fuori dalla propria solitudine. Sposare una causa, come ad esempio provare a salvare una giovane prostituta dalla sua vita degradante è un modo per guadagnarsi un posto dignitoso nella scala sociale, è un modo per dire alla comunità e dirsi “ci sono anch’io e combatto per il bene e la giustizia!”, per assumere valore umano e sociale agli occhi di chi lo aveva fino a quel momento abbandonato nella propria bolla solitaria. Anche il lavoro “nobilita” e dà valore, ma non basta: c’è bisogno di un’azione eclatante, è necessario non apparire più come un individuo morbido che passa inosservato nel mondo e nella storia. C’è bisogno di andare a finire sui giornali non per protagonismo ma per accorgersi finalmente di esserci, di esistere attraverso lo sguardo interessato degli altri, della donna che lo aveva emarginato definendolo “troppo diverso” da lei, dalla categoria di appartenenza. Per abbattere le barriere tra classi sociali, almeno per un istante.
Le armi acquistate assecondano le paranoie del protagonista; sono “protesi” che tamponano un senso di insicurezza verso una società descritta come minacciosa e degradata; un’insicurezza che però ha altre origini: interiori, personali, familiari, esperienziali; che è come una sete incolmabile e imprevedibile per ciò che innesca.
Amare l’ordine, avere uno scopo nella vita e un programma, essere perfezionisti, allenarsi fisicamente per ottenere un corpo pronto alla battaglia verso un nemico non ben definito, come uno strumento affilato con cui fare la differenza nel momento del bisogno e non sentirsi più inadatti e fuori dai giochi sociali; “riorganizzare la vita” è un motto appuntato su un cartello da tenere in vista; individuare un simbolo (ad esempio un candidato alle presidenziali a cui sparare durante un comizio pubblico!) che rappresenti la causa del proprio fallimento sociale, dell’inganno subito, del disadattamento a cui si è ingiustamente sottoposti da anni. Infine scegliere: adattarsi a un’etichetta, diventare come il lavoro che si fa, accontentarsi, oppure essere nessuno, eternamente underdog, diluirsi tra la gente, donarsi all’oblio, sparire.
Anche se le masse sono viste con sospetto, il misantropo Travis ha bisogno di comunicare, vuole darsi al mondo; avere qualcosa di importante da fare, conoscere gli altri, avvicinarsi al prossimo, fidarsi e trasmettere fiducia, cercare la bellezza, l’amicizia per sentirsi meno soli in città; essere gentile, amare, e al tempo stesso indossare pistole e pugnali, atteggiarsi a giustiziere, esserlo in alcuni frangenti, auspicare una radicale pulizia urbana: questa condizione schizofrenica, altalenante, ambigua, è rappresentativa di una specifica tipologia umana – quella dei “from Zero to Hero” – che pur cercando un proprio posto dignitoso nella società, conserva ancora un carico rabbioso da metabolizzare, da incanalare verso un’azione eroica, giusta, risolutiva, apprezzata dal consesso sociale, seguendo una propria bizzarra e violenta moralità. L’azione forte e disperata apre a nuove possibilità comunicative, interrompe la monotonia dei giorni tutti uguali: è come se il mondo sordo avesse bisogno di una sveglia drastica, rumorosa, sanguinosa.
Il finale di Taxi driver – che ‘profetizza’ Quentin Tarantino – è liberatorio sia per il protagonista che per lo spettatore: tutta la parte che precede il finale è preparatoria a quello sfogo sanguinolento degno di una macelleria messicana. È come un ascesso che finalmente arriva a esplodere non per uccidere i personaggi ma per redimerli, liberarli, incanalarli verso una vita che ha trovato alla fine la sua piega naturale, il suo equilibrio, la sua quadra, la sua giustizia. Scendere nei bassifondi della propria anima e della società, toccare la sporcizia, diventare immondizia, per poi risalire, risorgere, intraprendere il percorso che più si addice alla nostra natura. Riacquistare la propria dignità, avere il coraggio di snobbare chi ci ha snobbati, essere “giustizieri di se stessi”.
Michele Nigro
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