Nello stesso tempo, ha l’elegante compostezza di Mishima e lo sguardo obliquo,
orientato all’oblio di Takeshi Kitano. Beveva – tirava di boxe – scommetteva sui
cavalli. Shūji Terayama è stato definito “L’imperatore dell’Underground” – così
l’efficace didascalia dell’“Harvard Film Archive” –: purché per underground
s’intenda la categoria dell’ineffabile, lo spazio – celestiale e brutale assieme
– in cui l’artista rischia l’annientamento, senza pose da redditizio
maledettismo.
Nato il 10 dicembre del 1935 a Hirosaki, nella prefettura di Aomori, Shūji
Terayama vive, fin da subito, il trauma dell’abbandono e della morte. Il padre,
mobilitato in guerra, è ucciso nel Pacifico; la madre lo abbandona alle cure di
uno zio. Il bimbo riesce a scampare al ciclo di bombardamenti orditi dagli
americani su Aomori, nel luglio del ’45. Vede rovine – vive tra i rovi dei
sopravvissuti.
Studiò con poca voglia letteratura all’università: preferiva la lettura di
Basho, la frequentazione dei bassifondi – fu folgorato da Casablanca, cominciò a
studiare i film di Buñuel, la dinamica scenica di Cocteau. Nessuno prima di
Shūji Terayama – con la stessa, disperata forza – ha tentato di dilatare i
limiti delle arti, di fondere le arti, di deflagrarne i codici. Nello stesso
tempo, Shūji Terayama è stato poeta – svaginando i generi, cristallizzati, del
tanka e dell’haiku: esordisce poco più che ventenne, nel 1957 –, drammaturgo,
capobanda di una compagnia teatrale, regista. Spesso le poesie gli suggeriscono
l’idea di un film – i film (di enigmatica efficacia, lunari) vengono composti
come una poesia. Insieme alla moglie – Kyōko Kujō, da cui si separa poco dopo,
per installarsi nei canoni del libertinaggio – ideò una compagnia teatrale: i
testi venivano portati in zone periferiche, inadatte, infeconde, fuori scena,
detronizzate dal palco.
Da una performance scaturì uno dei film più noti, Gettiamo i libri, gettiamoci
in strada (1971; a cui il MoMa ha dedicato diverse retrospettive); tra gli
altri, tanti, citiamo Il gobbo di Aomori (1967), Gli eretici (1971), Labirinto
d’erba (1979). Dicono che Addio all’arca (1981), tratto, assai liberamente,
da Cent’anni di solitudine, sia il suo capolavoro perché sono riassunti tutti i
temi di Shūji Terayama: l’amore virginale e quello assassino, il potere che
tiene le anime in cattività – e a cui, cocciutamente, occorre sempre ribellarsi
–, la morte. Nel film appare un fantasma, un dio-cane, una ridda di demoni
inchiodati all’albero – la natura è sempre violata da una violenta idea di
‘progresso’. In Emperor Tomato Ketchup, film d’esordio del 1970, appaiono, in
serie, sequenze orrorifiche a significare sopraffazione e delirio del
delinquere: abusi su uomini e animali, feticismo, icone nazi. Lavorava sul
‘mostro’, sul sequestrare ogni giudizio; alcuni videro in lui una specie di
mefistofelico incrocio tra Artaud e Fellini, tra Lautréamont e Bataille – basta,
a dire il vero, leggere, ad altro livello di stile, Mishima: è tutto lì. In Les
fruits de la passion (1981) – che è poi un’inquieta rilettura di Histoire d’O –
dirige Klaus Kinski.
L’autore morì di cirrosi epatica nel maggio del 1983 – Shūji Terayama è uno
degli artisti giapponesi più imitati e invisibili (vedere i suoi film e leggere
i suoi libri è un’esperienza per pochi) della seconda metà del Novecento. Nel
1976 fu invitato a far parte della giuria della “Berlinale”: quell’anno l’Orso
andò a Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman; Nicolas Roeg portava The Man
Who Fell to Earth con David Bowie protagonista; gli italiani partecipavano con
Monicelli (Caro Michele) e Patroni Griffi (Divina creatura). Il film più
interessante, tuttavia, risultò quello del giapponese Nagisa Ōshima, Ecco
l’impero dei sensi, ritirato dalle sale durante la ‘prima’ e falciato dalla
censura per sovrabbondanza di scene di sesso – o meglio per il tema di fondo:
annullarsi tra i regni del piacere, in un’ossessione sempre più feroce,
cannibale.
Una frase decifra la poetica di Shūji Terayama:
> “Le parole di tutti i giorni, perfino quelle più scurrili, le più banali,
> celano una metafisica. Mescolando termini tratti dalle canzoni popolari, il
> gergo sportivo e la poesia si intravede un altro mondo. Ecco ciò che voglio:
> un romanzo metropolitano, un romanzo labirinto dove ogni vicolo sfocia nel
> proibito, nell’interdetto”.
Non è facile leggere Shūji Terayama. In Francia, dove è considerato un des plus
grands noms de la littérature japonaise contemporaine, le edizioni Inculte hanno
tradotto il romanzo Devant mes yeux le désert. Nel 2014 la casa editrice
statunitense Merwin Asia ha raccolto come The Crimson Thread of Abandon i
racconti di Shūji Terayama. Nella bella introduzione, Elizabeth L. Armstrong,
traccia così il diktat estetico dell’autore:
> “Fin dal precoce e controverso approccio alla poesia tradizionale tanka,
> quando era poco più che un adolescente, Shūji Terayama esprime la convinzione
> che ogni autenticità artistica risieda nella rottura di ogni convenzione –
> infrangere gli schemi per riformularli… l’appello al dissenso e perfino alla
> rivoluzione risuona in ogni sua opera”.
Nei racconti – di surreale iperrealismo – ci sono spesso dei bambini, gravati da
una solitudine marziale, cattiva. In fondo, è l’elogio della perdizione prima
che della perdita.
**
La tentazione dell’orchidea
Di tutti i fiori, l’orchidea ha gli organi più misteriosi, nascosti sottoterra.
A causa della loro misteriosa forma ellittica, Rabelais li disse “testicoli”.
Nel linguaggio dei fiori, l’orchidea è associata alla morte – benché siano tanto
sinistre, restano insuperabili per la bellezza del fiore, una bellezza, diremmo,
opulenta. Detto questo, detesto l’orchidea. Non per il suo fascino, in fondo
superficiale, ma perché condivide il nome con la donna che mi ha tradito.
Orchidea aveva la prestanza di una duchessa reduce da una sbornia. Giocava con
me non appena mi mettevo a scrivere una poesia.
Una sera, stavo dando ripetizioni di scienze a sua figlia, mi chiamò dalla
piscina. “Viene a vedere come galleggiano i fiori!”. Orchidea nuotava,
sprezzante, come una ragazzina. Era completamente nuda.
*
Mondo
Mi alzo da tavola
per chiudere la porta:
qualcosa gracchia –
il vento d’autunno
è gelido e urla.
La stufa mi illumina il viso
apro il giornale – l’acqua
del bagno si scalda.
Stiamo zitti – ottobre.
La donna che sta
per diventare madre
avvolge la Terra nello spago
perché questa è la storia
dell’uomo – resta tutto
il giorno sulla sedia.
*
una farfalla estiva
fende il mio cuore:
insieme alle parole
ho perduto i giorni
*
un vecchio tubo
del gas unisce
la prigione in cui ti trovi
al mio appartamento
*
ricucire l’orizzonte
con l’ago che mia
sorella ha nascosto
nella cesta di vimini
*
nato in cattività
sono solo anche
quando vinco –
cammino e mastico
uno stelo caldo d’erba
*
non so fare
l’attore: ascolto
il verso dei gabbiani
uccisi nella palude –
è inverno
*
uscii a comprare
un nuovo altare per il
mio nuovo Budda – mio
fratello e il suo canarino
sono scomparsi
*
il campo di riso
è stato venduto
questo inverno: torno
a casa da solo, dopo
aver seppellito il pettine
scarlatto di mia madre
*
accarezzo la tortora
con il pettine scarlatto
di mia madre, morta
da poco – pelo che
continua a cadere.
*
Quando la malinconia mi affligge, guardo il mare
torno a casa dopo essere stato in una libreria dell’usato e guardo il mare
Quando sei malata, guardo il mare
nelle mattine che corrodono l’anima, guardo il mare
Oh, il mare!
Spalle larghe e petto ampio.
Per quanto sia brutale il giorno
per quanto sia crudele la notte
tutto finirà
La vita finirà –
resterà soltanto il mare
Quando la malinconia vince, vado verso il mare
Nelle notti più dure, vado a vedere il mare.
*
Ho scritto la parola albero
ma mi pareva così triste
che ho aggiunto un altro albero
e gli alberi sono diventati foresta.
Quando fisso la parola solitario
capisco perché gli alberi piangono:
è quando inizia un amore
che la solitudine arriva.
**
Nascondersi fino a diventare adulti
“Giochiamo a nascondino!”. Era il ragazzo dai capelli verdi. Nessuno sapeva il
suo nome né da dove venisse, ma tutti i bambini si radunarono intorno a lui.
Volevano giocare.
“Chi conta?”. Sasso, carta, forbice… uscì il ragazzo dai capelli verdi. “Perdo
sempre”, disse. Tirò fuori la lingua. Poi si coprì gli occhi, si accucciò,
cominciò a contare. I bambini si dispersero cercando un nascondiglio.
“Ci siete, siete pronti?”, urlò il ragazzo.
“Non ancora”, disse una voce. Il ragazzo contò ancora fino a cento. “E ora?
Siete pronti?”. Non rispose nessuno. “Va bene, arrivo”. Il ragazzo si alzò,
iniziò a correre, se ne andò via. Non cercò i bambini nascosti nel paese.
La sera ci fu un gran trambusto. Il telefono della stazione di polizia suonava
in continuazione. Una madre in lacrime mugolava: “Mio figlio non è tornato a
casa stasera”. Una ragazzina delle medie, sconvolta, disse, “Mio fratello è
scomparso”. I bambini che avevano giocato a nascondino non ricomparvero mai più.
Una squadra di ricerca perlustrò la città, ma dei bambini non fu trovata
traccia.
Il giorno dopo, in un’altra città, grosso modo alla stessa ora, il ragazzo dai
capelli verdi chiamò a sé alcuni bambini. “Giochiamo a nascondino!”. Nessuno
sapeva il suo nome, nessuno sapeva da dove fosse arrivato, ma tutti i bambini si
radunarono intorno a lui. “Chi conta?”. Sasso, carta, forbice… uscì il ragazzo
dai capelli verdi. “Perdo sempre”, disse. Si coprì gli occhi, si accucciò,
cominciò a contare. “Siete pronti?”, gridò.
I bambini che si erano nascosti scomparvero. Nessuno riusciva a capire se
fossero semplicemente svaniti nel nulla o se volessero restare nascosti per
anni, per non essere mai più ritrovati.
Nei giorni successivi, in altre città, tutti i bambini che giocavano a
nascondino con il ragazzo dai capelli verdi scomparvero. Chi era quel ragazzo
dai capelli verdi?
È autunno, in questa luce effimera mi viene in mente la terzina di un poeta
spagnolo:
Conta per mille notti
e i bambini morti e i bambini
nascosti torneranno a casa adulti.
Shūji Terayama
*In copertina e nel testo: fotografie e fotogrammi tratti dalle opere di Shūji
Terayama
L'articolo Shūji Terayama, l’imperatore dell’underground proviene da Pangea.
Tag - Cinema
Che le sale cinematografiche incassino sempre meno e che il pubblico non sia più
disposto a spendere decine di euro per andare al cinema è cosa nota. Meno note,
invece, sono le reali motivazioni alla base della scarsa frequentazione di
questi luoghi. Probabilmente, come spesso accade, le ragioni sono diverse e
osservabili da diverse angolazioni. Tuttavia, è comunque utile porre
l’attenzione su alcune argomenti su cui si è focalizzato, negli ultimi tempi, il
dibattito pubblico.
Per esempio, si è dibattuto molto sulla concorrenza della piattaforme di
streaming nei confronti delle sale cinematografiche. Il fatto che Netflix,
Amazon Prime Video, Disney + e via dicendo propongano abbonamenti talvolta più
economici rispetto all’acquisto di quattro biglietti per uno spettacolo in sala,
mettendo, tra l’altro, a disposizione un’offerta sterminata di film, serie tv e
documentari, è senz’altro una delle motivazioni più importanti alla base dello
spopolamento dei cinema e dello stravolgimento del mercato audiovisivo. Così
come lo è anche il dominio pressoché assoluto delle serie tv nel contesto della
settima arte da quindici anni a questa parte. Oggigiorno, grazie a schemi
narrativi collaudati e accattivanti, che hanno più a che fare con il marketing
che con il cinema, le serie tv permettono ai produttori di incatenare gli
spettatori ai divani di casa, fornendo, va detto, molto spesso, prodotti di
altissimo valore cinematografico, come nel caso di True Detective o Breaking
Bad, per citarne due, al punto da aver spinto registi famosi a mettere a
disposizione del piccolo schermo la propria creatività (come nel caso di Paolo
Sorrentino per The Young Pope o Martin Scorsese per Vinyl e Boardwalk Empire).
Sebbene queste motivazioni siano assolutamente rilevanti quando si parla della
crisi del cinema, è utile chiedersi se, in realtà, la depressione della settima
arte sia unicamente riconducibile a motivazioni di carattere socioeconomico o vi
siano altri elementi da valutare. Considerando le pellicole che, a chi scrive, è
capitato di vedere in sala negli ultimi cinque-dieci anni, è possibile ammettere
senza grandi sensi di colpa che dietro la crisi del cinema vi siano anche
motivazioni prettamente qualitative che hanno a che fare con l’incapacità di
metabolizzare narrazioni complesse. A questo proposito, giova soffermarsi su un
tema decisamente preponderante – e di cui si discute fin troppo poco –, vale a
dire la crisi della scrittura cinematografica.
“Il talento narrativo è primario, il talento letterario è secondario ma
essenziale.” Lo scriveva Robert McKee, drammaturgo e docente, padre putativo di
sceneggiatori professionisti capaci di vincere 60 Oscar e 200 Emmy Awards; una
frase che andrebbe affissa sulla scrivania di ogni narratore e che dice molto
sull’(in)capacità di raccontare storie. Parafrasando Robert McKee, raccontare
una storia è un percorso semplice, ma allo stesso tempo insidioso. La narrazione
è il cuore pulsante di una storia, è ciò che la rende viva; lo stile letterario
è la forma che la riveste, la struttura che la valorizza e la rende memorabile.
Solo quando contenuto e forma si incontrano, la scrittura raggiunge una piena
forza espressiva. Ed è proprio questo bilanciamento tra forma e contenuto che
oggi sembra mancare alla scrittura cinematografica e, quindi, più in generale,
alla settima arte. Più specificamente, i film contemporanei sembrano molto più
sbilanciati verso la forma piuttosto che il contenuto – in linea con lo spirito
dei tempi.
È come se, a fronte di uno sviluppo eccellente della tecnica, sia venuta meno la
capacità di mantenere alto il livello qualitativo della materia (nello
specifico, rimanendo alla scrittura cinematografica, la storia, i personaggi e
le tematiche affrontate dai film). Il che sembrerebbe essere una conseguenza
naturale degli enormi traguardi raggiunti in ambito digitale. Oggigiorno è
possibile girare scene con protagonisti mostri o animali facendo ricorso a
strumenti virtuali capaci di garantire un livello di realismo sbalorditivo,
senza doversi preoccupare di realizzare figure robotiche automatizzate (come nel
caso di E.T.) o di addestrare degli animali (come nel caso di tanti film
hollywoodiani con protagonisti dei cani, come Lessie o Beethoven, per citarne
due).
Si potrebbero fare decine di esempi a supporto di questa teoria. Per praticità
mi soffermerò su un caso specifico: Gli spiriti dell’isola. Si tratta di un film
del 2022 scritto e diretto da Martin McDonagh (già regista di Tre manifesti a
Ebbing, Missouri). È una tragicommedia ambientata nell’immaginaria isola di
Inisherin, al largo della costa occidentale dell’Irlanda, nel 1923, durante la
guerra civile irlandese. La storia ruota attorno a due amici di lunga data, il
pastore Pádraic Súilleabháin (interpretato da Colin Farrell) e il musicista Colm
Doherty (interpretato da Brendan Gleeson). Improvvisamente e senza apparente
motivo, quest’ultimo decide di porre fine alla loro amicizia. Pádraic, confuso e
sconvolto, tenta in ogni modo di capire le motivazioni di Colm e di riparare il
loro rapporto. La situazione degenera in modo assurdo e drammatico quando Colm
lancia a Pádraic un ultimatum scioccante: se Pádraic continuerà a disturbarlo,
lui si taglierà un dito per ogni volta in cui il pastore verrà a importunarlo.
Il film è stato acclamato dalla critica e ha ricevuto numerosi riconoscimenti e
candidature, tra cui quelle ai Premi Oscar e ai Golden Globe. In particolare, la
pellicola è stata applaudita quasi unanimemente per la sceneggiatura di Martin
McDonagh, considerata il vero punto di forza del film. La scrittura è stata
lodata per i dialoghi brillanti e surreali, che riescono a trattare temi
profondi (come la solitudine, la meschinità umana e la follia del conflitto) con
un umorismo nero sferzante, tanto da far guadagnare al regista irlandese la
Coppa Volpi per la Migliore Sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia del
2022. Ora, senza voler essere troppo categorici nei giudizi, a chi scrive la
sceneggiatura è parsa proprio il punto debole del film, spingendolo ad affermare
che, se non fosse stato per la bravura degli attori e per una fotografia capace
di esaltare i dolenti paesaggi irlandesi, la pellicola sarebbe potuta rimanere
tranquillamente nell’anonimato.
Senza grandi anticipazioni di trama, la prima impressione che si ha, una volta
partiti i titoli di coda, è che il film sia concettualmente fallace e mal
scritto. L’opera si presenta come una chiara metafora della guerra civile
irlandese (la storia, come detto, è incentrata su una coppia di amici che
improvvisamente inizia a litigare), un’idea di partenza potenzialmente forte.
Tuttavia, il regista commette un errore cruciale già nelle fasi iniziali.
McDonagh, infatti, decide di veicolare il tema attraverso una storia di amicizia
il cui conflitto scaturisce non da divergenze sociali, culturali o religiose –
ovvero le reali cause scatenanti della guerra – ma dalla mera noia e dalla crisi
di mezza età di uno dei protagonisti.
Questo approccio svuota la metafora di ogni autentico peso sociopolitico. Se
l’obiettivo è riproporre metaforicamente la guerra civile, l’assenza di un
conflitto ideologico o religioso nel diverbio mina il senso stesso
dell’analogia. Il motore narrativo, basato sulla presa di posizione di un
violinista annoiato, risulta riduttivo e non all’altezza dell’ambizione tematica
– svilendo, tra l’altro, il senso stesso della rivoluzione.
Paradossalmente, considerando la metafora scelta dal regista, l’attenzione
avrebbe dovuto focalizzarsi sulle conseguenze della vita in una comunità rurale
isolata; un tema latente, quest’ultimo, che il tono del film suggerisce a più
riprese. I momenti migliori del film sono proprio quelli in cui i personaggi
affrontano l’isolamento, rendendo di fatto superfluo e persino disturbante
l’elemento della guerra civile nel contesto narrativo generale.
La confusione tematica ha una ricaduta anche nel tono del film. Il regista
alterna una narrazione che a tratti vira verso il teatro dell’assurdo (alla
Beckett, per intenderci), salvo poi cercare in continuazione di giustificare la
surrealtà degli eventi – cosa che sovverte in maniera illogica gli assunti di
base del teatro dell’assurdo. L’assenza di una linea stilistica netta crea un
registro narrativo ibrido e caotico, che si riversa direttamente nella
sceneggiatura: il film non riesce né a essere pienamente comico né a costruire
una vera catarsi emotiva.
La debolezza della scrittura è evidente anche, e forse soprattutto, nella
caratterizzazione dei personaggi secondari. A parte i protagonisti, gli altri
personaggi sono estremamente sacrificati: il coro, rappresentato dalla comunità
di Inisherin, risulta quasi inutile, poiché non rappresenta la voce della
comunità, i suoi valori, le sue paure e le sue prospettive morali, non fornisce
riflessioni etiche sul significato universale del dramma e non modula in maniera
virtuosa il ritmo della narrazione.
A titolo esemplificativo, l’arco narrativo di Dominic Kearney, il ragazzo
squinternato della comunità, interpretato da un sempre bravissimo Barry Keoghan,
potrebbe essere rimosso senza alterare in nessun modo la trama principale – egli
si innamora di Siobhán, la sorella di Pádraic, il personaggio interpretato da
Colin Farrell, trovando in lei un rifugio dalle molestie del padre alcolizzato,
senza però essere ricambiato; il che, se rispondesse a una precisa intenzione
registica, potrebbe anche andare bene. Tuttavia, il regista sembra assegnargli,
con un’insistenza ingiustificata, un ruolo di prima piano, motivando la
conclusione del suo arco narrativo come condizionato dai mali della società –
egli morirà suicida, in seguito al rifiuto di Siobhán.
Per come è caratterizzato, il personaggio di Dominic sembra una
reinterpretazione del fool shakesperiano, ovvero quel prototipo caratteriale
molto simile al giullare di corte, che popola tante delle opere del bardo di
Stratford-upon-Avon. Quella del fool è una figura complessa e molto più
sofisticata del semplice buffone. Contrariamente al coro, che rappresenta la
voce della comunità, il fool è un individuo isolato, che detiene una saggezza
unica, mascherata da presunta follia. Il suo ruolo è multifunzionale e va ben
oltre il semplice alleggerimento comico. Egli, infatti, è un truth-teller, un
dispensatore di verità. Grazie alla sua posizione sociale marginale e al
privilegio della licenza (la license storicamente concessa ai giullari di corte
a fini comico-satirici), il fool è l’unico personaggio a cui è permesso
criticare apertamente i vizi, gli errori e l’ottusità dei personaggi di alto
rango (re e nobili su tutti), spesso smascherando le loro ipocrisie, senza
essere punito per l’affronto. Ma il fool è anche colui che avverte ripetutamente
i personaggi al potere della pericolosità delle proprie azioni (un esempio su
tutti, l’omonimo personaggio presente in Re Lear).
Ma, più di ogni altra cosa, il fool è un wise fool, vale a dire un saggio
mascherato da folle. Usando indovinelli, giochi di parole, e mettendo in scena
comportamenti grotteschi ed esagerati, il fool dimostra che la vera saggezza si
trova nella simulazione di comportamenti folli e non nella dimostrazione
ostentata di sapere, in totale contrapposizione con quanto fatto dai saggi
uomini di corte che, spesso e volentieri, nonostante l’apparente sapienza, si
rivelano essere i veri stolti delle opere di Shakespeare. Nulla di tutto ciò
caratterizza, però, il personaggio squilibrato interpretato da Barry Keoghan.
Egli non dispensa consigli, non fornisce commenti sulla stoltezza dei personaggi
principali e non propone visioni profonde sulla società o sull’umanità. Forse,
l’unico elemento che lo avvicina al fool di shakespeariana memoria sembra essere
la capacità di offrire un sollievo dalla tensione drammatica – benché sempre in
maniera piuttosto dolorosa.
A conferma dell’approssimazione con la quale sono costituiti i personaggi
secondari, in soccorso dello spettatore viene il personaggio di Siobhán, la
sorella di Pádraic, interpretata da un’ottima Kerry Condon. Il suo personaggio –
una donna stanca, insofferente all’opprimente atmosfera che caratterizza
Inisherin e mossa da un profondo desiderio di emancipazione – è una figura
bidimensionale, costruita in modo tale da assegnarle, come unica funzione
narrativa, quella di rimarcare la mediocrità del fratello e dell’isola in cui
vivono. La sua scelta finale, vale a dire abbandonare Inisherin e trasferirsi
sulla terraferma per lavorare in una biblioteca, appare non come un atto di
coraggio autonomo, ma come un mero espediente narrativo volto a enfatizzare
l’insignificanza del protagonista, portando a compimento un’inutile citazione
del personaggio di Eveline, la protagonista dell’omonimo racconto di James
Joyce, costantemente in conflitto con sé stessa e attanagliata da
un’angosciosa incertezza riguardo alla possibilità di fuggire verso un destino
migliore. È evidente che sarebbe bastato rifarsi alla magistrale storia del
grande autore irlandese per ottenere un personaggio di tutt’altro spessore.
Questa carenza nella caratterizzazione dei personaggi minori evidenzia un altro
problema della sceneggiatura. Se inizialmente il film sembra promettere un
affresco corale (sul modello di Amarcord di Fellini o Nashville di Altman),
questa chiave narrativa si esaurisce rapidamente nel giro di poche scene, visto
che il film, poi, vira rapidamente verso un registro più intimista, volto ad
analizzare la psicologia dei singoli personaggi (soprattutto quelli
principali).
Ma non finisce qui, perché a rendere ancora più debole e confusionaria la
sceneggiatura è l’aggiunta dell’elemento fantastico della Banshee, creatura
leggendaria del folklore irlandese e scozzese. La comparsa di questo spirito
femminile è l’emblema della disorganizzazione di una narrazione che procede per
accumulo e citazioni, risultando privo di scopo narrativo al di là di quello
meramente estetico.
L’impressione generale è, perciò, quella di un film talmente autoreferenziale da
sfociare nell’autocompiacimento. Infatti, nonostante i dialoghi siano a tratti
ben concepiti, la scrittura è complessivamente disordinata, frammentaria e priva
di unità narrativa, infarcita di elementi superflui, dotati di poca coerenza.
Gli unici elementi salvabili restano le interpretazioni del cast e la magnifica
scenografia naturale, i quali, però, non bastano a garantire la sufficienza al
film.
Tutti questi elementi confermano un assunto fondamentale: non bastano dei buoni
dialoghi per creare una buona sceneggiatura. Se però eliminassimo tutti i
dialoghi presenti nella pellicola e ci limitassimo a guardare il film come una
sequenza di immagini, Gli spiriti dell’isola sarebbe immediatamente rivalutabile
come una sorta di western muto in salsa gaelica. Infatti, le riprese dei
paesaggi irlandesi e la meticolosità con cui vengono impressi su pellicola tutti
quegli elementi che rendono riconoscibile l’Irlanda rurale – le verdi colline,
le pecore, i muretti a secco, i pub bui e fumosi – sono capaci di trasportare lo
spettatore in un contesto che, benché drammatico e, per certi versi, squallido,
suscita sensazioni di misticismo, meraviglia e consapevolezza dell’immensità di
una natura splendida e tormentata.
Se dunque Gli spiriti dell’isola funziona solo come sequenza di immagini –
sublime e tormentata, evocativa di un misticismo che trascende la trama – e
fallisce come racconto, la sua acclamazione universale non è un errore di
critica, ma un sintomo. Il successo di questa pellicola, così sbilanciata sulla
forma a discapito del contenuto, suggerisce una tendenza ben più insidiosa nel
mercato audiovisivo: non siamo più disposti a tollerare la complessità di una
narrazione coesa. Il pubblico, addestrato dalle piattaforme a consumare
contenuti che assomigliano a slogan visivi e non a storie complete, premia
l’estetica immediata, persino quando questa si regge su personaggi incompleti e
metafore zoppicanti – se non, addirittura, su reinterpretazioni errate e
approssimative di topoi letterari. La crisi della scrittura cinematografica è,
in definitiva, l’incapacità di tollerare l’attesa di un senso profondo. E il
cinema, oggi, risponde semplicemente assecondando lo spettatore.
Alessandro Lugli
*In copertina e nel testo: immagini di scena da “Gli spiriti dell’isola” (2022)
L'articolo La crisi della scrittura cinematografica: il caso de “Gli spiriti
dell’isola” proviene da Pangea.
“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in
macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per
essere solo”: è con questa frase lapidaria e senza speranza che Travis
Bickle (Robert De Niro), protagonista del film Taxi driver di Martin
Scorsese del 1976, sintetizza la propria condizione esistenziale. Ex marine di
ritorno dal Vietnam e che soffre di insonnia – per certi versi un antesignano
di John Rambo – si getta a capofitto nel lavoro notturno di autista di taxi:
lavorare instancabilmente e senza alcun tipo di limitazioni lo distrae dalle
storture della vita, dai cattivi pensieri, dalle lacune esistenziali, ma
soprattutto dalla solitudine. L’insonnia è il simbolo fisiologico di una società
iperattiva ed eternamente insoddisfatta, in cerca del proprio posto al sole e di
un senso da dare alle cose, all’esistenza: non si riesce a dormire perché i
pensieri ci svegliano, le domande ancora senza risposta bussano alla porta della
mente anche quando questa è stanca e vorrebbe riposare.
Girando di notte nella città “che non dorme mai”, Travis ha l’occasione di
conoscere il degrado umano che ben si coniuga con la propria alienazione, le
varie tipologie umane che in diversa misura contribuiscono al declino di una
civiltà occidentale progredita in maniera anomala tra luci al neon e consumismo.
Si attende la pioggia che ripulisca le strade dalla melma, ma in realtà è di un
nuovo diluvio universale che il mondo avrebbe bisogno per liberarsi dalla
“feccia umana” che infesta le strade.
Anche il “moralismo apocalittico” di Travis è uno dei sintomi di
un’insoddisfazione esistenziale che ha radici profonde: i populismi, così come i
totalitarismi, traggono forza proprio da queste zone irrisolte dell’individuo,
dal suo bisogno di sentirsi parte di un processo storico che lo inglobi, che lo
abbracci facendolo sentire necessario, uomo nevralgico e non escluso, nonostante
il suo palese fallimento sociale ed economico. L’entusiasmo politico per un
candidato di passaggio e scelto nel mucchio, è solo un modo per entrare nel
gioco, per comunicare con un mondo che altrimenti non avrebbe interesse ad
ascoltare l’elettore anonimo. C’è bisogno di fare pulizia in città e l’elettore
insoddisfatto proietta sul politico di turno le sue intenzioni politically
incorrect, i progetti per un repulisti sociale compiuto come si deve, e il
candidato furbo asseconda il ‘programma’ privato dell’elettore facendolo suo,
dichiarando che è già al lavoro per la realizzazione proprio di quei punti del
programma che stanno tanto a cuore all’elettore arrabbiato.
Anche la pornografia, così come la politica, per Travis rappresenta un “tic
compensatorio”, un’abitudine malsana per mettersi alla prova, per sapere di
essere ancora vivo al di sotto della cintola, per cercare di rilassarsi e
mettere a tacere quei pensieri che non lasciano dormire… Ma la pornografia non
ostacola Travis nella sua ricerca dell’amore e della bellezza: c’è sempre la
voglia di comunicare con donne reali; non manca il coraggio di dichiararsi
interessato alla loro eleganza e bellezza, nonostante qualche passo falso ed
equivoco causato da uno scarso allenamento alle relazioni umane.
Catalogare Travis Bickle esclusivamente come “giustiziere” sarebbe semplicistico
e fuorviante: egli è innanzitutto (prima ancora di armarsi fino ai denti e
recitare davanti allo specchio la parte del duro che sfida il mondo marcio) un
cercatore di normalità e di stabilità tra sé e l’umanità che lo circonda, con
cui cerca disperatamente un canale comunicativo in grado di trarlo fuori dalla
propria solitudine. Sposare una causa, come ad esempio provare a salvare una
giovane prostituta dalla sua vita degradante è un modo per guadagnarsi un posto
dignitoso nella scala sociale, è un modo per dire alla comunità e dirsi “ci sono
anch’io e combatto per il bene e la giustizia!”, per assumere valore umano e
sociale agli occhi di chi lo aveva fino a quel momento abbandonato nella propria
bolla solitaria. Anche il lavoro “nobilita” e dà valore, ma non basta: c’è
bisogno di un’azione eclatante, è necessario non apparire più come un individuo
morbido che passa inosservato nel mondo e nella storia. C’è bisogno di andare a
finire sui giornali non per protagonismo ma per accorgersi finalmente di
esserci, di esistere attraverso lo sguardo interessato degli altri, della donna
che lo aveva emarginato definendolo “troppo diverso” da lei, dalla categoria di
appartenenza. Per abbattere le barriere tra classi sociali, almeno per un
istante.
Le armi acquistate assecondano le paranoie del protagonista; sono “protesi” che
tamponano un senso di insicurezza verso una società descritta come minacciosa e
degradata; un’insicurezza che però ha altre origini: interiori, personali,
familiari, esperienziali; che è come una sete incolmabile e imprevedibile per
ciò che innesca.
Amare l’ordine, avere uno scopo nella vita e un programma, essere perfezionisti,
allenarsi fisicamente per ottenere un corpo pronto alla battaglia verso un
nemico non ben definito, come uno strumento affilato con cui fare la differenza
nel momento del bisogno e non sentirsi più inadatti e fuori dai giochi
sociali; “riorganizzare la vita” è un motto appuntato su un cartello da tenere
in vista; individuare un simbolo (ad esempio un candidato alle presidenziali a
cui sparare durante un comizio pubblico!) che rappresenti la causa del proprio
fallimento sociale, dell’inganno subito, del disadattamento a cui si è
ingiustamente sottoposti da anni. Infine scegliere: adattarsi a un’etichetta,
diventare come il lavoro che si fa, accontentarsi, oppure essere nessuno,
eternamente underdog, diluirsi tra la gente, donarsi all’oblio, sparire.
Anche se le masse sono viste con sospetto, il misantropo Travis ha bisogno di
comunicare, vuole darsi al mondo; avere qualcosa di importante da fare,
conoscere gli altri, avvicinarsi al prossimo, fidarsi e trasmettere fiducia,
cercare la bellezza, l’amicizia per sentirsi meno soli in città; essere gentile,
amare, e al tempo stesso indossare pistole e pugnali, atteggiarsi a giustiziere,
esserlo in alcuni frangenti, auspicare una radicale pulizia urbana: questa
condizione schizofrenica, altalenante, ambigua, è rappresentativa di una
specifica tipologia umana – quella dei “from Zero to Hero” – che pur cercando un
proprio posto dignitoso nella società, conserva ancora un carico rabbioso da
metabolizzare, da incanalare verso un’azione eroica, giusta, risolutiva,
apprezzata dal consesso sociale, seguendo una propria bizzarra e violenta
moralità. L’azione forte e disperata apre a nuove possibilità comunicative,
interrompe la monotonia dei giorni tutti uguali: è come se il mondo sordo avesse
bisogno di una sveglia drastica, rumorosa, sanguinosa.
Il finale di Taxi driver – che ‘profetizza’ Quentin Tarantino – è liberatorio
sia per il protagonista che per lo spettatore: tutta la parte che precede il
finale è preparatoria a quello sfogo sanguinolento degno di una macelleria
messicana. È come un ascesso che finalmente arriva a esplodere non per uccidere
i personaggi ma per redimerli, liberarli, incanalarli verso una vita che ha
trovato alla fine la sua piega naturale, il suo equilibrio, la sua quadra, la
sua giustizia. Scendere nei bassifondi della propria anima e della società,
toccare la sporcizia, diventare immondizia, per poi risalire, risorgere,
intraprendere il percorso che più si addice alla nostra natura. Riacquistare la
propria dignità, avere il coraggio di snobbare chi ci ha snobbati, essere
“giustizieri di se stessi”.
Michele Nigro
L'articolo Il giustiziere di se stesso. Piccolo discorso su “Taxi driver”
proviene da Pangea.
François Ozon è tornato nelle sale italiane con un nuovo adattamento del
capolavoro di Albert Camus. In competizione col sublime Visconti (Lo straniero,
1967), il suo Étranger emana un bagliore opalino, sferzando una ventata d’aria
fresca alla canicola africana del setting. Lo sguardo del “vero” straniero e
l’attenzione per il contesto coloniale dell’epoca rappresentata accompagnano, di
scena in scena, l’impeccabile fotografia, divenuta la cifra stilistica del
maestro francese: il bianco e nero del precedente Frantz (2016) tocca qui la
perfezione.
*
Scegliendo di partire dai fatti («Ho ucciso un arabo», avverte la scritta
in abjad che campeggia sul fondo nero del primo take), la cinepresa indugia poi
sui movimenti del languido protagonista, fra ritagli di corpi abbandonati alla
luce, coperti da stille d’acqua e sudore, sotto il cielo incandescente di
Algeri.
Il Meursault ritratto da Ozon è un giovane uomo dal volto di un bambino e il
corpo virile (interpretato da Benjamin Voisin, già in Été 85, 2020), dotato
dell’arma della seduzione fino all’assurdo. Lo stesso che in un’altra scena del
film, posto davanti allo specchio della sua camera da letto, sembra un essere
fantasmatico intrappolato in una cella, come il Condannato a morte di Robert
Bresson o l’Homme qui dort di Perec(nella trasposizione cinematografica offerta
da Bernard Queysanne, 1974), altri personaggi immersi in uno stato di torpore
assoluto.
Tuttavia, il culmine dell’opera, ovvero quando Meursalt preme il grilletto del
revolver colpendo l’arabo inerte sulla spiaggia, è attenuato nella pellicola da
tinte pellucide prive di profondità, che lasciano alquanto indifferenti (per non
dire dello scialbo riutilizzo delle citazioni tratte dal romanzo, funzionali
alla drammaticità del momento). Nel silenzio della spiaggia, il battito
assordante del sangue nelle vene del protagonista e i quattro colpi bussati
«alla porta dell’infelicità» sfumano in un lampo – come scrive Camus, per
l’appunto – «senza lasciare traccia». In definitiva, ciò che cattura lo
spettatore è uno stile raffinato e provocatorio ai limiti della contraddizione.
*
Eppure, con occhi abbagliati (anzi, accecati dal fitto gioco di riflessi
luminosi) non ho potuto fare a meno di intravedere, dietro la figura del
magnetico primo attore, il profilo del mio poeta idolo, Rupert Brooke, quel
ragazzo d’oro di inizio Novecento a cui Voisin assomiglia in modo incredibile.
Scortato dalla sua ombra, inseguo la luce, la lama del sole impugnata dall’arabo
ucciso da Meursault. Prima che le parole di Robert Smith – immancabile nella
colonna sonora – aprano uno squarcio nella memoria: I’m alive, I’m dead, I’m the
stranger, canta il frontman dei Cure.
Difatti, l’associazione di pensiero è calzante: in una scena chiave del romanzo,
dopo il suo arresto per omicidio, Meursault confessa (nel film parla da dietro
sbarre alla sua ragazza Marie) di aver trovato un vecchio giornale in cui ha
letto di un cruento fatto di cronaca nera. Questo è il fait divers che Camus
riprende, con ogni probabilità, dall’opera di Brooke, riallacciandosi a una più
antica tradizione letteraria risalente al dramma Der vierundzwanzigste
Februar (1808) di Zacharias Werner, nella sua riscrittura settecentesca Guilt
Its Own Punishment, or Fatal Curiosity (1737) di George Lillo, una tragedia in
tre atti in blank verse, basata su un crimine riportato in un pamphlet stampato
a Londra nel 1618, dal titolo Newes from Perin in Cornwall Of a most Bloofy and
un-exampled Murther very lately committe by a Father on his owne Sonne (who was
lately returned from the Indyxes).
> “Tra il pagliericcio e l’asse della branda, infatti, avevo trovato un vecchio
> pezzo di giornale mezzo incollato alla tela, ingiallito e trasparente.
> Riportava un fatto di cronaca del quale mancava l’inizio ma che doveva essere
> avvenuto in Cecoslovacchia. Un uomo era partito da un villaggio ceco per fare
> fortuna. Dopo venticinque anni, arricchitosi, vi era tornato con una moglie e
> un figlio piccolo. Sua madre e sua sorella gestivano una locanda nel
> villaggio. Per far loro una sorpresa, l’uomo aveva lasciato la moglie e il
> figlio in un’altra locanda ed era andato dalla madre, che vedendolo entrare
> non l’aveva riconosciuto. Per scherzo, gli era venuta l’idea di affittare una
> stanza. Aveva mostrato il denaro che aveva con sé. Durante la notte, la madre
> e la sorella l’avevano assassinato a colpi di martello per derubarlo e avevano
> buttato il suo corpo nel fiume. Al mattino, era arrivata la moglie e, senza
> volerlo, aveva rivelato l’identità del viaggiatore. La madre si era impiccata.
> La figlia si era gettata in un pozzo. Quella storia l’avrò letta migliaia di
> volte. Da un lato era inverosimile. Dall’altro era naturale. Comunque, trovavo
> che il viaggiatore se lo fosse un po’ meritato e che non si debba mai
> scherzare. E così, tra le ore di sonno, i ricordi, la lettura di quel fatto di
> cronaca e l’alternarsi di luce e ombra, il tempo è passato. Ovviamente avevo
> letto che in prigione si finisce per perdere la nozione del tempo. Ma non
> aveva molto senso per me.”
>
> (da Lo straniero di Albert Camus, trad. di Sergio Claudio Perroni, Bompiani,
> 2017)
*
Il debito dello scrittore francese al celebre poeta di Rugby è indagato nello
studio di Nora Menascé in apertura alla sua traduzione di Lithuania (Edizioni
Unicopli, 1989): il solo dramma, ad atto unico, scritto da Rupert Brooke
(pubblicato e rappresentato, postumo, nel 1915 al Chicago Little Theatre per
merito del produttore Maurice Browne e di sua moglie, l’attrice Ellen van
Volkenburg, che prese parte nel cast). Si tratta di una lugubre tragedia
domestica – violenta come un play elisabettiano – ambientata in una dacia nel
cuore delle foreste lituane. Ma è anche un originale “dramma del ritorno”, un
sovvertimento della parabola evangelica del figliol prodigo.
I personaggi in scena sono uno Straniero, la Madre, la Figlia, il Padre, un
Giovane, un Oste e il Figlio dell’Oste. La scenografia è ridotta all’osso,
scarna ed essenziale. I dialoghi, sboccati o emessi a singulti, tendono allo
spergiuro e all’empietà. Citando dal saggio introduttivo di Nora Menascé:
> “Razionalità dell’uomo e irrazionalità del destino: questo contrasto è
> chiaramente spiegato da Sartre ne La Nausée. Egli scrive che ‘tout existant
> naît sans raison, se prolonge par faiblesse et meurt par rencontre’. Gli
> avvenimenti dunque non hanno una concatenazione logica […] Naturalmente vi
> sono nelle diverse versioni letterarie dei luoghi comuni ricorrenti e delle
> varianti; in ogni modo, lo scrittore che decide di trattare questo soggetto
> non pensa certo di essere originale (sappiamo che Lithuania fu rifiutata da A.
> E. F. Horniman la sua trama essendo troppo sfruttata), ma spera di rinnovare
> la grandezza della tragedia greca nella letteratura moderna […] Tragedia del
> fato, dominata dal sentimento della colpa che ossessiona tutti i personaggi
> […] Conclusione che fa pensare a Le Malentendu, in cui Martha e sua madre
> trasportano il corpo del viaggiatore addormentato per annegarlo nel fiume. […]
> Con Le Pauvre matelot, “complainte” in tre brevi atti di Darius Milhaud, la
> cui première ebbe luogo a Parigi all’Opéra Comique nel 1927, il tema si
> arricchisce. Il protagonista è un marinario che torna a casa dopo un’assenza
> di quindici anni, ucciso a colpi di martello dalla moglie che compie il
> delitto […] anche le Retour de l’enfant prodigue di Gide (1909), libero
> rifacimento della parabola evangelica che Camus adattò per il Théâtre de
> L’Équipe ad Algeri. Il testo si prestava ad essere portato sulle scene, in
> quanto è costruito con cinque personaggi che dialogano tra di loro (L’Enfant
> Prodigue, Le Père, Le Frere Aîné, La Mère, Le Frère Puiné).”
L’approfondita analisi comparata proposta da Menascé sottolinea, in maniera
inequivocabile, l’influenza brookiana nell’esordio drammatico di Camus, con Le
Malentendu (composto nel 1943 e messo in scena al Théâtre des Mathurins di
Parigi l’anno successivo), soffermandosi infine sul riferimento inserito
dall’autore ne L’Étranger.
Riscoprendo il Brooke drammaturgo, Menascé getta luce sull’eredità culturale
della sua opera teatrale, tracciando un filo rosso che arriva fino a Sartre (La
Nausea contiene la battuta «Tout doux, tout doux» del già citato Pauvre matelot,
il corpo del marinaio trasportato in una cisterna dopo il suo assassinio). È
l’eco di una voce drammatica stroncata sul nascere ma proiettata nel vivo del
Novecento e oltre.
Pierluigi Piscopo
L'articolo Intorno a “Lo straniero” di Camus (e di Ozon), passando per un dramma
di Rupert Brooke proviene da Pangea.
> «Negli anni Ottanta del Cinquecento a Stratford, in Henley Street, abitava una
> coppia con tre figli: Susanna e i gemelli Hamnet e Judith. Il maschio, Hamnet,
> morì nel 1596 a undici anni. Più o meno quattro anni dopo il padre scrisse una
> tragedia intitolata Hamlet»[1].
È con questa nota storica che nel romanzo Hamnet. Nel nome del figlio (2020)
l’autrice Maggie O’Farrell accoglie il lettore sulla soglia di una vita come
tante altre, una tragicommedia come se ne vivono ogni giorno, di quelle che
squarciano il petto ora con lacrime ora con risate, talvolta confuse nello
stesso, catartico, momento. Se non fosse che questa vita, questa storia, è
divenuta immortale.
È la storia di Will e Agnes e del loro piccolo Hamnet, passati alla Storia come
William Shakespeare, Anne Hathaway e quel figlio il cui nome, forse, ispirò
l’Amleto; una storia che in fondo è la storia di una famiglia, di due infanzie
dolorose che si incontrano, di un amore e di un’ambizione che andava oltre una
vita nascosta, di sacrificio e rabbia, di lutto e rinascita. Di vita e
morte, essere e non essere.
E questa storia, dalle pagine del pluripremiato romanzo della scrittrice
nordirlandese, è approdata in un primo momento a teatro, e non poteva essere
altrimenti: l’adattamento ha debuttato nel 2023 nella sua Stratford-upon-Avon, e
proprio sul palco del rinnovato Swan Theatre della Royal Shakespeare Company,
per poi trasferirsi a Londra nello stesso anno. L’opera era però già destinata a
infrangere non solo la quarta parete, ma addirittura le mura dei teatri stessi,
raggiungendo una platea potenzialmente infinita: ancor prima della pubblicazione
del romanzo, la produttrice Liza Marshall aveva acquisito i diritti
cinematografici, e nel 2025 Hamnet, tra i cui produttori figura anche Steven
Spielberg, ha bucato il grande schermo, arrivando nelle sale italiane lo scorso
febbraio e aggiudicandosi ben 8 candidature all’Oscar (tra cui miglior film,
miglior regia e miglior sceneggiatura non originale). La statuetta è andata
all’attrice protagonista Jessie Buckley, per la sua ferina Agnes/Anne Hathaway:
già candidata all’Oscar alla miglior attrice non protagonista per La figlia
oscura (2021), ha regalato alcune memorabili interpretazioni sia sulla scena
teatrale (aggiudicandosi nello stesso anno l’Olivier Award con il ruolo di Sally
nel revival del musical Cabaret) sia sul piccolo schermo (nel 2018 è un’intensa
Marian nella miniserie BBC The Woman in White, tratta dal capolavoro di Wilkie
Collins).
Non era la prima volta che in un film la misteriosa vita del Bardo si
intrecciava alla sua arte rievocando l’espediente narrativo a lui tanto caro
della “play within the play”, il teatro nel teatro, e conquistando il favore di
pubblico e critica. Shakespeare in love (1998) aveva infatti raccontato la
nascita di Romeo e Giulietta in un continuo scambio di ruoli tra finzione e
realtà, leggendovi in trasparenza un’immaginaria storia d’amore tra Shakespeare
e la nobildonna e aspirante attrice Viola (Joseph Fiennes e Gwyneth Paltrow).
Questo intreccio di arte e vita ritorna in Hamnet, con la sua sceneggiatura dal
passo lento e silente, composta a quattro mani dall’autrice del romanzo e dalla
regista Chloé Zhao (Premio Oscar per il miglior film e per il miglior regista
nel 2021 con Nomadland); una partitura dove «tutto il resto è silenzio», dove
le pause parlano un linguaggio altrettanto pregno di significato, ben accordato
con l’intima colonna sonora di Max Richter (anch’essa candidata all’Oscar), che
cede il passo a suoni e rumori di una quotidiana vita di campagna del XVI
secolo, scandita dai ritmi della natura e di un’umanità che ancora armonizzava
il proprio tempo al suo. E così Agnes: si sussurra essere figlia di una strega
arrivata un giorno dal bosco e al bosco torna sempre, come a un immenso grembo
pulsante di vita, intonando come una litania una formula nata per ricordare le
proprietà delle erbe, quasi fosse un incantesimo, o una preghiera. È qui che
partorirà la prima figlia, nello stesso luogo dove un tempo aveva chiesto al
futuro sposo William (Paul Mescal, Il gladiatore II), così impacciato nel
trovare le parole che sulla bocca degli altri suonavano così naturali, di
raccontarle una storia, e lui aveva scelto quella di Orfeo ed Euridice. Una
storia che si sarebbe rivelata profetica.
Sarà infatti il suo canto, la sua poesia, a strappare agli inferi Agnes,
dilaniata dall’indicibile dolore per la morte del figlio, che aveva affrontato
sola, senza il marito accanto; e a strappare sé stesso all’abisso del non
essere, una notte in cui era sospeso sopra l’abisso del Tamigi. Sarà
la finzione, il teatro, a riportare in vita, per il tempo di una messa in scena
e per sempre, Hamnet-Hamlet, quel figlio a cui Will non aveva potuto rendere
l’estremo saluto. Lo farà componendo l’immensa tragedia e prendendo il suo posto
nella morte, quando sceglierà di interpretare il ruolo del fantasma del re e
padre di Amleto.
Non diversamente dai giochi che facevano in famiglia, quando il piccolo Hamnet e
la sua gemella si scambiavano i vestiti e interpretavano l’uno il ruolo
dell’altra, per «gabbare» i genitori. Un gioco che si fece sacrificio, quando la
morte venne per Judith e Hamnet, percependo il suo passaggio grazie alla
particolare sensibilità ereditata dalla madre, decise di gabbare anche la nera
signora, scambiandosi di posto con la sorella e morendo di peste in sua vece.
Ma, grazie a quel padre fisicamente lontano e al suo dono di trascendere con la
propria poesia confini ed epoche, e forse addirittura il velo tra vita e morte,
gli sarà concesso il tempo di rivivere sulla scena come Amleto e di esaudire il
proprio sogno di bambino, interpretare il ruolo di un prode cavaliere e vincere
un epico duello, prima dell’inesorabile morte inflitta dal veleno. Una morte che
però questa volta non è avvolta dal sudario della solitudine, ma è salutata da
entrambi i genitori, lui dietro le quinte e lei sotto il palco, e da ogni
singola persona che ha assistito allo spettacolo, quel giorno e nel corso dei
secoli.
Una catarsi e una comunione che continua a perpetuarsi ogni volta che questa
storia va in scena, o che emerge dalle pagine di un libro, tangibile come
l’apparizione del fantasma del re; o ancora quando la “marcia” Elsinor si
trasforma nelle terre del branco illuminate dal sole di un’Africa disneyana (Il
re leone, 1994), e in ogni adattamento o rivisitazione che Amleto anima o
ispira, per tornare a scegliere l’essere sul non essere e a «vivere con il cuore
aperto».
Stratford, nella dimora di Shakespeare
E non importa se la storia di Amleto, o quella di suo “padre” è sempre
diversa: ciò che resta, in quel silenzio che va oltre la trama della finzione o
della realtà, sono i dolmen dell’umanità: amore e morte, lutto e
rinascita. Questa non è la storia di uno dei più grandi poeti di tutti i tempi o
di un principe tragicamente in bilico tra essere e non essere, e non è un caso
che nel film vengano usati solo i nomi di battesimo, spesso nelle varianti meno
note, come nel caso di Agnes. Questa è la storia dell’umanità e di chiunque,
piccolo o grande che sia secondo i nostri canoni, l’abbia abitata.
Ed è forse questo ciò che pellegrini e curiosi hanno cercato attraverso i secoli
visitando Stratford e la casa natale del Bardo: la scintilla dell’ispirazione
nella quotidianità domestica, lo spirito della creazione nella normalità quieta
di un semplice cottage dalle travi a vista. Affacciandosi a una sua finestra,
non è raro scorgere nel giardino, tra le siepi e la lavanda, un cerchio magico
di persone raccolte attorno ad artisti ambulanti, che insieme fanno rivivere nel
rito dell’oralità le opere shakespeariane proprio nel luogo dove forse ne fu
piantato il seme.
Sulla semplice porta in legno svetta lo stemma della famiglia Shakespeare, una
lancia su banda nera in campo oro. Una lancia che però, per suggestione
dell’eredità del poeta, ricorda una penna, quella penna che ha reso immortali
William, Agnes e Hamnet. Forse ora la morte, se si trovasse a visitare quella
soglia, di fronte a un tale marchio passerebbe oltre.
Chiara Bianchi
*Si pubblica per gentile concessione, in anteprima, l’articolo di Chiara Bianchi
che figurerà nel prossimo numero di “Studi Cattolici”
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[1] M. O’ Farrell, Hamnet. Nel nome del figlio, trad. it. di S. De Franco, Ugo
Guanda Editore, Milano 2021.
L'articolo “Amleto” è la storia dell’umanità. Su “Hamnet”, o dell’ispirazione
domestica proviene da Pangea.
> “Va con le mie lacrime nella tua solitudine, fratello. Io amo colui che vuole
> creare al di sopra di sé e così perisce.”
>
> (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Nel Pantheon della storia del cinema il nome di Stanley Kubrick equivale a
quello di Giove olimpico. Praticando ardentemente l’arte della misura, il suo
occhio genera inquadrature maestose, che incombono come immobili monoliti.
Kubrick divenne un dio nel ’68, in pieno clima rivoluzionario, con l’uscita
di 2001: Odissea nello spazio. Il film si impose come un evento senza
precedenti. Per la prima volta il mondo del cinema si fondeva con la filosofia
pura: dall’inizio alla fine si dispiegava il cammino della natura umana,
culminante nel Superuomo. Kubrick si era esplicitamente votato a Nietzsche:
> “Elevate i vostri cuori, fratelli, in alto! Più in alto! E non dimenticatevi
> le gambe! Alzate anche le gambe, bravi ballerini, e, meglio ancora, reggetevi
> sulla testa!”.
Cantava così l’inno di Zarathustra, così rispondeva il Vangelo visivo di
Kubrick.
In 2001 i personaggi, inizialmente presenti, finiscono presto per scomparire:
completamente avvolti dalla mente architettonica del regista, rimangono mere
pedine in un grande quadro. Un disegno che nel monolite alieno si fa tangibile:
nero ed etereo, questo blocco essenziale e infinitamente perfetto assiste con
distacco alla caduta e alla nuova nascita degli uomini. Il potere della natura
travolge la tecnica umana, fino a renderla simbolicamente ingranaggio,
disgregazione, fardello da cui liberarsi. Così l’uomo percorre il futuro e lo
trascende, ma il monolite rimane intoccato, immutabile, nella sua sacra
intimità.
Il cinema, da sempre vivo nelle sue pulsanti visioni, viene paralizzato da
questa immane pellicola, in cui le immagini pullulano di concetti e tutto tace.
Cinque anni prima di 2001 era uscito 8 e mezzo, frutto della genialità di
Fellini: un film all’apparenza meno ambizioso, ma universale allo stesso modo.
Al contrario di Kubrick, Fellini ostentava un uomo pieno di eccessi: i
personaggi così veri e vivi, l’introspezione di un personaggio qualunque, un
autobiografico qualunquista senza alcun posto nel mondo. La filosofia non era
ancora riuscita ad avere la meglio sull’impertinenza dell’immagine
cinematografica, che grondava vita da tutti i pori. Dipingeva l’uomo nella sua
frenesia di creatura irrisolta, immersa nel caos di un mondo sempre in
movimento. Poi, con 2001, tutto si ferma: il chiasso dell’individuo cede il
passo alla sinfonia silenziosa dell’universo.
Kubrick aveva bisogno di una destinazione: sotto le note del Così parlo
Zarathustra di Richard Strauss promette un’ultima ascesa del genere umano.
Credeva realmente nell’esistenza di un Ente supremo, anelava all’Altissimo come
tutti i profeti: in un’intervista dichiara “…come succede nei miti di molte
culture, l’uomo viene trasformato in una specie di creatura superiore, dando
inizio a una nuova mitologia”, manifestando una fede nella facoltà di
trascendere dal sapore aspro e vagamente superstizioso, fantascientifico.
Da lontano, però, il suo maestro lo incalzava con avvertimenti oscuri, diretti
proprio contro quell’ascetismo:
> “Tramontar vuole il vostro Sé, e perciò siete diventati dispregiatori del
> corpo! Infatti, non siete più capaci di creare al di sopra di voi stessi”.
Il cinema di Kubrick non scalerà più i picchi vertiginosi che 2001 aveva
sfiorato, non si spingerà più oltre i confini delle stelle nella speranza di un
nuovo mondo. Paradossalmente, però, diventa veramente incisivo proprio quando
abbandona gli epigoni della filosofia nicciana. Se 2001 si consacrava al
Nietzsche oracolare, nei film successivi il regista preferisce lordarsi le mani
con il dionisiaco, lasciando il suo contraltare apollineo alle prediche
dell’immaginazione.
Nel 1971, infatti, esce Arancia meccanica, che mette a nudo gli aspetti più
scimmieschi dell’uomo, lasciato a sé stesso e senza alcun tipo di meta. Si
ritorna al primo capitolo di 2001: “L’alba dell’uomo”. Forse Kubrick ha
riconosciuto, dopo la sua caccia al significato, che non siamo destinati a una
fine, ma costretti a scontrarsi eternamente contro noi stessi. Forse il viaggio
nello spazio di David Bowman era solo un trip visionario, per nulla
riconducibile alla nostra esperienza di tutti i giorni.
La violenza, il dionisiaco umano, ingabbiato nella sua stessa follia, rimarrà
una costante nel cinema di Kubrick. Tutti ricordano gli eterni capolavori degli
anni ’70 e ’80: Barry Lyndon con la sua enfasi estetica e
deterministica, Shining e Full Metal Jacket come appendici della sanguinolenta
Trilogia inaugurata da Arancia meccanica.
I capisaldi della filmografia di Kubrick prendono lezioni da Nietzsche. Al di là
delle tante interpretazioni che si possono dare ai film del regista, resta il
fatto che in essi è implicito un tentativo di cogliere l’insegnamento filosofico
del maestro, prima attraverso l’incanto per le gioie del Superuomo, poi
sprofondando nel dionisiaco della vita terrena. La profezia di Zarathustra non
ha mai abbandonato Kubrick, conciliando sempre il suo pessimismo con una visione
aurorale dell’aldilà. Così, la sua carriera avrebbe potuto concludersi in questo
modo: elogiato per le impalcature visive, per l’intelligenza delle trame, per la
filosofia di massa delle visioni.
Dopo oltre dieci anni di assoluto silenzio, però, Kubrick sente l’intima
esigenza di confessarsi: qualcosa gli impedisce di rimanere immobile nella sua
icona mummificata, qualcuno gli impone di svincolarsi dall’autorità del maestro.
Così tenta l’ultima impresa, l’unica in grado di redimerlo, che, più che un
canto del cigno, potrebbe sembrare un regresso al brutto anatroccolo.
L’ultimo lavoro, infatti, Eyes Wide Shut, ha poco a che vedere con il resto
delle sue creazioni. L’impressione che lascia è quella di un’incompletezza, un
prodotto inquieto, in cui spirano tanti messaggi criptici, che non hanno il
coraggio di parlare a gran voce. L’architettura che aveva retto tutto il cinema
del regista, lentamente si sgretola, aprendo varchi a un mondo prima
sconosciuto, che in Eyes Wide Shut comincia ad emergere proprio attraverso la
psicologia di un singolo personaggio, un uomo imperfetto e patetico, fragile
come il Guido Anselmi di 8 e mezzo. Tutte le creazioni di Kubrick, che fino a
quel momento erano universi forgiati nell’immortalità, si chiudono con l’opera
grezza di un uomo mortale. L’eternità si rende conto della sua inconsistenza e
muore in un’opera che non si propone come assoluta. In cui, forse, si può
percepire molto più intensamente la mano umana di Kubrick, annichilita dai
precedenti capolavori.
> “Tu devi voler bruciare te stesso nella tua stessa fiamma: come potresti
> volere rinnovarti, senza prima essere diventato cenere!”
In fondo, la sua destinazione ascendente era solo una forma di prigionia: prima
o poi bisognava evadere.
Samuele Brullo
L'articolo Stanley Kubrick o della profezia di Zarathustra al cinema proviene da
Pangea.
La mattina medito – poi scrivo.
Ho cominciato a scrivere a dodici anni, quando mia madre mi regalò il classico
diario segreto con il lucchetto. Da quel giorno non ho più smesso di scrivere.
Ho ventidue diari. Li conservo ancora tutti. Ho sempre voluto scrivere, ero
felicissima quando in classe arrivava il giorno del tema.
A quattrodici anni facevo già la baby sitter, la telefonista in una pizzeria e
ogni tanto andavo ad aiutare mia madre a fare le pulizie negli uffici. E tutto
per avere qualche soldo. Poi, crescendo, ho fatto la gelataia, la segretaria, la
cameriera. E intanto mi pagavo l’Università.
Nel frattempo cercavo di risolvere i miei problemi mentali, tra psicofarmaci e
alcolismo conclamato, il tutto mentre studiavo, lavoravo e iniziavo a
trascrivere i miei diari segreti per farne un’autobiografia. Lo facevo mentre
lavoravo come segretaria part time in uno studio legale; invece di studiare per
gli esami, mi portavo il computer per scrivere il mio primo romanzo. Perché
avevo capito cosa volevo fare: scrivere. Mio padre mi disse di tenermi un lavoro
vero e di non farmi venire strani grilli per la testa. E poi, chi cavolo mi
credevo di essere?
Inutile dire che dopo qualche mese non avevo concluso un bel niente. Non avevo
dato esami, il mio romanzo faceva schifo, e anche come segretaria legale stavo
iniziando a fare schifo.
Mollai tutto e mi trovai un lavoro full time come receptionist, a tempo
indeterminato, ma dopo meno di un anno volevo morire. Non potevo leggere, non
potevo scrivere, non potevo vivere. Arrivavo a sera stremata e uscivo a bere per
non pensare più.
Mollai tutto. Di nuovo.
Mi cercai nuovamente un part time per avere tempo per studiare e per scrivere.
Frequentando i concerti e i locali notturni di Milano, conobbi tantissime
persone, tra cui dei giornalisti e degli addetti agli uffici stampa che si
occupavano di musica. Così cominciai a scrivere qualche recensione per delle
riviste – ovviamente gratis. Dopo poco mi lasciarono a casa dal lavoro. Ero
stanca, distrutta, non ne potevo più di cambiare mansione ogni tre mesi, e
intanto studiare, provare a dare gli esami e ubriacarmi tutte le sere. Pubblicai
un post su Myspace – il primo social network di noi millenial – in cui
dichiaravo tutta la mia disperazione; chiesi anche se qualcuno avesse un lavoro
da offrirmi. Mi arrivarono un paio di proposte: critica musicale e stagista per
un ufficio stampa. Accettai subito. Finalmente avrei potuto scrivere ed essere
anche sottopagata per farlo. Cominciai a lavorare otto ore al giorno. Mollai
l’Università, dopo qualche tempo smisi di bere, e successivamente cominciai a
lavorare a tempo pieno in una redazione che si occupava d’arte, altra mia grande
passione.
Ma a un certo punto la voglia di scrivere divenne troppo forte. Non mi bastava
più fare qualche recensione, articoli, interviste. Mi dedicai completamente alla
stesura del mio primo romanzo, che finii per pubblicare con una minuscola casa
editrice indipendente. Poi pubblicai il secondo, che ricevette qualche bella
recensione, la prefazione di Andrea G. Pinketts e qualche piccolo premio
letterario. Nel frattempo, avevo cominciato a praticare yoga e meditazione,
sempre per gestire le mie turbe psichiche, che dopo anni di psicoterapia erano
comunque migliorate. Finii per appassionarmi talmente tanto alle discipline
orientali da scegliere di mollare tutto (ancora una volta) e di dedicarmi
soltanto allo studio, alla pratica e all’insegnamento della meditazione.
Continuavo a scrivere i miei diari e i miei romanzi, ero diventata una
giornalista pubblicista, ma sentii anche il forte desiderio di cominciare a
scrivere articoli sul mondo della meditazione, e poi libri. Ho pubblicato il mio
primo saggio Il Pensiero Tibetano con Giunti Editore, che si può considerare un
bestseller, e poi altri tre saggi, e a breve pubblicherò un altro saggio e un
altro romanzo, e ne ho già pronti altri.
Ma no, non si vive comunque di sola scrittura. È raro, se non impossibile. Se
poi parliamo di romanzi, una delle storie più veritiere e realistiche è proprio
quella di Franck Courtès, il cui libro autobiografico è da poco uscito in Italia
con il titolo La mattina scrivo, da cui è stato tratto anche l’omonimo film
diretto da Valérie Donzelli e presentato alla 82ª Mostra internazionale d’arte
cinematografica di Venezia.
Franck è un affermato fotografo francese che immortala celebrità, politici e
musicisti. Guadagna tra i tremila e gli ottomila euro al mese. Ma un bel giorno
molla tutto per la scrittura. È nauseato dal mondo della fotografia che inizia
anche a essere un settore un po’ in crisi. Fa niente se ha due figli, una
moglie, un appartamento a Parigi di centinaia di metri quadri con una vista
favolosa. Lui prende e molla tutto, come quando s’impazzisce per un amante.
Perché la spinta alla scrittura ha qualcosa di sessuale, è un istinto vitale,
una passione che non conosce freni. Solo chi scrive sa cosa si sia disposti a
fare. Come Franck, che pur di scrivere si ritroverà a diventare povero e a fare
lavoretti come tuttofare. Perché il primo libro venderà poco, e così il secondo,
e il terzo, nonostante le apparizioni alla radio, gli apprezzamenti della
critica. Perché è così che funziona, lo dice anche Franck: magari ti ameranno,
ti apprezzeranno, ti osanneranno, ma non è detto che avrai successo e che
diventerai ricco.
Sono uscita dal cinema in lacrime, con il magone, singhiozzando. Molti
intellettuali dicono che sei uno scrittore solo se scrivi romanzi, altri che sei
un vero scrittore solo se guadagni grazie alla scrittura. La verità è che uno
scrittore è uno che scrive, sempre, comunque, e che non può farne a meno, che
guadagni oppure no, che scriva romanzi oppure no, che riesca a pubblicare oppure
no. È uno che ha una fiamma, dentro, che non si spegne mai, e che brucia, brucia
e si mangia via tutto. Una malattia che non dà tregua.
Lo scrittore è come un giocatore d’azzardo che non riesce a smettere, che
continua a puntare, che spera sempre che la prossima giocata sarà quella
vincente, la mano successiva quella giusta, il prossimo libro quello della
svolta e del successo. Il libro che deve ancora nascere.
Scrivere vuol dire sacrificio, rinunce, compromessi.
Oggi io insegno mindfulness e scrivo un genere di libri che è molto richiesto in
questo periodo, ma in passato mi sono ritrovata anch’io a litigare con i miei ex
perché guadagnavo troppo poco, pur non mollando di un passo. E ho scelto i libri
e non i figli, perché, come scrisse Denis de Rougemont in L’amore e
l’Occidente:
> “Sì, i romantici hanno ragione: e han ragione i realisti; e han ragione anche
> i letterati, quando in nome della loro vocazione dichiarano che bisogna
> scegliere tra fare dei libri o dei bambini: aut liberi aut libri, diceva
> Nietzsche”.
Flaubert, invece, in una lettera alla sua amata scrisse:
> “Io penso spesso con tenerezza agli esseri sconosciuti, ancora non nati,
> stranieri, ecc., che si commuovono o si commuoveranno delle mie stesse cose.
> Un libro vi crea una famiglia eterna nell’umanità. Tutti quelli che vivranno
> dei vostri pensieri sono come dei figli seduti alla vostra tavola in casa
> vostra”.
Anch’io chiamo i miei libri figli. E mi commuovo quando qualche lettore mi
scrive e mi ringrazia e mi dice che magari gli ho cambiato la vita. I libri che
ho letto e che ho scritto sono stati la mia famiglia, sono stati e continuano a
essere una delle ragioni che mi fa alzare dal letto la mattina, pur vivendo in
un mondo che legge sempre meno, dove anche i finalisti al Premio Strega vendono
quattrocento copie; dove con l’Intelligenza artificiale sembrerà che scriveranno
tutti, ma davvero tutti, più o meno come adesso; dove le librerie e le case
editrici chiudono; dove i libri spariranno del tutto; dove i tuoi amici e i tuoi
parenti sono gli ultimi ad appoggiarti e a comprare i tuoi libri, figuriamoci a
leggerli, proprio come succede a Franck, che durante una telefonata con la
moglie scopre che no, i suoi libri non se li caga nessuno in famiglia, anzi,
l’unica richiesta che gli fanno è: non metterci nei tuoi libri, dimenticando la
famosa frase di Oriana Fallaci: non metterti mai con uno scrittore, finirai
sicuramente in un libro.
Noi scrittori siamo rimasti uguali in un universo che non è più lo stesso.
E magari, un giorno, diventerai pure ricco, ma di una ricchezza di cui non ti
frega niente, se non per il fatto che ti permetterebbe di avere tempo per
scrivere senza tutta quest’ansia. Perché tanto, anche Franck, una volta
diventato ricco, non farebbe altro che scrivere. Ma intanto, perché tosare
l’erba, montare armadi e scaricare sacchi solo al pomeriggio?
Perché La mattina scrivo.
Dejanira Bada
*In copertina: immagine tratta da “La mattina scrivo” (2025), film di Valérie
Donzelli con Bastien Bouillon e Virgine Ledoyen
L'articolo La maledizione della scrittura. Ovvero: discorsi intorno a “La
mattina scrivo” proviene da Pangea.
«Aiutami non ce la faccio più, da solo non ce la posso fare». È una
preghiera l’ultimo film di Joachim Trier, una strana richiesta d’aiuto
sapientemente messa in scena. Si dice che tra le molte vie per avvicinarsi al
divino ci sia anche quella del conflitto. Una forma di preghiera che contempla
l’invettiva e, forse, perfino l’accusa. Quella di Gesù che appeso alla croce
invoca il Padre e lo accusa, lo accusa di averlo abbandonato. Tutti noi,
arrivati ad un certo punto della vita, accusiamo nostro padre di averci
abbandonato – forse solo in quel momento preghiamo veramente. Solo allora,
nell’umiliazione della sconfitta, nell’accettazione della nostra impotenza,
riconosciamo l’esistenza di qualcosa di superiore da cui dipende il nostro
benessere e che non possiamo più ignorare. È così che entra in scena Nora –
una Renate Reinsve in stato di grazia – vivendo la sua passione, in un continuo
riferimento biblico, urlando al cielo la più violenta delle
recriminazioni: «Avevi detto che mi avresti aiutato e invece mi hai gettato tra
le fiamme!».
Sentimental Value inizia così, con una crisi profondissima, che richiede uno
sforzo assoluto per essere superata, sforzo che Nora non può compiere con le sue
sole forze. Ha bisogno di un aiuto, di un soccorso che superi la sua stessa
volontà. Il palcoscenico diventa quindi teatro di una risoluzione privata e
pubblica, cardine tra due mondi in eterno conflitto. Un luogo sì di apertura e
di esibizione, ma allo stesso tempo stanza più intima e segreta dell’animo
umano. Il luogo dove è impossibile nascondersi. Per dirla con le parole di
Shakespeare, il luogo dove «rendere noti i nostri più segreti intendimenti».
L’arte drammatica è dunque sommo strumento di congiunzione, dimensione
intermedia tra la realtà fisica e metafisica. Anello di congiunzione tra il
visibile e l’invisibile, tra la terra e il cielo.
Quando chiesero a David Lynch se credesse nell’aldilà, rispose che era come un
palcoscenico.
> «I personaggi entrano in scena, interpretano la loro parte finché non si
> abbassano le luci, quindi spariscono. Ma in realtà non sono spariti affatto.
> Sono solo andati nei camerini per indossare nuovi costumi e recitare un altro
> ruolo, se stessi. Il rapporto tra questo mondo e l’aldilà funziona esattamente
> così».
Questo rapporto tra realtà e palco, è, in questo film, raccontato in maniera
magistrale. Tutto si gioca qui, in un continuo disvelamento di ulteriori piani
di realtà che vivono nella finzione della messa in scena all’interno della quale
si trova una verità ulteriore, più reale del reale.
Nora è un’attrice di grande talento che vive chiusa in una prigione di orgoglio
e sofferenza. Non riesce a spogliarsi di queste vesti che le impediscono di
aprirsi al mondo e di amare, come duramente gli rivela suo padre durante
un’aspra discussione. Ed è proprio il padre – uno strepitoso Stellan Skarsgård
–, uomo dal carattere infernale ma posseduto dal genio, che riconoscendo le
difficoltà della figlia, le propone di recitare per lui. Dietro questa proposta
non sembra esserci solo un’ambizione artistica – anche se dovremmo interrogarci
su cosa sia solo un’ambizione artistica – e appare un secondo fine più alto, più
nobile. Una volontà salvifica. Il padre ricorda il vecchio Re Lear, distrutto
per aver allontanato la figlia prediletta e incapace di tornare a ragionare
senza di lei. Anche qui Skarsgård fa di tutto per riavvicinarla, per poterla
attirare nuovamente a sé, finché, da grande artista, non ricorre agli strumenti
del suo potere. Scrive una sceneggiatura pensata per lei, dove dovrà pronunciare
parole altrimenti impronunciabili, obbligandola, in una sorta di ipnosi, ad una
riflessione sulla sua condizione, ad un’accettazione del dolore e, di più,
all’esercizio della preghiera.
La riflessione sulla performance attoriale come estasi mistica, come abbandono
della propria individualità, del proprio io, per entrare in contatto con la
moltitudine dell’essere, con le sue infinite potenzialità e dunque con la
possibilità di una rinascita, è grandiosa. Nora trova nell’abbandono artistico
ciò che il credente trova nella fede, la comunione e la possibilità di un nuovo
sentimento, di una nuova vita. C’è in effetti, durante tutto il film, oltre ad
un livello artistico e ad uno psicologico, un piano di lettura religioso. Il
padre, regista e dunque demiurgo onnipotente, conduce la figlia a sé tramite
l’espediente dell’opera artistica. La convince a recitare per lui e, smacco
ulteriore, la obbliga a pronunciare le preghiere che lui ha scritto per lei:
> «Pregare non significa parlare con Dio, ma accettare di essere disperati, come
> quando ci spezzano il cuore e chiediamo di essere ripresi, di essere
> riaccolti».
Ma queste parole sarebbero impronunciabili nella vita reale, e serve quindi la
realtà della finzione.
Alla fine, girato il film, in un ulteriore gioco di mise en abyme vertiginoso,
padre e figlia riusciranno finalmente a incontrarsi, dall’altra parte della
finzione. Lei metterà in scena la sua morte – simbolo dell’uscita da una
condizione di finitezza e di sofferenza – e scenderà dal palco per andare
incontro al padre le cui ultime parole sono quelle di un creatore soddisfatto
della sua opera. «Perfetto», dice guardando le immagini registrate, come Dio,
che creando l’uomo, vide che era cosa buona. La palingenesi è compiuta. È tempo
di una nuova vita.
Giovanni Soldi
L'articolo “Pregare non significa parlare con Dio, ma accettare di essere
disperati”. Intorno a “Sentimental Value” o del cinema come redenzione proviene
da Pangea.
Christine. La macchina infernale, diretto da John Carpenter e uscito nel 1983,
lo stesso anno dell’omonimo romanzo di Stephen King, vede luce in concomitanza
con una fase di straordinaria prolificità dello scrittore, che soprattutto tra
gli anni Ottanta e Novanta si affermò come una vera macchina da bestseller
horror, con numerose trasposizioni cinematografiche firmate anche da registi del
calibro di Stanley Kubrick e Brian De Palma. La pellicola, la settima di
Carpenter, dal suo canto reca un’interessante impronta psicologica inerente la
radicale trasformazione interiore e le tensioni adolescenziali del protagonista,
anche se, rispetto al testo di King, è più icastica, mitica, quasi archetipica,
incentrata sull’oggetto maledetto come entità autonoma e spettacolare.
Le due opere, pur con approcci diversi, condividono la medesima trama:
l’incontro del giovane Arnie Cunningham con una Plymouth Fury del 1958 – di un
aggressivo “rosso autunno” che è ora pallido ricordo – chiamata Christine, la
quale si rivela “adescatrice”, nonostante il suo pessimo stato, e foriera di un
patto demoniaco di fusione delle identità: chi la possiede ne è anche posseduto.
Ridotta a un rottame ulcerato dalla ruggine ai margini della proprietà di un
anziano in mal arnese – ruvido, sagace nell’eloquio e evocatore da subito di
qualcosa di metafisico e morboso che incombe su chi si lega alla vettura –, la
macchina affascina comunque, anzi calamita Arnie e una sua forma di amorevole e
tenera attenzione. Quasi che oltre la sgangherata carcassa – che sembra fare il
paio con la sua vita da emarginato – egli veda un’anima ancora ruggente e nuova
fiammante, e la bellezza di una sfida di riscatto, anche proprio – non si sa
invero dove cominci e finisca quello della macchina e dove quello di lui –, da
attuare per mezzo dell’indefettibile intento di prendersene cura con un restauro
che pare da principio una follia, ma che condurrà con tenacia e ossessiva
applicazione fino al successo. Restauro che lo avvia a una metamorfosi di
“ricostruzione” anche di sé e alla progressiva “rottamazione” della sua
precedente identità di “bravo ragazzo” occhialuto, un po’ impacciato, emarginato
e perseguitato dai coetanei più bulli.
Nell’immaginario americano l’automobile non è semplicemente oggetto tecnico, ma
uno dei grandi collettori simbolici attraverso cui la nazione si è
raccontata. La sua centralità nasce da una convergenza storica e geografica:
l’immensità del territorio, la mitologia della frontiera e la produzione
industriale di massa legata a Henry Ford e alla Ford Motor Company. Se il
cavallo era il mezzo epico della conquista dell’Ovest, l’automobile diventa nel
Novecento la sua erede meccanica: una nuova cavalcatura per attraversare lo
spazio e affermare l’individualismo. Al tempo stesso, nel film come nel libro,
la macchina ha anche vita propria, non è solo un oggetto, ma il luogo “vivo” in
cui si condensano desideri, paure e tensioni di un’adolescenza americana.
Christine si anima non tanto come mostro soprannaturale, quanto come proiezione
dell’identità fragile di Arnie: incarna il suo bisogno di potere, riconoscimento
e trasformazione. Ma qui l’oggetto che dovrebbe garantire autonomia diventa
tiranno, divora la personalità del ragazzo e la sostituisce. La macchina “vive”
perché rappresenta un’identità costruita sull’immagine e sul possesso: è il
doppio meccanico dell’adolescente, la sua fantasia di forza che si materializza
e di cui essa sembra nutrirsi.
Così, attribuire un’anima a Christine significa, tra l’altro, rendere visibile
un conflitto interiore: il rischio che, nel tentativo di diventare qualcuno
attraverso ciò che si possiede, si finisca per perdere se stessi.
Arnie Cunningham, all’inizio del film, è definito dal difetto: difetto di
carisma, di status, di attrattiva sessuale, di autonomia rispetto ai genitori –
progressisti ma autoritari quanto esigenti e interventisti nella sua educazione:
ossimoro non così irrealistico. Il suo corpo stesso è segnato da goffaggine e
insicurezza. L’acquisto della Plymouth Fury non è solo un gesto impulsivo, ma un
atto fondativo, quasi iniziatico. Nel momento in cui Arnie sceglie l’auto,
sceglie una nuova identità e percezione di sé. La macchina diventa il medium
attraverso cui egli tenta di riscrivere la propria collocazione nel mondo. In
questo senso, Christine non è semplicemente “posseduta”: è oggetto di
investimento libidico, feticcio identitario.
Il restauro della vettura è il primo grande simbolo del film. Riparare Christine
significa, per Arnie, riparare se stesso. Il resto lo compie in autonomia
l’auto, che finisce di rigenerarsi miracolosamente: le ammaccature residue
scompaiono, la carrozzeria ritorna lucente – ed è bene precisare che gli effetti
analogici qui utilizzati hanno imposto di utilizzare ben 23 modelli Plymouth. Al
contempo Arnie si trasforma: smette di indossare gli occhiali, la sua postura
cambia, lo sguardo si fa più duro, il linguaggio più aggressivo e la pettinatura
quella tipica e imbrillantinata degli anni Cinquanta. Carpenter costruisce un
montaggio parallelo implicito tra la ricostruzione della macchina e la
ricostruzione dell’Io. Tuttavia, questa rinascita è ambigua. Se da un lato Arnie
acquista sicurezza e autonomia, dall’altro perde progressivamente empatia e
legami affettivi. L’identità che emerge non è una maturazione, ma una
sostituzione: ed ecco che l’Io si modella sull’oggetto.
Qui si innesta uno dei temi centrali del film: l’adolescenza come fase di
identificazione mimetica. L’adolescente cerca modelli fuori da sé su cui
plasmarsi; in Christine, questo modello non è un adulto o un gruppo sociale, ma
un oggetto tecnologico carico di simboli culturali. La macchina è rossa,
aggressiva, legata all’immaginario degli anni Cinquanta e al rock’n’roll:
incarna una mascolinità retrò, potente e dominante. Arnie non diventa
semplicemente più sicuro; assume tratti di ribelle quasi anacronistici – si veda
il giacchetto rosso alla James Dean – quasi fosse posseduto da un ideale di
virilità arcaica; come nella sequenza in cui aggredisce il padre rispondendo con
una castrazione a una lunga storia di castrazione subita. L’auto è poi emblema
di una mascolinità mitizzata, che promette controllo e rispetto in un contesto –
quello liceale – regolato da gerarchie brutali.
Il rapporto tra Arnie e Christine assume inoltre connotazioni erotiche.
Carpenter filma l’auto con lentezza sensuale, carrellate ad hoc, e una
illuminazione tale da dare risalto plastico e lucente al suo colore e alle sue
forme: la macchina è illuminata come uno splendido corpo, i fari sono occhi, il
motore un cuore indomito, l’autoradio il suo mezzo per comunicare, ora dolce ora
aggressivo, ora allegro ora deluso, e che incredibilmente passa solo canzoni
anni Cinquanta. Christine diventa una sorta di “femme fatale” meccanica. In
termini simbolici, l’adolescente sostituisce la relazione con la donna reale (la
bellissima e ambita liceale Leigh che si lega a Arnie dopo la trasformazione di
questi) con un oggetto totalizzante che non richiede reciprocità ma esclusività.
L’auto è gelosa, elimina i rivali, isola Arnie dagli amici. Questo meccanismo
riflette una dinamica tipica dell’identità dell’adolescente fragile: la tendenza
a investire tutto in un unico polo e orientamento di senso, escludendo il resto
del mondo. L’ossessione garantisce coerenza, ma al prezzo dell’alienazione da
tutto e da tutti, all’infuori di Christine.
Un altro tema decisivo è quello dello spazio, strettamente intrecciato alla
dimensione visiva dei colori e dell’illuminazione. L’automobile, nella cultura
americana, è tradizionalmente simbolo di libertà, orizzonte aperto e movimento;
in Christine essa si rovescia nel suo contrario, diventando uno spazio chiuso,
saturo, quasi uterino. L’abitacolo della Plymouth rossa è avvolto da bagliori
quasi innaturali: il rosso laccato della carrozzeria non è soltanto un colore,
ma una presenza pulsante che invade l’inquadratura, mentre i suoi fari fendono
il buio con una luce fredda e implacabile. L’interno dell’auto diviene, poi,
luogo di intimità ma anche di segregazione. Le luci del cruscotto, con i loro
toni verdastri e lividi, modellano il volto di Arnie in modo spettrale,
isolandolo dal mondo esterno. Invece di mappare e attraversare il mondo,
l’adolescente è completamente assorbito in questo grembo meccanico, si rinchiude
in un transfert identitario che lo protegge e insieme lo consuma; mentre il
rosso dominante della vettura finisce per riflettersi simbolicamente sulla sua
identità volitiva. Christine, però, promette autonomia, ma produce isolamento,
mentre il calore cromatico della carrozzeria finisce per contrastare con la
freddezza emotiva che via via avvolge il protagonista. Emblematica del
progressivo isolamento di Arnie è la scena al drive-in: mentre Arnie e Leigh si
abbandonano al petting, l’auto reagisce come un organismo geloso. L’abitacolo si
accende improvvisamente di una luce abbagliante, quasi chirurgica, che
interrompe l’intimità e rende lo spazio amoroso una trappola che toglie il
respiro alla ragazza fino quasi a soffocarla. Presto Arnie sarà costretto a una
scelta apparentemente aporetica: Leigh, che ha colto i segni antropomorfici e
malefici della vettura in quell’abbaglio innaturale e per lei quasi fatale, o
Christine, con il suo splendore cromatico seducente e mortifero. Sceglierà
Christine. Quanto all’aspetto cromatico, poi, si prenda ad esempio il finale
della pellicola, dove la trasformazione di Arnie si compie anche sul piano
visivo: il suo volto, investito da una luce smorta, verdastra e malsana, simile
al riflesso di un neon ospedaliero, perde ogni residuo di calore umano e si fa
livido, cereo, quasi già appartenente al regno dei morti. È come se la
luminosità innaturale dell’auto lo avesse prosciugato dall’interno, lasciandone
solo una superficie spenta, pallida controparte del rosso demoniaco e pulsante
che lo ha sedotto.
Ma Carpenter, prima di giungere all’impressionante finale, lavora anche sul
contrasto tra controllo e perdita di controllo. All’inizio, Arnie sembra
dominare e plasmare la macchina restaurandola; progressivamente, è la macchina a
dominare e plasmare lui. Questo rovesciamento è forse anche allegoria del
rapporto tra soggetto e oggetto nel consumismo moderno: ciò che dovrebbe essere
posseduto diventa padrone. Per un adolescente in cerca di sé, l’identificazione
totale con un oggetto è un rischio strutturale: l’identità si riduce a ciò che
si possiede. Christine è quindi simbolo di un’identità eterodiretta, costruita
non dall’interiorità ma dall’adesione a un’immagine.
La violenza che esplode nel film – gli atti vendicativi della macchina contro i
bulli – può essere invece interpretata come fantasmagoria di rivalsa
adolescenziale. Christine realizza ciò che Arnie non avrebbe il coraggio di
fare. Ma questa fantasia ha un prezzo: ogni atto di vendetta assolutizza il
legame patologico tra ragazzo e auto, fino a cancellare la possibilità di una
crescita autonoma. L’adolescenza, che dovrebbe essere passaggio verso una
soggettività indipendente e relazionale, si trasforma in fissazione
narcisistica.
Il finale, con la distruzione fisica dell’auto, ha una valenza catartica ma non
del tutto rassicurante. Se Christine è proiezione dell’identità deviata di
Arnie, la sua distruzione è tentativo di spezzare l’incantesimo
dell’oggetto. Tuttavia, il film suggerisce che la seduzione dell’immagine –
della carrozzeria rossa, del motore che ruggisce – non si estingue facilmente.
Il desiderio che l’ha animata rimane latente anche quando l’auto è rottamata e
ridotta a cubo di ferraglie: un timido cigolio e un componente che accenna un
movimento evocano ancora vita propria.
Il film di Carpenter rimane una potente allegoria dell’adolescenza come campo di
forze: desiderio di riconoscimento, bisogno di appartenenza, costruzione di
un’immagine di sé e perfino spettro delle grandi ideologie: se consideriamo
l’ideologia come sistema di immagini, valori e promesse che offre identità e
senso di appartenenza, Christine funziona esattamente così per Arnie. Stile,
potere, sicurezza, prestigio. Non deve costruire se stesso dall’interno, ma
aderire a un’icona esterna già carica di contenuti culturali (virilità anni ’50,
dominio, ribellione rock).
Inoltre, come ogni ideologia, Christine promette coerenza e forza, ma esige
fedeltà quasi cieca. Isola Arnie dagli amici, elimina simbolicamente (e poi
concretamente) i rivali, sostituisce le relazioni umane con un legame esclusivo,
totale, ossessivo. L’ideologia, infatti, funziona spesso come oggetto di
identificazione assoluta al prezzo dell’omissione di complessità e dubbio.
Inoltre, Christine trasforma la frustrazione in violenza legittimata. I bulli
vengono puniti non attraverso un confronto umano diretto, ma tramite un
meccanismo impersonale e inesorabile che vive anche qui di vita propria. Per
questo verso, la macchina potrebbe incarnare, appunto, la logica ideologica:
eliminando il conflitto interiore e semplificando il mondo in amici e nemici,
giusto e sbagliato, fedeltà e tradimento.
Christine rappresenta la tentazione di risolvere la crisi identitaria attraverso
l’adesione totale a un simbolo esterno di potere. Ma ciò che promette coerenza
produce alienazione. L’auto non è soltanto un mostro meccanico: è il volto
seduttivo di un’identità costruita sull’apparenza, sul possesso e sulla
negazione della vulnerabilità. Ed è proprio questa seduzione – più che
l’elemento soprannaturale – a rendere affascinante il film e a costituirne il
vero terrore.
Va detto che in Carpenter, la complessità psicologica è più ancillare che in
King, seppure presente, e questo a favore di una messa in scena più essenziale e
iconica, dalla fotografia che esalta colori, luce e oscurità fino all’iperbole,
al montaggio ellittico rispetto alla sostanza del libro. Carpenter, autore già
esperto nel rappresentare il Male come entità pura e inesorabile, trasforma
Christine in una figura demoniaca autonoma; il film tende a suggerire che
Christine sia malvagia in sé, indipendentemente da Arnie e da chi l’ha
posseduta/ne è stato posseduto prima di lui. L’orrore si concentra nella potenza
dell’immagine: la macchina-donna che viene violentata (demolita) dai bulli
invidiosi e trova in sé la forza di autorigenerarsi in un connubio sensuale con
la volontà di Arnie che la osserva rivivere – e qui l’inquadratura e la
fotografia sono esteticamente riuscitissime –, o che avanza nella notte, in
fiamme: icona quasi mitologica, più che un sintomo psicologico.
Per terminare si potrebbe aggiungere che l’automobile, nella cultura americana,
funziona come metafora proteiforme: è movimento e fuga, conquista e smarrimento,
erotismo e morte. Essa unisce due impulsi fondamentali dell’immaginario
statunitense: la tensione verso l’orizzonte aperto e l’ossessione per la
tecnologia. Ogni viaggio su strada è una riedizione simbolica della frontiera;
ma ogni incidente, inseguimento o macchina ribelle ricorda che la stessa forza
che emancipa può distruggere. In questo senso, l’autovettura è uno dei grandi
personaggi collettivi della narrativa e del cinema americani: non semplice
oggetto scenico, ma vero e proprio medium attraverso cui l’America interroga la
propria identità.
Massimo Triolo
L'articolo L’erotismo della macchina, simbolo della cultura americana. Intorno a
“Christine” di John Carpenter proviene da Pangea.
C’è un momento preciso in cui lo spettatore capisce che non sta guardando un
film tratto da Cime tempestose, immortale capolavoro di Emily Brontë (la “mia”
Emily, a cui chiedo perdono in ginocchio di nominarla), bensì una sua versione
alternativa ambientata tra Gotham City, un set di Halloween e una sfilata di
haute couture post-apocalittica. È l’esordio: impiccagione, folla esultante,
becchini in nero come figuranti di un videoclip dark, l’impiccato con un
dettaglio anatomico che la regia ritiene pedagogicamente opportuno sottolineare
davanti a una Cathy bambina.
Lì si comprende che il romanzo di Emily Brontë è stato lasciato sulla brughiera,
probabilmente sotto una delle tante rocce, inspiegabilmente nere come dopo un
incendio, che infestano ogni inquadratura. La dicitura “based on the novel by
Emily Brontë” appare infatti su una landa desolata, che pare reduce da un
bombardamento nucleare, con un ruscello color sangue degno di un horror di serie
B. Anticipazione sottile? No: dichiarazione di intenti.
La casa degli Earnshaw non guarda più l’infinito della brughiera – paesaggio
dell’anima, spazio cosmico, teatro metafisico – ma sembra un vicolo di Gotham
City con interni più neri del carbone. La Tempestosa, ribattezzata quasi set
fantasy, perde ogni verticalità simbolica e acquista un’estetica da attrazione
turistica dell’orrore.
Poi arrivano le “licenze”. Nelly Dean diventa una giovane cinese, evaporano i
cardini temporali del romanzo, compaiono domestiche mai esistite, Heathcliff
viene “battezzato” da Cathy come fosse un cucciolo smarrito. Mr. Earnshaw lo
definisce “il tuo cagnolino”, cancellando in un colpo solo l’enigma delle
origini, la tensione sociale, l’ombra della Liverpool industriale e la carestia
irlandese. Heathcliff non è più l’estraneo radicale, disturbatore della
simmetria tra fratello e sorella, il “cuculo entrato nel nido altrui”, è un
bambino ceduto come in un annuncio di adozione frettolosa. Adulto, a petto nudo
e capelli lunghi nel fienile degli Earnshaw, sembrerà un modello nel calendario
dei pompieri australiani.
I dialoghi oscillano tra Harry Potter e una sitcom adolescenziale. “Se fossi
ricco tratterei male i domestici – prenderei moglie”, declama Heathcliff.
Shakespeare si ritira in silenzio.
Thrushcross Grange? Venduta. Il grande asse simbolico del romanzo – il contrasto
tra le due case – smantellato come un mobile scomodo. I Linton sembrano
caricature di Alice nel Paese delle Meraviglie, con Isabella in crisi isterica e
una sua stanza “solo per i nastri” (riconvertita poi a cabina armadio per gli
abiti della neo cognata, “venuti da Parigi”), ed Edgar trasformato in una sorta
di contrabbandiere messicano con baffetto alla Zorro.
Nel frattempo Cathy accumula parure come una popstar in tournée: croci degne di
Madonna, tiare da zarina, collane da videoclip latino, abiti lustrinati da
“Barbie principessa”, enormi, smaccati falsi diamanti al collo e tra i capelli.
Ogni scena è un cambio d’abito, ogni cambio d’abito un funerale del testo.
La brughiera è permanentemente avvolta nella nebbia – forse per occultare la
scenografia, forse per evitare che qualcuno riconosca la Yorkshire trasformata
in parco tematico. Heathcliff torna dopo cinque anni, abbronzato e con
orecchino. La sua vendetta non è più tragica e calcolata, bensì cosmetica.
Le scene erotiche si moltiplicano con l’insistenza di una serie televisiva
notturna: tavoli, carrozze, pioggia, giardino, brughiera. Dialoghi memorabili:
Cathy: “Così non può andare avanti”, Heathcliff: “E chi lo impedisce?”, lei: “La
mia coscienza. Tu non sei sposato, non senti la fiamma sotto i piedi”, lui:
“Almeno adesso stai al caldo”. Il dramma metafisico diventa telenovela. Solo un
altro esempio dalla scena in cui, con l’ennesimo mantello (ora avorio e oro, li
ha avuti rosso, blu, bianco, etc.), Cathy si presenta a Edgar il quale
(disinvolto sull’uso verbale) le comunica: “È meglio se non vedrai più il signor
Heathcliff”. E lei, toccando il vertice dell’insulsaggine nonché della totale
estraneità agli intrecci spirituali, sublimi, del romanzo) ribatte: “Grazie caro
perché mi salvi dalla mia insensatezza”.
Eppure, per un attimo, il film sfiora la grandezza, sarebbe facilissimo,
basterebbe solo riportare qualche battuta del romanzo: la confessione di Cathy –
“Se io fossi in paradiso, Nelly, sarei profondamente infelice…” – restituisce
l’eco del capolavoro. Ma subito interviene la battuta da cortile scolastico, la
tragedia torna caricatura.
Il culmine? La morte di Cathy in una stanza rosso sangue, con fiumi ematici che
scorrono sul letto, come in un medical drama pomeridiano. Heathcliff scopre il
lenzuolo e grida: “Chiamate il dottore! Per l’amor di Dio qualcuno chiami un
dottore!”. Sembra l’episodio pilota di una serie ospedaliera ambientata – ahimé
– nelle brughiere. Solo quando pronuncia: “Non posso vivere senza la mia vita,
non posso vivere senza la mia anima”, si riapre per un istante un varco verso
l’abisso brontëano. Ma è un lampo breve. Subito la regia alterna bambini e
adulti in montaggio da spot natalizio malinconico, per terminare con Heathcliff
sul letto accanto a Cathy morta.
Il risultato? Non interpretazione radicale, non lettura contemporanea, ma
sovrapposizione caotica di fantasy gotico, melodramma televisivo, videoclip pop,
citazioni da Beautiful, Friends, Love Story, Harry Potter, Via col vento (le
ultime tre opere degne ciascuna a suo modo, sia chiaro, ma qui inserite come uno
scolaretto che copi da una dispensa), erotismo da manuale e dialoghi da soap.
Cime Tempestose non è un romanzo sull’amore tormentato: è un poema cosmico sulla
distruzione dell’identità, sulla natura come specchio metafisico, sulla passione
che trascende la carne, la vita e la morte, e perdura oltre tempo e spazio. È
una storia di ricongiunzione di anime. Qui, invece, la carne è ovunque, nemmeno
volgare, solo banale, l’anima ha traslocato, il cosmo è sparito.
Un’occasione sprecata. La brughiera meritava il vento, lo spazio infinito,
l’amore – tremendo, sublime, oltre ogni legge, “umana o divina”. Ha avuto il
glitter.
Paola Tonussi
L'articolo Gotico-erotico in brughiera. Ovvero, come trasformare “Cime
tempestose” in una puntata (horror) di “Beautiful” proviene da Pangea.