Fra gli affreschi medievali della basilica di San Saba all’Aventino, era solito
giungersi in preghiera Giuseppe Ungaretti – nel turbinio degli anni romani.
Dimorava in prossimità, in piazza Remuria 3 – il contratto d’affitto
dell’appartamento gliel’aveva ceduto Tatiana Tolstoj, figlia dello scrittore
russo.
È fra gli stessi affreschi che mi si rivela, ieratica, la figura di don Gabriele
Vecchione. Fra le mani, a mo’ di breviario, reca un vissuto ‘Meridiano’
ungarettiano, dalla consunta, consueta copertina blu e un remoto volume di
poesie che custodisce, al suo interno, le letture a viva voce di Ungà.
Quella sera, il rito della poesia, si compie su sponde d’altare.
*
Don Gabriele Vecchione, classe 1988, è stato ordinato presbitero da Papa
Francesco, nel 2017. Ha fondato nel 2024 la Comunità San Filippo Neri – E poi? –
dimora per giovani fragili.
Dal 2025 è cappellano dell’Università La Sapienza di Roma – dove allestisce, fra
le altre cose, rassegne letterarie e culturali. Il 14 maggio ha accolto, fra le
mura della cappella universitaria, S.S. Papa Leone XIV. Scrive per il Domani.
Nel marzo 2026 ha pubblicato Vorrei che fossi qui – Variazioni sulla Settimana
Santa (Piemme) – volume in cui celebra la Parola con la testimonianza, le
Scritture con la sua scrittura imbibita di vita, d’illuminazioni letterarie e
poetiche – da Dostoevskij a Tolkien, da Jon Fosse a Charles Péguy, da Leonard
Cohen a René Girard –, cinematografiche, di storie nella Storia.
Dal titolo, oltre a Ungaretti, mi pare di intendere che ami i Pink Floyd.
Parecchio. E spero di non commerciare mai i miei eroi per dei fantasmi…
Don Gabriele, nelle tue omelie, a dialogare con le Scritture – cito a memoria
dall’ultima ascoltata – intervengono Franz Kafka e Franco Battiato, Elias
Canetti, i Padri del deserto ed Elio e le storie tese – virtuoso convegno fra
icone mistiche e pop. Come nascono queste suggestioni?
Ti direi che vengono naturali. Ma, ora che ci penso, in realtà non credo siano
naturali. È naturale piuttosto la mia vanità, che cerco tra alterne vicende di
sfruttare per sedurre l’assemblea e provare ad accompagnarla verso il cielo.
Faccio l’omelia che vorrei ascoltare io. Cerco di sgattaiolare fuori
dall’autoreferenzialità dell’ecclesialese, quel balsamo lessicale che copre ma
non cura profondamente alcuna ferita. Io sono un esistenzialista mancato. È una
necessità interiore, dunque, coniugare la sfida ardente che Elias Canetti ha
lanciato a Dio (“troverò parole contro la morte che lo faranno vergognare”) e le
pagine della Scrittura. Senza la Scrittura sarei un canettiano di ferro. È una
necessità pastorale. Ricordo la barba, la noia di quand’ero al di là del
presbiterio delle chiese. Cercavo omileti in giro per Roma. Penso sempre ad
Augusto (Mario Brega), nel film Borotalco, che, ascoltando una telefonata di
Sergio (Carlo Verdone) che finge di essere Manuel Fantoni con Nadia (Eleonora
Giorgi), gli dice: “Ah Se’, ma come ca…o parli?”. Amo quel che avviene
d’invisibile quando una persona è toccata al cuore dall’omelia. È un’operazione
che l’uomo e lo Spirito fanno in sinergia. L’omileta, rimanendo fedele alla
Parola, deve parlare agli uomini del suo tempo. Non ho mai sopportato quei
professori che parlavano un linguaggio volutamente inaccessibile per far
risaltare la loro erudizione. Di contro a tale elitarismo sostengo la bellezza
di essere smaccatamente popolari. Anche usando l’umorismo. Umiltà, uomo,
umorismo. Tre parole che hanno la stessa radice. Ridere di sé, suscitare il riso
– magari mediante Elio o con altri comici solo apparentemente demenziali – è un
ottimo segnale di salute spirituale.
Mi rifaccio a un detto dei Padri del deserto da te citato nell’ultimo
libro: «Finché l’uomo non dice nel suo cuore: “Io e Dio siamo soli al mondo”,
non avrà requie». Che rapporto vivi con la solitudine?
Quand’ero giovane, era un rapporto tragico, un sentiero pieno di rovi dove mi
scorticavo in continuazione. Cercavo qualcosa o qualcuno che la vincesse. Tutti
i miei tentativi fusionali sono andati male. Il celibato amplifica soltanto la
solitudine che è connaturale a ogni essere umano, non la crea. La solitudine ora
è un vigilante messo a guardia dell’amore. Il fatto che io sia solo e che abbia
imparato a stare nella solitudine garantisce la pulizia, l’ordine dell’amore che
nutro verso le persone che mi sono affidate. Amo la mia solitudine. È l’unico
luogo in cui Dio è tutto per me, l’unica preghiera che Gli rivolgo gridando e
non limitandomi a fare il Suo cerimoniere di corte. Mi sono sentito solo quando
ho dovuto constatare che i ragazzi che avevo in qualche modo “adottato” si
auto-distruggevano o non volevano uscire da una vita mediocre. A quel punto ho
compreso qualcosa in più del cuore di Dio. Un Salmo dice: “Il Signore dal cielo
si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio.
Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno”
(Sal 13, 2-3). Quando sono solo, ci teniamo compagnia e soffriamo insieme per la
sorte degli uomini. Penso ai monaci che si alzano di notte per pregare, per
accompagnare Dio nella notte. Penso sia la loro preghiera che si diffonde nella
Chiesa e nel mondo intero.
Lui è don Gabriele Vecchione
Sostando sul binario amore vs. darwinismo vittimario, così come da te definito –
qual è la tua chiave di interpretazione della Passione?
Molte volte la Passione è stata interpretata come il pagamento di un riscatto a
favore di un’umanità imprigionata dal diavolo. Ora, la Passione è sì il
riscatto. E Cristo dice che il diavolo è il principe del mondo (cfr. Gv 14, 30).
Ma il pagamento a chi sarebbe stato pagato? Si è pensato che la quota del
riscatto sarebbe andata a Dio Padre. Però ne vien fuori un’immagine luciferina
di Dio, quasi fosse assetato del sangue del Figlio e degli uomini
conseguentemente. Poi abbiamo spiritualizzato quest’immagine e abbiamo detto che
Dio non è assetato di pratiche autolesioniste incise sulla propria carne, ma è
seguita l’immagine di un Ente che pretende coerenza, virtù, impegno, che può far
ammalare la psiche di scrupoli, di ossessioni, di perfezionismi. Un Dio
perennemente deluso dalla malvagità degli uomini che richiederebbe sempre e solo
conversione. Mai una gioia. Come se la gioia fosse una colpa.
Credo che la chiave sia un’altra.
L’uomo ha paura di essere amato. Sin dalle prime pagine della Genesi l’uomo si
nasconde da Dio per paura di essere riprovato. Per persuaderlo (verbo
bellissimo: contiene l’aggettivo suavis, dolce) del suo amore il Padre non manda
più alcun condottiero o profeta, ma si coinvolge direttamente. È la storia del
Figlio di Dio che si consegna all’uomo, in modo che ognuno possa scatenare
contro di lui la sua innata violenza, la distruzione che la sua bramosia provoca
e, dopo o nel mentre che scaricava i suoi colpi di flagello, possa trovare
abbastanza amore per risorgere. Guardi la croce e scopri chi sei per il Padre:
un figlio che, anche se ha torturato il Signore, viene amato sempre e comunque.
Comunque è l’avverbio dei genitori.
La croce contesta questo mondo. Il mondo elegge sempre vittime, perché i
carnefici hanno bisogno di fare vittime per far risaltare il loro potere. Peter
Thiel stressa René Girard per affermare la sua volontà di potenza. Peccato che
René Girard si convertì constatando l’innocenza di Cristo. Cristo è stato
vittima, ha preso le parti di chi soffre. Da questa opzione fondamentale
dovrebbe derivare una geopolitica teologica. La croce non legittima nessun
nazionalismo, sciovinismo o suprematismo che sia. Il riscatto dell’uomo è che
non deve fare più vittime per essere riconosciuto. E non c’è neanche bisogno che
faccia la vittima. Cristo ha manifestato pienamente Dio, è la verità di Dio.
Nulla di oscuro, di esoterico nel Vangelo. La tecnica e la finanza si basano sul
darwinismo vittimario e non sopportano la verità. Si rendano noti gli algoritmi,
non si usino i dati per aumentare la sperequazione tra i popoli e sedurre, fin
nei recessi dell’anima dei singoli, popolazioni intere, si soggioghi piuttosto
l’AI a vantaggio delle vittime. Quale verità ne uscirebbe?
Tutta la tua opera è pervasa dall’arduo, ardente tema dell’amore – su un’asse
che da Cristo arriva fino a Rainer Maria Rilke. “Amare fino al disamore” – come
Maria di Betania, scapigliata, ai piedi di Gesù – è dunque l’unica forma d’amore
degna d’essere?
Sì, l’amore di Cristo è scandaloso, esagerato, non ha vie di fuga, non teme il
disonore. Tutti gli altri amori dovrebbero impallidire di fronte a questi. Non è
bilaterale. Non aspetta reciprocità, essere reciproci a tale amore per noi
creature è impossibile. Attende solo di essere accolto. Per chi lo accoglie non
si raggiunge mai la misura dell’amore. È perfino poco fare i “folli per Cristo”
come Francesco d’Assisi o Filippo Neri. L’amore di Cristo, una volta che ti ha
toccato il cuore, ti ferisce e tu bruci di compassione per tutti gli esseri
umani. Guardi gli altri e ti appaiono bellissimi. Piangi per i loro
auto-sabotaggi. Ti industri, diventi creativo, ti inventi cose. L’abbiamo visto
tante volte nella storia quest’amore. Penso a Padre Pierre Al-Rahi, parroco del
Sud del Libano, morto il 9 marzo 2026 sotto le bombe israeliane mentre
soccorreva i suoi parrocchiani feriti; credo abbia preso sul serio la metafora
di Gesù: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11).
Nell’ultimo libro parli di figli, in particolare di “figli dispersi” – con
riferimento all’invocazione del Salmo 21 – ma anche, a più riprese, di padri.
Hai peraltro consacrato un volume al profilo di San Giuseppe – Rimani o vai
via? (Effatà, 2021). Che lettura dai della figura del padre?
Stiamo cercando il padre possibile. Non è riproponibile il padre kafkiano e
pre-sessantottino. La tentazione del padre è non-rimanere, impegnarsi in guerre
lontane per la conquista di imperi o cadere vittime del canto delle sirene. Per
una madre è generalmente più difficile andare via. Un sacco di figli vuole il
riconoscimento dei padri. Le lettere e le e-mail che ricevo, i colloqui che
ascolto sono tra loro molto diversi, ma uniti da un unico filo rosso: il
desiderio di essere riconosciuti. Giuseppe è il padre possibile. Con la sua
genealogia, scandita nei dettagli nel vangelo di Matteo e piena di peccatori,
porta il peccato nella sacra famiglia. Immagino si sia sentito inadeguato. Ma
Paolo dice che ogni paternità umana prende nome dalla paternità di Dio (cfr. Ef
3, 14-15). Che Padre è Dio? Il Padre che assiste forse tramortito all’autonomia
dei figli, che prepara il ritorno dei figli dispersi, che non risparmia sulla
sua affettività (mi riferisco ovviamente alla sequenza dei gesti affettivi del
padre misericordioso nei confronti del figlio prodigo). Conosco dei padri
esemplari. Un mio amico, che assisteva la moglie terminale, approfittava dei
pochi minuti che le quattro figlie gli lasciavano liberi, per spazzare via i
capelli disseminati in tutta casa a motivo della chemioterapia. Vedendolo con la
scopa e la paletta nelle due mani, ho compreso di più chi fosse un marito, un
padre.
Citando un tuo passo nel capitolo dedicato al Lunedì santo, alias Love is a
losing game: “La redenzione non è semplicemente un restyling, ma una nuova
creazione”. Come comprenderne il significato, la reale portata creativa?
La vita spirituale è un lasciarsi fare. Non se ne comprende la modalità, i
tempi, non si vedono i risultati nell’immediato. È una dinamica che avviene nel
frattempo. Non aggiungo nulla di mio, ma una poesia di Rilke:
> Non attender che Dio su te discenda
> e che ti dica: sono.
> Senso alcuno non ha quel Dio che afferma
> l’onnipotenza sua.
> Sentilo tu, nel soffio ond’ei ti ha colmo
> da che respiri e sei.
> Quando, non sai perché, ti avvampa il cuore,
> è lui che in te si esprime.
Chi sono, invece, coloro che qualifichi come “infelici funzionali”?
Coloro che si rassegnano al già noto. Che sono mediamente disillusi. Che
iniziano cose senza terminarle. Che si alleano con le loro disfunzioni. Ruminano
e amano i loro tratti neri. Si autocommiserano. Pensano di essere in credito con
tutti. Tutto gli sarebbe dovuto. Qualcosa riescono pure a combinare. Non hanno
bisogno di TSO o particolari terapie farmacologiche, se non leggere. Non
bruciano, non ardono, fanno un lavoro che non amano. Non vedono l’ora di
staccare. Parlano sempre di vacanze. La loro massima aspirazione è l’aperitivo e
qualche piaceruzzo genitale. Una marea montante di amore non dato. Oppure
lavorano come disperati per non confrontarsi col vuoto. Altra citazione pop, ora
è il turno di Fabri Fibra: “A 12 anni a contare le stelle, a 30 a contare le
parcelle”. Mi dispero quando ascolto giovani che scelgono l’università in base a
quello che possono guadagnare, che rimangono in storie d’amore per non rimanere
soli, che hanno abbandonato il sogno di cambiare tutto. La felicità è vendere la
pelle dell’orso prima di averlo catturato, è gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Sposarsi senza garanzie, fare figli mentre si ha il mutuo, amare fino a
ustionarsi, sognare di interrompere le guerre.
Definisci la nostra una società algofobica, in cui l’unica morte plausibile
diviene quella eutanasica o viene rimossa, isolata negli hospice – e un ritorno
alle pagane necropoli, con le ceneri incastonate nelle case, esposte nei
salotti. Si tratta di una forma di nuovo edonismo – un antidoto alla morte?
Nuovo edonismo nel senso che il vecchio e consueto edonismo,
il divertissement pascaliano, mi sembra consistesse nel vivere come se la morte
non ci fosse. Posticipare il redde rationem fino a illudersi che potesse non
accadere. Il nuovo edonismo dell’era della tecnocrazia mi sembra basato sul
campare come se non si sapesse che si muore. Nell’era dell’infocrazia e della
soppressione del privato la morte viene talmente spettacolarizzata che sembra
non esistere. La morte pare un imprevisto. Come si fa ancora a morire con tutta
l’intelligenza artificiale di cui disponiamo?
Nel 2024 hai dato vita alla Comunità San Filippo Neri – E poi? Ci racconti del
progetto, a quali ragazzi è dedicata questa dimora?
Siamo sull’Appia a Roma. Siamo io e due famiglie. Accogliamo fino a 17 giovani
tra i 18 e i 26 anni. Ragazzi e ragazze che vogliono vivere nonostante tutto.
Escono da case-famiglie a 18 anni. Escono da famiglie disfunzionali o da
famiglie funzionali ma hanno comunque il vuoto nel cuore. Ragazzi arenati,
impantanati. Vogliono amore, limiti, regole. Si innamorano sanamente di loro
stessi quando scoprono quant’è bello prendersi cura di qualcuno. Ieri una nostra
ragazza di Gaza, che ancora non parla l’italiano, ha comprato i lecca-lecca per
le bambine di una delle due famiglie. Mi sono commosso. La Comunità è un sogno a
occhi aperti. Abbiamo detto un no veemente alla mediocrità e all’infelicità dei
giovani. Dobbiamo raggiungere a breve l’auto-sostenibilità economica, se no tra
un anno chiudiamo. I giovani non pagano, i figli a casa non pagano. Presto,
andate sul nostro sito, trovate le modalità per donare.
Chiudo con le Variazioni sul presbiterato – qui lo definisci una questione di
gratitudine. Come ci sei arrivato?
Perché un prete, don Roberto, con la sfrontatezza dei suoi 29 anni di fronte
all’infelicità dei miei 19, me lo ha esplicitamente suggerito. Dopo che s’era
conclusa una storia con una ragazza che ho amato molto e che mi ha amato molto,
mi ha detto che avrei potuto pensarci. Ci ho messo tre anni a metabolizzare la
faccenda. Ho pregato, sono andato in monasteri, ho percorso pellegrinaggi ancora
non troppo inflazionati, sapevo che in un certo senso non potevo dir di no
perché si giocava la partita della mia salvezza. Il Signore mi ha ferito il
cuore, si è preso la mia affettività con la sua nostalgia. Senza di lui sono
perso. In quel triennio 19-22 anni pensavo di dovermi conformare a un modello
che mi sembrava alienante. In realtà, nella preghiera, mi sono reso conto che il
Signore chiamava me proprio me: si trattava di essere profondamente me stesso.
Nel frattempo, entravo dentro di me, senza più infingimenti. Non mi spaventava
più la mia miseria. Mi sono sentito un salvato. Sono a mio agio negli abiti
clericali. Per questo ancora vivo di gratitudine. Non devo far felice il mondo,
devo essere fedele a quello che ho ricevuto. Quell’immersione nella materia
oscura nei tre anni dopo il liceo mi ha dato e mi dà la forza smisurata che
occorre per fronteggiare la materia oscura altrui senza esserne compromessi.
Essere sacerdoti significa lasciare rappacificare in sé la terra e il cielo,
l’angelo e la bestia. La bestia e la terra possono tornare a spadroneggiare. Ci
vuole molta vigilanza. Ma la gratitudine che provo quando vedo qualcuno che
ricomincia a camminare sulle sue gambe mi fa pensare che il meglio deve ancora
venire.
Fabrizia Sabbatini
*In copertina: Nicola Samorì, Anulante, 2018
L'articolo “La tecnica e la finanza non sopportano la verità”. Dialogo con
Gabriele Vecchione proviene da Pangea.
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“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in
macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per
essere solo”: è con questa frase lapidaria e senza speranza che Travis
Bickle (Robert De Niro), protagonista del film Taxi driver di Martin
Scorsese del 1976, sintetizza la propria condizione esistenziale. Ex marine di
ritorno dal Vietnam e che soffre di insonnia – per certi versi un antesignano
di John Rambo – si getta a capofitto nel lavoro notturno di autista di taxi:
lavorare instancabilmente e senza alcun tipo di limitazioni lo distrae dalle
storture della vita, dai cattivi pensieri, dalle lacune esistenziali, ma
soprattutto dalla solitudine. L’insonnia è il simbolo fisiologico di una società
iperattiva ed eternamente insoddisfatta, in cerca del proprio posto al sole e di
un senso da dare alle cose, all’esistenza: non si riesce a dormire perché i
pensieri ci svegliano, le domande ancora senza risposta bussano alla porta della
mente anche quando questa è stanca e vorrebbe riposare.
Girando di notte nella città “che non dorme mai”, Travis ha l’occasione di
conoscere il degrado umano che ben si coniuga con la propria alienazione, le
varie tipologie umane che in diversa misura contribuiscono al declino di una
civiltà occidentale progredita in maniera anomala tra luci al neon e consumismo.
Si attende la pioggia che ripulisca le strade dalla melma, ma in realtà è di un
nuovo diluvio universale che il mondo avrebbe bisogno per liberarsi dalla
“feccia umana” che infesta le strade.
Anche il “moralismo apocalittico” di Travis è uno dei sintomi di
un’insoddisfazione esistenziale che ha radici profonde: i populismi, così come i
totalitarismi, traggono forza proprio da queste zone irrisolte dell’individuo,
dal suo bisogno di sentirsi parte di un processo storico che lo inglobi, che lo
abbracci facendolo sentire necessario, uomo nevralgico e non escluso, nonostante
il suo palese fallimento sociale ed economico. L’entusiasmo politico per un
candidato di passaggio e scelto nel mucchio, è solo un modo per entrare nel
gioco, per comunicare con un mondo che altrimenti non avrebbe interesse ad
ascoltare l’elettore anonimo. C’è bisogno di fare pulizia in città e l’elettore
insoddisfatto proietta sul politico di turno le sue intenzioni politically
incorrect, i progetti per un repulisti sociale compiuto come si deve, e il
candidato furbo asseconda il ‘programma’ privato dell’elettore facendolo suo,
dichiarando che è già al lavoro per la realizzazione proprio di quei punti del
programma che stanno tanto a cuore all’elettore arrabbiato.
Anche la pornografia, così come la politica, per Travis rappresenta un “tic
compensatorio”, un’abitudine malsana per mettersi alla prova, per sapere di
essere ancora vivo al di sotto della cintola, per cercare di rilassarsi e
mettere a tacere quei pensieri che non lasciano dormire… Ma la pornografia non
ostacola Travis nella sua ricerca dell’amore e della bellezza: c’è sempre la
voglia di comunicare con donne reali; non manca il coraggio di dichiararsi
interessato alla loro eleganza e bellezza, nonostante qualche passo falso ed
equivoco causato da uno scarso allenamento alle relazioni umane.
Catalogare Travis Bickle esclusivamente come “giustiziere” sarebbe semplicistico
e fuorviante: egli è innanzitutto (prima ancora di armarsi fino ai denti e
recitare davanti allo specchio la parte del duro che sfida il mondo marcio) un
cercatore di normalità e di stabilità tra sé e l’umanità che lo circonda, con
cui cerca disperatamente un canale comunicativo in grado di trarlo fuori dalla
propria solitudine. Sposare una causa, come ad esempio provare a salvare una
giovane prostituta dalla sua vita degradante è un modo per guadagnarsi un posto
dignitoso nella scala sociale, è un modo per dire alla comunità e dirsi “ci sono
anch’io e combatto per il bene e la giustizia!”, per assumere valore umano e
sociale agli occhi di chi lo aveva fino a quel momento abbandonato nella propria
bolla solitaria. Anche il lavoro “nobilita” e dà valore, ma non basta: c’è
bisogno di un’azione eclatante, è necessario non apparire più come un individuo
morbido che passa inosservato nel mondo e nella storia. C’è bisogno di andare a
finire sui giornali non per protagonismo ma per accorgersi finalmente di
esserci, di esistere attraverso lo sguardo interessato degli altri, della donna
che lo aveva emarginato definendolo “troppo diverso” da lei, dalla categoria di
appartenenza. Per abbattere le barriere tra classi sociali, almeno per un
istante.
Le armi acquistate assecondano le paranoie del protagonista; sono “protesi” che
tamponano un senso di insicurezza verso una società descritta come minacciosa e
degradata; un’insicurezza che però ha altre origini: interiori, personali,
familiari, esperienziali; che è come una sete incolmabile e imprevedibile per
ciò che innesca.
Amare l’ordine, avere uno scopo nella vita e un programma, essere perfezionisti,
allenarsi fisicamente per ottenere un corpo pronto alla battaglia verso un
nemico non ben definito, come uno strumento affilato con cui fare la differenza
nel momento del bisogno e non sentirsi più inadatti e fuori dai giochi
sociali; “riorganizzare la vita” è un motto appuntato su un cartello da tenere
in vista; individuare un simbolo (ad esempio un candidato alle presidenziali a
cui sparare durante un comizio pubblico!) che rappresenti la causa del proprio
fallimento sociale, dell’inganno subito, del disadattamento a cui si è
ingiustamente sottoposti da anni. Infine scegliere: adattarsi a un’etichetta,
diventare come il lavoro che si fa, accontentarsi, oppure essere nessuno,
eternamente underdog, diluirsi tra la gente, donarsi all’oblio, sparire.
Anche se le masse sono viste con sospetto, il misantropo Travis ha bisogno di
comunicare, vuole darsi al mondo; avere qualcosa di importante da fare,
conoscere gli altri, avvicinarsi al prossimo, fidarsi e trasmettere fiducia,
cercare la bellezza, l’amicizia per sentirsi meno soli in città; essere gentile,
amare, e al tempo stesso indossare pistole e pugnali, atteggiarsi a giustiziere,
esserlo in alcuni frangenti, auspicare una radicale pulizia urbana: questa
condizione schizofrenica, altalenante, ambigua, è rappresentativa di una
specifica tipologia umana – quella dei “from Zero to Hero” – che pur cercando un
proprio posto dignitoso nella società, conserva ancora un carico rabbioso da
metabolizzare, da incanalare verso un’azione eroica, giusta, risolutiva,
apprezzata dal consesso sociale, seguendo una propria bizzarra e violenta
moralità. L’azione forte e disperata apre a nuove possibilità comunicative,
interrompe la monotonia dei giorni tutti uguali: è come se il mondo sordo avesse
bisogno di una sveglia drastica, rumorosa, sanguinosa.
Il finale di Taxi driver – che ‘profetizza’ Quentin Tarantino – è liberatorio
sia per il protagonista che per lo spettatore: tutta la parte che precede il
finale è preparatoria a quello sfogo sanguinolento degno di una macelleria
messicana. È come un ascesso che finalmente arriva a esplodere non per uccidere
i personaggi ma per redimerli, liberarli, incanalarli verso una vita che ha
trovato alla fine la sua piega naturale, il suo equilibrio, la sua quadra, la
sua giustizia. Scendere nei bassifondi della propria anima e della società,
toccare la sporcizia, diventare immondizia, per poi risalire, risorgere,
intraprendere il percorso che più si addice alla nostra natura. Riacquistare la
propria dignità, avere il coraggio di snobbare chi ci ha snobbati, essere
“giustizieri di se stessi”.
Michele Nigro
L'articolo Il giustiziere di se stesso. Piccolo discorso su “Taxi driver”
proviene da Pangea.
Nella mia vita, col passare del tempo e degli anni, ho imparato ad evitare le
discussioni e di credere nel dialogo: il tempo di noi tutti è limitato, quindi
prezioso. La scrittura, quando l’apatia si prende una pausa, è la mia unica arma
e oggi non potevo farne a meno di usarla come spada e carezza assieme.
L’antefatto: mi ritrovo seduto su un bus cittadino, sfoglio un libro di
Malaparte quando, di fronte a me, si seggono due bizzarri individui. Comincia un
dialogo surreale quanto stupido, sull’inesistenza di Dio, sull’inutilità della
fede, in un mondo dove è la tecnologia a farci felici. Perché pregare quando hai
le risposte dell’assistente vocale?
Mi è venuto in mente Flaiano:
> “La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare
> fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si
> nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso,
> spande il terrore intorno a sé”.
Ma, una volta tornato a casa, ho pensato che Flaiano non era abbastanza come
risposta, la risposta non data ai due buffi e ingenui viaggiatori.
A colmare l’abbastanza e andare oltre mi serviva qualcosa di più ed eccolo lì.
tra i miei libri più preziosi, lo splendido tomo di Giovanni Papini, Lettere
agli uomini di Papa Celestino VI. Libro che valeva allora, vale oggi e varrà
sempre per le illuminanti, profonde e dolenti parole, che lo scrittore verga
immedesimandosi in un immaginario Papa in un epistolario verso tutte le
categorie degli uomini. Giovanni Papini, mai amato e pubblicato come merita,
nella sua virata verso la fede e il cristianesimo ha regalato meraviglie come Il
Diavolo, Giudizio Universale, Storia di Cristo, che andrebbero mandati a memoria
per la fulgida bellezza che emanano in ogni pagina. Così come dovrebbero giacere
in ogni libreria Un uomo finito, Dante vivo e tutto quel che il nostro ha
scritto.
Ma ritorniamo a noi, io e i due dei peggio rappresentanti dei senza Dio e devoti
al feticcio della materia e della tecnica. Lascio parlare lo scriba:
> “La causa più profonda della negazione di Dio è un’altra: l’invidia e la
> gelosia. L’uomo, ubriacato dalle conquiste innegabili della sua conoscenza e
> dominazione della materia, ha sempre avuto il segreto desiderio d’inalzarsi al
> di sopra della sua umanità, di uguagliarsi a Dio, di sostituirsi a Dio. Nei
> tempi più remoti con la magia, nei tempi più recenti con la filosofia, con la
> scienza, con la tecnica ha sognato di poter strappare a Dio gli attributi che
> più lo fanno invidioso: l’onnisapienza e l’onnipotenza. L’aver decifrato
> qualche legge dell’universo, l’aver assoggettato qualche forza della natura
> gli ha fatto credere d’esser capace di spodestare Dio e di ascendere al suo
> trono”.
L’eco di Nietzsche s’ode in queste parole, ma Papini ci mette l’anima, ci mette
la sua profondità abissale:
> “L’uomo vuole fare a meno di Dio, vuol uccidere Dio, non già perché ritenga
> impossibile l’esistenza di un Dio, ma perché vuol succedere a Dio, vuol
> sostituirsi a Dio, vuol essere lui stesso un Dio. Una delle radici occulte
> dell’ateismo è l’ossessione della rivalità, l’astio dell’inferiore verso il
> superiore”.
Sorrido pensando che cosa potrebbero trarre da queste parole, i due viandanti, e
tutti i viandanti del mondo che pensano di vivere in un mondo dove
l’intelligenza è un manufatto e la panacea di tutti i mali si celi dietro schemi
e schermi. Sicuri di saper tutto, inconsapevoli di non saper niente:
> “nessuna ipotesi matematica e nessuna macchina, per quanto prodigiose,
> potranno redimere la radicale ignoranza e impotenza dell’uomo”.
Viandanti e i loro maestri, che cianciano di prodigi da televendita, in grado di
farli vivere (non mi ci metto in mezzo) in salute, in eterno e senza alcun
bisogno. Perché tutto deve essere calcolato e il resto è solo superstizione.
> “Farneticare di espellere Dio e di prenderne il posto è infatuazione
> demoniale, risibile delirio di grandezza, arrogante demenza”.
Devo confessare, a voi e a me stesso, che son stato anche io un senza Dio e mi
crogiolavo goffamente nella convinzione che l’ateismo fosse l’unica religione
praticabile. Poi son cresciuto, poi ho capito che:
> “Non si può fare a meno di Dio. E poiché Dio esiste, di là d’ogni umana
> invidia e dubbiezza, altro non è dato a noi, per attingerlo, che amarlo
> nell’obbedienza e obbedirlo nell’amore”.
Cosimo Mongelli
*In copertina: Gian Lorenzo Bernini, Angeli in volo, disegno, post 1663
L'articolo “Non si può fare a meno di Dio”. Invettiva contro i rincretiniti dal
progresso proviene da Pangea.
> “Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco,
> però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio
> chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa
> settimana ero all’Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato
> di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l’orchestra di Renzo
> Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della
> canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la
> Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma
> proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come
> la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano.
> Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”.
>
> Aldo Cazzullo citato da Napoli Today , 5 marzo 2026
Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo
Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di
diamante del Corriere della Sera e divulgatore televisivo nazional-popolare,
ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come
sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si
veda l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore – e incline al
commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere
sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro
l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno, rispondendo ad
alcuni lettori che gli chiedevano lumi sul vincitore canoro dell’ultimo festival
di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui
felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”,
Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un
matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”,
sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione
semantica matrimonio napoletano = matrimonio di camorra, diventa interessante la
successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:
> “Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui
> chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale,
> chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo
> dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della
> Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”.
Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e
al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i social – non
potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una
presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di
telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina
Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che
rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in
epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli
con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via
perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale
sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può
insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le
budella d’oro.
Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del
suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso: l’Italia è il Paese dove chiunque
può fare qualsiasi cosa. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi
“tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo.
Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che
nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel
tempo abbiamo visto soubrette e escort entrare in politica, vallette e tronisti
fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i
romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio dirigente di
partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri diventare scrittore di buone
vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più
legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia,
sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia
necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso
nemmeno deontologicamente lecito.
Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba.
Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato
del Corriere della Sera e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo
del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui –
giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella
prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con La mia
anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore. Le
recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come
schede promozionali mascherate, di cui indichiamo un esempio:
> “Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una
> scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le
> caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni
> nostri come noir e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo
> inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della
> nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande
> respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze,
> terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di
> emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il
> lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo
> sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e
> dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”.
Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse: una grande
metafora, straordinariamente originale, storia epica, i terribili segreti, le
ragioni profonde dell’odio e dell’amore, colpo di scena finale. Sorvolando su
questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo
piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito
critico, ovvero i veri lettori. Sul sito IBS qualche utente fece sentire la sua
voce, con argomentazioni non proprio superficiali: cominciamo da Livio Berardo,
presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo:
> “Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino
> striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza
> approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione
> di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola
> in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma
> introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il
> genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci
> sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione.
> Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre
> del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il
> trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il
> racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa
> Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire
> personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro,
> fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste
> caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il
> padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per
> sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo
> studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario
> scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di
> Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o
> rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un
> cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o
> efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il
> mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella
> storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del
> federale torinese Solaro!”.
Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia
sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato
riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo
di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo
deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante
un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni
fa, che s’intitolava ‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan. Stessa
struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato
resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare
grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.
Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana
“Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei
giorni della Liberazione raccontata in versione light, per bocche buone che non
hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione
psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura
secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a
spiegare i quattro elementi della storia: un delitto, un tesoro, una guerra, un
amore, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con
miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo
rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo
119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per
stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli
– quarantacinque, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto
può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso:
> “Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo
> abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come
> dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire
> qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del
> postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua
> vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di
> chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia
> avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani,
> come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per
> capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a
> passeggio”.
Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se
fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso
a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una
situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A
nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della
scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le
pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De
Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un
tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo
sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani.
Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due,
talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30,
lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:
“«Uno!»
La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in
un singulto roco.
«Due!»
Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo
per sé, ma per lei.
«Tre!»
La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi.
«Quattro!»
Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con
donne preziose e delicate quanto Sylvie.
«Cinque!»
Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo
candido, su cui risaltavano i segni rossi.
«Sei!»
Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia.
«Sette!»
Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa.
«Otto!»
Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle
all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza
assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo
abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”.
Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore
non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile,
ovvero l’ispettore gourmet che spiega la ricetta:
> “L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel
> che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la
> fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è
> sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al
> tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente.
> Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona
> un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a
> quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo
> stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un
> sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare,
> di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto,
> visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato
> a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A
> Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la
> questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”.
Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e
gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo
già qui il topos che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo
all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E
non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il
collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile book-jockey Antonio D’Orrico:
pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella
prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti,
il romanzo andò il libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco
e potente:
> “Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta
> servita fredda”.
Paolo Ferrucci
L'articolo Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode
all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa” proviene da
Pangea.
Scritti o verbali, la sciatteria linguistica e l’analfabetismo di ritorno sono
come la calunnia della cavatina famosa: iniziano in sordina, montano, si
espandono e finalmente producono «un’esplosione – Come un colpo di cannone, –
Come un colpo di cannone, – Un tremuoto, un temporale, – Un tumulto generale –
Che fa l’aria rimbombar».
C’è però una differenza cruciale: mentre spesso calunnia calunniatori e
calunniati, proprio come il temporale, passano, i disastri linguistici restano e
si aggravano, e più che da Sterbini e Rossini, dovremmo toglier da un trattato
d’oncologia o dal Dsm.
Ora isolerò alcuni modi di esprimersi ormai cuciti a doppio fil di ferro sulle
lingue degli italiani, che tali possono essere definiti soltanto in modo
residuale e anagrafico. Li trascelgo, questi macelli, in modo quasi aleatorio e
assai parzialmente: ma a ogni buon conto avremo, con dovizia e tristizia, la
misura della sciagura.
Iniziamo stappando una bottiglia di bollicine.
Sino a non gran tempo addietro ne avremmo sturata una di spumante, ovvero di
vino frizzante o mosso, magari di champagne (sciampagna, pei puristi vecchio
stile). Gli astemii o chi avesse dovuto guidare si sarebbero contentati d’acqua
gassata, o gasata, o frizzante. E siccome fa male bere senza mangiare, sarà
nostro piacere comandare un dolcino, che non è il medievale frate chiliasta, ma,
a esempio, una pannina cotta o, per esser più rigorosi, una pannacottina, come
ho sentito dire, lo giuro, da un pasticcere (o pasticciere: è davvero lo
stesso), per giunta di toschi natali. Ahi Guido! Ahi Cino! Ahi Cecco! E s’i’
fosse foco…
Che sbadato, però. Ho scordato d’annunciare che in precedenza la “bollicina”
serviva di accompagnamento a una pietanza (parola, quest’ultima, definitivamente
sostituita con «piatto», che è poi aggettivo perfettissimo per il linguaggio
attuale), una pietanza, dicevo, di carnina, guarnita con del
succulento prosciuttino e un po’ piccantina(doppietta!) e contorno vegetale. Ma,
o disdetta!, essendo indaffarato a sgorbiare per questo articolo ho dovuto
ripiegare al supermercato e acquistare, leggo sul tubo, una «Salsina per
le verdurine», che rammenta l’omogeneizzato.
A soccorso di chi avesse trascurate le scuole alte e ignorasse o avesse
dimenticato il significato di «frizzante» o «gassata», si precipita un’azienda
imbottigliatrice che tosto ha modificata l’etichetta: un tempo scriveva «Acqua
gassata», ora «Tante bollicine». Non ne faccio il nome per ovvie ragioni, ma vi
assicuro che esiste.
Avanti di sorbire un corroborante caffettino o magari un ginsenghino (ho sentita
anche questa), arrestiamoci un istante ché il pasto si sta facendo greve assai,
e «tra noi parliamo da buoni amici», come invita Scarpia la buona Floria Tosca
offrendole «vin di Spagna» che ignoro se fosse con o senza “bollicine”.
Quand’ero balilla gl’insegnanti e anche qualche adulto di casa, non per forza
laureati alla Normale summa cum laude, ti fulminavano udendo implorare «un
attimino»; e quanti lazzi contro le casalinghe che impetravano «un aiutino,
signor Mike!». Dire e scrivere «tante bollicine» e «pannacottina», oltre a fare
esteticamente schifo, è sintomo di regressione cognitiva, emotiva, psicologica.
È il linguaggio dei e pei bambini, che ora si è tradotto negli “adulti”.
Una traduzione con, a mio giudizio, due origini.
Da una parte la regressione intellettuale e psicologica dei così detti “adulti”
disabituati alla serietà, come già dissi nell’intervento sulla fotografia e le
risate; dall’altra la tendenza, anch’essa scimmiesca come le risate sguaiate, a
imitare il prossimo per farsene accettare.
Se tuttavia lo scimmiottamento è manifestazione del cervello primitivo, non sono
altrettanto certo (non lo sono per nulla) che il rimminchionimento universale
sia il frutto marcio di una ipotetica stanchezza della civiltà e non, più tosto,
il resultato d’un ammaestramento subìto a traverso i mezzi di comunicazione e di
svago, che poi oggi i due pari sono.
Ho ancòra nella memoria le parole d’un dirigente d’una grande televisione
privata, per le quali appresi che progetto lucidamente perseguìto dagli
inventori dei programmi è di somministrare spazzatura e droga a che i cervelli
si atrofizzino. Come si vede i complottisti (accusa di chi non ha argomenti) non
sempre sono complottisti.
Tornando alle “bollicine” e simili è giocoforza che il suo indefesso utilizzo
contribuisca anche all’egerstà di linguaggio, il quale non a caso, giusta
indagini ufficiali, è sempre più limitato banale trasandato.
Pur restando a tavola, andiamo avanti.
Una mattina mia moglie mi annuncia con tono tra il minaccioso e l’accorato, che
la sera sarebbe arrivata a cena una sua amica, che non mi era propriamente
gradita. Non mi sarei potuto opporre neppur volendo ché si era a casa dei
suoceri. La consegna implicita riservatami era: profilo basso, voglio trascorre
una serata piacevole. Obbedisco.
Arriva l’amica e ci accomodiamo attorno al tavolo. La madre di mia moglie ha
preparata la sua solita squisitissima pizza, ma a pranzo ho mangiato un po’
troppa pasta e quindi declino i riquadri di pomodoro e funghi e mi contento di
pan biscotto inzuppato nel latte.
Perché mai non condividevo la succulenta pizza?, chiede l’ospite. Rispondo che
per via della pasta del mezzogiorno, etcoetera. E quella con tono serissimo:
«Uhm… Ma adesso mangi pane… carbo su carbo non va bene». Carbo: una marca di
pane? Mi ero perso un pezzo della conversazione? Macché: carbo stava
per carboidrati, che poi naturalmente, nella testolina della fanciulla, la pizza
non ha.
Mica finita.
Mia moglie, appena udita l’amica, mi scaglia un’occhiata più lancinante della
folgore di Donner: per l’amor del Cielo taci. Io mi limito a replicare
all’ospite con un’alzata di spalle e un’espressione facciale altrettanto
eloquente. Ma quella si ostina e si sente in dovere anche di darmi un
suggerimento: «Dopo, dammi retta, bevi una tisa digerente».
Rimasi col cucchiaio a mezz’aria e qualche goccia di latte mi dové colar per la
barba. Strizzai la faccia in un’espressione di ribrezzo; ma qui, oltre
all’occhiataccia, mi arrivò un calcetto di sotto il tavolo.
Naturalmente tisa stava per «tisana». E c’era poi l’altra
bestialità: digerente in vece di digestiva.
Incassai occhiatacce, calci e insulti alla madrelingua e me ne andai via,
lasciando i carbo sotto forma di pane galleggiare nel latte ormai quasi freddo.
Soffocai anche un rutto, che non era indizio di ribellione gastrica per il
lattosio ma del tutto psicosomatico.
E adesso possiamo andare a parlare d’altro.
Dalla televisione al bar, dall’idraulico al gazzettiere, dall’insegnante al
musicista: s’è pigliato il vizio d’infilare il verbo «andare» ovunque e a
sproposito. Il cuciniere televisivo ai fornelli: «Vado a mettere il sale nella
padella e poi vado a scolare la pasta»; lo “iutuber”: «Andiamo a guardare questo
video» (per inciso non esistono più «filmati» o «riprese»: esistono
solo video e contenuti); il giornalista ci invita: «Andiamo a sentire gli
ospiti» che sono lì a un metro.
Persone più edotte di me in inglese mi spiegano che è una sorta di calco da
quella lingua: «Let’s go to…». Dunque non bastavano gli innumeri intarsi, gli
abusivi, i clandestini verbali imposti nudi e crudi al nostro idioma: adesso c’è
anche un virus che lo aggredisce alla base, corrodendolo polverizzandolo e
spazzandolo via, per infilarci quei cancheri.
Se poi io sia stato informato male o abbia fraintesa la spiegazione, poco
importa: “andare” quando non si va da nessuna parte è da dementi.
Ravviso in questa forma che si pensa elegante il vezzo degli incolti o, razza
ancor più perniciosa, semi-colti, gli orecchianti, gli “studiati” a mezz’aria,
come il cocciuto Willy il Coyote che precipita al fondo del burrone poiché
incapace di spiccare il salto completo. Ma l’irresistibile cartone perlomeno si
schianta da solo e ci dà sollazzo. Quegli altri in vece ci cadono sulla zucca e
ci impestano l’aria.
Per mascherare insipienza e ottusità costoro si annettono espressioni che al
loro cerèbro suonano colte, raffinate. Ma sono come l’innocente gatto un po’
goffo, che tenta di nascondere la cacca raspando nella sabbia. (Per inciso, non
conto più le volte che m’è toccato di sentire sabbietta, parola doppiamente
fessa, ché la sabbia di lettiera ha grani sensibilmente più grandi di quelli
d’arena).
Mi ricordo d’un tanghero che conoscevo una quindicina d’anni fa, proprietario
d’una caffetteria nel centro di Torino, fisiognomicamente – e non è un’iperbole
– assai più prossimo a un gibbone che a un sapiens, e di un’ignoranza da fare
invidia, benché dicesse d’aver studiato e s’accompagnasse a una donna, dicevano,
laureata. Più e più volte lo sentivo dire: «Nel tal caso che Paola arriva
[ovvio], dille…», «Nel tal caso che il fornitore…».
Il vocabolo «tale» era ai suoi orecchi così alato che gli pareva doveroso
infilarlo ovunque; ma è come spruzzarsi un mediocre profumo su stracci
puteolenti.
Che fatica! Ma, insomma, pur tanta roba, no? Ecco un altro mostro.
«Roba mia, vientene con me!», risovviene dai gorghi della memoria insieme alla
spiegazione della maestra (un tempo già alle elementari ci facevano almeno
assaggiare la buona letteratura, oh sì). La spiegazione era seguìta
dall’ammonimento, ribadita alle medie, di non dar di «roba» o «cosa» a
checcheffosse; i dizionari grondano di parole, di sinonimi: che li imparassimo,
che li usassimo, senza ripieghi generalissimi.
Parole al vento per moltissimi, vistoché anche miei coetanei che si suppone
abbiano frequentate almeno buone scuole di base, lardellano il discorso di
quell’espressione grossolana, davanti a ogni vetrina, notizia, sensazione che
colpisca, ma altrettanto a capocchia. Meglio, di questa espressione tappabuchi o
ombrello, una sana imprecazione veneta: greve bensì ma senza che chi la sbuffa
pretenda d’essere alla moda.
Eppoi, suvvia, ogni tanto manifestare lode al cielo con una bestemmia ci sta,
nevvero? Ecco un altro colpo di mannaia ai diti (Leopardi scrive così, non mi
scocciate) dei negletti e defraudati Tommaseo, Prèmoli, Zingarelli, Devoto,
Oli.(Per inciso – questa non me la posso tenere – c’era un di quei professori
laureati col Sessantotto pel quale Devoto e Oli erano una sola persona, anche se
non si capacitava di non aver trovato sulle Pagine Bianche alcun «Oli professor
Devoto». Chissà che non lo stia ancòra cercando: e chi aveva il coraggio di
togliergli la convinzione?).
Ci sta, dicevamo. ‘Sta specie di singhiozzo interiettivo è talmente entrato
nell’uso da aver impestato anche penne che un tempo sapevano stare inclinate
correttamente, e non stravaccate. Me la ritrovo in fatti in un piccolo libro su
Amadeo Bordiga, il comunista più serio d’ogni internazionale e scrittore
abbagliante, di Pietro Basso – docente di sociologia, niente di meno, a Ca’
Foscari – il quale, bontà sua, consapevole dell’anomalia piega le due parolette
in corsivo come usa per gli esterismi (mio pseudoneologismo da «estero» e
«isterismo»), anche se ahimè sempre di meno.
Questo linguaggio giovanilistico (Basso ha ampiamente varcati di settanta) sarà
un modo per cattivarsi i semprinvocati giovani, dovendo trattare d’un soggetto
che in Italia conosceremo non solo per sentito dire in duecento, età media
settant’anni. Se è così, ci sta. O forse no. (Siccome il libro uscì anche in
Gran Bretagna come prefazione a un’antologia bordighiana, mi domando come
accidenti se la siano cavata).
C’è anche il tu distribuito come coriandoli a carnevale. In pratica il Lei è in
via d’abolizione. Dico, si noti, abolizione e non estinzione, ché questa è un
processo spontaneo, naturale, mentre l’altra è deliberata scelta. Non a caso –
conservo ancòra il messaggio di una medichessa – non a caso lo chiamano «tu
inclusivo», e ormai a milioni lo dispensano a ogni categoria e anagrafe. Persone
alle quali avantieri non si sarebbe rivolta parola se non a capo chino e
sull’attenti eccole apostrofate con la seconda persona singolare; nemmeno la
nuora o il capufficio li arpiona così, e adesso arrivano bimbiminkia, anche di
cinquant’anni. E ciò, in parentesi, nell’epoca dell’autismo universale, dove
ognuno si contempla nemmen più allo specchio, ma solo il proprio orifizio anale.
È la compensazione.
E con la medichessa, giustappunto, dovetti altercare, ché nonostante il «tu
inclusivo» non si degnava di rispondermi al telefono, giacché rifiutava per
principio di sentire i pazienti a voce: solo inclusivissimi messaggi.
È però arrivato il momento di fermarci, anche se potremmo davvero seguitare a
lungo.
Vado solo ad aggiungere una noticina, che ci sta.
Che sia saltata la discriminazione tra espressione scritta e parlata, è ormai
ahinoi storia vecchia. Più recente è la sgangheratezza irremeabile insinuatasi
nella carta stampata.
Saranno almeno tre o quattr’anni che mi càpita d’imbattermi in titolazioni di
grandi quotidiani italiani “in rete” privi di punteggiatura, sicché il soggetto
della prima frase sembra passare alla seconda, ma senza concordare col verbo, e
un predicato è conteso tra due frammenti di titolo. Tutto ciò comporta che
occorra mezzo secondo in più per capire che cosa si stia leggendo. Le prime
volte, giuro, per un istante temetti qualche mia microischemia cerebrale, sopra
tutto quando di secondi me ne occorsero ben due o tre per cogliere che accidenti
si volesse comunicare.
Sono le medesime negligenze sintattiche che spesso, sempre più spesso ricevo sul
telefono. Con la differenza che qui mi scrive per solito un idraulico, il
barista cinese, o la donna delle pulizie.
So per certo che i titoli, sulle pagine virtuali dei giornaloni, sono affidati
perlopiù a giovanissimi praticanti (non pagati) o arcigiovanissimi “stagisti”
(non pagati). I quali, tuttavia, stanno lì perché vogliono, poveretti!,
diventare gazzettieri. E che costoro non abbiano le basi per farlo, è evidente.
Ma a chi controlla la titolazione, o sia giornalisti fatti e finiti, quei
“whatsapp” o “sms” non fanno problema e forse nemmeno se ne accorgono. È molto
indisponente che su fogli che ogni santo giorno ammanniscono lezioncine
politiche e morali non si controlli nemmeno la lingua italiana.
Ma questo ennesimo imbarbarimento della stampa va a vantaggio di molti: avete
una ragione in più per non leggerla e per invitare chi possiate a evitare quelle
pattumaie.
Sulle quali, ne sono certo, non vedrete mai comparire un articolo come questo.
Luca Bistolfi
*In copertina e nel testo: opere di Roland Topor
L'articolo “Andiamo” alle “bollicine”: “ci sta”! Note su alcuni orrori del
linguaggio odierno proviene da Pangea.
Qualche tempo fa m’imbattei nell’articolo d’un grande quotidiano nazionale
italiano, abbeveratoio della sinistra “illuminata”, che s’incaricava appunto di
rischiarare le menti dei lettori sulla ragione per cui la stragrande maggioranza
dei ritratti pittorici e fotografici del passato, remoto e più recente, fissano
volti privi di sorriso e men che meno di una risata.
La soluzione dell’enigma era laconica unica e tassativa: la dentatura guasta o
mancante.
Avendo i nostri avi una chiostra impresentabile, era giocoforza serrare i labbri
per celare il vergognoso scempio. Una rivelazione che se non avessi appresa da
quel foglio, avrei pensato a un lazzo di burlone o a un momentaneo oscuramento
cognitivo dell’autore, tanto si tratta d’una sonora e proterva imbecillità
avvolta in rigore “scientifico”.
Vale la pena di spenderci qualche parola, ché essa è segno dei tempi.
Anzitutto, ammettendo che il re, o il condottiero, o il compositore musicale,
poniamo del Seicento o del Settecento, avesse i denti marci o assenti, non vedo
la ragione da parte del pintore di darsi al verismo ante litteram, postoché
volesse serbare la committenza e magari anche il capo sul collo. E mi sento più
fesso di quel giornalista a dover osservare tanto: ma a un’idiozia si deve
replicare, non potendo con pedate nel didietro, con altrettali banalità, come si
fa coi bambini tardi.
Meno, assai meno c’è – a proposito – da ridere o sorridere, se non di
commiserazione, traducendo il discorso dalla pittura alla fotografia: giacché
non c’era alcunché da celare.
Eh sì. Se l’estensore di quell’articolo rivelatore avesse letti buoni libri o
anche soltanto scartabellato “in rete”, si sarebbe sùbito accorto che le
dentature dei nostri antenati erano più che complete sane e non di rado
bellissime. Chi avesse avute magagne dentarie aveva di poi alla disposizione
diversi tipi di protesi, le quali risalgono – si aprano bene gli occhi – al 2500
a.C. Delle condizioni di molari e incisivi nelle epoche “arretrate” si trova
ampia traccia ovunque. Penso a esempio ai Colloqui con Arthur Schopenhauer o a
qualche buona biografia di Abramo Lincoln, il quale, come riferisce John Kleeves
(Stefano Anelli) in Un Paese pericoloso, possedeva una protesi di denti umani.
Leggendo di poi l’Histoire de ma vie di Giacomo Casanova si trovano non poche
descrizioni di splendide dentature naturali, anche presso le classi meno
abbienti, così mirabili che il Gran Veneziano si sente in dovere di rilevarlo.
Spostandoci nel tempo arriviamo a Gabriele d’Annunzio, del quale molti non
mancavano di far notare una dentatura infelice; segno, l’osservazione, che
ancòra cent’anni fa una bocca guasta, per di più in una persona alla quale non
mancavano di certo conoscenze e danari per farsela arrangiare, attirava
l’attenzione (e anche gli scherni di qualche tanghero).
Ci sostiene anche Totò, cantando per di più d’una popolana, l’acquaiola, nella
poesia eponima, che «se chiamma Teresina, – sì e no tene vint’anne, – capille
curte nire nire e riccie, – na dentatura janca comm’ ‘a neve».
Sulle epoche antiche o antichissime basterà sfogliare qualche volume di
archeologia per ammirare teschi con denti originali perfetti, nonostante le
migliaia d’anni trascorse. Un archeologo che interpello conferma: al massimo
manca qualche dente ogni tanto, ma sono in stragrande maggioranza bocche
intatte, a qualsiasi latitudine, in qualsiasi èra. Brutte dentature in qualche
passato, beninteso, ce ne saranno state; ma non certo nella misura imaginata da
certi scribacchini perdigiorno.
Proseguiamo.
È falso che i nostri avi, celebri o meno, si facessero ritrarre pressoché sempre
col cipiglio. Ci sono intiere biblioteche di imagini di contadini, e operai, e
bottegai sorridenti (e, peraltro, talora sdentati); così come non è inferiore il
novero di figure fissate nell’abbozzo o nello spiegamento d’un sorriso. Almeno
in un paio di ritratti fotografici si vede proprio Schopenhauer con la faccia
mossa in un lieve sorriso sarcastico.
Come dunque si vede, l’analisi di quel rappresentante dell’intellettualità
progressista, che verisimilmente avrà ripresa la grande rivelazione da qualche
ricercatore americano o inglese, è, per adoperare un proverbio giusto di quelle
parti, una cagata nel ventilatore (acceso). Ma di dove viene una simile boriosa
sicumera? Credo di avere la risposta, che è duplice.
Per cominciare, da un pregiudizio tipicamente moderno, della modernità più
corriva e ottusa, per la quale tutti, sino al giorno avanti in cui il
progressista pensa e (purtroppo) parla, erano dei cavernicoli. Pei progressisti
la storia è composta di grandi magagne e orridi sociali tecnici artistici
politici, che solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo e vieppiù nella
seconda metà del XX, sono stati colmati e spazzati via. Sicché anche solo
l’esistenza di una dentiera prima d’avantieri è letteralmente impensabile. Il
che significa anche ignoranza e poltronaggine.
Ma dietro a questo pregiudizio materiale, se ne staglia uno morale, che è la
seconda scaturigine della cialtronata in esame.
Una ‘testa di carattere’ di Franz Xaver Messerschmidt (1736-1783)
Il tono dell’articolo in fatti (che peraltro consuona, per la mia esperienza,
con numerose chiacchierate avute con svariate persone, non necessariamente
progressiste, segno che il lavaggio del cervello e la tassidermia cranica sono
efficaci e democratici), il tono dell’articolo mostra stizza e contrarietà per
quella schiera di facce serie e compunte. Che noia, che tristezza, mai un
sorriso, e ridete una volta ogni tanto!, sembra di udire. È l’andazzo odierno,
uno dei segni più eloquenti e agghiaccianti dello spirito del nostro miserabile
tempo. Ridere più che sorridere e, ancor meglio, sghignazzare, magari con le
fauci spalancate, è segno di vitalità, di gioia, ci aiuta a dimenticare che la
vita è cosa seria.Guardate le fotografie sugli apparecchi telefonici, sui
“social”, guardatevi d’attorno, al lavoro, in famiglia, sul treno: quasi mai si
vedono facce serie, in ispecie se sono adunati due o più individui. Tutti (e
tutte) squadernano la chiostra e più volentieri ancòra divaricano le mascelle
(non di rado mostrando qualche otturazione…). Ed è in questi casi che costoro, e
non i nostri antenati, dimostrano di essere più prossimi ai nostri (del tutto
presunti) progenitori scimmie.
Se oggi solo provi a farti scattare una fotografia restando più o meno serio, il
Cartier-Bresson di turno – un amico, un collega – ti rintuzzano: «Uh, ma come
sei seriooo…! Non siamo mica a un funeraleee… Ridi un po’!». A me è capitato
anche durante la breve seduta dal fotografo per la carta di identità. Cosa
accidenti poi ci fosse da ridere per uno che di lì a poco si sarebbe infilato in
un ufficio pubblico, ignoro.
Oggidì la risata, sopra tutto se a sproposito e ostentata, è un segnacolo di
riconoscimento obbligatorio, come la targa dell’autovettura, come il tatuaggio,
altro emblema, quest’ultimo, della mutazione antropologica in atto.
Vi racconto questa.
Non molto tempo fa sostavo per una pausa sul portone d’una grande biblioteca.
A un metro dietro le mie spalle c’era un quartetto di donne tra i trenta e i
cinquant’anni, ben conciate e del tutto sobrie, intente a discutere di questioni
ordinarie, figli famiglia vacanze lavoro, quindi nulla che potesse suscitare
risate, men che meno di quelle a cui per venti minuti abbondanti volli assistere
con discrezione.
«Com’è andata al mare?»: giù risate di tutte.
«E tu col bambino? È guarito?»: altre risate.
«Sì sì, per fortuna»: risate.
«Massì, dài, insomma», eh eh eh ah ah ah.
Era tuttavia ammirevole che quelle donne riescissero a ridere anche mentre
“articolavano” le parole, che in effetto talvolta mi diventavano oscure. Avrò
limiti, ma quando rido della grossa (lo faccio, tranquilli, lo faccio) mi è
impossibile parlare, e viceversa.
Temo però che quelle risa, come moltissime altre, oltreché fuor di luogo e
inutili, e anche moleste, siano di natura isterica. E certi contenuti del
“dialogo” al quale assistetti me lo confermano. Una risata sincera è suscitata
da una scena o da un motto di spirito e si manifesta in tutt’altro modo. Durante
quei lunghi ma istruttivi minuti mi venne alla mente, come ogni volta che mi
imbatto in scene analoghe, un frammento dei Griffin, il cartone animato famoso,
con protagonista un gruppo di donne al ristorante intente a ordinare un dolce.
Non anticipo alcunché; ma vi assicuro che avrete la rappresentazione plastica
della scena della quale fui abusivo spettatore. E se persino Seth MacFarlane e i
suoi impietosi (e talora diabolici) collaboratori, progressisti spinti, quindi
non tacciabili di bigottismo, si sono sentiti in dovere di isolare
la mostruosità di certi contegni, occorre che gli altri progressisti – e non –
svolgano una seria riflessione su loro stessi e sul mondo in cui viviamo e che
hanno contribuito a forgiare.
Tornando ai nostri avi, la ragione in forza della quale essi si facevano
ritrarre perlopiù serii e in pose composte era una soltanto, indipendentemente
dal soggetto: dare e tramandare di sé e magari della loro categoria e del loro
ceto sociale, qualunque fosse, un’imagine decorosa esemplare e persino
nobile, sopra tutto se ricoprivano ruoli, pubblici o privati, dai quali
dipendevano e ai quali riguardavano magari migliaia o milioni di persone.
Ma di più: non solo volevano essere serii, ma lo erano, non si sforzavano di
esserlo per il tempo della seduta davanti alla macchina fotografica per poi
scomporsi una volta lontani.
A conferma e rafforzamento di questa verità basterà guardare libri fotografici o
documentarii dagli anni Quaranta ai Settanta del secolo scòrso con qualsiasi
persona a protagonista. Vedrete sùbito l’abissale e irriducibile divergenza di
contegno dall’oggi.
Ciò però non significa che un tempo non sapessero ridere anche le persone i cui
volti ci sono arrivati composti. Si pensi a Hegel, i cui ritratti possono essere
l’incarnazione della severità e della compostezza. Ma basta leggere una
paginetta dalla biografia del filosofo scritta dall’allievo e amico Karl
Rosenkranz per apprendere che il grande pensatore di Stoccarda sapeva anche
ridere di gusto. L’ultima volta fu davanti a una locanda in cui si era
intrattenuto con alcuni amici, che testimoniano della giovialità del filosofo,
il quale peraltro di lì a pochissimo tempo sarebbe morto, pare assai
serenamente, a causa del colera che aveva colpita Berlino.
Ma chissà che cosa direbbero certi partigiani della risata se sapessero che, in
tanti anni di assidua frequentazione, un suo amico ha veduto sorridere Coetzee
soltanto in un’occasione.
Beninteso: non sto tessendo un elogio della mutria. Ma si converrà che una
persona normale (sì, ho detto normale: e quindi?) si senta più al sicuro davanti
a qualcuno di composto che non a una “iena ridens”. Mi domando di poi, guardando
tutte quelle bocche spalancate e sentendo tutti gli inviti a «ridere un po’»,
quale valore rappresenti di per sé ridere, in quella maniera sguaiata e
berciante poi, che cosa aggiunga a un individuo.
Non è affascinante e rassicurante il sorriso della Gioconda o dell’Auriga di
Delfi? E forse non gli è che sommi artisti – un Bosch, un Kranak – hanno
castigata la sguaiataggine? Ricordiamoci poi l’imbarazzo (penso ancòra a
Schopenhauer) dinanzi alla bocca del Laocoonte, che sembra, anziché gridare,
nemmen ridere ma solo sbadigliare.
Se poi vogliamo “buttarla in religione” ecco san Tommaso d’Aquino, che annovera
il risus superfluus addirittura tra i peccati, benché veniali:
> «Talora invece la volontà del peccatore si volge verso cose che contengono in se stesse un certo disordine, senza però opporsi all’amore di Dio e del prossimo: tali sono le parole oziose, le risate smodate [risus superfluus] e altre cose simili. E questi peccati sono veniali nel loro genere».
>
> (Somma teologica, I-II, 88, 2)
Tuttavia non si commetta l’errore di leggere la parola «peccato» in senso
moralistico, come purtroppo molto spesso, se non quasi sempre, anche gli stessi
cristiani inclinano. «Peccato» in greco antico – che è la lingua ufficiale degli
Evangeli – è «amartía», letteralmente «mancare il bersaglio, andar fuori
strada», che può essere inteso anche in modo estensivo. E in effetto, se ci
pensiamo, quando ridiamo in modo eccessivo è come se escissimo da noi stessi, e
così quando straparliamo sospinti da un eccesso emotivo dicendo fesserie o
parole che possono nuocere ad altrui ovvero ritorcersi contro di noi: anche
Schopenhauer, non certo un partigiano del cristianesimo, raccomanda di contenere
le parole affine di non incorrere in qualche guaio. Ricordiamoci che «non ciò
che entra nella bocca contamina l’uomo; ma è ciò che esce dalla bocca, che
contamina l’uomo» (Mt 15,11).
Le Scritture sono molto eloquenti.
Forse che Sara non rise quando udì che avrebbe avuto un figlio nonostante
l’avanzata età (Gn 18,12)? Risero anche di Gesù quando questi disse che la
figlia di Iairo «non è morta, ma dorme» (Lc 8,52). E forse i soldati romani non
irridono Gesù? Ma «guai a voi che ora ridete, perché farete cordoglio e
piangerete» (Lu 6,25), e perché «io ho detto del riso: “È una follia”» (Ec 2,2).
Contemplando quelle schiere di bocche scontorte, gli elogi della sguaiataggine,
gli stimoli a ridere ridere ridere, mi vien da pensare al Batman di Tim Burton,
quando Jocker, interpretato da Jack Nicholson, sbuffa nell’aria di Gotham City
un gas verdognolo che stermina la popolazione e la irrigidisce in un ghigno
simile al suo, derivatogli dal bagno in una vasca di acido e dalle manovre
imperìte d’un chirurgo clandestino.
Un ghigno, quello di quei morti, che è l’antifrasi dell’animo di Jocker e dei
tristi cittadini, morti prima di morire, di quell’oscura città: «Anche ridendo,
il cuore può essere triste» (Pr 14,13).
Gli abitanti di Gotham City erano condannati a ridere. Proprio come voi.
Luca Bistolfi
*In copertina: Conrad Veidt in “L’uomo che ride”, 1928
L'articolo Condannati a ridere. Piccolo discorso intorno a dentature guaste e a
piccole iene proviene da Pangea.
In questi giorni, in questo periodo, su varie testate (anche su Pangea, qui) si
parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente,
diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies,
di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto
molto giusto.
Soprattutto la lente d’ingrandimento è puntata sulla Milano degli anni Novanta
(perché chi scrive di questo, compreso il sottoscritto, era adolescente
all’epoca) e la lamentela solitamente è legata a certi luoghi che non esistono
più, a locali come il Rolling Stones (da anni una palazzina) il Plastic (che
però ha chiuso quest’anno dopo anni di perdita d’identità) il Leoncavallo (anche
questo chiuso da poco, ma da quanto tempo era fuori dai radar musicali?) Le
Scimmie (ma chi ci andava davvero?) e proseguendo con negozi di dischi, sale
prove, locali ed altri locali e sempre ancora locali. Io, che come tutti in
quegli anni (ma a dire il vero più dal 2000 in poi) ho frequentato quei club,
quei posti di ritrovo, quei bar, quelle sale da ballo o da concerti oggi mi
sento sicuramente un po’ orfano (ma ho anche quarantacinque anni, come gli
altri, e ad un certo punto ha ancora un senso parlare di posti che frequentavo a
venti?) ma anche soddisfatto, forse, di averli vissuti e frequentati.
E oggi? Oggi Milano è cambiata totalmente. I locali e le sale da ballo tanto
amate dai giovani alternativi si sono trasformati in negozi, bar newyorkesi che
fanno ancora il caffè americano usando l’espresso allungato con l’acqua, palazzi
vertiginosi che sfidano nuvole e traffico aereo, spazi modaioli e offrono altre
realtà, altre possibilità, altri servizi per altri fruitori. Non solo agli
studenti stranieri e ai turisti ma anche a nuovi giovani, a ventenni che, nati
dopo il duemilaedieci, se ne fottono (giustamente) del Rolling Stones,
del Leoncavallo, del Govinda, della Stecca perché sono nati con altro (meglio o
peggio non importa, è solo il nostro parere di “vecchi”) e in quell’altro ci
sguazzano a colpi di Instagram, di social, di incontri gestiti in maniera
differente da come venivamo gestiti i nostri.
Ora mi domando; ma se i quarantenni/quarantacinquenni di oggi sono anche loro in
balia di Instagram, dei social, delle uscite notturne fino alle quattro del
mattino che cosa pretendono? Pure gli stessi locali di allora? Non si accorgono
di essere fuori tempo massimo? E allora, chi negli anni Novanta aveva più di
quarant’anni che cosa avrebbe dovuto rimpiangere? I night? Gli american bar? Il
festival del proletariato giovanile al Parco Lambro?
Chi ha detto che Milano era fatta solo di aggregazione dovuta a locali notturni
e centri sociali? Le gallerie, i palazzi, il rumore del tram, certi parchi (come
quello di Trenno) e qualche pizzeria sono ancora lì a testimoniare una città
bellissima (solo per i milanesi, sia chiaro) proprio perché anonima e anomala.
Milano cambia perché il tempo cambia, la società cambia. Punto. Non c’è altro. E
che sia meglio o peggio è qualche cosa di ingiudicabile. Certo, ci mancano
i Sonic Youth in questo o in quel posto ma è solo un nostro pallido e smorzato
ricordo. Milano è piena di locali dove si suona musica. Arci Bellezza,
Torchiera, Spazio Pontano, Teatro dell’arsenale, Auditorium San Fedele, e molto
altro ancora. Una città che dal punto di vista musicale, teatrale,
cinematografico è più viva che mai e forse anche più di allora. Certo, il
contesto attorno è cambiato e oggi ci sono meno case a ringhiera e più piste
ciclabili (ma un tempo non ci si lamentava che a Milano non c’erano le piste
ciclabili?) ma l’essenza è la stessa. Le sale prova aggregative come il Jungle
Sound (dove provavano Ritmo Tribale e Afterhours) sono scomparse ma è scomparsa
anche una scena (ed è giusto così, le scene evolvono e cambiano, le cose per
fortuna finiscono e Agnelli è finito a X-Factor) e ne sono riapparse altre.
Nessun allarme per la trap o scemate varie. Negli anni Novanta la maggior parte
delle persone ascoltava gli Ace of Base e i Backstreet Boys e, alla fine,
togliendo l’enfasi social, non è la stessa cosa che accade oggi? La differenza
con allora è l’algoritmo, che ha scardinato tutto facendoci vivere in un
infinito tempo presente dove tutto accade senza considerare che; quando tutto
accade alla fine non accade proprio niente.
Certo, nel mio nostalgico ricordo da bambino di una Milano sparita c’è lo zoo ai
giardini di Porta Venezia, il lunapark le Varesine e il primo Burghy. Oggi però,
se ancora ci fosse, io farei chiudere lo zoo, non andrei mai al lunapark e
sicuramente digiunerei piuttosto che concedermi un panino in un fast food. Le
cose cambiano, non restano le stesse. Così Milano ha perso un’identità che non
era di tutti ma solo di alcuni o di pochi. Era la nostra visione della
città(perché la maggior parte delle persone non andava al Teatro Smeraldo a
sentire Paolo Conte e nemmeno a sentire qualche concerto underground al Rainbow
Club, preferiva fare avanti e indietro tra Duomo e San Babila come fa ancora
oggi). Una visione elitaria e anche un po’ stronza perché era la “nostra” Milano
e non una Milano che aveva identità. Milano, purtroppo, l’identità non ce l’ha
mai avuta. Eccetto forse nel dopoguerra (guardate come è fotografata nel film
“Cronaca di un amore” di Rossellini).
Certo anche a me non piace questa versione ruspante di New York (la New York di
oggi chiaramente mica quella degli anni Ottanta) fatta di centri commerciali,
catene di ristoranti ovunque, locali costosissimi e continui week anche
piuttosto inutili. Ma non ci posso fare niente, l’unica cosa buona da fare è
vivere altrove (l’ho fatto e alla fine torno sempre qui, chissà perché…) oppure
cercare le tracce vere della Milano di ieri che ancora oggi è rimasta. E non
sono i locali, i centri sociali o la fiera di Sinigallia che bisogna andare a
stanare. Ma la città in sé, le vie e i vialoni rimasti come allora. Viale
Vincenzo Monti, Via Mac Mahon, le zone di Bande Nere, Primaticcio, Baggio. E poi
ancora Piazzale Buonarroti, viale Gran Sasso ecc… Milano sono strade, case,
portoni. Le città sono anche questo. Senza considerare quartieri che si sono
trasformati (in bene o in male giudicate voi) in zone arabe, peruviane, cinesi e
che offrono una Milano comunque differente da quella Milano che splende tanto
suoi giornali con i suoi alberi dentro grattacieli, i suoi vetri riflettenti o i
suoi dirompenti palazzi inaccessibili.
Le città saranno sempre fatte così e la stessa cosa vale per Parigi, New York,
Lisbona, Londra, Berlino. Sempre in continuo cambiamento asfaltando tutto quello
che c’era in favore di altro. Bello o brutto ha poca importanza. Quello è
importante solo per noi e purtroppo è troppo poco.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Lafrery, La Grande Città di Milano, 1573; Milano, Civica
Raccolta Achille Bertarelli
L'articolo Rassegnatevi, Milano un’identità non l’ha mai avuta. Siamo soltanto
diventati vecchi… proviene da Pangea.