Un numero crescente di concorrenti sempre più agguerriti puntano a ridurre la
loro dipendenza dalle GPU di Nvidia.
A prima vista, le cose per Nvidia non potrebbero andare meglio. Il colosso
statunitense delle GPU detiene oggi il 92% di questo specifico settore e una
quota pari al 70-75% del più complessivo mercato dei chip impiegati nell’ambito
AI. Nel 2025, la società fondata da Jensen Huang ha messo a segno ricavi per
circa 200 miliardi di dollari (oltre il doppio di quanto fatturato nell’anno
precedente), ha ottenuto guadagni per 32 miliardi nel corso di un unico
trimestre e può vantare al momento la maggiore capitalizzazione di mercato al
mondo (4.600 miliardi di dollari, contro i 3.900 della seconda classificata
Apple).
Un dominio quasi inevitabile, per l’azienda che con le sue GPU – processori nati
per l’elaborazione grafica dei videogiochi, ma che si sono dimostrati
estremamente efficienti per l’addestramento e l’utilizzo dei sistemi
d’intelligenza artificiale – ha reso possibile la rivoluzione del deep learning
ed è oggi praticamente l’unica azienda in grado di guadagnare dal complicato,
dal punto di vista economico, settore dell’AI generativa.
Il ruolo di Nvidia è talmente centrale che, lo scorso novembre, gli occhi di
tutti gli operatori finanziari erano puntati proprio sui suoi risultati
trimestrali, perché si temeva che una crescita anche solo leggermente inferiore
alle attese avrebbe fatto scoppiare la bolla dell’intelligenza artificiale
(pericolo per il momento scongiurato o almeno rinviato).
Basterà tutto ciò a mettere al riparo Nvidia da un numero crescente di
concorrenti sempre più agguerriti, che puntano a ridurre la loro dipendenza
dalle GPU di Jensen Huang, a produrre chip specializzati dalle prestazioni
ancora più elevate (in termini computazionali o di efficienza energetica) e a
consentire alla seconda superpotenza tecnologica – la Cina – di liberare tutte
le proprie potenzialità?
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