La piattaforma di crowdmapping denuncia un aumento senza precedenti di
richieste, che mette sotto pressione i server.
La folle corsa dell'AI sta portando aziende e sviluppatori del settore a fare di
tutto per riuscire a conquistare il mercato con un prodotto che sia davvero
degno di nota. E in questo gioco di potere non ci sono regole, nè limiti che
possano essere rispettati. Lo dimostra il caso di OpenStreetMap, una delle più
note piattaforme di crowdmapping al mondo, che di recente ha segnalato la
diffusione crescente di bot che cercano di effettuare lo scraping (selvaggio) di
dati dal sito.
“Il nostro ingegnere senior per la sicurezza, Grant Slater, sta assistendo a
livelli senza precedenti di bot che tentano di sottrarre dati dall'hashtag #OSM
- si legge in un post pubblicato dall'account LinkedIn della piattaforma, con
cui questa ha attirato l'attenzione dei giornalisti sul tema - A titolo di
confronto, negli ultimi anni ha visto 1 o pochi IP effettuare più di 10.000
richieste, ma questa settimana stiamo assistendo a più di 100.000 IP coordinati
per effettuare lo scraping, con ogni IP che effettua poche richieste. In
precedenza avrebbe bloccato temporaneamente 1 o 2 IP e sarebbe andato avanti.
Ora questo non è più possibile”.
“Tecnicamente abbiamo quasi tutto sotto controllo, ma non credo che questo
problema scomparirà senza una discussione più ampia. Una quantità enorme di
risorse (umane e materiali) viene spesa in progetti come il nostro per mantenere
online i nostri servizi, e non siamo soli: anche Wikipedia, Arch Linux, KDE,
Gnome e molti altri stanno difendendosi dallo tsunami”, scrive Grant Slater,
ingegnere senior di OSM, chiamando le piattaforme all’azione.
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Source - Pillole di Graffio
Segnalazioni su diritti digitali, software libero, open data, didattica, tecno-controllo, privacy, big data, AI, Machine learning...
Chiamato a testimoniare nell'ambito di una causa sui danni delle piattaforme a
una giovane utente, l'ad di Meta ha fatto di tutto per schivare le sue
responsabilità.
Nello specifico, la presenza di Zuckerberg doveva chiarire se le piattaforme del
colosso, come Facebook e Instagram, fossero state intenzionalmente progettate
per creare dipendenza, e per rispondere alle accuse secondo cui l'azienda
avrebbe deliberatamente adottato strategie per aumentare l'engagement di
adolescenti e pre-adolescenti, innescando negli utenti gravi problemi di salute
mentale.
L'udienza rappresenta uno dei passaggi chiave della causa intentata contro Meta,
YouTube, Snap e TikTok da una ventenne californiana, identificata in aula come
K.G.M. (anche se il suo avvocato si è spesso riferito a lei con il suo nome di
battesimo, Kaley), e da sua madre nel 2023. La tesi è che l'uso compulsivo delle
piattaforme social da parte della ragazza in età estremamente precoce le abbia
causato seri danni psicologici.
Mentre a novembre Meta e Google avevano provato senza successo a far archiviare
il caso, Snap e TikTok hanno poi raggiunto un accordo in via extragiudiziale,
lasciando alle altre società il compito di affrontare il primo di una nutrita
serie di processi sulla dipendenza da social media attualmente in corso a Los
Angeles. Queste cause – che nel gergo giuridico statunitense vengono definite
bellwether – sono state selezionate in quanto rappresentative di un gruppo molto
più ampio di azioni legali simili contro le stesse aziende. I querelanti, che in
totale sono circa 1.600, sostengono che i loro figli siano stati vittime di casi
di depressione, dismorfismo e suicidio.
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È successo il contrario, in un’azienda che l’aveva messa a disposizione dei
dipendenti senza obbligarli a usarla
Tra aprile e dicembre del 2025 due ricercatrici dell’università della California
Berkeley hanno condotto uno studio in un’azienda tecnologica californiana di
circa 200 dipendenti. Volevano valutare se e come la progressiva diffusione di
strumenti popolari basati sull’intelligenza artificiale generativa, come i
chatbot, avrebbe cambiato le abitudini di lavoro. Dai primi risultati, parte di
una ricerca ancora in corso, è emerso che usare l’AI aveva semplificato e
velocizzato molti compiti dei dipendenti, ma nel complesso aveva aumentato il
tempo che dedicavano al lavoro senza nemmeno accorgersene. E questo aveva avuto
ripercussioni sulle loro condizioni psicofisiche.
In sostanza, durante gli otto mesi di osservazione, le persone avevano lavorato
a un ritmo più veloce, avevano svolto da sole più compiti e avevano lavorato per
più ore, rispetto a prima dell’introduzione degli strumenti di intelligenza
artificiale. E lo avevano fatto senza che nessuno glielo avesse chiesto:
l’azienda non le aveva obbligate a usare l’AI, ma aveva fornito loro abbonamenti
aziendali a strumenti popolari disponibili in commercio e destinati ai clienti
individuali (B2C), come per esempio ChatGPT o Gemini.
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Il nuovo hobby di giocare con agenti AI intelligenti è affollato di entusiasti
sperimentatori. Una nuova strada che passa tra antichi problemi e porta verso
nuove incertezze.
Doveva succedere, prima o poi, ed è successo la settimana scorsa. Dopo ChatGPT,
è uscita una seconda killer application per le false IA. Senza preavviso, un
virtuoso utente di Github ha rilasciato i sorgenti di un agente IA molto ben
fatto, perfettamente funzionante, installabile e configurabile con estrema
semplicità. È Peter Steinberger, una persona di indubbio ingegno che dichiara di
essere un vibe coder estremo, e di pubblicare spesso codice poco leggibile e
generato tramite LLM senza controllarlo.
Cos'è esattamente Openclaw? E' un software per la creazione di agenti che si
installa e gira in locale sul computer dell'utente. Un agente Openclaw si
interfaccia con i servizi installati sul computer, ma è concepito principalmente
per utilizzare servizi in rete e nel cloud, tra cui necessariamente uno o più
LLM. Openclaw utilizza gli account personali dell'utente per i servizi con cui
l'agente deve interagire; questo implica che l'agente possieda le credenziali
dell'utente, tutte le password, tutti i token per essere in grado di utilizzare
i servizi e le varie API. Cosa mai potrebbe andare storto?
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Scrivere un agente non richiede sofisticatissime nozioni, nemmeno di IA; è un
argomento antico quasi quanto l'IA stessa, e in essa completamente separato dai
suoi altri settori fino a pochi anni or sono. Scrivere un agente come progetto
open source è un lavoro molto impegnativo per una sola persona, anche di
talento;
E qui nasce la domanda: perché l'ha fatto pubblicamente un bravissimo signor
nessuno, e non Sam Altman o Dario Amodei? Perché sono troppo seri? Allora perché
non l'hanno fatto Elon Musk o Satya Nadella? Altro a cui pensare? Allora perché
non Aravind Srinivas oppure Mustafa Suleyman? Troppo accademici? Insomma,
possibile che possa essere sfuggito ai grandissimi spacciatori di LLM di
cavalcare un successo assicurato, presentandolo come progetto aperto, o come
prodotto commerciale, o come qualsiasi cosa nel mezzo?
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Nella puntata 16 di EM interviste a Guarascio, autore del libro Imperialismo
digitale, Borghi sul Digital Omnibus e a un attivista del collettivo Bida.
Dario Guarascio presenta il suo nuovo libro Imperialismo digitale (Laterza),
un’analisi lucida del potere delle Big Tech e del nuovo intreccio tra finanza,
tecnologia e guerra. Un viaggio dentro il "complesso militare-digitale" che sta
ridefinendo gli equilibri globali tra Stati Uniti e Cina.
Intervista a Maurizio Borghi (29:20), codirettore del "Centro Nexa su Internet e
Società", sul Digital Omnibus e sui rischi di una nuova "austerity dei diritti
digitali" in Europa. Un confronto critico sulle modifiche al GDPR, tra
competitività, IA e tutela dei diritti fondamentali.
Intervista ad un attivista del collettivo Bida (53:19), realtà che da oltre
dieci anni costruisce infrastrutture digitali autonome come alternativa concreta
alle piattaforme delle Big Tech. Parliamo di autogestione tecnologica,
mutualismo e pratiche di liberazione digitale, tra server cifrati, Mastodon,
Matrix e PeerTube.
Ascolta sul sito di Radio Onda Rossa
Durante una recente audizione al Senato degli Stati Uniti, Waymo ha ammesso che
i suoi robotaxi non sono così autonomi come la retorica aziendale lascia
intendere.
Mauricio Peña, responsabile della sicurezza dell’azienda controllata da
Alphabet, ha confermato che quando i veicoli incontrano situazioni insolite, il
controllo viene trasferito a conducenti remoti. Molti di questi operatori non
lavorano negli Stati Uniti, ma dalle Filippine e da altri paesi.
L’ammissione smonta la narrazione dell’autonomia completa e riporta al centro
una realtà scomoda: dietro i sistemi di intelligenza artificiale presentati come
rivoluzionari c’è ancora una certa dipendenza dal lavoro umano, spesso
sottopagato e delocalizzato.
La testimonianza di Waymo non è un caso isolato ma l’ennesima conferma di un
pattern industriale consolidato. L’IA si regge su una struttura ibrida in cui
l’intervento umano rimane indispensabile, pur restando invisibile agli utenti
finali. E il modello economico è sempre lo stesso: esternalizzare la
supervisione verso paesi dove il costo del lavoro è inferiore, mantenendo però
intatta la narrazione di un sistema “completamente automatizzato”.
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Zoe Hitzig, ricercatrice che ha lavorato negli ultimi due anni in OpenAI, ha
rassegnato le dimissioni nello stesso giorno in cui l'azienda ha iniziato a
testare gli annunci pubblicitari all'interno del chatbot. La decisione è stata
spiegata in un editoriale ospitato dal New York Times, in cui Hitzig collega
direttamente il lancio della pubblicità in ChatGPT a un cambio di rotta che, a
suo giudizio, allontana OpenAI dalle domande di sicurezza ed etica per cui aveva
scelto di unirsi all'azienda.
Al centro delle critiche di Hitzig non c'è la pubblicità in sé, che la
ricercatrice non definisce intrinsecamente immorale, ma la combinazione tra
annunci e natura dei dati raccolti da ChatGPT. Nel suo intervento, descrive le
interazioni con il chatbot come un "archivio di candore umano" senza precedenti,
costruito a partire da conversazioni in cui gli utenti condividono timori
medici, problemi di coppia, fragilità psicologiche e convinzioni religiose,
spesso nella convinzione di dialogare con uno strumento neutrale e privo di
interessi propri. Il timore è che un sistema di annunci inserito in questo
contesto possa evolvere verso forme di targeting profondamente personali,
difficili da comprendere e da controllare sia per gli utenti sia per i
regolatori.
Secondo Hitzig, la fase iniziale dei test potrebbe rispettare linee guida
relativamente prudenti, ma il problema emergerebbe nel lungo periodo, man mano
che si consolida il modello di business basato sulla pubblicità. La ricercatrice
richiama esplicitamente la traiettoria dei grandi social network, e in
particolare di Facebook, dove gli impegni iniziali sulla tutela della privacy
sarebbero stati progressivamente erosi dalla pressione di un motore economico
centrato su engagement, profilazione e microtargeting. Nel caso di ChatGPT, la
combinazione tra dati conversazionali intimi e ottimizzazione algoritmica degli
annunci potrebbe creare incentivi a spingere contenuti capaci di influenzare
decisioni sensibili, dagli acquisti alla salute, fino alle opinioni politiche,
sfruttando contesti emotivi particolarmente vulnerabili.
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Fonte originale New York Times qui
Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale ha inviato centinaia di richieste alle
principali piattaforme online, tra le quali anche Reddit e Discord, per
conoscere i dati identificativi degli account ostili alle attività dell’ICE.
Secondo il New York Times, le società coinvolte, tra cui Google, Meta
(proprietaria di Instagram, Threads e Facebook), Reddit e Discord, avrebbero
ricevuto mandati amministrativi con cui il governo chiedeva nomi, email, numeri
di telefono e altri dati utili a scoprire i titolari degli account che nelle
scorse settimane si sono esposti nel criticare le attività di quella che molti
definiscono la milizia anti-immigrati di Trump. Fonti governative e dipendenti
delle aziende, citati dal quotidiano statunitense, riferiscono che alcune
richieste sarebbero state soddisfatte, benché le piattaforme non siano obbligate
per legge a consegnare tali informazioni.
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Con Kenobit per imparare come e perché sperimentare il fediverso; nuove evidenze
della tossicità dei social media commerciali; il ransomware alla Sapienza e il
blocco dei siti delle olimpiadi sono davvero entrambi frutto di un attacco
russo?
Iniziamo la puntata con l'intervista a Kenobit che non siamo riusciti a fare la
settimana scorsa: parliamo del suo libro Assalto alle piattaforme e facciamo una
panoramica del fediverso.
I social media danno dipendenza "by design": è quello che mostrano sia dei
documenti pubblicati da Tech Oversight , basati su inchieste giudiziarie negli
Usa; sia il recente pronunciamento della commissione europea su Tiktok, che
viene considerato non conforme al Digital Service Act perché i meccanismi che
sono alla base (e che stanno alla base di tutti i social) creano dipendenza.
Gli hackers filorussi sono intorno a noi? Commentiamo le recenti notizie del
ransomware che ha bloccato i servizi dell'Università Sapienza di Roma, insieme a
quelle degli altri attacchi che riguardano siti internet connessi alle olimpiadi
invernali, cercando di confrontare gli articoli usciti sui giornali con le
evidenze a nostra disposizione.
Dopo aver abbandonato Meet, Zoom e Teams è ora il turno di Microsoft Office.
LaSuite, la piattaforma collaborativa ufficiale dello Stato francese sviluppata
da DINUM come alternativa strutturale alle suite Office commerciali nella
Pubblica Amministrazione. Il Paese d'Oltralpe mette al bando le soluzioni
sviluppate da fornitori statunitensi.
Strumenti come Microsoft Office e Microsoft 365 sono diventati nel tempo lo
standard di fatto per la redazione dei documenti, la gestione dei file, la
comunicazione e il lavoro collaborativo. Tuttavia, l’adozione diffusa di queste
soluzioni ha sollevato interrogativi crescenti in materia di sovranità digitale,
controllo dei dati pubblici, dipendenza da fornitori extra-europei e
sostenibilità dei costi nel lungo periodo. È in questo contesto che nasce
LaSuite, piattaforma collaborativa ufficiale dello Stato francese: un ambiente
di lavoro digitale integrato che sostituisce l’uso delle suite Office
commerciali all’interno della Pubblica Amministrazione, offrendo al personale
pubblico strumenti equivalenti per scrittura, collaborazione, gestione
documentale, comunicazione e riunioni online, ma basati su software open source,
dati ospitati in Francia e una governance interamente pubblica.
La domanda è: Perché non usare strumenti liberi esistenti?
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