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“Fu l’uomo più folle mai esistito”. Vite selvagge (e fittizie) di trovatori erranti
Le uniche liriche rimasteci dei trovatori sono custodite in codici del XIII secolo, dunque redatti, in certi casi, almeno un secolo dopo la composizione effettiva dei versi. Siamo quindi già in un processo di costruzione del canone trobadorico e di organizzazione cosciente del suo materiale: infatti, in questi codici i testi non solo risultano divisi per autore, ma addirittura provvisti di note biografiche introduttive e brevi commenti al testo. I primi si chiamano vidas, i secondi razos. Data l’estrema povertà di informazioni di prima mano che sono arrivate sino a noi, su questi primi protagonisti della poesia europea, sia le vidas che le razos dovrebbero essere materiali preziosissimi per qualsiasi studioso – invece non è così, almeno nella maggior parte dei casi. Come mai? È presto detto: esattamente come oggi abbiamo poche informazioni su questi trovatori, la stessa cosa valeva anche nel XIII secolo. La loro provenienza sociale era varia, e questo non rendeva semplice reperire informazioni: potevano essere stati tanto nobili potenti e in vista, quanto dei giramondo senza il becco di un quattrino. I loro nomi erano famosi, sì, esattamente come le loro poesie, ma non per questo la loro biografia era di pubblico dominio. Tutto questo, però, non fu avvertito come un grosso ostacolo, al tempo.  La filologia, dopo la fine della classicità, non aveva ancora riedificato la sua casa di accuratezza e rigore. Questo, ovviamente, lasciava spazio a più di una licenza creativa: gli autori di queste antologie, invece che ricercare chissà quale fonte, scrivono queste vidas integrando le poche informazioni in loro possesso con congetture estrapolate dalle poesie e con voci popolari di più che dubbia fondatezza. Tutto questo porta a dei risultati, in certi casi, estremamente felici: delle vere e proprie perle narrative che per lungo tempo hanno stuzzicato la fantasia dei lettori, ma che oggi rischiano di rimanere incastrati nell’ intricato labirinto degli studi accademici. Si prenda, come primo esempio, la celebre Vida di Jaufré Rudel, uno dei primi trovatori di cui si abbiano tracce. Di lui ci sono rimaste solo sei canzoni, in cui il poeta introduce per la prima volta il fortunato tema dell’amor de lonh – amore lontano. La sua vida così recita [traduzione mia]: > “Jaufré Rudel di Blaia fu un uomo molto nobile, e fu principe di Blaia. E > s’innamorò della contessa di Tripoli senza averla mai vista, per il bene che > ne sentì dire dai pellegrini che venivano da Antiochia. E fece su di lei molti > versi, con parole semplici. E per volontà di vederla, si fece crociato e si > mise in mare, e prese una malattia in nave, così fu condotto in un rifugio a > Tripoli come fosse morto. E ciò fu fatto sapere alla contessa, così che ella > venne da lui, al suo capezzale, e lo prese tra le sue braccia. Lui capì che > era la contessa, e immediatamente si ridestò dei suoi sensi, e lodò Dio, che > lo aveva tenuto in vita finché non l’aveva vista; e subito dopo morì tra le > sue braccia. Ella lo fece seppellire con grandi onori nella casa del Tempio; e > dopo quel giorno ella si fece monaca, per il dolore che sentì a causa della > morte di lui.” Questo testo, più che soddisfare i criteri di una biografia, pare invece strizzare l’occhio alla fiaba: è breve, con uno stile semplice colmo di periodi paratattici; ha pochi personaggi delineati con poche caratteristiche approssimative; si svolge in un tempo indefinito, e in luoghi che sì, sono specificati, ma che hanno l’unica funzione di esaltare il tema della lontananza fisica. Questo, in effetti, è l’unico aspetto su cui si concentra l’attenzione del biografo; d’altronde, la sua preoccupazione principale non è quella di restituire al lettore un quadro storico-culturale attendibile, piuttosto di dare un senso immediato a versi come questi [traduzione mia]: > “Nessun uomo si meravigli di me > se io amo chi non mi vedrà mai, > che il cuore gioia di altro amore non ha, > se non di colei che io ancora non ho visto, > né per altra gioia altrettanto si allieta, > e non so qual bene me ne verrà.” È dunque un’opera di consapevole frode, quella dell’autore della Vida? Assolutamente no; piuttosto, è un atto di fede incrollabile nei confronti delle parole del poeta. Qui non si mette in dubbio la verità dell’esperienza cantata, e senza indugio la si propone anche sul piano del reale. Il confine tra realtà e finzione, dunque, si fa estremamente labile. Da questo punto di vista, la vida di Peire Vidal è esemplare [traduzione mia]: > “Peire Vidal fu di Tolosa. Era figlio di un pellicciaio. E cantava meglio di > ogni uomo al mondo. E fu l’uomo più folle mai esistito; poiché credeva che > fosse vero tutto ciò che a lui piaceva o che lui voleva. E gli riusciva di > poetare più facilmente che a null’altro uomo al mondo, e fu colui che fece le > canzoni più ricche e che disse le più grandi follie di armi e d’amore, e del > dir mare di altrui.  Fu vero che un cavaliere di San Gil gli tagliò la lingua, > per il fatto che lui dava a intendere di essere l’amante di sua moglie. E Ugo > di Baux lo fece guarire e medicare. Quando fu guarito, egli se ne andò oltre > mare. Lì si innamorò di una greca, che gli fu data in moglie a Cipro. Gli fu > dato a intendere che ella era la nipote dell’imperatore di Costantinopoli e > che tramite lei avrebbe dovuto avere l’impero di diritto. Così egli mise tutto > quel poco che guadagnava nel fare una piccola flotta, con cui egli credeva di > andare a conquistare Costantinopoli. E portava le insegne imperiali e faceva > chiamare sé imperatore e la moglie imperatrice. E corteggiava tutte le belle > donne che vedeva e a tutte chiedeva amore; e tutte gli dicevano di fare e di > dire quello che volesse. Così lui credeva di essere l’amante di tutte e che > ciascuna di loro morisse d’amore per lui. E tutto il tempo viaggiava con > ricchi destrieri e portava armi sfarzose e la sedia imperiale. E credeva di > essere il miglior cavaliere al mondo e il più grande amante delle donne.” Questo testo assai pittoresco ha come unico fondamento l’atteggiamento insolente e spaccone che Vidal tiene in molte sue liriche, nonché la sua fama – rimasta ben in vita – di personaggio stravagante, ironico e sbruffone [traduzione mia]: > “Cento cavalieri ho preso tutto da solo > e ho tenuto tutte le loro armi; > cento donne ho fatto piangere > e altre cento ridere e giocare” Peire Vidal è il classico personaggio che non può che attirare su di sé aneddoti pittoreschi e vicende curiose. Addirittura, nella vida diventa un pazzo che crede veramente a tutto ciò che immagina e desidera: in lui, esattamente come nel suo biografo – sarà per affinità che riesce a cogliere la natura della sua follia –, i confini tra realtà e miraggio sono labili. Si nota un punto in comune, con la precedente vida di Jaufré Rudel: in entrambi i casi, il trovatore pare per “oltre mare”, verso Oriente. Ciò conferma la natura fiabesca latente in queste narrazioni: le lontane terre orientali, coi loro misteri, con la magia che le pervade, diventa la sede naturale di storie così sopra le righe, sia che abbiano risvolto tragico (Rudel) che comico (Vidal). Nella loro tipizzazione come sede naturale della stravaganza, dunque, rispondono più a esigenze letterario-evocative, che alla curiosità dello studioso. Alle stesse esigenze, per quanto non vi siano ambientazioni orientali, pare rispondere anche la vida di Guillem de Cabestanh [traduzione mia]: > “Guillem de Cabestanh era un cavaliere del territorio del Roussillon, al > confine con la Catalogna e con Narbona. Egli fu molto giusto e prestante nelle > armi, nel servire e nelle cose di corte. Nella sua terra abitava una donna che > si chiamava madonna Sermonda, moglie di Raimondo del castello di Roussillon, > il quale era molto ricco, nobile, malvagio, rude e orgoglioso. E Guillem di > Cabestanh l’amava, la donna, con vero amore, e cantava di lei e componeva le > sue canzoni pensando a lei. E la donna, che era giovane, gentile, bella e > passionale, gli voleva un bene maggiore che al resto del mondo. Ciò fu > riferito a Raimondo del castello di Roussillon, e lui, da quanto era adirato e > geloso, si mise a investigare, e seppe che era vero, e fece controllare > insistentemente sua moglie. E venne un giorno che Raimondo del castello di > Roussillon trovò Guillem a passeggiare senza troppa compagnia, e lo uccise e > gli trasse il cuore dal corpo; lo fece portare alla sua dimora da uno > scudiero; lo fece arrostire e preparare con una salsa al pepe, e lo fece > servire da mangiare alla moglie. E quando la donna lo ebbe mangiato, il cuore > di Guillem de Cabestanh, allora Raimondo le disse ciò che aveva fatto. Ed > ella, quando lo udì, perse i suoi sensi. Quando ella rinvenne, disse: > «Signore, mi avete ben dato un pasto così buono che non mangerò mai più > altro». Quando lui udì ciò che disse, corse verso la sua spada, perché voleva > colpirla sulla testa; ma lei andò verso il balcone e si fece cader giù, e fu > morta.” Ora, di Guillem de Cabestanh non ci è rimasto molto: oltre a questa e altre vidas simili, solamente otto liriche e nessuna effettiva notizia biografica. Inoltre, le canzoni a noi arrivate non concedono appigli concreti o riferimenti che giustifichino una tale invenzione narrativa. L’unica cosa che sappiamo è che il tema del cuore mangiato aveva avuto una grande fortuna nel Medioevo, ma anche e soprattutto in virtù di questo testo – che ispirò pure una novella di Boccaccio.Sicuramente, come nei casi precedenti, una visione più ampia sulla produzione del trovatore porterebbe a giustificare il suo accostamento a una storia tanto affascinante quanto cruda; in mancanza di questo, però, può essere bello dismettere per un attimo i panni del filologo: credere, insieme all’autore, che la storia sia stata narrata così, poiché è accaduta esattamente così; che questi esempi di amore puro e di pura violenza siano veri, perché descrittori di moti realmente esistenti nell’animo umano – da una parte la sua capacità di provare sentimenti disinteressati verso il prossimo, da l’altra la più animalesca pulsione dell’egoismo. Che male potrà mai esserci, a concedersi un po’ della follia di Peire Vidal? Nicolò Bindi L'articolo “Fu l’uomo più folle mai esistito”. Vite selvagge (e fittizie) di trovatori erranti proviene da Pangea.
March 16, 2026 / Pangea