Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte
del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù,
stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e
il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io
mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A
coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non
perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse
loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito
nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche
Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi
disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano
e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose
Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai
creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati
scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è
il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
(Gv 20,19-31)
Tommaso fissato a simbolo eterno dell’incredulità. Tommaso patrono di coloro che
non credono fino a quando non toccano. Tommaso il discepolo mancante (perché non
era con i Dodici quando il Risorto decise di farsi presente la prima volta?)
Tommaso è il discepolo che Gesù non ha aspettato. Tommaso il discepolo che sfida
gli amici con una frase perentoria “se non vedo non credo”. Tommaso dietro cui
ci facciamo scudo quando facciamo fatica a credere, quando ci sembra poco
credibile la resurrezione. Tommaso e la sua pretesa di sprofondare nel segno dei
chiodi. Tommaso che la mano, alla fine, non la affonda nel costato di Cristo.
Tommaso che crolla ai piedi del Maestro. Tommaso e la sua fede.
Avvicinarsi alla figura evangelica di Tommaso è sempre una sfida, ognuno legge
un frammento diverso, qualcuno proietta una propria debolezza, altri ne traggono
provocazioni o rassicurazioni ma Tommaso sfugge sempre. È vero, è la grammatica
del Vangelo, colui che non si lascia addomesticare dall’uomo è innanzitutto Gesù
di Nazareth, eppure Tommaso stupisce sempre, ci mettiamo al suo fianco, spesso
ci mettiamo al suo posto e sempre le interpretazioni divergono
molto. L’impressione è che confrontarsi con il discepolo che per tanto tempo è
stato paladino dell’incredulità, una sorta di antesignano del positivismo, non
sia altro che un gioco di specchi, un labirinto. Si cammina sospesi tra la
simpatia provata per l’uomo che grida la sua fatica di credere nelle apparizione
del Risorto e l’ammirazione per quello stesso uomo che, dopo poco, frana ai
piedi del Risorto. Approcciare Tommaso è accettare che il suo volto si
moltiplichi, è non fermare le innumerevoli interpretazioni, è sovrapporre il suo
volto al nostro, è perdersi, ritrovarsi, tornare a perdersi. È cercare le
ferite, ritirare la mano, tornare a elemosinare di poter affondare il nostro
dito nel Suo costato. La fede di Tommaso è la nostra fede, è il tentativo di
liberarci dal nostro io incredulo per naufragare finalmente nella sicurezza del
credente. Tommaso lo sentiamo comunque vicino. Sempre. Tommaso parla, e la sua
storia si moltiplica, all’infinito.
*
TOMMASO, TUTTO DOVREBBE ESSERE DIVERSO.
> “Non solo dunque incredulità, ma anche ostinazione a non credere. Dov’era
> Tommaso in quei giorni? per dove ha girato in quel tempo di passione,
> l’incredulo, il più smarrito forse, colui che più di tutti potrebbe
> rassomigliarci. Perché questo è il problema: se noi davvero crediamo che
> Cristo sia risuscitato da morte. Pur andando in chiesa, chissà se tu ed io ci
> crediamo davvero che Cristo è risorto. Perché se si crede a questo, tutto
> dovrebbe essere diverso, il modo di pensare, di agire, soprattutto il modo di
> morire”.
>
> (David Maria Turoldo, Tempo dello Spirito, Gribaudi, 1966)
Il Tommaso di Turoldo assomiglia a Turoldo. È ostinato, friulano e concreto. Si
può essere ostinati a non credere ma anche a credere, è un modo come un altro,
molto contadino, di affrontare la vita. Il Tommaso di Turoldo non c’era quel
giorno, l’assenza però non denota una mancanza ma una scelta. Era l’incredulo,
nobile postura, che ha fatto suo il tempo di una personalissima Passione.
Turoldo non ha mai manifestato troppa tenerezza verso una fede borghese da
cristiano della domenica, il suo Tommaso infatti è l’emblema di un altro modo di
credere. Perso per scelta, non si rinchiude per paura dietro alle porte chiuse
di una sacrestia, la sua assenza è denuncia, il suo smarrimento un
merito. Turoldo, si capisce, spera di somigliargli. Poi il poeta sembra prendere
il discepolo per il bavero, sembra portarlo a forza tra i suoi, in chiesa, e
solo lì lo interroga: ma se crediamo alla resurrezione non deve essere tutto
diverso? Non deve essere diverso il pensare, l’agire, il credere? Non dovrebbe
essere tutto diverso? Anche il morire. E allora perché non lo è? Turoldo sembra
interrogare Tommaso, il Tommaso che si porta dentro. Il Tommaso orgoglioso e
ostinato, il poeta figlio di contadini, il discepolo con le mani enormi,
possenti. Il poeta dalla voce profonda chiede a Tommaso perché lui non vede
ancora i segni della fede con chiarezza. Perché è così difficile vivere e morire
da cristiani? Perché sembra tutto ancora uguale a prima della Sua resurrezione?
Nel Tommaso di Turoldo ci specchiamo fino a quando il discepolo non decide di
pronunciare quelle parole di sangue e di miele: “mio Signore e mio Dio”. Quel
“mio” è una cesura, in quel momento il discepolo non è più nostro, è solo Suo,
ed è un mistero insondabile quel legame di vitale appartenenza. Turoldo uomo di
fede e di poesia lo sa, lo sa bene. Forse solo il drago che ne minerà la salute
lo porterà a pronunciare la definitiva professione di fede. Ma non lo sappiamo,
il Tommaso di Turoldo resta solo suo. Anche Turoldo ora, resta solo Suo. A noi
di contemplare l’ostinazione che, nel frate, diventa un valore. Una
caratteristica divina. Dio, l’ostinato. Sperando di diventare anche noi solo
suoi.
San Tommaso secondo Simone Martini
*
TOMMASO, CEDILO QUESTO TUO IO!
> “Ti devo sopraffare. Non ti posso risparmiare di pretendere da te la cosa più
> cara che hai, la tua malinconia. Dàlla via, anche se ti costa l’anima e il tuo
> io crede di morire. Butta via questi idoli, il freddo grumo di pietra nel tuo
> petto, e io ti darò al suo posto un cuore nuovo di carne, che batterà secondo
> il polso del mio. Cedilo questo tuo io, che vive del fatto di non potere
> vivere, che è malato perché non può morire: lascialo perdere, così comincerai
> finalmente a vivere”.
>
> (H.U. Von Balthasar, Il cuore del mondo, 1994; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 14, Queriniana, 2009)
Il Tommaso di Von Balthasar è travolto da Dio, si lascia sopraffare dal Risorto.
Immagine potente, da mistico. Il Tommaso di Von Balthasar è un pensatore che non
può più pensare, un teologo che non può più teorizzare, un filosofo che non può
più dedurre, è un uomo che si lascia travolgere, che si abbandona. Per qualcuno
è davvero difficile lasciarsi andare, abbandonarsi, consegnarsi. È l’approdo di
una vita di fede, di una lotta: la resa. Il Tommaso di Von Balthasar è vittima
consegnata al predatore, il Dio avvoltoio si scaglia sul tesoro conservato nel
romantico cuore del teologo: ne preda la malinconia, la parte più preziosa. Un
buon allenamento avrebbe permesso di cibarsi di nobile tristezza fino al giorno
della morte, su quel sentimento si sarebbe potuto costruire una buona e nobile
antropologia. La malinconia è probabilmente moneta più facile da scambiare al
banco degli intellettuali, sicuramente molto più accettata della speranza, così
infantile e ingenua.
Il Tommaso di Von Balthasar è affezionato al suo cuore di pietra, in esso trova
scolpite le regole da seguire, e poi è resistente, impermeabile all’amore. Il
cuore di carne invece è troppo vivo, è animale, non si può addomesticare, per
questo fa paura. Il cuore di carne è pericoloso, batterà secondo il polso
dell’Eterno, sarà per Tommaso come vivere con un cuore straniero. Il Tommaso di
Von Balthasar è spietato, perfetta la diagnosi della tentazione, il tuo cuore di
pietra “vive del fatto di non poter vivere”, è il Tommaso che spera che tutto
rimanga sotto l’ombra della morte, che la pietra rimanga a sigillare il
sepolcro, è l’uomo che ha paura di vivere perché vivere è perdersi, innamorarsi,
soffrire, sbagliare. Vivere è volgare. Morire è perfetto. Il Tommaso di Von
Balthasar non è semplicemente un incredulo convertito, è malato, “malato perché
non può morire”. E forse non lo vuole. Comprende che togliere la pietra dal
sepolcro è condannare il mondo intero ad essere un cimitero. È obbligare ogni
uomo a morire. Senza morte non si dà esperienza di Dio. Il Tommaso di Von
Balthasar ha paura della morte, ma sa bene che è l’unico pertugio per accedere
alla consapevolezza dell’Eterno.
*
TOMMASO, RESITENZE RAGIONEVOLI
> “Il Signore mostra di non offendersi dell’incredulità di Tommaso, ma ne fa
> anzi un argomento per la nostra fede. Non è vero che al Signore dispiacciono
> certe nostre resistenze. Quando sono resistenze ragionevoli. (…) È vero che
> egli si è mostrato contegnoso e renitente, e che prima di gridare: «Signore
> mio e Dio mio», ha voluto essere sicuro della piccola garanzia che offrono i
> sensi, ma, adesso, il Signore sa che può contare su di lui più che sugli
> altri, che quel grido è un credo che verrà continuato anche davanti al
> martirio. Tipi come Tommaso ci mettono un po’ ad inginocchiarsi, ma, quando si
> inginocchiano, si inginocchiano veramente, quando amano, amano veramente.
> Quando Tommaso si offre, è un uomo che si offre. E se offre a Cristo il
> proprio cuore, è un cuore d’uomo che si offre. E se china la sua testa davanti
> a lui, è una testa d’uomo che si china. Così comincia l’adorazione «in spirito
> e verità»”.
>
> (Primo Mazzolari, La parola che non passa, 1984; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Il Tommaso di don Primo Mazzolari ha fatto la resistenza. Una resistenza che,
agli occhi del prete scrittore, non può che essere ragionevole. Il Tommaso di
don Mazzolari si relaziona con un Dio che apprezza le persone di carattere. Il
suo Signore ama i figli che non si abbandonano a facili sentimentalismi, che non
credono perché devono credere, che si oppongono al potere, che mettono al primo
posto la libertà. Il Dio del Tommaso di don Primo assomiglia molto a don Primo.
Il Tommaso di Mazzolari è un uomo che è cambiato radicalmente e, proprio in
virtù di quella faticosa e cristallina conversione, è diventato il discepolo più
affidabile. Il Tommaso Mazzolariano è l’alleato perfetto per tentare di
convertire i rudi contadini della Bassa. È il modello che potrebbe tramutare la
condizione di una prima chiusura al mistero in santità. Il suo Tommaso rassicura
le mogli inginocchiate in Chiesa avvolte dai veli: i vostri figli e i vostri
mariti, increduli, possono diventare addirittura tra i più affidabili discepoli
del Cristo. Il Tommaso di Mazzolari è simbolo dell’uomo vero, onesto, coerente.
In lui nessuna ombra di doppiezza, una volta che ha deciso di fidarsi non si
tirerà indietro, mai. Il Tommaso di Mazzolari è un uomo compiuto. Il Tommaso di
don Primo racconta il bisogno di partorire al mondo il profilo di un credente
coerente e maturo. Nel Tommaso di Mazzolari si legge la speranza per un Chiesa
diversa finalmente battezzata in spirito e verità.
Matthias Stom, Incredulità di Tommaso, tra il 1630 e il 1640
*
TOMMASO SORPRESO E INQUIETO
> “La qualità spirituale di quelle porte chiuse è illustrata con molta efficacia
> dall’undicesimo discepolo, che la prima volta non c’era. Incontrando i
> compagni, li trovò così aperti e loquaci da esserne sorpreso, e anche
> inquietato”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Nel Tommaso di Giuseppe Angelini ci sembra di ritrovare tutte le persone che
rischiano di smarrirsi per eccesso di fede, altrui. Il suo Tommaso incontra i
compagni ma trova in loro troppa apertura, troppe parole, troppa speranza,
troppa facile felicità. Come quando siamo appesantiti da un lutto e ci sentiamo
quasi in colpa perché chi va in chiesa, proprio perché Cristo è risorto, non
dovrebbe più soffrire, dovrebbe credere. Ci sentiamo vicino a questo Tommaso,
siamo con lui, con il suo essere fuori tempo e fuori posto, con il suo ritardo
ma, soprattutto, siamo al suo fianco nella critica che rivolge a certe
testimonianze cristiane che non hanno imparato la pedagogia paziente del
Maestro, che non sanno rispettare i tempi della conversione, che non sanno
tacere. Il Tommaso di Angelini è smarrito davanti all’apertura e alla loquacità
di chi sembra aver dimenticato il dramma del Calvario. Sembra quasi che sia
l’eccesso d’entusiasmo dei discepoli a spingere Tommaso a chiedere di ritornare
alle ferite. Il Tommaso di Angelini è travolto da una testimonianza che non solo
sorprende ma arriva ad inquietare. È una descrizione forte questa. La sento come
una critica verso tutte quelle manifestazioni di fede che smarginano in
sicurezze troppo esibite, in felicità che non prevedono ombra, in dogmi che
annientano dubbi. Il Tommaso di Angelini sembra voler mettere in guardia i
convertiti, le persone travolte da eccesso di fervore, una testimonianza che
brucia i tempi, che non si mette in umile ascolto dei tempi dei fratelli rischia
di diventare dannosa. Più ancora, una testimonianza anche sincera non può
convincere, può solo accompagnare fino alla soglia. E sulla soglia ritirarsi, e
immergersi nel silenzio, e lasciare al fratello di poter fare esperienza
personale del Vivente.
*
TOMMASO VOLER NON VEDERE
> “C’è un’espressione Zen molto nota che dice: «Se incontri Budda, uccidilo» (…)
> Dobbiamo essere infintamente grati a Tommaso, cui Gesù non ha fatto un favore.
> Lo ha lasciato lì in mezzo al guado, e del resto non poteva far altro:
> l’ultimo tratto Tommaso doveva farlo da solo, come ognuno di noi. Ma, grazie a
> lui, Gesù ci trasmette a parole l’insegnamento che comunica direttamente con
> l’insegnamento buddista. Leggiamolo come è scritto nel testo greco: «Beati
> coloro che non (mi) vedono e sono credenti». La beatitudine consiste nel non
> vedere Gesù e, proprio perché non è visto, credere. Proprio perché non vedo
> Cristo, l’oggetto Cristo, Cristo è vivo in me; proprio perché Budda non lo
> incontro, sono vivo in Budda. Eppure noi, stolti come Tommaso, vogliamo vedere
> Cristo, vogliamo incontrate Budda, e pensiamo che allora e solo allora la
> nostra fede sarà completa: rischiamo di fare della fede un giocattolo che
> prima o poi, per forza, dovremo rompere”.
>
> (Jiso Forzani, Il Vangelo secondo Giovanni e lo zen, Edizioni Dehoniane, 2001)
Il Tommaso di Jiso Forzani è Zen. Se incontri Budda uccidilo, anche di Cristo
occorre privarsi, del “Cristo oggetto”, anche lui occorre uccidere. Nel Tommaso
di Forzani non c’è spazio per il discepolo incredulo, per lui Tommaso è l’uomo
di una nuova beatitudine, quella di non aver visto Gesù. Si può credere solo in
ciò che non si può vedere, sembra questo il messaggio incarnato nell’esperienza
di Tommaso. O comunque nell’esperienza di un cristianesimo che tenta un dialogo
fecondo con dottrine orientali. Se non vedo Cristo, Cristo è vivo in me. Tommaso
diventa così il difensore di una fede che non cerca di impossessarsi di un
concetto, di una immagine, di una teoria, il Cristo di Forzani sembra non
esistere se non nell’esperienza del discepolo, siamo noi Tommaso e Cristo non
esiste se non nelle nostre carni, siamo ostensori, corpi che rendono visibile
l’invisibile. Il Tommaso di Forzani chiama stolto il Tommaso che vuole vedere
Cristo, che vuole toccare le sue ferite, e noi con lui, quando stoltamente
facciamo di Cristo un giocattolo. Eppure le ferite rimangono, nel Risorto, sono
lì, ben visibili, come a rimandarci ad un sepolcro oggettivamente vuoto, forse a
ricordarci che Cristo non vive solo nell’illuminazione spirituale dei
discepoli.
*
TOMMASO, LE RAGIONI PER CREDERE
> “Sì, beati noi, che possiamo dire con Tommaso, divenuto credente «Mio Signore
> e mio Dio!». Infatti se crediamo che Cristo è vivo non è solo perché altri
> testimoni veritieri hanno visto; qualunque sia la necessità della loro
> testimonianza, essa è conseguenza di un riconoscimento personale del Signore
> risorto; conseguenza di un atto che trascende ogni prova, ogni logica. Cessare
> di essere increduli per diventare credenti? Un cammino difficile, certo, ma
> non la conclusione necessaria di una «prova». Abbiamo ragioni per credere,
> ognuno può elencare le sue. Ma alla fine dobbiamo riconoscere che nessuna di
> queste è «la» ragione della nostra fede”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, Edizioni
> Paoline, 1993)
Il Tommaso di Robert Gantoy e Romain Swaeles è l’uomo che non si accontenta di
credere perché altri hanno creduto, perché altri glielo hanno testimoniato. Per
anni questo aiuta, si individuano testimoni credibili, maestri da emulare, ci si
fida e affida al pensiero di saggi, santi, sapienti, testimoni. Poi, un giorno,
non basta più. Neppure immergersi in libri, in spiegazioni, in trattati, perché
credere non è “la conclusione necessaria di una prova”. Non ci sarà mai la prova
definitiva, non per noi, non per i testimoni che avevamo incoronato a patroni
della nostra tranquillità. Il Tommaso dei due monaci è l’uomo che è partorito da
un incontro personale. A questo siamo chiamati. Doloroso e liberante parto. Il
loro Tommaso è l’uomo maturo che davanti ai dubbi di fede non si accontenta di
fidarsi di altri e allora ecco la sfida: elenca le tue ragioni per credere.
Saranno tue e solo tue, non saranno mai definitive, saranno sempre fragili e
indispensabili, saranno il tuo rosario, la tua preghiera, la litania della
speranza quando tutto sembra crollare. Saranno inutili nel loro non arrivare mai
a conclusione e saranno, insieme, essenziali, proprio se accettano di non
arrivare mai a conclusione, non ora, non qui. Ma non saranno vane solo se
fioriranno in una relazione. Elencare le ragioni per credere ma farlo dando del
“tu” a Dio, cercando di scovarlo, implorando, parlando, interrogando, come
Giobbe, in verità impaziente, ma salvo solo per il suo non sfilarsi mai dalla
relazione con il Signore. Tommaso dice “mio” e quel legame vitale è l’unica
sfida, l’unica “prova”. Siamo suoi. Ieri, oggi e sempre.
E lo dice perfettamente il Tommaso di un altro teologo, Severino Dianich:
> “L’ultimo atto di coerenza dei discepoli, nel consegnare la loro speranza per
> il destino del mondo a Gesù, è la estrema professione di fede, che troviamo in
> una delle ultime pagine dell’ultimo dei vangeli, pronunciata da Tommaso
> davanti al risorto: ‘Signore mio e Dio mio!’. Se la fede cristiana non
> giungesse all’affermazione della divinità di Gesù, tutta la considerazione del
> valore salvifico della sua morte e della sua resurrezione resterebbe priva
> della sua condizione essenziale di plausibilità. Infatti quel rapporto
> esistenziale, interiore e profondo, per il quale il credente si sente assunto
> nel mistero della sua morte e della sua resurrezione e così rinato ad una
> esistenza nuova e destinato alla vita eterna non sarebbe in alcun modo
> pensabile. Solo con Dio infatti è possibile un rapporto di questo genere, in
> forza della sua trascendenza onniavvolgente, nella quale, ben prima di
> qualsiasi consapevolezza o qualsivoglia decisione di fede, noi tutto ‘viviamo,
> ci muoviamo ed esistiamo’”.
>
> (Severino Dianich, Il messia sconfitto, Piemme, 1997)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Caravaggio, Incredulità di San Tommaso, 1600-1601
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Che paradosso: ormai Wikipedia, l’“enciclopedia online, libera e collaborativa”
– due aggettivi (libera, collaborativa) che non mi rassicurano affatto –
“disponibile in oltre 340 lingue”, è diventata una ‘fonte’. Quando ho cominciato
a fare il giornalista – un tempo talmente ubiquo e obliquo che è ora di fare
altro – Wikipedia era una specie di sfottò, un’intimidazione. Per fare ricerca,
per snocciolare le fonti, si andava in biblioteca – io facevo diverse soste in
‘Sormani’, Milano.
Le cose, poi, con funerea rapidità, cambiano: si sublimano o scollinano nel
nulla. Wikipedia è diventata ciò che voleva essere – un’enciclopedia –, con
ciclopico stuolo di note, link, bibliografia, apparati. Ormai, la consultiamo
tutti. Restano, almeno per me, almeno due problemi di massima. Il primo è
l’assertività asettica delle voci. Non c’è stile. E assenza di stile non
significa oggettività bensì mancanza di autorevolezza. Il secondo è legato al
mezzo. È vero, i link permettono di ‘navigare’ tra le voci dell’enciclopedia
digitale – è pur vero che il recinto è quello: angusto, claustrofobico, grigio.
Ciò che pareva un oceano si rivela una tinozza.
In altre parole: su Wikipedia trovi ciò che vuoi trovare. Il bello di
un’enciclopedia, invece, era che, sfogliando, trovavi quasi sempre ciò
che non ti attendevi di trovare. Trovavi il tutt’altro. Era un tuffo
nell’inatteso. È vero: l’enciclopedia di carta è molto più piccola di quella
digitale, molto meno ‘mobile’, sicuramente statuaria. Eppure, quella zattera
pareva un veliero; quella stanza pareva un continente.
Esempio. Il Dizionario letterario Bompiani. Stampato tra il 1956 e il 1961,
“ideato e diretto” da Valentino Bompiani, coordinato da una serie di “Direttori
di sezione” – chessò, Francesco Gabrieli per la Letteratura arabo-persiana,
Mario Praz per quella Inglese e Americana, Ettore Lo Gatto per quella Russa e
Ceca, Federico Caffè per la sezione Economia – è un vero capolavoro del genere
enciclopedico. Il primo tra gli autori catalogati è Jeppe Aakjær, nato “nella
Jutlandia… da famiglia contadina rigidamente pietista”, morto nel 1930 “nella
sua tenuta di Selling”; l’ultimo è Huldrych Zwingli, il riformatore svizzero.
Prima di lui, c’è Stefan Zweig, il grande scrittore viennese: un paragrafo in
bello stile – austero ma sentito – ne sigilla l’esistenza: “Nel 1940 emigrò
negli Stati Uniti e poi si stabilì in Brasile. Lo spettacolo dell’Europa
distrutta, la stanchezza della vita nomade, il crollo d’un mondo fondato sulla
cultura e sulla comprensione umana, lo indussero a cercare il riposo nella
morte; e insieme con la giovane moglie si uccise”. Ogni voce è siglata – in
quest’ultimo caso V.M.V. sta per Vincenzo Maria Villa –, a consegnarci, pur
nelle maglie del genere, il genio di una singolarità. L’enciclopedia era, cioè,
esempio di ‘bello stile’, testimoniava lo stigma di uno studioso e perfino le
sue idiosincrasie. Si entrava nell’agone di un giudizio – si operava nell’opera.
Tra Wikipedia e il Dizionario letterario Bompiani c’è la stessa differenza che
separa un museo dei calchi e dei ricalchi da una ‘galleria’ d’arte, un corpo
morto da anatomizzare da un corpo vivo da conoscere. Così, ad esempio, in questo
cammeo dedicato a Walter Pater – magnifico autore del dimenticatissimo Mario
l’epicureo – riconosciamo l’eleganza di Praz:
> “Le pagine che esaltavano il culto della Bellezza, e insegnavano all’anima a
> ‘ardere di un’intensa fiamma gemmea’, impressionarono la nuova generazione…
> Tutti i suoi personaggi ànno un’aria di famiglia, e riflettono l’anima dello
> scrittore, la cui autorivelazione nel Fanciullo nella casa già pare anticipare
> il Proust. Con questa uniformità s’armonizza lo stile, tutto delicate
> distinzioni ed eccessivo, carico di aggettivi e di parentesi che gli
> conferisce un’aria di preziosa sottigliezza. La morte, per mancamento
> cardiaco, chiuse una vita dal ritmo lento, scandito in indugi contemplativi”.
In realtà, siamo umani: non c’importa poi troppo della ‘correttezza’, tanto meno
della ‘completezza’ – le voci di Wikipedia sono stilate in marmo, non permettono
alcuna immersione –, ma verificare la vertigine di un ‘personaggio’. In questo
senso, sfogliare il Dizionario letterario è un’avventura, una specie di viaggio
nel tempo.
Perché il Dizionario – per sua natura incompiuto e perfino effimero: di ogni
‘dato’ non resterà che pula, della ‘voce’ rimarrà, semmai, la voce dello scriba
– completi il suo senso, dev’essere ‘giocato’. Aprirlo a caso, setacciare nomi
ignoti, vagabondare nel caos. Ad esempio: P’u Sung-ling, scrittore cinese,
“forse di origine mongola”, vissuto nel XVII secolo; “la tradizione lo descrive
assorto, a tarda notte, nella sua opera, alla tremula luce di una candela,
mentre fuori imperversa l’urlo del vento” (nota di Martino Benedikter, il
sinologo che diede ad Einaudi una molto celebre traduzione delle Trecento poesie
T’ang). La voce di Alfonsina Storni risuona nello stile di Giuseppe Bellini:
> “Si gettò nelle acque del Río de la Plata per porre termine a quell’intimo
> dissidio che sentiva opprimente tra le sue aspirazioni di ordine superiore e
> la volgarità della vita. Il mare aveva esercitato sempre un’attrazione
> singolare sulla poetessa, che lo cantò regno di assoluta pace, immaginando più
> di una volta nelle sue liriche se stessa già discesa nella liquida tomba”.
È ad Angelo Maria Ripellino – per dire delle ‘firme’ presenti – che si deve, tra
le altre, la nota biografica di Božena Němcová, scrittrice ceca a me altrimenti
ignota, vissuta nell’Ottocento, morta poco più che quarantenne. Costretta a
sposare un uomo che non amava – e a cui diede quattro figli –, molto
intelligente e intelligentemente bella, visse a Praga diversi amori. “Altri
uomini entrarono nella sua vita: e da queste fugaci amicizie e avventure tornò
sempre con le ali spezzate al grigiore della sua umida casa, alla povera
famiglia che si dibatteva in angosciose condizioni finanziarie. Unico suo
conforto fu la creazione letteraria”.
Dalla vita – notissima – di Jack London, Nicola D’Agostino ha saputo trarre un
formidabile sunto, da giornalista di razza:
> “Dai suoi 50 volumi, London ricavò più di un milione di dollari e li spese
> tutti: voleva erigersi un castello fantastico, la ‘Casa del Lupo’, che
> s’incendiò prima di essere ultimato. Si costruì il più grande e lussuoso ranch
> della California e vi ospitò i suoi amici con prodigalità principesca. Nel
> 1913 i suoi romanzi erano tradotti in undici lingue ed egli era il più
> popolare e il più ricco scrittore del mondo, l’angelo vendicatore per i
> poveri, il ribelle a ogni convenzione per i ricchi. In realtà, era un
> romantico solitario e tragico in un mondo ostile, che era diventato per lui
> un’ossessione”.
Il Dizionario delle opere, poi, permette autentiche escursioni borgesiane. Il
gioco è il medesimo: aprire a caso per profilare la sagoma della propria
corsara, corsiva idiozia. Quanto vorrei leggere il Sagoromo Monogatari– di cui
non mi risulta voce Wikipedia –, ad esempio, romanzo giapponese dell’XI secolo
che narra le gesta del “generale Sagoromo, nipote prediletto dell’imperatore”;
si dice che in quelle pagine “vivissimo è il contrasto tra il dolore e la
tristezza che consumano all’interno l’animo dei personaggi e lo sfarzo e il
lusso che circondano la loro vita esteriore, apparentemente felice”. L’incipit
‘pittato’ da Giovanni Pioli mi fa venir voglia di sfogliare il De Sapientie di
Charles de Bovelles, pubblicato a Parigi nel 1511:
> “L’uomo è il centro e l’epilogo dell’universo, riassumendo in sé tutti gli
> aspetti della natura: sostanza materiale; vivente; senziente; razionale; e
> partecipando dell’accidia della pietra, dell’avidità della pianta, della
> lussuria della bestia, dell’intelligenza dell’anima ragionevole”.
Qualcuno ha per caso nella sua biblioteca la traduzione di Zu e le Tavole del
destino? Si tratta di un testo assiro che racconta, appunto, del “mito di Zu e
del rapimento delle tavole del destino, il possesso delle quali conferisce il
supremo potere”. C’è già da ipotizzare un geopolitico fantasy… o un film con
assortimento di supereroi.
Sconfitto dall’onniscienza, mi consolo sfogliando il Dizionario dei personaggi:
tra Clara Peggotty – “la ‘serva dal gran cuore’ dell’epopea borghese
dickensiana”, David Copperfield – e Ettore Fieramosca, tra Michele Kohlhaas –
dal racconto di Kleist, il cui dilemma è tremendamente attuale: “come un uomo
giusto, un ottimo marito e padre di famiglia, un cittadino pacifico e benefico
possa, sotto l’azione di una grande ingiustizia, trasformarsi in un brigante
omicida e incendiario, rovinoso alla società, alla famiglia, a se stesso” – e
Mastro Don Gesualdo, c’è anche Davide, saggio e poeta, senza dubbio, ma
soprattutto, “nella sua gioiosa santità, vittima e fautore di delitti e colpe
interminabili, vittima di amori incontrastabili, lui stesso spietato e criminale
nelle ambizioni” (così il sommo David Turoldo, estensore della voce).
Che meraviglia quando erano possibili le imprese insensate, al di là delle
economie, per il gusto del bene, dell’esuberanza, del superare stessi – per il
gusto di vivere.
*In copertina: Rogier van der Weyden, Uomo che
L'articolo “Indugi contemplativi”. Dizionario letterario Bompiani vs. Wikipedia
proviene da Pangea.
“In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo”: affermava
in Isola un Alfonso Gatto poco più che ventenne, già conscio del bemolle di ogni
diletto, e della parola come atto addensato e rischioso: “universo che mi spazia
e m’isola, poesia”.
In tensione costante tra urgenza del vivere e sua instabilità, quella di Gatto è
parola che s’offre nel breve chiaroscuro, nell’incontro che è già presagio di
perdita; con un’alta forma di vigilanza, dal campo improtetto del dire, a tutela
di altre esistenze costitutivamente inermi. Rarefazione sintattica, ellissi
semantica e concentrazione metaforica, in nitida ascendenza ermetica,
attraversano il dettato, ma entro una rinnovata economia tra atto lirico,
esperienza vissuta e realtà storica. L’amore è accadimento improvviso, alieno
alla durata, centrato in intensità: un agglutinarsi di memorie e di attese, di
perduti desideri, in cui l’io è esiliato nel sé fanciullo, squisitamente
sensibile, eppure in segreto dialogo con altre creature senzienti:
“O di silenzio calda già s’inciela
la rondine nel volo e l’incantato
fanciullo lascia a scorgere serena
la notte che all’oriente s’allontana.
E del mio cuore nulla saprò dire
ad altri mai, fu tenero ed in piena
di sua pietà travolto lasciò vana
memoria al tempo, un sogno di morire”.
L’esistenza tutta è pura esposizione, in cui il singolo è vulnerabile,
decentrato; dando, tale dislocazione, contezza della premura del poeta per
figure marginali o fragili – bambini, poveri, madri, animali – che incarnano un
peculiare contegno verso il mondo: l’autenticità nuda, fatalmente decisiva,
dell’originaria misura. Il bambino che entra nella luce e trasfigura a girasole,
la madre che, nel sonno, “piove in dolcezza dentro di sé/ come una grotta/e in
fondo al lume ha il suo bambino”; i bimbi, pensosi e gravi, che meditano
l’inverno, le bimbe celesti nei “fili luminosi di pioggia”: in loro vive un muto
sapere, un’incorrotta esattezza che esige custodia. Infanzia, umiltà, riconsegna
di sé dopo l’abbaglio e la lotta sono luoghi che godono il privilegio di una
conoscenza intatta, adesa al reale mediante innocenza:
> “Son cadute le regge, le scalee
> portano al cielo, e l’uomo che raccogli
> sull’iride dell’acqua le ninfee
> dell’amor suo parla con le foglie”.
Tale predilezione per la limpidezza del sentire e del patire mantiene valore
d’istanza critica nei confronti delle asprezze e iniquità della storia; “Uomini
limpidi vuotano/ le case nel canto,/ al cerulo sogno dell’alba”; pure, la
compassione, nel poeta, non riduce mai esilità e indigenze a dato sociale; ne fa
condizione cosmica, retaggio fatale di diverso bagliore: “calma/ la sera agli
occhi mesti si fa lume”; per i poveri, ai quali sale il freddo dalla terra, e
ogni cosa è impervia, l’eternità renderà conto della negazione infinita che li
avversa, facendone a sé stessa ferma interrogazione, munizione morale. In
quest’ottica i poveri non sono avvertenza episodica, ma forme strutturali,
latrici di verità primarie sui vivi: nella poesia di Gatto la sofferenza
irriducibile di tutti i vessati interpella le coscienze, delineando una linea
etica capillare, priva d’enfasi dichiarativa, ma venata di chiara
responsabilità.
Organismo palpitante è la natura, e il suo fluido primogenito, il mare; dimora
del buio: “Tante notti son cadute sul mare/ che il mare è nero” e del chiarore:
“la luce dalle porte/ spalancherà nel mare/ tutto il nuovo colore/ del mondo che
riappare”. Mare di “fragorose acquate”, nel libeccio, di “violento candore”;
immenso alveo di complessità, di ricomposte antitesi; memoria inesauribile,
vocata a serbare la cronologia, rendendola in vento, luminescenza, canto
lontano. Le città costiere si aprono al suo soffio, divaricano a nubi e voci,
mentre “sui davanzali in sollievo/ dormono bambini,/ alle madri s’incarnano
celesti” e l’uomo, nel sonno, è “angelo in volo/ alle finestre aperte”.
In questa continuità tra essere umano e universo, esitante è il passo, al
cospetto dello splendore; l’urto estetico “strazia più della verità” nel suo
portato di caduca veemenza. Salvifica, nel precario, è la fedeltà alle cose
elementari: la “gioia degli alberi, del sole, del pane caldo”; “una casa da
nulla”, il gorgogliare di una piccola fontana, l’acceso rifrangersi di un lume
sulla tovaglia: chi vive in pienezza “è leggero,/ è stanco in tutto il mondo.//
Chi vive è senza gloria”.
Nella marginalità dei mansueti, dei dismessi, è elargita l’intuizione: la
soggettività porosa, tesa all’ascolto, avverte apparizioni e riverberi, in orti
di eteree vaghezze: “Chi non appare sentirà venire/ la sostanza indelebile dei
venti./ E la pioggia che fuma sulle pire/ bruciate, sulle lane degli armenti,//
e l’errante che poggia a tratti il piede/ sul suo dolore”. Una cantica di volti
che impetrano sguardo: palpabili frammenti, anime residuali e cruciali, che
fanno eco, fondamento, e subito dispaiono:
> “Lungo sereno dileguano piane
> voci apparenti nel mondo sepolto:
> m’adeguano nel sonno di montane
> bare odorose, ed il cuore n’è folto”.
E ancora l’amore, che assegna “un’insistente distrazione”, esprime, con toni
flebili ma accorti, l’assioma di un vigore emotivo che sottrae il soggetto alla
continuità del sé, e di un dire poetico che a questo s’adegua, fedele: nel
sincopare, più che enunciare, l’ineffabile dell’esperienza. Amore che è
temporalità retrospettiva e fragile: “desideri perduti”, “prime parole”,
“idillio eterno” di un “mondo immaginato”. Vagheggiato l’idillio, e rinunciata
la rimembranza; malgrado ciò, il poeta lascia anamnesi miniate, di encomiabile
coerenza formale: nella cura segnica, nel lemma sorvegliato, nella densità
lirica immersa in una pervasiva musicalità, che è qualità fonica nonché norma
dell’immaginario: “Ovunque gli occhi tuoi saranno l’alba/ che s’alza
dall’amore”. Melodia che precede il senso, plasmandolo: “È quel tenere l’aria
come un filo/ da rompere perché ne corra al vivo/ il brivido di luce ch’è
ghermito/ dall’albatro fuggente”. La parola poetica è una scaturigine già
intonata, una partitura interiore portata a compimento.
Musicalità ad andamento aereo, modulato, una “vitalità ariosa e costruttiva”
(Ramat), fondata su soavi bilanciamenti tra vocalità aperte, liquidezze
consonantiche, enjambements distensivi e ritmiche dilazioni. Un verso che tende
al legato, evitando la cantabilità chiusa, a favore di un ritmo fluttuante,
mosso da invisibili correnti:
“Sei l’onda piena del flutto
che nel ritrarsi s’appiglia
sgranata alla meraviglia
dirotta della parola.
O mare dell’essere sola,
incanto del mio tacere.
Così da tutte le sere
il tempo è nel tempo la rosa
che verde al verde si bagna
le labbra di sete”.
Tale levitazione alla leggerezza non implica un’evasione dal tragico, ma è la
forma in cui esso s’autorizza, senza irrigidirsi; vocazione ascensionale a un
tenore immaginativo volatile e celestiale, del quale acque, brezze, nubi e linfe
del cosmo sono i vettori ritmici: “Erba dell’aria, amore/ cielo del mare,
fiore// di nuvola e di vento”. L’acqua, nelle sue variegate forme, allevia,
affranca, mai grava: anche se associata ad afflizione, conserva qualità mobile,
amabilmente mutevole, volta ai cieli:
> “Come alla dolce sera del Po
> scorreva la barca in un cielo
> di pioggia e di verde, incantata
> t’apparve negli occhi e ariosa
> la luce: d’intorno, all’aperto
> colore degli anni, al sollievo
> del fiume, in eterno, la voce
> doleva, era tua”.
La restituzione artistica del creato è emotivamente connotata, ma non
propriamente visionaria. Per quanto, come in Dino Campana, vi siano numerose
essenze fluide e notturne, Gatto rifugge fusione estatica e sovrabbondanza
immaginale, prediligendo una misura percettiva, un normato silenzio da
praticarsi come indugio condiviso: “nel sensibile cielo/ la voce piana
impallidisce / e ci tace”.
L’esitazione gentile è ricompensata da un’energia di ritorno, pervasiva: il mare
nel Libeccio “rintrona”, “folgora”, è puro ardore che permea “le case
splendide”, “il vuoto serale”. Città che sorgono dallo sguardo del mare,
affrescate in cielo: l’abitato è scenario fremente, punteggiato da ridenti
marinai, e sopiti bambini: il paesaggio non s’impone in alterità, adibisce
incantevoli spazi comuni.
Nondimeno la cosmicità di Gatto, per nulla consolatoria, medita, con afflati
leopardiani, l’umano limite conoscitivo del selvatico: né matrigna né madre, la
natura è adiacenza inconosciuta, comunque in relazione: qualcosa che alimenta
un’aurea radianza, tepore soffice e protratto, “pane caldo, donne calde”, di
profonda sacralità immanente. Qui il poeta si allontana dall’ermetismo e da ogni
derivazione simbolista, per divenire una figura inassimilata, obliqua, che solca
il Novecento con un portato personale intero: fin da Isola, sua era la giocosità
meditabonda, “intimo e serio imbroglio, delicatezza e musica” (Montale); suo il
far perno su “vocaboli basilari”, poi continuamente rimodellati con “dedizione
festosa”, in un “articolato ma compatto registro etico, psichico e, in primo
luogo, linguistico” (Ramat); e ancora, sua era la fragilità portata a valore
epistemico, la limpidezza a elettiva investitura, la poesia a vocazione nodale,
primaria sorte: lo sguardo poetico sul mondo di Alfonso Gatto, anche nelle
liriche più tardive, è sigillato come baricentro di grazia, rilievo destinale di
un’anima pronta al fulgore, al sogno, alla carità; al fluire della vita nel
canto:
“Oscuro istinto, armonia
di risalire in stupore.
Sommessa di favole inerti
la casa pallida:
ai vetri turchini
in volto
accado al mio sogno.
Nella calma eternità
vivere m’è fantasia,
inesorabile amore”.
Isabella Bignozzi
*
CALA DEL VESPERO
Di te amoroso silenzio
lambiva la sera,
con parole calme
persuasi all’indugio
sognavamo di lontanare nel golfo.
Nel sensibile cielo
la voce piana impallidisce
e ci tace.
La stanchezza ci aspetta
come un dolce bene,
come una morte dorata.
*
CARRI D’AUTUNNO
Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.
Come un tepore troveranno l’alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l’ala i nidi.
Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d’erba, una pianura.
*
POVERI
I poveri hanno il freddo della terra.
Nella città spiovente, ai tetti, al fumo
tranquillo delle case, il giorno migra
nel colore d’oriente: così calma
la sera agli occhi mesti si fa lume.
Io li ricordo contro un cielo d’aria,
i poveri stupiti, come l’agro
verde dei prati sfiora nella pioggia
una velata eternità di sole.
*
SORRIDERTI
Sorriderti forse è morire,
porgere la parola
a quella terra leggera
alla conchiglia in rumore
al cielo della sera,
a ogni cosa che è sola
e s’ama col proprio cuore.
*
L’ARRIVO DELL’AMORE
Dai lunghi inverni udimmo nella pioggia
la carrozza fermarsi, uscirne il passo,
solo, più solo, ed abbaiargli un cane.
Rimaneva il silenzio, la montagna
nevata nel presepio del salotto.
Chi, felice nel giungere, portava
la meraviglia di vedersi intorno
i bambini a toccarlo, era scampato
dal suo racconto, ne sgrondava al riso
degli occhi, uscendo dalla maglia aperta.
Era l’amore, a dirmelo trovavo
dai suoi rapidi gesti la certezza
d’aver le mani al segno delle mani
e dalla bocca la parola impressa
nelle cose, più dentro il loro nome.
*
ESTATE
Mi ricordi lo spazio dell’estate
e l’azzurro che ventila gli steli
delle campagne torride, impagliate
nell’odore del caldo, vuoti i cieli
che la cicala tesse nella spola
perpetua col suo pettine d’attrito.
Come la vela che si stacca sola
al filo del silenzio nel pulito
della pagina bianca, tu raccolta
in un orlo stillante ne tremavi,
le mani sulle spalle. Poi, di volta
infilata nell’acqua, negli incavi
delle rocce smeralde – secondata
dal tuo fruscìo sulla spinta lieve
delle gambe nel dirtene beata –
mi zittivi d’invidia. Così beve
il fanciullo assetato la sua bocca,
così prova ad amarsi come s’ama
alla prima vertigine che tocca.
Mi desto alla tua voce che mi chiama
rabbrividita, t’appiattisce il sole.
E dal piede battente sulla rena,
per aggiustarti alfine nella pena
goduta, dormi sulle mie parole.
*
A MIO PADRE
Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
«Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno». Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.
*
LA LUCE
La grande luce che dal vento al mare
biancheggia sulle navi e ride ai marmi
dei palazzi fuggenti, il brulichìo
degli albatri sull’acqua rotta al fresco
rigoglio delle spume, la Giudecca
profilata al chiarore del suo grande
cielo che passa nell’azzurro, illeso:
l’improvvisa speranza che la vita
accesa dai suoi palpiti trascorra
nella gioia degli alberi, del sole,
del pane caldo, delle donne calde:
tutto t’è dentro e un brivido la schiena,
un tuffo il capo nei capelli sciolti,
incarnata la bocca su quel pieno
bacio fuggente, o vita mia, o vita
di tutti, rossa, azzurra, vento, mare.
*
UNA MADRE CHE DORME
Una madre che dorme
piove in dolcezza dentro di sé
come una grotta
e in fondo al lume ha il suo bambino.
Una madre che dorme
dorme al panneggio ardente d’una fiera
che la guarda mansueta.
È una dolce sera
in mezzo alle pupille
della sua onda quieta.
*
INVERNO A ROMA
I bambini che pensano negli occhi
hanno l’inverno, il lungo inverno. Soli
s’appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d’amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole,
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.
*
IDEA DEL CREATO
E per diritto della gioia, a squillo
dell’essere, non era più parlare
l’atto del dirsi il vivere tranquillo
della bellezza: sulle canne chiare
dell’aria e della luce consonanti
nell’ampiezza del cielo apriva il mare.
Forse l’estremo reggere gli istanti
del grido era l’illesa architettura
da vedere nel bianco, nell’idea
limpida al segno della sua fattura.
C’è sempre un giorno che il creato crea
se stesso e gli occhi e il modo di guardare.
*
ORIZZONTE
La notte mi segue e non avverte
ch’io temo d’esserle ombra
per luna tenue e remota.
Come attonita strada
resta per proseguire
la bianca curva ove specchia
la notte remota il suo viaggio
passo alla mia sembianza
nel sollievo del vento
levato in fiore dal mare.
*
Le poesie sopra riportate sono tratte da: Isola, Libreria del ’900, Napoli 1932;
poi in ristampa anastatica, Pergola, Avellino1990 e 1993; Arie e ricordi,
in: Poesie, nuova edizione definitiva con l’aggiunta di Arie e ricordi, Tre arie
per la sua voce, Ultimi versi (1929-1941), Vallecchi, Firenze 1941; Poesie
d’amore, Mondadori, Milano 1973 (prima parte 1941-1949, seconda parte
1960-1972); Il capo sulla neve. Liriche della resistenza, Milano-sera, Milano
1947; La forza degli occhi, Mondadori, Milano 1954; Osteria flegrea, Mondadori,
Milano 1962; Rime di viaggio per la terra dipinta, Mondadori, Milano
1969; Poesie disperse.
Tutto è ora raccolto in: Alfonso Gatto, Tutte le poesie. Nuova edizione ampliata
e aggiornata, a cura di Silvio Ramat, Mondadori, Milano 2022.
In copertina: Alfonso Gatto (1909-1976)
L'articolo “Vivere m’è fantasia, inesorabile amore”. Per Alfonso Gatto proviene
da Pangea.
I funerali di Giovanni Pascoli furono celebrati in San Petronio, Bologna, il 9
aprile del 1912. Il poeta era morto tre giorni prima, a cinquantasei anni,
stroncato, tra l’altro, dal bere; sei anni prima, proprio a Bologna, era
succeduto a Carducci come prof di letteratura italiana all’Alma Mater. Soltanto
Gabriele d’Annunzio, tra i letterati italiani, inviò un telegramma a onorare il
più grande poeta del Paese insieme a Dante, Petrarca, Leopardi. La bara giunse
su un carro trainato da quattro cavalli; dicono di un corteo di ventimila
persone. Pascoli aveva incontrato D’Annunzio la prima volta a Roma, nel luglio
del 1897: “due confusioni si abbracciarono senza guardarsi”, ricorderà “il
Vate”, sintetizzando in un motto come sempre smagliante l’epopea di due
‘caratteri’ agli opposti.
In sintesi: Pascoli è stato il poeta che ha ‘inventato’ il Novecento italiano.
Dotato di estro incontenibile, ha alternato la poesia ‘domestica’ (La piada, “il
pane dell’umanità”) a quella cosmica (Alla cometa di Halley, “stella randagia,
astro disperso”), il tono intimo (Solitudine) alla folgorazione improvvisa (Il
lampo), l’acuto mitico (il memorabile poema Aléxandros, con quell’attacco
all’arma bianca: “Giungemmo: è il Fine”) all’ode civile (le Kursistki,
studentesse russe rivoluzionarie, sono definite “Brevichiomate sorelle”).
Aprendo “Officina”, nel maggio del 1955, Pasolini esaltava lo “sperimentalismo”
e il “plurilinguismo” di Pascoli.
A precipizio, in 184 pagine, con l’audacia dello scrittore più che del
biografo, Osvaldo Guerrieri ricostruisce la vita di Zvanì (Feltrinelli,
2026). Tra le tante cose meno note o taciute della biografia pascoliana, c’è il
racconto dell’esperienza, durissima, come professore a Matera. Pascoli arrivò
nella “città aspra” in carrozza, “all’una di notte del 7 ottobre 1882”; pioveva
– dormì all’addiaccio, abbracciando le valige. Aveva dovuto chiedere un prestito
per il viaggio; chiese di poter dimorare, per un po’, nella biblioteca del
liceo. Amava i cani – quando morì il suo ‘Gulì’ scrisse che “un cane che ama non
vale infinitamente più di quasi tutti i nostri fratelli uomini che non amano o
che odiano o che né amano né odiano?” –; arrestato nel settembre del 1879 perché
filo-anarchico e socialista, il “noto Professore Giovanni Pascoli” veniva
sorvegliato dal ministero dell’Interno. Il fratello Giuseppe, ‘Lascaro’,
indemoniato dall’ira, “interdetto da tutte le scuole del Regno”, lo assillava
con continue richieste di soldi: dopo essersi sposato una vedova, vedovo, si unì
a una ragazzina a cui fece fare sei figli; brevettava marchingegni (tra cui una
“cassetta per lettera dotata di sistema antipioggia”).
Poeta dalla vita ‘esagerata’, più lupo che fanciullino, transfuga tra
vertiginosi baratri interiori, Pascoli resta, soprattutto, un uomo
inafferrabile. Ne parliamo con Guerrieri.
Qual è l’aspetto della vita di Pascoli che la ha sorpresa, oltre la consueta,
consolidata agiografia?
Il vino, l’abuso di alcol, la cirrosi epatica che nessuno sapeva curare. È stata
questa la scoperta che ha acceso la voglia di saperne di più, un big bang
inaspettato carico di conseguenze.
Al di là dei dati ‘scolastici’ – la morte del padre; la morte della madre; la
fine del ‘nido’ – qual è a suo avviso l’evento centrale nella vita di Pascoli,
quello che smuove la sua poetica?
Impossibile sottovalutare la morte del padre, della madre e, in altra misura,
dei fratelli maggiori. I “cari morti” costituirono la religione domestica di
Giovanni e Giovanni si diede il compito di tenerli in vita mediante la poesia.
Ma c’è un altro aspetto che dà una nota di modernità a una produzione che
finalmente fa a meno degli uccellini, dei fiorellini, dei fanciullini. È l’uso
di un linguaggio multiplo. Da una parte vediamo l’espressionismo della parlata
garfagnina con cui si rappresenta la natura e il lavoro nei campi. Da un’altra
parte, nel poemetto The Hammerless Gun per esempio, ci imbattiamo in un
esperimento ancora più ardito: l’italiano mescolato con l’inglese e l’inglese
fuso nelle onomatopee dei vari volatili, roba da far girare la testa persino ai
futuristi. Nel poemetto Italy, poi, l’italiano si intreccia con un inglese molto
distorto e al limite della comprensibilità. È la neolingua dei nostri emigrati
che negli Stai Uniti perdono anche la loro identità.
Pascoli in arresto, Pascoli fautore di una ‘poetica della politica’. Qual è la
visione del mondo del grande poeta?
Quando si dice che Pascoli è il poeta delle piccole cose si dice la verità. Ma
se lo togliamo dalla poesia, Pascoli ci offre un’immagine di sé più complessa. È
un socialista che negli anni giovanili si batte per umanizzare l’uomo e per
ridurre le disuguaglianze. Diventato poi insegnante, si fa conservatore. Infine,
colpito dalle sofferenze dei nostri migranti insultati e denigrati solo per
essere pagati meno, diventa colonialista, un convinto sostenitore della guerra
italiana in Libia, come dichiarerà pochi mesi prima di morire nella sconvolgente
conferenza “La Grande Proletaria si è mossa”.
Dalla Romagna a Messina, passando per Livorno, Bologna, Castelvecchio… Pascoli
attraversa come pochi altri l’Italia: qual è il luogo in cui si trova meglio,
quello che non riuscirà mai a sopportare?
Senza dubbio Massa. È questa la città del cuore. Pascoli proveniva da Matera, il
luogo più detestato nel quale aveva inaugurato la sua carriera di insegnante. Se
Matera era una specie di Africa, Massa è l’Eden, profuma di aranci, il clima è
dolce, le sorelle Ida e Maria sono finalmente al suo fianco , Giovanni è sereno
e lavora. A Massa nascono le prime Myricae.
Gli amori di Pascoli, la carne, la carnalità, il sesso. Cosa scopriamo intorno
al tema tabù sviscerando la biografia del poeta ‘fanciullino’?
Gli amori di Pascoli furono sempre frustrati. Da principio Giovanni non aveva
bisogno di una famiglia: ce l’aveva già. Di Ida e di Maria si considerava
misticamente il fratello, il padre, il marito. La situazione cambiò con il
matrimonio di Ida. Dopo quelle nozze il tanto desiderato nido era distrutto.
Giovanni aveva quarant’anni e meditò di sposare una cugina di Rimini, Imelda.
Furono preparate in gran segreto le carte. Ma Maria subodorò qualcosa e brigando
mandò all’aria anche questo matrimonio. Non voleva rimanere sola né sottoposta a
una cognata. Soprattutto voleva Giovanni tutto per sé.
Quali rapporti legano – e dividono – i due poeti ‘nazionali’, i due
poeti-nazione, Pascoli e d’Annunzio?
Tra d’Annunzio e Pascoli non ci fu mai un gran legame. Si fece avanti d’Annunzio
con una lettera colma di ammirazione. Pascoli rispondeva educatamente a tutto,
arrivò a definire il più giovane Gabriele “mio fratello maggiore e minore”. E
quando era fuggito a Roma per non assistere alle nozze di Ida, incontrò
d’Annunzio e lo trovò troppo mondano, troppo elegante, troppo donnaiolo. Però,
quando Giovanni morì, l’unico letterato che inviò un telegramma di cordoglio fu
d’Annunzio.
Qual è la poesia del Pascoli a cui torna continuamente; quella che dovremmo
riscoprire?
Forse Italy. Leggerla è uno struggimento. Qui c’è la sapienza stilistica e
linguistica di Pascoli, c’è la sua adesione all’Italia raminga e c’è la sua
testimonianza umana. Gli emigranti di cui parla sono i figli di Zi’ Meo, il
contadino di Castelvecchio che gli fece da consulente linguistico e che lo aiutò
a sistemare la casa appena comprata. E la figurina di Molly, la bambina nata
nell’Ohio che viene portata in Italia per guarire dalla tisi e invece in Italia
muore, altri non è che Maria, la nipotina di Zi’ Meo. Commosso, Pascoli dettò
un’epigrafe per la sua tomba.
L'articolo Giovanni Pascoli, il poeta esagerato. Dialogo con Osvaldo Guerrieri
proviene da Pangea.
Bomarzo, 4 gennaio 2026
Il borgo abbarbicato su di un dirupo è avvolto da una benda di nebbia
inviolabile. Sulle scabre dimore in pietra e sui boschi si abbatte un’apocalisse
di pioggia.
Lì, da anni, esiliato e felice, vive, con la moglie Sandra Holt, Nanni Cagnone,
poeta che sfugge a qualsiasi tassonomia letteraria e persino a se stesso.
Sandra mi accoglie con un ombrello e due occhi che sono diaspri neri, un
precipizio. Senza troppi convenevoli, ci avviamo verso casa, passando per un
andito esterno, le cui pareti sono rivestite da un florilegio di libri di ogni
genere, preda dell’umidità esiziale di quel giorno. Entriamo, lasciandoci alle
spalle il diluvio, e Nanni è lì, ad attendermi, dietro lo schermo giganteggiante
del suo computer: il volto è pallido, quasi ectoplasmatico, ma il sorriso è
sgargiante, come il suo sguardo. Ci abbracciamo, a lungo. Poi Sandra prepara un
tè affumicato che Nanni stesso si era procurato in uno dei suoi vagabondaggi
parigini.
La casa, me ne accorgo subito, è davvero “grande come una valigia”[1], e la sua
scrivania ne è il cardine, archeologia nostalgica dell’infanzia, un prato di
amuleti; su di essa giacciono, come dèi dormienti, pietre, foglie secche,
accendini, e oggetti d’un tempo antico. Mi racconta dei sassi, raccolti nel
fiume Bormida, dove ha trascorso i momenti più radiosi della sua fanciullezza.
Nanni nasce il 10 aprile 1939, a Carcare, paese ligure che disdegna il mare, un
po’ come lui, che, appunto, gli preferisce il fiume camaleontico, i boschi, le
alture. La sua vita è un arabesco di esperienze, dissidenze e incontri miliari
che lo hanno reso un poeta e un uomo straordinario, disallineato, un eresiarca
senza seguaci. Perché Nanni, in effetti, è, fin da ragazzo, un dissidente, uno
che al liceo si appassiona a Eschilo e, anni dopo, lo traduce poiché trova
insipienti e insipide le traduzioni esistenti. Nanni, in giovinezza, finisce
addirittura per subire un ricovero psichiatrico a causa della sua personalità
tracimante e indomabile. Me lo racconta con amarezza, mentre si accende una
sigaretta, e gli si spezza un poco la voce, già arrochita e sfilacciata dal
tabacco.
Ed è proprio quella personalità a trascinarlo per anni in un vortice di passioni
e dimissioni: il poeta, infatti, prima di scoprirsi tale, si dedica a studi
eterogenei (la medicina, la filologia, la filosofia) senza mai portarli a
termine, s’innamora del jazz, che pratica come batterista, e, mentre vagabonda
per il mondo, fra incontri artistici ed erotici, intraprende una sequela di
lavori disparati (impiegato comunale, facchino, direttore creativo per agenzie
pubblicitarie, docente universitario etc.). Frequenta altri vagabondi celebri,
come Emilio Villa, Carmelo Bene, Giuseppe Pontiggia, Fernanda Pivano, Elio
Pagliarini, e l’amata Amelia Rosselli, che elegge ad apogeo della poesia
novecentesca e alla quale dedica, nel 2017, una stanza del poema Ingenuitas (La
Finestra Editrice, 2017)[2].
Mi dice che, fra i suoi anni più belli, annovera quelli trascorsi in una villa a
Stresa, sul mio lago Maggiore, del quale – scopro quel pomeriggio – amiamo
entrambi l’austera eleganza e il silenzio severo ma misericordioso; scambiamo
anche qualche battuta sullo storico Gigi Bar, dove un tempo ci si incontrava e
ci si innamorava al ritmo della musica degli anni Sessanta. Dopo tutto, Nanni,
per un lungo periodo, alla poesia ha preferito donne e balere notturne.
Ma è a partire proprio dagli anni Sessanta che Cagnone, dopo svariate
metamorfosi professionali, giunge a inverare i suoi talenti, approdando al mondo
editoriale; fra i diversi ruoli ricoperti, è redattore presso l’editore Lerici,
collabora con la rivista d’avanguardia Marcatrè, si dedica al giornalismo per
testate come Chelsea Review, Icognita, Il Giornale, IlMessaggero, Panorama, e
altre, e, sul declinare degli anni Ottanta, fonda Coliseum, piccola casa
editrice che edita libri insoliti, proteiformi, in cui si intrecciano il
pensiero ellenistico, quello persiano, il protoromanticismo europeo, la mistica
ebraica, la filosofia, avanguardie varie e altre rarità.
A guardarlo quel pomeriggio, l’ennesima sigaretta fra le dita ad affumicare
ulteriormente il mio tè, e una gestualità lenta, quasi olimpica, mi viene
spontaneo chiedergli dove sia finito il Nanni febbrile e inquieto dei tempi
andati. Lui mi racconta a lungo del corpo prostrato, il che non lo priva di una
certa serenità, dovuta alla consapevolezza di sé e delle proprie scelte; scelte
che gli hanno fatto bene, come quella di sposare Sandra – donna di rara
generosità e vigore lapideo – e di appartarsi con lei in un borgo a perpendicolo
su un declivio boscoso.
Non si è mai pentito, mi confessa, di essersi estraniato da un sistema
editoriale intorpidito, arreso allo smercio di favori e alla produzione
incontrollata di opere per lo più pedestri, e soprattutto di aver ripudiato le
conventicole dei poeti, dalle quali, con dolcezza paterna, mi invita a stare
lontana (come se ce ne fosse bisogno). Ma mi dice anche che l’inquietudine, in
realtà, è ancora desta e sta proprio lì, nel desiderio della scrittura,
nell’inesausta ricerca della parola accurata, della parola eccelsa, una parola
capace di osteggiare la sciatteria del linguaggio, che altro non è se non lo
specchio della volgarità dell’epoca contemporanea. D’altronde, in uno dei suoi
libri più icastici (Le cose innegabili, Avagliano, 2019), Nanni suggella la
dichiarazione della sua poetica: “Non scrivere parole/ di cui al risveglio/
dispiacerti”.
È proprio l’aspetto del linguaggio, la sua portata metastorica, che mi fa amare
questo poeta più di altri, un poeta che, per oltre cinquant’anni, con pertinacia
e coraggio, ha mantenuto alta l’intonazione dei suoi versi, disprezzando
apertamente la truffaldina e insopportabile atrofizzazione della nostra lingua,
la sua crudele disincarnazione (ipocritamente spacciata per modernizzazione).
È Nanni stesso a confessarlo in una intervista pubblicata proprio su questa
rivista:
> “La mia lingua è imperterrita, e ormai per pochi: affronto volentieri l’accusa
> d’esser aulico, quindi anacronistico, debolmente contemporaneo. Abbassare la
> propria lingua per renderla gradita e comprensibile agl’ignari, è agire da
> vili, da ruffiani; equivale a cedere al presente, epoca involgarita e
> stupida…”[3]
Cagnone non ama i compromessi, il tacere per tornaconto; al contrario, è
spietato censore non soltanto dell’ultima generazione poetica, ma anche di
grandi autori novecenteschi (Zanzotto, Montale, Merini, per citarne alcuni); per
questo è stato spesso tacciato di alterigia, da chi, evidentemente, non ne ha
mai compreso sapienza e nitore intellettuale.
Cagnone combatte il declino del presente per contrasto, mantenendo il passato
vibrante, soprattutto quello classico, le cui ombre circonfondono la sua lingua,
la innalzano, ma senza mai renderla vanamente indecifrabile; passato e presente,
nella sua poesia, si amalgamano, la tradizione non è tumulazione del lessico, ma
àncora che il poeta getta e leva, inducendo così un costante rinnovamento della
memoria.
Ecco ancora le sue parole:
> “La poesia non dovrebbe dipendere dalle circostanze, ma essere in certo modo
> metastorica. Poiché tiene care le possibilità e la memoria della lingua, e non
> la sua condizione momentanea; la lingua della poesia facilmente si sottrae
> alla linguistica sincronica. In poesia, non ci sono né arcaismi né neologismi,
> la sua lingua non appartiene del tutto al presente d’una lingua. In poesia,
> ogni lingua particolare non è che un pratico sogno. Ed è, in certo modo,
> lingua morta.”[4]
Oltre al lessico coltissimo, classicheggiante, eteroglossico[5], inarrivabile,
Nanni possiede una raffinata sensibilità musicale, la quale imprime ai suoi
versi (per lo più, senari, settenari e novenari) effetti ritmici e fonetici del
tutto originali, conferendo loro una cadenza onirica, ondivaga, a tratti persino
psichedelica. Leggere i suoi testi è come ascoltare certi ariosi, voluttuosi
fraseggi del jazz, significa pencolare fra sogno, sonniloquio e improvvisi
risvegli, questi ultimi cagionati dalle chiuse spiazzanti. Sono versi, i suoi,
che hanno una grazia sospesa, dalla quale si ha sempre l’impressione che
tralucano frammenti di ignoto.
Eppure, il linguaggio è solo uno dei volti della sua ricerca poetica, è
senz’altro la sua ossessione, ma non è l’ala della sua poesia. La poesia di
Nanni Cagnone s’invola sopra la mediocrità comune, poiché in essa predomina non
già la postura (spesso posticcia) del poeta, ma lo sguardo dell’uomo. Nanni ne è
sempre stato convinto: non può prodursi grandezza artistica in animi meschini. E
il suo animo, nonostante la franchezza ferina di certe esternazioni, ha una
delicatezza rara, la celeste indulgenza dei suoi versi.
In quell’interminabile pomeriggio invernale, mi ribadisce che accogliere la
poesia significa rifuggire il compromesso in nome di una libertà di spirito
incondizionata. Occorre lasciarsi contaminare dalle cose, sfiorarne la polvere
invisibile, arrendersi allo smarrimento e all’ignoto, vivere incautamente,
poiché soltanto così può sgorgare quella “escandescenza del pensiero” e quella
“anomalia del linguaggio” che si traducono in un autentico gesto poetico. Un
pensiero che deve nascere già in forma lirica, non come meditazione preesistente
e successivamente strutturata in versi. Perché la poesia, per Nanni, non è
rimpasto di conoscenze letterarie (spesso maldigerite), né, d’altro canto, è il
rigurgito di un’emotività estemporanea e d’impatto, di un ego che sviscera se
stesso. Nasce, invece – per utilizzare una delle sue folgoranti definizioni –,
come “una difficoltà di pensiero”.
Del resto, basta leggere le sue opere – che spaziano dalla lirica alla prosa,
dalla saggistica alla drammaturgia, sino alla traduzione[6] – per sperimentare
l’autenticità e l’originalità della sua scrittura. Nei testi poetici, in
particolare, si percepisce nettamente l’arretrare dell’autore dinanzi
all’epifania delle cose, soprattutto le più infime, quelle minuzie con aura
d’eterno che egli abita con grazia e dimestichezza, ma soprattutto con amore. Le
ho davanti a me, le sfioro sulla sua scrivania, le vedo alle sue spalle, fra i
suoi libri, nella tazza del tè, in un pacchetto di sigarette accartocciato, e
persino nel suo spesso cardigan variopinto.
Ma come si rinominano le cose? Nanni dice (in alcune geniali speculazioni su
poesia ed estetica[7]): facendosi indifesi contro la loro verità, contro le
verità del mondo, e persino contro il vuoto, senza mai arrendendersi a un
riduzionismo nichilista, accettando semmai l’inconciliabilità fra il bisogno di
dare ordine al caos e l’impossibilità di ricondurre la complessità dell’esistere
a un sistema chiuso. La poesia di Nanni, io la vedo così, è uno sporgersi, un
costante oscillare in un campo di tensione fra metafisica e corpo, una
sollecitudine verso ciò che è essenziale, umano e vulnerabile. È suono di una
purezza strabiliante. Come il jazz, appunto, che è l’arte del quasi, del non
detto, così la sua poesia si traduce in una coalizione perfetta fra silenzio e
parola; una parola che non dice il mistero dell’esistenza, ma vi allude
soltanto, con quel senso di malinconia e disincanto che deriva dalla
consapevolezza della sua inafferrabilità.
Tutto è indugio nei versi di Nanni, polisemia, stratificazione, sospensione e
languore, come nel sogno, che per lui, “ostinato redentore”[8], ha dignità pari
alla veglia. Eppure, sarebbe eresia pensare che la sua poesia sia l’esito di
vacue astrazioni, di un processo di dematerializzazione delle cose. Essa, al
contrario, “è la salvezza erotica delle cose: le conosce come non-finite e ne
prosegue il desiderio. Non potrà mai sapere il desiderio”[9]. Ed è proprio quel
desiderio la matrice della creazione di nuove forme capaci di circoscrivere il
vuoto, di dargli concreta sembianza, avvertibile risonanza.
Si potrebbe scrivere a lungo di Nanni Cagnone, la cui opera si traduce, in fin
dei conti, in un corpus unico, un discorso clastico protrattosi per più di
cinquant’anni. Ho provato a dire di più in un contributo per la
rivista Poesia (Crocetti), comparso, a mo’ di odiosa profezia commemorativa,
soltanto tre giorni prima della sua morte (la poesia, si sa, è azzardo, una
trama di segni che sfasa la logica anonima del reale).
Ma qui, ora, stiamo vivendo il presente del passato – per dirla con
Sant’Agostino – e il ricordo di un poeta deve lasciare spazio alle sue parole.
D’altronde, lui stesso, in Esito, il suo monologo finale, ci ammonisce:
> “Non ha cerimonie
> l’addio, né gonfior
> di lingua –
> per una volta,
> tacere avanti ai fatti”.
E allora io taccio, amato Nanni, e lascio parlare te, come quel quattro gennaio,
fra un’eruzione di cielo, un abbraccio e una tazza di tè.
Maura Baldini
***
Da Armi senza insegne, Coliseum, 1988
Raggiungere la morte
di un pensiero – sarà questa
giustizia, o congiungerlo vivente
all’opposito qualunque il suo merito,
finché accerti i tormenti
di non essere solo, e perda
la grazia in indurita bellezza.
Tenere fede alla prova,
passando la spirale
fino al colmo ove ripete
uguale. Un solo filo d’erba
divenuto tempesta,
un dio senza rimedio, inoperoso.
**
Da Index vacuus, Edgewise Presse, 2004
Oscuro
come una guarigione,
una prodezza del respiro,
questo solenne encomio
dell’inverno – dormienti
contesi dal primo riverbero,
al congedo di una canzone
d’esuli, e noi nell’ordito,
mani vuote, di qua
dal risoluto orizzonte,
così elementare
per un Borromini
delle nuvole.
Alfine uno si volga
verso la meditazione
della resina
sul vecchio pinastro.
*
Fine del mutevole.
Roveti di fiori. Abbàssati
finché l’argilla manda odore.
Non resta che la terra,
il polveroso promemoria,
il gelo il calco l’arsura.
Fossimo tra i primi,
macchiati da spavento,
la sapremmo dura sindone
di un’insaziata parte
di cielo.
**
Da Perduta comodità del mondo, La Camera verde, 2013
Vieni scorrere accanto,
mia diletta, e non esser mai
della stirpe dei ricordi.
Conosci gli sposi
della rugiada, e
– nella silenziosa chimica
dei boschi – coloro
che affidano il mondo.
Non nominare la scure.
**
Da Tornare altrove, La Finestra Editrice, 2016
Mi smarrii quel giorno
in un villaggio
– prego, non ridere –
come potrei smarrirmi
in un riverbero,
nell’erba tremula
a un ruscello, ne
l’inatteso suo sorriso,
donna che in un punto
fa delicato il mondo.
**
Da Le cose innegabili, Avagliano Editore, 2018
I
Non sarà l’annuvolato cielo,
né il difettoso patto,
a tralasciare uno dei due
su mulattiere d’infanzia –
saremo noi, senza fretta
in un istante, contenti
d’assodarci e guarire.
Eravamo pretendenti,
poi spericolate serietà
di cui nessuna
attenta a uno spiraglio,
solo un trasalire di colori
in falso lume.
Noi come siamo
ora, noi che siamo
distanziato sogno.
*
V
E un giorno
non si resiste più
ai particolari: l’intonaco
ancora screpolato
qui, l’esclamazione
d’un libro accantonato,
quell’insistere d’ombre
verso il buio. E noi,
alberi sfrondati, ignari,
dell’abbondanza del disegno
e minuziosamente asserviti.
Anomalíe – tra selci
e amuleti, respinti doni.
*
IX
Mattino,
che giunge senza scorta
tranne le sue abitudini,
fanciullo assorto
già invaghito
di un’ansia pomeridiana,
e affanno di passi
nei molti recinti, scrutando
le sconfinate pretese d’erba –
alta sfinita erba di novembre,
le sue speranze
non sono che le nostre.
Uomo scolaro d’ombra,
abbassa le tue palpebre.
*
X
Addietro, ove per tempo
l’antagonista delle lontananze
addomesticò il vuoto,
quante cose custodite
che non sono, esuli in serre
che non han stagione.
Quel che germoglia qui,
non mai disfatto –
per indolenza di fioritura.
*
XIII
Questo lento inverarsi non è il mio,
che saprei precipitare il mondo
come un disastroso condottiero,
almeno incontrando cose
invece di guardar avanti
se sopravvivano a loro stanchezza –
le cose innegabili, esordio senza sigillo
il cui adempimento richiede il tu,
temerario ornamento dell’io.
*
XXIX
E trasognando le vedi,
figure scarse,
livide come un delitto
o per sortilegio amorose.
Invidia d’una vita
senza le mie vertebre, un
non orgoglioso scorrere
facendo del sorriso
un’abitudine – come
in certe locande fuori mano,
sai, quando sbagli strada
e chissà dall’errore
cosa speri.
*
XXXI
Vegliare accanto ai solchi
ove i semi insonni maturano
senza rumore, senza sognarsi
spighe, poi andar via,
orme superstiti
su rovesciate zolle, simili
al coltivatore dell’inverno,
orfano di terra, che inutile
andrà verso una casa
come farebbe la grandine.
*
XLI
È simile a un assedio
questa luce,
a un volitare in arnie
e nessun ridosso per noi
che verremo espugnati
prima del crepuscolo.
Così ripensi all’inverno,
all’invenzione del buio
che mise in pericolo
i nostri sentimenti,
li costrinse nel respiro
ma li promise a marzo –
marzo che irrompe
come un teppista
nel cagionevole noi.
*
XLIV
Al fine, scrivere la storia
delle cose minute –
la vicenda d’un pettine
ai capelli
o il culto delle scaglie
di madreperla.
È tempo di destarsi
per consistere
nell’ardua interezza
dei frammenti:
è qui che si viene vinti –
un vetro offuscato,
un appuntamento
con la polvere.
**
Da A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020
La notte
sparse quel che doveva,
a impoverire accomunare
la terra. La notte
chiese un’altra notte,
resina di sogni
sotto ultimi rami,
e tacito affinché.
Potesse questo buio
dietro l’impeto dei sogni
ritornare
le sue tristi sorgenti
o il riso inascoltato,
quel lontano fermaglio
delle molte vite
caduto quando
prendemmo a sognare.
*
Nascere.
Illudere luce
percuotere onde.
Andar di nuovo
lungo muri di sale,
spargendo voce
su cose finite.
Timore che il sonno,
nel suo racconto,
completi ognuno
col pianto.
**
Da Esito, La Finestra Editrice, 2024
Mandriano di sogni,
li spingi controluce
a migrazione,
sei stanco
mentir aurore.
Non si ha più
indipendenza –
in questo
febbricitante
convivere – caduto
in subbuglio
il disadorno scudo –,
è opera dei vivi
il nostro morire.
Vado tra coloro
che in giorni senz’età
hanno già pianto.
*
Non ha cerimonie
l’addío, né gonfior
di lingua –
per una volta,
tacere avanti ai fatti.
Guárdati da brevità,
non vorrai deludere
quel peso – sollevalo,
lascialo ricadere
tra fólle taciturne
d’altre età,
pensa senza luogo
a quel laggiù
ove imaginavi
comprendere.
Se in tua anàmnesi
una patria, evita
far ritorno, ché
un vento più antico
dell’ordine dorico
schiantò i tuoi boschi.
All’orlo precipitoso
degli eventi, non puoi
con affanno soffermarti –
sommessamente
non t’aduni negli eventi,
hai diritto
a maggior grembo.
Addío – germogliante –
benevola piaga.
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Intervista di Fabrizio Buratto, dicembre 2018, Bomarzo, reperibile in rete.
[2] “Il letto era fatto. La povertà / annusava il suo dovere.’ / Non servono
altri versi / per sapere Amelia al culmine, / sprofondati coloro che viva / la
schernivano, ragazza / da principio malfatta, / che doveva ritrarsi / o ridere a
squarciagola, / stremata iraconda fanciulla /straniera ad ogni sé stessa. / Non
essendo al servizio / d’ingiustizia, molti anni / dopo, da qui verso di te – /
ti chiamo.”
[3] Intervista dell’11 dicembre 2020 pubblicata su questa rivista.
[4] A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020, pag. 172.
[5] Sovente, nei testi di Cagnone, si rinvengono latinismi, francesismi,
anglicismi, iberismi (oltre ai consueti eleganti arcaismi).
[6] What’s Hecuba ti Him or He to Hecuba?, Out of London Press, New York,
1975; Andatura, Milano Società di Poesia, 1979; Vaticinio, PDF Press,
1984; Notturno sopra il giorno, Severgnini, Cernusco sul Naviglio, 1985; Armi
senza insegne, Coliseum, 1988; Anima del vuoto, Palomar, Bari,
1993; Avvento, Palomar, Bari, 1995; The book of giving back, Edgewise, New York,
1998; Il popolo delle cose, Jaca Book, Milano, 1999; Doveri dell’esilio, Night
Mail, Pavia, 2022; L’oro guarda l’argento – Opere scelte, Anterem, Verona,
2003; Index Vacuus, Edgewise, New York, 2004; Le cose innegabili, Avagliano,
Modena, 2010; Penombra della lingua, La Camera Verde, Roma, 2012; Perduta
comodità del mondo, La Camera Verde, Roma, 2013; Tacere fra gli alberi, Coup
d’idée, Edizioni d’arte di Enrica D’Orna, Torino, 2014; Tornare altrove, La
Finestra Editrice, Lavìs, 2016; Corre alla sua sorte, Carteggi Letterari – Le
Edizioni, Messina, 2016; Cammina mare, La Finestra Editrice, Lavìs,
2016; Ingenuitas, La Finestra Editrice, Lavìs, 2017; La genitiva terra, La
Finestra Editrice, Lavìs, 2019; Mestizia dopo gli ultimi racconti, La Finestra
Editrice, Lavìs, 2019; Accoglimento, La Finestra Editrice, Lavìs, 2020; A
ritroso, 2020-1976, Nottetempo, Milano, 2020; Ex animo, La Finestra Editrice,
Lavìs, 2020; Sterpi e fioriture, La Finestra Editrice, Lavìs, 2021; Carmina.
Poemi 1979-2017, La Finestra Editrice, Lavìs, 2022; Come colui che teme e
chiama, Giometti & Antonello, Macerata, 2023; Esito, La Finestra Editrice,
Lavìs, 2024.
[7] Tali speculazioni sono raccolte, fra l’altro, nell’opera Discorde, sorta di
zibaldone in origine pubblicato dalla casa editrice Coliseum, diretta da Nanni,
e in seguito ripubblicato da La Finestra Editrice (nel 2015).
[8] Esito, La Finestra Editrice, 2024, pag. 76.
[9] A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020.
*In copertina: Nanni Cagnone secondo Dino Ignani
L'articolo “Addío – germogliante – benevola piaga”. A Nanni Cagnone, un
eresiarca senza seguaci proviene da Pangea.
Passeggiando per il centro di Chișinău, percorrendo la ampia Stefan cel Mare
(Stefano il Grande), arteria principale della capitale moldava dedicata all’eroe
e santo della Chiesa ortodossa, a un certo punto si incrocia la via Puškin.
Nulla di singolare, ogni città o contrada russa o che per lungo tempo ha
gravitato nell’orbita della Santa Madre – e la Moldova lo ha fatto per molto e
in diverse occasioni – ha una strada, una piazza, un viale dedicati all’autore
riconosciuto come il padre del russo moderno e della lingua letteraria russa.
Quello fra Aleksandr Sergeevič Puškin e la piccola capitale della ex Repubblica
socialista sovietica di Moldova, però, è un legame ben più profondo rispetto a
quello che può emergere da una ordinaria scelta toponomastica. Per approfondirlo
bisogna percorrere qualche passo fuori dal cuore pulsante di Chișinău,
lasciandosi alle spalle la cattedrale e l’arco di trionfo simboli della città.
Difatti, sulla vicina stradina intitolata al musicista e folclorista romeno
Anton Pann, nascosto fra alberi, piccoli broli e altre casucce tutte uguali a un
piano o due, troviamo un edificio bianco con le imposte brunastre cui è affissa
una targa con su scritto in romeno: “Casa-muzeu A. Pușkin”.
Fermiamoci sulla soglia e scopriamo cosa ci fa a Chișinău un museo dedicato
all’autore dell’Evgenij Onegin, la “bibbia” della letteratura russa. È
necessario tornare al 1820. Il 21 settembre di quell’anno, il ventunenne
Aleksandr Puškin arrivava nella città che al tempo portava il nome russo di
Kišinëv. Non si trattava di un viaggio di piacere, ma di una tappa del suo lungo
esilio.
Giovane funzionario del Ministero degli Esteri e autore di componimenti
apprezzati da una platea sempre più eterogenea, Puškin fu esiliato dallo zar
Alessandro I, nipote di Caterina la Grande, per i suoi legami con presunti
cospiratori del potere e per il contenuto delle sue poesie, eccessivamente
liberali agli occhi del sovrano, e, pertanto, bollate come antizariste. Spedito
prima nella Nuova Russia – a Ekaterinoslav, la attuale città ucraina di Dnipro
–, Puškin fu poi indirizzato ancora più a Sud, ancora più ai margini
dell’Impero, nella povera Bessarabia, sulla riva sinistra del Dnestr, un’area
scarsamente abitata fino agli ultimi decenni dell’Ottocento.
Al tempo, la Bessarabia, col suo nome che sa di incanto e di
spezie, corrispondeva alla più piccola e perifericagubernija del grande Impero
russo, strappata agli ottomani al termine della guerra russo-turca del
1806-1812. Un’area, da sempre contesa e al centro di contrasti e di commistioni
etniche, culturali e religiose, in cui per tutto l’Ottocento fu portata avanti
la russificazione del popolo.
Tenerlo lontano dalla temperie culturale e dal fermento intellettuale di
Pietroburgo, dalle dame e dai gentiluomini – soprattutto dalle dame – e dai
salottini della “città più astratta e premeditata di tutto il globo terrestre”,
nelle intenzioni di Alessandro avrebbe rappresentato una punizione esemplare per
l’eccentrico poeta. Il suo estro si sarebbe sfibrato fino a spezzarsi col duro
confino in quelle lande abitate da chissà quale razza di bifolchi. In realtà
Puškin era conosciutissimo anche lì, alle estreme periferie dell’Impero, fra
quella gente assai meno incolta rispetto a quanto credeva il
regnante. A Chișinău il giovane poeta fu accolto come una stella, talento più
fulgido della nuova poesia russa, con fiori e omaggi, tanto dal popolo quanto
dai vertici politici locali.
Nell’odierna capitale della Moldova, ad Aleksandr Puškin fu riservata
l’abitazione del generale Ivan Inzov, pluridecorato comandante dell’Impero russo
durante la campagna di Napoleone in Russia, nominato governatore della
Bessarabia e capo del comitato per i coloni della Russia meridionale. Inzov, che
alla rettitudine e durezza del generale univa una sensibilità inusuale per un
militare del suo rango, instaurò subito un rapporto di fidanza col cantore russo
e lo presentò all’aristocrazia locale.
Seppur il primo impatto non fu esattamente esaltante – il poeta esule scrisse di
Chișinău come di “città maledetta”, “città oscura”, che “la lingua non si stanca
mai di insultarti” –, il periodo moldavo di Puškin fu senza dubbio formativo e
distinto da notevole ispirazione poetica.
L’esilio durò tre anni. Un esilio dorato, potremmo dire, grazie alla eccezionale
fiducia accordatagli da Inzov. Il governatore si preoccupò di favorire al
condannato l’instaurazione di rapporti sociali, gestì con indulgenza le sue
passioni giovanili e concesse al poeta financo la possibilità di viaggiare per
la regione. Un privilegio per un proscritto dello zar. Nella vivace e
multietnica Bessarabia e fra i bucolici paesaggi della Moldova, l’originale
genio creativo di Puškin maturò.
A Chișinău scrisse lunghe parti de Il prigioniero del Caucaso e de La fontana di
Bachčisaraj, dopo una visita alla città della Crimea. Ispirato all’esilio in
Bessarabia nacque poi il poema Gli zingari:
> “Gli zingari in chiassosa folla
> Vagano per la Bessarabia,
> Oggi sul fiume
> Nelle lacere tende pernottano.
> Come la libertà è giocondo il loro giaciglio
> E pacifico sonno sotto il cielo”.
Negli anni di esilio, Aleksandr Puškin mise le basi anche della sua opera più
celebre, l’Evgenij Onegin, “immortale ed inarrivabile poema” secondo
Dostoevskij, capolavoro in versi della letteratura russa di ogni tempo, “nel
quale è incarnata la vera vita russa, con una tale forza creativa e con una tale
perfezione, quale non era mai esistita prima di Puškin”.
Quella che alle nostre latitudini chiameremmo, meno propriamente, la casa del
confino di Puškin è stata cancellata dai conflitti, dalle devastazioni e dagli
stravolgimenti geopolitici che hanno segnato Chișinău e l’inquieta Europa
dell’Est nel corso del Novecento, ma la dimora del soggiorno dell’illustre
ospite è stata riallestita, fedele ai gusti e ai costumi dell’epoca, nel terreno
su cui doveva sorgere duecento e passa anni orsono.
La Casa-museo, ufficialmente aperta nel 1948 e inserita nella lista dei
monumenti nazionali della Moldova,conserva materiali originali dalla fine del
Diciottesimo secolo alla prima metà del Diciannovesimo. Le sale rimandano alla
cultura rurale bessarabica e all’ambiente letterario e sociale del tempo con una
collezione di cimeli d’epoca e vedute, e poi mezzibusti, lettere, schizzi,
stralci di manoscritti originali, lettere e ritratti, non soltanto di Puškin, ma
pure di amici, artisti contemporanei e maestri del poeta. Fra questi Lord Byron,
affascinante e ribelle poeta romantico, nume tutelare del giovane Puškin che lo
ricordava come il “maestro dei miei pensieri”.
Nel parchetto attorno alla dimora, inoltre, si incontra un busto dell’aedo russo
realizzato dallo scultore Mikhail Anikushin, già autore del monumento di Puškin
collocato nella stazione Puškinskaja della metropolitana di San Pietroburgo.
Un’altra statua raffigurante il genio dell’Onegin si trova nel parco Stefan cel
Mare, lungo l’omonimo viale della capitale moldava. Il monumento fu innalzato
grazie al contributo degli abitanti di Chișinău, che raccolsero del denaro per
ricordare il passaggio di Puškin in città una volta concluso il suo confino.
L’esilio nelle regioni di frontiera dell’Impero russo terminò alla fine del
1825. Trasferito negli ultimi anni di pena a Odessa e poi nell’oblast’ di Pskov
– nei pressi di Michailovskoe, la città oggi intitolata al poeta col nome di
Puškinskie Gory –, Puškin rientrò a Pietroburgo grazie alla decisione di Nicola
I, succeduto al fratello Alessandro alla morte di questi, di cancellare il
provvedimento del precedente imperatore.
Seguì il matrimonio con la bella e raffinata Natal’ja Gončarova, sposata nel
1831, e la prematura morte a duello, nel febbraio 1837 a soli trentasette anni,
per mano del barone Georges d’Anthès, perdigiorno dal sangue blu e banale
amatore impenitente, di cui aveva il forte sospetto, fomentatogli nell’animo da
alcune lettere anonime, fosse l’amante della moglie. Un autentico finale alla
russa, uno sgambetto del fato.
Antonio Pagliuso
*In copertina: Orest Kipenskij, “Ritratto di Puškin”, 1827; le fotografie dalla
Casa-museo di Puškin a Chișinău sono di Antonio Pagliuso
L'articolo Consteggiando il mito. Viaggio in Bessarabia, nei luoghi dell’esilio
dorato di Puškin proviene da Pangea.
A un certo punto la filosofia si contrasse rannicchiandosi su sé stessa. I
grandi sistemi morali del passato tornarono alla forma ossuta e scintillante del
frammento presocratico. Questo tzimtzum lasciò che al contenuto speculativo
della filosofia sopravvivesse soltanto il suo aspetto esteriore — la forma, per
così dire — di cui alcuni, i cosiddetti moralisti, approfittarono senza scrupoli
e ritegno.
Nelle loro mani i costumi, i vizi e le abitudini degli umani divennero
l’argomentum a hominem di una disciplina che ormai se ne fotteva di Dio e
dell’Essere. Come comportarsi in società dissimulando un feroce disprezzo per
certe assillanti convenzioni fu per un certo tempo più importante del concetto
di immortalità dell’anima o dell’indagine sulla natura del bene. La forma breve
della loro scrittura si impose alla voluminosa trattatistica come l’oggettino
insignificante — l’àgalma che Alcibiade paragona a Socrate — ingenuamente si
compara con una preziosa parure di gioielli. Una massima o un aforisma usciti
dal loro calamo valeva almeno quanto un capitolo della Critica della ragion
pura o dell’Ethica more geometrico demonstrata.
La morale, dunque, si snellì riducendosi a una presa di tabacco che il moralista
modellò ai suoi gusti raffinati e alla buona capacità di scriverne o discorrerne
in un sottile equilibrio tra il senso del «pubblico» e quello del «privato».
Anche l’apparente cinismo del libertino non fece che sancire questo discrimine
tra il «dentro» e il «fuori», tra ciò che era ammesso tra le mura domestiche e
ciò che le convenzioni sociali aborrivano e condannavano. La morale alla quale
costui faceva riferimento, in fin dei conti, non era altro che quella di un
innocuo prurito erotico e un maldestro ateismo. Poco più di uno svago o un
capriccetto, insomma. Eppure è in questa crepa che il moralista piantò il
fittone per cominciare la scalata. Più che legislatore dell’anima, egli divenne
interprete delle sfumature, custode di un equilibrio fragile, sempre esposto al
rischio e al fascino della pura apparenza. L’uomo còlto nella sua rutilante
inutilità e grettezza fu il suo bersaglio preferito.
Tuttavia il moralista non è un filosofo di razza. Questo valga come assunto. La
verità cui egli aspira non è quella, per intenderci, che altri misuravano con
l’esistenza di Dio o con la necessità ontologica di questo o quell’altro ente. È
vero, il suo sguardo si posa inesorabile sulle cose verso le quali, il più delle
volte, egli manifesta il proprio sdegno, ma in fin dei conti il suo risentimento
è innocuo. Il pungiglione che il moralista infligge all’umano consesso non fa di
lui un Socrate che da Platone apprendiamo fosse insopportabile come un tafano.
Costui infastidiva quel tanto che basta per poter dire di avere accarezzato,
almeno per un giorno, l’alètheia. Il moralista, invece, s’illude che il mondo
possa conformarsi allo schema arguto del suo Witz, alla sua sensibilità elevata
a criterio universale. In altre parole, egli non tollera che altri possano avere
preferenze o stili di vita diversi da quelli che egli forgia con i suoi
aforismi. Mentre Democrito non tagliava né unghie né capelli e Diogene di Sinope
era lercio come un cane rognoso, il suo abbigliamento e il suo modo di
presentarsi in società parlano per questo honnête homme prima che apra bocca. E
sebbene il più delle volte non ha né un’araldica né titoli accademici da esibire
ha invece una ferrea cultura che brandisce come una clava. (E non soltanto per
questo è antipatico come quelle donnette attempate alla Zia March che ci
vogliono insegnare “a campare” con etichetta e bon ton). La sua filosofia si
riduce alla «massima» come in La Rochefoucauld o alla «favola» come per La
Fontaine, letteratura di facile beva, insomma. Finanche i Pensées di Pascal — un
filosofo il cui pensiero è ingombrato dalla presenza di Dio — letti con un certo
distacco non sono che un modesto livre de chevet o, detto altrimenti, una
lettura che concilia il sonno.
Eppure questi brillanti scrittori non hanno eguali in termini di stile e ingegno
letterari. La loro prosa adamantina e ricercata fa da contraltare alla goffa
prosopopea degli accreditati tromboni accademiciche in una pubblica
conversazione non spiccicherebbero una parola se non ruminandola da calepini
altrettanto fuffosi. Pare che Aristotele fosse bleso e che Rousseau ammettesse
«[…] la lenteur de mes idées et l’aridité de ma conversation me forçaient de
recourir aux fictions pour avoir quelque chose à dire» (Les rêveries du
promeneur solitaire – Quatrième promenade). A tal proposito, anche il ritratto
che Hotko dà del suo maestro Hegel è impietoso:
> «Spossato, corrucciato, sedeva là afflosciato a testa china, e parlando
> continuava a sfogliare e cercare nelle lunghe pagine di quaderno, avanti e
> indietro, su e giù; il continuo tossire e schiarirsi la voce intralciava il
> flusso del discorso, ogni frase se ne stava isolata, e usciva con sforzo,
> spezzata e gettata alla rinfusa; ogni parola, ogni sillaba si staccava solo
> controvoglia, per poi ricevere, dalla sonora voce metallica in stretto
> dialetto svevo, un’intensità stranamente enfatica, come se ognuna fosse la più
> importante».
>
> (H. G. Hotko, Ritratto di Hegel a Berlino)
E con questo, credo che non ci sia altro da aggiungere.
Su questa faglia di contraddizioni si situa uno degli ultimi libri di Marco
Lanterna intitolato La bilancia inquieta. Saggiatura dei moralisti (La scuola di
Pitagora, 2025). Questo piccolo saggio non è solo una ricognizione della
tradizione moralistica, ma un preciso tentativo di misurarne il peso, di
sondarne l’instabilità interna. Perché inquieta è la bilancia che oscilla, non
solo per l’oggetto che pesa, ma per la mano che la regge. In tempi di sciupio di
parole, di abbondanza bulimica di comunicazione e messaggi rabberciati,
interessarsi ai moralisti e alla loro prosa in punta di fioretto è davvero un
atto controcorrente e «inattuale». Ma Lanterna vi è abituato (si leggano i suoi
saggi di filosofia abiotica, per esempio). E così il suo agile libretto si
adegua alla forma di ciò che tratta dando prova, prima di tutto e come sempre,
di stile e carattere personali, perché:
> «[…] l’unico modo degno d’affrontare i moralisti, anche in sede critica, è da
> moralista, ossia continuandone lo spirito d’amor-odio per l’uomo, se
> necessario fin nelle pieghe bitorzolute dell’erudizione. Non è però cosa da
> tutti, occorre infatti essere moralisti in proprio e dunque possedere a
> fortiori penetrazione psicologica sopraffina, pratica del mondo, animo
> riscaldato, buone letture, stile (ossia l’esatto contrario del cursus
> studiorum scolasticamente in voga)».
Ma interessante è anche la breve rassegna di moralisti italiani che l’autore
include nella seconda parte del saggio e che simpaticamente chiama «fricassea».
Con lo stesso intento e spirito della Crestomazia italiana di Leopardi, Lanterna
tira fuori dall’oblio i nomi e le opere di un manipolo di dimenticati e per essi
rivendica la paternità del genere moralistico.
> «Che i cari francesi ci abbiano scippato un genere (magari fosse solo quello),
> — reclama Lanterna — intestandosi il “moralisme” in filosofia, è cosa ormai
> criticamente assodata. Da Petrarca, attraverso Pontano e l’Alberti, sino al
> duo Machiavelli-Guicciardini e ben oltre, gl’italiani hanno fissato forme e
> temi della moralistica assai prima dei cugini d’Oltralpe».
Cosicché da questa fricassea apprendiamo l’esistenza del Viaggio in Alamagna di
Francesco Vettori, poderoso «come un faraglione»; delle strabilianti epistole di
Filippo Casavecchia e delle architetture letterarie di Leon Battista Alberti.
Inoltre vi leggiamo un delicato e commovente ritrattino di Paolina Leopardi,
sorella minore del Recanatese, e persino di un certo Carlo Muccio, moralista
contemporaneo, paragonabile per scetticismo al filosofo Pirrone di Elide.
Di questi uomini si è quasi spenta la memoria. Il ricordo delle loro opere è un
fioco lumicino il cui lucore — Lanterna lo dimostra — è risucchiato dalle
tenebre. Ma dopotutto a chi più interessa smazzarsi e scervellarsi per questa
gente giacché, come scrive un altro sagace e impenitente moralista del calibro
di Albert Caraco, anch’esso fin troppo trascurato:
> «Fatti salvi un pugno di geni e una nidiata di scellerati, gli esseri umani
> sono interscambiabili, le differenze che si notano provengono otto volte su
> dieci dall’esperienza poiché la natura della maggioranza varia unicamente
> entro i limiti della mediocrità».
>
> (A. Caraco, L’uomo di mondo)
Vincenzo Liguori
*In copertina: Carl Spitzweg, Il filosofo, 1855 ca.
L'articolo Filosofo o moralista? Duello all’ultimo sangue tra l’anatomista
dell’Essere e il fustigatore degli esseri proviene da Pangea.
Nella tradizione cinese, la poesia è il genere letterario di gran lunga più
importante, mentre la prosa ha un ruolo minore e solo nel XX secolo in parte
riabilitato.
Com’è ben noto, il momento di maggior nitore delle arti tutte ma in specie della
poesia è l’epoca della dinastia Tang (618-905 d. C.), con poeti come Li Bai (da
noi conosciuto anche come Li Po), Tu Fu e, per appunto Wang Wei (699-759), il
quale fu inoltre apprezzatissimo pittore, calligrafo e si occupò di musica e di
medicina. Presente ad esempio nella celebre antologia del periodo Qing Le
trecento poesie Tang (tradotta per l’occidente da Martin Benedikter; a sua
stessa cura abbiamo le Poesie del fiume Wang, un botta e risposta poetico con
l’amico P’ei Ti), fu attivo seguace del pensiero Chan per il quale la poesia è
l’esercizio più intenso.
In molte traduzioni di classici cinesi la scelta piú o meno consapevole dei
traduttori di questa parte del mondo e segnatamente nella nostra lingua è quella
di collocare preventivamente il testo in un territorio remoto, inaccessibile,
qualcosa semmai da ammirare ma non toccare, tagliando fuori di conseguenza il
lettore da ogni vera esperienza. Il processo di allontanamento avviene di solito
dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, fallendo così
nell’intercettarne l’intento originale, in più con l’elaborazione di una lingua
esotica e astratta, tendente alla trascendenza, una sorta di ‘spiritualese’. È
quello che si è cercato di evitare in questa traduzione.
Il tema dell’addio è uno degli snodi classici costanti della poesia cinese.
**
王 維
渭 城 曲
渭 城 朝 雨 浥 輕 塵
客 舍 青 青 楊 柳 春
勸 君 更 盡 一 杯 酒
西 岀 陽 關 無 故 人
Canzone di Wei Cheng[1]
qui a Wei Cheng la pioggia al mattino ha appena bagnato la polvere,
la locanda del viaggiatore tutta una verde primavera di salici,
ti consiglio di vuotare un altro bicchiere,
a occidente, oltre il passo di Yang[2], certo non troverai i vecchi amici.
*
送 別
下 馬 飲 君 酒
問 君 何 所 之
君 言 不 得 意
歸 臥 南 山 陲
但 去 莫 復 問
白 雲 無 盡 時
Saluto a chi parte [3]
appena sceso da cavallo ti offro del vino
e ti chiedo dove stai andando.
dici che ti senti sconfitto
e ti ritiri lontano, ai monti meridionali[4].
poi te ne vai e io non chiedo più niente,
laggiù le bianche nubi non si disfano nel tempo.
Testo e traduzioni di Paolo Morelli
*In copertina: Zhao Mengjian, Amici dell’inverno, XIII secolo
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[1] Città sul fiume Wei, affluente del Fiume Giallo, nello Shaanxi, provincia
del nord-ovest.
[2] È la porta nella Grande Muraglia verso ovest (e il deserto).
[3] Forse chi parte è l’amico Meng Haoran, o forse il poeta finge un dialogo con
sé stesso e la propria delusione.
[4] Una catena collinare a sud di Chang’an, nello Shaanxi, dove Wang Wei aveva
una casa.
L'articolo “Dici che ti senti sconfitto e ti ritiri lontano”. Due poesie di Wang
Wei proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro
discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non
avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
**
MARIA DI MAGDALA, QUESTO MI BASTA
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro. (Gv 20,1)
> “Sarai in grado di riconoscere che il tuo spirito è pienamente risorto in
> Cristo se potrai dire con intima convinzione: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Questa parola esprime davvero un attaccamento profondo e degno degli
> amici di Gesù. Com’è pura l’affezione che può dire: «Se Gesù vive, questo mi
> basta!». Se egli vive, io vivo, perché la mia anima è sospesa a lui, di più
> egli è la mia vita è tutto ciò ci cui ho bisogno. Che cosa mi può infatti
> mancare, se Gesù vive? Anzi mi manchi pure tutto il resto, questo a me non
> importa, purché Gesù viva… Se a lui piacesse anche che io mancassi a me
> stesso, a me basta che egli viva, fosse pure per se stesso. Quando l’amore del
> Cristo assorbe così totalmente il cuore dell’uomo, al punto che egli si
> trascuri e dimentichi se stesso e sia sensibile solo a Gesù Cristo e a quello
> che concerne Gesù Cristo, allora soltanto la carità è perfetta in lui”.
>
> (Guerrico d’Igny, Sermo in Pascha, I, 5; da Lectio Divina per la vita
> quotidiana vol 4, Queriniana, 2000)
Salpare con Maria di Magdala in quella notte che l’evangelista battezza come un
inizio (ma lei, ancora, non lo sa) non è così difficile. Quando il buio si
intona con le oscurità del cuore basta scegliere di abitare la tenebra, di
intonarsi al dramma. Non sappiamo cosa si muovesse davvero nel cuore della
Maddalena, sappiamo però cosa si muove nel nostro quando scegliamo di stare nel
buio, di adeguarci al lutto, di interpretare continuamente la parte della
vittima da dolore insanabile. Non è facile vivere nella pena ma almeno è
accettabile, per noi che sentiamo di aver trovato la giusta modalità di reazione
agli urti della vita, per la società che comunque comprende la scelta romantica
della macerazione nella fine di un amore. Di un sogno. Di un ideale. Quindi non
so dire con esattezza se trovare una pietra scostata dal sepolcro dei nostri
dolori, dei nostri fallimenti, dei nostri eterni dubbi esistenziali, possa
essere letta immediatamente come una buona notizia. Scompiglia il copione.
Costringe a rimettere tutto in gioco. Soprattutto obbliga a dover imparare una
grammatica nuova, diversa, inaccettabile. David Maria Turoldo scrisse in una sua
famosissima poesia dal titolo A stento il nulla queste parole:
> “No, credere a Pasqua non è
> giusta fede:
> troppo bello sei a Pasqua!
> Fede vera
> è al venerdì santo
> quando tu non c’eri
> lassù!…”
>
> (David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991)
Poesia splendida che si conclude con quel maestoso “e a stento il Nulla dà forma
alla sua assenza”, eppure quell’inizio mi ha sempre bloccato, non l’ho mai
condiviso. Credo invece sia molto più facile credere in giorno di venerdì,
quando Lui tace (proprio perché Lui tace!) e tutto si gioca in una carne
martoriata ma visibile. È molto più facile stare in una fede impastata di buio,
con la speranza probabile di potere avere un cadavere a disposizione da adorare,
profumare, amare, trattenere. Quante vite si arenano romanticamente sul cadavere
idealizzato di quello che avremmo potuto essere togliendoci così l’imbarazzo di
andare per il mondo, come suggerisce Guerrico d’Igny a proclamare “Se Gesù vive,
questo mi basta!”. Nessun saggio si siederebbe ad ascoltare questo infantile
grido mistico, sui turbamenti della fede, sulle ombre che incrostano pensieri di
laici devoti; invece, è sempre molto più interessante adagiarsi. Siamo sempre
allo stesso punto. Per credere, per credere nella Resurrezione, bisogna perdere
se stessi, occorre avere un’anima “sospesa a lui”, dire che Dio “è la mia vita,
è tutto ciò di cui ho bisogno”, che siamo pronti a perdere noi stessi pur di non
perdere Lui. No, credere nella Resurrezione non è più facile rispetto a
scegliere di abitare eternamente il dubbio e il dolore. Credere a Pasqua è
trovare la forza di proclamare quella che sembra l’ingenuo sogno di un bambino.
Abitare la Resurrezione chiede la follia degli amanti, la pazzia dei mistici,
chiede di perdere la faccia. E lo sa bene l’apostolo Paolo:
> Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano,
> altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”. Così Paolo si
> allontanò da loro.
>
> (Atti 17,32-33)
*
PIETRO, LA RESURREZIONE È UN LEGAME
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!». (Gv 20,2)
> “Padre e Figlio (…) hanno vissuto tutta la passione intimamente uniti. Insieme
> hanno acconsentito alla morte di Gesù, dolorosa tanto per l’uno quanto per
> l’altro. Al cuore di quella morte, il Padre non abbandona il Figlio, e il
> Figlio stringe sempre la mano del Padre. Come cantava il salmo: il Padre non
> può abbandonarlo alla morte, né lasciare che il Figlio amato veda la
> corruzione (cf. Sal 16,10). E come ripeteranno continuamente gli apostoli nei
> loro primi discorsi sulla pasqua, è la destra di Dio che ha esaltato Gesù come
> principe e salvatore. colui che dona il perdono e la remissione dei peccati”.
>
> (André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2017)
Ma per fortuna Maria di Magdala corre, forse riesce a credere solo che il corpo
dell’amato sia stato rubato, però corre, chiede al suo di corpo di ritrovare
velocità, urgenza, concede allo smarrimento il dono di una relazione: cerca gli
amici. Maria di Magdala rintraccia qualcuno con cui entrare in dialogo. Non è
sfumatura di poco conto. Come non è indifferente che non sia solo Pietro ad
essere interpellato, con lui c’è anche l’altro discepolo. La Resurrezione si
comprende solo assumendo la logica dei legami, perché la Resurrezione è un
legame! Non l’intervento di un Dio che dall’alto irrompe nella storia per
correggere una traiettoria errata, non il colpo di teatro dell’Onnipotente a
sistemare il più grande e drammatico errore dell’umanità ma lo svelamento
dell’essenza profonda della vita di ogni uomo: il legame indissolubile con
Lui. Quello manifestato in Cristo in modo unico e perfetto. Gesù è il Dio che si
fa uomo per rendere visibile il legame eterno di Alleanza tra il Padre e il
Figlio, tra Creatore e creature. La Resurrezione svelata il mattino di Pasqua
con quel sepolcro oggettivamente vuoto (senza il quale non sarebbe stato
possibile per i discepoli iniziare un itinerario di conversione, di rilettura,
di comprensione!) accompagna i discepoli a ricordare e riconoscere quella
testimonianza cristallina che Cristo ha da sempre predicato nella sua carne, “il
Padre non abbandona il Figlio, e il Figlio stringe sempre la mano del Padre”.
La Resurrezione non è comprensibile se non nella rilettura esperienziale di un
Dio che non ha mai abbandonato il Figlio, di un Figlio che nella sua carne ha
reso visibile la presenza dell’Invisibile. La Resurrezione è comprensibile solo
tentando di seguire la domanda della Maddalena (“non sappiamo dove l’hanno
posto!”) ma provando a rispondere a partire dall’esperienza di vita condivisa
con il Maestro: Gesù non può che essere nel “luogo” dove è sempre stato: nel
seno del Padre. Se la Resurrezione fosse solo irruzione esterna, evento
dall’alto, il Risorto sarebbe apparso a tutti, invece la possibilità di accedere
alla logica della Resurrezione è possibile solo per chi abita la relazione con
Lui. Il Risorto appare solo ai suoi. Non può far altro, abitare il legame è la
dinamica insita alla comprensione della Resurrezione.
Si comincia già a intravedere quale sarà la logica futura, il tempo dello
Spirito Santo, l’esperienza di una promessa, Alleanza davvero definitiva: io
sono stato con voi, io sono con coi, io sarò sempre con voi. È questa l’unica
porta d’accesso per intuire l’Annuncio Pasquale che altro non è se non lo
svelamento del senso profondo della vita degli uomini. Siamo vivi per scegliere
di vivere nel Suo legame d’Amore. Relazione che diventa segno/simbolo visibile
in tutti quei tentativi d’amore che rendono viva la viva. La Resurrezione matura
in noi ogni volta che tentiamo di amare come Lui ci ha amato. Vangelo.
Maria Maddalena secondo Piero di Cosimo, 1490-95
*
L’ALTRO DISEPOLO E LA VELOCITA’ DELL’AMORE
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. (Gv
20,3-5)
> “Nella Chiesa l’amore va sempre più in fetta del ministero. Si accorge più in
> fretta di ciò che bisogna fare, si impegna sempre con generosità. Il
> ministero, anche quando si muove con la massima rapidità, non può raggiungere
> l’amore… L’amore consiste nella generosità; ed è in questa che è più rapido…
> Ma l’amore non è un folle che corre in modo insensato. Infatti entrambi
> corrono bene insieme. L’amore resta in giusto contatto con il ministero e a
> sua disposizione, ma è comunque lui che trascina”.
>
> (H. Urs von Balthasar, Adreinne von Speyr et sa mission théologique, Apostolat
> des éditione, Paris, 1976, pp.225-226; da Commento delle Letture dominicali,
> Edizioni Paoline, 1992)
Anche la corsa verso il sepolcro non è traiettoria individuale, corre Pietro e
corre l’altro discepolo, corre il magistero, secondo l’interpretazione di Von
Balthasar, e corre l’amore, ma l’amore è più rapido, meno appesantito, più
generoso. Eppure non entra nel sepolcro, aspetta. Mi sembra la descrizione di
tutti i nostri tentativi di vita, spesso goffi e dolorosi. Non penso
immediatamente al magistero come alla raccolta di leggi che governano la chiesa
istituzione, penso al dissidio che ognuno di noi si porta dentro. Penso a chi
corre rapido e tiene il passo dell’Amore, ma poi deve fermarsi, aspettare,
perché quell’amore se non prende carne, se non assume il magistero della
concretezza, se non si ordina in disciplinate regole è la dissoluzione in mille
fantasie, è la spiritualizzazione delle migliori intenzioni, è la gabbia dorata
degli indecisi, è la trincea dietro cui si difende chi ha paura del corpo. Penso
a chi, al contrario, non riesce più a contattare l’amore ed è imprigionato in
uno scialle di norme e di regole, di dogmi personali, di teorie inscalfibili che
impediscono di cedere, di credere davvero, di affidarsi. Penso a chi vorrebbe
amare e non ne ha più il coraggio, a chi non ne ha mai fatto piena esperienza
oppure a chi ci ha provato, e si è bruciato. Penso a chi non si fida della
concretezza del mondo, a chi trova sempre un motivo per non affidarsi a nessuna
istituzione perché qualsiasi istituzione non mai pura come l’idealizzazione
dell’amore. Penso che la corsa di Pietro e dell’altro discepolo ce la portiamo
dentro e non è mai risolta del tutto, e che fede sia stare nel doloroso
discernimento di tentare di far accedere nel sepolcro, a breve distanza, il
doppio approccio alla vita.
*
NEL SEPOLCRO L’ABISSO DI DIO
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e
osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato
là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (Gv 20,6-7)
> “Se guardiamo a Gesù, possiamo credere che con la morte una vita non cade nel
> vuoto abisso dell’assurdità, ma nell’abisso di Dio”.
>
> (Karl Rahner, Che cos’è la risurrezione, Queriniana, 1987)
Non è così difficile credere sul Calvario. Credere nell’ennesimo profeta
incompreso, nel Maestro ucciso dal potere, nel romantico rivoluzionario immolato
dal sistema. Non è così difficile credere nemmeno se si assume lo sguardo del
centurione al Calvario, si può credere di credere in Dio accontentandosi di
adorare un uomo innocente che muore benedicendo. È già tantissimo, ma non è vera
fede. Vera fede non è intavolare un discorso sulla morte del maestro, quello lo
faranno pure i due di Emmaus, da subito, vera fede è tornare indietro, accettare
la morte, entrare nel sepolcro: personalmente! Magistero e Amore, i due
discepoli che ci abitano, devono morire. Un magistero che non muore per il
fratello non è evangelico. Un amore che non dà la vita per il nemico non è
amore. Non è questo l’abisso di Dio? Possiamo limitarci a teorizzare sull’abisso
oppure decidere che non ha senso nulla di noi se non varchiamo la soglia del
sepolcro. Quel passaggio è saggezza o assurdità? Perdere la vita è pienezza o
penosa follia? Entrare nel sepolcro è lasciare che la parete del seme si incrini
per incarnare primavera o è una pietosa fuga da quel mondo che sentiamo
inospitale? Non esiste risposta teorica, preventiva, esiste un legame,
personale, con il Vivente. Esiste la possibilità di accogliere la risposta:
«Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”» (Lc
1,27), sono le parole dell’Angelo a Maria, lo Spirito entra nel Sepolcro della
carne, Annunciazione, Incarnazione, Resurrezione: questo il movimento della fede
di Dio nell’uomo.
William Blake, Le tre Marie al sepolcro, 1800
*
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e
vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli
doveva risorgere dai morti. (Gv 20, 7-9)
> “Senza sminuire dunque la suprema e incommensurabile serietà della morte, la
> esatta linea di demarcazione tra la vita e la morte non gioca quel ruolo unico
> ed esclusivo che spesso le accordiamo (o forse le accordavamo?). Molto più
> importante è invece la questione se la comunione con Dio permane in tutte le
> situazioni della vita e nella morte. Non alcun effetto liberatorio una
> qualsiasi dottrina sulla resurrezione, bensì l’esperienza della risposta di
> Dio: «Io sono sempre con te!»”.
>
> (Karl Lehmann, Gesù Cristo è risorto, Queriniana, 1988)
Solo da dentro il sepolcro si può vedere e credere, immersi in un Vuoto
ordinato, spazio dove la morte ha appena finito di sistemare bende e sudario,
morte che offre il suo volto fecondo e doloroso; la vita non è altro che il
travaglio verso un passaggio, è un parto, una Pasqua. Non si sminuisce il
dolore, non si svuota ingenuamente il dramma, non si disarma la paura, ma ha
ragione Lehmann, fossilizzarsi sul confine non ci aiuta a comprendere. Non ha
senso chiedersi “cosa ci sarà dopo”, pontificare che “nessuno è mai tornato!”,
andato dove? Tornato da dove? Incomprensibile la Resurrezione se non si è in
comunione con il Vivente qui e ora. È la comunione con lui, quella sperimentata
dai discepoli in continuità con tutta la Scrittura (ecco perché solo a Scrittura
compresa iniziarono a credere), quella che avevano sperimentato con Lui e che
ora si illuminava del senso più vero e profondo, ed è così che nascono i
Vangeli, non cronache ma traiettorie offerte per entrare in comunione con il
Vivente, per farne esperienza. Solo così, cercando continuamente la Comunione
con il Risorto, in una vita spirituale insieme leggera (non tutto dipende da
noi) ma anche frutto di disciplina ferrea (la lotta con il mondo non è uno
scherzo), solo così il Sacro non rimarrà spazio di fuga dalla realtà ma luogo
concreto di comunione, ingresso nella verità di ogni vita, intimità con l’Eterno
già qui, già ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: dettaglio dalla Deposizione di Cristo di Rogier van der Weyden,
1435 ca.
L'articolo Se egli vive, io vivo. Intimità con l’Eterno, già qui, già ora
proviene da Pangea.
In Occidente, la notizia delle imprese di Milarepa giunse grazie a Ippolito
Desideri, il gesuita pistoiese che approdò a Lhasa nel 1716. Desideri restò
affascinato dalla figura di un eremita che “dormiva sulla nuda terra”, che
“altro cibo non prendeva se non un pugno d’ortiche o fresche o secche per
ciascun giorno, e queste cotte nella semplice acqua”. Di quel “romito” Desideri
non riportò il nome, non lo ricordava: spirato nelle spire della leggenda – o
meglio, riposto nel segreto, sulla bocca dei monaci, sorridenti come un pascolo,
rudi come una rupe (raccolgo le informazioni dalla fondamentale Vita di
Milarepa di gTsang smyon Heruka curata da Carla Gianotti per Utet, 2004).
Fu il tibetologo Jacques Bacot, un paio di secoli dopo, a rivelare le vicende di
Milarepa, figura tra le più singolari nella storia umana. Il suo studio,
composto dopo diversi viaggi in Asia, Le poète tibétain Milarépa, ses crimes,
ses épreuves, son Nirvāna, uscì nel 1925, a Parigi, per le Éditions Bossard
– spicca ancora in catalogo Adelphi come Vita di Milarepa, è ancora la porta
d’accesso più semplice per penetrare nel cuore dell’inafferrabile eremita.
Nato intorno alla metà dell’XI secolo da famiglia di pastori-allevatori,
Milarepa (Mi la ras pa) esercitò dapprima come esorcista, come mago ‘nero’. È la
vendetta contro alcuni parenti che, dopo la morte del padre, si erano
impossessati dei beni della sua famiglia ad animarlo nella conoscenza delle arti
e dei malefici. I parenti moriranno nel crollo della casa avita, durante un
matrimonio; i campi devastati da turbini di grandine.
La seconda vita di Milarepa è dunque un percorso tortuoso tra i rivoli
dell’espiazione: comprendere la natura dei poteri, installarsi nell’umiltà,
fuggire il mondo, il mondano. Gli anni di pratica con il grande maestro Mar pa
lo sfiancano: aderire al compito in cieca obbedienza, obbligarsi ad accettare
l’insuccesso, l’incongruo, finanche l’infamia. Imparare che ciò che si
costruisce va distrutto, che ciò che nasce reca lo stigma del dolore. La
leggenda dell’eremita comincia quando Milarepa penetra la ‘realizzazione’:
lascia il maestro, s’infila tra i dirupi, pratica l’insussistenza, la nudità –
interiore ed esteriore –, guidato dal diamante della perspicacia e della
perseveranza.
> “Il suo corpo diventerà verde, la pelle faticherà a tenere insieme le ossa, il
> suo aspetto desterà spavento e ripugnanza… Mi la ras pa, dedicandosi
> unicamente a praticare le preziose istruzioni ricevute, realizzerà alla fine
> il suo scopo santo: raggiungerà la condizione di Buddha. Allora egli canterà
> la sua realizzazione per il bene degli essere umani e non umani”.
>
> (Carla Gianotti)
In un momento esemplare della Vita, Milarepa affronta la sorella, Pe ta,
disfatta dal pianto, disperata per il suo stato, che crede di indigenza. Non
capisce perché, al cospetto dei Lama, che abitano in ricchi monasteri, issati
sul trono riccamente istoriato, artefici di una ‘via’ di successo, Milarepa
abbia scelto la povertà, l’inutilità, il disprezzo, il disgusto. “Non parlare in
questo modo”, gli intima con dolcezza Milarepa, “Ai tuoi occhi il mio essere
privo di veste e la vita che normalmente conduco sono motivo di vergogna. Ma io
sono felice di come sono”. L’estrema spoliazione è il discredito dell’apparenza;
l’estrema follia è la suprema felicità del santo. In uno dei più spregiudicati
canti, l’eremita intona:
> “Dovunque mi trovo, sono felice.
> Qualunque veste indosso, sono felice.
> Qualunque cibo mangio, sono felice.
> In ogni circostanza sono felice”.
Che in quell’eremita felice gli uomini non scorgano altro che l’annientato, il
sommo pazzo, è un segno del raggiungimento.
La singolarità di Milarepa – una ‘eccedenza’ che ha portato alcuni studiosi ad
avvicinare il maestro tibetano, pur nell’incomparabile diversità della pratica e
dei fini, a San Francesco – è la fusione dello spirito ascetico con
l’ispirazione poetica. Milarepa è l’aedo della liberazione, è il celestiale
cantore, il genio che salmeggia tra le rocche, nobile come un leopardo delle
nevi, sagace come un avvoltoio. I centomila canti di Milarepa sono opera
letteraria e sapienziale straordinaria, da mettere al fianco dell’epopea di
Gilgamesh, dei canti di Isaia, delle odi di Pindaro. Qualsiasi paragone,
tuttavia, è improprio per disonestà negli esiti: i canti di Milarepa, con
facondia incantatoria, pura stregoneria del verbo, intendono introdurre gli
uditori nella grande danza della realizzazione. Parola non soltanto persuasiva,
dunque, ma che opera.
Dei Centomila canti esiste una preziosissima edizione Adelphi, stampata nel
2002; purtroppo rimasta ferma al primo tomo. In appendice si traducono alcuni
canti dalla versione francese approntata per Fayard da Marie-José Lamothe. Di
norma, il canto s’innerva su un contesto di dibattito tra i discepoli;
un’occasione invoglia il maestro al verso, che sorge lì per lì, come viva fonte,
quasi ingenerato per naturalezza. Il genere stesso della poesia, che è poi una
montagna rovesciata, con quel procedere tra pinnacoli verbali, abissi nel senso,
verità in ombra e improvvisi di luce, sembra appropriato alla rivelazione,
all’impeto conoscitivo. Nella Bibbia quando il dire prende un’altra ‘marcia’ si
va a perpendicolo, per versi: il lettore deve indossare i ramponi – o meglio, fa
bene a spogliarsi di ogni supporto vivente, di ogni immeritato orpello. Così, i
maestri taoisti infilano i loro insegnamenti nella trama dei versi; il Corano è
un folgorante poema – è il codice degli infiniti poeti sufi, da Rumi ad Hafez,
da Attar ad al-Hallaj. I sapienti zen, in Giappone – pensiamo a Basho o a Saigyo
– vagabondano poetando, oppure – pensiamo a Dogen – distillano il loro ermetico,
arduo pensare in versi di diamantina chiarezza. Spesso, le poesie recano
l’impronta del poeta, ne sono il pur fugace ritratto. Poesia, forse, è l’estrema
nudità – volgersi all’altro lato del vocabolario, negli indicibili, sovvertire i
sensi linguistici del mondo. Stravolgere il linguaggio perché torni illibato –
perché torni illecito.
La poesia non è mai passatempo, letteraria malia, come vorrebbero darci a
credere – impone, quando non un sentiero, una ferita, una feritoia. Da lì,
passano volpi, a fiumane, passano stelle, la trafila dei padri discordi, i
guerrieri in armi, gli inermi, i rapsodi e i rapiti.
**
Risposte ai discepoli
All’epoca in cui Milarepa sostava presso la Rocca del Cuculo Solitario,
Rechungpa gli chiese di intonare la pratica per il corpo, la parola, la mente.
Allora Milarepa intonò:
“Proteggi il legame che ti unisce al corpo del Lama.
Usa la parola con la stessa dolcezza con cui parli al bufalo.
Osserva l’assenza d’origine della mente.”
Allora Rechungpa rispose:
“Noi siamo ignoranti, preda del frainteso.
Come proteggere il legame del corpo?
Come preservare la disciplina della parola?
Come scoprire il lignaggio della mente?”
Così disse e così rispose Milarepa:
“Tre legami legano al corpo del Lama.
Mantenere inalterato il voto.
Proteggere l’autenticità del verbo.
Mirare alla totale libertà della mente
quando è nella sua autentica natura.”
Così cantò e Rechungpa cominciò a commentare:
“Nello spontaneo riconoscere il corpo della verità,
quando i pensieri svaniscono da soli,
appare il corpo felice del buddha.
Questo corpo incarnato agisce
perché ogni creatura ne abbia incanto.
All’origine: liberazione attraverso la rinuncia.
La disciplina della mente definisce la via.
La salvaguardia del voto protegge il frutto.
Distaccandosi dalle preoccupazioni materiali
si abbandonano i pesi imposti dal desiderio
ci si protegge dal vizio e dall’artificio.
Il corpo: il vile non lo custodisce.
La parola: lo stolto non la soppesa.
La mente: un infante non la fende.”
Così disse e rispose Milarepa. “Se si ignorano i punti essenziali è inevitabile
l’errore”. E riprese a cantare:
“Lavorare per la liberazione non è garanzia di libertà.
Un nodo appena allentato, continuerà ad annodarsi.
Senza realizzazione, si va alla cieca, ovunque.
I fenomeni mondani ci legano a questa vita.
Il desiderio è grandine: distrugge ogni virtù.
L’artificio ci imprigiona nella risacca della rinascita.
L’immaginazione infiamma la dualità: la scia
delle convenzioni non si cancella con le parole.
L’attaccamento ci relega al samsara.
Senza lignaggio né trasmissione, la parola avvizzisce.
Yama assale chi non ha disciplina.
Le avversità sono un grumo di relazioni cattive.
L’idea stessa dell’origine va rigettata:
ogni nascita esagera l’ego, ci lega all’ego.
Senza la realizzazione: un regno di desideri
effimeri – tutto è vano privo del vero.”
Così cantò.
Una volta il Jetsün aveva il volto coperta e il giovane Repa gli chiese: “Perché
il venerabile dorme?”. Allora Milarepa cominciò a cantare:
“Ho il capo coperto, è vero, ma vedo lontano.
Le creature mondane hanno occhi spianati ma non vedono nulla.
Ho dormito nudo, mantenendo la dignità del buddha.
I fenomeni terreni distraggono
l’opera intera si compone nella mente:
che meraviglia questo infinito esperire!
Ho compiuto il mio dovere di yogi:
ogni mia azione è compenetrata di felicità.”
Così cantò.
Un giorno, il Jetsün era ospite presso il forte di Tsikpa Kangthil. Rechungpa
gli chiese: “Se le esperienze e le realizzazioni di uno yogi lo conducono a
poteri soprannaturali, queste non dovrebbero rimanere segrete?”.
Milarepa allora cantò:
“Il leone che dimora tra montagne innevate
la tigre che vive nelle oscure giungle
il pesce che guizza nei grandi laghi:
che prodigio se rimanessero nascosti
non avrebbero alcun nemico!
Ecco tre esempi esteriori
da applicare nell’interiore:
il corpo dello yogi
la via del metodo tantrico
l’esperienza della vacuità –
che meraviglia se restassero segreti
non avremmo alcun nemico!
Ma soltanto in pochi dominano tali tesori
pochissimi maestri realizzati abitano in Tibet.”
Così cantò.
Un’altra volta, Shengom Repa confessò al Jetsün i dubbi che lo assalivano. Dopo
averli meticolosamente analizzati, Milarepa cantò:
“Chi non ha realizzato che tutto ha lo stesso sapore
medita sulla pura luce e la crede eterna.
Chi non ha realizzato l’unità del tutto con gioia
medita sulla vacuità e crede che nulla esista.
Se non si comprendono le manifestazioni
meditare sulla non-riflessione è vagare tra idoli.
Chi non riconosce la natura nuda della mente
medita la non-dualità armando artifici.
Chi non ha realizzato l’inesistenza materiale della mente
medita con destrezza ma non rivela altro che la propria contrizione.
Se non ci si distacca dall’attaccamento
ogni disciplina resta discriminazione.
Se non si comprende l’inesistenza di ogni barriera
anche le virtù si trasformano in vizi.
Se non si comprende che nascita e morte non esistono
tutti gli sforzi non conducono ad altro che al samsara”.
Così cantò – i dubbi del discepolo furono sradicati.
Mentre il venerabile Milarepa soggiornava presso il Forte del Legno e
dell’Acqua, nella Grotta di Cristallo, sulle rive del meraviglioso fiume che
sgorga dalla gola della dea Tseringma, alcuni mecenati litigavano perché non
pioveva da tempo. Si recarono dal Jetsün perché arbitrasse il loro dibattere. E
lui rispose: “Ignoro i doveri di questo mondo: quando pioverà smetterete di
essere in lite”.
Rechungpa, tuttavia, pregò il Jetsün di ordire una riconciliazione. “Per uno
yogi è del tutto inutile immischiarsi in tali dispute”, disse Milarepa – cantò:
“Gloriosa montagna, quintessenza dei talenti
tu esaudisci ogni desiderio e ogni necessità
del corpo, della parola e della mente.
Ai piedi del Grande Traduttore
con ardore io ti glorifico!
Dirigere, consigliare, fare da intermediari
non porta che alienazione e dolore.
Se vuoi la postura imparziale
sai restare in silenzio di fronte alle assurdità?
Patria, proprietà, famiglia
obbligano alla ronda nel samsara.
Se vuoi sfuggire ai flutti della sofferenza
sei in grado di recidere la radice della schiavitù?
Egoismo, ipocrisia, astuzia
confinano nei mondi inferiori.
Se vuoi la libertà del paradiso
sei in grado di mantenere retta la mente?
Chi commenta, chiosa, discute
non suscita altro che orgoglio e gelosia.
Se vuoi praticare la nobile dottrina
sei in grado di farti umile?
Una casa, un lavoro, la reputazione
distruggono la concentrazione dello yogi.
Se vuoi custodire l’innata saggezza
saprai annientare ogni pretesa?
Maestri, seguaci, discepoli
comportano afflizione e distrazione.
Se vuoi praticare la solitudine
saprai evitare queste tre insidie?
Magia, poteri occulti, divinazione
mettono a rischio la vita dello yogi.
Se vuoi giungere alla sapienza suprema
saprai essere discreto come il piccolo tordo?
Questo inno dei sette rimedi
destinato a infrangere i sette difetti
l’ho intanato dopo averlo sperimentato.
Che tu possa raggiungere l’illuminazione!”.
Così cantò.
L'articolo “Ogni mia azione è intrisa di gioia”. I canti di Milarepa, l’asceta
poeta proviene da Pangea.