> “Cristina vide accorrere una belva verso di lei, apparendo e scomparendo
> velocemente, attraverso i fossati di neve. Da lontano ne vide apparire altre.
> Allora s’inginocchiò, chiuse gli occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
*
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il
vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro
camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti
e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro
dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te
sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù
tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt
14,22-33)
*
Nella paura
> “Non potevano credere che fosse veramente Gesù; che egli potesse essere lì,
> così vicino, mentre l’avevano lasciato sulla riva, ormai «a qualche miglio di
> distanza». No, non era lui che avanzava verso di loro sul mare agitato”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
Non poteva essere lui quello che camminava sulle acque, non può essere lui a
ordinare ai suoi amici di precederli sull’altra riva, non può essere lui a
ritirarsi inutile e solitario nel grembo di Dio, non può essere lui a comandare
alla tempesta, non può essere così il Dio a cui ci è chiesto di credere. E poi,
cosa vuol dire davvero credere, a cosa, a chi? Come credere dal ventre delle
nostre tempeste?
> [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
> sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
> folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
> sera, egli se ne stava lassù, da solo.
Ancora storditi dal miracolo dei pani condivisi, dalla lezione impartita alla
nostra fede acerba, quella che si muove nel mondo misurando il reale, siamo
costretti ad assistere alla disgregazione dei protagonisti. Come i pani spezzati
nel miracolo ecco che tutti si frantumano: la folla, i discepoli e Cristo,
ognuno consacrato a una solitudine diversa. Come se il miracolo avesse bisogno
di esaurirsi nella negazione del prodigio.
Miracolo. La moltiplicazione dei pani, così l’hanno sempre chiamata, fino a
quando il miracolo è stato spiegato. E quindi disinnescato. Spiegazione
simbolica, genere letterario. Non moltiplicati, dicevano gli esegeti,
ma condivisi, perché il vero miracolo è la condivisione, non la moltiplicazione.
E avevano ragione: il miracolo diventava comprensibile, l’accento veniva posto
sulla giustizia, era più facile credere.
Ma quel pane non era stato solo condiviso, quel pane è lo stesso che non è stato
tratto miracolosamente dalle pietre, antica e sempre nuova tentazione. Quello è
il pane che sarebbe stato spezzato nell’Ultima Cena. Quello è Cristo, il suo
corpo. Spezzato per noi. Quello siamo noi, un corpo frantumato e dato in
pasto. Così, ancora, il Cristo fa paura. La salvezza ha il prezzo della vita
intera. Vuoi credere davvero? Prova a te stesso che non hai paura di morire. Che
hai vera nostalgia del Padre. Che una tempesta non può farti paura.
*
Paura e solitudine
Prima le folle vennero congedate da lui in persona. E anche i discepoli vennero
congedati. Per suo ordine. Anche questo è miracolo. Non aver paura di stare da
soli. Sceglierlo. Accettare di allontanare gli amici per non franare in legami
di reciproco bisogno. Gesù sceglieva ogni volta di allontanare i discepoli e le
folle, non voleva creare dipendenza. Era come un morire continuo. In fondo non
era venuto anzitutto per sfamare, guarire, nemmeno per perdonare.Forse era
venuto per lanciare segni, squarciava il cielo e poi lo ricuciva. Veniva per
seminare nostalgia d’Eterno. Pur amandoli non voleva aver bisogno dei Dodici, il
suo rapporto con i discepoli non franava mai nella seduzione.
Volevano davvero stare con lui? Dovevano rispettare gli ordini, obbedire:
scegliere la solitudine e una vita tempestosa. A Dio si deve obbedire. Questo
ustiona la nostra moderna sensibilità.
E poi viene la sera, viene sempre la sera, su ogni giornata, al termine di ogni
viaggio; spesso arriva prima che il sole sia tramontato. È la sera della perdita
dell’entusiasmo, quando ti viene il dubbio che tutto ciò che stai facendo sia
solo una risposta ammantata di sacro nel tentativo di coprire i fallimenti.
Essere sulla barca di Cristo per il solo motivo che sulla nostra barca, nel
nostro essere pescatori, non funzionavamo più. La fede come una fuga dalla
realtà. E poi è facile: i pani condivisi diventano miracolo e anche una tempesta
sul mare viene sedata dalla fede. È più facile credere nei miracoli che
accettare di aver sbagliato la vita. Questo succede quando ti scende la sera nel
cuore.
*
Paura di un fantasma
> La barca intanto distava già̀ molte miglia da terra ed era agitata dalle onde:
> il vento infatti era contrario.
Maledizione vera è che tu invidi chi, in nome del Signore, sembra felice. Chi
crede nella pace e nella giustizia, chi gode d’aver dato la vita per i poveri.
Ci si è spinti troppo al largo e forse non è questo che Gesù intendeva con
l’andare all’altra riva. Hanno capito male i discepoli. E poi il vento è
contrario. Non è indizio evidente della mancanza di provvidenza?
> Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo
> camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e
> gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io,
> non abbiate paura!».
Alla quarta veglia della notte, perché la notte è tutta da attraversare, Cristo
cammina sulle acque. Non poteva essere lui. Perché non era arrivato prima?
Perché arrivava così? Chi è veramente questo Dio? Quella fu solo una delle mille
tempeste. Forse credere è stare nella tempesta. O forse no. Forse è solo una
scusa per non dover ammettere di aver solo dannatamente paura di vivere.
*
Paura del male, paura di me
> “Nella barca agitata dalle onde a causa del vento contrario, la tradizione ha
> visto assai per tempo un’immagine della Chiesa alle prese con l’irruzione del
> male. È di notte, e in assenza di Gesù, che bisogna raggiungere l’altra riva.
> Questi dettagli evocano bene la situazione della comunità cristiana in questo
> tempo di fede”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
È tutto vero, è tutto così, la Chiesa alle prese con il male. Ma se il male
fossimo noi? Se io che sono costretto a predicare fossi solo un falso profeta?
Se fossi io il male per la Chiesa? Questo dilania il cuore.
Non è il male a fare paura. È che il male possa essere io.
*
Paura di morire
> Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di
> te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
> camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
> s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
Non resta che imparare da Pietro. Che ha paura di morire. Questa è la vita.
Implorare in forma di preghiera di poter camminare sulle acque, cioè di essere
come Cristo. Che rischio, che azzardo! Che ci esaudisca, di diventare come il
Crocifisso. Sappiamo che non saremo mai come lui ma, forse, ci è chiesto di
condividerne la morte.
Scendere come Pietro dalla barca delle nostre sicurezze in un battesimo
terribile, cercare di tramutare la paura di essere spacciati in un grido
continuo al limite della disperazione. A questo siamo chiamati?
«Signore salvami!» Io non ho altro. Io non sono altro. Se tu non mi salvi io
sono solo. E finito.
Ho letto da poco Vino e pane di Ignazio Silone, non riesco a spostarmi da lì.
*
Paurosamente incontrarlo in un lupo
> “A un certo momento una voce rispose da lontano, ma non era voce umana. Pareva
> il guaito di un cane, ma più acuto e prolungato. Probabilmente Cristina lo
> riconobbe. Era l’urlo del lupo. L’urlo della carnaccia. Il richiamo agli altri
> lupi sparsi sulla montagna. L’invito al banchetto comune. Attraverso il
> nevischio e l’oscurità della notte incipiente, Cristina vide accorrere una
> belva verso di lei, apparendo e scomparendo velocemente, attraverso i fossati
> di neve. Da lontano ne vide apparire altre. Allora s’inginocchiò, chiuse gli
> occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
> E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché
> hai dubitato?».
> Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
> prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Sono io, non abbiate paura.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Henry Ossawa Tanner, Christ Walking on the Water, 1910
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Nata a Bucarest, sfollata a Buenos Aires nel 1959 – il papà era un
antistalinista professo –, scrittrice estrosa, bellissima, Alina Diaconú ha
avuto una lunga relazione epistolare con Emil Cioran. È a lei, in un’intimità
raccolta in Preguntas con respuestas (1998), che Cioran dice del suo rapporto
con Alejandra Pizarnik.
> “Cara Alina, che omissione assoluta: non le ho detto di Alejandra Pizarnik.
> Abitava nel mio quartiere, più esattamente in rue Saint-Sulpice. Quante volte
> mi sono imbattuto in quella sconosciuta, trascinava con sé una disperazione
> che conosco così bene!”.
Le aveva lasciato un biglietto nell’hotel parigino in cui soggiornava. “Non se
ne vada”, soggiunse – ma Alina partì. La Pizarnik sigilla sempre un addio (per
approfondimenti si veda: A. Diaconú, Querido Cioran. Cronaca di un’amicizia,
Criterion Editrice, 2021).
Nata nel 1936 a Buenos Aires da ebrei di origine ucraina, Alejandra Pizarnik
atterrò a Parigi che aveva ventiquattro anni: voleva vivere – e morire – di
poesia. Conobbe Georges Bataille, legò con Julio Cortázar, Octavio Paz scelse di
firmare l’introduzione della sua plaquette, Árbol de Diana, uscita nel 1962:
“Solitudine, concentrazione, addestramento alla sensibilità sono requisiti
indispensabili alla visione. Alcuni intellettuali di onorata intelligenza
lamentano di non vedere nulla, nonostante la loro cultura”. Ecco il punto.
Mentre l’intellettuale si mette in posa e poeta – e il lettore trae giovamento
dal poetico, unguento mentale che sana con poco verbo vittimismi e malinconie –
il poeta abita in un aldilà del linguaggio. Il poeta arma il linguaggio fino a
farsi male, fino alle mannaie dell’io, per annegare nella propria notte oscura.
Più che altro, il testo di Octavio Paz – oscuro per eccesso di chiarore – è un
trattato alchemico scritto contro “i pregiudizi dell’illuminismo contemporaneo”
(lo abbiamo tradotto in calce); è la chiave – simbolica dunque reale, in
una attualità che è per sempre – per penetrare nell’opera di Pizarnik.
Alejandra Pizarnik inviò Árbol de Diana a Cristina Campo. Si erano conosciute a
Parigi, di sfuggita. “Ci sono dei Suoi versi che mi ossessionano”, le scrisse
Cristina nel gennaio del 1963. Il legame epistolare, di intensità caustica,
ambigua, durò qualche anno. La Pizarnik le dedicò una poesia, Anelli di cenere,
poi raccolta in Le opere e le notti (1965), opera prediletta dalla Campo: “E
quando è notte, sempre,/ una tribù di parole mutilate/ cerca asilo nella mia
gola,/ perché non cantino loro,/ i funesti, i padroni del silenzio” (cito dalla
traduzione di Matteo Lefèvre da: A. Pizarnik, Poesia completa, Crocetti, 2026;
il libro reca “uno scritto” di Concita De Gregorio, non brutto). Cristina le
inviò La Tigre assenza (“Ahi che la tigre/ la Tigre assenza/ o amati/ ha tutto
divorato…”) con dedica “Ad Alejandra Pizarnik”. Il padre era morto da poco, “con
tanta amabilità, quasi in mezzo ad una conversazione”; per lettera, le parlava
di Borges e di Octavio Paz, di Djuna Barnes, dei “canti dei salmi che ci
aspettano forse da tutta l’eternità” ascoltati “presso i miei amici
aschenaziti”, di Rabbi Abraham Joshua Heschel, “un mistico di pura tradizione
chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie” (poi pubblicato da
Rusconi, proprio per impegno di Cristina Campo). Forse nella ebraicità di
Pizarnik, la Campo cercava un conforto: il roveto ardente in vece dell’ardore.
Infine – così pare, almeno, compulsando questo epistolario di cristallo,
scoperto da Stefanie Golisch tra le carte della Pizarnik custodite alla
Princeton University, per ora impubblicabile –, Cristina Campo tentò di tradurre
l’infelicità di Alejandra in grazia. La volle santa – lei restò dannata.
Erano gli anni dell’impegno anticonciliare e del legame con Monsignor Lefebvre;
Cristina scrisse alla Pizarnik di dotarsi di una tradizione, di purificarsi (“La
sua innocenza non chiede altro che trasformarsi in coscienza”), di trovare il
proprio ordine interiore (“Non vada, la supplico, dallo psicoanalista. Oltre che
del tutto inutile, è una cosa veramente indecente, e che ostruisce tutti gli
ingressi al destino col pretesto di aprirne alla libido”). Zolla, dietro le
quinte – era, in fondo, l’artefice di tutti gli interessi epistolari della Campo
–, annuiva. La Pizarnik restò di ghiaccio – così annota nel diario: “Lettera di
Cristina. Mi fa paura. Come se mi avesse scritto un angelo”.
L’ultima lettera di Cristina è del 7 aprile 1970 (“La posta qui non annuncia più
gli scioperi, ma, senza dire una parola, tonnellate di lettere vengono buttate
silenziosamente in mare”). Alejandra era rientrata a Buenos Aires da qualche
tempo, qualche mese dopo – in luglio – appuntò una risposta (“Cristina, mi vuole
ancora bene? Le piacerebbe vedermi ora, strana bambina dai capelli lunghi
lunghissimi, e così pallida e fragile che quando mi guardo allo specchio mi
sorrido per darle coraggio…”) che non spedì mai e che possiamo leggere in: A.
Pizarnik, L’altra voce. Lettere 1955-1972, Giometti & Antonello, 2019.
Chiunque sia stato a Buenos Aires riconosce gli emblemi ideati da Borges, il
meno argentino degli scrittori argentini: il labirinto e lo specchio, il
coltello e la tigre blu. Alejandra Pizarnik, donna dal viso felide, sprofondò in
se stessa fino a divorarsi. Così appunta nel suo diario, è il novembre del
1971:
> “Scrivere è dare un senso al soffrire.
> Ho sofferto così tanto che già mi hanno espulso dall’altro mondo.
> Scrivere è voler dare un senso al nostro soffrire”.
Cortázar, l’amico zenit, continuò a inviarle lettere floreali, ormai inutili
(“Oggi, i carnefici uccidono altri, non i poeti, ormai non ci resta neanche
questo privilegio imperiale… Ti accetto solamente viva, ti voglio solamente
Alejandra”, 9 settembre 1971). Alejandra continuò a pubblicare, distrattamente,
a dedicare i propri versi a molti, come a sfracellarsi. Con gli ultimi libri
– El infierno musical e Los pequeños cantos – si costruì un sepolcro.
Morì – il 25 settembre del 1972, per scelta, per abuso di Seconal – e fu un
risorgere al mito. La insediarono in un ristretto club che comprende Sylvia
Plath, Anne Sexton, Amelia Rosselli; scrisse di donne tumulate da un talento
sacrificale, Emily Dickinson (“Lei pensa all’eternità”), Karoline von Günderrode
(“La divorata dallo specchio/ entra in uno scrigno di ceneri/ e ammansisce le
bestie dell’oblio”), Janis Joplin, a cui si confidò come a un’altra se stessa:
> “hai fatto bene a morire
> per questo ti parlo,
> per questo mi affido a una bambina mostro”.
Alejandra è sepolta nel cimitero ebraico di La Tablada; i genitori la chiamavano
“Flora”. Le sue poesie sembrano Unni origami, sembrano lupi di carta: appena
confidi nella loro fragilità, scopri di avere le mani piene di sangue – si
arriva sempre troppo tardi alla poesia, sempre troppo deboli.
*
Introduzione di Octavio Paz a “Árbol de Diana” di Alejandra Pizarnik
Albero di Diana di Alejandra Pizarnik. (Chim.): cristallizzazione verbale per
amalgama di insonnia passionale e lucidità meridiana in una dissoluzione della
realtà sottoposta alle più alte temperature. Il prodotto non contiene una sola
particella di menzogna. (Bot.): l’albero di Diana è trasparente e non fa ombra.
Ha luce propria, scintillante e breve. Nasce nelle terre aride dell’America.
L’ostilità del clima, l’inclemenza dei discorsi e del vocio, l’opacità generale
delle specie pensanti, sue vicine, per un ben noto fenomeno di compensazione,
stimolano le proprietà luminose di questa pianta. Non ha radici; il fusto è un
cono di luce leggermente ossessiva; le foglie sono piccole, ricoperte da quattro
o cinque righe di scrittura fosforescente, picciolo elegante e aggressivo,
margini dentellati; i fiori sono diafani, separati i femminili da quelli
maschili, i primi ascellari, quasi sonnambuli e solitari, i secondi spighe,
spolette e, più raramente, spine. (Mit. ed Etnogr.): gli antichi credevano che
l’arco della dea fosse un ramo spezzato dall’albero di Diana. La ferita del
tronco era considerata il sesso (femminile) del cosmo. Forse si tratta di un
fico mitico (la linfa dei rami teneri è lattea, lunare). Il mito allude
probabilmente a un sacrificio per smembramento: un adolescente (uomo o donna)
veniva squartato a ogni luna nuova, per stimolare la riproduzione delle immagini
nella bocca della profetessa (archetipo dell’unione dei mondi inferiori e
superiori). L’albero di Diana è uno degli attributi maschili della divinità
femminile. Alcuni vedono in ciò un’ulteriore conferma dell’origine ermafrodita
della materia grigia e, forse, di tutte le materie; altri deducono che sia un
caso di espropriazione della sostanza maschile solare: il rito sarebbe solo una
cerimonia di mutilazione magica del raggio primordiale. Allo stato attuale delle
nostre conoscenze è impossibile optare per una di queste due ipotesi.
Segnaliamo, tuttavia, che i partecipanti mangiavano in seguito carboni
incandescenti, usanza che perdura fino ai nostri giorni. (Blas.): stemma
parlante. (Fis.): per molto tempo si è negata la realtà fisica dell’albero di
Diana. In effetti, a causa della sua straordinaria trasparenza, pochi possono
vederlo. Solitudine, concentrazione e un generale affinamento della sensibilità
sono requisiti indispensabili per la visione. Alcune persone, con reputazione di
intelligenza, si lamentano del fatto che, nonostante la loro preparazione,
non vedono nulla. Per dissipare il loro errore, basta ricordare che l’albero di
Diana non è un corpo che si possa vedere: è un oggetto (animato) che ci permette
di vedere oltre, uno strumento naturale di visione. Del resto, una piccola prova
di critica sperimentale svanirà, con efficacia e definitivamente, i pregiudizi
dell’illuminismo contemporaneo: collocato di fronte al sole, l’albero di Diana
riflette i suoi raggi e li riunisce in un fuoco centrale chiamato poema, che
produce un calore luminoso capace di bruciare, fondere e persino volatilizzare
gli increduli. Si raccomanda questa prova ai critici letterari della nostra
lingua.
Octavio Paz
Parigi, aprile 1962
Traduzione di Diana Mazon
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Pizarnik proviene da Pangea.
Una sentenza del Manusmṛti, “Le leggi di Manu” (in Italia: Adelphi, 1996),
l’antico trattato legale indiano – una specie di Levitico – riassume il fulcro
della vita terrena: “Cibo e divoratori di cibo: così considera il mondo”. C’è
altro da dire? Ogni religione fonda la propria essenza etica sul cibo perché è
lì che si gioca il vero scandalo: per sopravvivere dobbiamo nutrirci di altri
esseri viventi. Di qui, gli dèi che pretendono odorose libagioni; gli dèi
inghirlandati di sangue. Per estraniarsi da questa dinamica di
morte-e-vita-e-morte, il pensiero umano giunge a vette paradossali: astenersi
dalle carni, ad esempio; il digiuno come pratica cardine (astenersi dal cibo per
preparare uno spazio buono, puro all’apparizione di dio); l’abbandono alla
provvidenza – nutrendosi di ciò che offre il caso; il dio che si offre in pasto,
il dio eucaristico.
Una pagina del Śatapatha Brāhmaṇa (undicesimo kāṇḍa, sesto adhyāya,
primo brāhmaṇa), l’antichissimo, enciclopedico repertorio di riti redatto
nell’VIII secolo a. C. in sanscrito vedico, prepara il dramma sancito dalla
sentenza del Manusmṛti. La pagina – stringata come una parabola di Kafka – narra
di Bhrigu, poeta-veggente (ṛṣi), illuminato, astrologo, inviato da Varuṇa, il
dio che presiede l’equilibrio del cielo e del mondo sotterraneo, a visitare
l’aldilà. Bhrigu, che crede di vedere, proteso ai cieli, è cieco alla legge
della terra. Ciò che scopre è agghiacciante: l’aldilà è composto da uomini che
fanno a pezzi altri uomini e li divorano. Il sapiente fa ritorno sulla terra
distrutto: studiare i libri sacri, investigare il mondo è inutile perché
“Intorno a noi è il nulla”. Nonostante la nobiltà con cui ammantiamo le epopee
della mente e le gesta del cuore, l’uomo, infine, è bocca, denti, apparato
digerente, interiora, feci. Questo “è il nulla”: ogni cosa si consuma, ogni cosa
ci consuma, esiste per essere consumata.
Quando Varuna spiega allo sbrigativo Bhrigu la norma che governa il mondo, la
legge, diremmo, del contrappasso, le cose non sono meno terribili. Gli “uomini”
che Bhrigu ha visto nell’aldilà sono alberi, bestie, prati, acque. Ciò che
abbiamo consumato in questa terra, ci consumerà nell’altra. Se abbiamo mangiato
maiali, polli, vacche e tacchini, saremo mangiati da maiali, polli, vacche e
tacchini. Se abbiamo bevuto acqua, saremo bevuti dalle acque. Se abbiamo
mangiato frutti, grano, riso, saremo divorati da frutti, grano, riso. Non c’è
alcun dio che presieda questo banale – e terribile – capovolgimento. In Massa e
potere – un libro che ne raccoglie migliaia, un libro-menhir – Elias Canetti
spiega questo Brāhmaṇa nel capitolo Il capovolgimento, appunto, così:
> “Quando il divoratore muore e giunge nell’aldilà, la situazione originaria si
> capovolge. La vittima trova il suo divoratore, lo afferra, lo fa a pezzi e lo
> divora… Nell’aldilà si fa, da sé, esattamente ciò che si è subito. È
> particolarmente significativo che il mutamento di forme non sia d’ostacolo al
> capovolgimento. Nell’aldilà chi afferra e fa a pezzi non è più il bue che
> venne divorato, ma un uomo con l’anima di quel bue”.
A questo sistema oltremondano così crudo e meccanico, una sorta di perpetuo
macello, si può scampare tramite i riti di espiazione. Varuna li elenca a
Bhrigu; tutti convergono intorno al rito centrale, l’Agnihotra, il “sacrificio
del fuoco”, celebrato due volte al giorno (“prima dell’alba e dopo il
tramonto”), che comprende, nella forma essenziale, un’offerta di latte o di
riso, confinata tra inni. Per effettuarlo è necessaria la presenza di sacerdoti.
Il Śatapatha Brāhmaṇa è un’amplissima raccolta di riti che segue l’epoca
originaria, ‘lirica’ dei Veda. Nei Brāhmaṇa il rito in sé soppianta l’importanza
degli dèi; il gesto supera la presenza; la spontaneità del canto è sostituita da
un rigido reggimento di norme, da esibire minutamente – un minimo errore basta
ad annientare l’efficacia del rito; il poeta è sostituito dal sacerdote,
‘l’esperto’, il solo che conosca il rito nei suoi infiniti rivoli, labirintici.
Il rito, di per sé, è l’Oriente della vita: ogni rito è una corda e un nodo,
lega e scioglie l’uomo a ogni accadere, a ogni elemento dell’esistere. Il rito,
al contempo, è culla, alcova, tomba: scevra dal rito, una vita è appropriata al
niente, è nulla.
Ciò che colpisce di questo sistema retributivo portato all’eccesso, è la ricerca
ossessiva, anatomicadell’armonia. Il punto del rito – del sacrificio – è
pianificare l’equilibrio in un mondo altrimenti squilibrato. Se ti mangio devo,
in qualche modo, sfamarti, per non diventare il tuo cibo nell’aldilà.
Soddisfare, cioè: tentare un lato di quiete, rinsavire dall’ira, alimentare del
sé il fuoco. Le millimetriche, necessarie accortezze non fanno che rubricarci
nella colpa, nella mancanza, nella punizione. L’armonia, forse, è il vero
scandalo. Verrà il Buddha, poi, a disorientare la tratta del rito.
Quanto a noi: né rito né retribuzione ci toccano – tanto meno, pare, la ricerca
di un’armonia personale e collettiva. Siamo ciò che siamo – carne che mastica
carne – carne da macello.
> “L’interesse principale legato ai Brāhmaṇa, al netto dello ‘stile’ – prolisso,
> caratterizzato per lo più da espressioni dogmatiche chiuse e da un simbolismo
> esasperato simile, in parte, a quello che osserviamo nelle speculazioni degli
> Gnostici – riguarda senza dubbio la descrizione dettagliata del sistema
> sacrificale praticato nelle ultime epoche vediche. Le informazioni fornite
> dai Brāhmaṇa a questo riguardo sono fondamentali: di nessuna altra istituzione
> religiosa conosciamo un cerimoniale tanto dettagliato, fin nei più minuti
> elementi. Soltanto attraverso le speculazioni dei Brāhmaṇa – il significato
> mistico e la facondia simbolica che conferiscono ai singoli riti –
> comprendiamo appieno la natura e lo sviluppo di un culto straordinario”.
Chi scrive è Hans Julius Eggeling, redigendo l’amplissima nota “Brāhmaṇa” per
l’Encyclopædia Britannica. Max Müller, l’orientalista tedesco di stanza a
Oxford, nell’ambito della ‘mostruosa’ impresa “Sacred Books of the East”, affidò
proprio a Eggeling la prima traduzione in lingua occidentale – e finora l’unica
– dei Brāhmaṇa; Eggeling compì la traduzione, pionieristica, tra il 1885 e il
1900. Nato a Hecklingen, Germania, edotto in sanscrito, Eggeling fu segretario
della Royal Asiatic Society di Londra. Dal 1875 al 1914 fu professore di
sanscrito a Edimburgo: durante la Prima guerra si trovava in vacanza nel paese
natio, in Germania. Non gli permisero di tornare in Inghilterra, morì in
Vestfalia, accudito dalla sorella, nel 1918. Dalla sua versione è tratta la
traduzione in italiano del Brāhmaṇa in appendice.
***
Ora: Bhrigu figlio di Varuna si riteneva superiore al padre in sapienza. Varuna
lo capì: “Egli si pensa superiore a me in sapienza”, pensò. Allora disse: “Va’ a
Est, figlio e dopo aver visto ciò che avrai visto, vai a Sud e dopo aver visto
ciò che avrai visto vai a Ovest, e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a
Nord. Dopo aver visto ciò che avrai visto, torna da me e dimmi cosa hai
compreso”.
Allora Bhrigu andò a Est e vide uomini che smembravano altri uomini, mozzando
gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che
orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli
dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”.
E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero –
chiedi a tuo padre, lui sa”.
Da lì si diresse verso Sud: uomini smembravano altri uomini, mozzando gli arti,
uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore!
Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero:
“Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu
disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo
padre, lui sa”.
Da lì mosse verso Ovest: uomini, seduti, immobili, erano divorati da altri
uomini, seduti, immobili. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini immobili
divorano altri uomini immobili”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno
trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non
esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui
sa”.
Di lì mosse a Nord: uomini che urlavano venivano divorati da uomini che
urlavano. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini urlano e vengono divorati da
uomini che urlano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel
mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque
espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Dunque Bhrigu mosse verso settentrione, in luoghi estremi: tra le vie
intermedie, una di fronte all’altra, vide due donne, una bella, l’altra di una
bellezza incomparabile; tra di loro era assiso un uomo, nero, occhi gialli, un
bastone nella mano. Fissandolo, Bhrigu fu invaso dalla paura, tornò a casa,
sedette. Il padre gli disse: “Studia la tua lezione – perché ti rifiuti di
studiare?”. Bhrigu rispose: “Che cosa ho da studiare? Intorno a noi è il nulla”.
Varuna capì e disse: “Allora hai visto!”.
E disse: “Quanto agli uomini che hai visto nella regione orientale, smembrati da
altri uomini, essi erano alberi: quando uno mette della legna da ardere, sul
fuoco, sottomette gli alberi, conquista il regno degli alberi.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione meridionale, smembrati da uomini
che li tagliavano, arto per arto, urlando ‘Questo a te, questo a me!’, essi sono
gli armenti: quando uno fa l’offerta con il latte, sottomette il bestiame e
conquista il mondo delle bestie.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione occidentale, immobili, divorati
da altri uomini immobili, sono i prati: quando il latte dell’Agnihotra [il
sacrificio del fuoco] si illumina sotto la canna, si sottomettono i prati, si
conquista il mondo delle erbe.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione settentrionale, che urlano mentre
vengono divorati da uomini che urlano, sono le acque: quando si versa acqua sul
latte dell’Agnihotra si sottomettono le acque, si conquista il mondo delle
acque.
Quanto alle due donne che hai visto, una bella e l’altra di una bellezza
straordinaria, la prima è la Fede: quando si offre la prima libagione si
sottomette la Fede, la Fede si conquista. La più bella è l’Infedeltà. Quando si
offre la seconda libagione, si sottomette Infedeltà, Infedeltà si aggioga.
Quanto all’uomo nero dagli occhi gialli, con il bastone in mano: è l’Ira.
Quando, dopo aver rovesciato l’acqua nel catino si versa la libagione nel fuoco,
si sottomette Ira, Ira si vince – in verità, chiunque offre consapevolmente
questo Agnihotra ogni cosa sottomette, ogni cosa conquista”.
L'articolo “Vide uomini che divoravano altri uomini” – o della ricerca
dell’armonia proviene da Pangea.
Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline
alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una
depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre
prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo
stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo
punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo
portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene
gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero
sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in
grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo
fondamentalmente malinconico ed empatico.
Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo
fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori
si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti
raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di
indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i
sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si
ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione
che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola
all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni.
Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un
saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo
su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco
prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno,
cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu
una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di
una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.
Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del
giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del
perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato
nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori
offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la
luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che
dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente
definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un
gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.
In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti
pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella
recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi
principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la
civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più
tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla
conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza
Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più
ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve
distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la
Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse
rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che,
in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più
caustico se non fossi cattolico».
Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al
critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima
abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due
dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a
Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo
di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di
lettere e cartoline.
Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti
oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a
sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra
cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel
1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne,
quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i
rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una
biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i
cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall,
il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il
prestigioso Hawthornden Prize.
Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh
convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia
convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette
figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a
disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo
romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del
XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di
una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare
ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds.
Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di
credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso
le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento
come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a
caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del
1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo
messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta
confessione del suo conservatorismo:
> «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano
> inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della
> loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di
> classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in
> particolare per tenere insieme una nazione».
Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò
che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò
sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero
britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.
Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano
stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come
volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece
crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più
avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti
dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere
ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello
Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione
a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i
britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston
Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942)
– nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un
litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra
una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i
cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste
non ebbero alcun seguito.
Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro
estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì
a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita
costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di
alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra
l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto
bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora
solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi
di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora,
Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella
ma meno signorile.
I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non
era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò
l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo
disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A
maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di
mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959.
Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di
tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una
crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico.
Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure
dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue
allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh
assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo
scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con
la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le
proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert
Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò
una parentesi di sollievo.
Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che
avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente
pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non
voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava
veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di
raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di
opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era
intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:
> «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come
> atto di dovere e di obbedienza».
Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che
la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri,
che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo
satirico.
Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per
indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.
Luca Fumagalli
L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore
contro tutti proviene da Pangea.
Alcuni caratteri di Maurice Chappaz rendono la sua totale inattualità del tutto
attuale. La lotta, strenua, da Chisciotte delle nevi, per difendere il genio del
luogo dalla devastazione dell’industria turistica, ad esempio. Rinfocolare la
tradizione con il lirismo, l’eccezione, l’eccezionale. Non avere timore di
attraversare i ‘generi’; preferire il dilettante all’esperto, l’avventato ai
ragionieri della letteratura. Non avere paura di scandalizzare e di farsi ridere
alle spalle. Non avere paura.
Nato a Losanna il 21 dicembre del 1916, tra gli scrittori svizzeri, Chappaz è il
più estroso, l’inclassificabile. Jacques Vandenschrick, che ha curato per
Gallimard un’antologia di Chappaz, Verdures de la nuit et autres poèmes (2026),
ha trovato una formula persuasiva: “Chappaz è un Rabelais travolto da una
valanga, un poligrafo Rimbaud perduto dentro un Tibet della mente! Suo è il tono
selvatico che consuona con quello dei profeti dell’Antico Testamento, venato da
un paganesimo belluino, brutale: voce cruda che si addolcisce d’improvviso”.
Buona famiglia – stirpe di avvocati e di politici –, studi diseguali, puro
istinto al vagabondaggio (è stato, a volte per indecifrabili mesi, in Lapponia e
in Nepal, in Libano, in Tibet, in Russia, in Cina), Chappaz si unisce alla
scrittrice S. Corinna Bille negli anni Quaranta, dandosi integralmente alla
letteratura. Coltivava la vigna, ha lavorato – durante un periodo di crisi, per
un breve periodo – come geometra per studiare la costruzione della diga della
Grande Dixence, nel Canton Vallese. Disse la vita, l’amore, l’onore delle
amicizie – visse in ritiro, a Veyras, borgo medievale abitato da una manciata di
umani, sulla riva del Rodano, facendone un luogo di propulsione artistica. Alla
morte della moglie, nel 1979, si stabilì nell’abbazia di Le Châble, di proprietà
di famiglia. Fu il primo, negli anni Settanta, con il pamphlet Les Maquereaux
des cimes blanches (“I magnaccia delle bianche cime”) a denunciare l’avidità del
turismo, reo di sradicare ataviche tradizioni, di deturpare i luoghi, di
tradurre il selvaggio in cartolina, l’intoccato in ovovia di selfie, l’incanto
in stazioni sciistiche, ziggurat dell’orrido. Alcuni lo presero per un eroe –
altri per un folle. Il ricordo di Philippe Jaccottet ne dice l’umano estro:
> “Di noi era, è il più originale, il più naturalmente poeta. Ricordo una sera
> trascorsa con lui a Sèvres, da Georges Borgeaud, poco dopo la guerra: lo
> avremmo ascoltato parlare per tutta la notte, era un autentico cantastorie
> d’Oriente. È un miracolo che tale sorgente non si sia mai prosciugata. Come
> Gustave Roud fu legato al suo Jorat, alla sua campagna presto ‘perduta’, così
> Chappaz restò fedele al natio Vallese, ‘naufrago’ – benché si sia avventurato
> in luoghi lontani, non ha mai smesso di riesumarne i canti, di seguirne le
> metamorfosi, non ha mai avuto paura di lottare per difenderne l’integrità. La
> sorgente diventò rivo, il rivo un fiume. Preso dal suo afflato lirico, Chappaz
> ha esplorato ogni registro, compresa la fiaba e la satira, la più feroce:
> eppure, rimase se stesso, sempre, delicato, umano, generosamente vivo, anche
> quando tale facondia non ha prodotto risultati del tutto compiuti. Il filo
> conduttore più segreto e puro della sua poesia, quello che rende Chappaz così
> prossimo a Roud, è nella domanda ‘Chi siamo? Dove andiamo?’ posta in un mondo
> che ha subito sconvolgimenti radicali; è una domanda che potrebbe porsi
> l’usignolo in una notte d’estate, è quella che permea l’intera trama
> dell’opera di Chappaz”.
Scrisse, in sei anni, un diario fluviale – di seimila pagine –, ha tradotto
Virgilio e pubblicato libri raffinati dalle altezze, dunque pieni di cielo,
vertiginosi ai più. Alcuni di questi – Vallese-Tibet. Icona dei contadini di
montagna, L’alta Via, Il Vangelo secondo Giuda – li ha pubblicati in Italia,
anni fa, un coraggioso editore del Lago Maggiore – altro luogo mentale, altro
Tibet dello spirito –, Tararà. È ancora per lo più estranea al nostro mondo la
sua poesia, che non ha paura di essere esuberante, di farsi canto-incanto, di
insistere sul sì: un Petrarca a bordo d’aquila.
In Verdures de la nuit, tra i libri più enfatici, estivi e dolci scritti in
lingua francese nel Novecento (uscito, in origine, nel 1945), sono raccolte
anche le prose più esemplari di questo scrittore con la lanterna. Testament du
Haut-Rhône (1953), ad esempio, dove il lirismo s’installa nell’indagine di sé,
nel sondare il rapporto con il luogo natio, reo di uno stile, di un modo
d’essere, di un alfabeto vivente (esistono lingue carnivore e lingue-gufo, come
esistono poeti-fiume, poeti-fogliame, poeti-sauro, a seconda del luogo in cui il
loro genio germoglia):
> “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Il nostro spirito è preda dei venti
> e delle bufere celesti. Il nostro segreto resta sepolto in una razza animale
> mescolata a piante e a minerali di cui non possiamo più essere testimoni. Il
> puro pensiero di Dio ci ha scoperto. Le tenebre hanno avvolto gli umidi astri
> della nube. Siamo apparsi come ambra su una duna di limo, schegge di resina
> trascinata sull’Oceano. Così è per ogni carne, la nostra fuga senza meta dalla
> nascita alla morte. L’abisso si agita in noi, l’azzardo è il resto del nostro
> niente. Per una statuaria usanza, barattiamo l’eternità con giorni e anni,
> mentre i nomi ci chiamano dalla bocca dell’ombra e ride cristallino il gufo.
> Il mondo lascia il suo pungiglione in noi. Anche se è nuda la fonte, dobbiamo
> leggere le trame della nostra presenza, confrontarci sempre con le tracce
> cancellate”.
È la poesia della gioia e dell’ingenuità, inaccettabile in un tempo letterario
in cui domina il grigio, il colore che sta bene ovunque, che non stona.
L’intonazione di Chappaz, piuttosto, è quella di un uomo del primo mondo, un
uomo dei primordi, delle bestie incise sulla pietra, del sale delle stelle sulle
labbra, proteso verso la meraviglia, dove tutto è erba e annuncio, dove l’uomo è
ancora nudo, puro urlo.
In questa pagina l’esercizio lirico si è complicato. Abbiamo chiesto a Eugenio
Sournia, cantautore, già leader dei Siberia, vincitore del Premio Ciampi, di
entrare in sintonia con il linguaggio ‘vegetale’ di Chappaz. Ecco l’esito.
**
LA MERAVIGLIA DELLA DONNA
Signore, amo a volte l’amore
e l’innocenza:
Quando bruciano i miei desideri,
nevica sul mio cuore (Shakespeare, La tempesta)
O luglio che fiorisce nelle arterie
desidero tutte le cose
Nella rossa memoria del mio sangue
muove il fango, le carni sempre vive
arsura, arsura
là canta la schiuma
infuria la mia sete
Ma tu, tu sei delicatezza
mi sarai data a notte come selva
chi dirà allora ciò che è il tuo cuore?
la piena notte del tuo cuore?
qual silenzio
e poi qual voce canterà nel buio.
Quando su di me ti sarai sporta
diventeranno belle le mie braccia
mi riposerai sul petto e poi sarai
sopra di me come una fonte
il canto della fonte
o tenerezza che dèsti le acque e
dolce la loro abbondanza
Io so che tu somigli alla terra
che ugualmente porti rustici doni
che il tuo corpo è come vero grano
tu dai il pane
dono semplice e buono
che visto può essere e toccato
ricopri l’uomo di messi
sei poi come la frutta degli alberi
e porti con te il sole e la dolcezza
e io ti chiamo latte miele uva.
Poi viene la gioia
voi stagioni, voi materie
siete crollate
oh! smania di dire meraviglia, meraviglia
donna, come sei bella
appare la tua grande natura
scivoli tra le braccia di chi t’ama
perduto ogni raggio di sole
Ora è il fresco silenzio della notte
l’estate va cercata nel tuo cuore
lì va cercata ogni cosa
ho solo voglia di dire
meraviglia, meraviglia
chi canterà la notte? chi l’estate?
Donna, ecco la notte
umida e fresca di prati da sfalcio
più dolce della cima delle foglie
quella che nessuno fila o tesse
tenebre come canapa
tu che della notte sei vestita
essa è sempre, sempre amica
E pure essa io amo
lei che viene a passo di bambina
figlia della grotta e del fiume
o limpida, o buia
notte di profonda abbondanza
ove appare la saggezza
la stessa faccia velata e segreta
del nero Egitto.
Ogni cosa è scomparsa
e la creazione ricomincia nella mollica delle stelle
Pure voglio ritrovare tutto
mi sarai donata
noi ci sdraieremo fianco a fianco
Poi rinfresca una pace sconosciuta
la carne colma di visioni
trema come il vino che matura
corpo e anima vicini a me che riposate
dentro i muri della notte
siete grandi e siete belli
vi conoscerò in un istante
La donna nell’ombra, dove è nuda
è come la fresca, grave primavera.
Gli usignoli cantano radiosi
nel nero:
o sole, nostra gloria e sposo
vivo dentro al giorno
impennato di miele e di grano
sole duro e maturo
diamante rosso nella nostra gola
semenza del fattore di arnie
oro misterioso
che vorrebbe esaurire il bel rigoglio delle querce
o sole, che lodiamo nel giardino buio
l’erba, gli alberi
il cielo d’estate blu piombo
i temporali in forma d’iris
lodiamo i nostri fratelli
l’uomo e la donna
il mondo intero che ricreano
il loro amore, la loro solitudine
nella notte che pare una città.
*
O donna, figlia del fango
porti la creta
dell’uomo e del fiume
e del pollice di Dio
hai sotto di te molte braccia
il podere, i lavori della casa
e la piana, e il cielo
e la terra di Canaan con gli alberi da frutta
O donna, in te tutto è grave e bello
come l’uva rigogliosa
senza impazienza in te s’è unita la natura
Tra gli alberi le alte fustaie blu
gli animali atterriti
cammini così bella e così aperta
e cantano i tuoi passi la tua giovane maestà
Fanciulla tra le onde fanciulla
tra l’erba fanciulla sul sentiero del bosco
Una cosa per l’uomo è possibile
cioè di distendersi accanto a te
o fanciulla
Con gioia dai il tuo corpo forte
più bello dei mondi nuovi
e dove il sangue vuol fuggire
tu sai, nel fondo del tuo cuore
che pure il sole è per me tristezza
e che fa polvere e verdeggia.
– Ma adesso dei nostri due volti
non si vedono più che i capelli
un’emozione che mai ho conosciuto
si è impadronita di me
la tua sagoma fende la notte
i tuoi occhi m’appaiono durante l’amore
spalancati e sfocati
come una velatura
come l’alba immensa che si scioglie.
*
TERRA DI PASQUA
Calme tende piantate nel deserto
terra coperta di vive messi
ove gli alberi fumano…
davanti a me si estende il paese
che ancora ha i tratti del Giardino dell’Eufrate
linfa dolce e mitica, fresca e antica
La primavera mi ritrova in patria
la vista lontana degli alberi
rinfresca gli occhi sempre così ardenti
berrò forse al recinto di viole, pianto dei boschi ombrosi
che circonda la strada simile
a una rovente stella di calce
Il desiderio semina i suoi fuochi languidi
palpitano vermigli i frutti della conoscenza
questi monti queste cime queste cupole nella luce
simili a boschi d’alloro
discendono nel mio cuore.
Dei campi simili a un mare morto
presso ai ciliegi ai lecci alle cinciallegre
sentieri grigio tenue vanno là
dove il passo degli uccelli segna la polvere
questo terreno della grande Vallata
è il regno dell’infanzia e della solitudine
è qui ch’è il tuo solo tesoro
Ah! pura amante dell’infinito anima a tutti ignota
tu possa di morte deliziosa
dissolverti nelle montagne all’alba
tra i banchi vaporosi di sole e il profumo dei boschi
Che ti accolga questa aurora
limpida fresca saporita come la nocciola
che dura tutto il mattino
tra le pietre le erbe selvatiche
le vigne di moscato
del «Dolce Versante».
I sentieri polverosi color garofano bianco
dove affondano i piedi dei piccoli pastori
conducono sopra il piano
verso dei rifugi, degli asili che sempre hai cercato
luoghi percorsi dai soli passi dell’ombra e del sole
monti discosti dove non suona che il cinguettio degli uccelli
La poesia è il dono divino
da altri chiamato amore
il suo corpo è come il miele delle api
versato nella gola deserta
è un profumo delizioso
nutrimento delicato ovunque sparso
migliori del pane sono i baci e il sapore della Sposa
in lei s’apre la rosa canina
in lei risuona il canto del cuculo
nella foresta in primavera
È il tempo dell’amore della terra e del suo delirio
il diluvio degli alberi lo rivolta in un vortice dolce e amaro
spio su di lei questi segni
lei che porta ancora l’impronta notturna del firmamento.
*
Un pallido chiarore divide il cielo
Nella notte morente
i fiori dei ciliegi sono come cenere
i villaggi di creta risaltano
come grandi stelle
il giorno lambisce a poco a poco il paese della rosa
sulla terra risorta folli uccelli s’involano
ancora restano mute le montagne
piene d’un’aspra solitudine
raggi leggeri le sfiorano con dolcezza
Al termine d’immensi pendii d’ombra
e di boschi odorosi
mille cime mille pinnacoli dominano il piano
– dolci colline nel sole primaverile –
le vette nevose sembrano perdersi nell’aria azzurra
come le uova di una chioccia selvatica
tra due ciuffi di brughiera.
Ai lati, alle foci ombrose delle vallate
sul fianco snello della montagna
la vigna matura in segreto
la primavera che la fa trasalire
rimane quasi invisibile
è per lei questa notte che nutre il cuore meraviglioso
la sua bellezza non attrae
la sua fecondità è nascosta
come nel grembo della moglie di Abramo
Sugli alberi un vasto biancheggiare di nozze
sfavilla come il temporale
la terra eletta misteriosamente
sembra aprirsi
la porta via una fresca tempesta
Il vino, essenza stessa di tutto questo
giace nel suolo
alla radice dei ceppi
come una libagione fatta ai corpi dei mortali.
L’ombra sì forte che la luce rende questi pendii
bruni solitari
dietro il velo di ontani e di pioppi
che il vento della sera fa tremare
scorre il Rodano
dolce quanto i richiami tenui degli uccelli
le sue onde sono la pasta del pane
le foglie della menta, l’oliva
com’è lento e grave
lo sguardo dei vivi non può intriderlo
Splendide sono le sponde del fiume
dagli argini confusi e delicati
una rugiada nera ha ricoperto le acque calme
e ora si alza come una nebbia
verso la cima delle montagne
che brillano al tramonto, fulvi grappoli dorati
dello splendore della vendemmia.
*
La valle si apre su un piccolo bosco di pini
verso il sud pieno di vapori tiepidi
vasca di viole, di muschi
Una sottile foschia
ricopre al mattino i pendii
il sole penetra la nebbia
simile alle foglie argentate dei lamponi
dove s’indovina il paese meraviglioso
l’annunciano soltanto due colline sottili in fondo alla pianura
e lo stradone bagnato
lungo il quale piccole guardiane di greggi
fan pascolare le loro capre
ci sono campi di mais, albicocchi
cespugli selvatici
un vento freddo aspro e soave
soffia dalle montagne ombrose
i paesi si rannicchiano all’ingresso delle gole
le donne vanno ad attingere l’acqua
i pescatori lanciano lunghe linee
di un filo blu d’argento e acciaio
in una baia deserta
una lieve tinta zafferano tocca la distesa
la terra, simile alla colomba
O fanciulla di fuoco e cenere simile pure ad Erin
intravedo sotto il velo d’aria turbinante
le tenere e snelle colline
questo paese, abitato dalle fate
ed ecco l’arco biancastro delle montagne
I sentieri di campagna
m’han portato fino alle vie della piccola capitale
mi sono fermato sulla soglia della città
presa nella primavera
dove come dentro a un cuore il gran silenzio dell’alba
s’è mutato in mille voci familiari e infantili
che stridono sui muri delle case
annunciando le cose future.
Traduzione di Eugenio Sournia
L'articolo “Nella mollica delle stelle”. Le poesie di Maurice Chappaz, un
Rimbaud perduto in Tibet proviene da Pangea.
Il 15 agosto del 1822, sulla spiaggia di Viareggio, le fiamme consumavano il
corpo di Percy Bysshe Shelley. Era morto annegato l’8 luglio precedente, mentre
una tempesta nel Golfo della Spezia intrappolava la sua goletta Ariel. Con lui
l’amico Edward Williams e il marinario Charles Vinian, che li aveva accompagnati
da Byron e Leigh Hunt, per gli ultimi dettagli della rivista radicale “The
Liberal”. Shelley non sapeva nuotare, aveva ventinove anni, ne avrebbe compiuti
trenta il 4 agosto.
Dieci giorni dopo il mare restituiva i tre corpi. Poiché la legge proibiva la
sepoltura di quelli ritrovati in mare per motivi di “sanità pubblica”, Byron,
Hunt e Trelawny, che aveva identificato Shelley, decisero di cremarne il corpo
sulla spiaggia, secondo il rituale funebre ellenico descritto nell’Eneide. A
ricordarne la morte per acqua, i versi inscritti sulla sua pietra tombale al
cimitero acattolico di Roma, dove riposa vicino a Keats con il figlio William,
riportano il canto di Ariel dalla Tempesta shakesperiana: “Nothing of him that
doth fade/ But doth suffer a sea change/ Into something rich and strange”,
“Niente di lui si svanisce/ Ma per metamorfosi marina/ Diventa qualcosa di ricco
e strano”.
Il fuoco riduceva in cenere uno dei maggiori poeti romantici, ma non la sua
visione, destinata a riemergere cambiata in più “ricca e strana” eredità:
espulso da Oxford appena diciottenne per aver scritto il pamphlet The Necessity
of Atheism e per le sue idee radicali, Shelley dedicherà tutta la vita ai propri
ideali di libertà politica, religiosa e sociale.
Forse meno noto è lo Shelley vegetariano ante litteram, convinto assertore dei
diritti degli animali, persuaso che l’umanità abbia capacità e dovere di
riconoscere in loro non oggetti o risorse, bensì compagni di esistenza. Se è
improprio definirlo “vegano” nel senso moderno del termine (il veganismo,
formulato da Donald Watson nel 1944, implica il rifiuto di ogni sfruttamento
animale, compresi latticini, uova, lana, pelle e sperimentazione), Shelley parla
comunque di “vegetable diet”, “dieta vegetale” e condanna l’uccisione degli
animali per l’alimentazione umana. Il fondamento etico della sua riflessione –
il riconoscimento della sensibilità animale e il rifiuto della violenza
evitabile – costituisce uno dei più importanti antecedenti filosofici del
pensiero animalista contemporaneo. Il grande poema filosofico Queen Mab, che gli
vale l’ammirazione e l’amicizia di Byron, non contiene semplicemente un elogio
del vegetarianismo, ma propone una vera e propria utopia ecologica in cui
giustizia sociale, pace tra gli uomini, rispetto degli animali e armonia con la
natura sono aspetti inseparabili di un unico progetto morale. Due secoli dopo,
nell’epoca della crisi climatica e degli allevamenti intensivi, la sua voce
continua a interrogare la nostra coscienza. Questa linea ideale che affiora dal
Romanticismo inglese, e lega sensibilità poetica e responsabilità etica verso la
natura, connette poesia e giustizia, natura e coscienza – in termini moderni: un
“filo verde” o “ecologico” – porta il nome di Percy Bysshe Shelley. La parola
“vegano” ancora non esiste, ma il poeta ha già scelto: niente carne, niente
sangue nel piatto, nessuna complicità con la violenza.
In Queen Mab, la riflessione filosofica la scelta vegetariana assume dimensione
cosmica e politica:non costituisce cioè un’appendice morale, ma si colloca al
centro di una più vasta riflessione sul rapporto fra violenza, potere e
civiltà. La regina Mab conduce l’anima della protagonista, Ianthe, attraverso la
storia dell’umanità, le mostra come guerre, monarchie, religioni oppressive e
sfruttamento della natura abbiano la stessa genealogia della sopraffazione:
l’uccisione degli animali per nutrirsi è tra i primi anelli di questa catena.
Nel celebre canto VIII Shelley immagina una futura rigenerazione, in cui anche
il rapporto tra uomo e animali sarà finalmente liberato dalla violenza: “Non
più/ Uccide l’agnello che lo guarda negli occhi,/ Né orribilmente ne divora le
membra straziate”. Lo sguardo dell’agnello è uno specchio: la creatura è capace
d’incontrare e ricambiare quello umano, e l’incontro, frattura morale, rende
impossibile l’uccisione. Due secoli prima che filosofi come Emmanuel Levinas
attribuiscano al volto dell’altro un valore etico assoluto, Shelley individua
nello sguardo dell’animale il luogo originario della responsabilità morale.
La descrizione di un mondo riconciliato – “Il leone dimentica la sete di
sangue;/ Lo si vede giocare al sole/ Accanto al capretto ormai senza paura” –
richiama Isaia – “il lupo dimorerà con l’agnello” –, ma qui non è il miracolo
divino a instaurare la pace, bensì il cambiamento etico dell’uomo. Quando
quest’ultimo rinuncia alla violenza, anche la natura sembra riconquistare il
proprio equilibrio. Il canto contiene versi tra i più celebri del poema, “Mai
più il sangue di uccello o di animale/ Contamini con il suo velenoso flusso il
banchetto umano”, in cui il sangue versato è un veleno che corrompe prima la
coscienza che il corpo: ogni banchetto fondato sulla brutalità lascia una
traccia nell’anima di chi lo consuma. Il modo in cui cibarsi diventa simbolo del
rapporto che l’uomo decide di avere con l’universo vivente.
La conclusione è eloquente, “Tutte le cose vengono ricreate, e la fiamma/ Di un
amore concorde anima ogni forma di vita”, dove l’espressione “amore concorde” è,
forse, il nucleo della filosofia shelleyana: armonia universale fra tutte le
creature del mondo vivente, che l’uomo non domina ma a cui partecipa. Mentre
stende le note a Queen Mab, nel saggio coevo, A Vindication of Natural Diet, il
poeta sostiene che l’uomo non è carnivoro per natura: una dieta vegetale non
cruenta gli sembra un ritorno all’innocenza originaria. Infatti l’uomo non
possiede né artigli né dentatura dei carnivori, e l’attrazione per la carne
sembra più una costruzione culturale, perché solo la cucina rende accettabile
quanto per natura susciterebbe disgusto. Per paradosso, la civiltà non
giustifica il consumo di carne, lo rende semplicemente più facile da
dimenticare. È l’esordio della Vindication:
> “Solo grazie all’arte culinaria, che ammorbidisce e occulta la carne morta,
> essa diventa tollerabile alla masticazione e alla digestione”.
In altre parole, il gusto per la carne è artificiale, solo la cottura riesce a
mascherare la ripugnanza per quella “morta”.
Nella Defence of Poetry, una sorta di filosofia morale dell’empatia, Shelley
scrive che “Il più grande strumento del bene morale è l’immaginazione”. E
ancora: “Per raggiungere una bontà autentica, l’uomo deve esercitare
un’immaginazione intensa e universale; deve porsi nella posizione altrui”,
ovvero, la bontà nasce dalla capacità di comprendere l’altro, un’empatia da
estendere non solo agli altri uomini, ma a ogni creatura vivente. La poesia
amplia così la sfera della nostra specificità morale, “La poesia dilata il
cerchio dell’immaginazione”, allarga gli argini delle percezioni e dunque anche
della compassione, “La poesia fortifica la facoltà che dà voce alla natura
morale dell’uomo”, principio che include anche gli esseri senzienti non umani.
Perciò il poeta considera il consumo di carne espressione di un’abitudine alla
violenza.
La Defence of Poetry non tratta direttamente l’essere vegetariano, ma fonda una
teoria dell’immaginazione morale che, per coerenza, comprende nella compassione
gli animali non umani, tema chiarito nella Vindication. Che, con On the Vegtable
System of Diet, auspica un mondo senza violenza anche nei confronti di quelli
che Shelley definisce “my fellow animals”, “i miei compagni animali”, dall’uomo
ridotti a materiale organico, resi preda non già per natura, ma per scelte
utilitaristiche.
Solo gli animali infatti uccidono per fame, per necessità di sopravvivenza.
L’uomo invece può scegliere. En passant, l’Italia è l’unico paese europeo che
nel 2023 ha proibito di produrre e commercializzare la carne creata in
laboratorio da cellule staminali animali: detta anche “cell-based meat” o
“cultured meat”, ossia prodotta a partire dalle loro cellule ma senza allevare e
macellare animali. In Europa è considerata “novel food”, ancora da approvare ma
non necessariamente da proibire in futuro.
I due piccoli e preziosi libelli di Shelley descrivono con passione la capacità
di sentire, di provare dolore ed emozioni degli animali, la loro capacità di
stringere legami tra loro e con noi, di conoscere il mondo e riconoscere un
linguaggio. Mangiare è un gesto politico, un atto quotidiano che può perpetuare
o interrompere la catena della sofferenza. Per il poeta uccidere per nutrirsi
corrisponde a indurire il cuore, abituarsi al sangue, normalizzare la
violenza: la crudeltà sugli animali e la crudeltà tra gli uomini hanno radici
comuni.
Oggi, in un mondo che produce carne su scala industriale, quell’intuizione
appare profetica. Gli allevamenti intensivi consumano risorse, distruggono
foreste, inquinano acque. Il cambiamento climatico non è un’astrazione, ha il
suono delle foreste che bruciano e il silenzio degli ecosistemi impoveriti.
Scegliere un’alimentazione non cruenta implica ridurre il dolore inimmaginabile
degli animali, moderare l’impatto ambientale, limitare lo sfruttamento,
sottrarre domanda a un sistema fondato sulla sofferenza. Gli studi contemporanei
hanno poi ormai dimostrato che una dieta vegetale ben bilanciata può ridurre il
rischio di malattie cardiovascolari e altre patologie. Shelley parlava di
“purity” e “lightness”: oggi potremmo parlare di prevenzione e sostenibilità. Il
lessico cambia, la sostanza resta.
E tuttavia il cuore della sua scelta è poetico.
Per Shelley la natura non è uno scenario né un deposito di risorse: è una
comunità di destini, una trama vivente di cui l’uomo è solo un filo. Rinunciare
alla carne è un gesto di coerenza cosmica: vivere senza infliggere dolore, per
quanto è possibile al singolo. Non perfezione morale, ma tensione verso la
gentilezza. In tempi di slogan, la scelta vegetariana o vegana è spesso ridotta
a identità o ideologia. Shelley ci invita a pensarla diversamente: come atto
d’immaginazione morale. Possiamo nutrirci senza distruggere? Possiamo
trasformare il bisogno in cura? Possiamo evitare che per nutrire me un animale
patisca paura, terrore, sofferenza psichica e fisica?
Non si tratta solo di dieta. Si tratta di sguardo.
Essere vegetariani o vegani significa riconoscere che la sofferenza animale non
è trascurabile, provare responsabilità ecologica, sapere che ogni scelta
alimentare ha un impatto globale. E coerenza etica, che è l’allineare
convinzioni e comportamenti quotidiani.
Shelley è stato inghiottito dal mare nel 1822, ma la sua visione sopravvive
intatta: l’idea che la civiltà si misuri dalla capacità di non ferire. Forse la
sua “vegetable diet” non è solo una scelta alimentare, forse è il luogo in cui
la poesia smette di essere parola e diventa gesto. Un modo di abitare il mondo
senza aggiungere altro dolore al suo dolore.
Paola Tonussi
*In copertina: Percy Bysshe Shelley secondo Alfred Clint
L'articolo “Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta
vegano proviene da Pangea.
Giovedì scorso sono salito a Brunnenburg per l’addio a Mary de Rachewiltz
(1925-2026). È stata sepolta nel piccolo cimitero fiorito di Tirolo. È un luogo
che dona molta pace. Una ciocca dei suoi capelli verrà portata a San Michele a
Venezia, l’isola dei morti dove riposano suo padre Ezra Pound e sua madre Olga
Rudge.
Sizzo, il figlio di Mary, mi ha chiesto di preparare un breve saluto finale dopo
la Messa. Per me non è facile nella folla dei ricordi.
La cerimonia è bella e curata. In tedesco, in latino, in italiano. Sulla cassa
bianca circondata da ceri bianchi c’è una foto di Mary in uno scialle blu con il
sorriso di sempre.
I famigliari ricordano la sua vita lunga e feconda. Sizzo per primo, poi i
nipoti, la figlia Patrizia che legge una poesia dolcissima. C’è il prof. Kyle
Dell del Guilford College, i sindaci di Merano e Tirolo. La chiesa è gremita. Mi
commuovono gli anziani con gli abiti antichi di generazioni. Mary diceva che i
funerali tirolesi sono bellissimi. È così. Gli uomini che veglieranno il feretro
con il cero in mano hanno la camicia bianca, un corpetto nero con una sorta di
stola verde. Quelli che porteranno la cassa i calzettoni bianchi, una giubba
rossa e nera e un cappello piumato.
C’è cura in ogni dettaglio, proprio come sarebbe piaciuto a Mary.
I canti sono guidati dal maestro Marcello Fera che nel 2000 riportò a Bolzano
l’opera lirica Cavalcanti di Pound.
Mary, Alessandro Rivali, Cesare Cavalleri
*
Per la dolce Mary
Nei suoi Cantos Pound ripete che “la bellezza è difficile”. È vero. Ma è anche
vero che stare accanto a Mary significava incontrare la bellezza, sentirla a
portata di mano. Per i suoi occhi azzurri, come laghi alpini, come suggeriva
Alessandro Spina pensando a quelli di Pound. Per l’eleganza del suo vestire. Per
il suo amore per ogni forma d’arte, la musica classica come le sculture lignee
del Tirolo. Per il suo amore per i libri ben confezionati. Per la sua passione
grandissima per la poesia.
Tutti la ricorderemo per la sua squisita cortesia.
Quando un anno fa abbiamo festeggiato a Merano i suoi cento anni, avevo letto
alcuni versi del Canto 84 di Pound:
> “Non è forse bello
> aver visite di amici da terre lontane
> non è forse piacevole
> essere indifferenti alla notorietà?
> affetto filiale, fraterno è la radice dell’umanità”.
Mi sembra una sintesi splendida della vita di Mary che ha portato a Brunnenburg
amici e studiosi da ogni parte del mondo, ha custodito e ha difeso la memoria
del padre. Ha incoraggiato tanti ragazzi a trovare la propria strada nel
mondo. Ha trasformato il castello Brunnenburg in un eden di pace, per sognatori
e scrittori. “Udor et Pax”. “Acqua e Pace”. È un frammento dei Cantos che si
legge sulla fontana nel cortile più interno di Brunnenburg. È un manifesto di
vita.
Tra una manciata di giorni sarà la notte di san Lorenzo. La notte delle stelle
cadenti. La vita di Mary è stata, se mi consentite l’espressione, una lunga
“stella ascendente” verso la Casa del padre. È come se vedessi incise nella sua
coda luminosa alcune parole “chiave”:
Amicizia
Memoria
Dedizione
Pace
Poesia
Tante volte nelle nostre conversazioni mi ha ricordato quando Pound stimasse
l’amicizia:
> “Pound si spese per promuovere i giovani e investì su di loro come pochissimi
> altri. Si potrebbe ricordare mio padre con l’appellativo: ‘Pound il generoso’.
> La storia della letteratura gli deve la scoperta, o l’incremento decisivo di
> notorietà, di Eliot, Joyce, Hemingway, William Carlos Williams, Hilda
> Doolittle, gli imagisti e moltissimi altri. Lui non dimenticò mai nessuno,
> mentre alcuni vollero rompere i ponti con lui. Per lui l’amicizia era un
> valore indiscutibile”.
Mary prediligeva la poesia alla prosa e quando gliene chiesi il motivo, mi
confidò:
> “Perché la poesia è più concentrata, perché il poeta non tergiversa. Scava,
> dialogando con sé stesso e chiarificandosi la coscienza. Nella grande poesia
> si può dire tutto una volta per sempre. Così come hanno fatto i Tragici greci
> o Shakespeare”.
Difficile trovare una sintesi migliore. E spero che un giorno Mary sia studiata
anche per la opera in versi.
A proposito di memoria e dedizione, un giorno mi spiegò che dopo decenni di
totale immersione nei Cantos, continuava a scoprire meraviglie:
> “Io continuo a scoprire nuove sorprese nei Cantos, cose che non ricordavo di
> aver tradotto… I Cantos saranno come la Commedia e l’Odissea, studiati,
> ritradotti e interpretati ‘finché ci sarà letteratura’. E chi sa che non ci
> sia qualcuno che magari un giorno li porterà su Marte o sulla Luna… Scherzi a
> parte, il TEMPO mi sfugge di mano e fra le mie carte, fra i libri, nella mia
> stanza regna il caos assoluto…”.
Mary amava molto il buonumore. Era contagiosa nel trasmetterti la gioia. Mi sia
concesso un aneddoto personale. Abbiamo lavorato insieme per nove estati per
preparare un libro di conversazioni. Prima di andare in stampa, mi chiamò al
castello perché le leggessi a voce alta tutto il libro, che peraltro aveva già
approvato in bozza. Impiegai tre giorni nella lettura e ne uscii quasi afono. Al
termine, erano le 16 di una domenica di luglio, Mary con un largo sorriso mi
disse: “Rivali, la vedo un po’ stanchino e qui bisogna festeggiare… le preparo
un bel whisky”. Fu il più indimenticabile whisky della mia vita.
Quando venivo a trovarla e lei mi sapeva in viaggio, Mary accendeva sempre una
candela a San Michele nella piccola cappella del castello perché tutto andasse
bene. Vorrei che adesso la accendesse dal Cielo per tutti perché possiamo
continuare sicuri il nostro Viaggio.
Mary de Rachewiltz (1925-2026)
Mary considerava importante il rapporto tra i luoghi e la letteratura. E un
giorno giustamente mi rimproverò di non conoscere abbastanza i luoghi di Pound a
Venezia. Forse anche per questo mi scrisse una mail con la “to do list” delle
cose da fare a Venezia. È una lettera bellissima. Ritorna la memoria,
l’amicizia, la ricerca della bellezza:
19 febbraio 2018
Caro AR, viaggiatore,
Gli “Armeni” avevano una stamperia e un museo (con un sarcofago) quando
all’Isola andavano i miei genitori. Se va fino CQ 252 [Calle Querini, la casa di
Olga] accanto al Pastor anglicano di St. George (chi sa se il Grand Master Clive
Wilmer, poeta, è già arrivato per allestire la mostra di Ruskin al Palazzo
Ducale?) passerà per forza dalla Madonna della Salute, (e si può entrare gratis,
credo) mentre nella nostra “parrocchia” – Madonna del Rosario – sulle Zattere –,
si deve pagare.
Mio padre la farebbe correre ad accarezzare le sirene nella chiesa di S.M. dei
Miracoli (ma non è più permesso) non lontano dall’Ospedale con la facciata più
bella del mondo, dove ha scelto di chiudere gli occhi.
San Michele resta l’unico luogo non ancora affollato e spero non ci siano troppe
foglie secche o altro sulla tomba… Buon lavoro,
MdeR.
In uno dei suoi ultimi messaggi mi scrisse,
> “Caro A.R. sono contenta che sia tornato alla POESIA: toccare il buio per
> avere luce”.
Ed è con una poesia vorrei congedarmi da lei, una poesia “nata” tra le mura di
Brunenneburg.
Ora che sei stella senza tramonto,
donami il desiderio senza usura:
saper perdere, per essere padre.
Insegnami l’amore per sempre,
che genera, perdona e annienta
le insidie dello sguardo parziale.
Come Pound scrisse nel Paradiso,
portami dove sempre siamo stati,
dove l’acqua si tinge di pervinca.
Perché questa fiumana di porpora
sbiadisca in un estuario azzurro
e io riveda la fonte e i giardini.
Alessandro Rivali
*Le fotografie in copertina e nel servizio sono di Davide Coltro
L'articolo “La radice dell’umanità”. Per la dolce Mary, donna straordinaria,
figlia di “Pound il generoso” proviene da Pangea.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là
su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo
saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una
grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è
deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi
da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro
da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due
pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i
due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li
diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste
piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare
le donne e i bambini. (Mt 14,13-21)
*
Perché proprio questi «simboli» e non altri?
> “Gli interpreti, però, si sono sempre affrettati a spiegare che questi
> miracoli «materiali» non sono che il simbolo di «beni spirituali». Ma perché
> la Bibbia, per riferirsi ai più alti beni spirituali, usa costantemente il
> concreto linguaggio della fame e della seta da placare, della gioia del
> banchettare, delle nozze da celebrare, della intimità fra gli sposi? Perché
> proprio questi «simboli» e non altri?”.
>
> (Sergio Quinzio, I vangeli della domenica, Adelphi, 1998)
Forse perché la vita in Cristo è una parabola. Un racconto che prende corpo e
interpella chi si lascia affascinare. Forse perché Cristo è lievito, e pastore
buono, e campo e tesoro e colui che cerca e che è cercato. Forse perché non
abbiamo altro che il corpo, in fondo, per dire di noi. Perfino l’invisibilità
delle parole chiede carne per esistere.
Certo il corpo può far paura, perché svela. Sfugge dall’illusione religiosa del
puro. Provoca una domanda: come possiamo essere amabili? Perché la grande
tentazione è quella di liberarcene, del corpo, essere puro spirito, finalmente
senza ombre. Credo che, agli occhi di Cristo, questa sia una blasfema
tentazione. Forse il corpo ci ricorda che siamo chiamati a farci salvare. E che
siamo materia, e che materiale deve essere anche il miracolo.
*
Miracolo è la morte
> “In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di
> là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte”.
Giovanni Battista muore. L’ultimo dei grandi profeti muore, male. Schiacciato
dal potere, probabilmente invaso dai dubbi e dalla paura che Cristo non fosse
colui per cui valesse la pena l’attesa nel deserto. Giovanni Battista muore e
l’Onnipotente non ferma il taglio della lama. Una testa su un vassoio immolata
nell’ennesima orgia dei potenti può essere miracolo?
Miracolo forse è che la sua morte è stata udita da Cristo. Non da tutti, tutti
l’hanno sentita. Miracolo è quando una morte provoca conversione. Quando
l’apparente sconfitta genera un movimento profondo nella storia di qualcun
altro. Può essere una guarigione fisica a cambiarci ma non è detto, si può
miracolosamente guarire e rimanere malati dentro. Si può morire e
miracolosamente essere raccolti dal Cristo che decide di innestarsi esattamente
in quella morte.
> “Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla
> barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro
> malati”.
E dalle città, le folle, ancora, attendono il divino richiamo. Quell’esodo
salvifico. Ci si salva solo lasciandosi portare fuori da ciò che ci imprigiona.
Inferno materiale è quello che costruiamo qui, quando intravediamo la felicità,
o almeno il profilo di una vita che ci lasci respirare, ma non abbiamo il
coraggio di sceglierla. Perché muoversi significa ammettere di non stare bene,
di non essere riusciti a costruirsi una vita degna d’essere vissuta. Essere in
ricerca, ricerca spirituale vera, non è stordimento dell’intelletto, ubriacatura
di testi ma concretissimo movimento del corpo. Spostamento. Esodo.
Miracolo è la compassione. E guarigione vera non è assenza di malattia ma
trovare la forza di reggere un cuore concretissimo che si lascia trapassare dal
dolore altrui. Gli amici del teatro la Ribalta di Bolzano hanno un cuore per
simbolo, copia anatomica del reale, e un messaggio scritto proprio alla base dei
ventricoli: “usalo”. Un ordine pericolosissimo. Così si muore.
Compassione. Questo miracoloso rischio.
> La donna compie riti
> di fecondità e di morte,
> versa acqua nei vasi, immerge i fiori,
> ravvia le lunge figlie, schianta
> i seccumi, libera i buttoni
> per il meglio della pioggia,
> per il più caldo del sole.
> o miei giovani e forti,
> miei vecchi un po’ svaniti,
> dico, prego: sia grazia essere qui,
> grazia anche l’implorare a mani giunte,
> stare a labbra serrate, ad occhi bassi
> come chi aspetta la sentenza.
> Sia grazia essere qui,
> nel giusto della vita,
> nell’opera del mondo. Sia così.
>
> (Mario Luzi, Augurio, da Dal fondo delle campagne)
*
> “Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo
> è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a
> comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi
> stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che
> cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui»”.
Miracolo è avere poco. Quasi niente. Se avessero avuto le possibilità, se
avessero potuto sfamare, avrebbero sedotto. Inaugurato un pezzo di mondo
funzionante. Miracolo è saper d’avere niente. Concreto miracolo è il coraggio
dei discepoli, chiesa che riconosce la propria miseria. Come potrebbero essere
miracolo la povertà, l’obbedienza e la castità se servissero a servire, se
fossero riflesso d’illusione d’essere più puri, o più perfetti, o più autonomi?
Scegliere di abitare la ferita. Starci. Inutilizzabili. Beati.
“Portatemeli qui”. I pochi pani, i pochi pesci. Ma forse anche la folla. Portare
tutto. Miracolo è che i discepoli, smarriti, prendono per mano il poco che hanno
e portano e si lasciano portare. Liturgia campestre.
> “Svanisce la città
> Sfuma il traffico
> Sfuma
> S’impone la poesia
> S’alza la luna
> e sale
> Decolla”
>
> (Campestre, Per Grazia Ricevuta, “Montesole 29 giugno 2001”, 2003)
*
Gesti
> “E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e
> i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e
> li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla”.
Cristo è parabola fatta carne. Miracolosi i suoi gesti concreti e quindi eterni.
Come immaginare di potersi ancora sedere sull’erba senza sentire che questo
gesto d’abbandono risponde all’ordine dell’infinita compassione del Verbo fatto
carne?
Miracolo sono mani che prendono la vita, così com’è, la smascherano e quindi la
liberano dalle attese e dalle pretese e da tutto ciò che ci giura che è solo
quello che si vede.
Miracolo è quando il cielo è così insistente da sradicarci gli occhi da noi
stessi. Anche il cielo, materiale, è miracolosamente abitato. Ridurre a metafora
il reale è peccato contro lo Spirito.
Non credo nel paradiso come risposta invisibile, opposizione perfetta a ciò che
vedo. Non credo nell’aldilà come fuga dall’aldiquà, credo perché esiste questa
pietra che tengo tra le mani. Benedire il reale che mi preme sulle palpebre è
declinare tutto in litania eucaristica. E avere il coraggio di benedire anche
me, per ciò che sono.
E poi spezzare il pane. Slogare l’apparente perfezione. Miracolo non è mai
l’intatto ma la frammentazione che non ha mai fine, l’infinito si svela nella
condivisione, procede dal concreto del pane e mai dall’astrazione di un
concetto.
Poi sono mani che si lasciano contaminare dal pane. Il miracolo chiede di farsi
toccare. Mani consacrate più che consacranti.
Santi di Tito, Moltiplicazione dei pani e dei pesci, 1592 ante
*
Concreto miracolo: noi
> “Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste
> piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza
> contare le donne e i bambini”.
La folla non c’è più, hanno portato via i pezzi avanzati. Dodici ceste, come
dodici i discepoli. È difficile non vederli in quelle ceste colme di pane
avanzato. Noi siamo le ceste. Discepolo è chi si lascia portare. Pieno solo di
pane avanzato, sovrabbondante, inutile.
Siamo avanzi di miracolo.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Sandro Botticelli, “Cristo dei dolori”, 1500-1510
L'articolo Siamo avanzi di miracolo proviene da Pangea.
L’edizione del Festival di Cannes del 1969 presentava una novità, la “Quinzaine
des Réalisateurs” (oggi: “Quinzane des Cinéastes”). In sostanza, una sezione
dedicata alle pellicole ‘sperimentali’, provenienti da tutto il mondo. Reduce
dalle contestazioni dell’anno precedente – guidate da Truffaut, Godard, Lelouch
& compagni in regia –, quell’anno la Palma andò a If… di Lindsay Anderson (con
guerresco, giovanissimo Malcolm McDowell), il Premio della giuria premiò Z.
L’orgia del potere di Costa-Gravas; Easy Rider fu eletta “Migliore opera
prima”; Andrej Rublëv fu proiettato fuori concorso. La giuria era presieduta da
Luchino Visconti.
Nella “Quinzaine des Réalisateurs” furono mostrati, tra i tantissimi, un paio di
film di Carmelo Bene (Nostra Signora dei Turchi e Capricci), Partner di Bernardo
Bertolucci – tratto da Il sosia di Dostoevskij –, Così bella, così dolce di
Robert Bresson – tratto da La mite di Dostoevskij – e The Trip (passato da noi
come “Il serpente di fuoco”), film di Roger Corman scritto da Jack Nicholson che
racconta la non-storia di un uomo (Peter Fonda) in preda ad allucinazioni da
LSD.
Uno dei film più curiosi della rassegna veniva dall’Argentina: Invasión, diretto
da Hugo Santiago, narrava – secondo i criteri della Nouvelle Vague – di una
città sotto assedio. Il clima è cupo, l’assedio infinito, l’istinto predatorio
degli assalitori grava sui resistenti, ovunque, e la resistenza finisce per
ledere i tenui legami degli eroi. I protagonisti sono, in sostanza, tre: Don
Porfirio, alla guida dei resistenti, l’inerte Julián Herrera, che comanda chi
combatte, e Irene, la donna che scombina i piani di tutti, un po’ Elena un po’
Atena. La struttura del film – secondo le intenzioni dei creatori – ricalca un
po’ l’Iliade: è Omero nel Sessantotto.
La cosa che incuriosì di Invasión, al di là del tema, era il nome degli
sceneggiatori, annunciato, in tandem, sull’affiche à la Hitchcock: Jorge Luis
Borges e Adolfo Bioy Casares. Borges era già Borges da tempo: quell’anno
pubblicava Elogio dell’ombra; nella poesia omonima lo scrittore accenna alla
vecchiaia e alla cecità (“Vivo tra forme luminose e vaghe”), cita Democrito,
Emerson, Buenos Aires e la neve, accenna al fatto – ci sarà utile più tardi –
che “Posso infine scordare”; il poeta è felice perché “Presto saprò chi sono”.
Con Adolfo Bioy Casares la collaborazione era, ormai, decennale: i Seis
problemas para don Isidro Parodi erano usciti da Emecé nel 1942; due anni prima,
nel ’67, l’editore Losada aveva pubblicato Crónicas de Bustos Domecq. Insieme,
avevano scritto – come sempre, per gioco, con la furia dei costruttori di
labirinti – diverse sceneggiature: qualcuna – come Les autres, del 1974 –
sarebbe stata tradotta in film, altre – Los orilleros, El paraíso de los
creyentes – no, puri, onirici, verbi origami. L’anno dopo, nel 1970 – a dire di
un viso-logo, di un uomo-totem – Borges sarebbe apparso fugacemente – in uno
specchio – in Performance (in Italia: “Sadismo”), pellicola punk di Donal
Cammell e Nicolas Roeg con Mick Jagger protagonista.
Borges, è noto, amava andare al cinema, ha scritto spesso di film; nelle
recensioni cinematografiche era corrosivo: nel 1931, sulla rivista “Sur”
dell’amica Victoria Ocampo, stronca Luci della città; di Chaplin malsopportava
“le trovate primordiali”, i “baffi fasulli”, la “velocità spettrale nell’agire”
– gli preferiva Buster Keaton. Nel 1974 “Sur” dedicherà, su ispirazione di
Borges, un numero speciale al Cine, con articoli di Roger Callois e Eisenstein,
André Malraux e Benjamin Fondane.
Quanto a Invasión, Borges ci tenne a dire che il personaggio principale era
calcato sulla figura di Macedonio Fernández, l’antico amico, il maestro, morto
quindici anni prima. Per il film – per dire quanto ci tenesse – Borges
scrisse Milonga de Manuel Flores (pubblicata in Para las seis cuerdas nel 1965),
interpretata da Aníbal Troilo. Alcuni brani – recitati nella pellicola; qui
nella versione di Domenico Porzio e di Hado Lyria – danno il senso
dell’atmosfera del film:
“Manuel Flores va a morire.
Questa è moneta corrente;
Morire è un’abitudine
Che sa avere la gente.
E tuttavia mi spiace
Dire addio alla vita
Questa cosa che è di sempre
Tanto dolce e conosciuta.
Guardo all’alba le mie mani,
Guardo nelle mani le vene;
Con sorpresa me le guardo
Come se fossero d’altri”.
La sinossi del film – a firma di Borges e da Bioy Casares – recita così:
> “Invasión è la storia di una città – immaginaria eppure reale – assediata da
> potenti nemici e difesa da un manipolo di uomini, non propriamente eroi.
> Combattono fino alla fine, senza sospettare che la loro battaglia è
> infinita”.
La città “immaginaria o reale” è indubbiamente Buenos Aires, ma nel film si
chiama Aquileia. Ne I teologi – tra i racconti più arditi de L’Aleph – Borges
parla di “Aureliano, coadiutore di Aquileia”, micidiale segugio di eresie: una
di queste, professata dai “monotoni (chiamati anche anulari)”, dichiara “che la
storia è un circolo e che nulla esiste che non sia già stato e non sarà
nuovamente”. In questo senso, si capisce perché la battaglia degli anti-eroi
di Invasión sia infima e infinita.
L’amore per i labirinti – cioè: per le mappe –, per gli specchi e per le lotte
all’ultimo sangue (Borges discende da una genia di militari, più o meno
fortunati) è temprata da quello per i libri – anch’essi dei labirinti –, per la
donna come specchio contrario dell’uomo, per i poemi omerici. Invasión, si
diceva, è una sorta di Iliade contemporanea. Il primo racconto
de L’Aleph, L’immortale, è un infinito, circolare elogio di Omero:
> “Io sono stato Omero; tra breve sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve sarò
> tutti: sarò morto”.
In L’immortale Borges accenna alla traduzione “in sei volumi in quarto minore
(1715-1720) dell’Iliade di Pope” – è il libro che dà avvio alla vicenda –;
in Las versiones homéricas, articolo del 1932 raccolto in Discusión, scrive di
non disdegnare l’Odissea tradotta da Samuel Butler, gli pareva un “ironico
romanzo borghese”; in Talismani, poesia raccolta in La rosa profonda (1975)
ammette di adorare, insieme alla “prima edizione dell’Edda di Snorri” e
all’opera di Schopenhauer, “I due tomi dell’Odissea di Chapman”.
Nel 1967, ad Harvard, lo scrittore americano Richard Burgin investigò Borges
proprio intorno a Invasión. Il poeta cieco – omerico – disse di essere “un
grande appassionato di cinema”, disse che in quel film, ascrivibile al genere
“fantastico”,
> “gli invasori sono spietati, efficienti, numerosi. La città viene difesa da un
> vecchio e dai suoi amici. I suoi amici, tuttavia, sono scettici, vagamente
> codardi, vincolati dalle loro microscopiche esistenze. Ad esempio: un uomo
> ingaggiato per salvare il paese non può farlo, dice, perché deve andare a una
> festa con la moglie…”.
Borges si diceva certo che “verrà fuori un bel film”; non lo convinceva troppo
il regista, “spero che non lo rovini… mi preoccupa il fatto che Santiago dica di
aver trovato l’attrice più meraviglioso del mondo: si è messo in testa di
sposarla”.
Infine, il film infiammò Bioy Casares: “Credo che Hugo Santiago abbia girato un
film straordinario. Invasión è una versione moderna dell’Iliade: non esalta
l’astuzia e la forza del conquistatore ma il coraggio di una manciata di
impavidi che difendono la loro Troia… Omero mi perdonerà, ma il mio cuore è
sempre dalla parte di chi resiste”. Al contrario, Borges, che non amava la
Nouvelle Vague, trovò il film “piuttosto confuso… lo vidi, mi parve pessimo”.
Santiago lo irretì, “il mio lavoro è stato così trasformato che non l’ho
riconosciuto quando ho visto il film… per questo preferisco non mettere il mio
nome, non voglio essere responsabile di nulla… eppure, si ostinano a usarmi, a
citarmi, dunque mi tocca la parte dell’offeso…”.
Benché nelle intenzioni Invasión non contenesse alcun messaggio politico – “Non
c’è alcun significato politico nel film: non pensavamo, pensando agli invasori,
né ai comunisti né ai fascisti”, così Borges a Burgin – il film fu letto come
una reazione al reazionario governo militare della “Revolución Argentina”; il
regime militare di Videla & Co., in seguito, farà sparire la pellicola, di
fatto, al di là dell’uscita a Cannes, passata inosservata. Fu riesumata,
fortunosamente, nel 2004, e restaurata: Invasión è considerato, oggi, tra i film
più importanti del cinema argentino. All’epoca, il film (“una verdad”), fu
vietato ai minori.
Resta da dire dell’ossessione omerica di Borges, sommo mitografo argentino. A
Borges piaceva l’idea che Omero, il genio della poesia occidentale, fosse
ammantato dall’enigma: che fosse uno e sdoppiato. “Non sappiamo se Omero sia
esistito. Il fatto che sette città si disputassero il suo nome è sufficiente a
farci dubitare della sua storicità. Forse non ci fu un Omero, ma molti greci che
nascondiamo sotto il nome di Omero”, ha detto Borges in una conferenza su La
cecità (riprodotta in Sette sere, Adelphi, 2024). Ogni legame, su questa
zattera, tra Borges e Christopher Nolan lo lasciamo ai lettori; sul tema ha
scritto un libro, pubblicato da Quodlibet nel 2025, Vittoria Martinetto,
s’intitola Un incontro fantastico. Borges e Nolan.
Proprio all’Odissea, in particolare al “Libro vigésimo tercero” del poema,
Borges dedica una delle sue poesie più tenui, raccolta in El otro, el
mismo (1964):
“Ormai la spada di ferro ha eseguito
l’esigente lavoro della vendetta;
ormai gli aspri dardi e la lancia
hanno elargito il sangue dei perversi.
A dispetto di un dio e dei suoi mari
Ulisse è tornato al regno e alla regina,
a dispetto di un dio e dei grigi
venti e della furia di Ares.
Nell’amore del letto condiviso
dorme l’illustre regina sul petto
del suo re; ma dov’è ora l’altro
l’uomo che nelle notti e nei giorni
d’esilio errava nel mondo come un cane
dicendo che il suo nome era Nessuno?”
Borges è affascinato dall’ambivalenza di Ulisse, dal suo essere cane e re, tutto
e nulla. Borges ama l’eroe che si sfracella in Nessuno – il suo Ulisse è simile
all’Alessandro Magno che fugge il regno per arruolarsi, dimentico di sé, in un
esercito mongolo, ai confini delle magioni orientali. Nolan, beh, Nolan no.
*In copertina: Jorge Luis Borges; photo Sara Facio, 1968
L'articolo “Errava nel mondo come un cane”. Borges, Nolan e l’ossessione omerica
proviene da Pangea.
Di Elena Švarc colpiscono soprattutto gli occhi. Ricordano spazi senza fine,
tundra e nidi di aquile. In una foto in bianco e nero il suo sguardo di brace
accarezza e incenerisce celesti lontananze. Quando per la prima volta ho letto i
suoi versi, con colpevole ritardo, ho sentito entrare in azione una nave
rompighiaccio. Qualcosa come l’innesco di un ordigno si cela dietro il ritmo del
suo dettato poetico. Fiera-fiore è il titolo di una delle poesie più belle:
ecco, ho pensato, la Švarc vive in questo cristallo di grazia sempre minacciato
dall’artiglio della bestia. Esiste tenerezza nello sconquasso, una muta
compostezza nei gesti del tumulto. C’è un non so che di fiaba crudele nell’opera
luminosa della Švarc.
*
Perché parlare della biografia, seguire il ritmo ordinario delle stagioni e
degli anni? Di un altro tempo è figlia la Švarc, un tempo noto soltanto alle
stelle. D’altronde, sui calendari non trova posto l’inspiegabile. Altro
supporto, altra lingua pretende il miracolo. Puro e chiaro come vele sul
mare. Elena Švarc nasce nel 1948 a Leningrado e qui (si dovrebbe dire a San
Pietroburgo) si spegne a sessantadue anni. Due astri luminosi orbitano sin
dall’inizio attorno alla sua esistenza: un amore viscerale per il teatro e
un’attrazione fatale per la poesia. Un frammento in prosa, tradotto e
pubblicato nella magnifica antologia curata da Alessandro Niero Mattino della
seconda neve, ha il sapore di una lucidissima profezia:
> “Oggi è il venti aprile e presto avrò diciott’anni. E voglio che mi caccino
> dall’università così da poter scrivere versi e solo scrivere versi. Oh,
> Signore, aiutami – e io passerò la mia giovinezza in una afosa stanza, accanto
> ai matracci e alle storte. E trasformerò la pietra in oro, le parole in versi
> vivi e abbacinanti.”
Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam, Brodskij: quella fulgida linea che unisce la
schiera dei massimi poeti pietroburghesi trafigge nel petto anche la Švarc. Cosa
non darei per incontrarla, osservarla nella luce diafana di un’alba così minuta
e simile a un elfo; così grande come l’ombra che proiettava su tutta la città,
dai canali in su fino a Sant’Isacco avvolta in una polvere d’oro…
*
Accade tutto nell’universo poetico della Švarc. Accade, per esempio, che una
città si trasformi in un gigantesco rospo orante, che i demoni si riversino nel
mondo come irsuti orsi azzurri (se ci ascolti, oh Chlebnikov, batti un colpo),
che il cuore diventi un pulcino astrale. La metamorfosi è la forza che governa i
versi della Švarc: un continuo cedere degli argini alla piena della creazione
incessante. Sospensione dell’incredulità, il lampo del miracolo nell’orizzonte
feriale della vita. E a questo miracolo dare spazio, e accudirlo amorevolmente
finché un giorno lo vedrai tirar fuori la buffa testolina di talpa dall’oscurità
della terra.
*
Il poeta è un occhio – dice la Švarc – legato per un attimo a una divinità
ruggente. In questo occhio trovano riparo, per un istante, il dolore e la gloria
del mondo. La poesia è corpo, il corpo stesso vorrebbe farsi canto poetico.
Scrivere versi è sostenere un corpo a corpo faticoso e fangoso con la
limitatezza dei propri sensi. Si vorrebbe abbracciare tutto il mondo e
stringerlo a sé vicino al cuore, vivere tutte le epoche passate e quelle future,
tendere un’imboscata al tempo rubando le briciole di pane che segnano la strada
nei boschi. Tutto questo, il rombare dei millenni, la Švarc lo avverte nei
polsi. La fatica del vento che spazza i crocevia, la millenaria disciplina dei
campi di grano, il primo temporale del mondo e l’ultimo prima del Diluvio: temi
della poesia della Švarc, enormi e piccoli come semi di anguria. E ancora, volpi
che s’aggirano come fiaccole nel buio delle foreste, volpi parlanti che
conoscono il segreto della poesia, semplice e indecifrabile come le pitture di
Lascaux.
*
La Švarc ha mappato tutto il mondo con i suoi versi. Non è poeta da Genesi: il
suo dettato poetico esaurisce l’universo per accumulo, fino a portarlo dritto
dinanzi all’Apocalisse. Da qui nasce l’ansia, l’esigenza di una tabula rasa, di
un mondo nuovo o diverso, un mondo che può vivere in fondo anche di
incomprensione e che non s’arrende alla tirannia di logica e causalità. Ci sia
concesso il dono di non capire. Lasciamo fare ai versi. Essi possono tutto. La
poesia della Švarc è un’appassionata dichiarazione di fede e amore per la
parola. Arca che offre riparo ad animali e superstiti e piante. La Švarc amava
le stelle. Ne riempie le sue poesie. Che cosa comprendiamo noi di questi lontani
agglomerati di gas e luce, impertinenti come nei sulla pelle oscura della notte?
*
Margherita vola sopra Mosca. E questo folle volo lo compie la Švarc nelle notti
di plenilunio. Eccola che s’avvinghia a una Vergine che plana dall’alto su
Venezia. Una Vergine, sorta di Giovanna d’Arco, apparsa nel mondo per prendere
con sé tutti i peccati. E dall’alto vede macchie di colore, San Marco che bela
come un dolce agnello, gabbiani che disegnano traiettorie mortali. Venezia piano
piano si dilegua e come un drago a scaglie d’oro si immerge nelle onde azzurre.
*
Favola è il mondo, favola sono gli amanti. Gogol’ e Bulgakov sono i grandi
invitati. Chlebnikov fa loro strada. Entrano in scena gatti grigi: e smaniano e
gnaulano e sbraitano. Sono gli amanti colti da metempsicosi. E le donne si
trasformano in volitive gatte con lunghe vibrisse. E i volti di tutti si
chiazzano di quel buio che affiora nell’ora del peccato. E la notte stessa,
bestia feroce, avvolge qualsiasi cosa nella sua ombra finché il primo squarcio
di luce dell’alba farà rientrare tutti nei ranghi.
*
Delle copiose nevicate nelle grandi città si ricorda solo il primo giorno di
precipitazione. Quasi non si fa caso al secondo: sembra che la neve, da evento
irripetibile e miracoloso, venga derubricata a puro evento meteorologico. Sul
mattino della seconda neve, quando altri fiocchi si depositano sulla coltre del
giorno precedente e la sigillano, si posa un velo di dolce oblio. Si tratta di
una delle feritoie del tempo e da là, da quella stretta e inattesa fessura,
spira un vento che soffia sui giorni come sui bastoncini colorati dello
Shanghai.
*
È una poesia di angeli e di candele. Immagini angeli che reggono le volte dei
maestosi palazzi pietroburghesi o si danno convegno nei dimessi cortili delle
periferie. Angeli che sono a un tempo creature di spirito e fedeli compagni del
nostro quotidiano. I versi della Švarc contengono il balbettio di un angelo. Il
poeta vive in un luogo remoto – forse un’isola – e da un campanile lo sguardo
abbraccia tutto: non si tratta né di cielo né di terra, ma di un altrove dove
giunge il canto degli storpi e la novella degli angeli. Testimoni del miracolo,
noi e gli angeli. Gli opposti si incontrano e si fondono, così come il sublime e
il grottesco. Scrivere versi è opera di alchimia, rinvenire l’oro del tempo.
> “Amo i versi scafati, che fissano, esaminano la terra. Esperienze. Esperienze.
> Ma anche questa è una fuga dalla poesia. Poesia autentica è un’altra – quella
> con ali di cigno. Ma c’è anche l’alchimia – la distillazione di parole e
> pensieri. Ho voglia di condurre le parole a un tale livello di
> materializzazione, alla leggera carne degli angeli, così che esse vadano a
> popolare il cielo, qualora sia vuoto.”
*
Alla fine di tutto, alla fine dei giorni, cosa rimane di questo dondolio tra i
millenni? Perché sì, la poesia attraversa il tempo come il lungo stoppino di una
candela che arde per tutta la sua lunghezza fino alla fiamma divina. Restano le
maschere che la storia ci consegna. Restano storie e vite che ci piace inventare
per un anticipo d’immortalità. Succede che i versi della Švarc conferiscano
nuova vita e nuovi versi a Cynthia, la protagonista delle elegie di Properzio e
a sua volta poetessa. Scrive la Švarz in una delle sue incantevoli prose:
> “Un tempo Pindaro si addormentò sul monte Elicona, dimora delle Muse, e
> divenne un alveare: dalla sua bocca presero il volo le api. Destatosi, si mise
> a cantare in versi. Quando mi desterò io, i miei versi si sparpaglieranno come
> api, ciascuno verso il proprio destino, ronzando e danzando, e prenderanno
> interamente il mio posto.”
Leggiamo questi versi rischiarati dalla fievole luce di una candela.
Lorenzo Giacinto
**
Temporale sulla radura
Specie di lacrime nere – a punteggiare
i cuscini di feltro delle scabiose:
un pugno di bombi a ognuna.
Una libellula (luci celesti nel capino diafano) –
ad addossarsi alla terra
prima del temporale, squagliandosi nell’erba alta.
D’un tratto un vento sommesso e sinistro
prese a soffiare da sud,
come il pensiero che è morto un amico.
Nei cieli corse un rullo,
fiaccando all’istante le foglie nei bassi cespugli,
corse un tremito tra i fili d’erba,
stettero lì come ombre incorporee –
impallidì l’epilobio,
sbiancarono l’origano e la verbena.
Rumore in cielo di baule strascinato,
– pareva lassù ci si apprestasse a un viaggio –
di secchio rugginoso ribaltato,
un raccapriccio lampone ne fu spanto;
io ero, allora, come un bombo, una frazione,
un dettaglio in quell’estate.
il pensiero che è morto un amico.
Nei cieli corse un rullo,
fiaccando all’istante le foglie nei bassi cespugli,
corse un tremito tra i fili d’erba,
stettero lì come ombre incorporee –
impallidì l’epilobio,
sbiancarono l’origano e la verbena.
Rumore in cielo di baule strascinato,
– pareva lassù ci si apprestasse a un viaggio –
di secchio rugginoso ribaltato,
un raccapriccio lampone ne fu spanto;
io ero, allora, come un bombo, una frazione,
un dettaglio in quell’estate.
La lingua argentina del lampo
in quell’istante mi passò sul cuore,
che sorrise selvatico,
e io venni inghiottita, inghiottita
in un porpora di fragola.
Rotolò oltre il covone dell’estate,
seminando moscerini, uccelli, bacherozzi,
oblio, edera, cuscuta
e un ruminìo di fragola.
1991
*
Non cessare di crearmi,
fammi girare sulla ruota del vasaio,
divento più guizzante e variopinta
quanto più serra la gola la Vita.
Non stancarti di mutarmi,
sennò la morte mi raggrumerà,
e se mi soffi dentro il cuore
lieviterò come vetro iridescente
e nella Tua celeste magione
irromperò come una trottola rotante.
Lascia che questo mondo si crei,
anche di sabato, per congedo,
secondando la Tua ispirazione –
negli alberi è di nuovo gorgoglìo.
1996
*
A Morfeo
Dio amante delle anime nude, spoglie,
dio di occulte passionucole e segrete paure,
invii in sogno alla vestale un pervertito,
un violatore, perché non ci sia onta:
“Non io mi sono data – mi hanno presa.”
Il geloso si sogna in una gabbia di ferro
a guardare l’amica spassarsela con un altro
e lasciarsi andare a un riso crudele…
Non hai pietà del puro fanciullo,
che trema tutto nel sogno e si contrae,
e a un tratto strilla nel terrore, svegliandosi,
fino alla morte serbando un segreto terrore.
Morfeo, con la candela, ti insinui come la notte
per un sentiero nascosto nel cervello. Ma sappi che
se non mi invierai sogni luminosi,
puri e chiari come vele sul mare,
non mi addormenterò mai più, per farti ripicca.
Tutta la notte mi farò investire d’acqua
fredda, obbligherò le serve al canto fino all’alba.
Che in sogno io veda, Morfeo, soltanto il Nulla.
*
Imitazione di Boileau
Mi piacciono i versi somiglianti a tram,
che sfrecciano sonando e tintinnando, eppure,
benché di sghembo, specchiano nei loro vetri
cortili, palazzi e fioca luce di luna,
luce di cecità: riverbero di veglia notturna
e corti ciocchi di rime grossolane.
Si invaghisce di sé il poeta, è avido di lode,
sempre giardino e giardiniere di sé stesso.
Nel suo metro sdrucito, dove Dioniso alberga,
un gatto insazio pare abbia dato in salti e morsi.
Furia e semplicità stanno sempre alla base,
come per chi ideò i composti del sangue.
La lingua natia è come un vecchio fido cane.
Se sei dei suoi, tirale pure la coda.
Ma, giovane amico, ritengo mio dovere
avvertirti: la Musa ha i tratti del lupo.
E se con quella tremenda fanciulla hai trafficato,
sorbisciti la zuppa riscaldata della solitudine.
Il poeta è un occhio – te ne avvedrai più tardi –
legato per un attimo a una divinità ruggente,
occhio malconcio su un filo sanguigno, occhio che ha
accolto in sé, per un istante, il dolore e la gloria del mondo.
1971
*
Ricordarsi dell’affresco Battesimo di Fra’ Beato Angelico vedendo la testa di
Giovanni il Battista a Roma
Cadde una rosa grigia e rinserrò il Giordano,
e, con acqua nella mano chiusa, Giovanni balzò in cielo.
Leggera e umidiccia, una nebbia d’alba si dissipava al di sopra del fiume.
Giovanni contrae la mano quasi vi avesse un carbone ardente o fuoco
e dischiude il suo robusto palmo sopra Dio.
Pare che versi colore, innaffi un fiore invisibile;
corre il sangue del fiume e in Dio si riversa come in uno scolo:
fiorisci, fiorisci, dunque, mio Creatore e Signore,
bruciavi nell’arsura del deserto, io venni a portare refrigerio.
Rinfrèscati, ristòrati, mio invisibile fiore,
verrà l’uomo a reciderti – lui che è crudele.
Chiedesti acqua al mondo e ridésti vino,
sangue – e l’uomo, che è crudele, ne abbisogna.
Ma Giovanni si sparse su Dio come pioggia
giordana – e si dissolse, svaporò come parole.
E in una chiesa romana sta una testa picea,
nera di sgomento e di lungaggini da calendario,
sta come lapis niger,
ben sapendo che, in silenzio, spunterà un’alba grigia.
Nelle orbite vuote io lessi non vano il nostro affanno.
Un sole umido quella sera si strizzava, senza ardere,
come spugna e medusa. Sul ponte di un Tevere infoschito
disperazione e speranza si azzuffavano, senza far parola,
come putti incolleriti – due capri e due re.
2002
*
Quando sorvolo l’acqua scura
e mi libro sopra i boschi neri,
non tengo nelle tasche quasi nulla:
tabacco mescolato a versi russi.
Quando l’angelo mi porterà via l’anima,
l’abbraccerà nella nebbia, dandola poi alle fiamme,
non avrò corpo, né lacrime, ma
solo una sacca nel cuore e, dentro, versi.
Ma prima che piombi nel fuoco spalancato:
non arderla, – ti supplico – lasciami questa inezia;
e dice l’angelo: lasciala, non toccarla,
è tutta intrisa di veleno luminoso.
Poesie tradotte da Alessandro Niero tratte da: Elena Švarc, Mattino della
seconda neve, Bompiani editore
L'articolo “La Musa ha i tratti del lupo”. Appunti sparsi sulla poesia di Elena
Švarc proviene da Pangea.