In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché
rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può
ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli
rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora
un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi
vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io
in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi
ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui». (Gv 14, 15-21)
*
TIMORE DI RIMANERE ORFANI
> “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni
> traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere
> orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi
> è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a
> garantire il carattere affidabile del mondo.”
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007)
“Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non
lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace
di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di
sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il
carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne
decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con
il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È
l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo,
indifferente.
Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non
vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si
muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di
probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e
chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di
un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo
loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere.
Il mondo no.
Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure
una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che
ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che
il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un
incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione
quello che noi abbiamo sempre definito conversione.
*
OSSERVARE I COMANDAMENTI
> “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…”
Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo
comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre,
l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo
della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno,
non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci
dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i
suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il
nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per
essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver
incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e
indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al
comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso
intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare
l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo
bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare
incessantemente la nostalgia del Padre.
> “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai
> il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta
> la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile
> a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti
> dipendono tutta la Legge e i Profeti”.
>
> (Mt 22,36-40)
L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una
disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti,
comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri
desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in
noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non
abbandonati.
Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e
bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia”
(n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil
Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice:
“passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e
disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di
dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa
irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha
ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più
ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che
stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire
dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri
corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.
L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di
dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte.
L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua
sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia
intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in
Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era
tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La
consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella
verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre?
Dove si depone il reale?
Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare
chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi
ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere
affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non
nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in
attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi
amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per
inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno.
Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617
Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il
comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o
senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal
cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico
convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come
Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra
tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha
provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di
apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il
rischio d’amare in cuore al morire.
*
CROCIFIGGERE LA VITA
> “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con
> voi per sempre”
> “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive
> in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che
> mi ha amato e ha dato se stesso per me”.
>
> (Galati 2,20)
Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto
di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi
crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il
cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri
pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio
corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al
Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di
Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è
fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio
significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere,
perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo
giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di
castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria
storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non
vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto
esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi
abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità
con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è
disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.
Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno
ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver
trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato
la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il
nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua
misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È
gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da
questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in
noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni
nostro respiro, è sperimentabile solo così.
Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a
mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato
il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone
incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in
loro.
Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha
risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e
si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua
esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso
profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede
svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter
essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte,
soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale
saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni
passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le
nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre.
È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno.
> “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi
> saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”.
Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza
dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno.
Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile
solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.
Siamo vivi solo per essere sua dimora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo
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Insegnare poesia è impossibile. Ogni ‘metodo’ finisce per infrangersi sulla
singolarità – sfuggente, archetipica, arcangelica – del poeta che lo professa.
Più che altro, si deve insegnare a spogliarsi di ogni metodo. Trovare il proprio
linguaggio richiede anni di ingenerosa solitudine: ai raduni letterari andrà
preferita la bianca eco della propria stanza, una specie di navicella spaziale –
oppure, una passeggiata nei boschi. I maestri si stanano confidando nella
fiocina, la fedina del poeta: uno per uno, occhi-negli-occhi. La curiosità verso
i poeti della propria generazione – non della propria genia – è necessaria per
esaurire gli ultimi, estremi orpelli di sé, il resto del mondo, i suoi saturi
aggeggi, bigiotteria del linguaggio – la restituzione, piuttosto, sarà
sgargiante. Il poeta impone una lingua viva, una creatura nuova. Potranno pure
ignorarla i più: quando sarà il suo turno, farà pasto di tutti.
Ted Hughes pubblica Poetry in the Making nel 1967, per Faber. È un libro a suo
modo straordinario, che raccoglie una serie di interventi radiofonici tenuti dal
poeta, su invito di Moira Doolan, per la BBC Schools Broadcasting. Il libro
parte da un concetto – riassunto nella prima ‘lezione’, Capturing Animals,
tradotta, in larga parte, in calce all’articolo –: scrivere poesie è come andare
a caccia di una bestia. A questo concetto Hughes ne somma un altro, più potente:
le poesie sono animali, sono creature viventi che sfuggono al possesso del
proprio autore. Ted Hughes spiega che le parole non sono inerti: le parole hanno
odore e corpo, per sceglierle dobbiamo imparare a ‘sentirle’, cioè a toccarle, a
guardarle, a mangiarle. Dante sarebbe d’accordo: nel De vulgari
eloquentia scrive che il volgare è una pantera, animale che fa parte del
bestiario messianico, e che bisogna andare a caccia di quella magnetica bestia.
Anche in Ted Hughes la scrittura della poesia è un atto sacro, rituale. È un
atto che rasenta la mania. Scrivere una poesia, infatti, richiede di andare in
trance, di essere ciò che si vuole scrivere. Le parole, dice Hughes, verranno di
conseguenza – e verranno inattese, sgargianti, esatte. Il poeta non doma le
parole; al contrario, le sprigiona. Per Hughes non esiste vocabolario, il
cimitero della lingua; esiste una foresta. Le parole sempreverdi si alternano a
quelle stagionali; la parola-veleno si alterna alla parola che cura.
A differenza di molti poeti del suo tempo, ottimi insegnanti di poesia in ottime
accademie, Ted Hughes infrange il ‘metodo’, ne mostra la finzione, le falle,
l’inutilità. Insiste sulla vita e sul voto più che sulla scrittura – Rimbaud il
“bandito/veggente” sarebbe d’accordo con lui: a Paul Demeny suggerisce
il dérèglement de tous les sens, l’obbligo, per il poeta, di “tentare” l’anima;
la poesia, semmai, verrà. Per Ted Hughes, tuttavia, il poeta non deve
inabissarsi in se stesso ma uscire fuori di sé, al modo degli sciamani.
Poetry in the Making, nel suo procedere anticonformista, medianico, informale, è
costituito da diverse ‘lezioni’: in alcune di queste Ted Hughes insegna a
confrontarsi con il paesaggio (Writing about Landscape), a raccontare gli uomini
(Writing about People), a perfezionare il proprio pensiero, una propria, pur
contraddittoria, ‘filosofia’ (Learning to Think). A volte, al termine della
lezione, il poeta suggerisce alcuni esercizi da far fare ai bambini; eccone uno
per galvanizzare la facoltà immaginativa:
“Propongo sette soggetti intorno a cui far lavorare un bambino. La cosa
principale sono i dettagli: dovranno essere precisi e peculiari.
1 Sono un polpo gigante. Una marea mi ha trascinato nell’oceano sbagliato:
troppo freddo. Sto cercando di tornare a casa, sul fondo marino.
2 Sono un eremita o un naufrago in un’isola dell’estremo sud dell’Atlantico. Non
faccio altro che cercare cibo.
3 Sono una creatura proveniente dallo spazio. Sono atterrato vicino al mare.
Questo è il mio rapporto al quartier generale.
4 Sono un’Amazzone.
5 Cosa vedi attraverso quel telescopio?
6 Sono cieco. Una sola volta, per soli cinque minuti, ho visto. Ecco ciò che ho
visto.
7 Sono evaso, mi braccano i cani”.
Ted Hughes – per altro, straordinario scrittore per bambini – ha orientato le
sue lezioni verso i bambini. Secondo lui, la sola salvezza possibile dal mondo
contemporaneo, imbrigliato da utilitarismo e grigio scientismo, è la poesia.
Marchiati dall’oggi, sfruttati da un tempo che li considera meri consumatori
quando non mera merce, i bambini possono salvarsi soltanto esagerando
l’immaginazione. Ted Hughes lavorerà in questo senso elaborando diverse
antologie di poesia per le scuole: The Rattle Bag (1982) e The School Bag(1997)
insieme a Seamus Heaney; By Heart. 101 Poems to Remember nel ’97, estrema opera
di un poeta estremo.
Anche Poetry in the Making presenta, lezione per lezione, un florilegio di testi
che appartengono al pantheon poetico dell’autore. Troviamo, così, poesie di
Vasco Popa e di Elizabeth Bishop, di Keith Douglas e di Emily Dickinson, di
Christopher Smart e di Gerard Manley Hopkins. Naturalmente, c’è anche Sylvia
Plath, di cui Hughes accoglie Wuthering Heights. L’anno prima era uscita Ariel,
la raccolta della Plath collezionata da Hughes, negli Stati Uniti, con poderosa
introduzione di Robert Lowell – l’edizione inglese, del ’65, era uscita mutila
di spiegazioni e introduzioni –; la Faber ripubblicava The Bell Jar. Sylvia
Plath – morta da tre anni – levita in ‘personaggio’ pubblico; il suo spettro,
per un po’ celeste, per un po’ furibondo, comincia a funestare la nuova vita di
Ted, che ora abita con Assia, l’amante, la loro figlia, Alexandra ‘Shura’, e i
figli avuti da Sylvia, Frieda e Nicholas.
Nell’anno in cui pubblica Poetry in the Making, Hughes stampa, sempre per
Faber, Wodwo, la sua terza raccolta ‘ufficiale’, la prima dal suicidio di Sylvia
Plath, quella meno apprezzata dai critici. È un libro di mezzo, in effetti, a
suo modo inquietante, a descrivere – così il poeta – “un periodo di
disorientamento… un lungo incubo”. È un libro che danza con la morte, è un libro
che evoca fantastici fantasmi, latente al lutto. È un libro ‘spezzato’ fin
dall’icona che lo celebra: il wodwo, “essere silvano tra il satiro e il troll”
(così in: Ted Hughes, Poesie, Mondadori, 2008, p.1451), creatura incerta a se
stessa – What am I?, attacca la poesia che dà il titolo al libro – a tutto
inappetente, a tutto disadatta. È un libro pieno di animali: granchi fantasma –
“i soli giocattoli di Dio” – e orsi, lupi verdi e giaguari. In una poesia
appare Heptonstall, il villaggio dove Hughes ha fatto seppellire Sylvia: “La
vita tenta./ La morte tenta./ La pietra tenta”, leggiamo. In una poesia appare
Kafka in forma di gufo, in un’altra si dice che “L’ululato dei lupi è senza
mondo”. È un libro preparatorio, da chiamata incanutita, da poeti in fuga. Ted
Hughes ha trentasette anni, tre anni dopo pubblicherà il suo capolavoro, Crow.
Nonostante le perplessità dell’autore, Poetry in the Making “diventa un classico
per le scuole”: la prima tiratura, di quattromila copie, è esaurita quasi
subito; seguiranno diverse ristampe.
> “A volte è possibile, pur per brevi istanti, trovare le parole capaci di
> aprire le porte delle tante dimore che abbiamo in testa ed esprimere qualcosa
> – forse non molto, ma pur sempre qualcosa – dalla cascata di informazioni con
> cui ci assale il mondo: il modo con cui un corvo vola sopra di noi, lo stile
> di un uomo che cammina, l’aspetto della strada che abbiamo fatto un giorno,
> dodici anni fa. Parole che esprimano qualcosa della profonda complessità che
> ci rende esattamente come siamo, uomini – distinti dagli alberi. Qualcosa
> dell’inudibile musica che ci muove, di attimo in attimo, come l’acqua in un
> fiume. Qualcosa dello spirito del fiocco di neve nell’acqua del fiume.
> Qualcosa della duplicità, della relatività e della mera fugacità del tutto.
> Qualcosa dell’onnipotente importanza del tutto e della sua totale
> insensatezza. Quando le parole riescono a fare questo, e a farlo in un istante
> e in quello stesso istante farne la vitale grafia di un essere umano, non di
> un atomo, di un diagramma, di un ammasso di lenti, beh, questa cosa si chiama
> poesia”.
Era ossessionato dai segni, Hughes: faceva gli oroscopi, non usciva di casa e
non firmava contratti se quel giorno gli astri non erano armonicamente
allineati; da tempo sentiva una volpe agitarsi nel suo cranio. Diffidava degli
umani – amava, con tenace fame, le donne. Sapeva che le parole sono pericolose,
che scrivere una brutta poesia è piantare un vampiro nel mondo – che il mondo è
colonizzato dai vampiri lo sappiamo anche noi: ma esistono gli uomini luminosi e
il bene trionfa sempre.
**
Catturando la bestia-poesia
Esistono diversi metodi per catturare uccelli e pesci. Ho trascorso gran parte
della mia infanzia, fino a circa quindici anni, a sperimentare molti di questi
metodi – quando il mio entusiasmo è scemato, ho iniziato a scrivere poesie.
Potreste pensare che questi due interessi – catturare animali e scrivere poesie
– non abbiano molto in comune. In realtà, più ci ripenso e più sono certo che
siano in realtà una sola cosa.
La caccia ai topi durante la trebbiatura, quando ero ragazzo e afferravo i
roditori da sotto i covoni appena venivano sollevati, li infilavo in tasca
finché non ce n’erano trenta o quaranta che strisciavano nella fodera del
cappotto, e la mia attuale passione per la poesia sono fasi della stessa
febbre. In un certo senso, penso alla poesia come a un animale. Le poesie hanno
vita propria, proprio come gli animali, il che vuol dire che sono separate da
qualsiasi persona, perfino dal proprio autore: nulla può essere aggiunto o tolto
a una poesia senza mutilarla e forse perfino ucciderla. Le poesie hanno una
certa saggezza. Conoscono qualcosa di speciale… qualcosa che vogliamo
apprendere.
Forse la mia occupazione non è mai stata quella di catturare animali o poesie,
ma realtà che possiedono una vita propria, vivida, al di fuori della mia. Ad
ogni modo, il mio interesse per gli animali è cominciato da quando ho memoria. I
miei ricordi risalgono piuttosto chiaramente al mio terzo anno di età: avevo
così tanti animali di piombo da occupare il tappeto in sala. Possedevo un innato
talento manuale: quando ho scoperto la plastilina, il mio zoo è diventato
praticamente infinito. Quando una zia, per il mio quarto compleanno, mi ha
regalato un grosso libro di animali con la copertina verde, ho cominciato a
ricopiare quelle fotografie. Gli animali erano bellissimi nelle fotografie – nei
miei disegni (perché erano miei) sembravano ancora più belli. Ricordo
precisamente l’emozione che ho provato nel fissare i miei disegni – la stessa
che provo ora al cospetto delle mie poesie.
A quel tempo vivevamo in una valle dei Pennini, nel West Yorkshire. L’unico
interesse di mio fratello più grande era aggirarsi furtivamente sulle colline
con un fucile. Mi voleva con sé come se fossi il suo cane da riporto: dovevo
intrufolarmi in ogni cespuglio per raccogliere gazze, gufi, conigli, donnole,
topi, chiurli. Allo stesso tempo, andavo tutti i giorni a pescare nel canale.
A otto anni ci trasferimmo in una città, nello Yorkshire del Sud. Il nostro
gatto si crogiolò nella mia camera da letto per una settimana: odiava quel
posto. Mio fratello, pur di andarsene, diventò guardiacaccia. Eppure, per molti
versi quel trasloco è stata la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ben
presto, scoprii una fattoria, in periferia, che soddisfaceva tutti i miei
bisogni – poco lontano, c’era una tenuta con boschi e laghi. I miei amici erano
ragazzi di città, figli di minatori e di ferrovieri: con loro vivevo una vita –
in campagna ne vivevo un’altra. Non ho mai confuso quelle due vite; tranne una
volta, e fu un disastro. Ho alcuni diari che testimoniano la mia vita in quegli
anni: per lo più, sono un regesto dei miei successi di caccia. Infine, intorno
ai quindici anni, la mia vita si è complicata e il mio atteggiamento nei
confronti degli animali è completamente cambiato. Mi sono sentito in colpa per
aver disturbato le loro esistenza. Cominciai a studiarli, a comprenderli dal
loro punto di vista. Più o meno in quel periodo cominciai a scrivere poesie. Non
poesie sugli animali. Sono passati anni prima che scrivessi la mia prima poesia
‘sugli animali’; sono passati altri anni ancora prima che capissi che la pratica
della poesia non è diversa dalla caccia. Ora non ho dubbi. Quel particolare tipo
di eccitazione, quella concentrazione ipnotica e del tutto involontaria che
accade quando percepisci il sorgere di una poesia che si coagula nella mente,
poi l’evolversi della struttura, la forma, il colore, la figura finale, limpida,
compiuta, la sua singolare realtà viva, vivente in mezzo all’inanimata assenza
di vita – tutto questo è così familiare che non può essere frainteso.
Alcuni aspetti di ciò che ho detto potrebbero sembrarvi oscuri. Come può una
poesia che racconta una passeggiata sotto la pioggia, ad esempio, essere viva
come un animale? Beh, forse non assomiglia molto a una giraffa né a un polpo.
Potremmo dire che la poesia è un insieme di parti viventi mosse da un solo
spirito. Le parti viventi sono le parole, le immagini, i ritmi. Lo spirito è la
vita che li abita quando lavorano all’unisono. È impossibile dire cosa venga
prima, se le parti o lo spirito. Ma se una qualsiasi delle parti è morta, se una
qualsiasi delle parole, delle immagini o dei ritmi non prende vita mentre leggi,
beh, la creatura è mutilata, lo spirito malato. Come poeta, devi assicurarti che
le parti su cui hai diretto controllo – parole, immagini, ritmi – siano vive. È
qui che iniziano le difficoltà. Le parole viventi sono quelle che sentiamo, che
vediamo, che gustiamo, che tocchiamo, che annusiamo. Parole che appartengono a
uno dei cinque sensi. O parole che agiscono, che sembrano avere i muscoli, come
“scattare” o “scatenare”. Ma subito le cose si complicano. “Catrame”, ad
esempio, non è solo una parola dall’odore potente. È appiccicosa al tatto, ha
una viscosità particolare, soffocante. Quando è morbido, il catrame si muove
come un nero serpente, ha una straordinaria oscura lucentezza. Così è per la
maggior parte delle parole. Appartengono a diversi sensi contemporaneamente,
come se ciascuna avesse occhi, orecchie, lingua, dita e un corpo per muoversi. È
questo piccolo folletto che costituisce la vita di una parola – è questo
folletto che il poeta deve tenere sotto controllo.
Bene, direte, è una situazione senza speranza. Come si fa a controllare tutto
questo? Quando le parole sgorgano a fiumi come possono incastrarsi una
nell’altra? Nella cattiva poesia le parole si uccidono a vicenda. Per fortuna,
non dobbiamo preoccuparci – purché siamo in grado di operare in questo
modo. Immagina ciò di cui vuoi scrivere. Visualizzalo. Vivilo. Non pensarci
facendo calcoli mentali. Guardalo – toccalo – annusalo – ascoltalo. Trasformati
in ciò che vorresti scrivere. Soltanto in questo modo le parole si prendono cura
di se stesse, come per magia. Se operi in questo modo non devi preoccuparti di
virgole, punti o cose di questo tipo. Non devi nemmeno guardare le parole.
Affina occhi, orecchie, naso, gusto, tatto – tutto il tuo essere si concentri su
ciò che stai trasformando in parole. Nel momento in cui ti distrai, distogliendo
la mente da questa operazione, preoccupandoti delle parole… allora la
preoccupazione si impossessa delle parole, che cominciano a uccidersi a
vicenda.
Continua in questo modo – soltanto alla fine, guardati alle spalle, fissa ciò
che hai scritto. Dopo un po’ di pratica, dopo esserti ripetuto più e più volte
che non importa come altri abbiano scritto questa cosa, ma viverla; dopo esserti
ripetuto più volte che devi usare ogni parola che ti viene in mente a patto che
sia quella giusta nel momento esatto in cui la scrivi, ti stupirai. Rileggi ciò
che hai scritto. Avrai uno shock. Avrai catturato uno spirito – una creatura
viva.
Ted Hughes
*In copertina: un disegno di Leonard Baskin per le poesie di Ted Hughes
L'articolo Catturare la belva-poesia. Una lezione di Ted Hughes proviene da
Pangea.
In uno dei racconti più luminosi di Vladimir Nabokov, un poeta di nome
Vasilij Šiškov scompare all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia di sé. Il
poeta si è dissolto nella sua stessa opera, sublimandosi in versi – estremo
compimento di un destino dalla parabola esemplare. Mi piace pensare che anche
Nikolaj Gumilëv abbia vissuto questa aderenza totale dell’uomo al poeta – uomo
vitruviano perfettamente inscritto nel cerchio della poesia, con la punta del
compasso dritta nello sterno.
Gumilëv non è morto davanti al plotone d’esecuzione, trafitto in mezzo alle
costole dal piombo sovietico – questa è un’immagine buona per i biografi e i
compilatori di enciclopedie virtuali. Né i suoi carnefici sarebbero stati in
grado di bendare quegli occhi che avevano visto divampare roghi di stelle sopra
il Sahara. No, un addio diverso spettava a questo poeta viaggiatore, esploratore
inesausto di terre arcane. Anche lui, in fin dei conti, ha varcato la soglia che
divide l’inchiostro dalla carne. Il suo congedo dalle caselle del calendario
altro non è che un segno di alleanza con l’invisibile e misteriosa immortalità
dei versi.
Nelle poesie di Gumilëv avverti la freschezza sorgiva dell’ispirazione, la
contiguità del dettato poetico alle gesta compiute in vita. Ecce homo, senza
infingimenti o maschere. Ecce poeta, senza alcun tipo di sovrapposizione
innaturale. I due diventano indissolubilmente uno. In questo, Gumilëv è fratello
di Keats, Rimbaud, Dickinson, Puškin, Hölderlin. Quanto commovente è, nel più
alto senso della parola e senza alcun cedimento alla retorica, questo dare la
propria vita in pasto alla poesia? Questa naturale e spontanea attitudine a
estinguersi nel verso, come il riflesso della luna che si increspa in fondo a un
pozzo, può assumere i contorni di una inestinguibile tenerezza?
In Gumilëv c’è qualcosa del folletto di Charleville. Gattona tra gli atlanti
prima ancora di poterne pronunciare la meraviglia. Sfiora i mappamondi come
fossero dolce promessa di altrove – il bianco avorio fiammeggiante, lo sguardo
di brace delle tigri, epiche migrazioni di uccelli verso nord, le favole che
fioriscono nelle pieghe del ginocchio di una donna. Che non si pensi a un fatuo
esotismo, ma piuttosto alla necessità esistenziale di aprire un varco nella
trama feriale dei giorni, di approdare infine all’altro lato delle cose. Il
regno dei sensi, del quotidiano giogo trasformato in perenne scoperta, in un
mondo di pieni colori che si offre al poeta come se egli fosse un nuovo Adamo. E
in questo mondo, che si accende di nuovi legami e di nuovi nomi, ci accorgiamo
che si compie di noi la parte più autentica. E a questo mondo occorre infine
dare spazio e tempo affinché cresca come edera dentro di noi, e preservarlo
dalle grandinate dei ricordi, dal vento della nostalgia, dal fumo acre del
rimpianto, dai terremoti e dagli assalti all’arma bianca della vita. Come a dire
– insieme a Gumilëv – che esiste da qualche parte, nel rovescio dei giorni, un
luogo che sarebbe stato inventato per corrisponderci nel profondo, un luogo di
cui avremmo potuto essere re giusti e felici, se solo il pungiglione della vita
non ci ricordasse a suon di trafitture che è lampo di effimero splendore tutto
l’oro del desiderio. Per Gumilëv, questo luogo è l’Africa. In una delle sue più
celebri poesie si legge:
> “dal bruciante giovane Sahara
> forse tra cento o duecento anni,
> branchi selvaggi di lupi di sabbia
> si scaglieranno contro il nostro vecchio, verde mondo,
> occupando il Mediterraneo, Parigi, Mosca e Atene
> e a quel punto noi, come beduini sui cammelli,
> torneremo a credere nei fuochi celesti”
Il poeta dei grandi spazi, dei cieli stellati e degli oceani schiumanti si
mostra docile e disarmato nei confronti dell’amore. Anche nel sentimento amoroso
affiora sempre una spinta verso il movimento nel tempo e nella geografia,
all’interno e all’esterno di sé. Le donne e tutto ciò che rappresentano entrano
a far parte di un altro ordine d’idee, rovescio del visibile e della logica. La
destinazione che rincorre la prua è la pura beatitudine: la rotta conduce verso
le “isole della gioia” che per approssimazione riusciamo talvolta ad avvistare
nelle feritoie del presente o che sogniamo nelle notti di plenilunio o che
circumnavighiamo solamente attraverso i versi. La donna che manca come fedele
compagna di giorni e notti solitarie è l’ultimo soffio decisivo di maestrale per
approdare infine alle rive agognate. Riusciremo mai a isolare, nella vorticosa
corrente dei volti, quell’unico e irripetibile ovale del viso a cui dare un nome
– monile di felicità, non più promessa ma finalmente benevolo sorriso del
destino?
> E griderò: «Dove sei, donna
> nata dal fuoco?
> I miei occhi sono immutati,
> il mio canto è immutato,
> «Io resto servo della tua bellezza,
> la mia forza è ancora la tua forza,
> e la vera felicità, l’ultima
> felicità, sei ancora: tu!»
Penso che Gumilëv, dopo ogni approdo, sognasse ardentemente di riprendere il
mare. Che amasse le isole con l’incostanza fatale di Odisseo. D’altronde, il
poeta russo era nato su un’isola trenta miglia a largo di San Pietroburgo. La
sua stessa vita veste la leggerezza del viaggiatore – colui che sorride di tutto
ed è saggio abbastanza per capire che ogni alba in terra straniera è l’inganno
più bello per credersi immortali.
> “Ameremo di nuovo il fascino del lontano,
> e l’orizzonte indorato della luna,
> di nuovo vedremo le sacre palme
> e il Ponto che strepita e spuma”
>
> trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026
Eppure, tra la folle altalena dei giorni e le distanze marine percorse, un
Odisseo segnato dal sole e dalla salsedine si convince che gli dei abitano nella
calma. E anche l’eroe greco, dopo aver versato lacrime di dolore, costringe il
suo cuore a essere felice. Il ritorno del guerriero è già presagio di morte, di
un filisteo rientro nei ranghi. Bello e desiderabile è il tempo della vita in
cui
> “abitava nei muscoli un’indicibile forza,
> una fiaba nella piegatura del ginocchio,
> ed era bello come una nube
> il capo di Micene ricca d’oro”
>
> trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026
Che almeno l’arte possa salvarci dagli anni che scolorano verso il
tramonto. Spira come leggera brezza nei versi di Gumilëv una dorata aristocrazia
dello spirito, e allora volti e vicende si muovono percorrendo un’altra orbita,
illuminati dal fulgore del mito.
Nikolaj Stepanovič Gumilëv (1886-1921) insieme ad Anna Achmatova e al figlio Lev
Nella Grecia Antica, chi era caro agli dei si trasformava in una costellazione o
un fiore. Rilke ha scritto di volersi estinguere nell’ombra di una mela in un
famoso quadro di Jan van Eyck. Gumilëv sogna di diventare una miniatura
persiana. Scopriamone insieme i vividi colori e l’arte sapiente. Sotto un cielo
turchese un principe leva il suo sguardo verso delle donne in volo. Uno scià
intento a cacciare insegue la sua preda con furente ostinazione. I sentieri sono
cosparsi di fiori mai visti prima. Nitido come le nuvole del Tibet, il sigillo
di un grande arista conferisce all’opera grande prestigio. Qualcuno con sguardo
allenato alla bellezza – un mercante o un cortigiano – s’invaghirà della
miniatura, essa diventerà per lui un mondo di radiosa perfezione. L’antico
sogno, quello di destare ovunque l’adorazione, sarà finalmente realtà. Avviene
il miracolo dell’arte.
Miniatura Persiana
Quando avrò infine concluso
di giocare a nascondino con la morte tetra,
il Creatore mi trasformerà
in una miniatura persiana.
E il cielo sarà come turchese,
e un principe che appena solleva
i suoi occhi a mandorla
verso il volo di un’altalena di fanciulle.
E uno scià col dardo insanguinato,
che insegue per un sentiero incerto,
su vette color del cinabro,
una cerva in fuga.
E tuberose mai viste,
né in sogno né nella veglia,
e viti già reclinate sull’erba
in una dolce sera.
E sul rovescio,
pulito come le nuvole del Tibet,
mi sarà caro portare
il sigillo di un grande artista.
Un vecchio profumato,
mercante o cortigiano,
guardandomi, mi amerà all’istante
di un amore acuto e ostinato.
Dei suoi giorni monotoni
io sarò la stella polare;
il vino, le amanti e gli amici
io sostituirò a vicenda.
E così avrò appagato
senza estasi e senza sofferenza
il mio antico sogno:
destare ovunque l’adorazione.
Lorenzo Giacinto
Dove non diversamente specificato, la traduzione dei testi è dell’autore
dell’articolo.
L'articolo “Destare ovunque l’adorazione”. Omaggio a Nikolaj Gumilëv, il poeta
dei cieli stellati proviene da Pangea.
A tutta prima – seguendo il ragliare dei maligni – il dato più affascinante
della biografia di Frances Cornford è il lignaggio – vertiginoso. Nipote di
Charles Darwin. Il padre di Frances, Francis – che fantasia – era il terzogenito
di Charles, il naturalista che fu rivoluzione, l’autore de L’origine delle
specie: straordinariamente simile al padre, fu docente di botanica a Cambridge.
La madre di Francis – partorita il 30 marzo del 1886 a Cambridge, luogo da cui,
in sostanza, non si si spostò quasi mai –, Ellen Wordsworth Crofts, era la
pronipote del grande poeta William Wordsworth: fu docente in uno dei primi
college femminili dell’epoca, il Newnham.
Degna figlia di tale famiglia, Frances non frequentò l’università, ricevette
un’istruzione privata, fu incoraggiata a scrivere. La prima raccolta
di Poems uscì nel 1910: in uno di questi testi giovanili – ma non puerili –
Frances ragiona sulla Preesistenza: “Ero sdraiata sulla riva/ udivo le onde
ruggire/ il sole mi scaldava il viso:/ cominciai a sognare”. La fanciulla
ricorda di essere stata in quella stessa riva, scaldata da quel medesimo sole,
“chissà quanti secoli prima”: “nelle mie pre-pelasgiche mani/ la sabbia era
ancora calda, ancora fine”.
Il lignaggio, tuttavia, non basta a giustificare il successo dei versi. Frances
Cornford – così ammette nell’edizione dei Collected Poems edita da The Cresset
Press nel 1955 – cominciò a scrivere a sedici anni; l’ultima raccolta, On a Calm
Shore, uscì nel 1960, l’anno della sua morte – aveva 74 anni, morì l’ultimo
giorno di agosto, d’infarto, è sepolta presso l’Ascension Parish Burial Ground a
Cambridge: la sua tomba è prossima a quella del padre, non lontana da quella di
Ludwig Wittgenstein, un amico di famiglia. Di recente, la casa editrice
Enitharmon ha pubblicato, a cura di Jane Dowson, una selezione di Selected
Poems: dicono di uno stile “semplice e diretto”, fatto di “argute osservazioni”,
fitto di “immagini memorabili”. In effetti, la poesia di Frances Cornford – per
lo più ‘da camera’, spesso d’occasione – piacque. Amica di Virginia Woolf,
dialogava in versi con Gilbert Keith Chesterton; Agatha Christie cita una sua
poesia in uno dei suoi romanzi – Murder is Easy, del 1939 –, Philip Larkin
adorava quella frugale coerenza, la capacità, con pochi tocchi, con tatto e
nessun esubero di aggettivi, di far risplendere le cose di tutti i giorni.
A Cambridge, Frances – che si chiamava ancora Frances Darwin Crofts – conobbe
Francis (che fantasia…) Cornford: più grande di lei di dodici anni, insegnava al
Trinity College, diventerà uno dei più importanti classicisti d’Albione,
occupandosi, per lo più, di Platone, Tucidide e Parmenide. I due si sposarono
nel 1909; Frances diede a Francis cinque figli; il secondo fu chiamato Rupert
John in memoria di un caro amico di lei, Rupert Brooke, l’apollineo poeta morto
troppo giovane al fronte, nell’aprile del 1915. Il figlio di Frances – nato
qualche mese dopo la morte di Rupert Brooke – seguì la sorte del poeta: morì
durante la Guerra civile spagnola, nel dicembre del ’36, il giorno in cui
compiva ventuno anni, in circostanze non del tutto chiare. Laureatosi
brillantemente in discipline storiche a Cambridge, Rupert John preferì
arruolarsi tra le fila del Poum, il Partito Operaio di Unificazione Marxista,
antistalinista, tra i mitraglieri. Dicono di atti eroici, di un ragazzo che, pur
ferito, preferì tornare a combattere. Alcune poesie testimoniano il suo impegno
bellico. Insieme a lui, tra i combattenti, figurava anche George Orwell: lo
scrittore britannico non lesinò critiche verso “l’impegno dei ragazzi di buona
famiglia”, che possono votarsi, con la stessa equidistante passione, alla causa
della sinistra rivoluzionaria come a quella della monarchia.
A Rupert Brook, Frances aveva dedicato una poesia, Youth, che avrebbe potuto,
tragicamente, dedicare al figlio:
> “Giovane Apollo biondo chiomato
> sogni mentre ti inghiotte la battaglia
> magnificamente impreparato
> alla lunga brevità della vita”.
Alla prima figlia, Helena, Frances Cornford nata Darwin, dedicò invece il libro
più stravagante e forse più bello, una capricciosa selezione di Poems from the
Russian, edita da Faber nel 1943, nel pieno della Seconda guerra. Nella minima,
sapida Preface, Frances – dopo aver onorato, naturalmente, la saggezza del
marito – denuncia la propria poetica del tradurre: un poeta traduttore deve
‘intonarsi’ al canto del poeta tradotto, non può indossare impunemente abiti
lirici che non gli appartengono. Questa congiunzione può avvenire soltanto tra
anime affini. Insomma, la traduzione è poesia in sé, è medianico rapporto tra
spettri e linguaggi.
> “Un esperto ha scritto che leggere di poesia in un’opera erudita è come
> annusare un mazzo di fiori coperti da un lenzuolo: questo è ancor più vero per
> la traduzione poetica. Quali qualità sono necessarie a un traduttore perché il
> suo esercizio sia quantomeno tollerabile? Ho capito questo. Il traduttore deve
> in qualche modo convincerci che possiamo fidarci di lui. Se nutriamo dei
> sospetti, se ci domandiamo ‘Ma questo è davvero l’originale peruviano o è la
> signorina X.?’, allora tutto è perduto. Naturalmente, non è soltanto la
> correttezza che dobbiamo esigere…”
Al di là di troppe parole, il libro pare accordato a dovere. Nel lavoro, Frances
si è fatta aiutare da Esther Salaman: ebrea russa, fu discepola di Albert
Einstein e amica di Wittgenstein. Particolari ringraziamenti sono accordati a
Nikolai Bachtin, professore di linguistica a Birmingham, nonché fratello di
Michail, il sommo studioso di Dostoevskij e Tolstoj, l’autore di Estetica e
romanzo.
Tra i poeti con cui Frances si sente in sintonia, spiccano Puškin e Blok; questa
è una versione da Anna Achmatova:
“Era tenero, inquieto, geloso: mi amava
come il sole di Dio – il mio cuore fu rapito.
Uccise il mio uccello dalle bianche ali perché
cantava i giorni che precedono il nostro incontro.
Venne al tramonto per dirmi: scrivi
poesie, amore mio, ridi e amami.
Presso il pozzo, sotto l’ontano
giaceva il mio uccellino felice, morto.
Gli promisi che non avrei pianto: fu
allora che il mio cuore divenne di pietra.
Da allora, sento cantare il mio dolce
uccellino ovunque, sempre”.
Di Fëdor Tjutčev, Frances serba il tono sicuro, assertivo, e la predilezione per
le poesie brevi, sketch che spesso sanno riassumere una vita. È lui, in effetti,
il suo vero maestro di stile: la superficie delle cose – evocata con pochi
tratti – si spezza, mostrando l’abisso, per neri bagliori; che bello l’attacco
di Silentium, è quasi una poetica:
> “Resta in silenzio, nasconditi, lascia
> che sogni e desideri sorgano e tramontino
> nei recessi del tuo cuore; i tuoi
> più cari tesori tienili con te, serba
> in te le stelle che nel cuore della notte
> incantano il tuo spirito”.
È vero: giocava a fare la socialista, amava intrattenersi con le signore del suo
rango – ciò che ancora convince delle sue poesie è l’oscurità dietro il casto
mobilio, una sorta di provvidenziale inquietudine, l’ultimo giorno dopo i giorni
costruiti col merletto, il fuoco che arde oltre il velo.
**
Donna con neonato si rivolge al filosofo
Come posso temerti, portentoso sapiente
quando penso che un tempo eri grande così?
Come posso tremare di fronte all’onnipotente
pensatore che un tempo aveva mani piccole e paffute
proprio come queste? Come posso ornarti di inchini
quando immagino il tuo cranio fragile, caldo, soffice cupola
che profuma di sapone? Oh tu – celebrato
da Nord a Sud – che ti metti le dita dei piedi in bocca…
*
Intorno a un epitaffio latino, nella chiesa di Madingley, senza nome né data
Portate rose, giovani inni, viole inviolate
a decorare ancora queste ceneri:
non disturbate il sonno dell’ignota
ragazza con grida di nostalgia –
morì in un giorno di pioggia
sparì nell’immutabile pace di Dio.
Egli sussurrò alla sua anima: lei
gliela restituì senza macchia.
*
Il pazzo e il bambino
“Dove sei stato? Sembri
un alienato, sei sporco…” “Caro mio
sono stato all’Inferno, ho percorso
i soliti oscuri sentieri nel deserto:
avrei potuto fare come te, che
sei stato a Babilonia con le candele”.
“Cosa hai visto?” “Né fiamma né rogo
ma un rio di terrore e di desiderio.
Oh, piccolo mio, non c’è nulla lì
che somigli alle tue dita, ai tuoi capelli
a questo tavolo o a questa sedia:
nulla, nient’altro che disperazione”.
*
*
Dai Veda
La prima coppia abitava
un mondo privo di oscurità.
Quando Yama morì lasciò Yami
nell’infinita luce.
Invano gli dèi cercarono
di alleviare il suo dolore.
Lei rifiutò di ascoltare le loro
sante parole e disse: “Oggi è morto”.
Gli dèi, confusi perché il suo dolore
offuscava la loro onnipotente vista
dissero: “Dobbiamo creare la Notte
che lei dimentichi l’indimenticabile”.
Così crearono la Notte. E dopo
la Notte crearono l’Ultimo Giorno
e lei lo dimenticò. Per questo si dice
che i giorni e le notti divorano il dolore.
*
Dopo le Eumenidi
Molto tempo fa, nella petrosa Grecia
il cuore umano non conobbe pace
lacerato nella sua oscurità
malediceva il fato e la sua nascita;
sperava di lenire l’agonia con il canto.
O Signore, fino a quando ancora?
*
Il lago e l’istante
Guarda –
luce sopra grigie acque:
l’uccello bagna il petto e riposa
le montagne in stato di assedio
assistono in silenzio. Così
libero dal timore accade il primo
assassinio dell’uomo – cuore
che riposa nei golfi del tempo.
*
Una donna sola
A mezzanotte tutte le finestre si spengono
l’oscurità cala sui tetti e sugli alberi senza più ostacoli.
Così nel mio cuore, le case di cui non hai sentito
il bisogno, spengono le loro luci.
*
Rivelazione
Hai tolto una pietra dalla mia mente oscura:
lì, in luce, giaceva un Progetto – intimorita
e sorpresa, ho visto i suoi sconosciuti
tentacoli, i suoi occhi chiusi.
*
A un gatto che si aggira in giardino
Elegante creatura dal nero corpo
perché ti ostini
a inseguire quel pettirosso?
Dimmi quale causa selvaggia riempie
i tuoi occhi vuoti, da quali pozzi
proviene la tua avida luce –
dai confini del Paradiso
dalle rive infere
dai regni del bene
o del male.
*
Preghiera del mattino
Che le mie mani accolgano questo giorno di cristallo
mio Signore, che sappiano custodirlo intatto
che al suo arrivo la sera, nostra grigia sorella,
non trovi alcun frammento rotto sul pavimento.
*
Perduta
Non c’era alcun cartello
con indicazioni chiare
per evitare che mi perdessi.
Soltanto il mio cuore avrebbe
potuto trovarmi, con la stessa
infallibile sapienza degli uccelli
migratori – ma ha fallito.
*
Ritorno a casa
I venti soffiano, inabissando
la notte – gli alberi sono in ginocchio.
Ma l’uomo ha inventato il fuoco
e la candela – l’uomo ha inventato il fiero pasto.
*
Il gabbiano
Vola con purezza, risoluto
e solenne tra vortici rituali.
Sono riuscita a udire la musica
che quell’uccello, perfezionato dal sole,
ha lasciato in cielo.
*
Vittime
Un tempo questa carne era amabile: ora
il Dio Guerra la usa come un ornamento della
grande macchina – un tempo, questa carne provava
pietà, baciava con passione lividi invisibili.
*
Il blitz
Mondo immortale! Un altro giorno di luce
dopo il caos notturno. Benché il cuore
precipiti in un dolore senza fine, le foglie
gialle e pacifiche, cadono con dolcezza.
*
Pioggia d’estate
Fin dall’infanzia, non esiste musica più bella
all’orecchio umano della pioggia d’estate, a sera…
Ogni bambino crede che tutte le cose
del mondo raggiungano la loro pace.
Orrore e disamore, tutti i mali dell’uomo,
rabbia e dolore, non esistono.
È bello sentire gli scrosci tra i rami
dell’edera, i vetri che fremono: la pioggia
piange senza passione e l’oscurità
avvolge la nostra casa. Disperazione
e tormento, invidia e rancore non esistono:
la pioggia spazza via ogni cosa.
*
A un amico
Nei giorni in cui eri
malato, solo, triste
ho visto il tuo spirito
accogliermi ancora.
Nelle mattine in cui la mia specie
sembra una razza in razzia
ricordo di aver visto
risorgere il tuo viso.
*
Epitaffio per Charlotte Brontë
I figli della mia audace mente
resistono selvaggi e imprendibili
come il vento e la pioggia.
Ma in quest’aria d’acciaio, presso
la sua tomba, sono morta, perché
il mio corpo non può sopportare
figli mortali.
Frances Cornford
*In copertina: Frances Cornford nel 1914
L'articolo “Il cuore umano non conosce pace”. Vita & poesia di Frances Cornford,
la nipote di Darwin proviene da Pangea.
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha
pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier
Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits.
Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto
a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e
Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante –
conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione,
Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti
del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai
tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che
si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila
l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante
per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo
in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e
inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.
L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come
veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le
avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti
raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per
amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution
surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il
carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in
scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da
intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi,
era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano
una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda.
Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta –
se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia
eredi, non fa prigionieri.
A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione
di vecchi mestieranti del verbo.
È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la
scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti
italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle
genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel
’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo
caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel
mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per
dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe
Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di
normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di
un’ascesa tra le aquile.
Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler
Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern
Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni
– I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in
fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico
di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea.
L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley
Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti
– da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a
idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa
ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita
Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady
Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta,
un genio in generosità, a prevalere.
Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più,
un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare
un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne
sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura
quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto.
L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio
è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori
antologizzati?
Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a
erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che
credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso,
il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più
celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie
giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla
paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia
giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie
di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la
poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta
vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo,
avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore
e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie
futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa
indole del poeta.
La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici
dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi
ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione
‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.
Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria
inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le
varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie
avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta
di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In
questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena
a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie
lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume
di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito
un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.
Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e
poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da
un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker
e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e
perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’,
‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot
pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy
Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno,
d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde,
Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.
Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare
intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.
Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano
Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e
giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un
libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra
i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell.
Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per
sagacia.
In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da
Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori
sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche
generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con
tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre
antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’,
questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di
un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’,
qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i
poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma
genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita,
attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il
muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di
circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista,
domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui,
si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.
Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.
Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.
*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936
L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito
all’eversione proviene da Pangea.
> “«Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi», disse Lord Byron, e la sua
> proposta fu accettata. Eravamo quattro. Il celebre autore iniziò un racconto,
> del quale pubblicò un frammento alla fine del suo poema Mazeppa. Shelley,
> più portato a dar corpo alle idee e ai sentimenti nel fulgore di immagini
> luminose e nella musica del verso più melodioso che adorna la nostra lingua
> piuttosto che a inventare la struttura di una storia, ne iniziò una fondata
> sulle esperienze dei suoi primi anni. Il povero Polidori ebbe qualche idea
> terribile su una donna con la testa di teschio che era stata così punita per
> aver spiato dal buco di una serratura […] Io mi dedicai a pensare a una storia
> – una storia in grado di rivaleggiare con quelle che ci avevano spinti a
> questa impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure del nostro animo
> e che risvegliasse brividi di orrore – che rendesse il lettore timoroso di
> guardare dietro di sé, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del
> cuore. Se non avessi ottenuto tutto questo, la mia storia di fantasmi sarebbe
> stata indegna de suo nome”.
>
> (Mary Shelley, dalla Introduzione a Frankenstein del 15 ottobre 1831)
È in quella sera piovosa e fredda del giugno 1816, nel salotto di villa Diodati,
nei pressi di Ginevra, che nasce il primo germe di Frankenstein; or, The Modern
Prometeus di Mary Shelley, figlia della scrittrice femminista Mary
Wollstonecraft – autrice della prima dichiarazione dei diritti della donna – e
del celebre William Godwin, filosofo radicale, guida di intellettuali liberi
pensatori e autore del primo detective novelmoderno, di cui ci siamo occupati
qualche tempo fa. Confinati in casa, i villeggianti si trovano per le mani
alcuni volumi di storie di fantasmi tradotte in francese dal tedesco, e si
mettono a ingannare il tempo raccontandosi invenzioni da brivido. C’era Lord
Byron, sceso dalla fama all’infamia, inseguito dallo scandalo e bandito dai
salotti londinesi, e c’era Percy Bysshe Shelley, in fuga dai creditori e da un
matrimonio chiacchieratissimo e compromesso; con loro Claire Clarmont, incinta
di Lord Byron (e non amata), e Mary Wollstonecraft Godwin, la diciannovenne
illuminata sorellastra di Claire e già madre di un piccolo Shelley. Infine, un
personaggio minore: John William Polidori – “il povero Polidori” –, medico
personale di Byron e futuro autore dell’incompiuto Il vampiro.
Dopo una nottata trascorsa a parlare di argomenti orrifici e massimi sistemi,
tra cui il principio della vita e gli esperimenti su piccole forme inanimate che
tornano ad animarsi, la giovanissima Mary non riesce a prendere
sonno, sbrigliando l’immaginazione su un omuncolo creato con innesti di nervi,
arti e organi. “Io vidi – con gli occhi chiusi ma con una acuta visione mentale
–, io vidi il pallido studente di arti proibite inginocchiato di fronte alla
cosa che aveva messo insieme. Vidi la forma orribile di un uomo disteso, e poi
grazie all’opera di un qualche potente strumento, lo vidi dar segni di vita e
agitarsi con un penoso moto semi-vitale. Era spaventoso, perché spaventoso in
modo supremo sarebbe stato il risultato di ogni tentativo umano di parodiare lo
stupendo meccanismo del Creatore del mondo. Il creatore si terrorizzava del suo
stesso successo; scappava via dalla sua opera odiosa, scosso dall’orrore. Egli
sperava che, lasciato a se stesso, il lieve barlume di vita che aveva trasmesso
si sarebbe dissolto, che quella cosa che aveva ricevuto una vitalità così
imperfetta si sarebbe trasformata in materia morta”. (ibidem)
Dopo la prima pubblicazione nel 1818 e una seconda edizione identica del 1823,
il romanzo ebbe la sua versione definitiva nel 1831 (da cui le citazioni
introduttive dell’autrice). Superfluo dire che l’immensa popolarità
di Frankenstein nel Novecento la si deve soprattutto al cinema: il primo a
venire in mente è Boris Karloff in bianco e nero (in copertina), con la fronte
altissima, il volto squadrato e straziato di cicatrici – un miracolo di make-up
ideato da Jack Pierce – nel film di James Whale del 1931. Da lì nacque un vero e
proprio filone con i cosiddetti spin-off, fino ai remake cinematografici più
recenti che hanno cercato di avvicinarsi meglio alla storia tutta gotica narrata
dalla Shelley. Con l’ingenuità dello spirito romantico, nel romanzo vediamo
l’essere creato da Victor Frankenstein unendo vari pezzi di cadaveri (i
“materiali” della morte) che arriva a parlare un inglese forbito e misurato –
imparato ascoltando di nascosto le lezioni del giovane Felix De Lacey alla
propria fidanzata, una fanciulla araba di nome Safie – e che si forma
leggendo Le vite di Plutarco, Il Paradiso perduto di Milton e I dolori del
giovane Werther di Goethe. Il tema portante della storia è quello della
relazione fra il creatore Frankenstein e la propria creatura: una relazione
spaventosamente tormentata, in cui lo scienziato, che è riuscito a riprodurre la
vita, rifiuta la creatura che ha messo al mondo, una storia in cui il destino
mantiene un ruolo implacabile, con sullo sfondo il tema della morte legato
strettamente alla metafora (spietata) della nascita. Un motivo che sembra voler
riproporre l’evento mortuario che segnò la nascita dell’autrice, dove la madre
perì per le conseguenze del parto; ma non solo: nell’estate del 1816, quando
comincia a scrivere la storia, Mary Shelley ha già perduto una bambina a un mese
dalla nascita, e nel gennaio di quell’anno le era nato un secondo figlio,
William, che perderà treenne nel 1819, a pochi mesi dalla morte della sua terza
bambina, nata un anno prima. È in mezzo a tutte queste morti, presenti o a
venire, che Frankenstein viene pubblicato.
Com’era nello stile del tempo, il romanzo si articola in una serie di narrazioni
in prima persona, a cui danno inizio le lettere scritte dall’esploratore Robert
Walton – impegnato in una spedizione artica – alla sorella, Mrs. Faville, nella
lontana Inghilterra. Nella seconda narrazione, Victor Frankenstein racconta al
capitano Walton la sua vicenda, ma lo fa sempre per il tramite di Walton, che
ogni sera prende nota di quanto gli rivela lo scienziato. Segue una terza
narrazione, racchiusa nella seconda come in un gioco di scatole: è infatti
Frankenstein a raccontare a Walton ciò che la sua creatura gli ha riferito circa
il suo primo periodo di vita. Segue un quarto livello, dove la storia familiare
dei De Lacey viene narrata dalla creatura mostruosa come un racconto a cui essa
ha prestato ascolto, e in parte trascritto da lettere in possesso della
famiglia.
Una complessa struttura a incastri in cui Mary Shelley delega la narrazione ai
personaggi, secondo l’impianto di matrice giudiziaria già visto in Caleb
Williams, il romanzo di suo padre William Godwin. Una vicenda fantastica e
inverosimile, ma raccontata dalla voce dei testimoni diretti, in un modo che
alimenta la presa emotiva e l’efficacia perturbante. Al termine del suo accurato
resoconto, Robert Walton riflette scettico sul carattere irreale e inquietante
del racconto di Frankenstein, ma ciò che lo convince è l’aver visto coi propri
occhi il mostro, e la copia delle lettere di Felix De Lacey e Safie, che la
creatura ha consegnato a Frankenstein. È la più piccola delle scatole di cui si
compone la narrazione a sostenere l’edificio del racconto: è il paradigma
indiziario di cui scrive Carlo Ginzburg in “Spie” 1, in base al quale sono
considerati rivelatori proprio i dati marginali, poiché il contenuto delle
lettere è irrilevante allo sviluppo della vicenda. Ne deriva che nel passaggio
da Caleb Williams a Frankenstein l’autenticità della voce viene messa in
discussione, secondo un meccanismo parallelo a quello che nelle sedi processuali
sposta l’enfasi dalla confessione e dalla testimonianza alle prove documentarie.
Nel rapporto tra Victor Frankenstein e la sua creatura vediamo quell’ambigua
dipendenza tra persecutore e perseguitato, fra padrone e schiavo, fra carnefice
e vittima – coi ruoli che si capovolgono – che in Caleb Williams unisce anche
Falkland e Caleb: «You are my creator, but I am your master», sono le parole che
il mostro rivolge allo scienziato. La permeabilità di questi ruoli, in apparenza
opposti, spiega le “alternanze persecutorie” che caratterizzano l’azione del
romanzo. Prima è la creatura, il cui aspetto suscita un irreprimibile disgusto,
a dover sfuggire ogni sguardo umano: gli esempi non sono privi di involontaria
comicità, come quando il mostro fa capolino in una capanna, e l’occupante –
benché vecchio e malfermo – fugge a gambe levate. Non lo aiutano neanche i
progressi nell’uso del linguaggio – non appena i De Lacey lo colgono mentre
perora la sua causa presso il nonno cieco, l’intera famiglia abbandona la casa
rinunciando ai mesi d’affitto e ai prodotti dell’orto – e nemmeno il salvataggio
di una fanciulla caduta nel fiume – atto che gli frutta una pallottola nella
spalla – riesce a risollevare le sue sorti.
Quando vede che tutti lo rifiutano, che le sue buone intenzioni e tutto il suo
impegno per comunicare vengono frustrati, la creatura si ribella e si lancia
alla ricerca del responsabile d’ogni sua infelicità, il suo improvvido creatore,
per punirlo. Essa diventa così un terrificante agente di distruzione, ostinato e
metodico, votato all’annientamento del felice e perfetto gruppo familiare del
suo artefice. È con l’assassinio di William, il fratellino di Victor
Frankenstein, che ha inizio il nuovo corso: ora è Frankenstein a essere
perseguitato dalla creatura, che non si avvale solo della sua potenza fisica, ma
anche di un sottile raziocinio (contrariamente alla vulgata diffusa dal cinema).
Infatti, mentre le numerose versioni cinematografiche (salvo quella, più fedele,
di Kenneth Branagh, e quella demenziale di Mel Brooks) hanno insistito
sull’aspetto brutale del mostro – spesso avvalendosi di elementi apocrifi, come
quello del cervello subnormale 2 –, la creatura è l’unico personaggio del
romanzo che cerchi di usare la ragione, secondo un preciso precetto
illuministico e godwiniano. Viceversa, è la reazione degli esseri umani a essere
fondata su una repulsione istintiva e irrazionale, in obbedienza alla sbrigativa
equazione che associa “brutto” e “cattivo”.
Emblematico è un colloquio nel corso del quale il mostro, con britannico aplomb,
spiega a Frankenstein: «I intended to reason. This passion is detrimental to
me». Di segno ben diverso è la risposta dello scienziato: «I compassioned him,
and sometimes felt a wish to console him; but when I looked upon him, when I saw
the filthy mass that moved and talked, my heart sickened, and my feelings were
altered to those of horror and hatred». Persino Walton, che già conosce la
storia del mostro, riesce a controllarsi al suo cospetto solo evitando di
rivolgergli un secondo sguardo. Come una Medusa dell’età dei lumi, prodotto
resuscitato dal connubio fra cadaveri e scienza sperimentale, ma
anche monstrum nel senso etimologico di prodigio, la creatura di Frankenstein è
condannata a paralizzare la ragione umana.
Dunque, il raziocinio del mostro è contrapposto all’impulsività dello
scienziato. La creatura, che continuamente ricorda all’artefice le sue
responsabilità, sembra assumere le vesti del Superego di Frankenstein; è con le
successive riscritture del mito – ove il mostro viene per così dire
“lobotomizzato” – che il rapporto fra i due s’inverte. Qui il mostro usa la
ragione come strumento della propria vendetta. La morte di William, infatti, è
seguita da un episodio di sapore poliziesco in cui la creatura, strappato dal
petto del bimbo un medaglione, lo abbandona nelle tasche di Justine, che
stremata dalla ricerca del piccolo si è addormentata in un fienile; e, secondo i
piani, la giovane viene arrestata, processata e giustiziata. Allo stesso modo, è
Frankenstein a venire accusato d’aver ucciso l’amico Clerval, anche se il
processo si conclude in suo favore. Come in Caleb Williams, il perseguitato è
detentore di un segreto, che non riesce a rivelare. Già in occasione del
processo a Justine, che pure sa innocente, Victor Frankenstein non ha il
coraggio di confessare l’esistenza del mostro; perfino dopo che il mostro ha già
commesso tre omicidi, lo scienziato persiste nel silenzio, quasi temesse che la
rivelazione del suo esperimento possa indurre un’irrimediabile perdita
d’innocenza in chi ne sia reso partecipe. Quando infine è troppo tardi, Victor
si decide a raccontare tutto a un giudice, per sentirsi rispondere che contro un
simile avversario la giustizia può ben poco.
A questo punto, la persecuzione muta nuovamente di segno: uscito da Ginevra per
trovare qualche traccia che possa condurlo al nemico, Frankenstein giunge nel
cimitero dove riposano i suoi cari, e giura vendetta ad alta voce; ma la sua
vendetta coincide con quella del mostro, che con un vero coup de théâtre rivela
la sua presenza e gli confida: «I am satisfied: miserable wretch! You have
determined to live, and I am satisfied» (Sono soddisfatto, miserabile
disgraziato! Hai deciso di vivere, e io sono soddisfatto). Ha così inizio il
lungo inseguimento che porta i due antagonisti fino ai ghiacci polari. Come al
centro delle tragedie vi è spesso un crimine segreto, che va svelato e punito,
in Frankenstein il segreto è la stessa creazione del mostro. È il modo in cui la
creatura si vendica a permettere di risalire al crimine commesso dallo
scienziato, che ha generato un essere privo del suo simile femminile: «If I have
no ties and no affections, hatred and vice must be my portion; the love of
another will destroy the cause of my crimes». La mancanza d’amore e la
repulsione degli umani scatenano il suo odio, che porta la creatura a
distruggere tutte le persone legate a Frankenstein, nell’intento di renderlo
solo, come lui. Alla fine resteranno la creatura e il suo creatore, decisi a
distruggersi l’un l’altro, per cancellare il “peccato originale” dello
sciagurato Victor Frankenstein.
Come definire il mostro? Un eroe romantico al quale per nascita la felicità è
negata, e che per questo diventa malvagio; chi lo ha creato l’ha abbandonato, e
la famiglia umana lo rifiuta, così egli dovrà eliminare la famiglia stessa. Se
nessuno vede la sua bellezza, nessuno crede alla sua bontà, così la ricerca
della comunanza si risolve in passione tragica, perché la sua eccezionalità gli
rende impossibile la vita. Frankenstein resta un romanzo nero fra i più
agghiaccianti, modernissimo, la cui dinamica fatta di ricerca d’amore /
esplosione d’odio / missione di vendetta ha permeato una quantità di trame di
film che arriva fino a noi e andrà oltre, storie diverse fra loro ma con un filo
conduttore comune, una rete emotiva e motivazionale ricorrente, una dimensione
tragica che si ripete. Senza dimenticare, infine, il grande sogno-tabù della
scienza moderna e contemporanea, la creazione del Prometeo moderno, che sia
umanoide o macchina pensante.
Paolo Ferrucci
1 Carlo Ginzburg, “Spie. Radici di un paradigma indiziario”, in Il segno dei
tre. Holmes, Dupin, Peirce, a cura di U. Eco e T.A. Sebeok, Bompiani, Milano
1983.
2 Nella pellicola di James Whale del 1931, Frankenstein fabbrica la creatura
servendosi d’un cervello subnormale, per cui il mostro uccide inconsapevolmente
una bambina gettandola nel fiume, convinto che la piccola galleggerà come le
margherite con cui i due giocano.
*Per approfondire: Maurizio Ascari, La leggibilità del male, Pàtron, Bologna
1998.
L'articolo “…che parlasse alle misteriose paure del nostro animo”. Storia di
Frankenstein, il mostro indimenticabile proviene da Pangea.
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore.
Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono
molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto’? Quando
andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché
dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la
via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al
Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il
Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù:
«Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto
me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: ‘Mostraci il Padre’? Non credi che io
sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me
stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per
le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che
io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre»”.
(Gv 14, 1-12)
*
Perché ti agiti in me?
> “Perché ti rattristi, anima mia,
> perché ti agiti in me?”
>
> Salmo 43 (42)
E l’anima, triste, l’anima che in noi geme, chiede ragione di questa cosa
chiamata vita. Il credente con il Salmo 43 incastrato tra i denti implora di
poter capire: perché ti rattristi anima mia, perché ti agiti in me? Sensi di
colpa avvolgono questa domanda, non dovremmo aver già compreso, non ardeva in
noi il nostro cuore mentre il Risorto danzava in noi? Invece trema l’anima e
tremiamo noi, con lei, perché sentiamo di non avere ancora abbastanza fede,
siamo in balia dei nostri pensieri prostrati all’evidenza della morte, colei che
l’anima non riesce a chiamare “sorella”.
Perché ti rattristi anima nostra? Così ci porti in un gorgo profondo di
depressioni e incomprensioni, così ci trasformi in corpi in alto mare, tu ti
agiti e noi sentiamo il Leviatano della disperazione salire dai fondali
misteriosi ad azzannare quel che resta di noi. Se tu gemi noi siamo solo relitti
alla deriva.
Perché l’anima non ricorda, perché il memoriale della Sua presenza non ci mette
ancora al riparo del tremore e dal timore? Gridiamo dal fondo di questa pena che
ci tortura il cuore, la pena di non essere degni di essere al mondo, la sottile
drammatica tortura di aver fallito la nostra vocazione. O, peggio, che sia
davvero tutto solo qui.
L’anima trema e noi moriamo di paura.
> “Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
> lui, salvezza del mio volto e mio Dio”.
>
> Salmo 43 (42)
Dalle pagine del salmo a strappare parole di eccessiva speranza: salvezza! Sono
ordini, militare sembra la fede, spera in Dio, sussurro, spera in Dio anima mia,
solo a volte l’anima ubbidisce, e si ferma, immobile, a guardarmi, quasi
sorpresa che si possa tentare di vivere senza temerla la vita.
L’anima è fragile e vorace, è angelica e rapace, l’anima esiste e ci ha in
pugno. Se lei muore si spengono le parole per poter lodare il Salvatore ed è
come non avere più mani per afferrare corde di salvataggio. Se lei muore, se la
belva che in noi trema con fremiti selvaggi la fame di Dio dovesse lasciarci,
noi perderemmo il Suo e nostro volto, lei è la salvezza dell’identità profonda
del nostro essere qui, tra i viventi.
Non è vero che l’anima è invisibile, l’anima è il nostro volto. E, per immagine
e somiglianza, anche il Suo.
> “Non si turbi il vostro cuore! Credete in Dio, credete anche in me!”
>
> (Gv 14,1)
Ecco perché, in volto d’uomo, Cristo raccoglie il Salmo, ecco perché, anche lei,
della pagina biblica se ne nutre, a morsi, Messia affamato di noi. Lui volto,
Lui corpo, Lui come segugio in cerca delle nostre anime tremanti, Lui a
implorarci di non lascare il cuore in balia del turbamento.
Lui che lo conosce il cuore frantumato dagli eventi della vita. Anche il suo si
è rattristato, anche il suo cuore si è turbato davanti al sepolcro dell’amico
Lazzaro, e nell’orto degli ulivi, Lui e le lacrime di sangue a tingere il volto
della drammatica possibilità della paterna Assenza. Ma sempre lui, e il suo
cuore, a giurare che si può credere in Dio, sempre, anche trafitti dall’odio
umano contro il palo della croce.
Lui a giurare che si deve credere in Dio per non morire davvero. Lui a chiedere
di credere anche in Lui, così vicino, così vivo, così uomo.
Lui a chiedere di credere che tutto risorgerà, anche il cuore turbato, che la
tristezza dell’anima si trasfigurerà in luce.
Cristo è il salmo che si fa carne. Credi in me, dice. E noi a pensare a tutti
quei momenti in cui qualcuno si è chinato sulla nostra anima tremante, l’ha
presa tra le mani e non l’ha stritolata. Noi a ringraziare chi ci ha tenuto in
vita. Persone dal grande potere su di noi. Chi ama è anche colui che ci può
ammazzare.
Forse fede, fede vera, è poter dire, senza parole, anche a una persona sola,
anche solo per una volta nella vita: “credi in Dio, e credi anche in me”.
Lasciami la tua anima tremante, non la violenterò. Me ne prenderò cura. Essere
santi è essere credibili?
Un disegno di Rubens del 1616
*
Manda la tua luce
> “Manda la tua luce e la tua verità:
> siano esse a guidarmi,
> mi conducano alla tua santa montagna,
> alla tua dimora”.
>
> Salmo 43 (42)
Ci vuole coraggio a chiedere luce e verità. O bisogna essere tremendamente
disperati. Bisogna che l’anima sia incastrata pericolosamente tra le trame degli
inferi, bisogna che la notte sia così oscura da risultare impenetrabile, bisogna
che il buio ci osservi con occhi scavati di Nulla. Bisogna essere disperati per
pregare che la luce divina ci invada, perché poi lei elenca tutto di noi, tutto,
anche ciò che con maestria stiamo cercando di nascondere da una vita intera. La
luce chiama sempre verità. Per questo la luce ferisce.
Pregare che la Sua luce venga a trafiggerci non è chiedere soluzioni religiose
alle nostre crisi, non è trovare riparo e salvaguardare le apparenze, è perdere
la faccia, è trasfigurare il volto per Suo violentissimo amore. E poi finalmente
lasciarci guidare. Smettere di andare dove vogliamo noi e accettare di lasciarci
portare dove non vorremmo. Sulla santa montagna, alla sua dimora, senza
dimenticare che santa montagna è anche il Calvario e dimora è essere alla destra
o alla sinistra del Crocifisso.
> “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se no, vi avrei forse detto
> che vado a prepararvi un posto? E quando andrò a prepararvi un posto, verrò di
> nuovo e vi porterò vicino a me, di modo che dove sono io siate anche voi”.
>
> (Gv 14, 2-3)
Così Cristo cerca di preparare i suoi allo scandalo drammatico della croce. Allo
strappo che potrebbe essere definitivo: quale luce e quale verità se Dio non
parlerà mentre il figlio verrà massacrato? Quale strada, quale montagna, quale
dimora se la sua sequela si incaglierà in un viaggio al termine della notte?
Così Cristo si fa salmo, si fa luce, si fa preghiera e speranza. Si fa occhi per
il nostro sguardo smarrito: vi giuro che ci sono molti posti. E sono posti
preparati. Come il Cenacolo, una sorta di piano superiore, una noce calda di
luce nel cuore della morte.
La notte non annienta solo se è abitata da Cristo, solo grazie a lui anche
l’anima del Nicodemo che ci portiamo in cuore può smettere di tremare, perché
lui è luce accogliente nella notte. Lui è il nostro posto da abitare.
L’anima può smettere di gemere solo se sboccia in noi il coraggio di prendere
dimora in Cristo. Per Cristo, con Cristo, in Cristo.
L’anima trema e chiama e Lui, Cristo, promette di tornare, continuamente, ad
ogni nostro respiro, promette di prenderci per mano, promette di portarci in
lui. Come la chioccia con i suoi pulcini.
La luce non ci acceca solo perché Cristo ha accettato di farsi carne, di farsi
luce. Il Verbo divino non sfonda l’orecchio perché incarnato in Carità. La luce
è venuta nel mondo. A noi credere, e cedere, a noi accogliere il rischio della
nascita.
Fede, fede vera, forse non è nient’altro che scoprire che la vita è il travaglio
in vista del parto definitivo.
*
I sentieri di Dio
> “Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
> insegnami i tuoi sentieri”.
>
> Salmo 25
Quale rischio implorare di conoscere i sentieri del Signore! Le sue vie non sono
le nostre vie. Eppure riuscire a sentire la certezza che nessun altro sentiero è
davvero praticabile dopo che abbiamo incontrato lui. Non riuscire a incamminarci
altrove. Prigionieri della sua presenza.
> «E del luogo dove vado, voi conoscete la via». Gli dice Tommaso: «Signore, noi
> non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli dice Gesù «Sono
> io la via e la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non attraverso di
> me».
>
> (Gv 14, 4-6)
Così Cristo diventa salmo, diventa preghiera, diventa la Via. Conoscere le vie
del Signore sarà quindi conoscere il Cristo, e non sarà importante il dove, non
il luogo, nulla degli accadimenti della vita sarà più in grado di annientare di
paura la nostra anima perché Lui sarà in ogni evento, Lui è già incarnato in
ogni evento! Lui la Via e Lui il Viandante, Lui la fonte e Lui il culmine, Lui
la sistole e la diastole. Lui il nostro tutto.
Lui la vita. Tutta la vita, tutto della vita. Non c’è nulla di vivo che non sia
occasione qui e ora, occasione per attraversare le apparenze e franare in Lui.
Siamo destinati ad essere deposti nel sacro cuore. Attraverso la vita arrivare a
essere in Cristo, a dimorare in Lui, attraverso la gioia, il dolore, la
malattia, l’amore, la morte, ogni cosa è pertugio d’attraversare per scoprirci
in Lui. E attraverso di Lui, Cristo, scoprirci nell’Eterno. La fede come una
disciplina d’attraversamenti e di consegne.
*
Sete
> “L’anima mia ha sete di Dio,
> del Dio vivente:
> quando verrò e vedrò
> il volto di Dio?”
>
> Salmo 42 (41)
L’anima trema, l’anima geme, l’anima è assetata. Avere sete di Dio, una
benedizione e una tortura, una diagnosi. Una condanna. Avere sete di un incontro
che sfugge sempre, implorare colui che a volte sembra solo un miraggio. A volte
credere non per esperienza, non per incontro mistico ma solo ed esclusivamente
per tormento di mancanza. Credere solo in virtù della sua bruciante assenza.
Essere educati dal vuoto.
E la domanda: quando vedrò il suo volto? Vederlo e finalmente morire, vederlo e
finalmente estinguere la sete e quel tormento che fa amare ogni cosa della vita
ma, insieme, la relativizza. Perché l’anima sarà dissetata solo nel Suo
sguardo.
> “«Se voi foste arrivati a conoscermi, conoscereste anche il Padre. Ma da ora,
> voi cominciate a conoscerlo e lo vedete». Gli dice Filippo: «Signore, mostraci
> il Padre e ci basta». Gesù gli dice: «Ecco, sono con voi da così tanto tempo e
> non sei ancora arrivato a conoscermi, Filippo! Chi vede me vede il Padre. Come
> puoi dire «Mostraci il Padre?»”.
>
> (Gv 14, 7-9)
Cristo, siamo fatti per il Padre. Cristo lo sa, senza il Padre moriamo. Ecco
allora che il Figlio si mostra, e nel Figlio il Padre: Chi vede me vede Lui.
Miracolo vero è mostrare che la vita è già deposta nella pupilla di Dio.
Chi vede lui vede il Padre. E forse anche Filippo comprenderà che non basta
vedere Dio, occorre fargli spazio, dargli carne, per farne esperienza davvero.
Occorre venire alla luce, diventare via, fare verità, lasciarlo vivere in noi.
Non basta che qualcuno ci mostri il Padre occorre che il Padre si mostri al
mondo attraverso di noi. Attraversati dal Mistero, noi luoghi della sua
incarnazione.
*
Almeno credete
> “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che vi ho detto
> non le dico da me stesso; al contrario, è il Padre che, rimanendo in me,
> compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Almeno
> credete a causa di queste opere. Amen, amen, ve lo dico: Chi crede in me farà
> anche lui le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi, perché io vado
> al Padre”.
>
> (Gv 14, 10-11)
È tutto enorme. È una luce che sembra poterci accecare. Così l’anima rischia di
tremare ancora, ma per eccesso d’amore. Allora Cristo si avvicina. Credetemi,
sussurra, credetemi, implora. Credete almeno alle mie opere. Che tenerezza la
pazienza di Dio. Avvicina l’Infinito, lo depone nelle opere dell’uomo. E poi si
ritira. Saranno le opere a svelarlo. Le opere d’amore che è concesso mettere al
mondo anche a noi. Nel nostro operare il mistero di un Dio presente nelle nostre
carni.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Peter Paul Rubens, “Ecce Homo”, prima del 1612
L'articolo Io sono la via, la verità e la vita proviene da Pangea.
Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore
“apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda
dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu
iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra.
Voleva librarsi verso il sole invitto.
Nei Cantos, sommo regesto di perdenti e perduti, Ezra Pound dimostra
predilezione per Sigismondo Pandolfo Malatesta, il grande condottiero, signore
di Rimini. Benché avesse offerto i propri servigi, per un po’, alla Chiesa, papa
Pio II lo scomunicò, dichiarandolo “Anticristo”: fu l’inizio del tracollo.
Seguace di Gemisto Pletone – il cui sepolcro andò a ‘prelevare’ a Mistra, in
Grecia, per incapsularlo nel lato destro del ‘suo’ Tempio Malatestiano –,
neoplatonico in pectore, infine ‘pagano’ – pur fautore di un’armonia dionisiaca,
a favor di sangue – il Malatesta si può con qualche diritto definire uno degli
sparsi eredi di Giuliano. In effetti, Pound non si scorda dell’imperatore
“naturalmente bollato ‘apostata’”: lo conficca nel canto CII – sezione “Thrones”
– tra quelli che “vogliono evadere dall’universo”. Molto opportunamente – merito
di una sempiterna sagacia – Pound cita le Res Gestae di Ammiano Marcellino
(Amnis herbidas ripas), lo storico e militare romano che seguì Giuliano nella
disastrosa spedizione in Oriente. È proprio Ammiano a raccontarci gli ultimi
istanti di vita dell’imperatore. Giuliano era stato colpito da un giavellotto a
Maranga, nei pressi di Samarra, nell’attuale Iraq; l’esercito romano affrontava
le schiere dei Sasanidi di Sopore II. Era il 22 giugno del 363.
Accompagnato nella sua tenda, l’imperatore si diede a filosofare coi suoi,
impartendo estreme istruzioni morali. “Esulto, come colui che sta per restituire
un debito in buona fede. Non sono afflitto né addolorato. Sono guidato dalla
opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo
che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore,
occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi… Non ho da pentirmi di quanto ho
fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Fui sempre propenso,
come sapete, alla pace”. L’imperatore continuò a discutere con i sapienti che
aveva con sé – Massimo e Prisco – riguardo alla “sublimità delle anime” – la
ferita, intanto, dilagava, l’imperatore svaniva. Bevve dell’acqua. Citò Socrate.
Non nominò alcun successore – perso, forse, nella sua sparizione –; l’esercito
preferì Gioviano, un militare. Giuliano aveva 32 anni. Era stato eletto nel
febbraio del 360, il suo regno durò due anni e mezzo.
Nipote di Costantino, era scampato allo sterminio familiare seguito alla morte
del ‘Grande’: vide fiumi di sangue, si diede a tentare i cieli, ad astrarsi tra
gli astri. Fu valentissimo studioso: cresciuto nei riti cristiani, si fece
attrarre dai misteri greci, facendo di Pindaro e di Omero i suoi pari. Studiò
Plotino, Porfirio e Giamblico; si diede alla teurgia – suo amico e sodale fu
Salustio, l’autore del trattato Sugli dèi e il mondo (che trovate in versione
Adelphi). A giudicare dal suo operato in Gallia, pare che fosse un buon
amministratore e un capace condottiero – ad ogni modo, fu l’esercito ad
acclamarlo imperatore e, ‘alla barbara’, a issarlo sugli scudi. Al di là della
nomea che gli fa da sudario e delle imprecazioni a mitraglia dei cristiani –
Gregorio di Nazianzo esultò alla sua morte, dichiarandolo “tiranno… dragone…
abominio dell’universo” –, che vedevano persi i privilegi appena ottenuti sotto
Costantino, pare che Giuliano sia stato un buon imperatore. Nel suo Cattivi. Il
lato oscuro dell’antica Roma (libro da poco edito da Ares: si legge con agio, è
divertito e colto), Silvia Stucchi riabilita l’operato di Giuliano, imperatore
probabilmente migliore del santificato Costantino (“Tutta la gloria della
statuaria e della celebrazione dell’Imperatore da parte di Eusebio di Cesarea
nella sua biografia non possono nascondere che il lungo regno di Costantino fu
globalmente un insuccesso”).
Da secoli, Giuliano è il mito – e il monito – di coloro che ritengono il
cristianesimo una pestilenza, la strage dell’antico ordine divino, dell’antica
era che pullulava di dèi. Da allora, tacciono i boschi, mutilata è la voce dei
fiumi, mozzato – per la sfrontatezza del Nazareno – il rapporto ‘simpatico’ tra
la mano e la pietra, tra l’opera e lo zodiaco, tra gli alberi e le arterie, tra
il mugolio degli amanti e il ragliare dei cervi. Non è del tutto vero – è vero
che l’epopea di Giuliano aiuta, specularmente, a capire l’epoca (mirabile per il
catartico connubio di ascesi ed assassinio) dei tanti ‘cristianesimi’: al
consolidarsi della Chiesa come potere mondano faceva contrasto la ‘fuga’ di
schiere di uomini nel deserto, alla ricerca di un’impossibile ‘originarietà’,
alla primogenitura del Verbo, alla sua prima spremitura. La strenua lotta di
Agostino contro i Donatisti, i Valentiniani, gli Adamiani (“derivano il loro
nome da Adamo, del quale imitano la nudità che gli fu propria nel Paradiso,
prima del peccato. Così condannano anche il matrimonio”), i Priscillianisti
(“…sostengono che gli uomini sono vincolati alle stelle, le quali ne decretano
il destino, e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai
dodici segni zodiacali”) ci indica, per bagliori e frantumi, cosa avrebbe potuto
essere la fede in Cristo, cosa è stata.
La letteratura ha trasfigurato l’impresa di Giuliano – anacronistica e
solitaria, dunque esteticamente affascinante – in diversi rivoli. Ibsen nel 1873
e Kazantzakis nel 1945 hanno ridotto in pièce “l’apostata”; Gore Vidal gli ha
dedicato un bel romanzo, Giuliano, edito in Italia da Fazi. In una poesia
dedicata a Julian the Apostate, Thom Gunn mette in luce la ‘pesantezza’
dell’imperatore, il carisma retto da un fato avverso:
> “Difficile formulare in leggi l’assoluto:
> fallimento e desiderio accerchiano la preda;
> la data è relativa – muore chi a loro appartiene”.
Soprattutto, è Costantino Kavafis ad aver contratto un patto di somiglianza con
Giuliano. All’imperatore infelice, su cui ha infierito lo sfavore degli antichi
dèi, ha dedicato diverse poesie, perfino l’ultima, Nei dintorni di Antiochia,
con quell’ultimo verso, letale, “L’essenziale è che lui sia schiattato”. A
Kavafis piaceva che Giuliano non piacesse a nessuno, che la sua opera di
riabilitazione – di resurrezione – degli dèi di un tempo fosse ritenuta un po’
da tutti un’archeologica idiozia. Amava quell’uomo fuori tempo che
nel Misopogonprendeva in giro se stesso, rivelando la propria incapacità di
sintonizzarsi con i desideri dei suoi sudditi (in quel caso, per l’appunto, gli
abitanti di Antiochia).
In una poesia esemplare – qui riprodotta nella versione ‘classica’ di Nicola
Crocetti edita da Einaudi – Kavafis immagina Giuliano a Nicomedia, immaginando
la sua anima sdoppiata, che è poi quella del poeta:
“Cose sconsiderate e pericolose.
Gli elogi agli ideali Ellenici.
I riti magici, le visite ai templi
dei pagani. L’entusiasmo per gli antichi dèi.
I frequenti colloqui con Crisanzio.
Le teorie del filosofo Massimo – peraltro eccelso.
Ed ecco il risultato. Gallo si dimostra
assai preoccupato. Costantino sospetta.
Ah, non ebbe affatto consiglieri accorti.
Questa storia – dice Mardonio – ha passato il segno,
deve assolutamente smettere il clamore.
Cosí ridiventa mezzo chierico Giuliano
in chiesa a Nicomedia, dove
con voce stentorea e grande devozione
declama le Scritture, suscitando nel popolo
rispetto per la sua pietà cristiana.”
Il refrain letterario, notevole, ha per fonte l’opera di Libanio, retore nato ad
Antiochia, pagano, grande maestro – anche di sommi dottori della Chiesa come
Giovanni Crisostomo e Basilio di Cesarea –, autore di alcune memorabili orazioni
dedicate a Giuliano. In particolare, la Monodia per l’imperatore Giuliano,
intrisa di severa commozione, di composta nostalgia, è un piccolo capolavoro: è
il gioiello-sigillo su un mondo perduto, sono i titoli di coda di un’era che
pareva eterna. È, in fondo, il sovvertimento, lo sradicamento, la nascita di una
nuova grammatica. Giuliano viene descritto come l’imperatore “che ha dato nuova
vita alle sacre leggi, riportato in alto la bellezza virtuosa al posto del
degrado, innalzato le vostre case, eretto altari, riunito insieme le schiere dei
sacerdoti, nascoste nell’oscurità, restaurato i resti delle statue divine”. Agli
occhi dei nuovi pagani, sono i cristiani i dissoluti, i chiassosi distruttori
delle autentiche norme. La frase che chiude la monodia – che ricorda un po’
le Georgiche di Virgilio e alcuni passi di Ovidio – commuove, crisma
dell’impotenza divina:
> “Davvero sarebbe stato meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la
> follia al posto del dolore, perché nessun dio trasforma un uomo che soffre in
> pietra, né in albero, né in uccello”.
Il testo è stato recentemente tradotto, in elegantissima edizione, da Ugo
Pontiggia per La Finestra Editrice. In un passo dell’introduzione, Pontiggia
ricorda il padre, Giampiero Neri, e Nanni Cagnone, riannodando legami con chi
non è più qui. In un paragrafo di particolare nitore, è riassunta l’opera di
Giuliano:
> “Con Giuliano, nella visione che univa l’anima con gli astri, con gli dèi, il
> mondo appare ancora dominato da una calma olimpica e superiore bellezza, nelle
> parole di chi come lui aveva visto scorrere il sangue dei propri amati e dei
> propri nemici, non di uno studioso chiuso in una biblioteca, i cui occhi sono
> offuscati sui testi”.
Sono diversi i punti d’attrazione che ci avvicinano allo ‘sconfitto’ Giuliano.
Quello più banale riguarda il potere mondano che ha bisogno – per sostenersi e
per assolversi – del potere spirituale. Ogni potere terreno agisce guidato da
necessità celeste – anche oggi, in fondo, a veder bene, è così. L’altro è
l’ostinazione dell’imperatore nel riesumare dèi impotenti, ormai vestiti a
lutto; questo collasso aiuta a capire le ragioni del ‘nuovo mondo’ ormai sorto.
“Quanto poco egli possedesse il senso della realtà, dimostra, forse più d’ogni
altro suo atto, proprio l’ultima spedizione, paragonabile – come fu paragonata –
alla napoleonica campagna di Russia”, ha scritto Alberto Pincherle nel bel
profilo dedicato dalla Treccani a Giuliano (desueto, forse, ma elegante, va
letto).
Il fatto che Giuliano confidasse nei segni più che nei fatti, che si gettasse
nell’invisibile pur di non essere ostaggio del visibile, che tentasse di
orientare il fato ordito dai suoi dèi con catastrofici olocausti, questa
profonda – e infine feconda – frustrazione, rendono l’imperatore
indimenticabile, astrologicamente invitto.
L'articolo “L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano
l’Apostata proviene da Pangea.
> La poesia racconta?
> Certo che racconta
> tutto l’abbandono
> nel coro di ombre
> si arcipelaga il silenzio
> mescolando rive
> e la pienezza sanguina.
Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di
inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi
per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro?
Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di
Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi,
dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue
liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia
antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile.
Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in
formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel
macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per
farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e
ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il
bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la
raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le
bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori
politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per
Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la
malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle
poesie scritte negli anni del macello).
È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni
politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari
– Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )
> Cara evidenza
> di desolazione
> qui nel giacere
> più vecchi che nudi
> tra impudichi brividi
> di grigio riamare.
Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la
sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale
malignità dell’uomo contemporaneo.
> Se fossi un intellettuale
> col cranio pieno di dolore
> e di impalpabile angoscia
> volteggerei come una libellula vestita di fiori.
> Ma per tornare al concreto non lo sono.
> Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
> e se non fosse per il nome che porto
> mi sigillerei in una conchiglia
> e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
> Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
> ed è un abisso di stelle.
La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire
la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.
> “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa
> di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco,
> perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre.
> Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui
> desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in
> cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui
> sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista
> poetico era la persona a lui più vicina”.
Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo
meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi
erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103
cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a
casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto
sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo
specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono
rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di
cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di
inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del
libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso
Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di
inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie
pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie
che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano
poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei
manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo
autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie
inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per
‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto
quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso
tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire
quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene
fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine,
ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso –
purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o
poi riusciremo a ritrovarli”.
Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non
quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la
page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di
questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua
furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore.
Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco
celebrato.
Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano
nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile
ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a
mio avviso, per la poesia italiana.”
La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci
porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti
strazianti.
Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il
poeta del nostro tempo proviene da Pangea.
René Char era un colosso: alto più di un metro e novanta, alternava il rugby –
in cui eccelleva – con la lettura di Rimbaud, Plutarco e Lautréamont. Si
sentiva eroico. Il papà, Joseph Émile, guidava una fiorente industria del gesso;
a L’Isle-sur-la-Sorgue, in Provenza, Char passò un’infanzia preistorica. La
morte del padre – accaduta quando aveva undici anni – gli permise una rendita
che il ragazzo esaurì in pochi, folgoranti anni.
La “Chiamata” – meglio: Propositions-Rappel – che si pubblica in questa pagina,
appartiene alla sfrontata giovinezza di René Char, uno dei poeti francesi più
potenti di sempre: uscì nel dicembre del 1931, sul numero quattro de “Le
Surréalisme au service de la révolution”, la rivista fondata da Breton & Aragon
(nata nel ’30 dalle braci del suicidio di Majakovskij, durerà per sei numeri,
fino al 1933). Figurano, nello stessa rivista, articoli di amici a vario titolo
di Char: René Crevel, Tristan Tzara, Salvador Dalí. Oltre a Paul Éluard, un
sodale: con lui si avventurava nei bassifondi di Parigi, tra artisti di strada,
prostitute filosofe, nottambuli divinatori di Tarocchi. René Char aveva compiuto
da poco ventiquattro anni.
Meraviglie della sorte: esattamente dieci anni dopo, disertando, braccato come
comunista, René Char risorgerà in “Capitaine Alexandre”: a capo di una banda di
‘resistenti’, con base a Céreste, il poeta sarà protagonista di audaci azioni di
guerriglia ordite contro i nazisti, guidate da una poetica del coraggio.
L’esperienza coi Surrealisti – che gli guadagnò, tra l’altro, una coltellata al
fianco, durante una rissa al “Maldoror”, un bar parigino, nel febbraio del 1930
– durò qualche anno. Nel 1934, in una lettera, Char confida ad Antonin Artaud
che “Il Surrealismo è morto a causa dell’imbecille settarismo dei suoi adepti”.
Ai manifesti programmatici preferiva la lettura di Eraclito, scoperto da poco;
alle arlecchinate politiche i testi di Hölderlin e di Heidegger, a cui lo aveva
inoltrato la nuova amante, Greta Knutson, già moglie di Tzara. Per una sorta di
orgoglio interiore, di austera pratica del sé, Char rifiuterà di screditare
Breton, gioco prediletto di molti ex Surrealisti (così a Benjamin Péret: “Ho
riacquistato la mia libertà, è vero, ma non sento il bisogno di sputare su ciò
che per cinque anni è stato tutto il mio mondo”).
Benché la Seconda guerra costituisca un’esperienza spartiacque nella silenziosa
disciplina di Char – che culmina in Feuillets d’Hypnos –, c’è una continuità tra
il René ‘surrealista’ e quello – per così dire – marziale e sapienziale. I testi
pubblicati su “Le Surréalisme au service de la révolution” sono privi
dell’occasionale ardore, delle urla rococò, con il monocolo, che inghirlandano
quelli dei suoi compagni d’arte: Char sperimenta già il frammento franto, che
non declama ma incanta; già vive in un suo assoluto, in una sua Arcadia
incendiata, in un futuro presocratico. Il punto di giunzione tra il ragazzo e il
combattente è in Moulin premier – in Italia: Mulino primo. Al di sopra del
vento, Pàtron Editore, 1999, a cura di Adriano Marchetti –, raccolta edita nel
1936 per le Éditions G.L.M., ma che raduna prose-scalpo scritte durante la foga
surrealista. Anche qui, come in Propositions-Rappel, è la necessità di forgiare
una poetica all’arma bianca, un’albedo del verbo che vada oltre il pantano
avanguardistico; a volte, come in questa lassa, Char piega, piaga, rimodella le
stesse parole usate per la sua “chiamata”:
> “Accade al poeta di arenarsi nel corso delle sue ricerche su una sponda dove
> non era atteso se non molto più tardi, dopo il suo annientamento. Insensibile
> all’ostilità della propria cerchia arretrata il poeta si organizza, abbatte il
> proprio vigore, fraziona il vocabolario, aggancia i vertici delle ali”.
Poi le nuove aperture, il levitare della lotta:
> “I netturbini di poesia sono in generale privi di sentimento della poesia;
> inadatti ad aprire le vie della sua azione.
>
> Occorre essere l’uomo della pioggia e il bambino del bel tempo”.
La ‘chiamata’, la ‘sentenza’, la lotta, l’azione, l’alchimia. In ogni caso,
poesia che, dopo lento sobillare del linguaggio sia forza viva, non più inerte
ornamento, sia vero evento e non avvento partitico. Da qui, l’evocare il “nuovo
mondo” e la “progenie di rivoluzionari” – la poesia rimuove gli ostacoli perché
è ostile ai vocabolari in voga. Nella “notte oscura” in cui si inscrive Char ci
sono, certo, l’amato Georges de la Tour, l’arte a lume di candela, la mistica di
Giovanni della Croce, ma è soprattutto il poeta come creatura notturna – è il
ladrocinio del verbo.
**
Chiamata
La qualità di una poetica è la preda, pericolosa all’eccesso, che il poeta
assegna al potere illimitato della propria azione.
La poesia incorpora il tempo, lo assorbe. Dove arretra la notte bianca, arriva
la notte oscura. Dove il veggente stermina il credente si installa il surreale,
si impone. Universo-passione da cui non puoi evadere, da cui non desideri
evadere.
Qui l’immagine virile insegue incessantemente l’imago femminile – e viceversa.
Quando riescono a toccarsi, muore il creatore, nasce il poeta.
Alla foce del fiume dove non ci si può più gettare perché sotto le sue acque
splende il sole, è il poeta l’illuminato. Mondo nuovo.
Nel corso delle sue ricerche, accade al poeta di arenarsi su una riva inattesa,
dove non era atteso se non dopo essere svenuto. Tra oggetti nuovi e sigillati,
si organizza il poeta.
Una bellezza respirabile: è su questa visione che i poeti issano il drappo
dell’aldilà. In quello stesso angolo di tiro, tuttavia, conosco alcuni che non
riesco a placare l’impazienza dei loro becchi. Ecco perché non sono qui.
Indipendente dall’idea della morte, il poeta si incarica del peso di quella
morte. Se non ne accusa il peso è perché qualcun altro la porta. Il poeta ha più
teste e molti servitori.
Il pensiero poetico vivente si esprime nella sua forma esatta quando le immagini
simboliche rinunciano al loro pacifico significato, come l’inquilino prende
preventivo congedo dal proprietario – soltanto così si trae movimento
dall’immobile –, non resistono più al nulla che le attrae e, distruggendosi a
vicenda, si identificano con la cenere originaria. Progenie di rivoluzionari.
René Char
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