Sale
> “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo
> si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato
> dalla gente”.
>
> (Mt 5,13)
Le beatitudini, cristalline e terribili, sono appena state appese al vento del
monte e lì volteggiano e lo faranno eternamente in attesa di corpi, in attesa di
discepoli, in attesa di essere colte da chi, come il profeta, accetterà la
persecuzione in cambio di una vita che sappia reggere l’urto della felicità:
“rallegratevi ed esultate”.
Le beatitudini profumano ancora del soffio di Cristo, sono onda di mare
dolcissima e violenta, felicità in cui ci si immerge, paradosso che trascina
lontano dal porto protetto e rassicurante. Felicità è morire di beatitudini.
Qualcuno si fa travolgere dal discorso del Maestro, qualcuno si abbandona
all’urto dell’onda della possibile pienezza, è il discepolo. Sale della terra. È
il folle in Cristo, è il povero, è l’uomo in lacrime, è il mite, è il giusto, è
il misericordioso, è il puro di cuore, è il costruttore di pace, è il
perseguitato, è il sale della terra. È quello che almeno prova ad esserlo, è
colui che lo desidera con tutto se stesso. È l’uomo in Cristo. Ed è beato,
felice, luminoso. E non sceglierebbe altro. Non vuole, non può. Nessun
sacrificio, è solo consegna di sé. Totale e amorosa.
> “Il sale è necessario nella vita degli uomini. Che cosa bisogna dire? Ora è
> conveniente chiederci in base a che cosa i discepoli di Gesù sono paragonati
> al sale. Pare a me, perciò, che come il sale conserva i cibi, perché non si
> trasformino in vermi a causa del fetore, e li renda utilizzabili per molto
> tempo, così i discepoli di Cristo occupano ogni luogo della terra e lo
> mantengono per opporsi al fetore dei peccati che viene dall’idolatria e
> dall’impudicizia”.
>
> (Origene, Frammento 91)
Nella molteplice possibilità di interpretazione del simbolo del sale Origene
sceglie il potere della conservazione. Il sale è ciò che permette alla carne di
opporsi alla decomposizione della morte. In questa logica i discepoli sono
gettati da Dio in abbondanti manciate su tutta la terra per impedire alla
Creazione di trasformarsi in cadavere mangiato dai vermi. Sale gettato per
conservare viva la vita. Perché il tempo senza Dio, l’abbandono dell’amore, in
una parola sola quello che chiamiamo peccato, decompone, consuma, imputridisce.
Il discepolo è sale che difende il profumo della vita dall’assedio costante del
fetore della morte. Viene in mente Lazzaro, che già puzzava, viene in mente
Cristo, vengono in mente le sue lacrime, sale a scendere sulle guance, sale a
depositarsi sulle labbra, sale scagliato come un ordine a difendere la vocazione
intima dei corpi, sale come bacio a richiamare l’amico tra i vivi, sale simbolo
d’eternità.
Il sale è necessario alla vita degli uomini, senza sale si muore. Il sale degli
uomini delle beatitudini è una benedizione, è la povertà a trattenere in vita
cuori affascinati dalla ricchezza, dalla violenza, dall’oppressione,
dall’imposizione… il sale è opposizione alle logiche del mondo.
Portiamo l’immagine di Origene nella preghiera, inginocchiamoci davanti al
Vivente con il coraggio di chiedere il dono delle beatitudini, per non lasciare
che il nostro narcisismo si nutra, come verme in una carcassa, del nostro corpo.
Delle nostre buone intenzioni. Delle nostre illusioni. Chiediamo il coraggio di
metterci almeno nel sentiero delle beatitudini, e che Lui sparga sale sulle
nostre ferite, dolore bruciante, ma che il taglio non degeneri in
cancrena. Sale, a conservare la parte più intima di noi, la nostra profonda
identità, sale affinché l’immagine e somiglianza non venga deturpata. Chiediamo
di essere abitati dall’uomo delle Beatitudini, per non decomporci, per non
smarrirci, per poter sentire già fin d’ora come credibile la Sua promessa di
resurrezione.
*
Luce
> “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra
> un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul
> candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.
>
> (Mt 5, 14-15)
Le beatitudini nascono dalle labbra di Dio come fuoco, sono possibilità di
un’alba incandescente che giura la possibilità di una domenica senza tramonto.
Beatitudini come roveto che non consuma, incendiano cuori, mangiano i bordi
delle tenebre, cauterizzano le ferite inferte dal dolore, oppongono dighe di
fuoco all’infezione del male. Cristo è angelo di luce terribile e irresistibile.
Qualcuno riuscirà a riconoscere la stessa luce anche sull’altro monte, Lui città
illuminata perfino sulla cima del Calvario, lì dove il moggio sembrava cappa
definitiva sul Verbo, lì dove beatitudine vera sarà la consegna di Cristo al
Padre. Luce a trafiggere per sempre le tenebre.
> “Adesso li definisce luce del mondo; illuminati da lui, che è la luce vera ed
> eterna, a loro volta diventino luce in mezzo alle tenebre. (…) Per mezzo di
> esse infatti – a modo che il sole, con i suoi splendenti raggi, diffonde luce
> dovunque – ha fatto pervenire la luce della conoscenza di se stesso
> nell’universo intero”.
>
> (Cromazio di Aquilea, Commento al Vangeli di Matteo 19,1)
Eppure la luce è terribile. Scegliere il buio, complicare l’interpretazione del
mondo, scipparlo della semplicità pur di trovare una piega di pensiero dove
nascondersi. Trovare alibi, non esporsi in nome di una fasulla umiltà.
Proclamare di non sentirsi all’altezza per non dover essere costretti a
rivestirsi di luce e quindi mostrarsi, senza maschere, senza ipocrisia, per
quello che si è: poveri cristi. Ma illuminati. I discepoli non sono perfetti,
non lo saranno mai. Solo vivono. E decidono. Rispondono concretamente. Prendono
posizione sulla terra. Belli perché rivestiti della luce di Cristo. E chi li
guarda, vede bene il miracolo: è Cristo a risplendere, il testimone è solo luce
riflessa. Ed è beato, è felice di questo, ed è libero dal proprio infinito
bisogno di volersi imporre al mondo “lui deve crescere; io, invece, diminuire”
(Gv 3,30). Eppure, in questa consegna, ennesimo paradosso, il discepolo
finalmente scopre la propria identità profonda. Siamo al mondo per farci portare
alla luce, per diventare luce, per venire alla luce, per danzare in lui, siamo
al mondo per nascere. Non può restare nascosta una città, non può restare
nascosta una luce, non possiamo restare nascosti noi perché, semplicemente,
senza di Lui, noi non saremmo.
Non è nemmeno questione di testimonianza, non in prima battuta, ma di necessità.
Credo davvero che arrivi un momento in cui il discepolo non possa più fare a
meno del rapporto con Cristo, di essere illuminato costantemente dalla sua luce,
e questo per necessità, solo per necessità, necessario come l’aria. Si può anche
sparire dal mondo, smettere di parlare, smettere di predicare, smettere di
scrivere, smettere di esporsi, smettere qualsiasi cosa, ma non si può smettere
Lui.
Si sta nella luce per necessità, perché senza “la luce della conoscenza di se
stesso nell’universo intero”, l’universo imploderebbe nel buio e noi con lui.
*
Lodare Dio
> “…ma immediatamente soggiunge, spiegandone la ragione: affinché diano gloria
> al Padre vostro celeste, perché uno, il quale facendo il bene è ammirato dagli
> uomini, abbia nella propria coscienza l’intenzione del bene compiuto, ma non
> abbia l’intenzione di acquistare notorietà se non per lodare Dio, a vantaggio
> di coloro ai quali si fa conoscere”.
>
> (Agostino, Discorsi 54,3)
Essere discepolo-sale, essere discepolo-luce, può essere una grande trappola. La
più terribile. Solo un discepolo può tradire il Cristo, chi non è discepolo non
può arrivare a tanto.
Colpisce che sia sempre l’ammirazione degli uomini ad avere la forza di
masticare la luce, di rendere insipido il rapporto del discepolo con Dio. La
visibilità, lo diceva già Agostino, “acquistare notorietà”, mossa che illude di
essere ancora suoi e invece ci riduce a non essere più nulla, vivi solo
nell’ammirazione volatile e spesso invidiosa degli uomini.
Perché se il “sale perde il sapore” semplicemente non è più sale. Anche se si
illude di continuare a dare sapore alla vita propria ed altrui, anche se non
smetterà di parlare di Dio. Essere discepoli è arrivare a vivere solo per lodare
Dio. Nient’altro che questo. Così nella preghiera ritorno all’amato Ignazio di
Loyola, principio e fondamento:
> “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così
> raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per
> l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue
> che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve
> allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci
> indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla
> scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non
> desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza
> piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga
> piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e
> scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo
> creati”.
>
> (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Testa di Cristo di Albrecht Dürer; nel testo, due icone di San
Paolo dello stesso artista
L'articolo Sale della terra, luce del mondo: essere discepoli vuol dire lodare
Dio proviene da Pangea.
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In effetti, aveva motivo di essere felice. Le avevano proposto di introdurre le
poesie di Kabir, il grande mistico indiano vissuto nel XV secolo, rese in
inglese da Tagore. Il libro, Songs of Kabir, fu stampato a New York, da
Macmillan, nel 1915: mistica primizia per il mondo anglofono, copertina rossa,
un menhir, senza lordura d’immagine; un libro da tenere sempre con sé, a
spiazzare il ‘mondano’, a incapsulare il sé in una formula d’amore.
Lei gli si rivolse con adorazione, chiamò Tagore “Maestro”: la barba bianca, i
capelli lunghi e la stola, monastica nonostante le molteplici ricchezze
familiari, rappresentavano con esattezza l’idea – della sostanza diranno altri –
del santo. Gli scrisse una lettera piena di affetto – “Questa è la prima volta
che ho il previlegio di lavorare con qualcuno che è Maestro in cose che mi
stanno così a cuore ma di cui so così poco… è come sentire una lingua di cui
conosco a malapena l’alfabeto parlata con perfezione” – a cui lui non diede
risposta. Aveva ottenuto il Nobel per la letteratura due anni prima, nel 1913,
“Per la profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei suoi versi”,
Tagore; viaggiava in lungo e in largo per l’Europa da anni.Alcune fotografie lo
fermano al fianco di Einstein; altre nella villa argentina di Victoria Ocampo,
che si onorava di averlo come amico; fu amico di Henri Bergson, di Thomas Mann,
di H.G. Wells. Saint-John Perse, poeta aristocratico quanto pochi altri, più
propenso alla sprezzatura che alla stretta di mano, lo inoltrò ad André Gide: al
grande scrittore – che prederà un Nobel molto più tardi, nel ’47 – si deve una
notevole traduzione della poesia di Tagore come L’Offrande lyrique,
costantemente ripubblicata. Nel 1961, in un Hommage, Saint-John Perse rievocò la
circostanza, l’opera e quel “poeta che ha tenuto alto il lignaggio del sogno
senza lasciarsi distrarre dall’uomo del suo tempo”. L’anno prima aveva avuto,
anche lui, il suo Nobel.
Ma di Tagore, il cui nome temprava, fino a poco tempo fa, labbra tumide di un
sentire ‘spirituale’, sappiamo tutto. Resta lei, Evelyn Underhill, a sfuggire ai
dogmi della fama. Quando scrisse la bella introduzione ai Songs of Kabir compiva
quarant’anni, era nata in dicembre; compita, tenue nel corpo, ottenebrata dalla
tenerezza, aveva sguardi maculati dall’ingenuità dei folli. Il padre, Arthur,
uscito dal Trinity College, era un importante giurista: non capì mai gli
svolazzi mistici della figlia, non si orientava a quel disorientamento. Lo
stesso tono – di critica quando non di ostilità – le fu riservato dal marito,
Hubert Stuart Moore; non ebbero figli, lei gli fu maniacalmente devota.
Visitata da visioni fin da ragazza, Evelyn Underhill aveva iniziato a
raccontarsi attraverso la cortina della letteratura; nei suoi romanzi, per lo
più convenzionali – The Lost Word, 1907; The Column of Dust, 1909, ad esempio –
comincia a narrare ‘l’anello che non tiene’, lo spazio ferino tra apparire ed
essere:
> “Aveva capito, brutalmente, d’improvviso, quanto siano fragili le difese che
> proteggono le nostre illusioni e ci allontanano dall’orrore del vero. Aveva
> scoperto un piccolo foro nel muro delle apparenze: sbirciando attraverso di
> esso, intravedeva il ribollente vulcano delle forze spirituali da cui, di
> tanto in tanto, un refolo di lava sale in superficie”.
Nel 1911 pubblicò il suo libro più noto: uno “Studio sulla natura e sullo
sviluppo della coscienza spirituale dell’uomo”. S’intitolava Mysticism, ebbe
successo, fu l’inizio di un percorso che la portò, da anglocattolica, ad
approfondire l’opera di Jan van Ruusbroec e il Mysticism of Plotinus (1919).
Delicatissima ma coriacea, amica dello scrittore Arthur Machen, Evelyn Underhill
fu la prima donna a essere invitata all’Università di Oxford per dare lezioni di
storia della liturgia e di mistica; guidò gli esercizi spirituali di alcuni alti
prelati anglicani.
La figura di Kabir non poteva non affascinare Tagore: fautore di un pensiero
religioso che supera l’idolo della dottrina e il formalismo, fino a sfiorare
l’eresia, Kabir – venerato da induisti e da musulmani – percepisce l’Assoluto
ovunque, propone una pratica più che una sintesi intellettuale, predilige
l’amore alla ragione. Alla sua morte, capitata a Maghar, nell’Uttar Pradesh, nel
1518, pare, in molti vollero razziare il suo corpo per farne una sacra reliquia,
per erigervi un tempio: la leggenda racconta che le spoglie terrene di Kabir
svanirono sotto una coltre di fiori.
In quel mistico anticonformista si rivedeva anche Evelyn che
nell’introduzione affianca i versi di Kabir, “deliberatamente rivolti al popolo
più che ai religiosi, scritti in una lingua non letteraria” (alcuni ritengono
che Kabir fosse un analfabeta), a quelli di Jacopone da Todi e di Richard Rolle,
paragona la sua esperienza a quella di Francesco d’Assisi e di Giuliana di
Norwich. “Kabir appartiene al ristretto nucleo di supremi mistici – insieme a
Sant’Agostino, a Ruusbroec e al poeta sufi Rumi – che hanno realizzato quella
che possiamo chiamare visione sintetica di Dio, risolvendo la perpetua
opposizione tra personale e impersonale, trascendente e immanente, statico e
dinamico; tra l’Assoluto della filosofia e l’Amico della religione devozionale”.
Il fatto che fosse “un uomo semplice, un tessitore”, risponde a una tradizione
spirituale che supera i confini delle fedi: “come Paolo il fabbricante di tende,
il calzolaio Jacob Böhme, lo stagnino John Bunyan, il tessitore Gerhard
Tersteegen, Kabir sapeva combinare visione e laboriosità; il lavoro manuale
aiutava più che ostacolare la meditazione del cuore”.
Con pochi tratti, Evelyn Underhill dice del genio di Kabir:
> “Il suo destino è simile a quello di molti rivelatori della Realtà. Odiava
> l’esclusivismo religioso, desiderando iniziare gli uomini alla libertà degli
> autentici figli di Dio. I suoi seguaci ne onorano la memoria erigendo le
> stesse barriere che Kabir si è sforzato di abbattere: sopravvivono, però, i
> meravigliosi canti, espressione spontanea del suo amore. Nelle poesie di
> Kabir, viene messa in gioco una vasta gamma di emozioni mistiche: dalle
> astrazioni vertiginose all’intimo desiderio di confondersi in Dio, espresso
> con metafore quotidiane, con simboli religiosi tratti dalle tradizioni
> induiste e musulmane. Impossibile dire se questo poeta fosse un Sufi o un
> Brahmano, un discepolo del Vedanta, un devoto di Visnu. Egli stesso si dice
> ‘figlio di Allah e di Rama’. Lo Spirito Supremo che conosceva e adorava, alla
> cui amicizia tentava di introdurre le anime degli altri uomini, trascendeva,
> pur includendole, tutte le categorie metafisiche, tutte le definizioni;
> ciascuna di queste contribuisce a descrivere la Totalità semplice e infinita
> che si rivela, secondo misura, ai fedeli amanti di ogni fede”.
L’estro lirico di Kabir ricorda quello di ʿUmar Khayyām, poeta mitizzato dai
ranghi della cultura anglofona; il gusto per il paradosso ricorda quello del
micidiale Angelus Silesius e dei maestri taoisti. Il radicale sradicamento di
Kabir era accettato di buon grado dagli intellettuali europei del primo
Novecento, a loro agio con una spiritualità prêt-à-porter.
Nell’incipit della sua introduzione, Evelyn Underhill avvisa che quella di Kabir
“è la prima traduzione per i lettori inglesi” – si tratta di una mezza
verità. Due anni prima l’infaticabile Ezra Pound aveva tradotto Certain Poems of
Kabir sulla “Modern Review” (n.6, January 1913), facendosi aiutare da Kali Mohan
Ghose; l’editore Scheiwiller avrebbe pubblicato le Poesie di Kabir nella
versione di Pound (e, in questo caso, di Ghanshyam Singh), nel 1966. ‘Ez’ aveva
conosciuto Tagore a Londra, nel 1912; gli piaceva quell’uomo che come lui –
diversamente da lui – tentava di fondere Oriente e Occidente, i Veda e
Shakespeare. Lo presentò a William Butler Yeats, il sommo poeta irlandese, il
quale, in effetti, preso da vigoria spirituale, introdusse la versione inglese
del Gitanjali di Tagore (stampata nel ’12 dalla India Society e nel 1913 da
Macmillan).
La storia di Evelyn Underhill e di Tagore fu intrecciata, fino alla fine.
Infaticabile pacifista, Evelyn morì nel giugno del 1941; i bombardamenti su
Londra avevano intaccato la sua già fragile salute. Tagore morì tre settimane
dopo, nella sua villa, nel Bengala, dopo un lungo periodo di malattia: le
fotografie lo ritraggono con gli occhiali da sole, per sempre giovane; prima di
morire dettò alcune poesie, preso da continuo incanto.
**
Poesie di Kabir
Servo, dove mi cerchi?
Eccomi, sono al tuo fianco.
Non mi troverai nel tempio
né nella moschea; non abito
nella Kaaba né in cima al Kailash;
non mi circoscrive cerimonia
né rito, lo Yoga o la rinuncia.
Se sei un vero cercatore mi troverai
subito, mi incontrerai all’improvviso.
Kabir dice: “Dio respira in ogni respiro”.
*
Come dire la parola indicibile?
Come dire che Lui non è così ma è così?
Se dico che è dentro di me, l’universo si vergogna;
se dico che è fuori di me, sono un vigliacco.
L’esteriore e l’interiore sono uno in lui;
ragione e irragionevole sono i suoi sgabelli
non è manifesto né nascosto
non è rivelato né rivelabile
non ci sono parole per dire chi è.
*
Le immagini sono senza vita, non parlano:
lo so, ho gridato loro e non mi hanno risposto.
Purāṇa e Corano: vuote parole
io ho sollevato la cortina – e ho visto.
*
Davanti all’Incondizionato
io e te siamo uno:
questo proclamo.
Ecco la meraviglia
più grande: il maestro
che si inchina al cospetto
del discepolo.
*
Ho il corpo ammalato, ammaccata la mente:
mi manchi, Amato, vieni a casa!
Quando la gente dice che sono la tua sposa
mi vergogno: il mio cuore non si è ancora
ingemmato nel Tuo. Allora, cos’è l’amore?
Non voglio mangiare e non ho sonno
il mio cuore è sempre inquieto.
Come l’acqua per l’assetato, così
è l’amante per la sposa. Chi porterà
notizie di me al mio Amato? Kabir
folleggia: muore dal desiderio di vedere Lui.
*
Suona senza sosta il flauto dell’Infinito
il suo suono è amore: quando l’amore
supera ogni limite, giunge al vero.
La sua fragranza, allora, sgorga selvaggia.
L’amore è infinito e nulla lo ostacola;
la melodia lampeggia come un milione di soli.
Il suono della vina non ha paragoni
perché intona le note della verità.
*
Sottile è il sentiero dell’amore:
non c’è domanda né risposta –
si è persi tra i Suoi piedi
nella gioia della frenetica ricerca – immersi
negli abissi d’amore come il pesce
nell’oceano. Non tentenna l’amante
se deve offrire la testa al suo Signore:
questo è il segreto dell’amare
che Kabir intende svelarvi.
*
Le nuvole si accalcano in cielo
la loro voce è profonda, è un ruggito.
La pioggia viene da est, è monotona
la sua marcia. Cura le siepi al confine
dei campi: che la pioggia non le travolga.
Prepara la terra alla liberazione: che i rampicanti
dell’amore e della rinuncia si arrendano alla pioggia.
L’agricoltore prudente protegge il raccolto:
riempirà i suoi vasi per nutrire i saggi e i santi.
*
Mio cuore, destati! Il Supremo Spirito, il Maestro assoluto
è vicino a te: destati! Corri ai piedi dell’Amato, il tuo Signore
ti è vicino. Hai dormito per innumerevoli ere
non vuoi svegliarti proprio questa mattina?
*
La serratura dell’errore si vince con la chiave d’amore.
Aprendo la porta, risveglierai l’Amato.
Kabir dice: “Non farti sfuggire una tale fortuna!”
*
Chi ha addestrato la vedova a incenerirsi
sulla pira del marito? Chi ha insegnato
che l’amore trova ristoro nella rinuncia?
*
Da chi devo andare per conoscere l’Amato?
Così dice Kabir: “Se ignori l’albero, non puoi
trovare la foresta, così, non cercarLo tra le astrazioni”.
*
Perché scalpita impaziente il cuore?
Egli veglia sugli uccelli, sulle bestie e sugli insetti
si è preso cura di te quando eri nel grembo di tua madre:
ti dimenticherà proprio ora che sei al mondo?
Mio cuore, perché hai distolto lo sguardo
e ti sei allontanato da Lui? Hai lasciato
l’Amato e pensi ad altri: non lamentarti
se l’addestramento è vano.
*
È un’altalena l’amore: aggioga
il corpo e la mente alle braccia
dell’Amato, all’estasi d’amore.
Nei tuoi occhi, le lacrime della pioggia:
il cuore è adombrato dall’oscurità.
Avvicina il viso al Suo orecchio
svelagli indicibili desideri.
Dice Kabir: “La visione dell’Amato
trafigga il tuo cuore!”
*In copertina: Rabindranath Tagore (1861-1941); nel 1915 realizza insieme a
Evelyn Underhill una celebrata traduzione delle poesie del mistico indiano Kabir
L'articolo “Perché scalpita impaziente il cuore?” Le poesie mistiche di Kabir
proviene da Pangea.
> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla.
> Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza
> di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno,
> se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure
> capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è
> stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si
> getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in
> piena”.
>
> (Erodoto, Le Storie, III, 81)
Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il
persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”.
Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità
– la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida
e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro
la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto
anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece
Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio
1998 :
> “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che
> consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla
> faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei
> migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo
> d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di
> disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la
> mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […]
> Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma
> essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è
> comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo
> di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo
> piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene
> che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica
> anziché in una città oligarchica”.
Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a
essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore
protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove
al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare
agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che
nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito
generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai
pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore,
ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il
consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia
l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io
dotato di personalità e, quindi, di una psicologia.
Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi
tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal
significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel
1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento
alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può
definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli
ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e
i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti
paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada,
Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi,
il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari
materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si
esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di
risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con
“significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo
di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche
in cui opera.
Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga
formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di
federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle
parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai
– grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano –
sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero
lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E
quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso
rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza
rivendicazionista.
A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi
nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene
spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente,
anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione
concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione,
di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti
di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di
“populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello
giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello
storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano
filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una
illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene
affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché
populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso
individualismo: secondo Ronchi,
> “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che
> vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij
> del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al
> Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo
> sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano.
> Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico,
> rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un
> nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”.
Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una
“soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare,
puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento
automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia
populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol
combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile.
Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben
consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di
una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere
alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a
osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza
avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.
Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di
forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando
ci esonera dallo sforzo dell’analisi.
> “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della
> ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la
> potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.
Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da
qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo
(presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne
abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita.
Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”,
come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era
una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema
operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi,
che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma,
si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come
libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di
Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso.
In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale,
Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro
orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo
conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto
qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle
prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in
un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni
Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però
penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di
allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che
il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente
finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese,
l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più
precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e
nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il
presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della
Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e
comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era
forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a
distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere
che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci
costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica,
che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non
fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e
nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto,
un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di
sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi
evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse
un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome
convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui
effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che
forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto
credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe
potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così
somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è
allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette
in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove,
insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea
di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno
completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto,
bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il
fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili
prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla
disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto
a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di
“razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia
filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij.
Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del
populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli
“insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta,
antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui
lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso
nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è
indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità
scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività.
L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è
l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal
dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un
limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione
impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità
intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un
ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un
idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una
verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma”
per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le
pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti.
Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di
Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità
complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i
fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente
paese del mondo (prima elezione di Trump). Uomo del sottosuolo e anarca
sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di
ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel
quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva
chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido
amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una
libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul
punto di venir meno, sempre precaria, sempre instabile, come accade alle
persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il
tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua
offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della
sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto
immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue
innocente che si è disposti a versare.
A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono
specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella
diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta
essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato
questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche
(schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un
“consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul
Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del
“genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse
colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la
tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini
“corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”,
come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della
televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e
aborto, oltretutto)?
In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo
isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si
perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa
da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista
Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e
soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo
sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi,
collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra
i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è
uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della
legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui
Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine
astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita”
altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia
il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault
più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la
supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale –
è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di
potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco
infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è
“militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del
giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è
perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il
rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava
vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti,
la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al
letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno,
non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo.
Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini
rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina
mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di
tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto
interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a
commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma
che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di
interessi:
> “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un
> teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo
> crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede
> che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si
> muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.
Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una
allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa
percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”.
Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani,
mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della
tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso
fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione
della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di
seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda
che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene
questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche
la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È
il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno
crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno
il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta
quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà
della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del
“capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente”
è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic
iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà
come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti
del terzo millennio.
Paolo Ferrucci
L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti
del terzo millennio proviene da Pangea.
Perché gli artisti suicidi ci affascinano? Quodlibet riporta nelle librerie
l’ultimo libro di Édouard Levé, Suicidio, che Levé consegnò al proprio editore
pochi giorni prima di suicidarsi, nel 2007. Tuttavia nel libro Levé non scrive
di sé bensì di un amico suicidatosi tempo prima, a venticinque anni, una morte
che lo segnò profondamente e che forse – dato l’argomento del libro – ha
motivato la sua stessa scelta. Se qualcuno che conosciamo si toglie la vita il
suicidio diventa d’un tratto possibile anche per noi. Parafrasando Duchamp, si
potrebbe dire che sono sempre gli altri a suicidarsi, ma se il ricordo di un
amico suicida ci perseguita allora l’idea del suicidio – del nostro stesso
suicidio – non è più del tutto insensata. Ci si può suicidare anche per
imitazione.
In un appunto compreso nel secondo ‘Meridiano’ a lui dedicato, Claudio Magris,
parlando del suicidio di Carlo Michelstaedter, dice che si può capire un
suicidio solo “fino al penultimo gradino” e che perciò di fronte a esso bisogna
saper tacere. Édouard Levé però non tace, pur non interrogandosi sui motivi
della scelta del suo amico; ripercorre a grandi linee l’esistenza del suicida,
soffermandosi su alcuni piccoli gesti che in qualche maniera ne definiscono il
carattere e forse anche il destino, oppure su delle stranezze, come quando il
suo amico – a cui è rivolto lo scritto, come se si potesse scrivere a un morto:
e forse si può – compra in un negozio di vestiti usati delle vecchie scarpe che
poi scoprirà essere appartenute a un ragazzo a sua volta suicidatosi, quasi che
ogni suicida sia anche uno spettro famelico di altri suicidi, di altre vite
disperate e a lui offerte.
“La tua vita è stata un’ipotesi” scrive Levé all’amico, nella traduzione di
Sergio Claudio Perroni.
> “Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si pensa a lui, e compare ciò
> che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato
> e rimarrai un cumulo di possibilità.”
Di fatto leggendo Suicidio ci si chiede se per taluni il suicidio non sia un
modo di dare un senso a una vita che senso non può avere. Specialmente per un
artista, che a volte vive il morire delle cose intorno a sé con una sensibilità
anche disperata che può portarlo, appunto, alla tentazione di farla finita prima
del tempo.
Chi rimane in vita, chi si duole di un proprio caro morto suicida, porta nel
cuore non soltanto il dolore e l’assenza ma anche l’assurdità del suicidio di
chi ha amato. Quando l’amico di Édouard Levé si spara un colpo di fucile in
bocca lascia un fumetto aperto sul tavolo. Sua moglie vede il cadavere e, in
preda al terrore, si appoggia al tavolo e fa cadere il fumetto sul pavimento. Il
padre del suicida passerà il resto della vita a leggere e rileggere quel
fumetto, persino a regalarlo agli amici chiedendosi a quale pagina fosse aperto
e cosa volesse dirgli il figlio prima di morire.
Ma i suicidi devono per forza dirci qualcosa? Se la frase non suonasse infelice,
si potrebbe affermare che un artista che si ammazza non è un suicida come un
altro. Jonathan Franzen, per esempio, in Più lontano ancora osserva, a proposito
del suo amico David Forster Wallace, che il suicidio aveva “saziato la sua
detestabile fame di carriera”, come a dire che per un artista il suicidio può
anche essere un lasciapassare per la posterità. Analogamente, in Lessico
famigliare Natalia Ginzburg scrive, riguardo al suicidio di Cesare Pavese:
> “Pavese non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose
> insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li
> compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il
> risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei
> nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei
> confronti dei suoi libri e della sua memoria.”
Sono parole dure. D’altra parte chi rimane in vita dopo il suicidio di una
persona che ha amato può reagire tanto con il dolore quanto con la rabbia. Anzi,
forse la rabbia si manifesta proprio per proteggere la fragile intoccabilità del
nostro dolore e della nostra incredulità, perché un suicidio è anche un
tradimento nei confronti dei vivi, di ciò che siamo e che dobbiamo continuare a
essere. Non sempre sappiamo sopportarlo. Non sempre possiamo accettarlo, e
perciò attacchiamo. Chi resta in vita è costretto a difendersi dall’insensatezza
della morte altrui. Il suicidio non è un gesto amichevole, dice una vecchia
pagina di Sandra Petrignani (in Come fratello e sorella, Baldini&Castoldi,
1998).
Édouard Levé è stato un artista più che uno scrittore. L’anno scorso Quodlibet
ha pubblicato il suo Autoritratto, un libro che è anche un tentativo di cercare
una nuova forma espressiva, una sorta di istantanea – Léve amava molto le
fotografie – in veste di memoir. Invece non è ancora stato
tradotto Oeuvres, Opere, che mette in elenco 533 opere d’arte non realizzate, un
catalogo immaginario che Georges Perec – grande cultore degli elenchi e autore
amato da Levé – avrebbe senz’altro apprezzato.
Édouard Levé è un minore fra i minori, però ha una peculiarità stilistica e
formale che ce lo rende caro. È uno scrittore atipico il cui suicidio, lo si
voglia o meno, fa parte dell’opera. Leggerlo è sempre interessante, perché la
morte è il nostro più grande mistero ma per lui – con coraggio e tristezza – è
stata anche un sottile esercizio di creazione.
Edoardo Pisani
*In copertina: Käthe Kollwitz, Frau mit totem Kind, 1903
L'articolo Il suicidio come esercizio di creazione. Su Édouard Levé proviene da
Pangea.
Uno scrittore è davvero grande se sa raccontare il sesso. Il corpo – che è,
sempre, corpo del reato – è il banco di prova della scrittura: proprio perché è
così prossimo, così presente, resta indicibile, resiste arcano, un tabù. Fate la
prova: gli scrittori italiani di oggi, genericamente, mettono il profilattico
alla penna, hanno la tastiera algida, fanno la parte dei castrati – forse,
semplicemente, lo fanno male. Non si va, in letteratura, oltre languide carezze,
mortificanti sveltine, rituali brutalità alla bisogna. Nell’era di PornHub e di
OnlyFan, del corpo ovunque esposto, comunque in vendita, il sesso è assassinato;
tra le ossessioni letterarie è quella praticata peggio.
Per quel che ne so, il più grande scrittore sessuomane del Novecento è il
francese Marcel Jouhandeau, cattolico professo (ovviamente, quasi del tutto
assente nel perbenista panorama editoriale italico), mentre il più grande
scrittore di sesso è Isaac B. Singer. In un racconto, Sangue, Singer narra di
due – Reuben, macellaio, e Risha, ninfa-milf di trent’anni più grande di lui –
che fanno sesso nel macello, tra i “rantoli di morti delle bestie”. Non c’è da
stupirsi: ebreo di genia yiddish, Singer proviene da una cultura che ha
partorito uno dei più folgoranti poemi erotici della storia, il Cantico dei
Cantici (leggere per credere, meglio se nella versione di Guido Ceronetti,
stampa Adelphi). D’altra parte – lo dice il libro dei libri, Genesi –, è nella
scoperta di essere nudi (“e conobbero di essere nudi”, Gen 3, 7) il carattere
fondamentale dell’uomo, creatura divina svergognata su questa terra.
E la poesia italiana? Il culto erotico inaugurato da Saffo – che è poi un
viatico sapienziale – è stato raccolto dalle formidabili poetesse cortigiane,
spregiudicate in intelligenza (Veronica Franco, per dire) e dalle scrittrici
mistiche, non aliene da trafitture verbali di sacra lascivia (Caterina Vannini,
ad esempio, che fu, quindicenne, prodigiosa prostituta a Roma, fino a
convertirsi e a sedurre il cardinal Borromeo, oppure Maria Maddalena de’ Pazzi e
Veronica Giuliani; per un repertorio si veda: Mistiche, Magog, 2025). Un lavoro
pioneristico, in questo senso, lo hanno svolto, quarant’anni fa, Guido Almansi e
Roberto Barbolini varando una fenomenale “Antologia della poesia erotica
italiana”, La passion predominante, edita – con dodici incisioni di Agostino
Carracci – da Longanesi. Le conclusioni di Almansi – autore, tra l’altro, nel
’74, di una Estetica dell’osceno per Einaudi –, nella sugosa intro (Il problema
sessuale), sono letali: a parte rari casi – spesso eccezionali – siamo di fronte
a “un panorama da educande”.
Il pregio antologico fu quello di sovvertire il canone della poesia italiana: il
sole, in questa prospettiva, è raffigurato da Giambattista Marino, “tra i
massimi poeti erotici di ogni tempo”. Tra gli astri più splendenti, spiccano
autori altrimenti marginalizzati dalle pie accademie: il geniale Giorgio Baffo –
“poeta monologico: la mona è la sua monade” – autore di una paracula Lode al
culo, Pietro Aretino, “sovrano di una letteratura italiana del sottosuolo” e
Olindo Guerrini, istrione del verso, l’inventore di Argia Sbolenfi, ragazza di
“mediocre istruzione”, colta da “isteriche sofferenze… spesso erotiche”, a cui
sono ascritte delle Rimepretenziose, pretestuose, stuzzicanti, un’autentica
anomalia in un Ottocento altrimenti esangue, piantumato dal pudore.
Naturalmente, giganteggia D’Annunzio, che “s’aggira nel mondo della poesia come
un califfo nel suo harem”.
Vengono – giustamente – esaltati i poeti dialettali, la cui lingua meglio si
acclimata a un panorama di tette, fiche e lussurie in abbuffata (tra il Belli e
Tonino Guerra preferisco Carlo Porta e la sua indimenticabile Ninetta del
Verzee e il Filò di Zanzotto, grandguignolesco elogio del “toco de gnoca”).
Della nostra aurea tradizione vengono prediletti i bischeri, i briganti del
verso, dal “Pistoia” al Ruzante; alcuni sono delle assolute scoperte: il “poeta
marchigiano, che fu avvocato in Roma” Marcello Giovanetti, ad esempio, oppure
l’urbinate Giovan Leone Sempronio, che canta La bella zoppa, o ancora Giuseppe
Artale, poeta e spadaccino, di cui è accolto un sonetto che dice di una Pulce
sulle poppe di bella donna. Tutti autori del Seicento, l’epoca in cui
furoreggiava, in area artistica, l’icona di Maria Maddalena, spesso senza veli,
spesso eroticamente pronta, e quella di Davide come giovane efebo, un
“femminiello” dallo sguardo smaliziato, capace di vincere il più virile dei
Golia. Insomma, il gioco di dissacrare i sacrari, di smagnetizzare i moralismi
è, in letteratura, un balsamo.
Il pistoiese Francesco Berni – morto, probabilmente, avvelenato – riassume il
sale del tutto: “perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Certo, nessun italiano
è paragonabile al Rimbaud di Les Stupra, quando attacca “Le antiche bestie
montavano perfino in corsa/ con il glande corazzato di sangue e di merda”, ma
tant’è.
Antologia ineguagliata, che a suo modo fece epoca, La passion predominante torna
per Bibliotheka, con una prefazione di Roberto Barbolini (scrittore con gli
attributi: si leggano, almeno, i suoi “Racconti perversi”, raccolti come Sade in
drogheria, usciti una decina di anni fa per il mitico Guaraldi) che ragiona
sull’impresa di allora, motivandola:
> “il sesso – che pure ci mette a nudo – rimane una faccenda abbastanza
> misteriosa. È il chiodo fisso che alimenta tanto la ‘passion predominante’ di
> Don Giovanni quanto il ‘pensiero dominante’ del Poeta di Recanati, ma ridotto
> all’osso trova la sua sintesi forse più precisa nel cartesiano ‘coito ergo
> sum’ di un freddurista implacabile come Marcello Marchesi”.
Rispetto alla raccolta di allora, sono scomparsi i cantanti (Lucio Dalla,
Fabrizio De André, Enzo Jannacci) e alcuni autori (Guido Ceronetti, Jolanda
Insana, Valentino Zeichen…), probabilmente per ragioni di diritti: poco cambia
nel complesso della furibonda impresa. Spiace, più che altro, l’assenza di
alcuni inattesi come Julius Evola, “il Barone Nero della destra”, di cui si
ricalcava, all’epoca, “un erotico delirio”: “Tu sei vicina strana cosa viziosa
tu attendi distesa le mie mani che ti liberino delle vesti…”. I cammei
introduttivi, spesso, introducono a una ‘poetica’, a un modo d’essere, come
quello dedicato ad Antonio Delfini, “Dandy di provincia, surrealista in ritardo,
finto contrabbandiere, ricco possidente andato in rovina…”.
Dietro la maschera di autori novecenteschi dalla biografia improbabile
(Alessandra Manzettina, “ignota poetessa di origine lombarda, di cui si è
pervenuto un inedito” e Guido da Cortona, autore dalla vita “nomade e
sedentaria”, di cui è riferito un solo testo sulla “divina sodomia”), si celava
Almansi. Come a dire, in mancanza di meglio, meglio fare da sé. Mero onanismo
borgesiano? Come diceva quell’altro, alle masturbazioni cerebrali – difetto di
troppi poeti – preferiamo chi si masturba per il gusto.
*In copertina: la “Venere Rokeby” di Diego Velázquez oltraggiata con un coltello
da macellaio, il 10 marzo 1914, dalla suffragetta Mary Richardson
L'articolo “Perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Canone erotico della poesia
italiana proviene da Pangea.
“Genova ha un grande poeta, ma quasi nessuno se ne accorge. E forse anche questo
sarebbe stato il mio destino, se non mi fossi trasferito a Roma”: così disse a
Nicola Ghiglione nell’ottobre 1986 Giorgio Caproni quando lo incontrò a Chiavari
per l’ultima volta; e sul tema dell’indifferenza di Genova per i suoi poeti, già
provata sessant’anni prima da Montale trasferitosi volentieri a Firenze, lo
stesso Ghiglione era tornato scrivendo “Genova antica, con la stecca alla
persiana/ all’insù, usa a dannare gente di lettere:/ arenile di sembianze
domestiche e di fatti”, versi finali della poesiaGenova uscita sulla “Fiera
Letteraria” il 19 maggio del 1957. Ma perché Caproni definì Ghiglione un “grande
poeta”?
In piena guerra, a fine febbraio del 1945, fu pubblicato a Milano, per le
edizioni della prestigiosa rivista “L’uomo”, il poemetto Canti civili. L’autore
era appunto Nicola Ghiglione, nato a Voltri, borgo nell’estremo Ponente del
capoluogo ligure, nel 1915, diplomato al liceo classico Vittorino da Feltre di
Genova e durante la guerra, inabile per problemi fisici, addetto all’ufficio
censura alla Stazione Principe. Qui, mentre la città era bersaglio di continui
bombardamenti dal cielo e dal mare e vedendo attorno a sé drammatici episodi
quotidiani di sofferenza, uno alla volta Ghiglione compose ventitré Canti
civili, ciascuno dei quali aveva per protagonisti personaggi emarginati già
prima dello scoppio della guerra e che il conflitto aveva portato al limite
della disperazione; ed ecco allora i versi per il ladro di immondizie e per le
prostitute, per i guardiacessi e per lo spazzino, per gli straccivendoli e per
il beccamorto gobbo. Dall’insieme di queste poesie, per la loro essenza ricca di
suggestioni e di passione, di dolore, di ironia e di miseria (quante volte torna
l’invocazione “pane, pane!”), scaturiva un quadro di travolgente forza creativa,
del tutto originale nella scrittura, estranea all’ermetismo ormai spento e
semmai vivacizzata da immagini surreali.
Un’opera tanto originale e carica di suggestioni non poteva passare inosservata:
il primo che ne scrisse fu l’autorevole Carlo Bo che la recensì sulla rivista
“Costume” nel novembre del 1945, acconto alla pagina nella quale compariva il
suo commento al romanzo Uomini e no di Elio Vittorini, allora protagonista del
mondo letterario italiano. Nella recensione ai Canti civili Bo aveva
perentoriamente affermato che “non bisogna lasciar passare sotto silenzio questa
voce nuova e forte”, sottolineandone “la novità e la robustezza e anche le
qualità esemplari di tale invenzione” e soprattutto “l’urgenza di una voce”;
concludeva riconoscendo in Ghiglione “una natura viva di poeta”. Dopo questo
primo importante riconoscimento eccone un altro il 20 febbraio 1947 a firma di
Giorgio Caproni, che con Ghiglione aveva mosso i primi passi nella poesia quando
ancora viveva o frequentava Genova (da qui la frase citata in apertura), uscito
sul più importante periodico culturale italiano “La fiera letteraria”; le poesie
dei Canti civili vengono definite “strane” perché, affermava Caproni, “se le ho
chiamate così non l’ho mica fatto per ricorrere ad una pudica parola-paravento
essendo nudo di idee: bensì perché non trovo altro aggettivo capace di
qualificare il loro non essere in alcuna nostra convenzione poetica”, tanto che
più avanti si richiamerà a Sergej Esenin e a Edgar Lee Masters,concludendo che
Ghiglione si potrebbe definire “un poeta a suo modo maudit i cui terribili
fantocci giocano in un clima che sa quasi di brechtiana opera da tre
soldi”. Parte da questa motivata osservazione di Caproni sull’originalità di
Ghiglione e dunque sull’impossibilità – tanto cara a gran parte dei critici
italiani – di mettergli un’etichetta e di collocarlo in una conclamata corrente,
la ragione del prevalente disinteresse per lui da parte dei nostri valenti
esperti di poesia (solo Walter Siti lo ha citato nel suo saggio del 1980 Il
neorealismo nella poesia italiana). Fu una grande (e piacevole) sorpresa per me
ricevere una lettera da Parigi nella quale uno studente mi chiese notizie su
Ghiglione perché alla Sorbonne gli era stata assegnata una tesi su di lui:
quante all’Università di Genova?
Dopo un esordio così clamoroso, Ghiglione continuò a scrivere poesie, non più
drammaticamente tese come quelle nate in tempo di guerra, ma sempre attente ad
affrontare con un vocabolario immaginifico e non privo di neologismi, argomenti
di grande impegno civile; è il caso della profetica Volevo vivere scritta sul
finire degli anni Cinquanta e suggerita dalla costruzione in val Polcevera
(nell’entroterra di Genova) di grandi serbatoi di benzina che avevano distrutto
l’ ambiente naturale: “Amavo infinitamente quel colle/ che ora brucia; c’era una
terra violetta/ e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena. […] Volevo vivere
in quella terra sana”, ma ora da quelle raffinerie s’alzano al cielo, “torrioni
di bambagia”, emblema di quell’inquinamento atmosferico che allora non era certo
tema trattato dai poeti italiani. Ghiglione continuerà a scrivere in versi su
tutti gli argomenti che destavano in lui una forte creatività di immagini e tra
questi anche di sport, dal calcio all’atletica e soprattutto al ciclismo: ecco
allora Girardengo che per la Milano-Sanremo scende dal Turchino come “una
freccia/ lanciata con il vento giù per la/ discesa” e Coppi che giunge solo su
una vetta “crollandosi il sudore come una/ mosca sul naso, a tutto vento”.
Di fatto privo di un lavoro, Ghiglione svolse notevole attività giornalistica,
in particolare dal 1952 sul quotidiano “Il Secolo XIX” di Genova diretto da
Cavassa, ma quando nel 1969 questi venne sostituito da Piero Ottone per il
nostro poeta non ci fu più spazio; continuò a collaborare con altri giornali,
segnatamente con “Il Lavoro”, finché la morte lo colse il 16 gennaio 1990;
neppure una settimana dopo (il 22) si spense anche Giorgio Caproni, quasi un
segno del destino che aveva legato questi due grandi poeti anche se uno è
giustamente famoso e l’altro è ingiustamente dimenticato: ma è compito della
critica onesta sanare questi squilibri.
Francesco De Nicola
*
Poesie di Nicola Ghiglione
Poveri
I poveri lungo ai portali fanno a sciami
come i polli e i cani – vestiti di fame –
(la veste della fame è stretta ai fianchi).
Raccolgono sussidi e scarpe
indugiano a guardare i colori umani
nel tempietto vuoto delle vetrine sgonfiate
dove stanno appesi vestitini di carne.
*
Sera sul mare
Vedo la sera calare sul tuo viso
(farsi lacrima o destino) come vela
che parte; lascia il taglio della spuma
a giocare intorno alla sciupata arena.
da Incastri (1939-1942)
*****
Canto dei carrettieri
Le ruote del carro scricchiolano come letti
di ospedale. I cavalli appena escono cascano
fra le stanghe e mostrano il midollo agli uccelli –
fame fame – nel loro sacco
brucano il vento raccolto in fondo alle rotaie
*
Canto del caldarrostaio
Sono il caldarrostaio – non consumo né giorno
né notte – sono come uno scaldino.
Do il taglio alle castagne,
metto a sacco le mani.
Burloni passano i padroni –
burloni ladri e soldati – .
Fa fresco come d’estate nel mio camerino
coperto di lane.
Bruciate le mani di ogni furfante
nel mio calderone il carbone rovente
fa la ghisa viola.
Il ventaglio della mia banderuola porta
denti al destino.
*
Canto del ladro di immondizie
Mi brucia nelle tasche l’elemosina della spazzatura
e fumo calandomi sotto allo sportello – pace –
mi faccio il funerale e sento sulla testa
il passo del vigile che mi cerca – la ruota del ciclista.
Il ladro che accanto a me si sveste
nel buio come un rettile (e mi dice lo stesso di tacere
se mi punge il ventre con uno spillo).
*
Canto dei beoni
Lo stomaco nostro è verde se non ha più vino –
che giocattolo abbiamo nel cervello che ci balla
e parla come un vecchio e sdentato centesimo?
Noi vogliamo sentire rotolare le botti
con dentro i topi e suoni di violino.
*
Canto dell’ ombrellaio
Ombrelli – ombrelli – il mio grido denutrito
fa eco come la pioggia sulle piastrelle dell’intestino.
O uomini bagnati – fatevi largo con il parapioggia –
l’acqua più non logora le vesti – è la fame
che tutto intasca e fa pigro il monaco e il soldato
sotto il rosso ombrellone fuso di fiaschi di vino.
Ombrelli – ombrelli – preparatevi o uomini per la festa
un minuscolo ombrello impiccato al taschino.
*
Canto dei pompieri
Bruciasse tutta la città – il Municipio e la Cattedrale
le armi con le bagasce distese nei mantelli –
il fuoco sia un nastro rosso da mettere in gola.
Così impiccati al nostro carrame con la campanella
dondoleremo insieme – la corsa poggerà sulle nostre guance.
E dopo l’incendio di tutta l’umanità resti
un soldino e una scarpa.
*
Canto degli spaventapasseri
Noi figli dei contadini, miseri uomini del vento
con gli abiti senza bottoni e con scodelle d’argento –
(le lame del tegolo) a che battiamo strumento
per impaurire il cielo che ha segnato sui nostri cappellacci
un chiodo per impiccarci. A che ci sbracciamo, fratelli,
moncherini di cencio – il viso gonfiato di stracci
con un naso rosso e due occhiacci di spillo – salute ai passeri
ai rondoni che ci proteggono e alle lucertole che ci vendicano –
Salute a tutti – salute al frumento battagliato di lucciole.
Al gozzo tuo – o vecchio avaro – che mungi le pannocchie
per suscitarti lamento. O grosse tasche tu avessi
per seppellirti – vecchio crudele – Uccelli guarniteci il mento
e la garza per le nostre ferite donateci o rondini.
Non abbiamo ginocchi né capelli e solo gambe di legno.
A noi dunque le grucce! Mettiamoci a far saltelloni su tutto il frumento.
Fratello, sei gobbo, non rispondi – tu fai guardia davvero?
Ti hanno messo la gobba e un vecchio fucile a tracolla per far tremare i
bambini?
Aguzza l’ingegno e togliti la finta barba
fatti stirare la pancia dal vento: noi siamo i moncherini
e tu sei gobbo – arrancati il peso – se poi faremo a saltelloni
per battere tutto il grano del gran vecchio con un gozzo di legno.
da Canti civili (1945)
*****
Il Bisagno a Genova
Vivi nei muri segnato d’acque sporche,
Bisagno, mio fiume genovano,
scorrente in controluce
come ago in un paniere.
Nelle febbri gialle delle erbe
bruciano latte, e battono tamburi
i bimbi oscuri, sulle vecchie conce
qualcuno s’addormenta,
toglie un sasso al muro che decrepa
come moneta, nel sacco macerata
trovi l’arancia e lo spigo d’aglio,
un rigolo d’acqua mortuaria di Staglieno,
una pigna e una natta. C’è chi soffia
dentro alla carta un fumo a primavera,
come movesse schegge da l’arcaio
si curva e ravviva la fiamma.
Egli tocca la piaga al lumicino
dell’acqua scorrente, dentro al sasso
la pietra focaia ancora è nera.
*
Volevo vivere
Se per un momento guardo lontano
in quel terreno bruciato dalle raffinerie
vedo un cielo tempestoso e caldo.
S’è alzata una fiamma olearia
che guizza di rosso, e come se l’acqua
la toccasse ghermisce l’ombra, si disfa.
Amavo infinitamente quel colle
che ora brucia; c’era una terra violetta
e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena
e solchi erano pieni d’acqua calma.
Volevo vivere in quella terra sana,
ma la fiamma caseifina urla le notti
dei camionisti, nella garitta di pelo
c’è un occhio guardiano, un continuo
pigolio di benzina, e tanto silenzio di vetro
come torri ferme e torrioni di bambagia.
da Cartoline liguri (1958)
*****
Fausto Coppi, 1955
Coppi in vetta
Crollandosi il sudore come una
mosca sul naso, a tutto vento
giunse sulla cima, solo.
Dietro il vuoto
dell’intera salita,
uno spartiacque di gente
sui tornanti
che quasi si scopriva.
*
Moser, record assoluto dell’ora
Le corna dei manubri come i
cervi nell’arcuata sorte
dei mammiferi a pigiare sui
pedali e la lunata ruota
che non frigge più nell’anello
dei giri dell’ora che s’inabissa.
Non ti distrae l’istante
che s’inizia
e le nere farfalle della piste.
*
Trittico per la Milano-San Remo
I. Vecchia Milano-San Remo
Con i trabiccoli allora e con i cavalli
su per il Turchino, viaggiava
il corno di caccia in attesa del
passaggio dei corridori, e l’astronomo.
Una freccia
lanciata con il vento giù per la
discesa.
La maglia tricolore di Girardengo.
II. Attesa a San Remo, oggi
Forse il Poggio ancora
l’ultima distanza il tratto
non più molle tra i garofani
e le serre per un’ora solare
– la salita consacrata –
fino all’ultima curva
senza più la fontana
e il solo raggio – laggiù –
a interrogarsi
chi poi vincerà.
III. L’ultimo alla San Remo
Al suo passaggio l’ultimo
arrivato ha due mani
sul manubrio gonfie di proletario.
Non si arresta e sa
che la gloria sfuggita
dai suoi occhi gonfi di fatica
è una rossa farfalla senza nomi.
Così a San Remo tra la
folla che se ne va taglia con
la ruota la sua fetta di vita.
*
Domenica di fine campionato
Nella cucina il solito odore di pollo
ribollito, ed è così per ogni domenica
anche quando il campionato sarà finito.
Ogni domenica che giunge ineluttabile
senza essere sera, solo al suono dei clacson
ritorna la gente, ritorna il sonnolento rito
di chi ha vinto, ritorna la marea moscia
di bandiere arrotolate sotto il ventre
per chi ha perso la sua patria nel campo verde.
Ogni domenica ha odore di pollo ribollito
i miei nervi si sono spezzati su di un libro,
ho mosso la mia stanca aggressione di parole.
Sono misteriosamente fuoruscito da un
lungo tentativo per convincermi che il mondo
mi ha diviso, che il goool ha tanti
cuori rabbonito. Spazi ed addii: per sempre,
orizzonti chiusi, e i tempi solo sufficienti,
perché la crudeltà della notte mi sia breve.
(giugno
1981)
da Lunarietto sportivo (1991)
*In copertina: Telemaco Signorini, Giovani pescatori, 1861
L'articolo “Genova ha un grande poeta…” Nicola Ghiglione, il cantore dei ladri
di immondizie, dei beoni e dei ciclisti proviene da Pangea.
Asia Werty – nome fittizio, con esotismo d’acciaio in mezzo – esiste. In rete
non è difficile rintracciare qualche fotografia: ventunenne, carina,
probabilmente toscana, viso che ha il candore – al contempo – della prima della
classe e della follia. Anche se dice di amare “le atmosfere dark” sembra solare;
potrebbe essere insopportabile. Il suo primo romanzo – catalogato con una sigla
improbabile per noi dinosauri: the horror romance – è uno dei ‘casi’ letterari
di questo principio d’anno: in libreria lo si vede ovunque, a pile, a palate,
con il cartello che provoca all’acquisto. Stupisce che a un esordiente italiano,
tanto giovane, sia dedicato un tale entusiasmo editoriale: un sentore di
miracolo aleggia intorno ad Asia Werty. Il romanzo, The Shadow, è edito da
“Night + Day”, marchio partorito da Sem. La storia riassume, con garbo, i
consueti cliché del ‘genere’: dallo sfondo – un college a Montpelier, nel
Vermont, “fino a un secolo fa… poco più che un villaggio abitato in prevalenza
da nativi americani, quasi tutti discendenti dalla tribù degli Abenaki” – ai
protagonisti – studenti in estro –; ci sono, poi, morti misteriose, una scritta
“a caratteri grondanti sangue” che denuncia la presenza del mefistofelico
“Shadow Man”; le notti di sesso si confondono ai massacri, senza soluzione di
continuità; il centro del contendere letterario è “una creatura di un altro
mondo”. Con liturgica sapienza, il romanzo alterna parti drammatiche a momenti
sentimentali, pura trama a quadretti simbolici:
> “Nello stagno, fra le ninfee, grosse carpe guizzavano facendo volare via le
> libellule. Si diceva che giù nel profondo si aggirasse un luccio, ritenuto
> responsabile della scomparsa di almeno un paio di cigni neri”.
La casa di Julian – enigmatico oggetto del desiderio del libro – sorge tra
“vaste paludi”, nel bacino dell’Atchafalaya, tra “nutrie, trampolieri, aquile
calve, alligatori e mocassini acquatici”. The Shadow si legge con la stessa
spazientita energia con cui si vede Stranger Things – piaccia o meno è
secondario.
Ciò che sorprende, al di là del libro, è la
consapevolezza terribile dell’autrice. Prima di scrivere, Asia Werty ha letto
Bret Easton Ellis e studiato i film di Tim Burton. Il suo libro-modello è Dio di
illusioni di Donna Tartt – scritto “Donna Tart” nell’ala del romanzo… –, dove
compare, tra l’altro, “un piccolo raffinato college nel Vermont”. Non disdegna i
romanzi di Stephenie Meyer – scritto “Stephanie Meyer” nell’ala del romanzo… –,
la scrittrice di Twilight. Da The Shadow sogna di trarre una fiction – e di
vendere i diritti all’estero. Quando le parlo di ‘generi’ mi risponde che “in
letteratura conta il ‘come’ non il ‘cosa’”, e ha ragione. Quando le dico dei
‘giovani’ mi dice che i ‘giovani’ non esistono, che “si scrive per il mondo”. Ha
ragione due volte.
In fondo, The Shadow non è scritto in modo troppo diverso dai romanzi di troppi
narratori italiani che credono di fare letteratura ‘alta’ e che si ritrovano a
bere assiepati in cinquine, allo Strega. Per lo meno, Asia Werty ha il merito di
non fingere – sa quel che fa, non dice di fare altro –, di andare dritta al
punto, di raccontare qualcosa uscendo dal claustrofobico ombelico della
narrativa nostrana. Di certo – gusti miei – il suo libro è migliore di troppi
‘gialli’ all’italiana, ormai stucchevoli, proni alla fiction Rai, perfetti per
lettori in andropausa cerebrale.
Ma ad Asia Werty le polemiche di quartiene non importano. Dall’altro lato del
computer – dove abita?, sappiamo che ama andare per montagne – cita Beppe Salvia
e Sylvia Plath, dice che il suo libro, in fondo, è una riflessione sul male che
a volte non è il male. Verrebbe voglia di conoscerla, ma ama confondere le
tracce e sovvertire le trame – preferisce sparire.
“Asia Werty”: cosa vuol dire questo nome? Perché questo nome? Chi sei davvero?
Chi sono davvero non è importante. Conta l’opera, molto meno l’autrice. Il nome
è di vecchia data e dal momento che suonava bene l’ho scelto per il romanzo.
Conoscere la sottoscritta non significa conoscere il libro; vale semmai il
contrario. Per gli amanti della cabala, come saprai sono le lettere allineate
nella parte alta di sinistra della tastiera.
Sei giovanissima: scrivi per “i giovani”? Che categoria sono i lettori
“giovani”?
Il mio romanzo è per tutti, ne sto avendo la riprova in questi giorni. Trovatemi
un giovane che scriva autenticamente solo per i giovani; tutto ciò che si
scrive, in realtà, lo si scrive per il mondo. L’isola del tesoro di Stevenson è
per ragazzi o per adulti?
Perché scrivere un libro al posto di fare tutt’altro? Perché scrivere un horror
al posto di scrivere un libro di poesie?
Se ci sono cose più belle al mondo della scrittura, io non le conosco. Quanto al
resto, spero che la domanda non nasconda una scala di valori. Ognuno scrive
assecondando i propri talenti e le proprie inclinazioni. La qualità in
letteratura non sta nel ‘cosa’ ma nel ‘come’. Se uno scrive horror di qualità e
un altro pessima poesia, quale dei due giova alla letteratura?
Quali sono le tue ‘fonti’? I libri che hai amato – i film – le ispirazioni – le
aspirazioni.
Donna Tartt e Bret Easton Ellis, senza dubbio. Leggendo i loro romanzi ho capito
che dovevo progettare la mia storia, e farlo subito. Avvertivo un’urgenza. Per
me leggere e scrivere sono tutt’uno. A chi vede in The Shadow qualcosa di
Stephen King, strizzo l’occhio. Quando ho scelto di ambientare il romanzo nel
Vermont avevo le idee chiare – The Shadow doveva avere un respiro
internazionale. Il mio obiettivo? Vendere i diritti all’estero.
Il libro mi sembra, in superficie, un concentrato di clichés: Stati Uniti,
ragazzi, college, amore, morte, sparizioni, ombre, spettrali entità… Sembra
scritto per diventare una fiction (a proposito: nei hai qualcuna di
prediletta?). Lo hai fatto di proposito? Insomma, come hai costruito il libro?
Dici bene, in superficie. Ma se uno inizia a leggerlo scoprirà una realtà ben
diversa. Ancora una volta, in letteratura non conta il ‘cosa’, ma il ‘come’.
Anche Austerlitz di Sebald, in superficie, potrebbe apparire un concentrato di
cliché sul nazismo. Ma se ci si addentra nella sua lettura si scopre un libro
grandioso per il suo sguardo e la sua parola. Si può scrivere un capolavoro con
qualsiasi tema. E fare un pasticcio con la storia più ‘alta’. Spesso, la qualità
sta proprio laddove meno te lo aspetti. Quanto alla poesia che si scrive oggi,
non la frequento se non nei rari casi in cui è toccata dalla magia e dal senso.
Amo la poesia di Mariangela Gualtieri e Beppe Salvia; e andando più indietro
quella di T.S. Eliot, Marina Cvetaeva e Sylvia Plath: “Non servi, non servi
più,/ O nera scarpa, tu/ In cui trent’anni ho vissuto/ Come un piede, grama e
bianca,/ Trattenendo fiato e starnuto…”. Infine, naturale che voglia realizzare
una serie tivù ispirata al romanzo. La fiction che mi ha più colpita di recente
è Adolescence, capolavoro del realismo britannico.
Che cose vuoi dire, profondamente, attraverso il tuo libro?
Che il male non è il male e il bene non è il bene, non sempre almeno. C’è molto
di più da scoprire dietro le apparenze, anche se non sempre si è disposti a
farlo. Scrivendo ho voluto mettere in scena l’ambiguità, che è la chiave di ogni
romanzo. Quando Dante allude al peccato terreno di Ugolino compie un’operazione
dissimulatrice, in poche parole fa appello all’arguzia (o forse dovrei dire alla
scaltrezza) di un romanziere moderno; nel mio romanzo l’ambiguità è la
protagonista indiscussa. Nell’universo che ho creato ogni giudizio è sospeso
fino all’ultima pagina – forse per sempre.
Qual è, del romanzo, la parte, l’idea che ti convince di più – e quella che
riscriveresti?
Le scene meglio riuscite sono quelle immerse nella brutalità della natura (anche
umana), le Green Mountains, le paludi della Louisiana, il carnevale di New
Orleans tra riti e rimandi allegorici. Ovviamente la perfezione è soltanto
un’aspirazione, ma anche potendo cambierei ben poco.
Hai usato l’Intelligenza Artificiale per costruire la trama del tuo libro, per
‘informarti’ e fare ricerca? Credi che l’IA rovinerà la facoltà immaginativa
degli scrittori?
No, mi sono appoggiata a metodi tradizionali, ma non escludo di usarla in
futuro, quantomeno sul piano del reperimento del materiale (non della trama o
della scrittura). Parlando con altri scrittori, pare che l’AI sia un buon
supporto nella fase di ricerca ma che, allo stato attuale, fatichi a stare al
passo con la creatività umana e con i nostri canoni di bellezza e di senso. I
più grandi scultori avevano una pletora di aiuti di bottega ad assisterli, aiuti
che eseguivano più o meno meccanicamente i comandi sotto la direzione artistica
del maestro, secondo la sua visione artistica e il suo progetto ideale.
Sbozzavano il marmo, piegavano la materia, poi arrivava il maestro che la
modellava, la rifiniva, le dava la vita. Per come la vedo io, chi ha le qualità
per scrivere un’opera di valore lo farà con o senza intelligenza artificiale. E
viceversa. L’uomo resterà l’artefice primario ancora a lungo. Tra mille anni non
so. Se il progresso tecnologico non si può arrestare, bisogna imparare a
volgerlo a nostro vantaggio. Credo andrà così, dopo un periodo di inevitabili
assestamenti.
…e ora, cosa ti appresti a scrivere? Quale storia vorresti scrivere?
Il materiale a dire il vero non mi manca, sono molto operosa, ma per adesso non
rivelerò nulla. Non vi resta che aspettare.
*In copertina: manifesto per “La cosa” il film di John Carpenter del 1982
L'articolo “Conta l’opera, molto meno l’autrice”. Dialogo con Asia Werty (forse)
proviene da Pangea.
Là dove non ci sono strade
> “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i
> misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si
> smarrisce là dove non ci sono strade…”
>
> (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23,
> Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271)
I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo
di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla
morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte,
luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.
Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure
tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai
colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà,
camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o
allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il
cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola
dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a
distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi
come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio
delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra
predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”.
> “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si
> avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro
> dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5)
I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza
scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa
scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.
E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e
pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di
addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono
fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di
morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul
monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni
cosa a lui.
*
Beati già fin d’ora
> “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete
> perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il
> regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere
> questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il
> mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso,
> il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa
> della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a
> ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di
> povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993,
> Edizioni San Paolo, pp. 74-75)
Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come
la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle
sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il
rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di
Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di
cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una
pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi
carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui.
Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel
tutto.
Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di
essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada.
Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra
vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e
affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una
trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del
mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente
da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i
disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini
è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di
scarto.
Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566
*
Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo
> “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia
> chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la
> lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando
> la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente
> agli ordini di Dio”.
>
> (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim)
Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di
consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul
mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere
senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la
solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo
tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza,
lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile
perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane
bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico
delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di
morte che entra a prendersi pezzi di noi.
Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato
il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo
Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha
creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se
nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i
discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche.
O se ci tornano, non resistono.
Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi
discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata
antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e
politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte.
Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo
delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative.
Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca.
*
Beatitudini ed éschaton
> “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla
> giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio,
> che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a
> guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora
> vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve
> venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella
> tribolazione”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95)
Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la
nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori
davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è
possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo
solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi.
Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera
salvezza.
Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù
diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa
sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che
l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una
fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria
del male sulla vita.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è
itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che
siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella
tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine
che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà
richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario
richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è
beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78
L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
proviene da Pangea.
Nelle lista delle ‘abbandonate’, in una delle pagine più folgoranti del “Malte”,
Rilke incorpora donne leggendarie, velate dall’enigma – la trovatrice/trobairitz
Clara d’Anduza, Louise Labé, la “monaca portoghese” –, superbe animatrici dei
salotti francesi del Settecento – Julie de Lespinasse e Charlotte Aïssé, donne
d’ineguagliata intelligenza, autrici di epistolari al contempo licenziosi e di
illecita bellezza –, abissali figure storiche (Eloisa, Marie-Anne de Clermont).
Tra le “amanti, le cui lamentazioni ci sono giunte” spiccano le poetesse: dalla
contessa di Die a Marceline Desbordes-Valmore; la più nota è Gaspara Stampa, la
grande poetessa veneta del Cinquecento, che fa sfoggio di sé, nell’immaginario
rilkiano, sul trono della prima delle Elegie duinesi:
> “Hai pensato abbastanza la Gaspara Stampa…
> […] Non è tempo che noi
> amando ci liberiamo dell’amato e tremando
> perduriamo: come la freccia perdura nella corda
> per essere, concentrata nel lancio,
> più di se stessa? Perché restare non ha dove”.
>
> (La traduzione è di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)
Tutte queste figure sono tutelate dal mito di Byblis/Biblide, la ragazza che
s’invaghì del fratello, Kaunos/Cauno, inseguendolo “fino in Licia: l’impeto del
suo cuore la cacciò per terre e terre sulla traccia di lui, e infine fu esausta;
ma la mobilità del suo essere era così forte che ella, caduta, riapparve di là
dalla morte come sorgente, rapida, come rapida sorgente”.
È proprio questo paradosso ad affascinare Rilke: l’abbandono non si risolve in
bulimia dell’io, esplode – il dolore non si compiace di sé, consumando
l’addolorata, ma, per sovrabbondanza d’impeto, si fa nutrimento per altri, acqua
sorgiva, che disseta. L’abbandono serba un’iniziazione, sembra un inizio verso
un amore più grande. O meglio, come scrive Rilke:
> “La loro lamentazione è su di uno solo; ma la natura intera vi si intona
> all’unisono: è la lamentazione su un eterno. Si precipitano dietro al perduto,
> ma già dopo i primi passi lo superano, e innanzi a loro è solo Dio”.
>
> (La traduzione è di Furio Jesi)
L’abbandono, misteriosamente – e lo scrive Rilke, uno che ha molto abbandonato
–, è il viatico necessario per conoscere se stessi: cioè, per dissipare il sé in
fonte; per essere dissetati d’altro. L’abbondono coincide con uno scatto, con
qualcosa che si sprigiona: freccia o fonte. L’individuo esiste perché sfugge a
una presa.
Ma torniamo alla lista ideata dall’alter ego di Rilke, Malte Laurids Brigge. Tra
le ‘abbandonate’, la più negletta – l’abbandonata tra le abbandonate – è Élisa
Mercœur. Poetessa francese di un certo, fulmineo talento, la sua vicenda
racconta di un doppio abbandono: biografico e simbolico. A differenza delle
altre ‘abbandonate’, infatti, Élisa Mercœur è stata una vera abbandonata, è
stata una enfant exposé. Nata probabilmente a Saint-Sébastien-sur-Loire il 24
giugno del 1809, fu mollata dalla madre, tre giorni dopo il parto, sulla soglia
dell’orfanotrofio di Nantes, con un cartiglio allacciato al collo: “Élisa, non
registrata presso autorità civile. Il cielo e l’umana dolcezza veglieranno su di
lei. Forse un giorno i suoi genitori avranno la sorte di reclamarla”.
Presentata al commissariato di polizia, Élisa fu registrata il tre luglio con un
cognome fittizio, “Mercœur”, tratto dall’ufficiale in sede – il commissario
Benoist – da una struttura militare presente in città, “Le Fossés-Mercœur”,
costruita nel XVI secolo dall’allora governatore, il duca di Mercœur.
La madre, Adélaïde Aumand, ricamatrice, borghese – il padre era un medico –,
d’estatico intelletto, reclamò, come prometteva, la figlia, il 21 aprile del
1811. Del padre – probabilmente l’avvocato Jules-François Barré, nato in Vandea,
morto nel 1826 – si sa poco, se non che pagava qualcosa per il mantenimento
della non riconosciuta figlia. È come se la vita di Élisa fosse costellata da
abbandoni, da vuoti: il suo è un corpo pieno di case disabitate. La madre, per
senso di colpa e venefica ambizione, tentò di abitarle tutte, quelle case, di
arredarle a suo piacere. È lei, nel 1843, a curare, in tre tomi, le Œuvres
complètes d’Élisa Mercœur de Nantes, con una presenza eccessiva, elefantiaca,
ingombrante, con prestanza esegetica che sa di malaugurio: all’imbarazzante
dedica À l’Écho fa seguito l’inutile Introduction (per capirci: “Ah! Se dal
profondo della sua tomba Élisa potesse farti sentire la sua voce, lettore, ti
direbbe: Abbi pietà della mia così infelice madre; l’ho lasciata senza figli,
senza alcun ristoro sulla terra…”) e le agiografiche, oceaniche,
sibilline Mémoires sur la vie d’Élisa, in cui la madre, tramite labirintiche
omissioni (così l’attacco: “Élisa Mercœur nacque a Nantes il 24 giugno 1809.
Aveva solo ventuno mesi quando rimasi sola ad allevarla: da allora, ogni mio
affetto si concentrò su mia figlia, lei fu il mio solo orizzonte, non vedevo
altro che Élisa, soltanto Élisa, sempre Élisa”), evita di raccontare il solo
fatto totale: l’abbandono della figlia, l’orfanotrofio, quei “ventuno mesi” di
apnea dal mondo.
Materia aurea per i chiosatori della psiche: la madre che si riprende la figlia
per divorarla, fino all’osso. La madre che curando le opere della figlia –
dacché è lei la sola legittima erede, la madre-pitone che presiede il tesoro
della memoria; la sola che può autenticare l’opera della figlia, ‘sangue del suo
sangue’, con artiglio di Sfinge – vuole sostituirsi ad essa. Eppure, per tutta
la sua breve esistenza, Élisa si firmerà sempre “Mercœur”, il cognome fittizio
affibbiatole da un commissario della polizia di Nantes.
Ad ogni modo, Élisa Mercœur fu un piccolo genio. L’enfant exposé, a
risarcimento, non poté che essere enfant prodige: un miracolo vivente. Sempre di
una ‘esposta’, di un’esposizione si tratta: la vita di Élisa è sempre su un
palco, alla mercé di altri, necessariamente disadatti ad adorarla. Lei è
sempre la sola, l’unica: la madre non farà che rifare ciò che ha sempre fatto,
esporla, abbandonarla.
A sei anni sapeva ricamare, Élisa, a otto ideò la prima tragedia, a dodici dava
lezioni private di storia, geografia, inglese e francese. Conosceva il greco,
recitava a memoria Virgilio. A sedici anni cominciò a pubblicare sulle riviste
locali, era già una celebrità. Un editore di Nantes, Mellinet-Malassis, fu
attratto dal ‘fenomeno’: organizzò una raccolta di fondi per stampare un libro
della ragazza. Il successo sorrise, per un attimo, al genio di Élisa: il
tipografo accumulò tremila franchi, la pubblicazione fu dedicata dalla giovane
poetessa a Chateaubriand, “Io, debole bimba, ho bisogno di chi vegli sulla mia
culla – l’aquila, con la sua ombra, può dare protezione al timido
passerotto”. Il grande scrittore rispose di essere davvero un’aquila – dunque,
di non poter proteggere nessuno.
Il talento lirico di Élisa era, al contempo, ingenuo e febbrile, esondante; nel
frontespizio del libro il suo ritratto simboleggia una giovinezza terribile, una
bellezza sigillata da sifilitica inquietudine. Sapeva scrivere di tutto:
dall’elegia alla poesia ‘da camera’, dall’ode al sonetto; alternava struggenti
versi d’amore a stanze a tema mitico – secondo la moda ‘scozzese’ inaugurata
dall’Ossian di James Macpherson – e storico (scrisse di Annibale e di Napoleone,
tra gli altri). Amava le sfide, sapeva scrivere versi ‘a soggetto’, d’occasione,
durante le feste, per stupire gli astanti; la prima quartina di una poesia
dedicata al Tasso dice molto di lei:
> “Vittima sopraffatta dalla gloria e dalla sfortuna
> crollò sotto il peso del genio e dell’amore;
> memoria sigillata dal soffrire:
> una tempesta infuriava nel suo cuore”.
A Parigi, la si vedeva al braccio di Lamartine, Musset e Victor Hugo; scrisse i
versi maggiori un paio di secoli fa, tra il 1826 e il 1829; non aveva neanche
vent’anni. Con la “Rivoluzione di luglio” del 1830 perse la pensione statale che
le era stata conferita per sovrappiù di genio; fu costretta a scrivere per
vivere. L’aiuto di qualche amico non lenì il crisma di un carattere pronto
all’esasperazione, ossessionato da desiderio di rivalsa. Infine, Élisa concentrò
tutto il suo avvenire in una tragedia, Boabdil, che sarebbe dovuta andare in
scena alla “Comédie-Française”. La tragedia, dedicata a Madame Récamier – la
salottiera eternata da Jacques-Louis David, idolatrata da Canova –, racconta le
torbide vicende che gravitano intorno al “regno di Granada, ancora nelle mani
dei Mori”; la firmava “Mademoiselle Élisa Mercœur, di anni venti”. La
commissione della “Comédie-Française”, riunitasi nel marzo del 1831, decretò che
il testo era scritto con sapienza, ma che non avrebbe attratto il pubblico
parigino: Boabdil non calcò le assi di alcun teatro.
Élisa fu schiacciata dall’ennesimo abbandono – si ammalò, mollò la capitale.
Dissero di una malattia ai polmoni – la ragazza tentò il suicidio, naturalmente
con insuccesso. Morì il 7 gennaio del 1835, a venticinque anni, la seppellirono
al “Père-Lachaise”, tra retorici tributi di ammirazione. Negli anni, diventò
l’emblema dell’artista amato-e-abbandonato, del ‘caso’, del ‘mostro’ che per un
po’ incuriosisce le alte sfere della cultura di regime, per poi, senza ragione,
essere dimenticato. Sorgere sorgente dall’abbandono – l’ultima onta comminata ad
Élisa: l’oblio. In fondo, la poesia è un modo per dirsi orfani, per rifarsi
orfani – e giganteggiare in quella solitudine.
***
Dormi, amico
Dormi, amico, possano
i più felici sogni cullarti:
al risveglio la menzogna
non sarà più menzogna.
Se i figli della Notte
indossando la mia figura
e ti dicono “amare non è
un errore”, sotto il fogliame
delle lenzuola, accarezza
la cara illusione del bene
scaccia la paura dal cuore;
dormi in pace amico
veglia chi ti è al fianco.
L’uccello impenna canti
d’amore, la sua compagna
è giovane e lo ascolta.
Oh, amico, saremo felici!
Ma ora una nube scatta:
credo che tra poco pioverà.
Tutto minaccia tempesta:
amico mio, svegliati!
*
La foglia appassita
Perché cadi, foglia gialla, appassita?
Amavo guardarti in questa triste valle.
Una primavera e un’estate sono stati
tutta la tua vita: ora giaci sull’erba pallida.
Povera foglia! È passato il tempo in cui
verdeggiavi sul ramo ormai spoglio.
Eri così bella a maggio! Il gelo ti ha
lasciata in pena per qualche istante…
Inverno, stagione nottambula, corri
e scolori i rifugi delle creature celesti;
il vento della sera ti abbraccia ancora
piccola foglia, ma i suoi baci sono un addio.
*
Il canto del bardo di Scozia
Muore l’eroe sotto le carcasse del tempo
ma il Bardo, con il suo canto, lo strappa
dalla tomba. Il torrente è per sempre lì
la neve imbianca ancora l’erica
e dalla roccia scende lentamente
uno spettro, vaga nella valle solitaria.
Mezzanotte: il vento fa tremare i rami
della vecchia quercia. Silenzio: l’ombra
dell’eroe squarcia le nubi. I bardi
cantano le gesta degli antichi tempi
sotto le loro dita, fremono le arpe.
Si intonavano ai loro accordi
le lugubri voci degli spiriti:
chi si è perduto nel canto?
Da tempo non suona l’arpa:
chi ci offrirà le voci perdute?
Negli antichi giorni i canti
raddoppiavano l’ardore degli eroi:
scendevano nella tomba carichi
di gloria, pieni del loro nome immortale.
Ma ora sono solo creature in esilio:
i loro corpi non imprigionano
più spiriti tumefatti di luce:
non sono che aria rarefatta
e fiato sottile, cosa misera
che il vento della morte ha vinto.
L’abete nero soccombe all’inverno
le guide dei guerrieri sono morti
e sotto il muschio giace un deserto.
Quando tornate dalle selvagge colline
cacciatori, non calpestate l’umida erba:
a volte, tra la nebbia e la rugiada
l’ombra di chi qui ha combattuto
aleggia, accende di vita le valli.
*
Il voto
I
Non ausculti più la fiamma
che divora il mio cuore in frantumi:
mi hai lacerato l’anima:
di un’altra t’importa la felicità!
Che lei, fatata, non sappia
il dolore che prova chi viene tradito:
senza amore si muore…
e tu la ami più di me!
II
No, non cedo alla vendetta
non desidero, pur trafitta,
che tu sia vile e volubile con lei.
La tua assenza mi strazia
ma la mia anima, spaccata
dal rimpianto, fa un voto per te…
senza amore si muore:
amala più di me!
III
Se soccomberò al dolore
sarà soltanto tua la colpa.
Il tuo tradimento mi ha scavato
la fossa, ma non voglio odiarti:
chiusa in bara tomba, chi sei
per me? Ti dimenticherò –
muore il non amato
e tu ama, amala più di me!
*
L’addio alla vita
Effimera vita, assassino sogno!
Via da me ogni azzardo:
ora è l’ora in cui la pupilla
esaurita ogni luce, non
imprigionerà più altri sguardi.
Ora è l’ora del delirare
che ammutolisce il cuore
della bocca trabocchetto
del petto che si scuote per
le vane figure del passato.
L’ora in cui il diadema
crolla dalla fronte dei re;
l’ora suprema della vendetta
in cui lo schiavo, finalmente
libero, si libra dalle catene.
Ora in cui la morte ci afferra
e raggela ogni desiderio:
dal fiore precipitano i petali
e l’anima, imbambolata,
ritorna senza memoria.
Che senso ha piangere
per i propri sogni quando
la morte solleva ogni peso
e lascia finalmente respirare
il cuore?
*
L’amore
Menzogna che ride e trafigge
sonno fatale della ragione:
l’amore non è che un sogno
di cui la vecchiaia è il risveglio.
*
Canto polacco
[“Elisa ha appuntato questa canzone poco prima di morire. La terza strofa è
incompiuta”]
I
Presso le impetuose acque del Dnestr
nei campi consacrati dalla morte di Zolkiewski
avanza con coraggio un cavaliere: è triste
il cuore palpita sotto la nera armatura
ma la mano non regge arma, accarezza il bianco
destriero che muove le fauci come una tigre.
II
È il mese dei fiori e l’aria è pura, piantumata
di gemme, ma a lui non importa della neve né delle rose!
Sogna gli occhi azzurri che gli hanno perforato
il petto come un amuleto, quell’unico fuoco
cerca tra gli specchi che decorano la sua anima
la dolcezza di quegli antichi sguardi d’amore.
Élisa Mercœur
*In copertina: Élisa Mercœur secondo Auguste Belin
L'articolo “Divora il mio cuore in frantumi”. Storia di Élisa Mercœur, la
poetessa abbandonata proviene da Pangea.
Gianfranco Lauretano – Il mantra critico oggi in voga, riguardo alla poesia
italiana contemporanea, è quello della frantumazione: l’impossibilità di
stabilire un canone, l’incapacità di indicare i valori poetici attuali e reali e
gli autori più importanti. La frantumazione, inoltre, segnala una rottura della
trafila generazionale, un’esplosione della tradizione in molteplici direzioni
contrapposte e prive di dialogo reciproco. La poesia attuale è stata definita un
“astro esploso”. Come si fa a ritessere un filo che appare evidentemente
interrotto già a partire dagli anni Settanta? Che ce ne facciamo della
tradizione se tutto deve essere nuovo, adeguato ai tempi; se dobbiamo fare i
libri come se fossero post dei social?
Salvatore Ritrovato – La prima cosa di cui bisogna liberarsi è l’idea che la
poesia debba essere aggiornata ai tempi. La poesia non deve essere aggiornata:
deve essere contro i tempi che viviamo. Deve essere “contemporanea” nel senso
usato da Agamben, per il quale contemporaneo è chi non si lascia accecare dalle
luci del suo secolo, anzi ne scorge la parte in ombra, l’oscurità, e questo buio
sa interpellarlo, cogliendone le pieghe e le contraddizioni; altrimenti non è
che intrattenimento. Se, prima di scrivere, faccio un’indagine di marketing e
scopro che i lettori vogliono poesie su come non si tocchino i sederi nei
supermercati, io scriverò quel tipo di poesia. Ma io non faccio indagini di
marketing: scrivo ciò che ho dentro, ciò che mi brucia dentro: le pomiciate non
mi ispirano, né in metropolitana né al supermercato. La prima caratteristica
della poesia è di essere contro i tempi.
GL – Dunque c’è un rischio: genuflettersi alla mentalità dominante. C’è un
ambiente, una nuvola di temi che devono essere usati a tutti i costi: la “poesia
di ricerca”, la poesia che non deve essere “assertiva”, ecc. Slogan. Espressioni
imposte da chi ha i mezzi per imporlo, da chi controlla editori, premi,
festival…
SR – Invece di “ambiente” userei “ambienza”, come la usa Gadda per indicare
l’astratto dell’ambiente. Ambienza. È questo che si intende quando diciamo che
bisogna essere contro il contemporaneo? Contro nel senso che non mi devo
accomodare nel tempo in cui vivo, ma verificarne i limiti, i nodi, le fragilità,
e guardare oltre, oltrepassare la soglia. Come altre arti, la poesia la smetta
di parlare di sé, abbia il coraggio di trascendersi. Faccio un esempio con…
GL – …tutte le immagini portano scritto ‘più in là’, come dice Montale
riprendendo Rebora.
SR – Sì, certo: ogni cosa porta scritto: “più in là”. Prendo l’esempio dalla
Costituzione. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, dicono, non perché
sia perfetta o esauriente, ma perché è “trascendente”: gli estensori sono
riusciti a non dire solo ciò che è giusto o buono, si sono lasciati guidare da
“principi-speranza” (citando Ernst Bloch) come libertà, democrazia, solidarietà,
lavoro, uguaglianza, fraternità. Di fraternità non si parla, non c’è un articolo
che dica “bisogna essere fratelli”, ma senti che quel principio c’è, perché non
serve vedere un aldilà o sperare in un mondo ultraterreno per immaginarsi
fratelli: si tratta di un principio che raccoglie tante leggi ispirate alla
solidarietà. Un principio metafisico, cioè che consente di andare oltre la
“fisica” della normativa. Se la poesia non adotta questo principio, la
letteratura resta ferma all’arte poetica di un Boileau. Una macchina perfetta
che rifonda il classicismo: che cosa bisogna fare per diventare poeti?
Frequentare una scuola di scrittura creativa. Applicare l’arte poetica. Ma quale
importante poeta lesse ai suoi tempi Boileau prima di mettersi a scrivere le sue
poesie? Oggi si vede che nell’ambienza poetica manca l’aria. Si può vivere in
una casa senza finestre? È un bunker, non sai più cosa accade fuori. Prima che
ammuffisca, apri finestre, fai una veranda: affacciati. Capisci che quella casa
è solo un punto qualunque dell’universo. È una casa in cui è facile nascondersi
e morire seppelliti: non resta che uscirne fuori, trascendersi.
GL – Una descrizione simile sembra adattarsi a certi poeti di oggi: la
poesia-bunker, la poesia che mangia se stessa, che si divora. Forse è questa la
poesia di ricerca? ma che cosa vuol dire ricerca?
SR – Se significa ricerca formale, allora la poesia rischia di ripiegarsi su se
stessa. A questo punto, preferisco Prévert, che non amava programmi e proclami:
ammesso che la sua non fosse poesia di ricerca, comunque era poesia vera,
com’era autentico ciò che scriveva e sentiva. Forse la poesia di ricerca è
quella “vera”…
GL – In fondo la ricerca è dovere di ogni poeta, nel senso che deve cercare la
forma più adeguata all’esperienza che vive e che vuole raccontare. Ma non è la
ricerca in sé. Tant’è vero che anche coloro che hanno trovato qualcosa alla fine
della ricerca, poi non ne hanno fatto nulla. Quindi, a che pro?
SR – Certo, non c’è dubbio. È la ricerca senza trascendenza della ricerca a
essere inutile. Guàrdati da fuori, considera la tua ricerca formale e rifletti
su ciò che stai facendo. Vuoi essere un poeta di ricerca: bene. E cosa hai
concluso? Hai cambiato il tuo modo di vivere o quello del lettore? Hai innescato
una metànoia?
GL – Andrea Inglese afferma che gli sperimentalisti storici, quelli della
neoavanguardia degli anni Sessanta, dei Novissimi, compresi i
neo-neo-avanguardisti degli anni Novanta, fino a quelli di oggi, non si
percepiscono come parte di una stessa filiera. La “poesia di ricerca”, nella sua
essenza autoreferenziale, non è nemmeno riuscita a diventare tradizione di sé
stessa.
SR – Non può diventarlo: questo è il paradosso. Se la neoavanguardia si
costituisce come tale, non può diventare tradizione, non può entrare in
un’accademia, istituzionalizzarsi, perché è, o almeno dovrebbe, essere
antitradizionalista. Parlare di “neoavanguardia” significa rifarsi a
un’avanguardia precedente, assunta come tradizione. Ma allora è più
avanguardia? Il gesto si fa una volta per sempre: tale è l’orinatoio di Duchamp
o la “merda d’artista” di Manzoni. Non puoi riproporlo, altrimenti è
maniera. Più vai avanti con le “neo”, più tutto si spegne: è come tentare di
accendere un fuoco solo con la brace; ci vuole legna nuova.
GL – Tu sai però che questo accade soprattutto fra i giovani poeti, magari
laureati. Trovi scritto – non sui libri, che non solo scrivono ma spesso non
leggono, ma su facebook – “La poesia è di ricerca o non è”. In che senso? È un
plagio generazionale mostruoso. Come dicevi tu: ogni “vera” poesia è di ricerca,
anche quella di Saba, che non amava l’avanguardia. La ricerca non è proprietà
esclusiva dell’avanguardia; è anche di Montale, di Zanzotto, di Pasolini, di
Caproni, di Luzi. Nessuno dei quali ambiva ad essere annoverato nella
neo-avanguardia. Oggi, però, non mi pare neanche una moda, ma un atteggiamento
dominante certa “trascuratezza” nei poeti. Non si riscontra un gran lavoro sulla
parola, sulla sua forza di espressione, si preferisce essere trascurati,
sciatti. Tante opere – anche di autori noti, pubblicati da grosse case editrici
– sembrano aver trovato una maniera che consente loro di non rimettere più in
crisi la parola e lo stile acquisiti: con poca fortuna e molto metodo, possono
fare, una dietro l’altra, anche dieci raccolte in dieci anni. Che cosa ne
pensi?
SR – Una volta esisteva la sprezzatura: una della più raffinate invenzioni del
nostro Rinascimento. Era un modo per non enfatizzare le proprie abilità: io so
scrivere versi divini, ma non devo ostentarlo, anzi questa qualità deve apparire
naturale, anche se è frutto di uno studio, l’artificio non deve sentirsi. Tutti
volevano la sprezzatura, ma pochi potevano permettersela: tra questi, Torquato
Tasso. È probabile che oggi, lontani da quella civiltà delle corti, per non
cadere nell’ostentazione, visto che la sprezzatura è impegnativa, si preferisca
la sciattezza. Oggi, il fenomeno che tu descrivi lo inquadrerei più
sociologicamente che stilisticamente. Penso ai ragazzi che per il giorno della
laurea indossano vestiti firmati ma con le scarpe da ginnastica: quasi a dire
“sono elegante, ma non ci credo”; e magari le scarpe costano più del vestito.
Allo stesso modo, scrivere in maniera sciatta risponde all’esigenza di far
capire al lettore che l’autore scrive poesie ma non si considera un poeta, come
se la poesia ormai appartenesse ad altri secoli. Se l’imperativo è stare al
passo con i tempi, allora perché scrivere poesie che vendono solo poche
centinaia di copie? Una volta il poeta pubblicava le sue Poesie scritte col
lapis (per citare una raccolta di Moretti), ma i suoi endecasillabi erano
eleganti, mai leziosi, persino facili; ora i titoli sono più complicati, a volte
cerebrali, e i versi sciatti. Un punto di non ritorno fu segnato da Satura di
Montale: “Ok, mi trattate già come un classico, ma per favore non chiamatemi
Poeta”. Montale entra in polemica con se stesso. Ungaretti non avrebbe condiviso
questa posizione: maggiore solo di pochi anni sembra appartenere a un’altra
epoca, com’è vero che muore nel 1970, e Satura è del 1971. Montale risente di
tutto il clima del ’68, dei processi di rivolgimento e riforma: cerca di
smorzare i toni, non è più il Montale che conoscevamo. Si potrebbe dire
che Satura è il suo esercizio di sprezzatura? No, non proprio. Tratti di
sprezzatura si vedono già nella Bufera. Satura contiene ancora una fede nella
parola poetica, indipendentemente da metro e rima. Il messaggio fu frainteso e,
a un certo punto, nessuno si sarebbe vergognato, davanti a un ospite, di
lasciare i panni usati in giro per casa, e i piatti sporchi nel lavabo, i letti
sfatti. Questo è confermato dal discorso del Nobel: Montale pare non creda più
in nulla, nemmeno nella poesia, ancor meno nel premio che riceve. Ora, una cosa
è che questo avvenga al culmine della parabola di un grande autore; un’altra è
che venga assunto a priori. Così non c’è più ricerca: si prende come dato
l’approdo amaro e disilluso di un grande autore e lo si adopera come stile
personale. La poesia-verso-la-prosa diventa maniera, moda, e se si va in questa
direzione, ci si adegua. Ma no! Che ciascuno trovi il suo passo. Una volta mi
hai fatto notare che una mia poesia era alquanto montaliana: una bella trappola
che avevo preparato a me stesso. Ci sono subito tornato al lavoro, è
fondamentale trovare un segno personale. Del resto, anche la moda si fossilizza
nell’arco di una generazione, dal momento che antropologicamente i cambiamenti
sono molto più lenti. Capita che chi scrive invece di an dare contro i propri
tempi, si adegui e magari si ritiri, si chiuda. La risposta,
minimal-crepuscolare, può suonare così: “Non scrivo più col lapis, tanto meno
con la macchina per scrivere, ma con la tastierina di un cellulare; pertanto mi
basterà parlare di cose infime scrivendo in modo infimo per non spaventare il
lettore il quale, a sua volta, scrive con il cellulare… Se questi trova una
parola come “ermo” o “erta”, si domanderà sgomento che sarà mai questo ermo?
Dovrà andare sul vocabolario, poverino! La poesia sciatta, invece, offre grandi
vantaggi: avversando la temuta tradizione, è altresì lontana da ogni brama di
ricerca, insomma si presenta come un altro polo deteriore della poesia di oggi
(avere la pretesa di scrivere su tutto, anche quando non vale la pena o non si
ha niente da dire).
GL – Penso, in questo contesto, a un libro come Trasumanar e organizzar. Quando
vi arriva, Pasolini non è un poeta sciatto: lui vuole scrivere bene, in modo non
di rado sontuoso e concettoso: sa scrivere, compone versi perfetti: le poesie di
Casarsa sono stupende…
SR – In Trasumanar e organizzar Pasolini sceglie la sciatteria come stile
eversivo contro ogni stile aulico o simil-aulico o anti aulico (come quello del
Montale di Satura): uno stile fortemente connotato, quasi a rovesciare o a
deviare in maniera definitiva la sua opera. Dopo questa raccolta che cosa
avrebbe ancora potuto scrivere Pasolini? Temo ben poco. E d’altra parte quello
stile rischia di diventare una moda. Trasumanar è una dichiarazione di poetica,
anzi un’ammissione di disperazione. È come se il poeta si domandasse se nel
mondo di oggi – con la vittoria schiacciante della società dei consumi, della
borghesia, della comunicazione, dell’informatica, dell’algoritmo ecc. – valga
ancora la pena faticare per trovare le parole giuste. Il mondo non lo merita. E
allora non resta che scrivere in modo sciatto, ma senza la stessa densità di
pensiero che Pasolini usa nei suoi libri. Se per Pasolini è un punto d’arrivo,
per molti altri invece è un punto di partenza. Così Cucchi, che vi è arrivato
sin dal Disperso, anche se poi è stato catalogato in una inossidabile linea
lombarda, contraffazione ideologica di uno slogan stilistico che Anceschi
adoperò, decenni prima, nel tentativo di cogliere un minimo comun denominatore
fra alcuni giovani poeti, destinati a un mercato editoriale nel quale non c’era
più spazio per la poesia.
GL – Vorrei porti una domanda sul Novecento, perché tu hai affermato che è un
secolo diverso dagli altri per vari motivi, a cominciare da quell’idea di un
canone minimo che riserva tre grandi poeti per ogni epoca; canone dal quale si
può dissentire, previa una proficua discussione. Ma hai anche osservato che il
Novecento è il primo secolo della storia umana in cui si verifica
un’alfabetizzazione di massa, e che questo comporta una moltiplicazione delle
esperienze poetiche, delle esperienze di scrittura e di lettura, perché molte
più persone hanno avuto accesso all’istruzione. Il Novecento ha quindi
registrato, in modo ampio, la presenza di una varietà di esperienze e dunque una
ricchezza inedita della poesia. Vorrei capire: secondo te, come bisogna guardare
al Novecento? Come possiamo riprenderlo in mano e valorizzarlo?
SR – Mi viene in mente una similitudine: c’è un albero il cui tronco,
all’inizio, cresce diritto, con qualche ramo che devia rispetto al ceppo
principale; a un certo punto si irrobustisce tanto che i rami si estendono in
ogni direzione, e sopra quei rami ne crescono altri, e poi rametti, foglie, e
così via. Il Novecento è come un albero maturo nato sul tronco della tradizione,
arricchitosi via via con nuovi innesti e ibridazioni. A irrobustirlo ha
senz’altro contribuito l’alfabetizzazione di massa. Al di là dell’acquisizione
dei diritti politici per tutti, insieme alla rivendicazione di una pari dignità
sociale (che non può esistere finché non sanno tutti leggere e scrivere, come
diceva Don Milani), l’alfabetizzazione ha permesso il recupero di vissuti ed
esperienza private maturate a livelli sociali e culturali diversi. Un esempio:
fino al Cinquecento e, in realtà, fino all’Ancien Régime, chi arrivava alla
letteratura, anche se di umili origini, poteva percorrere il cursus studiorum,
dalla formazione di base a quella universitaria, tra salotti e corti, a costo di
gran di sacrifici e solo con un po’ di fortuna. Nel Novecento, invece, anche chi
ha un’istruzione elementare può arrivare comunque alla scrittura (come prova la
messe di diari e memorie dei tanti soldati reduci dalla Grande Guerra); anzi,
non è necessario essere laureati – vedi Montale – per diventare poeti. Occorre
avere qualcosa da dire, e perciò è importante conoscere la letteratura, ma
soprattutto saper attingere alla propria o altrui esistenza come a un retroterra
di esperienze familiari, culturali, sociali ricche di verità umana. Pensa a
Rocco Scotellaro, il cosiddetto “poeta contadino”: definizione infondata, ma
utile a far capire come nella sua poesia – cólta a tutti gli effetti – vi sia il
recupero di una società, di una famiglia, di antenati ai quali sentiva di
appartenere, pur avendo compiuto studi importanti. In questo modo entra nel
sistema della letteratura non solo l’immaginario delle élites dominanti, ma
anche quello di altre classi, in estinzione o in ascesa, a lungo emarginate,
deprezzate, dominate. Se un tempo regnava una divisione fra letteratura alta,
letteratura bassa, paraletteratura, letteratura popolare, letteratura riflessa,
letteratura dialettale, e così via, nel corso del Novecento salta tutto. Chi
sceglie il dialetto non lo fa perché non sa scrivere in lingua, o per nostalgia
o per istinto regressivo, ma deliberatamente, nella consapevole ricerca di una
strada alla poesia. A cosa può servire cercare, per il Novecento, i tre poeti o
scrittori più importanti? Bisogna avere un’altra immagine del Novecento, cioè
non più una cima unica, ma un albero fiorente in cui ci sono rami che piacciono
di più a me, altri che piacciono più a te, altri ancora che piacciono a qualcun
altro, alcuni più robusti ma meno belli, altri più teneri e non meno
interessanti. Dobbiamo cambiare radicalmente l’immagine della letteratura.
Questo apparirà vero a chi voglia descrivere il secolo attuale, in cui siamo già
al venticinquesimo anno. Le cose si complicano perché non solo è possibile
accedere alla letteratura attingendo al proprio retroterra esistenziale e
familiare, ma si può addirittura portare sotto gli occhi di tutti, in modo
istantaneo, il proprio pro dotto tramite la rete. Ci sono siti che permettono di
pubblicare seduta stante ciò che si è scritto, ritenendo immediatamente che sia
letteratura. Alcuni di questi siti sono visitati da case editrici che
selezionano testi particolarmente apprezzati – che hanno molti likes – e li
trasformano in libri o romanzi. Così, uno si sveglia la mattina e scrive un
romanzo, o un racconto. Non esiste più alcun filtro critico: chiunque si
improvvisa poeta, scrittore, intellettuale, tuttologo. E su Internet quanti
tuttologi ci sono?
GL – Su questo affondo negli attuali mezzi di socializzazione mediatica mi
sembra che siamo già in un’altra fase rispetto al Novecento. La critica è
completamente evaporata. La poesia esiste ancora, e talvolta è molto buona, ma
la confusione dei mezzi di comunicazione, che sento chiamare “democratizzazione
della cultura”, è in effetti una plebeizzazione della cultura, ha prodotto una
massificazione che ha dissolto la virtù critica. Ha fatto decadere il gusto a un
livello tale per cui non siamo più capaci di riconoscere e definire il valore,
se non in termini sociologici – “questo libro è piaciuto a tanti, dunque vale”
–, o addirittura merceologici. Secondo me la frattura si produce con l’avvento,
su larga scala, del primo grande medium di massa: la televisione, negli anni tra
la fine dei Sessanta e i Settanta. Lì si spacca il Novecento, secondo le
indicazioni di Pasolini, il quale vide ciò che stava accadendo: il grande
cambiamento antropologico degli italiani, del popolo italiano, che è anche un
grande cambiamento nella poesia. Non a caso – e su questo ti chiedo un parere –
gli anni Settanta sono anni-chiave. Da una parte vi pulsa il grande Novecento,
perché negli anni Settanta ci sono ancora Montale, Bertolucci, Sereni, Luzi,
Caproni, Cattafi, Sinisgalli, Gatto, Betocchi, e molti altri. Dall’altra è il
periodo in cui esplode la neoavanguardia e in cui si affermano i nuovi autori:
penso ai neo-orfici, alla Conte e alla Milo De Angelis, e ai prosatori delle
“passioni grigie” alla Cucchi.
SR – Sì, è il periodo della “nuova poesia”. Sono anni di forte fulgore anche per
l’editoria poetica, che dopo un periodo di diffidenza riscopre la poesia, a fine
anni Settanta. Nascono tante riviste, dalle tendenze più diverse, e collane come
quelle di Guanda, e continuano a fiorire la ‘bianca’ Einaudi e “Lo Specchio”
Mondadori, senza dimenticare le prime antologie femministe e quelle di genere,
regionali, generazionali. E poi antologie diventate celebri come La parola
innamorata di Pontiggia e Di Mauro e Il pubblico della poesia di Berardinelli e
Cordelli.
GL – Sembra un periodo di gloria; si cita sempre la vicenda di Castel Porziano,
sopravvalutata. Ma in realtà la morte di Pasolini segna l’inizio della crescente
irrilevanza della poesia. Da una parte, come hai detto, l’alfabetizzazione di
massa avrebbe potuto far accedere alla poesia – se ben indirizzate – milioni di
persone. Quale occasione migliore di dire “Leggete poesia, vi insegniamo come”
nella scuola e nell’università? Dall’altra parte, però, si proponevano
Balestrini o Cucchi, che secondo me rappresentano l’inizio della fine della
poesia, fino all’irrilevanza odierna.
SR – Accade di tutto negli anni Settanta. Occorre sigillare la frattura già
indicata dalla neoavanguardia con una poesia che viene dopo, come
sopravvissuta: da un lato autori che chiedono alla poesia una parola salvifica,
orfica; dall’altro lato autori che si proiettano su un piano
ideologico-intellettuale, per cui conviene arrivare muniti di strumenti
raffinatissimi per capirli, e magari, una volta capiti, apprezzarli. Ma un
versante problematico, per inquadrare la crisi della poesia è anche la scuola.
Noi siamo frutto della scuola degli anni Settanta-Ottanta. I programmi
presentavano un Novecento parziale e incompleto ma bene o male arrivavano a
Pavese. Per accostarsi alla poesia bastava fermarsi tra Leopardi e Pascoli.
Asincronie, rispetto al presente, che hanno prodotto un sostanziale disinteresse
nei confronti della poesia, relegata alla voce, seppure alta, altissima, di
uomini appartenenti ad altre epoche. Se Pasolini può essere considerato il poeta
realmente ucciso – l’Orfeo sacrificato non più da baccanti, ma da criminali –,
questa discrasia temporale fra i programmi scolastici, fermi ai primi decenni
del Novecento, e un “secolo breve” sempre più aggrovigliato, sia pur
agonizzante, rappresenta una seconda morte, didattico-pedagogica. Qual è
l’effetto collaterale? Non si forma un nuovo pubblico della poesia. Hai parlato
giustamente dell’evaporazione della critica: ma la critica evapora se non ha un
pubblico a cui rivolgersi. I critici parlano tra loro un linguaggio sempre più
arcano e autoreferenziale. Il pubblico manca. Manca qualcuno che sappia dire:
“Perché dovrei leggere Edoardo Sanguineti? Perché non dovrei leggere Margherita
Guidacci?” La scuola non ha formato questo pubblico; l’università ha
temporeggiato dando vita a strane combutte amicali. I poeti stessi tendono a
costruire conventicole, parrocchie, club esclusivi. Così, alla fine del Duemila,
la lunga spinta del Novecento – Sereni, Fortini, Luzi, Zanzotto, ecc. – si
esaurisce con la loro scomparsa. I poeti nati negli anni Quaranta-Cinquanta non
riescono a proporre un nuovo modello perché non hanno un pubblico reale, e
ricevono sporadicamente il sostegno di lettori benevoli e accondiscendenti.
Siccome siamo nella “società dello spettacolo”, conta che anche la poesia goda
delle sue occasioni collettive: festival, salotti, premi. Ricordo un poeta di
quella generazione che lamentava anni fa di non essere mai invitato in
televisione. Gli suggerii di fare un corso da presentatore o di iscriversi a un
partito, se proprio ci teneva. E però non riesco a immaginare Fortini o Pasolini
che dicono: “non mi invitano mai in televisione”.
GL – Come faccio, oggi, a capire chi sono i poeti che valgono? Per la situazione
creata nella società italiana dagli anni Settanta in poi – spegnimento della
scuola, dell’università, dell’editoria, che funzionò finché Sereni dirigeva “Lo
Specchio” e Fortini lavorava in Einaudi –, e dall’altra parte il caos e la
frantumazione critica, poi aggravata dai social, io propongo questo criterio:
contano i poeti che hanno continuato il dialogo con il grande Novecento. Finché
sono stati vivi, è stato possibile incontrarli e poi leggerli “in presenza”,
fino ad oggi. Finché loro sono stati tra noi, eravamo ancora in continuità.
Diciamolo: i nati negli anni Quaranta-Cinquanta – Cucchi, De Angelis, Conte,
Mussapi – hanno scritto per reagire alla neoavanguardia. Persino qualcuno più
giovane, come Stefano Dal Bianco, con Scarto minimoreagiva alla neoavanguardia.
Poi è arrivata un’altra ondata di poeti, che invece se n’è infischiata e ha
ripreso il dialogo con il Novecento, quello che ha permesso alla poesia di
sopravvivere e le dà ancora qualche possibilità di riscatto. Io propongo questa
distinzione, tra chi ha tentato di innestarsi nella colonna vertebrale del
Novecento e chi l’ha interrotta, magari con uno scopo buono: salvare la poesia
dal tentato assassinio della neoavanguardia.
SR – Sì, ma qui occorre sfatare un annoso cliché che non saprei come definire:
la convinzione che la storia della letteratura sia marcata da un progresso
inesorabile. Non è vero: la letteratura attraversa le epoche per salti, scatti,
inversioni, sprofondamenti, riemersioni. Lo diceva anche Montale in una sua
poesia sulla storia. Non è vero che l’Occidente progredisce in modo continuo: ci
sono tramonti, aurore, deviazioni. È vero ciò che tu dici: io non ho cominciato
a scrivere confrontandomi con la neoavanguardia, che mi sembrava già inerme
sotto teca, ma alla ricerca del filo d’oro del Novecento. Un Novecento cui hanno
dato un contributo non solo le avanguardie, le correnti, le scuole, ma anche le
significative posizioni isolate di tanti autori. Un secolo progressivamente
imbalsamato, nonché vituperato e seppellito, con cui non abbiamo ancora fatto
bene i conti. Quando Luzi o Bertolucci scrivevano negli anni Trenta, ogni loro
testo aveva un significato che oggi, a noi, rischia di sfuggire: da una parte è
opportuno comprendere il loro punto di vista di ventenni che cercano una via
d’uscita da una società nella quale era rischioso esprimere la propria opinione;
dall’altra parte bisogna sintonizzarsi con i loro versi, tentare di comprenderli
alla luce di domande giuste, corrette, non anacronistiche. Una critica come
espressione di un dialogo libero e schietto. Così entriamo nel senso di una
letteratura nella quale un giovane poeta allora credeva sottraendosi alla
retorica del regime. Dialogando non metto da parte il mio punto di vista
soggettivo e non sottovaluto quello del testo che oggettivamente ho davanti.
Altrimenti non resta che tornare a vagheggiare il ritorno di Orfeo che però non
riesce, pur fornito di google-maps, a trovare l’accesso all’Averno. Come non
posso fare il neo-neo-avanguardista, così non posso fingermi, con tutta la buona
e ingenua volontà, neo-ermetico. Oltre un certo limite, la poesia invita a
buttare la maschera per andare incontro al lettore e costruire insieme una
comunità critica, alla ricerca di una parola che ci responsabilizza e in fondo
ci affratella.
*Il dialogo tra Gianfranco Lauretano e Salvatore Ritrovato, qui pubblicato in
anteprima, anticipa l’uscita de “L’anello critico 2025. Annuario della poesia
italiana contemporanea”
Le immagini in copertina e nel testo sono di Grandville, tratte da “Un autre
monde”
L'articolo La poesia è contro i tempi, altrimenti è intrattenimento. Dialogo tra
Gianfranco Lauretano & Salvatore Ritrovato proviene da Pangea.