Mi chiedo, da buon pisquano, che interesse dovrei avere di andare in libreria a
scegliere dei libri quando sul PlayStation Store posso comprarmi a 18,99 euro
videogiochi come Final Fantasy XV: ditelo a vostra madre e storcerà il naso –
invece, è sintomo d’intelligenza. Prodotti come questo hanno raggiunto livelli
di complessità e costruzione del mondo che la letteratura italiana ha smesso di
perseguire da tempo.
FFXV è uscito nel 2016 dopo dieci anni di sviluppo; ha richiesto, nel corso del
suo ciclo di produzione, tra le 200 e le 300 persone – nonché un budget fra i 50
e gli 80 milioni di dollari (escluso il marketing). Racconta la storia di
Noctis, un ragazzo privilegiato e irrisolto che esce di casa per sposarsi, sale
in macchina con tre amici, parte leggero e scopre che quello sarà il suo ultimo
viaggio da persona normale. Hajime Tabata, il creatore, ha dichiarato: il cuore
del gioco è il viaggio insieme agli amici, il rapporto padre-figlio rappresenta
uno dei pilastri della narrativa.
Nella prima scena non c’è nulla di epico: si spinge una macchina in panne
con Stand by me (appositamente interpretata da Florence + The Machine) in
sottofondo. Poco dopo, campeggio brandizzato Coleman, pasti preparati alla
griglia, foto cretine della giornata: un fantasy basato sulla realtà, un mondo
di dèi e demoni con pompe di benzina, noodle istantanei e cani che abbaiano
fuori dai motel. Narrativamente, concretizza in un gesto preciso: il lettore non
si affeziona alla trama, si lega alla complicità tra i personaggi. E quando la
storia virerà nel tragico saremo turbati dagli eventi in sé, certo, ma ancora di
più dal fatto che sia finita per loro quattro.
Si potrebbe riassumere FFXV così: un road trip americano applicato a un JRPG
giapponese, dove il viaggio in macchina è metafora dell’ingresso nell’età
adulta. Si attraversano una serie di riti di passaggio tra cui il primo grande
lutto: la morte di Regis, re di Insomnia, avviene off-screen per Noctis. Il
figlio la scoprirà infatti in televisione, come un qualsiasi ragazzo che assiste
al crollo del proprio mondo al telegiornale.
Allo stesso modo l’Anello di Lucis, ottenuto attraverso il sacrificio di uno dei
personaggi principali – qualcuno che brucia attraverso la sua assenza – è un
potere che consuma chi non è degno. Non offre nulla di miracoloso: non
conferisce a Noctis gloria, bensì morte. E quando nel finale il protagonista
accetta di morire sul trono completa la curva. Smette di essere il ragazzo ai
margini diventando suo padre, il re che si sacrifica per il mondo.
L’universo di FFXV concretizza tutta una serie di topoi dei JRPG. Un miscuglio
barocco di riferimenti (Roma imperiale, cattolicesimo, modernità occidentale,
mitologia targata Square Enix) per un risultato che genera un’atmosfera precisa:
una leggenda sporca, dove dèi ostili ti costringono a pagare il conto di un
passato mai vissuto. Se si esamina il lore di FFXV con l’occhio di chi tiene
corsi di scrittura creativa è un disastro: nomi, testi, divinità e profezie che
si accavallano, spiegazioni arrivate troppo tardi o di sbieco. Quando si smette
però di chiedergli la coerenza del manuale, e lo si inizia a leggere per ciò che
è, ne otteniamo un ritratto cristallino.
I libri della Cosmogonia sono fondamentali per capirlo: scritture sacre interne
all’universo di gioco, hanno il tono dell’Antico Testamento. Non spiegano per
rassicurare, proclamano per farti sentire piccolo davanti a una storia che
esisteva prima di te – e che continuerà dopo di te. Gli dèi non sono mai dalla
parte giusta: sono divinità lontane, indifferenti, quando non apertamente
ostili. Non ti aiutano perché sei il protagonista: ti mettono alla prova, ti
schiacciano, ti utilizzano come strumento. Nella Cosmogonia sono descritti come
esseri il cui pensiero trascende la comprensione umana: non cercano empatia, non
spiegano le loro scelte, non offrono misericordia. Siamo noi a dover dimostrare
qualcosa.
Noctis è una figura chiaramente cristologica, e priva di consolazione. Simbolo
della luce che si immola per scacciare l’oscurità e pagare il debito
dell’espiazione. L’iconografia è esplicita: il sacrificio del Re-Cristo, il
trono come Calvario, i Re del passato che lo trafiggono come una comunione
violenta di Santi. La tradizione non accoglie, uccide. E solo così riconosce. La
mitologia di FFXV promette solo che qualcuno dovrà farsi carico del male: ciò
che è divino non è buono, l’ordine cosmico non è giusto e il sacrificio non è
glorioso – è necessario.
Il ruolo del villain, Ardyn, mostra l’essenza della narrazione. Il villain
rappresenta una domanda in grado di farsi sentire anche dopo aver superato le
cento ore di gioco. Perché Ardyn, all’inizio, era il prescelto. Non un
usurpatore, né un mostro sfortunato: assorbiva il male del mondo su di sé per
purificarlo, caricandosi letteralmente addosso la sofferenza altrui. Eppure il
suo gesto non viene riconosciuto. Gli dèi e la dinastia dei re lo trasformano in
una discarica cosmica, sfruttandolo finché fa comodo, per poi cancellarlo dalla
storia.
Da qui nasce tutto. Ardyn non è immortale nel senso romantico del termine. La
sua è un’immortalità marcia, corrotta, tenuta in vita esclusivamente per
continuare a soffrire. E il rapporto con gli dèi si mostra emblematico: semplice
relazione di uso e scarto.
Ardyn è indirizzato, costretto e lasciato marcire. L’odio del villain non viene
davvero rivolto a Noctis, il bersaglio è il sistema: la monarchia sacralizzata,
la profezia, l’ordine divino che decide chi deve sacrificarsi e chi no. Ardyn
non contesta il sacrificio in astratto: contesta chi lo impone e con quale
diritto. La volontà implicita è devastante: perché io devo diventare un mostro
per assorbire il male del mondo, mentre voi restate puri, intatti, venerati?
Il villain di FFXV non vuole governare, non vuole vincere: non vuole sostituirsi
a Noctis. Il suo obiettivo è quello di far crollare l’impalcatura morale che
rende quel sacrificio accettabile. Per questo è vicino ai grandi personaggi
della tragedia: la persona giusta nel posto sbagliato, spezzata dal sistema, che
ora vuole trascinare tutto con sé. La sua presenza rende il finale di Final
Fantasy XV molto più amaro. Perché sì, il sacrificio di Noctis è necessario. Ma
Ardyn costringe il lettore a vedere che lo diventa a causa di un ordine cosmico
profondamente ingiusto. Non c’è armonia, né provvidenza, né equilibrio. Soltanto
qualcuno che paga il conto, ogni volta, al posto degli altri. FFXV fa una cosa
rara. Non ti consola. Ti lascia con l’idea che il mondo possa essere salvato
solo attraverso un sacrificio imposto da dèi – che non sono buoni – e da una
storia che non è mai pulita. Ardyn non è l’errore del sistema. Ardyn è la prova
che il sistema è sempre stato marcio.
La struttura stessa di FFXV è una di quelle cose che, sulla carta, sembrano un
errore. La prima metà aperta, dispersiva, svagata; la seconda parte che si fa
chiusa, lineare, soffocante. Un gioco che per ore ti lascia libero di perdere
tempo e poi, senza chiedere il permesso, ti toglie tutto. Eppure questa scelta
così sbilenca è una delle ragioni per cui la narrazione funziona. I grandi
eventi che avvengono fuori scena, il colpo di stato, la guerra, le decisioni
politiche, non vengono vissuti perché Noctis non li attraversa. Lo scopo della
narrazione non è quello di essere onnisciente: non ti informa, non si pone al
tuo servizio mettendoti al centro del mondo. Ti costringe ad abitare uno sguardo
limitato: quello di un ragazzo che all’inizio pensa solo a viaggiare, rimandando
tutto il resto. Nella prima metà si fa esattamente questo. Ci si perde in cacce
inutili, momenti fotografici, dungeon opzionali, battute di pesca, deviazioni
prive di senso. Insomnia e la guerra restano un rumore lontano, qualcosa che sai
esistere ma non ti riguarda davvero. Lunafreya, Ravus, la politica: conosci le
loro gesta per interposta persona, come notizie lette di sfuggita. Rappresenta
la fase della vita in cui il mondo va avanti e si è convinti di avere ancora del
tempo.
Poi, dal capitolo del treno in avanti, tutto cambia. La mappa si chiude, il
gioco smette di lasciarti respirare trasformandosi in un corridoio narrativo,
cupo, insistente. I toni si scuriscono: Niflheim, Gralea, Tenebrae in rovina.
Lo Starscourge avanza e il mondo diventa letteralmente buio. E il colpo finale
arriva con il salto temporale di dieci anni: torni a Eos e non la riconosci. Gli
amici sono invecchiati, segnati, stanchi. I luoghi che prima erano tappe del
viaggio ora sono infestati da demoni. Ciò che sembrava un ritorno è in realtà un
epilogo.
La struttura funziona perché è metanarrativa – facendoti sentire il rimpianto
del tempo buttato. Hai perso settimane cavalcando Chocoboco mentre il mondo
andava in rovina e ora ti si presenta il conto.E soprattutto rafforza il finale:
lo avverti, tutto è già successo, non resta che accompagnare la storia alla sua
ultima esalazione. Qui il respiro è millimetrico. L’ultima notte accampati
insieme. L’ultimo falò. Un momento in cui puoi parlare con Gladio, Ignis e
Prompto ma il messaggio è univoco: ti abbiamo portato fin qui, adesso sei
solo. E qualche ora dopo, la scelta dell’ultima fotografia prima di affrontare
Ardyn è il gesto narrativo più potente della narrazione. Una sola immagine da
portare con sé prima di morire. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi. Soltanto
una meccanica, narrativa pura: ti costringe a ripercorrere tutta la tua
esperienza e decidere cosa rappresenta la tua vita.
Infine, sul trono, i Re del passato trafiggono Noctis e lui li invita a colpire
con maggiore forza. È la rappresentazione più brutale dell’eredità: per entrare
nella tradizione occorre lasciare che ti uccida. L’epilogo, con Noctis e
Lunafreya in uno spazio sospeso, gioca apertamente la carta del sentimentalismo.
Ma a quel punto hai addosso almeno cento ore di strada, di notti in tenda, di
silenzi in macchina. E colpisce. Forte.
FFXV fa ciò che chiediamo alla letteratura quando smette di essere un compitino.
Perché ti fa vivere la parte noiosa della vita, perché ti lega a quattro
persone, perché racconta la crescita come perdita: perderai il padre, perderai
la fidanzata, perderai la normalità e infine perderai te stesso. È un ibrido
instabile: road trip americano, purezza da anime, mitologia pseudo-cristiana,
estetica occidentale filtrata dallo sguardo giapponese. Non sempre coerente.
Emotivamente devastante.
Perché quando tutto finisce si pensa solo a una cosa. Molto semplice, molto
vera.
Vorresti ancora una giornata in macchina insieme a loro.
Il punto è imbarazzante nella sua semplicità: in un videogioco come Final
Fantasy XV puoi restarci dentro per più di cento ore senza annoiarti. Nessun
riempitivo, nessuna cortesia: strada, ritorni, scontri e routine che si
accumulano e producono senso. Questo mondo non ha fretta di lasciarti andare,
non ti accompagna educatamente verso l’uscita, non ti tratta come un consumatore
da rispettare. Anzi, devi restare.
La narrativa italiana contemporanea risulta sempre più spesso costruita come
opuscoletto a servizio del lettore: libri che chiudi nel tempo di fare Fano
Torrette-Forlimpopoli con il regionale. Scendi dal treno con addosso la
sensazione di aver letto qualcosa di scritto bene senza che nulla ti sia rimasto
addosso. I protagonisti si chiamano tutti Giampirla, fingono di soffrire e gli
riesce nel modo giusto: riconoscibile, contenuto, presentabile. La fruizione è
misurata, innocua, a prova di barbagianni. È una narrativa che raramente
richiede tempo, dedizione o rischio. Ti accompagna all’uscita, con un Grazie per
avere viaggiato con noi su questo treno e nessuna pretesa di essere
ricordata. Quando esci da mondi vasti come quello di FFXV e apri un romanzo
italiano contemporaneo la sproporzione è umiliante.
C’è poi una ragione materiale, che di solito si finge non esista: un autore
italiano pubblicato da una grande casa editrice riceve, nella maggior parte dei
casi, un anticipo fra i 1.500 e i 3.000 euro. Stipendio simbolico per un lavoro
che dovrebbe richiedere mesi, se non anni, di concentrazione totale. Per dare un
ordine di grandezza: un animatore junior in uno studio giapponese o americano
guadagna la stessa cifra in un paio di settimane.
Lo scrittore, invece, dovrebbe costruire un universo, inventare una voce,
reggere una struttura, lavorare sulla lingua, sul ritmo, sull’architettura
narrativa: scrivere diventa inevitabilmente un’attività da ritagli, notti
rubate, fine settimana deserti. È un miracolo che qualcuno ci riesca. Ed è in
questo vuoto che prosperano le operette a servizio del lettore. Fino a pochi
anni fa relegate agli Autogrill, oggi catene fondanti di molte collane di
narrativa: traumi minimi, famiglie raccontate sottovoce, autofiction così
controllate da perdere ogni ragion d’essere. Una letteratura fatta di banalità
che registra il vissuto senza filtrarlo, come se raccontare fosse diventato un
atto di buona educazione – qua e là camuffato da titoli sciocchi come La vita
sessuale di Guglielmo Sputacchiera. Narrativa che ha smesso di costruire mondi
per accontentarsi di descrivere stanze.
A questo punto la questione smette di essere teorica e diventa personale,
materiale, misurabile. Io vivo di scrittura. Vengo pagato – e pure bene – per
creare strategie SEO e scrivere articoli su pomodori, lucidalabbra, insetticidi,
piastrelle, vacanze a Riccione. Qualsiasi cosa le persone cerchino su Google.
Lavori apparentemente insignificanti, privi di aura, senza alcuna ambizione
simbolica. Li scrivo con metodo e responsabilità: producono valore e risultati,
ottengo stipendi regolari. Insegno alla Scuola Holden, vengo contattato dalle
agenzie di comunicazione, nel 2025 ho formato più di duecento persone su come si
scrive davvero oggi: come si struttura un testo, come si governa l’attenzione,
come si produce senso in un algoritmo che non regala nulla. Scrivo, tutti i
giorni. Solo che lo faccio dove ha ancora senso farlo.
L’alternativa sarebbe investire una manciata di mesi in un romanzo italiano
contemporaneo: sottopagato, destinato a una circolazione gentile quanto breve.
Un libro che deve stare sotto una certa soglia di rischio, che non può essere
troppo lungo, troppo strano, troppo ambizioso. Un libro che nasce già pensando a
dove verrà presentato, premiato, difeso. Un oggetto di consumo da chiudere in
poche ore e non pretende nulla.
Scrivere narrativa oggi è un gesto di adattamento: si scrive per stare dentro un
perimetro, mai per infrangerlo. Si limano le asperità, si riduce il mondo, si
abbassa il volume dell’immaginazione. Il risultato sono romanzi corretti, molto
spesso ben scritti, a volte sinceri, necessari a un’editoria fondata
sull’inflazione. Opere che descrivono stanze perché non hanno i mezzi per
costruire mondi. E allora la scelta diventa brutale e limpida. Da una parte
posso passare cento ore dentro Final Fantasy XV, attraversando un luogo che non
ha fretta di lasciarmi andare, che richiede tempo, attenzione, labirinti che mi
fanno perdere, tornare indietro, cercare il punto di noleggio dei Chocoboco,
sbagliare. Un’opera che non mi tratta come un consumatore da compiacere, ma come
qualcuno che deve trovare da sé la via.
Dall’altra posso leggere – o scrivere – un romanzo pensato per non disturbare,
non eccedere, non pretendere troppo: un prodotto che finisce in fretta, si
commenta educatamente su Instagram e viene sostituito dalla successiva notifica
di Tik Tok.
Tra le due cose, oggi, non c’è davvero gara.
Quando un videogioco da 18,99 euro riesce a offrire più tempo, spazio, memoria e
più perdita d’orientamento di gran parte della narrativa contemporanea, il
problema non è il medium. È l’ecosistema che ha disintegrato l’ambizione. È un
sistema editoriale che paga poco, isola gli autori, premia chi è moderato e
scambia la rinuncia per profondità. Scrivere oggi, in Italia, non è difficile
perché mancano le storie. È difficile perché manca la possibilità di prenderle
sul serio.
E finché sarà così, finché la letteratura continuerà a ridursi a oggetto di
consumo tranquillo, finché verrà chiesto agli autori di essere visionari senza
fornire loro spazio, tempo e denaro il lettore continuerà a cercare altrove – in
un gioco, in una serie, in un mondo digitale – quella sensazione di vastità che
i libri hanno smesso di promettere.
Quando rinunci ai mondi non perdi solo lettori. Perdi ambizione. Tempo. Senso.
Nicolò Locatelli
*In copertina e nel testo: immagini tratte da Final Fantasy XV
L'articolo Ai romanzi italiani preferisco Final Fantasy XV. Sulla narrativa che
ha smesso di costruire mondi proviene da Pangea.
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In uno dei momenti più belli del libro, di primordiale bellezza, “Antonio
dell’isola delle Ghiandaie” fissa le stelle. Non riesce a dormire, eppure “su
tutta l’ampiezza del cielo e della terra regnavano una pace e una mitezza che
annunciavano il giorno”. Gli si fa al fianco un mandriano. Insieme, danno i nomi
alle costellazioni.
> “Quelle, disse Antonio, io le chiamerò ‘la ferita della donna’. Le chiamerò
> così perché fanno come un buco nella notte”.
Il mandriano offre ad Antonio il suo mantello; è freddo “per te che resti fermo
a guardare la notte”. Antonio continua a enumerare le stelle, a inventare i
nomi. Un grumo di luci, a est,
> “Le chiamerò ‘gli occhi’. Perché credo che siano come lo sguardo di colei che
> sta dormento e non ha ancora aperto le palpebre”.
È una scena straordinaria, potremmo trovarla nella Teogonia di Esiodo o
nell’Esodo, nei primi libri dell’uomo, epopee di stelle e di grandi cacce, di
duelli e di imperi d’erba, di genti selvagge e di domestiche bestie, di briglie
e di imbrogli. D’altronde, il compito di uno scrittore non è altro: assemblare i
nomi, assegnare miti alle stelle. Un libro è come una stele. Così, il cosmo
informe dà forma a una cronaca e dal caos si caglia armonia.
Jean Giono pubblica Le chant du monde nel 1934, per Gallimard. Diceva di aver
tratto quel titolo – che è poi un incanto, un incantesimo – da Walt Whitman;
amava Melville, di cui avrebbe tradotto Moby Dick; più che altro, l’incarnato
del romanzo, il più potente di Giono (ora, nella sgargiante traduzione di
Leopoldo Carra, per Settecolori come Il canto del mondo), è omerico. Ambientato
in un senza tempo da inizio e termine del mondo, tra età dell’oro e
apocalisse, Il canto del mondo parla di razzie e di vagabondaggi, di fuochi e di
fiumi, di patti d’amicizia e di atroci vendette, di terra e cielo, di amore e
morte.
La scrittura di Giono è armata di uno splendore petroglifico, si sente, in
sottofondo, un ritmo di tamburi (ascoltate: “All’alba le bestie vennero avanti.
Antonio vide uscire dalle ombre a occidente i tori con le corna a lira.
Spuntavano dai pascoli all’imbocco della valle, e subito il sole nascente si
posava sulle loro fronti”), una limpidezza nuova, che non ha lignaggio né trama
d’eredi. Mescolando Stendhal all’epopea di Gilgamesh, Jean Giono ha portato il
romanzo, creatura di città, nei boschi, a far leggenda tra gli acquitrini. In
questo libro – mai così sconfinato – appaiono le “uldre” e il “grongo”, “un
pesce che assomiglia al serpente”; c’è il sesso e l’assassinio; c’è un sentore
di sangue che rintrona la mente, che non dà pace.
Non bello ma volitivo, occhi grandi, di creatura d’acqua dolce, Jean Giono nel
’34 andava per i quaranta. Figlio di umile gente – il padre era un ciabattino,
anarchico, originario del Piemonte – era nato nel 1895 a Manosque, in Alta
Provenza, e fece di quel borgo – fondato dai Celti, abitato dai Romani,
saccheggiato dai Saraceni – il proprio eden, la scaturigine dei propri australi
romanzi. Avrebbe dovuto impiegarsi in banca, leggeva, nel tempo libero, Tacito,
Seneca, Virgilio, Eschilo; il successo del primo libro, Colline (edito da
Grasset nel 1929), gli permise di alienarsi dal mondo, di mollare la banca, di
allearsi alla scrittura. Mobilitato durante la Prima guerra, ne uscì sconvolto:
sperimentò l’imperio della macchina, il massacro privo di cavalierato, la
canaglieria degli Stati. Fu sui campi più duri – si fece Verdun, la Somme, lo
Chamin des Dames – assistendo alla morte degli amici. Sulla rivista “Europe”,
proprio nell’anno in cui pubblica Il canto del mondo, Giono scrive Refus
d’obéissance, uno degli inni più potenti contro il militarismo. Scrive “di non
aver ammazzato nessuno” durante la Prima guerra, di aver “partecipato agli
attacchi senza fucile o con un fucile inutilizzabile”. “Non ho avuto il coraggio
di disertare”, scrive. Poi l’onda d’urto di quello straziante j’accuse monta:
> “Ho annusato l’odore dei morti. Ho mostrato corpi in frantumi. Ho riempito le
> stanze di fantasmi lordi di fango, con le orbite succhiate dagli uccelli. I
> feriti gemevano sulle mie ginocchia. Quando ho detto ‘mai più’ tutti, in coro,
> hanno ripetuto ‘no, no, mai più’. Ma il giorno dopo riprendevano posto nel
> reggimento civile borghese. Ricominciavano a creare il capitale per il
> capitalista. Erano meri strumenti della società capitalista”.
Giono attacca l’ipocrisia del “regime borghese”, il sistema coercitivo del
lavoro cittadino, “ideato per assopirci, per instillare in noi uno spirito di
schiavitù”.
Agli albori della Seconda guerra, l’ardore pacifista di Giono fu preso per
tradimento: lo scrittore fu arrestato nel settembre del ’39; rilasciato, si
ritirò nella sua fattoria. Durante Vichy diede rifugio a transfughi ebrei e a
comunisti; le riviste di regime – il periodico nazista “Signal”, ad esempio –
parlarono con curiosità del suo “neoprimitivismo”. I resistenti non gli
perdonarono di aver pubblicato un paio di racconti su “La Gerbe”, il giornale
collaborazionista: prima cercarono di ucciderlo – piazzando una bomba, nel
gennaio del ’43, davanti a casa sua – poi lo arrestarono – dal settembre del ’44
al gennaio dell’anno dopo – infine lo processarono; il “Comité national des
écrivains”, con sarcastica pignoleria, gli impedì di pubblicare per un paio di
anni.
Poligrafo dallo stile vertiginoso, Giono scrisse L’ussaro sul tetto e L’uomo che
piantava gli alberi, i libri per cui è più noto, nei primi anni Cinquanta. Nel
1965 Marcel Camus trasse una versione cinematografica da Le chant du monde –
passata in Italia con il titolo, assurdamente hard, Ossessione nuda – con
Catherine Deneuve nel ruolo di Clara, la donna dai “grandi occhi di gesso e di
menta”, la tanto amata. Giono morì cinque anni dopo, nella sua dimora, a
Manosque, in pieno estro verbale (L’Iris de Suse era uscito da poco).
Per capire l’importanza di Jean Giono basta sfogliare il catalogo della
‘Pléiade’: otto tomi, di cui sei dedicati alle Œuvres romanesques complète. A
differenza degli “esistenzialisti”, Giono – il cui talento è d’altro conio, più
puro, di quello di Albert Camus – ha cantato la brutalità della gioia, le glorie
della carne. Amato da Henry Miller – che lo insediò tra i pochi, grandi
scrittori della sua vita – è l’esatto opposto di Céline – che lo sopportava a
tratti. Se uno è il cantore della notte e dell’oscurità, l’altro lo è della
luce. Jean Giono è lo scrittore dell’estate perpetua, dell’avventura totale,
dell’elemento primo, di preistorica eloquenza.
Non ammette lettori vili.
L'articolo Non ammette lettori vili. Vasto elogio di Jean Giono proviene da
Pangea.
“Perché non v’è punto qui/ che non ti veda. Devi cambiare la tua vita”. Fermo,
di fronte al torso arcaico di Apollo, Rilke formula un imperativo oracolo,
ascoltando ciò che muta come se parlasse. Non è la nebbia di una morale, bensì
l’esperienza di metamorfosi che ogni vivente, nel suo perire, impone allo
sguardo; un volto d’albero, un muro di spine, una foglia che cade, ogni cosa
diviene giudice muto e maestro metafisico.
È da questa soglia rilkeana, da questa “Schwere der Dinge”, che possiamo
avvicinarci a Christian Morgenstern e alla parte del suo animo nascosta tra le
fronde. Perché anche nel suo Blätterfall, in un quadro autunnale che raschia sul
bordo della meditazione morale, la natura non è sfondo, ma interlocutrice,
segno, terreno dove l’uomo impara la sua postura, la discrezione, il silenzio
assordante.
> “Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso
> le colossali figure del futuro e dell’antichità.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
Nato nel 1871 a Monaco di Baviera, Christian Morgenstern è solitamente ricordato
per le sue Galgenlieder, i suoi Fatti lunari (pubblicati in Italia da Guanda) e
per l’umorismo stralunato. Cresciuto fra pittori e febbri, fu poeta dalla salute
sempre inclinata, funambolo dell’assurdo prima che l’assurdo avesse una
capitale. Colpito da tubercolosi sin dalla giovinezza – malattia che lo portò
alla morte prematura nel 1914 – conobbe a lungo la stanza del malato; il luogo
in cui l’immaginazione impara a uscire prima del corpo. Da qui la doppia natura:
da un lato l’inventore di quei poemetti che sembrano nati in un teatro di
marionette composto da canneti metafisici; dall’altro, un autore capace di una
spiritualità calma, quasi orientale, nutrita di Steiner, di teosofie leggere e
antroposofia.
I frequenti spostamenti lo portarono a soggiornare alcuni mesi, tra il 1906 e il
1907, nel sanatorio per malattie polmonari di Birkenwerder. Qui lo studio del
Vangelo di Giovanni e degli scritti di Meister Eckhart gli procurò una sorta di
iniziazione spirituale che lo rese liminale. La poesia Blätterfall appartiene a
questa fase più meditativa e più “seria” della sua produzione; non trascende
l’ironia dei Galgenlieder, ma esplode una sorta di piccola filosofia in cui la
natura diventa maestra di saggezza tragica e di compostezza.
Caduta delle foglie
Il bosco autunnale fruscia intorno a me…
Un infinito mare di foglie
Si stacca dalla rete dei rami.
Ma tu, il cui cuore appesantito
Vuole condividere il grande dolore…
Sii forte, sii forte e taci!
Impara a sorridere quando le foglie,
Facili prede del vento leggero,
Ondeggiano e scompaiono.
Tu sai che proprio la caducità
È la spada con cui lo spirito del tempo
Supera se stesso.
Morgenstern dispone il “mare di foglie” come un teatro cosmico in cui l’uomo,
fragile spettatore, è chiamato a un’ascesi del silenzio: «Sii forte, sii forte e
taci!». Rilke avrebbe riconosciuto in questo comandamento la stessa disciplina
interiore che governa le Dinggedichte, dove il poeta non descrive la cosa, ma la
lascia farsi gesto, inclinazione, destino. Ciò che si perde si apre, ciò che
discende si libera. La poesia, nella sua apparente semplicità, si colloca così
accanto alla visione rilkeana del mondo che “stirbt und wird”, muore e diviene,
una visione che fa dell’effimero un’energia spirituale.
> “Cerchi che si tendono sempre più
> ampi sopra le cose è la mia vita.”
>
> Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore
Se Rilke ci insegna a far parlare le cose, Hölderlin ci mostra il gesto opposto
e complementare. La natura non è soltanto scena ma compagna di redenzione,
cornice in cui si misura il rapporto umano con il divino. La malinconia
dignitosa e la tensione verso una forma di abitare il mondo si incontrano in
Hölderlin in una poetica del mediamento. L’estasi del poeta è sempre una
mediazione che tenta di ricollegare la frammentazione moderna. In relazione a
Morgenstern, Hölderlin ci permette di leggere l’esortazione al silenzio come
forma di abitare il tempo. Il suo “sii forte e taci” risuona come regola
heideggerianamente prescientifica dell’abitare che Hölderlin, prima di tutti,
aveva posto come questione poetica.
Christian Morgenstern (1871-1914)
Lo studio critico moderno conferma questo aggancio; la natura come mezzo per
oltrepassare la contingenza e riconsegnare all’uomo una misura dell’entusiasmo
poetico. “Non coerceri maximo, / contineri minimo / divinum est.”,riporta il
lungo epitaffio sulla tomba di Ignazio di Loyola citato da Hölderlin
nell’apertura dell’Iperione: “Non essere limitato da cos’è più grande, essere
contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”. Così, quando Morgenstern invita
a “sorridere” davanti al fogliame che svanisce nel vento, chiede un atto di fede
nel ritmo dell’essere. Imparare dai cicli naturali a non opporsi alla perdita,
perché è proprio lì che l’anima comprende la misura del mondo.
> “Costruisco una tomba per il mio cuore, affinchè possa riposare; mi imbozzolo
> perchè ovunque è inverno; mi avvolgo nei miei ricordi contro la tempesta.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
A sorreggere questa interpretazione giunge Nietzsche, il vero “formatore” della
giovinezza di Morgenstern e colui che offrì un primo fondamento filosofico al
suo rifiuto emotivo dell’arida incultura guglielmina. Il vento leggero che
rapisce il fogliame non è, per Nietschze, minaccia, ma forza dionisiaca che
smuove la forma, afferma la potenza del divenire e spezza le catene della
malinconia reattiva. “Tutto va, e tutto torna”, scrive nello Zarathustra,
ricordando che la vita è un eterno ritorcersi di forme e di energie.
Il Blättermeer di Morgenstern, osservato nella sua fluttuante impermanenza,
diventa così una figura nietzscheana: la danza minima di ciò che continua a
vibrare mentre scompare. Il comando “sii forte” non è una severità morale, ma
una pedagogia del divenire; accogliere il mondo nella sua continua evaporazione,
senza cedere all’illusione di un centro stabile.
> “Voglio imparare sempre di più a vedere come bello ciò che è necessario nelle
> cose; allora io sarò uno di quelli che fanno le cose belle. Amor fati:
> lasciate che sia il mio amore d’ora in poi!”
>
> Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
A fornirci l’ultimo nodo, però, è Bergson, che con la sua filosofia
della durée (durata) sembra quasi commentare direttamente i versi finali della
poesia: “Tu sai che proprio la caducità/ È la spada con cui lo spirito del
tempo/ Supera se stesso”. La temporalità bergsoniana non è una serie di istanti
che si consumano, ma un flusso qualitativo, una “élan vital” in cui vita e tempo
coincidono come movimento indivisibile.
Il testo di Morgenstern, nel suo insistere sulla caducità che «sovrasta» il
tempo, può essere letto come poesia della durata: il fogliame che cade non
interrompe l’esperienza, la intensifica; la caducità è l’atto che concentra la
memoria e l’anticipazione in un presente vivo. Bergson sostiene che il puro
presente è un inafferabile avanzare del passato che divora il futuro, e così, il
sorriso che l’io consiglia è gesto proprio, modalità del presente che incorpora
il passato e prepara il divenire. Nella sinergia di Bergson e Morgenstern il
tempo smette di essere nemico e diventa materia plastica dell’anima.
> “E tutto è unanime, nel silenzio su noi,
> metà vergogna, forse, e metà speranza ineffabile.”
>
> Rainer Maria Rilke, II Elegia Duinese
In questo modo, il bosco autunnale non è più soltanto un luogo della malinconia,
bensì il laboratorio dove Rilke vede la cosa dichiarare la propria anima, dove
Hölderlin riconosce la ferita sacra dell’esistenza, dove Nietzsche vi scorge il
gioco in cui l’essere si afferma contro la gravità della fine, e dove Bergson
ascolta il pulsare segreto del tempo che si rinnova.
Morgenstern, sotto questa luce, appare come un poeta che conosce la leggerezza
del pensiero profondo; parla alla quiete, ma soprattutto parla del mondo intero.
Nel suo invito a sorridere mentre tutto svanisce, si cela un gesto ontologico,
una teologia dell’imparare che la vita non ci appartiene per durare, ma per
trasformarsi, per transitare, per brillare un istante prima di dissolversi nel
respiro dell’universo. Morgenstern, con la sua voce più lieve e più
adulta, trasforma una visione in gesto etico, in assentire, e tacere. Un tacere
che non è resa, un tacere che non è condanna.
Il mondo vive nel suo cadere e l’uomo cresce nella misura in cui impara ad
accompagnarlo senza rumore.
Tommaso Filippucci
*In copertina: la “sfera dei colori” secondo Philipp Otto Runge (1777-1810)
L'articolo “Sii forte, sii forte e taci”. Christian Morgenstern o della legge
del mondo proviene da Pangea.
In copertina, un particolare dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa: occhi che
germogliano da una piantina, stretta con malizioso garbo dalla santa. Era il
1994 e dell’autore – “nato nel 1941 a Rimini, dove vive” – si diceva, per lo
più, della biblioteca, la Gambalunghiana, di cui era, all’epoca, direttore,
“fondata al principio del Seicento, da un gentiluomo allampanato e funereo”. Il
romanzo – L’avvocata delle vertigini –, tra i più singolari e remoti del nostro
canone recente, nascondeva, tra l’altro, un altro libro, Ufficio del silenzio,
in cui si legge quanto segue: “Tacet. Come il colore bianco è la somma
misteriosa di tutti i colori, così quella lingua bianca che è il silenzio
accoglie paternamente tutte le parole”. Un monito, forse. Il protagonista,
Dominici, ricorda a sprazzi il Daniele Dominici de La prima notte di quiete,
l’eroe malinconico del film di Zurlini, ambientato a Rimini. Del libro si parlò
tanto, tanto fu tradotto: un autore italiano nel catalogo Adelphi era pura opera
di teurgia, quasi un’annunciazione; qualcuno paragonò L’avvocata delle
vertigini alla Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, noto romanzo uscito nel
1993: l’affinità è meramente editoriale.
Rispetto ad altri autori dal tardivo esordio – Francesco Biamonti e Gesualdo
Bufalino, ad esempio – Piero Meldini aveva già pubblicato tanto, per lo più
saggi, con l’amico editore di una vita, Guaraldi: tra gli altri,
ricordo Reazionaria, la prima “Antologia della cultura di destra in Italia”,
uscita nel 1973, Mussolini contro Freud (1976) e il ciclo “La cucina
dell’Itaglietta” (1977), che è poi una storia d’Italia, dall’età giolittiana al
fascismo alla “cucina del tempo di guerra”, attraverso la controcultura
culinaria.
Per lo più ostile alla cagnara letteraria, per lo più sulle sue, un isolato,
Piero Meldini ha pubblicato per Adelphi il suo libro più bello – L’antidoto
della malinconia, 1996, ambientato in un inquieto, coriaceo Seicento – e per
Mondadori quello che ritiene il più compiuto, La falce dell’ultimo quarto, nel
2004. L’ultimo libro, Italia. Una storia d’amore (la quinta: vigilia della Prima
guerra, tra Bologna e Rimini) è uscito per Mondadori poco meno di quindici anni
fa. Da allora, Meldini, senza dubbio uno dei grandi scrittori italiani di oggi,
vive in una veglia tutta sua: non ha più voglie letterarie, è quasi del tutto
refrattario al presente. I racconti radunati per Vallecchi come In disparte, in
silenzio (brutta la copertina “generata con AI”), così, fanno l’effetto di una
scoperta. Pochi – sedici – brevi – in tutto, compresa la Nota, il libro conta
centoquaranta pagine – sagaci, non scalfiscono il tema: il testo più recente è
del 2009. Eppure, per una sorta di sfrenata austerità, di spudorata sapienza, i
racconti di Meldini sembrano più moderni, freschi, scattanti, giovani di troppa
narrativa che infesta le librerie patrie.
Il racconto più bello – parere mio – è Dietro la grata: siamo nel Seicento, il
secolo narrativamente aureo e oracolare per Meldini, si parla di una giovane, di
fantomatica bellezza, confinata in monastero, di un diario mistico dalla
“scrittura insieme puerile e artificiosa”, di un donnaiolo attaccabrighe che
porterà al disfacimento la famiglia, non nobile ma capace in ricchezze. Il genio
dello scrittore, come sempre, si vede subito, fin dalla filigrana dell’incipit:
> “Sulla carta spessa, che crocchia e si accartoccia agli angoli, le righe
> corrono svelte. Le lettere pendono a destra, come investite da una corrente
> d’aria. Là dove la scrittura a un tratto si inalbera, graffiando il foglio, la
> porta avrà sbattuto”.
Si sente, cioè, in poche righe, il sapore di un mondo e il suo senso,
il suono dell’epoca. Lo scrittore gioca con gli astri, ha a cuore tutti gli
angoli della propria invenzione (soprattutto quelli invisibili al lettore). La
scrittura di Meldini rimanda – parere mio – ai racconti più riusciti di
Marguerite Yourcenar, quelli raccolti in Come l’acqua che scorre; lui cita, tra
i suoi lari, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Morselli, Buzzati. A Jorge Luis
Borges – autore che accompagna da sempre l’epopea letteraria di Meldini – è
dedicato uno ‘scherzo’ assai sugoso. In Pasticcio, il grande scrittore argentino
interpreta se stesso in vesti di cuoco: il suo piatto, naturalmente un
“capolavoro”, sortirà effetti mortali nella mente e nel corpo dei commensali. I
borgesiani di ferro riconosceranno nomi, temi, topografie, comunque esplicitati
dall’autore in nota.
Come ci si potrebbe attendere, Meldini – almeno in apparenza – guarda con
indocile sprezzatura ai suoi libri: nell’arco di un ventennio o poco più – mi
sono dimenticato di citare Lune, Adelphi, 1999 – ha pubblicato alcuni dei libri
indimenticabili della nostra tradizione recente, ma cosa gli importa… “Dubito
che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto”, tende a ripetere. Lo scrittore forse fa proprio questo: scrive per
cancellarsi – delle cose che ha scritto, gli resta un riverbero, una breve
nudità, lo sbrego sul margine, un manoscritto pervertito dall’uso. Forse la sua
icona è la farfalla – o l’effimera; i libri, intanto, fanno la crisalide. Il
resto – far vivere un libro, dotarlo di eternità – è compito nostro, è la gioia
dei lettori.
Che cos’è il racconto per te: il disegno preparatorio di un romanzo, un romanzo
abortito, a mala pena abbozzato, un’occasione che avvampa, lasciando dello
scritto un pertugio di cenere – e poco altro. O è molto di più?
Il racconto non è né un embrione né un concentrato di romanzo. È un’alternativa.
La scelta, cioè, di raccontare in un numero limitato di pagine una storia con un
capo e una coda: un inizio che inviti alla lettura e un finale appagante,
sorprendente o perturbante. A differenza del romanzo, che lascia il lettore
libero di indugiare, sostare e fantasticare sulle sue pagine, il racconto lo
prende per mano e lo trascina fino alla conclusione. Un buon racconto è una
parabola nel duplice significato del termine: una traiettoria e un racconto con
una morale. Meglio – molto meglio – se indecifrabile.
La quarta recita: “Tutti i racconti di uno dei più originali narratori
italiani”. Ti domando. Sono davvero “tutti” i tuoi racconti qui raccolti; cosa
significa, appiccicato a te, l’aggettivo “originale”; e poi, ti senti davvero un
“narratore”?
Sì, i racconti sono più o meno tutti quelli che ho scritto; i pochi assenti non
meritavano di essere riesumati. Credo (spero) che con “originale” lo strillo –
di cui non sono responsabile – intendesse appartato e inclassificabile, perché
di fatto è così che mi vedo. E sì, mi considero un narratore. Se non ho in testa
una storia, anche semplice, e dei personaggi – chiamiamoli pure fantasmi – mi è
impossibile cominciare un racconto; non parliamo poi di un romanzo. Non credo
che la bella scrittura sia autosufficiente.
Secondo i canoni – idioti si dirà – della casistica narrativa italica, hai
esordito tardi, nel ’94, non pubblichi testi ‘nuovi’ dal 2012, un secolo fa. Il
racconto più recente raccolto in “In disparte, in silenzio” data 2009. Perché?
Non hai più niente da scrivere? La narrativa è stata una delle tante stanze
della tua vita, ora sigillata?
Scrivere è per me molto impegnativo. Il risultato, dopo una giornata di lavoro
(e se sono particolarmente in vena, s’intende), è una mezza cartella di
testo. Sulla quale tornare poi non so quante volte e più per togliere che per
aggiungere. Non è raro che dedichi a un singolo passo una settimana e più di
lavoro accanito. Non è nemmeno raro che poi lo cancelli senza una lacrima. Un
lavoro così lento e faticoso ha bisogno di un contesto favorevole: un’editoria
che si assuma qualche rischio, una critica attenta e autorevole, una comunità di
lettori sufficientemente ampia e curiosa. Nel ’94, quando ho esordito nella
narrativa, questo contesto esisteva; nel 2012 le cose erano già molto cambiate;
oggi mi attenderebbe una terra incognita, ma presumibilmente inospitale, e alla
mia veneranda età non si ipotecano due anni di vita per essere letti da dieci
amici.
In Italia non si legge – tanto meno, si leggono i racconti, antica leggenda.
Perché?
Non so se i lettori italiani non amino i racconti. Quel che so è che gli
editori, a torto o a ragione, li considerano poco commerciali e preferiscono a
una bella raccolta di racconti un romanzo mediocre.
Due domande in una. Che cosa stai leggendo? Qual è il tuo libro che – agli occhi
tuoi – ‘resterà’? (Ne aggiungo un’altra, in coda: il libro tuo che desideri
svanisca nell’oblio, c’è?, qual è?).
Sto leggendo Sotto una stella crudele, un libro del 2017 che avevo
temporaneamente accantonato. Non è un romanzo. Sono le memorie di una donna
ebrea di Praga, Heda Margolius Kovàly, che in meno di un decennio era passata
dagli orrori del nazismo a quelli dello stalinismo. È una lettura che prende
allo stomaco. Andrebbe imposta (no, mi correggo: consigliata) a tutti quei
giovani che si proclamano orgogliosamente fascisti o comunisti. Ma, temo, con
scarsi risultati.
Dubito che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto. Potessi scegliere io, sarei indeciso tra L’antidoto della malinconia – il
romanzo a cui sono più legato – e La falce dell’ultimo quarto – quello che
considero il più maturo, per il suo equilibrio fra dramma e commedia. Tolto
qualche mio remoto saggio, che avrei potuto e forse dovuto lasciar perdere, ci
sono molti libri che oggi scriverei diversamente, ma nessuno di cui mi vergogni.
Anche i racconti – parere mio – confermano che ti trovi narrativamente più a tuo
agio in territori alieni ai più, a noi poveri scribi: il Seicento, l’Ottocento.
Lì, i tuoi tratti, mi pare, trovano una definitività indefettibile. È vero? Dico
sciocchezze?
È vero: ho con la contemporaneità un rapporto complicato, e non m’è del tutto
chiaro se non voglio o non so raccontarla. Mi domando, per altro, se i miei
siano davvero romanzi storici. Sì per la cura scrupolosa dell’ambientazione, a
prova di anacronismi; no per quel che riguarda l’intenzione di resuscitare
un’epoca. Ciò che a me interessava non era la ricostruzione filologica di un
determinato periodo storico, ma la trattazione di temi del tutto personali e
attuali, utilizzando però un “filtro” che mi consentisse di parlare di me stesso
senza compiacimenti e dell’attualità senza riferimenti alla cronaca. Lo
scrittore di romanzi storici finisce spesso, volente o nolente, per attualizzare
il passato. Io credo di aver fatto l’opposto: “storicizzare” il presente
proiettandolo in un’altra epoca.
Tra i racconti, spicca un tributo a Borges, che figura tra i tuoi lari – in
filigrana, vedo la grana della Yourcenar. Quali scrittori italiani tra i tuoi
maestri?
Gadda, innanzi tutto, al punto che avevo l’abitudine di rileggere ogni anno,
come un esercizio zen, La cognizione del dolore. Poi, in parte, Sciascia e
Calvino. Sicuramente Tomasi di Lampedusa. Landolfi, ma in modica quantità, e
Buzzati. Il Morselli di Contro-passato prossimo e Roma senza papa e il Soldati
dei racconti. E inoltre un bel po’ di scrittori ottocenteschi e del primo
Novecento, a cominciare da Svevo.
Pur nella scrittura spesso assertiva, serrata, severa, vedo l’ironia nera, un
piccolo Pan a disfare le sorti dei tuoi personaggi. Un gioco alchemico: il caos
che, in piccole dosi, rende dorata madama armonia. A tratti, la scrittura pare
un gioco – di specchi e di attese e di maschere. È così?
Sì, proprio così, e mi fa piacere che tu lo abbia còlto. I protagonisti dei miei
romanzi sono destinati a percorrere strade che li conducono fatalmente alla
catastrofe. Non ho deciso io di farli finir male, però: lo hanno in qualche modo
deciso loro. Nei racconti, invece, c’è lo zampino maligno dell’autore, che ha
scelto di collocare il veleno nella coda, non so bene se per far dispetto al
personaggio, al lettore o a se stesso.
L'articolo “Con la contemporaneità ho un rapporto complicato”. Dialogo con Piero
Meldini, lo scrittore più appartato e singolare d’Italia proviene da Pangea.
Riuscì a far ridere Thomas S. Eliot, il poeta cardinalizio, il poeta-papa, per
sempre serrato in una vaticana severità. Scrisse dell’“improvviso rimbombare
della risata di Eliot”. Scrisse di una risata che squarciava i cieli.
Nell’ufficio della Faber and Faber – in Russell Square, Londra – una fotografia
di Pio XII fronteggiava quella di Virginia Woolf, l’antica amica. La prima
grande intervista – di un ciclo mitico: “The Art of Poetry” – della “Paris
Review”, è firmata, nel 1959, da Donald Hall.
Trentenne – era nato a Hamden, Connecticut, nel settembre del 1928 –, Donald
Hall aveva il profilo del predestinato, dello straordinario genio. Licenza ad
Harvard, borsa di studio a Stanford, nel 1957 aveva curato, insieme a Robert
Pack e a Louis Simpson, una notissima antologia di New Poets of England and
America; Robert Frost – uno dei suoi lari: avevano giocato a softball insieme –
aveva accettato di firmare la compassata introduzione. Come poeta, Hall aveva
esordito, con Exile, nel 1952: il primo tomo di una bibliografia iliadica, che
finirà per accumulare una cinquantina di libri. Eliot era il suo mito.
Dodicenne, frequentava i ragazzi più grandi, che transitavano a Yale. Sentì
parlare di Eliot. “Con la paghetta che mi davano i miei, mi comprai l’edizione
delle poesie di Eliot. Costava due dollari e cinquanta centesimi. Decisi che
sarei stato un poeta per il resto della vita – decisi di dedicare almeno due ore
al giorno alla poesia, dopo la scuola. Continuo a farlo”. Un suo amico – “aveva
sedici anni, mi pareva un vegliardo” – gli aveva detto che “scrivere poesie è
come rapinare in banca. Pensai a Bonnie e Clyde. La cosa mi piacque da
impazzire”.
Figlio di buona famiglia – il padre era un uomo d’affari – Donald Hall, negli
anni, otterrà tutti i premi che possiamo immaginare. Un paio di Guggenheim
Fellowship – conquistati nel 1963 e nel 1972 – gli permisero di fare della
poesia la propria rendita. Nominato “Poeta laureato” degli Stati Uniti nel 2006
– un paio di anni prima a ricoprire l’incarico c’era Louise Glück, futuro Nobel
per la letteratura; lo sostituirà, nell’ambito ruolo, Charles Simic – quattro
anni dopo viene onorato da Barack Obama con la National Medal of Arts. Harold
Bloom lo ha inserito nel fatidico “Canone Occidentale”, insieme a Nabokov,
Raymond Carver, Cormac McCarthy, Philip Roth e Thomas Pynchon. In Italia, la sua
opera poetica è sistematicamente ignorata, chissà perché.
Ma torniamo ai primordi. Donald Hall aveva il culto della franchezza, la
capacità – rapace – di indentificare il ‘tono’ di un uomo attraverso uno sketch.
Eccelleva negli aneddoti, come se la parte – la briciola di un’esistenza –
racchiudesse in vitro il tutto. Dedicò la vita al racconto dei ‘maestri’,
all’incessante ricerca dei ‘padri’: all’assidua acquiescenza di troppi –
tradotto: l’estetica dei paraculo – preferì la sfacciataggine. Così, ad esempio,
rievocando l’antica intervista a Eliot:
> “Ci incontrammo preliminarmente a New York. Era tornato da una vacanza alle
> Bahamas, o da un posto del genere. Era abbronzato, snello, stupendo. Il che mi
> sorprese. Non lo incontravo da due o tre anni – nel frattempo, si era sposato
> con Valerie Fletcher. Che cambiamento! La prima volta che lo avevo visto, nel
> 1950, pareva un cadavere. Era pallido, curvo, rigido; tossiva
> ininterrottamente. Quell’uomo arcano, grave di antiche gentilezze, pareva
> adatto alla tomba. Fu così che lo rividi, più volte. Eppure, quel giorno era
> felice. Il secondo matrimonio lo aveva ringiovanito di vent’anni. Rideva,
> tenendo per mano la giovane moglie – era una persona totalmente diversa: più
> leggera, radiosa, disponibile”.
Eliot che ride – abbronzato – mentre impugna il braccio della seconda moglie.
Un’immagine capace di scardinare l’intero tempio di cattedratici pregiudizi
accademici. Memorabile – per stare in tema – l’aneddoto. Da Mr. Eliot – il vate
e il doge dell’editoria anglofona – si approssima un giovane poeta americano.
Chiede consiglio: vorrebbe iscriversi a Oxford, seguendo il sentiero di studi
percorso, quarant’anni prima, da Eliot. La risposta del poeta è spiazzante: “gli
disse di fornirsi di biancheria intima di lana, a causa della forte umidità che
trasuda dalle pietre di Oxford”.
Oltre all’intervista a Eliot – introduzione di Pasquale Panella, anno di grazia
2000 – l’unica altra cosa di Donald Hall tradotta in Italia è l’intervista a
Ezra Pound – introdotta da Mario Luzi, era il 1996, entrambi i tomi escono per
minimum fax, oggi veleggiano nel mercato secondario. In origine, l’intervista
esce nel 1962, sulla “Paris Review” – i poundologi la ritengono una delle
migliori mai realizzate da ‘Ez’. Hall incontra Pound a Roma, nel 1960 – “non era
ancora penetrato nel silenzio, ma il silenzio lo stava lentamente compenetrando”
– in un bar. “Il cameriere lo riconobbe, non ci aveva mai visti insieme, fece un
collegamento. Pronunciò alcune frasi in italiano. Non le capii. L’ultima parola
era ‘figlio’. Pound mi fissò, fissò il cameriere. Disse ‘Sì’”.
L’intervista a Pound va letta insieme a Fragments of Ezra Pound, formidabile
saggio biografico con cui Donald Hall chiude Old Poets. Reminiscences and
Opinions: uscito nel 1979, costantemente ristampato, è uno dei libri folgoranti
per comprendere la grande poesia americana del Novecento. Nella chiusa al lungo
testo dedicato a Pound, Hall parla di un “vecchio Odisseo senza Penelope né
Telemaco”, di un uomo che “non è salpato verso il Paradiso, ma ha scelto di
tornare nel proprio Inferno”, di “una navigazione che non ha trovato porto”, del
“vasto e nobile linguaggio di Ezra Pound”. Scrisse che “nessun uomo compie la
sua vita o i suoi Cantos, perché siamo tutti un cumulo di frammenti. Soltanto in
pochi solcano i mari”.
Nei ringraziamenti, Donald Hall cita Jane Kenyon, “che è dentro e oltre ogni mio
lavoro”. Si erano conosciuti ad Ann Arbor, Michigan, dove lui insegnava. Lei
aveva poco più di vent’anni, abitava lì, indossava una bellezza schiva e la
stola di un talento feroce, esatto, di quelli che per penuria di tempo terrestre
devono bruciare tutto. Donald Hall fu abbacinato da quella figura, al contempo
aggraziata e indocile. Si sposarono nel 1972 – vent’anni prima Donald si era
unito alla prima moglie, Kirby Thompson, da cui aveva avuto due figli. Nel ’75,
Jane e Donald mollano tutto – insegnamento, stabilità sociale, i fumi della fama
– per ritirarsi a “Eagle Pond Farm”, la casa avita degli Hall, presso Wilmot,
New Hampshire. Poco più di mille abitanti, campi, boschi, poco tempo per le
frivolezze, la dedizione dei monaci e dei pionieri. Fu un amore folle,
assertivo, confermato da una fede nella singolarità dell’altro che non può non
affascinare. Lavoravano la terra, cucinavano, cucivano poesia. Donald Hall –
poeta esuberante nel dominio della tavolozza lirica: capace di alternare la
forma ‘chiusa’ ai più arditi esperimenti modernisti – sapeva che era lei, Jane,
l’autentico genio: sapeva ascoltarla – sapevano litigare. Roso da un cancro al
colon, curato da lei, lui riuscì a venirne fuori, smagrito, smarrito, è vero, ma
coriaceo. Lei, curata da lui con la venerazione del pittore di icone, fu
stroncata dalla leucemia: morì nel 1995, dopo vent’anni di vita insieme, ai
confini di tutto il resto.
È difficile rassettare in altro modo la parola coniugale: una congiunzione che
trascende ogni altro essere, autenticamente terribile. Cosa che allea il cuore
all’astro. Donald Hall fu squarciato, la poesia pareva essersi disseccata in
Jane; la prima raccolta edita dopo la morte della Kenyon, Without, è una sorta
di mefistofelico requiem. The Painted Bed, a dire di molti, è la più bella
poesia di Donald Hall dedicata alla moglie: il letto coniugale è, al contempo,
zattera e tomba, ventre e arca. Il riferimento odisseico è implicito. Chiude
così:
“E ora giaccio sul letto dipinto
rimpicciolisco, concentrato
nel viaggio che inauguro
per dormire senza dolore
nella reggia dell’oscurità
il mio corpo accanto al tuo”.
Preferisco Weeds and Peonies – la leggete in calce all’articolo. È “la mia prima
poesia dettata dal lutto”: Donald Hall tenta di coniugare il proprio stile a
quello di Jane. Il risultato è forse una delle poesie più belle di Donald Hall
in assoluto. Non è un caso se l’edizione dei Selected Poems of Donald
Hall allestita per mano del poeta sia, in fondo, un gigantesco atto d’amore per
Jane Kenyon: è lei la vera protagonista delle poesie e del Postscriptum finale
(qui tradotto in parte). Siamo nel 2015 – Jane è morta vent’anni prima – Donald
muore nel 2018 – non pubblicherà più nulla.
Donald Hall e Jane Kenyon nel 1993
È raro scoprire delle ‘coppie’ letterarie; di solito, sono legate dal famelico
desiderio di agire sulla cultura del proprio tempo (penso al mostro bifronte
Sartre-de Beauvoir o Aragon-Triolet). L’unico legame analogo a quello tra Donald
Hall e Jane Kenyon è il rapporto Sylvia Plath/Ted Hughes. In questo caso, però,
le analogie sono per sovversione d’intenti e di stili: Sylvia & Ted raffigurano
– fino all’esasperazione, fino all’insopportabile – l’emblema della coppia col
cappio, della coppia cannibale. I due esistono per offrire materia da divorare
all’altro – inevitabile che uno soccomba. Passione che svasa in deliquio, in
lotta senza quartiere. Di entrambi, ricordiamo i calchi del rancore, la cagnara
lirica, gli omerici litigi, il sabba; un amore in forma di condor. Non credo sia
un caso che l’ultima opera di Hughes, la più nota (per frainteso), Lettere di
compleanno, sia quella meno efficace: per amare l’antica moglie, il poeta deve
farsi altro da sé, fino a modificare il proprio primigenio stile.
Diversi per genio umano e per nitore lirico, Donald Hall e Jane Kenyon si sono
fusi senza confondersi, si sono mangiati senza consumarsi – sono riusciti a
consuonare. Dando al matrimonio un’accezione bianca, in favore stellare, di
certo poco appetibile per i tabloid ma singolarmente eccezionale – per
l’eccezione che la accerchia – per la storia della letteratura; ancor più –
visto che la letteratura è cosa troppo piccola, infine futile – per il nostro
conforto.
Fu Peter A. Stitt a incaricarsi di intervistare Donald Hall per la “Paris
Review”. Era l’autunno del 1991 – “The Art of Poetry No. 43”. Trent’anni prima,
per quella stessa rivista, Donald Hall aveva intervistato Marianne Moore, la
gran dama della poesia americana, idolatrata da Pound, premio Pulitzer, adorava
Muhammad Ali e andava a vedere le partite di baseball con cappello a tricorno e
nero mantello. Anche Hall giocava a baseball: la copertina lo immortala con la
divisa dei “Pirates”, alacre in pinguèdine, nerobarbuto, savio incrocio tra un
personaggio dei Peanuts e un maestro sufi. All’intervistatore disse che da
ragazzino, dodicenne, adorava gli horror. “Qualcuno mi disse, se ti piace quella
roba, leggi Edgar Allan Poe. Lo lessi – me ne innamorai – da grande volevo
diventare Poe. La prima poesia che ho scritto, non è troppo macabra, ma imita
Poe”. La prima poesia di Donald Hall, serbata come un monito, fa così: “Hai mai
ragionato/ sulla prossimità della morte?/ Puzza in ogni angolo/ di notte
strilla/ ti insegue per tutto il giorno/ fino al momento in cui/ con voce ferma
e forte/ ripete il tuo nome./ Allora, allora, è la fine di tutto”. Il poeta
giocò con le parole. Tutto, all, suonava come il suo cognome, Hall. La fine di
Hall.
Chissà come si chiamano gli uomini che muoiono più volte. Per essere un poeta,
forse, un poeta deve morire le morti di tutti.
**
Donald Hall, Postscriptum
A dodici anni ho scritto la prima poesia – a quattordici ho deciso che avrei
scritto per tutta la vita. Non me ne pento. È strano, ma per me è una piacere
ripercorrere questa vita, fatta di così tanti altezze e così tanti abissi. Nasce
mio figlio, il mio carnefice; muore mio padre; sposo Jane Kenyon e ci
trasferiamo nel New Hampshire; Jane prospera e scriviamo poesie assieme; Jane
muore; io vivo, io invecchio.
Se leggo le mie poesie in ordine cronologico, mi accorgo del mutamento di toni e
di forme. Passo dalle strofe in metrica ai versi liberi; più tardi – per amore
del mio vecchio amore, Thomas Hardy – torno alle forme chiuse. Non tutti i poeti
cambiano stile come ho fatto io. La maggior parte si installa in uno stile. Come
accade per la maggior parte degli scultori e dei pittori: non potremmo
confondere un Cézanne con un Van Gogh.
Quando Jane e io ci siamo trasferiti qui da Ann Arbor, dove insegnavo, eravamo
felici del nuovo orizzonte. Amavamo stare da soli, in campagna, in compagnia
della poesia; trascorrevamo le estati a falciare il fieno con mio nonno.
Scrivevamo del luogo in cui stavamo vivendo. Scrivevamo l’uno dell’altra. Dopo
che Jane morì di leucemia, a quarantasette anni, nel letto dipinto della nostra
camera, per cinque anni non ho scritto che della sua morte. […]
Io e Jane lavoravamo assieme alle nostre poesie. Ignoravamo le prime bozze – è
una cattiva abitudine; occorre attendere che una poesia si solidifichi – quando
le poesie giungevano a una forma quasi definitiva, ciascuno si affidava
all’altro, il suo primo e fidato lettore. Quando ripetevo una parola –
un’abitudine acquistata da Yeats – Jane la cancellava. Quando usavo degli
ausiliari, li cassavo, così “stava piovendo” diventava “pioveva”. Jane liberava
i versi da metafore morte, sfinite dall’uso; sapeva la mia irascibilità
sull’argomento. Esultava quando ne rintracciava qualcuna, tra le mie bozze
“Perkins – Perkins ero io – ecco una metafora morta!”. Questi incontri erano
fondamentali, non sempre facili. A volte eravamo cortesi – nessuno dei due
faceva esattamente ciò che gli diceva l’altro. Ci aiutavamo moltissimo. Jane mi
ha salvato da mille errori: limava la mia connaturata esuberanza, correggeva la
sintassi. Di rado diceva che la poesia andava bene. A volte diceva “Ci sei
quasi”, altre volte “Perkins, hai lavorato bene”. Desideravo con ardore i suoi
elogi. Eppure, era essenziale essere privi di indulgenza. Ricordo una sera, era
il 1992, eravamo in soggiorno, lei leggeva il mio Museum of Clear Ideas, una
cosa del tutto diversa rispetto ai miei libri precedenti. Quando mi guardò,
piangeva. “Perkins, non mi piace!”. Mi fulminò, feci per piangere anche io, “Va
bene lo stesso, va bene lo stesso”, le dissi.
Quanto meglio scriveva, quanti più onori riceveva, tanto più mi preoccupavo di
non essere come Jane. Dopo la sua morte, non me ne preoccupai più. Scrissi per
due. La prima poesia dettata dal lutto, Weeds and Peonies, usa parola che
risuonano nell’opera di entrambi.
**
Erbacce e peonie
Sbocciano le tue peonie, bianche come squarci di neve
maculate di rosso nell’irsuto essere
nella tua cinta di prodigi, presso il portico.
Magnanimo fiore: lo porto a casa, lo metto
in una ciotola di vetro, a galleggiare – come facevi tu.
Piaceri ordinari, il contegno della memoria
soffiano come neve nel giardino disfatto
e soggiogano le margherite. Il tuo cappotto blu
svanisce verso Pond Road, diventa una tormenta
immaginaria: Gus ti è al fianco, la sua coda pinneggia,
ma tu non riappari, stanca e felice
e continui quarti di dolore appestano l’aria –
come la bestia che abbaia per tutta la notte
come il gatto che si stira, poi si accuccia
e sogna i lattiginosi capezzoli della madre.
Un procione ha decapitato il geranio nel vaso.
Fiori e radici sono uno strazio, a terra,
nel retro, dove i gigli cominciano
le loro escursioni quotidiane sul muro di pietra:
è la stagione delle rose. Cammino avanti e indietro
tra le erbacce – le peonie
fissano con esatto candore il Kearsarge:
l’hai vinto, una volta, indossavi scarponi viola.
“Torna presto e fai attenzione quando scendi”.
Le tue peonie inclinano l’enorme cranio
verso ovest. Vogliono cadere. Alcune, in effetti, cadono.
**
Gracida ghiaccio il Kearsarge; dai rami
la neve s’innerva sulla neve; nessuna fiumana, no:
si muove restando immobile. Stasera
portiamo legna a piene braccia
dalla legnaia di Glenwood e costruiamo un fuoco
per tenere lontana la notte dalla finestra.
Siediti vicino alla stufa Jane Kenyon
mentre porto il vino:
parleremo del tempo per passare il tempo
senza pretendere di poterlo mutare.
La tempesta esige di estinguersi
con macerie di betulle brillanti
in ginocchio sui sentieri coperti di brina.
Evita le previsioni meteo, che sorridono
felici per la tempesta
prendi il giorno così com’è
e il gelo non santificherà più queste vecchie vie
perché già urla la raganella, la primavera trotta
e il giorno è dato in dono proprio
a noi, i consoli di questo regno.
*
Pomeriggio in riva allo stagno
Fu luglio
e furono sedate le nere mosche primaverili
Furono pomeriggi verdi
sopra il muschio
presso l’oscurità di Eagle Pond: nei pertugi
delle forre sentiamo il richiamo delle strolaghe.
Quei giorni:
folli di fievole felicità e grida di falchi.
L’ambizione e la sua rabbia ci diede tregua
dimenticammo tutto
dimenticammo Jane Kenyon, non sapevamo chi fosse Donald Hall
sonnambuli, dardeggiavano sguardi su pagine dorate.
Un giorno
attraversammo i binari della ferrovia: tremavano
nell’obliquo sole di agosto –
chi dei due dormiva, chi leggeva
sotto la quercia, vicino allo stagno.
Poi caddero le ghiande – e quei giorni furono la nostra fine.
*
Ardore
Lei morì e urlai – il cane
era cupo e scappò via.
Ora non mi getto più
verso la parete
ricoperta di fotografie
non mi rivolgo più a lei
il mio “tu”, nelle poesie. Lei
è rientrata nel museo
di granito: JANE KENYON (1947-1995).
Ero vivo, al suo cospetto, ero
nel mio acme animale –
sentore di predatore.
La sua morte è la cosa peggiore
che mi potesse accadere –
prendermi cura di lei è stata
la mia benedizione.
Ma ora voglio chi non c’è
la donna dai volti volubili
e molteplici, che inventa metafore
e trita cipolle, che beve vino
mentre olia la pentola e canta
tra sé e sé perché cerca
di terminare una poesia.
Quando faccio l’amore, ora,
qualcosa non funziona.
L’autunno scorso una donna
mi ha detto: “Diffido del tuo ardore”.
Inverno, Florida:
odio le vecchie coppie
della mia età che passeggiano
tenendosi per mano, odio
la loro carne flaccida. Fisso
le giovani donne indignato
e lascivo: non sanno amare
né lavorare né morire.
Le ore scorrono lente, le settimane
vanno sulle rapide del nulla.
Sul greto di ogni giorno recito
i miei lamenti. Il dolore è illecito
e la lussuria, a letto, mi volta
le spalle: guarda da un’altra parte.
*
Orologio Luna
Come una zattera nella subacquea dimora
degli spettri, a mezzanotte, tra lumi e pozze
d’ombra, sotto la luce fumante della luna piena
che riempie di neve il soffitto, vado alla deriva
lungo la marea di gennaio, di stanza in stanza,
verso l’orologio a pendolo che batte come
un cuore: attendo la pausa in cui si apre lo stretto
spiraglio verso il riposo – lì le onde si bloccano
impennate, di pietra, come lunatici leoni di Micene.
*
Lupo coltello
dal diario di bordo di C.F. Hoyt, US Navy, 1826-1889
“Metà agosto, secondo anno
della mia prima spedizione polare, nevi e ghiaccio invernali
alle calcagna, Kantiuk e io
sfrecciammo con la slitta
lungo la Crispin Bay: cercavano i resti
della Spedizione Franklin. Ci abbatté la tempesta
e tornammo indietro e lottammo, cauti,
nella neve, per timore di mollare terra
avventurandoci su pianure di ghiaccio
alla deriva, abbandonati alla Provvidenza
dei mari.
Verso il tramonto
sentii ringhiare alle mie spalle.
Kantiuk disse
che due lupi, magri come le ossa
di una nave in naufragio,
ci seguivano da un’ora – ora
digrignavano i denti
preparandosi al banchetto.
Avevo poca carica per
il fucile: si approssimava il secondo
inverno, razionavamo le provviste.
Fu buio
non potemmo andare oltre
ci accampammo tra capanne
di ghiaccio – anche i lupi
si fermarono, ringhiando
appena oltre l’orizzonte
del nostro sguardo – sentivo
i loro artigli arpionare il suolo.
Kantiuk rise, disse che i lupi
erano rosi dalla fame. Alzai
il fucile, pronto a sparare al primo
sperando di spaventare l’altro.
Kantiuk mi tirò via il fucile
rideva ripetendo
che i lupi avevano fame.
Temevo che il mio vecchio
compagno di avventure fosse
folle, impazzito nella tempesta
tra cimase di ghiaccio
braccato dai lupi. Kantiuk
rovistò nello zaino, tirò fuori
due coltelli – turnok li dicono gli Inuit –
li affilò con fatica, da entrambi i lati:
avevano la violenza dei rasoi da barbiere –
si avvicinò ai cani, raspò con le lame
la bestia più giovane: zoppicava
da un paio di giorni.
Ricordo
che pensai di puntare il fucile
contro Kantiuk mentre mi passava
accanto, con i coltelli rossi
del sangue del nostro cane
che aveva mugolato e sofferto e ora
era lì, morto, mentre cugini
e zii, affamati pure loro, lo fissavano –
e conficcò i coltelli
nella neve.
Immediatamente
le vaghe grige forme dei lupi
si fecero solide, uscirono dall’oscurità
della neve, piombarono fameliche
figure simili a corvi
a leccare il sangue dell’acciaio affilato.
La lama lacerò a tal punto
la lingua di quegli esseri
che il loro sangue sgorgava
a profusione, e rimpiazzò quello
del cane e mangiarono furiosamente
più di prima, mentre Kantiuk rideva
tenendosi i fianchi
e rideva.
Risi anch’io
sollevato perché la Provvidenza
ci aveva concesso di vivere ancora
una volta – o forse perché trovavo ridicole –
così lontano dalla mia terra, il Connecticut
in condizioni così estreme – quelle
creature tanto avide
da ingozzarsi del proprio sangue.
Crollarono, esangui, prima
uno poi l’altro, nella neve:
Kantiuk recuperò
i suoi turnok
dopo aver tagliato
la carne più morbida
dalla coscia di uno dei lupi –
la mangiammo
grati, benedicendo il Creatore
che ci affama
e che ci sfama”.
Donald Hall
L'articolo “Scrivere poesie è come rapinare in banca”. Donald Hall o dell’ardore
coniugale proviene da Pangea.
Conte è una prosa lirica di Rimbaud che fa parte del gruppo delle Illuminations.
Secondo ciò che dice Paul Verlaine, quelle prose “illuminate”, scritte “durante
viaggi in Belgio, in Inghilterra e in tutta la Germania” – quasi vi fosse
una destinazione tra la topografia e la grafia – sono state completate nel 1875,
centocinquanta anni fa. Quei fogli, in disordinata armonia, portano il caos, una
coerenza aurorale li ancora – il primigenio ci sboccia addosso: leggi e gli
occhi sfarfallano, prendono il volo, si fanno libellule – fiere primizie in
piumaggio blu.
Conte, in particolare, è una sorta di efferata fiaba. Si parla di un principe,
sfiancato dalla propria generosità, che trova fervida giovinezza
nell’assassinio, nella perfezione in ferocia. Ciò che uccide, tuttavia, rivive,
lo insegue. La rapina è rapimento dei sensi; razzia è razzolare nel fondaco del
sé. L’incontro con il Genio – l’altro, ineffabile, se stesso – è il trauma della
“felicità indicibile, insopportabile”. Anche il principe, che tanto ha ucciso
per scoprire la verità dell’amore, muore – del desiderio intravide l’ombra,
l’effimera effusione.
Olivier Bivort – che ha curato l’edizione delle Opere di Rimbaud per Marsilio –
scrive che Conte è il punto di contatto tra Rimbaud e il “genere della fiaba”,
che è una prosa “alla maniera delle Mille e una notte”.
Il Principe a me pare Minotauro: il palazzo – il mondo – è la sua prigione. È un
Minotauro sapiente, però: uccide senza innocenza. Poiché è – ed è unico al mondo
– Minotauro (Asterione dovremmo chiamarlo), non desidera – vive nel desiderio.
Se il Genio, in questo gioco di specchi, è Teseo – l’altro volto di Minotauro,
il vero mostro, l’eroe che, per attitudine mitica, vive senza coordinata di
condivisione, solo per sempre – chi è Arianna? Di una fiaba conta ciò che non si
chiude, non si sovrappone: preveggenza che qualcosa possa davvero sanguinare.
Non si sguainano sguaiate risa, al cospetto della fiaba – la fiaba atterrisce
perché è inesplicabile.
Il testo – tradotto, ma, per effluvi del caso, restato lì quando ho costruito
una antologia di testi rimbaudiani– è questo:
“Un Principe, esperto in perfezione di generiche generosità, era sfiancato.
Ipotizzava catastrofiche rivoluzioni d’amore, pensava che le sue donne fossero
superiori a quella compiacenza lordata di cielo e di lusso. Voleva violare le
verità, l’istante del desiderio, del piacere originario. Che fosse aberrazione
del bene – voleva.
Per lo meno, possedeva il cuore dell’umano potere.
Le donne che lo avevano conosciuto furono assassinate. Che saccheggio nel
giardino della bellezza! Al lume della spada, lo benedissero. Non ne volle altre
– e quelle riapparvero.
Uccise i seguaci, dopo la caccia e la libagione – e lo inseguirono.
Godeva nello sgozzare le più superbe belve. Fece in fiamme i palazzi. Soggiogò i
popoli per spezzarli. Le folle, i tetti d’oro e le mirabili belve esistevano
ancora.
La distruzione eccita, la crudeltà ringiovanisce. I popoli non mormorarono.
Nessuno offrì il suo parere.
Una sera galoppava con fierezza. Giunse un Genio, ineffabile in bellezza,
inviolato a dirsi. Dai tratti e dalla postura, era la promessa di un amore
molteplice e complesso, di una felicità indicibile, insopportabile! Il Principe
e il Genio si annientarono, probabilmente, nella salvezza assoluta. Come
avrebbero potuto non morirne? Morirono, dunque, insieme.
Ma il Principe si consumò nel palazzo, a un’età ordinaria. Il Principe era il
Genio. Il Genio era il Principe. – Di sapiente armonia è privo il nostro
desiderio”.
Il caso, tuttavia, ha la sua piena e la sua risacca.
In una libreria genovese, “Bookowski”, qualche giorno fa, sepolto tra piramidi
di tomi, trovo un numero di “niebo”, la “rivista di poesia” ideata da Milo De
Angelis: il numero 6 del settembre 1978. Il numero – in azzurro acquerello,
presto sbiadito – è dedicato alla fiaba. Tra i testi, leggende polacche e
indiane – ridotte da Swami Vivekananda –, Una fiaba rumena e due fiabe di
Giovambattista Basile, il genio de Lo cunto de li cunti, tradotte e commentate
da Roberto Mussapi. Il centro della rivista è proprio il Conte, il Racconto di
Rimbaud, proposto in doppia traduzione, di Vincenzo Guarracino e di Valeria
Drovandi. In un commento – o meglio, evasione, diversione – al Racconto,
nell’ultima pagina di “niebo”, Milo De Angelis scrive così:
> “Solo ciò che è stato annientato è meraviglioso in un altro, dice Rimbaud: ma
> non ce ne accorgeremo mai per un confronto, non ce ne accorgeremo sputando sul
> suo viso di oggi, su quello che ne resta, facendo l’elogio del tradimento. È
> idiota credere nell’infedeltà, così vicina alla vita letteraria, al cartone
> animato della vita quotidiana, della vita scambiabile. E chi è ‘fedele’
> (fedele come un gatto, una fedeltà a bagliori, di legami dimenticati e vivi)
> sa che davvero c’è stato un solo amore e che lì la poesia non deve tornare
> mai”.
Benché Cristina Campo abbia scritto, e magnificamente, di Fiaba e mistero, anni
prima, credo che quel numero di “niebo” – un numero costruito da fanciulli
selvatici – tocchi il significato lancinante della fiaba. La fiaba respinge chi
cerca “pedissequamente di trovarne le cause”; la fiaba – mito in sconquasso,
verifica di una infanzia con l’arco a tracolla – non accetta chi “manca di un
trasalimento che lo porti via”. In quell’antico testo, Le fiabe e il secondo
bambino, De Angelis – sradicando i vari Propp, Bettelheim, Fromm e Dario Fo –
scrive che
> “le immagini di una fiaba cominciano a essere viste quando non sono più
> applicabili, quando i colori dei tarocchi sgorgano dal punto in cui non
> possono più essere adoperati, così come un gesto che credeva di essere d’amore
> diventa splendido quando l’amore non è più il suo scopo”.
Nell’evanescenza, nell’assenza di scopo – nell’assenza di una morale, la moria
della lettera – è l’essere all’assalto, l’essere assassino della fiaba. Di un
corpo ci affascina la scia; la perenne possibilità – non la perizia di ciò che è
perituro, quella perfezione dei troppi letterati anatomisti di oggi, affetti da
necrofilia, da necrosi dell’immaginare.
Il mito del labirinto – forse perché il labirinto è il mito della scrittura
stessa: ci si perde per ritrovare il bandolo, e nella perdizione qualcosa,
sempre, muore – è al fondamento della fiaba. Secondo il repertorio inanellato da
Robert Graves, è Arianna, innamoratasi di Teseo “a prima vista”, ad aiutare il
condottiero a uccidere “il mio fratellastro”, nel sonno, grazie al gomitolo
ordito da Dedalo. Il costruttore del labirinto è anche colui che conosce come
dissigillare la sua creatura (il labirinto è vivo ed è figura di Pitone, il
sacro serpe) – ma non può dissigillarlo: ne morirebbe. L’amore passionale vira
sempre nel sacrificio, ambisce al soffocamento: Minotauro ha opzione di potenza
sulla verginità di Arianna, per questo deve essere eliminato. Verrebbe da
chiedersi: chissà cosa sogna Minotauro.
Secondo una variante del mito riportata da Graves, Teseo avrebbe imprigionato e
condotto Minotauro ad Atene, “legato e portato in trionfo”, come un grizzly o
come l’abominevole uomo delle nevi – come un freak da cui trarre congrui
guadagni. Non si sa – secondo la nota versione del mito – se Teseo abbia ucciso
Minotauro “con la spada donatagli da Arianna o con le nude mani o con la sua
famosa clava”: le varianti conferiscono al racconto diverse accezioni, ai
personaggi diverse entità simboliche. Ma la fiaba, si sa, non accetta simboli:
azzanna.
A dire degli abitanti di Creta, per altro, Minotauro non è mai esistito; Arianna
si è innamorata di Teseo dopo che costui ha vinto le gare di lotta ideate dal
re, Minosse; Labirinto è il nome di una prigione, più letale di Alcatraz –
prigione venefica, prigione piena di serpentine, prigione-serpente.
Ardire ai penetrali del mito significa morire; infine, i protagonisti diventano
frange di carta, eventi in fumo. Torniamo a “niebo”. Così, ancora, De Angelis,
in idillio oracolare:
> “Non appena si spezza il filo che doveva condurlo fuori, Teseo vede che il
> labirinto si cancella, invaso dal vento radioso del Mar Egeo, e capisce che il
> labirinto era solo il progetto di uscire, guidato dal filo di Arianna. In
> mille fiabe, dalle saghe islandesi ai miti di Osiride, regna la grande scena
> dell’uccisione di Arianna, colei che crea la più buia prigione con l’offerta
> di una salvezza firmata. Arianna verrà ferocemente uccisa per aver scelto di
> farsi ringraziare”.
Che il labirinto sia un parto di Arianna – il luogo primigenio in cui
imprigionare l’amato, per poi farlo venire alla luce, contraffatto dalla prova –
lo pensava anche Friedrich Nietzsche. Ne scrisse, all’acme del delirio, quasi
che Arianna fosse l’esatto nome della sua follia:
> “Chi, all’infuori di me, sa cos’è Arianna! Mai finora qualcuno ha conosciuto
> la soluzione di tutti questi enigmi, e dubito che qualcuno abbia mai anche
> solo visto degli enigmi in tutte queste cose… Oh Arianna, tu stessa sei il
> labirinto: da te non si esce più fuori”.
Ringraziare: essere grati, affibbiare il colpo di grazia.
Nel suo ultimo libro – a tensione di testamento – La solitudine del
Minotauro (Aragno, 2023), Franco Rella sposta ancora l’asse del ragionare:
> “Teseo entra nel labirinto, entra nell’enigma partorito dalla gola del
> Minotauro. Un enigma senza fondo che certamente era sfuggito a Teseo: Abgrund,
> abissale, come suggeriscono i mistici tedeschi o addirittura più che
> abissale, Ungrund, senza fondo. Arianna aveva capito? Lo aveva almeno
> percepito? Lei ha spinto l’ignaro, ottuso Teseo perché con la spada o, come
> dicono, con la clava, chiudesse l’abisso, mettesse un fondo a ciò che non ha
> fondo, e suturasse la ferita che si era aperta nel mondo con la nascita di
> Minotauro. Forse per questo Teseo l’aveva abbandonata, sgomento per qualcosa
> che lo sovrastava e che sentiva muoversi oscuramente come un’aura funesta che
> avvolgeva Arianna. Per questa operazione che potremmo definire di igiene
> cosmica, lei ha avuto le nozze con Dioniso e, come alcuni narrano, è stata
> assunta tra le costellazioni”.
Chissà se è davvero Minotauro l’ispiratore di Labirinto, se è davvero Arianna
“la Signora del Labirinto”, creato dalla laboriosa intelligenza del filo,
un’intelligenza-vipera – la trama. Di certo, dopo la prova Teseo non è più se
stesso: il suo cuore monolite si è frantumato, si è fatto labirintico. Qualcuno
potrebbe dire: è Labirinto il vero protagonista del mito, la sola cosa viva; e
Dioniso se ne va con lui, legato al filo, cioè al guinzaglio, quasi fosse uno
dei suoi sgherri ghepardi. Lo senti ancora trottare. Lo senti soffiare.
Quanto al poeta: ci piacerebbe fosse Minotauro, Labirinto o Arianna. La fiaba
non specifica: è uno dei ragazzi offerti in dono al mostro; l’articolata
prigione è figura delle sue viscere.
*In copertina: M.C. Escher, Bond of Union, 1956
L'articolo “Solo ciò che è stato annientato è meraviglioso”. Ipotesi intorno al
Labirinto (cioè: di serpenti e di fiabe) proviene da Pangea.
Sandor Weöres pare una specie di Lord Jim della letteratura ungherese, un uomo
animato da una curiosità oceanica – e da una equivalente inquietudine. Nei suoi
versi, Weöres è sempre spiazzante: a volte adotta i toni di un filosofo stoico
tardoantico – nel suggestivo Terra sigillata –, a volte arma di immagini un
concetto, altre volte sorprende con bucoliche tenerezze. Le sue invettive contro
l’ardore bellico che anima l’uomo prendono la via della profezia più che del
pragmatismo; in Ore difficili, ad esempio, la lotta ha il nitore della ricerca
ascetica, la predilezione per la vita spirituale.
Nato nel 1913 a Szombathely, in Ungheria – il padre era un ussaro – Weöres ha
studiato legge, poi geografia, infine filosofia; ha esordito con rapace
precocità, pubblicando le prime poesie a quattordici anni, segno di una stimmate
interiore. Ha viaggiato – e vissuto – nelle Filippine, in Vietnam, in India, in
Italia; poeta dal cuore apolide, apolitico per estro, ha ingaggiato un
versificare che stringe l’assoluto, che fa lo scalpo alla Storia. Durante la
Seconda guerra, fu obbligato ai lavori forzati; rifiutò i diktat del “realismo
socialista” rifugiandosi in una poesia totale, capace di risvegliare dal torpore
i miti, altrimenti assiderati dalla “Repubblica Popolare”. Tra il 1949 e il 1964
la sua poesia fu considerata sgradita, ostile al suo Paese. Gli fu utile la
pratica del tradurre: trascinò nella sua lingua l’opera di Dante, di Petrarca e
di Leopardi; ha consegnato una versione sgargiante del Daodejing, molto letta
ancora oggi, e dell’Epopea di Gilgamesh. Sentì una certa sintonia con Thomas S.
Eliot, di cui tradusse La terra desolata. Per un po’, fu libraio, a Budapest.
Morto nel gennaio del 1989, Sandor Weöres è riconosciuto tra i grandi poeti
ungheresi di ogni tempo: nel suo paese gli hanno dedicato statue. In Italia la
sua opera è pressoché sconosciuta: nel 1984, per Vallecchi, Paolo Santarcangeli
ha curato alcuni suoi testi nel complessivo Trilogia di poeti ungheresi (insieme
a poesie di György Somlyó e di Sándor Rákos). In Francia, Sandor Weöres è stato
tradotto da Bernard Noël; nel mondo anglofono ha avuto la ‘benedizione’ di Edwin
Morgan, grande poeta scozzese (è stato il primo ‘Poet Laureate’, o meglio,
‘Makar’ del suo Paese) e grande traduttore (tra l’altro, del Beowulf, di Eugenio
Montale e di Attila József). Così ne scrive nell’edizione dei Selected Poems di
Weöres uscita da Penguin nel 1970:
> “Sandor Weöres è poeta proteiforme, di straordinario virtuosismo, capace in
> ogni formula lirica, dai metri complessi al verso libero, profondamente
> consapevole dei poteri musicali e ritmici che la poesia condivide con la danza
> e il rito, a tal punto che la sua opera sa fondere il sofisticato nel
> primordiale. Non sorprende, dunque, la sua visione assoluta della poesia,
> assolutamente ‘aperta’ a ogni possibilità di canto; non sorprende che non
> nutra simpatie verso i precetti socio-politici del Paese in cui vive”.
Leggendo Sandor Weöres – in calce, alcuni versi tradotti dalla versione di Edwin
Morgan – si percepisce l’indole del poeta come creatore di mondi, come re delle
stelle. Una condizione lirica, al contempo, ferina e piena di grazia, grata al
creato.
***
Momento eterno
Non affidarti alla pietra:
si sbriciolerà. Plasma nell’aria
l’istante che perfora il tempo
dall’aldilà all’adesso
veglia su ciò che l’ora ammorba
tieni stretto nella morsa
il tesoro – l’eternità, bilanciata
tra futuro e passato.
Come il corpo del nuotatore
è sfiorato dal pesce che fluttua
così ci sono momenti in cui
Dio è in te e tu puoi divinarlo:
lo ricordi a tratti, a bocconi,
sempre troppo tardi, in sogno.
Mastichi l’eternità
da questo lato della tomba.
*
Morire
Occhi di madreperla, acido sentore
di mele, scampanio di urla e passi
che balbettano, si addensano, gemelli
dalle enormi corna sogghignano
e affondano e trabocca il freddo e tutto
è azzurro, vasti elettrificati azzurri campi
aratri che lampeggiano e spine
che sbocciano sulla nudità del cielo
la terra ha le rughe, la terra è lebbrosa
ma scalpita un dolce nido selvaggio:
dal piatto si apre una luce puntinata, costante.
*
Bisbiglii nell’oscurità
Ti issi dal pozzo, bimbo. La tua testa è una pira, il braccio un ruscello, aria
il tuo corpo, fango ai piedi. Devo legarti, ma non avere paura; ti amo e i miei
nodi sono la tua libertà.
Scrivi sul cranio: “Sono forte, devoto, impavido, amo la casa e piaccio alle
donne”.
Scrivi sul braccio: “Ho tutto il tempo che voglio, non ho fretta: l’eterno è
mio”.
Scrivi sulla schiena: “In ogni cosa mi riverso, ogni cosa in me si riversa; non
sono continente, nulla può contaminarmi”.
Scrivi sui piedi: “Conosco la misura dell’oscurità, le mie mani sondano i suoi
lemmi; sono il solo che conosca il senso della parola abisso”.
Ora sei oro, bimbo. Diventa pane per i ciechi, trasformati in spada per chi ti
vuole.
*
Terra sigillata
Epigrammi di un poeta antico
Inutile investigare: so nulla. Un vecchio uomo che dorme, al risveglio è un
bambino – puoi leggere ciò che sai nei miei grandi occhi azzurri. Intravedo gli
acidi acini del sapere.
*
Un bambino dalle dita rosate accarezza le trote in riva al fiume: ne chiedo una
e lui risponde no, non ti darò nemmeno una trota autentica.
Vecchi profeti, cosa volete ancora da me? I ventiquattro prismi celesti – un
tempo vagavo cieco nel cuore e sapevo leggerlo.
*
Se vuoi la tua fortuna, ti svelerò chi sei, cosa ti aspetti – ma sono sordo ai
proclami – non ho più segreti da saccheggiare.
*
Dici di essere figlio di Dio: perché allora ti comporti come un mendicante?
Zeus, quando scende sulla terra, chiede pane e acqua, ha fame, come un
vagabondo.
*
Lo Splendente scende sulla terra e mendica nel fango – quando è nel suo
castello, in cielo, tra colonne d’oro, sogna di tornare quaggiù.
*
Il messaggero mira in alto: ecco il centro della terra!
Sopra la sua testa, il cielo si impenna, con un buco nel viso.
*
Bello il pino solitario, bella la rosa aureolata di api, bello il bianco
funerale, il più bello di tutto – l’unione.
*
I tesori dell’albero: foglie, fiori, frutti.
Li dona con generosità, avvinghiato agli elementi.
*
La foresta è pudica, il lupo muore all’ombra, senza dare notizia di sé – una
prefica pagata come si deve urla senza vergogna durante la sepoltura di uno
sconosciuto.
*
Se il cuore è saldo, il malfattore non commette errori mentre presenta bilanci
corrotti – ma si sbilancia, sbriciola in pianto e prova pietà per l’innocente
punito.
*
Il crimine ha una sua nobiltà, la virtù è sacra; ma che valore ha un cuore
inquieto? In quel caso, il crimine è un ubriaco furioso, la virtù un
carceriere.
*
Taglio il destino nel bocciolo: il mio cranio è la cupola celeste, le stelle
gravide di fato corrono lungo le sue arcate.
**
Segni
I
Il mondo intero è sotto la mia palpebra.
Dio si insinua tra la testa e il cuore. Ecco perché mi sento pesante. Ecco
perché è infelice l’asino su cui sono assiso.
*
II
Folle dei cieli: tu che versi il tuo viso sulle acque, qual è la ragazza che ti
svestirà della follia?
Grande santo, dopo aver nuotato in questo mondo sei arrivato al silenzio,
all’infinito vuoto – sei asceso fino all’abito di cristallo della sposa: e,
dimmi, com’è?
*
III
Uomo: risveglia la donna segreta, segregata in te; donna, illumina la tua parte
maschile: quando l’Invisibile abbraccia, penetra ogni parte di te.
*
IV
Grande è l’amore che ci getta nel vortice!
Grande è l’amore che ci attende mentre ci trasformiamo in un vortice!
*
V
Più delle nebulose afflizioni del cuore, più del dubitoso lavorio della mente –
compiaciti del mal di denti, per le energie che ti leva…
Solo le parole possono risolvere una domanda – ma ogni cosa ha in sé la sua
risposta.
**
Ore difficili
Il tempo delle cupe profezie è al termine: la Storia bisbiglia il suo Inverno
intorno a noi.
Uomo: potenza suicida nelle membra, veleno nel sangue, follia di cane rabbioso
nel cranio – nessuno può divinare il suo destino.
Vuole squartare i propri simili con nuovi strumenti di devastazione, vuole
ispezionarne le ossa; le sue sole conquiste: la perdita della ruota e del fuoco,
l’oblio del verbo, la vita a quattro zampe.
Che si districhi, che si sleghi: che rinunci ai suoi innumerevoli gesti da
marionetta condotti con ostinazione brulicante di vermi, alle sue attività utili
ad approvvigionare termiti – si commisuri all’ordine del mondo interiore.
I monti interiori, familiari e ordinari, sovrastano l’avidità individuale. Si
integrano tra loro, trovano equilibrio con il mondo esterno.
Questa è l’antica pratica: finora i flussi insanguinati della storia si sono
mossi ispirati dalla bellezza e dalla grandezza – ma ora è soltanto morte
inferiore, incessante processo di disumanizzazione.
In qualche culla un bambino in fiamme reca dono divini; neppure nei nostri sogni
potevamo prevederlo.
Come nei tempi passati si è svelata l’arcana forza del mondo materiale così
sveleremo i poteri del mondo interiore, incorporeo.
Nelle mani del bambino la lampada della ragione non ha tirannia: serve a
risvegliare le forze spirituali, le illumina, le mette all’opera.
Una volta, l’uomo era un grande conquistatore – in futuro, conquisterà se stesso
– allineerà le stelle al suo destino.
*
Montagna, paesaggio
Il fiume fende la valle
gli uccelli spettegolano.
Quiete verticale
case-volto-di-Dio:
levitano.
Più in alto, il canto di Nemo
il mulino sulla cima:
il ghiaccio si rompe, è brutale.
Sandor Weöres
L'articolo “Non ho più segreti da saccheggiare”. Vita & versi di Sandor Weöres
proviene da Pangea.
Nel discorso critico su Yves Klein torna spesso il riferimento alla sua
frequentazione della cultura orientale, sviluppata anche attraverso la sua
passione per il judo e da un viaggio in Giappone iniziato nel 1952 e durato
circa 15 mesi. L’influenza di una metafisica d’Oriente – definita dal concetto
di vacuità, il Śūnyatā del buddismo – portò Klein a considerare l’esistenza
dalla parte del vuoto e, talvolta, la sua arte espresse l’impossibile tentativo
di rappresentare un’assenza. Questa fatale attrazione spiegherebbe anche la
predilezione per il blu, almeno nella sua personale concezione: «prima c’è il
nulla, poi c’è un nulla profondo, poi una profondità blu». Il suo cammino verso
il nulla lo porterà a cedere «zone di sensibilità pittorica immateriale»: puro
niente, il cui commercio richiedeva un complesso rito esoterico, dove la
ricevuta d’acquisto della cessione veniva bruciata e dispersa nelle acque di un
fiume insieme all’oro puro con cui era stata corrisposta. Due testimoni, meglio
se due critici d’arte, presenziavano alla cerimonia. La cenere della ricevuta si
disperdeva e, per un istante, le sottili lamine d’oro facevano brillare tutto il
resto.
Arrivati a questo punto, ora che sembrerebbe difficile immaginare qualcosa di
più inconsistente, una testimonianza di Dino Buzzati ci descrive l’ultima
impossibile opera di Klein: il sommo capolavoro di una certa linea dello
sviluppo dell’arte contemporanea, da Duchamp in poi. Buzzati racconta che
l’artista, prima di congedarlo da Parigi dove i due si erano incontrati per il
rito di cessione di una zona di sensibilità pittorica immateriale, gli consegnò
un foglietto che egli avrebbe dovuto leggere solo al suo rientro a Milano:
> «[…] Prima del commiato [Yves Klein] tenne a darmi un foglio sul quale aveva
> scritto d’urgenza qualche cosa. Disse che era molto importante. Lo leggessi
> poi a Milano. Il foglio ce l’ho qui sotto gli occhi. C’è scritto: “A parte il
> rito della cessione delle zone di sensibilità pittorica immateriale, Yves
> Klein ha partecipato a numerosi salons ed esposizioni in Europa e negli Stati
> Uniti nell’anonimato più assoluto. Questo a partire dal 1956, soprattutto,
> Yves Klein ha pure venduto degli ‘immateriali pittorici’ senza alcun rito, e
> il nome degli acquirenti non può essere rivelato”».
In questa indeterminatezza, per cui Klein avrebbe potuto realizzare queste opere
o avrebbe potuto anche non averle realizzate, ritroviamo, almeno parzialmente,
l’interpretazione che Giorgio Agamben propone del Bartleby di Herman Melville.
Per il filosofo, Bartleby è una potenza che, in senso aristotelico, in quanto
tale si rifiuta di depotenziarsi nel passaggio all’atto. Bartleby è una potenza
che ha possibilità di fare o di non fare, di essere o di non essere; perché, se
avesse soltanto facoltà di fare o di essere, non sarebbe più una potenza ma un
atto compiuto.
Yves Klein e Dino Buzzati durante il rituale di cessione di una Zone de
sensibilité picturale immatérielle. Parigi, 26 gennaio 1962.
Nel «preferirei di no» c’è l’impedimento del raggiungimento dell’atto che
depotenzierebbe la potenza originaria, togliendole la possibilità di non essere.
Le lettere smarrite descritte nella parte conclusiva del racconto
rappresenterebbero le svariate possibilità di ciò che poteva essere: le tante
potenze che potevano verificarsi in atto, ma che non sono state: le tracce di
varie occasioni che ci sarebbero state se le potenze si fossero affermate
divenendo atti. Per questo Bartleby, suggerisce Agamben, sarebbe un Cristo
venuto per redimere non ciò che è stato, ma ciò che non è stato.
Anche Klein, nell’indeterminatezza del foglio consegnato a Buzzati, si
costituisce come potenza: un’energia che, in quanto tale, ha potere di aver
fatto o di non aver fatto e, dunque, di fare e di non fare. Nell’impossibilità
di riscontrare questi atti realizzati, ossia queste opere immateriali vendute
nell’anonimato in luoghi e tempi sconosciuti, Klein non depotenzia la sua
energia artistica, lasciando aperta la possibilità che non abbia realmente
realizzato la sua potenza in un atto.
Yves Klein, ex-voto di Santa Rita da Cascia (1961)
Certo, esiste la possibilità che questo foglietto sia l’invenzione della fervida
fantasia di Buzzati. Se così fosse saremmo comunque perfettamente in linea con
una funzione-Klein: ci muoveremmo dentro quello spazio a cui si giunge quando un
autore tenta di sviluppare quel che nell’opera di un altro autore è rimasto non
detto (o non fatto). Quello spazio in cui – lo stesso Agamben lo ha più volte
indicato – non si sa più se quello che si trova appartiene a un autore o
all’altro. Che questa del biglietto sia un’invenzione di Buzzati o di Klein
importa relativamente. Qui, in questo foglietto di fatale nichilismo, troviamo
il punto estremo di una tendenza di attacco all’opera d’arte come ente, il punto
oltre al quale non è possibile procedere. Si trattava, come scrisse Buzzati, del
massimo capolavoro di Klein, «fatto esclusivamente di vuoto, il vuoto di cui
egli era signore». Oltre questo punto, la morte: improvvisa e misteriosa,
all’età di 34 anni.
Antonio Soldi
*In copertina: Yves Klein fotografato da John Hammond nel 1961
L'articolo Yves Klein, il niente e la potenza. Piccolo discorso sul Bartleby
della storia dell’arte contemporanea proviene da Pangea.
La passione dell’inesteso
Fin dai suoi esordi, la prosa di Walser ha soggiogato lettori come Hesse e
Rilke, Kafka e Musil. Nessuno però ha sentito ciò che avviene in quella
scrittura con l’intensità e l’intimità di Benjamin. Ma per contemplare Walser
come mago taoista, artefice di una vera e propria riduzione dell’universo,
Benjamin dovette attraversare i territori, apparentemente remoti, della
grande Romantik.
A partire dallo studio giovanile sul Concetto di critica nel Romanticismo
tedesco, Benjamin ha sempre concepito la letteratura come una
particolare contrazione. La sua materia prima è il Witz, l’estensione minima
della scrittura, sia che essa si manifesti nella brevità conclusa e perfetta
dell’aforisma (Kraus) o in quella mobile e aperta del frammento (Novalis). Il
balenio fulminante del Witz invade la mente come un’esplosione silenziosa:
> «Tale abbagliamento – la luce sobria – spegne la molteplicità delle opere. È
> l’idea».
Questa frase apparentemente enigmatica di Benjamin si lascia comprendere alla
luce della teoria critica di Friedrich Schlegel (raccolta negli austeri volumi
della Kritische Ausgabe), secondo cui la riduzione estensiva della forma
coincide col suo potenziamento intensivo. Ecco il primato, nella critica
romantica, dell’inesteso: «Ogni idea witzig è un romanzo en miniature» (XVI, p.
205). Non l’opera ma il suo abbozzo, lo schema che contiene in sé le proprie
ramificazioni, il germe atemporale in cui si agitano tutti i futuri possibili.
Geniale ascolto di Leibniz, colui che «potenzia le cose verso l’interno in
piccolo» (XVIII, p. 50): semplice come una monade, il Witz precede ogni
distinzione logica, in esso tutte le contraddizioni e possibilità coabitano
indivise – per questo resiste al calcolo del pensiero rappresentativo e della
ragione strumentale. Di più: analizzare il Witz significa snaturarlo, torcendolo
fino a privarlo dell’onnipotenza che gli è propria. «Una sola parola analitica,
anche di lode, può spegnere immediatamente la migliore trovata di spirito» (II,
p. 149); «Il Witz è un puro gioco del pensiero [Gedankenspiel], mentre
l’intelletto lavora coi pensieri in vista di uno scopo e intenzionalmente» (XI,
p. 92).
È questo il dominio mentale dentro cui fioriscono i microgrammi di Robert Walser
(di cui Adelphi presenta ora un’antologia curata da Lucas Marco Gisi, Reto Sorg
e Peter Stocker, nella traduzione di Giusi Drago),l’innominabile territorio
della matita (Bleistiftgebiet) emerso da una scatola delle scarpe dopo la morte
dell’autore: più di cinquecento fogli ricoperti da microscopici geroglifici
tracciati a matita, alti due millimetri e ritenuti a lungo illeggibili –
emanazione di qualcosa che nel suo stesso apparire cerca di occultarsi.
Ma cosa dicono – o tacciono – i microgrammi? L’oggetto di questa scrittura è
la pratica della scrittura stessa:
> «questo componimento, per quanto breve, piccolo ed esile, eppure capace
> all’occorrenza di andar vagabondando nelle lande del sapere».
Interrogandosi più volte sulla natura di questo gesto («Ancora questa piccola
prosa, queste digressioni e diramazioni»), Walser si arrende alle «magiche
esultanze di un problema che forse non mi si chiarirà mai in tutte le sue
emanazioni».
*
Vita e scrittura: sostituzione
Come ha ricordato Blanchot, parallelamente alla poetica del Witz, l’arte
romantica concepisce «l’ambizione di un libro totale, una specie di Bibbia in
continua crescita che non rappresenti il reale ma lo sostituisca» – idea che
innerva il Livredi Mallarmé e il Passagen-Werk di Benjamin. Non l’imitazione di
una cosa, ma il suo incenerirsi nella poesia: la realtà non viene
descritta-imitata-indicata, ma sostituita da un gesto che nei suoi confronti non
è più trasparente e subalterno. La parola dell’arte si addensa come una nube,
che nell’opacità della propria caligine fa sparire la cosa. Del resto, per un
tedesco l’idea della ‘densità’ (Dichte) è immanente alla stessa poesia
(Dichtung).
Generare, nel gesto poetico, un cosmo parallelo – le prose e i versi che
compongono i microgrammi di Walser partecipano programmaticamente di
quest’ambizione romantica («Al momento vagheggio la creazione di un intero
mondo»), in un radicale ascolto dell’adagio nietzscheano del mondo diventato
favola («Ciò che scrivo sarà forse una favola… il mondo sembrava essersi del
tutto artisticizzato»). E la prima cosa che l’arte vuole sussumere, annullare e
sostituire è la stessa vita, la realtà opprimente, da cui l’anima è circondata e
ustionata in ogni istante. In questo senso, a un’ideale donna amata, Walser
scrive:
> «Ti vorrei svestire,
> come l’umanità vorrebbe liberarsi dal patire».
E se alcuni passi dei microgrammi potrebbero far pensare a un’idea di
letteratura come triviale fuga estetica («Il nostro istinto ci consiglia di
scrollarci di dosso tutto ciò che potrebbe essere adatto sia a frenare [il] volo
della fantasia sia a moderare [l’appetito], col che alludo chiaramente
all’appetito per la vita in generale, ove non sia più interessante chiedersi
come dominarlo»; «sarò sincero, non è da oggi/ che il coraggio mi manca di
vivere davvero,/ però vagando per le vie mai mi sono lasciato/ cadere, piuttosto
nei lidi del cuore/ ho oscillato dal pallido al rosato»), occorre vedere
la sistematicacostruzione parallela.
La copia del mondo è l’esposizione del mondo stesso: per questo
il Passagen-Werk di Benjamin non parla di Parigi, ma èParigi – nella misura in
cui essa si espone al cittadino-lettore nelle vetrine-frammenti dei
suoi passages. (Così anche i carpentieri di Rimbaud: Dans leur Désert de mousse,
tranquilles,/ Ils preparent les lambris preciéux/ Où la ville/ Peindra de faux
cieux). È la teatralizzazione integrale del mondo, dove il mimo patisce ogni
esperienza possibile per trasfigurarla sulla scena, aggiogando gli spettatori
nell’illusione di vivere i suoi stessi dolori e le sue gioie. Walser è chiaro:
l’attore è
> «un’anima costretta a subire ingiustizia che, a dispetto di questa
> ingiustizia, si riafferma continuamente e si impone, [appropriandosi] di tutte
> le sensazioni di felicità e di sventura, e rendendo partecipi di tale
> spettacolo gli spettatori».
L’opera assoluta – oppiaceo definitivo – è il canto delle sirene proiettato su
scala universale. Una musica che avvince nella dolcezza delle sue promesse,
sensuale velo di broccato che non cela nulla dietro di sé. In questo incanto
tutto viene assorbito, ed entrando nella melodia di questa finzione-illusione
ogni epoca e ogni evento scolorano, in una sincronia dissipatrice, dove la
singolarità concreta (l’evento) è sciolta nel morto tepore del liquido
circostante: «i nostri punti di vista e i nostri modi di agire si appianano e si
appianano di anno in anno, o forse anche di ora in ora» – parodia dell’estasi
mistica di ispirazione eckhartiana, dove l’anima
singola, apparentemente sussistente, sparisce e s’invera nella realissimaLuce
divina.
È Walser stesso a parlare di «un suono/ che sempre più si perde divenendo,/
riecheggiando, finché il cuore lo dimentica/ che pure l’aveva ricordato nei
giorni/ che vengono e vanno. Il ricordo consuma se stesso./ Alla fine sembra
quasi [quasi che] niente sia accaduto». L’idea che questo suono di oblio si posi
sulla storia – coprendone le grida e i dolori come un velo impenetrabile –
ritorna insistentemente. E questo incanto universale – a metà fra il canto delle
sirene di Omero e le dolci narrazioni di Sheherazade – è potente proprio per la
sua silenziosa ubiquità: la musica di cui parla Walser «non veniva udita da
nessuna delle orecchie presenti… La suddetta non serviva a essere ascoltata,
bensì piuttosto a mettere in relazione le varie corporeità e a [scorare] i
cuori, che essa sapeva trasformare in qualcosa di semplice» – un canto che
magicamente ha già trasformato il mondo in immagine.
*
Una regione senza nome
Il gorgo di questo programma estetico finisce per avvitarsi su se stesso,
accelerando forsennatamente fino a una nuova, lucidissima immobilità –
produzione del proprio contravveleno: come Benjamin, che oppose al programma
onirico surrealista la ‘costellazione del risveglio’, Walser scrive: «Sono molto
bravo a distrarmi, ma altrettanto bisognoso di riprender subito coscienza». Lo
scossone che risveglia dal sogno della parola incantatrice induce Walser a
dubitare della sua stessa capacità di controllare la scrittura: «Sono fin troppo
fine per essere fine./…/ vacillo nel mio essere/ che desidera il delitto/ e
rifiuta qualsiasi sorveglianza./ A stento so quel che dico/ le parole mi balzano
fuori come leoni/ dalla prigione della bocca». Il sogno è un sepolcro, la tomba
da cui lo scrittore risorge – obbligato a non poter dire lo sterminato, tremendo
paesaggio che il sonno-oblio gli ha svelato, nel terrore della guerra che si
consuma nelle sue tempie:
> «A me sembra spesso
> spaventoso quello che penso, e dalla notte
> esco come una tomba di granito
> e dal sonno spettrale come da un
> passato
> che scaglia intorno alle sue tempie
> pallide immagini di molte
> povere anime tormentate
> e solo al mattino la mia vita torna a rasserenarsi.
> A nessuno auguro di essere me.
> Solo io sono capace di sopportarmi:
> sapere così tanto e aver visto tanto e
> così niente, così niente dire».
Come scrive Benjamin, l’andamento di questa scrittura è quello del viandante, ma
un viandante ostacolato dall’ebbrezzadelle sue stesse parole: Walser «si
incorona bacchicamente di ghirlande di parole che lo fanno inciampare e cadere».
Questo pensiero che continuamente cade – nomade, innocente e svagato – è
consustanziale ai personaggi di Walser, perché essi «hanno dietro di sé la
follia, e per questo restano di una superficialità così straziante, così
interamente inumana, così imperturbabile. Se si vuole indicare con una parola
ciò che essi hanno di felice e inquietante, si può dire che sono tutti
“guariti”».
Intuizione decisiva: Walser non trova nella follia lo sbocco, la distruzione
redentrice del proprio itinerario speculativo, perché la follia è la sorgente, è
ciò che precede e innerva questa scrittura-incubo – la stessa ‘scrittura del
disastro’ che avrebbe poi forsennato l’ultimo Blanchot. Ma la follia di Walser è
l’invasamento, centrifugo e centripeto a un tempo, di una mente-tutto: è
Dioniso. I microgrammi walseriani sono il ritratto orfico del divino – lo
specchio infranto ricade in scaglie ustionanti, il loro rovinare disegna i
geroglifici a matita. La mania di questa scrittura è vera ‘guarigione’ perché
abolisce l’illusorio ordine del calcolo logico e del tempo, che divide
le cause (passato) dalle conseguenze (futuro). Regna e prolifera
l’irriducibilità degli infiniti casi possibili, granelli di sabbia
simultaneamente sparsi nel deserto infinito del cosmo. (Walser è lo scriba del
Nulla: pratica il dissolvimento dell’universo, la smaterializzazione del mondo
come sostanza – idea che dal solvere dell’operazione alchemica giunge
all’ossessivo auflösen del Malte rilkeano. In questo senso, il taoismo
walseriano trova la propria discendenza ideale nello gnosticismo di Beckett: il
bianco gelido e vuoto di Molloy, lo stridere dell’Inizio delle ultime prose).
La follia traghetta nella realtà l’impossibile stesso – per questo i due
scrittori più citati nei microgrammi sono Hölderlin e Nietzsche:
> «un insieme di impossibilità racchiude [l’]attuazione di una possibilità… il
> caso Nietzsche ha forse un’affinità con il caso Hölderlin».
Infatti, se in Vita di poeta Hölderlin è descritto come l’«eroe in catene»,
capace di vivere solo in e di pura libertà(attingendo
l’infanzia prelinguistica), nei microgrammi Nietzsche è il «filosofo propenso
agli entusiasmi», che
> «bisogna sempre tradurre in qualche altra dimensione, come se non avesse
> vissuto, amato, sofferto e imbastito-scritto volume dopo volume sulla Terra,
> bensì piuttosto su un pianeta straniero, bizzarro, ignoto».
Ma da dove scrivono Hölderlin e Nietzsche? Qual è il nome di questa regione
ignota, dove follia e innocenza si confondono?
*
La neve
Walser scrive che «vedere ed essere ciechi sono collegati… l’Illuminismo può
essere una porta della ragione aperta o chiusa». Questo passo richiama il
capolavoro Jakob von Gunten: «Gli occhi fanno da tramite ai pensieri e perciò li
chiudo ogni tanto, per non essere costretto a pensare». I personaggi walseriani
sono ‘guariti’ proprio in quanto liberi dal regno razionale dei motivi – del
pensiero come visione destinata a un calcolo, e del calcolo come guadagno.
Il luogo di questa forma di vita è il dono, il gratuito spendersi-spandersi, un
radicale ‘darsi via’ fino a scomparire.«Io amo colui l’anima del quale si
dissipa e non vuol essere ringraziato, né dà qualcosa in cambio: giacché egli
dona sempre e non vuol conservare se stesso», dice lo Zarathustra di Nietzsche.
L’oltreuomo – che torna nella dépense di Bataille, nell’idea di dispendio
autoassolvente – è un Gesù sine glossa: «Chi cercherà di salvare la propria vita
la perderà [ἀπολέσει], chi invece la perde [ἀπολέσῃ] la salverà» (Lc., 17, 33).
Il verbo ἀπολέσω, ‘perdo’, nel senso di lasciar distruggere il perduto, traduce
l’ebraico אבד: ‘perdere’ come perdersi, come essere perduto – o anche smarrirsi,
errare come un disperso (Is., 27, 13).
E se la scrittura di Walser è l’andare di chi inciampa nelle parole ebbre e
guarenti, nella prosa e nella poesia dei microgrammi prende forma questo dono
radicale, talmente gratuito da essere automatismo involontario – l’impossibile
da raggiungere mutato in necessità meccanica. È questa gratuità insostenibile a
rendere la scrittura di Walser tanto spaventosa:
> «Oh, questi rapporti basati sul dispensare pane… Proprio qui stava il
> prodigioso, l’impareggiabile, che lei gli dava il pane come un automa, in
> tutto e per tutto. L’automatismo era il bello della faccenda. Questo brano in
> prosa lo scrivo anch’io in modo del tutto meccanico, debbo confessarlo, e
> spero che ti piaccia proprio per questo. Mi auguro che ti piaccia al punto da
> farti tremare. Che sia per te, in un certo senso, una prosa terrificante».
Per questo in Jakob von Gunten gli apprendisti dell’Istituto Benjamenta (la
scuola dei ‘figli della felicità’) non imparano altro che servire: donarsi fino
alla fine è possibile solo se si rinuncia anche al pensare stesso, alle
volizioni in esso implicite. La pura libertà – felicità raggiunta – sta in
questo progressivo annullare ogni attaccamento, per questo nei microgrammi si
legge che «chiunque abbia un po’ di rispetto per la [pur]ezza delle cose [cerca]
la disaffezione piuttosto che l’affetto»;
> «Voglio essere gentile con le persone, ma a patto di poter magnificamente
> rinunciare a tutti quanti… La mancanza di pretese è un’arma, forse una delle
> più splendide che ci siano».
La volontà di un io (inesistente, pura illusione) e la sua brama di possesso (su
cose che sono anch’esse fantasmi) è sconfitta dall’innocenza del desiderio puro,
dall’anelito del Nulla che opera un santo rimpicciolimento:
> «chi desidera è piccolo. L’amore in quanto tale è grande, mentre il desiderio
> è un bambino. Quando il grande desidera, diventa piccolo».
Walser sa di essersi inoltrato irrimediabilmente in un regno che non ammette
ritorni («Con questa storia assurda mi sono perso in territori sconosciuti»): in
questa scrittura – dove i rapporti spazio-temporali della vita delle galassie e
di una passeggiata in montagna pomeridiana coincidono – è possibile abbandonarsi
al flusso di questo graduale, placido sparire. Fino a quell’inesteso che
coincide, come germe potenziale, con l’intero universo.
È il sentimento di Empedocle, il brivido di una vita traboccante, la gratitudine
di chi si tuffa nell’Etna – o inciampa nel candore della neve. E se nei Fratelli
Tanner Walser profetizza la propria sparizione con cinquant’anni di anticipo,
scrivendo di una morte sopraggiunta durante una passeggiata nella neve, nei
microgrammi insiste con incomparabile dolcezza sulla giustizia di un simile
compimento:
> «Con ardore la neve si stringe al cuore ogni rumore, si trasforma in una casa
> dove regna il silenzio».
Tommaso Scarponi
*In copertina: Robert Walser (1878-1956)
L'articolo La scrittura-incubo. Sui microgrammi di Robert Walser proviene da
Pangea.
Per il suo funerale scelse il salmo 139 – “tenebra mi annulla/ la notte è luce
su di me”. L’amico Liam Rector, postura plastica da poeta, declamò i versi
di Let Evening Come e Otherwise. Il celebrante accordò, a cappella, le note
di Amazing Grace.
Aveva già opzionato il suo loculo, Jane Kenyon. Quindici anni prima, insieme al
marito Donald Hall, in una terra siglata da cespi di betulle e granitiche querce
del New Hampshire. L’acquisto officiò il matrimonio della coppia con il luogo –
l’amena cittadina di Wilmot. Nell’avita tenuta di ‘Don’ – ove Jane giunse, si
congiunse alle donne che ne avevano albergato le stanze.
*
Si erano sposati per affetto, dunque per difetto, nel 1972. Accademico, il fato,
con seducente banalità, dirottò la Kenyon, studentessa, presso il seminario di
scrittura creativa di Hall all’Università del Michigan. Non emerse per talento,
non affiorò per avvenenza. In dote, gli recò, imberbe, i suoi versi acerbi. Lui
era reduce dall’unione con la prima moglie, Kirby Thompson – corredata di due
figli –, la Kenyon da una liaison imbozzolata nella gioventù.
Condivisero l’amore per la poesia, una carnalità consueta e i gatti. Scarsamente
appassionati, si amarono per conforto. Fu un legame di miti vertigini. Alle
nozze intervennero i parenti stretti. Jane non riportò memorie scritte di quel
giorno. Unico sigillo, a testimonianza, il regalo di sua nonna Dora – una copia
rilegata in pelle bianca della Bibbia di Re Giacomo.
Consacrazione di un epilogo, per il ventiduesimo anniversario Hall le donò un
anello di tormalina rosa serrato da nove minuti diamanti. Lei lo battezzò
“Please, don’t die”. La leucemia stillava piena egemonia. Jane Kenyon aveva
appena intessuto le sue poesie più fauste. Morì un anno dopo, il 22 aprile 1995.
Aveva quarantasette anni.
*
Coronata d’alloro al tempo stesso – fu Poeta laureato del New Hampshire – se ne
andò insignita di lirica reputazione. Dunque, in pace. Mal tollerò l’opprimente
veste di poeta moglie di un poeta e avrebbe disprezzato postumi riscatti
femminei alla Sylvia Plath. Pure, credette di abdicare alla vita. Ma preferì
morire da poeta, che da suicida.
> «La mia fede in Dio, soprattutto l’idea che un credente è parte del corpo di
> Cristo, mi ha impedito di farmi del male. […] Quando ho sofferto talmente
> tanto da desiderare di non essere viva o cosciente… mi sono detta: “Se ti
> ferisci, ferisci il corpo di Cristo, e Cristo è già stato ferito abbastanza”».
*
Oppressa dalla depressione – bipolare al focolare – generò Having It Out with
Melancholy, versi afflitti d’atrabile e farmacologica soggezione. In epigrafe
s’appellava a Čechov, suo mentore insieme a Keats. Depressione e poesia – come
patogeno endogeno.
A stringare il morbo nel verbo, le scarne righe di Suggestion from a Friend –
“Non saresti così depresso/ se davvero credessi in Dio”.
Rigettò ogni visione romantico-terapeutica del rapporto fra malattia e
scrittura. Piuttosto, se ne avvalse per scopo clinico, cinico – la poesia per
aumentare la comprensione della patologia. Pare prossima, di spirito e
d’intenti, a Margiad Evans – autrice che sguainò la poesia contro l’epilessia.
Rifiutò, dunque, di recitare il melodramma – promosso da certe poetesse – della
rosea invasata, dell’artista rosa dalla follia.
*
Votato a una mistica domestica – mai addomesticato – il suo verso divora nella
dimora. Visuale, aurale, a scorporare dal corpo, mistico sito, il rito del
poetare – irrompe lo Spirito Santo. Errante presenza – di stanza in stanza.
Jane Kenyon è poesia-annunciazione, poesia-apparizione, poesia-redentiva.
Gregory Orr velatamente l’annoverò fra i poeti post-confessionali – la poesia
autobiografica come bianca arma di sopravvivenza e riconciliazione col mondo. Di
trasformazione – l’uso della lingua a emendare l’esperienza. Era disposta a
capitolare, per non ricapitolare – in versi – la vita.
*
Madrina dell’anti-canone delle Plath e delle Sexton, Jane Kenyon – fanatica
della mistica – si consacrò a Teresa D’Avila, Giuliana di Norwich. Quindi a
Emily Dickinson ed Elizabeth Bishop – dai meandri del New England le condusse
fino ai setosi dedali della Cina, con una sequela di letterarie lectures,
salmodiando sulla loro opera. Nel 1979, alla cerimonia commemorativa della
Bishop, franò nella commozione – ne ammirava il verso scarno, preciso, il
linguaggio pressato. Beneficiò spesso del paragone con la Dickinson – la ricerca
di Dio, della solitudine nella natura, il mistero della bellezza, il diafano
legame fra depressione e gioia.
Fu, anzitutto, devota ad Anna Achmatova. Tradusse la russa con altera premessa –
giudicando insoddisfacenti le rare versioni in circolazione, decretò di
confezionare la propria.
Il marito, Hall, ammantato di un radicalismo poetico virato allo snobismo più
estremo – nel 2006 nominato Poeta laureato degli Stati Uniti –, fu d’opposto
avviso. Pur avendo costeggiato e corteggiato svariati generi della parola,
prestò somma fedeltà al suo originale suono – in mancanza, riteneva
inafferrabili le connessioni interne alla poesia.
D’indole diversamente tirannica, entrambi rigettarono la traduzione come pratica
ordinaria, grigio esercizio, servizio.
Il poeta Hayden Carruth qualificò la Kenyon quale Achmatova americana. Arduo
immaginare due esistenze più dissimili. Contemplativa e apolitica, la poesia
della Kenyon si nutrì nondimeno dello slancio slavo – s’apparentarono gli
spiriti.
Della Venere di Odessa venerò la lirica succinta, la supremazia, imperiale,
dell’immagine a scapito del simbolo – le sei poesie inizialmente tradotte furono
incluse nella sua prima raccolta, From Room to Room (1978); confluite poi
in Twenty Poems of Anna Akhmatova (Ally Press, 1985).
*
Lirismo tangibile, quello di Jane Kenyon. Mirava a una verità d’opale, epifania
privata compressa nell’attimo. Digiuna di orpelli, scrittura prossima alle
Scritture, ellittica, irrisolta, come l’onnipresente rimando al mondo naturale.
Il poeta Robert Hass la paragonò, per temi pastorali e cupe meditazioni, a
Robert Frost – che pure aveva conosciuto suo marito anni prima – ma con uno
sguardo più interiore.
All’immaginario imagista si appellò invece per non scivolare nell’astrazione –
la poesia di Ezra Pound come monito e monile.
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Il giornalista Bill Moyer, nel 1993, effigiò Jane Kenyon e Donald Hall in un
documentario – A Life Together – vincitore di un Emmy Award. Proiezione
routinaria di un matrimonio fra poeti dominato da una viscosa discepolanza,
sfociata in rivalità lirica. “È dannatamente duro con la mia prosa. Sarcastico.
Quando parliamo di poesia, so di trovarmi su un terreno più solido, ma con la
prosa può ridurmi in poltiglia” – così Jane, a commento del consorte. Lo diceva
dispotico e possessivo. Ad ogni modo, l’ultimo atto letterario di Hall – morì
nel 2018 – fu la cura e selezione di The Best Poems of Jane Kenyon (Graywolf
Press). Riteneva gemmata, la consorte, dalla sua costola poetica.
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Coltivava narcisi e peonie, Jane. Poesia e giardinaggio come suoi talenti
privati – il connubio ricorda la schiva scrittrice italiana Pia Pera, che pure
tradusse i russi, fra tutti Čechov e Puškin. Entrambe, arti intrise di morte e
resurrezione. Lottò con la fede, la Kenyon – educata con metodo metodista. Aveva
paura di Dio. Finché una domenica, nella nivea chiesa di Wilmot, il ministro
Jack Jensen evocò Rainer Maria Rilke nel suo sermone. Col tempo, la sua vita
religiosa invase la sua vita letteraria. In Robert Bly intuì la dimensione
spirituale della poesia – a sublimare il sublime. Patrocinò una funzione
sacerdotale del poeta.
*
Per la sepoltura, Hall scelse di drappeggiare sul corpo di sua moglie una salwar
kamiz bianca e un foulard sulla spalla sinistra provenienti dall’India – c’erano
stati insieme due volte. Fra le dita, ossute e incrociate – ornamento d’eterno –
la fede nuziale. Le baciò per l’ultima volta le labbra, fredde e rigide.
Lapidario, scolpito nel nero marmo della lapide, l’epitaffio recita un verso di
Jane.
> Credo nei miracoli dell’arte, ma quale
> prodigio ti terrà al sicuro al mio fianco?
L’aveva composto per osteggiare la morte di Donald – svilito, all’epoca, da un
cancro. All’ombra delle sue parole, oggi, riposano entrambi. Ogni poetica
contesa è trascesa.
Fabrizia Sabbatini
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Il pipistrello
Leggevo del razionalismo,
il genere di cose che facciamo al nord
all’esordio d’inverno, dove il sole
abdica al giorno alle 4:15.
Forse il mondo è intelligibile
al genio razionale;
forse accendiamo lampade al crepuscolo
per nulla…
Poi ho udito delle ali sopra la testa.
I gatti ed io abbiamo inseguito il pipistrello
in tondo – soggiorno, cucina,
ripostiglio, cucina, soggiorno…
A ogni giro ci sfuggiva
come l’identità del terzo
della Trinità: colui
che ha parlato per mezzo dei profeti,
colui che ha sorpreso Maria
apparendo all’improvviso.
Jane Kenyon
*Per la prima volta in Italia, una antologia delle poesie di Jane Kenyon è edita
dalle edizioni Magog, a cura di Fabrizia Sabbatini
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