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Era lui?
> “Cristina vide accorrere una belva verso di lei, apparendo e scomparendo > velocemente, attraverso i fossati di neve. Da lontano ne vide apparire altre. > Allora s’inginocchiò, chiuse gli occhi e si fece il segno della croce”. > > (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973) * [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt 14,22-33) * Nella paura > “Non potevano credere che fosse veramente Gesù; che egli potesse essere lì, > così vicino, mentre l’avevano lasciato sulla riva, ormai «a qualche miglio di > distanza». No, non era lui che avanzava verso di loro sul mare agitato”. > > (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain > Swaeles, San Paolo, 1993) Non poteva essere lui quello che camminava sulle acque, non può essere lui a ordinare ai suoi amici di precederli sull’altra riva, non può essere lui a ritirarsi inutile e solitario nel grembo di Dio, non può essere lui a comandare alla tempesta, non può essere così il Dio a cui ci è chiesto di credere. E poi, cosa vuol dire davvero credere, a cosa, a chi? Come credere dal ventre delle nostre tempeste? >  [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire > sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la > folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la > sera, egli se ne stava lassù, da solo. Ancora storditi dal miracolo dei pani condivisi, dalla lezione impartita alla nostra fede acerba, quella che si muove nel mondo misurando il reale, siamo costretti ad assistere alla disgregazione dei protagonisti. Come i pani spezzati nel miracolo ecco che tutti si frantumano: la folla, i discepoli e Cristo, ognuno consacrato a una solitudine diversa. Come se il miracolo avesse bisogno di esaurirsi nella negazione del prodigio. Miracolo. La moltiplicazione dei pani, così l’hanno sempre chiamata, fino a quando il miracolo è stato spiegato. E quindi disinnescato. Spiegazione simbolica, genere letterario. Non moltiplicati, dicevano gli esegeti, ma condivisi, perché il vero miracolo è la condivisione, non la moltiplicazione. E avevano ragione: il miracolo diventava comprensibile, l’accento veniva posto sulla giustizia, era più facile credere. Ma quel pane non era stato solo condiviso, quel pane è lo stesso che non è stato tratto miracolosamente dalle pietre, antica e sempre nuova tentazione. Quello è il pane che sarebbe stato spezzato nell’Ultima Cena. Quello è Cristo, il suo corpo. Spezzato per noi. Quello siamo noi, un corpo frantumato e dato in pasto. Così, ancora, il Cristo fa paura. La salvezza ha il prezzo della vita intera. Vuoi credere davvero? Prova a te stesso che non hai paura di morire. Che hai vera nostalgia del Padre. Che una tempesta non può farti paura.  * Paura e solitudine Prima le folle vennero congedate da lui in persona. E anche i discepoli vennero congedati. Per suo ordine. Anche questo è miracolo. Non aver paura di stare da soli. Sceglierlo. Accettare di allontanare gli amici per non franare in legami di reciproco bisogno. Gesù sceglieva ogni volta di allontanare i discepoli e le folle, non voleva creare dipendenza. Era come un morire continuo. In fondo non era venuto anzitutto per sfamare, guarire, nemmeno per perdonare.Forse era venuto per lanciare segni, squarciava il cielo e poi lo ricuciva. Veniva per seminare nostalgia d’Eterno. Pur amandoli non voleva aver bisogno dei Dodici, il suo rapporto con i discepoli non franava mai nella seduzione.  Volevano davvero stare con lui? Dovevano rispettare gli ordini, obbedire: scegliere la solitudine e una vita tempestosa. A Dio si deve obbedire. Questo ustiona la nostra moderna sensibilità.  E poi viene la sera, viene sempre la sera, su ogni giornata, al termine di ogni viaggio; spesso arriva prima che il sole sia tramontato. È la sera della perdita dell’entusiasmo, quando ti viene il dubbio che tutto ciò che stai facendo sia solo una risposta ammantata di sacro nel tentativo di coprire i fallimenti. Essere sulla barca di Cristo per il solo motivo che sulla nostra barca, nel nostro essere pescatori, non funzionavamo più. La fede come una fuga dalla realtà. E poi è facile: i pani condivisi diventano miracolo e anche una tempesta sul mare viene sedata dalla fede. È più facile credere nei miracoli che accettare di aver sbagliato la vita. Questo succede quando ti scende la sera nel cuore. * Paura di un fantasma > La barca intanto distava già̀ molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: > il vento infatti era contrario. Maledizione vera è che tu invidi chi, in nome del Signore, sembra felice. Chi crede nella pace e nella giustizia, chi gode d’aver dato la vita per i poveri.  Ci si è spinti troppo al largo e forse non è questo che Gesù intendeva con l’andare all’altra riva. Hanno capito male i discepoli. E poi il vento è contrario. Non è indizio evidente della mancanza di provvidenza? > Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo > camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e > gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, > non abbiate paura!». Alla quarta veglia della notte, perché la notte è tutta da attraversare, Cristo cammina sulle acque. Non poteva essere lui. Perché non era arrivato prima? Perché arrivava così? Chi è veramente questo Dio? Quella fu solo una delle mille tempeste. Forse credere è stare nella tempesta. O forse no. Forse è solo una scusa per non dover ammettere di aver solo dannatamente paura di vivere. * Paura del male, paura di me > “Nella barca agitata dalle onde a causa del vento contrario, la tradizione ha > visto assai per tempo un’immagine della Chiesa alle prese con l’irruzione del > male. È di notte, e in assenza di Gesù, che bisogna raggiungere l’altra riva. > Questi dettagli evocano bene la situazione della comunità cristiana in questo > tempo di fede”. > > (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain > Swaeles, San Paolo, 1993) È tutto vero, è tutto così, la Chiesa alle prese con il male. Ma se il male fossimo noi? Se io che sono costretto a predicare fossi solo un falso profeta? Se fossi io il male per la Chiesa? Questo dilania il cuore.  Non è il male a fare paura. È che il male possa essere io.  * Paura di morire > Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di > te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a > camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, > s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». Non resta che imparare da Pietro. Che ha paura di morire. Questa è la vita. Implorare in forma di preghiera di poter camminare sulle acque, cioè di essere come Cristo. Che rischio, che azzardo! Che ci esaudisca, di diventare come il Crocifisso. Sappiamo che non saremo mai come lui ma, forse, ci è chiesto di condividerne la morte.  Scendere come Pietro dalla barca delle nostre sicurezze in un battesimo terribile, cercare di tramutare la paura di essere spacciati in un grido continuo al limite della disperazione. A questo siamo chiamati? «Signore salvami!» Io non ho altro. Io non sono altro. Se tu non mi salvi io sono solo. E finito. Ho letto da poco Vino e pane di Ignazio Silone, non riesco a spostarmi da lì. * Paurosamente incontrarlo in un lupo > “A un certo momento una voce rispose da lontano, ma non era voce umana. Pareva > il guaito di un cane, ma più acuto e prolungato. Probabilmente Cristina lo > riconobbe. Era l’urlo del lupo. L’urlo della carnaccia. Il richiamo agli altri > lupi sparsi sulla montagna. L’invito al banchetto comune. Attraverso il > nevischio e l’oscurità della notte incipiente, Cristina vide accorrere una > belva verso di lei, apparendo e scomparendo velocemente, attraverso i fossati > di neve. Da lontano ne vide apparire altre. Allora s’inginocchiò, chiuse gli > occhi e si fece il segno della croce”. > > (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973) > E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché > hai dubitato?». > Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si > prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Sono io, non abbiate paura. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. In copertina: Henry Ossawa Tanner, Christ Walking on the Water, 1910 L'articolo Era lui? proviene da Pangea.
August 9, 2026 / Pangea
“Scrivere è dare un senso al soffrire”. Alchimia di Alejandra Pizarnik
Nata a Bucarest, sfollata a Buenos Aires nel 1959 – il papà era un antistalinista professo –, scrittrice estrosa, bellissima, Alina Diaconú ha avuto una lunga relazione epistolare con Emil Cioran. È a lei, in un’intimità raccolta in Preguntas con respuestas (1998), che Cioran dice del suo rapporto con Alejandra Pizarnik.  > “Cara Alina, che omissione assoluta: non le ho detto di Alejandra Pizarnik. > Abitava nel mio quartiere, più esattamente in rue Saint-Sulpice. Quante volte > mi sono imbattuto in quella sconosciuta, trascinava con sé una disperazione > che conosco così bene!”.  Le aveva lasciato un biglietto nell’hotel parigino in cui soggiornava. “Non se ne vada”, soggiunse – ma Alina partì. La Pizarnik sigilla sempre un addio (per approfondimenti si veda: A. Diaconú, Querido Cioran. Cronaca di un’amicizia, Criterion Editrice, 2021).    Nata nel 1936 a Buenos Aires da ebrei di origine ucraina, Alejandra Pizarnik atterrò a Parigi che aveva ventiquattro anni: voleva vivere – e morire – di poesia. Conobbe Georges Bataille, legò con Julio Cortázar, Octavio Paz scelse di firmare l’introduzione della sua plaquette, Árbol de Diana, uscita nel 1962: “Solitudine, concentrazione, addestramento alla sensibilità sono requisiti indispensabili alla visione. Alcuni intellettuali di onorata intelligenza lamentano di non vedere nulla, nonostante la loro cultura”. Ecco il punto. Mentre l’intellettuale si mette in posa e poeta – e il lettore trae giovamento dal poetico, unguento mentale che sana con poco verbo vittimismi e malinconie – il poeta abita in un aldilà del linguaggio. Il poeta arma il linguaggio fino a farsi male, fino alle mannaie dell’io, per annegare nella propria notte oscura.  Più che altro, il testo di Octavio Paz – oscuro per eccesso di chiarore – è un trattato alchemico scritto contro “i pregiudizi dell’illuminismo contemporaneo” (lo abbiamo tradotto in calce); è la chiave – simbolica dunque reale, in una attualità che è per sempre – per penetrare nell’opera di Pizarnik.  Alejandra Pizarnik inviò Árbol de Diana a Cristina Campo. Si erano conosciute a Parigi, di sfuggita. “Ci sono dei Suoi versi che mi ossessionano”, le scrisse Cristina nel gennaio del 1963. Il legame epistolare, di intensità caustica, ambigua, durò qualche anno. La Pizarnik le dedicò una poesia, Anelli di cenere, poi raccolta in Le opere e le notti (1965), opera prediletta dalla Campo: “E quando è notte, sempre,/ una tribù di parole mutilate/ cerca asilo nella mia gola,/ perché non cantino loro,/ i funesti, i padroni del silenzio” (cito dalla traduzione di Matteo Lefèvre da: A. Pizarnik, Poesia completa, Crocetti, 2026; il libro reca “uno scritto” di Concita De Gregorio, non brutto). Cristina le inviò La Tigre assenza (“Ahi che la tigre/ la Tigre assenza/ o amati/ ha tutto divorato…”) con dedica “Ad Alejandra Pizarnik”. Il padre era morto da poco, “con tanta amabilità, quasi in mezzo ad una conversazione”; per lettera, le parlava di Borges e di Octavio Paz, di Djuna Barnes, dei “canti dei salmi che ci aspettano forse da tutta l’eternità” ascoltati “presso i miei amici aschenaziti”, di Rabbi Abraham Joshua Heschel, “un mistico di pura tradizione chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie” (poi pubblicato da Rusconi, proprio per impegno di Cristina Campo). Forse nella ebraicità di Pizarnik, la Campo cercava un conforto: il roveto ardente in vece dell’ardore. Infine – così pare, almeno, compulsando questo epistolario di cristallo, scoperto da Stefanie Golisch tra le carte della Pizarnik custodite alla Princeton University, per ora impubblicabile –, Cristina Campo tentò di tradurre l’infelicità di Alejandra in grazia. La volle santa – lei restò dannata.  Erano gli anni dell’impegno anticonciliare e del legame con Monsignor Lefebvre; Cristina scrisse alla Pizarnik di dotarsi di una tradizione, di purificarsi (“La sua innocenza non chiede altro che trasformarsi in coscienza”), di trovare il proprio ordine interiore (“Non vada, la supplico, dallo psicoanalista. Oltre che del tutto inutile, è una cosa veramente indecente, e che ostruisce tutti gli ingressi al destino col pretesto di aprirne alla libido”). Zolla, dietro le quinte – era, in fondo, l’artefice di tutti gli interessi epistolari della Campo –, annuiva. La Pizarnik restò di ghiaccio – così annota nel diario: “Lettera di Cristina. Mi fa paura. Come se mi avesse scritto un angelo”.  L’ultima lettera di Cristina è del 7 aprile 1970 (“La posta qui non annuncia più gli scioperi, ma, senza dire una parola, tonnellate di lettere vengono buttate silenziosamente in mare”). Alejandra era rientrata a Buenos Aires da qualche tempo, qualche mese dopo – in luglio – appuntò una risposta (“Cristina, mi vuole ancora bene? Le piacerebbe vedermi ora, strana bambina dai capelli lunghi lunghissimi, e così pallida e fragile che quando mi guardo allo specchio mi sorrido per darle coraggio…”) che non spedì mai e che possiamo leggere in: A. Pizarnik, L’altra voce. Lettere 1955-1972, Giometti & Antonello, 2019. Chiunque sia stato a Buenos Aires riconosce gli emblemi ideati da Borges, il meno argentino degli scrittori argentini: il labirinto e lo specchio, il coltello e la tigre blu. Alejandra Pizarnik, donna dal viso felide, sprofondò in se stessa fino a divorarsi. Così appunta nel suo diario, è il novembre del 1971:  > “Scrivere è dare un senso al soffrire. > Ho sofferto così tanto che già mi hanno espulso dall’altro mondo. > Scrivere è voler dare un senso al nostro soffrire”.  Cortázar, l’amico zenit, continuò a inviarle lettere floreali, ormai inutili (“Oggi, i carnefici uccidono altri, non i poeti, ormai non ci resta neanche questo privilegio imperiale… Ti accetto solamente viva, ti voglio solamente Alejandra”, 9 settembre 1971). Alejandra continuò a pubblicare, distrattamente, a dedicare i propri versi a molti, come a sfracellarsi. Con gli ultimi libri – El infierno musical e Los pequeños cantos – si costruì un sepolcro.  Morì – il 25 settembre del 1972, per scelta, per abuso di Seconal – e fu un risorgere al mito. La insediarono in un ristretto club che comprende Sylvia Plath, Anne Sexton, Amelia Rosselli; scrisse di donne tumulate da un talento sacrificale, Emily Dickinson (“Lei pensa all’eternità”), Karoline von Günderrode (“La divorata dallo specchio/ entra in uno scrigno di ceneri/ e ammansisce le bestie dell’oblio”), Janis Joplin, a cui si confidò come a un’altra se stessa:  > “hai fatto bene a morire > per questo ti parlo, > per questo mi affido a una bambina mostro”.  Alejandra è sepolta nel cimitero ebraico di La Tablada; i genitori la chiamavano “Flora”. Le sue poesie sembrano Unni origami, sembrano lupi di carta: appena confidi nella loro fragilità, scopri di avere le mani piene di sangue – si arriva sempre troppo tardi alla poesia, sempre troppo deboli. * Introduzione di Octavio Paz a “Árbol de Diana” di Alejandra Pizarnik Albero di Diana di Alejandra Pizarnik. (Chim.): cristallizzazione verbale per amalgama di insonnia passionale e lucidità meridiana in una dissoluzione della realtà sottoposta alle più alte temperature. Il prodotto non contiene una sola particella di menzogna. (Bot.): l’albero di Diana è trasparente e non fa ombra. Ha luce propria, scintillante e breve. Nasce nelle terre aride dell’America. L’ostilità del clima, l’inclemenza dei discorsi e del vocio, l’opacità generale delle specie pensanti, sue vicine, per un ben noto fenomeno di compensazione, stimolano le proprietà luminose di questa pianta. Non ha radici; il fusto è un cono di luce leggermente ossessiva; le foglie sono piccole, ricoperte da quattro o cinque righe di scrittura fosforescente, picciolo elegante e aggressivo, margini dentellati; i fiori sono diafani, separati i femminili da quelli maschili, i primi ascellari, quasi sonnambuli e solitari, i secondi spighe, spolette e, più raramente, spine. (Mit. ed Etnogr.): gli antichi credevano che l’arco della dea fosse un ramo spezzato dall’albero di Diana. La ferita del tronco era considerata il sesso (femminile) del cosmo. Forse si tratta di un fico mitico (la linfa dei rami teneri è lattea, lunare). Il mito allude probabilmente a un sacrificio per smembramento: un adolescente (uomo o donna) veniva squartato a ogni luna nuova, per stimolare la riproduzione delle immagini nella bocca della profetessa (archetipo dell’unione dei mondi inferiori e superiori). L’albero di Diana è uno degli attributi maschili della divinità femminile. Alcuni vedono in ciò un’ulteriore conferma dell’origine ermafrodita della materia grigia e, forse, di tutte le materie; altri deducono che sia un caso di espropriazione della sostanza maschile solare: il rito sarebbe solo una cerimonia di mutilazione magica del raggio primordiale. Allo stato attuale delle nostre conoscenze è impossibile optare per una di queste due ipotesi. Segnaliamo, tuttavia, che i partecipanti mangiavano in seguito carboni incandescenti, usanza che perdura fino ai nostri giorni. (Blas.): stemma parlante. (Fis.): per molto tempo si è negata la realtà fisica dell’albero di Diana. In effetti, a causa della sua straordinaria trasparenza, pochi possono vederlo. Solitudine, concentrazione e un generale affinamento della sensibilità sono requisiti indispensabili per la visione. Alcune persone, con reputazione di intelligenza, si lamentano del fatto che, nonostante la loro preparazione, non vedono nulla. Per dissipare il loro errore, basta ricordare che l’albero di Diana non è un corpo che si possa vedere: è un oggetto (animato) che ci permette di vedere oltre, uno strumento naturale di visione. Del resto, una piccola prova di critica sperimentale svanirà, con efficacia e definitivamente, i pregiudizi dell’illuminismo contemporaneo: collocato di fronte al sole, l’albero di Diana riflette i suoi raggi e li riunisce in un fuoco centrale chiamato poema, che produce un calore luminoso capace di bruciare, fondere e persino volatilizzare gli increduli. Si raccomanda questa prova ai critici letterari della nostra lingua. Octavio Paz Parigi, aprile 1962 Traduzione di Diana Mazon  L'articolo “Scrivere è dare un senso al soffrire”. Alchimia di Alejandra Pizarnik proviene da Pangea.
August 8, 2026 / Pangea
“Vide uomini che divoravano altri uomini” – o della ricerca dell’armonia
Una sentenza del Manusmṛti, “Le leggi di Manu” (in Italia: Adelphi, 1996), l’antico trattato legale indiano – una specie di Levitico – riassume il fulcro della vita terrena: “Cibo e divoratori di cibo: così considera il mondo”. C’è altro da dire? Ogni religione fonda la propria essenza etica sul cibo perché è lì che si gioca il vero scandalo: per sopravvivere dobbiamo nutrirci di altri esseri viventi. Di qui, gli dèi che pretendono odorose libagioni; gli dèi inghirlandati di sangue. Per estraniarsi da questa dinamica di morte-e-vita-e-morte, il pensiero umano giunge a vette paradossali: astenersi dalle carni, ad esempio; il digiuno come pratica cardine (astenersi dal cibo per preparare uno spazio buono, puro all’apparizione di dio); l’abbandono alla provvidenza – nutrendosi di ciò che offre il caso; il dio che si offre in pasto, il dio eucaristico.  Una pagina del Śatapatha Brāhmaṇa (undicesimo kāṇḍa, sesto adhyāya, primo brāhmaṇa), l’antichissimo, enciclopedico repertorio di riti redatto nell’VIII secolo a. C. in sanscrito vedico, prepara il dramma sancito dalla sentenza del Manusmṛti. La pagina – stringata come una parabola di Kafka – narra di Bhrigu, poeta-veggente (ṛṣi), illuminato, astrologo, inviato da Varuṇa, il dio che presiede l’equilibrio del cielo e del mondo sotterraneo, a visitare l’aldilà. Bhrigu, che crede di vedere, proteso ai cieli, è cieco alla legge della terra. Ciò che scopre è agghiacciante: l’aldilà è composto da uomini che fanno a pezzi altri uomini e li divorano. Il sapiente fa ritorno sulla terra distrutto: studiare i libri sacri, investigare il mondo è inutile perché “Intorno a noi è il nulla”. Nonostante la nobiltà con cui ammantiamo le epopee della mente e le gesta del cuore, l’uomo, infine, è bocca, denti, apparato digerente, interiora, feci. Questo “è il nulla”: ogni cosa si consuma, ogni cosa ci consuma, esiste per essere consumata.  Quando Varuna spiega allo sbrigativo Bhrigu la norma che governa il mondo, la legge, diremmo, del contrappasso, le cose non sono meno terribili. Gli “uomini” che Bhrigu ha visto nell’aldilà sono alberi, bestie, prati, acque. Ciò che abbiamo consumato in questa terra, ci consumerà nell’altra. Se abbiamo mangiato maiali, polli, vacche e tacchini, saremo mangiati da maiali, polli, vacche e tacchini. Se abbiamo bevuto acqua, saremo bevuti dalle acque. Se abbiamo mangiato frutti, grano, riso, saremo divorati da frutti, grano, riso. Non c’è alcun dio che presieda questo banale – e terribile – capovolgimento. In Massa e potere – un libro che ne raccoglie migliaia, un libro-menhir – Elias Canetti spiega questo Brāhmaṇa nel capitolo Il capovolgimento, appunto, così:  > “Quando il divoratore muore e giunge nell’aldilà, la situazione originaria si > capovolge. La vittima trova il suo divoratore, lo afferra, lo fa a pezzi e lo > divora… Nell’aldilà si fa, da sé, esattamente ciò che si è subito. È > particolarmente significativo che il mutamento di forme non sia d’ostacolo al > capovolgimento. Nell’aldilà chi afferra e fa a pezzi non è più il bue che > venne divorato, ma un uomo con l’anima di quel bue”.  A questo sistema oltremondano così crudo e meccanico, una sorta di perpetuo macello, si può scampare tramite i riti di espiazione. Varuna li elenca a Bhrigu; tutti convergono intorno al rito centrale, l’Agnihotra, il “sacrificio del fuoco”, celebrato due volte al giorno (“prima dell’alba e dopo il tramonto”), che comprende, nella forma essenziale, un’offerta di latte o di riso, confinata tra inni. Per effettuarlo è necessaria la presenza di sacerdoti. Il Śatapatha Brāhmaṇa è un’amplissima raccolta di riti che segue l’epoca originaria, ‘lirica’ dei Veda. Nei Brāhmaṇa il rito in sé soppianta l’importanza degli dèi; il gesto supera la presenza; la spontaneità del canto è sostituita da un rigido reggimento di norme, da esibire minutamente – un minimo errore basta ad annientare l’efficacia del rito; il poeta è sostituito dal sacerdote, ‘l’esperto’, il solo che conosca il rito nei suoi infiniti rivoli, labirintici. Il rito, di per sé, è l’Oriente della vita: ogni rito è una corda e un nodo, lega e scioglie l’uomo a ogni accadere, a ogni elemento dell’esistere. Il rito, al contempo, è culla, alcova, tomba: scevra dal rito, una vita è appropriata al niente, è nulla.  Ciò che colpisce di questo sistema retributivo portato all’eccesso, è la ricerca ossessiva, anatomicadell’armonia. Il punto del rito – del sacrificio – è pianificare l’equilibrio in un mondo altrimenti squilibrato. Se ti mangio devo, in qualche modo, sfamarti, per non diventare il tuo cibo nell’aldilà. Soddisfare, cioè: tentare un lato di quiete, rinsavire dall’ira, alimentare del sé il fuoco. Le millimetriche, necessarie accortezze non fanno che rubricarci nella colpa, nella mancanza, nella punizione. L’armonia, forse, è il vero scandalo. Verrà il Buddha, poi, a disorientare la tratta del rito.  Quanto a noi: né rito né retribuzione ci toccano – tanto meno, pare, la ricerca di un’armonia personale e collettiva. Siamo ciò che siamo – carne che mastica carne – carne da macello.  > “L’interesse principale legato ai Brāhmaṇa, al netto dello ‘stile’ – prolisso, > caratterizzato per lo più da espressioni dogmatiche chiuse e da un simbolismo > esasperato simile, in parte, a quello che osserviamo nelle speculazioni degli > Gnostici – riguarda senza dubbio la descrizione dettagliata del sistema > sacrificale praticato nelle ultime epoche vediche. Le informazioni fornite > dai Brāhmaṇa a questo riguardo sono fondamentali: di nessuna altra istituzione > religiosa conosciamo un cerimoniale tanto dettagliato, fin nei più minuti > elementi. Soltanto attraverso le speculazioni dei Brāhmaṇa – il significato > mistico e la facondia simbolica che conferiscono ai singoli riti – > comprendiamo appieno la natura e lo sviluppo di un culto straordinario”.  Chi scrive è Hans Julius Eggeling, redigendo l’amplissima nota “Brāhmaṇa” per l’Encyclopædia Britannica. Max Müller, l’orientalista tedesco di stanza a Oxford, nell’ambito della ‘mostruosa’ impresa “Sacred Books of the East”, affidò proprio a Eggeling la prima traduzione in lingua occidentale – e finora l’unica – dei Brāhmaṇa; Eggeling compì la traduzione, pionieristica, tra il 1885 e il 1900. Nato a Hecklingen, Germania, edotto in sanscrito, Eggeling fu segretario della Royal Asiatic Society di Londra. Dal 1875 al 1914 fu professore di sanscrito a Edimburgo: durante la Prima guerra si trovava in vacanza nel paese natio, in Germania. Non gli permisero di tornare in Inghilterra, morì in Vestfalia, accudito dalla sorella, nel 1918. Dalla sua versione è tratta la traduzione in italiano del Brāhmaṇa in appendice.  *** Ora: Bhrigu figlio di Varuna si riteneva superiore al padre in sapienza. Varuna lo capì: “Egli si pensa superiore a me in sapienza”, pensò. Allora disse: “Va’ a Est, figlio e dopo aver visto ciò che avrai visto, vai a Sud e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a Ovest, e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a Nord. Dopo aver visto ciò che avrai visto, torna da me e dimmi cosa hai compreso”.  Allora Bhrigu andò a Est e vide uomini che smembravano altri uomini, mozzando gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”. Da lì si diresse verso Sud: uomini smembravano altri uomini, mozzando gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”. Da lì mosse verso Ovest: uomini, seduti, immobili, erano divorati da altri uomini, seduti, immobili. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini immobili divorano altri uomini immobili”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”. Di lì mosse a Nord: uomini che urlavano venivano divorati da uomini che urlavano. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini urlano e vengono divorati da uomini che urlano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”. Dunque Bhrigu mosse verso settentrione, in luoghi estremi: tra le vie intermedie, una di fronte all’altra, vide due donne, una bella, l’altra di una bellezza incomparabile; tra di loro era assiso un uomo, nero, occhi gialli, un bastone nella mano. Fissandolo, Bhrigu fu invaso dalla paura, tornò a casa, sedette. Il padre gli disse: “Studia la tua lezione – perché ti rifiuti di studiare?”. Bhrigu rispose: “Che cosa ho da studiare? Intorno a noi è il nulla”. Varuna capì e disse: “Allora hai visto!”.  E disse: “Quanto agli uomini che hai visto nella regione orientale, smembrati da altri uomini, essi erano alberi: quando uno mette della legna da ardere, sul fuoco, sottomette gli alberi, conquista il regno degli alberi.  Quanto agli uomini che hai visto nella regione meridionale, smembrati da uomini che li tagliavano, arto per arto, urlando ‘Questo a te, questo a me!’, essi sono gli armenti: quando uno fa l’offerta con il latte, sottomette il bestiame e conquista il mondo delle bestie.  Quanto agli uomini che hai visto nella regione occidentale, immobili, divorati da altri uomini immobili, sono i prati: quando il latte dell’Agnihotra [il sacrificio del fuoco] si illumina sotto la canna, si sottomettono i prati, si conquista il mondo delle erbe.  Quanto agli uomini che hai visto nella regione settentrionale, che urlano mentre vengono divorati da uomini che urlano, sono le acque: quando si versa acqua sul latte dell’Agnihotra si sottomettono le acque, si conquista il mondo delle acque.  Quanto alle due donne che hai visto, una bella e l’altra di una bellezza straordinaria, la prima è la Fede: quando si offre la prima libagione si sottomette la Fede, la Fede si conquista. La più bella è l’Infedeltà. Quando si offre la seconda libagione, si sottomette Infedeltà, Infedeltà si aggioga.  Quanto all’uomo nero dagli occhi gialli, con il bastone in mano: è l’Ira. Quando, dopo aver rovesciato l’acqua nel catino si versa la libagione nel fuoco, si sottomette Ira, Ira si vince – in verità, chiunque offre consapevolmente questo Agnihotra ogni cosa sottomette, ogni cosa conquista”.  L'articolo “Vide uomini che divoravano altri uomini” – o della ricerca dell’armonia proviene da Pangea.
August 7, 2026 / Pangea
“Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore contro tutti
Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo fondamentalmente malinconico ed empatico.   Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni. Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno, cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.  Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.  In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che, in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più caustico se non fossi cattolico». Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di lettere e cartoline.  Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel 1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne, quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall, il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il prestigioso Hawthornden Prize. Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds. Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del 1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta confessione del suo conservatorismo:  > «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano > inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della > loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di > classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in > particolare per tenere insieme una nazione».  Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.   Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942) – nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste non ebbero alcun seguito. Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora, Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella ma meno signorile. I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959. Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico. Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò una parentesi di sollievo. Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:  > «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come > atto di dovere e di obbedienza». Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri, che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo satirico.  Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.    Luca Fumagalli L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore contro tutti proviene da Pangea.
August 6, 2026 / Pangea
“Nella mollica delle stelle”. Le poesie di Maurice Chappaz, un Rimbaud perduto in Tibet
Alcuni caratteri di Maurice Chappaz rendono la sua totale inattualità del tutto attuale. La lotta, strenua, da Chisciotte delle nevi, per difendere il genio del luogo dalla devastazione dell’industria turistica, ad esempio. Rinfocolare la tradizione con il lirismo, l’eccezione, l’eccezionale. Non avere timore di attraversare i ‘generi’; preferire il dilettante all’esperto, l’avventato ai ragionieri della letteratura. Non avere paura di scandalizzare e di farsi ridere alle spalle. Non avere paura.  Nato a Losanna il 21 dicembre del 1916, tra gli scrittori svizzeri, Chappaz è il più estroso, l’inclassificabile. Jacques Vandenschrick, che ha curato per Gallimard un’antologia di Chappaz, Verdures de la nuit et autres poèmes (2026), ha trovato una formula persuasiva: “Chappaz è un Rabelais travolto da una valanga, un poligrafo Rimbaud perduto dentro un Tibet della mente! Suo è il tono selvatico che consuona con quello dei profeti dell’Antico Testamento, venato da un paganesimo belluino, brutale: voce cruda che si addolcisce d’improvviso”.  Buona famiglia – stirpe di avvocati e di politici –, studi diseguali, puro istinto al vagabondaggio (è stato, a volte per indecifrabili mesi, in Lapponia e in Nepal, in Libano, in Tibet, in Russia, in Cina), Chappaz si unisce alla scrittrice S. Corinna Bille negli anni Quaranta, dandosi integralmente alla letteratura. Coltivava la vigna, ha lavorato – durante un periodo di crisi, per un breve periodo – come geometra per studiare la costruzione della diga della Grande Dixence, nel Canton Vallese. Disse la vita, l’amore, l’onore delle amicizie – visse in ritiro, a Veyras, borgo medievale abitato da una manciata di umani, sulla riva del Rodano, facendone un luogo di propulsione artistica. Alla morte della moglie, nel 1979, si stabilì nell’abbazia di Le Châble, di proprietà di famiglia. Fu il primo, negli anni Settanta, con il pamphlet Les Maquereaux des cimes blanches (“I magnaccia delle bianche cime”) a denunciare l’avidità del turismo, reo di sradicare ataviche tradizioni, di deturpare i luoghi, di tradurre il selvaggio in cartolina, l’intoccato in ovovia di selfie, l’incanto in stazioni sciistiche, ziggurat dell’orrido. Alcuni lo presero per un eroe – altri per un folle. Il ricordo di Philippe Jaccottet ne dice l’umano estro:   > “Di noi era, è il più originale, il più naturalmente poeta. Ricordo una sera > trascorsa con lui a Sèvres, da Georges Borgeaud, poco dopo la guerra: lo > avremmo ascoltato parlare per tutta la notte, era un autentico cantastorie > d’Oriente. È un miracolo che tale sorgente non si sia mai prosciugata. Come > Gustave Roud fu legato al suo Jorat, alla sua campagna presto ‘perduta’, così > Chappaz restò fedele al natio Vallese, ‘naufrago’ – benché si sia avventurato > in luoghi lontani, non ha mai smesso di riesumarne i canti, di seguirne le > metamorfosi, non ha mai avuto paura di lottare per difenderne l’integrità. La > sorgente diventò rivo, il rivo un fiume. Preso dal suo afflato lirico, Chappaz > ha esplorato ogni registro, compresa la fiaba e la satira, la più feroce: > eppure, rimase se stesso, sempre, delicato, umano, generosamente vivo, anche > quando tale facondia non ha prodotto risultati del tutto compiuti. Il filo > conduttore più segreto e puro della sua poesia, quello che rende Chappaz così > prossimo a Roud, è nella domanda ‘Chi siamo? Dove andiamo?’ posta in un mondo > che ha subito sconvolgimenti radicali; è una domanda che potrebbe porsi > l’usignolo in una notte d’estate, è quella che permea l’intera trama > dell’opera di Chappaz”.   Scrisse, in sei anni, un diario fluviale – di seimila pagine –, ha tradotto Virgilio e pubblicato libri raffinati dalle altezze, dunque pieni di cielo, vertiginosi ai più. Alcuni di questi – Vallese-Tibet. Icona dei contadini di montagna, L’alta Via, Il Vangelo secondo Giuda – li ha pubblicati in Italia, anni fa, un coraggioso editore del Lago Maggiore – altro luogo mentale, altro Tibet dello spirito –, Tararà. È ancora per lo più estranea al nostro mondo la sua poesia, che non ha paura di essere esuberante, di farsi canto-incanto, di insistere sul sì: un Petrarca a bordo d’aquila.  In Verdures de la nuit, tra i libri più enfatici, estivi e dolci scritti in lingua francese nel Novecento (uscito, in origine, nel 1945), sono raccolte anche le prose più esemplari di questo scrittore con la lanterna. Testament du Haut-Rhône (1953), ad esempio, dove il lirismo s’installa nell’indagine di sé, nel sondare il rapporto con il luogo natio, reo di uno stile, di un modo d’essere, di un alfabeto vivente (esistono lingue carnivore e lingue-gufo, come esistono poeti-fiume, poeti-fogliame, poeti-sauro, a seconda del luogo in cui il loro genio germoglia): > “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Il nostro spirito è preda dei venti > e delle bufere celesti. Il nostro segreto resta sepolto in una razza animale > mescolata a piante e a minerali di cui non possiamo più essere testimoni. Il > puro pensiero di Dio ci ha scoperto. Le tenebre hanno avvolto gli umidi astri > della nube. Siamo apparsi come ambra su una duna di limo, schegge di resina > trascinata sull’Oceano. Così è per ogni carne, la nostra fuga senza meta dalla > nascita alla morte. L’abisso si agita in noi, l’azzardo è il resto del nostro > niente. Per una statuaria usanza, barattiamo l’eternità con giorni e anni, > mentre i nomi ci chiamano dalla bocca dell’ombra e ride cristallino il gufo. > Il mondo lascia il suo pungiglione in noi. Anche se è nuda la fonte, dobbiamo > leggere le trame della nostra presenza, confrontarci sempre con le tracce > cancellate”.  È la poesia della gioia e dell’ingenuità, inaccettabile in un tempo letterario in cui domina il grigio, il colore che sta bene ovunque, che non stona. L’intonazione di Chappaz, piuttosto, è quella di un uomo del primo mondo, un uomo dei primordi, delle bestie incise sulla pietra, del sale delle stelle sulle labbra, proteso verso la meraviglia, dove tutto è erba e annuncio, dove l’uomo è ancora nudo, puro urlo.  In questa pagina l’esercizio lirico si è complicato. Abbiamo chiesto a Eugenio Sournia, cantautore, già leader dei Siberia, vincitore del Premio Ciampi, di entrare in sintonia con il linguaggio ‘vegetale’ di Chappaz. Ecco l’esito.  ** LA MERAVIGLIA DELLA DONNA Signore, amo a volte l’amore e l’innocenza: Quando bruciano i miei desideri, nevica sul mio cuore (Shakespeare, La tempesta) O luglio che fiorisce nelle arterie desidero tutte le cose Nella rossa memoria del mio sangue muove il fango, le carni sempre vive  arsura, arsura là canta la schiuma infuria la mia sete Ma tu, tu sei delicatezza mi sarai data a notte come selva chi dirà allora ciò che è il tuo cuore? la piena notte del tuo cuore? qual silenzio e poi qual voce canterà nel buio. Quando su di me ti sarai sporta diventeranno belle le mie braccia mi riposerai sul petto e poi sarai sopra di me come una fonte il canto della fonte o tenerezza che dèsti le acque e dolce la loro abbondanza Io so che tu somigli alla terra che ugualmente porti rustici doni che il tuo corpo è come vero grano tu dai il pane dono semplice e buono che visto può essere e toccato ricopri l’uomo di messi sei poi come la frutta degli alberi e porti con te il sole e la dolcezza e io ti chiamo latte miele uva. Poi viene la gioia voi stagioni, voi materie siete crollate oh! smania di dire meraviglia, meraviglia donna, come sei bella appare la tua grande natura  scivoli tra le braccia di chi t’ama perduto ogni raggio di sole Ora è il fresco silenzio della notte l’estate va cercata nel tuo cuore lì va cercata ogni cosa ho solo voglia di dire meraviglia, meraviglia chi canterà la notte? chi l’estate? Donna, ecco la notte umida e fresca di prati da sfalcio più dolce della cima delle foglie quella che nessuno fila o tesse tenebre come canapa tu che della notte sei vestita essa è sempre, sempre amica E pure essa io amo lei che viene a passo di bambina figlia della grotta e del fiume o limpida, o buia notte di profonda abbondanza ove appare la saggezza la stessa faccia velata e segreta del nero Egitto. Ogni cosa è scomparsa e la creazione ricomincia nella mollica delle stelle Pure voglio ritrovare tutto mi sarai donata noi ci sdraieremo fianco a fianco Poi rinfresca una pace sconosciuta la carne colma di visioni trema come il vino che matura corpo e anima vicini a me che riposate dentro i muri della notte siete grandi e siete belli vi conoscerò in un istante La donna nell’ombra, dove è nuda è come la fresca, grave primavera. Gli usignoli cantano radiosi nel nero: o sole, nostra gloria e sposo vivo dentro al giorno impennato di miele e di grano sole duro e maturo diamante rosso nella nostra gola semenza del fattore di arnie oro misterioso che vorrebbe esaurire il bel rigoglio delle querce o sole, che lodiamo nel giardino buio l’erba, gli alberi il cielo d’estate blu piombo i temporali in forma d’iris lodiamo i nostri fratelli l’uomo e la donna il mondo intero che ricreano il loro amore, la loro solitudine nella notte che pare una città. * O donna, figlia del fango porti la creta  dell’uomo e del fiume e del pollice di Dio hai sotto di te molte braccia il podere, i lavori della casa e la piana, e il cielo e la terra di Canaan con gli alberi da frutta O donna, in te tutto è grave e bello come l’uva rigogliosa senza impazienza in te s’è unita la natura Tra gli alberi le alte fustaie blu gli animali atterriti cammini così bella e così aperta e cantano i tuoi passi la tua giovane maestà Fanciulla tra le onde fanciulla tra l’erba fanciulla sul sentiero del bosco Una cosa per l’uomo è possibile cioè di distendersi accanto a te o fanciulla Con gioia dai il tuo corpo forte più bello dei mondi nuovi e dove il sangue vuol fuggire tu sai, nel fondo del tuo cuore che pure il sole è per me tristezza e che fa polvere e verdeggia.  – Ma adesso dei nostri due volti non si vedono più che i capelli un’emozione che mai ho conosciuto si è impadronita di me la tua sagoma fende la notte i tuoi occhi m’appaiono durante l’amore spalancati e sfocati come una velatura come l’alba immensa che si scioglie. * TERRA DI PASQUA Calme tende piantate nel deserto  terra coperta di vive messi ove gli alberi fumano… davanti a me si estende il paese che ancora ha i tratti del Giardino dell’Eufrate linfa dolce e mitica, fresca e antica La primavera mi ritrova in patria la vista lontana degli alberi rinfresca gli occhi sempre così ardenti berrò forse al recinto di viole, pianto dei boschi ombrosi che circonda la strada simile  a una rovente stella di calce Il desiderio semina i suoi fuochi languidi palpitano vermigli i frutti della conoscenza questi monti queste cime queste cupole nella luce  simili a boschi d’alloro  discendono nel mio cuore. Dei campi simili a un mare morto presso ai ciliegi ai lecci alle cinciallegre sentieri grigio tenue vanno là dove il passo degli uccelli segna la polvere questo terreno della grande Vallata è il regno dell’infanzia e della solitudine è qui ch’è il tuo solo tesoro Ah! pura amante dell’infinito anima a tutti ignota tu possa di morte deliziosa dissolverti nelle montagne all’alba tra i banchi vaporosi di sole e il profumo dei boschi Che ti accolga questa aurora limpida fresca saporita come la nocciola che dura tutto il mattino tra le pietre le erbe selvatiche le vigne di moscato del «Dolce Versante».  I sentieri polverosi color garofano bianco dove affondano i piedi dei piccoli pastori conducono sopra il piano verso dei rifugi, degli asili che sempre hai cercato luoghi percorsi dai soli passi dell’ombra e del sole monti discosti dove non suona che il cinguettio degli uccelli La poesia è il dono divino da altri chiamato amore il suo corpo è come il miele delle api versato nella gola deserta è un profumo delizioso nutrimento delicato ovunque sparso migliori del pane sono i baci e il sapore della Sposa in lei s’apre la rosa canina in lei risuona il canto del cuculo nella foresta in primavera È il tempo dell’amore della terra e del suo delirio il diluvio degli alberi lo rivolta in un vortice dolce e amaro spio su di lei questi segni lei che porta ancora l’impronta notturna del firmamento.  * Un pallido chiarore divide il cielo Nella notte morente i fiori dei ciliegi sono come cenere i villaggi di creta risaltano come grandi stelle il giorno lambisce a poco a poco il paese della rosa sulla terra risorta folli uccelli s’involano ancora restano mute le montagne piene d’un’aspra solitudine raggi leggeri le sfiorano con dolcezza Al termine d’immensi pendii d’ombra e di boschi odorosi mille cime mille pinnacoli dominano il piano – dolci colline nel sole primaverile –  le vette nevose sembrano perdersi nell’aria azzurra come le uova di una chioccia selvatica tra due ciuffi di brughiera. Ai lati, alle foci ombrose delle vallate sul fianco snello della montagna la vigna matura in segreto la primavera che la fa trasalire rimane quasi invisibile è per lei questa notte che nutre il cuore meraviglioso la sua bellezza non attrae la sua fecondità è nascosta come nel grembo della moglie di Abramo Sugli alberi un vasto biancheggiare di nozze sfavilla come il temporale la terra eletta misteriosamente  sembra aprirsi la porta via una fresca tempesta Il vino, essenza stessa di tutto questo giace nel suolo alla radice dei ceppi come una libagione fatta ai corpi dei mortali. L’ombra sì forte che la luce rende questi pendii bruni solitari dietro il velo di ontani e di pioppi che il vento della sera fa tremare scorre il Rodano dolce quanto i richiami tenui degli uccelli le sue onde sono la pasta del pane le foglie della menta, l’oliva com’è lento e grave lo sguardo dei vivi non può intriderlo Splendide sono le sponde del fiume dagli argini confusi e delicati una rugiada nera ha ricoperto le acque calme e ora si alza come una nebbia verso la cima delle montagne che brillano al tramonto, fulvi grappoli dorati dello splendore della vendemmia. * La valle si apre su un piccolo bosco di pini verso il sud pieno di vapori tiepidi vasca di viole, di muschi Una sottile foschia ricopre al mattino i pendii il sole penetra la nebbia simile alle foglie argentate dei lamponi dove s’indovina il paese meraviglioso l’annunciano soltanto due colline sottili in fondo alla pianura e lo stradone bagnato lungo il quale piccole guardiane di greggi fan pascolare le loro capre ci sono campi di mais, albicocchi cespugli selvatici un vento freddo aspro e soave soffia dalle montagne ombrose i paesi si rannicchiano all’ingresso delle gole le donne vanno ad attingere l’acqua  i pescatori lanciano lunghe linee di un filo blu d’argento e acciaio in una baia deserta una lieve tinta zafferano tocca la distesa la terra, simile alla colomba O fanciulla di fuoco e cenere simile pure ad Erin intravedo sotto il velo d’aria turbinante le tenere e snelle colline questo paese, abitato dalle fate ed ecco l’arco biancastro delle montagne I sentieri di campagna m’han portato fino alle vie della piccola capitale mi sono fermato sulla soglia della città presa nella primavera dove come dentro a un cuore il gran silenzio dell’alba s’è mutato in mille voci familiari e infantili che stridono sui muri delle case annunciando le cose future. Traduzione di Eugenio Sournia L'articolo “Nella mollica delle stelle”. Le poesie di Maurice Chappaz, un Rimbaud perduto in Tibet proviene da Pangea.
August 5, 2026 / Pangea
“Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta vegano
Il 15 agosto del 1822, sulla spiaggia di Viareggio, le fiamme consumavano il corpo di Percy Bysshe Shelley. Era morto annegato l’8 luglio precedente, mentre una tempesta nel Golfo della Spezia intrappolava la sua goletta Ariel. Con lui l’amico Edward Williams e il marinario Charles Vinian, che li aveva accompagnati da Byron e Leigh Hunt, per gli ultimi dettagli della rivista radicale “The Liberal”. Shelley non sapeva nuotare, aveva ventinove anni, ne avrebbe compiuti trenta il 4 agosto.  Dieci giorni dopo il mare restituiva i tre corpi. Poiché la legge proibiva la sepoltura di quelli ritrovati in mare per motivi di “sanità pubblica”, Byron, Hunt e Trelawny, che aveva identificato Shelley, decisero di cremarne il corpo sulla spiaggia, secondo il rituale funebre ellenico descritto nell’Eneide. A ricordarne la morte per acqua, i versi inscritti sulla sua pietra tombale al cimitero acattolico di Roma, dove riposa vicino a Keats con il figlio William, riportano il canto di Ariel dalla Tempesta shakesperiana: “Nothing of him that doth fade/ But doth suffer a sea change/ Into something rich and strange”, “Niente di lui si svanisce/ Ma per metamorfosi marina/ Diventa qualcosa di ricco e strano”.  Il fuoco riduceva in cenere uno dei maggiori poeti romantici, ma non la sua visione, destinata a riemergere cambiata in più “ricca e strana” eredità: espulso da Oxford appena diciottenne per aver scritto il pamphlet The Necessity of Atheism e per le sue idee radicali, Shelley dedicherà tutta la vita ai propri ideali di libertà politica, religiosa e sociale.  Forse meno noto è lo Shelley vegetariano ante litteram, convinto assertore dei diritti degli animali, persuaso che l’umanità abbia capacità e dovere di riconoscere in loro non oggetti o risorse, bensì compagni di esistenza. Se è improprio definirlo “vegano” nel senso moderno del termine (il veganismo, formulato da Donald Watson nel 1944, implica il rifiuto di ogni sfruttamento animale, compresi latticini, uova, lana, pelle e sperimentazione), Shelley parla comunque di “vegetable diet”, “dieta vegetale” e condanna l’uccisione degli animali per l’alimentazione umana. Il fondamento etico della sua riflessione – il riconoscimento della sensibilità animale e il rifiuto della violenza evitabile – costituisce uno dei più importanti antecedenti filosofici del pensiero animalista contemporaneo. Il grande poema filosofico Queen Mab, che gli vale l’ammirazione e l’amicizia di Byron, non contiene semplicemente un elogio del vegetarianismo, ma propone una vera e propria utopia ecologica in cui giustizia sociale, pace tra gli uomini, rispetto degli animali e armonia con la natura sono aspetti inseparabili di un unico progetto morale. Due secoli dopo, nell’epoca della crisi climatica e degli allevamenti intensivi, la sua voce continua a interrogare la nostra coscienza. Questa linea ideale che affiora dal Romanticismo inglese, e lega sensibilità poetica e responsabilità etica verso la natura, connette poesia e giustizia, natura e coscienza – in termini moderni: un “filo verde” o “ecologico” – porta il nome di Percy Bysshe Shelley. La parola “vegano” ancora non esiste, ma il poeta ha già scelto: niente carne, niente sangue nel piatto, nessuna complicità con la violenza. In Queen Mab, la riflessione filosofica la scelta vegetariana assume dimensione cosmica e politica:non costituisce cioè un’appendice morale, ma si colloca al centro di una più vasta riflessione sul rapporto fra violenza, potere e civiltà. La regina Mab conduce l’anima della protagonista, Ianthe, attraverso la storia dell’umanità, le mostra come guerre, monarchie, religioni oppressive e sfruttamento della natura abbiano la stessa genealogia della sopraffazione: l’uccisione degli animali per nutrirsi è tra i primi anelli di questa catena. Nel celebre canto VIII Shelley immagina una futura rigenerazione, in cui anche il rapporto tra uomo e animali sarà finalmente liberato dalla violenza: “Non più/ Uccide l’agnello che lo guarda negli occhi,/ Né orribilmente ne divora le membra straziate”. Lo sguardo dell’agnello è uno specchio: la creatura è capace d’incontrare e ricambiare quello umano, e l’incontro, frattura morale, rende impossibile l’uccisione. Due secoli prima che filosofi come Emmanuel Levinas attribuiscano al volto dell’altro un valore etico assoluto, Shelley individua nello sguardo dell’animale il luogo originario della responsabilità morale. La descrizione di un mondo riconciliato – “Il leone dimentica la sete di sangue;/ Lo si vede giocare al sole/ Accanto al capretto ormai senza paura” – richiama Isaia – “il lupo dimorerà con l’agnello” –, ma qui non è il miracolo divino a instaurare la pace, bensì il cambiamento etico dell’uomo. Quando quest’ultimo rinuncia alla violenza, anche la natura sembra riconquistare il proprio equilibrio. Il canto contiene versi tra i più celebri del poema, “Mai più il sangue di uccello o di animale/ Contamini con il suo velenoso flusso il banchetto umano”, in cui il sangue versato è un veleno che corrompe prima la coscienza che il corpo: ogni banchetto fondato sulla brutalità lascia una traccia nell’anima di chi lo consuma. Il modo in cui cibarsi diventa simbolo del rapporto che l’uomo decide di avere con l’universo vivente. La conclusione è eloquente, “Tutte le cose vengono ricreate, e la fiamma/ Di un amore concorde anima ogni forma di vita”, dove l’espressione “amore concorde” è, forse, il nucleo della filosofia shelleyana: armonia universale fra tutte le creature del mondo vivente, che l’uomo non domina ma a cui partecipa. Mentre stende le note a Queen Mab, nel saggio coevo, A Vindication of Natural Diet, il poeta sostiene che l’uomo non è carnivoro per natura: una dieta vegetale non cruenta gli sembra un ritorno all’innocenza originaria. Infatti l’uomo non possiede né artigli né dentatura dei carnivori, e l’attrazione per la carne sembra più una costruzione culturale, perché solo la cucina rende accettabile quanto per natura susciterebbe disgusto. Per paradosso, la civiltà non giustifica il consumo di carne, lo rende semplicemente più facile da dimenticare. È l’esordio della Vindication:  > “Solo grazie all’arte culinaria, che ammorbidisce e occulta la carne morta, > essa diventa tollerabile alla masticazione e alla digestione”. In altre parole, il gusto per la carne è artificiale, solo la cottura riesce a mascherare la ripugnanza per quella “morta”. Nella Defence of Poetry, una sorta di filosofia morale dell’empatia, Shelley scrive che “Il più grande strumento del bene morale è l’immaginazione”. E ancora: “Per raggiungere una bontà autentica, l’uomo deve esercitare un’immaginazione intensa e universale; deve porsi nella posizione altrui”, ovvero, la bontà nasce dalla capacità di comprendere l’altro, un’empatia da estendere non solo agli altri uomini, ma a ogni creatura vivente. La poesia amplia così la sfera della nostra specificità morale, “La poesia dilata il cerchio dell’immaginazione”, allarga gli argini delle percezioni e dunque anche della compassione, “La poesia fortifica la facoltà che dà voce alla natura morale dell’uomo”, principio che include anche gli esseri senzienti non umani. Perciò il poeta considera il consumo di carne espressione di un’abitudine alla violenza. La Defence of Poetry non tratta direttamente l’essere vegetariano, ma fonda una teoria dell’immaginazione morale che, per coerenza, comprende nella compassione gli animali non umani, tema chiarito nella Vindication. Che, con On the Vegtable System of Diet, auspica un mondo senza violenza anche nei confronti di quelli che Shelley definisce “my fellow animals”, “i miei compagni animali”, dall’uomo ridotti a materiale organico, resi preda non già per natura, ma per scelte utilitaristiche.  Solo gli animali infatti uccidono per fame, per necessità di sopravvivenza. L’uomo invece può scegliere. En passant, l’Italia è l’unico paese europeo che nel 2023 ha proibito di produrre e commercializzare la carne creata in laboratorio da cellule staminali animali: detta anche “cell-based meat” o “cultured meat”, ossia prodotta a partire dalle loro cellule ma senza allevare e macellare animali. In Europa è considerata “novel food”, ancora da approvare ma non necessariamente da proibire in futuro.  I due piccoli e preziosi libelli di Shelley descrivono con passione la capacità di sentire, di provare dolore ed emozioni degli animali, la loro capacità di stringere legami tra loro e con noi, di conoscere il mondo e riconoscere un linguaggio. Mangiare è un gesto politico, un atto quotidiano che può perpetuare o interrompere la catena della sofferenza. Per il poeta uccidere per nutrirsi corrisponde a indurire il cuore, abituarsi al sangue, normalizzare la violenza: la crudeltà sugli animali e la crudeltà tra gli uomini hanno radici comuni. Oggi, in un mondo che produce carne su scala industriale, quell’intuizione appare profetica. Gli allevamenti intensivi consumano risorse, distruggono foreste, inquinano acque. Il cambiamento climatico non è un’astrazione, ha il suono delle foreste che bruciano e il silenzio degli ecosistemi impoveriti. Scegliere un’alimentazione non cruenta implica ridurre il dolore inimmaginabile degli animali, moderare l’impatto ambientale, limitare lo sfruttamento, sottrarre domanda a un sistema fondato sulla sofferenza. Gli studi contemporanei hanno poi ormai dimostrato che una dieta vegetale ben bilanciata può ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e altre patologie. Shelley parlava di “purity” e “lightness”: oggi potremmo parlare di prevenzione e sostenibilità. Il lessico cambia, la sostanza resta. E tuttavia il cuore della sua scelta è poetico. Per Shelley la natura non è uno scenario né un deposito di risorse: è una comunità di destini, una trama vivente di cui l’uomo è solo un filo. Rinunciare alla carne è un gesto di coerenza cosmica: vivere senza infliggere dolore, per quanto è possibile al singolo. Non perfezione morale, ma tensione verso la gentilezza. In tempi di slogan, la scelta vegetariana o vegana è spesso ridotta a identità o ideologia. Shelley ci invita a pensarla diversamente: come atto d’immaginazione morale. Possiamo nutrirci senza distruggere? Possiamo trasformare il bisogno in cura? Possiamo evitare che per nutrire me un animale patisca paura, terrore, sofferenza psichica e fisica? Non si tratta solo di dieta. Si tratta di sguardo.  Essere vegetariani o vegani significa riconoscere che la sofferenza animale non è trascurabile, provare responsabilità ecologica, sapere che ogni scelta alimentare ha un impatto globale. E coerenza etica, che è l’allineare convinzioni e comportamenti quotidiani. Shelley è stato inghiottito dal mare nel 1822, ma la sua visione sopravvive intatta: l’idea che la civiltà si misuri dalla capacità di non ferire. Forse la sua “vegetable diet” non è solo una scelta alimentare, forse è il luogo in cui la poesia smette di essere parola e diventa gesto. Un modo di abitare il mondo senza aggiungere altro dolore al suo dolore. Paola Tonussi *In copertina: Percy Bysshe Shelley secondo Alfred Clint L'articolo “Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta vegano proviene da Pangea.
August 4, 2026 / Pangea
“La radice dell’umanità”. Per la dolce Mary, donna straordinaria, figlia di “Pound il generoso”
Giovedì scorso sono salito a Brunnenburg per l’addio a Mary de Rachewiltz (1925-2026). È stata sepolta nel piccolo cimitero fiorito di Tirolo. È un luogo che dona molta pace. Una ciocca dei suoi capelli verrà portata a San Michele a Venezia, l’isola dei morti dove riposano suo padre Ezra Pound e sua madre Olga Rudge. Sizzo, il figlio di Mary, mi ha chiesto di preparare un breve saluto finale dopo la Messa. Per me non è facile nella folla dei ricordi. La cerimonia è bella e curata. In tedesco, in latino, in italiano. Sulla cassa bianca circondata da ceri bianchi c’è una foto di Mary in uno scialle blu con il sorriso di sempre.  I famigliari ricordano la sua vita lunga e feconda. Sizzo per primo, poi i nipoti, la figlia Patrizia che legge una poesia dolcissima. C’è il prof. Kyle Dell del Guilford College, i sindaci di Merano e Tirolo. La chiesa è gremita. Mi commuovono gli anziani con gli abiti antichi di generazioni. Mary diceva che i funerali tirolesi sono bellissimi. È così. Gli uomini che veglieranno il feretro con il cero in mano hanno la camicia bianca, un corpetto nero con una sorta di stola verde. Quelli che porteranno la cassa i calzettoni bianchi, una giubba rossa e nera e un cappello piumato.  C’è cura in ogni dettaglio, proprio come sarebbe piaciuto a Mary.  I canti sono guidati dal maestro Marcello Fera che nel 2000 riportò a Bolzano l’opera lirica Cavalcanti di Pound.  Mary, Alessandro Rivali, Cesare Cavalleri * Per la dolce Mary Nei suoi Cantos Pound ripete che “la bellezza è difficile”. È vero. Ma è anche vero che stare accanto a Mary significava incontrare la bellezza, sentirla a portata di mano. Per i suoi occhi azzurri, come laghi alpini, come suggeriva Alessandro Spina pensando a quelli di Pound. Per l’eleganza del suo vestire. Per il suo amore per ogni forma d’arte, la musica classica come le sculture lignee del Tirolo. Per il suo amore per i libri ben confezionati. Per la sua passione grandissima per la poesia. Tutti la ricorderemo per la sua squisita cortesia. Quando un anno fa abbiamo festeggiato a Merano i suoi cento anni, avevo letto alcuni versi del Canto 84 di Pound:  > “Non è forse bello  > aver visite di amici da terre lontane  > non è forse piacevole  > essere indifferenti alla notorietà?  > affetto filiale, fraterno è la radice dell’umanità”. Mi sembra una sintesi splendida della vita di Mary che ha portato a Brunnenburg amici e studiosi da ogni parte del mondo, ha custodito e ha difeso la memoria del padre. Ha incoraggiato tanti ragazzi a trovare la propria strada nel mondo. Ha trasformato il castello Brunnenburg in un eden di pace, per sognatori e scrittori. “Udor et Pax”. “Acqua e Pace”. È un frammento dei Cantos che si legge sulla fontana nel cortile più interno di Brunnenburg. È un manifesto di vita.  Tra una manciata di giorni sarà la notte di san Lorenzo. La notte delle stelle cadenti. La vita di Mary è stata, se mi consentite l’espressione, una lunga “stella ascendente” verso la Casa del padre. È come se vedessi incise nella sua coda luminosa alcune parole “chiave”:  Amicizia Memoria Dedizione Pace Poesia Tante volte nelle nostre conversazioni mi ha ricordato quando Pound stimasse l’amicizia:  > “Pound si spese per promuovere i giovani e investì su di loro come pochissimi > altri. Si potrebbe ricordare mio padre con l’appellativo: ‘Pound il generoso’. > La storia della letteratura gli deve la scoperta, o l’incremento decisivo di > notorietà, di Eliot, Joyce, Hemingway, William Carlos Williams, Hilda > Doolittle, gli imagisti e moltissimi altri. Lui non dimenticò mai nessuno, > mentre alcuni vollero rompere i ponti con lui. Per lui l’amicizia era un > valore indiscutibile”. Mary prediligeva la poesia alla prosa e quando gliene chiesi il motivo, mi confidò:  > “Perché la poesia è più concentrata, perché il poeta non tergiversa. Scava, > dialogando con sé stesso e chiarificandosi la coscienza. Nella grande poesia > si può dire tutto una volta per sempre. Così come hanno fatto i Tragici greci > o Shakespeare”.  Difficile trovare una sintesi migliore. E spero che un giorno Mary sia studiata anche per la opera in versi.  A proposito di memoria e dedizione, un giorno mi spiegò che dopo decenni di totale immersione nei Cantos, continuava a scoprire meraviglie:  > “Io continuo a scoprire nuove sorprese nei Cantos, cose che non ricordavo di > aver tradotto… I Cantos saranno come la Commedia e l’Odissea, studiati, > ritradotti e interpretati ‘finché ci sarà letteratura’. E chi sa che non ci > sia qualcuno che magari un giorno li porterà su Marte o sulla Luna… Scherzi a > parte, il TEMPO mi sfugge di mano e fra le mie carte, fra i libri, nella mia > stanza regna il caos assoluto…”. Mary amava molto il buonumore. Era contagiosa nel trasmetterti la gioia. Mi sia concesso un aneddoto personale. Abbiamo lavorato insieme per nove estati per preparare un libro di conversazioni. Prima di andare in stampa, mi chiamò al castello perché le leggessi a voce alta tutto il libro, che peraltro aveva già approvato in bozza. Impiegai tre giorni nella lettura e ne uscii quasi afono. Al termine, erano le 16 di una domenica di luglio, Mary con un largo sorriso mi disse: “Rivali, la vedo un po’ stanchino e qui bisogna festeggiare… le preparo un bel whisky”. Fu il più indimenticabile whisky della mia vita. Quando venivo a trovarla e lei mi sapeva in viaggio, Mary accendeva sempre una candela a San Michele nella piccola cappella del castello perché tutto andasse bene. Vorrei che adesso la accendesse dal Cielo per tutti perché possiamo continuare sicuri il nostro Viaggio.  Mary de Rachewiltz (1925-2026) Mary considerava importante il rapporto tra i luoghi e la letteratura. E un giorno giustamente mi rimproverò di non conoscere abbastanza i luoghi di Pound a Venezia. Forse anche per questo mi scrisse una mail con la “to do list” delle cose da fare a Venezia. È una lettera bellissima. Ritorna la memoria, l’amicizia, la ricerca della bellezza: 19 febbraio 2018 Caro AR, viaggiatore, Gli “Armeni” avevano una stamperia e un museo (con un sarcofago) quando all’Isola andavano i miei genitori. Se va fino CQ 252 [Calle Querini, la casa di Olga] accanto al Pastor anglicano di St. George (chi sa se il Grand Master Clive Wilmer, poeta, è già arrivato per allestire la mostra di Ruskin al Palazzo Ducale?) passerà per forza dalla Madonna della Salute, (e si può entrare gratis, credo) mentre nella nostra “parrocchia” – Madonna del Rosario – sulle Zattere –, si deve pagare. Mio padre la farebbe correre ad accarezzare le sirene nella chiesa di S.M. dei Miracoli (ma non è più permesso) non lontano dall’Ospedale con la facciata più bella del mondo, dove ha scelto di chiudere gli occhi. San Michele resta l’unico luogo non ancora affollato e spero non ci siano troppe foglie secche o altro sulla tomba… Buon lavoro, MdeR. In uno dei suoi ultimi messaggi mi scrisse,  > “Caro A.R. sono contenta che sia tornato alla POESIA: toccare il buio per > avere luce”. Ed è con una poesia vorrei congedarmi da lei, una poesia “nata” tra le mura di Brunenneburg.  Ora che sei stella senza tramonto, donami il desiderio senza usura: saper perdere, per essere padre. Insegnami l’amore per sempre, che genera, perdona e annienta le insidie dello sguardo parziale. Come Pound scrisse nel Paradiso, portami dove sempre siamo stati, dove l’acqua si tinge di pervinca.  Perché questa fiumana di porpora sbiadisca in un estuario azzurro e io riveda la fonte e i giardini. Alessandro Rivali *Le fotografie in copertina e nel servizio sono di Davide Coltro L'articolo “La radice dell’umanità”. Per la dolce Mary, donna straordinaria, figlia di “Pound il generoso” proviene da Pangea.
August 3, 2026 / Pangea
Siamo avanzi di miracolo
Dal Vangelo secondo Matteo In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. (Mt 14,13-21) * Perché proprio questi «simboli» e non altri? > “Gli interpreti, però, si sono sempre affrettati a spiegare che questi > miracoli «materiali» non sono che il simbolo di «beni spirituali». Ma perché > la Bibbia, per riferirsi ai più alti beni spirituali, usa costantemente il > concreto linguaggio della fame e della seta da placare, della gioia del > banchettare, delle nozze da celebrare, della intimità fra gli sposi? Perché > proprio questi «simboli» e non altri?”. > > (Sergio Quinzio, I vangeli della domenica, Adelphi, 1998) Forse perché la vita in Cristo è una parabola. Un racconto che prende corpo e interpella chi si lascia affascinare. Forse perché Cristo è lievito, e pastore buono, e campo e tesoro e colui che cerca e che è cercato. Forse perché non abbiamo altro che il corpo, in fondo, per dire di noi. Perfino l’invisibilità delle parole chiede carne per esistere.  Certo il corpo può far paura, perché svela. Sfugge dall’illusione religiosa del puro. Provoca una domanda: come possiamo essere amabili? Perché la grande tentazione è quella di liberarcene, del corpo, essere puro spirito, finalmente senza ombre. Credo che, agli occhi di Cristo, questa sia una blasfema tentazione. Forse il corpo ci ricorda che siamo chiamati a farci salvare. E che siamo materia, e che materiale deve essere anche il miracolo. * Miracolo è la morte > “In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di > là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte”. Giovanni Battista muore. L’ultimo dei grandi profeti muore, male. Schiacciato dal potere, probabilmente invaso dai dubbi e dalla paura che Cristo non fosse colui per cui valesse la pena l’attesa nel deserto. Giovanni Battista muore e l’Onnipotente non ferma il taglio della lama. Una testa su un vassoio immolata nell’ennesima orgia dei potenti può essere miracolo?  Miracolo forse è che la sua morte è stata udita da Cristo. Non da tutti, tutti l’hanno sentita. Miracolo è quando una morte provoca conversione. Quando l’apparente sconfitta genera un movimento profondo nella storia di qualcun altro. Può essere una guarigione fisica a cambiarci ma non è detto, si può miracolosamente guarire e rimanere malati dentro. Si può morire e miracolosamente essere raccolti dal Cristo che decide di innestarsi esattamente in quella morte.  > “Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla > barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro > malati”. E dalle città, le folle, ancora, attendono il divino richiamo. Quell’esodo salvifico. Ci si salva solo lasciandosi portare fuori da ciò che ci imprigiona. Inferno materiale è quello che costruiamo qui, quando intravediamo la felicità, o almeno il profilo di una vita che ci lasci respirare, ma non abbiamo il coraggio di sceglierla. Perché muoversi significa ammettere di non stare bene, di non essere riusciti a costruirsi una vita degna d’essere vissuta. Essere in ricerca, ricerca spirituale vera, non è stordimento dell’intelletto, ubriacatura di testi ma concretissimo movimento del corpo. Spostamento. Esodo.  Miracolo è la compassione. E guarigione vera non è assenza di malattia ma trovare la forza di reggere un cuore concretissimo che si lascia trapassare dal dolore altrui. Gli amici del teatro la Ribalta di Bolzano hanno un cuore per simbolo, copia anatomica del reale, e un messaggio scritto proprio alla base dei ventricoli: “usalo”. Un ordine pericolosissimo. Così si muore.  Compassione. Questo miracoloso rischio. > La donna compie riti > di fecondità e di morte,  > versa acqua nei vasi, immerge i fiori, > ravvia le lunge figlie, schianta > i seccumi, libera i buttoni > per il meglio della pioggia, > per il più caldo del sole. > o miei giovani e forti, > miei vecchi un po’ svaniti, > dico, prego: sia grazia essere qui, > grazia anche l’implorare a mani giunte, > stare a labbra serrate, ad occhi bassi > come chi aspetta la sentenza. > Sia grazia essere qui,  > nel giusto della vita, > nell’opera del mondo. Sia così. > > (Mario Luzi, Augurio, da Dal fondo delle campagne) * > “Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo > è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a > comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi > stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che > cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui»”. Miracolo è avere poco. Quasi niente. Se avessero avuto le possibilità, se avessero potuto sfamare, avrebbero sedotto. Inaugurato un pezzo di mondo funzionante. Miracolo è saper d’avere niente. Concreto miracolo è il coraggio dei discepoli, chiesa che riconosce la propria miseria. Come potrebbero essere miracolo la povertà, l’obbedienza e la castità se servissero a servire, se fossero riflesso d’illusione d’essere più puri, o più perfetti, o più autonomi? Scegliere di abitare la ferita. Starci. Inutilizzabili. Beati. “Portatemeli qui”. I pochi pani, i pochi pesci. Ma forse anche la folla. Portare tutto. Miracolo è che i discepoli, smarriti, prendono per mano il poco che hanno e portano e si lasciano portare. Liturgia campestre. > “Svanisce la città  > Sfuma il traffico  > Sfuma  > S’impone la poesia  > S’alza la luna  > e sale  > Decolla”  > > (Campestre, Per Grazia Ricevuta, “Montesole 29 giugno 2001”, 2003) * Gesti > “E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e > i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e > li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla”. Cristo è parabola fatta carne. Miracolosi i suoi gesti concreti e quindi eterni. Come immaginare di potersi ancora sedere sull’erba senza sentire che questo gesto d’abbandono risponde all’ordine dell’infinita compassione del Verbo fatto carne? Miracolo sono mani che prendono la vita, così com’è, la smascherano e quindi la liberano dalle attese e dalle pretese e da tutto ciò che ci giura che è solo quello che si vede. Miracolo è quando il cielo è così insistente da sradicarci gli occhi da noi stessi. Anche il cielo, materiale, è miracolosamente abitato. Ridurre a metafora il reale è peccato contro lo Spirito.  Non credo nel paradiso come risposta invisibile, opposizione perfetta a ciò che vedo. Non credo nell’aldilà come fuga dall’aldiquà, credo perché esiste questa pietra che tengo tra le mani. Benedire il reale che mi preme sulle palpebre è declinare tutto in litania eucaristica. E avere il coraggio di benedire anche me, per ciò che sono.  E poi spezzare il pane. Slogare l’apparente perfezione. Miracolo non è mai l’intatto ma la frammentazione che non ha mai fine, l’infinito si svela nella condivisione, procede dal concreto del pane e mai dall’astrazione di un concetto. Poi sono mani che si lasciano contaminare dal pane. Il miracolo chiede di farsi toccare. Mani consacrate più che consacranti.  Santi di Tito, Moltiplicazione dei pani e dei pesci, 1592 ante * Concreto miracolo: noi > “Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste > piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza > contare le donne e i bambini”. La folla non c’è più, hanno portato via i pezzi avanzati. Dodici ceste, come dodici i discepoli. È difficile non vederli in quelle ceste colme di pane avanzato. Noi siamo le ceste. Discepolo è chi si lascia portare. Pieno solo di pane avanzato, sovrabbondante, inutile.  Siamo avanzi di miracolo.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. In copertina: Sandro Botticelli, “Cristo dei dolori”, 1500-1510  L'articolo Siamo avanzi di miracolo proviene da Pangea.
August 2, 2026 / Pangea
“Errava nel mondo come un cane”. Borges, Nolan e l’ossessione omerica
L’edizione del Festival di Cannes del 1969 presentava una novità, la “Quinzaine des Réalisateurs” (oggi: “Quinzane des Cinéastes”). In sostanza, una sezione dedicata alle pellicole ‘sperimentali’, provenienti da tutto il mondo. Reduce dalle contestazioni dell’anno precedente – guidate da Truffaut, Godard, Lelouch & compagni in regia –, quell’anno la Palma andò a If… di Lindsay Anderson (con guerresco, giovanissimo Malcolm McDowell), il Premio della giuria premiò Z. L’orgia del potere di Costa-Gravas; Easy Rider fu eletta “Migliore opera prima”; Andrej Rublëv fu proiettato fuori concorso. La giuria era presieduta da Luchino Visconti.  Nella “Quinzaine des Réalisateurs” furono mostrati, tra i tantissimi, un paio di film di Carmelo Bene (Nostra Signora dei Turchi e Capricci), Partner di Bernardo Bertolucci – tratto da Il sosia di Dostoevskij –, Così bella, così dolce di Robert Bresson – tratto da La mite di Dostoevskij – e The Trip (passato da noi come “Il serpente di fuoco”), film di Roger Corman scritto da Jack Nicholson che racconta la non-storia di un uomo (Peter Fonda) in preda ad allucinazioni da LSD.  Uno dei film più curiosi della rassegna veniva dall’Argentina: Invasión, diretto da Hugo Santiago, narrava – secondo i criteri della Nouvelle Vague – di una città sotto assedio. Il clima è cupo, l’assedio infinito, l’istinto predatorio degli assalitori grava sui resistenti, ovunque, e la resistenza finisce per ledere i tenui legami degli eroi. I protagonisti sono, in sostanza, tre: Don Porfirio, alla guida dei resistenti, l’inerte Julián Herrera, che comanda chi combatte, e Irene, la donna che scombina i piani di tutti, un po’ Elena un po’ Atena. La struttura del film – secondo le intenzioni dei creatori – ricalca un po’ l’Iliade: è Omero nel Sessantotto.  La cosa che incuriosì di Invasión, al di là del tema, era il nome degli sceneggiatori, annunciato, in tandem, sull’affiche à la Hitchcock: Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares. Borges era già Borges da tempo: quell’anno pubblicava Elogio dell’ombra; nella poesia omonima lo scrittore accenna alla vecchiaia e alla cecità (“Vivo tra forme luminose e vaghe”), cita Democrito, Emerson, Buenos Aires e la neve, accenna al fatto – ci sarà utile più tardi – che “Posso infine scordare”; il poeta è felice perché “Presto saprò chi sono”. Con Adolfo Bioy Casares la collaborazione era, ormai, decennale: i Seis problemas para don Isidro Parodi erano usciti da Emecé nel 1942; due anni prima, nel ’67, l’editore Losada aveva pubblicato Crónicas de Bustos Domecq. Insieme, avevano scritto – come sempre, per gioco, con la furia dei costruttori di labirinti – diverse sceneggiature: qualcuna – come Les autres, del 1974 – sarebbe stata tradotta in film, altre – Los orilleros, El paraíso de los creyentes – no, puri, onirici, verbi origami. L’anno dopo, nel 1970 – a dire di un viso-logo, di un uomo-totem – Borges sarebbe apparso fugacemente – in uno specchio – in Performance (in Italia: “Sadismo”), pellicola punk di Donal Cammell e Nicolas Roeg con Mick Jagger protagonista.  Borges, è noto, amava andare al cinema, ha scritto spesso di film; nelle recensioni cinematografiche era corrosivo: nel 1931, sulla rivista “Sur” dell’amica Victoria Ocampo, stronca Luci della città; di Chaplin malsopportava “le trovate primordiali”, i “baffi fasulli”, la “velocità spettrale nell’agire” – gli preferiva Buster Keaton. Nel 1974 “Sur” dedicherà, su ispirazione di Borges, un numero speciale al Cine, con articoli di Roger Callois e Eisenstein, André Malraux e Benjamin Fondane.  Quanto a Invasión, Borges ci tenne a dire che il personaggio principale era calcato sulla figura di Macedonio Fernández, l’antico amico, il maestro, morto quindici anni prima. Per il film – per dire quanto ci tenesse – Borges scrisse Milonga de Manuel Flores (pubblicata in Para las seis cuerdas nel 1965), interpretata da Aníbal Troilo. Alcuni brani – recitati nella pellicola; qui nella versione di Domenico Porzio e di Hado Lyria – danno il senso dell’atmosfera del film: “Manuel Flores va a morire. Questa è moneta corrente; Morire è un’abitudine Che sa avere la gente. E tuttavia mi spiace Dire addio alla vita Questa cosa che è di sempre Tanto dolce e conosciuta.  Guardo all’alba le mie mani, Guardo nelle mani le vene; Con sorpresa me le guardo Come se fossero d’altri”.  La sinossi del film – a firma di Borges e da Bioy Casares – recita così:  > “Invasión è la storia di una città – immaginaria eppure reale – assediata da > potenti nemici e difesa da un manipolo di uomini, non propriamente eroi. > Combattono fino alla fine, senza sospettare che la loro battaglia è > infinita”.  La città “immaginaria o reale” è indubbiamente Buenos Aires, ma nel film si chiama Aquileia. Ne I teologi – tra i racconti più arditi de L’Aleph – Borges parla di “Aureliano, coadiutore di Aquileia”, micidiale segugio di eresie: una di queste, professata dai “monotoni (chiamati anche anulari)”, dichiara “che la storia è un circolo e che nulla esiste che non sia già stato e non sarà nuovamente”. In questo senso, si capisce perché la battaglia degli anti-eroi di Invasión sia infima e infinita.  L’amore per i labirinti – cioè: per le mappe –, per gli specchi e per le lotte all’ultimo sangue (Borges discende da una genia di militari, più o meno fortunati) è temprata da quello per i libri – anch’essi dei labirinti –, per la donna come specchio contrario dell’uomo, per i poemi omerici. Invasión, si diceva, è una sorta di Iliade contemporanea. Il primo racconto de L’Aleph, L’immortale, è un infinito, circolare elogio di Omero:  > “Io sono stato Omero; tra breve sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve sarò > tutti: sarò morto”.  In L’immortale Borges accenna alla traduzione “in sei volumi in quarto minore (1715-1720) dell’Iliade di Pope” – è il libro che dà avvio alla vicenda –; in Las versiones homéricas, articolo del 1932 raccolto in Discusión, scrive di non disdegnare l’Odissea tradotta da Samuel Butler, gli pareva un “ironico romanzo borghese”; in Talismani, poesia raccolta in La rosa profonda (1975) ammette di adorare, insieme alla “prima edizione dell’Edda di Snorri” e all’opera di Schopenhauer, “I due tomi dell’Odissea di Chapman”.  Nel 1967, ad Harvard, lo scrittore americano Richard Burgin investigò Borges proprio intorno a Invasión. Il poeta cieco – omerico – disse di essere “un grande appassionato di cinema”, disse che in quel film, ascrivibile al genere “fantastico”,  > “gli invasori sono spietati, efficienti, numerosi. La città viene difesa da un > vecchio e dai suoi amici. I suoi amici, tuttavia, sono scettici, vagamente > codardi, vincolati dalle loro microscopiche esistenze. Ad esempio: un uomo > ingaggiato per salvare il paese non può farlo, dice, perché deve andare a una > festa con la moglie…”.  Borges si diceva certo che “verrà fuori un bel film”; non lo convinceva troppo il regista, “spero che non lo rovini… mi preoccupa il fatto che Santiago dica di aver trovato l’attrice più meraviglioso del mondo: si è messo in testa di sposarla”.  Infine, il film infiammò Bioy Casares: “Credo che Hugo Santiago abbia girato un film straordinario. Invasión è una versione moderna dell’Iliade: non esalta l’astuzia e la forza del conquistatore ma il coraggio di una manciata di impavidi che difendono la loro Troia… Omero mi perdonerà, ma il mio cuore è sempre dalla parte di chi resiste”. Al contrario, Borges, che non amava la Nouvelle Vague, trovò il film “piuttosto confuso… lo vidi, mi parve pessimo”. Santiago lo irretì, “il mio lavoro è stato così trasformato che non l’ho riconosciuto quando ho visto il film… per questo preferisco non mettere il mio nome, non voglio essere responsabile di nulla… eppure, si ostinano a usarmi, a citarmi, dunque mi tocca la parte dell’offeso…”. Benché nelle intenzioni Invasión non contenesse alcun messaggio politico – “Non c’è alcun significato politico nel film: non pensavamo, pensando agli invasori, né ai comunisti né ai fascisti”, così Borges a Burgin – il film fu letto come una reazione al reazionario governo militare della “Revolución Argentina”; il regime militare di Videla & Co., in seguito, farà sparire la pellicola, di fatto, al di là dell’uscita a Cannes, passata inosservata. Fu riesumata, fortunosamente, nel 2004, e restaurata: Invasión è considerato, oggi, tra i film più importanti del cinema argentino. All’epoca, il film (“una verdad”), fu vietato ai minori. Resta da dire dell’ossessione omerica di Borges, sommo mitografo argentino. A Borges piaceva l’idea che Omero, il genio della poesia occidentale, fosse ammantato dall’enigma: che fosse uno e sdoppiato. “Non sappiamo se Omero sia esistito. Il fatto che sette città si disputassero il suo nome è sufficiente a farci dubitare della sua storicità. Forse non ci fu un Omero, ma molti greci che nascondiamo sotto il nome di Omero”, ha detto Borges in una conferenza su La cecità (riprodotta in Sette sere, Adelphi, 2024). Ogni legame, su questa zattera, tra Borges e Christopher Nolan lo lasciamo ai lettori; sul tema ha scritto un libro, pubblicato da Quodlibet nel 2025, Vittoria Martinetto, s’intitola Un incontro fantastico. Borges e Nolan.  Proprio all’Odissea, in particolare al “Libro vigésimo tercero” del poema, Borges dedica una delle sue poesie più tenui, raccolta in El otro, el mismo (1964): “Ormai la spada di ferro ha eseguito l’esigente lavoro della vendetta; ormai gli aspri dardi e la lancia hanno elargito il sangue dei perversi.  A dispetto di un dio e dei suoi mari Ulisse è tornato al regno e alla regina, a dispetto di un dio e dei grigi  venti e della furia di Ares. Nell’amore del letto condiviso dorme l’illustre regina sul petto del suo re; ma dov’è ora l’altro l’uomo che nelle notti e nei giorni  d’esilio errava nel mondo come un cane dicendo che il suo nome era Nessuno?” Borges è affascinato dall’ambivalenza di Ulisse, dal suo essere cane e re, tutto e nulla. Borges ama l’eroe che si sfracella in Nessuno – il suo Ulisse è simile all’Alessandro Magno che fugge il regno per arruolarsi, dimentico di sé, in un esercito mongolo, ai confini delle magioni orientali. Nolan, beh, Nolan no.  *In copertina: Jorge Luis Borges; photo Sara Facio, 1968 L'articolo “Errava nel mondo come un cane”. Borges, Nolan e l’ossessione omerica proviene da Pangea.
August 1, 2026 / Pangea
“La Musa ha i tratti del lupo”. Appunti sparsi sulla poesia di Elena Švarc
Di Elena Švarc colpiscono soprattutto gli occhi. Ricordano spazi senza fine, tundra e nidi di aquile. In una foto in bianco e nero il suo sguardo di brace accarezza e incenerisce celesti lontananze. Quando per la prima volta ho letto i suoi versi, con colpevole ritardo, ho sentito entrare in azione una nave rompighiaccio. Qualcosa come l’innesco di un ordigno si cela dietro il ritmo del suo dettato poetico. Fiera-fiore è il titolo di una delle poesie più belle: ecco, ho pensato, la Švarc vive in questo cristallo di grazia sempre minacciato dall’artiglio della bestia. Esiste tenerezza nello sconquasso, una muta compostezza nei gesti del tumulto. C’è un non so che di fiaba crudele nell’opera luminosa della Švarc. * Perché parlare della biografia, seguire il ritmo ordinario delle stagioni e degli anni? Di un altro tempo è figlia la Švarc, un tempo noto soltanto alle stelle. D’altronde, sui calendari non trova posto l’inspiegabile. Altro supporto, altra lingua pretende il miracolo. Puro e chiaro come vele sul mare. Elena Švarc nasce nel 1948 a Leningrado e qui (si dovrebbe dire a San Pietroburgo) si spegne a sessantadue anni. Due astri luminosi orbitano sin dall’inizio attorno alla sua esistenza: un amore viscerale per il teatro e un’attrazione fatale per la poesia.  Un frammento in prosa, tradotto e pubblicato nella magnifica antologia curata da Alessandro Niero Mattino della seconda neve, ha il sapore di una lucidissima profezia: > “Oggi è il venti aprile e presto avrò diciott’anni. E voglio che mi caccino > dall’università così da poter scrivere versi e solo scrivere versi. Oh, > Signore, aiutami – e io passerò la mia giovinezza in una afosa stanza, accanto > ai matracci e alle storte. E trasformerò la pietra in oro, le parole in versi > vivi e abbacinanti.” Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam, Brodskij: quella fulgida linea che unisce la schiera dei massimi poeti pietroburghesi trafigge nel petto anche la Švarc. Cosa non darei per incontrarla, osservarla nella luce diafana di un’alba così minuta e simile a un elfo; così grande come l’ombra che proiettava su tutta la città, dai canali in su fino a Sant’Isacco avvolta in una polvere d’oro… * Accade tutto nell’universo poetico della Švarc. Accade, per esempio, che una città si trasformi in un gigantesco rospo orante, che i demoni si riversino nel mondo come irsuti orsi azzurri (se ci ascolti, oh Chlebnikov, batti un colpo), che il cuore diventi un pulcino astrale. La metamorfosi è la forza che governa i versi della Švarc: un continuo cedere degli argini alla piena della creazione incessante. Sospensione dell’incredulità, il lampo del miracolo nell’orizzonte feriale della vita. E a questo miracolo dare spazio, e accudirlo amorevolmente finché un giorno lo vedrai tirar fuori la buffa testolina di talpa dall’oscurità della terra.  * Il poeta è un occhio – dice la Švarc – legato per un attimo a una divinità ruggente. In questo occhio trovano riparo, per un istante, il dolore e la gloria del mondo. La poesia è corpo, il corpo stesso vorrebbe farsi canto poetico. Scrivere versi è sostenere un corpo a corpo faticoso e fangoso con la limitatezza dei propri sensi. Si vorrebbe abbracciare tutto il mondo e stringerlo a sé vicino al cuore, vivere tutte le epoche passate e quelle future, tendere un’imboscata al tempo rubando le briciole di pane che segnano la strada nei boschi. Tutto questo, il rombare dei millenni, la Švarc lo avverte nei polsi. La fatica del vento che spazza i crocevia, la millenaria disciplina dei campi di grano, il primo temporale del mondo e l’ultimo prima del Diluvio: temi della poesia della Švarc, enormi e piccoli come semi di anguria. E ancora, volpi che s’aggirano come fiaccole nel buio delle foreste, volpi parlanti che conoscono il segreto della poesia, semplice e indecifrabile come le pitture di Lascaux.  * La Švarc ha mappato tutto il mondo con i suoi versi. Non è poeta da Genesi: il suo dettato poetico esaurisce l’universo per accumulo, fino a portarlo dritto dinanzi all’Apocalisse. Da qui nasce l’ansia, l’esigenza di una tabula rasa, di un mondo nuovo o diverso, un mondo che può vivere in fondo anche di incomprensione e che non s’arrende alla tirannia di logica e causalità. Ci sia concesso il dono di non capire. Lasciamo fare ai versi. Essi possono tutto. La poesia della Švarc è un’appassionata dichiarazione di fede e amore per la parola. Arca che offre riparo ad animali e superstiti e piante. La Švarc amava le stelle. Ne riempie le sue poesie. Che cosa comprendiamo noi di questi lontani agglomerati di gas e luce, impertinenti come nei sulla pelle oscura della notte? * Margherita vola sopra Mosca. E questo folle volo lo compie la Švarc nelle notti di plenilunio. Eccola che s’avvinghia a una Vergine che plana dall’alto su Venezia. Una Vergine, sorta di Giovanna d’Arco, apparsa nel mondo per prendere con sé tutti i peccati. E dall’alto vede macchie di colore, San Marco che bela come un dolce agnello, gabbiani che disegnano traiettorie mortali. Venezia piano piano si dilegua e come un drago a scaglie d’oro si immerge nelle onde azzurre. * Favola è il mondo, favola sono gli amanti. Gogol’ e Bulgakov sono i grandi invitati. Chlebnikov fa loro strada. Entrano in scena gatti grigi: e smaniano e gnaulano e sbraitano. Sono gli amanti colti da metempsicosi. E le donne si trasformano in volitive gatte con lunghe vibrisse. E i volti di tutti si chiazzano di quel buio che affiora nell’ora del peccato. E la notte stessa, bestia feroce, avvolge qualsiasi cosa nella sua ombra finché il primo squarcio di luce dell’alba farà rientrare tutti nei ranghi. * Delle copiose nevicate nelle grandi città si ricorda solo il primo giorno di precipitazione. Quasi non si fa caso al secondo: sembra che la neve, da evento irripetibile e miracoloso, venga derubricata a puro evento meteorologico. Sul mattino della seconda neve, quando altri fiocchi si depositano sulla coltre del giorno precedente e la sigillano, si posa un velo di dolce oblio. Si tratta di una delle feritoie del tempo e da là, da quella stretta e inattesa fessura, spira un vento che soffia sui giorni come sui bastoncini colorati dello Shanghai.  * È una poesia di angeli e di candele. Immagini angeli che reggono le volte dei maestosi palazzi pietroburghesi o si danno convegno nei dimessi cortili delle periferie. Angeli che sono a un tempo creature di spirito e fedeli compagni del nostro quotidiano. I versi della Švarc contengono il balbettio di un angelo. Il poeta vive in un luogo remoto – forse un’isola – e da un campanile lo sguardo abbraccia tutto: non si tratta né di cielo né di terra, ma di un altrove dove giunge il canto degli storpi e la novella degli angeli. Testimoni del miracolo, noi e gli angeli. Gli opposti si incontrano e si fondono, così come il sublime e il grottesco. Scrivere versi è opera di alchimia, rinvenire l’oro del tempo. > “Amo i versi scafati, che fissano, esaminano la terra. Esperienze. Esperienze. > Ma anche questa è una fuga dalla poesia. Poesia autentica è un’altra – quella > con ali di cigno. Ma c’è anche l’alchimia – la distillazione di parole e > pensieri. Ho voglia di condurre le parole a un tale livello di > materializzazione, alla leggera carne degli angeli, così che esse vadano a > popolare il cielo, qualora sia vuoto.” * Alla fine di tutto, alla fine dei giorni, cosa rimane di questo dondolio tra i millenni? Perché sì, la poesia attraversa il tempo come il lungo stoppino di una candela che arde per tutta la sua lunghezza fino alla fiamma divina. Restano le maschere che la storia ci consegna. Restano storie e vite che ci piace inventare per un anticipo d’immortalità. Succede che i versi della Švarc conferiscano nuova vita e nuovi versi a Cynthia, la protagonista delle elegie di Properzio e a sua volta poetessa. Scrive la Švarz in una delle sue incantevoli prose:  > “Un tempo Pindaro si addormentò sul monte Elicona, dimora delle Muse, e > divenne un alveare: dalla sua bocca presero il volo le api. Destatosi, si mise > a cantare in versi. Quando mi desterò io, i miei versi si sparpaglieranno come > api, ciascuno verso il proprio destino, ronzando e danzando, e prenderanno > interamente il mio posto.” Leggiamo questi versi rischiarati dalla fievole luce di una candela. Lorenzo Giacinto ** Temporale sulla radura Specie di lacrime nere – a punteggiare i cuscini di feltro delle scabiose: un pugno di bombi a ognuna. Una libellula (luci celesti nel capino diafano) – ad addossarsi alla terra prima del temporale, squagliandosi nell’erba alta. D’un tratto un vento sommesso e sinistro prese a soffiare da sud, come il pensiero che è morto un amico. Nei cieli corse un rullo, fiaccando all’istante le foglie nei bassi cespugli, corse un tremito tra i fili d’erba, stettero lì come ombre incorporee – impallidì l’epilobio, sbiancarono l’origano e la verbena. Rumore in cielo di baule strascinato, – pareva lassù ci si apprestasse a un viaggio – di secchio rugginoso ribaltato, un raccapriccio lampone ne fu spanto; io ero, allora, come un bombo, una frazione, un dettaglio in quell’estate. il pensiero che è morto un amico. Nei cieli corse un rullo, fiaccando all’istante le foglie nei bassi cespugli, corse un tremito tra i fili d’erba, stettero lì come ombre incorporee – impallidì l’epilobio, sbiancarono l’origano e la verbena. Rumore in cielo di baule strascinato, – pareva lassù ci si apprestasse a un viaggio – di secchio rugginoso ribaltato, un raccapriccio lampone ne fu spanto; io ero, allora, come un bombo, una frazione, un dettaglio in quell’estate. La lingua argentina del lampo in quell’istante mi passò sul cuore, che sorrise selvatico, e io venni inghiottita, inghiottita in un porpora di fragola. Rotolò oltre il covone dell’estate, seminando moscerini, uccelli, bacherozzi, oblio, edera, cuscuta e un ruminìo di fragola. 1991 * Non cessare di crearmi, fammi girare sulla ruota del vasaio, divento più guizzante e variopinta quanto più serra la gola la Vita. Non stancarti di mutarmi, sennò la morte mi raggrumerà, e se mi soffi dentro il cuore lieviterò come vetro iridescente e nella Tua celeste magione irromperò come una trottola rotante. Lascia che questo mondo si crei, anche di sabato, per congedo, secondando la Tua ispirazione – negli alberi è di nuovo gorgoglìo. 1996 * A Morfeo Dio amante delle anime nude, spoglie, dio di occulte passionucole e segrete paure, invii in sogno alla vestale un pervertito, un violatore, perché non ci sia onta: “Non io mi sono data – mi hanno presa.” Il geloso si sogna in una gabbia di ferro a guardare l’amica spassarsela con un altro e lasciarsi andare a un riso crudele… Non hai pietà del puro fanciullo, che trema tutto nel sogno e si contrae, e a un tratto strilla nel terrore, svegliandosi, fino alla morte serbando un segreto terrore. Morfeo, con la candela, ti insinui come la notte per un sentiero nascosto nel cervello. Ma sappi che se non mi invierai sogni luminosi, puri e chiari come vele sul mare, non mi addormenterò mai più, per farti ripicca. Tutta la notte mi farò investire d’acqua fredda, obbligherò le serve al canto fino all’alba. Che in sogno io veda, Morfeo, soltanto il Nulla. * Imitazione di Boileau Mi piacciono i versi somiglianti a tram, che sfrecciano sonando e tintinnando, eppure, benché di sghembo, specchiano nei loro vetri cortili, palazzi e fioca luce di luna, luce di cecità: riverbero di veglia notturna e corti ciocchi di rime grossolane. Si invaghisce di sé il poeta, è avido di lode, sempre giardino e giardiniere di sé stesso. Nel suo metro sdrucito, dove Dioniso alberga, un gatto insazio pare abbia dato in salti e morsi. Furia e semplicità stanno sempre alla base, come per chi ideò i composti del sangue. La lingua natia è come un vecchio fido cane. Se sei dei suoi, tirale pure la coda. Ma, giovane amico, ritengo mio dovere avvertirti: la Musa ha i tratti del lupo. E se con quella tremenda fanciulla hai trafficato, sorbisciti la zuppa riscaldata della solitudine. Il poeta è un occhio – te ne avvedrai più tardi – legato per un attimo a una divinità ruggente, occhio malconcio su un filo sanguigno, occhio che ha accolto in sé, per un istante, il dolore e la gloria del mondo. 1971 * Ricordarsi dell’affresco Battesimo di Fra’ Beato Angelico vedendo la testa di Giovanni il Battista a Roma Cadde una rosa grigia e rinserrò il Giordano, e, con acqua nella mano chiusa, Giovanni balzò in cielo. Leggera e umidiccia, una nebbia d’alba si dissipava al di sopra del fiume. Giovanni contrae la mano quasi vi avesse un carbone ardente o fuoco e dischiude il suo robusto palmo sopra Dio. Pare che versi colore, innaffi un fiore invisibile; corre il sangue del fiume e in Dio si riversa come in uno scolo: fiorisci, fiorisci, dunque, mio Creatore e Signore, bruciavi nell’arsura del deserto, io venni a portare refrigerio. Rinfrèscati, ristòrati, mio invisibile fiore, verrà l’uomo a reciderti – lui che è crudele. Chiedesti acqua al mondo e ridésti vino, sangue – e l’uomo, che è crudele, ne abbisogna. Ma Giovanni si sparse su Dio come pioggia giordana – e si dissolse, svaporò come parole. E in una chiesa romana sta una testa picea, nera di sgomento e di lungaggini da calendario, sta come lapis niger, ben sapendo che, in silenzio, spunterà un’alba grigia. Nelle orbite vuote io lessi non vano il nostro affanno. Un sole umido quella sera si strizzava, senza ardere, come spugna e medusa. Sul ponte di un Tevere infoschito disperazione e speranza si azzuffavano, senza far parola, come putti incolleriti – due capri e due re. 2002 * Quando sorvolo l’acqua scura e mi libro sopra i boschi neri, non tengo nelle tasche quasi nulla: tabacco mescolato a versi russi. Quando l’angelo mi porterà via l’anima, l’abbraccerà nella nebbia, dandola poi alle fiamme, non avrò corpo, né lacrime, ma solo una sacca nel cuore e, dentro, versi. Ma prima che piombi nel fuoco spalancato: non arderla, – ti supplico – lasciami questa inezia; e dice l’angelo: lasciala, non toccarla, è tutta intrisa di veleno luminoso. Poesie tradotte da Alessandro Niero tratte da: Elena Švarc, Mattino della seconda neve, Bompiani editore  L'articolo “La Musa ha i tratti del lupo”. Appunti sparsi sulla poesia di Elena Švarc proviene da Pangea.
July 31, 2026 / Pangea