Arcicarissimo,
iniziavi proprio così le tue epistole quando, immerso per vent’anni
nell’avventura della scrittura del romanzo, chiedevi un parere linguistico a
qualche tuo amico letterato, o un libro in prestito necessario da consultare per
approfondire un dettaglio che non avresti trascurato, o ancora un altro
documento da visionare per non lasciare nulla al caso. Perché questo è stato il
cantiere de I promessi sposi, un lavoro paziente, amorevole e incessante
d’immaginazione, studio, revisione e limatura guidato da un autore incinto –
come ti sei definito tu stesso – a cui hanno partecipato, con la tua
sollecitazione costante e sempre ironica, decine di persone, dal correttore
instancabile al setacciatore di testi, fino al fido consigliere utile per
accertare l’utilizzo di un’espressione dialettale, o la preferenza di un
aggettivo rispetto a un altro. Ora, all’indomani della pubblicazione di un
documento ministeriale che ha messo per iscritto, con la lingua che tu hai
contribuito a forgiare, che il tuo romanzo non è più un classico contemporaneo
(!) e che, a discrezione del docente, al secondo anno di scuola superiore sarà
possibile leggere altri libri “meno complessi” dal punto di vista linguistico,
l’arcicarissimo sei tu, Alessandro, che con la tua scrivania feconda sei
divenuto un padre nobile della nostra lingua e della nostra Italia migliore.
Non sei mai stato l’autore più amato, anzi hai sofferto e soffri di alcuni
pregiudizi che nascono già alla prima presa di contatto con il tuo romanzo a
scuola: non è facile uscire indenni dal sistema scolastico, e così quel
“manzonismo di stato” che fino a ieri ha assegnato la lettura dei Promessi
Sposi a ogni quindicenne sui banchi italiani ti ha fatto moralista nella
narrazione, noioso nello svolgimento, poco coinvolto emotivamente, responsabile
di approfondimenti pesanti sulla peste e in complicate vicende storiche. Ancora,
proporti come esempio di edificazione e di etica, o come breviario di buone
maniere linguistiche, prestando i tuoi periodi puliti e taglienti a un bel
ripasso di analisi del periodo o allo studio delle figure retoriche ti ha
imbalsamato, incolpevole, rendendo di te un’immagine opposta rispetto a chi
sei. Nascondendo, di fatto, la storia bella, molto bella, che hai scritto e che
chi oggi esulta – sui social ma con quelle dinamiche della folla che così bene
hai raccontato e psicoanalizzato – non ha mai capito, o forse non è mai riuscito
a tradurre in classe, o forse ancora non ha mai letto. Eh sì, perché basta
leggerti (proprio in classe!) per volerti bene, a qualsiasi età.Certo non è
semplice: leggere il tuo romanzo richiede impegno (ma tu ne hai messo di più)
pazienza (niente al confronto della tua), fatica, lungimiranza, coraggio e
desiderio: tutte qualità di cui sovrabbondavi, pur essendo umile, inibito dalla
tua balbuzie.
E poi perché dovrebbe essere facile leggere I Promessi Sposi? O l’Iliade, o The
Waste Land, o la Critica della Ragion Pura, o la fisica
quantistica? Facile/difficile è una categoria a cui dar credito per stimare che
cosa valga la pena affrontare e proporre? O per accedere o meno alla complessità
di cui gli esseri umani sono capaci e, si spera, ancora desiderosi? Davvero,
Alessandro arcicarissimo, siamo in un’epoca in cui tutto deve essere
accessibile, immediato e chiaro, senza difficoltà alcuna, altrimenti si passa
avanti senza colpo ferire: stavolta è toccato a te e alla tua tiritera, che tu
chiamavi così canzonandoti, ma qualcuno ti ha preso sul serio.
Eppure voglio dirti, prima di congedarmi, che l’esperimento di leggerti in
classe a pieni polmoni non accetta scommesse, perché l’esito è sempre scontato:
ogni anno I Promessi Sposi letti in classe danno vita a un lungo dialogo
affettivo, culturale, spassoso ed emozionante con il gruppo di studenti che si
avvicina, scettico, al romanzo. Ecco perché sei a me arcicarissimo: la tua vita
rocambolesca, ma anche pigra, apre a una confidenza particolare, le tue scelte
temerarie – un romanzo! Quei protagonisti! il ’600! – stupiscono e ti mostrano
come sei, attento e coraggioso; il tuo amore per Enrichetta, per la storia e per
i personaggi trasmette umanità e cuore, ma anche l’idea di considerare la
statura di una persona non da imprese eccezionali, ma dall’impegno dinanzi a
insidie come l’egoismo, le logiche di potere, il conformismo, i falsi ideali, la
sopraffazione. E non è poco discuterne in classe. E poi, quando decidi di
lasciare senza fiato, come con Cecilia, o nell’ultima pagina, riesci ogni anno a
far commuovere un docente in aula in mezzo a una trentina di studenti, mostrando
la potenza e la tenerezza della letteratura più alta e più vera. La tua.
Tuissimo,
Marcello Bramati
L'articolo Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non
sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo… proviene
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