Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era
nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe
diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la
propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est,
dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo
socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore
occidentale della città.
Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la
propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz.
Dresdner Frauen”, che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta
sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la
capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni
dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso
Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti
servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi
intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato.
Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata
dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di
dicembre 2009.
> «Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche
> Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure
> nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti
> di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’”
> subirono una seconda proscrizione».
Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la
manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard
Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i
loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i
confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della
“Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la
vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il
partito nazista, ndr) poi, sono pronti a giurarlo».
Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni
intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a
“coscienza critica” della Germania Occidentale:
> «Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una
> coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come
> Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la
> propria appartenenza al partito nazista?».
Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di
memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni
culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a
nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato»,
rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure
erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti
anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché
gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e
trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri
capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco
occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si
compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come
lo Stato migliore».
Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la
pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato
a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante
macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La
ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania
comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta.
Vito Punzi
*In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022
L'articolo Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la
lobby intellettuale tedesca proviene da Pangea.
Tag - Politica culturale
Arcicarissimo,
iniziavi proprio così le tue epistole quando, immerso per vent’anni
nell’avventura della scrittura del romanzo, chiedevi un parere linguistico a
qualche tuo amico letterato, o un libro in prestito necessario da consultare per
approfondire un dettaglio che non avresti trascurato, o ancora un altro
documento da visionare per non lasciare nulla al caso. Perché questo è stato il
cantiere de I promessi sposi, un lavoro paziente, amorevole e incessante
d’immaginazione, studio, revisione e limatura guidato da un autore incinto –
come ti sei definito tu stesso – a cui hanno partecipato, con la tua
sollecitazione costante e sempre ironica, decine di persone, dal correttore
instancabile al setacciatore di testi, fino al fido consigliere utile per
accertare l’utilizzo di un’espressione dialettale, o la preferenza di un
aggettivo rispetto a un altro. Ora, all’indomani della pubblicazione di un
documento ministeriale che ha messo per iscritto, con la lingua che tu hai
contribuito a forgiare, che il tuo romanzo non è più un classico contemporaneo
(!) e che, a discrezione del docente, al secondo anno di scuola superiore sarà
possibile leggere altri libri “meno complessi” dal punto di vista linguistico,
l’arcicarissimo sei tu, Alessandro, che con la tua scrivania feconda sei
divenuto un padre nobile della nostra lingua e della nostra Italia migliore.
Non sei mai stato l’autore più amato, anzi hai sofferto e soffri di alcuni
pregiudizi che nascono già alla prima presa di contatto con il tuo romanzo a
scuola: non è facile uscire indenni dal sistema scolastico, e così quel
“manzonismo di stato” che fino a ieri ha assegnato la lettura dei Promessi
Sposi a ogni quindicenne sui banchi italiani ti ha fatto moralista nella
narrazione, noioso nello svolgimento, poco coinvolto emotivamente, responsabile
di approfondimenti pesanti sulla peste e in complicate vicende storiche. Ancora,
proporti come esempio di edificazione e di etica, o come breviario di buone
maniere linguistiche, prestando i tuoi periodi puliti e taglienti a un bel
ripasso di analisi del periodo o allo studio delle figure retoriche ti ha
imbalsamato, incolpevole, rendendo di te un’immagine opposta rispetto a chi
sei. Nascondendo, di fatto, la storia bella, molto bella, che hai scritto e che
chi oggi esulta – sui social ma con quelle dinamiche della folla che così bene
hai raccontato e psicoanalizzato – non ha mai capito, o forse non è mai riuscito
a tradurre in classe, o forse ancora non ha mai letto. Eh sì, perché basta
leggerti (proprio in classe!) per volerti bene, a qualsiasi età.Certo non è
semplice: leggere il tuo romanzo richiede impegno (ma tu ne hai messo di più)
pazienza (niente al confronto della tua), fatica, lungimiranza, coraggio e
desiderio: tutte qualità di cui sovrabbondavi, pur essendo umile, inibito dalla
tua balbuzie.
E poi perché dovrebbe essere facile leggere I Promessi Sposi? O l’Iliade, o The
Waste Land, o la Critica della Ragion Pura, o la fisica
quantistica? Facile/difficile è una categoria a cui dar credito per stimare che
cosa valga la pena affrontare e proporre? O per accedere o meno alla complessità
di cui gli esseri umani sono capaci e, si spera, ancora desiderosi? Davvero,
Alessandro arcicarissimo, siamo in un’epoca in cui tutto deve essere
accessibile, immediato e chiaro, senza difficoltà alcuna, altrimenti si passa
avanti senza colpo ferire: stavolta è toccato a te e alla tua tiritera, che tu
chiamavi così canzonandoti, ma qualcuno ti ha preso sul serio.
Eppure voglio dirti, prima di congedarmi, che l’esperimento di leggerti in
classe a pieni polmoni non accetta scommesse, perché l’esito è sempre scontato:
ogni anno I Promessi Sposi letti in classe danno vita a un lungo dialogo
affettivo, culturale, spassoso ed emozionante con il gruppo di studenti che si
avvicina, scettico, al romanzo. Ecco perché sei a me arcicarissimo: la tua vita
rocambolesca, ma anche pigra, apre a una confidenza particolare, le tue scelte
temerarie – un romanzo! Quei protagonisti! il ’600! – stupiscono e ti mostrano
come sei, attento e coraggioso; il tuo amore per Enrichetta, per la storia e per
i personaggi trasmette umanità e cuore, ma anche l’idea di considerare la
statura di una persona non da imprese eccezionali, ma dall’impegno dinanzi a
insidie come l’egoismo, le logiche di potere, il conformismo, i falsi ideali, la
sopraffazione. E non è poco discuterne in classe. E poi, quando decidi di
lasciare senza fiato, come con Cecilia, o nell’ultima pagina, riesci ogni anno a
far commuovere un docente in aula in mezzo a una trentina di studenti, mostrando
la potenza e la tenerezza della letteratura più alta e più vera. La tua.
Tuissimo,
Marcello Bramati
L'articolo Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non
sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo… proviene
da Pangea.
La Roman Beat Generation non esiste, da qui partiamo per affermare che è reale.
Roma è l’agglomerato imperituro di sogni e simboli, significanti e significati
per gli strali delle giornate.
Dove sono i romani, le vestali, gli intellettuali?
E i poeti, ad amministrare condomini?
Gregory non abita più qui – mi dice Claudio Zuccaro – anche lui da tempo se ne è
andato. Sta a Testaccio perché lo spirito è vita.
Quartieri sbilenchi attendono nuove sopravvivenze.
Per ogni chiesa un po’ di cenere, una manciata di nuvole, un nulla dove
lasciarsi precipitare.
*
Il nostro linguaggio è il flusso incontrollato dell’ipermetro.
E il libero associazionismo dell’inconscio con superamento del concetto
pragmatico di realtà.
La realtà è quello che crediamo che sia.
Materici in obliquo rispetto all’oggi
intoniamo il canto lirico metropolitano
composto da metafisica civica e antilirica efferatezza
sotto una brezza da flâneur nella grandeur
disimpegnati perché troppo impegnati
destrutturati per alleggerire il bagaglio
esperienziale mnemonico emotivo.
*
Molto bene sentire non capire
underground per via della metro
indie come apache in pillole
la poesia è battaglia galattica di sinapsi
dinamicità nella corteccia e nei piedi
non è statica di accademia non è studio ma immediata esperienza
non è poesia ma è testo in versi
semplifichiamo: linguaggio scritto
perché siamo insensibili alla sensibilità borghese: non ci riconosciamo nei
ruoli.
La strada è l’avanguardia, in strada può succedere di tutto.
*
«Una volta un fantasma mi ha detto che gli sembravo irreale».
Il fantasma amministrava condomini, diceva che la poesia è roba per gente
sensibile e ogni volta che valicava il concetto di cultura utilizzava la
parola nicchia…
Poi ha fatto la rivoluzione interiore, ha seguito il progresso spirituale, ha
scritto un paio di cose e si è ritrovato con un taccuino pieno a contemplare il
Tevere che scorre sotto Ponte Sisto… per andare più in là e portarsi millenni di
storia nel letto assieme ai vocaboli più disparati e giungere alle cascate del
linguaggio dove è tutta una Babele di lettere e il pensiero si fa plurimo e fra
le onde e le spume il fantasma ha conosciuto la parola amore.
*
State a casa. Mi raccomando. Oppure fuggite nella seconda casa, se ce l’avete. E
scrivete tante poesie, tanto troverete chi le pubblicherà. Io invece esco, sì
gli vado incontro qualunque cosa sia… vado a ossigenarmi occhi e palmi e non
scriverò niente a meno che non me lo chieda l’airone magico.
*
Quando non scrivete fate le recensioni, mi raccomando, che poi magari ne fanno
una a voi. Io non le scrivo le recensioni, a meno che il karma in un certo
momento ‒ quando proprio la giostra di Piazza Navona gira e fa musica e mi
rivedo bambino e non posso farne a meno ‒ mi spinga a dire bene sei davanti a
Bernini e piove da nuvole beat(e) e puoi sprecare qualche parola per quel libro.
I libri sono oggetti d’arte, me l’ha detto un bhikkhu del quartiere Coppedè: non
puoi farne vilipendio.
*
E poi ho intenzione di bere tanta acqua dai nasoni, acqua e aria è una dieta
sana, una dieta buona per le parole. Le parole luccicano nell’acqua e all’aria.
Non scorticarle. Tieni accesa la torcia nella caverna comoda schermata, lo sai
che Dioniso sta dalla parte sbagliata, perciò stai molto attento ai testi
giusti.
*
Poi bisogna allenare bene il fisico per scrivere. Ci vuole una camminata andata
e ritorno da Piazza Fiume al Gianicolo, compresa Via Crucis di San Pietro in
Montorio e contemplazione del Soratte dalla statua di Garibaldi. I mezzi busti
del Gianicolo guardano i mezzi busti del Pincio. E parlano fra loro e le loro
parole sono in frequenze sopra Roma, ma se apri il timpano al momento
giusto ‒ specie a una precisa ora del pomeriggio, dopo pranzo, appena preso il
caffè ‒ puoi sentirle. Sono parole che inondano beat(e).
*
Sì sì andate in campagna, io resterò con queste querce scalcagnate che
indovinano richiami di Esculapio e oche natanti, sì resterò coi platani
arrugginiti a imbrunire lungotevere di carità, mentre quello che è andato in
campagna mi scrive e poi telefona per dirmi che l’alloco non lo fa dormire, ma
io sono troppo impegnato sulla Via dei Fori per rispondere, ho proprio il
Palatino davanti che gorgheggia. La lupa non puoi fregarla. La lupa richiede
coraggio. O la ami o ti odia, è pur sempre un animale selvaggio.
*
L’Almone è il terzo fiume segreto, nel flusso sciamanico sostiene che tutto è
vacuità, e tra amori chiacchiere e lavori non c’è modo più pulito dell’arte per
scherzare con Thanatos.
*
Devi entrare nello spazio a tuo modo per riempire il tempo civico, allora potrai
abitare te stesso stile domus e far uscire i vocaboli del Beato Linguaggio,
schioccando le dita, senza prenderti sul serio, frequenza Pincio – frequenza
Gianicolo e diventare acqua che scorre.
Edoardo Piazza
*Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha fissato le
“istruzioni per l’uso”, la poetica sghemba, sarà dedicato, in maggio, il primo
volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia
di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un
estro metropolitano, da un orfismo urbano. “Roman Beat Generation: istruzioni
per l’uso” è il manifesto con sarà invasa e assediata l’Urbe dell’editoria
italiana.
In copertina: la chimera secondo Ulisse Aldrovandi (1522-1605)
L'articolo Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso proviene da Pangea.
Che paradosso: ormai Wikipedia, l’“enciclopedia online, libera e collaborativa”
– due aggettivi (libera, collaborativa) che non mi rassicurano affatto –
“disponibile in oltre 340 lingue”, è diventata una ‘fonte’. Quando ho cominciato
a fare il giornalista – un tempo talmente ubiquo e obliquo che è ora di fare
altro – Wikipedia era una specie di sfottò, un’intimidazione. Per fare ricerca,
per snocciolare le fonti, si andava in biblioteca – io facevo diverse soste in
‘Sormani’, Milano.
Le cose, poi, con funerea rapidità, cambiano: si sublimano o scollinano nel
nulla. Wikipedia è diventata ciò che voleva essere – un’enciclopedia –, con
ciclopico stuolo di note, link, bibliografia, apparati. Ormai, la consultiamo
tutti. Restano, almeno per me, almeno due problemi di massima. Il primo è
l’assertività asettica delle voci. Non c’è stile. E assenza di stile non
significa oggettività bensì mancanza di autorevolezza. Il secondo è legato al
mezzo. È vero, i link permettono di ‘navigare’ tra le voci dell’enciclopedia
digitale – è pur vero che il recinto è quello: angusto, claustrofobico, grigio.
Ciò che pareva un oceano si rivela una tinozza.
In altre parole: su Wikipedia trovi ciò che vuoi trovare. Il bello di
un’enciclopedia, invece, era che, sfogliando, trovavi quasi sempre ciò
che non ti attendevi di trovare. Trovavi il tutt’altro. Era un tuffo
nell’inatteso. È vero: l’enciclopedia di carta è molto più piccola di quella
digitale, molto meno ‘mobile’, sicuramente statuaria. Eppure, quella zattera
pareva un veliero; quella stanza pareva un continente.
Esempio. Il Dizionario letterario Bompiani. Stampato tra il 1956 e il 1961,
“ideato e diretto” da Valentino Bompiani, coordinato da una serie di “Direttori
di sezione” – chessò, Francesco Gabrieli per la Letteratura arabo-persiana,
Mario Praz per quella Inglese e Americana, Ettore Lo Gatto per quella Russa e
Ceca, Federico Caffè per la sezione Economia – è un vero capolavoro del genere
enciclopedico. Il primo tra gli autori catalogati è Jeppe Aakjær, nato “nella
Jutlandia… da famiglia contadina rigidamente pietista”, morto nel 1930 “nella
sua tenuta di Selling”; l’ultimo è Huldrych Zwingli, il riformatore svizzero.
Prima di lui, c’è Stefan Zweig, il grande scrittore viennese: un paragrafo in
bello stile – austero ma sentito – ne sigilla l’esistenza: “Nel 1940 emigrò
negli Stati Uniti e poi si stabilì in Brasile. Lo spettacolo dell’Europa
distrutta, la stanchezza della vita nomade, il crollo d’un mondo fondato sulla
cultura e sulla comprensione umana, lo indussero a cercare il riposo nella
morte; e insieme con la giovane moglie si uccise”. Ogni voce è siglata – in
quest’ultimo caso V.M.V. sta per Vincenzo Maria Villa –, a consegnarci, pur
nelle maglie del genere, il genio di una singolarità. L’enciclopedia era, cioè,
esempio di ‘bello stile’, testimoniava lo stigma di uno studioso e perfino le
sue idiosincrasie. Si entrava nell’agone di un giudizio – si operava nell’opera.
Tra Wikipedia e il Dizionario letterario Bompiani c’è la stessa differenza che
separa un museo dei calchi e dei ricalchi da una ‘galleria’ d’arte, un corpo
morto da anatomizzare da un corpo vivo da conoscere. Così, ad esempio, in questo
cammeo dedicato a Walter Pater – magnifico autore del dimenticatissimo Mario
l’epicureo – riconosciamo l’eleganza di Praz:
> “Le pagine che esaltavano il culto della Bellezza, e insegnavano all’anima a
> ‘ardere di un’intensa fiamma gemmea’, impressionarono la nuova generazione…
> Tutti i suoi personaggi ànno un’aria di famiglia, e riflettono l’anima dello
> scrittore, la cui autorivelazione nel Fanciullo nella casa già pare anticipare
> il Proust. Con questa uniformità s’armonizza lo stile, tutto delicate
> distinzioni ed eccessivo, carico di aggettivi e di parentesi che gli
> conferisce un’aria di preziosa sottigliezza. La morte, per mancamento
> cardiaco, chiuse una vita dal ritmo lento, scandito in indugi contemplativi”.
In realtà, siamo umani: non c’importa poi troppo della ‘correttezza’, tanto meno
della ‘completezza’ – le voci di Wikipedia sono stilate in marmo, non permettono
alcuna immersione –, ma verificare la vertigine di un ‘personaggio’. In questo
senso, sfogliare il Dizionario letterario è un’avventura, una specie di viaggio
nel tempo.
Perché il Dizionario – per sua natura incompiuto e perfino effimero: di ogni
‘dato’ non resterà che pula, della ‘voce’ rimarrà, semmai, la voce dello scriba
– completi il suo senso, dev’essere ‘giocato’. Aprirlo a caso, setacciare nomi
ignoti, vagabondare nel caos. Ad esempio: P’u Sung-ling, scrittore cinese,
“forse di origine mongola”, vissuto nel XVII secolo; “la tradizione lo descrive
assorto, a tarda notte, nella sua opera, alla tremula luce di una candela,
mentre fuori imperversa l’urlo del vento” (nota di Martino Benedikter, il
sinologo che diede ad Einaudi una molto celebre traduzione delle Trecento poesie
T’ang). La voce di Alfonsina Storni risuona nello stile di Giuseppe Bellini:
> “Si gettò nelle acque del Río de la Plata per porre termine a quell’intimo
> dissidio che sentiva opprimente tra le sue aspirazioni di ordine superiore e
> la volgarità della vita. Il mare aveva esercitato sempre un’attrazione
> singolare sulla poetessa, che lo cantò regno di assoluta pace, immaginando più
> di una volta nelle sue liriche se stessa già discesa nella liquida tomba”.
È ad Angelo Maria Ripellino – per dire delle ‘firme’ presenti – che si deve, tra
le altre, la nota biografica di Božena Němcová, scrittrice ceca a me altrimenti
ignota, vissuta nell’Ottocento, morta poco più che quarantenne. Costretta a
sposare un uomo che non amava – e a cui diede quattro figli –, molto
intelligente e intelligentemente bella, visse a Praga diversi amori. “Altri
uomini entrarono nella sua vita: e da queste fugaci amicizie e avventure tornò
sempre con le ali spezzate al grigiore della sua umida casa, alla povera
famiglia che si dibatteva in angosciose condizioni finanziarie. Unico suo
conforto fu la creazione letteraria”.
Dalla vita – notissima – di Jack London, Nicola D’Agostino ha saputo trarre un
formidabile sunto, da giornalista di razza:
> “Dai suoi 50 volumi, London ricavò più di un milione di dollari e li spese
> tutti: voleva erigersi un castello fantastico, la ‘Casa del Lupo’, che
> s’incendiò prima di essere ultimato. Si costruì il più grande e lussuoso ranch
> della California e vi ospitò i suoi amici con prodigalità principesca. Nel
> 1913 i suoi romanzi erano tradotti in undici lingue ed egli era il più
> popolare e il più ricco scrittore del mondo, l’angelo vendicatore per i
> poveri, il ribelle a ogni convenzione per i ricchi. In realtà, era un
> romantico solitario e tragico in un mondo ostile, che era diventato per lui
> un’ossessione”.
Il Dizionario delle opere, poi, permette autentiche escursioni borgesiane. Il
gioco è il medesimo: aprire a caso per profilare la sagoma della propria
corsara, corsiva idiozia. Quanto vorrei leggere il Sagoromo Monogatari– di cui
non mi risulta voce Wikipedia –, ad esempio, romanzo giapponese dell’XI secolo
che narra le gesta del “generale Sagoromo, nipote prediletto dell’imperatore”;
si dice che in quelle pagine “vivissimo è il contrasto tra il dolore e la
tristezza che consumano all’interno l’animo dei personaggi e lo sfarzo e il
lusso che circondano la loro vita esteriore, apparentemente felice”. L’incipit
‘pittato’ da Giovanni Pioli mi fa venir voglia di sfogliare il De Sapientie di
Charles de Bovelles, pubblicato a Parigi nel 1511:
> “L’uomo è il centro e l’epilogo dell’universo, riassumendo in sé tutti gli
> aspetti della natura: sostanza materiale; vivente; senziente; razionale; e
> partecipando dell’accidia della pietra, dell’avidità della pianta, della
> lussuria della bestia, dell’intelligenza dell’anima ragionevole”.
Qualcuno ha per caso nella sua biblioteca la traduzione di Zu e le Tavole del
destino? Si tratta di un testo assiro che racconta, appunto, del “mito di Zu e
del rapimento delle tavole del destino, il possesso delle quali conferisce il
supremo potere”. C’è già da ipotizzare un geopolitico fantasy… o un film con
assortimento di supereroi.
Sconfitto dall’onniscienza, mi consolo sfogliando il Dizionario dei personaggi:
tra Clara Peggotty – “la ‘serva dal gran cuore’ dell’epopea borghese
dickensiana”, David Copperfield – e Ettore Fieramosca, tra Michele Kohlhaas –
dal racconto di Kleist, il cui dilemma è tremendamente attuale: “come un uomo
giusto, un ottimo marito e padre di famiglia, un cittadino pacifico e benefico
possa, sotto l’azione di una grande ingiustizia, trasformarsi in un brigante
omicida e incendiario, rovinoso alla società, alla famiglia, a se stesso” – e
Mastro Don Gesualdo, c’è anche Davide, saggio e poeta, senza dubbio, ma
soprattutto, “nella sua gioiosa santità, vittima e fautore di delitti e colpe
interminabili, vittima di amori incontrastabili, lui stesso spietato e criminale
nelle ambizioni” (così il sommo David Turoldo, estensore della voce).
Che meraviglia quando erano possibili le imprese insensate, al di là delle
economie, per il gusto del bene, dell’esuberanza, del superare stessi – per il
gusto di vivere.
*In copertina: Rogier van der Weyden, Uomo che
L'articolo “Indugi contemplativi”. Dizionario letterario Bompiani vs. Wikipedia
proviene da Pangea.
Crescono i lettori negli ultimi anni, anche se in confronto ad altre popolazioni
europee siamo sempre in posizione scarsa. Nel 2022 l’81% degli svizzeri aveva
letto un libro all’anno, mentre gli italiani si fermavano al 35%, solo davanti a
Cipro e Romania. La media europea si attestava al 54%. Nel 2025 il 76% degli
italiani tra i 15 e i 74 anni, quasi 34 milioni, ha letto (o ascoltato) un
libro, almeno in parte. È un numero in aumento del 4% rispetto al 2024. Ma nel
2024 l’editoria italiana di varia ha chiuso in calo dello 0,9%,
con vendite complessive di 14,6 milioni in meno dell’anno precedente (come
sottolinea un’indagine presentata all’ultimo Salone del Libro di Torino del
2025).
Il problema è che si vendono sempre meno libri. E quando qualcosa che dovrebbe
interessare tutti non funziona, in un Paese normale il governo cerca dei rimedi,
gli istituti della formazione avanzano delle proposte programmatiche, gli
operatori del settore propongono nuovi modi di attrarre persone e interessi. In
Italia invece ce ne freghiamo: sembra che nessuno sia particolarmente
interessato ai libri.
*
Mercato del libro e mercato del disco
Negli ultimi quindici anni è crollato il mercato del disco e del cd. Quasi la
totalità della musica è passata dal supporto fisico alle piattaforme. Eppure
oggi la musica è più viva che mai, e ha trovato nelle piattaforme lo spazio
commerciale, mentre utilizza i mezzi vecchi (radio e tv soprattutto) come super
promozione.
Secondo recenti dati il fatturato complessivo del mercato discografico italiano
è in forte crescita e si è attestato nel 2025 a 513,4 milioni di euro. Nello
stesso periodo il fatturato complessivo del mercato editoriale e del libro (che
in compenso è calato di -2,4%) è stato di 1.128,8 milioni di euro. Stiamo dunque
parlando di oltre il doppio di forza economica da parte del mercato del libro.
Eppure la presenza sui media generalisti è sfacciatamente a favore del mercato
discografico.
*
TG1 trap
Prendiamo, a solo titolo di esempio, il telegiornale più visto in Italia, il
TG1. Ne sono un fruitore quotidiano. Perciò sono informatissimo su Sanremo anche
quando non c’è ancora il festival e pure dopo che è finito. Sanremo e la
musichetta pop o trap o rap hanno invaso ormai anche il telegiornale degli
anziani conservatori. Ogni giorno c’è almeno un servizio su un concerto, una
tournée, una nuova canzone, un’intervista sui problemi psicologici di un
cantante.
Non ho mai sentito un servizio su un poeta, ma solo canzonette. Non quelle
dignitose di qualche sapiente artigiano musicale, no! Quelle con suoni tutti
uguali, melodie banali, e con le voci “a strascico” che provano a ispirarsi alla
trap senza esagerare, per essere “potabili” un po’ per tutti. Dei prodottini di
pseudo-musica promossa con una costanza e una diffusione che ha
dell’incredibile.
Guardando il TG1 ci si può imbattere, almeno due volte a settimana, in qualche
intervista a un cantante che parla di sé come fosse un filosofo interprete di
chissà quale valore da comunicare. Gente che vede soltanto il proprio ombelico o
rilascia dichiarazioni nostalgiche sul mondo attuale, cattivo e senza cuore…
Se un alieno piombasse in Italia e guardasse il TG1 penserebbe che una delle
cose che occupa maggiormente la vita di un italiano è la musica pop o rap. E che
la città più famosa e importante della nazione – la capitale italiana potremmo
dire – è Sanremo.
*
Giovani inattivi e industria libraria
I docenti delle scuole sono i peggio pagati in Europa; i teatri sono sempre meno
frequentati e anche i cinema non se la passano benissimo. Cos’è che va bene? Le
piattaforme musicali e Sanremo.
Almeno per ottanta giorni all’anno il TG1 parla di Sanremo. Se qualcuno di
questi ottanta giorni fosse regalato alla poesia sarebbe già interessante.
Del resto viviamo in un Paese in cui 1,4 milioni di giovani, tra i 15 e i 29
anni non sono occupati e non studiano e non fanno manco un percorso formativo
professionale. Secondo dati 2025 questi giovani inattivi costano allo Stato
(cioè a noi) 24,5 miliardi di euro. E certo non tutti possono diventare
cantanti. Ovvio che non servirà a molto nemmeno leggere un poeta contemporaneo o
uno scrittore di racconti. Resta il fatto che se l’industria libraria
economicamente vale ancora il doppio di quella discografica, qualcosa questa
vecchia industria di cariatidi dovrebbe pur inventarsi per rendere più
disponibili le storie raccontate in poesia o in narrativa.
*
Poesia al TG1
Riguardo invece alla promozione sarebbe auspicabile che, almeno due volte al
mese, il TG1 potesse dedicare un bel servizio alla poesia nazionale. Non
servirebbe invitare gli autori amici degli amici. Basterebbe fare come si fa con
le case discografiche: individuare una quindicina di editori di poesia (sappiamo
bene chi sono quelli che hanno collane longeve e dense di ottime proposte) e
ogni volta farsi mandare nello studio televisivo un loro autore da presentare.
La mia è una modesta proposta che potrebbe qualificare e diffondere maggiormente
la lettura e tutto il mercato librario italiano.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: Pier Paolo Pasolini intervistato nella trasmissione “Settimo
giorno”, 1974
L'articolo Modesta proposta: voglio la poesia in tivù proviene da Pangea.
I cieli, da tempo opalescenza di vampe e fumi, sono ingombri di minacce, l’aria
è torbida di veleni e false promesse. Poche inossidabili gole proseguono la
gogna di ogni possibile civiltà. Ululano, minacciano, sfoderano l’arroganza
tipica dei vili, che non vivono di passioni, ma di ossessioni. Facce imballate
nella menzogna, fra botox, epidermidi all’orangina abbrustolite da raggi UVA,
smorfie rabbiose, mascelle contratte, sguardi mimetici, e, per qualcuno di loro,
quel cipiglio suadente che vuol rassicurare sull’avvento di una giustizia
incontaminata, ineluttabile.
Avete mai guardato, a fondo, appena sotto i pori, i volti del potere? Per
carità, non intendiamo qui riabilitare Lombroso; vogliamo soltanto osservare
l’infezione delle loro facce, maldestramente tamponata con gli espedienti di cui
sopra. Se passiamo un dito sopra quei volti finiscono in pus. Il pus di una
menzogna che li accomuna tutti, meschini mescitori dei loro ombelichi. Ecco chi
sono i vari Trump, Netanyahu, Putin, e tutti gli altri che, come loro, prendono
oggi decisioni miliari, mortifere, arrangiano, maneggiano, soppesano, negoziano
e poi violano, giocano, berciano, ricattano, vaneggiano, volgarizzano,
minacciano, condannano, mistificano, complottano.
Ma soprattutto, mentono, mentono e ancora mentono, mentre gravano i cieli di
deflagrazioni, la terra di morti, e svaligiano ogni legge del germe sano che ne
giustifica il gravoso esistere. Godono, in fin dei conti, di una sicurezza che
scaturisce dalla perpetua, periscopica distruzione di un nemico, reale o
immaginario che sia, in un girotondo schizofrenico di alleanze e ostilità che
mutano al primo colpo di tosse sgradito. I singoli nazionalismi contano ormai
poco nella disamina di un declino manifestamente inarrestabile; conta semmai
l’amplesso esiziale di potentati che pencolano sul baratro delle personalità
narcisistiche, ossessive e tragiche dei loro leaders.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1740 ca.
Ma sono davvero loro, i capi di stato, i soli responsabili della suppurazione
che sta colpendo i paesi che essi governano, con ogni conseguenza in ambito
internazionale? Non ne siamo convinti. Come potremmo, del resto, accusare il
potere di essere se stesso, di prestarsi alle storture e alle perversioni che
gli sono connaturate? Come possiamo evitare l’eterna trappola di Tucidide? Non
sono i potenti i soli responsabili cui augurare una pena commisurata a ognuna di
quelle decisioni che – ormai è innegabile – stanno conducendo allo
stravolgimento dell’ordine mondiale, per come avevamo imparato a conoscerlo,
almeno dalla pace di Westfalia in poi. Altrettanto responsabili, e senz’altro
più vili, sono coloro che dovrebbero orientare e combattere il fatale
deragliamento verso il quale siamo avviati. I più vili, i più
deresponsabilizzati – e dunque i colpevolmente inutili – sono gli intellettuali
contemporanei, o quel che di loro rimane.
Coloro che furono un tempo i sacerdoti della ragione, latori di ideali alieni a
interessi personalistici e a vanità egotiche, coloro che, idealmente, avrebbero
dovuto allearsi alle masse, orientandone e riordinandone le istanze (per natura
destrutturate e ferine), coloro che furono i promotori di valori supremi,
speculatori di un’educazione universale, di una società ideale, di certo
talvolta ibridi nell’affiancarsi al potere, fra cortigianeria e indipendenza, ma
quasi sempre capaci – per citare Lucien Herr – “di anteporre il diritto e un
ideale di giustizia ai loro interessi personali, ai loro istinti naturali e ai
loro egoismi di gruppo”, ecco, dove sono oggi costoro? Dove si riuniscono, se si
riuniscono, di cosa dibattono? Hanno ancora un ruolo nell’influenzare una
possibile “guerra di posizione” (per dirla nel senso traslato del sempre comodo
Gramsci)?
Noi, purtroppo, non li vediamo. Non li vediamo nelle redazioni dei
giornali, longa manus sciatta e funambolica dei partiti che rappresentano; non
li vediamo nelle università e nelle scuole, anch’esse ormai scleroticamente
politicizzate. Non li vediamo nelle redazioni delle case editrici, asservite – e
come rimproverarlo loro? – a bilanci gravemente deficitari. Insomma, dove sono?
Si riuniscono forse clandestinamente in qualche scantinato per discutere di un
cambiamento giusto, per indurre la politica o noi partecipanti di una massa
sempre più (dis)informata e meno colta, a esigere quel cambiamento?
No, non stanno nemmeno in uno scantinato, a meno che non sia provvisto di una
connessione wifi.
Perché, invero, i cenacoli fumosi d’antan, le redazioni, le università e le
scuole sono stati oggi rimpiazzati da una pluralità di condomìni virtuali – oggi
chiccosamente definiti “bolle social” –, i cui amministratori, in perpetua
competizione fra loro, sono gli avatar dei maîtres à penser di un altro
secolo. Ecco, ci pare di poter dire, senza timor d’eresia, che gli intellettuali
odierni sono amministratori di condominio.
Harry Willson Watrous, La perditempo, 1914
Alcuni si limitano al condominio facebookiano, altri, grafomani e più
disciplinati, hanno una pagina sulla piattaforma Substack, spesso a pagamento,
così guadagnano due soldini che fanno sempre comodo. Quando si stancano di
gestire la bolla, o non trovano abbastanza prestigioso farlo, firmano qualche
articolessa per giornali molto in voga fra lettori che confondono cultura con
citazionismo, e scambiano un’analisi teorica per una fonte documentale, sulla
quale poi edificano convinzioni da rivendere, di bolla in bolla, con la bava
alla bocca.
Bene, ma cosa fanno, concretamente, questi intellettuali condominiali? Come
esercitano il loro ruolo? Come influenzano la società e il pensiero dei
potentati? Quali sono le loro battaglie? In favore o contro chi si schierano?
È tempo che li osserviamo e dobbiamo dirlo: siamo costernati.
Anche coloro ai quali riconosciamo una certa arguzia di pensiero, peraltro
supportata da conoscenze teoriche formidabili, anche loro, alla prova dei fatti,
sono inutili come un paio d’occhiali messi sul naso di un cieco
inoperabile. Trascorrono le giornate scrivendo almeno un post al giorno, spesso
anche due o tre, sorta di “circolari condominiali”, in cui passano agilmente
dalla pubblicità del loro ultimo libro, o del loro intervento sulle recenti
frontiere pornofemministe, si concedono qualche rutto qua e là sul delitto
modaiolo di turno (Garlasco vince su tutti), irridono flottillas e
manifestazioni di pace, distribuiscono patenti, a casaccio e in alternanza, di
antisemitismo, di terrorismo, di nazismo, di fascismo, di revanscismo, di
inclusivismo, di rossobrunismo, di ismoebasta, a politici, istituzioni e
personaggi pubblici che non riscontrano il loro gradimento, contabilizzano
morti, sentenziano, insultano e disprezzano i loro condòmini, oppure li ignorano
olimpicamente, propinano quotidie una mescolanza di elucubrazioni su politica
interna e internazionale, tutte deliziosamente e irrimediabilmente eteree,
dunque inani; ma soprattutto non ci fanno mai mancare prove muscolari di
citazionismo, quasi sempre di stampo novecentesco, il quale, ne siamo certi,
scatena erotici sussulti in qualche attempato accademico e nei bibliofili
patologici (chissà perché il Novecento fa sempre questo effetto).
I loro nomi si confondono nella caligine di un ultracrepidarismo ridicolo, che
vive e si autoalimenta fra lampi di vanità e intemerate sprezzanti, in un agone
inconsistente come quello virtuale. Peccato che le loro parole siano destinate a
svanire al primo (auspicato) attacco informatico che getterà nella notte eterna
questi contenitori digitali incrostati di un venefico Nulla. O, molto più
probabilmente, svaporeranno ancor prima, quando gli accreditati di oggi saranno
rimpiazzati dagli accreditati di domani, più performanti in termini di
intrattenimento, o da qualche intelligenza artificiale che batterà in
citazionismo anche quelli fra loro affetti da ipermnesia.
Un volumetto edito da Treccani un paio d’anni fa, ci permette di rileggere
alcuni interventi di Zygmunt Bauman, risalenti alla fine degli anni Novanta e
relativi al ruolo dell’intellettuale. In un passaggio, il sociologo polacco
evoca lo scrittore George Steiner e la sua teoria secondo cui il mercato
promuove una cultura di “massimo impatto e di obsolescenza istantanea”, la quale
diventa “un casinò cosmico” (espressione sempre di Steiner), in cui “si giocano
solo giochi retorici” (addendum di Bauman).
Già alla fine degli anni Novanta, il sociologo evidenziava l’avvicendarsi di
mode e tendenze culturali, la labilità dell’attenzione dei fruitori della
cultura, l’appiattimento della dimensione storica a un “eterno presente”. E
affermava:
> “A volte questi [n.d.r.: i giochi retorici di cui sopra] possono avere un
> significato profondo, ma per poter essere giocati in pubblico e avere almeno
> una parvenza di impatto devono sempre essere divertenti, devono avere un
> ‘valore di intrattenimento’ per poter catturare, sia pure per un breve
> istante, l’attenzione del pubblico. «Un individuo esiste solo nella misura in
> cui gli altri parlano di lui: lo lodano, lo citano, lo criticano, lo
> diffamano, lo deridono ecc.» (Debray, 1979, p. 168). La fama è stata
> rimpiazzata dalla notorietà: non un ponderato riconoscimento per i risultati
> conseguiti, il ripagamento di un debito per i servizi resi alla causa
> pubblica, ma il fatto di imporsi con ogni mezzo a disposizione all’attenzione
> del pubblico. Se gli intellettuali annoveravano sé stessi tra la minoranza
> scelta che poteva rivendicare uno speciale diritto alla fama, essi non possono
> rivendicare alcun diritto privilegiato alla notorietà. Al contrario le
> tradizionali attività degli intellettuali – principale causa della loro gloria
> passata – non si prestano a essere esibite davanti agli occhi del pubblico né
> a riscuotere un applauso immediato. Quando la notorietà anziché la fama
> diventa il criterio dell’influenza pubblica, gli intellettuali si trovano in
> competizione con i campioni sportivi, le pop stars, i vincitori di lotterie, i
> terroristi e i serial killers. In questa competizione non hanno molte speranze
> di vincere, ma per gareggiare devono giocare il gioco della notorietà
> seguendone le regole, ossia adeguando la propria attività al principio di
> «massimo impatto e di obsolescenza istantanea». La giustezza o la verità delle
> idee sono sempre più irrilevanti come richiamo nei confronti dell’attenzione
> pubblica; ciò che conta sono le loro ripercussioni, la quantità di tempo e di
> spazio che a esse dedicano i media, e ciò dipende principalmente dal loro
> “valore di intrattenimento”.
Ma l’intrattenimento, ahinoi, è un lusso imbelle, non ha alcuna influenza a
livello politico, e nemmeno nell’orientamento delle masse, ormai volubilissime,
poiché viziate da innumerevoli e sempre nuove offerte culturali (di vaglia più o
meno comprovata, s’intende). E i potentati ne sono consci. Per questo ci
lasciano scrollare compulsivamente facebook, si divertono a vederci leggere e
commentare i Soloni di turno che amministrano le varie bolle condominiali: in
fondo, noi siamo gratificati poiché ci sentiamo parte di una presunta cultura
elitaria, loro, i governanti, continuano ad agire indisturbati, giacché qualche
saltuario ronzio nelle orecchie causato da un intellettuale che si contorce
stizzito sul proprio canapé è, in fin dei conti, uno scotto sopportabile.
Niente di nuovo sotto il sole, starete pensando.
Dopo tutto, quella creatura proteiforme, tanto amata, temuta e disprezzata –
che, almeno dall’affaire Dreyfus in poi, abbiamo cominciato a
chiamare intellettuale – si è sempre mossa sulle sabbie mobili, vittima di
un’ambiguità e di un’impotenza irriducibili. Noi, invece, che non siamo altro
che spaesati osservatori di passaggio, di irriducibile abbiamo soltanto la
predisposizione a un infantile romanticismo. Per tale ragione, questi disperati
intellettuali contemporanei, preferiamo immaginarceli giocare sul selciato
dell’infanzia, quando le sole bolle che conoscevano, non erano quelle virtuali,
ma quelle di sapone.
Un destino crudele, il loro, dall’inizio alla fine.
Maura Baldini
*In copertina: Hendrick Goltzius, Quis evadet?, 1594, incisione
L'articolo Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come
amministratore di condominio proviene da Pangea.
Una frequenza pirata ci ha intercettato, tramettiamo qui il comicato di Blast
per la presentazione del Festival delle Schizoteorie.
Perché il futuro è di chi sa immaginarlo e perciò…
GLI SCHIZZATI AVEVANO RAGIONE SU TUTTO!
L’hanno sempre avuta, ma solo adesso il mondo se ne sta rendendo conto.
Diciamoci la verità, anche tu fai parte degli schizos che si mettono il cappello
di carta stagnola e iniziamo a spiegare il mondo nel modo più corretto
possibile. Ma questo, purtroppo, lo fai solo nella tua cameretta o in qualche
remotissimo angolo social.
Blast lo ha detto e lo ripete: tutte le news sono fake news. E se è così, allora
TUTTE LE TEORIE SONO SCHIZOTEORIE.
Vuoi un luogo dove dar libero sfogo alla fantasia? Hai una schizoteoria,
un’opinione impopolare e un po’ assurda, che non sai dove esprimere? Insomma,
cerchi il luogo più matto dell’Italiosfera?
Lo troverai a Lugano, in Svizzera!
Ecco a voi il FESTIVAL DELLE SCHIZOTEORIE.
Il 21 marzo a partire dalle ore 10, in Corso Enrico Pestalozzi 12, presso
Stage12, le schizoteorie troveranno la loro agorà nel mondo fisico: uno spazio
di scambio e di scontro, una vera e propria fiera della follia, dove i pensieri
più proibiti e indicibili si uniranno in un’unica voce di libertà.
Il luogo non è casuale: da sempre la Svizzera (e Lugano in particolare) è la
patria degli esuli, dei coraggiosi che hanno osato parlare e sono stati
costretti a fuggire. Un rifugio per i più arditi.
Perché venire?
La guerriglia culturale continua. Abbatteremo fact checker e autorità
autoproclamate, oseremo dire l’indicibile e soprattutto lasceremo la possibilità
di parlare a tutti: è aperto un concorso in cui potrete inviarci la vostra
personalissima schizoteoria, i vincitori avranno la possibilità di presentarla
in un momento dedicato durante il festival.
Scarica qui il bando.
Abbiamo radunato alcune delle menti migliori per questo: da Boni Castellane ad
Andrea Zhok, a Leonardo Rosi, Guido Damini e Giacomo Zucco. Ecco a voi il
programma completo:
LOCALITÀ: LUGANO, STAGE12 (CORSO ENRICO PESTALOZZI 12)
DATA: 21 MARZO
OPERAZIONE: FESTIVAL DELLE SCHIZOTEORIE
[10:00-10:15]
SALUTI INTRODUTTIVI
> Attivazione protocollo
> Apertura canali
> Sincronizzazione menti
[10:15-11:00]
PRESENTAZIONE DI PROIETTILI – SCHIZOTEORIE
> Caricamento munizioni culturali
> Innesco narrazione divergente
[11:00-12:00]
OLTRE IL CONTROLLO FINANZIARIO
con LEONARDO ROSI
e GIACOMO ZUCCO (PLAN B)
> Decostruzione sistema
> Analisi infrastrutture invisibili
> Sovversione flussi
[12:00-12:30]
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
DIARIO POLITICO DI UN MARTIRIO, PALESTINA 2023-2025
(ANDREA ZHOK)
> Il Cerchio
[12:30-13:30]
SPAZIO DEDICATO AI VINCITORI DEL CONCORSO
> Microfoni aperti
> Teorie non autorizzate dal potere
> Cartografie alternative
[13:30-15:00]
███ INTERVALLO OPERATIVO ███
> Ricalibrazione neurale
> Nutrimento
> Scambio informazioni non registrate
[15:00-16:30]
DIALOGO SULL’IMMAGINARIO E IL FUTURO
BONI CASTELLANE
ANDREA ZHOK
> Architettura del possibile
> Guerra simbolica
> Proiezioni 2030+
[16:30-17:00]
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
QUASI SAPIENS
(GUIDO DAMINI)
> UTET
[17:00-18:00]
TAVOLA ROTONDA FINALE con
ANDREA ZHOK
BONI CASTELLANE
BLAST
LEONARDO ROSI
GIACOMO ZUCCO (PLAN B)
GUIDO DAMINI
> Convergenza
> Sintesi
> Mappatura memetica in diretta delle idee emerse nel corso della giornata
DIFFUSIONE CONSENTITA SOLO A MENTI STABILI NELL’INSTABILITÀ
L'articolo Tutte le news sono fake news! La redazione di “Blast” invade
“Pangea”: comunicato stampa a reti piratate! proviene da Pangea.
Circostanze varie mi stanno obbligando a riaprire vecchi faldoni di lettere,
manoscritti, materiali letterari vari, così una polvere di riflessioni, più o
meno fastidiosa, si solleva. Vale la pena provare a raccoglierla sulla pagina?
Sebbene il buon senso lo preventivasse, ci si stupisce sempre di quanto si
perda, in termini di energia, di intelligenza, di affetti, di intuizioni, di
possibilità, di umori, quando le vicende letterarie diventano saggi, narrazioni
più o meno accurate, persino approfondimenti specialistici, infine retrospettive
conchiuse. Solo per i classici, passato il tempo necessario, forse si arriva a
un’analisi più capillare, ed è normale che sia così. Altre ricerche accurate,
quand’anche ce ne fossero, finiscono negli archivi delle accademie. S’impone,
per inerzia, sempre un racconto semplificatorio, con un alto grado di
mistificazione. (Ogni tanto levo lo sguardo agli scaffali sopra la scrivania,
verso i volumi della Letteratura di Marzorati, con interi tomi dedicati ai
“minori”. Oggi l’impresa sarebbe impossibile).
Non ci sono alternative alla giustizia sommaria. Si auspica che il grado di
approssimazione ai fatti sia sempre più preciso, ma si fa quel che si può, anche
perché non siamo più una civiltà di corte: la nostra è la società di massa, in
cui tutti scrivono e pochi leggono. E il “sottobosco” letterario, fertilissimo,
resta indistinto, alluso, omesso.
Prima di ammazzare con una fotografia un periodo storico, anche quello
poeticamente meno significativo, la letteratura è stata però vivissima. I suoi
protagonisti erano pimpanti, animati da passioni, attraversati da tensioni,
guidati da progetti e ideali che, per esempio, quando si riaprono gli
epistolari, si colgono vividamente. (Non sono esperto di carteggi, ma fra quelli
letti il mio preferito è Eusebio e Trabucco, fra Montale e Contini, curato da
Isella per Adelphi).
Di tanto in tanto, ce ne accorgiamo, ci sono eruzioni che testimoniano le
energie telluriche delle vicende letterarie: dibattiti, stroncature, polemiche.
Ma questi fuochi fatui rischiano di non rendere ragione del magma soggiacente,
che modella il territorio in segreto.
Pensiamo al caso delle riviste. Restiamo anzitutto a quelle cartacee, alla
situazione prima dell’esplosione del web. A fine Novecento e nel primo decennio
del Duemila erano centinaia (lo sono ancora, ma sono superate dalle offerte
online). Solo alcune verranno ricordate: anzitutto quelle legate ai maggiori
centri di potere, con sostegni economici, garanzie di visibilità, per natura
inserite nel circuito letterario maggiore. Ma come ben sappiamo le novità spesso
nascono dalle pagine più militanti, che circolano in modo carbonaro. Quale
criterio fa giungere nelle mani di uno studioso attento a queste fonti una
rivista piuttosto che un’altra? Negli anni della giovinezza, ho sentito parlare
di talune riviste come di esperienze segrete e dirompenti. Quando le ho avute
tra le mani, mi sono sembrate ben poca cosa (e spiegherò a breve perché).
La storia è scritta dai vincitori, si sa. Quindi chi ha il merito di imporsi
sulla scena dà lustro anche ai fascicoli su cui ha esordito. Eppure, mentre mi
documentavo su “Niebo” o “Scarto minimo” o “Braci”, giusto per proporre qualche
esempio, non di rado trovavo articoli più interessanti su riviste di cui oggi
nessuno si rammenta. Sia chiaro, non è mio intento sminuire l’esperienza dei
periodici citati, di cui nemmeno mi considero esperto. Testimonio i vicoli
ciechi, le vie che si perdono nel nulla, i cortocircuiti della memoria. Le
logiche della selezione, la legge cinica dell’economia. Le potenzialità che non
sono state intercettate e sviluppate.
I protagonisti di tali e di altre riviste erano animati, dicevamo, da passioni e
ideali, da tensioni e persino da insofferenze: poteva essere diversamente?
Eppure, ecco il punto che spiega la mia delusione, ben poco in quelle pagine
emergeva in modo limpido. Direi, anzi, che solo una parte minima si traduceva
nel meticoloso lavoro di cui si nutre la riflessione letteraria. Immagino che
nelle riunioni redazionali i dibattiti fossero accesi, ma spesso nelle riviste
comparivano solo testi poetici e qualche spunto teorico, magari un po’ fumoso.
Raramente, qualche lettura critica, per lo più di apprezzamento verso un
“maestro”. È la logica, comprensibile, di ogni vicenda “giovanile”. Ma tale
logica mi pare deficitaria. Perché in quelle falde non si sedimentavano in modo
palese i contrasti poetici, che sono il lievito di una cultura letteraria?
Quando si riaprono certe lettere o si ripensano a certi discorsi con determinati
autori, le correnti soffiano, i fastidi emergono, le simpatie zampillano. Poi,
però, tutto sommato, la carta non canta mai. E la letteratura, il pensiero
letterario profondo, non si fa con le battute di Ungaretti su Montale (secondo
il primo, un “poeta di merda”), non si fa con gli epigrammi di Pasolini su
Luzi. Quel poco che filtra dagli umori dei poeti vivi, quando non si limita ad
allietare i noiosi studi accademici, rischia di generare ulteriori
semplificazioni ed equivoci. Carmelo Bene che stronca in diretta televisiva
Giovanni Raboni per le sue Canzonette mortali è l’icona di un’occasione perduta.
Due giganti contrapposti, capaci comunque di riconoscere la reciproca grandezza.
Forse la battuta di Bene era anche questo, il segno di una stima, la delusione
rispetto a un percorso nuovo. E il silenzio di Raboni era il sintomo di uno
smacco oppure la riprova di una consapevolezza aristocratica? Fine del tempo
concesso alle trasmissioni: resteremo con le domande in sospeso.
Sto cercando di mettere in luce l’elemento reattivo, agonistico, che racconta di
una “società letteraria” viva, pronta a scattare in modo anche imprevisto
rispetto agli eventi e a dribblare le previsioni: quella società ideale (ma non
da idealizzare, e forse mai veramente esistita) di cui oggi ci si lamenta
sempre, quando per esempio, come è capitato recentemente a Loredana Lipperini,
si torna sull’assenza e sull’inutilità delle recensioni sempre positive (Le
recensioni letterarie in Italia stanno diventando inutili, Lucy sulla cultura,
online).
È sulla spinta di tale motore che, alla fine del secolo scorso, avevo dato vita
all’esperienza della rivista “Atelier”. Già nel 1996 si percepiva come
l’orizzonte fosse piatto, atomizzato. Sbuca, tra i miei archivi, una lettera di
Giancarlo Pontiggia, datata 27 gennaio 1998: “sono già tre numeri di ‘Atelier’
che ho ricevuto, e debbo dire non solo con piacere, ma anche con un certo senso
di stupore, di felice e progressivo stupore se così mi è permesso esprimermi,
perché la rivista sembra come uscita miracolosamente da un vuoto di anni
criticamente desolanti (per non dire altro)”. Finché l’ho diretta (dicembre
2013, n. 72), ho cercato di mantenere viva tale forza propulsiva, ma, come è
facile intuire, muoversi controcorrente non è stato agevole. Non lo è stato
anzitutto all’interno della redazione, che non si è mai identificata in una
poetica comune, in una visione univoca, ma già in sé stessa sperimentava la
tensione ideale condivisa a vantaggio della crescita di ciascuno. All’esterno,
liquidare ogni polemica senza entrare nel merito era fin troppo facile. La
prassi era consolidata da decenni: ogni voce dissonante si leva solo per
interessi personali e i bollori della giovinezza lasciano il tempo che trovano,
quindi va ignorata. Ma il punto è che, sulle pagine di “Atelier”, si è compiuto
un lavoro certosino e curato, nei limiti delle capacità.
Prendiamo ad esempio il caso De Angelis. Già all’epoca – era chiaro a tutti – si
trattava del nostro maggiore poeta. La sua grandezza non era in discussione.
Scrissi, con la stima e persino l’ammirazione che provavo nei suoi confronti, un
saggio, che tuttavia entrava nelle pieghe controverse della sua opera e
sollevava perplessità sugli ultimi esiti. Ho tentato di compiere un lavoro
filologicamente corretto. Non ho mancato di coraggio nel tirare le somme. Il
risultato? Un evidente imbarazzo da parte di molti coetanei, ammirazione da
parte di studiosi non poeti (e quindi meno impelagati nelle “buone maniere”
prescritte nei rapporti fra scrittori), un disagio generale. De Angelis mi
rispose in modo lapidario: mi scrisse che riteneva il mio studio un approccio
sbagliato alla poesia e, sul piano personale, un’offesa. Avevo peccato di lesa
maestà. Gli risposi, a quel punto, in modo altrettanto lapidario, citando due
suoi passaggi in versi: “Chi soffre non è profondo” e “La vittoria è di chi/
dedica e dimentica”. Ma perché non entrare nel merito? In che cosa il mio
approccio letterario era sbagliato in partenza? Quali argomenti andavano
falsificati, anziché rigettati autoritariamente? L’innesco per il confronto era
apparecchiato, bastava entrare nel merito, se non da parte del poeta, attraverso
l’intervento degli studiosi interessati, a cominciare da quelli in disaccordo
rispetto al giudizio espresso. Non è proprio su quella soglia che comincia il
pensiero? Non è la discussione sui testi l’atto fondativo di una società
letteraria? Ma era solo il 2000 e De Angelis era già De Angelis, mentre io non
ero ancora nemmeno Andrea Temporelli. (Il che si traduce così: se un giovanotto
si permette di criticare, lo fa solo per darsi un tono, per ansia di
identificazione. E il sottinteso è: se si vuole fare carriera, occorre stare
attenti a chi si infastidisce e lusingare piuttosto chi può risultare utile. Ma
esplicito strategie note a chiunque, anche in ambiti diversi dalla letteratura).
Ho citato solo uno degli svariati episodi che hanno generato diffidenza e
imbarazzi. Potrei raccontare come persino nella duplice direzione della rivista
i conflitti erano all’ordine del giorno. Ma se padri e figli non discutono,
significa che i padri sono narcisisti e i figli debosciati. Così “Atelier” ha
lavorato per anni alla luce di questa tensione, finché non si sono aperte
divergenze insormontabili o la vita non ha imposto altri percorsi. Anche
all’esterno del gruppo, appena mi capitava di incontrare un autore su cui avevo
sollevato dubbi, non ho mai avuto remore nel presentarmi e offrire la mano,
proprio perché l’espressione di un’opinione è un punto di partenza per un
confronto reale, non ipocrita.
Ma le logiche che si impongono sono altre, lo sappiamo. I poeti preferiscono
esprimere giudizi in camera caritatis, oppure sbottano solo quando si sentono
protetti all’interno di una consorteria già ben posizionata rispetto alle altre.
O, ancora, si attende che maturino i tempi, così da giudicare un morto o, al
più, un moribondo che non è più in grado di mettere i bastoni tra le ruote.
Se di tanto in tanto esplode, giornalisticamente, qualche polemica, se non è una
piccola bega di quartiere, resterà comunque un’eruzione estemporanea, uno spreco
di fuochi d’artificio, una valvola di sfogo che fischia mentre già si spegne il
fornello. Conta di più il costante lavorio sotterraneo, l’omertà, l’ipocrisia,
il rancore, la disillusione, l’inettitudine, la remissività, l’opportunismo,
l’autocensura, la delegittimazione dell’avversario e, per chi ha il potere,
persino la damnatio memoriae. Sono questi i valori che stanno disegnando il
paesaggio della nostra letteratura?
Degli aneddoti citati mi ero persino dimenticato. Sono lontani, non mi
riguardano più. Ma mi tornano congeniali per rendere ragione di un problema che
trovo enucleato anche nel recente volume di Matteo Marchesini, Cos’è la poesia
contemporanea in Italia. Dal Novecento a oggi (Castelvecchi). Basta la citazione
riportata in quarta di copertina: “Pasolini e Sanguineti avevano una lingua
comune in cui litigare; le generazioni successive, fino a noi, no. Di questa
condizione nessuno ha colpa; ma colpevole è fingere di non vederla”. Perché, in
effetti, stagioni di memorabili litigi ce ne sono state: ora, invece, nessuna
disputa costruttiva pare più possibile. Dove si è perso il fuoco della
controversia, che alimentava la letteratura? Non è solo questione di linguaggio,
di ideologie. La società è cambiata radicalmente. C’è un mutamento antropologico
di cui prendere atto. Siamo sempre tutti troppo soli e fragili per tenere la
schiena dritta e osare. Siamo rassegnati.
Così Marchesini:
> “L’assenza di dibattito è causa e conseguenza di un fatto che è tanto negato
> quanto palese: non esiste più un’élite attendibile di ‘addetti ai lavori’. In
> genere, oggi i cosiddetti lettori comuni sono più intelligenti dei tipi
> clericali che gravitano intorno al milieu letterario e poetico”.
E chi è stato improvvidamente consacrato dal pensiero dominante del momento si
sente legittimato a ignorare chiunque rifiuti la complicità culturale di fondo:
“ci si basa”, prosegue Marchesini, “su un finto ecumenismo di cordata, su
un’aura d’essai attribuita dal chiacchiericcio di un milieu che non sa
riconoscere il proprio conformismo di idee ricevute: così vedi cultori della
neoavanguardia sdilinquirsi per i testi più vaporosamente bigongiareschi di De
Angelis, o antisentimentalisti ai quali basta l’evocazione del QR Code per
assolvere il grezzo sentimentalismo di Magrelli, e la sua idea banalmente
giornalistica dell’attualità”.
Non concordo pienamente con le analisi di Marchesini. Tra le righe, suppongo si
riferisca anche a me quando parla di un eccessivo ecumenismo (ho da poco
licenziato un “catalogo semiserio” con centinaia di poeti, con intenti che però
non sono compresi nelle sue allusioni, posto che davvero mi riguardino. Si
leggano le pagine in cui dà per esempio spazio, e quindi elegge, ciò che
semplicemente ha raggiunto la sua cassetta delle lettere: dovrebbe funzionare
così?). Ma parto dalle sue medesime constatazioni. La caduta delle élite non va
rimpianta, sebbene dalla democratura attuale occorrerebbe risollevarsi. E come?
Rieccoci al punto. Attraverso il dibattito culturale: si avverte la necessità
della concertazione dei diversi punti di vista che permettano la scoperta, di
volta in volta, di voci autorevoli (non autoritarie), di giudizi illuminanti, di
prese di posizione gravide di prospettive. Come a dire: mentre siamo
interconnessi, ognuno in realtà è una monade, un cavernicolo postmoderno, il
produttore e insieme il consumatore di una letteratura e di un canone
prêt-à-porter, che ci si sforza di piegare a propria misura.
Nessuno rimpiange la società aristocratica di un tempo e nemmeno si vuol far
passare surrettiziamente l’idea che il dissenso rispetto al pensiero dominante
sia di per sé prova di verità. Si soffre la mancanza di volontà di costruire,
più che una lingua condivisa, una disponibilità e un’apertura mentale, un
desiderio di attrito con l’altro, affinché le controversie letterarie, anziché
elidersi a vicenda, si sostengano reciprocamente. Mancano anche i luoghi in cui
il confronto letterario possa svolgersi (la piazza del web è troppo esposta
oppure troppo personalizzata; gli editori non hanno più prestigio; gli eventi
culturali sono ben perimetrati per consolidare le “buone maniere” di cui si è
detto; e così via). Ma prima dei luoghi occorre la volontà. I luoghi si
inventano, come fu per me quando poco più che ventenne ideai “Atelier”, nel
cuore della provincia. E il fatto che la rivista raggiungesse comunque un
cospicuo numero di lettori importanti (venivano inviate cinquecento copie
gratuitamente a poeti, scrittori, critici, ecc., in tutta Italia; fu per esempio
Giovanni Giudici a dirottare verso di noi Riccardo Ielmini) dimostra che il
desiderio e l’impegno contano più del punto di partenza.
Ma se non esiste una soluzione al problema, che valore ha questa polvere di
riflessioni che si deposita sulla pagina? Si tratta dell’ennesima lamentazione?
Mi auspico di no. Preferirei parlare quantomeno di testimonianza, se non di un
tacito appello. Se non si possono innescare soluzioni strutturali (nessuno ne ha
il potere), individualmente si può decidere di assumere una postura diversa.
Sarebbe il trapianto di una cellula staminale capace forse di rigenerare almeno
in parte il tessuto della fantomatica società letteraria che non si compirà mai,
ma che portiamo dentro di noi come un’utopia che ci autorizza a tentare
l’impresa. Una cellula staminale: ecco che cosa voleva essere l’opera comune. È
forse un’ipotesi realizzabile solo negli anni della giovinezza, quando ancora le
differenze stilistiche e le vicende della vita non impongono la dedizione a un
numero ristretto di compagni di viaggio, se non una solitudine marcata.
In fondo, si tratterebbe solo di eliminare dalla mente la colonna, più o meno
segreta, in cui si annotano i “nemici” (com’era il titolo di
Giudici? L’intelligenza col nemico…). Questo sì che sarebbe un cambiamento di
stile rivoluzionario. Non un trucco sulla pagina, ma un clic che scatta prima di
piegarsi sull’opera.
A meno che esista anche una visione davvero pacificata della letteratura, questa
sì sospettosamente ecumenica, in cui tutto va bene così com’è. Ne dubito. Il
rispetto della diversità non è tolleranza passiva, non è suddivisione di spazi e
creazione di barriere. La letteratura non è un giardino artificioso. La parola è
abbraccio, fecondazione, irrobustimento dei geni attraverso la commistione: chi
si accoppia solo tra consanguinei apparecchia la propria estinzione. Non è,
questa, una legge della vita?
E allora, queste riflessioni, magari davvero fastidiose come polvere, siano
dedicate ai giovani trascinati dalle passioni fino al punto di infrangere i tabù
che hanno invece soffocato, in tanti che li hanno preceduti, l’amore che premeva
e non ha trovato modo di esprimersi. Per quel che riguarda me, preparo i faldoni
per il falò con cui benedire anche la dimenticanza.
Andrea Temporelli
*In copertina: George Wesley Bellows, Stag at Sharkey’s, 1909
L'articolo Chi soffre non è profondo. Una visione agonistica della letteratura
proviene da Pangea.
Da mesi mi tormenta una domanda: come sarebbe la letteratura oggi senza
gli editor? Ignoro la struttura delle altre professioni, ma sospetto che ogni
lavoro abbia un nume tutelare, una nicchia in cui sgranare il cruciverba dei
propri peccati. Nel campo dell’editoria l’angelo custode, il santo protettore a
cui votarsi è l’editor. L’editor spariglia i testi, prevede le collane, progetta
e organizza le parole. Alla figura dello scrittore, che fino a poco fa potevamo
immaginare come un’essenza irripetibile distillata in solitudine, se non in una
secentesca torre d’avorio quantomeno nella cerchia ristretta dei confidenti e
degli affetti, oggi dobbiamo associare sempre, apertamente o subdolamente,
scopertamente o surrettiziamente, una protesi umana, una longa manus che si
protende dalla penna e ci fissa occhiuta da ogni pagina, quella dell’editor. A
questa anamorfosi si aggiunge quella del lettore, che se prima vedeva nello
srotolarsi della pagina un’unica volontà creatrice, ora deve fare i conti con
un mio/tuo che rende strabica la lettura.
La lenta erosione degli spazi e dei ruoli da parte degli editor ha due
conseguenze che mi sembrano interessanti: la prima, che nella critica e
nell’apprezzamento del pubblico questa editorializzazione del gusto ha
trasformato ragioni di gusto in capricci di gusto: se prima si discuteva delle
motivazioni che avevano portato uno scrittore a pubblicare un libro, o delle
idee che in esso erano espresse e di cui il libro costituiva il precipitato
sofferto, oggi si salta a piè pari questo passaggio per impuntarsi subito su
quello che, secondo noi, l’autore avrebbe potuto fare a meno di scrivere in un
capitolo o in una specifica pagina. Provate ad avvicinare, nei club di lettura,
nelle librerie, negli appartamenti, nelle famiglie, le discussioni letterarie
che vi si svolgono, e ditemi se non è vero che la forbice dell’editor va
trasmutandosi geneticamente in ognuno di noi, soppiantando con uno strappo
quelle radici di gusto e di sentimento che stanno alla base di ogni buon libro e
di ogni buona lettura.
La seconda conseguenza è più strutturale e può essere esemplificata in un
movimento: se prima era lo scrittore a dirigersi dall’editore per sottoporgli un
libro, con l’idea già foderata di parole pronta a macchiarsi per il mondo, oggi
il tragitto è esattamente contrario. È l’editor, nelle vesti di editore in senso
largo, che rincorre l’autore con proposte di libri futuri che fiaccano la tenuta
già vacillante di ogni sputa-parole. Anche qui, val la pena d’avvicinarsi alla
scena: non c’è fiera editoriale, o incontro letterario a cui abbia assistito,
grande o piccolo che sia, che non contenga una di quelle scene patetiche per
cui, allo spegnimento del microfono, mentre gli altri cominciano a rivestirsi,
un nugolo di mosche inizia a girare attorno all’autore con un ronzio capace di
far desistere il più coriaceo dei sognatori. Si insegue l’autore per
complimentarsi dell’intervento, certo, ma l’importante è rinnovargli quel fiato
sul collo che presagisce l’alito cattivo del prossimo libro, certamente non
promettente nella misura in cui nasce sotto così infausti presagi. In breve, la
tavola della legge che gli editor hanno ricevuto dal Monte Siae ha due
comandamenti: marcare stretto l’autore e ostacolare chi tenta di opporvisi.
Ora, perché tanto clamore in così poca veste? Perché tanto brusio, proprio dove
le parole dovrebbero pesare di più sulla bilancia? La mia impressione è che gli
editor, che ad onta di tanti vituperi sono persone ragionevoli e attente, si
rendano conto di uno scenario che andrebbe posto sotto attenta osservazione: la
produzione di scrittura nel panorama odierno è inversamente proporzionale alla
sua qualità. È come se ogni libro pubblicato fosse un nodo che stringe il cappio
intorno al quale stiamo appesi tutti e da cui pende e dipende l’operato di ogni
editor che si rispetti. In ogni libro giuriamo tacitamente che il successivo non
potrà essere peggiore di questo, salvo poi scoprire che il patto è
sistematicamente disatteso dalla prossima cattiva lettura.
Il circolo, come si vede, è vizioso: gli autori già affermati accondiscendono,
per non abdicare la posizione di rilievo che hanno maturato negli anni, alle
richieste degli editor, mentre quelli esordienti hanno due strade: o accodarsi
alle richieste di questo genere e produrre qualcosa di tematicamente simile, in
attesa che sia notato dalle tante scuole di scrittura che invogliano, col loro
stesso operare, questo genere di prodotti; o condannarsi a un vox clamantis in
deserto sperando che l’eco della propria solitudine arrivi faticosamente nella
cittadella distante dall’oasi. Di questo passo, anche la narrativa si va
editorializzando, nel senso che non nasce più da una esigenza fisica di
espressione, ma da un desiderio prodotto e suggerito proprio da coloro che
dovrebbero salvaguardare la massima diversità in fatto di espressione e di
narrazione. È da leggere in questo senso la spaventosa rassomiglianza tra scuole
di scrittura e di sceneggiatura, tra cinema e letteratura, tra serie-tv e
racconti: sembra che le parole, prima ancora di atterrare sullo schermo, siano
già pensate sotto forma di battuta e non di ritmo. Così il libro, da porto
definitivo di espressione, si trasforma in un veicolo che semplifica la
trasposizione da un prodotto all’altro.
A questa breve disamina si accompagna il sospetto più indiscreto e probabilmente
più malevolo: davvero nessun testo ha l’autonomia di passare le maglie dei
censori? Non sarà, questa dogana editoriale ai confini della realtà del testo,
l’estremo tentativo di normalizzare un prodotto che deve essere il più affine
possibile alle coordinate già tracciate dal gusto, pena la sua esclusione
nell’isola di confino dell’impubblicabilità?
Queste righe non vogliono cavalcare l’onda sicura del libello, ma seminare
un’ombra di dubbio nella mente di quanti, come il sottoscritto, amano troppo a
fondo la letteratura per non chiedersi come sarebbe oggi senza gli editor.
Andrea Muratore
*In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth a “L’isola del tesoro”
L'articolo Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio proviene da
Pangea.
In questo Paese in cui non legge quasi nessuno e che si avvia vieppiù al nessuno
in assoluto mi sono ficcato in una bollicina social in cui leggono tutti e tutti
hanno le letture preferite dell’anno ormai trascorso, e a me un po’ punge voglia
di chiedere cosa ricordano intanto delle loro letture preferite dell’anno prima,
se ancora se le ricordano, ma non per quel bisogno così contemporaneo di
eccepire con acribia sui comportamenti social altrui, per invidia piuttosto.*
Io faccio fatica persino a ricordami quanto mi sia piaciuto e perché mi sia
piaciuto l’ultimo libro letto e piaciutomi, anche se lo ho appena letto. Sono
mesi che cerco di spiegarmi a parole mie perché mi sia piaciuto Le ore di
Dolores Prato, letto in edizione Adelphi, scritto con tale esattezza e con
parole tutte sue, sue della Prato. Un buon indizio per capire se un libro m’è
piaciuto per davvero è che dopo anni-e-anni ancora ci penso e mi punge voglia di
leggerlo un’altra prima volta. Chissà quanti anni mi ci vorranno per capire
perché Le ore m’è piaciuto così tanto.
L’epoca poi è tale che diffido di qualunque consiglio perché inevitabilmente ne
diventa uno sugli acquisti. Il libro, quello che è stato fatto del libro e che
in buona parte è sempre stato, non è esente dal sospetto che si merita qualsiasi
altro prodotto messo in vendita per fare di sicuro il favore del venditore e
solo secondariamente quello dell’acquirente. Il bene dell’acquirente è un
effetto secondario, collaterale quasi, involontario. Nel mercato nelle armi lo
si nota con più evidenza, ma il principio comune è lo stesso: finché i venditori
non maturano la consapevolezza che è il bene degli acquirenti che garantisce
anche il loro andrà male per tutti, ma ai venditori può bastare che agli
acquirenti vada male prima che a loro. Si contentano di essere gli ultimi della
stessa specie autocannibalica.
Dovrebbe essersi fatta pure l’ora di aver capito che il libro migliore per te è
proprio quello che non fa affatto né per te né per nessun altro, poiché
qualunque esperienza estetica, per cui significativa, o avviene nell’imbattersi
in ciò che è diverso da ciò che si crede di essere o non è ed è al più uno dei
tanti succedanei, ormai non soltanto di tipologia commerciale dichiaratamente
religiosa, che uno si somministra per evadere a buon prezzo dalla paura della
vita più diffusamente conosciuta come paura della morte ben più che legittima e
comprensibile, nonostante la differenza tra le due sia lampante: uno che ha
paura della morte si impegna quanto può per viversi il tempo che ha secondo il
suo ideale del meglio-non-si-può, mentre chi ha paura della vita vuole solo non
si noti troppo quanto stia a suo agio nella morte che fa per lui e che gli
piacerebbe si reiterasse eternamente così com’è.
Volendo essere banale a tutta forza: chi proprio vuole consigliare un libro, che
lo sconsigli almeno.
Considerato quello che si legge di recente e a gratis sull’argomento, da Giulio
Mozzi scrittore e editor (il link sul social, per chi ci va, è questo) a
Francesco Quatraro, editore e direttore editoriale (qui il link all’articolo),
l’editoria è un gioco di prestigio contabile, dalla piccola – che è già fallita
o che fallirà prima che questo articolo giunga alla sua sciatta conclusione –
alla grande che si sente too-big-to-fail, passando dalle media che o diventa
grande appena può o le toccherà la stessa sorte della piccola.
Siamo (noi chi?) alle prese con una compagnia di giro fondata
sull’io-so-che-tu-sai-che-lui, sull’evidenza e sulla convenienza del non-detto,
sull’autodenuncia a patto che tutti gli autodenunciati continuino a agire come
non si fosse mai autodenunciato nessuno. Siamo (i noi di prima?) al fine
autopromozionale dell’autodenuncia va’, secondo l’eredità politica degli ultimi
trent’anni all’insegna del “Preferisco un furbo di tre cotte che non finge di
non esserlo a uno che ci infinocchia a crudo fingendo di esserlo a sua
insaputa!”.
Al cospetto di una editoria che deve sentire i brividini della morte se solo
sente il nome di Sigfrido Ranucci e dei giornalisti d’inchiesta con cui lavora,
fondata sul contrario di una qualunque letteratura che possa aver senso sia
scritta e letta, su un dire che convalida il fare come non si sia mai detto
nulla, è per dovere morale che sconsiglio di leggere alcunché se per leggerlo
occorre continuare a sostenerne economicamente la fuffa truffaldina, così come
sconsiglio di scrivere in cambio di qualunque contratto aleatoriamente
retribuito, tanto più che nella stragrande maggioranza si tratta di compensi
palliativi se non del tutto irrisori e esornativi e quindi a rinunciarci non
cambia granché, e qualche volta si risparmia pure, anche solo le rotture di
palle reciproche tra editori che credono di aver speso cifre faraoniche, quando
poi con quel che versano non ci compri neanche secchiello e paletta per giocarci
in spiaggia e scrittori indigeribili, convinti di aver scodellato il
masterpiece e non l’ennesimo polpettone da smaltire grazie a qualche operina
sturante che-si-legge-tutta-di-un-sorso.
Ora che s’è capito come l’editoria sia tutta a pagamento anche quando a primo
colpo d’occhio può sembrare sia lei a star investendo del suo, laddove sta
sempre speculando del tuo, il mio consiglio è di smettere di leggere a pagamento
e di smettere di scrivere dietro pagamento. Cioè di continuare a fare come già
si sta facendo dal belpo’.
Come quando cambiano gli equilibri geopolitici: se ormai anche chi non è mai
andato oltre il tiggì in prima serata dei canali governativi ha cominciato a
sentire gli scricchiolii significa che tutto è crollato e che ora le persone
hanno soltanto bisogno del tempo per realizzare di essersi ritrovate in macerie.
Per questo miglior consiglio del continuare a fare quel che si sta già facendo e
che si farà sempre di più e che così si fa fin da prima ti ci mettessi a
consigliarlo tu o anche tu proprio non c’è.
*(in un post recente all’interno della bollicina dei leggenti, di chi fosse non
lo ricordo, ho letto sia eccitante chi usa il piuttosto in modo appropriato; lo
sarà per i sapiosessuali immagino, sapiosessuali che sono da includere nello
stringone LGBTQIAP+; avrò tirato fuori codesto piuttosto, mi sa, per l’inconscio
e universale bisogno di risultare eccitanti, a prescindere da chi ti ci trovi;
non che sia poi così certo di averlo utilizzato appropriatamente il piuttosto)
antonio coda
*In copertina: Man Ray, André Breton, 1930 ca.
L'articolo Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio
consiglio? Smettere di leggere proviene da Pangea.