Un demone si aggira per la letteratura italiana contemporanea: lo spirito di
autocommiserazione.
Prendendo in mano i migliori scrittori della generazione intermedia – né troppo
vecchi né troppo giovani – ci si accorge che una strana vertigine
autocommiserativa esala dalle loro pagine. Dario Ferrari è classe 1982; Alberto
Ravasio 1990. I libri in oggetto sono gli ultimi pubblicati: L’idiota di
famiglia, per il primo; Il grande mantenuto, per il secondo.
Entrambi si trovano nel periodo aureo della creatività: da qui in poi si può
solo migliorare, o fallire meglio, come dice Beckett.
1. In entrambi i romanzi è il mondo dell’editoria a rilucere da lontano come un
antro proibito, superato il quale bisogna pagare la tassa d’ingresso sotto forma
di apologia o di invettiva. In entrambi ci sono scene in cui si varcano vere e
proprie case editrici, o altre in cui si partecipa a festival letterari. Ma il
vero punto focale è il precariato a cui costringe il mondo dell’editoria quando
non si è ancora accettati tra le sue fila. Nel romanzo di Ferrari, un traduttore
vive un’esistenza di stenti; in quello di Ravasio, un aspirante scrittore
ripercorre la saga delle sue scorribande per cercare di pubblicare un libro. I
romanzi sono quanto di meglio si possa trovare oggi in lingua italiana. Quello
di Ravasio, in particolare, possiede una carica corrosiva di ironia capace di
squadernare i generi e di fonderli in un’unica visione ininterrotta. Entrambi,
in misura diversa, soffrono però della sindrome dell’autocommiserato: colui che
sa di essere arrivato dove voleva e si volta a guardare le proprie disgrazie,
contentandosi che siano riuscite a portarlo fin lì senza scalfirlo.
1.1. Sarebbe ovvio arguire che senza editoria difficilmente si potrebbe fare
letteratura. Ma è sconfortante notare che la narrazione del mondo editoriale
stia diventando il banchetto d’elezione di alcuni tra i migliori scrittori
italiani. A rigor di logica, l’editoria dovrebbe essere un mezzo: gli editori
servono a favorire e a promuovere la pubblicazione di un libro. Si ha come
l’impressione che oggi, svuotato il mondo di valori, e inondata l’immensa
distesa del web di diffusori di letteratura permanente, l’editoria stia
diventando il fine del libro, forse proprio per soddisfare, inconsciamente, la
pletorica platea di consumatori che ha prodotto. Alla proliferazione degli
utenti segue l’unificazione dei fini. Tutto deve nascere e morire dentro
l’editoria, come un novello Saturno che fagocita i propri figli.
1.2. Davvero la vita degli autori si riduce a così poco, al noviziato
intellettuale prima di approdare al sacerdozio della pubblicazione? Ravasio
stesso lo confessa: “scrivendo e non pubblicando, il solito morto di fame finiva
a scrivere di quanto fosse difficile scrivere, cadeva in una spirale
metaletteraria”. L’ipotesi del ricatto involontario da parte del mondo
editoriale accenna una prima spiegazione. Varcare un mondo così autoreferenziale
è talmente difficile che alla fine la pubblicazione si trasforma in una sorta di
sindrome di Stoccolma.
2. La modesta proposta che si vorrebbe avanzare da queste righe, per quanto
paradossale, è la logica dell’impiegato. Nella maggior parte dei casi, e per
parecchio tempo, gli scrittori si sono gettati tra le braccia dell’impiego. Per
ragioni economiche, certo, ma anche e soprattutto per ragioni mimetiche:
omologarsi socialmente per elevarsi letterariamente; rendere invisibile, e
quindi inattaccabile, il proprio furore letterario; coltivarlo in solitudine, al
riparo da occhi indiscreti e inutili, per dargli il tempo di fiorire meglio.
Oggi al mestiere di scrivere segue anche, per ragioni promozionali, una serie di
compiti che ostacolano e ritardano e imbolsiscono la scrittura, la narrazione
dei quali è diventata una sorta di sottogenere letterario.
Questo sottogenere non è la cosiddetta autofiction. Quando Philip Roth e
Houellebecq si servono di questo genere, mettono al centro dell’agone il proprio
corpo personale: è lo scrittore fatto e compiuto, come persona e insieme
personaggio, a emergere nei loro romanzi, e il fatto di essere presenti nel
romanzo mette seriamente in discussione le tematiche di cui si parla.
In Sottomissione o La carta e il territorio è Houellebecq stesso a subire le
circostanze di cui parla, il rovesciamento della politica nel primo, e
l’abbruttimento del mondo artistico contemporaneo nel secondo; così nei libri di
Zuckermann di Roth, o in Operazione Shylock.
Nei romanzi di Ferrari e Ravasio c’è invece qualcosa di diverso, di
intermittente, che non è né fiction né autofiction. L’autore non si presenta
interamente, ma non rimane nemmeno nascosto: fa capolino tra le pagine, incerto
se varcare la soglia o meno. La posa da autocommiserato è un’abile copertura che
gli permette di rimanere in gioco senza scendere in campo.
2.1. Del cosiddetto paradigma dell’impiegato si potrebbero scomodare nomi
illustri: Kafka che liquida pratiche sulla sicurezza del lavoro al terzo piano
di un oscuro edificio assicurativo; Montale e Buzzati che ticchettano sulla
macchina da scrivere facendo le fortune del Corriere della Sera, a pochi uffici
di distanza; Mario Luzi che scrive recensioni cinematografiche per giornali di
provincia; Wallace Stevens che lavora in banca; Bolañoche si presta ai più umili
mestieri. L’impiegato, ad ogni modo, lavora per scrivere: vive per scrivere.
La lista potrebbe allungarsi. Come si vede, include tutti i generi: poeti,
critici, romanzieri. Certo, se il giornalismo non è ancora morto, la sua fine è
vicina, sussurrano alcuni. Ma il lavoro non passerà mai di moda, e pretendere di
sopravvivere di soli romanzi senza voler scendere a compromessi, senza
mimetismo, conduce dritti al precariato intellettuale. Se le idee non hanno un
tetto stabile sotto il quale crescere, è molto facile che si vendano al peggior
offerente.
3. Prendiamo ora i pesi massimi della letteratura, per fare un po’ di
controstoria.
Di Balzac sappiamo che la famiglia, prima di avviarlo verso la carriera da
notaio, gli diede due anni di tempo per dimostrare il suo talento, se ne aveva.
Lo spedì in una mansarda con un piccolo sussidio. E il figliol prodigo tornò a
casa con una tragedia in versi: l’Oliver Cromwell. Iniziò a leggere davanti alla
famiglia riunita in consiglio, ma lo giudicarono un fallimento senza appello.
Ma il Titano della futura Commedia umana, dei centoventi libri progettati e dei
novantacinque portati a termine, dei dodici volumi in sottilissima carta d’india
della Pléiade, dell’universo squadernato nel microcosmo “studi filosofici –
studi analitici – scene della vita di provincia – scene della vita parigina”,
quel Titano che, come racconta Zweig nella sua biografia, scriveva
indefessamente dalle otto alle venti nutrendosi solo di caffè e macerazione, non
si lasciò scoraggiare dai demoni della mediocrità e pubblicò, sotto pseudonimo
per non infangare il sacro nome della famiglia, un altro romanzo: L’Anonimo. Fu
l’inizio di una leggenda.
In nessun caso la letteratura si mette a sberciare su sé stessa. Pettegola nelle
idee, non si cura dei fatti che la smerciano. In nessun caso – e, come abbiamo
visto, gli elementi romanzeschi non mancavano – Balzac avrebbe fatto della
propria difficoltà di pubblicazione un romanzo vero e proprio. Le illusioni
perdute e La pelle di zigrino raccontano di quanto può essere spietata la
società verso chi è posseduto dalla vocazione della scrittura; ma non si
limitano a denunciare una piccola porzione di realtà.
3.1. Quanto a Dostoevskij, è utile osservare il nano elevarsi a gigante. Nel
1845 Dostoevskij ha venticinque anni e altrettante sfumature di povertà ricamate
addosso. Forse anche lui è in una mansarda; anche lui, come Balzac, si fida
soltanto del suo talento. Non ha altra scelta: ha appena finito di
scrivere Povera gente, il suo primo romanzo. A quel punto, uno scrittore ha due
soluzioni: o farlo leggere a un amico o suicidarsi. Lo consegna quindi all’amico
Dmitrij Grigorovič, il quale lo porta al poeta Nikolaj Nekrasov. Poi i due
iniziano a leggere. Non è passata neanche un’ora, che una levitazione prende a
sollevarli in aria, sempre più in alto, pagina dopo pagina. Alle quattro di
mattina escono per strada e irrompono in casa di Dostoevskij. Iniziano ad
abbracciarlo, le lacrime sgorgano naturalmente: è nato un genio.
Ora, Povera gente non è un sillabario di tribolazioni, anche se aveva tutti i
titoli per farlo, visto che dal 1876 al 1881 Dostoevskij diresse, scrisse e
smerciò da solo, con l’unico ausilio della moglie, una rivista che conteneva
articoli, racconti e resoconti giudiziari, tutti firmati da Dostoevskij, che
oggi possiamo leggere nell’edizione Bompiani del Diario di uno scrittore.
Nessuno più di Dostoevskij, quindi, assillato dai creditori, dalla ludopatia e
dalle ristrettezze, poteva permettersi di parlare della povertà o fare della
propria miseria un romanzo a puntate. Eppure nessuno meglio di lui ha levigato
il grezzo materiale dell’indigenza per trascenderlo in romanzi immortali che non
rievocano solo il tentativo di elevarsi attraverso la scrittura ma ne presentano
il frutto compiuto.
4. Un altro che non viveva di scrittura: Gottfried Benn. Professione:
anatomopatologo. Segni particolari: uno degli imperdonabili di cui parla
Cristina Campo – all’avvento di Hitler si rifiutò di abbandonare l’Accademia
degli Scrittori. Alla lettera accorata di Klaus Mann, che lo invitava a
spatriare, rispose: “Sono tedesco, dove dovrei andare?”.
Nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa, Doppia vita, racconta che
quando prestava servizio medico presso l’esercito e i suoi libri di poesia
comparivano in qualche supplemento letterario, il colonnello, stranito,
abbassava il giornale e gli chiedeva: “siete forse voi che vi occupate di queste
sciocchezze?”. La rispettabilità sociale veniva prima della celebrità
letteraria. Oggi è il contrario.
L’esempio di Benn ci interessa perché, parlando degli esempi di letteratura
assoluta, cita Paludi di Gide, scritto nel 1894, ad appena venticinque anni.
Cosa succede in questo libro tanto straordinario da essere citato dal
severissimo Benn nella sua rosa personale del gusto? Molto semplicemente, Gide
fa metaletteratura, arrivando alla prosa assoluta teorizzata da Benn. Racconta
del proprio lavoro di scrittura, della fatica di scrivere Paludi, e di quanto
sia complicato, e vano, separare un libro dal mondo. Cerca di raccontare la
storia di un uomo che osserva le pianure e gli stagni; ma gli amici a cui vuole
raccontarlo si annoiano. Allora si rende conto che lui stesso assomiglia alla
storia che vorrebbe raccontare, e che il mondo, invece, non somiglia a
nient’altro.
I libri di Ravasio e Ferrari, invece, raccontano molto di tutto ciò che implica
il fatto di pubblicare un libro e di condividere la stessa aria di chi lo
pubblica. Ma alla fine si ha la sensazione che le pareti del mondo siano molto
più larghe delle pagine di un libro, e che il lettore stia scomodo e stretto in
quell’ambientazione.
In meno di ottanta pagine, Gide ci consegna invece un affresco di immacolata
modernità e senza introdurre le proprie fisime in maniera compiaciuta, senza
troppa commiserazione mostra al lettore quanto sia sottile il confine tra il
libro e il mondo, e come la scrittura sia uno dei pochi strumenti a nostra
disposizione per assottigliare questo confine fino a renderlo invisibile. A
partire da un elemento apparentemente insignificante – la scrittura di un libro
– fa precipitare tutta l’architettura del mondo nella pagina.
Leggendo i libri di Ravasio e di Ferrari sapremo molto sullo stato dell’editoria
e sullo status dello scrittore, ma pochissimo sul mondo. Leggendo quello di Gide
non sapremo praticamente nulla di Paludi, ma quasi tutto l’essenziale sul
mondo.
Andrea Muratore
In copertina: Edvard Munch, “Elskende par i bolger”, 1896
L'articolo Letteratura italiana contemporanea (o dello spirito di
autocommiserazione) proviene da Pangea.
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Stanotte ho fatto un sogno. In un caffè in stile liberty – forse si trattava del
“Caffè degli Spacchi”, la grotta di porcellana di Dino Campana, a Genova; o
forse, invece, del “Caffè letterario” in Prospettiva Nevskij, a San
Pietroburgo; e in ogni caso, comunque, di uno di quei caffè avvezzi a ospitare
molte conversazioni inutili e digressive e, dunque, spesso illuminanti –
sedevano attorno a un tavolo tre uomini come tanti. Erano Osip Mandel’štam, un
diligente poeta italiano contemporaneo dell’oggettività – il nome del quale, per
discrezione ma soprattutto per irrilevanza, preferisco tacere –, e naturalmente
io stesso (l’io non manca mai, nemmeno nei sogni), coinvolto, chissà perché, in
una conversazione che ben presto ha smesso di riguardare la poesia “in generale”
per trasformarsi in qualcosa di più ambiguo e profondo: un discorso a più teste
sulla possibilità che la parola poetica trascenda l’oggetto invece di
limitarvisi.
Va da sé che il tema di convergenza radicale della conversazione non avrebbe
potuto che essere il simbolo. E però non il simbolo ridotto a emblema culturale
o a meccanismo interpretativo, né il Simbolo dei simbolisti. Non quei tipi di
simboli, che non sono simboli, in realtà, ma segni e allegorie. Nel mio sogno
Mandel’štam, con sapienza allusiva, sembrava accennare a qualcosa di molto più
concreto e insieme più sfuggente: l’attitudine del poeta di portare al
mondo simbolicamente un oggetto nel momento stesso in cui lo nomina.
Parlava con lentezza, volendo (secondo me) evitare di irrigidire il suo pensiero
in formule teoriche. Eppure da ogni sua osservazione emergeva, quantomeno per
quanto riuscivo a darmene contezza, una qualità che la poesia contemporanea ha
quasi interamente smarrito: la capacità del simbolo di “fare-cosa”, in senso
agente, dantesco. Non, perciò, di rappresentare semplicemente un significato
ulteriore, più “alto” e “spirituale” della realtà, ma di rendere gli oggetti,
pur nella loro dura consistenza materica, attraversabili dalla trascendenza – o,
anzi, addirittura, di renderli anch’essi, come noi, attori di trascendenza.
Una pietra, un pane, un tratto di selciato, una stanza – in Mandel’štam nulla
del mondo reale resta confinato nella sua statica evidenza (certi filosofi
direbbero magari: nella sua datità) empirica. Nei suoi versi ogni cosa subisce
una pressione verticale. L’oggetto è sé stesso ma simultaneamente, e
direi misteriosamente, eccede sé stesso. Nel sogno, mentre lo ascoltavo parlare
non ho potuto evitare di tornare a pensare, ancora una volta, che proprio qui –
nella propensione trasfigurativa della parola poetica – risieda la differenza
decisiva tra la grande poesia dei grandi poeti e l’implacabile, logorroica
imitazione agita dai molti che la scimmiottano.
Il poeta dell’oggettività, fino a quel momento piuttosto taciturno, ha aperto
finalmente il proprio quaderno.
Ha letto alcuni versi che aveva dedicato alla frutta nei supermercati, più un
paio di testi ispirati dal malfunzionamento di un pulsante di un distributore
automatico e a un neon che pare vibri all’angolo di una rotatoria di Vimercate o
Viggiù, non mi ricordo bene. Tutto in quei versi, di non maldestra fattura
artigianale, risultava abbastanza esatto. Tutto era sorvegliato e poeticamente
impiegatizio. Tutto era irrimediabilmente morto.
Perciò, commento ora – con buona pace dei diligenti poeti contemporanei della
oggettività: in Mandel’stam la fedeltà al reale non ha che superficiali tangenze
col realismo della realtà. Il perché è presto detto: perché è fede. Cioè a dire
è fiducia nella parola come veicolo di verità e significato metafisico (che
stanno in una sorta di sovra-realtà verbalmente stratigrafica) dell’Essere,
mentre nell’esercito dei diligenti poeti dell’oggettività tale fedeltà si
riduce, di fatto, a una banale registrazione dell’esistente, o a un pettegolezzo
pieno di cosine buffe. Nei loro testi nessuna combustione simbolica pervade gli
oggetti. Una banana, lì, non è che una banana. Un neon periferico di Vimercate o
Viggiù resta un neon periferico di Vimercate o Viggiù.
L’ostinazione descrittiva e il culto del dettaglio – quando va bene, e non ci si
ritrova, come capita, dentro a una narrazione metaforizzata di un quasi-nulla
mentale che parla di un quasi-nulla esistenziale – vengono scambiati per rigore
poetico, mentre nella stragrande maggioranza dei casi, in effetti, non sono che
impotenza immaginativa elevata a metodo.
Nel mio sogno ho osservato Mandel’štam ascoltare quei versi-cembali con una
cortesia quasi dolorosa. Egli sapeva – e forse anch’io lo so, perfino fuor di
sogno – che il gran problema della poesia non consiste nell’aderire agli oggetti
ma nel liberarli dalla loro muta opacità. La poesia autentica non fotografa il
mondo, né semplicemente lo “dice”: quel che d’interessante essa fa è
costringerlo, nel dirlo, a eccedere sé stesso.
Ed è qui che la distanza tra Mandel’stam e il diligente poeta contemporaneo
dell’oggettività assume rilevanza flagrante.
Da una parte c’è il poeta medio di oggi, persuaso che in fondo in fondo basti
nominare la cosiddetta realtà, liberamente e a modo suo, perché si produca
verità. Dall’altra c’è l’ebreo di cultura ortodossa cristiana Osip Mandel’štam –
un non devoto di fede ontologica dotato –, per il quale ogni parola autentica
conserva traccia del Verbo e possiede, dunque, nell’esercizio della sua funzione
nominatrice, una forza trasformativa, che non eventua o descrive soltanto, ma
anche consacra; che non cataloga soltanto, ma anche attraversa.
In Mandel’štam colpisce soprattutto una certezza: il mondo non è muto. La realtà
non è solo materia, ma nemmeno puro segno mentale. È unità vivente di visibile e
invisibile… e silenziosamente ci parla. Ogni cosa possiede una densità
spirituale che merita attenzione, un’aura che chiede d’essere percepita e
tradotta in parole. Ed è per questo, in fondo, che il poeta, per lui, non è
semplicemente un autore di testi, ma è qualcuno, piuttosto, che, proprio col suo
scrivere poesia, custodisce il senso della responsabilità umana verso tutto ciò
che esiste. Il poeta canta l’esistente – le cose e gli esseri nella loro
creaturale povertà –, ma lo fa guardando verso un spazio-tempo edenico,
adamitico, perché è solo in quel mitico, arcaico spazio-tempo metastorico che è
possibile nominare il mondo originario, prima della separazione tra parola e
verità.
Quando nel suo mirabile saggio su Dante, Mandel’stam descrive la Commedia come
un organismo vivente, quasi una corrente respiratoria della lingua, ci ricorda
che la poesia è anche, per essenza, movimento trasformativo della coscienza di
un essere umano chiaroveggente, chiamato a ritrovare un rapporto non mutilato
con il reale.
Anche appoggiandomi, Deo gratias, alla qualità visionaria dell’occhio mentale di
Mandel’stam, penso perciò di poter affermare con sobria inquietudine una cosa.
Questa cosa è una cosa triste, ed è che la maggior parte della poesia
novecentesca e contemporanea, nel suo terrore anti-romantico dell’enfasi e della
trascendenza, ha progressivamente rinunciato al simbolo, portando a compimento
il processo di riduzione della parola da veicolo della potenza del nome –
com’era ab illo tempore – a strumento d’amministrazione minimalistica
dell’evidenza, e il flusso versale a una registrazione “esistenzialistica” di
fibrillazioni psichiche senza risonanze. Come se oggi la rinuncia all’altezza
(alla profondità) spirituale garantisse autenticità. Ma una cosa, una res, in
quanto parte dei molteplici realia, penso io – e forse, chissà, lo pensava anche
Mandel’stam? –, consegnata (abbandonata) per verba alla propria mera cosalità,
finisce per risultare insignificante. O, perlomeno, poco significante,
quand’anche funga da correlativo-protesi del sentimento…
La conversazione nel bel caffè di non so dove è proseguita sino a tarda sera,
nel mio sogno. Il poeta dell’oggettività ha continuato a raccontare dei propri
oggetti, dei propri critici-lettori e dei propri premi con una serietà che
suscitava in me una tristezza via via sempre più compassionevole, non priva
d’ironia. Mandel’štam invece taceva sempre più spesso, sapendo bene che il
simbolo non può essere spiegato troppo a lungo senza degradarlo in simulacro
ideologico, in strumento d’uso per cervelli simbolisti.
Quando infine ci si siamo alzati, ho notato, per un istante, che il cucchiaino
che il gigante dello spirito aveva posto al lato sinistro della sua tazza
sembrava trattenere una luce ulteriore, un quid che tendeva a orientare il mio
organo della vista al di là del semplice metallo di cui era fatto. E poi mi sono
svegliato.
Massimo Morasso
*In copertina: Osip Mandel’štam (1891-1938); nel testo, alcune copertine dei
suoi libri
L'articolo Stanotte ho sognato Mandel’štam. (Ovvero: sulla poesia come veicolo
di verità) proviene da Pangea.
Ciò che affascina dell’“esteta armato” è il suo essere un antimoderno, un fuori
tempo, una creatura all’arma bianca nell’era dello sterminio di massa. Gabriele
d’Annunzio e Thomas Edward Lawrence – autentici prototipi dell’“esteta armato” –
riformano il culto dell’individuo nell’epoca degli eserciti, alla mera
obbedienza preferiscono l’adesione a un compito, al soldato – l’assoldato da un
governo – antepongono il ‘mestiere delle armi’, l’avventatezza rinascimentale, a
uno Stato la conquista di una città da incorporare nel proprio medagliere.
Entrambi – il ‘Vate’ e ‘Lawrence d’Arabia’, uomini indistinti dal mito – fanno
della guerra un’opzione estetica, una poetica. Che estetizzino la guerra è un
fatto: d’altronde, è soltanto nel cuore del conflitto – interiore ed esteriore –
che sorge – o soccombe – un poeta.
L’“esteta armato” – riprendo, abusandone, lo stemma coniato da Maurizio Serra,
già diplomatico, ‘Immortale’ di Francia, in L’esteta armato. Il
Poeta-Condottiero nell’Europa degli anni Trenta, Il Mulino, 1990, poi La
Finestra Editrice, 2015 – non è il soldato scrittore. Per intenderci, Ungaretti
e Rebora – che dalla trincea hanno rifondato la poesia italiana – non sono
esteti armati. Per voracità visionaria Kaputt è il romanzo di un esteta armato,
Curzio Malaparte – non lo è, per dire, Il sentiero dei nidi di ragno né la vasta
scaffalatura della narrativa ‘di guerra’ all’italiana. Il partigiano Johnny, per
elettricità lirica, sta nel mezzo. Pur avendo partecipato alla guerra civile
spagnola, George Orwell non è stato un esteta armato; avrebbe voluto esserlo
Ernest Hemingway, lo è stato Ernst Jünger. Per il genio della sprezzatura, lo è
stato anche Henry de Montherlant: nei suoi romanzi l’estasi è sempre
all’assalto. Non sempre la guerra eleva a esteta un soldato: la poesia
risorgimentale italiana, fitta di poeti ‘garibaldini’, è tra le più brutte mai
scritte. Tra gli ultimi esteti armati va annoverato, senza dubbio, Eduard
Limonov: sognava poesie sfrecciando sui blindati. In Italia, va letto Gian
Ruggero Manzoni: potrebbe ideare una brigata, ora, ancora; ha un toro e un leone
nel cuore.
A differenza dei paladini dell’estetismo, che esistono in favore di pubblico,
l’esteta armato, in forme diverse – per una sorta di sopraffazione del sé, di
esilio imposto, di genio della distruzione – finisce per sparire, in perpetua
lotta con se stesso. Non ha nulla da difendere – se è il sole, è un sole nero:
per eccesso di splendore finirà per eclissarsi. Non parteggia per alcuna patria
che non sia la propria: di sé ha fatto un continente, una Atlantide – se i
soldati muoiono in terra, l’esteta armato svanisce ascendendo al cielo.
L’icona dell’esteta armato – o meglio, dei poètes guerriers, per dire secondo la
versione francese del libro di Serra, che conchiude il ‘genere’ in un periodo
storico preciso, gli anni Trenta – ha sedotto la letteratura di Francia. Penso –
come autore-totem – a Chateaubriand; pensiamo a Stendhal, che ha rovesciato
l’estetismo ‘in armi’ nel suo opposto, nell’inermità enorme dello sguardo; poi a
Barrès, a René Crevel, a Drieu, a Roger Nimier. Su tutti, spicca André Malraux:
ossessionato da d’Annunzio, idolatrava T.E. Lawrence; guidò gli aerei in Spagna,
si mise in azione – settantenne, ormai politicamente fuori assi, preda dei
deliri dell’ego – per il Bangladesh. Voleva costruire un esercito ai suoi ordini
– glielo impedirono. L’esteta armato, in fondo, non soddisfa nessuno: inadatto
alla burocrazia militarizzata, malvisto dai politici, mal sopportato dai critici
letterari, proni a un irenismo da Sirene in lutto, da serenata sotto casa.
Non so se Tom Buron apprezzi tale lignaggio; non so se sia un “poeta guerriero”
– è un poeta, tanto basta. Estroso del verso, fautore di una poetica della
spregiudicatezza, scrittore a pugni tesi, nel 2025 ha pubblicato per
Gallimard Les cinquantièmes hurlants, poemetto di urticante vertigine, in
contrasto al dire dominante, minimale, da Orfeo in salotto. Su questo foglio ne
abbiamo già parlato. Nato a Évry nel 1992, parenti di Padova – un suo avo fu
ispirato dall’anarchismo ad attraversare le Alpi –, generosità dilagante, Tom è
stato in Ucraina dal 2022 al 2024. “Ho effettuato diversi viaggi di andata e
ritorno per missioni umanitarie, prima al confine polacco, poi a Kiev, Charkiv
sul versante del fronte meridionale e orientale, poi Zaporižžja, Cherson,
Odessa”. Reclutato da un amico irlandese, nel 2024 si sposta “in una base
militare vicino a Pokrovs’k. Il suo obiettivo era quello di creare nella brigata
un gruppo di stranieri per costruire, preparare e programmare droni destinati a
difendere la città”. Tom resta al fronte per due mesi e mezzo, nell’estate del
’24, quando l’avanzata russa si fa prepotente.
Parte dell’esperienza di guerra del poeta è raccontata in un libro, Le nom de la
bataille, stampato dalle Éditions 49 pages, di cui qui si propongono le prime
pagine. Anche la ‘quarta’ è, per così dire, una specie di milizia. “I ragazzini
dell’Europa occidentale amano dissertare di guerra. Certamente, un po’ di tempo
fa avranno letto Kaputt e Addio alle armi, avranno visto Jarhead e Requiem per
un massacro. Sognano gli ussari blu, un’Europa da bucanieri e da corsari,
l’amicizia virile, le cariche eroiche, le bevute tra complici. Scambiano la vita
per un campo da rugby. Forse hanno imbracciato il fucile, una volta, durante una
gara di tiro al piattello e sparato qualche colpo, tra la Corsica e la
Normandia, per giocare a fare gli adulti. Con la testa piena di grandi idee e di
grandi miti, questi vergini della vera guerra non conoscono l’essenziale, cioè i
dettagli. Perché la morte si annida nei dettagli. Cosa si mangia al fronte?
Quanto ci si annoia? Questo libro mostra cosa la guerra fa agli uomini – cosa
distrugge dentro di loro”.
Nessuna enfasi né enfiagione di aggettivi azzoppa la prosa di Tom, di un
realismo allucinato. Il libro nasce sotto l’egida di Cormac McCarthy: in esergo
spicca un brano tratto da Meridiano di sangue che attacca con una di quelle
frasi apodittiche, eraclitee, “La guerra è eterna”. Le edizioni si chiamano “49
pages” perché pubblicano libri di 49 pagine – in calce, impilano “49 buone
ragioni” per abbonarsi al loro progetto. Ne cito alcune: “Perché le nostre vite
sono brandelli di fuoco”; “Per imparare a leggere tra le righe”; “Per averci
sempre in tasca”; “Perché le storie migliori si raccontano attorno al fuoco”;
“Perché vogliamo bruciare subito e durare per sempre”; “Perché non ci manca il
fiato”. È bello quando un editore indica una direzione, inaugura una poetica.
Il libro di Tom – un poeta-cannibale, che ama e divora: domani potrebbe
scrivermi dall’Indonesia, dopodomani potrebbe varare un allevamento di lupi in
Alaska, tra tre giorni potrebbe invitarmi a Zembla, la fantasmagorica terra di
Nabokov, dove avrà sellato un orso bianco – si conclude così: “e noi, così
rovinosamente umani”. È un libro che dice dell’umanità eccessiva,
dell’uomo-cerino, delle cenere che tutto avvolge, della certezza di voler
essere, di essere tutto-e-nulla. Estetismo ridotto alla calvizie, qui; ciò a cui
si anela, come sempre, è l’uomo, depredato nell’essere, scarnificato
dall’irragionevole. La poesia addestra a essere umani – non poeti. Quello è mero
artificio, il tutt’altro dalla poesia. Ogni poeta autentico, appena gli dici che
è un poeta, mette mano alla fondina.
*
Da Le nom de la bataille
“Se Pokrovs’k cade, Mila…”
Furono le ultime parole, le ultime prima di crollare, disarmato dall’ebbrezza, a
mala pena mi avvicinavo a lei, Mila, senza un gesto, il vino del Caucaso e
l’horilka mi avevano fatto sputare quelle ultime parole, infine sprofondai in
quella specie di sonno, mi chiedevo se fossi un assassino, svanii nella notte
senza recepire risposta – “ho ucciso?”, mormorai… Perché ero ubriaco, teatrale,
come sempre, guascone perfino davanti alla rovina; noi che abbiamo il gusto
dell’azzardo, che amiamo scivolare tra le crepe del destino, sempre. Basti dire
questo. Il gattino sventrato, scuoiato dai mastini all’ingresso dell’hangar per
il gusto di vederlo morire dissanguato, la processione dei cadaveri rimpatriati,
tutti quei giovani mutilati, le viscere a mezz’aria, la parata di bare di legno,
il viavai dei blindati tra la città e il fronte…
“Se Pokrovs’k cade…”
Prima notte esule dal Donbass, camera d’albergo a Dnipro, a bere e a parlare con
lei, forse c’è qualche camerata, mentre mi accarezza le dita per calmarmi, non
ricordo – “Al diavolo la musica… Agli eroi la gloria… Ancora sulla breccia,
amici… Una volta ancora…” –, tenerezza, tenerezza annacquata dall’alcol, poi me
ne vado. A nulla indenne. Un giorno, sparirà anche lei. Mila. Poco più che
un’apparizione, una silhouette sulla riva del Mar Nero, quando le mine piagavano
la spiaggia di Odessa, dunque…
Ma stanotte, la mia prima notte, lascio il ristorante georgiano annegato nel
Saperavi – letto sfatto, vano vaneggiare di guerre nel cervello, una bottiglia
di horilka gelida in una mano, quel brandy armeno che osano dire cognac
nell’altra, mi addormento, lentamente, fisso i suoi occhi, il suo sorriso – cosa
ci faccio qui, cosa ne so… – sorpreso perché non sento detonazioni intorno – mi
metto a ridere – finalmente mi addormento, mi addormento come un agnello, dopo
mesi di sonno sotto rivoli di artiglieria, sotto gli Shahed, forse ancora umano,
lontano dall’esercizio di uccidere o sopravvivere.
Laggiù, a circa tre ore di distanza da qui, siamo soltanto un gruppo di ragazzi
tra i tanti che lavorano per evitare che la città cada – se qualcuno muore, ci
si rimprovera di essere ancora in vita. Siamo migliaia – ingranaggi – piccoli
dadi nell’ingranaggio dell’immensa macchina bellica.
Se Pokrovs’k cade è tutto fottuto, è certo – è la fine della guerra.
*
Di notte, in questa notte di torpori, torbida, immagino un giovane soldato
nemico – non è la prima volta –, un ragazzo che non ha ancora conosciuto donna,
e gli levo il tempo di vivere, così, tutto il tempo di vivere – non ricordo dove
ho udito questa espressione – e una orribile babushka mi si fa incontro, lo fa
ormai da mesi, cammina, mi guarda, mi fissa, Pochemu? Perché? Perché? Poi mi
sveglio, lenzuola inzuppate di sudore, estate, Mila che mi prende tra le braccia
e mi chiede dove sono finiti i miei amici, poi, più tardi, accendo una
sigaretta, per terra, contro il muro, il balcone è troppo piccolo – “Ho ucciso,
è vero?”
Saranno le quattro, Mila dorme, il cielo non reca minaccia, la redenzione è a
mille miglia di distanza. Cosa ci faccio qui? Dovrei essere con i ragazzi. I
russi continuano ad avanzare. Ocheretyne è caduta alla fine di aprile… Prohres è
caduta un mese fa, a metà luglio, Prohres che porta a Hrodivka dunque a
Pokrovs’k. Una sigaretta dopo l’altra.
Nelle ultime settimane il nemico avanza, rosicchia, intensifica. Per le strade,
nelle vie della città e dei villaggi, brulicano i droni, ci braccano. Hanno
preso Hrodivka con qualche giorno di anticipo – Pokrovs’k comincia a essere
evacuata.
Tom Buron
*In copertina: Tom Buron a Charkiv, 2023; le immagini nel testo sono gentilmente
concesse da Tom Buron
L'articolo “Noi che abbiamo il gusto dell’azzardo”. Tom Buron, il poeta in
guerra proviene da Pangea.
Nel 1922 Dorothy Ashton, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò
il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile;
lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno
del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99.
Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare,
partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.
Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la
poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy
scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno
pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli Early Pomes uscirono nel 1913
– per una sorta di pudore coniugale (certe cose non si fanno, non si mettono in
giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere
privatamente. Dieci anni dopo uscì Pride, tre anni dopo Genesis: An Impression.
Libri, naturalmente – per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati
in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai
primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy;
scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro.
Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del pubblico,
ai fasti della storia della letteratura. Yeats era sbalordito da tale libertà:
magnificò Dorothy nel suo Oxford Book of Modern Verse (1936), dedicandole un
capitolo – il XIV – della sua estrosa Introduction. Stipata tra T.S. Eliot e
Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera
eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe
dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.
Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu Vita Sackville-West.
Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si
barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in
Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote
di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in Blue Eyes and a
Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley (Sandsone Press, 2023).
Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gi occhi d’acqua, da creatura
elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una
relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale ménage,
Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già
amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy,
puro talento naturale, che possedeva un fiuto inimitabile. Insieme, inventarono
per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living
Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928. I libri – mirabili – venivano stampati
artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella
di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta
da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto
capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, Matrix, già
uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione – aprì con una
raccolta, Different Days, di Frances Cornford: nipote di Darwin, socialista,
eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le
donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, Ida Affleck
Graves (The China cupboard and other poems, al numero 5 della serie) e Joan
Adeney Easdale (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta
una Collection of Poems “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la
pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia
irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa
di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living
Poets” editò un secondo libro, Clemence and Clare, nel 1932 – sfinì in oblio –
scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A Margaret Thomas fu
affidato il compito di redigere An Anthology of Cambridge Women’s Verse (n. 20
della serie); con The King’s Daughter, Vita – l’amata da tutti, la formidabile
amante – pubblicò come undicesimo volume della serie.
Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro
anni. L’ultimo libro, New Signatures, uscito nel 1932, è un’antologia curata da
Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day
Lewis. Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha
‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con Transitional
Poem (al n. 9); nel ’32 con From Feathers to Iron (al n. 22); l’anno dopo
inaugura la “Second Series” della collana con The Magnetic Mountain. Tra i
grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole
‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando
poesia e prosa, plays e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente
rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno William Plomer – esce come
decimo volume, con The Family Tree, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu
eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming,
che gli dedicò, per sdebitarsi, Missione Goldfinger – e Edwin Arlington
Robinson, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui
soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets”
compare con l’orrorifico Cavender’s House, al numero 14 (era il 1930).
I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury;
Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più
selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile, Robinson Jeffers, che nel
1928 pubblicò uno dei suoi capolavori, Roan Stallion, Tamar and Other
Poems (numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con Cawdor (n. 12) e nel
1930 con Dear Judas (n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia
‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io,
connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel
1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per
la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere
antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso.
In Italia, piacque ad Andrea Pazienza.
La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono
pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre
– era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel
Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro, Work for the Winter,
recava la firma di Julian Bell, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua
sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva
ventinove anni.
L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di
articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38
Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione
speciale, i suoi grandi libri (Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves…).
Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio,
un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione
alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima;
Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy,
refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere
bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in
favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero vivo quando non c’è più –
la vitalità non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei fatti. Così,
tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale immortale.
L'articolo L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
proviene da Pangea.
Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era
nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe
diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la
propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est,
dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo
socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore
occidentale della città.
Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la
propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz.
Dresdner Frauen”, che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta
sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la
capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni
dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso
Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti
servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi
intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato.
Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata
dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di
dicembre 2009.
> «Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche
> Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure
> nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti
> di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’”
> subirono una seconda proscrizione».
Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la
manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard
Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i
loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i
confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della
“Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la
vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il
partito nazista, ndr) poi, sono pronti a giurarlo».
Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni
intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a
“coscienza critica” della Germania Occidentale:
> «Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una
> coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come
> Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la
> propria appartenenza al partito nazista?».
Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di
memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni
culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a
nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato»,
rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure
erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti
anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché
gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e
trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri
capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco
occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si
compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come
lo Stato migliore».
Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la
pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato
a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante
macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La
ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania
comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta.
Vito Punzi
*In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022
L'articolo Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la
lobby intellettuale tedesca proviene da Pangea.
Arcicarissimo,
iniziavi proprio così le tue epistole quando, immerso per vent’anni
nell’avventura della scrittura del romanzo, chiedevi un parere linguistico a
qualche tuo amico letterato, o un libro in prestito necessario da consultare per
approfondire un dettaglio che non avresti trascurato, o ancora un altro
documento da visionare per non lasciare nulla al caso. Perché questo è stato il
cantiere de I promessi sposi, un lavoro paziente, amorevole e incessante
d’immaginazione, studio, revisione e limatura guidato da un autore incinto –
come ti sei definito tu stesso – a cui hanno partecipato, con la tua
sollecitazione costante e sempre ironica, decine di persone, dal correttore
instancabile al setacciatore di testi, fino al fido consigliere utile per
accertare l’utilizzo di un’espressione dialettale, o la preferenza di un
aggettivo rispetto a un altro. Ora, all’indomani della pubblicazione di un
documento ministeriale che ha messo per iscritto, con la lingua che tu hai
contribuito a forgiare, che il tuo romanzo non è più un classico contemporaneo
(!) e che, a discrezione del docente, al secondo anno di scuola superiore sarà
possibile leggere altri libri “meno complessi” dal punto di vista linguistico,
l’arcicarissimo sei tu, Alessandro, che con la tua scrivania feconda sei
divenuto un padre nobile della nostra lingua e della nostra Italia migliore.
Non sei mai stato l’autore più amato, anzi hai sofferto e soffri di alcuni
pregiudizi che nascono già alla prima presa di contatto con il tuo romanzo a
scuola: non è facile uscire indenni dal sistema scolastico, e così quel
“manzonismo di stato” che fino a ieri ha assegnato la lettura dei Promessi
Sposi a ogni quindicenne sui banchi italiani ti ha fatto moralista nella
narrazione, noioso nello svolgimento, poco coinvolto emotivamente, responsabile
di approfondimenti pesanti sulla peste e in complicate vicende storiche. Ancora,
proporti come esempio di edificazione e di etica, o come breviario di buone
maniere linguistiche, prestando i tuoi periodi puliti e taglienti a un bel
ripasso di analisi del periodo o allo studio delle figure retoriche ti ha
imbalsamato, incolpevole, rendendo di te un’immagine opposta rispetto a chi
sei. Nascondendo, di fatto, la storia bella, molto bella, che hai scritto e che
chi oggi esulta – sui social ma con quelle dinamiche della folla che così bene
hai raccontato e psicoanalizzato – non ha mai capito, o forse non è mai riuscito
a tradurre in classe, o forse ancora non ha mai letto. Eh sì, perché basta
leggerti (proprio in classe!) per volerti bene, a qualsiasi età.Certo non è
semplice: leggere il tuo romanzo richiede impegno (ma tu ne hai messo di più)
pazienza (niente al confronto della tua), fatica, lungimiranza, coraggio e
desiderio: tutte qualità di cui sovrabbondavi, pur essendo umile, inibito dalla
tua balbuzie.
E poi perché dovrebbe essere facile leggere I Promessi Sposi? O l’Iliade, o The
Waste Land, o la Critica della Ragion Pura, o la fisica
quantistica? Facile/difficile è una categoria a cui dar credito per stimare che
cosa valga la pena affrontare e proporre? O per accedere o meno alla complessità
di cui gli esseri umani sono capaci e, si spera, ancora desiderosi? Davvero,
Alessandro arcicarissimo, siamo in un’epoca in cui tutto deve essere
accessibile, immediato e chiaro, senza difficoltà alcuna, altrimenti si passa
avanti senza colpo ferire: stavolta è toccato a te e alla tua tiritera, che tu
chiamavi così canzonandoti, ma qualcuno ti ha preso sul serio.
Eppure voglio dirti, prima di congedarmi, che l’esperimento di leggerti in
classe a pieni polmoni non accetta scommesse, perché l’esito è sempre scontato:
ogni anno I Promessi Sposi letti in classe danno vita a un lungo dialogo
affettivo, culturale, spassoso ed emozionante con il gruppo di studenti che si
avvicina, scettico, al romanzo. Ecco perché sei a me arcicarissimo: la tua vita
rocambolesca, ma anche pigra, apre a una confidenza particolare, le tue scelte
temerarie – un romanzo! Quei protagonisti! il ’600! – stupiscono e ti mostrano
come sei, attento e coraggioso; il tuo amore per Enrichetta, per la storia e per
i personaggi trasmette umanità e cuore, ma anche l’idea di considerare la
statura di una persona non da imprese eccezionali, ma dall’impegno dinanzi a
insidie come l’egoismo, le logiche di potere, il conformismo, i falsi ideali, la
sopraffazione. E non è poco discuterne in classe. E poi, quando decidi di
lasciare senza fiato, come con Cecilia, o nell’ultima pagina, riesci ogni anno a
far commuovere un docente in aula in mezzo a una trentina di studenti, mostrando
la potenza e la tenerezza della letteratura più alta e più vera. La tua.
Tuissimo,
Marcello Bramati
L'articolo Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non
sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo… proviene
da Pangea.
La Roman Beat Generation non esiste, da qui partiamo per affermare che è reale.
Roma è l’agglomerato imperituro di sogni e simboli, significanti e significati
per gli strali delle giornate.
Dove sono i romani, le vestali, gli intellettuali?
E i poeti, ad amministrare condomini?
Gregory non abita più qui – mi dice Claudio Zuccaro – anche lui da tempo se ne è
andato. Sta a Testaccio perché lo spirito è vita.
Quartieri sbilenchi attendono nuove sopravvivenze.
Per ogni chiesa un po’ di cenere, una manciata di nuvole, un nulla dove
lasciarsi precipitare.
*
Il nostro linguaggio è il flusso incontrollato dell’ipermetro.
E il libero associazionismo dell’inconscio con superamento del concetto
pragmatico di realtà.
La realtà è quello che crediamo che sia.
Materici in obliquo rispetto all’oggi
intoniamo il canto lirico metropolitano
composto da metafisica civica e antilirica efferatezza
sotto una brezza da flâneur nella grandeur
disimpegnati perché troppo impegnati
destrutturati per alleggerire il bagaglio
esperienziale mnemonico emotivo.
*
Molto bene sentire non capire
underground per via della metro
indie come apache in pillole
la poesia è battaglia galattica di sinapsi
dinamicità nella corteccia e nei piedi
non è statica di accademia non è studio ma immediata esperienza
non è poesia ma è testo in versi
semplifichiamo: linguaggio scritto
perché siamo insensibili alla sensibilità borghese: non ci riconosciamo nei
ruoli.
La strada è l’avanguardia, in strada può succedere di tutto.
*
«Una volta un fantasma mi ha detto che gli sembravo irreale».
Il fantasma amministrava condomini, diceva che la poesia è roba per gente
sensibile e ogni volta che valicava il concetto di cultura utilizzava la
parola nicchia…
Poi ha fatto la rivoluzione interiore, ha seguito il progresso spirituale, ha
scritto un paio di cose e si è ritrovato con un taccuino pieno a contemplare il
Tevere che scorre sotto Ponte Sisto… per andare più in là e portarsi millenni di
storia nel letto assieme ai vocaboli più disparati e giungere alle cascate del
linguaggio dove è tutta una Babele di lettere e il pensiero si fa plurimo e fra
le onde e le spume il fantasma ha conosciuto la parola amore.
*
State a casa. Mi raccomando. Oppure fuggite nella seconda casa, se ce l’avete. E
scrivete tante poesie, tanto troverete chi le pubblicherà. Io invece esco, sì
gli vado incontro qualunque cosa sia… vado a ossigenarmi occhi e palmi e non
scriverò niente a meno che non me lo chieda l’airone magico.
*
Quando non scrivete fate le recensioni, mi raccomando, che poi magari ne fanno
una a voi. Io non le scrivo le recensioni, a meno che il karma in un certo
momento ‒ quando proprio la giostra di Piazza Navona gira e fa musica e mi
rivedo bambino e non posso farne a meno ‒ mi spinga a dire bene sei davanti a
Bernini e piove da nuvole beat(e) e puoi sprecare qualche parola per quel libro.
I libri sono oggetti d’arte, me l’ha detto un bhikkhu del quartiere Coppedè: non
puoi farne vilipendio.
*
E poi ho intenzione di bere tanta acqua dai nasoni, acqua e aria è una dieta
sana, una dieta buona per le parole. Le parole luccicano nell’acqua e all’aria.
Non scorticarle. Tieni accesa la torcia nella caverna comoda schermata, lo sai
che Dioniso sta dalla parte sbagliata, perciò stai molto attento ai testi
giusti.
*
Poi bisogna allenare bene il fisico per scrivere. Ci vuole una camminata andata
e ritorno da Piazza Fiume al Gianicolo, compresa Via Crucis di San Pietro in
Montorio e contemplazione del Soratte dalla statua di Garibaldi. I mezzi busti
del Gianicolo guardano i mezzi busti del Pincio. E parlano fra loro e le loro
parole sono in frequenze sopra Roma, ma se apri il timpano al momento
giusto ‒ specie a una precisa ora del pomeriggio, dopo pranzo, appena preso il
caffè ‒ puoi sentirle. Sono parole che inondano beat(e).
*
Sì sì andate in campagna, io resterò con queste querce scalcagnate che
indovinano richiami di Esculapio e oche natanti, sì resterò coi platani
arrugginiti a imbrunire lungotevere di carità, mentre quello che è andato in
campagna mi scrive e poi telefona per dirmi che l’alloco non lo fa dormire, ma
io sono troppo impegnato sulla Via dei Fori per rispondere, ho proprio il
Palatino davanti che gorgheggia. La lupa non puoi fregarla. La lupa richiede
coraggio. O la ami o ti odia, è pur sempre un animale selvaggio.
*
L’Almone è il terzo fiume segreto, nel flusso sciamanico sostiene che tutto è
vacuità, e tra amori chiacchiere e lavori non c’è modo più pulito dell’arte per
scherzare con Thanatos.
*
Devi entrare nello spazio a tuo modo per riempire il tempo civico, allora potrai
abitare te stesso stile domus e far uscire i vocaboli del Beato Linguaggio,
schioccando le dita, senza prenderti sul serio, frequenza Pincio – frequenza
Gianicolo e diventare acqua che scorre.
Edoardo Piazza
*Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha fissato le
“istruzioni per l’uso”, la poetica sghemba, sarà dedicato, in maggio, il primo
volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia
di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un
estro metropolitano, da un orfismo urbano. “Roman Beat Generation: istruzioni
per l’uso” è il manifesto con sarà invasa e assediata l’Urbe dell’editoria
italiana.
In copertina: la chimera secondo Ulisse Aldrovandi (1522-1605)
L'articolo Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso proviene da Pangea.
Che paradosso: ormai Wikipedia, l’“enciclopedia online, libera e collaborativa”
– due aggettivi (libera, collaborativa) che non mi rassicurano affatto –
“disponibile in oltre 340 lingue”, è diventata una ‘fonte’. Quando ho cominciato
a fare il giornalista – un tempo talmente ubiquo e obliquo che è ora di fare
altro – Wikipedia era una specie di sfottò, un’intimidazione. Per fare ricerca,
per snocciolare le fonti, si andava in biblioteca – io facevo diverse soste in
‘Sormani’, Milano.
Le cose, poi, con funerea rapidità, cambiano: si sublimano o scollinano nel
nulla. Wikipedia è diventata ciò che voleva essere – un’enciclopedia –, con
ciclopico stuolo di note, link, bibliografia, apparati. Ormai, la consultiamo
tutti. Restano, almeno per me, almeno due problemi di massima. Il primo è
l’assertività asettica delle voci. Non c’è stile. E assenza di stile non
significa oggettività bensì mancanza di autorevolezza. Il secondo è legato al
mezzo. È vero, i link permettono di ‘navigare’ tra le voci dell’enciclopedia
digitale – è pur vero che il recinto è quello: angusto, claustrofobico, grigio.
Ciò che pareva un oceano si rivela una tinozza.
In altre parole: su Wikipedia trovi ciò che vuoi trovare. Il bello di
un’enciclopedia, invece, era che, sfogliando, trovavi quasi sempre ciò
che non ti attendevi di trovare. Trovavi il tutt’altro. Era un tuffo
nell’inatteso. È vero: l’enciclopedia di carta è molto più piccola di quella
digitale, molto meno ‘mobile’, sicuramente statuaria. Eppure, quella zattera
pareva un veliero; quella stanza pareva un continente.
Esempio. Il Dizionario letterario Bompiani. Stampato tra il 1956 e il 1961,
“ideato e diretto” da Valentino Bompiani, coordinato da una serie di “Direttori
di sezione” – chessò, Francesco Gabrieli per la Letteratura arabo-persiana,
Mario Praz per quella Inglese e Americana, Ettore Lo Gatto per quella Russa e
Ceca, Federico Caffè per la sezione Economia – è un vero capolavoro del genere
enciclopedico. Il primo tra gli autori catalogati è Jeppe Aakjær, nato “nella
Jutlandia… da famiglia contadina rigidamente pietista”, morto nel 1930 “nella
sua tenuta di Selling”; l’ultimo è Huldrych Zwingli, il riformatore svizzero.
Prima di lui, c’è Stefan Zweig, il grande scrittore viennese: un paragrafo in
bello stile – austero ma sentito – ne sigilla l’esistenza: “Nel 1940 emigrò
negli Stati Uniti e poi si stabilì in Brasile. Lo spettacolo dell’Europa
distrutta, la stanchezza della vita nomade, il crollo d’un mondo fondato sulla
cultura e sulla comprensione umana, lo indussero a cercare il riposo nella
morte; e insieme con la giovane moglie si uccise”. Ogni voce è siglata – in
quest’ultimo caso V.M.V. sta per Vincenzo Maria Villa –, a consegnarci, pur
nelle maglie del genere, il genio di una singolarità. L’enciclopedia era, cioè,
esempio di ‘bello stile’, testimoniava lo stigma di uno studioso e perfino le
sue idiosincrasie. Si entrava nell’agone di un giudizio – si operava nell’opera.
Tra Wikipedia e il Dizionario letterario Bompiani c’è la stessa differenza che
separa un museo dei calchi e dei ricalchi da una ‘galleria’ d’arte, un corpo
morto da anatomizzare da un corpo vivo da conoscere. Così, ad esempio, in questo
cammeo dedicato a Walter Pater – magnifico autore del dimenticatissimo Mario
l’epicureo – riconosciamo l’eleganza di Praz:
> “Le pagine che esaltavano il culto della Bellezza, e insegnavano all’anima a
> ‘ardere di un’intensa fiamma gemmea’, impressionarono la nuova generazione…
> Tutti i suoi personaggi ànno un’aria di famiglia, e riflettono l’anima dello
> scrittore, la cui autorivelazione nel Fanciullo nella casa già pare anticipare
> il Proust. Con questa uniformità s’armonizza lo stile, tutto delicate
> distinzioni ed eccessivo, carico di aggettivi e di parentesi che gli
> conferisce un’aria di preziosa sottigliezza. La morte, per mancamento
> cardiaco, chiuse una vita dal ritmo lento, scandito in indugi contemplativi”.
In realtà, siamo umani: non c’importa poi troppo della ‘correttezza’, tanto meno
della ‘completezza’ – le voci di Wikipedia sono stilate in marmo, non permettono
alcuna immersione –, ma verificare la vertigine di un ‘personaggio’. In questo
senso, sfogliare il Dizionario letterario è un’avventura, una specie di viaggio
nel tempo.
Perché il Dizionario – per sua natura incompiuto e perfino effimero: di ogni
‘dato’ non resterà che pula, della ‘voce’ rimarrà, semmai, la voce dello scriba
– completi il suo senso, dev’essere ‘giocato’. Aprirlo a caso, setacciare nomi
ignoti, vagabondare nel caos. Ad esempio: P’u Sung-ling, scrittore cinese,
“forse di origine mongola”, vissuto nel XVII secolo; “la tradizione lo descrive
assorto, a tarda notte, nella sua opera, alla tremula luce di una candela,
mentre fuori imperversa l’urlo del vento” (nota di Martino Benedikter, il
sinologo che diede ad Einaudi una molto celebre traduzione delle Trecento poesie
T’ang). La voce di Alfonsina Storni risuona nello stile di Giuseppe Bellini:
> “Si gettò nelle acque del Río de la Plata per porre termine a quell’intimo
> dissidio che sentiva opprimente tra le sue aspirazioni di ordine superiore e
> la volgarità della vita. Il mare aveva esercitato sempre un’attrazione
> singolare sulla poetessa, che lo cantò regno di assoluta pace, immaginando più
> di una volta nelle sue liriche se stessa già discesa nella liquida tomba”.
È ad Angelo Maria Ripellino – per dire delle ‘firme’ presenti – che si deve, tra
le altre, la nota biografica di Božena Němcová, scrittrice ceca a me altrimenti
ignota, vissuta nell’Ottocento, morta poco più che quarantenne. Costretta a
sposare un uomo che non amava – e a cui diede quattro figli –, molto
intelligente e intelligentemente bella, visse a Praga diversi amori. “Altri
uomini entrarono nella sua vita: e da queste fugaci amicizie e avventure tornò
sempre con le ali spezzate al grigiore della sua umida casa, alla povera
famiglia che si dibatteva in angosciose condizioni finanziarie. Unico suo
conforto fu la creazione letteraria”.
Dalla vita – notissima – di Jack London, Nicola D’Agostino ha saputo trarre un
formidabile sunto, da giornalista di razza:
> “Dai suoi 50 volumi, London ricavò più di un milione di dollari e li spese
> tutti: voleva erigersi un castello fantastico, la ‘Casa del Lupo’, che
> s’incendiò prima di essere ultimato. Si costruì il più grande e lussuoso ranch
> della California e vi ospitò i suoi amici con prodigalità principesca. Nel
> 1913 i suoi romanzi erano tradotti in undici lingue ed egli era il più
> popolare e il più ricco scrittore del mondo, l’angelo vendicatore per i
> poveri, il ribelle a ogni convenzione per i ricchi. In realtà, era un
> romantico solitario e tragico in un mondo ostile, che era diventato per lui
> un’ossessione”.
Il Dizionario delle opere, poi, permette autentiche escursioni borgesiane. Il
gioco è il medesimo: aprire a caso per profilare la sagoma della propria
corsara, corsiva idiozia. Quanto vorrei leggere il Sagoromo Monogatari– di cui
non mi risulta voce Wikipedia –, ad esempio, romanzo giapponese dell’XI secolo
che narra le gesta del “generale Sagoromo, nipote prediletto dell’imperatore”;
si dice che in quelle pagine “vivissimo è il contrasto tra il dolore e la
tristezza che consumano all’interno l’animo dei personaggi e lo sfarzo e il
lusso che circondano la loro vita esteriore, apparentemente felice”. L’incipit
‘pittato’ da Giovanni Pioli mi fa venir voglia di sfogliare il De Sapientie di
Charles de Bovelles, pubblicato a Parigi nel 1511:
> “L’uomo è il centro e l’epilogo dell’universo, riassumendo in sé tutti gli
> aspetti della natura: sostanza materiale; vivente; senziente; razionale; e
> partecipando dell’accidia della pietra, dell’avidità della pianta, della
> lussuria della bestia, dell’intelligenza dell’anima ragionevole”.
Qualcuno ha per caso nella sua biblioteca la traduzione di Zu e le Tavole del
destino? Si tratta di un testo assiro che racconta, appunto, del “mito di Zu e
del rapimento delle tavole del destino, il possesso delle quali conferisce il
supremo potere”. C’è già da ipotizzare un geopolitico fantasy… o un film con
assortimento di supereroi.
Sconfitto dall’onniscienza, mi consolo sfogliando il Dizionario dei personaggi:
tra Clara Peggotty – “la ‘serva dal gran cuore’ dell’epopea borghese
dickensiana”, David Copperfield – e Ettore Fieramosca, tra Michele Kohlhaas –
dal racconto di Kleist, il cui dilemma è tremendamente attuale: “come un uomo
giusto, un ottimo marito e padre di famiglia, un cittadino pacifico e benefico
possa, sotto l’azione di una grande ingiustizia, trasformarsi in un brigante
omicida e incendiario, rovinoso alla società, alla famiglia, a se stesso” – e
Mastro Don Gesualdo, c’è anche Davide, saggio e poeta, senza dubbio, ma
soprattutto, “nella sua gioiosa santità, vittima e fautore di delitti e colpe
interminabili, vittima di amori incontrastabili, lui stesso spietato e criminale
nelle ambizioni” (così il sommo David Turoldo, estensore della voce).
Che meraviglia quando erano possibili le imprese insensate, al di là delle
economie, per il gusto del bene, dell’esuberanza, del superare stessi – per il
gusto di vivere.
*In copertina: Rogier van der Weyden, Uomo che
L'articolo “Indugi contemplativi”. Dizionario letterario Bompiani vs. Wikipedia
proviene da Pangea.
Crescono i lettori negli ultimi anni, anche se in confronto ad altre popolazioni
europee siamo sempre in posizione scarsa. Nel 2022 l’81% degli svizzeri aveva
letto un libro all’anno, mentre gli italiani si fermavano al 35%, solo davanti a
Cipro e Romania. La media europea si attestava al 54%. Nel 2025 il 76% degli
italiani tra i 15 e i 74 anni, quasi 34 milioni, ha letto (o ascoltato) un
libro, almeno in parte. È un numero in aumento del 4% rispetto al 2024. Ma nel
2024 l’editoria italiana di varia ha chiuso in calo dello 0,9%,
con vendite complessive di 14,6 milioni in meno dell’anno precedente (come
sottolinea un’indagine presentata all’ultimo Salone del Libro di Torino del
2025).
Il problema è che si vendono sempre meno libri. E quando qualcosa che dovrebbe
interessare tutti non funziona, in un Paese normale il governo cerca dei rimedi,
gli istituti della formazione avanzano delle proposte programmatiche, gli
operatori del settore propongono nuovi modi di attrarre persone e interessi. In
Italia invece ce ne freghiamo: sembra che nessuno sia particolarmente
interessato ai libri.
*
Mercato del libro e mercato del disco
Negli ultimi quindici anni è crollato il mercato del disco e del cd. Quasi la
totalità della musica è passata dal supporto fisico alle piattaforme. Eppure
oggi la musica è più viva che mai, e ha trovato nelle piattaforme lo spazio
commerciale, mentre utilizza i mezzi vecchi (radio e tv soprattutto) come super
promozione.
Secondo recenti dati il fatturato complessivo del mercato discografico italiano
è in forte crescita e si è attestato nel 2025 a 513,4 milioni di euro. Nello
stesso periodo il fatturato complessivo del mercato editoriale e del libro (che
in compenso è calato di -2,4%) è stato di 1.128,8 milioni di euro. Stiamo dunque
parlando di oltre il doppio di forza economica da parte del mercato del libro.
Eppure la presenza sui media generalisti è sfacciatamente a favore del mercato
discografico.
*
TG1 trap
Prendiamo, a solo titolo di esempio, il telegiornale più visto in Italia, il
TG1. Ne sono un fruitore quotidiano. Perciò sono informatissimo su Sanremo anche
quando non c’è ancora il festival e pure dopo che è finito. Sanremo e la
musichetta pop o trap o rap hanno invaso ormai anche il telegiornale degli
anziani conservatori. Ogni giorno c’è almeno un servizio su un concerto, una
tournée, una nuova canzone, un’intervista sui problemi psicologici di un
cantante.
Non ho mai sentito un servizio su un poeta, ma solo canzonette. Non quelle
dignitose di qualche sapiente artigiano musicale, no! Quelle con suoni tutti
uguali, melodie banali, e con le voci “a strascico” che provano a ispirarsi alla
trap senza esagerare, per essere “potabili” un po’ per tutti. Dei prodottini di
pseudo-musica promossa con una costanza e una diffusione che ha
dell’incredibile.
Guardando il TG1 ci si può imbattere, almeno due volte a settimana, in qualche
intervista a un cantante che parla di sé come fosse un filosofo interprete di
chissà quale valore da comunicare. Gente che vede soltanto il proprio ombelico o
rilascia dichiarazioni nostalgiche sul mondo attuale, cattivo e senza cuore…
Se un alieno piombasse in Italia e guardasse il TG1 penserebbe che una delle
cose che occupa maggiormente la vita di un italiano è la musica pop o rap. E che
la città più famosa e importante della nazione – la capitale italiana potremmo
dire – è Sanremo.
*
Giovani inattivi e industria libraria
I docenti delle scuole sono i peggio pagati in Europa; i teatri sono sempre meno
frequentati e anche i cinema non se la passano benissimo. Cos’è che va bene? Le
piattaforme musicali e Sanremo.
Almeno per ottanta giorni all’anno il TG1 parla di Sanremo. Se qualcuno di
questi ottanta giorni fosse regalato alla poesia sarebbe già interessante.
Del resto viviamo in un Paese in cui 1,4 milioni di giovani, tra i 15 e i 29
anni non sono occupati e non studiano e non fanno manco un percorso formativo
professionale. Secondo dati 2025 questi giovani inattivi costano allo Stato
(cioè a noi) 24,5 miliardi di euro. E certo non tutti possono diventare
cantanti. Ovvio che non servirà a molto nemmeno leggere un poeta contemporaneo o
uno scrittore di racconti. Resta il fatto che se l’industria libraria
economicamente vale ancora il doppio di quella discografica, qualcosa questa
vecchia industria di cariatidi dovrebbe pur inventarsi per rendere più
disponibili le storie raccontate in poesia o in narrativa.
*
Poesia al TG1
Riguardo invece alla promozione sarebbe auspicabile che, almeno due volte al
mese, il TG1 potesse dedicare un bel servizio alla poesia nazionale. Non
servirebbe invitare gli autori amici degli amici. Basterebbe fare come si fa con
le case discografiche: individuare una quindicina di editori di poesia (sappiamo
bene chi sono quelli che hanno collane longeve e dense di ottime proposte) e
ogni volta farsi mandare nello studio televisivo un loro autore da presentare.
La mia è una modesta proposta che potrebbe qualificare e diffondere maggiormente
la lettura e tutto il mercato librario italiano.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: Pier Paolo Pasolini intervistato nella trasmissione “Settimo
giorno”, 1974
L'articolo Modesta proposta: voglio la poesia in tivù proviene da Pangea.
I cieli, da tempo opalescenza di vampe e fumi, sono ingombri di minacce, l’aria
è torbida di veleni e false promesse. Poche inossidabili gole proseguono la
gogna di ogni possibile civiltà. Ululano, minacciano, sfoderano l’arroganza
tipica dei vili, che non vivono di passioni, ma di ossessioni. Facce imballate
nella menzogna, fra botox, epidermidi all’orangina abbrustolite da raggi UVA,
smorfie rabbiose, mascelle contratte, sguardi mimetici, e, per qualcuno di loro,
quel cipiglio suadente che vuol rassicurare sull’avvento di una giustizia
incontaminata, ineluttabile.
Avete mai guardato, a fondo, appena sotto i pori, i volti del potere? Per
carità, non intendiamo qui riabilitare Lombroso; vogliamo soltanto osservare
l’infezione delle loro facce, maldestramente tamponata con gli espedienti di cui
sopra. Se passiamo un dito sopra quei volti finiscono in pus. Il pus di una
menzogna che li accomuna tutti, meschini mescitori dei loro ombelichi. Ecco chi
sono i vari Trump, Netanyahu, Putin, e tutti gli altri che, come loro, prendono
oggi decisioni miliari, mortifere, arrangiano, maneggiano, soppesano, negoziano
e poi violano, giocano, berciano, ricattano, vaneggiano, volgarizzano,
minacciano, condannano, mistificano, complottano.
Ma soprattutto, mentono, mentono e ancora mentono, mentre gravano i cieli di
deflagrazioni, la terra di morti, e svaligiano ogni legge del germe sano che ne
giustifica il gravoso esistere. Godono, in fin dei conti, di una sicurezza che
scaturisce dalla perpetua, periscopica distruzione di un nemico, reale o
immaginario che sia, in un girotondo schizofrenico di alleanze e ostilità che
mutano al primo colpo di tosse sgradito. I singoli nazionalismi contano ormai
poco nella disamina di un declino manifestamente inarrestabile; conta semmai
l’amplesso esiziale di potentati che pencolano sul baratro delle personalità
narcisistiche, ossessive e tragiche dei loro leaders.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1740 ca.
Ma sono davvero loro, i capi di stato, i soli responsabili della suppurazione
che sta colpendo i paesi che essi governano, con ogni conseguenza in ambito
internazionale? Non ne siamo convinti. Come potremmo, del resto, accusare il
potere di essere se stesso, di prestarsi alle storture e alle perversioni che
gli sono connaturate? Come possiamo evitare l’eterna trappola di Tucidide? Non
sono i potenti i soli responsabili cui augurare una pena commisurata a ognuna di
quelle decisioni che – ormai è innegabile – stanno conducendo allo
stravolgimento dell’ordine mondiale, per come avevamo imparato a conoscerlo,
almeno dalla pace di Westfalia in poi. Altrettanto responsabili, e senz’altro
più vili, sono coloro che dovrebbero orientare e combattere il fatale
deragliamento verso il quale siamo avviati. I più vili, i più
deresponsabilizzati – e dunque i colpevolmente inutili – sono gli intellettuali
contemporanei, o quel che di loro rimane.
Coloro che furono un tempo i sacerdoti della ragione, latori di ideali alieni a
interessi personalistici e a vanità egotiche, coloro che, idealmente, avrebbero
dovuto allearsi alle masse, orientandone e riordinandone le istanze (per natura
destrutturate e ferine), coloro che furono i promotori di valori supremi,
speculatori di un’educazione universale, di una società ideale, di certo
talvolta ibridi nell’affiancarsi al potere, fra cortigianeria e indipendenza, ma
quasi sempre capaci – per citare Lucien Herr – “di anteporre il diritto e un
ideale di giustizia ai loro interessi personali, ai loro istinti naturali e ai
loro egoismi di gruppo”, ecco, dove sono oggi costoro? Dove si riuniscono, se si
riuniscono, di cosa dibattono? Hanno ancora un ruolo nell’influenzare una
possibile “guerra di posizione” (per dirla nel senso traslato del sempre comodo
Gramsci)?
Noi, purtroppo, non li vediamo. Non li vediamo nelle redazioni dei
giornali, longa manus sciatta e funambolica dei partiti che rappresentano; non
li vediamo nelle università e nelle scuole, anch’esse ormai scleroticamente
politicizzate. Non li vediamo nelle redazioni delle case editrici, asservite – e
come rimproverarlo loro? – a bilanci gravemente deficitari. Insomma, dove sono?
Si riuniscono forse clandestinamente in qualche scantinato per discutere di un
cambiamento giusto, per indurre la politica o noi partecipanti di una massa
sempre più (dis)informata e meno colta, a esigere quel cambiamento?
No, non stanno nemmeno in uno scantinato, a meno che non sia provvisto di una
connessione wifi.
Perché, invero, i cenacoli fumosi d’antan, le redazioni, le università e le
scuole sono stati oggi rimpiazzati da una pluralità di condomìni virtuali – oggi
chiccosamente definiti “bolle social” –, i cui amministratori, in perpetua
competizione fra loro, sono gli avatar dei maîtres à penser di un altro
secolo. Ecco, ci pare di poter dire, senza timor d’eresia, che gli intellettuali
odierni sono amministratori di condominio.
Harry Willson Watrous, La perditempo, 1914
Alcuni si limitano al condominio facebookiano, altri, grafomani e più
disciplinati, hanno una pagina sulla piattaforma Substack, spesso a pagamento,
così guadagnano due soldini che fanno sempre comodo. Quando si stancano di
gestire la bolla, o non trovano abbastanza prestigioso farlo, firmano qualche
articolessa per giornali molto in voga fra lettori che confondono cultura con
citazionismo, e scambiano un’analisi teorica per una fonte documentale, sulla
quale poi edificano convinzioni da rivendere, di bolla in bolla, con la bava
alla bocca.
Bene, ma cosa fanno, concretamente, questi intellettuali condominiali? Come
esercitano il loro ruolo? Come influenzano la società e il pensiero dei
potentati? Quali sono le loro battaglie? In favore o contro chi si schierano?
È tempo che li osserviamo e dobbiamo dirlo: siamo costernati.
Anche coloro ai quali riconosciamo una certa arguzia di pensiero, peraltro
supportata da conoscenze teoriche formidabili, anche loro, alla prova dei fatti,
sono inutili come un paio d’occhiali messi sul naso di un cieco
inoperabile. Trascorrono le giornate scrivendo almeno un post al giorno, spesso
anche due o tre, sorta di “circolari condominiali”, in cui passano agilmente
dalla pubblicità del loro ultimo libro, o del loro intervento sulle recenti
frontiere pornofemministe, si concedono qualche rutto qua e là sul delitto
modaiolo di turno (Garlasco vince su tutti), irridono flottillas e
manifestazioni di pace, distribuiscono patenti, a casaccio e in alternanza, di
antisemitismo, di terrorismo, di nazismo, di fascismo, di revanscismo, di
inclusivismo, di rossobrunismo, di ismoebasta, a politici, istituzioni e
personaggi pubblici che non riscontrano il loro gradimento, contabilizzano
morti, sentenziano, insultano e disprezzano i loro condòmini, oppure li ignorano
olimpicamente, propinano quotidie una mescolanza di elucubrazioni su politica
interna e internazionale, tutte deliziosamente e irrimediabilmente eteree,
dunque inani; ma soprattutto non ci fanno mai mancare prove muscolari di
citazionismo, quasi sempre di stampo novecentesco, il quale, ne siamo certi,
scatena erotici sussulti in qualche attempato accademico e nei bibliofili
patologici (chissà perché il Novecento fa sempre questo effetto).
I loro nomi si confondono nella caligine di un ultracrepidarismo ridicolo, che
vive e si autoalimenta fra lampi di vanità e intemerate sprezzanti, in un agone
inconsistente come quello virtuale. Peccato che le loro parole siano destinate a
svanire al primo (auspicato) attacco informatico che getterà nella notte eterna
questi contenitori digitali incrostati di un venefico Nulla. O, molto più
probabilmente, svaporeranno ancor prima, quando gli accreditati di oggi saranno
rimpiazzati dagli accreditati di domani, più performanti in termini di
intrattenimento, o da qualche intelligenza artificiale che batterà in
citazionismo anche quelli fra loro affetti da ipermnesia.
Un volumetto edito da Treccani un paio d’anni fa, ci permette di rileggere
alcuni interventi di Zygmunt Bauman, risalenti alla fine degli anni Novanta e
relativi al ruolo dell’intellettuale. In un passaggio, il sociologo polacco
evoca lo scrittore George Steiner e la sua teoria secondo cui il mercato
promuove una cultura di “massimo impatto e di obsolescenza istantanea”, la quale
diventa “un casinò cosmico” (espressione sempre di Steiner), in cui “si giocano
solo giochi retorici” (addendum di Bauman).
Già alla fine degli anni Novanta, il sociologo evidenziava l’avvicendarsi di
mode e tendenze culturali, la labilità dell’attenzione dei fruitori della
cultura, l’appiattimento della dimensione storica a un “eterno presente”. E
affermava:
> “A volte questi [n.d.r.: i giochi retorici di cui sopra] possono avere un
> significato profondo, ma per poter essere giocati in pubblico e avere almeno
> una parvenza di impatto devono sempre essere divertenti, devono avere un
> ‘valore di intrattenimento’ per poter catturare, sia pure per un breve
> istante, l’attenzione del pubblico. «Un individuo esiste solo nella misura in
> cui gli altri parlano di lui: lo lodano, lo citano, lo criticano, lo
> diffamano, lo deridono ecc.» (Debray, 1979, p. 168). La fama è stata
> rimpiazzata dalla notorietà: non un ponderato riconoscimento per i risultati
> conseguiti, il ripagamento di un debito per i servizi resi alla causa
> pubblica, ma il fatto di imporsi con ogni mezzo a disposizione all’attenzione
> del pubblico. Se gli intellettuali annoveravano sé stessi tra la minoranza
> scelta che poteva rivendicare uno speciale diritto alla fama, essi non possono
> rivendicare alcun diritto privilegiato alla notorietà. Al contrario le
> tradizionali attività degli intellettuali – principale causa della loro gloria
> passata – non si prestano a essere esibite davanti agli occhi del pubblico né
> a riscuotere un applauso immediato. Quando la notorietà anziché la fama
> diventa il criterio dell’influenza pubblica, gli intellettuali si trovano in
> competizione con i campioni sportivi, le pop stars, i vincitori di lotterie, i
> terroristi e i serial killers. In questa competizione non hanno molte speranze
> di vincere, ma per gareggiare devono giocare il gioco della notorietà
> seguendone le regole, ossia adeguando la propria attività al principio di
> «massimo impatto e di obsolescenza istantanea». La giustezza o la verità delle
> idee sono sempre più irrilevanti come richiamo nei confronti dell’attenzione
> pubblica; ciò che conta sono le loro ripercussioni, la quantità di tempo e di
> spazio che a esse dedicano i media, e ciò dipende principalmente dal loro
> “valore di intrattenimento”.
Ma l’intrattenimento, ahinoi, è un lusso imbelle, non ha alcuna influenza a
livello politico, e nemmeno nell’orientamento delle masse, ormai volubilissime,
poiché viziate da innumerevoli e sempre nuove offerte culturali (di vaglia più o
meno comprovata, s’intende). E i potentati ne sono consci. Per questo ci
lasciano scrollare compulsivamente facebook, si divertono a vederci leggere e
commentare i Soloni di turno che amministrano le varie bolle condominiali: in
fondo, noi siamo gratificati poiché ci sentiamo parte di una presunta cultura
elitaria, loro, i governanti, continuano ad agire indisturbati, giacché qualche
saltuario ronzio nelle orecchie causato da un intellettuale che si contorce
stizzito sul proprio canapé è, in fin dei conti, uno scotto sopportabile.
Niente di nuovo sotto il sole, starete pensando.
Dopo tutto, quella creatura proteiforme, tanto amata, temuta e disprezzata –
che, almeno dall’affaire Dreyfus in poi, abbiamo cominciato a
chiamare intellettuale – si è sempre mossa sulle sabbie mobili, vittima di
un’ambiguità e di un’impotenza irriducibili. Noi, invece, che non siamo altro
che spaesati osservatori di passaggio, di irriducibile abbiamo soltanto la
predisposizione a un infantile romanticismo. Per tale ragione, questi disperati
intellettuali contemporanei, preferiamo immaginarceli giocare sul selciato
dell’infanzia, quando le sole bolle che conoscevano, non erano quelle virtuali,
ma quelle di sapone.
Un destino crudele, il loro, dall’inizio alla fine.
Maura Baldini
*In copertina: Hendrick Goltzius, Quis evadet?, 1594, incisione
L'articolo Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come
amministratore di condominio proviene da Pangea.