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Letteratura italiana contemporanea (o dello spirito di autocommiserazione)
Un demone si aggira per la letteratura italiana contemporanea: lo spirito di autocommiserazione. Prendendo in mano i migliori scrittori della generazione intermedia – né troppo vecchi né troppo giovani – ci si accorge che una strana vertigine autocommiserativa esala dalle loro pagine. Dario Ferrari è classe 1982; Alberto Ravasio 1990. I libri in oggetto sono gli ultimi pubblicati: L’idiota di famiglia, per il primo; Il grande mantenuto, per il secondo. Entrambi si trovano nel periodo aureo della creatività: da qui in poi si può solo migliorare, o fallire meglio, come dice Beckett.   1. In entrambi i romanzi è il mondo dell’editoria a rilucere da lontano come un antro proibito, superato il quale bisogna pagare la tassa d’ingresso sotto forma di apologia o di invettiva. In entrambi ci sono scene in cui si varcano vere e proprie case editrici, o altre in cui si partecipa a festival letterari. Ma il vero punto focale è il precariato a cui costringe il mondo dell’editoria quando non si è ancora accettati tra le sue fila. Nel romanzo di Ferrari, un traduttore vive un’esistenza di stenti; in quello di Ravasio, un aspirante scrittore ripercorre la saga delle sue scorribande per cercare di pubblicare un libro. I romanzi sono quanto di meglio si possa trovare oggi in lingua italiana. Quello di Ravasio, in particolare, possiede una carica corrosiva di ironia capace di squadernare i generi e di fonderli in un’unica visione ininterrotta. Entrambi, in misura diversa, soffrono però della sindrome dell’autocommiserato: colui che sa di essere arrivato dove voleva e si volta a guardare le proprie disgrazie, contentandosi che siano riuscite a portarlo fin lì senza scalfirlo.   1.1. Sarebbe ovvio arguire che senza editoria difficilmente si potrebbe fare letteratura. Ma è sconfortante notare che la narrazione del mondo editoriale stia diventando il banchetto d’elezione di alcuni tra i migliori scrittori italiani. A rigor di logica, l’editoria dovrebbe essere un mezzo: gli editori servono a favorire e a promuovere la pubblicazione di un libro. Si ha come l’impressione che oggi, svuotato il mondo di valori, e inondata l’immensa distesa del web di diffusori di letteratura permanente, l’editoria stia diventando il fine del libro, forse proprio per soddisfare, inconsciamente, la pletorica platea di consumatori che ha prodotto. Alla proliferazione degli utenti segue l’unificazione dei fini. Tutto deve nascere e morire dentro l’editoria, come un novello Saturno che fagocita i propri figli. 1.2. Davvero la vita degli autori si riduce a così poco, al noviziato intellettuale prima di approdare al sacerdozio della pubblicazione? Ravasio stesso lo confessa: “scrivendo e non pubblicando, il solito morto di fame finiva a scrivere di quanto fosse difficile scrivere, cadeva in una spirale metaletteraria”. L’ipotesi del ricatto involontario da parte del mondo editoriale accenna una prima spiegazione. Varcare un mondo così autoreferenziale è talmente difficile che alla fine la pubblicazione si trasforma in una sorta di sindrome di Stoccolma.  2. La modesta proposta che si vorrebbe avanzare da queste righe, per quanto paradossale, è la logica dell’impiegato. Nella maggior parte dei casi, e per parecchio tempo, gli scrittori si sono gettati tra le braccia dell’impiego. Per ragioni economiche, certo, ma anche e soprattutto per ragioni mimetiche: omologarsi socialmente per elevarsi letterariamente; rendere invisibile, e quindi inattaccabile, il proprio furore letterario; coltivarlo in solitudine, al riparo da occhi indiscreti e inutili, per dargli il tempo di fiorire meglio.  Oggi al mestiere di scrivere segue anche, per ragioni promozionali, una serie di compiti che ostacolano e ritardano e imbolsiscono la scrittura, la narrazione dei quali è diventata una sorta di sottogenere letterario. Questo sottogenere non è la cosiddetta autofiction. Quando Philip Roth e Houellebecq si servono di questo genere, mettono al centro dell’agone il proprio corpo personale: è lo scrittore fatto e compiuto, come persona e insieme personaggio, a emergere nei loro romanzi, e il fatto di essere presenti nel romanzo mette seriamente in discussione le tematiche di cui si parla. In Sottomissione o La carta e il territorio è Houellebecq stesso a subire le circostanze di cui parla, il rovesciamento della politica nel primo, e l’abbruttimento del mondo artistico contemporaneo nel secondo; così nei libri di Zuckermann di Roth, o in Operazione Shylock. Nei romanzi di Ferrari e Ravasio c’è invece qualcosa di diverso, di intermittente, che non è né fiction né autofiction. L’autore non si presenta interamente, ma non rimane nemmeno nascosto: fa capolino tra le pagine, incerto se varcare la soglia o meno. La posa da autocommiserato è un’abile copertura che gli permette di rimanere in gioco senza scendere in campo. 2.1. Del cosiddetto paradigma dell’impiegato si potrebbero scomodare nomi illustri: Kafka che liquida pratiche sulla sicurezza del lavoro al terzo piano di un oscuro edificio assicurativo; Montale e Buzzati che ticchettano sulla macchina da scrivere facendo le fortune del Corriere della Sera, a pochi uffici di distanza; Mario Luzi che scrive recensioni cinematografiche per giornali di provincia; Wallace Stevens che lavora in banca; Bolañoche si presta ai più umili mestieri. L’impiegato, ad ogni modo, lavora per scrivere: vive per scrivere.  La lista potrebbe allungarsi. Come si vede, include tutti i generi: poeti, critici, romanzieri. Certo, se il giornalismo non è ancora morto, la sua fine è vicina, sussurrano alcuni. Ma il lavoro non passerà mai di moda, e pretendere di sopravvivere di soli romanzi senza voler scendere a compromessi, senza mimetismo, conduce dritti al precariato intellettuale. Se le idee non hanno un tetto stabile sotto il quale crescere, è molto facile che si vendano al peggior offerente. 3. Prendiamo ora i pesi massimi della letteratura, per fare un po’ di controstoria. Di Balzac sappiamo che la famiglia, prima di avviarlo verso la carriera da notaio, gli diede due anni di tempo per dimostrare il suo talento, se ne aveva. Lo spedì in una mansarda con un piccolo sussidio. E il figliol prodigo tornò a casa con una tragedia in versi: l’Oliver Cromwell. Iniziò a leggere davanti alla famiglia riunita in consiglio, ma lo giudicarono un fallimento senza appello.  Ma il Titano della futura Commedia umana, dei centoventi libri progettati e dei novantacinque portati a termine, dei dodici volumi in sottilissima carta d’india della Pléiade, dell’universo squadernato nel microcosmo “studi filosofici – studi analitici – scene della vita di provincia – scene della vita parigina”, quel Titano che, come racconta Zweig nella sua biografia, scriveva indefessamente dalle otto alle venti nutrendosi solo di caffè e macerazione, non si lasciò scoraggiare dai demoni della mediocrità e pubblicò, sotto pseudonimo per non infangare il sacro nome della famiglia, un altro romanzo: L’Anonimo. Fu l’inizio di una leggenda. In nessun caso la letteratura si mette a sberciare su sé stessa. Pettegola nelle idee, non si cura dei fatti che la smerciano. In nessun caso – e, come abbiamo visto, gli elementi romanzeschi non mancavano – Balzac avrebbe fatto della propria difficoltà di pubblicazione un romanzo vero e proprio. Le illusioni perdute e La pelle di zigrino raccontano di quanto può essere spietata la società verso chi è posseduto dalla vocazione della scrittura; ma non si limitano a denunciare una piccola porzione di realtà. 3.1. Quanto a Dostoevskij, è utile osservare il nano elevarsi a gigante. Nel 1845 Dostoevskij ha venticinque anni e altrettante sfumature di povertà ricamate addosso. Forse anche lui è in una mansarda; anche lui, come Balzac, si fida soltanto del suo talento. Non ha altra scelta: ha appena finito di scrivere Povera gente, il suo primo romanzo. A quel punto, uno scrittore ha due soluzioni: o farlo leggere a un amico o suicidarsi. Lo consegna quindi all’amico Dmitrij Grigorovič, il quale lo porta al poeta Nikolaj Nekrasov. Poi i due iniziano a leggere. Non è passata neanche un’ora, che una levitazione prende a sollevarli in aria, sempre più in alto, pagina dopo pagina. Alle quattro di mattina escono per strada e irrompono in casa di Dostoevskij. Iniziano ad abbracciarlo, le lacrime sgorgano naturalmente: è nato un genio. Ora, Povera gente non è un sillabario di tribolazioni, anche se aveva tutti i titoli per farlo, visto che dal 1876 al 1881 Dostoevskij diresse, scrisse e smerciò da solo, con l’unico ausilio della moglie, una rivista che conteneva articoli, racconti e resoconti giudiziari, tutti firmati da Dostoevskij, che oggi possiamo leggere nell’edizione Bompiani del Diario di uno scrittore. Nessuno più di Dostoevskij, quindi, assillato dai creditori, dalla ludopatia e dalle ristrettezze, poteva permettersi di parlare della povertà o fare della propria miseria un romanzo a puntate. Eppure nessuno meglio di lui ha levigato il grezzo materiale dell’indigenza per trascenderlo in romanzi immortali che non rievocano solo il tentativo di elevarsi attraverso la scrittura ma ne presentano il frutto compiuto.  4. Un altro che non viveva di scrittura: Gottfried Benn. Professione: anatomopatologo. Segni particolari: uno degli imperdonabili di cui parla Cristina Campo – all’avvento di Hitler si rifiutò di abbandonare l’Accademia degli Scrittori. Alla lettera accorata di Klaus Mann, che lo invitava a spatriare, rispose: “Sono tedesco, dove dovrei andare?”. Nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa, Doppia vita, racconta che quando prestava servizio medico presso l’esercito e i suoi libri di poesia comparivano in qualche supplemento letterario, il colonnello, stranito, abbassava il giornale e gli chiedeva: “siete forse voi che vi occupate di queste sciocchezze?”. La rispettabilità sociale veniva prima della celebrità letteraria. Oggi è il contrario. L’esempio di Benn ci interessa perché, parlando degli esempi di letteratura assoluta, cita Paludi di Gide, scritto nel 1894, ad appena venticinque anni. Cosa succede in questo libro tanto straordinario da essere citato dal severissimo Benn nella sua rosa personale del gusto? Molto semplicemente, Gide fa metaletteratura, arrivando alla prosa assoluta teorizzata da Benn. Racconta del proprio lavoro di scrittura, della fatica di scrivere Paludi, e di quanto sia complicato, e vano, separare un libro dal mondo. Cerca di raccontare la storia di un uomo che osserva le pianure e gli stagni; ma gli amici a cui vuole raccontarlo si annoiano. Allora si rende conto che lui stesso assomiglia alla storia che vorrebbe raccontare, e che il mondo, invece, non somiglia a nient’altro. I libri di Ravasio e Ferrari, invece, raccontano molto di tutto ciò che implica il fatto di pubblicare un libro e di condividere la stessa aria di chi lo pubblica. Ma alla fine si ha la sensazione che le pareti del mondo siano molto più larghe delle pagine di un libro, e che il lettore stia scomodo e stretto in quell’ambientazione. In meno di ottanta pagine, Gide ci consegna invece un affresco di immacolata modernità e senza introdurre le proprie fisime in maniera compiaciuta, senza troppa commiserazione mostra al lettore quanto sia sottile il confine tra il libro e il mondo, e come la scrittura sia uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per assottigliare questo confine fino a renderlo invisibile. A partire da un elemento apparentemente insignificante – la scrittura di un libro – fa precipitare tutta l’architettura del mondo nella pagina.  Leggendo i libri di Ravasio e di Ferrari sapremo molto sullo stato dell’editoria e sullo status dello scrittore, ma pochissimo sul mondo. Leggendo quello di Gide non sapremo praticamente nulla di Paludi, ma quasi tutto l’essenziale sul mondo.  Andrea Muratore In copertina: Edvard Munch, “Elskende par i bolger”, 1896 L'articolo Letteratura italiana contemporanea (o dello spirito di autocommiserazione) proviene da Pangea.
June 5, 2026 / Pangea
Stanotte ho sognato Mandel’štam. (Ovvero: sulla poesia come veicolo di verità)
Stanotte ho fatto un sogno. In un caffè in stile liberty – forse si trattava del “Caffè degli Spacchi”, la grotta di porcellana di Dino Campana, a Genova; o forse, invece, del “Caffè letterario” in Prospettiva Nevskij, a San Pietroburgo; e in ogni caso, comunque, di uno di quei caffè avvezzi a ospitare molte conversazioni inutili e digressive e, dunque, spesso illuminanti – sedevano attorno a un tavolo tre uomini come tanti. Erano Osip Mandel’štam, un diligente poeta italiano contemporaneo dell’oggettività – il nome del quale, per discrezione ma soprattutto per irrilevanza, preferisco tacere –, e naturalmente io stesso (l’io non manca mai, nemmeno nei sogni), coinvolto, chissà perché, in una conversazione che ben presto ha smesso di riguardare la poesia “in generale” per trasformarsi in qualcosa di più ambiguo e profondo: un discorso a più teste sulla possibilità che la parola poetica trascenda l’oggetto invece di limitarvisi. Va da sé che il tema di convergenza radicale della conversazione non avrebbe potuto che essere il simbolo. E però non il simbolo ridotto a emblema culturale o a meccanismo interpretativo, né il Simbolo dei simbolisti. Non quei tipi di simboli, che non sono simboli, in realtà, ma segni e allegorie. Nel mio sogno Mandel’štam, con sapienza allusiva, sembrava accennare a qualcosa di molto più concreto e insieme più sfuggente: l’attitudine del poeta di portare al mondo simbolicamente un oggetto nel momento stesso in cui lo nomina. Parlava con lentezza, volendo (secondo me) evitare di irrigidire il suo pensiero in formule teoriche. Eppure da ogni sua osservazione emergeva, quantomeno per quanto riuscivo a darmene contezza, una qualità che la poesia contemporanea ha quasi interamente smarrito: la capacità del simbolo di “fare-cosa”, in senso agente, dantesco. Non, perciò, di rappresentare semplicemente un significato ulteriore, più “alto” e “spirituale” della realtà, ma di rendere gli oggetti, pur nella loro dura consistenza materica, attraversabili dalla trascendenza – o, anzi, addirittura, di renderli anch’essi, come noi, attori di trascendenza. Una pietra, un pane, un tratto di selciato, una stanza – in Mandel’štam nulla del mondo reale resta confinato nella sua statica evidenza (certi filosofi direbbero magari: nella sua datità) empirica. Nei suoi versi ogni cosa subisce una pressione verticale. L’oggetto è sé stesso ma simultaneamente, e direi misteriosamente, eccede sé stesso. Nel sogno, mentre lo ascoltavo parlare non ho potuto evitare di tornare a pensare, ancora una volta, che proprio qui – nella propensione trasfigurativa della parola poetica – risieda la differenza decisiva tra la grande poesia dei grandi poeti e l’implacabile, logorroica imitazione agita dai molti che la scimmiottano. Il poeta dell’oggettività, fino a quel momento piuttosto taciturno, ha aperto finalmente il proprio quaderno. Ha letto alcuni versi che aveva dedicato alla frutta nei supermercati, più un paio di testi ispirati dal malfunzionamento di un pulsante di un distributore automatico e a un neon che pare vibri all’angolo di una rotatoria di Vimercate o Viggiù, non mi ricordo bene. Tutto in quei versi, di non maldestra fattura artigianale, risultava abbastanza esatto. Tutto era sorvegliato e poeticamente impiegatizio. Tutto era irrimediabilmente morto. Perciò, commento ora – con buona pace dei diligenti poeti contemporanei della oggettività: in Mandel’stam la fedeltà al reale non ha che superficiali tangenze col realismo della realtà. Il perché è presto detto: perché è fede. Cioè a dire è fiducia nella parola come veicolo di verità e significato metafisico (che stanno in una sorta di sovra-realtà verbalmente stratigrafica) dell’Essere, mentre nell’esercito dei diligenti poeti dell’oggettività tale fedeltà si riduce, di fatto, a una banale registrazione dell’esistente, o a un pettegolezzo pieno di cosine buffe. Nei loro testi nessuna combustione simbolica pervade gli oggetti. Una banana, lì, non è che una banana. Un neon periferico di Vimercate o Viggiù resta un neon periferico di Vimercate o Viggiù. L’ostinazione descrittiva e il culto del dettaglio – quando va bene, e non ci si ritrova, come capita, dentro a una narrazione metaforizzata di un quasi-nulla mentale che parla di un quasi-nulla esistenziale – vengono scambiati per rigore poetico, mentre nella stragrande maggioranza dei casi, in effetti, non sono che impotenza immaginativa elevata a metodo. Nel mio sogno ho osservato Mandel’štam ascoltare quei versi-cembali con una cortesia quasi dolorosa. Egli sapeva – e forse anch’io lo so, perfino fuor di sogno – che il gran problema della poesia non consiste nell’aderire agli oggetti ma nel liberarli dalla loro muta opacità. La poesia autentica non fotografa il mondo, né semplicemente lo “dice”: quel che d’interessante essa fa è costringerlo, nel dirlo, a eccedere sé stesso. Ed è qui che la distanza tra Mandel’stam e il diligente poeta contemporaneo dell’oggettività assume rilevanza flagrante. Da una parte c’è il poeta medio di oggi, persuaso che in fondo in fondo basti nominare la cosiddetta realtà, liberamente e a modo suo, perché si produca verità. Dall’altra c’è l’ebreo di cultura ortodossa cristiana Osip Mandel’štam – un non devoto di fede ontologica dotato –, per il quale ogni parola autentica conserva traccia del Verbo e possiede, dunque, nell’esercizio della sua funzione nominatrice, una forza trasformativa, che non eventua o descrive soltanto, ma anche consacra; che non cataloga soltanto, ma anche attraversa. In Mandel’štam colpisce soprattutto una certezza: il mondo non è muto. La realtà non è solo materia, ma nemmeno puro segno mentale. È unità vivente di visibile e invisibile… e silenziosamente ci parla. Ogni cosa possiede una densità spirituale che merita attenzione, un’aura che chiede d’essere percepita e tradotta in parole. Ed è per questo, in fondo, che il poeta, per lui, non è semplicemente un autore di testi, ma è qualcuno, piuttosto, che, proprio col suo scrivere poesia, custodisce il senso della responsabilità umana verso tutto ciò che esiste. Il poeta canta l’esistente – le cose e gli esseri nella loro creaturale povertà –, ma lo fa guardando verso un spazio-tempo edenico, adamitico, perché è solo in quel mitico, arcaico spazio-tempo metastorico che è possibile nominare il mondo originario, prima della separazione tra parola e verità. Quando nel suo mirabile saggio su Dante, Mandel’stam descrive la Commedia come un organismo vivente, quasi una corrente respiratoria della lingua, ci ricorda che la poesia è anche, per essenza, movimento trasformativo della coscienza di un essere umano chiaroveggente, chiamato a ritrovare un rapporto non mutilato con il reale. Anche appoggiandomi, Deo gratias, alla qualità visionaria dell’occhio mentale di Mandel’stam, penso perciò di poter affermare con sobria inquietudine una cosa. Questa cosa è una cosa triste, ed è che la maggior parte della poesia novecentesca e contemporanea, nel suo terrore anti-romantico dell’enfasi e della trascendenza, ha progressivamente rinunciato al simbolo, portando a compimento il processo di riduzione della parola da veicolo della potenza del nome – com’era ab illo tempore – a strumento d’amministrazione minimalistica dell’evidenza, e il flusso versale a una registrazione “esistenzialistica” di fibrillazioni psichiche senza risonanze. Come se oggi la rinuncia all’altezza (alla profondità) spirituale garantisse autenticità. Ma una cosa, una res, in quanto parte dei molteplici realia, penso io – e forse, chissà, lo pensava anche Mandel’stam? –, consegnata (abbandonata) per verba alla propria mera cosalità, finisce per risultare insignificante. O, perlomeno, poco significante, quand’anche funga da correlativo-protesi del sentimento… La conversazione nel bel caffè di non so dove è proseguita sino a tarda sera, nel mio sogno. Il poeta dell’oggettività ha continuato a raccontare dei propri oggetti, dei propri critici-lettori e dei propri premi con una serietà che suscitava in me una tristezza via via sempre più compassionevole, non priva d’ironia. Mandel’štam invece taceva sempre più spesso, sapendo bene che il simbolo non può essere spiegato troppo a lungo senza degradarlo in simulacro ideologico, in strumento d’uso per cervelli simbolisti. Quando infine ci si siamo alzati, ho notato, per un istante, che il cucchiaino che il gigante dello spirito aveva posto al lato sinistro della sua tazza sembrava trattenere una luce ulteriore, un quid che tendeva a orientare il mio organo della vista al di là del semplice metallo di cui era fatto. E poi mi sono svegliato. Massimo Morasso *In copertina: Osip Mandel’štam (1891-1938); nel testo, alcune copertine dei suoi libri L'articolo Stanotte ho sognato Mandel’štam. (Ovvero: sulla poesia come veicolo di verità) proviene da Pangea.
May 25, 2026 / Pangea
“Noi che abbiamo il gusto dell’azzardo”. Tom Buron, il poeta in guerra
Ciò che affascina dell’“esteta armato” è il suo essere un antimoderno, un fuori tempo, una creatura all’arma bianca nell’era dello sterminio di massa. Gabriele d’Annunzio e Thomas Edward Lawrence – autentici prototipi dell’“esteta armato” – riformano il culto dell’individuo nell’epoca degli eserciti, alla mera obbedienza preferiscono l’adesione a un compito, al soldato – l’assoldato da un governo – antepongono il ‘mestiere delle armi’, l’avventatezza rinascimentale, a uno Stato la conquista di una città da incorporare nel proprio medagliere. Entrambi – il ‘Vate’ e ‘Lawrence d’Arabia’, uomini indistinti dal mito – fanno della guerra un’opzione estetica, una poetica. Che estetizzino la guerra è un fatto: d’altronde, è soltanto nel cuore del conflitto – interiore ed esteriore – che sorge – o soccombe – un poeta.  L’“esteta armato” – riprendo, abusandone, lo stemma coniato da Maurizio Serra, già diplomatico, ‘Immortale’ di Francia, in L’esteta armato. Il Poeta-Condottiero nell’Europa degli anni Trenta, Il Mulino, 1990, poi La Finestra Editrice, 2015 – non è il soldato scrittore. Per intenderci, Ungaretti e Rebora – che dalla trincea hanno rifondato la poesia italiana – non sono esteti armati. Per voracità visionaria Kaputt è il romanzo di un esteta armato, Curzio Malaparte – non lo è, per dire, Il sentiero dei nidi di ragno né la vasta scaffalatura della narrativa ‘di guerra’ all’italiana. Il partigiano Johnny, per elettricità lirica, sta nel mezzo. Pur avendo partecipato alla guerra civile spagnola, George Orwell non è stato un esteta armato; avrebbe voluto esserlo Ernest Hemingway, lo è stato Ernst Jünger. Per il genio della sprezzatura, lo è stato anche Henry de Montherlant: nei suoi romanzi l’estasi è sempre all’assalto. Non sempre la guerra eleva a esteta un soldato: la poesia risorgimentale italiana, fitta di poeti ‘garibaldini’, è tra le più brutte mai scritte. Tra gli ultimi esteti armati va annoverato, senza dubbio, Eduard Limonov: sognava poesie sfrecciando sui blindati. In Italia, va letto Gian Ruggero Manzoni: potrebbe ideare una brigata, ora, ancora; ha un toro e un leone nel cuore. A differenza dei paladini dell’estetismo, che esistono in favore di pubblico, l’esteta armato, in forme diverse – per una sorta di sopraffazione del sé, di esilio imposto, di genio della distruzione – finisce per sparire, in perpetua lotta con se stesso. Non ha nulla da difendere – se è il sole, è un sole nero: per eccesso di splendore finirà per eclissarsi. Non parteggia per alcuna patria che non sia la propria: di sé ha fatto un continente, una Atlantide – se i soldati muoiono in terra, l’esteta armato svanisce ascendendo al cielo.  L’icona dell’esteta armato – o meglio, dei poètes guerriers, per dire secondo la versione francese del libro di Serra, che conchiude il ‘genere’ in un periodo storico preciso, gli anni Trenta – ha sedotto la letteratura di Francia. Penso – come autore-totem – a Chateaubriand; pensiamo a Stendhal, che ha rovesciato l’estetismo ‘in armi’ nel suo opposto, nell’inermità enorme dello sguardo; poi a Barrès, a René Crevel, a Drieu, a Roger Nimier. Su tutti, spicca André Malraux: ossessionato da d’Annunzio, idolatrava T.E. Lawrence; guidò gli aerei in Spagna, si mise in azione – settantenne, ormai politicamente fuori assi, preda dei deliri dell’ego – per il Bangladesh. Voleva costruire un esercito ai suoi ordini – glielo impedirono. L’esteta armato, in fondo, non soddisfa nessuno: inadatto alla burocrazia militarizzata, malvisto dai politici, mal sopportato dai critici letterari, proni a un irenismo da Sirene in lutto, da serenata sotto casa.  Non so se Tom Buron apprezzi tale lignaggio; non so se sia un “poeta guerriero” – è un poeta, tanto basta. Estroso del verso, fautore di una poetica della spregiudicatezza, scrittore a pugni tesi, nel 2025 ha pubblicato per Gallimard Les cinquantièmes hurlants, poemetto di urticante vertigine, in contrasto al dire dominante, minimale, da Orfeo in salotto. Su questo foglio ne abbiamo già parlato. Nato a Évry nel 1992, parenti di Padova – un suo avo fu ispirato dall’anarchismo ad attraversare le Alpi –, generosità dilagante, Tom è stato in Ucraina dal 2022 al 2024. “Ho effettuato diversi viaggi di andata e ritorno per missioni umanitarie, prima al confine polacco, poi a Kiev, Charkiv sul versante del fronte meridionale e orientale, poi Zaporižžja, Cherson, Odessa”. Reclutato da un amico irlandese, nel 2024 si sposta “in una base militare vicino a Pokrovs’k. Il suo obiettivo era quello di creare nella brigata un gruppo di stranieri per costruire, preparare e programmare droni destinati a difendere la città”. Tom resta al fronte per due mesi e mezzo, nell’estate del ’24, quando l’avanzata russa si fa prepotente.  Parte dell’esperienza di guerra del poeta è raccontata in un libro, Le nom de la bataille, stampato dalle Éditions 49 pages, di cui qui si propongono le prime pagine. Anche la ‘quarta’ è, per così dire, una specie di milizia. “I ragazzini dell’Europa occidentale amano dissertare di guerra. Certamente, un po’ di tempo fa avranno letto Kaputt e Addio alle armi, avranno visto Jarhead e Requiem per un massacro. Sognano gli ussari blu, un’Europa da bucanieri e da corsari, l’amicizia virile, le cariche eroiche, le bevute tra complici. Scambiano la vita per un campo da rugby. Forse hanno imbracciato il fucile, una volta, durante una gara di tiro al piattello e sparato qualche colpo, tra la Corsica e la Normandia, per giocare a fare gli adulti. Con la testa piena di grandi idee e di grandi miti, questi vergini della vera guerra non conoscono l’essenziale, cioè i dettagli. Perché la morte si annida nei dettagli. Cosa si mangia al fronte? Quanto ci si annoia? Questo libro mostra cosa la guerra fa agli uomini – cosa distrugge dentro di loro”.   Nessuna enfasi né enfiagione di aggettivi azzoppa la prosa di Tom, di un realismo allucinato. Il libro nasce sotto l’egida di Cormac McCarthy: in esergo spicca un brano tratto da Meridiano di sangue che attacca con una di quelle frasi apodittiche, eraclitee, “La guerra è eterna”. Le edizioni si chiamano “49 pages” perché pubblicano libri di 49 pagine – in calce, impilano “49 buone ragioni” per abbonarsi al loro progetto. Ne cito alcune: “Perché le nostre vite sono brandelli di fuoco”; “Per imparare a leggere tra le righe”; “Per averci sempre in tasca”; “Perché le storie migliori si raccontano attorno al fuoco”; “Perché vogliamo bruciare subito e durare per sempre”; “Perché non ci manca il fiato”. È bello quando un editore indica una direzione, inaugura una poetica.  Il libro di Tom – un poeta-cannibale, che ama e divora: domani potrebbe scrivermi dall’Indonesia, dopodomani potrebbe varare un allevamento di lupi in Alaska, tra tre giorni potrebbe invitarmi a Zembla, la fantasmagorica terra di Nabokov, dove avrà sellato un orso bianco – si conclude così: “e noi, così rovinosamente umani”. È un libro che dice dell’umanità eccessiva, dell’uomo-cerino, delle cenere che tutto avvolge, della certezza di voler essere, di essere tutto-e-nulla. Estetismo ridotto alla calvizie, qui; ciò a cui si anela, come sempre, è l’uomo, depredato nell’essere, scarnificato dall’irragionevole. La poesia addestra a essere umani – non poeti. Quello è mero artificio, il tutt’altro dalla poesia. Ogni poeta autentico, appena gli dici che è un poeta, mette mano alla fondina.   * Da Le nom de la bataille “Se Pokrovs’k cade, Mila…” Furono le ultime parole, le ultime prima di crollare, disarmato dall’ebbrezza, a mala pena mi avvicinavo a lei, Mila, senza un gesto, il vino del Caucaso e l’horilka mi avevano fatto sputare quelle ultime parole, infine sprofondai in quella specie di sonno, mi chiedevo se fossi un assassino, svanii nella notte senza recepire risposta – “ho ucciso?”, mormorai… Perché ero ubriaco, teatrale, come sempre, guascone perfino davanti alla rovina; noi che abbiamo il gusto dell’azzardo, che amiamo scivolare tra le crepe del destino, sempre. Basti dire questo. Il gattino sventrato, scuoiato dai mastini all’ingresso dell’hangar per il gusto di vederlo morire dissanguato, la processione dei cadaveri rimpatriati, tutti quei giovani mutilati, le viscere a mezz’aria, la parata di bare di legno, il viavai dei blindati tra la città e il fronte… “Se Pokrovs’k cade…” Prima notte esule dal Donbass, camera d’albergo a Dnipro, a bere e a parlare con lei, forse c’è qualche camerata, mentre mi accarezza le dita per calmarmi, non ricordo – “Al diavolo la musica… Agli eroi la gloria… Ancora sulla breccia, amici… Una volta ancora…” –, tenerezza, tenerezza annacquata dall’alcol, poi me ne vado. A nulla indenne. Un giorno, sparirà anche lei. Mila. Poco più che un’apparizione, una silhouette sulla riva del Mar Nero, quando le mine piagavano la spiaggia di Odessa, dunque…  Ma stanotte, la mia prima notte, lascio il ristorante georgiano annegato nel Saperavi – letto sfatto, vano vaneggiare di guerre nel cervello, una bottiglia di horilka gelida in una mano, quel brandy armeno che osano dire cognac nell’altra, mi addormento, lentamente, fisso i suoi occhi, il suo sorriso – cosa ci faccio qui, cosa ne so… – sorpreso perché non sento detonazioni intorno – mi metto a ridere – finalmente mi addormento, mi addormento come un agnello, dopo mesi di sonno sotto rivoli di artiglieria, sotto gli Shahed, forse ancora umano, lontano dall’esercizio di uccidere o sopravvivere.  Laggiù, a circa tre ore di distanza da qui, siamo soltanto un gruppo di ragazzi tra i tanti che lavorano per evitare che la città cada – se qualcuno muore, ci si rimprovera di essere ancora in vita. Siamo migliaia – ingranaggi – piccoli dadi nell’ingranaggio dell’immensa macchina bellica.  Se Pokrovs’k cade è tutto fottuto, è certo – è la fine della guerra.  * Di notte, in questa notte di torpori, torbida, immagino un giovane soldato nemico – non è la prima volta –, un ragazzo che non ha ancora conosciuto donna, e gli levo il tempo di vivere, così, tutto il tempo di vivere – non ricordo dove ho udito questa espressione – e una orribile babushka mi si fa incontro, lo fa ormai da mesi, cammina, mi guarda, mi fissa, Pochemu? Perché? Perché? Poi mi sveglio, lenzuola inzuppate di sudore, estate, Mila che mi prende tra le braccia e mi chiede dove sono finiti i miei amici, poi, più tardi, accendo una sigaretta, per terra, contro il muro, il balcone è troppo piccolo – “Ho ucciso, è vero?”  Saranno le quattro, Mila dorme, il cielo non reca minaccia, la redenzione è a mille miglia di distanza. Cosa ci faccio qui? Dovrei essere con i ragazzi. I russi continuano ad avanzare. Ocheretyne è caduta alla fine di aprile… Prohres è caduta un mese fa, a metà luglio, Prohres che porta a Hrodivka dunque a Pokrovs’k. Una sigaretta dopo l’altra.  Nelle ultime settimane il nemico avanza, rosicchia, intensifica. Per le strade, nelle vie della città e dei villaggi, brulicano i droni, ci braccano. Hanno preso Hrodivka con qualche giorno di anticipo – Pokrovs’k comincia a essere evacuata.  Tom Buron *In copertina: Tom Buron a Charkiv, 2023; le immagini nel testo sono gentilmente concesse da Tom Buron L'articolo “Noi che abbiamo il gusto dell’azzardo”. Tom Buron, il poeta in guerra proviene da Pangea.
May 20, 2026 / Pangea
L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
Nel 1922 Dorothy Ashton, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile; lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99. Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare, partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.  Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli Early Pomes uscirono nel 1913 – per una sorta di pudore coniugale (certe cose non si fanno, non si mettono in giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere privatamente. Dieci anni dopo uscì Pride, tre anni dopo Genesis: An Impression. Libri, naturalmente – per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy; scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro. Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del pubblico, ai fasti della storia della letteratura. Yeats era sbalordito da tale libertà: magnificò Dorothy nel suo Oxford Book of Modern Verse (1936), dedicandole un capitolo – il XIV – della sua estrosa Introduction. Stipata tra T.S. Eliot e Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.  Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu Vita Sackville-West. Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in Blue Eyes and a Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley (Sandsone Press, 2023). Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gi occhi d’acqua, da creatura elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale ménage, Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy, puro talento naturale, che possedeva un fiuto inimitabile. Insieme, inventarono per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928. I libri – mirabili – venivano stampati artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, Matrix, già uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione – aprì con una raccolta, Different Days, di Frances Cornford: nipote di Darwin, socialista, eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, Ida Affleck Graves (The China cupboard and other poems, al numero 5 della serie) e Joan Adeney Easdale (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta una Collection of Poems “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living Poets” editò un secondo libro, Clemence and Clare, nel 1932 – sfinì in oblio – scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A Margaret Thomas fu affidato il compito di redigere An Anthology of Cambridge Women’s Verse (n. 20 della serie); con The King’s Daughter, Vita – l’amata da tutti, la formidabile amante – pubblicò come undicesimo volume della serie.  Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro anni. L’ultimo libro, New Signatures, uscito nel 1932, è un’antologia curata da Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day Lewis. Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha ‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con Transitional Poem (al n. 9); nel ’32 con From Feathers to Iron (al n. 22); l’anno dopo inaugura la “Second Series” della collana con The Magnetic Mountain. Tra i grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole ‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando poesia e prosa, plays e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno William Plomer – esce come decimo volume, con The Family Tree, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming, che gli dedicò, per sdebitarsi, Missione Goldfinger – e Edwin Arlington Robinson, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets” compare con l’orrorifico Cavender’s House, al numero 14 (era il 1930).  I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury; Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile, Robinson Jeffers, che nel 1928 pubblicò uno dei suoi capolavori, Roan Stallion, Tamar and Other Poems (numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con Cawdor (n. 12) e nel 1930 con Dear Judas (n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia ‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io, connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel 1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso. In Italia, piacque ad Andrea Pazienza. La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre – era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro, Work for the Winter, recava la firma di Julian Bell, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva ventinove anni.  L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38 Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione speciale, i suoi grandi libri (Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves…). Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio, un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima; Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy, refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero vivo quando non c’è più – la vitalità non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei fatti. Così, tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale immortale.    L'articolo L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets” proviene da Pangea.
May 14, 2026 / Pangea
Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la lobby intellettuale tedesca
Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est, dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore occidentale della città.  Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz. Dresdner Frauen”, che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato. Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di dicembre 2009. > «Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche > Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure > nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti > di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’” > subirono una seconda proscrizione».  Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della “Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il partito nazista, ndr) poi, sono pronti a giurarlo».  Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a “coscienza critica” della Germania Occidentale:  > «Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una > coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come > Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la > propria appartenenza al partito nazista?».  Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato», rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come lo Stato migliore».  Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta. Vito Punzi *In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022 L'articolo Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la lobby intellettuale tedesca proviene da Pangea.
May 6, 2026 / Pangea
Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo…
Arcicarissimo, iniziavi proprio così le tue epistole quando, immerso per vent’anni nell’avventura della scrittura del romanzo, chiedevi un parere linguistico a qualche tuo amico letterato, o un libro in prestito necessario da consultare per approfondire un dettaglio che non avresti trascurato, o ancora un altro documento da visionare per non lasciare nulla al caso. Perché questo è stato il cantiere de I promessi sposi, un lavoro paziente, amorevole e incessante d’immaginazione, studio, revisione e limatura guidato da un autore incinto – come ti sei definito tu stesso – a cui hanno partecipato, con la tua sollecitazione costante e sempre ironica, decine di persone, dal correttore instancabile al setacciatore di testi, fino al fido consigliere utile per accertare l’utilizzo di un’espressione dialettale, o la preferenza di un aggettivo rispetto a un altro. Ora, all’indomani della pubblicazione di un documento ministeriale che ha messo per iscritto, con la lingua che tu hai contribuito a forgiare, che il tuo romanzo non è più un classico contemporaneo (!) e che, a discrezione del docente, al secondo anno di scuola superiore sarà possibile leggere altri libri “meno complessi” dal punto di vista linguistico, l’arcicarissimo sei tu, Alessandro, che con la tua scrivania feconda sei divenuto un padre nobile della nostra lingua e della nostra Italia migliore. Non sei mai stato l’autore più amato, anzi hai sofferto e soffri di alcuni pregiudizi che nascono già alla prima presa di contatto con il tuo romanzo a scuola: non è facile uscire indenni dal sistema scolastico, e così quel “manzonismo di stato” che fino a ieri ha assegnato la lettura dei Promessi Sposi a ogni quindicenne sui banchi italiani ti ha fatto moralista nella narrazione, noioso nello svolgimento, poco coinvolto emotivamente, responsabile di approfondimenti pesanti sulla peste e in complicate vicende storiche. Ancora, proporti come esempio di edificazione e di etica, o come breviario di buone maniere linguistiche, prestando i tuoi periodi puliti e taglienti a un bel ripasso di analisi del periodo o allo studio delle figure retoriche ti ha imbalsamato, incolpevole, rendendo di te un’immagine opposta rispetto a chi sei. Nascondendo, di fatto, la storia bella, molto bella, che hai scritto e che chi oggi esulta – sui social ma con quelle dinamiche della folla che così bene hai raccontato e psicoanalizzato – non ha mai capito, o forse non è mai riuscito a tradurre in classe, o forse ancora non ha mai letto. Eh sì, perché basta leggerti (proprio in classe!) per volerti bene, a qualsiasi età.Certo non è semplice: leggere il tuo romanzo richiede impegno (ma tu ne hai messo di più) pazienza (niente al confronto della tua), fatica, lungimiranza, coraggio e desiderio: tutte qualità di cui sovrabbondavi, pur essendo umile, inibito dalla tua balbuzie.  E poi perché dovrebbe essere facile leggere I Promessi Sposi? O l’Iliade, o The Waste Land, o la Critica della Ragion Pura, o la fisica quantistica? Facile/difficile è una categoria a cui dar credito per stimare che cosa valga la pena affrontare e proporre? O per accedere o meno alla complessità di cui gli esseri umani sono capaci e, si spera, ancora desiderosi? Davvero, Alessandro arcicarissimo, siamo in un’epoca in cui tutto deve essere accessibile, immediato e chiaro, senza difficoltà alcuna, altrimenti si passa avanti senza colpo ferire: stavolta è toccato a te e alla tua tiritera, che tu chiamavi così canzonandoti, ma qualcuno ti ha preso sul serio.  Eppure voglio dirti, prima di congedarmi, che l’esperimento di leggerti in classe a pieni polmoni non accetta scommesse, perché l’esito è sempre scontato: ogni anno I Promessi Sposi letti in classe danno vita a un lungo dialogo affettivo, culturale, spassoso ed emozionante con il gruppo di studenti che si avvicina, scettico, al romanzo. Ecco perché sei a me arcicarissimo: la tua vita rocambolesca, ma anche pigra, apre a una confidenza particolare, le tue scelte temerarie – un romanzo! Quei protagonisti! il ’600! – stupiscono e ti mostrano come sei, attento e coraggioso; il tuo amore per Enrichetta, per la storia e per i personaggi trasmette umanità e cuore, ma anche l’idea di considerare la statura di una persona non da imprese eccezionali, ma dall’impegno dinanzi a insidie come l’egoismo, le logiche di potere, il conformismo, i falsi ideali, la sopraffazione. E non è poco discuterne in classe. E poi, quando decidi di lasciare senza fiato, come con Cecilia, o nell’ultima pagina, riesci ogni anno a far commuovere un docente in aula in mezzo a una trentina di studenti, mostrando la potenza e la tenerezza della letteratura più alta e più vera. La tua. Tuissimo, Marcello Bramati L'articolo Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo… proviene da Pangea.
April 25, 2026 / Pangea
Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso
La Roman Beat Generation non esiste, da qui partiamo per affermare che è reale. Roma è l’agglomerato imperituro di sogni e simboli, significanti e significati per gli strali delle giornate. Dove sono i romani, le vestali, gli intellettuali? E i poeti, ad amministrare condomini? Gregory non abita più qui – mi dice Claudio Zuccaro – anche lui da tempo se ne è andato. Sta a Testaccio perché lo spirito è vita. Quartieri sbilenchi attendono nuove sopravvivenze. Per ogni chiesa un po’ di cenere, una manciata di nuvole, un nulla dove lasciarsi precipitare. * Il nostro linguaggio è il flusso incontrollato dell’ipermetro. E il libero associazionismo dell’inconscio con superamento del concetto pragmatico di realtà.  La realtà è quello che crediamo che sia. Materici in obliquo rispetto all’oggi intoniamo il canto lirico metropolitano composto da metafisica civica e antilirica efferatezza sotto una brezza da flâneur nella grandeur disimpegnati perché troppo impegnati destrutturati per alleggerire il bagaglio esperienziale mnemonico emotivo. * Molto bene sentire non capire underground per via della metro indie come apache in pillole la poesia è battaglia galattica di sinapsi dinamicità nella corteccia e nei piedi non è statica di accademia non è studio ma immediata esperienza  non è poesia ma è testo in versi semplifichiamo: linguaggio scritto perché siamo insensibili alla sensibilità borghese: non ci riconosciamo nei ruoli. La strada è l’avanguardia, in strada può succedere di tutto.  * «Una volta un fantasma mi ha detto che gli sembravo irreale». Il fantasma amministrava condomini, diceva che la poesia è roba per gente sensibile e ogni volta che valicava il concetto di cultura utilizzava la parola nicchia… Poi ha fatto la rivoluzione interiore, ha seguito il progresso spirituale, ha scritto un paio di cose e si è ritrovato con un taccuino pieno a contemplare il Tevere che scorre sotto Ponte Sisto… per andare più in là e portarsi millenni di storia nel letto assieme ai vocaboli più disparati e giungere alle cascate del linguaggio dove è tutta una Babele di lettere e il pensiero si fa plurimo e fra le onde e le spume il fantasma ha conosciuto la parola amore. * State a casa. Mi raccomando. Oppure fuggite nella seconda casa, se ce l’avete. E scrivete tante poesie, tanto troverete chi le pubblicherà. Io invece esco, sì gli vado incontro qualunque cosa sia… vado a ossigenarmi occhi e palmi e non scriverò niente a meno che non me lo chieda l’airone magico. * Quando non scrivete fate le recensioni, mi raccomando, che poi magari ne fanno una a voi. Io non le scrivo le recensioni, a meno che il karma in un certo momento ‒ quando proprio la giostra di Piazza Navona gira e fa musica e mi rivedo bambino e non posso farne a meno ‒ mi spinga a dire bene sei davanti a Bernini e piove da nuvole beat(e) e puoi sprecare qualche parola per quel libro. I libri sono oggetti d’arte, me l’ha detto un bhikkhu del quartiere Coppedè: non puoi farne vilipendio. * E poi ho intenzione di bere tanta acqua dai nasoni, acqua e aria è una dieta sana, una dieta buona per le parole. Le parole luccicano nell’acqua e all’aria. Non scorticarle. Tieni accesa la torcia nella caverna comoda schermata, lo sai che Dioniso sta dalla parte sbagliata, perciò stai molto attento ai testi giusti. * Poi bisogna allenare bene il fisico per scrivere. Ci vuole una camminata andata e ritorno da Piazza Fiume al Gianicolo, compresa Via Crucis di San Pietro in Montorio e contemplazione del Soratte dalla statua di Garibaldi. I mezzi busti del Gianicolo guardano i mezzi busti del Pincio. E parlano fra loro e le loro parole sono in frequenze sopra Roma, ma se apri il timpano al momento giusto ‒ specie a una precisa ora del pomeriggio, dopo pranzo, appena preso il caffè ‒ puoi sentirle. Sono parole che inondano beat(e). * Sì sì andate in campagna, io resterò con queste querce scalcagnate che indovinano richiami di Esculapio e oche natanti, sì resterò coi platani arrugginiti a imbrunire lungotevere di carità, mentre quello che è andato in campagna mi scrive e poi telefona per dirmi che l’alloco non lo fa dormire, ma io sono troppo impegnato sulla Via dei Fori per rispondere, ho proprio il Palatino davanti che gorgheggia. La lupa non puoi fregarla. La lupa richiede coraggio. O la ami o ti odia, è pur sempre un animale selvaggio. * L’Almone è il terzo fiume segreto, nel flusso sciamanico sostiene che tutto è vacuità, e tra amori chiacchiere e lavori non c’è modo più pulito dell’arte per scherzare con Thanatos. * Devi entrare nello spazio a tuo modo per riempire il tempo civico, allora potrai abitare te stesso stile domus e far uscire i vocaboli del Beato Linguaggio, schioccando le dita, senza prenderti sul serio, frequenza Pincio – frequenza Gianicolo e diventare acqua che scorre. Edoardo Piazza *Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha fissato le “istruzioni per l’uso”, la poetica sghemba, sarà dedicato, in maggio, il primo volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un estro metropolitano, da un orfismo urbano. “Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso” è il manifesto con sarà invasa e assediata l’Urbe dell’editoria italiana. In copertina: la chimera secondo Ulisse Aldrovandi (1522-1605) L'articolo Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso proviene da Pangea.
April 21, 2026 / Pangea
“Indugi contemplativi”. Dizionario letterario Bompiani vs. Wikipedia
Che paradosso: ormai Wikipedia, l’“enciclopedia online, libera e collaborativa” – due aggettivi (libera, collaborativa) che non mi rassicurano affatto – “disponibile in oltre 340 lingue”, è diventata una ‘fonte’. Quando ho cominciato a fare il giornalista – un tempo talmente ubiquo e obliquo che è ora di fare altro – Wikipedia era una specie di sfottò, un’intimidazione. Per fare ricerca, per snocciolare le fonti, si andava in biblioteca – io facevo diverse soste in ‘Sormani’, Milano.  Le cose, poi, con funerea rapidità, cambiano: si sublimano o scollinano nel nulla. Wikipedia è diventata ciò che voleva essere – un’enciclopedia –, con ciclopico stuolo di note, link, bibliografia, apparati. Ormai, la consultiamo tutti. Restano, almeno per me, almeno due problemi di massima. Il primo è l’assertività asettica delle voci. Non c’è stile. E assenza di stile non significa oggettività bensì mancanza di autorevolezza. Il secondo è legato al mezzo. È vero, i link permettono di ‘navigare’ tra le voci dell’enciclopedia digitale – è pur vero che il recinto è quello: angusto, claustrofobico, grigio. Ciò che pareva un oceano si rivela una tinozza.  In altre parole: su Wikipedia trovi ciò che vuoi trovare. Il bello di un’enciclopedia, invece, era che, sfogliando, trovavi quasi sempre ciò che non ti attendevi di trovare. Trovavi il tutt’altro. Era un tuffo nell’inatteso. È vero: l’enciclopedia di carta è molto più piccola di quella digitale, molto meno ‘mobile’, sicuramente statuaria. Eppure, quella zattera pareva un veliero; quella stanza pareva un continente. Esempio. Il Dizionario letterario Bompiani. Stampato tra il 1956 e il 1961, “ideato e diretto” da Valentino Bompiani, coordinato da una serie di “Direttori di sezione” – chessò, Francesco Gabrieli per la Letteratura arabo-persiana, Mario Praz per quella Inglese e Americana, Ettore Lo Gatto per quella Russa e Ceca, Federico Caffè per la sezione Economia – è un vero capolavoro del genere enciclopedico. Il primo tra gli autori catalogati è Jeppe Aakjær, nato “nella Jutlandia… da famiglia contadina rigidamente pietista”, morto nel 1930 “nella sua tenuta di Selling”; l’ultimo è Huldrych Zwingli, il riformatore svizzero. Prima di lui, c’è Stefan Zweig, il grande scrittore viennese: un paragrafo in bello stile – austero ma sentito – ne sigilla l’esistenza: “Nel 1940 emigrò negli Stati Uniti e poi si stabilì in Brasile. Lo spettacolo dell’Europa distrutta, la stanchezza della vita nomade, il crollo d’un mondo fondato sulla cultura e sulla comprensione umana, lo indussero a cercare il riposo nella morte; e insieme con la giovane moglie si uccise”. Ogni voce è siglata – in quest’ultimo caso V.M.V. sta per Vincenzo Maria Villa –, a consegnarci, pur nelle maglie del genere, il genio di una singolarità. L’enciclopedia era, cioè, esempio di ‘bello stile’, testimoniava lo stigma di uno studioso e perfino le sue idiosincrasie. Si entrava nell’agone di un giudizio – si operava nell’opera. Tra Wikipedia e il Dizionario letterario Bompiani c’è la stessa differenza che separa un museo dei calchi e dei ricalchi da una ‘galleria’ d’arte, un corpo morto da anatomizzare da un corpo vivo da conoscere. Così, ad esempio, in questo cammeo dedicato a Walter Pater – magnifico autore del dimenticatissimo Mario l’epicureo – riconosciamo l’eleganza di Praz: > “Le pagine che esaltavano il culto della Bellezza, e insegnavano all’anima a > ‘ardere di un’intensa fiamma gemmea’, impressionarono la nuova generazione… > Tutti i suoi personaggi ànno un’aria di famiglia, e riflettono l’anima dello > scrittore, la cui autorivelazione nel Fanciullo nella casa già pare anticipare > il Proust. Con questa uniformità s’armonizza lo stile, tutto delicate > distinzioni ed eccessivo, carico di aggettivi e di parentesi che gli > conferisce un’aria di preziosa sottigliezza. La morte, per mancamento > cardiaco, chiuse una vita dal ritmo lento, scandito in indugi contemplativi”. In realtà, siamo umani: non c’importa poi troppo della ‘correttezza’, tanto meno della ‘completezza’ – le voci di Wikipedia sono stilate in marmo, non permettono alcuna immersione –, ma verificare la vertigine di un ‘personaggio’. In questo senso, sfogliare il Dizionario letterario è un’avventura, una specie di viaggio nel tempo.  Perché il Dizionario – per sua natura incompiuto e perfino effimero: di ogni ‘dato’ non resterà che pula, della ‘voce’ rimarrà, semmai, la voce dello scriba – completi il suo senso, dev’essere ‘giocato’. Aprirlo a caso, setacciare nomi ignoti, vagabondare nel caos. Ad esempio: P’u Sung-ling, scrittore cinese, “forse di origine mongola”, vissuto nel XVII secolo; “la tradizione lo descrive assorto, a tarda notte, nella sua opera, alla tremula luce di una candela, mentre fuori imperversa l’urlo del vento” (nota di Martino Benedikter, il sinologo che diede ad Einaudi una molto celebre traduzione delle Trecento poesie T’ang). La voce di Alfonsina Storni risuona nello stile di Giuseppe Bellini: > “Si gettò nelle acque del Río de la Plata per porre termine a quell’intimo > dissidio che sentiva opprimente tra le sue aspirazioni di ordine superiore e > la volgarità della vita. Il mare aveva esercitato sempre un’attrazione > singolare sulla poetessa, che lo cantò regno di assoluta pace, immaginando più > di una volta nelle sue liriche se stessa già discesa nella liquida tomba”.  È ad Angelo Maria Ripellino – per dire delle ‘firme’ presenti – che si deve, tra le altre, la nota biografica di Božena Němcová, scrittrice ceca a me altrimenti ignota, vissuta nell’Ottocento, morta poco più che quarantenne. Costretta a sposare un uomo che non amava – e a cui diede quattro figli –, molto intelligente e intelligentemente bella, visse a Praga diversi amori. “Altri uomini entrarono nella sua vita: e da queste fugaci amicizie e avventure tornò sempre con le ali spezzate al grigiore della sua umida casa, alla povera famiglia che si dibatteva in angosciose condizioni finanziarie. Unico suo conforto fu la creazione letteraria”.  Dalla vita – notissima – di Jack London, Nicola D’Agostino ha saputo trarre un formidabile sunto, da giornalista di razza: > “Dai suoi 50 volumi, London ricavò più di un milione di dollari e li spese > tutti: voleva erigersi un castello fantastico, la ‘Casa del Lupo’, che > s’incendiò prima di essere ultimato. Si costruì il più grande e lussuoso ranch > della California e vi ospitò i suoi amici con prodigalità principesca. Nel > 1913 i suoi romanzi erano tradotti in undici lingue ed egli era il più > popolare e il più ricco scrittore del mondo, l’angelo vendicatore per i > poveri, il ribelle a ogni convenzione per i ricchi. In realtà, era un > romantico solitario e tragico in un mondo ostile, che era diventato per lui > un’ossessione”. Il Dizionario delle opere, poi, permette autentiche escursioni borgesiane. Il gioco è il medesimo: aprire a caso per profilare la sagoma della propria corsara, corsiva idiozia. Quanto vorrei leggere il Sagoromo Monogatari– di cui non mi risulta voce Wikipedia –, ad esempio, romanzo giapponese dell’XI secolo che narra le gesta del “generale Sagoromo, nipote prediletto dell’imperatore”; si dice che in quelle pagine “vivissimo è il contrasto tra il dolore e la tristezza che consumano all’interno l’animo dei personaggi e lo sfarzo e il lusso che circondano la loro vita esteriore, apparentemente felice”. L’incipit ‘pittato’ da Giovanni Pioli mi fa venir voglia di sfogliare il De Sapientie di Charles de Bovelles, pubblicato a Parigi nel 1511: > “L’uomo è il centro e l’epilogo dell’universo, riassumendo in sé tutti gli > aspetti della natura: sostanza materiale; vivente; senziente; razionale; e > partecipando dell’accidia della pietra, dell’avidità della pianta, della > lussuria della bestia, dell’intelligenza dell’anima ragionevole”.  Qualcuno ha per caso nella sua biblioteca la traduzione di Zu e le Tavole del destino? Si tratta di un testo assiro che racconta, appunto, del “mito di Zu e del rapimento delle tavole del destino, il possesso delle quali conferisce il supremo potere”. C’è già da ipotizzare un geopolitico fantasy… o un film con assortimento di supereroi. Sconfitto dall’onniscienza, mi consolo sfogliando il Dizionario dei personaggi: tra Clara Peggotty – “la ‘serva dal gran cuore’ dell’epopea borghese dickensiana”, David Copperfield – e Ettore Fieramosca, tra Michele Kohlhaas – dal racconto di Kleist, il cui dilemma è tremendamente attuale: “come un uomo giusto, un ottimo marito e padre di famiglia, un cittadino pacifico e benefico possa, sotto l’azione di una grande ingiustizia, trasformarsi in un brigante omicida e incendiario, rovinoso alla società, alla famiglia, a se stesso” – e Mastro Don Gesualdo, c’è anche Davide, saggio e poeta, senza dubbio, ma soprattutto, “nella sua gioiosa santità, vittima e fautore di delitti e colpe interminabili, vittima di amori incontrastabili, lui stesso spietato e criminale nelle ambizioni” (così il sommo David Turoldo, estensore della voce). Che meraviglia quando erano possibili le imprese insensate, al di là delle economie, per il gusto del bene, dell’esuberanza, del superare stessi – per il gusto di vivere.  *In copertina: Rogier van der Weyden, Uomo che L'articolo “Indugi contemplativi”. Dizionario letterario Bompiani vs. Wikipedia proviene da Pangea.
April 11, 2026 / Pangea
Modesta proposta: voglio la poesia in tivù
Crescono i lettori negli ultimi anni, anche se in confronto ad altre popolazioni europee siamo sempre in posizione scarsa. Nel 2022 l’81% degli svizzeri aveva letto un libro all’anno, mentre gli italiani si fermavano al 35%, solo davanti a Cipro e Romania. La media europea si attestava al 54%. Nel 2025 il 76% degli italiani tra i 15 e i 74 anni, quasi 34 milioni, ha letto (o ascoltato) un libro, almeno in parte. È un numero in aumento del 4% rispetto al 2024. Ma nel 2024 l’editoria italiana di varia ha chiuso in calo dello 0,9%, con vendite complessive di 14,6 milioni in meno dell’anno precedente (come sottolinea un’indagine presentata all’ultimo Salone del Libro di Torino del 2025). Il problema è che si vendono sempre meno libri. E quando qualcosa che dovrebbe interessare tutti non funziona, in un Paese normale il governo cerca dei rimedi, gli istituti della formazione avanzano delle proposte programmatiche, gli operatori del settore propongono nuovi modi di attrarre persone e interessi. In Italia invece ce ne freghiamo: sembra che nessuno sia particolarmente interessato ai libri. * Mercato del libro e mercato del disco Negli ultimi quindici anni è crollato il mercato del disco e del cd. Quasi la totalità della musica è passata dal supporto fisico alle piattaforme. Eppure oggi la musica è più viva che mai, e ha trovato nelle piattaforme lo spazio commerciale, mentre utilizza i mezzi vecchi (radio e tv soprattutto) come super promozione. Secondo recenti dati il fatturato complessivo del mercato discografico italiano è in forte crescita e si è attestato nel 2025 a 513,4 milioni di euro. Nello stesso periodo il fatturato complessivo del mercato editoriale e del libro (che in compenso è calato di -2,4%) è stato di 1.128,8 milioni di euro. Stiamo dunque parlando di oltre il doppio di forza economica da parte del mercato del libro. Eppure la presenza sui media generalisti è sfacciatamente a favore del mercato discografico. * TG1 trap Prendiamo, a solo titolo di esempio, il telegiornale più visto in Italia, il TG1. Ne sono un fruitore quotidiano. Perciò sono informatissimo su Sanremo anche quando non c’è ancora il festival e pure dopo che è finito. Sanremo e la musichetta pop o trap o rap hanno invaso ormai anche il telegiornale degli anziani conservatori. Ogni giorno c’è almeno un servizio su un concerto, una tournée, una nuova canzone, un’intervista sui problemi psicologici di un cantante. Non ho mai sentito un servizio su un poeta, ma solo canzonette. Non quelle dignitose di qualche sapiente artigiano musicale, no! Quelle con suoni tutti uguali, melodie banali, e con le voci “a strascico” che provano a ispirarsi alla trap senza esagerare, per essere “potabili” un po’ per tutti. Dei prodottini di pseudo-musica promossa con una costanza e una diffusione che ha dell’incredibile. Guardando il TG1 ci si può imbattere, almeno due volte a settimana, in qualche intervista a un cantante che parla di sé come fosse un filosofo interprete di chissà quale valore da comunicare. Gente che vede soltanto il proprio ombelico o rilascia dichiarazioni nostalgiche sul mondo attuale, cattivo e senza cuore… Se un alieno piombasse in Italia e guardasse il TG1 penserebbe che una delle cose che occupa maggiormente la vita di un italiano è la musica pop o rap. E che la città più famosa e importante della nazione – la capitale italiana potremmo dire – è Sanremo. * Giovani inattivi e industria libraria I docenti delle scuole sono i peggio pagati in Europa; i teatri sono sempre meno frequentati e anche i cinema non se la passano benissimo. Cos’è che va bene? Le piattaforme musicali e Sanremo. Almeno per ottanta giorni all’anno il TG1 parla di Sanremo. Se qualcuno di questi ottanta giorni fosse regalato alla poesia sarebbe già interessante. Del resto viviamo in un Paese in cui 1,4 milioni di giovani, tra i 15 e i 29 anni non sono occupati e non studiano e non fanno manco un percorso formativo professionale. Secondo dati 2025 questi giovani inattivi costano allo Stato (cioè a noi) 24,5 miliardi di euro. E certo non tutti possono diventare cantanti. Ovvio che non servirà a molto nemmeno leggere un poeta contemporaneo o uno scrittore di racconti. Resta il fatto che se l’industria libraria economicamente vale ancora il doppio di quella discografica, qualcosa questa vecchia industria di cariatidi dovrebbe pur inventarsi per rendere più disponibili le storie raccontate in poesia o in narrativa. * Poesia al TG1 Riguardo invece alla promozione sarebbe auspicabile che, almeno due volte al mese, il TG1 potesse dedicare un bel servizio alla poesia nazionale. Non servirebbe invitare gli autori amici degli amici. Basterebbe fare come si fa con le case discografiche: individuare una quindicina di editori di poesia (sappiamo bene chi sono quelli che hanno collane longeve e dense di ottime proposte) e ogni volta farsi mandare nello studio televisivo un loro autore da presentare. La mia è una modesta proposta che potrebbe qualificare e diffondere maggiormente la lettura e tutto il mercato librario italiano. Alessandro Agostinelli *In copertina: Pier Paolo Pasolini intervistato nella trasmissione “Settimo giorno”, 1974 L'articolo Modesta proposta: voglio la poesia in tivù proviene da Pangea.
April 3, 2026 / Pangea
Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come amministratore di condominio
I cieli, da tempo opalescenza di vampe e fumi, sono ingombri di minacce, l’aria è torbida di veleni e false promesse. Poche inossidabili gole proseguono la gogna di ogni possibile civiltà. Ululano, minacciano, sfoderano l’arroganza tipica dei vili, che non vivono di passioni, ma di ossessioni. Facce imballate nella menzogna, fra botox, epidermidi all’orangina abbrustolite da raggi UVA, smorfie rabbiose, mascelle contratte, sguardi mimetici, e, per qualcuno di loro, quel cipiglio suadente che vuol rassicurare sull’avvento di una giustizia incontaminata, ineluttabile.  Avete mai guardato, a fondo, appena sotto i pori, i volti del potere? Per carità, non intendiamo qui riabilitare Lombroso; vogliamo soltanto osservare l’infezione delle loro facce, maldestramente tamponata con gli espedienti di cui sopra. Se passiamo un dito sopra quei volti finiscono in pus. Il pus di una menzogna che li accomuna tutti, meschini mescitori dei loro ombelichi. Ecco chi sono i vari Trump, Netanyahu, Putin, e tutti gli altri che, come loro, prendono oggi decisioni miliari, mortifere, arrangiano, maneggiano, soppesano, negoziano e poi violano, giocano, berciano, ricattano, vaneggiano, volgarizzano, minacciano, condannano, mistificano, complottano. Ma soprattutto, mentono, mentono e ancora mentono, mentre gravano i cieli di deflagrazioni, la terra di morti, e svaligiano ogni legge del germe sano che ne giustifica il gravoso esistere. Godono, in fin dei conti, di una sicurezza che scaturisce dalla perpetua, periscopica distruzione di un nemico, reale o immaginario che sia, in un girotondo schizofrenico di alleanze e ostilità che mutano al primo colpo di tosse sgradito. I singoli nazionalismi contano ormai poco nella disamina di un declino manifestamente inarrestabile; conta semmai l’amplesso esiziale di potentati che pencolano sul baratro delle personalità narcisistiche, ossessive e tragiche dei loro leaders. Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1740 ca. Ma sono davvero loro, i capi di stato, i soli responsabili della suppurazione che sta colpendo i paesi che essi governano, con ogni conseguenza in ambito internazionale? Non ne siamo convinti. Come potremmo, del resto, accusare il potere di essere se stesso, di prestarsi alle storture e alle perversioni che gli sono connaturate? Come possiamo evitare l’eterna trappola di Tucidide? Non sono i potenti i soli responsabili cui augurare una pena commisurata a ognuna di quelle decisioni che – ormai è innegabile – stanno conducendo allo stravolgimento dell’ordine mondiale, per come avevamo imparato a conoscerlo, almeno dalla pace di Westfalia in poi. Altrettanto responsabili, e senz’altro più vili, sono coloro che dovrebbero orientare e combattere il fatale deragliamento verso il quale siamo avviati. I più vili, i più deresponsabilizzati – e dunque i colpevolmente inutili – sono gli intellettuali contemporanei, o quel che di loro rimane.  Coloro che furono un tempo i sacerdoti della ragione, latori di ideali alieni a interessi personalistici e a vanità egotiche, coloro che, idealmente, avrebbero dovuto allearsi alle masse, orientandone e riordinandone le istanze (per natura destrutturate e ferine), coloro che furono i promotori di valori supremi, speculatori di un’educazione universale, di una società ideale, di certo talvolta ibridi nell’affiancarsi al potere, fra cortigianeria e indipendenza, ma quasi sempre capaci – per citare Lucien Herr – “di anteporre il diritto e un ideale di giustizia ai loro interessi personali, ai loro istinti naturali e ai loro egoismi di gruppo”, ecco, dove sono oggi costoro? Dove si riuniscono, se si riuniscono, di cosa dibattono? Hanno ancora un ruolo nell’influenzare una possibile “guerra di posizione” (per dirla nel senso traslato del sempre comodo Gramsci)? Noi, purtroppo, non li vediamo. Non li vediamo nelle redazioni dei giornali, longa manus sciatta e funambolica dei partiti che rappresentano; non li vediamo nelle università e nelle scuole, anch’esse ormai scleroticamente politicizzate. Non li vediamo nelle redazioni delle case editrici, asservite – e come rimproverarlo loro? – a bilanci gravemente deficitari. Insomma, dove sono? Si riuniscono forse clandestinamente in qualche scantinato per discutere di un cambiamento giusto, per indurre la politica o noi partecipanti di una massa sempre più (dis)informata e meno colta, a esigere quel cambiamento?  No, non stanno nemmeno in uno scantinato, a meno che non sia provvisto di una connessione wifi.  Perché, invero, i cenacoli fumosi d’antan, le redazioni, le università e le scuole sono stati oggi rimpiazzati da una pluralità di condomìni virtuali – oggi chiccosamente definiti “bolle social” –, i cui amministratori, in perpetua competizione fra loro, sono gli avatar dei maîtres à penser di un altro secolo. Ecco, ci pare di poter dire, senza timor d’eresia, che gli intellettuali odierni sono amministratori di condominio.  Harry Willson Watrous, La perditempo, 1914 Alcuni si limitano al condominio facebookiano, altri, grafomani e più disciplinati, hanno una pagina sulla piattaforma Substack, spesso a pagamento, così guadagnano due soldini che fanno sempre comodo. Quando si stancano di gestire la bolla, o non trovano abbastanza prestigioso farlo, firmano qualche articolessa per giornali molto in voga fra lettori che confondono cultura con citazionismo, e scambiano un’analisi teorica per una fonte documentale, sulla quale poi edificano convinzioni da rivendere, di bolla in bolla, con la bava alla bocca. Bene, ma cosa fanno, concretamente, questi intellettuali condominiali? Come esercitano il loro ruolo? Come influenzano la società e il pensiero dei potentati? Quali sono le loro battaglie? In favore o contro chi si schierano? È tempo che li osserviamo e dobbiamo dirlo: siamo costernati.  Anche coloro ai quali riconosciamo una certa arguzia di pensiero, peraltro supportata da conoscenze teoriche formidabili, anche loro, alla prova dei fatti, sono inutili come un paio d’occhiali messi sul naso di un cieco inoperabile. Trascorrono le giornate scrivendo almeno un post al giorno, spesso anche due o tre, sorta di “circolari condominiali”, in cui passano agilmente dalla pubblicità del loro ultimo libro, o del loro intervento sulle recenti frontiere pornofemministe, si concedono qualche rutto qua e là sul delitto modaiolo di turno (Garlasco vince su tutti), irridono flottillas e manifestazioni di pace, distribuiscono patenti, a casaccio e in alternanza, di antisemitismo, di terrorismo, di nazismo, di fascismo, di revanscismo, di inclusivismo, di rossobrunismo, di ismoebasta, a politici, istituzioni e personaggi pubblici che non riscontrano il loro gradimento, contabilizzano morti, sentenziano, insultano e disprezzano i loro condòmini, oppure li ignorano olimpicamente, propinano quotidie una mescolanza di elucubrazioni su politica interna e internazionale, tutte deliziosamente e irrimediabilmente eteree, dunque inani; ma soprattutto non ci fanno mai mancare prove muscolari di citazionismo, quasi sempre di stampo novecentesco, il quale, ne siamo certi, scatena erotici sussulti in qualche attempato accademico e nei bibliofili patologici (chissà perché il Novecento fa sempre questo effetto).  I loro nomi si confondono nella caligine di un ultracrepidarismo ridicolo, che vive e si autoalimenta fra lampi di vanità e intemerate sprezzanti, in un agone inconsistente come quello virtuale. Peccato che le loro parole siano destinate a svanire al primo (auspicato) attacco informatico che getterà nella notte eterna questi contenitori digitali incrostati di un venefico Nulla. O, molto più probabilmente, svaporeranno ancor prima, quando gli accreditati di oggi saranno rimpiazzati dagli accreditati di domani, più performanti in termini di intrattenimento, o da qualche intelligenza artificiale che batterà in citazionismo anche quelli fra loro affetti da ipermnesia. Un volumetto edito da Treccani un paio d’anni fa, ci permette di rileggere alcuni interventi di Zygmunt Bauman, risalenti alla fine degli anni Novanta e relativi al ruolo dell’intellettuale. In un passaggio, il sociologo polacco evoca lo scrittore George Steiner e la sua teoria secondo cui il mercato promuove una cultura di “massimo impatto e di obsolescenza istantanea”, la quale diventa “un casinò cosmico” (espressione sempre di Steiner), in cui “si giocano solo giochi retorici” (addendum di Bauman).  Già alla fine degli anni Novanta, il sociologo evidenziava l’avvicendarsi di mode e tendenze culturali, la labilità dell’attenzione dei fruitori della cultura, l’appiattimento della dimensione storica a un “eterno presente”. E affermava: > “A volte questi [n.d.r.: i giochi retorici di cui sopra] possono avere un > significato profondo, ma per poter essere giocati in pubblico e avere almeno > una parvenza di impatto devono sempre essere divertenti, devono avere un > ‘valore di intrattenimento’ per poter catturare, sia pure per un breve > istante, l’attenzione del pubblico. «Un individuo esiste solo nella misura in > cui gli altri parlano di lui: lo lodano, lo citano, lo criticano, lo > diffamano, lo deridono ecc.» (Debray, 1979, p. 168). La fama è stata > rimpiazzata dalla notorietà: non un ponderato riconoscimento per i risultati > conseguiti, il ripagamento di un debito per i servizi resi alla causa > pubblica, ma il fatto di imporsi con ogni mezzo a disposizione all’attenzione > del pubblico. Se gli intellettuali annoveravano sé stessi tra la minoranza > scelta che poteva rivendicare uno speciale diritto alla fama, essi non possono > rivendicare alcun diritto privilegiato alla notorietà. Al contrario le > tradizionali attività degli intellettuali – principale causa della loro gloria > passata – non si prestano a essere esibite davanti agli occhi del pubblico né > a riscuotere un applauso immediato. Quando la notorietà anziché la fama > diventa il criterio dell’influenza pubblica, gli intellettuali si trovano in > competizione con i campioni sportivi, le pop stars, i vincitori di lotterie, i > terroristi e i serial killers. In questa competizione non hanno molte speranze > di vincere, ma per gareggiare devono giocare il gioco della notorietà > seguendone le regole, ossia adeguando la propria attività al principio di > «massimo impatto e di obsolescenza istantanea». La giustezza o la verità delle > idee sono sempre più irrilevanti come richiamo nei confronti dell’attenzione > pubblica; ciò che conta sono le loro ripercussioni, la quantità di tempo e di > spazio che a esse dedicano i media, e ciò dipende principalmente dal loro > “valore di intrattenimento”. Ma l’intrattenimento, ahinoi, è un lusso imbelle, non ha alcuna influenza a livello politico, e nemmeno nell’orientamento delle masse, ormai volubilissime, poiché viziate da innumerevoli e sempre nuove offerte culturali (di vaglia più o meno comprovata, s’intende). E i potentati ne sono consci. Per questo ci lasciano scrollare compulsivamente facebook, si divertono a vederci leggere e commentare i Soloni di turno che amministrano le varie bolle condominiali: in fondo, noi siamo gratificati poiché ci sentiamo parte di una presunta cultura elitaria, loro, i governanti, continuano ad agire indisturbati, giacché qualche saltuario ronzio nelle orecchie causato da un intellettuale che si contorce stizzito sul proprio canapé è, in fin dei conti, uno scotto sopportabile. Niente di nuovo sotto il sole, starete pensando.  Dopo tutto, quella creatura proteiforme, tanto amata, temuta e disprezzata – che, almeno dall’affaire Dreyfus in poi, abbiamo cominciato a chiamare intellettuale – si è sempre mossa sulle sabbie mobili, vittima di un’ambiguità e di un’impotenza irriducibili. Noi, invece, che non siamo altro che spaesati osservatori di passaggio, di irriducibile abbiamo soltanto la predisposizione a un infantile romanticismo. Per tale ragione, questi disperati intellettuali contemporanei, preferiamo immaginarceli giocare sul selciato dell’infanzia, quando le sole bolle che conoscevano, non erano quelle virtuali, ma quelle di sapone.  Un destino crudele, il loro, dall’inizio alla fine. Maura Baldini *In copertina: Hendrick Goltzius, Quis evadet?, 1594, incisione L'articolo Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come amministratore di condominio proviene da Pangea.
March 17, 2026 / Pangea