"Intelligente? Artificiale? Un approccio critico alle Linee Guida del MIM" è il
titolo del corso di formazione che si terrà lunedì 18 maggio 2026 a Napoli. In
programma un keynote con Richard Stallman e nel pomeriggio laboratori di
Pedagogia Hacker a cura di C.I.R.C.E.
Qui il programma completo dell'evento, per iscriversi compilare il form
all'indirizzo https://iscrizioni-na.vado.li.
Tag - scuola
Arcicarissimo,
iniziavi proprio così le tue epistole quando, immerso per vent’anni
nell’avventura della scrittura del romanzo, chiedevi un parere linguistico a
qualche tuo amico letterato, o un libro in prestito necessario da consultare per
approfondire un dettaglio che non avresti trascurato, o ancora un altro
documento da visionare per non lasciare nulla al caso. Perché questo è stato il
cantiere de I promessi sposi, un lavoro paziente, amorevole e incessante
d’immaginazione, studio, revisione e limatura guidato da un autore incinto –
come ti sei definito tu stesso – a cui hanno partecipato, con la tua
sollecitazione costante e sempre ironica, decine di persone, dal correttore
instancabile al setacciatore di testi, fino al fido consigliere utile per
accertare l’utilizzo di un’espressione dialettale, o la preferenza di un
aggettivo rispetto a un altro. Ora, all’indomani della pubblicazione di un
documento ministeriale che ha messo per iscritto, con la lingua che tu hai
contribuito a forgiare, che il tuo romanzo non è più un classico contemporaneo
(!) e che, a discrezione del docente, al secondo anno di scuola superiore sarà
possibile leggere altri libri “meno complessi” dal punto di vista linguistico,
l’arcicarissimo sei tu, Alessandro, che con la tua scrivania feconda sei
divenuto un padre nobile della nostra lingua e della nostra Italia migliore.
Non sei mai stato l’autore più amato, anzi hai sofferto e soffri di alcuni
pregiudizi che nascono già alla prima presa di contatto con il tuo romanzo a
scuola: non è facile uscire indenni dal sistema scolastico, e così quel
“manzonismo di stato” che fino a ieri ha assegnato la lettura dei Promessi
Sposi a ogni quindicenne sui banchi italiani ti ha fatto moralista nella
narrazione, noioso nello svolgimento, poco coinvolto emotivamente, responsabile
di approfondimenti pesanti sulla peste e in complicate vicende storiche. Ancora,
proporti come esempio di edificazione e di etica, o come breviario di buone
maniere linguistiche, prestando i tuoi periodi puliti e taglienti a un bel
ripasso di analisi del periodo o allo studio delle figure retoriche ti ha
imbalsamato, incolpevole, rendendo di te un’immagine opposta rispetto a chi
sei. Nascondendo, di fatto, la storia bella, molto bella, che hai scritto e che
chi oggi esulta – sui social ma con quelle dinamiche della folla che così bene
hai raccontato e psicoanalizzato – non ha mai capito, o forse non è mai riuscito
a tradurre in classe, o forse ancora non ha mai letto. Eh sì, perché basta
leggerti (proprio in classe!) per volerti bene, a qualsiasi età.Certo non è
semplice: leggere il tuo romanzo richiede impegno (ma tu ne hai messo di più)
pazienza (niente al confronto della tua), fatica, lungimiranza, coraggio e
desiderio: tutte qualità di cui sovrabbondavi, pur essendo umile, inibito dalla
tua balbuzie.
E poi perché dovrebbe essere facile leggere I Promessi Sposi? O l’Iliade, o The
Waste Land, o la Critica della Ragion Pura, o la fisica
quantistica? Facile/difficile è una categoria a cui dar credito per stimare che
cosa valga la pena affrontare e proporre? O per accedere o meno alla complessità
di cui gli esseri umani sono capaci e, si spera, ancora desiderosi? Davvero,
Alessandro arcicarissimo, siamo in un’epoca in cui tutto deve essere
accessibile, immediato e chiaro, senza difficoltà alcuna, altrimenti si passa
avanti senza colpo ferire: stavolta è toccato a te e alla tua tiritera, che tu
chiamavi così canzonandoti, ma qualcuno ti ha preso sul serio.
Eppure voglio dirti, prima di congedarmi, che l’esperimento di leggerti in
classe a pieni polmoni non accetta scommesse, perché l’esito è sempre scontato:
ogni anno I Promessi Sposi letti in classe danno vita a un lungo dialogo
affettivo, culturale, spassoso ed emozionante con il gruppo di studenti che si
avvicina, scettico, al romanzo. Ecco perché sei a me arcicarissimo: la tua vita
rocambolesca, ma anche pigra, apre a una confidenza particolare, le tue scelte
temerarie – un romanzo! Quei protagonisti! il ’600! – stupiscono e ti mostrano
come sei, attento e coraggioso; il tuo amore per Enrichetta, per la storia e per
i personaggi trasmette umanità e cuore, ma anche l’idea di considerare la
statura di una persona non da imprese eccezionali, ma dall’impegno dinanzi a
insidie come l’egoismo, le logiche di potere, il conformismo, i falsi ideali, la
sopraffazione. E non è poco discuterne in classe. E poi, quando decidi di
lasciare senza fiato, come con Cecilia, o nell’ultima pagina, riesci ogni anno a
far commuovere un docente in aula in mezzo a una trentina di studenti, mostrando
la potenza e la tenerezza della letteratura più alta e più vera. La tua.
Tuissimo,
Marcello Bramati
L'articolo Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non
sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo… proviene
da Pangea.
A proposito dell'annosa questione di vietare i social ai minori... Ecco un
nostro intervento su Editoriale Domani dal titolo "Società violenta e adulti
incoscienti, perché vietare i social è un’illusione."
Gli ultimi fatti di cronaca rilanciano anche in Italia l’idea di vietare i
social ai minori, altri paesi si sono già mossi in questo senso. La tossicità
dei social è certificata dagli studi e recentemente anche dai tribunali. Ma il
proibizionismo è la soluzione? Non possono esistere relazioni virtuose con i
mezzi digitali in una società che esalta la violenza e l’oppressione
sistemica...
Leggi tutto l'articolo su EditorialeDomani.
Il mondo digitale centralizzato in mano alle Big Tech solleva sfide sociali,
etiche e ambientali: è tecnologia del dominio e strumento della guerra del XXI
secolo.
Ma esiste un’alternativa conviviale? Esistono tecnologie digitali aperte,
comunitarie, decentrate e interoperabili? Esiste una “bicicletta digitale”?
Venerdi 10 Aprile ore 17.00-19.30 a Torino laboratorio di pedagogia hacker
presso il Centro Sereno Regis di via Garibaldi 13, Torino
Per info e iscrizioni qui
"Intelligente? Artificiale? Un approccio critico alle Linee Guida del MIM" è il
titolo del corso di formazione che si terrà lunedì 16 marzo 2026 a Cagliari. In
programma un keynote con Richard Stallman (fondatore della Free Software
Foundation).
Il corso di formazione in servizio "Intelligente? Artificiale? Un approccio
critico alle Linee Guida del MIM" è organizzato dal CESP Cagliari e dal CESP
Palermo e vede la partecipazione, tra gli altri, di Stefano Borroni Barale di
CIRCE oltre che del fondatore della Free Software Foundation Richard Stallman.
Organizzato nell’ambito dell’Open Education Week 2026.
Nella prima parte del webinar Jonathan Poritz, accademico alternativo da sempre
attivo nel mondo Open, esplorerà i punti di contatto tra i movimenti Open
Education e Software Libero e cercherà di trarre qualche lezione utile per
promuovere approcci Open nei sistemi educativi, in Italia e oltre. Nella seconda
parte, Italo Vignoli rifletterà su come l’utilizzo di software open come Libre
Office possa rappresentare non solo una soluzione pratica a molti dei problemi
tecnici e legali ai quali troppo spesso non si pensa, ma anche una presa di
posizione che può contribuire a cambiare la mentalità di chi opera nella scuola
e nell’università italiana.
Link per il collegamento qui
Maggiori informazioni qui
L’occupazione va avanti ormai da tre giorni e il liceo in cui insegno — un
edificio di fine anni Sessanta, grigio e rosso scuro, incastrato al limitare del
quartiere Isola, quello di Niguarda e viale Jenner — sembra quasi un animale che
muta umore al passare delle mezze giornate. Ogni piano ha una storia diversa: un
gruppo discute di diritti civili, due classi suonano senza sosta, qualcuno cerca
un proiettore introvabile mentre qualcun altro scrive slogan con pennarelli
colorati e mezzi scarichi; c’è poi sempre chi attraversa il corridoio a passo
svelto con la testa bassa sul telefono o chi, seduto sulle piastrelle
dell’atrio, gioca a carte per ingannare l’attesa bevendo un succo confezione
famiglia. Girando per la scuola capita che al brusio della vita in corridoio si
sostituisca un silenzio da edificio deserto carico dell’odore di sigarette e di
marijuana che aleggia lontano dalle finestre socchiuse; ma basta un niente, una
porta che sbatte, una cassa che riparte in lontananza, perché l’edificio torni a
vibrare con il suo ritmo insolito di questi giorni.
Da due mattine le giornate passano così. Oggi decido di salire ai piani non
coinvolti dalle attività degli studenti, nell’aula che mi spetta a quell’ora,
nella speranza — poco convinta — di trovare almeno uno spazio che somigli a un
riparo o un’isola dove potermi concentrare. Guardo l’orologio a muro in sala
docenti e deduco che devo andare in 2E. Non ne sono entusiasta, perché so che
quell’aula non è mai ben riscaldata: i termosifoni funzionano a singhiozzo e il
freddo si insinua sotto i pantaloni, tanto che a fine ora ci si ritrova spesso
intirizziti, tranne i pochi accalcati intorno all’unico calorifero che irradia
un caldo beffardo, inutile per tutti ma insopportabile e fastidioso per chi gli
è addosso. Sono vestito come mi pare di esserlo tutti i giorni: camicia, oggi
bianca, maglione, oggi verde scuro, sneakers, sempre bianche; ho con me lo zaino
con il laptop, la Moleskine chiusa dal suo elastico nero, qualche foglio per gli
appunti e un pacco di compiti da correggere, l’iPhone tra la tasca e la mano, in
continuazione.
Fuori, Milano è ingrigita da una pioggia non battente ma ostinata, una di quelle
che fanno sembrare tutto più pesante e fanno camminare i passanti in fretta, in
fuga; qualcuno dice che forse nevicherà, anche se in realtà non avrebbe dovuto
nemmeno piovere. Le auto sollevano schizzi passando sulle pozzanghere, e su
alcuni balconi si intravedono già delle luminare accese, destinate più a
rispettare una scadenza commerciale sempre anticipata che a evocare un
sentimento reale; sono luci che non aggiungono nulla e non scaldano. Il Natale
non è ancora nei pensieri di nessuno e non sono questi promemoria coercitivi a
regalare un anticipo di festa: a Milano lo spirito natalizio – come si misura
ormai? corsa ai regali? voglia di rallentare? – arriverà solo più tardi, con
Sant’Ambrogio, i mercatini, il vin brulé e la Prima della Scala, fino ai nuovi
riti più prosaici del Black Friday o della prima sciata di stagione.
Io sento ogni anno la stessa nostalgia: come se il Natale restasse sempre un po’
sfocato da adulti, come un’immagine che ricordavo più nitida, e invece
sfugge. Forse per questo, da anni, provo a scrivere un racconto di Natale, e
ogni volta fallisco, ma puntualmente ci riprovo, perché ho sempre amato leggere
storie ambientate a Natale, così come mi piace ora raccontarle agli studenti,
stupirli con la proposta di letture natalizie senza un compito allegato, senza
un riassunto cui pensare o un’analisi da studiare, sperando persino di poter
dare loro un argomento di conversazione per le feste, o una buona idea regalo:
un libro di un autore che è piaciuto, un guizzo letterario. Certo che conoscere
i racconti, leggerli e proporli è una cosa, scriverli è un altro mestiere, e il
paradosso è che non si possono scrivere a dicembre: i racconti di Natale nascono
altrove, in estate, o in un giorno qualunque, quando non ci pensi e forse non ne
senti nemmeno il bisogno. Poi, a dicembre improvvisamente vengono buoni. Tutti,
tranne quello mio che non c’è mai. Così, mentre salgo al secondo piano, penso
che forse questo venti novembre, in una scuola occupata, lontano da tutto ciò
che ricorda una festa, potrebbe essere il momento giusto per provarci di nuovo.
Apro la porta della 2E, contando di trovarla deserta. L’aula è immersa in una
penombra irregolare: la veneziana accanto alla cattedra è ancora rotta e lascia
intravedere un pezzo di Milano con i tetti bagnati, gli alberi ormai spogli e le
automobili che si confondono tra quelle parcheggiate e quelle intrappolate nel
traffico. Faccio un passo, accendo la luce cercando con le dita il pulsante alla
parete e mi blocco, colpito da una presenza che non so spiegare. Tra i banchi
più lontani dai vetri, alla mia sinistra, una donna minuta indossa un vestito
che sembra uscito da un ricordo troppo vivido perché sia immaginato, un vestito
semplice con un grembiule sottile, e tiene tra le mani una torta avvolta in un
panno, pronta per essere spedita “a qualche sconosciuto che ne ha bisogno” – mi
dice, terminando con parole sue un mio pensiero. La riconosco: è Sook, leggo
sempre di lei; è la cugina di Truman Capote, la protagonista del suo racconto di
Natale più bello. Mi sorride, e il suo sorriso sembra sciogliere un poco il
freddo dell’aula. Accanto a lei, seduto su un banco, Paul Auster fa girare una
moneta tra le dita, facendola brillare sotto il neon che tremola per un attimo
sopra di noi; mi osserva con la sua calma che sa di storie infinite e mormora
che «è tutto un trucco, ma a Natale i trucchi contano», come se stesse citando
il suo stesso racconto mentre lo vive. Dietro, quasi nascosto nell’ombra, un
vecchio con la barba sfoglia un registro di classe come fosse un libro mastro
capace di contenere ogni bilancio morale del mondo: non è Charles Dickens, ma il
suo Scrooge, il primo, quello rigido, il più umano e il meno redento,
semitrasparente come se l’aula stessa lo consumasse. E poi vedo oltre questi
tre: contro il muro, appoggiata senza custodia, c’è una chitarra acustica.
Accanto a essa, con le mani infilate nelle tasche del cappotto e una sigaretta
spenta tra le dita, c’è Francesco De Gregori. Porta degli occhiali con le lenti
sfumate, il volto è segnato da una barba bianco-rossiccia curata e se ne sta lì
con la naturalezza di chi stava aspettando di parlare. Si stacca dal muro e mi
saluta con un “Ohé professore” appena accennato, “stiamo provando un racconto di
Natale”, e aggiunge che siccome a me non riesce mai, sono venuti loro a darmi
una mano. Poi si volta verso la finestra e aggiunge, quasi tra sé e sé, che
certe storie non vogliono essere scritte nel momento giusto, ma compaiono quando
meno te lo aspetti. “Quello che non so, lo so cantare – ricordi?”
Ed è mentre lui si sposta che, dietro la sua figura, vedo un bambino: magro, gli
occhi scuri, le scarpe fradicie, la felpa troppo leggera per il gelo di quella
mattina, lo zaino che gli scivola dalla spalla. Non ha nulla del fantasma o del
personaggio inventato: è proprio un bambino, troppo giovane perché sia uno dei
miei studenti, ma allo stesso tempo sembra somigliare a tanti di loro. Per un
attimo mi sembra di riconoscere chi di solito siede dove sta lui ora, un attimo
dopo è un bambino di Gaza con gli arti mutilati, poi me stesso da piccolo, poi
mio figlio, poi mia figlia, e infine uno sconosciuto che potrei avere incrociato
per strada senza mai accorgermene. Questo bambino, penso, è tutti e nessuno, ed
è lì: è un prisma vivente che rimanda il volto del mondo attraverso le sue
sfaccettature e le sue crepe, e forse è proprio questo scorgerlo che rende il
Natale possibile. Lo guardo e lui mi dice soltanto “sto aspettando”, e quando
gli chiedo che cosa aspetti, risponde “tutto”, come se quel tutto comprendesse
anche la sua storia taciuta, il suo Natale mai raccontato. A quel punto De
Gregori, in piedi dietro di lui, gli appoggia una mano sulla spalla e mi indica
il bambino con un semplice cenno del mento e del viso, un gesto quasi
impercettibile e chiarissimo. È lui – sembra dirmi – è lui il tuo Natale. E in
quell’attimo mi torna in mente che proprio in quella stessa aula, un anno prima,
quando era la 5C, avevo letto e raccontato agli studenti Capote, Auster,
Dickens, Andersen e O. Henry, e dopo di loro avevo fatto ascoltare tre brani
natalizi di Francesco De Gregori, evocandoli tutti con l’entusiasmo che mi
prende sempre quando parlo dei racconti di Natale che amo, e che ogni anno provo
a scriverne uno senza riuscirci. Ora tutti gli autori e le loro storie sono
davanti a me, e a me tocca.
Dal corridoio arrivano voci, passi, il rumore di un banco trascinato: qualcuno
forse sta per entrare. Dentro di me cresce una certezza limpida, quasi
incontestabile, che ciò che sto vivendo non può svanire soltanto perché un
rumore interrompe la quiete. Chiudo la porta con naturalezza e decisione
insieme, difendendo questo istante fragile come si proteggerebbe il segreto di
Babbo Natale ai figli che, diventando grandi, iniziano a fare domande
difficili. Quando mi volto di nuovo, gli autori e i personaggi sembrano ancora
lì, ma più luminosi e più leggeri, come se stessero concedendo a me — e solo a
me — la possibilità di trattenere ciò che serve davvero per scrivere, mentre il
resto può dissolversi senza rumore. Il bambino, però, rimane immobile: è
presente come un banco, reale come una domanda cui non si può sfuggire.
«Lo scrivi?» chiede, e la sua voce ha qualcosa di gentile e insieme
irrevocabile, come se la domanda non fosse rivolta soltanto a me, ma anche a
tutte le versioni di lui che ho intravisto un istante prima.
Poso lo zaino, apro l’agenda, accendo il laptop, sento la penna tra le dita:
sembra tutto pronto, come se questo momento non fosse solo un incontro inatteso,
ma la soglia che cercavo da anni. Intuisco ora che il Natale, prima ancora di
essere una festa, è una ricerca ostinata di bellezza e di verità, un tentativo
di ritrovarsi in uno sguardo verso l’altro, un modo per tornare al punto in cui
tutto è nuovo e possibile.
Sì, lo scriverò: lo scriverò perché è già qui, perché è già accaduto, perché il
racconto nasce proprio adesso, in quest’aula fredda e in una scuola
occupata, dove un bambino che porta dentro di sé tutti i natali del mondo mi
guarda in attesa e mi concede la possibilità di trasformare questa attesa in
parole.
Il Natale, comprendo qui e ora, non è un luogo, né una data: il Natale è un
bambino da proteggere e che salva, da aiutare e che cura, da sfamare e che
nutre, da educare e che insegna.
Il Natale è bambino.
E allora sì: il racconto sta arrivando. Finalmente.
Marcello Bramati
*Marcello Bramati ha pubblicato, tra l’altro, “Leggere per piacere” (Sperling &
Kupfer, 2017) e “L’ultimo miglio. Motivi e modi per accogliere i cantautori
nella letteratura e in classe” (Mimesis, 2024). Insegna, ha due lauree.
**In copertina e nel testo: opere di Mervyn Peake (1911-1968)
L'articolo Classe II E. Un racconto di Natale (con Capote, Scrooge e De Gregori)
proviene da Pangea.
Martedì 16 novembre si è tenuto a Torino e, contemporaneamente, in streaming il
lancio della campagna “I.A., basta!” pensato dai sindacati di base, in
collaborazione con l’associazione “Agorà 33 – La nostra scuola”, per «resistere
all'adozione frettolosa e acritica delle intelligenze artificiali centralizzate
imposte da Big Tech, come ChatGpt e Gemini», in risposta all’appello di alcuni
docenti.
Lo scopo principale della campagna è far partire un dibattito che latita
dall’inizio della “transizione digitale”, incentivata dai vari round di
finanziamenti Pnrr Scuola. Fino a ora, infatti, si è sempre sentito parlare di
“intelligenza artificiale”, strettamente al singolare, sottintendendo con questo
che l’unica opzione per la scuola sia accettare “a scatola chiusa” le soluzioni
delle Big Tech, oppure rigettare in toto la tecnologia alla maniera degli Amish.
Non esiste una sola intelligenza artificiale
Fin dalla prima sperimentazione, lanciata all’inizio dello scorso anno
scolastico, il ministero dell’Istruzione e del Merito sembra muoversi in accordo
al grido di battaglia che fu di Margaret Thatcher: «Non ci sono alternative»! La
sperimentazione, partita in 15 su 8254 scuole del paese utilizzando
esclusivamente prodotti Google e Microsoft, non è ancora terminata e già il
Ministero ha fatto un altro possente balzo in avanti: a settembre ha presentato
le “Linee guida per l’introduzione dell’I.A. nella scuola”.
A partire dal titolo del documento, emerge in maniera chiara una visione
rigidamente determinista: l’intelligenza artificiale è una, quella venduta da
Big Tech (OpenAi, Google, Meta, Microsoft, Anthropic), non ci sono discussioni.
Articolo completo qui
Martedì 16 novembre si è tenuto a Torino e, contemporaneamente, in streaming il
lancio della campagna “I.A., basta!” pensato dai sindacati di base, in
collaborazione con l’associazione “Agorà 33 – La nostra scuola”, per «resistere
all'adozione frettolosa e acritica delle intelligenze artificiali centralizzate
imposte da Big Tech, come ChatGpt e Gemini», in risposta all’appello di alcuni
docenti.
Lo scopo principale della campagna è far partire un dibattito che latita
dall’inizio della “transizione digitale”, incentivata dai vari round di
finanziamenti Pnrr Scuola. Fino a ora, infatti, si è sempre sentito parlare di
“intelligenza artificiale”, strettamente al singolare, sottintendendo con questo
che l’unica opzione per la scuola sia accettare “a scatola chiusa” le soluzioni
delle Big Tech, oppure rigettare in toto la tecnologia alla maniera degli Amish.
Non esiste una sola intelligenza artificiale
Fin dalla prima sperimentazione, lanciata all’inizio dello scorso anno
scolastico, il ministero dell’Istruzione e del Merito sembra muoversi in accordo
al grido di battaglia che fu di Margaret Thatcher: «Non ci sono alternative»! La
sperimentazione, partita in 15 su 8254 scuole del paese utilizzando
esclusivamente prodotti Google e Microsoft, non è ancora terminata e già il
Ministero ha fatto un altro possente balzo in avanti: a settembre ha presentato
le “Linee guida per l’introduzione dell’I.A. nella scuola”.
A partire dal titolo del documento, emerge in maniera chiara una visione
rigidamente determinista: l’intelligenza artificiale è una, quella venduta da
Big Tech (OpenAi, Google, Meta, Microsoft, Anthropic), non ci sono discussioni.
Articolo completo qui
Ub Scuola Università e Ricerca (Piemonte), insieme a Cobas Sicilia, Cobas Veneto
e Cobas Umbria aderiscono all'appello di un gruppo di docenti italiani dopo il
varo, da parte del Ministero dell'Istruzione e del Merito, delle linee guida per
l'introduzione dell'intelligenza artificiale a scuola.
L'appello invita a "resistere all'adozione frettolosa ed acritica delle
intelligenze artificiali centralizzate imposte da Big Tech, come ChatGPT e
Gemini.
Il ministero pretende che questi software siano in grado di svolgere il ruolo di
"tutor per l'apprendimento personalizzato", tacendo sul fatto che forniscono
informazioni verosimili, ma false.
All'appello hanno già aderito diverse personalità storicamente attive nel
movimento per il software libero, quali il prof. A.R. Meo, presidente di Assoli
(ASsociazione per il SOftware LIbero www.softwarelibero.it).
Il 16 dicembre alle ore 14.30 presso la sede CUB SUR in corso Marconi 34 a
Torino e online su http://lancio.vado.li si terrà una conferenza per spiegare
obiettivi e tempistiche della campagna.
Maggiori informazioni e rassegna stampa sono reperibili sul sito della campagna:
http://iabasta.ghost.io
Fonte Ansa