D’accordo, trattavasi di messinscena riproposta nella sua essenzialità allo
Sferisterio di Macerata dopo soli tredici anni. D’accordo, la resa musicale e
canora non è stata eccelsa. Del resto, secondo Enrico Caruso, la recita de Il
trovatore dovrebbe essere affidata ai quattro migliori cantanti al mondo. In
almeno un caso, alla prima del MOF, la performance del cinese Haiyang Guo,
chiamato a sostituire Pietro Pretti nel ruolo di Manrico, è stata forse appena
sufficiente. Da apprezzare gli altri protagonisti, compreso il Direttore
d’orchestra Dimitri Jurowski, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana e il coro
“Vincenzo Bellini”.
Con tutto il rispetto verso chi sa di musica, di opera e di repertorio verdiano
nello specifico, come io non so, propongo qui qualche considerazione sul valore
visivo e percettivo della messinscena di quest’opera, appositamente pensata e
realizzata già tempo fa, e ora riproposta, nello straordinario e assolutamente
unico palcoscenico dello Sferisterio.
Supportato dai suoi assistenti, Francisco Negrin (il cui lavoro è stato ripreso
in quest’ultima versione da Angela Saroglou), preso atto di quanto voluto e
costruito da Giuseppe Verdi e dal librettista Salvadore Cammarano, ovvero
un’opera teatrale povera di azione e piuttosto costruita su quanto i
protagonisti raccontano evocando il passato, ha scelto di supportare la
comprensione dello spettatore con l’impiego, dosato ma puntuale, di
un medium capace di accendere visioni. Accanto a quella dei protagonisti, c’è
una lingua che canta tacendo, una lingua che canta per essere ascoltata dagli
occhi: la lingua del fuoco.
Al cospetto di un’opera dai toni melodrammatici, la cui trama, così popolata di
fantasmi e terrore e condizionata dalla detta povertà d’azione, se non confusa,
non è sempre facile da intendersi, Negrin ha scelto di sfruttare al meglio la
spazialità che offre sotto il cielo l’Arena Sferisterio, ovvero ha scelto il
fuoco per coinvolgere emotivamente lo spettatore, altrimenti sollecitato quasi
esclusivamente dalle belle e famosissime arie dell’opera.
Strisce di luce e parete dell’intero palcoscenico colorati d’un rosso fuoco,
fuoco vivo in scena. Del resto, Il trovatore è una storia di fuoco. Il fuoco è
l’ossessione di Azucena, è il passato che divampa e la consuma, suo figlio e sua
madre morti bruciati. Davanti alle fiamme rivive il trauma e finisce con
l’abitare quel mondo di fantasmi. Il fuoco è sempre presente, anche come motore
della sua vendetta finale, priva di catarsi.
Tutti i personaggi sono dominati dal passato, tranne Leonora, che è il
contrappunto positivo, perché cerca di vivere il presente attraverso l’amore,
attraverso il fuoco che in questo caso alimenta il desiderio e non lo consuma.
Per il resto, nella messinscena vengono offerte allo sguardo le lingue di fuoco
che consumano di dentro i personaggi. Non c’è spazio per immaginare un fuoco
che, acceso nella notte, scongiuri la paura della tenebra, o fiamme destinate ad
illuminare una festa, a coronare una dionisiaca danza d’amore.
Eppure, la luce prodotta per evocare gli atti orrifici narrati dai personaggi in
scena si rispecchia nelle pupille dell’osservatore, penetra attraverso quelle,
fin nelle viscere più oscene, fin nel cielo stellato della facoltà immaginifica.
Sul palcoscenico dello Sferisterio la silente lingua del fuoco finisce col
permanere, nello spettatore che lo desideri, come spirito (nel senso
del Geist tedesco) che messo a fuoco, produce poesia: “La poesia è lo spirito
messo a fuoco”, ha scritto Arturo Onofri.
Vito Punzi
*In copertina e nel testo: photo Macerata Opera Festival
L'articolo “Il trovatore”, ovvero: l’ossessione del fuoco proviene da Pangea.