
“Alcuni poeti sono anche operai”. Intorno all’opera violenta di Luca Parenti
Pangea - Thursday, November 20, 2025A chi, generazione X o Y, maschio o femmina, frequenta social networks quali Facebook potrebbe essere avvenuto di imbattersi nello pseudonimo Yok Lux cesellato dal celebre ritratto di Šostakovič. Ebbene Yok Lux/Luca Parenti, nato in quella terra di Emilia (Bologna, 1976) che poca terra ancora conserva ma grande poesia ha donato, è il poeta che, grazie all’intuizione di Matteo Fais e alla sua collana Scavi Urbani, l’Italia del post-pandemia, della disoccupazione, dei capannoni dismessi, in breve l’Italia con il cartello “VENDESI” che fa bella mostra al collo di Marco Aurelio in Campidoglio, dicevamo Luca Parenti è il poeta che non vuole poetare, che si rinnega (non vi sono, per difetto di vanità, immagini del Nostro reperibili in rete), che giunge inascoltato – ad eccezione dei suoi sparuti lettori social – alla soglia del mezzo secolo per raccogliere, con l’umiltà degli autentici, le macerie del Bel Paese.
La poesia di Parenti scorre come una piena di rabbia frastagliata di caustica rassegnazione; il registro, la suavoce (la nostra voce, se l’Editoria si prendesse la briga di guardare altrove dall’usato sicuro) è la voce di chi impasta la propria biografia con mani callose, da artigiano in un mondo binario popolato da zeri e uno. Parenti operaio lo è stato, è stato generato da operai e la povera, eroica epopea della fabbrica la canta come Bukowski (senza alcun dubbio un punto cardinale della sua bussola autoriale) incatramava di Mahler le scommesse all’ippodromo o i motel infesti di scarafaggi.
Il cielo è uno straccio sporco nella stretta della materia (Connessioni Editore, 2025) si sofferma con acribia da anatomo-patologo sulle rovine del nostro presente, senza indugi ma con l’empatia per gli ultimi e quel sapore antico della tradizione rurale inurbata che giustificano alcuni squarci di speranza in un affresco altrimenti a tinte foschissime:
“forse è meglio stoppare la specie
[pi greco]
qui. indifferenti e viziosi.
forse l’errore si perpetua
generazione per generazione X 3,14.”
Parenti non cerca la voce del Bardo o dell’oracolo, no. Queste voci non gli appartengono come al contrario gli appartiene la tradizione del lessico dai prestiti popolari, alcuni andamenti da balera, e ciò sia detto – honi soit qui mal y pense – non per mancanza di talento ma perché la realtà dei marciapiedi scalcinati la può narrare soltanto chi quei marciapiedi li frequenta, ci si smarrisce e ne rimane inghiottito, tra esclamazioni straniere e bestemmie italianissime.

“alcuni poeti sono anche operai
[alcuni lo fanno]
zotici strumenti da corporation
che la notte di turno non sognano
né di giorno per timore
di non viversi abbastanza
rimestando acqua sporca
col dito d’oro e canditi.”
A chi, se proprio dobbiamo, per retorica d’articolo possiamo accostare la penna di Parenti? Senz’altro ai grandi marginali: in primis Luigi Di Ruscio, di cui riprende l’asprezza e le tematiche; Delfini, inizio e fine del mondo emiliano letterario non laureato; l’allergico Massimo Ferretti per la scioltezza con cui maneggia il reale e lo canta con un bicchiere di vino in mano giocando a carte in un bar di periferia. E lo spettro di Simone Cattaneo che aleggia, incubo dei testi più cupi:
“a volte vorrei esserlo davvero poeta
[edulcorante e955]
buttare via tutta la merda del mondo
ripulire le strade bagnate dal sangue.
poi viene sera e tutto si silenzia
non c’è nessun argine all’osceno
un rantolo secco di polmone tumorale
anche un led pare una stella
il fanale spaccato d’auto una lucciola.”
Sparpagliati sono alcuni divertissement lungo la raccolta, prestiti pasoliniani come poc’anzi o rifritture quasimodiane. Parenti non vuole incantare, non ama i baccalaureati; Parenti vuole sfogare la propria indignazione e scuotere la nostra piccola Italia sorda per eccesso di suono.
“non so
[a chi parla il poeta]
se sono più silenziosi i vivi o i morti
i vivi decelerati contro il guardrail delle vite
da cartolina o i morti alle diciassette
mentre finisce il turno infernale.”
La poesia di Parenti non sarà mai Poesia e questo spregio per le accademie e le confraternite riluce in più momenti del volume:
“esteti del fine settimana diranno
[la poesia per sempre e ancora]
che la poesia si intarsia dolcemente
su legno di balsa come un pensiero
in latrina alle sette di mattina (…).”
Altrettanto numerosi sono i richiami alla biografia della propria famiglia, verista, quasi un determinismo malthusiano senza scampo:
“mio padre
arrivò qui
un millennio fa
dalla campagna
giunse in una città
che era già periferia
un po’ campi
un po’ niente
le fabbriche cominciarono
ad annerire i muri
i fulmini svegliavano
i comignoli sfregiati
le case saltavano fuori
come funghi
piangevano le persone
agli angoli
ridevano le persone
sui colli
il popolo asfaltava
il popolo costruiva
il popolo esagerava:
pensava che sarebbe andato
tutto bene e sognava
più di una via di fuga
una certa libertà.
sognava un futuro
non pubblicità.”
[sogni]
I vertici della raccolta, a parere di chi scrive, sono i lunghi componimenti è un operaio e il grande camino arancione. Tutta innervata di autobiografia la poesia dell’Autore è la carta moschicida su cui si impania il presente di un futuro in fuga sul proprio precario equilibrio.
“è un operaio
perché il padre era un operaio
morto di cancro
subito dopo la pensione
e prima del brutto male sempre il padre
è stato badante 24/24 della nonna
morta di cancro e inferma a letto
merda e piscio a fiumi nei pannoloni
in sacchetti della frutta verdura coop
era meglio continuare a lavorare gli diceva spesso
mentre aveva lo stomaco che gli usciva
pure dagli occhi rossi, stremato dalla chemio
e scorreggiava come un vecchio trattore
36 anni nella stessa azienda
una specie di figlio degenere, senza regalo per i 18
una azienda distrutta dallo stato
è un operaio
perché la madre era un’operaia con le elementari (…).”
[è un operaio]
Parenti pende “tra un ottimismo aziendale/ e uno scaltro vittimismo di fine secolo./ eppure sono solo gli anni ’20; già troppi” [sapendo] ed un realismo ‘terminale’ anarco-insurrezionale destinato a consumarsi nella propria incapacità di spargere scintille di qualsivoglia Rivoluzione:
“bruciate la scuola
andate dalle puttane
giù in strada
vi insegneranno la vita.
o forse non c’è niente da imparare
tutto è percepito
tutto è convenzione d’incapace.
oggi mi sento più vecchio
lo sono sempre stato
anche quando mi davano vent’anni
i vent’anni sono passati
e chi me li dava
è morto di depressione
di tumore
di cuore.
di malore.”
[oggi, domani e oggi]
Come scrive Matteo Fais nella Prefazione al volume:
“Questo poeta, che così strenuamente si è negato al mondo, è tra i pochissimi a dire la realtà, a rilanciare una poesia civile impavida, denunciataria, che dice tutto di un mondo del lavoro oramai finito e irrimediabilmente corrotto”.
Avercene di Parenti così.
Luca Ormelli
*In copertina: un’opera di Francis Bacon
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