Insegnare poesia è impossibile. Ogni ‘metodo’ finisce per infrangersi sulla
singolarità – sfuggente, archetipica, arcangelica – del poeta che lo professa.
Più che altro, si deve insegnare a spogliarsi di ogni metodo. Trovare il proprio
linguaggio richiede anni di ingenerosa solitudine: ai raduni letterari andrà
preferita la bianca eco della propria stanza, una specie di navicella spaziale –
oppure, una passeggiata nei boschi. I maestri si stanano confidando nella
fiocina, la fedina del poeta: uno per uno, occhi-negli-occhi. La curiosità verso
i poeti della propria generazione – non della propria genia – è necessaria per
esaurire gli ultimi, estremi orpelli di sé, il resto del mondo, i suoi saturi
aggeggi, bigiotteria del linguaggio – la restituzione, piuttosto, sarà
sgargiante. Il poeta impone una lingua viva, una creatura nuova. Potranno pure
ignorarla i più: quando sarà il suo turno, farà pasto di tutti.
Ted Hughes pubblica Poetry in the Making nel 1967, per Faber. È un libro a suo
modo straordinario, che raccoglie una serie di interventi radiofonici tenuti dal
poeta, su invito di Moira Doolan, per la BBC Schools Broadcasting. Il libro
parte da un concetto – riassunto nella prima ‘lezione’, Capturing Animals,
tradotta, in larga parte, in calce all’articolo –: scrivere poesie è come andare
a caccia di una bestia. A questo concetto Hughes ne somma un altro, più potente:
le poesie sono animali, sono creature viventi che sfuggono al possesso del
proprio autore. Ted Hughes spiega che le parole non sono inerti: le parole hanno
odore e corpo, per sceglierle dobbiamo imparare a ‘sentirle’, cioè a toccarle, a
guardarle, a mangiarle. Dante sarebbe d’accordo: nel De vulgari
eloquentia scrive che il volgare è una pantera, animale che fa parte del
bestiario messianico, e che bisogna andare a caccia di quella magnetica bestia.
Anche in Ted Hughes la scrittura della poesia è un atto sacro, rituale. È un
atto che rasenta la mania. Scrivere una poesia, infatti, richiede di andare in
trance, di essere ciò che si vuole scrivere. Le parole, dice Hughes, verranno di
conseguenza – e verranno inattese, sgargianti, esatte. Il poeta non doma le
parole; al contrario, le sprigiona. Per Hughes non esiste vocabolario, il
cimitero della lingua; esiste una foresta. Le parole sempreverdi si alternano a
quelle stagionali; la parola-veleno si alterna alla parola che cura.
A differenza di molti poeti del suo tempo, ottimi insegnanti di poesia in ottime
accademie, Ted Hughes infrange il ‘metodo’, ne mostra la finzione, le falle,
l’inutilità. Insiste sulla vita e sul voto più che sulla scrittura – Rimbaud il
“bandito/veggente” sarebbe d’accordo con lui: a Paul Demeny suggerisce
il dérèglement de tous les sens, l’obbligo, per il poeta, di “tentare” l’anima;
la poesia, semmai, verrà. Per Ted Hughes, tuttavia, il poeta non deve
inabissarsi in se stesso ma uscire fuori di sé, al modo degli sciamani.
Poetry in the Making, nel suo procedere anticonformista, medianico, informale, è
costituito da diverse ‘lezioni’: in alcune di queste Ted Hughes insegna a
confrontarsi con il paesaggio (Writing about Landscape), a raccontare gli uomini
(Writing about People), a perfezionare il proprio pensiero, una propria, pur
contraddittoria, ‘filosofia’ (Learning to Think). A volte, al termine della
lezione, il poeta suggerisce alcuni esercizi da far fare ai bambini; eccone uno
per galvanizzare la facoltà immaginativa:
“Propongo sette soggetti intorno a cui far lavorare un bambino. La cosa
principale sono i dettagli: dovranno essere precisi e peculiari.
1 Sono un polpo gigante. Una marea mi ha trascinato nell’oceano sbagliato:
troppo freddo. Sto cercando di tornare a casa, sul fondo marino.
2 Sono un eremita o un naufrago in un’isola dell’estremo sud dell’Atlantico. Non
faccio altro che cercare cibo.
3 Sono una creatura proveniente dallo spazio. Sono atterrato vicino al mare.
Questo è il mio rapporto al quartier generale.
4 Sono un’Amazzone.
5 Cosa vedi attraverso quel telescopio?
6 Sono cieco. Una sola volta, per soli cinque minuti, ho visto. Ecco ciò che ho
visto.
7 Sono evaso, mi braccano i cani”.
Ted Hughes – per altro, straordinario scrittore per bambini – ha orientato le
sue lezioni verso i bambini. Secondo lui, la sola salvezza possibile dal mondo
contemporaneo, imbrigliato da utilitarismo e grigio scientismo, è la poesia.
Marchiati dall’oggi, sfruttati da un tempo che li considera meri consumatori
quando non mera merce, i bambini possono salvarsi soltanto esagerando
l’immaginazione. Ted Hughes lavorerà in questo senso elaborando diverse
antologie di poesia per le scuole: The Rattle Bag (1982) e The School Bag(1997)
insieme a Seamus Heaney; By Heart. 101 Poems to Remember nel ’97, estrema opera
di un poeta estremo.
Anche Poetry in the Making presenta, lezione per lezione, un florilegio di testi
che appartengono al pantheon poetico dell’autore. Troviamo, così, poesie di
Vasco Popa e di Elizabeth Bishop, di Keith Douglas e di Emily Dickinson, di
Christopher Smart e di Gerard Manley Hopkins. Naturalmente, c’è anche Sylvia
Plath, di cui Hughes accoglie Wuthering Heights. L’anno prima era uscita Ariel,
la raccolta della Plath collezionata da Hughes, negli Stati Uniti, con poderosa
introduzione di Robert Lowell – l’edizione inglese, del ’65, era uscita mutila
di spiegazioni e introduzioni –; la Faber ripubblicava The Bell Jar. Sylvia
Plath – morta da tre anni – levita in ‘personaggio’ pubblico; il suo spettro,
per un po’ celeste, per un po’ furibondo, comincia a funestare la nuova vita di
Ted, che ora abita con Assia, l’amante, la loro figlia, Alexandra ‘Shura’, e i
figli avuti da Sylvia, Frieda e Nicholas.
Nell’anno in cui pubblica Poetry in the Making, Hughes stampa, sempre per
Faber, Wodwo, la sua terza raccolta ‘ufficiale’, la prima dal suicidio di Sylvia
Plath, quella meno apprezzata dai critici. È un libro di mezzo, in effetti, a
suo modo inquietante, a descrivere – così il poeta – “un periodo di
disorientamento… un lungo incubo”. È un libro che danza con la morte, è un libro
che evoca fantastici fantasmi, latente al lutto. È un libro ‘spezzato’ fin
dall’icona che lo celebra: il wodwo, “essere silvano tra il satiro e il troll”
(così in: Ted Hughes, Poesie, Mondadori, 2008, p.1451), creatura incerta a se
stessa – What am I?, attacca la poesia che dà il titolo al libro – a tutto
inappetente, a tutto disadatta. È un libro pieno di animali: granchi fantasma –
“i soli giocattoli di Dio” – e orsi, lupi verdi e giaguari. In una poesia
appare Heptonstall, il villaggio dove Hughes ha fatto seppellire Sylvia: “La
vita tenta./ La morte tenta./ La pietra tenta”, leggiamo. In una poesia appare
Kafka in forma di gufo, in un’altra si dice che “L’ululato dei lupi è senza
mondo”. È un libro preparatorio, da chiamata incanutita, da poeti in fuga. Ted
Hughes ha trentasette anni, tre anni dopo pubblicherà il suo capolavoro, Crow.
Nonostante le perplessità dell’autore, Poetry in the Making “diventa un classico
per le scuole”: la prima tiratura, di quattromila copie, è esaurita quasi
subito; seguiranno diverse ristampe.
> “A volte è possibile, pur per brevi istanti, trovare le parole capaci di
> aprire le porte delle tante dimore che abbiamo in testa ed esprimere qualcosa
> – forse non molto, ma pur sempre qualcosa – dalla cascata di informazioni con
> cui ci assale il mondo: il modo con cui un corvo vola sopra di noi, lo stile
> di un uomo che cammina, l’aspetto della strada che abbiamo fatto un giorno,
> dodici anni fa. Parole che esprimano qualcosa della profonda complessità che
> ci rende esattamente come siamo, uomini – distinti dagli alberi. Qualcosa
> dell’inudibile musica che ci muove, di attimo in attimo, come l’acqua in un
> fiume. Qualcosa dello spirito del fiocco di neve nell’acqua del fiume.
> Qualcosa della duplicità, della relatività e della mera fugacità del tutto.
> Qualcosa dell’onnipotente importanza del tutto e della sua totale
> insensatezza. Quando le parole riescono a fare questo, e a farlo in un istante
> e in quello stesso istante farne la vitale grafia di un essere umano, non di
> un atomo, di un diagramma, di un ammasso di lenti, beh, questa cosa si chiama
> poesia”.
Era ossessionato dai segni, Hughes: faceva gli oroscopi, non usciva di casa e
non firmava contratti se quel giorno gli astri non erano armonicamente
allineati; da tempo sentiva una volpe agitarsi nel suo cranio. Diffidava degli
umani – amava, con tenace fame, le donne. Sapeva che le parole sono pericolose,
che scrivere una brutta poesia è piantare un vampiro nel mondo – che il mondo è
colonizzato dai vampiri lo sappiamo anche noi: ma esistono gli uomini luminosi e
il bene trionfa sempre.
**
Catturando la bestia-poesia
Esistono diversi metodi per catturare uccelli e pesci. Ho trascorso gran parte
della mia infanzia, fino a circa quindici anni, a sperimentare molti di questi
metodi – quando il mio entusiasmo è scemato, ho iniziato a scrivere poesie.
Potreste pensare che questi due interessi – catturare animali e scrivere poesie
– non abbiano molto in comune. In realtà, più ci ripenso e più sono certo che
siano in realtà una sola cosa.
La caccia ai topi durante la trebbiatura, quando ero ragazzo e afferravo i
roditori da sotto i covoni appena venivano sollevati, li infilavo in tasca
finché non ce n’erano trenta o quaranta che strisciavano nella fodera del
cappotto, e la mia attuale passione per la poesia sono fasi della stessa
febbre. In un certo senso, penso alla poesia come a un animale. Le poesie hanno
vita propria, proprio come gli animali, il che vuol dire che sono separate da
qualsiasi persona, perfino dal proprio autore: nulla può essere aggiunto o tolto
a una poesia senza mutilarla e forse perfino ucciderla. Le poesie hanno una
certa saggezza. Conoscono qualcosa di speciale… qualcosa che vogliamo
apprendere.
Forse la mia occupazione non è mai stata quella di catturare animali o poesie,
ma realtà che possiedono una vita propria, vivida, al di fuori della mia. Ad
ogni modo, il mio interesse per gli animali è cominciato da quando ho memoria. I
miei ricordi risalgono piuttosto chiaramente al mio terzo anno di età: avevo
così tanti animali di piombo da occupare il tappeto in sala. Possedevo un innato
talento manuale: quando ho scoperto la plastilina, il mio zoo è diventato
praticamente infinito. Quando una zia, per il mio quarto compleanno, mi ha
regalato un grosso libro di animali con la copertina verde, ho cominciato a
ricopiare quelle fotografie. Gli animali erano bellissimi nelle fotografie – nei
miei disegni (perché erano miei) sembravano ancora più belli. Ricordo
precisamente l’emozione che ho provato nel fissare i miei disegni – la stessa
che provo ora al cospetto delle mie poesie.
A quel tempo vivevamo in una valle dei Pennini, nel West Yorkshire. L’unico
interesse di mio fratello più grande era aggirarsi furtivamente sulle colline
con un fucile. Mi voleva con sé come se fossi il suo cane da riporto: dovevo
intrufolarmi in ogni cespuglio per raccogliere gazze, gufi, conigli, donnole,
topi, chiurli. Allo stesso tempo, andavo tutti i giorni a pescare nel canale.
A otto anni ci trasferimmo in una città, nello Yorkshire del Sud. Il nostro
gatto si crogiolò nella mia camera da letto per una settimana: odiava quel
posto. Mio fratello, pur di andarsene, diventò guardiacaccia. Eppure, per molti
versi quel trasloco è stata la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ben
presto, scoprii una fattoria, in periferia, che soddisfaceva tutti i miei
bisogni – poco lontano, c’era una tenuta con boschi e laghi. I miei amici erano
ragazzi di città, figli di minatori e di ferrovieri: con loro vivevo una vita –
in campagna ne vivevo un’altra. Non ho mai confuso quelle due vite; tranne una
volta, e fu un disastro. Ho alcuni diari che testimoniano la mia vita in quegli
anni: per lo più, sono un regesto dei miei successi di caccia. Infine, intorno
ai quindici anni, la mia vita si è complicata e il mio atteggiamento nei
confronti degli animali è completamente cambiato. Mi sono sentito in colpa per
aver disturbato le loro esistenza. Cominciai a studiarli, a comprenderli dal
loro punto di vista. Più o meno in quel periodo cominciai a scrivere poesie. Non
poesie sugli animali. Sono passati anni prima che scrivessi la mia prima poesia
‘sugli animali’; sono passati altri anni ancora prima che capissi che la pratica
della poesia non è diversa dalla caccia. Ora non ho dubbi. Quel particolare tipo
di eccitazione, quella concentrazione ipnotica e del tutto involontaria che
accade quando percepisci il sorgere di una poesia che si coagula nella mente,
poi l’evolversi della struttura, la forma, il colore, la figura finale, limpida,
compiuta, la sua singolare realtà viva, vivente in mezzo all’inanimata assenza
di vita – tutto questo è così familiare che non può essere frainteso.
Alcuni aspetti di ciò che ho detto potrebbero sembrarvi oscuri. Come può una
poesia che racconta una passeggiata sotto la pioggia, ad esempio, essere viva
come un animale? Beh, forse non assomiglia molto a una giraffa né a un polpo.
Potremmo dire che la poesia è un insieme di parti viventi mosse da un solo
spirito. Le parti viventi sono le parole, le immagini, i ritmi. Lo spirito è la
vita che li abita quando lavorano all’unisono. È impossibile dire cosa venga
prima, se le parti o lo spirito. Ma se una qualsiasi delle parti è morta, se una
qualsiasi delle parole, delle immagini o dei ritmi non prende vita mentre leggi,
beh, la creatura è mutilata, lo spirito malato. Come poeta, devi assicurarti che
le parti su cui hai diretto controllo – parole, immagini, ritmi – siano vive. È
qui che iniziano le difficoltà. Le parole viventi sono quelle che sentiamo, che
vediamo, che gustiamo, che tocchiamo, che annusiamo. Parole che appartengono a
uno dei cinque sensi. O parole che agiscono, che sembrano avere i muscoli, come
“scattare” o “scatenare”. Ma subito le cose si complicano. “Catrame”, ad
esempio, non è solo una parola dall’odore potente. È appiccicosa al tatto, ha
una viscosità particolare, soffocante. Quando è morbido, il catrame si muove
come un nero serpente, ha una straordinaria oscura lucentezza. Così è per la
maggior parte delle parole. Appartengono a diversi sensi contemporaneamente,
come se ciascuna avesse occhi, orecchie, lingua, dita e un corpo per muoversi. È
questo piccolo folletto che costituisce la vita di una parola – è questo
folletto che il poeta deve tenere sotto controllo.
Bene, direte, è una situazione senza speranza. Come si fa a controllare tutto
questo? Quando le parole sgorgano a fiumi come possono incastrarsi una
nell’altra? Nella cattiva poesia le parole si uccidono a vicenda. Per fortuna,
non dobbiamo preoccuparci – purché siamo in grado di operare in questo
modo. Immagina ciò di cui vuoi scrivere. Visualizzalo. Vivilo. Non pensarci
facendo calcoli mentali. Guardalo – toccalo – annusalo – ascoltalo. Trasformati
in ciò che vorresti scrivere. Soltanto in questo modo le parole si prendono cura
di se stesse, come per magia. Se operi in questo modo non devi preoccuparti di
virgole, punti o cose di questo tipo. Non devi nemmeno guardare le parole.
Affina occhi, orecchie, naso, gusto, tatto – tutto il tuo essere si concentri su
ciò che stai trasformando in parole. Nel momento in cui ti distrai, distogliendo
la mente da questa operazione, preoccupandoti delle parole… allora la
preoccupazione si impossessa delle parole, che cominciano a uccidersi a
vicenda.
Continua in questo modo – soltanto alla fine, guardati alle spalle, fissa ciò
che hai scritto. Dopo un po’ di pratica, dopo esserti ripetuto più e più volte
che non importa come altri abbiano scritto questa cosa, ma viverla; dopo esserti
ripetuto più volte che devi usare ogni parola che ti viene in mente a patto che
sia quella giusta nel momento esatto in cui la scrivi, ti stupirai. Rileggi ciò
che hai scritto. Avrai uno shock. Avrai catturato uno spirito – una creatura
viva.
Ted Hughes
*In copertina: un disegno di Leonard Baskin per le poesie di Ted Hughes
L'articolo Catturare la belva-poesia. Una lezione di Ted Hughes proviene da
Pangea.
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In uno dei racconti più luminosi di Vladimir Nabokov, un poeta di nome
Vasilij Šiškov scompare all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia di sé. Il
poeta si è dissolto nella sua stessa opera, sublimandosi in versi – estremo
compimento di un destino dalla parabola esemplare. Mi piace pensare che anche
Nikolaj Gumilëv abbia vissuto questa aderenza totale dell’uomo al poeta – uomo
vitruviano perfettamente inscritto nel cerchio della poesia, con la punta del
compasso dritta nello sterno.
Gumilëv non è morto davanti al plotone d’esecuzione, trafitto in mezzo alle
costole dal piombo sovietico – questa è un’immagine buona per i biografi e i
compilatori di enciclopedie virtuali. Né i suoi carnefici sarebbero stati in
grado di bendare quegli occhi che avevano visto divampare roghi di stelle sopra
il Sahara. No, un addio diverso spettava a questo poeta viaggiatore, esploratore
inesausto di terre arcane. Anche lui, in fin dei conti, ha varcato la soglia che
divide l’inchiostro dalla carne. Il suo congedo dalle caselle del calendario
altro non è che un segno di alleanza con l’invisibile e misteriosa immortalità
dei versi.
Nelle poesie di Gumilëv avverti la freschezza sorgiva dell’ispirazione, la
contiguità del dettato poetico alle gesta compiute in vita. Ecce homo, senza
infingimenti o maschere. Ecce poeta, senza alcun tipo di sovrapposizione
innaturale. I due diventano indissolubilmente uno. In questo, Gumilëv è fratello
di Keats, Rimbaud, Dickinson, Puškin, Hölderlin. Quanto commovente è, nel più
alto senso della parola e senza alcun cedimento alla retorica, questo dare la
propria vita in pasto alla poesia? Questa naturale e spontanea attitudine a
estinguersi nel verso, come il riflesso della luna che si increspa in fondo a un
pozzo, può assumere i contorni di una inestinguibile tenerezza?
In Gumilëv c’è qualcosa del folletto di Charleville. Gattona tra gli atlanti
prima ancora di poterne pronunciare la meraviglia. Sfiora i mappamondi come
fossero dolce promessa di altrove – il bianco avorio fiammeggiante, lo sguardo
di brace delle tigri, epiche migrazioni di uccelli verso nord, le favole che
fioriscono nelle pieghe del ginocchio di una donna. Che non si pensi a un fatuo
esotismo, ma piuttosto alla necessità esistenziale di aprire un varco nella
trama feriale dei giorni, di approdare infine all’altro lato delle cose. Il
regno dei sensi, del quotidiano giogo trasformato in perenne scoperta, in un
mondo di pieni colori che si offre al poeta come se egli fosse un nuovo Adamo. E
in questo mondo, che si accende di nuovi legami e di nuovi nomi, ci accorgiamo
che si compie di noi la parte più autentica. E a questo mondo occorre infine
dare spazio e tempo affinché cresca come edera dentro di noi, e preservarlo
dalle grandinate dei ricordi, dal vento della nostalgia, dal fumo acre del
rimpianto, dai terremoti e dagli assalti all’arma bianca della vita. Come a dire
– insieme a Gumilëv – che esiste da qualche parte, nel rovescio dei giorni, un
luogo che sarebbe stato inventato per corrisponderci nel profondo, un luogo di
cui avremmo potuto essere re giusti e felici, se solo il pungiglione della vita
non ci ricordasse a suon di trafitture che è lampo di effimero splendore tutto
l’oro del desiderio. Per Gumilëv, questo luogo è l’Africa. In una delle sue più
celebri poesie si legge:
> “dal bruciante giovane Sahara
> forse tra cento o duecento anni,
> branchi selvaggi di lupi di sabbia
> si scaglieranno contro il nostro vecchio, verde mondo,
> occupando il Mediterraneo, Parigi, Mosca e Atene
> e a quel punto noi, come beduini sui cammelli,
> torneremo a credere nei fuochi celesti”
Il poeta dei grandi spazi, dei cieli stellati e degli oceani schiumanti si
mostra docile e disarmato nei confronti dell’amore. Anche nel sentimento amoroso
affiora sempre una spinta verso il movimento nel tempo e nella geografia,
all’interno e all’esterno di sé. Le donne e tutto ciò che rappresentano entrano
a far parte di un altro ordine d’idee, rovescio del visibile e della logica. La
destinazione che rincorre la prua è la pura beatitudine: la rotta conduce verso
le “isole della gioia” che per approssimazione riusciamo talvolta ad avvistare
nelle feritoie del presente o che sogniamo nelle notti di plenilunio o che
circumnavighiamo solamente attraverso i versi. La donna che manca come fedele
compagna di giorni e notti solitarie è l’ultimo soffio decisivo di maestrale per
approdare infine alle rive agognate. Riusciremo mai a isolare, nella vorticosa
corrente dei volti, quell’unico e irripetibile ovale del viso a cui dare un nome
– monile di felicità, non più promessa ma finalmente benevolo sorriso del
destino?
> E griderò: «Dove sei, donna
> nata dal fuoco?
> I miei occhi sono immutati,
> il mio canto è immutato,
> «Io resto servo della tua bellezza,
> la mia forza è ancora la tua forza,
> e la vera felicità, l’ultima
> felicità, sei ancora: tu!»
Penso che Gumilëv, dopo ogni approdo, sognasse ardentemente di riprendere il
mare. Che amasse le isole con l’incostanza fatale di Odisseo. D’altronde, il
poeta russo era nato su un’isola trenta miglia a largo di San Pietroburgo. La
sua stessa vita veste la leggerezza del viaggiatore – colui che sorride di tutto
ed è saggio abbastanza per capire che ogni alba in terra straniera è l’inganno
più bello per credersi immortali.
> “Ameremo di nuovo il fascino del lontano,
> e l’orizzonte indorato della luna,
> di nuovo vedremo le sacre palme
> e il Ponto che strepita e spuma”
>
> trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026
Eppure, tra la folle altalena dei giorni e le distanze marine percorse, un
Odisseo segnato dal sole e dalla salsedine si convince che gli dei abitano nella
calma. E anche l’eroe greco, dopo aver versato lacrime di dolore, costringe il
suo cuore a essere felice. Il ritorno del guerriero è già presagio di morte, di
un filisteo rientro nei ranghi. Bello e desiderabile è il tempo della vita in
cui
> “abitava nei muscoli un’indicibile forza,
> una fiaba nella piegatura del ginocchio,
> ed era bello come una nube
> il capo di Micene ricca d’oro”
>
> trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026
Che almeno l’arte possa salvarci dagli anni che scolorano verso il
tramonto. Spira come leggera brezza nei versi di Gumilëv una dorata aristocrazia
dello spirito, e allora volti e vicende si muovono percorrendo un’altra orbita,
illuminati dal fulgore del mito.
Nikolaj Stepanovič Gumilëv (1886-1921) insieme ad Anna Achmatova e al figlio Lev
Nella Grecia Antica, chi era caro agli dei si trasformava in una costellazione o
un fiore. Rilke ha scritto di volersi estinguere nell’ombra di una mela in un
famoso quadro di Jan van Eyck. Gumilëv sogna di diventare una miniatura
persiana. Scopriamone insieme i vividi colori e l’arte sapiente. Sotto un cielo
turchese un principe leva il suo sguardo verso delle donne in volo. Uno scià
intento a cacciare insegue la sua preda con furente ostinazione. I sentieri sono
cosparsi di fiori mai visti prima. Nitido come le nuvole del Tibet, il sigillo
di un grande arista conferisce all’opera grande prestigio. Qualcuno con sguardo
allenato alla bellezza – un mercante o un cortigiano – s’invaghirà della
miniatura, essa diventerà per lui un mondo di radiosa perfezione. L’antico
sogno, quello di destare ovunque l’adorazione, sarà finalmente realtà. Avviene
il miracolo dell’arte.
Miniatura Persiana
Quando avrò infine concluso
di giocare a nascondino con la morte tetra,
il Creatore mi trasformerà
in una miniatura persiana.
E il cielo sarà come turchese,
e un principe che appena solleva
i suoi occhi a mandorla
verso il volo di un’altalena di fanciulle.
E uno scià col dardo insanguinato,
che insegue per un sentiero incerto,
su vette color del cinabro,
una cerva in fuga.
E tuberose mai viste,
né in sogno né nella veglia,
e viti già reclinate sull’erba
in una dolce sera.
E sul rovescio,
pulito come le nuvole del Tibet,
mi sarà caro portare
il sigillo di un grande artista.
Un vecchio profumato,
mercante o cortigiano,
guardandomi, mi amerà all’istante
di un amore acuto e ostinato.
Dei suoi giorni monotoni
io sarò la stella polare;
il vino, le amanti e gli amici
io sostituirò a vicenda.
E così avrò appagato
senza estasi e senza sofferenza
il mio antico sogno:
destare ovunque l’adorazione.
Lorenzo Giacinto
Dove non diversamente specificato, la traduzione dei testi è dell’autore
dell’articolo.
L'articolo “Destare ovunque l’adorazione”. Omaggio a Nikolaj Gumilëv, il poeta
dei cieli stellati proviene da Pangea.
A tutta prima – seguendo il ragliare dei maligni – il dato più affascinante
della biografia di Frances Cornford è il lignaggio – vertiginoso. Nipote di
Charles Darwin. Il padre di Frances, Francis – che fantasia – era il terzogenito
di Charles, il naturalista che fu rivoluzione, l’autore de L’origine delle
specie: straordinariamente simile al padre, fu docente di botanica a Cambridge.
La madre di Francis – partorita il 30 marzo del 1886 a Cambridge, luogo da cui,
in sostanza, non si si spostò quasi mai –, Ellen Wordsworth Crofts, era la
pronipote del grande poeta William Wordsworth: fu docente in uno dei primi
college femminili dell’epoca, il Newnham.
Degna figlia di tale famiglia, Frances non frequentò l’università, ricevette
un’istruzione privata, fu incoraggiata a scrivere. La prima raccolta
di Poems uscì nel 1910: in uno di questi testi giovanili – ma non puerili –
Frances ragiona sulla Preesistenza: “Ero sdraiata sulla riva/ udivo le onde
ruggire/ il sole mi scaldava il viso:/ cominciai a sognare”. La fanciulla
ricorda di essere stata in quella stessa riva, scaldata da quel medesimo sole,
“chissà quanti secoli prima”: “nelle mie pre-pelasgiche mani/ la sabbia era
ancora calda, ancora fine”.
Il lignaggio, tuttavia, non basta a giustificare il successo dei versi. Frances
Cornford – così ammette nell’edizione dei Collected Poems edita da The Cresset
Press nel 1955 – cominciò a scrivere a sedici anni; l’ultima raccolta, On a Calm
Shore, uscì nel 1960, l’anno della sua morte – aveva 74 anni, morì l’ultimo
giorno di agosto, d’infarto, è sepolta presso l’Ascension Parish Burial Ground a
Cambridge: la sua tomba è prossima a quella del padre, non lontana da quella di
Ludwig Wittgenstein, un amico di famiglia. Di recente, la casa editrice
Enitharmon ha pubblicato, a cura di Jane Dowson, una selezione di Selected
Poems: dicono di uno stile “semplice e diretto”, fatto di “argute osservazioni”,
fitto di “immagini memorabili”. In effetti, la poesia di Frances Cornford – per
lo più ‘da camera’, spesso d’occasione – piacque. Amica di Virginia Woolf,
dialogava in versi con Gilbert Keith Chesterton; Agatha Christie cita una sua
poesia in uno dei suoi romanzi – Murder is Easy, del 1939 –, Philip Larkin
adorava quella frugale coerenza, la capacità, con pochi tocchi, con tatto e
nessun esubero di aggettivi, di far risplendere le cose di tutti i giorni.
A Cambridge, Frances – che si chiamava ancora Frances Darwin Crofts – conobbe
Francis (che fantasia…) Cornford: più grande di lei di dodici anni, insegnava al
Trinity College, diventerà uno dei più importanti classicisti d’Albione,
occupandosi, per lo più, di Platone, Tucidide e Parmenide. I due si sposarono
nel 1909; Frances diede a Francis cinque figli; il secondo fu chiamato Rupert
John in memoria di un caro amico di lei, Rupert Brooke, l’apollineo poeta morto
troppo giovane al fronte, nell’aprile del 1915. Il figlio di Frances – nato
qualche mese dopo la morte di Rupert Brooke – seguì la sorte del poeta: morì
durante la Guerra civile spagnola, nel dicembre del ’36, il giorno in cui
compiva ventuno anni, in circostanze non del tutto chiare. Laureatosi
brillantemente in discipline storiche a Cambridge, Rupert John preferì
arruolarsi tra le fila del Poum, il Partito Operaio di Unificazione Marxista,
antistalinista, tra i mitraglieri. Dicono di atti eroici, di un ragazzo che, pur
ferito, preferì tornare a combattere. Alcune poesie testimoniano il suo impegno
bellico. Insieme a lui, tra i combattenti, figurava anche George Orwell: lo
scrittore britannico non lesinò critiche verso “l’impegno dei ragazzi di buona
famiglia”, che possono votarsi, con la stessa equidistante passione, alla causa
della sinistra rivoluzionaria come a quella della monarchia.
A Rupert Brook, Frances aveva dedicato una poesia, Youth, che avrebbe potuto,
tragicamente, dedicare al figlio:
> “Giovane Apollo biondo chiomato
> sogni mentre ti inghiotte la battaglia
> magnificamente impreparato
> alla lunga brevità della vita”.
Alla prima figlia, Helena, Frances Cornford nata Darwin, dedicò invece il libro
più stravagante e forse più bello, una capricciosa selezione di Poems from the
Russian, edita da Faber nel 1943, nel pieno della Seconda guerra. Nella minima,
sapida Preface, Frances – dopo aver onorato, naturalmente, la saggezza del
marito – denuncia la propria poetica del tradurre: un poeta traduttore deve
‘intonarsi’ al canto del poeta tradotto, non può indossare impunemente abiti
lirici che non gli appartengono. Questa congiunzione può avvenire soltanto tra
anime affini. Insomma, la traduzione è poesia in sé, è medianico rapporto tra
spettri e linguaggi.
> “Un esperto ha scritto che leggere di poesia in un’opera erudita è come
> annusare un mazzo di fiori coperti da un lenzuolo: questo è ancor più vero per
> la traduzione poetica. Quali qualità sono necessarie a un traduttore perché il
> suo esercizio sia quantomeno tollerabile? Ho capito questo. Il traduttore deve
> in qualche modo convincerci che possiamo fidarci di lui. Se nutriamo dei
> sospetti, se ci domandiamo ‘Ma questo è davvero l’originale peruviano o è la
> signorina X.?’, allora tutto è perduto. Naturalmente, non è soltanto la
> correttezza che dobbiamo esigere…”
Al di là di troppe parole, il libro pare accordato a dovere. Nel lavoro, Frances
si è fatta aiutare da Esther Salaman: ebrea russa, fu discepola di Albert
Einstein e amica di Wittgenstein. Particolari ringraziamenti sono accordati a
Nikolai Bachtin, professore di linguistica a Birmingham, nonché fratello di
Michail, il sommo studioso di Dostoevskij e Tolstoj, l’autore di Estetica e
romanzo.
Tra i poeti con cui Frances si sente in sintonia, spiccano Puškin e Blok; questa
è una versione da Anna Achmatova:
“Era tenero, inquieto, geloso: mi amava
come il sole di Dio – il mio cuore fu rapito.
Uccise il mio uccello dalle bianche ali perché
cantava i giorni che precedono il nostro incontro.
Venne al tramonto per dirmi: scrivi
poesie, amore mio, ridi e amami.
Presso il pozzo, sotto l’ontano
giaceva il mio uccellino felice, morto.
Gli promisi che non avrei pianto: fu
allora che il mio cuore divenne di pietra.
Da allora, sento cantare il mio dolce
uccellino ovunque, sempre”.
Di Fëdor Tjutčev, Frances serba il tono sicuro, assertivo, e la predilezione per
le poesie brevi, sketch che spesso sanno riassumere una vita. È lui, in effetti,
il suo vero maestro di stile: la superficie delle cose – evocata con pochi
tratti – si spezza, mostrando l’abisso, per neri bagliori; che bello l’attacco
di Silentium, è quasi una poetica:
> “Resta in silenzio, nasconditi, lascia
> che sogni e desideri sorgano e tramontino
> nei recessi del tuo cuore; i tuoi
> più cari tesori tienili con te, serba
> in te le stelle che nel cuore della notte
> incantano il tuo spirito”.
È vero: giocava a fare la socialista, amava intrattenersi con le signore del suo
rango – ciò che ancora convince delle sue poesie è l’oscurità dietro il casto
mobilio, una sorta di provvidenziale inquietudine, l’ultimo giorno dopo i giorni
costruiti col merletto, il fuoco che arde oltre il velo.
**
Donna con neonato si rivolge al filosofo
Come posso temerti, portentoso sapiente
quando penso che un tempo eri grande così?
Come posso tremare di fronte all’onnipotente
pensatore che un tempo aveva mani piccole e paffute
proprio come queste? Come posso ornarti di inchini
quando immagino il tuo cranio fragile, caldo, soffice cupola
che profuma di sapone? Oh tu – celebrato
da Nord a Sud – che ti metti le dita dei piedi in bocca…
*
Intorno a un epitaffio latino, nella chiesa di Madingley, senza nome né data
Portate rose, giovani inni, viole inviolate
a decorare ancora queste ceneri:
non disturbate il sonno dell’ignota
ragazza con grida di nostalgia –
morì in un giorno di pioggia
sparì nell’immutabile pace di Dio.
Egli sussurrò alla sua anima: lei
gliela restituì senza macchia.
*
Il pazzo e il bambino
“Dove sei stato? Sembri
un alienato, sei sporco…” “Caro mio
sono stato all’Inferno, ho percorso
i soliti oscuri sentieri nel deserto:
avrei potuto fare come te, che
sei stato a Babilonia con le candele”.
“Cosa hai visto?” “Né fiamma né rogo
ma un rio di terrore e di desiderio.
Oh, piccolo mio, non c’è nulla lì
che somigli alle tue dita, ai tuoi capelli
a questo tavolo o a questa sedia:
nulla, nient’altro che disperazione”.
*
*
Dai Veda
La prima coppia abitava
un mondo privo di oscurità.
Quando Yama morì lasciò Yami
nell’infinita luce.
Invano gli dèi cercarono
di alleviare il suo dolore.
Lei rifiutò di ascoltare le loro
sante parole e disse: “Oggi è morto”.
Gli dèi, confusi perché il suo dolore
offuscava la loro onnipotente vista
dissero: “Dobbiamo creare la Notte
che lei dimentichi l’indimenticabile”.
Così crearono la Notte. E dopo
la Notte crearono l’Ultimo Giorno
e lei lo dimenticò. Per questo si dice
che i giorni e le notti divorano il dolore.
*
Dopo le Eumenidi
Molto tempo fa, nella petrosa Grecia
il cuore umano non conobbe pace
lacerato nella sua oscurità
malediceva il fato e la sua nascita;
sperava di lenire l’agonia con il canto.
O Signore, fino a quando ancora?
*
Il lago e l’istante
Guarda –
luce sopra grigie acque:
l’uccello bagna il petto e riposa
le montagne in stato di assedio
assistono in silenzio. Così
libero dal timore accade il primo
assassinio dell’uomo – cuore
che riposa nei golfi del tempo.
*
Una donna sola
A mezzanotte tutte le finestre si spengono
l’oscurità cala sui tetti e sugli alberi senza più ostacoli.
Così nel mio cuore, le case di cui non hai sentito
il bisogno, spengono le loro luci.
*
Rivelazione
Hai tolto una pietra dalla mia mente oscura:
lì, in luce, giaceva un Progetto – intimorita
e sorpresa, ho visto i suoi sconosciuti
tentacoli, i suoi occhi chiusi.
*
A un gatto che si aggira in giardino
Elegante creatura dal nero corpo
perché ti ostini
a inseguire quel pettirosso?
Dimmi quale causa selvaggia riempie
i tuoi occhi vuoti, da quali pozzi
proviene la tua avida luce –
dai confini del Paradiso
dalle rive infere
dai regni del bene
o del male.
*
Preghiera del mattino
Che le mie mani accolgano questo giorno di cristallo
mio Signore, che sappiano custodirlo intatto
che al suo arrivo la sera, nostra grigia sorella,
non trovi alcun frammento rotto sul pavimento.
*
Perduta
Non c’era alcun cartello
con indicazioni chiare
per evitare che mi perdessi.
Soltanto il mio cuore avrebbe
potuto trovarmi, con la stessa
infallibile sapienza degli uccelli
migratori – ma ha fallito.
*
Ritorno a casa
I venti soffiano, inabissando
la notte – gli alberi sono in ginocchio.
Ma l’uomo ha inventato il fuoco
e la candela – l’uomo ha inventato il fiero pasto.
*
Il gabbiano
Vola con purezza, risoluto
e solenne tra vortici rituali.
Sono riuscita a udire la musica
che quell’uccello, perfezionato dal sole,
ha lasciato in cielo.
*
Vittime
Un tempo questa carne era amabile: ora
il Dio Guerra la usa come un ornamento della
grande macchina – un tempo, questa carne provava
pietà, baciava con passione lividi invisibili.
*
Il blitz
Mondo immortale! Un altro giorno di luce
dopo il caos notturno. Benché il cuore
precipiti in un dolore senza fine, le foglie
gialle e pacifiche, cadono con dolcezza.
*
Pioggia d’estate
Fin dall’infanzia, non esiste musica più bella
all’orecchio umano della pioggia d’estate, a sera…
Ogni bambino crede che tutte le cose
del mondo raggiungano la loro pace.
Orrore e disamore, tutti i mali dell’uomo,
rabbia e dolore, non esistono.
È bello sentire gli scrosci tra i rami
dell’edera, i vetri che fremono: la pioggia
piange senza passione e l’oscurità
avvolge la nostra casa. Disperazione
e tormento, invidia e rancore non esistono:
la pioggia spazza via ogni cosa.
*
A un amico
Nei giorni in cui eri
malato, solo, triste
ho visto il tuo spirito
accogliermi ancora.
Nelle mattine in cui la mia specie
sembra una razza in razzia
ricordo di aver visto
risorgere il tuo viso.
*
Epitaffio per Charlotte Brontë
I figli della mia audace mente
resistono selvaggi e imprendibili
come il vento e la pioggia.
Ma in quest’aria d’acciaio, presso
la sua tomba, sono morta, perché
il mio corpo non può sopportare
figli mortali.
Frances Cornford
*In copertina: Frances Cornford nel 1914
L'articolo “Il cuore umano non conosce pace”. Vita & poesia di Frances Cornford,
la nipote di Darwin proviene da Pangea.
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha
pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier
Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits.
Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto
a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e
Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante –
conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione,
Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti
del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai
tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che
si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila
l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante
per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo
in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e
inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.
L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come
veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le
avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti
raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per
amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution
surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il
carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in
scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da
intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi,
era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano
una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda.
Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta –
se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia
eredi, non fa prigionieri.
A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione
di vecchi mestieranti del verbo.
È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la
scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti
italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle
genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel
’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo
caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel
mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per
dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe
Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di
normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di
un’ascesa tra le aquile.
Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler
Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern
Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni
– I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in
fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico
di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea.
L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley
Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti
– da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a
idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa
ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita
Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady
Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta,
un genio in generosità, a prevalere.
Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più,
un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare
un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne
sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura
quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto.
L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio
è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori
antologizzati?
Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a
erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che
credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso,
il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più
celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie
giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla
paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia
giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie
di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la
poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta
vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo,
avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore
e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie
futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa
indole del poeta.
La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici
dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi
ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione
‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.
Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria
inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le
varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie
avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta
di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In
questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena
a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie
lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume
di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito
un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.
Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e
poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da
un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker
e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e
perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’,
‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot
pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy
Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno,
d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde,
Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.
Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare
intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.
Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano
Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e
giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un
libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra
i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell.
Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per
sagacia.
In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da
Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori
sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche
generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con
tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre
antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’,
questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di
un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’,
qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i
poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma
genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita,
attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il
muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di
circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista,
domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui,
si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.
Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.
Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.
*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936
L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito
all’eversione proviene da Pangea.
> La poesia racconta?
> Certo che racconta
> tutto l’abbandono
> nel coro di ombre
> si arcipelaga il silenzio
> mescolando rive
> e la pienezza sanguina.
Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di
inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi
per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro?
Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di
Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi,
dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue
liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia
antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile.
Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in
formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel
macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per
farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e
ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il
bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la
raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le
bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori
politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per
Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la
malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle
poesie scritte negli anni del macello).
È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni
politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari
– Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )
> Cara evidenza
> di desolazione
> qui nel giacere
> più vecchi che nudi
> tra impudichi brividi
> di grigio riamare.
Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la
sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale
malignità dell’uomo contemporaneo.
> Se fossi un intellettuale
> col cranio pieno di dolore
> e di impalpabile angoscia
> volteggerei come una libellula vestita di fiori.
> Ma per tornare al concreto non lo sono.
> Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
> e se non fosse per il nome che porto
> mi sigillerei in una conchiglia
> e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
> Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
> ed è un abisso di stelle.
La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire
la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.
> “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa
> di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco,
> perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre.
> Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui
> desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in
> cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui
> sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista
> poetico era la persona a lui più vicina”.
Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo
meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi
erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103
cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a
casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto
sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo
specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono
rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di
cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di
inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del
libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso
Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di
inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie
pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie
che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano
poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei
manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo
autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie
inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per
‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto
quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso
tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire
quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene
fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine,
ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso –
purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o
poi riusciremo a ritrovarli”.
Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non
quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la
page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di
questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua
furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore.
Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco
celebrato.
Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano
nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile
ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a
mio avviso, per la poesia italiana.”
La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci
porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti
strazianti.
Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il
poeta del nostro tempo proviene da Pangea.
René Char era un colosso: alto più di un metro e novanta, alternava il rugby –
in cui eccelleva – con la lettura di Rimbaud, Plutarco e Lautréamont. Si
sentiva eroico. Il papà, Joseph Émile, guidava una fiorente industria del gesso;
a L’Isle-sur-la-Sorgue, in Provenza, Char passò un’infanzia preistorica. La
morte del padre – accaduta quando aveva undici anni – gli permise una rendita
che il ragazzo esaurì in pochi, folgoranti anni.
La “Chiamata” – meglio: Propositions-Rappel – che si pubblica in questa pagina,
appartiene alla sfrontata giovinezza di René Char, uno dei poeti francesi più
potenti di sempre: uscì nel dicembre del 1931, sul numero quattro de “Le
Surréalisme au service de la révolution”, la rivista fondata da Breton & Aragon
(nata nel ’30 dalle braci del suicidio di Majakovskij, durerà per sei numeri,
fino al 1933). Figurano, nello stessa rivista, articoli di amici a vario titolo
di Char: René Crevel, Tristan Tzara, Salvador Dalí. Oltre a Paul Éluard, un
sodale: con lui si avventurava nei bassifondi di Parigi, tra artisti di strada,
prostitute filosofe, nottambuli divinatori di Tarocchi. René Char aveva compiuto
da poco ventiquattro anni.
Meraviglie della sorte: esattamente dieci anni dopo, disertando, braccato come
comunista, René Char risorgerà in “Capitaine Alexandre”: a capo di una banda di
‘resistenti’, con base a Céreste, il poeta sarà protagonista di audaci azioni di
guerriglia ordite contro i nazisti, guidate da una poetica del coraggio.
L’esperienza coi Surrealisti – che gli guadagnò, tra l’altro, una coltellata al
fianco, durante una rissa al “Maldoror”, un bar parigino, nel febbraio del 1930
– durò qualche anno. Nel 1934, in una lettera, Char confida ad Antonin Artaud
che “Il Surrealismo è morto a causa dell’imbecille settarismo dei suoi adepti”.
Ai manifesti programmatici preferiva la lettura di Eraclito, scoperto da poco;
alle arlecchinate politiche i testi di Hölderlin e di Heidegger, a cui lo aveva
inoltrato la nuova amante, Greta Knutson, già moglie di Tzara. Per una sorta di
orgoglio interiore, di austera pratica del sé, Char rifiuterà di screditare
Breton, gioco prediletto di molti ex Surrealisti (così a Benjamin Péret: “Ho
riacquistato la mia libertà, è vero, ma non sento il bisogno di sputare su ciò
che per cinque anni è stato tutto il mio mondo”).
Benché la Seconda guerra costituisca un’esperienza spartiacque nella silenziosa
disciplina di Char – che culmina in Feuillets d’Hypnos –, c’è una continuità tra
il René ‘surrealista’ e quello – per così dire – marziale e sapienziale. I testi
pubblicati su “Le Surréalisme au service de la révolution” sono privi
dell’occasionale ardore, delle urla rococò, con il monocolo, che inghirlandano
quelli dei suoi compagni d’arte: Char sperimenta già il frammento franto, che
non declama ma incanta; già vive in un suo assoluto, in una sua Arcadia
incendiata, in un futuro presocratico. Il punto di giunzione tra il ragazzo e il
combattente è in Moulin premier – in Italia: Mulino primo. Al di sopra del
vento, Pàtron Editore, 1999, a cura di Adriano Marchetti –, raccolta edita nel
1936 per le Éditions G.L.M., ma che raduna prose-scalpo scritte durante la foga
surrealista. Anche qui, come in Propositions-Rappel, è la necessità di forgiare
una poetica all’arma bianca, un’albedo del verbo che vada oltre il pantano
avanguardistico; a volte, come in questa lassa, Char piega, piaga, rimodella le
stesse parole usate per la sua “chiamata”:
> “Accade al poeta di arenarsi nel corso delle sue ricerche su una sponda dove
> non era atteso se non molto più tardi, dopo il suo annientamento. Insensibile
> all’ostilità della propria cerchia arretrata il poeta si organizza, abbatte il
> proprio vigore, fraziona il vocabolario, aggancia i vertici delle ali”.
Poi le nuove aperture, il levitare della lotta:
> “I netturbini di poesia sono in generale privi di sentimento della poesia;
> inadatti ad aprire le vie della sua azione.
>
> Occorre essere l’uomo della pioggia e il bambino del bel tempo”.
La ‘chiamata’, la ‘sentenza’, la lotta, l’azione, l’alchimia. In ogni caso,
poesia che, dopo lento sobillare del linguaggio sia forza viva, non più inerte
ornamento, sia vero evento e non avvento partitico. Da qui, l’evocare il “nuovo
mondo” e la “progenie di rivoluzionari” – la poesia rimuove gli ostacoli perché
è ostile ai vocabolari in voga. Nella “notte oscura” in cui si inscrive Char ci
sono, certo, l’amato Georges de la Tour, l’arte a lume di candela, la mistica di
Giovanni della Croce, ma è soprattutto il poeta come creatura notturna – è il
ladrocinio del verbo.
**
Chiamata
La qualità di una poetica è la preda, pericolosa all’eccesso, che il poeta
assegna al potere illimitato della propria azione.
La poesia incorpora il tempo, lo assorbe. Dove arretra la notte bianca, arriva
la notte oscura. Dove il veggente stermina il credente si installa il surreale,
si impone. Universo-passione da cui non puoi evadere, da cui non desideri
evadere.
Qui l’immagine virile insegue incessantemente l’imago femminile – e viceversa.
Quando riescono a toccarsi, muore il creatore, nasce il poeta.
Alla foce del fiume dove non ci si può più gettare perché sotto le sue acque
splende il sole, è il poeta l’illuminato. Mondo nuovo.
Nel corso delle sue ricerche, accade al poeta di arenarsi su una riva inattesa,
dove non era atteso se non dopo essere svenuto. Tra oggetti nuovi e sigillati,
si organizza il poeta.
Una bellezza respirabile: è su questa visione che i poeti issano il drappo
dell’aldilà. In quello stesso angolo di tiro, tuttavia, conosco alcuni che non
riesco a placare l’impazienza dei loro becchi. Ecco perché non sono qui.
Indipendente dall’idea della morte, il poeta si incarica del peso di quella
morte. Se non ne accusa il peso è perché qualcun altro la porta. Il poeta ha più
teste e molti servitori.
Il pensiero poetico vivente si esprime nella sua forma esatta quando le immagini
simboliche rinunciano al loro pacifico significato, come l’inquilino prende
preventivo congedo dal proprietario – soltanto così si trae movimento
dall’immobile –, non resistono più al nulla che le attrae e, distruggendosi a
vicenda, si identificano con la cenere originaria. Progenie di rivoluzionari.
René Char
L'articolo “Progenie di rivoluzionari”. Un testo di René Char proviene da
Pangea.
Tensione del senso: le crepe di Valerio Magrelli (2ª parte)
Abbiamo potuto notare come, nel passaggio dalle prime raccolte fino a Esercizi
di tiptologia, la centralità del soggetto si erode progressivamente, in La
poesia questa perdita di centralità trova una formalizzazione tecnica oltre che
concettuale. Già la presenza del testo in Didascalie per la lettura di un
giornale ci dice molto dell’attenzione di Magrelli al mondo esterno, alle sue
possibilità di apertura e assedio. Il giornale – ma l’informazione tutta – ci ha
depredato di un contatto diretto prima con la sapienza poi con la conoscenza,
parafrasando il celebre motto di Eliot presente in The Rock e posto in esergo da
Magrelli, ma ci mette in contatto col mondo, è la finestra che affaccia
all’esterno il nostro ego assediato, impaurito e che, a sua volta in quanto
soglia, lo richiude al suo interno perché lo aggredisce, riproducendo il
circuito-cortocircuito della psiche sul piano sociale, il territorio, cioè, dove
Magrelli ci sta trasportando da quando abbiamo abboccato all’amo della sua
poesia (non ci sarà tempo all’interno di questo lavoro sul “tra” relazionale di
prendere in considerazione un altro libro di ricerca collaterale ma non meno
significativo rispetto alla vena principale della poesia di Magrelli, Il
commissario Magrelli – 2018 –, un libro sull’ “eccessiva giallizzazione” della
nostra letteratura che critica la società dei “lupi”, degli aggressori, degli
assedianti attraverso il genere giallo, tra l’altro, en passant, un’altra
ossessione di Eliot).
Se la crepa, alle origini del tragitto, costituiva il punto di dislocazione del
soggetto, sembra adesso diventare sempre più condizione di trasmissione e la
poesia, come tentativo di comunicazione tra mondi separati, rompe la parete del
proprio involucro, rigetta il nemico, l’altro che è il soggetto, il suo mauvais
sang (vedremo quale sarà la trasformazione di questo cattivo sangue relazionale
e sociale nell’ultimo Magrelli).
La luce eccedente e il ronzio persistente ci conducono a un vero e proprio
disturbo, il cortocircuito si fa da percettivo, collettivo. Vediamo come:
Descrizione di una connessione in rete
sotto forma di accoppiamento animale
Sentire come geme e come,
torturandosi roco, fischi, trilli,
rivolto alla sua anima gemella
per lanciare il richiamo:
contorcersi, stridere
in un gorgheggio che è
tempesta magnetica – basta
per dire come il suo contatto
sia stipula, danza, corteggio,
perduta estenuazione
di una copula lancinante,
coassiale.
In Disturbi del sistema binario (2006), raccolta di cui il testo è un
estratto, Magrelli continua a trasferire la riflessione sulla crepa e
sull’attraversamento dal piano percettivo-corporeo degli anni Ottanta e Novanta
a un piano relazionale-collettivo e, possiamo aggiungere, tecnologico,
esplorando la connessione “in rete” – in senso sia tecnico sia esistenziale –
come esperienza destabilizzante. Il titolo stesso del libro suggerisce un campo
di forze in cui la logica binaria (presenza/assenza, vero/falso,
soggetto/oggetto) viene messa in crisi da fenomeni di interferenza, rumore,
disturbo: condizioni che mostrano ancora una volta come l’idea di una
trasmissione lineare e trasparente sia illusoria.
Nel testo Descrizione di una connessione in rete sotto forma di accoppiamento
animale, la “rete” è un campo dinamico di scambio e scontro, uno strumento per
niente neutro di comunicazione. La metafora zoomorfica
dell’accoppiamento sottolinea la natura pulsionale, e persino agonistica, del
collegamento: “geme… fischi… trilli” sono segnali di una comunicazione carica di
interferenze e sovratensioni. La connessione è una tempesta magnetica, un campo
di forze che annulla gerarchie ma, allo stesso tempo, produce un effetto di
saturazione percettiva. La scelta dell’aggettivo “coassiale” in chiusura –
termine tecnico che designa un tipo di cavo usato per la trasmissione di segnali
– introduce direttamente la dimensione materiale e infrastrutturale della
connessione: il legame è composto da mediazioni fisiche, scarti, perdite di
segnale e, in questo senso, la poesia di Magrelli elabora una diagnosi della
condizione contemporanea: vivere in rete significa essere attraversati da
richiami che si intrecciano in modo inafferrabile, una “virtualità” che è pura
“potenza” e, in quanto tale, rischia di trasformarsi in prepotenza. L’epoca
delle grandi trasformazioni tecnologiche, il Novecento come secolo della scienza
con tutte le sue ambiguità, ci ha portato a una nuova “età dell’ansia” –
reminiscenza audeniana? –, a un’esposizione totale all’altro come in un nuovo
campo di battaglia, una battaglia “virtuale” che non significa meno “reale” di
qualunque guerra, solo che si muore in altri modi, ambigui come la “guace”,
testo-concetto che introduce l’intera raccolta e che indica “una stagnazione
della vita / infestata di morte”, una soglia aperta/chiusa in cui non è
possibile “tenere fuori i mostri, / ma nemmeno […] accoglierli” (la stessa
ambiguità dell’ultimo film di Kubrick, Eyes Wide Shut che chiudeva il millennio
nel 1999). Allo stesso tempo, Magrelli sostiene un’estensione di ciò che ci ha
preceduto, una resilienza ai segnali che, disturbando, si compenetrano,
amplificandosi. Il disturbo è pur sempre per lui la condizione strutturale
dell’esperienza già nell’ambiente reale, figuriamoci nel digitale che ne è la
propaggine scientifica, in continuità con quanto avvenuto nel XX secolo. La
poesia, così, assume questa condizione e la traduce in pattern ritmico e sonoro
– “torturandosi roco, fischi, trilli” – come se lo stesso verso fosse soggetto a
interferenze e la crepa originaria della percezione (visiva, cognitiva) potesse
ritradursi in perturbazione collettiva. L’individuo oggi esperisce
un’esposizione continua, le connessioni lo attraversano e lo modificano non
connettendo nient’altro che la stessa esposizione, rendendo ambigua la
comunicazione che è già qualcosa di diverso persino dal vedere male e ascoltare
troppo della precedente stagione poetica. La relazione, infatti, occorre
ribadirlo, non è più mediazione limpida tra due soggetti, ma campo di tensione
magnetica – come il medium poesia analizzato nel testo precedente – in cui ogni
termine si definisce attraverso la propria distanza dall’altro. Il testo in
questione registra questa situazione come esperienza corporea – “perduta
estenuazione di una copula lancinante” – e la connessione diventa un
dispositivo tettonico di scambi instabili, una nuova faglia d’esperienza.
Questa prospettiva pone Magrelli in dialogo critico con la
contemporaneità: Disturbi del sistema binario non denuncia un insieme di
patologie digitali, ma mostra come la stessa logica del mondo connesso renda
evidenti i limiti della comunicazione lineare e della relazione intesa come
presenza immediata. In questo modo l’opera sviluppa ulteriormente il tema
del “tra” come campo di forze dove senso, relazione e linguaggio coesistono in
tensione continua, attraverso interferenze, accoppiamenti improvvisi, risonanze
e cortocircuiti.
La poesia, in questo contesto, è una trama di segnali che non si appianano, un
processo in cui il soggetto è attore e spettatore insieme, esposto alle
perturbazioni che attraversano la rete e la società. La crepa, allora, continua
ad essere punto di trasmissione che ora si traduce anche in caratteristica della
relazione contemporanea, “metamorfizzata”, in cui l’esperienza dell’altro e del
mondo si costituisce come campo transitivo di rumori e interferenze, cui la
poesia non dà risposta, occupandosi invece di registrare la tensione stessa del
senso. La disillusione che caratterizza tutta l’operazione di Disturbi del
sistema binario è sintetizzata, non a caso, nell’ultimo testo della raccolta che
riportiamo:
Post scriptum
Addio alla lingua
I.
Di colpo, un 6 gennaio di diversi anni fa,
conobbi la mia Nera Epifania,
quando la lepre mi balzò agli occhi
e mi rispose mentre mi rivolgevo all’anatra.
Fino ad allora avevo ciecamente
creduto nella sacra liturgia del colloquio.
Comunicare, per me, significava comunicarsi
nella comunione di una parola comune.
Quel giorno compresi lo scopo del Giano animale:
vanificare, ossia «gianificare», ogni scambio verbale.
Adesso è un mondo invaso da ultracorpi,
dove chiunque potrebbe rivelare un profilo nascosto,
parallelo,
ignoto anche a se stesso.
II.
Fu un’amara Befana,
quella con cui si chiuse il mio millennio.
Invece di portare i suoi regali,
mi strappò ciò che avevo di piú caro:
il sogno di una lingua condivisa.
Creature biforcate e logo-immuni
mi sorsero davanti,
invulnerabili alla verità.
Ero entrato nell’era dell’anatra-lepre,
in una età del ferro, del silenzio.
Resta da capire quale sia questa “età del ferro” di cui si parla nel finale e
per questo dobbiamo passare a Il sangue amaro del 2014, già nel titolo
trasformazione evocativa del mauvais sang di rimbaldiana memoria visto in
precedenza.
La raccolta si presenta come un’opera di enorme articolazione tematica e
formale, strutturata in dodici sezioni, che affronta campi eterogenei: testi
dedicati ad amici e poeti, riflessioni sul linguaggio e la lettura, componimenti
civili e sociali, inserti prosastici, poemetti etologici come La lezione del
fiume e meditazioni sulla musica, sul rumore e sull’acustica. Tutto ciò rivela
un Magrelli che, pur mantenendo la precisione concettuale e il rigore formale,
si confronta con il mondo esterno e con la sua frammentazione antropologica.
Il titolo della raccolta stesso evoca una condizione esistenziale caratterizzata
dall’amarezza diffusa, una sorta di tonalità emotiva permanente che non si
limita alle introspezioni solipsistiche, ma investe la relazione tra individuo e
mondo. Questo sentimento riguarda tanto la quotidianità e i rapporti familiari –
per esempio nel legame con la figlia – quanto la precarietà civile e sociale del
presente, testimoniato da versi che reagiscono alle ingiustizie, alla
marginalità urbana e all’alienazione collettiva.
All’interno della raccolta risalta la sezione intitolata Timore e tremore, il
cui riferimento al motto paolino e alla teoria kierkegaardiana non è casuale.
Attraverso esso, Magrelli esplora l’idea di un’esistenza attraversata dalla
paura e dall’incertezza, un tempo in cui il soggetto non ha sicurezze di fronte
all’altro, alla società e a se stesso, e in cui il mondo si presenta come
qualcosa che non può essere semplicemente interpretato o compreso.
Questa scoramento diffuso si inscrive in una poetica che, come abbiamo visto, ha
sempre indagato il rapporto tra percezione e linguaggio, ma qui lo collega in
modo più diretto alla fragilità delle relazioni umane e alla dissonanza
sociale della nostra contemporaneità. In Disturbi del sistema binario la perdita
di una lingua condivisa veniva rappresentata con immagini di “Creature biforcate
e logo-immuni” e con il cortocircuito comunicativo; in Il sangue amaro tale
perdita si traduce nell’amarezza di un linguaggio che non consola e non fonda
unità, e nella difficoltà di ricongiungersi con l’altro o con la comunità.
La raccolta, pur attraversando momenti di ironia e leggerezza, continua a
tornare sull’idea di irreversibilità temporale, ansia esistenziale e
impossibilità di un contatto pieno tra soggetto e mondo. Il riferimento alla
vita familiare e alla corporeità, in particolare attraverso la figura dei figli
o degli affetti quotidiani, indica un possibile spazio di apertura relazionale,
ma persino qui tale apertura è segnata dal peso del tempo, della paura e
dell’incomunicabilità. La poesia, allora, è il “sangue” che, rimesso in circolo,
si fa contatto tra “mondi separati” nella resa alla distanza e alla fragilità
condivisa. Vediamolo attraverso i testi:
Welcome
Dio delle baraccopoli, Gesù dei clandestini,
nato nella favela, ultimo fra i bambini,
creatura della notte, amato dai reietti,
scintilla nelle tenebre, abisso degli eletti.
Gesù di baraccopoli e Dio dei clandestini,
nell’ultima favela neonato fra i bambini,
amato dalla notte, creatura dei reietti,
abisso nelle tenebre, scintilla degli eletti.
Abisso e baraccopoli, scintilla e clandestini,
quanto amato in favela!, creatura dei bambini,
ultimo nella notte, neonato fra i reietti,
Gesù dentro le tenebre, Dio di tutti gli eletti.
In Welcome, Magrelli organizza il testo come una macchina di permutazione:
quattro nuclei semantici – divinità, marginalità sociale, infanzia, polarità
luce/tenebra – vengono costantemente ricombinati. Non c’è sviluppo narrativo,
non c’è progressione tematica in senso lineare; c’è una rotazione controllata
degli stessi elementi, secondo uno schema quasi combinatorio.
La prima strofa stabilisce l’assetto simbolico: “Dio delle baraccopoli, Gesù dei
clandestini” colloca immediatamente il sacro nello spazio dell’esclusione. La
nascita nella favela, l’essere “ultimo fra i bambini”, l’essere “amato dai
reietti” ridefiniscono la genealogia cristologica in chiave periferica. La
chiusa “scintilla nelle tenebre, abisso degli eletti” introduce una tensione
verticale: luce e profondità convivono nella stessa figura.
La seconda strofa riorganizza i contenuti precedenti. “Gesù di baraccopoli e Dio
dei clandestini” inverte l’ordine dei nomi divini; “amato dalla notte, creatura
dei reietti” scambia i complementi; “abisso nelle tenebre, scintilla degli
eletti” ribalta l’asse luce/profondità. Questa strategia di inversione produce
un effetto di instabilità controllata. Il senso non si espande, si intensifica.
La ripetizione con variazione crea una pressione semantica che impedisce la
fissazione definitiva delle gerarchie.
Nella terza strofa il procedimento raggiunge il massimo grado di condensazione.
L’apertura nominale “Abisso e baraccopoli, scintilla e clandestini” elimina il
verbo e accosta direttamente categorie ontologiche e categorie sociali.
L’esclamazione “quanto amato in favela!” spezza la linearità sintattica e
introduce una torsione enfatica che carica lo spazio della favela di un valore
affettivo assoluto. La chiusa “Gesù dentro le tenebre, Dio di tutti gli eletti”
amplia il campo: l’elezione è inscritta nello stesso spazio oscuro che definisce
la marginalità.
Se leggiamo il testo alla luce del percorso che abbiamo tracciato, la “crepa”
qui non attraversa più il soggetto percettivo, come in Ora serrata retinae, né
si configura ancora come disturbo comunicativo in senso tecnologico o mediatico.
Essa agisce sul piano simbolico e teologico.
La forma litanica richiama la preghiera comunitaria, però la comunità evocata
non coincide con un’assemblea rassicurante. È una collettività ferita, composta
da clandestini, abitanti di baraccopoli, bambini ultimi. Il linguaggio sacro
sopravvive come schema, mentre il suo referente si sposta verso i margini. La
tensione del senso nasce da questo scarto: la tradizione cristologica viene
riattivata dentro uno scenario urbano segnato dall’esclusione globale.
In tal modo Welcome rappresenta un momento decisivo nell’allargamento
concettuale che va dall’individuo alla società. La poesia mostra che l’asse può
spostarsi, che l’ultimo può diventare centro, che l’elezione può coincidere con
l’ombra. In questa oscillazione si avverte già quella condizione di instabilità
strutturale che, nei testi successivi, si manifesterà come ansia sistemica e
come disturbo generalizzato del senso.
La frattura sociale è anche la presa in atto di un mal de vivre dissociato dalla
vita stessa, di un modo di esistere e stare nella relazione combattuto e reso
più “amaro” dal sentirsi incastrato nella propria condizione. “Sono ostaggio
dell’Amore” dice Magrelli in Cerbero in cui la constatazione dell’arrembante,
desiderato “non-essere” è ostacolata e ancora trasformata dall’Amore, con la
maiuscola, dio dello “stare accanto” e del “vivere insieme”. Su questo estremo
paradosso ragiona tutta la seconda parte de Il sangue amaro: rappresentazione
dell’oscillazione tra allontanamento e distanziamento relazionale. Con
l’ipertesto La lettura è crudele, partendo dallo spunto dell’evento di lettura,
solitario e per certi versi alienante, Magrelli riflette sull’impossibilità
della “vicinanza” amorosa, così nel testo iniziale leggiamo: “se amore è la
distanza che ci chiama / e insieme la paura di varcarla” ([Matrice]). Nella più
antica tradizione lirica, il tema della lontananza dall’essere amato esprimeva
la dimensione, nonché l’accettazione, di un ordine sociale e civile, assumeva,
per segnali, la possibilità di una lettura del reale, riconosceva una gerarchia
di valori per cui la distanza tra il cantore e il potere (il signore feudale ma
anche Dio) si risolveva nell’aspirazione a un superamento concretizzato dal
canto e dalla parola. La frammentazione moderna e la dissoluzione post-moderna
dell’ingombro identitario riverberano esacerbate in questo poemetto della
separazione, che si conclude nell’impossibilità del contatto:
XI.
e insieme la paura di varcarla.
Ma c’è un divieto.
Il desiderio d’essere sradicati da sé,
fino a confondersi con la creatura amata,
si scontra con la forza di gravità che ci governa.
L’io si agguanta al suo io e non si lascia andare.
Da qui la nostalgia per la persona
con cui non potremo mai ricongiungerci
nel paradiso perduto della lettura,
nel paradiso perduto che la lettura addita
sul fondo incantato del non-io.
L’abisso naturale della nostra concretezza appare inscalfibile, soprattutto per
chi ha sempre vissuto il corpo come un peso. La materia si fa ingombro ma il
paradiso è perduto per sempre, proprio perché la caduta nel corpo è
ineluttabile, gravitazionale, costringendo il mondo al suo degrado “infero”.
Tra silenzi e cadute, tra fuga e presenza, accettazione e rifiuto, si esasperano
le movenze di un tempo, il nostro, recluso nel suo percorso senza sbocchi. Così
in Annopenanno. Un calendario, sezione che chiude la prima parte del libro,
assistiamo, seguendo l’antico genere, a una ricapitolazione della vita, dei suoi
alti e bassi. La circolarità emerge dalla numerologia: dodici stazioni pagane,
attraverso i dodici laicissimi mesi dell’anno (come dodici sono le sezioni della
raccolta), in cui quello centrale, giugno, importante per il poeta, riassume le
possibilità di un ritorno sempre in ritardo, mutevole, un anello di spirale:
Giugno (1957-2007)
I Am A Strange Loop.
D. HOFSTADTER
Cinquanta volte giugno,
e sarei io, l’anello?
L’anello è lui, questo tempo elicoidale
che torna su se stesso
sempre uguale e uguale mai,
mio giugno, anello solstiziale
di sangue, di nozze, di addio,
eterna vigilia di quella vacanza
che infine giungerà pura
nudissima luce definitiva,
mio sabato dell’anno, rompendo
finalmente l’anello sisifale.
La seconda parte de Il sangue amaro si apre con una sezione più intima, Piccole
donne, con chiari riferimenti ad alcune fasi della vita della figlia del poeta,
o meglio, della vita del poeta che osserva la figlia, dalla distanza presente in
altri passi della raccolta e già presenti anche in Disturbi del sistema binario.
Anche qui l’ossessione temporale si presenta col suo carico d’irreversibilità e
violenza: «Perché la guardo?» – riferito a una cicatrice minuscola sulla guancia
della figlia, provocata da una compagna – «Solo per ripetermi che il Tempo/ lì è
trascorso, affidando il saluto ad un’unghiata» (Fine come un capello).
In Otobiografia s’incrociano, nel segno della sottostima, di un understatement
“pinzillacchero”, il passare del tempo e le idiosincrasie di matrice sonora,
altro segno di continuità (e ripetizione ossessiva) nell’opera di Magrelli, al
limite dell’acufene schizoide: “La verità è diversa:/ mentre mi punto alla
tempia quell’attrezzo/ che sembra una pistola” (riferito a un vecchio phon
malridotto) “viene fuori il racconto di storie terribili,/ fucilazioni, il
pianto di bambini./ È come una confessione non richiesta,/ una registrazione
spedita per errore./ Che c’entro, io, con tutto questo sangue,/ io che mi voglio
solo asciugare la testa?/ Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,/ prima
di sprofondare in quell’orrore/ e assistere impotente a certe scene./ Meglio
bagnato, allora./ Mi verrà il torcicollo? poco male” (Rumore, fa’ silenzio).
Rumori e suoni di mancanze o presenze eccessive, deformazioni acustiche che
amplificano il senso di alienazione, riducendo ogni slancio del soggetto che
resta impaniato nella distruzione e nella perdita, nella ripetizione che
immobilizza, come nella vicenda della città peruviana di Cahuachi ricoperta di
fratture (anche sonore se consideriamo i flauti spezzati), o come nel “suono che
si leva uguale, / il Sempre-uguale” di Suites inglesi.
Occorre adesso aggiungere che il ripetersi di temi e motivi è speculare alla
struttura di molti testi (in cui forme strofiche e numero di versi tendono ad
accostarsi in serie doppie) e all’architettura dell’intera raccolta. I dodici
mesi dell’anno come le dodici note di un piano (come ci avverte
la Premessa nella sezione Annopenanno), il tempo e il suono, iterazione e minimi
slanci d’apertura in sezioni che alternano continuamente alti e bassi – piano e
forte, appunto – in successione, come in una scansione dodecafonica che vive di
accostamenti ambivalenti, senza guide tonali. Serie che si presentano
strutturate, preparate (non per niente le note ci avvertono copiosamente che i
componimenti de Il sangue amaro sono in gran numero d’occasione, frutti di
riciclo testuale). Quest’impostazione strutturale sembra utilizzata in funzione
dissacratoria, per tentare, in questo modo, di rispondere alla crisi
antropologica in atto. Il gioco degli accostamenti conduce all’inghippo
relazionale, sembra consistere in un’attesa, per cui “il sangue amaro” continua
a circolare sulla strada dell’eterna transizione.
La sezione Il policida ha accensioni “civili”, traspare un senso
di pietas claudicante per i senza-lavoro (i giovani), per le vittime del lavoro
(l’incidente alla ThyssenKrupp di Torino del 2007), oppure l’astio senza
invettiva per le oscene manipolazioni burocratiche (I necroburi) e per le
altrettanto oscene compromissioni nella storia recente della politica nazionale
– due indovinelli che vanno sotto il titolo I guanti di Nesso, indicanti,
attraverso il riferimento mitologico, l’ambiguità del messaggio, per cui la
camicia del centauro si trasforma in un referente che porta con sé il seme – o
sema – della dualità, in quei guanti che conservano nel veleno celato
l’uniformità e l’impossibilità della scelta.
La formula dell’indovinello ritorna, come citazione, nella sezione La lezione
del fiume, poemetto in forma di rondinets, cioè un tipo di composizione che
deriva dal rondeau francese, medievale e poi barocco. Epoche di passaggio,
transizionali, come il fiume in questione, inteso come vita, dimora
esistenziale, come metafora iperbolica del sangue che dà il titolo alla raccolta
(il quale manifesta l’ambivalenza quasi ossimorica e circolare di un proverbio,
per cui la vita, rappresentata dal sangue, è abbinata a un aggettivo che ne
illustra la forza stringente e negativa). Così il richiamo al Sinfosio
dell’Anthologia Latina è collegabile ai diversi enigmi che l’esistere pone, ma
anche alla vita del poeta che abita la dimora della sua poesia:
XIII. Pesci in poesia
Ancora non ho detto della fauna, della flora del fiume,
il fervore di creature brulicanti che vivono nel flusso,
che vivono nel dolce. Da qui, l’indovinello di Sinfosio:
C’è una casa sulla terra che zampilla e ha voce chiara
È una casa che rimbomba, ma il padrone, muto, tace
Tuttavia corrono insieme, il padrone con la casa.
Questo è il pesce di fiume
che tace nel fiume che mormora,
che nuota nel fiume che nuota.
E il fiume medesimo, pesce-matrioska,
trascina, saltellante e canterino,
il popolo natante insieme a sé.
La nostalgia del ricordo, l’evidenza della fine, emergono anche nella
sezione Paesaggi laziali, in cui la vicinanza al nulla entropico (o si tratta di
metamorfosi brulicanti e, per questo, ancora non chiaramente leggibili?) si
presenta in componimenti che contengono tematiche di estinzione: della periferia
urbana (Principe delle Volpi!), della lingua che si parlava e non si parlerà più
(Invettiva sotto una tomba etrusca) perché “Adesso parleranno tutti uguale”, in
un cupo pessimismo che riflette sul futuro della lingua italiana. Estinzione del
rito mortuario, Il funerale laico, gioca ancora con la metafora del
fiume-esistenza, per cui noi tutti “aspettiamo / sulle rive del Nihil” una fine
che è già avvenuta, “la nuda Verità” del nulla che ci ha trasformato in morti in
vita. L’ossessiva ambivalenza tra scomparsa e sopravvivenza raggiunge il culmine
nei versi di Pasqua (p. 122), etimologicamente ancora un passaggio:
Pasqua
In una Pasqua azzurra e solitaria
(la città vuota, la mamma ammalata)
decido di portare mio figlio di sei anni
in bicicletta, lungo il fiume, a nord.
Via per il Pantheon, culla funeraria!
(nessuno in giro, la strada ventilata)
e dritti fino al Tevere, per scordare gli affanni,
luccicante e leggero da farsi in pedalò.
Ma dopo il Foro Italico, dalla ricca statuaria
(la ciclabile scende, più buia, malfamata)
un villaggio di nomadi, fra le baracche e i panni,
ci piomba addosso muto, con lamiere e falò.
Poi la pista risale in una curva d’aria
(noi ci voltammo indietro, la minaccia sventata)
trasparente di luce, lontana dai capanni
degli stranieri – zingari, clandestini, macrò.
Così in quella giornata raggiante e leggendaria
(per la nostra famiglia, sebbene menomata)
restò quel punto nero, vergogna, disinganni,
fratellanza, paura, odio, pena, non so.
L’ultimo verso, elencazione, asindeto senza climax, se non neutralizzante in
quel finale “non so”, apre all’ultimo accostamento dodecafonico del libro,
all’ultima sezione che riprende l’accordo incipitario espresso dal titolo. Il
sangue amaro si apre con la dichiarazione lucida, aperta, del poeta, di una
coerenza che dura da sempre, per cui produzione e vita sono legate
nell’ambivalenza, il suo “Sangue Amaro. / È una specialità della casa, sin dal
lontano 1957” (Sangue Amaro). Così anche la poesia è vita di un’ombra o ombra
della vita (altra eco barocca), in sostanza “lo stampo che porto dentro me, /
stampo del mondo impresso a me nel mondo / e che mi fa essere al mondo /
soltanto nella forma dello stampo” (Invisibile e invincibile). Persona è la sua
ombra, le sue ombre che allontanano dal matrimonio col mondo, per cui è
necessario un filtro (pozione magica) chimico che stordisca il disorientamento
del soggetto:
Le nozze chimiche
Queste che prendo gocce
con tanta religiosa compunzione
sono i miei testimoni
per le nozze col mondo.
Soltanto grazie a loro posso stringere
un patto d’amore col mondo,
perché solo con loro reggo l’urto
della sua illimitata ostilità.
Elmo fatato: mio padre non lo aveva
e morì, prima ancora di morire,
incredulo, indifeso ed indignato,
sotto i colpi del mondo.
L’unione è spezzata in definitiva, la crepa sembra espandersi in voragine, il
poeta è “testimone alle nozze/ fra la Mancanza e la Ripetizione” (Piccole stanze
d’albergo), ultime divinità del tempo presente.
Proprio la ripetizione, infatti, raffigurata in un’interpretazione circolare
dell’esistere, chiude il libro:
Sul circuito sanguigno
È come nel sistema circolatorio:
il sangue è sempre lo stesso,
ma prima va, poi viene.
Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
la vena che riporta
il dono delle arterie alla partenza.
Circolazione, ripartenza continua, che potrebbe scalzare la mancanza nonostante
l’ostilità del mondo (dell’Altro), proprio nella sofferenza della ripetizione.
Ma dovremmo essere in grado di sopportare il sacrificio dell’apertura, il dolore
in essa implicito anche in termini di consapevolizzazione delle facoltà
falsificatrici del linguaggio, anzi solo questa rinnovata coscienza potrebbe
permettere lo slancio che consente di non girare più a vuoto in quella
“stagnazione della vita/ infestata di morte” (La guace, in Disturbi del sistema
binario), cioè in una maniera linguistica in cui l’occhio del soggetto non è più
capace di illuminare e lottare per il reale, ritrovandone la grazia. Allora, se
anche la grazia è morte, occorre esporsi senza difese alla sua deformazione,
alla sua trasformazione, alla dissoluzione. Alla verità:
Una eccezione alla regola
La verità è come il sangue:
ci permette di vivere,
ma non dovrebbe mai venire alla luce.
Il testo è pura condensazione teorica, quasi un epigramma esemplificativo
dell’intera traiettoria poetica di Magrelli, e acquista un significato pieno se
letto come punto di arrivo della dinamica della “crepa” – dall’incrinatura
percettiva individuale fino alla frattura antropologica e relazionale che
attraversa Il sangue amaro e culmina in Exfanzia (2022), da cui è estratto. La
similitudine iniziale è seguita dalla doppiezza proposizionale che costruisce un
paradosso che funge da formula di funzionamento dell’esistenza.
Nel tragitto interpretativo compiuto, il sangue è già diventato categoria
centrale con Il sangue amaro: circolazione, ripetizione, sofferenza che ritorna,
movimento che non conduce fuori dal sistema ma lo mantiene in vita. Qui la
metafora viene portata al massimo grado di astrazione.
Il sangue è interno, invisibile, necessario, pericoloso quando emerge, come
l’esistenza stessa di cui è metonimia, come la poesia che, nel caso di Magrelli,
ne è vera espressione.
Questo ribalta definitivamente la tradizione occidentale che identificava verità
e luce. Dopo la lunga traiettoria magrelliana – dall’ipertrofia percettiva
di Ora serrata retinae alla luce eccessiva di Esercizi di tiptologia, fino al
disturbo sistemico e sociale – la luce non salva, espone alla ferita, la esterna
e la conferma, e la “crepa-poesia” non celebra alcuna rivelazione ma la teme.
L’intero percorso precedente prepara a questo trauma relazionale insuperato ma
produttivo, perché costantemente desiderante:
* In Ora serrata retinae la crepa invade l’autocoscienza;
* in Nature e venature incrina il soggetto;
* in Esercizi di tiptologia diventa tentativo di comunicazione con l’esterno;
* in Disturbi del sistema binario produce distorsione relazionale e
tecnologica;
* in Il sangue amaro si socializza, diventando condizione storica e affettiva;
* in Exfanzia diventa legge ontologica minimale con l’approssimarsi della fine.
Lo stesso titolo dell’ultima raccolta (Exfanzia) suggerisce un’uscita
irreversibile: espulsione dall’origine senza nostalgia, così la poesia assume il
tono di una conoscenza post-iniziatica. Non c’è più ricerca di autenticità né
speranza di ricomposizione tra io e mondo. La verità non è negata – ed è
decisivo – ma deve restare in circolazione invisibile, come il sangue nel corpo
sociale e psichico, come mera forma di resistenza. Questo ci collega
direttamente alla lettura dell’amore come distanza e impossibilità di fusione:
ciò che mantiene in vita la relazione è proprio ciò che non può essere
totalmente esposto. L’assoluta trasparenza coinciderebbe con la distruzione del
legame.
Il testo assume, ancora una volta, la forma di un referto medico o di un assioma
scientifico, eppure, Magrelli sembra raggiungere il massimo lirismo nel momento
di resa più evidente al se stesso che passa e nell’addio a un modo di fare
poesia che canta l’esperienza, riformulando fino all’ossessione la sua diagnosi
sull’umano. La verità cercata attraverso il dispositivo-sonda della poesia è la
semplice funzione vitale regolata da un principio di soglia: una continua
circolazione invisibile, un mistero che deve restare mistero per rimodularsi
attraverso le metamorfosi del linguaggio. Il desiderio che il mistero resti
continua aspirazione e irraggiungibile è il sangue della nostra tradizione
lirica (italiana, europea, occidentale?), a cambiare è la musica che, per quanto
dissonante, continua a mettere in circolo trasmissione e dialogo. Il solipsismo
originario si è aperto nella sua esposizione all’altro, ri-creandosi, ma la
verità è che dobbiamo sostenere la sua mancanza di rivelazione, la fine come
sola estasi: ogni eccesso di luce produce anche distruzione.
Se all’inizio del percorso l’ossessione era visiva (retina, percezione, luce),
qui il paradigma diventa circolatorio. Non vedere, ma far fluire. Non rivelare,
ma sostenere, appunto. Troppa vista, accecamento, intuizione, visione: sembra
questo il paradigma di un percorso, di una circolazione che ci ha portato
definitivamente fuori dall’infanzia e, allo stesso tempo, più profondamente al
suo interno, a una sapienza minima che fa della relazione un umile contatto
biologico.
Gianluca D’Andrea
(fine)
*In copertina: Valerio Magrelli secondo Dino Ignani
L'articolo “Sul fondo incantato del non-io”. Intorno alla poesia di Valerio
Magrelli (parte seconda) proviene da Pangea.
Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come
quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato
di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal
«dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive
centinaia di lettere come Werther, ne brucia la maggior parte.
Poeta e drogato, profeta e bestemmiatore. Odia il padre e ama la madre. Viene
cacciato dal seminario per la troppa indolenza. Per troppa indolenza non
completa gli studi di medicina imposti dal padre. Morta la mamma, litiga col
padre risposato e fugge di casa. Vive sotto i ponti. Si droga. Prova ad
uccidersi per overdose – poeta punk ante litteram – senza riuscirci: viene
fermato nell’atto dal fantasma di Thomas Chatterton, il padre dei romantici, il
poeta maledetto inglese suicidatosi a diciotto anni, consacrando la sua poesia
all’eternità. Viene raccolto per strada da una puttana e infine salvato e
rimesso in sesto dai coniugi Meynell, mecenati ammanicati coll’intellighenzia
londinese. Lo lavano lo sistemano e lo conducono nei migliori salotti della
Londra bene, portato su un palmo di mano a cantare versi per il piacere dei
savi. Lui, però, perseguitato dalle visioni, dal ricordo della povertà, dal
Veltro del paradiso – un Dio ferino, bestiale che lo insegue per dargli un amore
sempre ricercato ma mai raccolto – ricade nel tunnel dell’oppio. Risanato in una
prioria francese, vive in mezzo ai bimbi, gioca con loro, dedica poesie al Gesù
bambino parlandogli come fosse un compagno di merende. Muore, presto.
La poesia di Thompson è un susseguirsi di visioni, di immagini oscillanti tra il
sordido e il sublime, di colori vividi, di ritmi tribali e celestiali, di musica
e di strumenti.
L’opera su di lui l’ho immaginata così. Servono solo un compositore e un teatro
che creda nel Veltro, che accetti l’inseguimento.
*
“Notturno”. Opera in un atto
Personaggi:
Francis, un poeta
Un fantasma
Una donna
Il Veltro del Paradiso (coro)
Quadro primo: Londra, Ponte di Charing Cross
Scena 1
Francis è tormentato dalle voci. Il Veltro lo perseguita e gli intima di fermare
la sua fuga. “Tutto tradisce te, che mi tradisci”, ripete. Francis si nasconde
sotto il ponte di Charing Cross per trovare pace.
Scena 2
Il poeta assume una imponente dose di laudano. Sta per assumerne una seconda per
potersi uccidere e porre fine alle voci che lo tormentano. Compare il fantasma
di Thomas Chatterton. Lo distoglie dall’estremo atto prospettandogli le pene
infernali. Thompson, terrorizzato, invoca pietà. Il fantasma recita dei versi:
> “Addio, putridi mattoni di Bristolia,
> amanti di Mammona, adoratori
> del dio Inganno! Aveta cacciato
> il ragazzo che cantava antichi miti:
> preferite pagare chi vi insegna vuoti elogi.
> Addio, idioti politici ubriaconi,
> connaturati all’opera della Corruzione!
> Io vado dove spirano inni celesti
> ma voi, nel giorno della dipartita,
> sprofonderete negli inferi. Addio
> madre carissima, custodisci la mia
> angosciata anima, non permettere
> che la travolgano i flutti della Distrazione.
> Pietà di me, Cielo! Cesserò di vivere:
> perdona questo estremo atto di viltà.”
>
> (Thomas Chatterton, Last verses)
Scena 3
Il fantasma è sparito, ma Francis, preso dal panico, non cessa di gridare,
chiede perdono e pietà, chiede la morte. Si somma al suo grido la voce del
Veltro: “Nulla accoglie te, che non mi accogli”. Francis sviene.
Intermezzo strumentale
Scena 4
Sopraggiunge una donna di strada. Vedendolo si commuove. Le ricorda un bambino
di un tempo passato. Lo carezza senza svegliarlo e gli lava il volto.
Scena 5
Francis si desta. I due conversano. Parlano di povertà, di amore. Parlano della
salvezza. Lei lo porta via con la promessa di un pasto e dell’affetto che si
deve ai figli.
Intermezzo musicale
Quadro secondo: La casa della donna
Scena 6
Francis, solo, scrive una lettera. Sullo scrittorio, una pila di lettere non
ancora spedite:
> “A Mr Meynell
> Lei penserà che io sia in uno stato / di spensierata euforia: / del tutto
> sconveniente da parte mia / per tutto ciò di cui devo pentirmi. / Le assicuro
> che soffro come un demonio. / Ma quando si è così, / bisogna ridere o piangere
> a crepapelle! / Troppa acqua ha bevuto [cancella una parola]: / perciò
> sorriderò attraverso il collare da cavallo più grande che riesco a trovare. /
> Non pensi, però, che io mi penta di essere venuto qui. / Mi sarei già tuffato
> nel Tamigi: / è un posto troppo sporco perché ci anneghi un poeta.
> Ora mi trovo in uno stato bizzarro; / pronto a infrangere tutte le convenzioni
> / come un toro in un negozio di porcellane, / e posso gridare: «che
> allegria!». / Ho quasi voglia, come oltraggio finale, / di fare l’amore con la
> ragazza più bella che abbia mai visto. / Ma un lacero residuo di morale ancora
> mi aleggia addosso / e potrebbe preservare una decenza elementare / nella
> progenie bastarda della natura e dell’arte.”
Riletto il biglietto, lo brucia insieme a tutte le altre lettere. Scoppia in
lacrime.
Scena 7
La donna entra in stanza cercando di placare il suo pianto. Francis si cheta al
suono di una ninna nanna per Gesù Bambino da lei intonata:
“Laggiù, in una grotta,
senza culla per giacere,
il bimbo Gesù la dolce testolina
fa riposare.
Le stelle nel cielo
guardano giù
e il bimbo Gesù
dorme sul fieno.
Il bestiame muggisce
il bambino si sveglia,
ma il bimbo Gesù non piange.
Ti amo, Gesù! Guarda giù dal cielo,
resta alla mia culla
fino al mattino.”
(Dalla ninna nanna tradizionale inglese “Away in a manager”)
Scena 8
Francis, calmo e ispirato, compone una poesia sul Gesù Bambino:
> “Sei stato, tempo fa, Piccolo Gesù,
> come me timido e piccino?
> Come ti sentivi fuori dal Paradiso,
> come me?
> Ci pensavi, ogni tanto, a quel posto?
> Ti sei chiesto dove fossero finiti gli angeli?
> Penso che avrei pianto, al tuo posto,
> per la mia casa fatta di cielo:
> avrei guardato l’aria
> mi sarei chiesto dove fossero i miei angeli
> mi sarei agitato al risveglio:
> non c’è un angelo a vestirmi!
> Avevi giocattoli
> come noi bambine e bambini?
> E con gli angeli più piccoli
> giocavi in Paradiso
> con le stelle come biglie?
> Gli angeli giocavano a bubù-settete
> nascondendosi dietro le proprie ali?
> E tua Madre ti permetteva di conciarti
> i vestiti giocando per terra?
> Che bello averli sempre nuovi, i vestiti,
> in Paradiso: erano di un bel blu pulito!
> Non puoi aver dimenticato tutto
> quel che si prova a essere piccoli:
> e sai che non posso pregare te
> come fa il mio papà.
> Quando eri così piccolo, dimmi,
> avresti parlato come il tuo Papà?
> Scendi allora come un bimbo piccino
> ascolta le parole di un bimbo come te
> prendimi per mano e camminiamo
> ascolta i miei discorsi da bambino.
> A tuo Papà mostra la mia preghiera
> (Lui guarderà: sei così bello!)
> e digli: ‘Papà, io, tuo Figlio,
> porto la preghiera di un piccino’.
> E Lui sorriderà perché le parole dei bambini
> non sono cambiate da quando eri giovane”.
>
> (Francis Thompson, Piccolo Gesù, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026;
> trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)
Scena 9
Francis, commosso al pensiero del Dio infante che prega il Padre, crolla
nuovamente nella disperazione. Vuole drogarsi di nuovo. Tra le carte, recupera
una dose di laudano. Vuole infrangere questa pace nemica. Il Veltro interviene,
lo terrorizza, dialoga con lui finché il poeta non si arrende e si arrende al
suo amore invincibile e tremendo. Finalmente, trova pace al cuore inquieto
mentre il Veltro intona:
> “Tutto quello che ti ho tolto, io l’ho preso
> non per ferirti
> ma perché tu lo cercassi tra le mie braccia
> e tutta la tua infanzia perduta
> la conservo in Casa, per te.
> Alzati, dammi la mano e vieni.
> Sosta presso me
> (…)
>
> Ingenuo, cieco, debole:
> io sono ciò che cerchi.
> Tu ricevi amore nel ricevermi.
>
> (Francis Thompson, Il Veltro del Paradiso, da “Primo alfabeto stellare”, Magog
> 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)
Giulio Solzi Gaboardi
*In copertina: Henry Fuseli, “The Witches Floating Above Macbeth and
Banquo” (1793–1794)
L'articolo “Pronto a infrangere tutte le convenzioni”. Un’opera punk per Francis
Thompson proviene da Pangea.
François Ozon è tornato nelle sale italiane con un nuovo adattamento del
capolavoro di Albert Camus. In competizione col sublime Visconti (Lo straniero,
1967), il suo Étranger emana un bagliore opalino, sferzando una ventata d’aria
fresca alla canicola africana del setting. Lo sguardo del “vero” straniero e
l’attenzione per il contesto coloniale dell’epoca rappresentata accompagnano, di
scena in scena, l’impeccabile fotografia, divenuta la cifra stilistica del
maestro francese: il bianco e nero del precedente Frantz (2016) tocca qui la
perfezione.
*
Scegliendo di partire dai fatti («Ho ucciso un arabo», avverte la scritta
in abjad che campeggia sul fondo nero del primo take), la cinepresa indugia poi
sui movimenti del languido protagonista, fra ritagli di corpi abbandonati alla
luce, coperti da stille d’acqua e sudore, sotto il cielo incandescente di
Algeri.
Il Meursault ritratto da Ozon è un giovane uomo dal volto di un bambino e il
corpo virile (interpretato da Benjamin Voisin, già in Été 85, 2020), dotato
dell’arma della seduzione fino all’assurdo. Lo stesso che in un’altra scena del
film, posto davanti allo specchio della sua camera da letto, sembra un essere
fantasmatico intrappolato in una cella, come il Condannato a morte di Robert
Bresson o l’Homme qui dort di Perec(nella trasposizione cinematografica offerta
da Bernard Queysanne, 1974), altri personaggi immersi in uno stato di torpore
assoluto.
Tuttavia, il culmine dell’opera, ovvero quando Meursalt preme il grilletto del
revolver colpendo l’arabo inerte sulla spiaggia, è attenuato nella pellicola da
tinte pellucide prive di profondità, che lasciano alquanto indifferenti (per non
dire dello scialbo riutilizzo delle citazioni tratte dal romanzo, funzionali
alla drammaticità del momento). Nel silenzio della spiaggia, il battito
assordante del sangue nelle vene del protagonista e i quattro colpi bussati
«alla porta dell’infelicità» sfumano in un lampo – come scrive Camus, per
l’appunto – «senza lasciare traccia». In definitiva, ciò che cattura lo
spettatore è uno stile raffinato e provocatorio ai limiti della contraddizione.
*
Eppure, con occhi abbagliati (anzi, accecati dal fitto gioco di riflessi
luminosi) non ho potuto fare a meno di intravedere, dietro la figura del
magnetico primo attore, il profilo del mio poeta idolo, Rupert Brooke, quel
ragazzo d’oro di inizio Novecento a cui Voisin assomiglia in modo incredibile.
Scortato dalla sua ombra, inseguo la luce, la lama del sole impugnata dall’arabo
ucciso da Meursault. Prima che le parole di Robert Smith – immancabile nella
colonna sonora – aprano uno squarcio nella memoria: I’m alive, I’m dead, I’m the
stranger, canta il frontman dei Cure.
Difatti, l’associazione di pensiero è calzante: in una scena chiave del romanzo,
dopo il suo arresto per omicidio, Meursault confessa (nel film parla da dietro
sbarre alla sua ragazza Marie) di aver trovato un vecchio giornale in cui ha
letto di un cruento fatto di cronaca nera. Questo è il fait divers che Camus
riprende, con ogni probabilità, dall’opera di Brooke, riallacciandosi a una più
antica tradizione letteraria risalente al dramma Der vierundzwanzigste
Februar (1808) di Zacharias Werner, nella sua riscrittura settecentesca Guilt
Its Own Punishment, or Fatal Curiosity (1737) di George Lillo, una tragedia in
tre atti in blank verse, basata su un crimine riportato in un pamphlet stampato
a Londra nel 1618, dal titolo Newes from Perin in Cornwall Of a most Bloofy and
un-exampled Murther very lately committe by a Father on his owne Sonne (who was
lately returned from the Indyxes).
> “Tra il pagliericcio e l’asse della branda, infatti, avevo trovato un vecchio
> pezzo di giornale mezzo incollato alla tela, ingiallito e trasparente.
> Riportava un fatto di cronaca del quale mancava l’inizio ma che doveva essere
> avvenuto in Cecoslovacchia. Un uomo era partito da un villaggio ceco per fare
> fortuna. Dopo venticinque anni, arricchitosi, vi era tornato con una moglie e
> un figlio piccolo. Sua madre e sua sorella gestivano una locanda nel
> villaggio. Per far loro una sorpresa, l’uomo aveva lasciato la moglie e il
> figlio in un’altra locanda ed era andato dalla madre, che vedendolo entrare
> non l’aveva riconosciuto. Per scherzo, gli era venuta l’idea di affittare una
> stanza. Aveva mostrato il denaro che aveva con sé. Durante la notte, la madre
> e la sorella l’avevano assassinato a colpi di martello per derubarlo e avevano
> buttato il suo corpo nel fiume. Al mattino, era arrivata la moglie e, senza
> volerlo, aveva rivelato l’identità del viaggiatore. La madre si era impiccata.
> La figlia si era gettata in un pozzo. Quella storia l’avrò letta migliaia di
> volte. Da un lato era inverosimile. Dall’altro era naturale. Comunque, trovavo
> che il viaggiatore se lo fosse un po’ meritato e che non si debba mai
> scherzare. E così, tra le ore di sonno, i ricordi, la lettura di quel fatto di
> cronaca e l’alternarsi di luce e ombra, il tempo è passato. Ovviamente avevo
> letto che in prigione si finisce per perdere la nozione del tempo. Ma non
> aveva molto senso per me.”
>
> (da Lo straniero di Albert Camus, trad. di Sergio Claudio Perroni, Bompiani,
> 2017)
*
Il debito dello scrittore francese al celebre poeta di Rugby è indagato nello
studio di Nora Menascé in apertura alla sua traduzione di Lithuania (Edizioni
Unicopli, 1989): il solo dramma, ad atto unico, scritto da Rupert Brooke
(pubblicato e rappresentato, postumo, nel 1915 al Chicago Little Theatre per
merito del produttore Maurice Browne e di sua moglie, l’attrice Ellen van
Volkenburg, che prese parte nel cast). Si tratta di una lugubre tragedia
domestica – violenta come un play elisabettiano – ambientata in una dacia nel
cuore delle foreste lituane. Ma è anche un originale “dramma del ritorno”, un
sovvertimento della parabola evangelica del figliol prodigo.
I personaggi in scena sono uno Straniero, la Madre, la Figlia, il Padre, un
Giovane, un Oste e il Figlio dell’Oste. La scenografia è ridotta all’osso,
scarna ed essenziale. I dialoghi, sboccati o emessi a singulti, tendono allo
spergiuro e all’empietà. Citando dal saggio introduttivo di Nora Menascé:
> “Razionalità dell’uomo e irrazionalità del destino: questo contrasto è
> chiaramente spiegato da Sartre ne La Nausée. Egli scrive che ‘tout existant
> naît sans raison, se prolonge par faiblesse et meurt par rencontre’. Gli
> avvenimenti dunque non hanno una concatenazione logica […] Naturalmente vi
> sono nelle diverse versioni letterarie dei luoghi comuni ricorrenti e delle
> varianti; in ogni modo, lo scrittore che decide di trattare questo soggetto
> non pensa certo di essere originale (sappiamo che Lithuania fu rifiutata da A.
> E. F. Horniman la sua trama essendo troppo sfruttata), ma spera di rinnovare
> la grandezza della tragedia greca nella letteratura moderna […] Tragedia del
> fato, dominata dal sentimento della colpa che ossessiona tutti i personaggi
> […] Conclusione che fa pensare a Le Malentendu, in cui Martha e sua madre
> trasportano il corpo del viaggiatore addormentato per annegarlo nel fiume. […]
> Con Le Pauvre matelot, “complainte” in tre brevi atti di Darius Milhaud, la
> cui première ebbe luogo a Parigi all’Opéra Comique nel 1927, il tema si
> arricchisce. Il protagonista è un marinario che torna a casa dopo un’assenza
> di quindici anni, ucciso a colpi di martello dalla moglie che compie il
> delitto […] anche le Retour de l’enfant prodigue di Gide (1909), libero
> rifacimento della parabola evangelica che Camus adattò per il Théâtre de
> L’Équipe ad Algeri. Il testo si prestava ad essere portato sulle scene, in
> quanto è costruito con cinque personaggi che dialogano tra di loro (L’Enfant
> Prodigue, Le Père, Le Frere Aîné, La Mère, Le Frère Puiné).”
L’approfondita analisi comparata proposta da Menascé sottolinea, in maniera
inequivocabile, l’influenza brookiana nell’esordio drammatico di Camus, con Le
Malentendu (composto nel 1943 e messo in scena al Théâtre des Mathurins di
Parigi l’anno successivo), soffermandosi infine sul riferimento inserito
dall’autore ne L’Étranger.
Riscoprendo il Brooke drammaturgo, Menascé getta luce sull’eredità culturale
della sua opera teatrale, tracciando un filo rosso che arriva fino a Sartre (La
Nausea contiene la battuta «Tout doux, tout doux» del già citato Pauvre matelot,
il corpo del marinaio trasportato in una cisterna dopo il suo assassinio). È
l’eco di una voce drammatica stroncata sul nascere ma proiettata nel vivo del
Novecento e oltre.
Pierluigi Piscopo
L'articolo Intorno a “Lo straniero” di Camus (e di Ozon), passando per un dramma
di Rupert Brooke proviene da Pangea.
Ciascun poeta – il cui crisma è una sorta di disabilità (cioè: super-abilità, un
modo di stare al mondo con molti occhi sul corpo, con troppe ali addosso) – si
costruisce il proprio pantheon privato. La schiera dei lari: amici, divinità in
peluche, un profilo andino di pupazzi. Non appartenendo a questo mondo, il poeta
guarda il mondo con amore – la vita non gli è sufficiente. Nel pantheon di Tor
Ulven spiccano Schopenhauer e Nietzsche – che sono un po’ l’abbecedario di ogni
poeta – poi André Breton, Maurice Blanchot e René Char, tradotto, dicono i
critici, con inesorabile trasporto.
Nato nel 1953, a metà novembre, in una famiglia di operai, alla periferia di
Oslo, Tor Ulven aveva imparato il francese e il tedesco per i fatti suoi. A
scuola zoppicava: bocciato, disertò gli studi. Preferiva suonare nei locali –
eccelleva nell’armonica, che suonava secondo lo stile di Little Walter,
leggendario virtuoso del blues. Guadagnava qualcosa con le traduzioni: a neppure
vent’anni aveva trapiantato Hans Arp in norvegese; leggeva – a proposito di
lari, di impareggiabili pari – Paul Celan e Georg Trakl. Nel 1977 uscì la prima
raccolta di versi, Skyggen av urfuglen (che significa, pressappoco, “L’ombra e
il rapace”); l’ultima, Søppelsolen – a dire di un percorso, di un processo –
vuol dire “sole spazzatura”.
Il vero maestro di Tor Ulven, tuttavia – almeno, nell’indicare l’orbita di una
poetica –, era Giacomo Leopardi. Al grande poeta italiano dedicò un saggio, in
cui scrisse, tra l’altro:
> “L’arte è e sarà sempre un’esca nella gabbia di uno scoiattolo. Non può
> soddisfare il nostro desiderio insaziabile. Neppure la vita può farlo… Il
> segreto dell’arte, allora, è nel ricordarci l’impossibilità di soddisfare quel
> desiderio insaziabile, infinito, e che proprio in questa impossibilità si cela
> una gioia amara: siamo separati da tutto ciò che potremmo avere o essere, ma
> possiamo immaginarlo. Sappiamo di non poter entrare in quel paesaggio
> splendidamente dipinto per dimorarvi”.
In una rara intervista – qui tradotta in inglese – il poeta disse che
> “per principio preferisco scrivere libri ostili. Libri che turbano e che forse
> tormentano il lettore. Lo ammetto. D’altronde, ci sono così tanti modi per
> trovare sollievo dalle nostre sofferenze. Nella scrittura, preferisco
> insistere sulle miserie dell’esistenza. C’è troppa morfina in giro”.
Alla base della letteratura norvegese moderna, dicono ci sia Tor Ulven: la vera
fonte dei messianici successi di Jon Fosse e di Karl Ove Knausgård, dicono, è
lui. Ma di Tor Ulven si trova poco, pochissimo in giro – in Italia è il nulla,
qualcosa si setaccia nel mondo inglese. Merito – dacché per noi il demerito è
la facilità, la felicità del quieto leggere – di un’opera oltranzista, che tiene
il lettore sotto tiro. Tor Ulven indaga il morbo del nulla, il tedio dietro le
tendine perbeniste; elabora crotali di carta, versi al veleno, disseziona la
luce fino al nero sangue. Insieme a Stig Dagerman e a Thomas Bernhard – di cui
costituisce, piuttosto, una via mediana – Tor Ulven appartiene alla schiera
degli scrittori ‘oscuri’, quelli che hanno reso con impeccabile chiarezza il
senso della nostra quieta disperazione.
Nato poeta – tra i più innovativi del mondo nordico – sterzò verso la prosa: la
poesia – così letale, sintetica, armata – gli pareva, disse, assassina. Scrisse
racconti – ne abbiamo riprodotto uno, in calce all’articolo – umbratili,
tremendi, imitatissimi – alcune atmosfere ricordano Il decalogo di
Kieślowski. Nel 1993 pubblicò l’unico romanzo, Avløsning, glaciale referto di
anime in pena: secondo i critici – anche per via dello stile, da belva scuoiata,
sotto costante irritazione – è il suo capolavoro. Il romanzo è stato tradotto
negli Usa, nel 2012 come Replacement, da Dalkey Archive Press, casa editrice di
Dallas specializzata in letteratura nordica, con un certo successo. Così recita
la quarta:
> “Tor Ulven è uno dei grandi scrittori norvegesi del XX secolo: iniziato alla
> poesia, ha concluso la carriera letteraria esplorando le più inclassificabili
> proprietà della prosa. I suoi libri ricordano, per certi toni, l’opera di
> Laura Riding e di Peter Handke. Nel suo unico romanzo, Replacement, si
> alternano quindici personaggi: ciascuno, giunto a un punto di svolta della
> propria vita, prende le redini del libro. Ognuno di questi personaggi ricorda,
> sogna, osserva, parla con se stesso; ciascuno, intrappolato nel proprio io,
> fantastica su come avrebbe potuto essere la propria vita”.
Tor Ulven aveva il viso di un angelo derelitto – un viso innocente, cioè:
setacciato dall’ascia. Sapeva guidare le gru: per un po’, lavorò nell’edilizia.
Innalzare equivale, forse, a distruggere; issare è un modo per dare assoluto
alla caduta. Scrisse di Edward Hopper e di Samuel Beckett, altri autori a lui
congeniali. Il male della mente, il male oscuro, lo straziava a strappi. Una
compagna di scuola, Anne, gli aveva dato una figlia, Lena, quando aveva
vent’anni. Si sentì l’abbandonato, il puro & folle. Gli agi dell’intelletto non
fecero presa su di lui; i suoi libri gli infliggevano una marginalità, in fondo,
cercata. Tor Ulven finì per inabissarsi sempre di più nella casa di periferia
ereditata dai genitori – tumulò lì il suo talento. Si uccise nel 1995, a maggio,
quando i fiori incendiano i viali; aveva quarantuno anni. Poi, è vero, Tor Ulven
diventò un autore ‘di culto’, un autore da maneggiare con cura, un autore-arma,
ancora in grado di offendere – in questo momento, ci interessa l’autore
inarginabile, il poeta che volle farsi scorpione ma restò per sempre angelo.
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La figlia morta dell’orafo
1
io sto sotto un albero dalle mani fameliche
no
io sto sotto il nulla
*
2
vado verso l’assoluto
isolamento solitudine nulla
chilometri di deserto dietro di me
l’ultima urbe passata da tempo
vado verso la disperazione
e il dubbio che può
essere sconfitto soltanto da un dubbio più grande
*
3
perché silenzio se ho una bocca
perché immobile se ho i piedi
perché cieco se ho gli occhi
perché privazione di urla in questa miniera
perché sono fatto di pietra
*
4
qualcosa che non posso raggiungere
non so cosa sia
forzo le braccia per prendere
aria aria aria
*
5
cosa cerchi in cielo
voglio la costellazione che non esiste
*
6
nell’umana sfera non ci si sono
tante cose significative:
unghie cervello ossa
*
con i miei occhi devo
appiccare l’oscurità.
e la quiete
all’altro capo.
chi può dire cosa
divide
il nero dal verde?
chi vive
e si muove
tra le tue mani
mentre esamini la luce
per un istante?
i molti – gli stessi
che non sono mai
esistiti.
chi esiste e non esiste
esattamente
ora?
la foresta è viva
ne senti l’odore
di duro abete
nel cuore della notte. il vento
sibila
in te – in noi.
*
andrò
a Eridu
a forgiare i miei vasi
rotti con rosse figure
di capra e rosse corna
e acqua che scorre
che sterza
e ci inghiotte.
andrò
a casa
a Eridu
a sposare
la figlia morta
dell’orafo.
seduto sulla soglia
di sera: il vicino ride
e le mosche risorgono
intorno allo squittio della lampada.
*
il dolore
non ha un luogo
su cui posare.
insegui le querce
dentro una chiesa.
d’improvviso, vedo
il castagno
che stagna nella tua
oscurità – i fiori
sono bianchi e noi
siamo polvere.
un sorriso
slitta. sulla siepe
in una tarda notte d’estate
sono stampate le ombre
di insetti che forse
inseguono
una rondine.
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Da Avløsning (“La sostituzione”)
Un sussulto, un tic nervoso, per cosi dire, alla luce – o al buio –, uno spasmo
occasionale, brezza che sfiora lo spiraglio tra le tende e lascia penetrare un
frammento della notte estiva, stretta fessura che si apre per poi scomparire,
lasciando tracce di oscurità improvvisa, provvisoria, prima del nuovo sussulto,
dell’ancora nuovo nero; così ogni volta che il vento – ha lasciato le finestre
aperte per via del caldo – apre uno spiraglio tra le tende, che si gonfiano,
ondeggiano – proprio come le tende di un teatro, mentre attori e maestranze si
affannano dietro di esse – poi si ripiegano, pieghe immobili, come quelle di una
gonna. Uno gonna con uno spacco alto e tutto un mondo nascosto dietro di essa.
In teoria, basta aprire la porta e partire per trovate tutto, assolutamente
tutto, tutto ciò che chiami assoluto.
È buio. Lui è immobile nel buio, vaga immobile tra il riposo e il sonno. Ci è
abituato – è amico dell’oscurità, è amico di quel breve istante di buio, prima
che le tende siano tirate, prima di accendere la piccola lampada. Quando ogni
cosa è al suo posto, può procedere, come ha appena fatto, dalla finestra al
letto. Del resto, non è tutto inghiottito dal buio, ma una parte, un resto: il
sole, dopotutto, si riflette ancora, ardente, sulle finestre più alte del
grattacielo, mentre l’ombra, l’oscurità, la penombra, sale e si fa densa,
lentamente, di piano in piano, come acqua – presto la terra sarà sommersa. La
sera è entrata nell’appartamento, nei suoi odori, come uno sconosciuto: ora
riconosce il rassicurante olezzo metallico dell’olio per armi – è ancora vicina
al letto, come sempre, carica, come sempre. È pronto. Le munizioni hanno la metà
dei suoi anni – quaranta. Forse dovrebbe comprarne di nuove. Eppure, non le
userà, non arrecheranno alcun piacere in lui, mero spreco di soldi.
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Da Fortæring (“Inghiottire”)
La predatoria oscurità di agosto non fallisce mai, mi stringe nella sua
malinconia, mi sorprende ogni anno. Gli alberi anneriscono, raggrinziti; le
lampade ad olio tremano nelle case, i volti intorno ad esse si fanno liquidi,
esatti – le tende sono aperte, nell’ultimo tentativo di trattenere l’ultimo
barlume di luce verde che s’intravede oltre la collina.
Potrei dirvi cosa mi è accaduto questa estate – non voglio. Potrebbe essere la
storia di una sbandata, di uno sbandato, di un innamoramento inatteso, o forse
si tratta di un incidente – la macchina troppo carica, il guidatore troppo
stanco, la giornata troppo lunga, la stanchezza troppo violenta – che ha
cambiato la mia vita e quella di un altro; ma no, non è questo, non c’è nessuna
storia da raccontare. Perché dovrei dire soltanto dell’oscurità di agosto,
dell’asfalto grigio che brilla, dell’acqua piovana evaporata sotto il lampione.
Ciò che mi è accaduto resterà per voi un mistero, come il compost, lì,
nell’angolo del giardino, che contemplo: non so cosa ci sia, laggiù, che ha
fatto proliferare quel grumo di coleotteri, non conosco l’epopea delle larve che
si sono fatte strada tra quei cumoli di rifiuti, dirette verso qualcosa che noi,
le non-larve, non conosceremo mai. Intorno al caldo bagliore del lampione, uno
sciame di altri insetti – i loro corpi flebili, le flebili ombre, come i fili di
un maglione o i capelli attratti dall’elettricità statica – che quando comincia
l’autunno afferrano la vita sbattendo contro i vetri delle finestre, come i
ninnoli di una giostra invisibile, finché non scompaiono, senza che nessuno se
ne accorga.
Tor Ulven
L'articolo “Preferisco scrivere libri ostili”. L’opera disperata di Tor Ulven
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