La brezza blu dell’angoscia scompiglia il fogliame d’ossa dell’anima, agitandolo
dinanzi alla faccia lapidata del cielo… Quell’angoscia irriducibilmente nuda, e
per questo ancor più erotica, che denudando sé e colui che perseguita apre le
nozze di morte all’amplesso inconcludente di quelle due vacuità – Dio e l’uomo.
L’angoscia… questa prostituzione della divinità – di colui che non è me, ma è
più me di me stesso –… profanazione della sua bellezza, profanazione che ancor
più la magnifica: questo cerca, qui, Georges Bataille: l’improfanabilità della
Bellezza…
E all’improfanabile, a ciò che non è toccato dalla profanazione, ecco, si
giunge… profanando, se stessi. Lettore di Nietzsche, fece sua questa
predicazione di Zarathustra: “La notte è anch’essa un sole”. È lì lo snodo
mistico, l’inversione divina dei valori, quel che nel reale ha aura di disgusto,
di miserando, di carcame, insomma, che tende a essere vissuto come profanazione
apparente, qui invece, nella noche oscura, è Grazia disvelante Dio, sottrae Dio
dal suo inviolabile distacco e, una volta aperta la breccia nell’anima, questa
lo inghiotte, lo risucchia… La profanazione è dunque l’angelo messaggero di
Dio, e a pochi è dato di non essere annientati dal messaggio che reca; ma se lo
si sopporta, se lo si vive fino al disgusto, fino alla vertigine, fino alla
gnosi…
Dice, Simone Weil, che vi è un punto della sventura giunto il quale
non desideriamo seguitare a subirla oltre, né che essa ci venga tolta.
Aggiungerei, con Kafka: è proprio quel punto che bisogna raggiungere. E per
essere più spietato ancora: da quel punto, proprio da quel punto, il più brutale
della notte, notte che non può in alcun modo sprofondare in notte più notturna
ancora… ecco – da lì soltanto sgorgherà luce.
Qui in Bataille siamo nell’oscura luminosità di quest’esperienza
interiore, nell’ambivalenza tra trascendenza e martirio, siamo il cane di fuoco
che sbrana l’amore nel rito di adorazione. Penso alla Pentesilea di Kleist, lei
che scambiava, violata dal troppo pieno, gangrenata da questa malattia della
luce, il bacio col morso, e che si scagliò, con le sue cagne, come una cagna, a
divorare Achille: è che raggiunse l’improfanabile ormai. Comprendiamo anche come
Bataille si sia innamorato di Angela da Foligno, la santa scanfarda cristica,
colei che per puro amore beveva l’acqua di lavatura dei leprosi, non sentendone,
sulla lingua, che dolcezza. Travolti dall’angoscia, e risucchiati nell’infinita
bontà dell’assoluto, semplicemente, come mirabilmente scrisse Rilke: “l’orrido
sorride”…
Georges Bataille (1897-1962)
L’Arcangelico di Bataille è di questa stessa crudeltà, di questa bontà crudele e
ingenua. E, forse, redentrice: “Io sono padre e la tomba del cielo”, dice. Non
potrebbe essere altrimenti, nell’amplesso con Dio, si diventa Dio, come ben
sapeva Eckhart. Ma quale tentativo di redenzione non passa oggi,
nietzschianamente, attraverso l’abisso della condanna eterna del soggetto
eroico? Tutto risiede in questa semplice consapevolezza: la vera dottrina della
Bellezza è una soteriologia che ci condurrà alla nostra stessa immolazione, a
presentare sulla soglia lo scalpo del nostro cuore, se vogliamo che ci venga
concesso di varcarla. A questo è condannato chiunque voglia salvare, battezzare
nella Bellezza: vivere nella propria anima tutta l’apocalisse che vi conduce…
Che sia accettata l’immolazione, che la coscienza del gorgo si tramuti in gioia
di dover morire. Che si riesca, con Bataille, a dire di se stessi, un giorno, io
sono la gioia dinanzi alla morte. Ben ci stia il ruolo di vittima della
Bellezza, ché il Giardino risiede nella spada di fuoco con la quale dovremo
profanare – amare – sgozzare – vivere – Dio.
Di seguito, delle poesie inedite di Bataille, tratte dall’Arcangelico e da altre
raccolte sparse nel suo esodo fuori dalla letteratura. (De Saint-Cyr)
***
io sono il morto
il cieco
l’ombra senz’aria
come fiumi al mare
il rumore e la luce
in me si perdono senza fine
io sono il padre
e la tomba
del cielo
***
Il tempo mi opprime
cado scivolo sulle ginocchia
le mie mani tastano la notte
addio ruscelli di luce
non mi resta che l’ombra
le feci il sangue
attendo il rintocco di campana
quando gettando
un grido entrerò nell’ombra
***
Di là della morte
un giorno
la terra ruota nel cielo
io sono morto
e la tenebre
si alternano senza fine con il giorno
l’universo mi è chiuso
resto cieco dentro di lui
in accordo con il nulla.
***
Il nulla non è che me stesso
l’universo non è che la mia tomba
il sole non è che la morte
i miei occhi sono il fulmine cieco
il mio cuore il cielo
dove scoppia il temporale
in me stesso
in fondo a un abisso
l’immenso universo è la morte
***
Sputa sangue
è rugiada
la sciabola di cui morirò
dal margine del pozzo
guarda il cielo stellato
ha la trasparenza delle lacrime.
***
Sono maledetto ecco madre
quant’è lunga questa notte
la mia lunga notte senza lacrime
notte avara d’amore
oh cuore spaccato da pietre
inferno della mia bocca di cenere
tu sei la morte delle lacrime
sii maledetta
il mio cuore maledetto i miei occhi malati ti cercano
tu sei il vuoto e la cenere
uccello senza testa che batte le ali nella notte
l’universo è fatto della tua poca speranza
l’universo è il tuo cuore malato e il mio
svolazzante da sfiorare la morte
al cimitero della speranza
il mio dolore è la gioia
la mia cenere fuoco.
***
Più alto
più alto dell’oscuro del cielo
più alto
della folle apertura
una scia di lucore
è l’alone della morte.
***
Attraverso la menzogna, l’indifferenza, il clicchettio dei denti, la felicità
insensata, la certezza,
nel fondo del pozzo, dente contro dente della morte, un’infima particella di
vita accecante nasce da un accumulo d’immondizia, ne rifuggo, insiste;
iniettato, nella fronte, un rivolo di sangue si mischia con le lacrime e mi
bagna le cosce,
infima particella nata dall’inganno, da avarizie impudenti, non meno
indifferenti a sé che all’altezza del cielo,
e purezza del carnefice, d’esplosione che tagliuzza le grida.
***
La stella è la mia nudità
le stelle sono i miei denti
mi scaravento presso i morti
vestito di bianco sole.
***
Poggio la verga contro la tua guancia
la punta ti sfiora l’orecchio
lecca lentamente le mie sacche
la tua lingua è dolce come acqua
la tua lingua è cruda come una macellaia
è rossa come un coscio
la sua punta è un cucù strillante
la mia verga singhiozza di saliva
il tuo sedere è la mia dea
si apre come una bocca
lo adoro come il cielo
lo venero come il fuoco
bevo dal tuo squarcio
adagio le tue gambe nude
le apro come un libro
dove leggo quel che mi uccide.
***
Oh cranio ano della notte
cosa che muore il cielo il respiro
il vento reca l’assenza all’oscurità
Deserta un cielo falsifica l’essere
voce vuota lingua pesante di bare
la testa urta contro l’essere
la testa sottrae l’essere
la malattia dell’essere vomita un sole nero di sputi
La camicia sollevata attraverso
l’acqua fiorita di peli
quando la felicità sporca lecca la lattuga
Il cuore malato
dalla pioggia alla luce vacillante
della bava lei ride agli angeli.
Georges Bataille
*In copertina: Georges Bataille, Sacrifices, 1936
L'articolo La purezza del carnefice. Le poesie di Georges Bataille proviene da
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È stato Eugenio Montale, parlando di ornitologia lirica, a eleggere l’upupa ad
animale-totem della poesia. Una fotografia scattata da Ugo Mulan nel
1970, Montale e l’upupa, testimonia una somiglianza rapace. L’upupa, “nunzio
primaverile”, “aligero folletto”, fa mostra di sé in Ossi di seppia: l’“ilare
uccello calunniato/ dai poeti” sigilla in realtà uno dei miti più lugubri del
canone greco. In upupa, infatti, fu tramutato Tereo, re di Tracia, dopo aver
pasteggiato con le carni del figli Iti, imbanditogli per vendetta dalla moglie,
Procne. Tereo aveva violentato la sorella di lei, Filomela, per poi mozzarle la
lingua, che nella versione raccontata da Ovidio vediamo “pulsare rotolando/ come
si dibatte la coda recisa di un serpente”. Secondo il mito – narrato nel VI
libro delle Metamorfosi, ma anche, con premurose varianti, da Apollodoro e da
Igino (per cui Tereo fu volto in falco) – Procne divenne rondine e Filomela
usignolo. A dire di Robert Graves, il grande poeta e mitografo, il mito traduce,
per spiragli, l’antica era del sacerdozio femminile: Procne sarebbe “una
profetessa che cadeva nella trance profetica dopo aver masticato foglie di
alloro” e che “traeva auspici dai visceri di un fanciullo sacrificato in onore
del re”. Nel Corano l’upupa appare nella Sura XXVII: l’uccello, il più sapiente
e altolocato – per via della cresta-corona – svela a Salomone segreti sulla
regina di Saba. Nella Bibbia, l’upupa è elencata tra “i volatili… obbrobriosi”
(Lv 11,13 ss.), su cui grava interdizione, divieto di pasto, insieme a
pipistrelli e cicogne, falchi, corvi e gufi. Tale anatema non riguarda usignoli
né rondini.
Intorno a tale mito, Carmen Gallo ha costruito Procne Machine (Einaudi, 2026),
concept album di raggelata bellezza, che comincia cantando le rondini (“Nello
slargo della piazza/ si rincorrevano felici o furiose, non saprei dirlo”) e
termina con un quadro di Max Ernst. In mezzo, una trincea di prose che
setacciano i rivoli del mito – tra Aristofane e Lou Reed –, un poemetto, Le
metamorfosi, che si snoda come una filastrocca horror, una sessione di
traduzioni da cui spicca la rondine di Tennyson. A mio giudizio, il poeta più
animalesco di tutti – e forse il più bravo, se in poesia hanno poi senso
aggettivi e regni – è Ted Hughes, il tenebroso marito di Sylvia Plath; lo
scrittore che ha descritto le rondini – “creature gioiose e pure di spirito,
estranee alle angosce umane” – meglio di tutti è Henry Williamson, in Tarka la
lontra, romanzo di suprema potenza. Ma questi sono dettagli. In Procne machine,
libro scritto con estro ‘modernista’ – tra l’altro, Carmen Gallo ha tradotto La
terra devastata di Eliot nel 2021, per il Saggiatore –, solidissimo, tutto
intelletto, spiccano i temi del sopruso, della violenza, della castrazione
domestica, della patrilinearità nel male. È un libro che flirta con quelli,
rivoluzionari, di Anne Carson, in sorellanza con i metodi di Hannah Sullivan,
tra gli audaci poeti britannici di oggi: si legga Tre poesie, libro da poco in
Italia per Crocetti, introdotto proprio dalla Gallo. Che l’autrice abbia paura
degli uccelli – “Ho sempre avuto paura di voi” – rende il libro un
esperimento in picchiata, su cui domina un’aura da film di Hitchcock.
Genesi. Come nasce questo libro, metamorfico?
Era un po’ di tempo che il mito di Procne e Filomela mi tornava in mente, e a
lungo ho cercato una forma per attraversarlo. Alla fine, ho intuito che cambiare
spesso forma era forse l’unico modo, per me, per ridare voce alla lingua
tagliata di Filomela che è da sempre anche la lingua tagliata di chi scrive
poesia, che deve ogni volta ritrovare le ragioni profonde per uscire dal
silenzio e cantare (ancora). Così nel libro si avvicendano liriche più
tradizionali, prose minime (in realtà, un montaggio straniante della stessa
scena attraverso i secoli), un lungo poemetto narrativo con voci dall’aldilà (in
dialogo con Ovidio, Leopardi, Kafka), traduzioni di poesie dal Romanticismo in
poi, un’ecfrasi di un quadro surrealista di Ernst.
Fonti. Vedo Eliot, ti è piaciuto rimeditare “Foe”; è un libro, il tuo, che
piacerebbe a Anne Carson. Non vedo, tra i tanti convocati – in ragione del tema
e della trama – Ted Hughes, Robert Graves, Ritsos. Insomma: vorrei ragionassi
sui modi con cui l’intelletto si coagula all’ispirazione – senza soggiogarla,
spero.
Sono tante le voci che si sarebbero potute convocare: dai lais di Maria di
Francia a Bianca among the nightingales di Elizabeth Barrett Browning alle
riscritture mitologiche di Christa Wolf e Margaret Atwood, ma anche fuori dalla
letteratura si può pensare alle farfalle meccaniche di Rebecca Horn e i ragni di
Louise Bourgeois. Tuttavia, lo scopo dell’inchiesta ‘volatile’ del libro non era
quella di ricapitolare o esaurire quanto scritto sull’argomento, ma provare a
riattivare quanto della nostra millenaria relazione con gli animali, e con gli
uccelli in particolare, è ancora capace di illuminare zone buie della nostra
esperienza della realtà. In questa idea di mettere le mani nella tradizione,
sperimentando con le forme più diverse, facendo dialogare passato e presente,
devo sicuramente molto a Anne Carson e alla sua spregiudicatezza nel ripensare
le convenzioni dei generi.
Se posso dirmi comunque eliotiana, invece, è perché ho cercato di fare mio –
almeno nelle intenzioni – quanto Eliot scrive dei poeti metafisici inglesi,
elogiandone la capacità di tenere insieme pensiero ed emozione, di riuscire a
far ‘sentire’ il pensiero con la stessa immediatezza con cui si percepisce
l’odore di una rosa. So che è questa solo una delle possibilità della poesia; so
che esiste poesia straordinaria in cui la dimensione del pensiero può essere
lasciata da parte a favore della pura emozione, estasi, visione; so che esiste
poesia straordinaria che spesso rischia di inaridire la necessità della lingua
poetica con il troppo pensare. Io non riesco a rinunciare – finora, ma non è una
scelta definitiva, forse è solo una tappa– a questa possibilità di usare la
poesia come strumento di una conoscenza più profonda di noi e del nostro stare a
questo mondo. Penso spesso ai versi di Antonella Anedda “Se ho scritto è per
pensiero/ perché ero in pensiero per la vita” (da Notti di pace occidentale) e
alle parole di Amelia Rosselli, “Scrivere è chiedersi com’è fatto il mondo”.
Lei è Carmen Gallo
Sorgenti. Come hai scritto un libro così? Sì, è proprio questa la domanda: come
si passa dal poemetto gotico-fiabesco “Le metamorfosi” a “Procne Machine” a
“Traducendo Keats”. Continuità, scollamento. Dov’è la sorgente? Facci entrare
nella tua mente.
Non è facile spiegare, e non tutto è sempre, dall’inizio, un fare consapevole.
Credo si proceda per accumulo e associazione di spunti significativi che si
sedimentano per mesi, anni. Da qualche tempo non mi interessa raccogliere in
volume testi eterogenei, ma lavorare sin dall’inizio a un libro di poesia
compatto. L’idea è quella, credo, di cercare una verticalità o una profondità
che scongiuri la dispersione orizzontale, la parola oziosa, se si vuole il
narcisismo (comunque ineludibile) del racconto estemporaneo di sé. Nel
fortissimo rumore di fondo che ci circonda – dentro e fuori il mondo della
poesia – lo percepisco come un atto quasi di responsabilità, o meno
enfaticamente di auto-legittimazione alla presa di parola.
Tutto è iniziato dalla sezione Procne machine: la macchina che rimastica il mito
attraverso i secoli. Non volevo riscrivere il mito di Procne e Filomela, volevo
mettere in serie, come in una catena di montaggio, tutti i pezzetti della loro
storia, come fa Filomela – nella versione ovidiana – quando riesce a ricamare su
brandelli di stoffa l’orrore della violenza che ha subito. Poi scavando negli
elementi del mito, le riverberazioni di questa storia sono arrivate fino a
colpirmi nella mia dimensione autobiografica (in “Aprile”) e nella mia passione
più grande, la traduzione intesa come gesto di ‘dare voce’ ma anche di ‘imporre
la propria voce’ in “Traducendo Keats”. Il filo conduttore è quello del ‘canto
(ancora) possibile’. La progressiva estinzione del canto degli uccelli e le sue
ricadute sulla nostra percezione e comprensione del mondo da cui prende avvio il
libro mi ha fatto pensare al compito della poesia come ‘canto’, alla sua
interdizione (Filomela), alla necessità di imparare a cantare con gli altri (la
traduzione), cercando però di trovare ogni volta la propria voce e soprattutto
un canto in dialogo con la storia, con la realtà, che non sia mero esercizio
letterario. In Le metamorfosi lascio la parola a due uccelli impagliati
(l’usignola e la rondine del mito diventano oggetti, soprammobili, macchine
canore): volevo esplorare un coro di voci, animali e post mortem, capaci di
cantare le mostruosità ordinarie degli umani.
Mito (cioè: etica). Un libro scritto per le “femmine che cantano”? Nel mito che
risussurri – che ri-compi più che ricomporre – ci assale l’antico tabù della
madre che scanna il figlio. Ancora: a cosa ci serve far legna nel mito,
deragliare lì, oggi?
Il libro non è scritto per ‘le femmine che cantano’, ma ha al centro delle
femmine che cantano, o almeno ci provano. Se posso emozionarmi fino alle lacrime
leggendo il passo dell’Iliade in cui i soldati difendono il cadavere di
Patroclo, pur non avendo alcuna esperienza militare, credo bene che sia
possibile per chiunque leggere questo libro senza considerarlo un libro ‘per
femmine’, ma accettando l’invito a sentire parimenti l’orrore della violenza che
investe da secoli i corpi delle donne e li lascia simbolicamente insepolti, non
riconosciuti. Ripartire dal mito per farlo deragliare (grazie dell’espressione,
molto adatta) può essere un modo per far risalire in superficie qualcosa che è
nascosto e ci parla adesso in modo diverso. In fondo, è nella natura stessa del
mito essere rielaborato, ripensato, ri-mediato. Come tutte le cose umane, il
mito è inscritto nel tempo ed è in dialogo con chi lo legge e lo ripensa nel
proprio tempo che continua a tramandarsi. Si pensi a quanto parla oggi a noi, in
modo diverso, il mito di Fetonte, per esempio, che per esuberanza e incompetenza
arriva quasi a distruggere il mondo incapace com’è di tenere le redini del carro
del sole. Io ho scelto il mito di Procne e Filomela perché, nella tradizione che
lo tramanda, ci costringe a interrogarci sulla violenza, subita e perpetrata, ma
anche su una certa ottusità nel modo in cui viene raccontata.
Acquaforte del XVIII secolo che raffigura il mito di Procne, Filomela e Tereo
secondo Ovidio
Smitizzare il metodo. A che pro, ancora, perimetrare sé e il mondo con la
poesia?
È proprio questo il punto di partenza del libro, che rischiava però di essere
anche il punto di arresto. A che serve scrivere ancora poesia. La lingua
tagliata di Filomela (e più avanti nel libro quella di Friday di Coetzee) per me
significava anche quello (non solo quello): l’impossibilità di dire, la rinuncia
a dire dinanzi a ciò che di terribile accade intorno a noi. E ancora peggio, per
quanto suoni retorico: se esiste la possibilità di una poesia il cui scopo non
sia estetizzare, ‘rendere bello’ con il suo canto, a volte persino intrattenere
o consolare in modo troppo facile (se una consolazione c’è nella poesia non è
nell’oblio o nell’assoluzione, ma nella comprensione e nella condivisione più
profonda). Forse, se in questo libro ‘metamorfico’ cambio spesso forma è anche
per mostrare questa ricerca costante, per mettere in scena l’irrequietezza di un
canto che resiste solo trasformandosi, cercando nuove possibilità.
Canone ornitologico. Potremmo raccontare la poesia italiana secondo criteri
ornitologici: l’assiuolo di Pascoli, l’upupa di Montale, il passero di Parini e
di Leopardi, il cardellino di Saba… E tu, che alato sei, perché?
Domanda difficile per una che è terrorizzata da tutti i volatili. Gli unici
esemplari che temo di meno forse sono le rondini. Mi piace il loro profilo
stilizzato, quasi disegnato, irreale, i loro nidi sotto le grondaie anche in
città, l’irrequietezza del loro volo chiassoso, il loro viaggiare sempre verso
sud quando è tempo di svernare, la promessa che torneranno, che ogni cosa anche
se trasformata in qualche modo ritorna.
*In copertina: fermo immagine da “Gli uccelli”, il film di Alfred Hitchcock del
1963
L'articolo Dialogo con Carmen Gallo intorno a rondini e upupe, lingue mozzate e
donne violate proviene da Pangea.
Con il percorso tracciato attraverso l’opera di Antonella Anedda, abbiamo
osservato come il luogo poetico si trasformi progressivamente da spazio di
esperienza nello spostamento a campo instabile di interrogazione, fino a farsi
frammento aperto, non riconducibile a una sintesi definitiva. Il passaggio
da Anabasi a Geografie mostra infatti uno spostamento decisivo: il luogo non è
più soltanto ciò che accoglie il soggetto o ciò che ne riflette la dislocazione,
ma diventa il punto critico in cui il linguaggio misura i propri limiti e la
propria responsabilità. È a partire da questo esito che si rende necessario
interrogare una diversa postura poetica, capace non solo di attraversare i
luoghi, ma di sostare nei loro resti, nei margini lasciati dalla storia, dalla
trasformazione dei paesaggi, dalla perdita di senso condiviso. Se in Anedda
il “tra” assume la forma di una soglia mobile e di una frammentarietà aperta,
nella poesia di Fabio Pusterla esso si configura sempre più come pratica etica,
come scelta consapevole di permanenza nei punti di attrito tra umano, naturale e
storico.
La poesia di Fabio Pusterla, infatti, si inscrive in una tradizione che
intreccia la riflessione sulla natura e il paesaggio con la dimensione
esistenziale e sociale dell’uomo. Come in Anedda, in Pusterla il paesaggio è
uno spazio di attraversamento e non uno sfondo statico, in cui ogni elemento
naturale diventa soglia e confine da esplorare. Ma, mentre in Anedda lo stesso
paesaggio si connota come luogo di memoria e dissoluzione, in Pusterla è più
legato a una dinamica di resti e tracce che rimangono dopo un movimento che
spesso è conflittuale, ecco perché nei suoi testiincontriamo
luoghi di resistenza e di rivelazione. Ogni spazio sembra essere testimone di un
passato non lineare e di una contemporaneità segnata dalla disgregazione,
il margine si esperisce come zona operativa, come il punto in cui si misura la
vicenda umana – ma non solo – nella perdita di un assetto sicuro e nel faccia a
faccia con l’instabilità. Anche per questo, la sua poetica si nutre di ciò che è
lasciato indietro, di tracce che, seppur frammentarie, possono
suggerire aperture invece che chiusure. L’elemento etico di questa pratica
poetica risiede proprio nella consapevolezza della fragilità del nostro stare
nel mondo, per cui abitare il margine è confrontarsi con la precarietà del
vivere, ma anche con la sua bellezza transitoria. La poesia, così, si fa
più attenta alla realtà, come una luce che filtra attraverso i vetri infranti di
una cattedrale abbandonata, senza l’illusione ma con la speranza che gli stessi
resti possano essere riuniti in un’idea di bellezza sorgiva, indirizzabile verso
un futuro tutto da reimmaginare. Il margine diviene, in questo modo,
il territorio della possibilità, nonostante o proprio a causa della fragilità
del vivente.
Per provare a capire come la poetica del “tra” sia un presupposto nell’opera di
Pusterla, occorre iniziare da un componimento che definirei “inaugurale”, in
quanto la relazione si instaura sin quasi dalle origini non soltanto tra gli
esseri umani, ma tra questi e gli elementi naturali, soprattutto gli animali che
ne percorrono trasversalmente tutta l’opera.
L’anguilla del Reno, dalla raccolta Bocksten (1989), dimostra in primo luogo che
l’attraversamento è una condizione biologica e perciò necessaria. L’anguilla,
infatti, è un essere migrante per definizione, il suo ciclo vitale implica il
passaggio dal fiume al mare aperto, un movimento inscritto nel corpo prima
ancora che nella volontà. Pusterla assume questa figura come emblema di
un’esistenza che continua a muoversi malgrado l’impossibilità concreta del
movimento:
> Adesso sì, sorella, e più di prima,
> se guizzi disperata tra scoli d’atrazina
> e getti d’olio vischioso;
> o se colpisci di coda, estenuata,
> la carezza dell’onda di fosfati che s’annera
> sulla ghiaia della riva
> (la riva, il greto,
> il melmoso sabbione
> frugati dalle torce delle squadre,
> sfrecciano via elicotteri, lampeggiano
> bluastre le sirene bitonali),
> se adesso persino il Baltico è perduto,
> circoscritto il viaggio
> nell’armilla d’incendi e d’esplosioni,
> e ti rituffi ai relitti, ai tesori del fondo,
> chiglie corrose e catene d’ancoraggio,
> a precipizio per correnti verticali, masse d’acqua
> più fredde, dove scopri il tuo brivido,
> un istinto di nuoto, perché il mare
> è un profumo lontanissimo, il sospetto
> di un sogno interrotto poco prima dell’alba,
> quanto basta alla pinna e al tuo testardo
> palpito delle branchie, per strappare
> un attimo all’asfissia, un’idea di vita
> all’evidenza dei fatti, l’ultima sfida all’ansia, un’utopia
> alla paura di tutti.
Il testo si apre con un vocativo – “Adesso sì, sorella” – che instaura subito
una relazione etica, per cui il termine “sorella” – di montaliana, anadiplotica
reminiscenza – sposta il discorso sul piano della prossimità: ciò che accade
all’anguilla chiama in causa direttamente il soggetto umano, non come in
Montale, però, per il quale l’esistenza è guerra costante con le forze
contrastanti della natura (tra l’altro con echi leopardiani concettualmente
evidenti), bensì perché responsabile di un male diffuso che ricade sulla natura
stessa, ormai indifesa e agonizzante. Il correlativo dell’anguilla da tenace si
fa fragile e necessitante cura, mentre si perde tra i nuovi veleni (atrazina,
fosfati, ecc.). Ci vorrebbe un nuovo habitat ma ancora il poeta non riesce a
vederne in prospettiva, perciò, in questo testo, è il margine – una zona di
contiguità tra specie, corpi, destini, in un ambiente compromesso – la speranza
per quel futuro che sembra impraticabile. Il paesaggio, per quanto
identificabile nella presenza invasiva di resti tossici, di sostanze che
impediscono il passaggio e trasformano il fiume in una trappola, manifesta
un’etica dell’attraversamento, perché nonostante tutto lo scempio l’anguilla
continua a muoversi. Il suo guizzo non è eroico, bensì disperato, estenuato; è
vero e proprio per questo radicale. Il viaggio verso il mare – già in altri
contesti, lo abbiamo notato, simbolo di origine e compimento – è dichiarato
impossibile: “persino il Baltico è perduto”. Il movimento, quindi, non conduce
più a una meta, ma si riduce a un restare in vita nel passaggio stesso.
Il testo insiste su una compressione spaziale: il grande viaggio migratorio si
restringe a un’“armilla di incendi ed esplosioni”, una sorta di cerchio
infernale che sostituisce l’orizzonte aperto. Questo è uno spostamento decisivo
rispetto, ad esempio, ad Anedda: mentre in Confini la frammentarietà apre lo
spazio, qui la stessa frammentarietà lo chiude, lo rende verticale,
claustrofobico, fatto di precipizi e masse d’acqua fredde. L’attraversamento
diventa immersione forzata, discesa verso relitti e rovine, “chiglie corrose e
catene d’ancoraggio”.
Eppure, proprio in questo fondo degradato, avviene qualcosa di essenziale, come
abbiamo provato a dire in precedenza: l’anguilla scopre il suo “brivido”, il suo
“istinto di nuoto”, non quindi una speranza in senso consolatorio, ma
una resistenza minima, corporea, quasi automatica (sarebbe interessante
approfondire l’aspetto dell’istintualità come automatismo in ogni forma di
resistenza). Il mare, da luogo raggiungibile, si tramuta in “un profumo
lontanissimo”, “il sospetto/ di un sogno interrotto all’alba”, una pura traccia
sensoriale con la quale la memoria biologica provoca uno scarto fondamentale: lo
spazio è interno al corpo, inscritto nel ritmo delle branchie, nella pinna che
continua a muoversi, nell’idea di sopravvivenza che aspetta nuove definizioni e,
chissà, anche un nuovo linguaggio (cos’è l’anguilla se non la poesia stessa,
cioè il senso dell’umano continuamente in trasformazione e allo stesso tempo
sempre a un passo dalla sua fine?)
La lingua poetica di Pusterla accompagna questo movimento senza mai sublimarlo.
Il verso lungo, cumulativo, quasi asfittico, riproduce la fatica del nuoto, la
mancanza di respiro (con un richiamo evidente, estremo, al testo di Montale –
estremo perché qui il climax è discendente e decostruttivo, in Montale invece è
ascendente e costruttivo, come la sintassi ci suggerisce in entrambi i testi). A
emergere è un’idea di vita ridotta al minimo, ma non per questo arresa e
indirizzata comunque a “strappare/ un attimo all’asfissia, un’idea di vita/
all’evidenza dei fatti”. È qui che si chiarisce ancora una volta la dimensione
etica del testo: l’anguilla non vince, non arriva, non redime nulla, ma nel suo
ostinato movimento produce “l’ultima sfida all’ansia, un’utopia alla paura di
tutti”, dove l’utopia è un gesto infinitesimale senza la costruzione di un
progetto di fuoriuscita, un restare nel passaggio quando ogni passaggio è
negato.
Rispetto ai testi di Anedda o di De Angelis, qui il “tra” è una zona di attrito
violento, in cui il vivente è costretto a negoziare la propria sopravvivenza tra
scarti e distruzione – così spiego anche le scelte espressionistiche evidenti
soprattutto nell’apparato sonoro, quasi un repêchage fonico e lessicale della
petrosità dantesca. Tuttavia, la continuità con i poeti appena citati è
profonda: anche in Pusterla, infatti, il luogo è un campo di forze che espone,
ferisce, e che allo stesso tempo implica risposte altre ai tradizionali
interrogativi etici.
La pratica del margine diventa resistenza senza promessa di riconciliazione
attraverso la poetica dei resti anche in un altro testo, stavolta della
raccolta Pietra sangue (1999), Arazzo:
> Galleggiano detriti. Fili d’erba, una striscia
> di verde, controriva. Dopo, foglie
> bordeggiano di giallo e infine i rami
> chiudono il tricolore dello stagno. Viene un pesce
> già morto ad incagliare il proprio argento
> nella lieta flottiglia delle scorie,
> nell’arazzo che fonde le storie
> di ciascuno e le muta in fanghiglia. E la rana
> che vive tra i due regni sporge un occhio
> fisso, liquido e nero. Poi s’immerge.
Qui il confine non è più attraversato in forma dinamica e migratoria, come
accadeva nell’anguilla, ma abitato come superficie di deposito. Lo spazio è uno
stagno, luogo per definizione intermedio, quasi sospeso tra movimento e stasi
dove la vita stessa galleggia, i resti si accumulano entrando in relazione
concreta con la morte. L’incipit è netto: “Galleggiano detriti”. In questa
realtà residuale, quindi, questi stessi detriti si muovono e sono fili d’erba,
foglie, rami che partecipano dello stesso sistema ontologico delle “scorie”
(addirittura una “lieta flottiglia” che va a incagliarsi nella “fanghiglia” che
tutto impania e riassorbe, perfino il lento movimento dei resti). La distinzione
tra naturale e artificiale si dissolve in una continuità degradativa, in cui
tutto è ugualmente residuo. Anche il colore – il verde, il giallo, il tricolore
che si compone con i rami nello stagno – non produce armonia, ma una
combinazione involontaria, una decorazione nata nella decomposizione. È qui che
il titolo diventa decisivo: l’“arazzo” in questione è un tessuto naturale del
tutto accidentale, prodotto dall’accumulo e dal tempo. Il pesce morto che
“incaglia il proprio argento” introduce una riflessione centrale nella poetica
pusterliana: la vita che entra nel regime del resto e, quindi, dell’eccedenza di
senso nella natura intesa come tragitto esistenziale. La morte, perciò, si
integra nella tessitura, diventa un elemento tra gli altri. L’argento del corpo
morto non risplende come simbolo, ma è invece materia sempre trascinata e la
“lieta flottiglia delle scorie”, di cui si diceva, espone un’immagine
volutamente disturbante, in cui l’aggettivo “lieta” non riscattando
nulla, accentua l’assenza di giudizio morale. Come in De Angelis e soprattutto
Anedda, nulla viene salvato, nulla viene condannato. Ecco perché il punto
cruciale della poesia è rappresentato dall’intuizione per cui l’arazzo “fonde le
storie/ di ciascuno e le muta in fanghiglia”, infatti qui la soglia da spaziale,
si fa narrativa ed etica. Le storie individuali – biologiche, naturali, forse
anche umane – perdono contorno, si confondono, vengono assorbite in una materia
indistinta. Non c’è memoria monumentale, non c’è archivio: c’è una memoria
fangosa, impersonale, che conserva senza ordinare per eventuali future
trasformazioni biologiche. In questo contesto appare la rana, figura liminale
per eccellenza, “che vive tra i due regni”, abitante, dunque, che col suo occhio
“fisso, liquido e nero” registra per un attimo il cammino della materia alla sua
decomposizione per poi immergersi ritraendosi perfino dal senso (Pusterla apre
sempre nella sua opera, con la presenza degli animali, un’altra possibile
visuale: la resa al mero essere che invece l’uomo non riesce ad accettare
trasformando qualunque ecosistema).
A mio avviso, rispetto a L’anguilla del Reno, qui l’etica dell’attraversamento
subisce uno spostamento decisivo, perché se nell’anguilla il movimento resisteva
alla distruzione come gesto vitale estremo, in Arazzo la stessa resistenza
coincide con il restare, con l’essere parte del deposito, con l’accettazione di
una coesistenza non gerarchica tra vita, morte e scarto (la resa di cui dicevo).
Il margine diventa una zona di compresenza opaca, in cui nulla si risolve e che
sembra accettare in una speranza alla seconda potenza anche la disperazione
della fine (anche se in un’accezione materialistica e biologica che non ammette
alcuna trascendenza).
È in questa sospensione che, per Pusterla, la poesia esercita la sua funzione
etica, rendendo visibile ciò che continua a esistere quando ogni orizzonte di
salvezza è venuto meno.
Adesso è il momento di attraversare la soglia che ci trasporta alla seconda fase
del percorso poetico di Pusterla. Quelli più recenti, infatti, sono i libri del
tentativo di ri-apertura del margine, per cui le riflessioni esistenziali si
spingono sempre più sul versante dello sdegno politico e risalgono i crinali
della vita sociale focalizzandone gli errori e manifestando attraverso la parola
una nuova pietas, totalmente laica, nella relazione tra soggetto e mondo.
Ripartiamo da Corpo stellare (2010), forse il capolavoro di Pusterla, e
soffermiamoci su una poesia che ci permetterà di dire qualcosa sulla pietas cui
si è appena accennato. Nello specifico, si tratta del terzo movimento della
serie Abbozzo degli aerei e delle ali, in cui sembra possibile individuare nella
poesia la capacità di trascendere il senso delle cose attraverso l’immaginazione
e, quindi, nella reinvenzione dello stesso (sempre, però, in un orizzonte
concreto e per niente metafisico), ma leggiamo:
“Poi cade un altro aereo, magari.
Scende muto in un mare
assolutamente blu, profondissimo
lento e deciso cala oscillando verso
le zone sconosciute,
traversa le alghe e i sargassi,
colonie di molluschi, torpedini,
trapassa le correnti, si conficca nei fondali
di sabbia e di roccia primaria,
giunge all’origine dei pesci progenitori
degli anfibi e dei rettili,
progenitori degli uccelli e degli angeli
e degli uomini smarriti,
sempre più in basso come una speranza
che deve inabissarsi, una parola
che ha perduto se stessa e va
verso il basso a ritrovare il suo senso
che forse non c’è disperata.
Le ali servono adesso a volare al contrario,
a calare nel buio.
L’ultima planata verso ciò che sta sotto,
nel cielo più grande.
Un’altra stella,
dunque, che adesso ci chiama e ci guida?
Dal fondo,
risale una luce rifratta, una voce inesausta:
dal fondo di un mare.
“le ali e le vele, le piume e le ciglia, le mani:
e poi gli occhi, i colori.
Verso la bellezza, lontani dalla bellezza;
verso il vero e distanti,
perduti e frementi. Nuotare, danzare, cadere
provare a rialzarsi. Poi basta.”
(Come per l’acqua il pesce…
Sopra le nostre parole di tempera e colla,
di polvere e d’olio,
una rotta da inventare senza radar?)
Tempeste magnetiche, corpi guizzanti”.
Nel terzo movimento di Abbozzo degli aerei e delle ali, la scena iniziale è
volutamente dimessa: “Poi cade un altro aereo, magari”. L’avverbio sospensivo e
il tono quasi incidentale sottraggono l’evento a qualsiasi enfasi tragica o
spettacolare. Qualcosa accade, ancora, come parte di una serialità anonima. Da
subito, il testo rifiuta la posizione del giudizio e quella della denuncia,
collocandosi in un registro di osservazione che è già, implicitamente, una forma
di presa in carico. La discesa dell’aereo è al rallenty, non è rappresentata con
un impatto improvviso: «lento e deciso cala oscillando», e infatti il lessico
insiste sull’attraversamento di strati – alghe, correnti, fondali, sabbia,
roccia primaria – che non funzionano come semplici elementi descrittivi, ma sono
livelli di realtà. L’aereo, oggetto tecnico per eccellenza, viene
progressivamente sottratto alla dimensione dell’uso e della funzione per essere
reinscritto in una genealogia più ampia, che include pesci, anfibi, rettili,
uccelli, angeli e uomini. Questa sequenza vive in una continuità senza
gerarchie: il testo lavora per giustapposizione, non per opposizione e così
sfuma la differenziazione tra natura e cultura.
È in questo movimento che si produce un primo slittamento decisivo: ciò che cade
non viene isolato né espulso, viene invece accolto in una trama comune. La
caduta diventa una forma di ritorno, non a un’origine mitica, ma a un fondo
condiviso in cui le differenze di statuto si attenuano, quasi diventando origine
di un nuovo mistero: è lo stesso linguaggio a perdere l’orientamento? (“una
parola / che ha perduto se stessa e va/ verso il basso a ritrovare il suo senso/
che forse non c’è”). Sembrerebbe, ma Pusterla non cerca di riscattare il
fallimento della parola, né di risolverlo. Al contrario, lo stesso fallimento –
la caduta – è accolto come parte dell’esperienza. E tuttavia, proprio in questa
accettazione, il movimento non si arresta. Le ali, simbolo tradizionale
dell’elevazione, non vengono negate, ma riconvertite: “Le ali servono adesso a
volare al contrario”. Non è la funzione a essere abolita, ma il suo
orientamento, il volo così conduce più profondamente dentro al mondo e non fuori
di esso. A questo punto, però, proprio dal fondo risale una voce “inesausta”,
non autoritaria né salvifica che trasporta a un elenco fragile di gesti e di
possibilità nella loro concretezza ed effettività: nuotare, danzare, cadere,
provare a rialzarsi. Il testo non separa il tentativo dal fallimento, l’impulso
dalla rinuncia, ma lo mantiene nello stesso registro di esposizione. La bellezza
è evocata e allo stesso momento problematizzata: “Verso la bellezza, lontani
dalla bellezza”, verso una condizione impermanente, non risolta. Catabasi e
anabasi confondono le loro prospettive e, anzi, grazie alla parola poetica
risultano innecessarie, spostando l’attenzione etica verso il movimento che è la
risultante dell’abbattimento di ogni pregiudiziale spaziale localizzabile e,
perciò, nominabile. Né alto né basso, dunque, ed è da questa dinamica testuale
che emerge ciò che possiamo riconoscere come pietas: un modo di relazionarsi con
ciò che cade, con ciò che perde senso, con ciò che non può essere salvato. La
poesia – e quindi il soggetto che la esplicita, nonché noi che ne leggiamo – ci
accompagna nell’attraversamento, fino al fondo e accettando che dal fondo possa
risalire solo una luce rifratta, mai piena, mai definitiva.
In questo modo, la pietas si configura come una pratica linguistica, cioè una
forma di attenzione che pur non promettendo riconciliazione, comunque continua a
immaginare il reale anche quando il senso è fragile, disperso, incerto. In
questa fedeltà all’attraversamento, quindi, più che in qualsiasi dichiarazione
etica, la poesia di Pusterla trova la sua forza.
Nel passaggio da rappresentazione a esplorazione si gioca proprio il senso della
parola in poesia, il suo essere “tra” mondi come etica del possibile che
continua a interrogarsi, che solo così testimonia la necessità di praticare il
margine. Ma ora occorre vedere come questo nuovo sentire si declini negli ultimi
lavori.
Prendiamo in considerazione un testo dalla penultima
raccolta, Tremalume (2022), Botta e risposta sulle ombre:
Botta e risposta sulle ombre
1.
L’aquila, se era un’aquila, spaziava
roteando su torrioni di roccia
e l’ombra correva nei prati
come uno spettro rapido levando
fischi tra i sassi fughe nei cunicoli.
Poi, dopo giri e giri, finse di scomparire
per invece posarsi astuta o stanca
sullo sperone più alto della cresta,
di lì guardando a capofitto il mondo
con occhio micidiale.
Invisibile, catafratta sugli spalti,
affilava il suo rostro seguiva le prede,
ma le marmotte sapevano da sempre
trattare l’ombra come cosa salda,
non fidarsi mai, prevedere i pericoli.
Era un teatro diverso dal nostro di palude.
Spietato, più sereno. A perpendicolo
crudeltà senza male.
2.
“E senza bene” aggiunge l’altro sornione “senza
progetto di parola, senza storia: nell’eterna
sempre uguale biologia priva di gloria.
Questo rimpiangi? Questo
sostituirebbe scienza, dubbio e memoria, etica?
E la tua aquila, che forse non è aquila: se esiste
sarà un’allegoria che a noi rimanda, o mera cosa
estranea alla parola, non lo vedi? Lo dici, vola via,
si mimetizza”.
“Nessun rimpianto”
ribatto nervoso “resta l’ombra,
quel segno d’ombra da leggere sull’erba
come una via di fuga, un orizzonte
inarrivabile che impedisce di acquietarsi,
forse di disperare. Nel muro dell’umano una finestra
sull’oltre”. “Se ti basta” non cede “ti accontenti
di poco”.
“Del desiderio” gli dico, provo a dire.
“Del desiderio, della ferita e del vento”.
Il contrasto vibra sul margine di un impianto etico. L’aquila, protagonista
della primissima parte è una figura incerta, quasi fantasmatica, una parola
predatoria e appollaiata sulla costruzione naturale-culturale (si veda la
terminologia da assedio: torrioni, catafratta, spalti, rostro, ecc.), pronta
allo scatto decisivo, “micidiale”. Eppure, come non leggere nella capacità delle
marmotte di trattare “l’ombra come cosa salda” una parte altrettanto attiva
nella dialettica della predazione.Per respingere l’agguato – e refutarne quasi
il presupposto linguistico, cioè la predestinazione alla fine sotto gli artigli
del più forte – conoscono e sanno trattare l’aspetto fantasmatico e oscuro del
reale, il segnale dell’agguato, l’ombra del predatore, la minaccia del segno.
Aquila e marmotte sono il “tra” della relazione, sì linguistica ma non per
questo meno concreta, che mette in gioco la continua spoliazione e riattivazione
del senso. L’ammirazione per questo spettacolo scabro – Pusterla lo chiama
“spietato ma anche “più sereno” – è contrapposta a un altro “teatro”,
evidentemente quello umano, “nostro” e “di palude” che richiama ad altre
strategie, meno dirette e più architettate. Come si può capire, già nella prima
parte del contrasto è esposta l’idea del soggetto, il suo presupposto etico che
si basa sulla presunta purezza del mondo naturale, chiarito persino dal dubbio
che ogni suo segnale possa essere frainteso. Il dubbio che qualcosa si sia
esaurito, questo stesso mondo della natura che è possibile osservare solo come
spettacolo, è prodotto dal verbo essere all’imperfetto “era” che avvia l’ultima
strofa del primo movimento. Ed è adesso che ex abrupto interviene l’altro
interlocutore, la controparte che tenta di ribaltare la morale del soggetto,
quasi doppelgänger fantasmatico dello stesso – così come un fantasma poteva
essere l’aquila in precedenza – che rimprovera il rimpianto “naturale” al primo
parlante introducendo attraverso “scienza, dubbio e memoria, etica” la
controparte culturale dell’argomentazione – anche qui è evidente come agisca
l’etica della soglia tanto cara a Pusterla, il suo riflettere “tra” ciò che
finisce e la provocazione di un nuovo inizio che tenti di oltrepassare le
vecchie dialettiche, in maniera nervosa, turbolenta e agonistica.
Nella parte centrale del secondo movimento si scoprono le carte:
> E la tua aquila, che forse non è aquila: se esiste
> sarà un’allegoria che a noi rimanda, o mera cosa
> estranea alla parola, non lo vedi? Lo dici, vola via,
> si mimetizza.
Il soggetto, o l’altro o il suo doppio che è lo stesso, dichiara che l’aquila,
la “micidiale”, verticale e perpendicolare parola, è solo un tropo, un rimando o
un’assenza (è il linguaggio la prima immagine, la prima ombra). Subito dopo la
risposta è “nervosa” e si accanisce proprio sulla parola chiave: l’ombra è ciò
che resta, la poetica del residuo e della traccia di Pusterla è dinamica, sposta
sempre l’asse del significato, si dibatte contro “il muro dell’umano”, prova ad
aprire brecce “sull’oltre” e lo fa proprio attraverso la nominazione. Nella fase
ultima della poesia di Pusterla è sempre più pressante l’esigenza di dire;
l’accumulatio ternaria è presente in molti titoli di poesie e anche come titolo
complessivo della più recente pubblicazione – ma lo vedremo a breve – nonché in
chiusura di Botta e risposta sulle ombre:
> “Del desiderio” gli dico, provo a dire.
> “Del desiderio, della ferita e del vento”.
Quel desiderio, quello che ci ha allontanati dagli astri, dalla speranza dei
buoni presagi, non è perso se leggiamo l’oltranza come trasporto per ciò che è,
senza rimedio o rivalsa. Ci accontentiamo di poco, come vorrebbe farci credere
il luciferino doppelgänger, o aspiriamo al tutto compreso nell’ombra del nome,
nello squarcio aperto dallo spettro del significato e che può abbracciare allo
stesso tempo – nello stesso verso – la “ferita” e il “vento”?
Si è detto che la fase più recente della ricerca di Pusterla sembra rispondere
con più urgenza al confronto con la società, con i suoi “imbarbarimenti” e le
sue violenze, anche se non è una mutazione “civile” la sua, quanto un
allargamento dell’orizzonte del “tra”. Quando la relazione sembra tradita dal
non senso dell’arbitrio non per questo essa è abbandonabile a una nominazione
sempre più rimaneggiata e semplificata, occorre colpire con gli strali del
linguaggio ma anche fare in modo che la pietas ne custodisca le verità profonde,
in primo luogo il continuo movimento dell’esistenza, le sue eterne
trasformazioni.
Per questo, sembra giusto chiudere la riflessione sull’opera di Pusterla,
riportando l’ultimo testo dell’ultimo libro pubblicato, Fiumi nefrite
vortici (2025) – tra l’altro ultimo testo di un poemetto intitolato
emblematicamente Ultimo fiume:
Il mare adesso, un braccio
di mare imprevisto di fronte.
Un mare livido e aperto
termine o nuovo inizio.
Basta un raggio di sole e s’infiamma
basta un colpo di vento e s’increspa.
Ecco quello che resta
ancora da traversare
il mare senza tempo
né immagini o parole
il mare con il vento
il mare con il sole.
Un’esistenza che si confronta con la fine ma che, considerando le eterne
trasformazioni di cui abbiamo detto, è anche l’apertura ad altri orizzonti –
“termine o nuovo inizio”. Scorrendo tutto il libro si capisce che nella rabbia
per un presente che sembra auto-annientarsi si muove anche la tristezza intima
per la scomparsa del proprio mondo personale (all’altezza di Fiumi nefrite
vortici la mamma di Pusterla è, a causa di una malattia, ricoverata in una casa
di riposo mentre il papà è morto da tempo). Il “tra” è adesso quello di un
soggetto che si confronta con il suo invecchiamento – ancora un orizzonte della
fine – e la speranza del rinnovamento. A soccorrere realmente il soggetto, sono
principalmente i nipoti, rappresentanti della vita che si rinnova, psicopompi
della speranza in un mondo che intravede l’estinzione. Il riferimento letterario
del testo finale di Ultimo fiume è in maniera evidente l’Éternité di Rimbaud
nelle cui strofe iniziale e finale troviamo scritto:
> Elle est retrouvée.
> Quoi ? – L’Éternité.
> C’est la mer allée
> Avec le soleil.
Mentre nel finale di Pusterla abbiamo:
Ecco quello che resta
ancora da traversare
il mare senza tempo
né immagini o parole
il mare con il vento
il mare con il sole.
Se il “ritrovare” di Rimbaud si riferisce al paradiso perduto dell’infanzia e
dell’unione/abbandono – “allée” con tutta la sua ambiguità – di femminino e
mascolino simboleggiati dal mare/madre (mer/mère in tutta la sua pregnanza
omofonica) e dal sole/padre per sempre perduto, la “traversata” di Pusterla,
ricollegandosi alla poetica dei resti – “ecco quello che resta” – ribalta
l’assunto e lo proietta verso un raggiungimento sempre in divenire, anche a
dispetto della fine. La speranza della continuazione trascende persino il
soggetto in una fiducia “paradisiaca” che fa del “tra” anche il superamento del
sé nella fiducia della relazione. Un “trasumanar” del soggetto nella sua
scomparsa che lascia così spazio all’avvenire, che ritrova il futuro nel
totalmente altro dell’ignoto (anche per questo diventa necessario il
riferimento/ribaltamento di Rimbaud).
Pusterla scopre, così, sul bordo del mondo, non una sospensione mistica ma un
vuoto fecondo, la stessa memoria crolla e il soggetto si decide verso un altro
attraversamento. Il vero “restare” è questa ostinazione totalmente umana e laica
per l’oltranza – più l’Ulisse dantesco che Dante stesso nel suo viaggio, ma
comunque una peregrinazione –, per un’eternità dinamica e intesa sempre come
sfida etica, per cui il “tra” si fa coraggio e il rischio consapevolezza di
viaggiare senza mappe se non l’esperienza. Pusterla è, nonostante il male e la
fine, ancora il testimone che, giunto al limite della terra (e del libro),
riconosce nel mare infiammato dal sole l’unica direzione possibile, l’unica
foce.
Gianluca D’Andrea
*In copertina: Fabio Pusterla (Fonte: AN|SICH|TEN – SRF Schweizer Literatur)
L'articolo “Verso la bellezza, lontani dalla bellezza”. Intorno alla poesia di
Fabio Pusterla proviene da Pangea.
Ingombrante. In sostanza, il problema è questo. Gabriele d’Annunzio è
ingombrante. La vita: inimitabile; inarginabile l’opera. D’Annunzio non può
installarsi in un recinto accademico, in una cifra riassuntiva, in un cifrario
per liceali: ‘Il Vate’ è un sabotatore, ci beffa di continuo. Deciso,
liricamente, a conquistare il mondo, finì per riassumere il mondo nella propria
esorbitante dimora, il Vittoriale degli Italiani – una specie di Gerusalemme
celeste a imperitura celebrazione dell’uomo-opera. Nel mezzo, la conquista di
Fiume (la sua terra promessa, la sua Atene); un paio di decenni prima, la
parentesi parlamentare, come “candidato della Bellezza”, come sempre a modo suo,
tra piroette, ‘pose’, sfottò.
In altre terre, cinematograficamente pronte all’agiografia, d’Annunzio sarebbe
una star (lo immagino con il ghigno di Robert De Niro); se fossimo in Irlanda –
con cui il “Comandante” commerciava in armi –, il puro ispirato verrebbe
riconosciuto come una specie di padre della patria, alla stregua di Yeats. C’è,
però, un però. In d’Annunzio – a differenza dell’ipnotico Yeats – tutto è serio,
serissimo fino al punto di distruzione, il Tutto si tempra nel Nulla, la
sentenza si volta in spot, l’amuleto mistico in portachiavi, il mistero
versiliano in birignao; l’esoterico ha necessità di farsi essoterico, l’altare
retrocedere in palcoscenico. Gabriele d’Annunzio, voglio dire, dà sempre l’idea
di essere volpe più che leone: edifica maschere di cui riconosce la vacuità,
l’approssimativa tana, non cede al poseur – impone mode. In questo è totalmente
poeta – più Dioniso che Narciso –: edifica forme che altri, i lettori,
abiteranno, riempiendo di torce un luogo issato nel vento, suo fiero vanto.
Tempo fa, Maurizio Serra, diplomatico, membro dell’Académie française, autore di
una folgorante e documentatissima “Vita di Gabriele
D’Annunzio”, L’Imaginifico (stipata in oltre settecento pagine per Neri Pozza,
2019), mi disse, in sostanza, che ‘Il Vate’ fu una specie di Picasso, che
“Fondamentalmente, D’Annunzio fu un uomo ‘greco’ più che latino, basti pensare
al culto per la bellezza, alle ossessioni per il dio Pan, per l’animale, per il
minotauro. La stessa scelta delle ‘laudi’ rimanda alle odi greche. Diciamo che
D’Annunzio riporta la cultura italiana alle sue origini greche”. Per troppo
tempo, purtroppo, si è fatta coincidere la vertiginosa retorica di d’Annunzio
con i megafoni del Ventennio, avvilendo la sua poesia, mirabile, a un malinteso,
a circostanza dopo tutto sacrificabile in virtù di una lirica capziosamente
carezzevole, tenue fino al grigio, fino al tailleur da lirico impiegatizio,
speciosamente ‘realista’, di ombelicali ambizioni. Ne saggiamo gli esiti, oggi,
esangui.
È vero, però, che l’opera lirica di d’Annunzio appare a noi abnorme, un
Minotauro, spesso sintetizzata nell’Alcyone, “un prodigio” di “atmosfera rapita”
che denuncia la “poetica di un incanto terrestre dove il brivido della carne si
vena di labile malinconia” (Ezio Raimondi). In ogni istante d’Annunzio pare su
una biga trainata da aquile: è l’altitudine del dire – secondo alcuni detta
“oratoria bizantina e parnassiana” – a confonderci, a confinarci nella nostra
piccolezza. Hugo von Hofmannsthal – supremo interprete di d’Annunzio – amava
le Elegie romane. Eppure, è in repertorio antologico – quello costruito da
Giordano Bruno Guerri con il titolo Dolci le mie parole, Crocetti, 2026, è un
unicum nel suo genere per intransigenza e singolarità delle scelte – che si
apprezza meglio la memorabile ‘modernità’ di d’Annunzio. Cosa s’intenda per
‘modernità’ è proprio Hofmannsthal e dirlo in uno dei tanti scritti dedicati al
‘Vate’ (raccolti in: H. von Hofmannsthal, L’ignoto che appare, Adelphi, 1991),
con genio epigrafico:
> “moderno è sentire psicologicamente crescere l’erba e guazzare in un mondo
> meraviglioso di pura fantasia, sezionare gli atomi e giocare a palla con
> l’universo; moderna è l’analisi di un capriccio, di un sospiro, di uno
> scrupolo e moderno è l’abbandono istintivo, quasi sonnambulico, a ogni
> manifestazione del bello… l’impulso a comprendere e l’impulso a dimenticare”.
A dire del grande scrittore austriaco – autentico prodigio del verbo, l’uomo che
ha aperto la via lirica a Rilke, autore di una poesia dinamicamente diversa da
quella di d’Annunzio – è proprio d’Annunzio la sintesi del ‘moderno’, in cui
sapienza e annientamento si fondono “con singolare acutezza ed evidenza”:
> “le sue novelle sono rendiconti psicopatici, le sue raccolte di versi sono
> scrigni di gioielli; nelle une regna la severa e fredda terminologia dei
> documenti scientifici, nelle altre un’ebbrezza quasi febbrile di colori e
> stati d’animo”.
Ancora una volta, il Tutto e il Nulla, il creatore che esige un mondo con il
desiderio di distruggerlo: rinnovare la vita, d’altronde, contrasta con il
talento conservativo dei poeti che di sé vogliono fare mausoleo. Poeta
all’apparenza musivo, d’Annunzio è in realtà un devastatore, ha un’aurea nausea
verso il ‘letterario’: se procede per accumulo è per mutilare il panorama;
annienta.
Julien Benda ha significato come nessun altro l’anima bicefala di d’Annunzio, il
suo perpetuo indiarsi nel doppio:
> “C’erano in lui due personaggi: da una parte l’uomo in palcoscenico che faceva
> il proprio mestiere scrupolosamente; dall’altra l’uomo dell’intimità, che con
> qualcuno trovava inutile il proprio istrionismo e liberandosene diveniva
> semplice e affascinante. Ciò che mi colpiva poi era la facilità con cui
> d’Annunzio si spostava dall’uno all’altro, deponendo l’abito naturale e
> mettendo il vestito di cerimonia non appena entrava un qualche forestiero. Non
> sembrava vittima della propria messa in scena, la prendeva come fa un
> commerciante con le proprie spese generali, e non l’amava”.
Il Tutto e il Nulla; il pubblico e l’impubblicabile; il manifesto e il remoto.
Nei versi più possenti, d’Annunzio si spoglia di entrambe le spoglie: tra il
Tutto e il Nulla c’è la bestia, la creatura-creatura che assembla in contrari,
il sorgivo, l’assoluto vivente. I poeti del nostro canone sono per lo più
refrattari a dire la bestia: d’altronde, la nostra è la civiltà del ritratto –
Antonello, Tiziano, Raffaello, Bellini –, della regalità dell’uomo, e semmai –
dal Settecento in qua – del paesaggio come celebrazione dell’umana opera. Quando
appare, l’animale è la figura di un bestiario, è una bestia simbolica, pantera o
falcone o bufalo che sia, che rimanda ad altro ma mai alla propria carne, al
proprio costituzionale odore – al fetore del transitorio essere si predilige il
suo essere tramite. Oppure, è dettaglio di contorno, quotidiano ma fatuo,
miracoloso nel suo essere lontano: così è per gli armenti e gli assiuoli di
Pascoli, per l’anguilla e la carpa di Montale, per la capra di Saba. Gabriele
d’Annunzio, invece, ci fa sentire la bestia che irrompe, l’urlo, l’avvampare, il
vortice. “Un falco stride nel color di perla:/ tutto il cielo si squarcia come
un velo”: così attacca Furit aestus, distico che sa di artigli, di sangue, di
essere in picchiata. È forse Il cervo, però – cito da poesie selvaggiamente
antologizzate in Dolci le mie parole –, la poesia più ‘animalesca’ di
d’Annunzio, fin dall’attacco, in furia, “Non odi cupi bràmiti interrotti/ di là
del Serchio? Il cervo d’unghia nera/ si sèpara dal branco delle femmine/ e si
rinselva”.
È una poesia straordinaria, questa, perché l’animale non è mero monile, ennesima
effigie d’uomo, ma invitta vita: si avverte la contrazione della preda, la trama
delle tracce, l’inseguimento, i muscoli che guizzano, le corna e la luna, il
silenzio e la fuga, il desiderio e il fine, “la voce sua di toro”. Rimbomba,
questa poesia. Allo stesso tempo, è immediata e rude come una pittura a Lascaux,
è ardimentosa come un affresco del Duecento. No: qui d’Annunzio non è più
‘moderno’ – come lo vuole Hofmannsthal – né “iperromantico” e “intellettuale” –
come lo vuole Benda –, non è Vate né Comandante, non è deputato né Principe di
Montenevoso – è creatura senza insegne, insigne in nudità, allo stato brado,
uomo diserbato in belva, il cacciatore che si rivela braccato, in fuga. Da
questa trance, ciò che resta è la carcassa della poesia, una carogna di
smeraldo, nostro fiero pasto.
**
Il cervo
Non odi cupi bràmiti interrotti
di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
si sépara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormirà fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Le vestigia ch’ei lascia hanno la forma,
sai tu?, del cor purpureo balzante.
Ei di tal forma stampa il terren grasso;
e la stampata zolla, ch’ei solleva
con ciascun piede, lascia poi cadere.
Ben questa chiama “gran sigillo„ il cauto
cacciatore che lèggevi per entro
i segni; e mai giudizio non gli falla,
oh beato che capo di gran sangue
persegue al tramontare delle stelle,
e l’uccide in sul nascere del sole,
e vede palpitare il vasto corpo
azzannato dai cani e gli alti palchi
della fronte agitar l’estrema lite!
Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti
noi tra le canne fluviali assisi.
Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto
per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo
fiume non solcherà suplice solco
del tuo braccio e del tuo predace riso,
fieri guizzando i muscoli nel gelo.
Inermi siamo e sazii di bellezza,
chini a spiare il cuor nostro ove rugge,
più lontano che il bràmito del cervo,
l’antico desiderio delle prede.
Or lascia quello il branco e si rinselva.
Forse è d’insigni lombi, e assai ramoso.
Ei più non vessa col nascente corno
le scorze. Già la sua corona è dura;
e il suo collo s’infosca e mette barba,
e fra breve sarà gonfio dal molto
bramire. Udremo a notte le sue lunghe
muglia, udremo la voce sua di toro;
sorgere il grido della sua lussuria
udremo nei silenzii della Luna.
Gabriele d’Annunzio
L'articolo “Udremo la voce sua di toro”. Gabriele d’Annunzio, il poeta
animalesco proviene da Pangea.
Leggo che l’argento, fra tutti i metalli noti in natura, è il miglior conduttore
di elettricità e calore. È forse per questo che nei versi dei poeti russi
dell’epoca d’Argento nascono vasti incendi e tempeste elettromagnetiche. Secondo
il celebre linguista e amico dei poeti Roman Jakobson, la poesia è la più alta
forma di espressione della Russia. Mai nessun tempo e nessun luogo vide fiorire,
nello stesso momento e così numerosa, una schiera di poeti per i quali la poesia
è, prima di tutto, un sole che esplode nello sterno.
Ammiriamo la poesia russa come fosse pietrisco di stella, con l’entusiasmo
infantile verso i disegni del futuro: sondiamo le ascese e gli schianti del
cuore, stupefatti passanti nel campo del meraviglioso. Quanto sarebbe bello
guardare a fondo negli occhi di Chlebnikov e capire da quali anfratti di ciglia
provengono a folate gli orsi azzurri. Indovinare l’elegante incedere di un cigno
dal piumaggio nero, nero come la nobile malinconia di Anna Achmatova. Ricordare
la postura taurina di Majakovskij, simile a quella di un boxeur in borghese –
con un piccolo lampo d’immaginazione trasformarlo in uno scoiattolo poetico che
ruzzola esuberante in un bosco. Le biografie di questi poeti sono come
traccianti nel cielo scuro.
Majakovskij, ossia l’esempio di una vita vissuta sempre “a piena voce”, fra
entusiasmi folgoranti, esplosivi innamoramenti e l’oscillare rapsodico tra
l’esaltazione e il disincanto – quei versi lanciati a folle velocità verso il
futuro e uno sparo improvviso nel silenzio. Chlebnikov, imperdonabile vagabondo,
colto e selvatico, insieme amichevole e refrattario all’umano e ai ceppi dei
legami, perturbatore di incancrenite abitudini – fino all’ultimo respiro della
sua breve e convulsa vita compone poesie. Poeti che danno la propria vita ai
versi. Letteralmente, fisicamente. Seguite con lo sguardo la scia di fosforo che
passa dalla mano del poeta alla carta su cui scrive. Pasternak, anima fraterna
di un grande frequentatore di vette – Rilke –, così presente in ogni fibra del
reale, così miracolosamente disciolto in ogni manifestazione della vita
senziente – avvertite il battito della sua giugulare pulsare nel regno degli
uomini, in quello animale vegetale e minerale.
*
Vladimir Majakovskij (1893-1930) da ragazzo, agli arresti, nel 1908
Majakovskij- per gli amici Volodja – prende il tempo e lo spariglia. Soffia sul
castello di carta dei giorni feriali e non è soffio, ma vento di uragano.
Individua un nemico, mira al bersaglio con furiosa ostinazione. Al centro del
mirino c’è già la carcassa del presente. Si aggira nei corridoi, nelle strade e
nei versi invocando una rivoluzione dei costumi e dello spirito. Dice: “mandate
al diavolo una letteratura che viene servita come un dessert”. La poesia è una
questione di vita o di morte. Vi sfido a leggere i suoi versi senza provare,
almeno una volta, la sensazione di camminare sui tizzoni ardenti. È uno
sfolgorio verbale, un tiro continuo di shrapnel, lancio di granate nel dettato
poetico e nel tessuto dei giorni. Volodja, con quale sfrontatezza prendi il
verso russo e lo trafiggi con spilli di futuro. Non impunemente un regime ti
permette di combatterlo con l’unica arma in grado di annientarlo:
un’irresistibile vocazione al domani. Il futuro è un investimento sotto forma di
amore – un amore vasto, possente, circolare – che a volte prende le sembianze
dell’ovale di una donna. Chiamala come vuoi, Lilička o Tat’jana… La lingua russa
sa regalare memorabili momenti di aspra dolcezza. Volodja, avessi appreso meglio
l’arte della pazienza. A volte, sai, bisogna solo aspettare. Prima o poi il nodo
si scioglie, il fiume trova la sua via…
> “Scorderò anno, giorno, data. Solo
> staro rinchiuso con un foglio di carta.
> Produciti, magia per nulla umana
> dei vocaboli che il dolore rischiara!”
*
Ho sempre pensato che la fisionomia di Pasternak ricordasse quella di un agente
del KGB in un film americano. Il mento prominente, il volto taurino leggermente
spigoloso – uno sguardo che ricorda quello inquieto di una bestia. Forse è per
questo che Achmatova, nella stupenda poesia dedicata a Pasternak, dice “equino”
l’occhio del poeta. L’occhio di una bestia non conosce mai la stanchezza delle
cose viste ogni giorno al levar del sole. Trova la sua strada il verso di
Pasternak, come la porzione di luce che a poco a poco fruga nell’oscurità,
illumina e porta alla vita. Nominare significa creare, immettere le cose nel
flusso del tempo, catturare il fremito del preverbale, della parola che per
prima s’affaccia tremante sul palcoscenico del mondo. Pasternak “ha avuto in
premio un’eterna fanciullezza e la perspicacia magnanima degli astri”. Immortale
è colui che saluta come un miracolo l’arrivo di ogni giorno. Eccolo, il poeta:
impertinente funambolo del tempo, adorabile canzonatore dello spazio. Ovunque e
dovunque, egli sovverte i nessi di causa-effetto, i rapporti spazio-temporali.
Boris Pasternak (1890-1960)
Sui volti adombrati degli uomini s’addensano nubi che erano lontane, sulla
fronte dei bambini rosseggia il fuoco di un falò, furtivi sguardi di volpe
interrogano le distanze. Il pioppo diventa re, regina l’usignolo. Il parquet è
illuminato dalla luce della luna. Entra dalle finestre spalancate sentore di
acacia. Da qualche parte nel buio, presagio di un altrove, giunge lo
sferragliare di un treno.
> “E la notte vince, i pezzi si scansano,
> io riconosco la bianca mattina del volto”
*
Velimir Chlebnikov è arrivato per caso sulla Terra. Il suo incedere per il mondo
ricorda l’arco di un delfino che emerge dall’acqua. Chlebnikov ha imparato tutto
e quel tutto lo riconsegna ai versi, nobile falco di benevolenza. Ci manda
cartoline dall’altro lato della riva, dall’altro capo del ponte. È un cavaliere
azzurro come quello di Kandinsky. Al suo passaggio, nascono margherite ai lati
del sentiero. Le lacrime sono come orsi azzurri: degli orsi condividono quel non
so che di feroce dolcezza. Viaggia, Chlebnikov, portando con sé il suo
segreto. Ha qualcosa di Rimbaud – la sfrontatezza degli inizi, la fiaccola delle
parole estreme che incendia il mondo. Provate a prenderlo, Chlebnikov. Fugge,
imprendibile saetta poetica, tra i richiami che si scambiano gufi e civette
dalla folta oscurità di foreste lontane. È simile agli “dei quando amano,
serrando in giusti limiti il palpito del cosmo”. Donne come donnole, i seni tra
l’erba, respiri di torrida arsura e trecce che diventano alberi: tutto può
avvenire nei versi di Chlebnikov. Succede anche che il passaggio di una
bicicletta disponga a caso arabeschi di polvere su un tavolo e un bimbo vi
indovini col dito i contorni di una città fantastica.
Velimir Chlebnikov (1885-1922)
Il “filo azzurro delle notti” si tende verso l’infinito. È Chlebnikov. I suoi
versi vi rovesciano in faccia schegge di futuro. Dietro un cespuglio galoppa un
cavallo bianco.
“A primavera – proferì la sorte – vi brucherà come fiori un corsiero sellato”.
*
Majakosvskij, Pasternak, Chlebnikov. Scie luminose come bava di lumache nel
cielo nero.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Aleksandr Rodčenko, cover da un libro di Majakovskij, 1923
L'articolo “Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a
Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov proviene da Pangea.
Ralph Waldo Emerson sorrideva spesso: la vita si avvera nella gioia – una gioia,
osava dire, ferina. Tuttavia, era capace di deflagranti asprezze. In uno dei
suoi libri più vertiginosi, The Conduct of Life (1860), il formidabile pensatore
stigmatizza i ciechi al destino, i fannulloni del fato, si scaglia contro le
“creature piagnucolanti, stupide, comatose, sollevate di letto in letto, dal
nulla della vita al nulla della morte”.
Austero, sagace, programmaticamente entusiasta, il sapiente di Concord,
Massachusetts, è l’autentico profeta del messianismo americano. Secondo Harold
Bloom, “Il genio di Emerson continua a essere il genio dell’America: questo
filosofo gettò le basi della nostra vera religione… La fiducia in se stessi non
è una dottrina consolante, perché ci esorta a ricadere sul nostro genio oppure a
cadere verso l’esterno e verso il basso”. Nella sua visione cabbalistica della
letteratura, Bloom installava Emerson nei recessi di Din, la quinta Sefirot, che
soprintende il “Potere”, o meglio, il “Giudizio”. Insieme a lui, confinava Emily
Dickinson, poetessa dall’intelletto faina, suprema nel morso, che a Emerson deve
parte della propria ‘luccicanza’ lirica.
Possiamo dire, in effetti, che Emerson è la grande scaturigine, è il grande sole
della letteratura americana. Amico di Henry David Thoreau – che ha fortificato
nello sgretolato io, con cui ha fondato la rivista “The Dial” –, ha eletto per
primo, con furibonda preveggenza, il genio di Walt Whitman: in una lettera che
ha fatto storia – spedita da Concord il 21 luglio del 1855, ne sfogliate
l’originale, digitalizzato, nel “Walt Whitman Archive”– Emerson riconosce “quel
meraviglioso dono che è Foglie d’erba, opera di arguzia & sapienza tra le più
straordinarie prodotte in America”. Del verbo trascendentalista da lui forgiato
si sono nutriti, con diversi gradi di intensità, Nathaniel Hawthorne e Herman
Melville.
Beh, parrà paradossale ai più ma è proprio Emerson, il fondatore della cultura e
del pensiero autenticamente statunitense, a essere il punto d’unione tra gli
States e l’Iran. O meglio – visto che è vile rimestare nei torbidi della
decantata attualità – tra Stati Uniti e Persia. In due saggi, tra gli altri,
Emerson riconosce la propria filiazione diretta con la cultura persiana antica:
in Persian Poetry – pubblicato nel 1858 sull’“Atlantic Monthly”, oggetto, per i
nostri lettori, di un prossimo PAN – compie, soprattutto, un formidabile elogio
di Hafez, il grande poeta di Shiraz, vissuto nel XIV secolo. Della poesia
persiana, Emerson apprezzava la raffinatezza, il gergo epigrafico, la capacità
morale, poderosa fino all’insidia, in grado di essere, al contempo, caustica e
aggraziata. In un’epoca – l’Ottocento – in cui i poeti anglofoni si davano a
poemi-megafono, esorbitanti, Emerson preferiva il ghazal, il talento di
riassumere un mondo in un distico, una vita in un ritornello, l’effimero
nell’emblema. In Inghilterra aveva conosciuto Coleridge e Wordsworth; non aveva
dubbi nel dire che nell’opera di Hafez “si mescolano il genio di Pindaro, di
Anacreonte, di Orazio e di Robert Burns”.
Nessun fatuo ‘esotismo’ attanagliava Emerson, nessun frainteso da Mille e una
notte, con volgarità di harem e di jinn. Leggeva Firdusi e Attar, Hafez, Enweri
e Nisami dal tedesco, nelle versioni approntate dall’orientalista austriaco
Joseph von Hammer-Purgstall – si lamentava del provincialismo delle accademie
americane “incapaci di produrre una traduzione degna di nota dei poeti
d’Oriente”; allo stesso modo, decenni dopo, Ezra Pound (emersoniano a contrario)
lancerà improperi contro gli accademici ciechi di fronte all’oceanica cultura
cinese. Le prime, notissime, traduzioni (pardon, rifacimenti) di ʿUmar Khayyām a
cura di Edward FitzGerald sarebbero uscite nel 1859; negli States
le Rubáiyát dell’“Astronomer-Poet of Persia” sarebbero state pubblicate soltanto
nel 1878: nel frattempo, Emerson faceva da sé, con arguta audacia:
> “Apri la porta, perché tu sei l’Aperto
> mostra la via, perché tu sei la guida.
> Non ho fede nel pilota né nelle carte
> perché sono transitori – soltanto tu resti”.
Nel volume che raccoglie le Translations di Emerson, spicca la relazione con i
poeti persiani. Il guru americano traduce l’Epitaffio di Hafez così:
> “Misero cuore, che amaro scherzo
> ha giocato il Fato a questo ragazzo:
> per avere il caldo petto di una fanciulla
> ha ricevuto il freddo marmo di una lapide”.
Questo è invece il poeta persiano di origini turche Badr al-Din Hilali, vissuto
nel XVI secolo:
> “Ora grida, ora sussurra il flauto struggente:
> non ha lingua ma i venti fanno gemere le sue
> guance di legno: ‘Amore mio, l’antico sortilegio
> rimane: se io sono e tu sei come essere uno?’”.
Nel 1864 Emerson dedica un lungo saggio a Saadi – cioè: Saʿdi –, l’autore
del Bustan, opera poetico-sapienziale del XIII secolo tradotta in Italia come
“Il roseto”, tra gli altri, da Pio Filippani Ronconi (per l’‘Enciclopedia di
autori classici’ Boringhieri curata da Giorgio Colli).
> “Saadi è il poeta dell’amicizia e dell’amore, della dedizione a se stessi,
> della serenità. Nelle sue pagine l’energia è costante, la gioia trascende in
> grazia. Tali modi non sono frutto della leggerezza né della facile
> convivialità ma di una natura felice, che si libera delle avversità, si libra
> su di esse, sensibile ai piaceri, colma di risorse per fronteggiare il dolore.
> Saadi è consapevole che leggi benevole governano il mondo e ispira nel lettore
> la speranza nel bene. Che contrasto tra il tono cinico di un Byron e la
> benevola sapienza di Saadi!”.
Dicendo di Saadi, Emerson sembra dire di sé. Mirabile la conclusione finale – in
specie, in relazione al tempo presente:
> “Hanno definito i Persiani ‘i francesi dell’Asia’: l’intelligenza superiore,
> la stima con cui ammantano gli uomini di genio, l’accoglienza riservata ai
> viaggiatori occidentali, la tolleranza verso i cristiani che vivono nel loro
> territorio, in contrasto con il fanatismo turco, sembrano derivare dalla
> profonda cultura poetica, consolidata nel corso di cinquecento anni, che ha
> permesso a questa civiltà di raffinare i conquistatori preservando la propria
> identità profonda”.
Era affascinato da una terra in cui il poeta aveva un ruolo tanto preminente,
come profeta, guida ‘morale’ – perfino nel culto dell’ebbrezza, dell’uscita
fuori di sé – e custode del genio del luogo. Nel suo sorriso, per enigmi,
traluceva quello di Saadi.
Estremo, estroso omaggio alla cultura persiana è la ‘maschera’ lirica ideata da
Emerson. Seyd Nimetollah, sapiente del Quhistan, antica regione persiana, è un
derviscio edotto nella “danza astronomica”: i maestri “danzando, imitano la
rotazione dei corpi celesti, ruotando nello stesso tempo intorno al gran
maestro, che funge da sole”. Durante la danza, viene intonato questo Song di
Seyd Nimetollah:
“Ruoto come una sfera! Vago, brucio
non distinguo i piedi dalla testa
né il cuore dal mio amore
né la coppa dal vino.
Quello che faccio non appare
alla mia percezione: perduto
vago tra vorticose sfere –
so solo che devo amare.
Sono un cercatore della pietra
vivente gemma di Salomone;
giunto dalla riva delle anime
mi sono immerso nell’oceano dei sensi;
ma cos’è la terra, cos’è l’oceano
per me che bramo il prezioso?
L’amore è un fuoco intenso
il cuore è l’incenso;
ardo come le radicate fiamme
dell’aloe, ardo ma l’incensiere lo ignora.
So tutto – so nulla
non fermarti, non esitare – va.
Non chiedermi come i Mufti
recitino il Corano: amo la dolcezza
dei significati e calpesto
il libro sotto i miei piedi.
L’amore di Dio arde alto:
al suo cospetto ogni diversità
si estingue. Chi sono i musulmani
chi sono gli infedeli? Tutti
appartengono all’Amore.
Abbraccio i veri credenti
e amo chi mi inganna.
Il mio cuore si stringe al Cielo
incurante delle verità inferiori
sulla terra, sotto i miei piedi
ignoro gli umani affanni”.
La poesia – mistico gioco di specchi – viene pubblicata nel saggio sui Persian
Poetry, a mo’ di diamante; salvo entrare di diritto nel canone lirico di
Emerson. Né traduzione né rifacimento: una sorta di eversione, di evasione
dall’invasione occidentale. Tessitura di paradossi: l’uomo più ‘americano’ di
tutti, trovava ispirazione leggendo i poeti persiani. Lasciamocelo così, a piena
bocca, il paradosso: sa di miele.
L'articolo “So solo che devo amare”. Emerson & il genio della poesia persiana
proviene da Pangea.
Inciampando nella liscia lunghezza di una poesia di Irving Layton, canadese
eccelso, quasi cadde la mia mente su immagini simili a brani di fuoco, negata
santità, culto e erotismo in un’unica brace che appendeva al cielo faville
effemeriche tra minuscole ombre di cenere danzante. C’era tutto là dentro:
socialismo, biasimo, odio per il borghese cinerino, spasmo e solitudine, un
natura che parla con i suoi elementali doni così vicini ad argilla plasmata.
Nato figlio di ebrei proletari nel 1912, nella regione moldava dell’allora Regno
di Romania, e trasferitosi a Montréal nel 1913, Layton ebbe in odio gli artifici
dei ricchi, così poco ispirati e così tanto logori; e conscio della propria
ascendenza imbastardita, condusse sé, come un umore odoroso, fino ai petali di
un osceno rigoglio di vita vivida e vissuta. In lui l’ebraismo non si traduceva
in chiamata alla propria ortodossia (mero connotato positivista di nascita), si
articolava piuttosto nella postura rivoluzionaria, ma sovente di tono biblico,
verso la condanna dell’iniquo e dell’ipocrisia dilagante nella società del
profitto (in cui a dettare legge sono i più ricchi o benestanti), non
dimenticando di sovvertire anche, nel medesimo gesto poetico, il cliché vigente
di stampo squisitamente britannico.
Deliberatamente concreto e corporeo, sensoriale e nemico del perbenismo, quando
fu polemista e satirico lo “inchiodarono” a Byron e Swift, ma in lui vivevano
bagliori di illuminismo che erano solo il proseguo sistematico di un discorso
esistenzialista… Il suo vitalismo spinto non ne fu esente; come pure
l’accentuato individualismo e una percezione esasperata del circostante.
Studi interrotti a ragione di povertà e poi ripresi alla “Baron Byng High School
di Montréal”, lo avevano condotto a maturare vocazione, non pedissequa ma
promettente “deflagrazione creativa” come una miccia ben accesa, per la poesia
romantica inglese. Le opere di Byron, Shelley e Tennyson vibravano nel suo
profondo come corde di un’arpa fatale. Concepì, fin da allora, il poeta come
investito di un ruolo morale che spiccava ma sempre in salvo da paternalismi,
sempre ben stemperato dall’ironia più mordace. Gli anni universitari lo
avvicinarono, coevi della Grande Depressione, alla teoria politica e
all’incontro pressoché destinale con il socialismo democratico: il contatto con
la “Young People’s Socialist” fa divampare i suoi versi futuri di una frenesia
incendiaria e indocile verso gli abusi del capitalismo spinto e di un
imperialismo vessatorio presso i tanti “orfani” della democrazia. Poeta, amante
e profeta dai toni biblici, crescendo nella scena delle “little magazines”
(fucina di poesia canadese indipendente), insegnò poi letteratura e continuò a
comporre versi. Vera “persona poetica”, Layton pubblica il suo primo libro, Here
and Now, nel 1945; cui seguiranno molti altri lavori svettanti e distintivi,
come The Cold Green Element (1955), A Red Carpet for the Sun (1959), solo per
parlare della scena degli anni Cinquanta.
Polemista non investito di una società mediocre e già quasi vinta, con sintomi
di simboli ventrali e atti di coscienza non comuni, Layton chiudeva nell’armadio
ogni estetica a vantaggio di più di cinque vividi sensi messi al servizio di una
ribellione eroica, di impronta neo-romantica, contro le muffe borghesi e ciò che
era dozzinale.
Negli anni Sessanta e Settanta fu figura pubblica di spicco nel quadro culturale
canadese. Partecipava, mai in difetto di polemica e messa al bando delle
convenzioni più consumate, a dibattiti televisivi, conferenze universitarie,
letture pubbliche; si distingueva per l’inconfondibile piglio polemico e
anticonformista. Pubblicò, in questo periodo, alcune delle sue raccolte più
importanti, tra cui Balls for a One-Armed Juggler (1963), The
Pole-Vaulter(1974), e For my Brother Jesus (1976), opere che si immergevano
nella dimensione etica e filosofica di una poetica estranea allo strabismo
morale di molti suoi contemporanei… Si trattava, in fondo, solo di distinguere
bene, spesso con una tendenza al grottesco, tra coloro che dettavano legge e
coloro che erano chiamati a una misera acquiescenza, per poi non usare due pesi
e due misure a sfavore di quest’ultimi. Unitamente a ciò la sua poetica si
distingueva per un genio creativo soggettivante tale da riscattare la natura
dalla sua mortifera condizione di sequestro da parte della morale vigente,
soprattutto nei larghi ambiti in cui veniva frustrata da una civiltà negatrice
della sua vera propulsione vitale, e affermatrice invece di conformismo,
pregiudizio e assuefazione a un mondo di regole e dogmi assolutamente avulsi
dalla sua voce primordiale e fondatrice, dalla sua matrice generosa e eccedente
la misura di una mera e grigia zona d’utilità e funzionalità: poetante bellezza
del rigoglio e dell’eccedere di sé, entro un regno non compromesso con la
cultura del profitto e non investito di leggi morali asfittiche e sempre uguali
a sé nel loro influsso restrittivo.
Nonostante fosse già in una zona matura del largo arco della sua carriera,
Layton continuò a pubblicare opere significative e a ricevere riconoscimenti di
prestigio mondiale. Sono degli anni Ottanta brillanti raccolte come: Europe and
Other Bad News (1981), Shadows on the Ground (1982), The Gucci Bag (1983), A
Spider Danced a Cosy Jig (1984), Fortunate Exile (1987). In questo decennio il
poeta visse una grande visibilità internazionale (paradigmatici sono il caso
dell’Italia e della Corea del Sud, quanto a calorosa accoglienza) e un fervore
creativo inesausto, consolidando vieppiù la propria reputazione come uno dei
poeti più influenti del Canada.
Le sue opere furono tradotte in molte lingue e il suo nome fu più volte
menzionato tra i candidati al Premio Nobel per la letteratura. Negli anni
Novanta gli venne diagnosticata la malattia di Alzheimer, che lo allontanò dalla
vita pubblica. Morì a Montréal il 4 gennaio 2006, lasciando un corpus poetico
vasto e influente.
Con un desiderio pruriginoso, si manifestavano in lui la prosecuzione e la
continuità non mediata degli istinti vitali, un ritorno alla centralità del
corpo e a una dimensione primordiale. Vada altrove chi vuol esser pacificato,
vada lontano dai suoi versi che sono, con la propria voce urgente e immersa nei
sensi, profezia e condanna, cuore, vita, con tutte le loro funzioni
incoercibili.
Massimo Triolo
*
Caino
Preso di mano a mio figlio il fucile ad aria compressa,
Feci cinque passi indietro, l’ebreo
In me, narcisista, padre di figli,
Messo a tacere. Poi presi la mira e sparai.
La pallottola silenziosa colpì il dorso del ranocchio
Un pollice sotto la testa. Sorpreso, fece un balzo,
Solleticato o spaventato all’improvviso
(Deve aver pensato) e saltò dalla gabbia bagnata
Nell’acqua scura lì accanto. Ma la
Pallottola aveva fatto il suo danno. Il balzo successivo
Fu un tonfo penoso, spento lo slancio
Delle zampe. Provò – come Bruce – di nuovo,
Protendendo le sensibili mani da pianista
Come farebbe un nano o un bimbo inerme.
Lo spruzzo disturbò l’acqua immobile dello stagno
E una vecchia rana nel suo rifugio pieno d’erbacce,
Che ammiccava guardandosi intorno compiaciuta.
La superficie dello stagno subito divenne uno sbattere
Di palpebre e bolle come note musicali,
Liquide, luminose, cadenti dalla pagina
Bianche, biancobarbute, un rapido crescendo
Di suoni inudibili e un sussurro di vecchie
Dietro la scena fra le canne e i giunchi
Come per un Lear o un Edipo morenti.
Ma la Morte ci fa sembrare tutti ridicoli.
Pensate a quel ranocchio (marmocchio, pidocchio, quel volete)
Che s’abbandona, un cadavere assurdo cullato dal flusso
Che l’ultimo suo vano balzo ha messo in movimento:
Come un vecchio a riposo, non potei trattenermi dal sogghignare,
Che vive quanto dura la sua assicurazione:
Marosi – che ora crollano – i premi pagati.
Assurdo, proprio assurdo. Desideravo uccidere,
Di fronte a quella beffa, uccidere e uccidere ancora….
Il ranocchio infatuato di se stesso, marmocchio, pidocchio,
Qualsiasi cosa in cui palpiti la vita
Guardando il morto saltatore, i piedi chaplineschi,
Dondolato e cullato in quel pomeriggio
Di acqua quieta, canne e sole ardente,
Il buco sul dorso ben visibile
E la pelle lacerata una macchia d’ombra
Che si muoveva quando si muoveva l’acqua quieta dello stagno.
Oh Egitto, marmorea Grecia, risplendente Roma,
Anche voi siete finite per un piccolo foro
Nella schiena che non riusciste a eliminare?
E le vostre bocche s’aprirebbero spettrali, ansimando
Fra le tetre canne, le rane nascoste,
Che noi scaliamo con le spine dorsali spezzate verso il cielo?
Quando il mattino dopo ripassai di lì
Il ranocchio giaceva sul dorso, una mano
Delicata sul ventre e il bianco sparato
Immacolato. Sembrava
Un comico, un ballerino di tip-tap che si scusa
Per una caduta o un intrattenitore che con un gran sogghigno
Ci strappa una risata per una parte
O forse per una facezia che non abbiamo ben afferrato.
*
Il freddo verde elemento
Alla fine del sentiero nel giardino
il vento e il suo satellite m’aspettano;
non ne conoscerò il senso
finché non sarò lì,
ma anche il becchino dal cappello nero
che, passando, vide il mio cuore battere nell’erba,
vi sta andando. Salve, gli dico,
una grande bufera nel Pacifico ha scaraventato dall’acqua
un poeta morto
che ora penzola alle porte della città.
Folle si muovono ogni giorno per vederlo, e ritornano
con smorfie e incomprensione;
se le sue membra si contorcessero nell’aria
sederebbero ai suoi piedi
sbucciando arance.
E girandomi abbraccio come un amante
il tronco di un albero, uno di quelli
che, sopraffatto dal fulmine,
spuntò una luminosa
gobba con una corona di foglie.
Le afflizioni liberatesi dalle etichette
di bottiglie medicinali si son tutte sprigionate nel vento;
di recente mi son visto negli occhi
di vecchie donne,
rivoli esausti in lamento per la mia virilità,
nelle cui vecchie pupille il sole divenne
una macchia di sangue su grandi foglie di catalpa
e penzolanti da antichi ramoscelli
i miei io assassinati
accesero l’aria come silenziose collisioni
di frutti. Un cane nero mi ulula nelle vene,
un cane nero dagli occhi gialli;
anche lui per l’inavvertenza di qualcuno
vide la macchia di sangue
sulle larghe foglie di catalpa.
Ma le Furie mi aprono un sentiero verso il verme
che cantò per un’ora nella gola di un pettirosso,
e sviato dalle grida dei ragazzi
sono di nuovo
un nuotatore senza più fiato in quel freddo verde elemento.
*
Archetipi
Sebbene io abbia cantato
la lussuria
(e l’odio umano, inoltre, maestri miei!)
e il sole, la cosa migliore nel cosmo,
poiché riscalda le mie ossa
ora che sono vecchio e non c’è donna
che con me giacerà
vedendo quanto grinzose
siano le mie chiappe, e decrepite le mie ossa;
e la terra, madre di tutti gli amori,
madre di fiori e alberi:
Un piagnucolante sciocco zoticone
mi scrive petulante
lagnandosi
perché ho usato due cori
nel mio sublime inno a Pan
mentre a lui è alquanto evidente
e a un altro studioso di grecità
che quattro
sarebbero stati più adatti.
Traduzione di Alfredo Rizzardi
L'articolo “Sebbene abbia cantato la lussuria…”: a proposito di Irving Layton
proviene da Pangea.
Il dominio della storia – che è, in cristallo, il potere sul tempo – è uno dei
‘caratteri’ che rendono grande un poeta. Ciò che però, per norma, ci capita di
leggere, oggi, è sterminio di tale termine. La storia è ridotta a cronaca, il
tempo è miniaturizzato nei minimi fruscii di un occasionale ombelico, a una
poesia continentalepreferiamo quella salottiera, al cosmico l’ovetto in camicia;
l’unico affetto epico rimasto stinge in impegno civico, la morte in palude della
poesia. Quando riesuma gli antichi miti – se non lo fa col passo del passatista
– l’italofono proietta in quelle stanche effigi simboli, stracci psicoanalitici,
secondo una moda – che è ormai usura – anglosassone.
La storia, per noi, genericamente, non ha senso, non si insinua in versi: per lo
più si assiste al piattume dell’attualità, al pattume delle proprie frattaglie
‘interiori’ – come se il poeta, fool, divina faina, possedesse un di
dentro separato dal di fuori, come se fosse preda, altro che dal furore,
dei sentimenti.
Ovvio, si parla per paradossi: in poesia non conta – o quasi – il cosa ma
il come. Eppure, esistono, credo, questioni di geografia lirica. Ad Est –
nell’Europa dell’Est – la storia, il mito, la leggenda, l’esuberanza del ‘testo
sacro’, hanno un peso, scagliano ancora dardi, dardeggiano sulle petroglifiche
rughe dei poeti. Il poeta, laggiù, pare ancora essere la spina che unisce i
mondi, il punto di scolo dei secoli, il pitocco sovrano del tempo. Questo si
vede nei poeti di oggi – il poeta macedone Nikola Madzirov, ad esempio, che
mescola, in Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà (Crocetti, 2025) l’arcano e il
contemporaneo – come in quelli di ieri: tra questi, uno dei fari di questa
rivista è il serbo Miodrag Pavlovic.
Uno dei più importanti poeti che hanno agito in quei luoghi, da autentico
vagabondo della poesia, eresiarca del sé, è Bogomil Gjuzel. Nato il 9 febbraio
del 1939 a Čačak, nell’attuale Serbia, da genitori di origine bulgara, ha
studiato a Skopje, ha lavorato come drammaturgo per il teatro della città.
Bogomil Gjuzel si è perfezionato a Edimburgo e negli Stati Uniti, ha tradotto
nel suo paese l’opera di Shakespeare e di Thomas S. Eliot, di Emily Dickinson,
di Seamus Heaney e di Auden – a sentenziare che si appartiene a una tradizione
se si abita in mille altre.
Charles Simić – il poeta di Belgrado eletto Pulitzer negli States –, che lo ha
tradotto in inglese, ha scritto che “L’eleganza dei versi di Gjusel e la potenza
del suo immaginario lo rendono una voce lirica immutabile”. È il poeta serbo
Vasko Popa, tuttavia, ad aver imbragato con documentata completezza il carisma
lirico di Gjusel: “Forme ed elementi arcaici emergono con grazia nei metri
contemporanei; gli antichi incantesimi penetrano nel verso senza ostacolarlo,
anzi: lo rendono più enigmatico e complesso. Così, Bogomil Gjusel si cimenta con
genio nel più difficile compito: restituire un’universalità perduta ai simboli
del passato”.
Morto nell’aprile del 2021, Bogomil Gjusel ha esordito nel 1962, ha ottenuto i
premi letterari più importanti conferiti nel suo paese; un’antologia di suoi
testi è tradotta in inglese come The Wolf at the Door. Ciò che sorprende di
questo poeta, animato da toni profetici, è la dimestichezza con i reperti
antichi: in lui, le figure classiche – Prometeo, le rovine di Troia – si
alternano con episodi tratti dalla Bibbia. A differenza di Miodrag Pavlovic,
però, a Bogomil Gjusel non importa l’icona, l’evento totalizzante, al cui
cospetto inginocchiarsi, ma la rivelazione, l’apocalisse. In Gjusel i secoli si
contorcono nel ‘qui e ora’, in una dinamica lirica che pretende, dal lettore, lo
scatto, l’azione al posto della contemplazione, l’opera del corpo prima di
quella del cuore. La sua Seconda venuta va messa a paragone con The Second
Coming di Yeats: la preveggenza del grande irlandese – una poesia-evocazione – è
sostituita da una specie di danza macabra sul nulla. Per certi versi, le
atmosfere tracciate da Bogomil Gjusel sono quelle che troviamo nei grandi
romanzi della tradizione jugoslava: Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić
e Migrazioni di Miloš Crnjanski, ad esempio.
La poesia conserva così l’austero valore di un farmaco: va sfregata sulla ferita
aperta – non è detto che si guarirà: a volte, è nella fioritura del sangue, in
quella salvezza in piena d’addio, che si ausculta l’opera santissima del poeta.
***
Troia
Le porte della città si aprirono
e fece ingresso il vento – come uno
appena libero da un assedio
come l’anima esausta di un conquistatore
che non ha più nulla da conquistare –
una folata folle, inutile
vangava le strade
arrancava agli angoli
con il respiro di un barbone
che cerca riparo e pane.
Gemevano i sassi
tremavano i palazzi.
Ma il vento radunò uomini
che avevano lasciato il vomere a vogare ruggine
uomini solitari che coltivavano il cielo
mietevano nelle notti d’estate
il grano gonfio delle prime stelle
inadatte al setaccio, già giuste.
Usavano le spade, aravano
i corpi, con il cuore pieno di solchi;
sradicavano i cuori come fossero
radici, perforavano i polmoni.
Con i fegati sfamavano gli avvoltoi
che avevano sulla spalla destra.
Infine, usavano i teschi
come pietre d’angolo.
Non c’era tempo per edificare.
Le madri furono estratte dai loro figli
il latte e il pianto si prosciugarono.
Irrigarono le strade con tubature in fasce
simili ad arterie contorte. Affrettarono
i sacrifici, speravano forse di tradurre
i templi in porcile: il fetore era lo stesso.
Il vento srotolò le bandiere e le corde
dei campanari: scodinzolavano
per la città come cani
poi colpirono il gong del sole.
**
Primavera apocalittica
I
La guerra venne con la neve
invece che con il sangue – il sole
mostrava un piumaggio nuziale
calpestavamo stelle
velenose. Il campo
era obbediente:
è un matrimonio
o una guerra? Guerra
di primavera, quando
anche i traditori combattono.
Sono l’unico a morire oggi?
Il campo mi travolge.
*
II
Gli arbusti si annodano
ovunque: forse troveremo
qualcuno tra queste macerie.
Cento gole ridono come animali
trecento teschi plasmano la terra
crudele come una sterile:
così calda, così inseminata
potrebbe concepire il sole –
combattiamo per il suo trono
ma se partorisse un cane?
Il toro apocalittico
irromperà nelle nostre case
per scortarci sulle sue corna insanguinate.
*
III
Doppio sogno:
in uno sono io
nell’altro il mio calco
un seme della terra –
ciò che posso toccare
è accusato di prostituzione.
La mia ombra mi circonda
come una trappola tesa.
*
IV
Bisbiglia il deserto
i tamburi vengono calpestati
da una marcia di guerrieri
e di ospiti – tossiscono
le cornamuse: si spengono
i sussurri uno ad uno
la forma più bella
è il silenzio.
**
La fine dei tempi
“La Roccia, che ti ha generato, hai trascurato;
hai dimenticato il Dio che ti ha creato!” (Dt 32, 18)
Dicono che abbiamo rifiutato la pietra, il dono di Dio
(che al suo posto abbiamo scelto il Frutto e la Caduta)
così la nostra vita è diventata verde e matura, è marcita
e non sarà mai più immortale
Per questo preghiamo invano
e la parola che viene dal cuore
(respirare non è forse perpetuo
sacrificio?) si fa muta
Forse abitiamo già nella pietra
(oscurità interiore più fonda di qualsiasi prigionia)
nella roccia e nel tumulo al bivio che non ha
riparo d’ombra neppure a mezzogiorno
e vi guardiamo da lì dentro come gufi
con scintille negli occhi, preghiamo
in silenzio e accettiamo il Nulla, il ponte
sull’abisso tra noi e Dio
Dicono che dopo la Caduta
Dio si sia esiliato nel Sé
sigillato in Sé
per nascere
Abbiamo acceso un fuoco
che non è mai svanito –
se torniamo all’inesistente
è per splendere
**
La Seconda Venuta
I
Stamattina mi sono seduto
su un morto e la terra mormorava
i morti e la terra sono uno
(la terra si arricchisce della nostra morte)
Attraverso il suo respiro
riconosco i respiri dell’uomo
su cui sono seduto
(Prima di distruggere il mondo
ascolta il tuo respiro
ti salverà)
*
II
Quando i morti risorgeranno
azzannandosi per respirare
sarà vuota la terra?
Vedrò mio padre
il solo uomo
senza ombelico?
*
III
Questo non è frusciare i foglie
ma spettegolare di morte
quelli non sono solchi
ma ferite fresche
decomposizione nel limo
Ci sediamo e mangiamo i morti
non sono le ossa a bucarci la gola
ma i proiettili o la lama
di un coltello che ruggisce
rugginoso di sangue
Invece dei germogli, germogliano
capezzoli in primavera
capezzoli di donne che urlano
e muoiono nel mezzo dell’orgasmo
*
IV
Le cripte si spalancheranno come negozi vuoti
le tombe si apriranno come
fiori carnivori
Le icone diventeranno santi e apostoli
le chiese imploderanno – nella loro
polvere un Cristo calvo correrà felice
(Chi dice che amo il caos?
Unica legge è infrangere le leggi)
Radici bollenti, arterie scrostate
sfondano le rocce
e diventano nuova forza.
*
V
I morti usciranno dalle fondamenta
i muri crolleranno
*
VI
Quando i ragni caleranno dal cielo
io, l’incredulo, riconoscerò l’uomo
e lui riconoscerà me
grazie all’icona che ho nel petto
**
L’eretico
Stelle lanciate come dadi
cielo spaccato da spaventosi segni
naufragano uomini e santi
la corona di spine dell’oblio non li salva.
Ribolle l’inferno e dagli acquitrini
boiardi preti mendicanti raspano le pentole:
nessun cucchiaio è sufficiente
per intaccare il fondo unto della salvezza.
Fratelli, siamo alla fine: abbiamo
ruminato il fuoco e lanciato nuove biglie
nella roulette del cielo. Da ogni direzione
è il vuoto a rendere gravide le vele
una tenue brezza impedisce alla muffa
di attecchire sui nostri sepolcri spalancati.
Da questo nulla apparirà una nuova costellazione
così un verme è nato dalla vostra fede.
**
L’aquila di Prometeo
Anche per me il Caucaso è una gabbia.
Benché non sia incatenata a una rupe
devo bucargli il fegato ogni giorno
e ogni notte – non ho scampo.
Mentre il suo fegato rinasce
sogno lo spazio infinito
dove volavo libera un tempo
prima che gli dei mi inchiodassero
a questo ingrato compito.
Non sanno più cosa vogliono.
Dicono: bucalo – ma non troppo – non
farlo morire. Fallo soffrire – ma a volte
fagli il solletico: confondi con letali
moine la sua mente.
Non capisco le sue parole.
Conosco le sue viscere
so cosa mangia e cosa beve
ma ignoro il linguaggio delle sue cellule.
Dicono di essere dèi, sono ignari di tutto.
I topi divorano i sacrifici
che qualcuno continua a offrire:
i raccolti raccontano di assidue siccità.
Sono così gonfia che non so più volare
e loro che pensano ancora al fegato di Prometeo.
Bogomil Gjuzel
*In copertina: Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato, 1612
L'articolo “Unica legge è infrangere le leggi”. La poesia senza tempo di Bogomil
Gjuzel proviene da Pangea.
No, noi non le ascoltiamo le urla del genocidio, che perseverano, nonostante il
silenzio stampa. No, noi non le ascoltiamo più le grida ‒ quella carne
maciullata di fanciullo come di uomo o donna, che nella lontananza forse nemmeno
ci sfiora, se non per un attimo.
Perché a noi interessa il fermo immagine ‒ la moviola! ‒, o il boato di un fuoco
d’artificio nella notte. Missili che sembra capodanno!
Ma io, quelle sirene, me le sento nel cuore – nel sangue. Forse perché da
bambino mia madre mi raccontava che quand’era lei bambina bombardavano Milano,
e, al suono dell’allarme, si correva a più non posso attraversando il torrente
Sorgiorile, che allora era a cielo aperto, e ci si bagnava, e si provava
innocente fottuta paura.
Ma se nemmeno poi li ascoltiamo anche gli strazi della mente, combattendo sul
posto di lavoro, dove tutto è pena e lacerazione. Ingiustizia su ingiustizia e
presa per i fondelli. Si arriva al fine settimana, che si trascura persino la
pulizia della casa, per recuperare energie e forze.
No! Noi non sappiamo nulla di nulla. Generazione al macero. Discarica di
egoismo.
Noi no. Ma Nelly Sachs sì che ha vissuto pienamente i suoi drammi. E la
letteratura le è stata accanto.
La poesia. La poesia soltanto rivela. La poesia amuleto. Poesia bellezza ‒
persino nello strazio.
(Giorgio Anelli)
**
Catena di enigmi
al collo della notte
parola regale scritta assai lontano
illeggibile
forse nell’orbita delle comete
quando la ferita del cielo spalancata
dolora
là
nel mendicante che ha spazio
e ha misurato in ginocchio
ogni strada maestra
con il suo corpo
poiché tutto si deve soffrire
ciò che è leggibile
e imparare la morte
nella pazienza ‒
Nelly Sachs
L'articolo “Imparare la morte nella pazienza”. Su una poesia di Nelly Sachs
proviene da Pangea.
Pellegrini che marciano verso Delfi; Variaghi – i mercenari vichinghi – giunti
dalla Svezia a punteggiare le mura di Costantinopoli; i ricordi di un re
decapitato; le memorie di uno spettro che nacque bandito, fu belva e infine
ruscello. Nelle poesie di Miodrag Pavlović si incontrano branchi di Bogomili
dispersi dall’azione del patriarca Arsenio: gnostici cristiani, minati da
ascetica severità, proclamavano la dicotomia tra corpo e spirito, ritenevano che
il mondo – da esaurire – fosse sotto il tallone di Satana. Nelle poesie di
Miodrag Pavlović prende voce il “vecchio bardo slavo”, seppellito vivo da
fanatiche orde; appare l’ombra del “Precursore”; vagano cavalli carnivori,
eletti nel generare giustizia. Nelle poesie di Miodrag Pavlović i fasti della
storia slava premono alle costole, tra nitriti di sangue; le cronache bizantine
– fitte di re maledetti e di re mendicanti e di re mentecatti, di infinite
mutilazioni, di intrighi di corte scaturiti per un pettegolezzo sciacallaggio –
splendono con i loro tesori di traditori.
Nato a Novi Sad nel 1928, cresciuto a Belgrado – dal 1960 diventerà direttore
del teatro nazionale della capitale serba – nominato – se poi questo è un
accesso alla grazia – al Nobel per la letteratura, Miodrag Pavlović è tra i
grandi poeti europei degli ultimi decenni. Nacque alla poesia nel 1952, con una
raccolta, 87 poesie, che fece epoca; più che dalla lirica che andava di moda,
era affascinato dalla mitologia, dai serti liturgici che dicono di ere dalla
religiosità a picco, frugale e vertiginosa a un tempo, di lupi pope; si diede a
studi di antropologia. Di fatto, i suoi testi sembrano sacri veli: per anagogia,
Miodrag Pavlović è il pittore di icone della poesia occidentale. Morto in
Germania, a Tuttlingen, nell’agosto del 2014, in Italia è rappresentato da una
sola, straordinaria, opera, L’ultimo pranzo (Le Lettere, 2004, a cura di Stevka
Šmitran): troppo poco per un poeta capace di tali vertigini.
In effetti, la poesia di Miodrag Pavlović sfugge all’ortodossia lirica odierna:
non si volge al quotidiano, al basso ventre degli sversatori di versi; ha fatto
sterminio dell’io; non s’interessa ad alchimie del linguaggio, alla magia nera
degli ‘sperimentali’. Persegue un rigore marziale. La sua, tuttavia, non è
poesia ‘archeologica’: a differenza di un Borges, per dire, a Miodrag Pavlović
non importa il rebus filosofico, lo sfoggio concettuale, il labirintico sketch,
l’onnivoro andare tra miti norreni, bassifondi argentini e corti giapponesi; il
poeta serbo è un miniatore della vita attiva e delle peripezie dello spirito. È
un vecchio credente. Nessuna ironia lacera l’impatto fisico e metafisico dei
suoi versi, lanciati alla moda della lince balcanica. Semmai, ha un precedente
in Costantino Kavafis – eppure, Pavlović è poeta da cratere e da cripta, da
Athos, da stilita, non da caffè; è il poeta degli eresiarchi e dei fuggiaschi,
non l’alessandrino snob che attende la fine del tempo. In Miodrag Pavlović tutto
è apocalisse.
Il repertorio tradotto in calce – poesie di ingenerato e generoso splendore – è
tratto da una antologia di Pavlović approntata da Barry Callaghan nel 1985 per
Exile Editions (1985), s’intitola A Voice Locked in Stone. Il libro,
particolarmente riuscito, è sigillato da un saggio di Robert Marteau
(1925-2011), insigne letterato e poeta francese, che ha scritto, tra l’altro:
> “Contro l’odierna idolatria, contro la tentazione della disperazione,
> dell’oscurità e del collasso, Miodrag Pavlović proclama la verticalità
> dell’uomo. Nelle sue poesie, il mondo è rivelato come unità: le sue molteplici
> parti, allontanandosi dal centro, sperimentano il gusto dell’annientamento.
> Contrariamente all’anarchia dogmatica dei surrealismi, la poetica di Miodrag
> Pavlović fonda una relazione tra la realtà concreta e quella simbolica. Così,
> un albero non cresce per azzardo, ma secondo una legge che nessuno può
> infrangere, che neanche il poeta, scegliendo quell’albero come emblema, può
> intaccare. La quercia di Dodona non dice ciò che vuole ma ciò che la sua
> natura simbolica, in quanto asse del mondo, le permette di dire. Pavlović
> assegna questo stesso ruolo alla poesia: parlare secondo leggi non scritte –
> assecondando l’oracolo, che non è nient’altro che la realtà presente sepolta
> sotto un’insignificanza pretenziosa, devastante, ma necessaria. Riscoprendo la
> propria natura, la parola torna vera, come l’iconostasi, e le immagini-parola
> perforano la superficie opaca del mondano, aprendo gli occhi ai ciechi,
> risvegliando i dormienti”.
Poesia come oracolo non significa poesia oracolare, così come profezia, anzi
tutto, è parola verificata dal deserto, dall’assenza di sé, dalla locusta più
che da pienezza d’angelo – profezia è fuoco, non volo. I referti del tempo
servono a Miodrag Pavlović per intaccare, a colpi di vetro, a carezze, a
carismi, il presente – la Storia, liquefatta nei versi, ha l’andatura di un cane
con la rabbia. Il poeta crea un nuovo mondo: terrestre e celeste. Inadatti alle
ali, andremo a remi nell’aldilà di noi.
***
Camminando verso Delfi
Cosa nutre queste valli
da ferire ogni radice?
Né albero né prato crescono
su questa terra calva, ossea
con il sesso mutilato dal fuoco.
Forse è un guaito di perdute battaglie
o una porta aperta sull’increato.
Eppure, in questa fine dei tempi una lumaca
sbuca dalla cenere e turpi nubi
temporalesche, ignote alle profezie,
soffiano a valle
avvolgono nella loro crosta
la trama di una nuova lingua.
Qualcosa si muove, il becco del vento
si insinua nella pietra, immagini dorate
dardeggiano sui muri, come
speroni di una terra naufraga.
Un nuovo secolo di bellezza
nasce dal ventre del nulla
o da tappeti stesi in segreto
per tribù aliene.
*
Epitaffio di un vecchio bardo slavo
Cantare cariati canti
ai nuovi credenti
mi ha reso un reietto.
Dei cariati canti hanno scordato
il sangue perché salde radici
salvassero le loro slavate chiese
e ora mi disprezzano.
Ho subito la miseria
mi hanno seppellito di notte:
di notte sognano ancora lo stregone
ma una pietra sigilla la mia tomba.
Ora quando urlano mi rifiuto di destarmi:
è forse questo il Giorno del Giudizio?
urlano nelle mie cespugliose orecchie:
destati, infedele, raccatta le tue ossa!
ma dove sono non è facile dirlo
nelle gallerie del mio cranio
rugginose nel ruggito.
Ponete le trombe, angeli,
non aratemi con i vostri speroni
guerrieri celesti!
Io resto fedele alla mia casa
al breve orto delle mie parole
non voglio i vostri concili
gettati sul gelido traliccio dell’eternità
sotto cieli azzurri.
Che altri fissino Dio negli occhi
io sto bene qui, nel mio covo
cariati canti sono la mia pelliccia, mi tengono caldo
la mia guzla del sottosuolo semina leggende.
*
La caccia
Ho portato mio fratello
a caccia nella foresta: albeggiava
buoni i cavalli
frecce di selce
i boschi pullulavano di belve.
Il mio taciturno fratello
conosceva il linguaggio degli animali:
i lupi parlavano di alleanze
gli orsi di giustizia –
gli antichi usavano la lingua del cinghiale
e le nubili sorelle, le mai nate,
intonavano il canto degli uccelli
mentre giorno dopo giorno cercavamo
di uccidere le bestie selvagge.
Tornammo al villaggio
affamati e a mani vuote.
Perfino i mezzadri ci ridevano
in faccia: le infedeli mogli
erano scappate con i nostri averi –
nemmeno i monaci intendevano
darci cibo o riparo. Soltanto
i cavalli si dimostrarono
giusti: ci portarono lontano
dove gli uccelli, di fronte a noi
spezzano le nubi.
*
Compianto solitario
Eccolo, è lui il corriere di Costantinopoli
che porta a Corte la lettera sigillata
e il sacco pieno di incensi. L’oro
gli si torce alle dita: posso distinguere
i suoi sogni che volteggiano dai balconi.
Il mondo sa che ho preso
il sentiero stretto e giusto
che ho toccato le spalle dei derelitti
e ho strappato le spine dalle nuvole
inginocchiandomi per ore nel fango
sotto stelle violente e febbrili.
I contadini mi fermano con i loro dolori
i pastori mi attendono sulle montagne:
una volta l’anno faccio loro visita
dispensando un conforto più rigoglioso
dei loro pascoli.
Dovrebbero benedirmi
e abolire lui, l’aborto: eppure
nei luoghi che scegli erigono
templi, per lui, l’eletto, abbandonano
tutto e offrono le loro anime.
Mi vogliono sui gradini
della cattedrale a sedare i mendicanti.
Invano mi fu rivelato il Verbo
vane le veglie, vano l’addestramento.
Nessuna lettera imperiale mi onora
nessuna dispensa per il mio viaggio.
*
I Bogomili si ritirano
Oggi siamo saliti sull’altopiano
ricoperto di viscere rosse
che alcuni chiamano fiori
(ma non sanno cosa sia un fiore!)
e ci salutiamo, ci abbracciamo, spumeggiamo
sputati dai nostri signori e dalla bellezza di chiese
e castelli, cacciati da questo mondo
(ma non sanno cosa sia il mondo!)
Cerchiamo la porta del cielo.
Ora l’altopiano crolla
e i nostri volti si dissolvono
come nuvole all’alba.
Intravediamo i nostri villaggi:
i serpenti li avvolgono
suonano campane di fuoco.
Addio, Dio sia con voi,
l’amore vi guidi
dispersi dal vento
siamo come fratelli feriti
su un campo di battaglia.
*
Pellegrino a Costantinopoli
Sono andato dunque nella città immortale
alla ricerca di icone e salteri ispirati dalla gioia
a cantare nel coro sotto dorate dune.
All’ingresso, le guardie variaghe mi fecero passare
con riluttanza, a Santa Sofia mi fu rifiutata
la comunione; arrancai per le vaghe strade
vangato dalla tristezza:
non avevo soldi per i mendicanti
non ero un mendicante
e in quella città piena di fiori e di velieri
non conoscevo altro che il Signore nostro Dio.
Dormii sulla paglia, tra i cavalli
rivaleggiando nel canto con le gentili genti armene:
domata la domenica, alla luce della luna nuova
tornai a casa, a mani vuote, verso
i nostri boschi che brulicano di bestie selvagge.
Soltanto qui, sulla montagna sigillata con il nostro
nome, ho rimpianto il porto e la città d’oro;
la vedo nella nebbia, che tasta lontani
continenti con il suo splendore:
avvolto nel manto di lana, ormai
vecchio, sono certo che durante quell’ora
in cui ho vagato povero e solo nella capitale
dell’universo, mi sono avvicinato
alla più alta bellezza di questo mondo.
*
Ricordi del principe senza testa
Una valanga di sabbia
la cavalleria asiatica che carica
la mia veste da monaco che splende.
Le genti videro dalle colline
il volo della colomba simulare
quello della lama sul mio collo.
La testa rotolò, il sangue
diede lustro alle spalle della chiesa.
Mentre le campane suonavano su atlantici mari
le genti trasportarono la mia testa
da un capo all’altro
muovendosi da Nord a Sud.
Altri interpretavano le stelle cercando
il mio cranio, come se fosse un’isola;
lo trovarono tra le pozze: sussurrarono
parole tribali, a loro agio in quell’acqua.
La morte non mi umiliò
ma questa è una magra consolazione.
Il mio collo è stoppia nella prateria.
Precursore: così mi chiamavano
ma la morte supera ogni parola –
può un volo muto, lungo
squisiti pendii di dolore
essere chiamato santo martirio?
*
Voce estorta dalla pietra
Nacqui bandito, allevato
a una vita di agguati
a calcolare carri carichi d’oro
e teste mozzate conficcate agli alberi.
Poi nacqui mendicante
astuto, assatanato:
una domenica davanti a tutti
in chiesa, ho tagliato la gola al re
ho gettato il suo corpo dalla rupe.
Rinacqui bestia
vomitavo rabbia
come mirra dal corpo di un santo
ho ucciso il capobranco e l’intera mandria
ho strappato le viscere degli alberi
che piangevano ogni giorno dell’anno.
Ogni storia terminava
con una dote di principati
e di principesse (qualcuno
esiste ancora è ancora potente).
Dopo essere stato ruscello
placido e baciato dagli uccelli
i miei pensieri sono morti
mi sono trasformato in una pietra
negli abissi della terra
e non sono più rinato.
*
Il precursore
Un rapace di luce
plana sulla nuda schiena
dell’eremita: pioggia scura
sopra coperta di pelle di capra.
Le braccia al cielo, un brivido fa brillare
le vertebre; qualcuno parla senza voce
respira e i doni cadono come teste
mozzate sulla sabbia: i santi
ricevono così i tesori – poco lontano
fischia una frusta – il vento
fa rotolare le stelle.
Ha le gambe nude mentre
nubi di locuste turbinano
come pioggia nera: la pelle è pallida
il cinguettio della luce precede il rapace.
Legati i capelli, volgiti verso di noi
alienato dal massacro:
sei un ragazzo o una donna
sei l’uomo nuovo bardato di barba
e privo di frutti? Ricorda
i nostri nomi mentre
vai alle tue nozze:
sul deserto sono previsti acquazzoni.
Miodrag Pavlović
L'articolo “Che altri fissino Dio negli occhi”. Sulla poesia senza tempo di
Miodrag Pavlović proviene da Pangea.