Aldo Piromalli nasce a Roma nel 1946 e inizia a scrivere precocemente. È
caparbio e ribelle. «Nelle pagine giovanili della vita di Piromalli – in linea
con i fermenti della Contestazione – la lontananza dalla famiglia che,
probabilmente non capisce la sua vera natura di uomo che aspira a una sua
libertà, è preoccupata, ne limita i movimenti e cerca in qualche modo di
“raddrizzarlo”, ma lui non ha né voglia di continuare a studiare (per lo meno il
frequentare il distante istituto scolastico voluto dal padre), né di applicarsi
in maniera consapevole in altro modo»[1].
Lui stesso dichiarerà:
> Mia madre e mio padre mi fecero rinchiudere in un ospedale psichiatrico perché
> si sentivano disturbati pericolosamente dalla mia persona. Carlo Silvestro
> (giornalista) fece sì che lo psichiatra mi lasciasse uscire da quell’istituto
> di ricovero.
>
> (lettera del 2019)[2]
E anche:
> Ci tengo a sottolineare e a specificare a proposito della mia permanenza di
> tre mesi in un ospedale psichiatrico essere questa stata un’esperienza
> dolorosissima. Solo tramite l’arrivo di Carlo Silvestro e di ******** ******
> riuscii a uscire… E ciò grazie alla conversazione che costoro ebbero con lo
> psichiatra in cui spiegarono che se non mi avesse lasciato uscire avrebbero
> scritto degli articoli di protesta sui giornali per cui loro stavano
> lavorando… in seguito non avrei più vissuto assieme ai miei genitori… avevo
> vent’anni… non avevo voluto prestare servizio militare (ero stato riformato
> con l’articolo 28). Era l’anno di grazia 1969… c’era stato un anno prima il
> maggio francese… io nel 1966 ero già stato ad Amsterdam.
>
> (lettera del 2019)[3]
Retrospettivamente il suo stile di vita e le scelte da poeta possono essere
affiancate con il concetto e l’immagine di ‘beat’. Piromalli, con altri, fece
parte di un movimento dal basso che propose, di fatto, un’altra via alla poesia,
oltre la linea tradizionale e oltre quella iper-intellettuale della
neoavanguardia. Gli autori del momento, giovani, alcuni scappati di casa,
stavano cocciutamente ed “eroicamente” rifiutando famiglia, lavoro, chiesa e
partiti (la gioventù diserta le organizzazioni partitiche/ e costruisce le
grotte per nascondersi, da Urlo Beat, Milano, 1967), sentiti come barriere
separanti da superare. Questi ragazzi stavano trovando modi per dissociarsi da
molto di quello che avevano di fronte.
I maestri di Piromalli però non sono, come per gli americani, i grandi musicisti
bop o Walt Whitman e i suoi slanci, bensì i grandi esiliati della letteratura
europea e poi Dante e Leopardi. Non risulta comunque facile capire se vi fu
un’influenza poetica decisiva o predominante. Il nostro appare come un degno
nipote di Arthur Rimbaud, Dino Campana e, come suggerisce il professor Ugo
Fracassa, Emanuel Carnevali.
Lascio ancora la parola a lui:
> Sono nato in una città maledetta dove il terrore per l’assoggettamento m’ha
> invecchiato. Non ho visto che visi di gente rozza, priva di fede. Ho creduto
> all’errore, mi sono evoluto con la vita inconclusa e la mente volta alla noia.
> Ho assaporato dispiaceri nella voglia del tempo, inconsapevolmente sono corso
> alla rovina senza parole aspre e colori e derisioni. Tutte le società ho
> rifiutato: creature nulle, ricche soltanto di sudore e di sguardi insensibili,
> armate di arena e di spini, mi trucidarono sulle spiagge desolatamente
> spaventose. […] I ragazzi di borgata non chiesero mai il mio nome a un barista
> o a un tappezziere perché s’accorsero che stavo divenendo idiota ubriaco e
> assassino. E non porto loro rancore.[4]
A Roma, come accennato, Piromalli aveva preso parte alla vita
dell’underground in locali dove leggeva le sue poesie e si confrontava con altri
poeti del periodo come Carlo Silvestro, Adriano Dorato e Ivano Urban. Anche
nella capitale si viveva allora quasi protetti all’interno di una ‘tribù’
(parola cara a Gianni Milano). Quella sorta di famiglia, probabilmente fu meno
coesa di quella milanese che gravitava attorno alla redazione di Mondo Beat, e
forse non fu così solida dal trattenerlo.
Velocemente, nel frattempo, l’orizzonte di Piromalli si fa decisamente più ampio
e sfaccettato nel tentativo di portare il discorso artistico e poetico molto più
in là rispetto al primo volume pubblicato (nel ‘71) fino a estreme conseguenze
di significanti e di estetica. Con l’ingresso negli anni Settanta, dopo
molteplici viaggi (spesso in autostop o camminando per ore a piedi), Piromalli
si sposta in pianta stabile ad Amsterdam. Una delle ragioni principali è quella
di allontanarsi dal paese che lo ha condannato al carcere per sei mesi (nel ’70)
dopo essere stato trovato con un grammo e mezzo di marijuana.
Prima della partenza, anche grazie ad un piccolo gruppo di sodali, esordisce
con Uccello nel guscio (che riporta come sottotitolo la dicitura Versi per
lottare contro le cose difficili e una nota di Bruno Corà), che rende conto
delle propulsioni, del movimento e dei significati che oggi possiamo includere
fra la più ispirata letteratura beat nazionale. L’uomo-uccello Piromalli crea e
porta avanti la metafora dell’uccello e del guscio che richiama «un mondo
duplice che è sia di protezione, a difesa dell’ambiente esterno, ma anche di
chiusura, prigionia e claustrofilia. Insomma, un luogo-non luogo, che descrive
una condizione, uno stato dell’essere, prima ancora che un vero spazio»[5].
Piromalli rientra brevemente nel nostro paese per partecipare al Festival
internazionale dei poeti sulla spiaggia di Castelporziano. Il Festival fu
organizzato, fra gli altri da Ulisse Benedetti (direttore dell’associazione Beat
’72, frequentata anni prima dal nostro) e da Simone Carella (editore ‘nominale’
del suo primo volume di poesie). In quell’occasione condivise il palco con le
maggiori personalità poetiche del tempo e molti beat americani.
Sembra che dal periodo post Castelporziano, dove diede il contributo orale e
performativo più noto con la sua Affanculo, che gli fornì un lieve e inatteso
clamore, inizi per lui il momento di focalizzazione dentro un vero e proprio
laboratorio della forma. In questa fase Piromalli comincia ad andare al di là
rispetto ai territori linguistici ed estetici precedenti lambendo territori
nuovi e diversi.
La sua poesia inizia a farsi e darsi come processo e modellamento. Lo scavo nel
linguaggio si fa più profondo. Piromalli prova ad esplorarne le capacità e le
costruzioni come ‘materia’:
> Non vorrei chiamare poesie i miei testi… ma composizioni… fatte di parole sì…
> di termini in senso concreto… come la lavorazione della plastica… che ben si
> conosce… e che generalmente si disprezza… (…) delle miniature pressoché
> tridimensionali… volevo in tal guisa realizzare delle strutture con parole…
> chiamavo ciò linguaggio concreto… questo dovrebbe essere il mio apporto in
> senso letterario…[6]
Negli anni, quindi, altera radicalmente procedimenti e rapporti con il
linguaggio (non è un caso che i curatori Giulia Girardello e Mattia Pellegrini
abbiano scelto il titolo Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura
dell’esilio al primo volume che rende conto di questi mutamenti).
Piromalli tenterà di scavare in profondità dentro il significato delle parole
fino ad arrivare ad una concezione sintetica quasi ideogrammatica. Scriverà
poesie da intendersi come delle specie di macchine fatte di parole o generi di
improvvisazioni di pensiero e visione. In tale approccio sembra anche esserci
un’implicita difesa della poesia (e della lingua) in quanto comunicazione altra,
diversa, eversiva rispetto al discorso ordinario.
Dagli anni Ottanta, dal punto di vista del lettore italiano, Piromalli e la sua
scrittura scompare dai radar. L’inabissamento si fa massimo. La solitudine e
l’esilio, in buona parte ricercati, saranno infatti due pilastri che
caratterizzeranno le ultime decadi del poeta espatriato in cui lo spazio per
guardarsi indietro e ripercorrere il passato è decisamente poco. Anzi, il suo
agire sembra mosso da un disfare il reale trascorso sotto l’effetto di altre
suddivisioni, di altre sintassi facendo vacillare le stesse leggi della lingua.
In questa fase conosce e collabora con Simon Vinkenoog, considerato uno dei
maggiori esponenti del fenomeno beat/provos olandese e con Jack Micheline. Tenta
anche di aprire una scuola di poesia, la “School of Analphabetica”.
In una poesia del 2011 scrive:
> Per me era solo una grande
> generalizzazione e poi quando mi
> sentii costretto in un angolino, fu
> solo il tempo di sparire, d’andare
> via. […][7]
E ribadisce come, per lui:
> […] il segreto è sì forse nel linguaggio ma le motivazioni sia del segreto
> come del linguaggio in quanto formula per superare sé stessi vanno trovate
> altrove… lei non può venire “moralmente” o “praticamente” a trovare qui “me”
> visto che il “me” non c’è… o lo realizza per davvero “alterato” o “corroso” da
> fattori sia esterni come interni a un qualche “me” […][8].
In questo contesto la sua vocazione si palesa con evidenza interdisciplinare. Le
intersezioni fra parola e referente visivo sono ormai quasi una costante e
l’asse interpretativo sembra spostarsi verso un piano adatto per essere
osservato in silenzio attraverso trasmissioni estetiche di istanti di tempo.
Osservando il suo creare si è di fronte ad una specie di attivazione di un
movimento circolare che comprende scrittura, disegno, partiture musicali,
fotografia e studio di alcune lingue antiche. Questi elementi spesso trovano una
riunificazione nella pratica della mail art.
Dagli anni 2000 si affianca una quota di mistero nelle sue realizzazioni
infatti, spesso, manca un significato da attribuire immediatamente ad un
significante. Solo in anni recenti si è messa in atto, faticosamente, la
rivalutazione di questo poeta e artista caratterizzato dal costante e
apparentemente naturale lavorio creativo da animale poetico irregolareche
considera la sua attività creativa e ri-creativa nella trasformazione da un
medium espressivo all’altro, come tensione verso un’ipotesi di compimento.
(Sul tavolo di casa sua ad Amsterdan c’era una poesia scritta da poche ore il
giorno in cui è morto all’inizio di giugno 2024).
Alessandro Manca
***
Si pubblicano tre poesie di Aldo Piromalli tratte da Uccello nel guscio, ora
anche in Sono figlio di nebbie e di primi autotreni. Poesie 1957-1979, a cura di
Alessandro Manca e Lorenzo Spurio (Sensibili alle foglie, 2023)
Lettore,
continuiamo a ragionare con questo cervello e con questo cuore
e cerchiamo un motivo e una ragione e un incanto nel nostro
piccolo con l’occhio del nostro piccolo quando la mente cosmica
che è in ognuno di noi ci parla nell’insieme di tutti i nostri
gesti-pensieri-blateramenti-inverso-estroverso-perversoattraverso-
azioni.
Dov’è la normalità?
Qual è la normalità?
Vogliamo ancora il meridiano delle ristrettezze?
L’America è stata scoperta da un pezzo, andiamo a piedi nudi
sulla Luna e continuiamo ad aggrapparci con lacrimucce
alla logicità spicciola.
Ammiro Dante e Omero e Pound e i mille altri diamanti
dell’anima
e le spiagge delle mie terre non aspettano vascelli e le lacrime sui sassi
che ho versato puzzavano come piscio di cavalli.
Mi muovo per fiuto. Sono un vecchio animalaccio che vuole
sopravvivere alle trasformazioni trasformandosi anch’esso,
di dentro. E per questo mi ci vuole uno sforzo.
Prima devo scrollarmi di dosso la logicità canina, il paravento.
Devo mettermi a considerare le mie due facce. Questo mio
conscio
e inconscio li devo piazzare alla luce-buio in cui tutto
l’universo si muove.
Mi devo trastullare in questo mare di doppi, di diavoli e dei.
E tutto perché mi sono messo a balbettare, perché dietro
il bello c’è il brutto, visto che viaggiamo sempre alla solita
dimensione e la lingua che abbiamo per comunicarci cose non è
altro che quella della torre di Babele.
In testa all’uomo che legge libri e giornali rimangono frammenti
e frammenti sono i ricordi e le azioni e gli incontri della
quotidianità quando lui se ne va a dormire e affronta così
finalmente se stesso.
Allora non ci sono più scuse. Tutto si manifesta in lui. La sua
pace giunge nell’accettazione dell’universo totale. Angeli e
mostri si tengono a braccetto e se così non fosse ne salterebbero
fuori incubi e castrazioni.
La prima grossa castrazione ti viene quando incominci a dividere.
Adamo ed Eva andarono avanti o indietro mangiando la mela? Io
penso che dopo cominciassero a crogiolarsi davanti a specchi.
Il poeta deve essere un mago.
Deve volere la luce.
Egli è schifato di tutto ciò che l’uomo sommerso da sopravvivenze
minutali respinge.
Dietro la prima pelle deve osservare e spiegarsi, deve
esplorare il regno dello sconosciuto.
Lo sconosciuto esiste per essere esplorato.
*
La città di cemento e metallo
Apre le porte alla notte
E il passo di milioni di uomini
Aumenta sull’asfalto.
Grande è la corsa verso le luci
Il mito della forza
Sovrasta i cieli delle cattedrali
Gli esseri della metropoli
Vagano per i ponti.
Quale malattia ci penetra le ossa
E i sogni che abbiamo
Perché non muoiono
Alle prime luci?
Il mio delirio nero
Ha un’acuta sete d’azzurro
Mito fanciulla nuda
E segreto di rivoltella
Angoscia mia d’Europa
In un pisciatoio all’aperto
Dopo il film dei sogni.
Alle sette di sera gli uomini
Escono dalle fabbriche
Per morire di pubblicità
La solitudine dei tram
Viene a inghiottirci la notte.
(1965)
*
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
A carezzare questo cielo minuscolo
Quadretti d’azzurro
Passeri delle quattro del mattino
Primavera
Il quartiere della prigione si spoglia della notte
Mi giungono i mormorii della città
Non voglio rincantucciarmi
Impaurito della veglia
Ho da affrontare questo silenzio
Colomba che si riposa
Persiana che sbatte
Squillo di telefono
Non me ne sono andato via
E m’immagino tutto questo
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
Detenuto per gli uomini
In attesa di giudici e periti
Con il tempo che mette la coda
Avviticchiato a questo letto
A questa cella
A un compagno che ogni tanto cambia
Sapere dai giornali
Che un giorno tutto non è più così
E che domani ogni cosa è tornata uguale
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
Trastevere e la piazza di Santa Maria
Ferrazzoli Bar Tabacchi
Estati e estati sprofondato
Dietro i tavolini
Ho dimenticato cosa vuol dire donna
Fra poco suonerà la campanella
Porteranno pane e latte – andrò avanti anche oggi
Avevo lunghi capelli
Quei miei pantaloni consumati
Quei miei stivali e cintura
Signor brigadiere
A cosa le è servito condurmi qui
Avevo forse fra le mani
La formula per addomesticare il sistema?
Libanese rosso
Vecchi problemi di razza
Roba d’anteguerra
Esseri improduttivi, capelloni…
E ormai più nulla mi tocca
Comincio a morire dietro un uccello intravisto
E per le mie orecchie che gentilezza i vostri stridii.
Voglio scrollarmi di dosso
Questa vecchia pelle
Non credere più alle fate.
Così sono andato all’inferno.
(Roma, Regina Coeli, aprile 1971)
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[1] ALDO PIROMALLI, CONTROVERSO POETA DEL BEAT ITALIANO, TRA LA CONTESTAZIONE
DEGLI ANNI ’60/’70 E LA PIÙ RECENTE ESPERIENZA DELLA MAIL ART, di Lorenzo
Spurio, in Sono figlio di nebbie e di primi autotreni. Poesie 1957-1979, di Aldo
Piromalli, a cura di Alessandro Manca e Lorenzo Spurio, Sensibili alle foglie,
Roma, 2023, pagg. 219-229
[2] Spurio, cit., pag. 220
[3] Spurio, cit., pag. 220
[4] Spurio, cit., pag. 225
[5] Spurio, cit., pag. 224
[6] Da Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura dell’esilio, a cura
di Giulia Girardello e Mattia Pellegrini, Sensibili alle foglie, Roma, 2013
lettera del 12 novembre 2011, pagg. 29-30
[7] Da Se io sono la lingua, 3 gennaio 2011, pag. 43
[8] Da Se io sono la lingua, 29 settembre 2011, pag. 83
L'articolo “Affanculo”. Vita estrema di Aldo Piromalli, l’anti-poeta proviene da
Pangea.
Tag - Poesia
Per certi versi, Hugo Williams è l’opposto di Bruce Chatwin. Pressoché coetanei
– Bruce, classe 1940, è più vecchio di due anni –, Hugo Williams eccelle nel
pezzo d’arte, nel cammeo giornalistico. Non gli interessano le grandi indagini,
i grandi panorami, i grandi personaggi: Hugo Williams predilige il dettaglio
nascosto, il particolare insignificante, il miracolo nelle banali cose di ogni
giorno. D’altra parte, non ha scritto libri memorabili come In Patagonia o Le
vie dei canti; precocissimo, nel 1966 pubblica All the Time in the World,
resoconto dei suoi vagabondaggi, ventenne, in giro per il globo, dal Medio
Oriente all’India, dall’Australia alla Thailandia. Il libro gli garantì un posto
presso il “London Magazine”. L’anno prima, per la Oxford University Press, aveva
pubblicato il primo libro in versi, Symptoms of Loss. L’ultimo lo ha pubblicato
nel 2024, s’intitola Fast Music, stampa Faber.
Nato a Windsor, nel Berkshire, Hugo Williams – in realtà: Hugh Anthony Mordaunt
Vyner Williams – può vantarsi di essere uno dei poeti più belli della
letteratura inglese. Il papà, Hugh Williams, fu attore britannico di vaglia,
assai celebre; la madre, Margaret Wyner, fu modella e attrice di inesorabile
fascino: Cole Porter le dedicò una canzone. La coppia, un poco spiantata dopo la
Seconda guerra, riuscì a risollevarsi grazie alla scrittura de L’erba del vicino
è sempre più verde: un successo teatrale che si tramutò, nel 1960, in un film
con Cary Grant, Robert Mitchum e Deborah Kerr. Altri tempi.
Nel frattempo, Hugo Williams si diplomava a Eton e verseggiava: tra i suoi lari
figurano Thom Gunn e Robert Lowell. La sua poesia – spesso spiazzante, di
spazientito cinismo, fitta di piccole cose di pessimo gusto – piacque a Philip
Larkin che la canonizzò nel suo The Oxford Book of Twentieth Century English
Verse (1973). Nel Regno Unito, Hugo Williams è considerato tra i più importanti
poeti della sua generazione: nel 1999 vince il “T.S. Eliot Prize” – premio in
cui è stato tra i selezionati per quattro edizioni; contro di lui, quell’anno,
gareggiavano Anne Carson, Carol Ann Duffy e Michael Hoffmann –, nel 2004 è
insignito della Queen’s Gold Meldal for Poetry (medaglia andata, tra gli altri,
a W.H. Auden, Philip Larkin, Robert Graves e, più di recente, a Simon
Armitage).
Hugo Williams dev’essere un uomo spassoso. In una poesia – tradotta in calce –
implora Dio di aiutarlo a vivere “una doppia vita”; in un’altra racconta di
quando ha fatto pipì in giardino con il papà – figura piuttosto ingombrante a
misurare la costanza con cui fa ingresso nei suoi versi. Tra i libri importanti
– tutti editi da Faber – citiamo Dock Leaves (1994), Billy’s Rain (1999), I Knew
the Bride (2014).
Quanto a me, preferisco l’Hugo Williams giornalista, il cronachista di genio che
sa scorgere brecce d’oro nel nulla, che trova la ‘notizia’ in ogni singolo
singulto umano. Credo – con questi criteri – che sia un caso quasi unico nella
poesia occidentale – dove, di solito, il giornalista è mestiere esercitato dal
poeta per necessità, dunque senza onori. In particolare, il suo libro più bello
– bellissimo fin nel titolo – è Freelancing. Adventures of a Poet (edito da
Faber nel 1995), la raccolta dei ‘pezzi’ usciti per il “TLS”. Si tratta di perle
giornalistiche spesso spassose. Come l’articolo su “Ted Hughes”, che racconta di
un sedicente Ted Hughes – bellone, piacione, biancochiomato, sbilenco nel
poetare – che ci prova con una studentessa australiana, scortandola in un
fatiscente appartamento di Londra: “Era imponente… Quando lei tentò di
mostrargli alcune poesie, lui le fissò spazientito, le mise da parte,
interessato, più che altro, a scortare la tipa verso la camera da letto”. In un
articolo Hugo Williams scrive di Evgenij Evtušenko e della Guerra Fredda, in un
altro racconta quando Laurence Olivier Knew My Father. Nel pezzo che abbiamo
scelto di tradurre – un reportage da Sciro, sulla tomba di Rupert Brooke –
spiccano tutte le anime di Hugo Williams: il viaggiatore, il cultore di poesia,
l’infallibile, corrosiva, sagacia. L’attacco del libro dice, prima di tutto, di
un’indole, va preso come l’estratto di una poetica:
> “Che vita bizzarra quella del poeta-giornalista nei primi Novanta. Vagavamo
> qua e là, sotto l’ardore di futili entusiasmi, incendi colti all’improvviso
> poi persi per sempre. Non avevamo alcuno scopo – alcun progetto. Dove andrò a
> finire, mi chiedevo. Che senso ha, mi chiedo ancora. Avrei voluto intitolare
> il mio libro ‘Tutto per caso’, che è poi la sua miglior descrizione. Un minuto
> prima ero in America Centrale, l’attimo dopo ritornavo nel mio liceo. Un
> minuto prima esco vestito da donna, quello dopo resto a casa a inveire contro
> una trasmissione televisiva. Un articolo su Bruce Chatwin segue quello sulla
> nuova moda di rasarsi i capelli. Un articolo sulle scuole di scrittura è
> seguito da un articolo sul tentativo di acquistare droga. Ecco. Se c’è un tema
> che tiene insieme i miei libri è la ricerca dell’eccitazione. Droga
> letteraria. Andrà meglio la prossima volta. L’unica scusante è che queste cose
> sono accadute a me. È il mio piccolo mondo”.
My little world potrebbe essere la descrizione delle poesie di Hugo Williams.
Vanno ascoltate con gli Smiths in sottofondo.
**
Visita alla tomba di Rupert Brooke
La città di Sciro è un caos cubista. In cima, si erge il monumento imponente,
vagamente fascio, dedicato “A Rupert Brooke e alla poesia immortale”: nudo
maschile in bronzo di grandezza doppia rispetto al naturale, inviato sull’isola
negli anni Trenta, dall’Inghilterra – pare raffiguri un prostituto belga. Alla
base, un bassorilievo raffigura il poeta: profilo ragazzo, capelli fluenti, naso
delicato. Le pudenda della statua, provocanti, sono state colorate di verde da
alcuni locali: un gesto che pare esprimere i loro sentimenti verso i compatrioti
di Brooke, i turisti della “crescita personale” che si ritrovano allo Skyros
Centre per “una vacanza della mente, del corpo e dello spirito”.
La vera tomba di Brooke si trova in una parte selvaggia e inaccessibile
dell’isola, di proprietà della Marina greca. Oggi c’è un sentiero che porta
verso quella zona, ma nel 1967 Andrew Motion, il poeta, appena licenziato dalla
scuola, rischiò di morire per cercarla. Venti ore dopo la partenza fu aiutato da
un pastore che gli indicò la strada per la tomba. “Una colonna di formiche
usciva da una fessura nel marmo; ricordo di aver pensato: ecco l’ultimo
messaggio di Rupert Brooke”.
A causa della costruzione di una nuova base navale, la tomba potrebbe uscire per
sempre dalle rotte turistiche, dunque penso di doverla vedere. Con me, un gruppo
di dieci scrittori. Noleggiamo delle moto, partiamo. Cantiamo Thom Gunn: “In
motocicletta, su per la strada, arrivano:/ piccoli, neri, come mosche stordite
dal caldo, i ragazzi…”. Siamo assurdi: infradito, pantaloncini, Honda scassate.
Osiamo un percorso, ci perdiamo più volte, a volte temiamo di finire in un
fosso. Per qualche ragione, ci divertiamo un mondo, stringiamo legami folli come
quegli studenti di psicodramma e Gestalt Therapy che abbiamo visto allo Skyros
Centre.
La prima tappa è la Fontana delle Ninfe. Ci laviamo, riempiamo le bottiglie di
acqua, scattiamo qualche foto. Dopo un’ora, raggiungiamo la splendida baia di
Tribouki, il più grande porto naturale dell’Egeo, dov’erano ormeggiate le navi
ospedale nel 1915. Guardo verso il basso, sopraffatto dalla solitudine al
pensiero di quei tetri vascelli così lontani da casa. È qui che Brooke ha
scritto Fragment? Gli amici mutavano in acqua sotto i suoi occhi:
> “Ho vagato sul ponte per un’ora, questa sera,
> Sotto il cielo nuvoloso e senza luna; e ho spiato
> Dai finestrini, ho osservato gli amici intorno al tavolo
> Mentre giocavano a carte, in piedi alla porta,
> O mentre uscivano al buio […]
> Continuavo a vederli – in controluce – passare
> Come ombre colorate, più sottili del cristallo,
> Bolle leggere, più tenui della pallida luce delle onde…”
>
> (traduzione di Paola Tonussi, da: R. Brooke, Poesie, InternoPoesia, 2025)
Durante un picnic, sbarcato, Brooke disse della bellezza di un uliveto ricoperto
di fiori selvatici e di erbe profumate. Morì pochi giorni dopo, di setticemia –
un insetto lo aveva punto ad Alessandria –: i suoi amici, Bernard Freyburg, un
eroe di guerra neozelandese, e Arthur Asquith, figlio del Primo ministro, lo
portarono a terra, seppellendolo presso quell’uliveto. Consapevoli, senza
dubbio, della necessità di trovare un angolo di Inghilterra in quella terra
straniera. Era il 23 aprile, il giorno di San Giorgio, patrono di Sciro e
dell’Inghilterra. Il giorno dopo, la flotta salpò per i Dardanelli.
La prima vista della tomba è dall’alto. Bianca, verde, solitaria, aliena, tra
ulivi scheletrici. Ci avviciniamo seguendo una fila di pietre che qualcuno ha
conficcato per segnalare il percorso. Ai piedi della tomba, la targa con la
celebre poesia, un epitaffio fin troppo perfetto. Lo leggiamo e ci facciamo
fotografare mentre lo leggiamo – uno studente danese ne critica il sapore
imperialista. Gli spiego che richer dust, il concetto incriminato, è metaforico,
benché vi aleggi una certa eccitazione giovanile. Capisco, fa lo studente.
Segue, eccesso di fotografie con vastità di pose, pensierose, informali, intorno
alla tomba. Sorge spontanea la domanda: sorridere o non sorridere in queste
circostanze? Optiamo per la seconda.
Sulla via del ritorno, passiamo da un santuario: San Giorgio, il drago, una
bottiglia di Lucozade piena di olio per le candele. L’auto distrutta che ha dato
origine a quel santuario pare un monumento ai caduti: il cavallo di San Giorgio
è al macello.
Decidiamo di fare una nuotata – troviamo una spiaggia deserta, di proprietà
della Marina. Un raccoglitore di sale cammina, nudo, su un’isola lontana. Trovo
una piccola medusa blu, è dura, sembra un paralume di vetro.
Stasera c’è l’assemblea generale di metà semestre guidata dal direttore del
corso: settanta esperti in shopping dello spirito seduti sui cuscini. Li
ascolto. Qualcuno vuole impegnarsi a fare qualcosa di speciale nella prossima
settimana? Un tizio visiterà più spesso la spiaggia per nudisti, se qualcuno lo
aiuta a scendere lungo la scogliera. Un altro si impegna ad abbracciare più
spesso le persone e a essere gentile. Un terzo vuole scoprire la natura
selvaggia di cui hanno parlato durante il corso. Dio mi salvi.
Alla richiesta di condividere qualcosa di bello accaduto durante la settimana
comincia una ragazza: parla della pesca notturna dei calamari con virile
vividezza. I pescatori le hanno permesso di calare l’esca attraverso un buco,
sul fondo della barca, ma non l’hanno avvisata che il calamaro, una volta
catturato, l’avrebbe inzuppata di inchiostro nero. È una bella storia.
Alla fine del rito, la direttrice si rivolge a me. Mi chiede di condividere
qualcosa. Guardo i volti degli astanti rivolti verso di me. Vorrei descrivere il
tipico scherzo con cui Rupert Brooke scandalizzava i suoi amici. Si tuffava nudo
in un ruscello gelido, emergendo con un’erezione istantanea. Mi chiedo se li
avrebbe affascinati sapere che il grande poeta si appendeva a testa in giù, da
un albero, per asciugarsi i capelli. Beh, attacco, ho trovato una bellissima
medusa blu su una spiaggia, straordinariamente luminosa…
[“Times Literary Supplement”, 12 novembre 1993]
**
Preghiera
Dio, dammi la forza di vivere una doppia vita.
Dividimi in due.
Rendi felice ogni parte a suo modo
nel suo mondo. Che disubbidisca
ai miei migliori istinti:
concedimi di fare ciò che voglio
senza rimpianti, senza pena di pentimento.
Quando torno a casa, tardi, la sera
dicendo che devo andare via
di nuovo, ricordami di guardare fuori
dalla finestre per capire in quale casa mi trovo.
Fammi sbocciare un sorriso sul viso
quando mi presento, due settimane dopo,
abbronzato e con regali per tutti.
Insegnami la giusta postura
il giusto sguardo, le giuste parole
quando dico dove sono stato
e perché: è stato bello il mio tempo
o è soltanto un intermezzo? Vorrei sapere
cosa provo riguardo alla mia vita
ma quando in una delle mie vite
devo andare a letto, precedimi
lungo le scale, accendi la luce
agli angoli della stanza. Dimmi:
devo indossare un pigiama
o posso dormire nudo? Se non puoi
accontentarmi né tagliarmi a metà
Dio, dammi la forza di vivere una doppia vita.
*
La diga
Rintocca il mio nome
nella bocca di mamma:
un suono familiare di due note
che si propaga nei campi
e mi trova qui
in ginocchio, in riva al fiume
con le braccia immerse nel fango.
Torno a casa e spiego
cosa ho fatto in tutto questo tempo
così lontano da casa.
“Costruisci dighe?”, mi chiederà.
“O scrivi una poesia sui costruttori di dighe?”.
*
L’ultimo addio
Nell’ultimo giorno di festa
siamo uomini morti:
ricordiamo la perduta
giovinezza tra i rododendri.
Diciamo addio al pollaio
alla serra, alla soffitta
all’isola con il ponte levatoio.
Facciamo l’ultimo giro sull’altalena
il tavolo è sotto e ci
lanciamo nello spazio.
Vaghiamo in cerchio
ci allontaniamo dall’albero
torniamo, spensierato
al tavolo – per il resto del pomeriggio
finché non è ora di andare.
Nell’ultimo giorno di vacanza
restiamo immobili
aspettiamo il taxi
ricordando la nostra
spensierata giovinezza
perduta tra i rododendri.
*
Luci spente
Se vuoi possiamo parlare
per dieci minuti di ciò che è
accaduto durante il giorno:
poi dobbiamo dormire. Non
importa ciò che sogniamo.
*
Tregua
Mi sono svegliato
con i vestiti del giorno
prima e sono sceso di sotto.
La casa era silenziosa
come il ricordo di una casa.
Mobili incerti, provvisori
contro il muro.
Mio padre in piedi sotto
una lampadina mangiava
salsiccia in salsa di rafano.
Mi sono servito di Shredded Wheat
e banana. Siamo rimasti
insieme in veranda
e abbiamo pisciato sui narcisi.
*
Salvo
Ricordi i giorni in cui succedevano sei cose ogni notte
e nessuno indossava un cappotto per uscire?
Voltando le spalle a una serata con gli amici
il mondo ti apriva le braccia. Il triplice miracolo
di incontrare qualcuno, piacergli e trovare piacere
era dato per scontato sulla strada di ritorno
verso il tuo appartamento.
Stasera controllo che il fuoco sia spento
che l’allarme sia attaccato che il letto sia rifatto.
Che vergogna. Non sono vecchio malato stanco
ma soltanto assennato. Qualunque cosa sia
quel ticchettio in fondo alla strada
tiro le tende e lo chiamo pioggia.
L'articolo “Concedimi di fare ciò che voglio senza rimpianti”. Hugo Williams, il
poeta che ha fatto il giro del mondo proviene da Pangea.
I due poeti più rappresentativi della letteratura inglese del secondo
Novecento, Philip Larkin e Ted Hughes, sono assenti dalle librerie italiane.
Pare un paradosso – è il metro di misura della virginale marginalità della
poesia nostra: conosciamo minutamente cosa pubblica il vicino di casa, ignorando
i grandi, grandissimi poeti del resto del mondo. Il paradosso si complica sul
piano editoriale. Di recente Mondadori ha tradotto i romanzi di Larkin
– Jill e Una ragazza d’inverno –, secondari rispetto al resto della sua opera:
le raccolte poetiche sono pressoché irreperibili – Finestre alte, per dire, esce
nel 2002 per Einaudi. Per Ted Hughes vale lo stesso concetto: si trovano i libri
‘per ragazzi’ – Com’è nata la balena e altre storie, ad esempio, stampa sempre
Mondadori –, meravigliosi ma pur sempre alla provincia del suo impero verbale,
sono introvabili i libri in versi, tumulati nel costoso ‘Meridiano’ del 2008.
Non potremmo pensare a poeti così diametralmente opposti. Se Ted Hughes è
selvatico, sciamanico, sciamannato, Philip Larkin è rigoroso, arguto, cinico.
Ted Hughes scrive di bestie e di riti ancestrali, di fiumi e di boschi, mentre
la poesia di Larkin è ‘da camera’: Larkin anatomizza i vizi dell’uomo, è
affascinato dai singoli, morbosi dettagli della creatura chiamata uomo. Ama il
grigio, Larkin – e le sue più torbide sfumature. Al contrario, Hughes vuole il
sangue, il dio decollato, la forsennata danza.
Nel 2008 Philip Larkin è stato eletto dal “Times” the Greatest British Writer
Since 1945. Sotto di lui, stazionano George Orwell e William Golding. In questa
speciale classifica, J.R.R. Tolkien sonnecchia al sesto posto; Ted Hughes si
ferma al quarto. Philip Larkin era morto da tempo: dal dicembre del 1985 le sue
spoglie riposano al cimitero di Cottingham. Sulla lapide, pallida, priva di
orpelli, monastica, c’è scritto semplicemente Writer. L’anno prima, aveva
rifiutato l’incarico di ‘Poet Laureate’: non voleva fosse funestata la
propria privacy. Rifuggiva dai fari e dai vampiri della fama. Il ruolo fu
accettato, con estro, da Ted Hughes, poeta dal physique, che ama spiazzare il
pubblico. La pubblicazione postuma delle lettere di Larkin ne scalfì la
reputazione: i critici diagnosticarono che il grande poeta era un misogino, un
razzista, un ilare diavolo. Scapolo, non bello, Larkin ha coltivato relazioni
ambigue con un nutrito numero di fanciulle: la rete pullula di pettegolezzi. I
fatti privati, tuttavia, non hanno incrinato la considerazione letteraria:
Philip Larkin è considerato il più autorevole e influente poeta inglese del
secondo Novecento. Che non esista in Italia un volume delle sue opere – ci aveva
tentato Silvio Raffo, per Adelphi, qualche decennio – è culturalmente
scandaloso.
Larkin amava il jazz, di cui scriveva con consolidato humour. Giocava a fare il
super partes, il poeta partigiano di se stesso, l’assolutamente altro –
penetrare nella rete delle sue reticenze è soffocante. Così, ad esempio, in un
discorso pubblicato nel 1977 sul “TLS”, Subsidies and Side Effects:
> “…devo ammettere con un po’ di vergogna di non aver mai letto le mie poesie in
> pubblico, di non aver mai tenuto conferenze sulla poesia, di non aver mai
> insegnato a nessuno a scriverla”.
Mentre lavorava come bibliotecario presso la Brynmor Jones Library
dell’Università di Hull, già autore di raccolte a loro modo decisive – The Less
Deceived, 1955 e The Whitsun Weddings, 1964 –, Philip Larkin fu incaricato dalla
Oxford University Press di costruire una grande antologia della poesia inglese
contemporanea. The Oxford Book of Twentieth-Century English Verse uscì nel 1973,
con la pretesa di essere un’antologia destinata a ‘restare’. Larkin lavorò in
modo diametralmente opposto a William Butler Yeats, uno dei suoi totem, che nel
1936 per lo stesso editore aveva forgiato l’Oxford Book of Modern Verse. In quel
caso, WBY pontificava, pur con brio, come sempre – dal pulpito delle quaranta
pagine introduttive – e santificava, antologizzando, tra poeti titanici e audaci
scoperte, amici – Margot Ruddock e Shri Purohit Swami, ad esempio –, traduttori,
tradotti (Tagore, per dire). Insomma, si trattava di un’antologia autorevole
bensì autoriale. Philip Larkin costruisce un’antologia oceanica – ai 97 poeti
spigati da Yeats ne contrappone 207 –, con pochi fronzoli. L’introduzione, di
una pagina e mezza, avvisa che il poeta non ha “incluso poeti americani o del
Commonwealth” (ergo: manca Ezra Pound; ma c’è Derek Walcott) né “traduzioni, in
quanto poesia che si basa su altra poesia”. Soprattutto,
> “ho optato per una rappresentanza ampia prima che approfondita – nell’idearla,
> non ho agito criticamente o storicamente, ma come uno che ha avuto
> l’obbiettivo di riunire il maggior numero di poesie gradevoli alla lettura, in
> grado di dare piacere ai lettori”.
Buon senso, arguzia ‘borghese’ – il piacere inteso come gradevolezza e
passatempo – e sagacia distinguono il lavoro di Larkin. Naturalmente, ogni
scelta cela una poetica. Poco avvezzo ai fasti del ‘modernismo’, Larkin
antologizza, con larga messe lirica, Thomas Hardy, Rudyard Kipling, Yeats e
Edward Thomas; preferisce John Masefield e D.H. Lawrence, Rupert Brooke e Robert
Graves ai paladini delle nuove forme liriche. A chi legge questo foglio
telematico, non suonerà stravagante la predilezione di Larkin per Dorothy
Wellesley, Hugh MacDiarmid e Roy Campbell: sono autori con cui ormai bisogna
fare i conti. Tra i suoi ‘prossimi’, Larkin amava John Betjeman, Wystan H.
Auden, Thom Gunn. Tra gli amici – dall’importante pedigree – spiccano Kingsley
Amis (più noto come romanziere) e Robert Conquest; Ted Hughes è antologizzato
con cinque poesie, non certo le più belle; Larkin si autoantologizza con sei
testi.
Nella breve rassegna che segue, abbiamo estratto gli autori meno noti: da un
lato, perché siamo attratti da ciò che non conosciamo – su William Henry Davies,
il poeta che attraversò l’America da senzatetto, torneremo –, dall’altro perché
è bello osservare da vicino i sobbalzi della sorte. Alcuni poeti, noti o
notissimi ai propri tempi, ora giacciono tumulati nell’oblio – forse la
poesia invecchia?, forse non ci sono più le ragioni sociali per accettarla?,
forse anche la letteratura è preda delle belve del caso e del caos? Intanto,
leggiamo – soltanto dopo anni, alcuni poeti, ci appaiono supremamente nuovi.
**
W.H. Davies
(1871-1940)
Malvagità
Mentre la gioia elargiva stelle alle nuvole
che brillavano bramose ovunque guardassi
e ai vitelli tremavano le gambe
eccitati perché succhiavano il latte;
mentre ogni uccello era assorto nel canto
senza ragionare sul male o sul torto –
voltai la testa e vidi il vento
non lontano da dove mi trovavo
che trascinava il grano per i capelli d’oro
in un bosco oscuro e solitario.
**
Wilfrid Gibson
(1878-1962)
Lamentazione
Noi che siamo qui, come possiamo
guardare ancora il sole e ascoltare la pioggia
senza ricordare chi non c’è più, senza
rimpinguarci del rimpianto per chi ha speso
tutto per noi e come noi amava il sole e la pioggia?
Un uccello canta tra i lillà inumiditi
di pioggia – come possiamo ancora
rivolgerci alle più piccole cose, agli uccelli
al vento e al fiume, resi sacri dai loro
sogni, senza udire il dolore che batte
nel cuore di tutto?
**
Joseph Campbell
(1879-1944)
La vecchia
Come una bianca candela
in uno spazio sacro
è la bellezza
di un volto invecchiato.
Pari alla radiosa risacca
del sole in inverno
è la donna dopo
il travaglio.
I figli l’hanno abbandonata
i suoi pensieri sono immobili
come le acque sotto
un mulino in rovina.
**
F. W. Harvey
(1888-1957)
Novembre
Si è impiccato – il Sole.
Pende
come uno spaventapasseri.
È morto per amore – il Sole
che tra i grovigli del bosco
onorava ogni bella forma.
Quel grande amante – il Sole
ora riempie
il bosco di chiazze di sangue.
**
Stella Benson
(1892-1933)
Ora non ho nulla. Neppure la gioia dei perduti –
sto perdendo anche i sogni. So
soltanto questo: usi il mio cuore
come la pietra su cui poggiare i piedi.
Sono felice – felice – che tu abbia scelto questa pietra.
**
Edward Shanks
(1892-1953)
A cena
Sbattete il coltello sul piatto e la forchetta sul bicchiere
perché dobbiamo cenare: fate rumore, più che potete.
L’ufficiale è triste in viso: cantate una canzone
tiratelo su di morale, perché anche lui deve mangiare.
Marciate in sala da pranzo, fate tremare i tavoli
come una dozzina di mitragliatrici in una sanguinosa
battaglia, usate le forchette come fucili e i piatti come
tamburi, fate un baccano infernale, ecco, arriva la cena!
**
Richard Church
(1893-1972)
Prudenza
Negli affari d’amore, sii prudente
non accettare in cambio
un amore capace di vivere
quando il tuo avrà cessato
di ardere – negli ultimi
anni di vita potresti
incontrare il fantasma
di chi hai frantumato
in un istante – Dio ti protegga
in quel giorno fatale.
**
Roy Campbell
(1901-1957)
Su alcuni romanzieri sudafricani
Lodate la ferma moderazione con cui scrivono –
Concordo con voi, ovviamente:
usano il morso e il freno con sapienza
ma dov’è finito il cavallo?
*
Su altri
Lontano dai volgari luoghi frequentati
dagli uomini, siedono nelle loro
aule della celebrità. Proprietari
di ville con fontane, scrivono
romanzi con la scopa.
**
Kathleen Raine
(1908-2003)
Il mondo
Brucia nel vuoto
nulla lo regge
continua il viaggio.
Viaggia nel vuoto
il fuoco lo regge
nulla è immobile.
Viaggia bruciando
lo regge il vuoto
ma non è il nulla.
Il nulla viaggia
vuoto che brucia
retto dall’immobilità.
**
C. H. Sisson
(1914-2003)
Al tempio
Con chi parlano al tempio?
Se ci fosse una risposta, diremmo
che si tratta di una conversazione, ma è proprio
perché non c’è nulla che sono incantati.
Chi non risponde è la risposta alla preghiera.
**
Robert Conquest
(1917-2015)
Uomo e donna
Sobrio, la pensa; così, si ubriaca di lei.
Ubriaco, piange per lei. Stremato, dorme
e si sveglia memore dell’assenza.
Gli alberi si muovono sordi nel vento totem;
il giusto equilibrio tra simbolo e senso
si dissolve nel silenzio.
Certi virus causano un dolore peggiore
come gli strumenti di tortura dei servizi segreti
eppure ecco la palude inspiegabile
in cui tutto ciò che si ergeva nella più
profonda sicurezza si sbriciola
e l’universo è spezzato come uno straccio.
Altri dolori graffiano la mente
senza dire del corpo, i rintocchi della
palpebra, la disperazione per il denaro
la paura della morte. Reale, dici? Ma queste
non sono cose che fendono la roccia
in profondità come le lacrime – già
perché le lacrime?
**
John Wain
(1925-1994)
Apologia della reticenza
Perdonami se ti ho lodata senza ardore.
La riverenza è la madre della reticenza
il silenzio cala mentre apro le mani.
Perdonami se ho parole già sbriciolate.
Questo non è il momento di essere eloquenti
il silenzio crolla mentre si issano i sensi.
Diciamo soltanto ciò che non sappiamo
ed è l’amore a conoscermi
è la tua perfezione a salvarmi.
I versi fatti al merletto non hanno più senso.
Mi hai levato la paura e la loquacità:
perdonami se resto in silenzio, ora.
Le parole sono un ripiego, non sanno
ripagarti per ciò che hai fatto di me.
**
Elizabeth Jennings
(1926-2001)
In ritardo
La stella che mi è accanto brillava
anni fa. La luce che ora splende
potrei non vederla mai più:
questo ritardo temporale mi affascina.
Penso che l’amore di chi mi ama potrebbe
raggiungermi soltanto quando il desiderio
sarà spento. L’impulso della stella
deve attendere occhi che ne riconoscano
la bellezza: quando l’amore
arriverà, potrebbe scoprirmi altrove.
**
Gavin Bantock
(1939)
Gioia
Il Paradiso arriva
ma arriva come una brezza e come una brezza
è sempre altrove dal punto in cui siamo
non è possibile inseguire il vento
fino alla fine del mondo.
L'articolo “Non ho mai letto le mie poesie in pubblico”. Philip Larkin Anthology
proviene da Pangea.
21 giugno. Per la prima volta dal miasma caustico della rete – tanti auguri
Ivano Fermini, non rimbaudiano ladro-Prometeo, piuttosto vero Efesto. La
deflagrazione è integerrima, la parola più vicina ad un creatore già
dall’esordio obnubilato La Scorciatoia. In questa sua preistoria ha luogo
l’anticamera dell’incendio, la genesi del fuoco. Pagina 21 (guarda caso).
> MONDO
>
>
>
> Uno sputo nell’eternità
> da quest’attimo di cera
> in controluce
> ingigantisce il fumo divino della noia
> sino a un’idea di fuoco
*
Dunque, nella tessitura del tempo l’idea del fuoco, blasfema perché eternità è
affare teologico.
Disattendere le prospettive temporali è prerogativa di Fermini, che sposta la
cruna del mondo nello specchio dell’uomo, calandolo nel tempo per contingenze,
ma al contempo obbligandolo ad avere un attributo di sovratemporalità – badare
bene, non un alfa privativo, non l’aggettivazione atemporale, bensì il sovra che
non nega, ma contiene e comprende tutto nell’istante (principio, intermezzo e
fine, passato, presente e futuro).
In mezzo a questa palude/incendio l’immagine-parola armeggia intorno all’ombra,
saccheggia il lume (in principio è sempre bianco, poi allontanato), fustigando
la cronologia per imporre la croce di un sovratempo, la cui estensione effettiva
copre l’intera esistenza. Molto Tarkovskiani, infatti, gli smarrimenti temporali
di Fermini – e non poteva essere altrimenti avendo a cuore Marina Cvaeteva.
> Deviando per le stanze erano uomini e vapori
> un cerchio falso
> eppure mi domando una mosca per salire
> rotta e ruggine
> come le foglie che in lui
> possono sbarrarsi e dare pane alle costole
> cos’era quel seme
> piange silenziosamente e io m’incateno al fuoco
> e quando sarà
> un giglio sulle spalle mi fa male il viso
*
Più vicino alla fiaba che all’umano, l’uomo incatenato al fuoco a cui non ho
ancora dato volto né profilo. Che fosse di effettiva carne lo scoprii in una
serata per Lorenzo Calogero al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme. Parlavo di
un chiodo svanito in noi quando Luigi Tassoni intercettava la traiettoria,
raccontandomi di averlo ospitato nella sua casa a Firenze qualche decennio
prima. Un legame in comune e la ricerca spasmodica che si rinnova di ragioni.
Dalle ceneri ho estumulato qualche mese fa una poesia dispersa pubblicata su
“Linea d’ombra” (n. 30, settembre 1988 p. 67). L’unica della sequenza presente
in rivista che non apparirà mai all’interno di un volume.
> Noi arcobaleni non volevamo l’abisso
> solo me che intero
> non stringerò più nulla nella spada di lupo
> vedi se puoi
> se parli con lo zero o la ruota corta nel giardino
> amore di ostacolo di carta
> e fissi possono il cuore
> interverrò il giorno
> lumaca del mare
> in tutto il fuoco che è bellissimo da incenerire
*
“In tutto il fuoco che è bellissimo da incenerire”, pubblicato nel 1988, è un
crocevia ideale tra Bianco allontanato (1985) e Nati incendio (1991). La terza e
ultima raccolta, che Aldo Nove definisce “uno dei titoli più potenti titoli
dell’intera storia della poesia” (affermazione che condivido, per quanto possa
valere detto da un classe ’97), si muove, a partire dal titolo stesso, attorno a
una detonazione senza rimedi di sorta, con una sintassi spezzata e accostamenti
caustici, oscuri – come gran parte della sua poesia. Ian Seed lo definisce il
più prossimo a Celan; io aggiungo tra le sue ascendenze, per restare in Europa,
anche Georg Trakl. quando il mondo si spacca / io pennello in voi la foca del
mio cuore storto; tutto ciò che è stroncato è perfetto; oltre il cerchio / il
mondo è carbonizzato; il tunnel è profondo / è aceto esploso con una
stella / pietre che prendono fuoco; I due attimi fuori visione / rotondo ma per
nenia / che fuoco è tutta parola per la stacca converge.
*
Dicevamo, 21 giugno, tanti auguri Ivano Fermini. Questa volta dalla letteratura
più che dalla rete.
Salvatore Giuseppe Di Spena
*
Si ferma, incontrastato, un inverno
per Ivano Fermini
E poi ritorna, perde il contatto.
Per bontà verso
di noi, tu gridi alla luce di questo cervello
senza più terra. Intorno,
sorrisi di trionfo, donne
anch’esse innate. Qualcuno di me
brucia la gramigna, in fretta,
vedendo o sbadigliando.
“non possiamo impazzire”, dice
un’altra vita. Si apre,
senza millenni, il costato. Rimarremo
come una lente esatta
(Milo De Angelis, Terra del viso, Mondadori, 1985)
***
A Ivano
Fermini
La nostra passione del linguaggio
ha già fatto un coperchio
che va alle feste senza capire
e si diverte,
butta a terra i colori
prima di morire.
La nostra passione del linguaggio
ha la figa, nasconde fortissima
una cosa da mangiare
perché il temporale
attende un’ondata
di pioggia, l’alfabeto.
Si chiama più o meno rischio d’impresa
il traguardo
che quando apriamo la porta di un luogo
possiamo dimenticare, e
dimentichiamo spostando le tendine
dei treni molto stanchi. E
davvero piangendo in questa fondazione
come non fare un mosaico
fare i reni con il quaderno di un poeta
(Antonello Satta Centanin, Musica per streghe, Polena, 1991)
*In copertina: un collage di Max Ernst (1891-1976)
L'articolo “Noi arcobaleni non volevamo l’abisso”. Tanti auguri Ivano! proviene
da Pangea.
Conobbi Gioia in un fumoir a San Pietroburgo. Era una discoteca all’occidentale,
ricavata nel retro di una fabbrica dismessa con una galleria d’arte nei vecchi
uffici. Due russi ci presero per mano e presentarono: avevamo in comune il
passaporto italiano. Gioia aveva gli occhi color malva sotto le luci al neon del
minuscolo spazio ricavato con il cartongesso.
Entrambi sentivamo l’imbarazzo dell’incontro. Dopo i convenevoli, dopo averla
trovata interessante e spontanea, iniziai a indagare di più sulla sua persona.
Eravamo due apostati eremiti nei fumi della notte pietroburghese, a cercare di
incensare l’anima con la nicotina.
I suoi nonni, entrambi, erano pittori. Da poeta, le citai Orazio. Ridemmo e, a
quel punto, ci sedemmo su una specie di panchina, anch’essa in cartongesso,
ricavata direttamente dal muro. Accendemmo una seconda sigaretta quando iniziò a
raccontarmi.
I nonni si conobbero al Bar Jamaica. Il figlio di uno e la figlia dell’altro,
seguendo i padri. Si piacquero. Nacque lei. Nel frattempo, Fontana squarciava il
cielo con la luce della promessa del taglio, mentre intorno i saltimbanchi
uscivano dai cespugli a spargere la rugiada dell’arte per le strade. E l’unico
Manzoni assottigliava la distanza tra la materia artistica e il corpo, ci si
comprimeva dentro.
Le chiesi se conoscesse il Cane Randagio, disse di no e le raccontai qualche
cosa, chiedendole di interrompermi se si annoiava: parlo troppo, la regola delle
trenta parole a testa in una conversazione non so applicarla; quindi, o parlo
troppo e metto in soggezione o ascolto avidamente e metto in soggezione. Mi
sembrava una storia simile a quella della sua nascita.
Le raccontai di un posto, il Cane Randagio appunto, in cui ogni sera trovavi
Anna Achmatova, con gli occhi gelidi e tristi, ad ascoltare il mondo che si
rovesciava ovunque, seduta a un tavolo in disparte, a superare per sempre con il
solo ascolto la poesia. Anna, che teneva per mano la generazione dei reietti che
hanno scritto la storia con l’inchiostro dell’impiccagione, della rivolta, del
confino. Anna, che sussurrava a ogni amante la perdita dell’anello d’oro, una
anacoreta della perdizione del mistico diurno. Di quel cercare gli oggetti persi
di cui si narra in versi. Al Cane Randagio, dove i poeti si sparavano tra loro
per un bicchiere di troppo, per un amante che non voleva diventare marito, per
un endecasillabo rubato. Dove nasceva Majakovski inneggiando alle orge. Un posto
da cani per un direttore cane. Dove c’era una separazione netta tra chi d’arte
moriva, gli artisti, e chi d’arte viveva, il pubblico: il farmacista.
Allora tornai a Roma e dissi a Edoardo di vederci ogni mercoledì al Cane
Randagio, alle otto in punto. Il Cane Randagio si trova in un luogo imprecisato
tra Piazza Sempione e Piazza San Cosimato. E noi il mercoledì alle otto in punto
ci vediamo al Cane Randagio, perché il mercoledì è il giorno del Cane Randagio,
alle otto in punto.
Lo diciamo solamente a quelli che d’arte ci muoiono, perché non si può morire
altrimenti. Non ci si vive, ci si riaggrega e, se tutto va bene, ci si muore
tutti insieme, perché non c’è nessun altro posto dove andare il giorno dopo.
Kazimir Malevič, Paesaggio con cinque case, 1932
Non abbiamo nessuna casa a cui tornare né alcun lavoro prodigo da svolgere. Non
ci sono uffici in cui ci attendono, né stagisti da frequentare e sottomettere o,
peggio ancora, da educare. Ci vediamo al Cane Randagio perché non potrebbe
essere altrimenti; non abbiamo nessun luogo che ci protegga se non il verso
storto, riletto, copiato e abbandonato. Nessun pubblico a cui tornare, perché il
pubblico della notte è sempre diverso e, se è sempre lo stesso, sono dei cretini
che non vogliamo: ai miracoli si assiste univocamente (quante volte hai letto
Mandel’štam per la prima volta?).
Il mercoledì al Cane Randagio non vogliamo nessun borghese che non sia stato
escluso dalla propria famiglia, a cui non abbiano tolto gli alimenti o che non
abbia dormito per strada. Non vogliamo nessuno che non sia stato insultato e
diseredato da tutte le persone che ha intorno almeno una volta, e che abbia
preso anche solo una buona decisione. Perché al Cane Randagio, di mercoledì,
alle otto precisamente, entrano soltanto i fradici di gioia e i
malfattori. Parliamo di quello che ci propongono di fare e non facciamo, di
quello che ci propongono di scrivere e non scriviamo finché non ci si spezza il
cuore per un riflesso. Finché non c’è più nessun argomento di cui borbottare
egomaniaci, e comincia il sarcasmo, e il cuore non riluce più del racconto di sé
stessi. Ci si incontra per spezzarci il cuore, per raccontare e, dopo aver
raccontato, spezzato il cuore, dopo che ognuno ha detto quello che ha scritto
per spezzarcisi il cuore e che nessuno lo ha più ascoltato perché a nessuno
interessa veramente come l’altro si spezza il cuore, dire futilità per oblio.
Dopo che ci siamo raccontati come il cuore è andato in frantumi, ne ridiamo
tutti insieme per non prenderci sul serio, perché quello che conta è solo l’atto
dell’umano che ascende al divino. E tutti insieme si santifica l’offerendum
all’infinito delle bassezze del corpo e delle fasulle altezze dello spirito,
sgranocchiando cibo spazzatura cinese e filmografia indiana. Ci incontriamo
perché l’incontro non ha più alcuna mistica, per incontrare l’altro intero,
senza la menzogna della parola. Chi non è attraversato come mezzo dell’altissimo
non può considerarsi poeta, e il poeta è chi si fa strada nell’indicibile per
essere strumento di tutto ciò che non è ancora stato tradotto dal cielo.
Ci incontriamo per l’incontro, insieme e nemici, per un’ontologia dell’arte che
si è fatta pelle. Noi alle otto, ogni mercoledì, al Cane Randagio, discutiamo e
ci inebriamo fino a non avere più nessun argomento di senso, fino al trastullo
dell’ironia e del decrepito ripetuto, finché non emerge la carne senza il suo
racconto.
*
Sì Graziano, dovremmo andare a correre al Verano, a inventare arcobaleni di
rugiada sulle grigie tombe e fare urli all’altipiano. Non si vede nessuno tranne
l’ultimo dei mohicani.
Sì vediamoci alle otto al Cane Randagio perché gli artisti stanno insieme per
non dirsi artisti, fottiamo la connessione e il digitale. Solo la connessione
sensoriale.
Kazimir Malevič, Otto rettangoli rossi, 1915
Hanno detto alla prima mostra degli impressionisti quei quadri può farli anche
un bambino. Hai visto, adesso i critici non ci stanno proprio?
La roccia sul mare mi ha detto hai sentieri di eternità sottopelle, nelle
braccia, mi ha detto accomoda i reni e in mezzo alla fronte hai il terzo,
levigalo con cura: ti farà vedere.
Il surrealismo sta nelle cosce, si attiva camminando. Il rock ’n’ roll sta nella
cervicale: punti quantici.
Abbracciamoci per essere svuotati e pieni, felici e austeri, Voglio un
coccodrillo per Natale e un ippopotamo nella tazza da tè, per favore.
Le montagne mi dicono non vendere i tuoi libri e anela al mistero: «Scrivi solo
nella tua mente adesso».
Ricordati di quello che contrabbandava porcellane dalla Francia e dell’altro che
tagliava l’acqua del mare con le forbici. Qui invece è un liceo perenne si
conoscono tutti e arrivano anche a Timbuctù per leggere due versi. Pagano pure
la benzina. Poi tornano in classe.
Perciò ricordati di scordarti di te, di aprire le porte, dentro in fondo a
sinistra, alla Holden Caulfield per intenderci, vicino al fuoco dello sciamano
pitturato. Senti i piedi degli indiani che danzano? Balla coi lupi. Lo vedi il
copricapo all’orizzonte? Seguilo tra Piazza Sempione e San Cosimato. I chip
rifuggono l’energia vitale. Gli allarmi tacciono davanti al muro bianco.
Annusa la folla e schivala, sii istrione, raccontami una canzone che sia
intonata con la follia, andiamo alla fonte:portiamoci via da bere e da sognare.
Che una notte non basta, vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo. Non
abbiamo altro: scriviamo a matita nell’aria, al Cane Randagio.
Graziano Mazza e Edoardo Piazza
*In copertina: Kazimir Malevič, “Ritratto di donna”, 1932
L'articolo “Annusa la folla e schivala. Vogliamo incastonarci nel futuro:
scriviamo” proviene da Pangea.
Secondo Paola Tonussi, è il pettirosso l’uccello-emblema di Emily Dickinson.
Ogni poeta – se è vero che la poesia ‘spicca il volo’, che eccelle in
verticalità –, in fondo, sa tramutarsi in una creatura alata. Montale giocava a
fare l’upupa; Ted Hughes è passato dal falco nella pioggia al corvo; Keats era
un Nightingale; Hölderlin si installò tra “i figli delle Alpi”, le aquile: se
non altro, precipitò meravigliosamente. Shelley preferiva l’allodola. Secondo
Leopardi, il passero solitario, “la natura degli uccelli, se noi la consideriamo
in certi modi, avanza di perfezione quelle degli altri animali”. Io ho sempre
pensato alla Dickinson come a un gheppio: figura scricciola che cela la natura
rapace, feroce. Benché esista, effettivamente, un gheppio “di Dickinson” (Falco
dickinsoni) – il nome si deve al missionario inglese John Dickinson, che scoprì
la specie a metà Ottocento – tale falconide non esiste negli Stati Uniti: dimora
in Africa, in edenico aldilà da Emily.
Lirismo ornitologico: Emily Dickinson mi è sempre parsa una
poetessa pericolosa – i suoi versi, rapaci, appunto, spiazzano, colpiscono
d’improvviso, ad artigliate. Sono versi carnivori. A differenza dei suoi
‘colleghi’ alati, tuttavia, Emily Dickinson è difficilmente classificabile in
generi: a che specie appartiene un poeta tanto speciale? La Dickinson non è
stata ‘afferrata’ dal proprio tempo; ancora oggi, affermata tra i poeti più
tradotti e venduti del pianeta, è di fatto un mistero: ogni didascalia – la
reclusa; la dama bianca; la spregiudicata; la figlia-l’amica-l’amata – non fa
che limitare, imitare un’altra Emily, quella che fa la recita sul nostro
comodino e negli scaffali librari. La pronta al mito – come chi, prontamente, ne
rifugge, sbugiardandolo per eccesso di sé.
Dell’indicibile Emily, tenta di dire qualcosa – dall’alto di una bibliografia
‘andina’, inarginabile (la scrittura ‘su’ Emily Dickinson, come quella ‘su’
Arthur Rimbaud, è ormai un genere letterario a parte) proprio Paola Tonussi, in
un libro biografico di provvidenziale bellezza, Emily Dickinson. Gemma
oscura (Edizioni Ares, 2026). La Tonussi riesce ad adempiere il compito di
sterzare dall’ovvio facendo parlare i documenti, con genio narrativo
‘anglosassone’ – bello stile, servizio autentico al lettore – e – direi –
medianico. Il libro ausculta l’anima della Dickinson, rifilandone la vita (“Era
così, allora, morire? Un assalto allo spirito frantumato, un cammino interrotto?
O piuttosto un assedio perpetuo all’anima? Forse sono un lento, desiderato,
tramonto”). Così, precipitiamo nell’abisso di un’esistenza inusuale, non certo
da vestale della poesia, ma da donna che con lirica rapacità ha anatomizzato
volti, visioni, eventi. Così, entriamo nella prima casa dei Dickinson, “il
Palazzo”, “la Homestead in Main Street… costruita dal nonno paterno non in legno
bensì in mattoni”; vediamo il giardino, la scuola, un libro di Emerson e la
figurina di Emily Brontë, una quasi gemella della Dickinson, che sta nella sua
tasca come un ramo d’erica. Vediamo “la Ragazza in nero” – Catherine Scott –, il
“travolgente” Mr. Bowles, Mabel Loomis, la “donna-arcobaleno”, Helen Hunt
Jackson, scrittrice, antica compagna di scuola di Emily, “l’unica a riconoscere
pienamente la sua grandezza di poetessa”. Queste, insieme ad altre più note
icone – il giudice Lord, Thomas Higginson –, costituiscono gli elementi del
grande Romanzo-Dickinson, distribuito in forma di erbario. Da ogni corpo, Emily
trasse un libro, incarnò un’opera. Così che leggere diventa una forma del
sacrificio.
Un capitolo – “Carlo e gli altri” – è dedicato al cane di Emily, “un terranova
dal fitto pelo color tabacco, grande quasi quanto lei”. L’aveva chiamato Carlo
perché così si chiamava “il cane di St. John Rivers in Jane Eyre, e quello di
Paul nelle Reveries of a Bachelor di Ik Marvel”. Lei lo amava, lui “fu la sua
ombra”.
La scrittura della Tonussi – senza concedersi estetismi – è sempre felice, si
legge in ebbrezza. Alcuni passi, poi, introducono a una poetica, a un
addestramento:
> “La letteratura ufficiale non la voleva? Avrebbe continuato a scrivere poesia
> ‘misteriosa’, ad affinare tecniche e ritmi per inventare un nuovo cosmo, a
> gettare sulla pagina versi dritti come guglie gotiche. Un ordine assoluto di
> verità. La società reclamava che si uniformasse a un modello? Contro
> pregiudizi e opinioni condivise lei si sarebbe chiusa da sovversiva in una
> casa diversa, quella della poesia e, dandosi leggi e un ordine alternativi,
> avrebbe compreso nella propria mente umani e fiori, animali e piante, stelle e
> mortali.”
A questo punto, ho reclamato la Tonussi al dialogo.
Insomma: cosa c’è ancora da dire su Emily Dickinson?
Su Emily Dickinson è stato detto moltissimo, forse quasi tutto. Quel che però
non sarà mai detto una volta per sempre è il senso, la profondità della sua
poesia, ciò che di lei non abbiamo ancora imparato ad ascoltare. Per questo i
classici non si esauriscono mai, continuano a sottrarsi alle definizioni,
sfuggono alle nostre interpretazioni: ogni generazione scopre un volto diverso
di Shakespeare, di Dante, di Emily Brontë. E di Emily Dickinson. Scrivendo di
lei, mi è sembrato che dietro l’immagine ormai canonica della poetessa reclusa,
anticipatrice del moderno o sacerdotessa dell’interiorità, esista una zona in
parte inesplorata, un nucleo di versi e di vita in cui convivono luce e tenebra,
aspirazioni e dubbio, desiderio d’eternità e attrazione per l’abisso. Non credo
si possa pretendere di dire l’ultima parola su Emily Dickinson, ma possiamo
cercare di porle domande nuove, di leggerla con mente “fresca”, forse anche
lasciando momentaneamente in sottofondo letture e lezioni precedenti – il che
vale per tutti i classici. E ogni volta che le sue poesie ci restituiscono una
risposta inattesa, la scopriamo nostra contemporanea. Con Gemma oscura non ho
cercato di aggiungere un’interpretazione tra le tante – ben altri e più grandi
studiosi l’hanno fatto –, piuttosto di seguire una vena nascosta nei o tra i
suoi versi, in cui luce e ombra si confondono e la meraviglia è compagna del
mistero. Emily continua a parlarci perché continua a sfuggirci.
Cosa ha scoperto di Emily, studiando e scrivendo, di spiazzante? Qual è a suo
dire l’elemento determinate nella vita di Emily, la figura determinante?
A sorprendermi sempre, a ogni lettura, è la sua forza e insieme la sua
verticalità. Che vanno ben oltre l’icona della figura fragile, «piccola come lo
scricciolo» come lei stessa si definiva, reclusa nella propria stanza, quasi
consumata e benedetta dall’isolamento. In realtà, Emily non fugge il mondo: lo
affronta da una posizione diversa. Le poesie e le lettere danno il ritratto di
una donna che non accetta consolazioni (e soluzioni) facili, rifiuta le formule
religiose se non le corrispondono, pretende la verità con immediatezza assoluta,
anche se conduce al dubbio, alla perdita o all’oscurità. O all’«obliquo», sua
parola chiave.
C’è più di una figura importante nella sua vita: un rapporto fondamentale è
stato quello con Austin e Lavinia, soprattutto nella seconda parte della vita
con la sorella – e forse senza di lei oggi non avremmo l’opera di Emily. Poi il
legame di poetica amicizia con la cognata Susan, «noi due, gli unici poeti».
Infine l’affetto-affinità con il nipote Gilbert morto bambino, che corre sul
prato «come una cometa», di cui Emily ama l’istintiva visione infantile.
Sul piano della formazione spirituale decisivo direi Charles Wadsworth: non
tanto per ragioni sentimentali – su cui sappiamo meno di quanto spesso si
affermi o si favoleggi – piuttosto perché «il pastore delle nuvole» rappresenta
per lei l’incontro con un’intelligenza affine, capace di comprendere la
profondità del suo cammino interiore.
Considerando poi gli animali non umani, di sicuro Carlo, il suo cane, un
terranova grande quasi quanto lei, regalo del padre: compagno fidato nei
vagabondaggi in giardino e fuori, mentre legge o inforna un dolce, o siede nella
veranda con Vinnie a guardare il tramonto. La morte di Carlo, «il logico più
lucido», è stata per lei una paurosa eclissi. L’elemento davvero determinante
nella vita di Emily non mi pare comunque una persona, quanto piuttosto
un’esperienza: la scoperta precoce che tra l’anima e l’assoluto, o l’eterno,
esiste una distanza che nessuna certezza umana riesce del tutto a colmare. Tutta
la sua poesia nasce da un dialogo incessante con quella distanza. Così va letta,
credo, anche la scelta di diventare «donna in bianco»: uno sposalizio mistico
con la poesia, espresso anche in un colore.
Quanto il mito Emily – la bianca divinità reclusa, appunto – corrisponde alla
Dickinson in carne e ossa?
Come ogni mito, anche quello della «bianca divinità reclusa» nasce da un indizio
di verità, ma finisce per semplificare una personalità molto più complessa.
Emily Dickinson vive, sì, una vita sempre più ritirata, veste di bianco e limita
progressivamente ogni contatto sociale e con l’esterno. Ma la figura eterea e
quasi incorporea tramandata dalla leggenda rischia di farci dimenticare la donna
reale. Emily è spiritosa, ironica, a volte persino impertinente. Segue con
attenzione la vita politica e culturale del suo tempo, legge moltissimo,
intrattiene rapporti epistolari energici, fa il pane e cucina; da ultimo affida
«la sua lettera al mondo» alla domestica irlandese Maggie e al suo patrimonio
mitico. Non separata dal mondo, Emily ha scelto un punto di osservazione in
disparte da cui guardarlo. Il suo ritrarsi non nasce cioè da una rinuncia alla
vita, ma da un’esigenza d’intensità. Emily non vive meno degli altri, vive
diversamente. Dai suoi versi affiorano passioni, desideri, paura, gioia, dolore,
senso dell’umorismo, ribellione, interrogazioni religiose: la loro fisicità e
forza emotiva mal si accordano con l’immagine di un’immobile vittoriana
impalpabile
Forse il paradosso è proprio questo: il mito della reclusa ha contribuito alla
sua fama, ma ne ha anche nascosto la vera natura. Dietro la “donna in bianco”
non c’è una figura evanescente, ma una delle coscienze più ardite, lucide e
appassionate della letteratura moderna.
Qual è la poesia di Emily che ama particolarmente, che ritiene più significativa
per carpirla?
Non è una risposta semplice: ogni poesia di Emily illumina una sfaccettatura
diversa della sua personalità, che è molteplice come un diamante. Sento molto
vicina e credo dica qualcosa di essenziale di lei la serie di poesie sui
pettirossi. Forse è una scelta inconsueta. Quando si parla della Dickinson si
pensa subito ai grandi testi sulla morte o sull’eternità. Ma i pettirossi – così
come gli altri animali del suo folto bestiario – ci mostrano una Emily più
intima: la donna che osserva la natura con attenzione minuta per cogliervi un
mistero che non chiede di essere tradotto in dottrina.
Il pettirosso è per lei un «Gabriele più modesto di rango», che fa dunque
comparire spesso come dramatic persona nei suoi versi. Mi commuove quando
racconta di offrire a lui e agli altri uccellini briciole di pane,
> «il Pettirosso alla Briciola
> Non replica una sillaba
> Ma eterno ricorda il nome della Dama
> In cronache d’argento».
Proietta il pensiero per loro anche dopo la propria morte:
> «Se non fossi più viva
> Quando verranno i Pettirossi,
> Date a quello con la Cravatta Rossa
> Una briciola per ricordo».
Come lei i pettirossi le sembrano poeti innamorati delle proprie note,
«argomenti di Perla», e con loro spartisce il canto, l’inquietudine e le rime,
il rosso sul loro petto corrisponde in lei al dono poetico:
> «Continuerò a cantare!…
> con l’ansia del Pettirosso in cuore –
> Io – con il mio Petto rosso
> E le mie Rime».
I suoi pettirossi sono creature di soglia, messaggeri tra il mondo umano e
quello naturale, tra visibile e invisibile. Emily li guarda con la stessa
intensità con cui guarda la morte o Dio. Riconosce in loro libertà e una
naturalezza dell’essere che l’uomo ha in parte smarrito. Il loro canto non è
“ragionato”, esiste semplicemente, e perciò ha in sé una verità che lei può
amare. Così riesce a trasformare un uccellino in giardino in una presenza quasi
sacrale. È uno dei suoi grandi insegnamenti: l’infinito non viene solo nelle
grandi visioni, ma può rivelarsi nel lampo rosso di un pettirosso su un ramo, in
un canto all’alba, in una creatura tanto familiare da farsi quasi invisibile.
Emily si sente affine ai suoi pettirossi – minuta, appartata, domestica – ma
capace, con una semplicità solo apparente, di annunciare mondi che la maggior
parte di noi nemmeno riesce a intravedere.
Forse non esiste una poesia che permetta di “carpire” Emily Dickinson: la sua
grandezza sta proprio nel fatto che ciascuna apre una porta diversa e nessuna
conduce alla casa intera. Emily è una costellazione più che un volto o una
personalità e probabilmente è per questo che, dopo più di un secolo, continuiamo
a tornare da lei.
La casa, Amherst: è più Itaca o Troia, più gabbia o cosmo?
Per lei la Homestead e Amherst sono insieme Itaca e cosmo, meno Troia o gabbia
di quanto spesso si creda. Un equivoco persistente è immaginare la sua casa come
una prigione da cui non è riuscita a liberarsi. In realtà, per Emily la casa è
stata soprattutto un osservatorio: da quelle stanze apparentemente comuni,
borghesi, pacificate, lei è riuscita a costruire uno dei mondi poetici più vasti
e inquietanti della letteratura occidentale. Certo, Amherst è anche un luogo di
conflitto. È una comunità puritana che risente ancora di un impianto
ottocentesco, la famiglia la protegge ma talvolta la limita, il teatro delle
rinunce e delle separazioni le scorre davanti agli occhi quasi accelerato. In
questo senso può avere qualcosa di Troia: una città assediata da domande di
assoluto, sul desiderio, sulla morte. Ma non è un luogo di rinuncia o abbandono.
Tra queste immagini, Amherst mi pare soprattutto la sua Itaca. Non perché
rappresenti – solo – un rifugio rassicurante, ma in quanto punto da cui parte e
a cui continuamente fa ritorno il suo viaggio interiore. Emily compie infatti
esplorazioni vertiginose senza quasi muoversi nello spazio: attraversa il cielo,
l’eternità, l’amore, il nulla, Dio e la morte restando nella sua stanza. Forse,
la vera alternativa non è tra gabbia e cosmo. La sua straordinaria originalità
ha trasformato una casa in un cosmo. Dove altri avrebbero visto un confine, lei
ha scoperto un orizzonte, e Amherst non è stato il limite della sua
immaginazione, bensì il centro di gravità.
Cosa avvicina Emily all’altra Emily, la Brontë? Cosa, inequivocabilmente, le
distingue?
Emily Dickinson ed Emily Brontë sono due delle figure più enigmatiche e radicali
dell’Ottocento. Le avvicina anzitutto la loro totale, rivoluzionaria
indipendenza spirituale: entrambe non scrivono per conformarsi alle aspettative
del proprio tempo, al contrario lo anticipano o vi si oppongono, lo ignorano o
lo sfidano. Entrambe rispondono a una propria legge interiore più forte di ogni
convenzione sociale, letteraria e persino religiosa. Entrambe vivono una
tensione verso l’assoluto, un rapporto diretto e non mediato con il mistero, una
capacità rara di guardare senza illusioni alla morte, alla solitudine e al
dolore. Le accomuna anche un particolare, appassionato amore per la natura e le
sue creature. Per loro la natura è essere vivo, forza che parla un linguaggio
più antico e più profondo di quello degli uomini. In entrambe esiste una forma
di eroismo interiore: i loro personaggi e le loro voci poetiche affrontano
l’abisso senza cercare riparo o conforto. Entrambe amano gli animali forse più
degli uomini – almeno per la Brontë è spesso così –, la loro purezza e
semplicità, l’affetto non viziato dal pensiero, l’adesione agli impulsi primari
dell’esistenza sulla terra
Ma tra loro c’è anche una differenza fondamentale. Emily Brontë è poetessa e
narratrice dell’energia cosmica, della passione che travolge i confini dell’io,
dall’immaginario fatto di vento, brughiera, tempesta, forze elementari che
s’incarnano in protagonisti come Catherine e Heathcliff, che di quelle forze
cosmiche sono fatti. La Dickinson compie il movimento opposto: concentra
l’infinito in uno spazio minimo. Là dove la Brontë spalanca paesaggi e
drammatizza il conflitto, lei quel conflitto lo interiorizza, apre fenditure
nella coscienza. Emily Brontë scruta l’assoluto dalla cima della brughiera,
esposta al vento e alla tempesta fuori Wuthering Heights, la fattoria alta sulle
brughiere da cui ha preso il titolo del suo unico e terribile romanzo. Emily
Dickinson l’assoluto lo indaga dalla soglia della propria stanza. Entrambe
sfiorano lo stesso mistero, l’una rasentando l’orizzonte, l’altra dal punto
infinitesimale che contiene l’universo.
Quale idea di poesia e di scrittura, di ricerca artistica ci consegna la
Dickinson?
Un’idea di poesia risolutamente diversa da quella dominante nel suo tempo e,
forse, anche nel nostro. Per lei la poesia è estasi e strumento di conoscenza –
nemmeno mera espressione di sé –; Emily scrive per vedere ciò che ancora non
riesce a vedere, per dar forma a ciò che sfugge al linguaggio collettivo. Non
cerca mai la bellezza come fine, cerca la verità, anche se scomoda, inquietante
o dolorosa, «obliqua», appunto – e in questo senso la sua scrittura, anche nelle
lettere – che vanno lette in parallelo ai versi – è un esercizio di coraggio.
Ogni poesia emerge quasi come un esperimento estremo della coscienza: cosa
accade quando l’amore viene meno, quando la morte entra nella stanza, quando
l’io incontra qualcosa di più grande di sé. La poesia diventa il luogo in cui
queste domande possono essere abitate senza necessariamente trovare una
risoluzione.
Emily Dickinson ci mostra che la ricerca poetica non dipende dall’ampiezza delle
esperienze esteriori, ma dall’intensità dello sguardo. Da una casa di provincia,
un giardino, una lettera, da un’ape o un filo d’erba riesce a toccare
l’eternità. È una lezione di concentrazione e di profondità: non occorre
possedere il mondo per comprenderlo. Forse è proprio questa la sua eredità più
preziosa: Emily ci insegna che la poesia non serve a chiudere il mistero in una
formula, ma a mantenerlo vivo. Il poeta non possiede risposte, ma sa formulare
domande essenziali in modo da renderle inesauribili.
Noto, come sempre – ma con più forza in questo libro –, la sua visione
‘narrativa’ nell’ambito del genere biografico. Studia le ‘scene’ come un
regista, fa percepire odori e colori, antepone, a tratti, le ragioni della
sensibilità, l’accuratezza dei sensi all’accortezza filologica, l’arte della
scrittura al contributo ‘scientifico’. Voglio chiederle, cioè, come si è
districata tra le reti, tentacolari, della foltissima bibliografia di Emily.
Secondo la lezione anglosassone – penso a biografi magistrali come Peter
Aykroyd, Richard Holmes, Lyndall Gordon, Hermione Lee, Stevie Davies – filologia
e immaginazione non sono sempre nemiche. Anzi, più il terreno documentario è
solido, più il biografo può permettersi di restituire la vita che si nasconde
dietro i documenti. Il mio scopo non è mai stato romanzare Emily Dickinson, ma
avvicinarmi – il più possibile – alla sua esperienza umana e poetica senza
tradire i fatti. Nella sterminata bibliografia dickinsoniana, il rischio può
essere di smarrirsi nelle interpretazioni. Quindi, vagliata una messe di
biografie e documenti, lettere e commenti ho seguito, come sempre faccio, il
suggerimento di Croce: leggere l’opera «di per sé». Dopo aver messo a raffronto
le varie fonti, torno comunque all’origine: alle poesie, alle lettere, alle
testimonianze dirette di chi l’ha conosciuta, ai luoghi in cui lei si è mossa.
Guardo ai grandi studiosi come interlocutori, non come totem intoccabili: alcuni
mi hanno aperto strade preziose, altri mi hanno convinta della necessità di
percorrerne di diverse.
La dimensione narrativa nasce dall’esempio dei biografi che amo e dalla
convinzione che la vita, anche dei più grandi, non accada sotto forma di note a
piè di pagina. Accade in stanze, giardini, corridoi, silenzi, incontri, attese.
Emily Dickinson non è solo un corpus di testi, ma è stata una bambina, una
ragazza e infine una donna che ha visto la luce del tramonto sulle colline di
Amherst, che ha coltivato fiori, impastato il pane, amato, sofferto, suonato il
pianoforte e inviato valentini con il batticuore di ogni adolescente; da adulta
ha amato e perduto gli esseri amati, ha scritto lettere e atteso risposte che a
volte non arrivavano. Ha accarezzato con la piccola mano bianca il pelo folto di
Carlo, ha vagato con lui fino allo stagno e aperto la finestra, un pomeriggio
d’inverno, per dare qualche briciola a un uccellino affamato e insieme scorgere
in cielo presagi d’immortalità. Restituire questa concretezza sensibile è stato
il mio modo per avvicinarmi a lei.
Forse il compito del biografo è proprio questo: attraversare la foresta della
bibliografia senza dimenticare che, al centro del vortice di pagine, c’è sempre
una creatura viva. Anche quando, come nel caso di Emily Dickinson, quella
creatura fa di tutto per non lasciare dietro a sé che tracce labili: «una
biografia ci convince, anzitutto, della fuga di chi ne è protagonista». Questo
l’ha scritto lei. Inseguendone i passi tra la Homestead, il giardino e la sua
stanza, mi sono sforzata di non perdere mai di vista la sua misteriosa e
irriducibile presenza.
L'articolo Emily Dickinson o dell’attrazione per l’abisso. Dialogo con Paola
Tonussi proviene da Pangea.
Nella costante oscillazione della poesia di Ceni, nello sconfinamento e nei
ritorni mutevoli, incontriamo un testo che, riprendendo la tematica analizzata
in Il giardino di Galileo, si sposta sul versante della generazione e di un
rapporto inedito con la figura del padre:
I giganti nella stanza di mio padre
Bambino nel corridoio davanti la porta
da cui soltanto si usciva
venivi a deporre con fede
pezzetti rubati alla terra,
la nuca e il collo nuovo:
generavo frasche da potature e
vegetali dai fori dei vasi,
il duro scudo del girasole
in cui vedevi nuotare
gli animaletti in una goccia d’acqua,
sostarvi i mestieri
con la pialla e le tenaglie le
mille e mille falci della tua fine;
ma già l’astronomia delle piante e delle pietre
ruotava nello spazio dove vagando si perdeva
l’ultimo d’un intero equipaggio
e tutto era vetro e silenzio:
“Questa è la veglia, quindi”
e mi disponevo attorno
alla porta che mai si entrava
offerente tra le offerte
dono tra i doni
mentre il sonno vaporava sui miei cavalli fermi al palo:
accendevo le torce, preparavo il bivacco
e intanto anche risalivi al puntino di luce
dal fondo della prateria cadenzando una voce,
che ti si potesse udire, di coyote;
e di voi ogni tanto al di là
io seduto e io in cammino
sentivamo un sospiro d’intelligenza profondo
di suprema melanconica conoscenza di yeti.
La stanza del padre, preceduta dal corridoio e da una porta che struttura tutto
il testo, come vedremo a breve, è un luogo mitico in cui memoria, crescita,
generazione e conoscenza si intrecciano. La relazione prende forma dentro un
interno domestico che colloca il soggetto in una posizione infantile e liminare:
“Bambino nel corridoio davanti la porta/ da cui soltanto si usciva”. La porta è
orientata verso l’uscita, come se il rapporto con il padre si definisse fin
dall’inizio sotto il segno di una distanza o di una direzione che non coincide
con il possesso dello spazio interno. L’esperienza della relazione avviene
dunque davanti a una chiusura che però genera movimento, come nel gesto del
bambino – “venivi a deporre con fede/ pezzetti rubati alla terra” – che
introduce da subito la dimensione offertoriale che tornerà più avanti nel testo.
Quei frammenti di terra, deposti davanti alla soglia, trasformano l’infanzia in
un congegno affabulatorio, provocato da una necessità che chiamerei “memoriale”,
per cui oltre al resoconto sul rapporto del soggetto col padre, troviamo la sua
localizzazione terrestre e contemporaneamente la trasposizione mnestica del
soggetto, il tutto in una coagulazione di senso dinamica, anzi,
vertiginosa nella ricostruzione e connessione delle rappresentazioni, come
praticamente sempre nella poesia di Ceni. Il rapporto con il padre, così, passa
attraverso un’offerta materiale che si rifà immediatamente al principio
originario della relazione, proprio come nei testi precedenti la materia
vegetale o minerale costituiva il primo livello del contatto con il mondo.
La memoria si sviluppa poi attraverso immagini di generazione vegetale:
“generavo frasche da potature e/ vegetali dai fori dei vasi”. La crescita appare
immediatamente associata a una capacità quasi creaturale del bambino, come se il
soggetto partecipasse direttamente ai processi naturali per prolungarli
nell’esperienza e, quindi, nella relazione, entrando nel mondo attraverso
connessioni tra elementi minimi, facendo emergere la vita dai vuoti e dagli
scarti.
A questa energia generativa di creazione e ri-creazione, si accosta però la
presenza del padre con i suoi strumenti di lavoro che appaiono come segni di
finitudine: “la pialla e le tenaglie le/ mille e mille falci della tua fine”.
Gli utensili artigianali diventano immediatamente immagini del tempo e della
mortalità. Il lavoro del padre è già inscritto in una dimensione terminale. Le
“falci” moltiplicate fino all’eccesso portano dentro la memoria domestica
un’immagine di raccolta e di taglio che riguarda insieme il lavoro e la morte.
Il passaggio centrale del testo introduce uno scarto: “ma già l’astronomia delle
piante e delle pietre/ ruotava nello spazio”. Riemerge con forza quella
dimensione cosmica che avevamo visto in Il giardino di Galileo. Piante e pietre
vengono pensate come astri, o meglio come elementi sottoposti a un ordine
orbitale, a una rotazione cosmica, a un massimo di distanza che, però, proietta
in qualcosa di più ampio il rapporto generazionale. L’immagine dell’“ultimo d’un
intero equipaggio” accentuando il senso di perdita e di separazione, scarica la
figura paterna collocandola dentro una deriva cosmica e in questo modo la
sublima. Il verso successivo – “e tutto era vetro e silenzio” – costruisce una
sospensione quasi assoluta: il vetro separa e lascia vedere, il silenzio
trattiene ogni parola. Ancora una volta la relazione avviene dentro una soglia
trasparente ma invalicabile.
Quando compare il discorso diretto – “Questa è la veglia, quindi” – il testo
assume apertamente un tono rituale. La veglia implica attesa, custodia,
permanenza accanto a qualcosa o qualcuno che si sottrae, per questo il soggetto
“si dispone attorno/ alla porta che mai si entrava”, la stessa porta dell’inizio
che torna come centro simbolico della poesia, non più soltanto luogo di uscita
ma luogo intorno a cui si organizza la presenza. Il soggetto si fa “offerente
tra le offerte/ dono tra i doni”: la relazione si trasforma in un atto di
disponibilità totale, quasi sacrificale, una forma necessaria e quasi disperata
di contatto.
L’ultima parte del testo apre nuovamente il paesaggio: “accendevo le torce,
preparavo il bivacco”. La scena domestica si sposta verso un immaginario di
campo aperto, di attesa notturna, un accampamento all’interno del quale traspare
la dimensione epica cui Ceni sembra voler condurre ogni relazione, il “tra”.
Mentre il figlio è in attesa, il padre è in risalita “al puntino di luce/ dal
fondo della prateria”, accompagnato da “una voce… di coyote”. La figura paterna
assume tratti selvatici e si colloca in un paesaggio che ormai appartiene
pienamente al mito come se la voce animale la inscrivesse in una conoscenza
ancestrale e profonda e come il finale, straordinariamente rivelatore, sembra
indicare: “sentivamo un sospiro d’intelligenza profondo/ di suprema melanconica
conoscenza di yeti”. La conoscenza viene affidata a una creatura liminare e
leggendaria, lo yeti, figura dell’alterità assoluta e insieme della sapienza
remota. L’intelligenza qui non coincide con la chiarezza razionale: è un respiro
profondo, malinconico, primordiale, un ponte sapienziale tra mondi.
Il testo porta dunque la relazione padre-figlio dentro lo stesso campo simbolico
che nella raccolta organizza il rapporto tra elementi naturali e cosmici. La
stanza del padre è una soglia visionaria, un luogo in cui memoria privata e
ordine cosmico si intersecano. Il padre non è soltanto figura familiare: è una
presenza che partecipa di quella oscillazione continua tra terra e cielo, lavoro
e mito, silenzio e voce, che definisce il cuore stesso della poesia di Ceni.
L’insistenza tematica sulla transizione tra categorie apparentemente distanti
diventa specimen in Il canto delle balene, tra i testi finali di La natura delle
cose. A quest’altezza dell’opera di Ceni, le iterazioni si affiancano alle
figure di contrasto, si fanno più frequenti i legami con il mondo animale,
rappresentato a volte come interlocutore o ammonitore per il soggetto/lettore.
La transizione è in direzione di una sostituzione-coinvolgimento degli esseri
viventi tutti, senza gerarchie ma come creazione ulteriore di mondi-soglia in
cui pietas e conflittualità si alternano, anzi, continuamente perdono i propri
confini e rimescolano i propri ruoli. Saltano in buona sostanza le referenze e,
di conseguenza, gli ultimi punti di riferimento per un soggetto che
panteisticamente si trova immerso nel moto di inclusione cosmico evocato sin
dalle origini:
Il canto delle balene
Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava
come immobili sogni dentro un’immobile mente.
La testa di dio è bendata
è deposta sul fondo,
leggere le bende si muovono
quelle che imprigionano il suo sguardo.
Dio è disteso sul fondo
con il piombo del mare addosso,
su di lui gravano i fondi delle barche.
Riempie e svuota le reti
inghiottendole e risputandole,
non ha sensi né pesci
dio è disteso sotto le acque e non respira.
Luna, luna, immobile luna nella mente
parole fisse al molo che incutono al vento
ed embricano alle onde com’è possibile possibile
possibile che tu ti esprima esprima esprima con
parole comprensibili da noi da noi da noi
che ti abbiamo tolto e ritolto dalla vita
dalla vita con le sue parole?
Le parole ricordano, le parole sono vostre
di coloro che guardano da terra
e ricordano la separazione dei vitelli dalle madri
e il ritorno sui pascoli già sfruttati nella primavera
e quello definitivo alla macchia per svernare e
sanno la separazione nostra come di chi
è richiamato alla realtà da una sua astrazione.
Noi andiamo con moto rovinoso
chiamandoci nel mezzo della scena
col nostro oscuro straziato suonare.
Questo dio mai si ridesterà
dal tumulo della buca franosa
nell’osso profondo
del mare ignoto e benigno
disfatta la cartilagine del naso
in mucillagini e bave
dissolti idra e cuore
caduto il vento
e salito al cielo il tempo.
“Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava/ come immobili sogni dentro
un’immobile mente”, subito il pronome personale iniziale introduce una voce
collettiva, e questo “noi” appare già sottratto a un’identità definita. Non
sappiamo subito se parli una comunità umana, animale, o una zona intermedia tra
entrambe. Il mare porta, ma ciò che trasporta è fermo: il movimento coincide con
l’immobilità e la coscienza viene subito descritta come “immobile mente”, quasi
un contenitore cosmico in cui i viventi galleggiano come pensieri sospesi. La
relazione è il mare stesso come principio di trasporto ontologico.
L’immagine centrale del testo è quella di un dio sommerso: “La testa di dio è
bendata/ è deposta sul fondo”, la verticalità cosmica è rovesciata e il divino
giace sul fondo del mare, immerso nella materia pesante, sepolto sotto il piombo
delle acque e sotto “i fondi delle barche”. Questa figura divina non governa, le
bende leggere che si muovono sono l’unico segno residuo di una possibile
vitalità, ma lo sguardo è imprigionato in un’immagine molto potente di “caduta”
ontologica: ciò che tradizionalmente fondava il senso è ora sommerso dentro la
materia marina. Questo dio immerso compie però ancora un gesto ambiguo: “Riempie
e svuota le reti/ inghiottendole e risputandole”, sembra che anche nella
passività permanga una funzione di transito che espone a una trasformazione per
cui il dio, pur continuando a intervenire nel ciclo vitale, lo fa come creatura
tra le creature, come una forza impersonale del mare stesso che dissolve il
divino nella dinamica biologica e materiale.
Nella seconda parte il testo introduce la luna e soprattutto la questione del
linguaggio: “Luna, luna, immobile luna nella mente”, queste prime iterazioni
creano un ritmo da “chiamata” nel tentativo persistente di stabilire un contatto
tra mondi un tempo incomparabili. L’invocazione è fatta di parole e la luna,
come già in altri testi di Ceni figura di distanza e riflesso, qui viene a
essere ponte d’unione tra l’incomprensibile e l’accesso al senso, un tentativo
di rinnovata affabulazione. Le “parole fisse al molo” appartengono alla terra,
all’umano, e si confrontano con la possibilità scandalosa che un’altra creatura
– probabilmente la balena – possa esprimersi in modo comprensibile. La triplice
ripetizione di “possibile” e di “esprima” segnala una tensione estrema verso la
comprensione dell’alterità. Non si tratta semplicemente di sentire parlare le
balene ma di interrogare il limite stesso del linguaggio umano. Il testo pone
una domanda radicale: è possibile che una voce animale entri nel campo della
comprensione senza essere ridotta alla lingua dell’uomo? Ma subito questa
domanda viene accompagnata da un riconoscimento di colpa: “che ti abbiamo tolto
e ritolto dalla vita/ dalla vita con le sue parole?”, è l’uomo che toglie la
vita alle balene oppure, come sembrerebbe indicare la struttura sintattica con
l’iterazione ecoica che sembra riprodurne il canto, le balene alla luna? La
lingua è sì strumento di dominio e di violenza, ma anche possibilità di contatto
e confusione di referenze, utile ad esternare un dubbio potenzialmente
rigenerante.
Il passaggio successivo amplia la responsabilità etica del linguaggio: “Le
parole ricordano, le parole sono vostre/ di coloro che guardano da terra”. Il
linguaggio umano resta legato alla memoria della separazione: quella dei vitelli
dalle madri, quella dei cicli di sfruttamento, quella dei ritorni forzati;
perciò, il mare e le balene fanno emergere una memoria che riguarda l’intero
sistema delle relazioni viventi in cui la separazione sembra diventare principio
universale della condizione terrestre. Quando il testo afferma “sanno la
separazione nostra come di chi/ è richiamato alla realtà da una sua astrazione”,
il movimento che abbiamo provato a descrivere si fa evidente: l’animale conosce
la separazione quanto l’umano, e l’umano stesso appare come qualcuno strappato
continuamente dalle proprie astrazioni. La differenza tra specie perde
centralità e resta il comune destino di frattura strettamente connotata dalla
significazione linguistica.
L’ultima autodefinizione del “noi” – “Noi andiamo con moto rovinoso/ chiamandoci
nel mezzo della scena/ col nostro oscuro straziato suonare” – porta questa
comunità a una forma tragica. Il canto delle balene è insieme richiamo, lamento,
eco di una ferita cosmica e il loro suono, per quanto straziante, può produrre
relazione. Chiamarsi nel mezzo della scena potrebbe significare, infatti,
continuare a cercare un contatto dentro una rovina condivisa.
Il finale torna sul dio sommerso e lo porta verso la dissoluzione completa:
“Questo dio mai si ridesterà”. La materia divina si decompone ma, mentre
l’elencazione disgregante crea un anticlimax – cartilagine, mucillagini, bave,
dissoluzione di organi –, gli ultimi versi aprono ancora un rovesciamento:
“caduto il vento/ e salito al cielo il tempo”. Il vento, principio dinamico
dell’aria, cade; il tempo, entità astratta e invisibile, sale. Ancora una volta
le categorie si scambiano di posto e il cielo è pronto ad accogliere un nuovo
tempo, come dire: l’inizio di un’epoca altra, sempre rinnovantesi dalla sua
stessa fine.
In questo testo è esposto un vero e proprio tour de force del senso, in cui il
venir meno delle referenze trova piena conferma. Il soggetto non dispone più di
punti stabili perché il mondo intero entra in un moto di inclusione in cui
umano, animale, divino e naturale si contaminano continuamente. Quella delle
balene è una voce che proviene da una zona cosmica intermedia dove il linguaggio
attraversa di continuo il limite della specie. Questa zona è lo spazio assoluto
e allo stesso tempo estremamente deperibile del “tra”.
Dopo il passaggio estremo di Il canto delle balene, siamo pronti a transitare
verso la nuova raccolta, Mattoni per l’altare del fuoco del 2002, che mette in
moto il mondo di un’infanzia ritrovata, un eden per niente pacificato dove
animali e bambini diventano i veri protagonisti della scena e di una diversa
ritualità (non per niente a loro la raccolta è dedicata).
La prima sezione del libro, Nel regno, si apre con un “suono di bestie” che si
dipana attraverso riprese e variazioni per tutto l’arco della sua durata,
incrociando figure infantili con un chiaro ruolo sorgivo: “Dove abita il bambino
abita Dio”. Figli e genitori si riconoscono in un dialogo sempre più fitto e di
trasmissione intensa ma inedita: “noi siamo andati perché arrivavi tu” cui il
figlio risponde: “O padre, o madre perfettissimi,/ andati perché arrivava la
somma,/ il grande bamboccio di carne,/muto alla primavera, muto al colore dei
pesci / e muto alla groppa del mare / a cui non sa dire: ‘Noi, elemento’”. Il
“bamboccio di carne” appare sotto una luce arcaica che esige un rinnovamento,
perché altrimenti non potrà giungere il “Noi”, l’elemento che riproduce la
relazione in una “cadenza di gioco” (Nel regno, VII). Per chiarire la tensione a
una relazione raggiungibile – anche se niente è mai definitivo in Ceni –
attraverso l’occhio animale dell’infanzia riportiamo per intero l’undicesimo
componimento di Nel regno:
> XI
>
>
>
> Tu che non sei di questo mondo e sei nella polvere
> e siedi alla parte breve del tavolo
> estrai dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso,
> coi tuoi pensieri stesi ad asciugare sul greto
> del fiume essiccato come cordicelle annodate
> da un bambino estivo, che raso sull’erba
> scocchi festuche marine alla terra e
> al passo dei tordi proietti la prua di pigne
> del promontorio nel ceduo del mare aperto,
> dove al medesimo intento le cieche aringhe
> migrano e sprofondano.
> Semplicemente, in una radura nel bosco,
> cucita alla fronda più alta la civetta inchioda
> alle loro piume come a peccati falangi di uccelli,
> schiere di alati perduti, cori di rimprovero e di pianto
> mentre tu avvicinandoti alla nave spaziale
> giunta infine a riprenderti fai il gesto
> di estrarre anche questa cosa dalla tasca.
Se in La natura delle cose il soggetto si trovava immerso in un sistema cosmico
dove le referenze si dissolvevano dentro una continua mobilità di forme, qui il
movimento si raccoglie intorno a una scena apparentemente più concreta, quasi
domestica, ma subito caricata di una densità simbolica che impedisce ogni
riduzione narrativa. Il bambino, l’animale, il paesaggio e il gesto rituale
tornano a costituire un’unica trama, come se l’infanzia fosse il luogo in cui il
mondo ricomincia ogni volta a nominarsi. Ma partiamo dall’inizio: “Tu che non
sei di questo mondo e sei nella polvere”, in questo verso convivono le due
polarità fondamentali dell’intera poesia di Ceni: estraneità e immersione
materiale, così come con il gesto successivo – “siedi alla parte breve del
tavolo” – siamo istantaneamente proiettati dentro una scena familiare per niente
pacificata. Il tavolo è sì luogo di incontro, di condivisione, ma la “parte
breve” suggerisce una collocazione laterale, ridotta, quasi ancora marginale
rispetto al pieno ingresso nel circuito della parola. Così si spiega l’atto di
“estrarre dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso”, da un contenitore minimo
esce il bosco, lo spazio vasto, arcaico che concentra il mondo in un gesto
elementare compiuto da chi sta nella parte più ridotta della comunicazione e
quindi del rapporto – il bambino, il poeta? – come se “il bambino estivo”, che
incontreremo a breve, possedesse la capacità di portare con sé interi territori
interiori e cosmici che aspettano di sgorgare. Infatti, da quel bosco si estrae
anche il soggetto stesso: identità e paesaggio nascono insieme, senza
separazione e coincidono nella forma di una continua emersione.
I “pensieri stesi ad asciugare sul greto/ del fiume essiccato” prolungano questa
logica di materializzazione mentale. Il pensiero viene esposto e disposto come
materia fragile in uno spazio prosciugato, il greto del fiume che diventa la
soglia da cui l’acqua è passata e anche il luogo dove il flusso è richiamato
alla memoria. Ancora una volta il rapporto si costruisce su una mancanza attiva,
su una traccia di movimento che non coincide più con il movimento stesso. Invece
l’immagine delle “cordicelle annodate/ da un bambino estivo” introduce il ruolo
generativo dell’infanzia. Il bambino estivo (dimensione di solarità e mitologia
di una rinnovata estate del mondo) che annoda le cordicelle, allo stesso tempo
ri-crea le relazioni – tenendo insieme frammenti di reale proprio quando, “raso
sull’erba”, scocca “festuche marine alla terra” o proietta la “prua di pigne/
del promontorio nel ceduo del mare aperto” – e riesce a tenere insieme più
dimensioni, sovrapponendo, in un’elencazione senza climax e per questo
estremamente inclusiva, la materia vegetale e quella marina, la navigazione
umana e il mondo animale.
In “le cieche aringhe/ migrano e sprofondano”, la cecità delle aringhe sembra
raffigurare un orientamento affidato a un sapere non visivo, a un movimento
inscritto nel corpo e interlocutore implicito di una relazione che,
accompagnandolo, supera il dominio umano.
La seconda parte del testo intensifica il carattere rituale della scena: “In una
radura nel bosco,/ cucita alla fronda più alta la civetta inchioda/ alle loro
piume come a peccati falangi di uccelli”, le falangi di uccelli diventano
“peccati”, e il bosco si trasforma in uno spazio liturgico dove la natura stessa
organizza forme di colpa e di ammonimento sotto l’egida della civetta, animale
tradizionalmente legato alla veglia e alla conoscenza notturna, con funzione
sacerdotale o giudicante. Le “schiere di alati perduti, cori di rimprovero e di
pianto”, rinforzano quanto detto, mostrando come il mondo animale partecipi
pienamente di una dimensione corale. Il canto, il rimprovero, il pianto
costruiscono una comunità sonora per cui il “suono di bestie” evocato in
precedenza mostra la sua necessità profonda: occorre sempre una diversa
comunicazione per abbattere i confini del linguaggio, un’apertura inclusiva che
rinnovi la sacralità della relazione.
Il finale è straordinario: “mentre tu avvicinandoti alla nave spaziale/ giunta
infine a riprenderti fai il gesto/ di estrarre anche questa cosa dalla tasca”.
La dimensione cosmica, introdotta dalla nave spaziale in maniera improvvisa
anche se non del tutto inaspettata, vivifica l’azione infantile dell’estrazione,
e la tasca, espandendosi verso questa nuova esperienza, si fa ancora contenitore
espanso del gioco spiraliforme della creazione. La tasca è la soglia di un
universo-matriosca o curva spazio-temporale, materia oscura legata a doppio nodo
al substrato infantile e animale che caratterizza Mattoni per l’altare del
fuoco.
L’infanzia come l’animalità, però, non sono simboli di un’origine innocente,
bensì qualcosa di più mobile e complesso che può implodere continuamente, che si
porta dietro la sua distruzione. L’ultimo testo della raccolta ci offre
un’articolazione quasi riassuntiva di quanto appena detto:
XXXIII
Io sto qui e da qui
vedo collassare le stelle, implodere i volatili,
cabrare verso il loro dio le nubi
per poi precipitare in lacrime e piogge;
vedo cadere tutto e tutto
ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
e la polvere dalla tasca buona del cadavere
persino volare in aria per un momento
l’erba tosata, la cenere dal vertice del falò
ma senza che mai nulla
giunga mai veramente al suolo,
così che la lacrima resta nel suo occhio, la pioggia nella sua nube.
Io, dalle volute di fumo umide e
dalle pire collinari e dai roghi contadini, credo
siano venuti degli uomini, credo,
ad ardere i campi e con essi la mia vita;
sia lode a loro perché da qui l’illusione è perfetta:
i figli cessano di crescere i genitori non muoiono
in ogni frutto traspare la sua gemma:
rivedo mio padre quando aprì la botola
e discese nel buio e nulla seppe mai più di me,
riodo i fischioni di richiamo lanciati verso qualcuno che non torna,
ed ecco spiegata la ragione del pesce elettrico
negli abissi del mare o perché gli uccelli credono
col loro canto di far sorgere il sole.
Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
e non perdonano e sono spietati
e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
per abituarti a guardare ogni cosa
come da dietro una vampa.
In questo testo la raccolta sembra veramente rastrellare e portare a un punto
estremo tutte le linee che l’hanno attraversata. Se in XI di Nel regno la tasca
infantile appariva come un contenitore capace di espandersi fino alla nave
spaziale, qui quel principio di espansione entra apertamente in relazione con il
collasso, con l’implosione, con una fisica del mondo che coinvolge
simultaneamente stelle, animali, corpi e memorie. Il precipitare delle forme è
espresso sin da subito, infatti nell’incipit leggiamo: “Io sto qui e da qui/
vedo collassare le stelle, implodere i volatili”. L’io espanso è all’interno di
un movimento critico, di una anomalia elettrostatica nella caduta. Il
verbo “collassare” riferito alle stelle si lega a “implodere i volatili” unendo
in un solo verso la fine dell’uno-molteplice, del mondo astrale e animale.
Ancora una volta il grande e il minimo, il siderale e il vivente, sono sullo
stesso piano percettivo anche se seguono la direzione opposta alla generatività,
in un processo di combustione generale che compartecipa, comunque, a una sola,
costante trasformazione.
Il centro della prima sequenza – “vedo cadere tutto e tutto/ ininterrottamente/
la foglia, l’ala, il vento/ che incitano il bambino giù dal tetto/ e la polvere
dalla tasca buona del cadavere” – è esplicita in tal senso: la foglia, l’ala, il
vento costituiscono una triade mobile, ma il bambino appare immediatamente
attratto verso il basso, come se l’infanzia stessa fosse sempre esposta al
rischio della caduta per quanto età sorgiva. E poi ritorna la tasca anche se in
forma radicalmente trasformata, come “tasca buona del cadavere” che elude, o
meglio, annienta l’inclusività del testo precedente. Il contenitore originario
accompagna ora il corpo morto, e la polvere che ne esce segnala che creazione e
dissoluzione sono assolutamente compatibili.
Subito dopo giungiamo a una sospensione quasi metafisica, “ma senza che mai
nulla/ giunga mai veramente al suolo”, tutto cade, ma non tocca davvero il
fondo; la lacrima rimane nell’occhio, la pioggia nella nube in un’immanenza
costante e senza compimento. Lo stato di immersione e sospensivo permette alla
memoria di riaprire il tempo – “Rivedo mio padre quando aprì la botola/ e
discese nel buio” – con il ritorno della figura paterna che attraversa
un’ulteriore soglia, apre una botola (infera?) che scende in un altrove
sotterraneo, e che, proprio come nei testi precedenti la porta o il corridoio,
definisce un accesso impossibile o differito. Ma qui il padre scompare nel buio,
non è lo psicopompo che conduce ma, molto più sommessamente, un essere che
transita nell’oblio in una scomparsa etica oltre che conoscitiva – “nulla seppe
mai più di me” –, la separazione adesso sembra essere definitiva anche se poco
prima si dice che “i genitori non muoiono”, perché, per Ceni, la fine non è la
morte ma il rischio che immaginazione e memoria si estinguano, solo così si
chiarisce l’immane spinta affabulatoria della sua poesia, perché solo “da qui
l’illusione è perfetta”, cioè proprio dal testo.
Anche il richiamo animale ritorna – “riodo i fischioni di richiamo lanciati
verso qualcuno che non torna” – ma senza risposta: gli uccelli, il pesce
elettrico, i volatili implosi sono segnali attraverso cui il mondo continua a
interrogare il destino del legame. L’immagine del “pesce elettrico/ negli abissi
del mare” è particolarmente significativa perché la profondità marina, abbiamo
visto, era centrale nei testi precedenti, e ora torna per spiegarci che
“qualcuno non torna”, indicando così la vera trasformazione visibile alla fine
della terza raccolta di Ceni che, ormai è evidente, risiede nell’impossibilità
di una circolazione puramente iterativa dell’essere. Invece, i cicli di morte e
rinascita sono sempre compiuti per ripartire da altre prospettive, in uno
sfasamento dimensionale e spiraliforme. Ecco anche spiegato perché gli uccelli
“credono/ col loro canto di far sorgere il sole”, il canto animale serve come un
richiamo – o avvertimento – al lettore, in una referenza ritrovata nella fede
elementare in una causalità non semplicemente illusoria, ma più specificamente
poetica, cioè, secondo le intenzioni più o meno razionali di Ceni,
affabulatoria. Così il poeta prova a superare (o eludere?) l’impasse relazionale
e la lunga lode finale sembra evidenziarlo:
> Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
> e non perdonano e sono spietati
> e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
> a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
> e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
> fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
> contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
> per abituarti a guardare ogni cosa
> come da dietro una vampa.
La formula liturgica della lode viene applicata a figure dure, perfino crudeli e
si riconosce che la vita si dà anche attraverso forme di violenza. L’immagine
dell’agrostide, ad esempio, che “combusta l’intera sua esistenza”, porta questa
intuizione al suo cuore per cui la vita è combustione lenta, metodica, “covone
dopo covone”, il verbo combustare restituisce perfettamente la logica di Mattoni
per l’altare del fuoco: vivere significa consumarsi e trasformarsi nello stesso
atto.
L’ultimo movimento – “contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della
vita/ per abituarti a guardare ogni cosa/ come da dietro una vampa” – riassume
forse l’intera raccolta. Contrazione ed espansione coincidono, proprio come
implosione e generazione, ma occorre abituarsi a guardare “da dietro una vampa”
il mondo, attraverso una soglia mobile, cioè, che deforma nel dolore e rivela
insieme (ancora un “tra” del rapporto).
Con Combattimento ininterrotto del 2015 – e ultima raccolta a oggi pubblicata da
Ceni – è ri-annunciata una conflittualità senza tregua, quasi una necessità per
“essere” nel mondo. Questo potrebbe significare che la relazione, che abbiamo
visto nelle raccolte precedenti si costruiva attraverso soglie, passaggi,
espansioni e collassi, ora sembra sempre più immersa in dinamiche di urto
costante, per cui si amplifica l’idea che ogni elemento esista come sotto
pressione. Infanzia e mondo animale, ad esempio, restano come costituenti di un
reale di percezioni assolute, matrici profonde di un “regno” della caduta ma
anche dell’esaltazione. Ciò che in Mattoni si presentava ancora attraverso una
ritualità sorgiva, dove il bambino poteva estrarre il bosco dalla tasca e la
tasca stessa diventava figura di un universo espanso, in Combattimento
ininterrotto tende a mostrarsi sotto una luce più scoperta, più esposta al
trauma del tempo e alla durezza della permanenza. L’energia infantile entra
nell’agone con più virulenza, come se ogni origine fosse ormai costretta a
misurarsi con una continuità di attriti.
Anche il rapporto con il cosmo cambia intensità. Nelle raccolte precedenti
stelle, mare, vegetazione, animali e presenze familiari entravano in un unico
sistema di metamorfosi dove il soggetto si lasciava attraversare da forze
multiple; in Combattimento ininterrotto questa apertura cosmica resta, ma assume
spesso una qualità più netta, frontale, come se la visione fosse meno affidata
al processo di espansione e più alla persistenza quasi muscolare delle forme. Il
cielo, la terra, il corpo e il linguaggio sono segnati da una tensione più
severa.
In questo senso il passaggio è perfettamente coerente con il finale di Mattoni
per l’altare del fuoco, dove la “vampa” significava imparare a vedere il mondo
dentro una deformazione ardente, dentro il consumo del comburere, ovvero dentro
la lotta costante con un mondo che, però, proprio perché attraversabile,
possiede la capacità di incontrare l’alterità. La stessa idea
di combattimento va letta come prosecuzione della logica del “tra”, di una
soglia che attraversa un ulteriore mutamento verso il luogo dove le forze si
misurano continuamente senza stabilizzarsi.
Anche la dimensione sacrale, così forte in Mattoni, non si esaurisce ma si
interiorizza nel gesto stesso della resistenza linguistica. Il rito adesso vive
nella capacità del testo di sostenere la durata dello scontro senza perdere
intensità visionaria. È come se la poesia, dopo avere attraversato il fuoco
dell’origine, si trovasse ora costretta a restare dentro le sue conseguenze, in
una vigilanza continua. Per questo Combattimento ininterrotto può essere letto
come il libro in cui il movimento spiraliforme delle raccolte precedenti si fa
più concentrato e insieme più esposto: ciò che prima si apriva in grandi sistemi
di metamorfosi cosmica ora si raccoglie in una dinamica di permanenza
conflittuale, ma vediamo come:
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
“Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dell’estate all’estuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce l’unica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli – estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto – e la sua ancor giovane moglie – la smarrita –
che udendolo rincasare gli tendono l’imboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dell’atrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metà, credendolo annegato in pensieri – l’identificazione,
ad esempio, di un solo grano di felicità per chilometrici litoranei
arenili – gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare l’inganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nell’impianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla – il frinìo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura –
l’amante sull’altra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sull’occipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro d’acqua,
l’unghia incarnita del piede giallo, col quale – ascolta –
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
– astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache – discese per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera
blindata della mente, e lì, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò l’intera notte – la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso d’ignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorte.”
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
Nel testo presentato, ogni immagine sembra nascere dall’urto con quella
successiva, per accumulo di fronti percettivi e memoriali continuamente aperti.
Il titolo, apparentemente nitido e isolato, introduce un animale che, come
abbiamo potuto constatare, in Ceni non è mai semplice presenza naturalistica:
l’airone, figura di immobilità vigile, di attesa e di scarto improvviso, diventa
subito principio di discesa, quasi voce che sovrasta e insieme avvolge, una
soglia. L’incipit e il finale, identici, costruiscono le due ante di una cornice
incantatoria: “Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,/
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio”. In questa
ripresa circolare leggiamo esaltazione e regno da un lato, caduta ed esilio
dall’altro, in perfetta coesistenza così come la nebbia, distribuendo il
visibile in modo intermittente, costringe a procedere per apparizioni parziali e
nella lunga deriva della materia in trasformazione.
Il lungo discorso interno che occupa il corpo del testo è scandito da un
imperativo ripetuto: “Entra”. Questo verbo è decisivo perché conferma che anche
in questa raccolta il centro resta la soglia che, però, non coincide più con un
punto preciso – porta, corridoio, tavolo, botola – bensì con una condizione
mentale e percettiva continua. “Entra, in questa Lapponia della mente in questa
Islanda del cuore”: geografie reali vengono immediatamente interiorizzate e
trasformate in territori psichici, Lapponia e Islanda sono i termini di
un’affabulazione a doppia entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la
Lapponia della mente corrisponde all’Islanda del cuore), poi l’accesso
all’immaginazione profonda dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce
la sua stessa simbologia. Come l’immagine del bambino nel mattatoio sembra
suggerire, accedere significa trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi,
“muggiamo” perché solo in quel modo, e solo nel perpetuo rinnovamento
dell’infanzia, possiamo aderire e far sopravvivere “l’eroe”, il sempre nativo,
l’allucinato (come i riferimenti ai guerrieri americani e l’utilizzo del peyotl
sembrano suggerire). L’eroe di Ceni, però, non ha nulla di epico in senso
tradizionale: porta la morte su una spalla e l’amante sull’altra, entrambe
invecchiate, entrambe ormai segnate dal tempo, un residuo umano (il poeta?) che
resiste attraverso una memoria che rilancia il futuro in figure sciamaniche. Il
racconto, perciò, scende “per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera/
blindata della mente”, dentro una soglia organica e interiore – la mente come
camera blindata – e come un guerriero indigeno, in un’incursione che è anche un
assalto rituale, quello della parola della poesia – “il racconto della fiaba”,
appunto – che fonde l’eroe e la stessa fiaba, affabulatore e affabulazione, in
un’allucinazione arcaica che ri-dona alla scrittura la sua potenza immaginifica.
Quando infine ritorna il distico iniziale, la ripetizione conferma che nulla è
stato risolto. Dopo l’intero attraversamento, la voce del poeta continua a
scendere come un airone grigio, “come una tenue trama invernale”. Questo
significa che il combattimento è davvero ininterrotto: ogni immersione riapre il
ciclo.
Il “tra” di Alessandro Ceni è vero spazio di durata conflittuale e senza
sintesi, la parola-airone che è insieme distanza e immersione nella materia in
attrito, che incarna una forma di sorveglianza combattente e non pacificabile.
Il senso di irriducibilità rintracciato in Airone grigio è inequivocabile in uno
dei testi conclusivi della raccolta:
Tempio
Eccomi, irriducibile tramite fra il cielo e la terra,
eccomi tra di voi, piante, officiante a medicarvi,
eccomi tra di voi completamente nudo e duro, pronto
a ingravidarvi al vostro minimo assenso:
come l’animale che libero siede e si volta
una sola volta a controllare se ci sei
e si appaga della sola tua presenza, un attimo prima
che l’intera foresta balzi e strepitando gli muova incontro,
così è il mio amore: asciutto e privo di ogni gioia:
nello stesso modo i delusi si separano o
un uomo viene fatto scendere alla frontiera:
ma, simile a chi si desta in un letto non suo e,
dimentico del presente inconsapevole del passato, non sa
e si domanda e bussa alla sua propria porta, vengo
umilmente a celebrare in voi me, a date stabilite,
il vostro inverno e la vostra primavera in me:
non ha prove il buon fabbro
quando pinza l’altrui morte: la forgia
al fastello delle proprie fiamme, l’afferra col mantice
dei sospiri, e poiché la morte ha un breve prologo nella vita
egli su di lei batte dal nulla un’incudine d’immagini:
una sconosciuta lacrima lo tormenta
un inusitato granello di polvere gli angoscia nell’occhio,
l’indesiderata stilla che friggerà sul suo ferro raffreddandolo:
così, dinnanzi voi, piante, mi nomino al neutro,
l’indivisibile, il sempre scisso,
accordo al vostro muto campo il mio sonaglio
e spezzo ogni legame come fossero fili di lana.
In Tempio si inscena ancora una dimensione rituale e già l’incipit – “Eccomi,
irriducibile tramite fra il cielo e la terra” – presenta il soggetto in una
postura ontologica in tensione, come “tramite” “irriducibile”, esposto
nell’attraversamento. La funzione di officiante – introdotta dalla formula
anaforica che insiste sulla presenza: “eccomi tra di voi, piante, officiante a
medicarvi” – prepara all’atto erotico e generativo – “eccomi tra di voi
completamente nudo e duro, pronto/ a ingravidarvi al vostro minimo assenso” –
spostando l’attenzione sul non umano: le piante diventano controparti di un
culto.
L’immagine, per quanto possa apparire estrema, è solo una tappa verso la
profondità relazionale e corporea cui Ceni ci conduce. Ne sono testimonianza i
due punti che, a partire dalla conclusione della prima strofa, costellano il
testo come cerniere elencatorie, soglie che trasbordano il nesso del rapporto a
sempre nuovi mondi. Così, nel passaggio successivo troviamo l’animale a fare da
tramite per l’agnizione del soggetto che può riconoscersi nell’amore “asciutto e
privo di ogni gioia”, scabro e scabroso nella sua inesorabilità:
> come l’animale che libero siede e si volta
> una sola volta a controllare se ci sei
> e si appaga della sola tua presenza, un attimo prima
> che l’intera foresta balzi e strepitando gli muova incontro,
> così è il mio amore: asciutto e privo di ogni gioia:
L’animale “si volta/ una sola volta” per appagarsi della pura presenza
dell’altro, senza possesso o permanenza e l’amore, sottratto a ogni
sentimentalismo, è vigliante ma anche sotto assedio – il selvatico della foresta
che balza e strepita –, è come la parola-airone di cui dicevamo in precedenza,
allo stesso tempo distanza e coinvolgimento, presenza pronta a dissolversi.
Per questo lo stesso amore viene accostato alla separazione dei delusi o alla
discesa di un uomo alla frontiera, perché la relazione è sempre prossima a un
limite, a un confine.
La frontiera è il “tra” – lo avevamo visto in Anedda, nel testo Confine – che
qui diventa anche luogo dove si è fatti scendere per impattare la soglia di
rischio che può perdere persino l’identità. Anzi, la frontiera è generativa
proprio per questo suo potere decadente, la sua potenza d’oblio che annienta il
soggetto, lo fa dimenticare e lo perde in un “voi” umile e rigenerante, una
celebrazione nell’altro, un altro rito di riconoscimento, una purificazione
ribaltata nel congiungimento e nella mescolanza:
> …simile a chi si desta in un letto non suo e,
> dimentico del presente inconsapevole del passato, non sa
> e si domanda e bussa alla sua propria porta, vengo
> umilmente a celebrare in voi me, a date stabilite,
> il vostro inverno e la vostra primavera in me:
Il gesto di bussare “alla sua propria porta” riprende una lunga costellazione
ceniana di soglie domestiche – la porta del padre, la botola, il corridoio – ma
con una torsione ulteriore: adesso il soggetto bussa a se stesso, perché
l’accesso alla propria identità, come si diceva, è diventato esso stesso
problematico. La ricerca del sé è comunque dentro un tragitto che lo travalica e
ingloba, e infatti l’inverno e la primavera sono nominati come cicli stagionali
che diventano interiori e condivisi. Mentre la ricerca continua, ecco insinuarsi
nell’ultima strofa la figura del fabbro – “non ha prove il buon fabbro/ quando
pinza l’altrui morte” – che rappresenta una potentissima trasposizione nella
materia (artigianale, della poesia?), del combattimento che prova a dare forma
al sé e, più in assoluto, al tentativo sempre attivo di rigenerazione che
abbiamo visto guida la poetica di Ceni. Così come la materia – la poesia – non
può bloccare la trasformazione, il fabbro non domina la morte: la afferra, la
porta nella forgia, la sottopone al fuoco delle proprie fiamme, senza mai
esaurirla poiché “la morte ha un breve prologo nella vita”, ne diviene
costantemente la premessa e l’“incudine d’immagini” su cui il poeta batte le sue
illusioni è la produzione figurativa che resiste e lotta senza alcuna
consolazione. La poesia è il combattimento ininterrotto per cui anche le parole
minime – la lacrima, il granello di polvere, la stilla che frigge sul ferro
raffreddandolo – sono armi impure che osano alterare il lavoro del fuoco (si
ricordi il titolo della raccolta precedente, Mattoni per l’altare del fuoco).
Nel finale, il soggetto torna su se stesso rinnovato e uguale – “così, dinnanzi
voi, piante, mi nomino al neutro,/ l’indivisibile, il sempre scisso –, in una
doppia formula ossimorica che conferma quanto in Ceni l’integrità dell’essere è
possibile solo riconoscendone la frattura costitutiva. Il neutro, allora, non è
indifferenza ma posizione sottratta alle identità stabili e l’indivisibile,
infatti, coincide con il sempre scisso. In questa inedita auto-investitura, il
soggetto riconosce umilmente la necessità di un nuovo accordo col mondo, con la
sua muta necessità e con il rischio dell’agguato – “accordo al vostro muto campo
il mio sonaglio”. Il rapporto tra parola e silenzio è espresso attraverso
l’accordo, ancora una volta un’ambivalenza semantica che agglutina in una parola
il cuore del soggetto modulandolo sui toni del silenzio vegetale. Il gesto
finale, però, – “spezzo ogni legame come fossero fili di lana” – costruito
provocatoriamente sulla sillessi (“ogni legame come fossero”) non contraddice la
relazione ma ne espande con un ultimo colpo di coda la criticità: ogni legame,
proprio perché reale, deve poter essere spezzato, rimesso in tensione.
In Tempio, ma potremmo dire in tutto Combattimento ininterrotto, il “tra”
raggiunge così una formulazione teorica e, allo stesso tempo, incarnata nel
testo, perché è la parola a restare irriducibilmente esposta tra cielo e terra,
tra cura e scissione, tra nominazione e perdita.
Gianluca D’Andrea
(fine)
L'articolo “Come da dietro una vampa”. Sulla poesia di Alessandro Ceni proviene
da Pangea.
Ho conosciuto Mattia la prima volta quando Piazza Navona era ancora lo Stadio di
Domiziano e si facevano le gare in onore di Giove. Mattia mi dice che proviene
dalla Campania Felix (nel senso di fertile). Scopriamo che dalle parti dello
stadio c’è un Odeon, dedicato alle sfide di poesia. All’epoca non
c’era Inverso e nemmeno Pangea (la rivista, perché la Pangea in effetti c’era
stata), però io e Mattia per passare il tempo della competizione ci mettiamo a
intonare un canto alla musa, e qualcuno dal fondo della sala ci definisce poeti.
Mi faccio quindi l’idea che Mattia sia legato in qualche modo a Roma.
Molte vite dopo (quantificate voi quante), il 31 gennaio 2026 facciamo un altro
evento insieme a Roma, in un caffè letterario che si chiama Horafelix (anch’esso
nel senso di fertile, dal latino). Questo reading però non è più per Giove
Ottimo Massimo e la sua effigie, ma per la Roman Beat Generation che sta per
venire (i tempi cambiano, il futuro è già passato).
Comunque ci viene voglia di farci una chiacchierata…
*
Mattia, da direttore di una rivista letteraria – Inverso, fondata con Gabriele
Galloni nel 2018 – registri delle tendenze nella poesia contemporanea italiana?
E in quella straniera? – di recente hai anche compiuto un piccolo tour poetico
europeo…
Che ridere il siparietto. Io però vengo da una terra irredimibile. Mercenari,
manicomi, radioattività. È la terra dei fuochi. Altro che felix, sta tutta
appicciata. Tenete le idee della terra lontane da me. Terre promesse, giardini a
cui accedere. Qualcuno diceva che «siamo ancora troppo terrestri». Andiamo
avanti. Non è stato un “tour poetico”. Sono andato a raccogliere fondi per
mandare aiuti in trincea. Elmetti per gli elicotteri, giubbotti antiproiettile.
A Praga c’è la più grande comunità della diaspora della più grande tra le guerre
del secolo. Mandiamo i corpi degli altri al macello ai confini dell’Europa così
ci sentiamo più sicuri e beatamente sonnecchianti nel Diritto. Ci risvegliamo
per difenderlo nelle rare occasioni in cui ci rendiamo conto che i nostri di
corpi, tra tutti sempre i più pacificati, diventano punti di presa, leve,
bersagli. Come se per il resto del tempo fossero assolti nel loro riposo,
intangibili, felicemente al riparo dalla storia. Il resto del viaggio è servito
a incontrare un po’ di poeti. C’è una carovana in cammino per l’Europa che sosta
dove meno te l’aspetti. Precisamente in luogo dell’Imprevedibile. È piena di
gente che la polizia non arresta perché non saprebbe come registrarla. Come li
archivi, questi? Li trovi nelle piazze che si dicono le poesie, alle feste di
paese, nel bosco che cercano piantagioni segretissime di marijuana e non trovano
né il bosco né la marijuana – piuttosto li vedi smaniosi come creature senza
sostanza, affamatissime. Quello che ha imparato a giocare a carte per fare certe
cose, quello che è stato un mangiafuoco, l’altro in bilico al baratro che ride e
più ride più si incarna in qualcosa che non sai e che ti inquieta, ti reclama.
Tutta gente con le spalle al muro che se ce li schiacci contro ci si infiltrano,
nel muro, e ronzano e ronzano, zanzare invisibili e senza consistenza,
fastidiosissime. Non hanno neanche una lingua da parlare, no, si tratta
veramente di un ronzio. Credo questo ti risponda anche alla questione della
poesia. Diciamolo che «il poeta non ha contemporanei», però, perché nessuna di
noi zanzare ha una vaga idea di come funzionino linearità e cronologia. Domani
mi sveglio e ti vengo a fare un’imboscata in un sogno che hai sognato da
bambino.
Ti ho sentito spesso parlare di “carovana” – cosa intendi, in ambito poetico?
Può essere un concetto contrapposto al personalismo poetico dilagante del
pensiero – “il mio libro, i miei premi, le mie recensioni”?
Una volta Dario ha sognato il mondo al tempo in cui il linguaggio non esisteva
ancora e solo io, raccontava, prendevo la parola per dire sciababàb,
sciababàbba. Così camminavamo sulle alture del villaggio, lungo le colline, e
improvvisavamo un grande tavolo per sederci e mangiare. Un’altra volta, invece,
Paolo Gera ha scritto: «‘Mattia Tarantino’ non indica un’entità individuale, ma
una tribù». Ecco, la storia è questa. Parliamo con le parole venute in sogno
agli amici, le parole per chiamarci al cammino e riunirci per mangiare. La
carovana prima di tutto ci ricorda che non esiste qualcosa come una vita
individuale. La vita di Dario, quella di Nicola, quella delle bestie, del
basilico e perfino di tutte le pietre e i corpi celesti sono una vita sola,
inseparabile, una variazione continua, emanazioni scivolose incompatibili con
gradi, specie, gerarchie. Figuriamoci quando si tratta degli amici. In che senso
Daphne o Luigi e la brodaglia che risponde del mio nome incarnino o dispongano
di vite differenti non riesco a capirlo. Siamo insieme allo stesso bar, seduti
ogni sera allo stesso tavolo, ci vediamo di città in città lungo tutto il Paese,
diciamo le poesie alle stesse persone negli stessi luoghi e i nostri segni
schiudono ogni volta l’accesso a un sotterraneo o illuminano un filo, una
cordicella, che conduce dall’uno all’altro. La cosa che abbiamo a lungo chiamato
‘vita’ sono questi sottopassaggi e questi portali schiusi ai segni, l’illusione
di un destino in luogo di precisi incantesimi di prossimità. No, nessuno ha
scritto un libro. Sono collezioni di furti, di tecniche per manipolarci
l’esistenza, parole che diciamo per attivare qualcos’altro ancora inaccessibile
che appena nominato appare e circola, inesauribilmente. Come quando senti di
qualcosa per la prima volta e poi non vedi altro: era tutto lì, è sempre stato
lì – o, al contrario, senza chiamarlo non sarebbe apparso mai. Questa è la
carovana. Le nostre esistenze, sciabababba, spese al riparo dai punti di presa e
di governo, da quello che cerca di censirci, amministrarci, farci una sagoma
nell’incantamento di razionalità senza incanto, il minuzioso gioco di prestigio
che chiamiamo Occidente. Nessuno ha scritto un libro perché tutto il libro è la
declinazione di un solo nome, e tutte le mani che puoi contare non fanno che
copiarlo. A noi, poi, di tutto questo piace il falso, perché il libro è il libro
delle bugie, delle panzane nere. Uno scherzetto.
Quanto è importante riscoprire il live, la lettura fisica, nell’epoca digitale?
È nello stare insieme che prospera l’arte?
Come dicevamo. Soprattutto perché viviamo nell’incantesimo che ha separato la
voce dal linguaggio. I viventi che detengono il potere di parlare e stabilire, i
viventi, cioè, che chiamano per nome il proprio potere di parlare e stabilire,
hanno informato le proprie esistenze del linguaggio e lasciato la voce agli
altri. La poesia è l’unico luogo in cui il linguaggio degli uomini alle volte è
felicemente sospeso e la voce rimossa riappare: crìcrì, bau bau, le voci degli
altri viventi, ma anche schècchera, smacche zatàn, perché questo, tutto il
linguaggio, è solo vento, la ventosità di un codice, un istituto un poco triste.
Si tratta di raccontare delle storie a chi incontriamo, no? Altrimenti ogni
saluto è dichiarare che nome porti, da dove vieni, a chi sei figlio. No, grazie,
Cvetaeva scriveva che «tutti i poeti sono ebrei» proprio perché qui non c’è nome
né provenienza, e figurati papà. Possiamo dire qualcos’altro, più divertenti e
omerici, cos’hai visto a Ogigia, ricordarci del porcaio, degli sciagurati finiti
in mare perché sentivano cantare. «Circe’s this craft, the trim-coifed goddess».
Ha ancora senso parlare di “poesia” o la produzione in versi comincia ad aver
bisogno di un nuovo nome, una nuova etichetta?
Avresti dovuto chiederlo a Jean-Marie Gleize, e la risposta ti avrebbe sorpreso.
Da parte mia non sono convinto la poesia abbia a che fare con la scrittura; più
radicalmente, non sono neppure convinto la poesia abbia a che fare
inevitabilmente con il linguaggio.
Sacha Piersanti ha definito Roman Beat Generation uno “scherzo serio” – tu come
la vedi?
All’Horafelix ridevamo dicendo che si tratta prima di tutto di un quadrato:
un ring, uno spazio per la lotta e, insieme, qualcosa che richiama. Sicuramente
ci sono degli infiltrati: ci avete infilato me, tutto espulso dalla beatitudine,
che vivo a Napoli, «a Sud di nessun Nord», e questa infiltrazione è una faccenda
idraulica, cosa scorre e cosa perde, cosa conduce a cosa e cosa porta, legami
incomprensibili – e quindi, ridiamo, facilmente, felicemente, un legame
nell’Incomprensibile. Sicuramente, ecco, uno dei pochi posti in cui non ci sono
stati chiesti i documenti, per chi passa e comincia a raccontare, e avrai capito
che è questo che mi piace.
Quanto è importante riscoprire il ventaglio lessicale del linguaggio poetico a
dispetto di un linguaggio comune sempre più risicato?
Ogni tanto torna in circolo l’idea le poesie debbano adoperare la lingua di ogni
giorno, e andrebbe anche bene, se non fosse così povera e dominata – e se
parlare del reale, del ‘vigente’, nella sua stessa lingua non fosse in fondo un
modo di confermarlo e raddoppiarlo per negazione. «Dialettica e dualismo»,
diceva qualcuno, «attirano il pensiero nella comodità degli scambi». Anche qui,
però, il punto mi sembra ritenere così certa l’esistenza di qualcosa come una
lingua, darla come presupposta; Gobard cinquant’anni fa scriveva che in luogo di
quella che chiamiamo ‘lingua’ sarebbe più opportuno parlare di bouillies, di
poltiglie – campi e usi di tensioni, forze più o meno egemoni, al posto di
restare nel mondo chiuso dei segni, nelle catene di significazione, pensieri che
tolgono la lingua dal mondo e con questo gesto inventano la lingua e il mondo.
Qui ci sono cose che fanno sciababàb, invece, roba che vaterca, che ci
smàcchera.
I lettori di poesia sono, spesso, essi stessi poeti. Noti un diverso approccio
mentale nell’accostarsi ai poeti vivi e ai poeti morti?
Dicevamo che «nessun poeta è contemporaneo a un altro» e potremmo aggiungere che
tutto l’apparato di scissione dell’esistenza in ‘vita’ e ‘morte’ non sembra
funzionare più granché. Proviamo a fare un capriccio di variazioni e
incarnazioni, piuttosto. Le conseguenze vengono da sé.
L’8 aprile scorso, in Campidoglio, hai ricevuto l’alloro poetico, 685 anni dopo
Francesco Petrarca – cosa significa, oggi, la figura del poeta laureato?
Dovresti chiederlo anche a Magrelli, però; io sono il principino. Abbiamo riso
molto dei rischi di questa cerimonia. Nel suo discorso ha raccontato
dell’aureola di Baudelaire rovinata in strada, e di qualcuno che passi, passi
pure, prego, per raccoglierla. Il gesto, diceva, che ha inaugurato la modernità
della poesia. Te li immagini i poeti scrivere in gloria della Festa della
Repubblica e leggere la loro poesia con la marcetta dei carabinieri in
sottofondo? Noi sì, tremendamente. Anche qui, però – ecco il punto – possiamo
infiltrarci. Stare serpentini nelle cose, imprendibili dalla viscosità che
operano, insidiare le mucose, tentare perfino una piccola infezione. Lasciare la
poesia, come scrive proprio Magrelli, derivi da ‘pus’, adoperarla e riconoscerla
come «un’infiammazione del linguaggio». Ecco, per risponderti, cos’è che
significa. Parlare tenacemente, inevitabilmente, in luogo di questa
infiammazione.
Edoardo Piazza
*In copertina: Mattia Tarantino secondo Riccardo Frolloni
L'articolo “In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino proviene
da Pangea.
Il grande Dylan Thomas. Il poeta allegorico, più che metaforico. Il finto
surrealista.
Il poeta musicale, artigiano della parola, ha sempre attratto tutti (poeti,
artisti, musicisti) al suo atelier.
Talmente distratto di se stesso, quanto presente agli altri.
Tutti l’hanno aiutato volentieri, riconoscendone il valore enorme. Eppure,
tasche e mani bucate, rivolte al vento più che altrove.
Dylan Thomas è sempre stato, fin da subito, genio e sregolatezza. E la sua vasta
quanto potente poetica, ce l’ha dimostrato. Di quest’ultima, ora, però, ci
interessa soltanto un elemento: quello del trascorrere implacabile e
ineluttabile del tempo. Poiché è proprio di questo che Thomas ci parla in una
delle sue (tante) belle poesie. E lo fa con ritmo, allegoricamente parlando
della natura per parlare di sé.
“La forza che nella verde miccia spinge il fiore
Spinge i miei verdi anni; quella che fa scoppiare le radici degli alberi
È la mia distruttrice.
E sono muto a dire alla rosa reclina
Che piega la mia giovinezza la stessa febbre invernale.
La forza che spinge l’acqua tra le rocce
Spinge il mio rosso sangue; quella che le correnti alla foce prosciuga
Le mie trasforma in cera.
E sono muto a urlare alle mie vene
Che alla fonte montana succhia la stessa bocca.
La mano che fa vortici nell’acqua nello stagno
Muove le sabbie mobili; quella che imbriglia i venti anche la vela
Regge del mio sudario.
E sono muto a dire all’impiccato
Che la calce del boia è la mia stessa creta.
Dove la fonte sgorga s’attaccano le labbra del tempo;
Amore goccia e si rapprende, ma il sangue versato addolcirà
Le ferite di lei.
E sono muto a dire alle intemperie
Come il tempo ha scandito un cielo attorno agli astri.
Muto a dire alla tomba dell’amante
Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso tortuoso verme.”
Tra un pub e l’altro, Dylan Thomas sentiva, sentiva troppo. Per questo era
poeta, poeta del popolo. E, per giunta, sapeva custodire segreti.
Non aveva freni. Istrionico. Non aveva bisogno di specchi. Era se stesso, e
tanto bastava. Come non gli bastavano mai, del resto, le sue donne.
Paradossalmente fedele alla moglie, Caitlin, fino alla morte, nonostante i
tradimenti reciproci. Come fedeli entrambi all’alcol: lui alla birra, lei agli
scotch.
Ma di una cosa soltanto, egli era veramente infedele. Nel tacere fino in fondo
la verità. E lo faceva con istinto, con il sangue, con il fuoco che diventava
parola scritta, con la sua potente voce registrata alla BBC: “Muto a dire alla
tomba dell’amante/ Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso tortuoso verme.ˮ
[…] “Muto a dire alle intemperie/ Come il tempo ha scandito un cielo attorno
agli astri.ˮ
Giorgio Anelli
L'articolo “E sono muto a dire”. Vasto elogio di Dylan Thomas proviene da
Pangea.
Potrei parlare dei tuoi versi e stare a girare attorno alle tue parole, quelle
che hai scritto in poesia, che già bastano e sono lì per sempre, come un
deposito di bene e verità. Io qui oggi voglio ricordare Matteo, che era poeta ed
era uomo, e le due cose non si separavano mai in te.
Ti ho conosciuto che avevo diciassette anni, in una lettura estiva che avevi
organizzato a Lugo o in qualche paese dei dintorni della bassa Romagna. Mi
ricordo la tua schiena un po’ ricurva in avanti, i ricci neri e uno sguardo
sempre attento a tutto, a dispetto del corpo che aveva una postura sempre
rilassata. Gli occhi li tenevi a fessura e sembravi anche distratto ma ascoltavi
tutto. Davvero tutto. La poesia non ti ha mai stancato, non ti ha mai sfiancato
l’andare e venire delle voci giovani. Molti della mia generazione ti devono
tanto, io per prima. Alcuni ti devono tutto.
Non ti sei mai stancato di ascoltare gli altri, di leggerli, di dare consigli,
di farlo nel tuo modo tagliente e diretto che io ho sempre apprezzato anche
quando mi avevi stroncato gli inediti, avevi ragione, sai? Ci ho lavorato dopo e
avevi ragione. Matteo Fantuzzi era così, non si stancava mai di accogliere i
versi degli altri, di aiutare, di dire la sua. Aveva una corazza forte e
sembrava anche molto duro, ma siamo nati sotto lo stesso segno delle stelle e
questo io lo capivo molto bene. Quando si ha nella loggia cardiaca molto spazio
per accogliere gli altri bisogna proteggersi bene. Era anche severo Matteo, non
dava spazio a morbidezze e linee d’ombra, lui se sentiva una verità in un testo
e se credeva in quel poeta andava dritto.
Mi ricordo una sua telefonata in un marzo di dodici anni fa, in cui mi chiedeva
se volevo entrare dentro “Atelier Poesia” come redattrice. E poi dopo qualche
anno una telefonata simile e la richiesta di dirigere la parte online, quando
Fabiano Alborghetti si dimise. Matteo riusciva a guardare le persone oltre le
loro insicurezze, oltre l’immaturità, oltre le paure. Ha riconosciuto moltissime
voci che ora sono voci ferme della poesia italiana, è stato sempre in grado di
spronare i giovani poeti che avessero davvero un fuoco dietro lo sterno. Anche
quando non ne erano affatto consapevoli. Rileggo i nostri scambi e sono sempre
stati pratici, lui che non sopportava i vocali e io che dovevo riscrivere tutto
per messaggio scritto. Il nostro dialogo era schietto, diretto, e penso sia così
per molti di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo. Non ho mai avuto paura
di dire la mia, anche quando lui aveva un pensiero totalmente diverso, non ho
mai avuto timore di discutere con lui sulla poesia di qualche autore.
Perchè Matteo era così, vita e poesia erano parte della stessa radice, non si
scindevano mai. Lui era poeta sempre, quando svolgeva il suo lavoro di
farmacista, quando stava coi suoi bambini, quando scherzava con gli amici.
Matteo era bravissimo anche a cucinare, ricordo le cene a casa sua, il suo ragù
buonissimo fatto tutto da lui, io – confesso – gli chiedevo sempre di farmi il
ragù quando organizzava una serata. Comunicare con lui era facile, ti diceva le
cose dritte, a volte anche in modo pungente, un po’ dovevi metterti a schivare i
colpi quando ti sferrava una sua verità che non eri pronta a sentire. Che lui
aveva già visto in te, prima ancora che tu fossi in grado di saperla
confrontare, starci di fronte serenamente a proprio agio.
Molti della mia generazione, e non solo, devono tanto a Matteo e ad “Atelier
Poesia”. Lui è sempre stato vigile, attento, acuto. Aveva le sue idee e le
difendeva ma aveva una capacità unica, che pochi nel mondo della poesia hanno:
sapeva rispettare le ideologie altrui, poteva dialogare con persone di
schieramenti politici e poetici differenti e totalmente opposti, sapeva mettere
lì la propria realtà, guardare quella degli altri e bere qualcosa insieme.
Non volevo parlare di lui solo come poeta, volevo dire di Matteo come uomo, del
bene che ha consegnato, della fiducia che ha riposto in molti giovani, come me a
quel tempo. Una volta mi chiese un commento critico su un autore molto noto e io
avevo sempre il timore di non essere all’altezza, non mi sono mica laureata in
lettere, gli dicevo, e lui mi rispondeva “meno male… non ho dubbi, per questo ho
chiesto a te e non ad altri”. Guardava oltre le etichette, le toglieva
proprio. Matteo non era solo il poeta della poesia più tragica e vera sulla
strage di Bologna, non era solo un poeta ‘civile’, Matteo Fantuzzi era molto
altro. Io lo ricordo come un amico e c’è una cosa che non credo dimenticherò
mai: la sua voce, aveva un accento romagnolo fortissimo, una risata
rotonda, leggeva i suoi versi come fosse scontato il miracolo della poesia,
poi i suoi occhi vedevano tutto, oltre le pose e le finzioni.
Clery Celeste
*
La tv cessò di andare
la sera del 10 di settembre
e l’indomani era dal tecnico.
Alla radio puoi soltanto interpretare
come vadano le cose, anche un aereo
che si schianta su una torre
te lo immagini, o la gente
che si getta giù da piani e piani
sull’asfalto, perché sa che non ha scampo.
Non ha nulla.
*
Lo sai si può partire
andare e basta, senza spiegazioni
fogli, né un’attesa
e a noi a quel punto
resta solo il volto sul cuscino
come una sindone, un’impronta:
restano i momenti mai voluto,
gli episodi. E resta
come squarcio la domanda
sempre feroce, sempre sanguinante:
“ho delle colpe?” e “ha capito?”
Lei ha capito che mi manca?
*
Aspetto davanti alla stazione di Bologna
un mio amico residente nel bresciano
e che non vedo ormai da tempo.
Non tutti i viaggiatori sanno che lì
c’è un orologio rotto: alcuni modificano
il proprio, mentre altri si rivolgono
agli addetti chiedendo spiegazioni,
lamentando il disservizio.
E per certuni quella lapide è patetica,
porta tristezza alla mattina presto a questi
che si recano al lavoro. Gradirebbero piuttosto
un cartellone che la sostituisca,
qualcosa d’esplosivo, una pubblicità di sconti
eccezionali, di prezzi bomba, qualcosa
d’inimmaginabile, che colpisca le coscienze,
che sui passanti abbia un effetto devastante.
Da Matteo Fantuzzi, Kobarid, Raffaelli, 2008
L'articolo “Qualcosa d’inimmaginabile”. Su Matteo Fantuzzi proviene da Pangea.