Margherita. Un incontro al di là del tempo (Ianieri Edizioni, 2025) di Annalisa
Terranova si offre al lettore come un libro che non chiede consenso ma ascolto,
non adesione ma silenzio. È un romanzo che procede per risonanze, per figure
riflesse, come se la narrazione non avanzasse ma ruotasse lentamente attorno a
un centro invisibile. Terranova, saggista, scrittrice e giornalista, costruisce
un incontro che non è solo dialogo, ma eco: due donne omonime, separate da
secoli e tuttavia prossime come due sponde dello stesso fiume, si osservano
senza vedersi, si riconoscono senza parlarsi. Una è Margherita da Cortona,
mistica del Duecento, penitente e Novella Maddalena; l’altra è una giovane donna
dei nostri giorni, ferita, spaesata, espulsa dalla propria famiglia dopo una
gravidanza indesiderata, che faceva la parrucchiera per poi lavorare in un
supermercato di Roma. Due figure che si intrecciano, si sovrappongono e talvolta
si confondono in questo incontro – come recita il sottotitolo del testo – “al di
là del tempo”. Ne nasce un viaggio in cui riaffiorano gli echi delle precedenti
opere dell’autrice: dai saggi sulle mistiche, come quello dedicato a Ildegarda
di Bingen, ai suoi bildungsroman al femminile.
Il romanzo si muove, infatti, in una zona liminale tra realismo magico e
allegoria spirituale, tra apologo e fiaba. La provincia, Roma, un supermercato,
un condominio di periferia: luoghi comuni, quasi anonimi, che progressivamente
si caricano di una densità simbolica inattesa. Lo stesso condominio in cui
approda Margherita, in via dell’Albatro n. 1, non è solo un indirizzo ma un
luogo di passaggio, oltre che un personaggio a sé. Il palazzo, con i suoi dodici
abitanti, si configura come una comunità iniziatica, un monastero laico, un
corpo simbolico in cui ogni figura incarna un sapere lontano, elementare, non
funzionale. Carte, numeri, colori, fiori, gemme, favole, orologi fermi: i doni e
i tratti dei condomini delineano un mondo ricco di segni, in cui si avvertono le
lezioni di Alfredo Cattabiani (in particolare di Florario) e di Cristina Campo.
Attraverso il simbolo e la struttura fiabesca, l’autrice interroga così il reale
con la lente del sacro.
Margherita giunge in questo luogo dopo una caduta: una maternità negata,
un’esclusione familiare, una solitudine senza parole. Come la santa medievale,
anche lei viene espulsa dopo essere stata giudicata, per abbandonarsi
all’erranza. Ma se per Margherita di Cortona la via è quella della penitenza
francescana, per la Margherita contemporanea il cammino passa attraverso
l’incontro, l’ascolto, l’accoglienza dell’altro in questo condominio quasi
landolfiano. Un viaggio accompagnato dagli abitanti della dimora, che orientano
e sostengono la protagonista. Teresa, figura assiale del romanzo, svolge una
funzione di guida discreta: è fonte di una sapienza femminile che non spiega ma
orienta, che non risolve ma custodisce.
La narrazione viene spezzata dall’arrivo di un’Intrusa. Non è solo un
personaggio, ma una forza: la disarmonia che irrompe, la negatività che infetta,
una modernità senza volto che corrode i legami. La sua presenza fa ammalare
l’albero del buon umore (simbolo di quella armonia condominiale), incrina i
corpi, rompe l’equilibrio. La guarigione non passa dalla violenza ma dal
discernimento: una volta riconosciuto il male, occorre nominarlo e allontanarlo.
Il parallelismo con la vita di Margherita da Cortona non è mai didascalico.
Terranova evita ogni agiografia e restituisce alla santa la sua umanità ferita,
i conflitti interiori, la fatica della conversione. La santità non appare come
una fuga dal mondo, ma come una grazia che nasce dall’attraversamento del
dolore. Allo stesso modo, la Margherita moderna non viene salvata da un evento
eccezionale, ma da una lenta ricomposizione di sé e del proprio destino.
Il finale suggerisce che la perfezione possibile non è l’estasi né il miracolo,
ma la fedeltà alle piccole cose. In un tempo che esalta l’eccezione, Margherita
sceglie la durata.
Terranova scrive con prosa limpida e sorvegliata, priva di compiacimenti. Le
numerose note non appesantiscono il testo, ma lo radicano, come se ogni simbolo
dovesse essere restituito alla propria genealogia. Ne nasce un romanzo mite e
necessario, capace di parlare di grazia senza retorica, di comunità senza
ideologia, di redenzione senza paternalismo. Margherita è, in questo senso, un
libro controcorrente.
Nel disegno complessivo del romanzo colpisce la scelta deliberata di una
tonalità irenica, quasi in contrasto con il rumore del presente. Terranova non
alza la voce, non denuncia, non accusa. Lascia che il male emerga come
disordine, perdita di misura, solitudine. Il suo è uno sguardo sapienziale, che
osserva senza giudicare e accompagna senza imporre. Anche Roma, spesso narrata
come eccesso o decadenza, appare qui come una terra desolata abitabile, un luogo
in cui l’incontro resta possibile. Il condominio diventa così una risposta
piccola ma concreta all’atomizzazione sociale.
La struttura fiabesca, leggibile anche alla luce delle funzioni proppiane, non è
evasione ma arcaicità consapevole. La fiaba è il linguaggio più adatto per dire
ciò che la modernità ha disimparato a nominare: il dono, l’aiuto, la prova, la
trasformazione. Ogni condomino offre a Margherita non una soluzione, ma una
chiave, un frammento di senso. Spetta a lei comporre il mosaico. In questo
senso, il romanzo è anzitutto un romanzo di formazione. La dimensione mistica
del libro è pertanto sottile e sincera, mai catechistica o dogmatica. La
Margherita contemporanea è attraversata da una sete di significato spontanea,
che la conduce quasi suo malgrado verso la figura della santa. L’incontro tra le
due avviene in uno spazio che non è storico né psicologico, ma simbolico: un
luogo di memoria profonda, dove le vite si rispondono oltre le epoche.
Il romanzo suggerisce che la colpa non è l’ultima parola e che la grazia non è
un privilegio per pochi. È una possibilità inscritta nella trama stessa
dell’esistenza, che si attiva quando si accetta di essere aiutati. La rinascita
non cancella il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma.
Margherita è dunque un romanzo che non consola ma accompagna, non promette ma
indica. Affronta il nodo della solitudine mostrando come l’umano, più che dai
grandi sistemi o dagli uomini eccezionali, venga spesso salvato dalle sue
retrovie: da mondi piccoli e da gesti minimi, come conferma la quieta epifania
finale.
Terranova consegna infine un romanzo civile e spirituale, di formazione e
riflessione, che sembra confermare la lezione di Nicolás Gómez Dávila:
> «Solo ciò che è ordinario mantiene ciò che lo straordinario promette».
In queste pagine, la frase trova la sua migliore conferma.
Francesco Subiaco
*In copertina: Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922
L'articolo L’ultima parola è la grazia. “Margherita”, una fiaba moderna al di là
del tempo proviene da Pangea.
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Nei giorni scorsi su “Pangea” è apparso un articolo di Gianfranco Lauretano e
Salvatore Ritrovato, in cui i due critici letterari segnano i loro punti fermi
intorno al poiein, cioè al “fare” poesia oggi. È un anticipazione de “L’anello
critico 2025” e il loro intervento mi ha ispirato (dopo vari articoli sul tema
che avevo scritto in passato proprio su “Pangea”) a cimentarmi di nuovo intorno
all’argomento del fare poesia, che può apparire superfluo e invece risulta
dirimente se si vuole provare a fare un po’ d’ordine valutativo nella società
della poesia. Società ancora vitale, ma piena di commercianti del do-ut-des,
tifosi e amichettisti (come tuonerebbe Abbate). Ma, a parte questo mio
rigo moraleggiante, Lauretano e Ritrovato pongono alcune questioni – con cui mi
trovo in parte in sintonia – che vale la pena analizzare. Premetto soltanto che
uno dei problemi maggiori per la poesia (come invece hanno cercato di ovviare i
giovani critici che, sotto l’ala di Alberto Casadei, hanno prodotto il saggio La
poesia attuale) è la mancanza di critici tout court. Ma di questo parleremo più
avanti.
Tutto il discorso di Lauretano e Ritrovato è attraversato da una forte critica
alla neo-avanguardia, come punto di cesura con le precedenti voci poetiche
novecentesche, quelle importanti e di riferimento, da Montale a Sereni, da
Caproni a Luzi, Da Bertolucci a Giudici. Ma c’è anche un mancato apprezzamento
di certe nuove contemporanee avanguardie-avanguardie.
Per parte mia non posso negare l’importanza contingente della rottura del
“Gruppo 63” nella storia letteraria nazionale e tuttavia c’è differenza tra chi
innova e chi rompe, come ho anche scritto nella poesia io non vorrei che nanni,
edoardo…, dove si mostrano alcuni stilemi della neo-avanguardia e dove la
conclusione definisce la contraddizione interna al movimento: “loro erano così
impegnati/ che manco si accorsero del/ sacco di palermo, era il 1963”.
Autodichiararsi neo-qualcosa prevede forti velleità, e alla fine c’è sempre
qualcuno più nuovo di te, c’è sempre un gruppo più avanguardista di qualsiasi
avanguardia. Mentre su questa linea io porrei piuttosto il tema abusato del
“contemporaneo” come enfasi di un mondo odierno che non sa più cosa c’era prima
e quindi non può inventarsi un dopo, un futuro descrivibile.
Un altro elemento messo in rilievo da Lauretano e Ritrovato è la necessità per
la poesia di uscire da certi limiti veicolari, dal proprio ambiente, o meglio da
quella che loro chiamano (gaddianamente) ambienza, cioè l’aspetto astratto
dell’ambiente. Certamente non può esserci poesia senza una partenza: serve
abbandonare qualcosa per cominciare a scrivere con le emozioni che andranno a
cementare il lessico profondo in un impegno nella lingua. È il viaggio che non
si è ancora fatto a decretare lo stimolo più tenace. E in questo i due critici
mostrano bene come i circolini e le consonanze artificiose dei gruppi di stile,
delle squadre omogenee di temi, addormentano i versi nella ricorsività.
Ritrovato in particolare spiega che la prima caratteristica della poesia è di
essere contro i tempi. Personalmente non so se la poesia abbia necessariamente
questo compito avverso, penso però che bisogna allontanarsi per capire dove
siamo. In termini militari si pensa che allontanandosi dal campo di battaglia e
mettendosi in una posizione alta, in rilievo, si possa vedere meglio la totalità
della situazione e quindi si possa capire meglio come attaccare il nemico. Nel
caso della scrittura il nemico è lo scrittore stesso che passa le giornate a
scrivere e cancellare, cambiare e ripristinare ciò che ha scritto. È questo un
lavorio nella lingua che il poeta opera nella società che si trova a vivere, ma
da questo parola abusata del contemporaneo, da questo presente egli deve anche
fuggire con uno scarto temporale. Se nella scrittura io fossi
totalmente o’clock non potrei avere lo scarto di visione che mi permette di non
essere qui e ora, e permette ai versi che scrivo di portare con loro un modo
differente, una musica che non andrebbe a Sanremo, per dirla con una
similitudine. Credo che la tensione nella poesia sia – almeno questa è la mia
maniera – quella che tende al classico. Perché c’è uno stile classico che
ricerco sempre, fuori dalla mondanità del regime poetico contemporaneo.
Nell’articolo di Lauretano e Ritrovato si parla di un periodo attuale in cui si
incrocia sempre più un approccio sciatto alla scrittura. Ma non è soltanto la
scrittura, è il mondo attuale a essere sciatto. L’accumulo di informazioni
annulla l’informazione stessa. Questa è pura sciatteria. Oggi, quando leggiamo
una notizia non possiamo chiederci da che parte stiamo, ma se quella notizia è
vera o falsa. Non solo noi non sappiamo più cosa è vero e cosa è falso, ma il
flusso ininterrotto di byte offusca la nostra memoria e pure la capacità
cognitiva del cervello, che non è più in grado di cimentarsi verso
l’inabissamento creativo e lo scavo nella coscienza. Siamo continuamente
sollecitati. Siamo nel periodo in cui il contemporaneo annulla ogni abilità
metacognitiva.
In un mondo del genere la meravigliosa definizione di poesia data dal poeta
italo-americano Jude Luciano Mezzetta suona ormai beffarda. Lui dice che “la
poesia sono le notizie che restano per sempre notizie”. E io gli credo, ma serve
il cimento di un esploratore indefesso per tenere barra dritta su questo tipo di
poesia. Oggi, infatti, è più semplice scrivere la poesia-facile, al posto della
poesia-poesia (definizioni che ho usato in un articolo uscito su “Pangea”).
Ma come si fa a tenere barra dritta sulla poesia-poesia quando, come raccontano
Lauretano e Ritrovato, gli editori di poesia cercano spesso l’autore con più
like sui social, per tentare di riprodurre quei like in vendita copie? Il
fenomeno del passaggio repentino dai social alla carta stampata (come dai talent
al concerto al Circo Massimo) esprime il nostro zeitgeist.
Loro parlano di un periodo in cui siamo passati dalla “democratizzazione” della
cultura alla sua “plebeizzazione”. È vero che stiamo vivendo un momento di
sconfortante ignoranza (del resto pure Platone nella Repubblica scriveva che
“non ci sono più i giovani di una volta”), ed è questo argomento che cambia il
tema da come si fa poesia a che cosa è la poesia, cioè si passa
dal poiein all’einai, dal fare all’essere. Se è vero che c’è un percorso
immanente al genere letterario della poesia, cioè il genere letterario della
poesia come tradizione da rigenerare ogni volta, è anche vero che esiste un
percorso della poesia in confronto alla cultura presente, cioè a un universo
numerico dipendente, dove quella che qualcuno di noi definisce ignoranza si basa
sulle capacità di muoversi, in maniera più o meno disinvolta, sui dispositivi
elettronici e digitali, più che conoscere a memoria il primo canto della Divina
Commedia o L’Infinito di Leopardi, o anche soltanto capire il legame analogico
che esiste tra l’Iliade, i sentimenti e le relazioni che esprimono e agiscono
nella storia narrata i personaggi di quel poema e la costruzione dei sentimenti
e delle relazione di un adolescente ai primi anni di un qualsiasi liceo.
Ha ragione Lauretano quando dice che questo nostro sistema digitale dei social è
il vero distacco dal Novecento. È anche per questo che i parametri di giudizio
odierni non possono più guardare soltanto a quel sistema critico e a quelle
impostazioni strutturali nel campo dell’analisi poetica.
Ma certo ci sarà ancora un posto per la poesia. E se c’è questo posto non è
nelle leziose antologie amicali o in un fantastico credo buono e oggettivo, ma
nella capacità che si avrà, da parte di chi si occupa di poesia come studioso,
di far emergere alla superficie quelle voci poetiche, quegli autori che stanno
fuori da chiese e segreterie di consorterie poetiche, brillanti come cartelloni
pubblicitari.
Ciò che manca come l’aria oggi alla poesia sono i critici. Tutti vogliono fare i
poeti e nessuno si è ancora piazzato convintamente e soltanto dalla parte della
critica. Si contano sulle dita di una mano coloro che hanno deciso di fare
questo lavoro e sanno farlo. Ma sono come i medici di base: meno ce ne sono più
perdono il senno perché hanno troppi mutuati…
La critica ha dismesso al proprio ruolo. Se ci sono stati grandi poeti è perché
hanno avuto accanto interlocutori autorevoli e competenti. Parlo di personalità
come quelle di Debenedetti, Blasucci, Garboli, Berardinelli, ecc. Critici che
hanno provato a scegliere e consigliare, male o bene, ma almeno hanno indicato
delle rotte possibili. Oggi tutti fanno tutto. E se tutti fanno tutto e nessuno
osa più una scelta precisa di competenza, al di fuori delle accademie, sarà
sempre più difficile fare una adeguata cernita tra il grano e il loglio, tra il
buono e il meno buono nella produzione poetica.
Oggi vediamo tanta poesia-facile pubblicata presso grandi editori. Nessuno nega
che McDonald’s venda tanti panini, ma nessun McDonald’s è citato in una guida
Michelin. Oggi che nessuno si prende più la briga di scrivere per la poesia una
guida Michelin seria (e non amichettistica), chiunque approfitta di equiparare
poesia-facile e poesia-poesia, come fossero la stessa cosa, come avessero la
solita funzione. Non starò qui a ripetere quale funzione abbia una poesia vera.
Ne abbiamo parlato con gli amici Fierro e Tomada su due riviste (“farevoci” e
“Il Ponte”) nei mesi scorsi. Qui provo a difendere un lavoro in poesia che in un
percorso lungo di anni (e non nel furore di un solo libro, o di una carriera
sempre uguale a se stessa) sappia ordinare un discorso ininterrotto e forte con
la tradizione e nel novero di una voce attuale ma separata
dal continuum temporale del qui e ora.
Sono meno d’accordo quando Lauretano e Ritrovato si soffermano sul fatto che
dopo i grandi autori novecenteschi (Caproni, Montale, Giudici) cade l’interesse
verso la poesia, perché i programmi scolastici arrivano a Pascoli e D’Annunzio,
il resto viene saltato… Insomma, vedo un grande interesse per la poesia, ancora
oggi. Ma è un interesse curativo, un interesse immediato, prêt-à-porter:
interesse per la poesia-facile.
Lauretano e Ritrovato pongono la questione di un dialogo che si è interrotto e
la pongono come dialogo dei poeti di oggi con quelli del Novecento, pensando a
esso come punto di arrivo e caparbio momento di crescita di fronzosi rami
letterari. Per parte mia sono interessato più al dialogo con la lunga tradizione
poetica italiana. Ho avuto la fortuna, da giovane, di poter avere a che fare con
Giovanni Giudici, cioè di avere la faccia tosta di organizzare a Pisa alcuni
incontri e seminari con lui. E tengo al suo lascito per tre cose: il rapporto
creativo e appassionato con la tradizione poetica, a partire dalle origini, dai
trovatori e dai Siciliani in avanti; il lavoro nella lingua, dove una parola non
è soltanto ciò che significa ma significa ciò che è; i principi costruttivi del
verso che ha una sua logica musicale, perché la poesia deve rispondere a una sua
armonia interna che diventa musica nella lettura.
E poi c’è questo “io” poetico, di cui tutti parlano. È un “io” particolare, una
specie di feticcio se trattato “egoisticamente”. Ma non si deve pensare che
questo “io” sia inderogabile. Intanto gli io di uno scrittore, di un’artista,
non sono uno solo, sono molteplici. E poi possono dispiegarsi in altre persone.
Io uso molto il “tu” come protagonista dei miei versi. Il libro Baltico, per
esempio, è quasi un romanzo in versi che racconta, in seconda persona singolare,
il rapporto reale e fantasmatico di un personaggio lontano da casa, col mal di
schiena, che riflette di fronte a uno specchio obliquo in relazione alle guerre
di ieri e di oggi. Quindi qui il mio “io” non è più soltanto io. Siamo in quella
che Caproni chiamava la profondissima zona della poesia in cui un io passa
subito alla pluralità, dove chi scrive diventa un noi, un individuo che parla
universalmente. Anche questa è una dote che la poesia-poesia dovrà tutelare.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: un’incisione di Roland Topor (1938-1997)
L'articolo Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza
dei critici proviene da Pangea.
Uno scrittore è davvero grande se sa raccontare il sesso. Il corpo – che è,
sempre, corpo del reato – è il banco di prova della scrittura: proprio perché è
così prossimo, così presente, resta indicibile, resiste arcano, un tabù. Fate la
prova: gli scrittori italiani di oggi, genericamente, mettono il profilattico
alla penna, hanno la tastiera algida, fanno la parte dei castrati – forse,
semplicemente, lo fanno male. Non si va, in letteratura, oltre languide carezze,
mortificanti sveltine, rituali brutalità alla bisogna. Nell’era di PornHub e di
OnlyFan, del corpo ovunque esposto, comunque in vendita, il sesso è assassinato;
tra le ossessioni letterarie è quella praticata peggio.
Per quel che ne so, il più grande scrittore sessuomane del Novecento è il
francese Marcel Jouhandeau, cattolico professo (ovviamente, quasi del tutto
assente nel perbenista panorama editoriale italico), mentre il più grande
scrittore di sesso è Isaac B. Singer. In un racconto, Sangue, Singer narra di
due – Reuben, macellaio, e Risha, ninfa-milf di trent’anni più grande di lui –
che fanno sesso nel macello, tra i “rantoli di morti delle bestie”. Non c’è da
stupirsi: ebreo di genia yiddish, Singer proviene da una cultura che ha
partorito uno dei più folgoranti poemi erotici della storia, il Cantico dei
Cantici (leggere per credere, meglio se nella versione di Guido Ceronetti,
stampa Adelphi). D’altra parte – lo dice il libro dei libri, Genesi –, è nella
scoperta di essere nudi (“e conobbero di essere nudi”, Gen 3, 7) il carattere
fondamentale dell’uomo, creatura divina svergognata su questa terra.
E la poesia italiana? Il culto erotico inaugurato da Saffo – che è poi un
viatico sapienziale – è stato raccolto dalle formidabili poetesse cortigiane,
spregiudicate in intelligenza (Veronica Franco, per dire) e dalle scrittrici
mistiche, non aliene da trafitture verbali di sacra lascivia (Caterina Vannini,
ad esempio, che fu, quindicenne, prodigiosa prostituta a Roma, fino a
convertirsi e a sedurre il cardinal Borromeo, oppure Maria Maddalena de’ Pazzi e
Veronica Giuliani; per un repertorio si veda: Mistiche, Magog, 2025). Un lavoro
pioneristico, in questo senso, lo hanno svolto, quarant’anni fa, Guido Almansi e
Roberto Barbolini varando una fenomenale “Antologia della poesia erotica
italiana”, La passion predominante, edita – con dodici incisioni di Agostino
Carracci – da Longanesi. Le conclusioni di Almansi – autore, tra l’altro, nel
’74, di una Estetica dell’osceno per Einaudi –, nella sugosa intro (Il problema
sessuale), sono letali: a parte rari casi – spesso eccezionali – siamo di fronte
a “un panorama da educande”.
Il pregio antologico fu quello di sovvertire il canone della poesia italiana: il
sole, in questa prospettiva, è raffigurato da Giambattista Marino, “tra i
massimi poeti erotici di ogni tempo”. Tra gli astri più splendenti, spiccano
autori altrimenti marginalizzati dalle pie accademie: il geniale Giorgio Baffo –
“poeta monologico: la mona è la sua monade” – autore di una paracula Lode al
culo, Pietro Aretino, “sovrano di una letteratura italiana del sottosuolo” e
Olindo Guerrini, istrione del verso, l’inventore di Argia Sbolenfi, ragazza di
“mediocre istruzione”, colta da “isteriche sofferenze… spesso erotiche”, a cui
sono ascritte delle Rimepretenziose, pretestuose, stuzzicanti, un’autentica
anomalia in un Ottocento altrimenti esangue, piantumato dal pudore.
Naturalmente, giganteggia D’Annunzio, che “s’aggira nel mondo della poesia come
un califfo nel suo harem”.
Vengono – giustamente – esaltati i poeti dialettali, la cui lingua meglio si
acclimata a un panorama di tette, fiche e lussurie in abbuffata (tra il Belli e
Tonino Guerra preferisco Carlo Porta e la sua indimenticabile Ninetta del
Verzee e il Filò di Zanzotto, grandguignolesco elogio del “toco de gnoca”).
Della nostra aurea tradizione vengono prediletti i bischeri, i briganti del
verso, dal “Pistoia” al Ruzante; alcuni sono delle assolute scoperte: il “poeta
marchigiano, che fu avvocato in Roma” Marcello Giovanetti, ad esempio, oppure
l’urbinate Giovan Leone Sempronio, che canta La bella zoppa, o ancora Giuseppe
Artale, poeta e spadaccino, di cui è accolto un sonetto che dice di una Pulce
sulle poppe di bella donna. Tutti autori del Seicento, l’epoca in cui
furoreggiava, in area artistica, l’icona di Maria Maddalena, spesso senza veli,
spesso eroticamente pronta, e quella di Davide come giovane efebo, un
“femminiello” dallo sguardo smaliziato, capace di vincere il più virile dei
Golia. Insomma, il gioco di dissacrare i sacrari, di smagnetizzare i moralismi
è, in letteratura, un balsamo.
Il pistoiese Francesco Berni – morto, probabilmente, avvelenato – riassume il
sale del tutto: “perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Certo, nessun italiano
è paragonabile al Rimbaud di Les Stupra, quando attacca “Le antiche bestie
montavano perfino in corsa/ con il glande corazzato di sangue e di merda”, ma
tant’è.
Antologia ineguagliata, che a suo modo fece epoca, La passion predominante torna
per Bibliotheka, con una prefazione di Roberto Barbolini (scrittore con gli
attributi: si leggano, almeno, i suoi “Racconti perversi”, raccolti come Sade in
drogheria, usciti una decina di anni fa per il mitico Guaraldi) che ragiona
sull’impresa di allora, motivandola:
> “il sesso – che pure ci mette a nudo – rimane una faccenda abbastanza
> misteriosa. È il chiodo fisso che alimenta tanto la ‘passion predominante’ di
> Don Giovanni quanto il ‘pensiero dominante’ del Poeta di Recanati, ma ridotto
> all’osso trova la sua sintesi forse più precisa nel cartesiano ‘coito ergo
> sum’ di un freddurista implacabile come Marcello Marchesi”.
Rispetto alla raccolta di allora, sono scomparsi i cantanti (Lucio Dalla,
Fabrizio De André, Enzo Jannacci) e alcuni autori (Guido Ceronetti, Jolanda
Insana, Valentino Zeichen…), probabilmente per ragioni di diritti: poco cambia
nel complesso della furibonda impresa. Spiace, più che altro, l’assenza di
alcuni inattesi come Julius Evola, “il Barone Nero della destra”, di cui si
ricalcava, all’epoca, “un erotico delirio”: “Tu sei vicina strana cosa viziosa
tu attendi distesa le mie mani che ti liberino delle vesti…”. I cammei
introduttivi, spesso, introducono a una ‘poetica’, a un modo d’essere, come
quello dedicato ad Antonio Delfini, “Dandy di provincia, surrealista in ritardo,
finto contrabbandiere, ricco possidente andato in rovina…”.
Dietro la maschera di autori novecenteschi dalla biografia improbabile
(Alessandra Manzettina, “ignota poetessa di origine lombarda, di cui si è
pervenuto un inedito” e Guido da Cortona, autore dalla vita “nomade e
sedentaria”, di cui è riferito un solo testo sulla “divina sodomia”), si celava
Almansi. Come a dire, in mancanza di meglio, meglio fare da sé. Mero onanismo
borgesiano? Come diceva quell’altro, alle masturbazioni cerebrali – difetto di
troppi poeti – preferiamo chi si masturba per il gusto.
*In copertina: la “Venere Rokeby” di Diego Velázquez oltraggiata con un coltello
da macellaio, il 10 marzo 1914, dalla suffragetta Mary Richardson
L'articolo “Perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Canone erotico della poesia
italiana proviene da Pangea.
“Genova ha un grande poeta, ma quasi nessuno se ne accorge. E forse anche questo
sarebbe stato il mio destino, se non mi fossi trasferito a Roma”: così disse a
Nicola Ghiglione nell’ottobre 1986 Giorgio Caproni quando lo incontrò a Chiavari
per l’ultima volta; e sul tema dell’indifferenza di Genova per i suoi poeti, già
provata sessant’anni prima da Montale trasferitosi volentieri a Firenze, lo
stesso Ghiglione era tornato scrivendo “Genova antica, con la stecca alla
persiana/ all’insù, usa a dannare gente di lettere:/ arenile di sembianze
domestiche e di fatti”, versi finali della poesiaGenova uscita sulla “Fiera
Letteraria” il 19 maggio del 1957. Ma perché Caproni definì Ghiglione un “grande
poeta”?
In piena guerra, a fine febbraio del 1945, fu pubblicato a Milano, per le
edizioni della prestigiosa rivista “L’uomo”, il poemetto Canti civili. L’autore
era appunto Nicola Ghiglione, nato a Voltri, borgo nell’estremo Ponente del
capoluogo ligure, nel 1915, diplomato al liceo classico Vittorino da Feltre di
Genova e durante la guerra, inabile per problemi fisici, addetto all’ufficio
censura alla Stazione Principe. Qui, mentre la città era bersaglio di continui
bombardamenti dal cielo e dal mare e vedendo attorno a sé drammatici episodi
quotidiani di sofferenza, uno alla volta Ghiglione compose ventitré Canti
civili, ciascuno dei quali aveva per protagonisti personaggi emarginati già
prima dello scoppio della guerra e che il conflitto aveva portato al limite
della disperazione; ed ecco allora i versi per il ladro di immondizie e per le
prostitute, per i guardiacessi e per lo spazzino, per gli straccivendoli e per
il beccamorto gobbo. Dall’insieme di queste poesie, per la loro essenza ricca di
suggestioni e di passione, di dolore, di ironia e di miseria (quante volte torna
l’invocazione “pane, pane!”), scaturiva un quadro di travolgente forza creativa,
del tutto originale nella scrittura, estranea all’ermetismo ormai spento e
semmai vivacizzata da immagini surreali.
Un’opera tanto originale e carica di suggestioni non poteva passare inosservata:
il primo che ne scrisse fu l’autorevole Carlo Bo che la recensì sulla rivista
“Costume” nel novembre del 1945, acconto alla pagina nella quale compariva il
suo commento al romanzo Uomini e no di Elio Vittorini, allora protagonista del
mondo letterario italiano. Nella recensione ai Canti civili Bo aveva
perentoriamente affermato che “non bisogna lasciar passare sotto silenzio questa
voce nuova e forte”, sottolineandone “la novità e la robustezza e anche le
qualità esemplari di tale invenzione” e soprattutto “l’urgenza di una voce”;
concludeva riconoscendo in Ghiglione “una natura viva di poeta”. Dopo questo
primo importante riconoscimento eccone un altro il 20 febbraio 1947 a firma di
Giorgio Caproni, che con Ghiglione aveva mosso i primi passi nella poesia quando
ancora viveva o frequentava Genova (da qui la frase citata in apertura), uscito
sul più importante periodico culturale italiano “La fiera letteraria”; le poesie
dei Canti civili vengono definite “strane” perché, affermava Caproni, “se le ho
chiamate così non l’ho mica fatto per ricorrere ad una pudica parola-paravento
essendo nudo di idee: bensì perché non trovo altro aggettivo capace di
qualificare il loro non essere in alcuna nostra convenzione poetica”, tanto che
più avanti si richiamerà a Sergej Esenin e a Edgar Lee Masters,concludendo che
Ghiglione si potrebbe definire “un poeta a suo modo maudit i cui terribili
fantocci giocano in un clima che sa quasi di brechtiana opera da tre
soldi”. Parte da questa motivata osservazione di Caproni sull’originalità di
Ghiglione e dunque sull’impossibilità – tanto cara a gran parte dei critici
italiani – di mettergli un’etichetta e di collocarlo in una conclamata corrente,
la ragione del prevalente disinteresse per lui da parte dei nostri valenti
esperti di poesia (solo Walter Siti lo ha citato nel suo saggio del 1980 Il
neorealismo nella poesia italiana). Fu una grande (e piacevole) sorpresa per me
ricevere una lettera da Parigi nella quale uno studente mi chiese notizie su
Ghiglione perché alla Sorbonne gli era stata assegnata una tesi su di lui:
quante all’Università di Genova?
Dopo un esordio così clamoroso, Ghiglione continuò a scrivere poesie, non più
drammaticamente tese come quelle nate in tempo di guerra, ma sempre attente ad
affrontare con un vocabolario immaginifico e non privo di neologismi, argomenti
di grande impegno civile; è il caso della profetica Volevo vivere scritta sul
finire degli anni Cinquanta e suggerita dalla costruzione in val Polcevera
(nell’entroterra di Genova) di grandi serbatoi di benzina che avevano distrutto
l’ ambiente naturale: “Amavo infinitamente quel colle/ che ora brucia; c’era una
terra violetta/ e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena. […] Volevo vivere
in quella terra sana”, ma ora da quelle raffinerie s’alzano al cielo, “torrioni
di bambagia”, emblema di quell’inquinamento atmosferico che allora non era certo
tema trattato dai poeti italiani. Ghiglione continuerà a scrivere in versi su
tutti gli argomenti che destavano in lui una forte creatività di immagini e tra
questi anche di sport, dal calcio all’atletica e soprattutto al ciclismo: ecco
allora Girardengo che per la Milano-Sanremo scende dal Turchino come “una
freccia/ lanciata con il vento giù per la/ discesa” e Coppi che giunge solo su
una vetta “crollandosi il sudore come una/ mosca sul naso, a tutto vento”.
Di fatto privo di un lavoro, Ghiglione svolse notevole attività giornalistica,
in particolare dal 1952 sul quotidiano “Il Secolo XIX” di Genova diretto da
Cavassa, ma quando nel 1969 questi venne sostituito da Piero Ottone per il
nostro poeta non ci fu più spazio; continuò a collaborare con altri giornali,
segnatamente con “Il Lavoro”, finché la morte lo colse il 16 gennaio 1990;
neppure una settimana dopo (il 22) si spense anche Giorgio Caproni, quasi un
segno del destino che aveva legato questi due grandi poeti anche se uno è
giustamente famoso e l’altro è ingiustamente dimenticato: ma è compito della
critica onesta sanare questi squilibri.
Francesco De Nicola
*
Poesie di Nicola Ghiglione
Poveri
I poveri lungo ai portali fanno a sciami
come i polli e i cani – vestiti di fame –
(la veste della fame è stretta ai fianchi).
Raccolgono sussidi e scarpe
indugiano a guardare i colori umani
nel tempietto vuoto delle vetrine sgonfiate
dove stanno appesi vestitini di carne.
*
Sera sul mare
Vedo la sera calare sul tuo viso
(farsi lacrima o destino) come vela
che parte; lascia il taglio della spuma
a giocare intorno alla sciupata arena.
da Incastri (1939-1942)
*****
Canto dei carrettieri
Le ruote del carro scricchiolano come letti
di ospedale. I cavalli appena escono cascano
fra le stanghe e mostrano il midollo agli uccelli –
fame fame – nel loro sacco
brucano il vento raccolto in fondo alle rotaie
*
Canto del caldarrostaio
Sono il caldarrostaio – non consumo né giorno
né notte – sono come uno scaldino.
Do il taglio alle castagne,
metto a sacco le mani.
Burloni passano i padroni –
burloni ladri e soldati – .
Fa fresco come d’estate nel mio camerino
coperto di lane.
Bruciate le mani di ogni furfante
nel mio calderone il carbone rovente
fa la ghisa viola.
Il ventaglio della mia banderuola porta
denti al destino.
*
Canto del ladro di immondizie
Mi brucia nelle tasche l’elemosina della spazzatura
e fumo calandomi sotto allo sportello – pace –
mi faccio il funerale e sento sulla testa
il passo del vigile che mi cerca – la ruota del ciclista.
Il ladro che accanto a me si sveste
nel buio come un rettile (e mi dice lo stesso di tacere
se mi punge il ventre con uno spillo).
*
Canto dei beoni
Lo stomaco nostro è verde se non ha più vino –
che giocattolo abbiamo nel cervello che ci balla
e parla come un vecchio e sdentato centesimo?
Noi vogliamo sentire rotolare le botti
con dentro i topi e suoni di violino.
*
Canto dell’ ombrellaio
Ombrelli – ombrelli – il mio grido denutrito
fa eco come la pioggia sulle piastrelle dell’intestino.
O uomini bagnati – fatevi largo con il parapioggia –
l’acqua più non logora le vesti – è la fame
che tutto intasca e fa pigro il monaco e il soldato
sotto il rosso ombrellone fuso di fiaschi di vino.
Ombrelli – ombrelli – preparatevi o uomini per la festa
un minuscolo ombrello impiccato al taschino.
*
Canto dei pompieri
Bruciasse tutta la città – il Municipio e la Cattedrale
le armi con le bagasce distese nei mantelli –
il fuoco sia un nastro rosso da mettere in gola.
Così impiccati al nostro carrame con la campanella
dondoleremo insieme – la corsa poggerà sulle nostre guance.
E dopo l’incendio di tutta l’umanità resti
un soldino e una scarpa.
*
Canto degli spaventapasseri
Noi figli dei contadini, miseri uomini del vento
con gli abiti senza bottoni e con scodelle d’argento –
(le lame del tegolo) a che battiamo strumento
per impaurire il cielo che ha segnato sui nostri cappellacci
un chiodo per impiccarci. A che ci sbracciamo, fratelli,
moncherini di cencio – il viso gonfiato di stracci
con un naso rosso e due occhiacci di spillo – salute ai passeri
ai rondoni che ci proteggono e alle lucertole che ci vendicano –
Salute a tutti – salute al frumento battagliato di lucciole.
Al gozzo tuo – o vecchio avaro – che mungi le pannocchie
per suscitarti lamento. O grosse tasche tu avessi
per seppellirti – vecchio crudele – Uccelli guarniteci il mento
e la garza per le nostre ferite donateci o rondini.
Non abbiamo ginocchi né capelli e solo gambe di legno.
A noi dunque le grucce! Mettiamoci a far saltelloni su tutto il frumento.
Fratello, sei gobbo, non rispondi – tu fai guardia davvero?
Ti hanno messo la gobba e un vecchio fucile a tracolla per far tremare i
bambini?
Aguzza l’ingegno e togliti la finta barba
fatti stirare la pancia dal vento: noi siamo i moncherini
e tu sei gobbo – arrancati il peso – se poi faremo a saltelloni
per battere tutto il grano del gran vecchio con un gozzo di legno.
da Canti civili (1945)
*****
Il Bisagno a Genova
Vivi nei muri segnato d’acque sporche,
Bisagno, mio fiume genovano,
scorrente in controluce
come ago in un paniere.
Nelle febbri gialle delle erbe
bruciano latte, e battono tamburi
i bimbi oscuri, sulle vecchie conce
qualcuno s’addormenta,
toglie un sasso al muro che decrepa
come moneta, nel sacco macerata
trovi l’arancia e lo spigo d’aglio,
un rigolo d’acqua mortuaria di Staglieno,
una pigna e una natta. C’è chi soffia
dentro alla carta un fumo a primavera,
come movesse schegge da l’arcaio
si curva e ravviva la fiamma.
Egli tocca la piaga al lumicino
dell’acqua scorrente, dentro al sasso
la pietra focaia ancora è nera.
*
Volevo vivere
Se per un momento guardo lontano
in quel terreno bruciato dalle raffinerie
vedo un cielo tempestoso e caldo.
S’è alzata una fiamma olearia
che guizza di rosso, e come se l’acqua
la toccasse ghermisce l’ombra, si disfa.
Amavo infinitamente quel colle
che ora brucia; c’era una terra violetta
e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena
e solchi erano pieni d’acqua calma.
Volevo vivere in quella terra sana,
ma la fiamma caseifina urla le notti
dei camionisti, nella garitta di pelo
c’è un occhio guardiano, un continuo
pigolio di benzina, e tanto silenzio di vetro
come torri ferme e torrioni di bambagia.
da Cartoline liguri (1958)
*****
Fausto Coppi, 1955
Coppi in vetta
Crollandosi il sudore come una
mosca sul naso, a tutto vento
giunse sulla cima, solo.
Dietro il vuoto
dell’intera salita,
uno spartiacque di gente
sui tornanti
che quasi si scopriva.
*
Moser, record assoluto dell’ora
Le corna dei manubri come i
cervi nell’arcuata sorte
dei mammiferi a pigiare sui
pedali e la lunata ruota
che non frigge più nell’anello
dei giri dell’ora che s’inabissa.
Non ti distrae l’istante
che s’inizia
e le nere farfalle della piste.
*
Trittico per la Milano-San Remo
I. Vecchia Milano-San Remo
Con i trabiccoli allora e con i cavalli
su per il Turchino, viaggiava
il corno di caccia in attesa del
passaggio dei corridori, e l’astronomo.
Una freccia
lanciata con il vento giù per la
discesa.
La maglia tricolore di Girardengo.
II. Attesa a San Remo, oggi
Forse il Poggio ancora
l’ultima distanza il tratto
non più molle tra i garofani
e le serre per un’ora solare
– la salita consacrata –
fino all’ultima curva
senza più la fontana
e il solo raggio – laggiù –
a interrogarsi
chi poi vincerà.
III. L’ultimo alla San Remo
Al suo passaggio l’ultimo
arrivato ha due mani
sul manubrio gonfie di proletario.
Non si arresta e sa
che la gloria sfuggita
dai suoi occhi gonfi di fatica
è una rossa farfalla senza nomi.
Così a San Remo tra la
folla che se ne va taglia con
la ruota la sua fetta di vita.
*
Domenica di fine campionato
Nella cucina il solito odore di pollo
ribollito, ed è così per ogni domenica
anche quando il campionato sarà finito.
Ogni domenica che giunge ineluttabile
senza essere sera, solo al suono dei clacson
ritorna la gente, ritorna il sonnolento rito
di chi ha vinto, ritorna la marea moscia
di bandiere arrotolate sotto il ventre
per chi ha perso la sua patria nel campo verde.
Ogni domenica ha odore di pollo ribollito
i miei nervi si sono spezzati su di un libro,
ho mosso la mia stanca aggressione di parole.
Sono misteriosamente fuoruscito da un
lungo tentativo per convincermi che il mondo
mi ha diviso, che il goool ha tanti
cuori rabbonito. Spazi ed addii: per sempre,
orizzonti chiusi, e i tempi solo sufficienti,
perché la crudeltà della notte mi sia breve.
(giugno
1981)
da Lunarietto sportivo (1991)
*In copertina: Telemaco Signorini, Giovani pescatori, 1861
L'articolo “Genova ha un grande poeta…” Nicola Ghiglione, il cantore dei ladri
di immondizie, dei beoni e dei ciclisti proviene da Pangea.
Asia Werty – nome fittizio, con esotismo d’acciaio in mezzo – esiste. In rete
non è difficile rintracciare qualche fotografia: ventunenne, carina,
probabilmente toscana, viso che ha il candore – al contempo – della prima della
classe e della follia. Anche se dice di amare “le atmosfere dark” sembra solare;
potrebbe essere insopportabile. Il suo primo romanzo – catalogato con una sigla
improbabile per noi dinosauri: the horror romance – è uno dei ‘casi’ letterari
di questo principio d’anno: in libreria lo si vede ovunque, a pile, a palate,
con il cartello che provoca all’acquisto. Stupisce che a un esordiente italiano,
tanto giovane, sia dedicato un tale entusiasmo editoriale: un sentore di
miracolo aleggia intorno ad Asia Werty. Il romanzo, The Shadow, è edito da
“Night + Day”, marchio partorito da Sem. La storia riassume, con garbo, i
consueti cliché del ‘genere’: dallo sfondo – un college a Montpelier, nel
Vermont, “fino a un secolo fa… poco più che un villaggio abitato in prevalenza
da nativi americani, quasi tutti discendenti dalla tribù degli Abenaki” – ai
protagonisti – studenti in estro –; ci sono, poi, morti misteriose, una scritta
“a caratteri grondanti sangue” che denuncia la presenza del mefistofelico
“Shadow Man”; le notti di sesso si confondono ai massacri, senza soluzione di
continuità; il centro del contendere letterario è “una creatura di un altro
mondo”. Con liturgica sapienza, il romanzo alterna parti drammatiche a momenti
sentimentali, pura trama a quadretti simbolici:
> “Nello stagno, fra le ninfee, grosse carpe guizzavano facendo volare via le
> libellule. Si diceva che giù nel profondo si aggirasse un luccio, ritenuto
> responsabile della scomparsa di almeno un paio di cigni neri”.
La casa di Julian – enigmatico oggetto del desiderio del libro – sorge tra
“vaste paludi”, nel bacino dell’Atchafalaya, tra “nutrie, trampolieri, aquile
calve, alligatori e mocassini acquatici”. The Shadow si legge con la stessa
spazientita energia con cui si vede Stranger Things – piaccia o meno è
secondario.
Ciò che sorprende, al di là del libro, è la
consapevolezza terribile dell’autrice. Prima di scrivere, Asia Werty ha letto
Bret Easton Ellis e studiato i film di Tim Burton. Il suo libro-modello è Dio di
illusioni di Donna Tartt – scritto “Donna Tart” nell’ala del romanzo… –, dove
compare, tra l’altro, “un piccolo raffinato college nel Vermont”. Non disdegna i
romanzi di Stephenie Meyer – scritto “Stephanie Meyer” nell’ala del romanzo… –,
la scrittrice di Twilight. Da The Shadow sogna di trarre una fiction – e di
vendere i diritti all’estero. Quando le parlo di ‘generi’ mi risponde che “in
letteratura conta il ‘come’ non il ‘cosa’”, e ha ragione. Quando le dico dei
‘giovani’ mi dice che i ‘giovani’ non esistono, che “si scrive per il mondo”. Ha
ragione due volte.
In fondo, The Shadow non è scritto in modo troppo diverso dai romanzi di troppi
narratori italiani che credono di fare letteratura ‘alta’ e che si ritrovano a
bere assiepati in cinquine, allo Strega. Per lo meno, Asia Werty ha il merito di
non fingere – sa quel che fa, non dice di fare altro –, di andare dritta al
punto, di raccontare qualcosa uscendo dal claustrofobico ombelico della
narrativa nostrana. Di certo – gusti miei – il suo libro è migliore di troppi
‘gialli’ all’italiana, ormai stucchevoli, proni alla fiction Rai, perfetti per
lettori in andropausa cerebrale.
Ma ad Asia Werty le polemiche di quartiene non importano. Dall’altro lato del
computer – dove abita?, sappiamo che ama andare per montagne – cita Beppe Salvia
e Sylvia Plath, dice che il suo libro, in fondo, è una riflessione sul male che
a volte non è il male. Verrebbe voglia di conoscerla, ma ama confondere le
tracce e sovvertire le trame – preferisce sparire.
“Asia Werty”: cosa vuol dire questo nome? Perché questo nome? Chi sei davvero?
Chi sono davvero non è importante. Conta l’opera, molto meno l’autrice. Il nome
è di vecchia data e dal momento che suonava bene l’ho scelto per il romanzo.
Conoscere la sottoscritta non significa conoscere il libro; vale semmai il
contrario. Per gli amanti della cabala, come saprai sono le lettere allineate
nella parte alta di sinistra della tastiera.
Sei giovanissima: scrivi per “i giovani”? Che categoria sono i lettori
“giovani”?
Il mio romanzo è per tutti, ne sto avendo la riprova in questi giorni. Trovatemi
un giovane che scriva autenticamente solo per i giovani; tutto ciò che si
scrive, in realtà, lo si scrive per il mondo. L’isola del tesoro di Stevenson è
per ragazzi o per adulti?
Perché scrivere un libro al posto di fare tutt’altro? Perché scrivere un horror
al posto di scrivere un libro di poesie?
Se ci sono cose più belle al mondo della scrittura, io non le conosco. Quanto al
resto, spero che la domanda non nasconda una scala di valori. Ognuno scrive
assecondando i propri talenti e le proprie inclinazioni. La qualità in
letteratura non sta nel ‘cosa’ ma nel ‘come’. Se uno scrive horror di qualità e
un altro pessima poesia, quale dei due giova alla letteratura?
Quali sono le tue ‘fonti’? I libri che hai amato – i film – le ispirazioni – le
aspirazioni.
Donna Tartt e Bret Easton Ellis, senza dubbio. Leggendo i loro romanzi ho capito
che dovevo progettare la mia storia, e farlo subito. Avvertivo un’urgenza. Per
me leggere e scrivere sono tutt’uno. A chi vede in The Shadow qualcosa di
Stephen King, strizzo l’occhio. Quando ho scelto di ambientare il romanzo nel
Vermont avevo le idee chiare – The Shadow doveva avere un respiro
internazionale. Il mio obiettivo? Vendere i diritti all’estero.
Il libro mi sembra, in superficie, un concentrato di clichés: Stati Uniti,
ragazzi, college, amore, morte, sparizioni, ombre, spettrali entità… Sembra
scritto per diventare una fiction (a proposito: nei hai qualcuna di
prediletta?). Lo hai fatto di proposito? Insomma, come hai costruito il libro?
Dici bene, in superficie. Ma se uno inizia a leggerlo scoprirà una realtà ben
diversa. Ancora una volta, in letteratura non conta il ‘cosa’, ma il ‘come’.
Anche Austerlitz di Sebald, in superficie, potrebbe apparire un concentrato di
cliché sul nazismo. Ma se ci si addentra nella sua lettura si scopre un libro
grandioso per il suo sguardo e la sua parola. Si può scrivere un capolavoro con
qualsiasi tema. E fare un pasticcio con la storia più ‘alta’. Spesso, la qualità
sta proprio laddove meno te lo aspetti. Quanto alla poesia che si scrive oggi,
non la frequento se non nei rari casi in cui è toccata dalla magia e dal senso.
Amo la poesia di Mariangela Gualtieri e Beppe Salvia; e andando più indietro
quella di T.S. Eliot, Marina Cvetaeva e Sylvia Plath: “Non servi, non servi
più,/ O nera scarpa, tu/ In cui trent’anni ho vissuto/ Come un piede, grama e
bianca,/ Trattenendo fiato e starnuto…”. Infine, naturale che voglia realizzare
una serie tivù ispirata al romanzo. La fiction che mi ha più colpita di recente
è Adolescence, capolavoro del realismo britannico.
Che cose vuoi dire, profondamente, attraverso il tuo libro?
Che il male non è il male e il bene non è il bene, non sempre almeno. C’è molto
di più da scoprire dietro le apparenze, anche se non sempre si è disposti a
farlo. Scrivendo ho voluto mettere in scena l’ambiguità, che è la chiave di ogni
romanzo. Quando Dante allude al peccato terreno di Ugolino compie un’operazione
dissimulatrice, in poche parole fa appello all’arguzia (o forse dovrei dire alla
scaltrezza) di un romanziere moderno; nel mio romanzo l’ambiguità è la
protagonista indiscussa. Nell’universo che ho creato ogni giudizio è sospeso
fino all’ultima pagina – forse per sempre.
Qual è, del romanzo, la parte, l’idea che ti convince di più – e quella che
riscriveresti?
Le scene meglio riuscite sono quelle immerse nella brutalità della natura (anche
umana), le Green Mountains, le paludi della Louisiana, il carnevale di New
Orleans tra riti e rimandi allegorici. Ovviamente la perfezione è soltanto
un’aspirazione, ma anche potendo cambierei ben poco.
Hai usato l’Intelligenza Artificiale per costruire la trama del tuo libro, per
‘informarti’ e fare ricerca? Credi che l’IA rovinerà la facoltà immaginativa
degli scrittori?
No, mi sono appoggiata a metodi tradizionali, ma non escludo di usarla in
futuro, quantomeno sul piano del reperimento del materiale (non della trama o
della scrittura). Parlando con altri scrittori, pare che l’AI sia un buon
supporto nella fase di ricerca ma che, allo stato attuale, fatichi a stare al
passo con la creatività umana e con i nostri canoni di bellezza e di senso. I
più grandi scultori avevano una pletora di aiuti di bottega ad assisterli, aiuti
che eseguivano più o meno meccanicamente i comandi sotto la direzione artistica
del maestro, secondo la sua visione artistica e il suo progetto ideale.
Sbozzavano il marmo, piegavano la materia, poi arrivava il maestro che la
modellava, la rifiniva, le dava la vita. Per come la vedo io, chi ha le qualità
per scrivere un’opera di valore lo farà con o senza intelligenza artificiale. E
viceversa. L’uomo resterà l’artefice primario ancora a lungo. Tra mille anni non
so. Se il progresso tecnologico non si può arrestare, bisogna imparare a
volgerlo a nostro vantaggio. Credo andrà così, dopo un periodo di inevitabili
assestamenti.
…e ora, cosa ti appresti a scrivere? Quale storia vorresti scrivere?
Il materiale a dire il vero non mi manca, sono molto operosa, ma per adesso non
rivelerò nulla. Non vi resta che aspettare.
*In copertina: manifesto per “La cosa” il film di John Carpenter del 1982
L'articolo “Conta l’opera, molto meno l’autrice”. Dialogo con Asia Werty (forse)
proviene da Pangea.
Gianfranco Lauretano – Il mantra critico oggi in voga, riguardo alla poesia
italiana contemporanea, è quello della frantumazione: l’impossibilità di
stabilire un canone, l’incapacità di indicare i valori poetici attuali e reali e
gli autori più importanti. La frantumazione, inoltre, segnala una rottura della
trafila generazionale, un’esplosione della tradizione in molteplici direzioni
contrapposte e prive di dialogo reciproco. La poesia attuale è stata definita un
“astro esploso”. Come si fa a ritessere un filo che appare evidentemente
interrotto già a partire dagli anni Settanta? Che ce ne facciamo della
tradizione se tutto deve essere nuovo, adeguato ai tempi; se dobbiamo fare i
libri come se fossero post dei social?
Salvatore Ritrovato – La prima cosa di cui bisogna liberarsi è l’idea che la
poesia debba essere aggiornata ai tempi. La poesia non deve essere aggiornata:
deve essere contro i tempi che viviamo. Deve essere “contemporanea” nel senso
usato da Agamben, per il quale contemporaneo è chi non si lascia accecare dalle
luci del suo secolo, anzi ne scorge la parte in ombra, l’oscurità, e questo buio
sa interpellarlo, cogliendone le pieghe e le contraddizioni; altrimenti non è
che intrattenimento. Se, prima di scrivere, faccio un’indagine di marketing e
scopro che i lettori vogliono poesie su come non si tocchino i sederi nei
supermercati, io scriverò quel tipo di poesia. Ma io non faccio indagini di
marketing: scrivo ciò che ho dentro, ciò che mi brucia dentro: le pomiciate non
mi ispirano, né in metropolitana né al supermercato. La prima caratteristica
della poesia è di essere contro i tempi.
GL – Dunque c’è un rischio: genuflettersi alla mentalità dominante. C’è un
ambiente, una nuvola di temi che devono essere usati a tutti i costi: la “poesia
di ricerca”, la poesia che non deve essere “assertiva”, ecc. Slogan. Espressioni
imposte da chi ha i mezzi per imporlo, da chi controlla editori, premi,
festival…
SR – Invece di “ambiente” userei “ambienza”, come la usa Gadda per indicare
l’astratto dell’ambiente. Ambienza. È questo che si intende quando diciamo che
bisogna essere contro il contemporaneo? Contro nel senso che non mi devo
accomodare nel tempo in cui vivo, ma verificarne i limiti, i nodi, le fragilità,
e guardare oltre, oltrepassare la soglia. Come altre arti, la poesia la smetta
di parlare di sé, abbia il coraggio di trascendersi. Faccio un esempio con…
GL – …tutte le immagini portano scritto ‘più in là’, come dice Montale
riprendendo Rebora.
SR – Sì, certo: ogni cosa porta scritto: “più in là”. Prendo l’esempio dalla
Costituzione. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, dicono, non perché
sia perfetta o esauriente, ma perché è “trascendente”: gli estensori sono
riusciti a non dire solo ciò che è giusto o buono, si sono lasciati guidare da
“principi-speranza” (citando Ernst Bloch) come libertà, democrazia, solidarietà,
lavoro, uguaglianza, fraternità. Di fraternità non si parla, non c’è un articolo
che dica “bisogna essere fratelli”, ma senti che quel principio c’è, perché non
serve vedere un aldilà o sperare in un mondo ultraterreno per immaginarsi
fratelli: si tratta di un principio che raccoglie tante leggi ispirate alla
solidarietà. Un principio metafisico, cioè che consente di andare oltre la
“fisica” della normativa. Se la poesia non adotta questo principio, la
letteratura resta ferma all’arte poetica di un Boileau. Una macchina perfetta
che rifonda il classicismo: che cosa bisogna fare per diventare poeti?
Frequentare una scuola di scrittura creativa. Applicare l’arte poetica. Ma quale
importante poeta lesse ai suoi tempi Boileau prima di mettersi a scrivere le sue
poesie? Oggi si vede che nell’ambienza poetica manca l’aria. Si può vivere in
una casa senza finestre? È un bunker, non sai più cosa accade fuori. Prima che
ammuffisca, apri finestre, fai una veranda: affacciati. Capisci che quella casa
è solo un punto qualunque dell’universo. È una casa in cui è facile nascondersi
e morire seppelliti: non resta che uscirne fuori, trascendersi.
GL – Una descrizione simile sembra adattarsi a certi poeti di oggi: la
poesia-bunker, la poesia che mangia se stessa, che si divora. Forse è questa la
poesia di ricerca? ma che cosa vuol dire ricerca?
SR – Se significa ricerca formale, allora la poesia rischia di ripiegarsi su se
stessa. A questo punto, preferisco Prévert, che non amava programmi e proclami:
ammesso che la sua non fosse poesia di ricerca, comunque era poesia vera,
com’era autentico ciò che scriveva e sentiva. Forse la poesia di ricerca è
quella “vera”…
GL – In fondo la ricerca è dovere di ogni poeta, nel senso che deve cercare la
forma più adeguata all’esperienza che vive e che vuole raccontare. Ma non è la
ricerca in sé. Tant’è vero che anche coloro che hanno trovato qualcosa alla fine
della ricerca, poi non ne hanno fatto nulla. Quindi, a che pro?
SR – Certo, non c’è dubbio. È la ricerca senza trascendenza della ricerca a
essere inutile. Guàrdati da fuori, considera la tua ricerca formale e rifletti
su ciò che stai facendo. Vuoi essere un poeta di ricerca: bene. E cosa hai
concluso? Hai cambiato il tuo modo di vivere o quello del lettore? Hai innescato
una metànoia?
GL – Andrea Inglese afferma che gli sperimentalisti storici, quelli della
neoavanguardia degli anni Sessanta, dei Novissimi, compresi i
neo-neo-avanguardisti degli anni Novanta, fino a quelli di oggi, non si
percepiscono come parte di una stessa filiera. La “poesia di ricerca”, nella sua
essenza autoreferenziale, non è nemmeno riuscita a diventare tradizione di sé
stessa.
SR – Non può diventarlo: questo è il paradosso. Se la neoavanguardia si
costituisce come tale, non può diventare tradizione, non può entrare in
un’accademia, istituzionalizzarsi, perché è, o almeno dovrebbe, essere
antitradizionalista. Parlare di “neoavanguardia” significa rifarsi a
un’avanguardia precedente, assunta come tradizione. Ma allora è più
avanguardia? Il gesto si fa una volta per sempre: tale è l’orinatoio di Duchamp
o la “merda d’artista” di Manzoni. Non puoi riproporlo, altrimenti è
maniera. Più vai avanti con le “neo”, più tutto si spegne: è come tentare di
accendere un fuoco solo con la brace; ci vuole legna nuova.
GL – Tu sai però che questo accade soprattutto fra i giovani poeti, magari
laureati. Trovi scritto – non sui libri, che non solo scrivono ma spesso non
leggono, ma su facebook – “La poesia è di ricerca o non è”. In che senso? È un
plagio generazionale mostruoso. Come dicevi tu: ogni “vera” poesia è di ricerca,
anche quella di Saba, che non amava l’avanguardia. La ricerca non è proprietà
esclusiva dell’avanguardia; è anche di Montale, di Zanzotto, di Pasolini, di
Caproni, di Luzi. Nessuno dei quali ambiva ad essere annoverato nella
neo-avanguardia. Oggi, però, non mi pare neanche una moda, ma un atteggiamento
dominante certa “trascuratezza” nei poeti. Non si riscontra un gran lavoro sulla
parola, sulla sua forza di espressione, si preferisce essere trascurati,
sciatti. Tante opere – anche di autori noti, pubblicati da grosse case editrici
– sembrano aver trovato una maniera che consente loro di non rimettere più in
crisi la parola e lo stile acquisiti: con poca fortuna e molto metodo, possono
fare, una dietro l’altra, anche dieci raccolte in dieci anni. Che cosa ne
pensi?
SR – Una volta esisteva la sprezzatura: una della più raffinate invenzioni del
nostro Rinascimento. Era un modo per non enfatizzare le proprie abilità: io so
scrivere versi divini, ma non devo ostentarlo, anzi questa qualità deve apparire
naturale, anche se è frutto di uno studio, l’artificio non deve sentirsi. Tutti
volevano la sprezzatura, ma pochi potevano permettersela: tra questi, Torquato
Tasso. È probabile che oggi, lontani da quella civiltà delle corti, per non
cadere nell’ostentazione, visto che la sprezzatura è impegnativa, si preferisca
la sciattezza. Oggi, il fenomeno che tu descrivi lo inquadrerei più
sociologicamente che stilisticamente. Penso ai ragazzi che per il giorno della
laurea indossano vestiti firmati ma con le scarpe da ginnastica: quasi a dire
“sono elegante, ma non ci credo”; e magari le scarpe costano più del vestito.
Allo stesso modo, scrivere in maniera sciatta risponde all’esigenza di far
capire al lettore che l’autore scrive poesie ma non si considera un poeta, come
se la poesia ormai appartenesse ad altri secoli. Se l’imperativo è stare al
passo con i tempi, allora perché scrivere poesie che vendono solo poche
centinaia di copie? Una volta il poeta pubblicava le sue Poesie scritte col
lapis (per citare una raccolta di Moretti), ma i suoi endecasillabi erano
eleganti, mai leziosi, persino facili; ora i titoli sono più complicati, a volte
cerebrali, e i versi sciatti. Un punto di non ritorno fu segnato da Satura di
Montale: “Ok, mi trattate già come un classico, ma per favore non chiamatemi
Poeta”. Montale entra in polemica con se stesso. Ungaretti non avrebbe condiviso
questa posizione: maggiore solo di pochi anni sembra appartenere a un’altra
epoca, com’è vero che muore nel 1970, e Satura è del 1971. Montale risente di
tutto il clima del ’68, dei processi di rivolgimento e riforma: cerca di
smorzare i toni, non è più il Montale che conoscevamo. Si potrebbe dire
che Satura è il suo esercizio di sprezzatura? No, non proprio. Tratti di
sprezzatura si vedono già nella Bufera. Satura contiene ancora una fede nella
parola poetica, indipendentemente da metro e rima. Il messaggio fu frainteso e,
a un certo punto, nessuno si sarebbe vergognato, davanti a un ospite, di
lasciare i panni usati in giro per casa, e i piatti sporchi nel lavabo, i letti
sfatti. Questo è confermato dal discorso del Nobel: Montale pare non creda più
in nulla, nemmeno nella poesia, ancor meno nel premio che riceve. Ora, una cosa
è che questo avvenga al culmine della parabola di un grande autore; un’altra è
che venga assunto a priori. Così non c’è più ricerca: si prende come dato
l’approdo amaro e disilluso di un grande autore e lo si adopera come stile
personale. La poesia-verso-la-prosa diventa maniera, moda, e se si va in questa
direzione, ci si adegua. Ma no! Che ciascuno trovi il suo passo. Una volta mi
hai fatto notare che una mia poesia era alquanto montaliana: una bella trappola
che avevo preparato a me stesso. Ci sono subito tornato al lavoro, è
fondamentale trovare un segno personale. Del resto, anche la moda si fossilizza
nell’arco di una generazione, dal momento che antropologicamente i cambiamenti
sono molto più lenti. Capita che chi scrive invece di an dare contro i propri
tempi, si adegui e magari si ritiri, si chiuda. La risposta,
minimal-crepuscolare, può suonare così: “Non scrivo più col lapis, tanto meno
con la macchina per scrivere, ma con la tastierina di un cellulare; pertanto mi
basterà parlare di cose infime scrivendo in modo infimo per non spaventare il
lettore il quale, a sua volta, scrive con il cellulare… Se questi trova una
parola come “ermo” o “erta”, si domanderà sgomento che sarà mai questo ermo?
Dovrà andare sul vocabolario, poverino! La poesia sciatta, invece, offre grandi
vantaggi: avversando la temuta tradizione, è altresì lontana da ogni brama di
ricerca, insomma si presenta come un altro polo deteriore della poesia di oggi
(avere la pretesa di scrivere su tutto, anche quando non vale la pena o non si
ha niente da dire).
GL – Penso, in questo contesto, a un libro come Trasumanar e organizzar. Quando
vi arriva, Pasolini non è un poeta sciatto: lui vuole scrivere bene, in modo non
di rado sontuoso e concettoso: sa scrivere, compone versi perfetti: le poesie di
Casarsa sono stupende…
SR – In Trasumanar e organizzar Pasolini sceglie la sciatteria come stile
eversivo contro ogni stile aulico o simil-aulico o anti aulico (come quello del
Montale di Satura): uno stile fortemente connotato, quasi a rovesciare o a
deviare in maniera definitiva la sua opera. Dopo questa raccolta che cosa
avrebbe ancora potuto scrivere Pasolini? Temo ben poco. E d’altra parte quello
stile rischia di diventare una moda. Trasumanar è una dichiarazione di poetica,
anzi un’ammissione di disperazione. È come se il poeta si domandasse se nel
mondo di oggi – con la vittoria schiacciante della società dei consumi, della
borghesia, della comunicazione, dell’informatica, dell’algoritmo ecc. – valga
ancora la pena faticare per trovare le parole giuste. Il mondo non lo merita. E
allora non resta che scrivere in modo sciatto, ma senza la stessa densità di
pensiero che Pasolini usa nei suoi libri. Se per Pasolini è un punto d’arrivo,
per molti altri invece è un punto di partenza. Così Cucchi, che vi è arrivato
sin dal Disperso, anche se poi è stato catalogato in una inossidabile linea
lombarda, contraffazione ideologica di uno slogan stilistico che Anceschi
adoperò, decenni prima, nel tentativo di cogliere un minimo comun denominatore
fra alcuni giovani poeti, destinati a un mercato editoriale nel quale non c’era
più spazio per la poesia.
GL – Vorrei porti una domanda sul Novecento, perché tu hai affermato che è un
secolo diverso dagli altri per vari motivi, a cominciare da quell’idea di un
canone minimo che riserva tre grandi poeti per ogni epoca; canone dal quale si
può dissentire, previa una proficua discussione. Ma hai anche osservato che il
Novecento è il primo secolo della storia umana in cui si verifica
un’alfabetizzazione di massa, e che questo comporta una moltiplicazione delle
esperienze poetiche, delle esperienze di scrittura e di lettura, perché molte
più persone hanno avuto accesso all’istruzione. Il Novecento ha quindi
registrato, in modo ampio, la presenza di una varietà di esperienze e dunque una
ricchezza inedita della poesia. Vorrei capire: secondo te, come bisogna guardare
al Novecento? Come possiamo riprenderlo in mano e valorizzarlo?
SR – Mi viene in mente una similitudine: c’è un albero il cui tronco,
all’inizio, cresce diritto, con qualche ramo che devia rispetto al ceppo
principale; a un certo punto si irrobustisce tanto che i rami si estendono in
ogni direzione, e sopra quei rami ne crescono altri, e poi rametti, foglie, e
così via. Il Novecento è come un albero maturo nato sul tronco della tradizione,
arricchitosi via via con nuovi innesti e ibridazioni. A irrobustirlo ha
senz’altro contribuito l’alfabetizzazione di massa. Al di là dell’acquisizione
dei diritti politici per tutti, insieme alla rivendicazione di una pari dignità
sociale (che non può esistere finché non sanno tutti leggere e scrivere, come
diceva Don Milani), l’alfabetizzazione ha permesso il recupero di vissuti ed
esperienza private maturate a livelli sociali e culturali diversi. Un esempio:
fino al Cinquecento e, in realtà, fino all’Ancien Régime, chi arrivava alla
letteratura, anche se di umili origini, poteva percorrere il cursus studiorum,
dalla formazione di base a quella universitaria, tra salotti e corti, a costo di
gran di sacrifici e solo con un po’ di fortuna. Nel Novecento, invece, anche chi
ha un’istruzione elementare può arrivare comunque alla scrittura (come prova la
messe di diari e memorie dei tanti soldati reduci dalla Grande Guerra); anzi,
non è necessario essere laureati – vedi Montale – per diventare poeti. Occorre
avere qualcosa da dire, e perciò è importante conoscere la letteratura, ma
soprattutto saper attingere alla propria o altrui esistenza come a un retroterra
di esperienze familiari, culturali, sociali ricche di verità umana. Pensa a
Rocco Scotellaro, il cosiddetto “poeta contadino”: definizione infondata, ma
utile a far capire come nella sua poesia – cólta a tutti gli effetti – vi sia il
recupero di una società, di una famiglia, di antenati ai quali sentiva di
appartenere, pur avendo compiuto studi importanti. In questo modo entra nel
sistema della letteratura non solo l’immaginario delle élites dominanti, ma
anche quello di altre classi, in estinzione o in ascesa, a lungo emarginate,
deprezzate, dominate. Se un tempo regnava una divisione fra letteratura alta,
letteratura bassa, paraletteratura, letteratura popolare, letteratura riflessa,
letteratura dialettale, e così via, nel corso del Novecento salta tutto. Chi
sceglie il dialetto non lo fa perché non sa scrivere in lingua, o per nostalgia
o per istinto regressivo, ma deliberatamente, nella consapevole ricerca di una
strada alla poesia. A cosa può servire cercare, per il Novecento, i tre poeti o
scrittori più importanti? Bisogna avere un’altra immagine del Novecento, cioè
non più una cima unica, ma un albero fiorente in cui ci sono rami che piacciono
di più a me, altri che piacciono più a te, altri ancora che piacciono a qualcun
altro, alcuni più robusti ma meno belli, altri più teneri e non meno
interessanti. Dobbiamo cambiare radicalmente l’immagine della letteratura.
Questo apparirà vero a chi voglia descrivere il secolo attuale, in cui siamo già
al venticinquesimo anno. Le cose si complicano perché non solo è possibile
accedere alla letteratura attingendo al proprio retroterra esistenziale e
familiare, ma si può addirittura portare sotto gli occhi di tutti, in modo
istantaneo, il proprio pro dotto tramite la rete. Ci sono siti che permettono di
pubblicare seduta stante ciò che si è scritto, ritenendo immediatamente che sia
letteratura. Alcuni di questi siti sono visitati da case editrici che
selezionano testi particolarmente apprezzati – che hanno molti likes – e li
trasformano in libri o romanzi. Così, uno si sveglia la mattina e scrive un
romanzo, o un racconto. Non esiste più alcun filtro critico: chiunque si
improvvisa poeta, scrittore, intellettuale, tuttologo. E su Internet quanti
tuttologi ci sono?
GL – Su questo affondo negli attuali mezzi di socializzazione mediatica mi
sembra che siamo già in un’altra fase rispetto al Novecento. La critica è
completamente evaporata. La poesia esiste ancora, e talvolta è molto buona, ma
la confusione dei mezzi di comunicazione, che sento chiamare “democratizzazione
della cultura”, è in effetti una plebeizzazione della cultura, ha prodotto una
massificazione che ha dissolto la virtù critica. Ha fatto decadere il gusto a un
livello tale per cui non siamo più capaci di riconoscere e definire il valore,
se non in termini sociologici – “questo libro è piaciuto a tanti, dunque vale”
–, o addirittura merceologici. Secondo me la frattura si produce con l’avvento,
su larga scala, del primo grande medium di massa: la televisione, negli anni tra
la fine dei Sessanta e i Settanta. Lì si spacca il Novecento, secondo le
indicazioni di Pasolini, il quale vide ciò che stava accadendo: il grande
cambiamento antropologico degli italiani, del popolo italiano, che è anche un
grande cambiamento nella poesia. Non a caso – e su questo ti chiedo un parere –
gli anni Settanta sono anni-chiave. Da una parte vi pulsa il grande Novecento,
perché negli anni Settanta ci sono ancora Montale, Bertolucci, Sereni, Luzi,
Caproni, Cattafi, Sinisgalli, Gatto, Betocchi, e molti altri. Dall’altra è il
periodo in cui esplode la neoavanguardia e in cui si affermano i nuovi autori:
penso ai neo-orfici, alla Conte e alla Milo De Angelis, e ai prosatori delle
“passioni grigie” alla Cucchi.
SR – Sì, è il periodo della “nuova poesia”. Sono anni di forte fulgore anche per
l’editoria poetica, che dopo un periodo di diffidenza riscopre la poesia, a fine
anni Settanta. Nascono tante riviste, dalle tendenze più diverse, e collane come
quelle di Guanda, e continuano a fiorire la ‘bianca’ Einaudi e “Lo Specchio”
Mondadori, senza dimenticare le prime antologie femministe e quelle di genere,
regionali, generazionali. E poi antologie diventate celebri come La parola
innamorata di Pontiggia e Di Mauro e Il pubblico della poesia di Berardinelli e
Cordelli.
GL – Sembra un periodo di gloria; si cita sempre la vicenda di Castel Porziano,
sopravvalutata. Ma in realtà la morte di Pasolini segna l’inizio della crescente
irrilevanza della poesia. Da una parte, come hai detto, l’alfabetizzazione di
massa avrebbe potuto far accedere alla poesia – se ben indirizzate – milioni di
persone. Quale occasione migliore di dire “Leggete poesia, vi insegniamo come”
nella scuola e nell’università? Dall’altra parte, però, si proponevano
Balestrini o Cucchi, che secondo me rappresentano l’inizio della fine della
poesia, fino all’irrilevanza odierna.
SR – Accade di tutto negli anni Settanta. Occorre sigillare la frattura già
indicata dalla neoavanguardia con una poesia che viene dopo, come
sopravvissuta: da un lato autori che chiedono alla poesia una parola salvifica,
orfica; dall’altro lato autori che si proiettano su un piano
ideologico-intellettuale, per cui conviene arrivare muniti di strumenti
raffinatissimi per capirli, e magari, una volta capiti, apprezzarli. Ma un
versante problematico, per inquadrare la crisi della poesia è anche la scuola.
Noi siamo frutto della scuola degli anni Settanta-Ottanta. I programmi
presentavano un Novecento parziale e incompleto ma bene o male arrivavano a
Pavese. Per accostarsi alla poesia bastava fermarsi tra Leopardi e Pascoli.
Asincronie, rispetto al presente, che hanno prodotto un sostanziale disinteresse
nei confronti della poesia, relegata alla voce, seppure alta, altissima, di
uomini appartenenti ad altre epoche. Se Pasolini può essere considerato il poeta
realmente ucciso – l’Orfeo sacrificato non più da baccanti, ma da criminali –,
questa discrasia temporale fra i programmi scolastici, fermi ai primi decenni
del Novecento, e un “secolo breve” sempre più aggrovigliato, sia pur
agonizzante, rappresenta una seconda morte, didattico-pedagogica. Qual è
l’effetto collaterale? Non si forma un nuovo pubblico della poesia. Hai parlato
giustamente dell’evaporazione della critica: ma la critica evapora se non ha un
pubblico a cui rivolgersi. I critici parlano tra loro un linguaggio sempre più
arcano e autoreferenziale. Il pubblico manca. Manca qualcuno che sappia dire:
“Perché dovrei leggere Edoardo Sanguineti? Perché non dovrei leggere Margherita
Guidacci?” La scuola non ha formato questo pubblico; l’università ha
temporeggiato dando vita a strane combutte amicali. I poeti stessi tendono a
costruire conventicole, parrocchie, club esclusivi. Così, alla fine del Duemila,
la lunga spinta del Novecento – Sereni, Fortini, Luzi, Zanzotto, ecc. – si
esaurisce con la loro scomparsa. I poeti nati negli anni Quaranta-Cinquanta non
riescono a proporre un nuovo modello perché non hanno un pubblico reale, e
ricevono sporadicamente il sostegno di lettori benevoli e accondiscendenti.
Siccome siamo nella “società dello spettacolo”, conta che anche la poesia goda
delle sue occasioni collettive: festival, salotti, premi. Ricordo un poeta di
quella generazione che lamentava anni fa di non essere mai invitato in
televisione. Gli suggerii di fare un corso da presentatore o di iscriversi a un
partito, se proprio ci teneva. E però non riesco a immaginare Fortini o Pasolini
che dicono: “non mi invitano mai in televisione”.
GL – Come faccio, oggi, a capire chi sono i poeti che valgono? Per la situazione
creata nella società italiana dagli anni Settanta in poi – spegnimento della
scuola, dell’università, dell’editoria, che funzionò finché Sereni dirigeva “Lo
Specchio” e Fortini lavorava in Einaudi –, e dall’altra parte il caos e la
frantumazione critica, poi aggravata dai social, io propongo questo criterio:
contano i poeti che hanno continuato il dialogo con il grande Novecento. Finché
sono stati vivi, è stato possibile incontrarli e poi leggerli “in presenza”,
fino ad oggi. Finché loro sono stati tra noi, eravamo ancora in continuità.
Diciamolo: i nati negli anni Quaranta-Cinquanta – Cucchi, De Angelis, Conte,
Mussapi – hanno scritto per reagire alla neoavanguardia. Persino qualcuno più
giovane, come Stefano Dal Bianco, con Scarto minimoreagiva alla neoavanguardia.
Poi è arrivata un’altra ondata di poeti, che invece se n’è infischiata e ha
ripreso il dialogo con il Novecento, quello che ha permesso alla poesia di
sopravvivere e le dà ancora qualche possibilità di riscatto. Io propongo questa
distinzione, tra chi ha tentato di innestarsi nella colonna vertebrale del
Novecento e chi l’ha interrotta, magari con uno scopo buono: salvare la poesia
dal tentato assassinio della neoavanguardia.
SR – Sì, ma qui occorre sfatare un annoso cliché che non saprei come definire:
la convinzione che la storia della letteratura sia marcata da un progresso
inesorabile. Non è vero: la letteratura attraversa le epoche per salti, scatti,
inversioni, sprofondamenti, riemersioni. Lo diceva anche Montale in una sua
poesia sulla storia. Non è vero che l’Occidente progredisce in modo continuo: ci
sono tramonti, aurore, deviazioni. È vero ciò che tu dici: io non ho cominciato
a scrivere confrontandomi con la neoavanguardia, che mi sembrava già inerme
sotto teca, ma alla ricerca del filo d’oro del Novecento. Un Novecento cui hanno
dato un contributo non solo le avanguardie, le correnti, le scuole, ma anche le
significative posizioni isolate di tanti autori. Un secolo progressivamente
imbalsamato, nonché vituperato e seppellito, con cui non abbiamo ancora fatto
bene i conti. Quando Luzi o Bertolucci scrivevano negli anni Trenta, ogni loro
testo aveva un significato che oggi, a noi, rischia di sfuggire: da una parte è
opportuno comprendere il loro punto di vista di ventenni che cercano una via
d’uscita da una società nella quale era rischioso esprimere la propria opinione;
dall’altra parte bisogna sintonizzarsi con i loro versi, tentare di comprenderli
alla luce di domande giuste, corrette, non anacronistiche. Una critica come
espressione di un dialogo libero e schietto. Così entriamo nel senso di una
letteratura nella quale un giovane poeta allora credeva sottraendosi alla
retorica del regime. Dialogando non metto da parte il mio punto di vista
soggettivo e non sottovaluto quello del testo che oggettivamente ho davanti.
Altrimenti non resta che tornare a vagheggiare il ritorno di Orfeo che però non
riesce, pur fornito di google-maps, a trovare l’accesso all’Averno. Come non
posso fare il neo-neo-avanguardista, così non posso fingermi, con tutta la buona
e ingenua volontà, neo-ermetico. Oltre un certo limite, la poesia invita a
buttare la maschera per andare incontro al lettore e costruire insieme una
comunità critica, alla ricerca di una parola che ci responsabilizza e in fondo
ci affratella.
*Il dialogo tra Gianfranco Lauretano e Salvatore Ritrovato, qui pubblicato in
anteprima, anticipa l’uscita de “L’anello critico 2025. Annuario della poesia
italiana contemporanea”
Le immagini in copertina e nel testo sono di Grandville, tratte da “Un autre
monde”
L'articolo La poesia è contro i tempi, altrimenti è intrattenimento. Dialogo tra
Gianfranco Lauretano & Salvatore Ritrovato proviene da Pangea.
I narratori delle pianure li conosciamo bene, come no: celati (anzi, Celati con
la c maiuscola) fra nuvole ariostesche e nebbie felliniane, sempre ansiosi di
perdersi nell’indeterminato orizzonte di bruma. Ma i narratori delle colline
sono un filino diversi… Praticamente il contrario. Amano i dettagli precisi
quanto i primi inclinano alla vaghezza; le trame solide con un inizio, uno
sviluppo e uno scioglimento invece del libero vagabondaggio della scrittura.
Sarà per via dei monti che scolpiscono il paesaggio e precludono lo sguardo a
perdita d’occhio, obbligandoli a “stare al punto”? Non lo so, ma a prima vista
l’idea che mi sono fatto leggendo A prima vista, il divertente screwball
mystery di Alessandra Calanchi edito da Galaad, ambientato durante un’estate dei
primi anni Settanta in un paesino dell’Appennino bolognese, è che ci sia davvero
un certo mood comune fra gli scrittori di pascolo e d’altura. Qualcosa che al di
là d’ogni giudizio di valore li differenzia profondamente da quelli di pianura e
li spinge a consumar sandali «battendo i sentieri da capre dell’Italia», come
Osip Mandel’štam pellegrino sulle tracce di Dante, per braccare indizi
enigmatici e impronte sfuggenti che aiutino a risolvere qualche mistero
cruciale, in modo da far tornare i conti. Da Celati a Benati, da Cavazzoni a
Mammi, i narratori delle pianure di far tornare i conti invece se ne
infischiano; amano andare in giro a vanvera fino a perdersi nella fumana; il
loro ideale rimane Astolfo che cavalca l’ippogrifo fin sulla luna alla ricerca
del senno perduto d’ Orlando.
Tutto diverso è il panorama se ci si arrampica su per i greppi e le cime avare
dell’Appennino. Pensateci bene: non è strano? In una certa zona a cavallo tra
l’Emilia e la Toscana, in un’area geografica limitatissima lungo la linea
sinuosa che va da Montombraro di Zocca a Pàvana, da Porretta Terme a Fiumalbo, è
tutto un gran fiorire d’enigmi d’autore: dal venerabile Loriano Macchiavelli in
coppia con il non meno venerabile Francesco Guccini al fiumalbino d’Algeria
Claudio Nizzi, sceneggiatore principe di Tex Willer dopo la scomparsa di
Gianluigi Bonelli, ma anche autore di umorosi romanzi dove la detection svolge
un ruolo capitale.
Ultima ma non ultima, Alessandra Calanchi s’aggiunge a questa consorteria di
scrittori d’altura con un romanzo fresco e leggibile, che va giù come un
sorbetto. Scritto in modo piano e affabile da chi ben conosce, per passione e
per studi, tutti i trucchi e le risorse del thriller, A prima vista è anche un
concentrato di sapori perduti: conserve della nonna e stoviglie color nostalgia,
streghe di campagna e donnoni felliniani, magici tarocchi e interminabili
partite a briscola, comari pettegole e ubriaconi esibizionisti. Macchiette d’un
tempo che fu, sulle quali si staglia, per potenza scatologica e carisma di
stampo rabelesiano, quel Mangiacristiani di nome e di fatto, Bestemmiatore
ufficiale del paese, che avrà un ruolo capitale nello scioglimento della trama.
Ma che razza di paese sarà mai questo Porto Apollo collinare dove non «c’era il
mare, e non c’era nemmeno un laghetto», un posto il cui maggior vanto stava
nell’aver dato i natali a un pittore, tale Giovannino da C. detto anche il
Pittorucolo, un villano che nella Felsina pittrice dell’eccelso Malvasia è
dileggiato perché s’illudeva di saper dipingere senza averne la minima
disposizione? Una veloce detection su internet farebbe presto a fornirci
l’identikit del paese reale che si cela dietro il microcosmo caricaturale così
saporosamente tratteggiato da Alessandra. Procedimento più che lecito, se
vogliamo seguire il profumo intenso delle spezie memoriali che l’autrice ha
sparso a piene mani sul “mondo piccolo” di Porto Apollo: un posto meraviglioso
per le scorribande fluviali e boscherecce della banda di ragazzini guidata dalla
Castellana (vistoso autoritratto dell’autrice come Giamburrasca), ma anche un
autentico mortorio per una combriccola che vorrebbe divertirsi un po’ alla sera,
ma può scegliere solo fra pomiciare di nascosto al cimitero o pomiciare ballando
un lento davanti allo sfavillante juke-box a gettoni nel bar del paese, emblema
sonoro della civiltà di massa che sta avanzando, con i suoi miti canori
importati dall’America. Perfino il prete del borgo, don Maicol, ha un nome made
in Usa, italianizzato storpiandolo secondo una voga che prenderà sempre più
piede negli anni; mentre il gobbo del paese si chiama semplicemente Mino, un
diminutivo alla vecchia maniera che nessuno dei tanti che vorrebbero toccargli
la gobba-portafortuna può in alcun modo storpiargli.
Magari mi sbaglio, ma è proprio in questo personaggio scempiato e marginale, un
sempliciotto dotato d’una doppia diversità insieme fisica e cognitiva, che
Alessandra è andata a nascondersi per esprimere al meglio lo sgomento dello
scrittore davanti al mondo delle parole che gli vorticano in testa e a cui
vorrebbe dare forma:
> «Che ironia della sorte! Sentire voci, pensieri, parole, e non poterne fare
> nulla se non farle danzare nella propria testa; farle accoppiare, mescolare,
> separare, in una continua giravolta di toni, accenti, significati?».
È quasi una confessione. Tutto il resto: l’immancabile delitto, il ritrovamento
del cadavere da parte della Castellana e dei suoi “sudditi”, il groviglio da
romanzo gotico che tira in ballo nel plot anche un convento (con tanto di suora
in giardino che prende il sole in bikini), fino al decisivo scioglimento servito
su un piatto d’argento al lettore, fa parte della strategia narrativa d’una
scrittrice che – non contenta di scherzare coi fanti – si guarda bene dal
lasciar stare i santi. Anzi, si diverte a scovare la gobba che ciascuno di loro
(e di noi) si porta addosso, pronto all’occorrenza a ingannare gli altri
spostandola da una spalla all’altra come l’irresistibile Igor di Frankenstein
Junior.
Davanti alla libera giravolta di parole e pensieri che s’affollano sulla pagina
Alessandra Calanchi non si ritrae, anzi la governa con piglio ironico ma deciso,
lo stesso che la Castellana sfoggiava, in quella distesa estate degli anni
Settanta, dominando i ragazzini suoi coetanei. Se fosse stata una scrittrice di
pianura, Alessandra si sarebbe forse abbandonata ai piaceri (e ai doveri) della
vanvera fino a volare con l’ippogrifo sulla luna come a volte succede, da
ragazzi, quando ci si smarrisce completamente in un gioco. Ma non c’è bisogno
della seconda vista per accorgersi che l’autrice di A prima vista non ama i
viaggi verso l’ignoto: i narratori delle colline non possono fissare troppo a
lungo un orizzonte che si spalanca all’infinito, neppure per riderci
sopra. Nella partita a nascondino con il lettore giunge allora il sospirato
«Tana libera tutti» che ci riconsegna, con qualche nostalgia, alla cosiddetta
realtà.
Roberto Barbolini
*In copertina: fotografia di scena da “Otto e mezzo”, il film di Federico
Fellini del 1963
L'articolo Dei narratori di pianura e di quelli di collina… Discorso intorno
allo “screwball mistery” di Alessandra Calanchi proviene da Pangea.
Il Doblò naviga ai sessanta all’ora nella dolce pianura umanizzata, tra gli
sterpi secchi, l’erba gelata, il fumo dei comignoli. Tutto è fermo e grigio, e
l’appressarsi di un’altra notte di coprifuoco è solo il passaggio del turno tra
una stasi innaturale e angosciosa, e una fatta di cupa dolcezza.
Noi siamo azzurri e gialli, io guido mentre Mirko sta seduto dietro accanto al
signor Giacomelli, ancorato con la carrozzina tra i denti del Doblò. I
moschettoni freddi che lo tengono fermo ciottolano alle irregolarità del manto
della statale. Rosanna, la moglie, è accanto a me. Non si cheta un attimo, è
tutta un lamento, quarant’anni di lavoro alla Alvex, i fumi, la pensione che non
basta, come si fa adesso con le scale da salire, la rumena da trovare. Io sono
lì che guido con dolcezza e penso che ognuno ha il suo dolore, tanto vale
accettarlo con dignità e non farne tutto il proprio mondo.
A dir la verità, io ho un po’ fatto del mio dolore tutto il mio mondo. È un
fatto naturale, a cui la società odierna ti spinge: se non puoi essere altro,
sii almeno una vittima. Ho ventinove anni, non ho patologie pregresse, sono
anche noiosamente non povero. Perdio, almeno una bella diagnosi psichiatrica!
Per cui via di paroxetine, di benzo, di derealizzazioni. Non vedo l’ora di
parlartene, appena mi rendo conto che sai di cosa si tratta: ed ecco fatto il
becco all’oca. Sono di nuovo la persona più interessante nella stanza, o almeno
nel Doblò.
Ma la signora Rosanna non ne sa un cazzo, si capisce subito, è nata negli anni
’50 e sa solo di problemi veri, che si misurano in preventivi, in cartelle, in
azotemie. Vuole delle risposte che contengano la stessa dose di realtà delle sue
scarpe Mephisto con gli strass; o forse siamo più simili del previsto, e vuole
anche lei solo un pubblico.
Freno bruscamente per decelerare ai 30 all’ora richiesti dall’autovelox.
Giacomelli si lamenta con un grugnito sordo. È piccolo, piccolo; ha i capelli
ancora folti e tinti comicamente di marrone mogano, l’espressione assente dietro
la mascherina. Siamo abituati coi disabili e mi sorprendo a riscoprire che ha
facoltà di parola. «E tutto questo per morire» si sente arrivare dall’ometto in
carrozzina. Mirko si affretta a correggere il tiro: «Suvvia Sirio, vedrà che non
è niente, non si agiti, se fa così poi sta solo peggio». Poi passa dal lei al
tu, come si fa coi bambini e, appunto, coi disabili: «Dai Sirio, vedrai che
passiamo un bel Natale tutti insieme, c’è anche la festa della Misericordia».
Giacomelli rientra nel suo silenzio e io invidio l’ostentato ottimismo del mio
collega. Ho sempre saputo mentire, ma mai a fin di bene.
Il paesaggio comincia a cambiare, e si tramuta velocemente in una squallida
periferia industriale. Individuo il vialone corretto tra altri uguali, e
imboccatolo parcheggio davanti alla gigantesca struttura medica, da cui promana
una luce chiara e un tramestio di figure imbacuccate. Io rimuovo i moschettoni e
Mirko spinge Giacomelli giù dal mezzo, mentre la moglie dice di sbrigarci che
poi il marito prende freddo. I guanti di plastica servono almeno a maneggiare il
metallo senza gelarsi le mani.
In un attimo siamo dentro, nell’aria sterile che sa di piscio e disinfettante.
L’infermiera ci prova la febbre sparandoci la fronte col termometro e lascia
entrare Giacomelli a fare gli esami. Che analisi siano esattamente, io confesso
di non averlo capito. Non ho neanche capito del tutto se le deve solo fare o
anche ritirarle, o almeno averne un esito parziale. So soltanto che la cosa
costerà sui trecento euro, che la struttura non è pubblica, e che la moglie si
continua a lamentare. Accolgo con sollievo l’invito della brunetta con accento
sardo ad aspettare fuori, sa per le regole anticovid.
È un attimo che, rimasto solo col mio telefono, quel mondo fatto di lamenti,
referti, luci bianche, occhiaie e lenzuola non esiste più, se non come rumore di
fondo. È tempo di immergersi nuovamente nel mio dolore, nelle mie pulsioni,
nelle angosce che io e solo io so prevedere per il genere umano tutto e
universale. Mi sento anche un po’ ridicolo in questa divisa della Misericordia:
un ragazzotto senza qualcosa di più importante da fare in un martedì
pomeriggio, in ultima analisi qualcuno che ha scelto di fare del bene come
estrema disperata risorsa non potendo fare qualcosa di meglio. Vorrei dire di
farlo per gli altri, o almeno per Nostro Signore Gesù Cristo, ma sarebbero solo
verità parziali.
Dio, ora come ora, lo vedo nel cielo ormai nero e nelle luci di posizione degli
aerei che atterrano. È nei transponder spenti dei Tupolev russi che incrociano
nel Baltico, nelle menti dei Presidenti che telefonano; nell’eroica resistenza
degli armeni del Nagorno-Karabakh che pregano prima di scaricare i loro vecchi
AK sull’invasore azero. Dio è nei canti ortodossi col basso fisso, nei
crocifissi di Giotto sepolti nelle navate laterali delle chiese-museo, è
nell’Inferno che mi attende se non smetterò di avere rapporti
prematrimoniali (perché io ti sposerò Virginia, quando la guerra sarà finita e
dalla terra cresceranno fiori belli come te).
Quello che mi pare assai chiaro è che a Dio sembra non importare molto del
signor Giacomelli. Lo vedo tornare sconfitto in carrozzina, spinto da Mirko, con
la moglie al seguito che regge malferma decine di fogli tra ricevute di
accettazione, lastre, documentazioni varie. Metto via il telefono per educazione
e chiedo com’è andata, ma Mirko taglia corto, e ci limitiamo a reinstallare il
povero Giacomelli nella sua postazione nel Doblò. È un sacco vuoto, sembra
pesare come un bambino. Stavolta i moschettoni funzionano alla prima e chiudiamo
il portellone, lasciando all’interno del mezzo solo il malato.
La moglie è in un angolo, vicino alla porta a vetri. Si è zittita, sembra
essersi fatta improvvisamente seria, come se ora il suo dolore non avesse più
bisogno di essere sfogato, ma bastasse da solo a riempirla. Mirko mi passa
accanto e, stando attento a non farsi sentire dalla donna, mi fa capire che il
vecchio è spacciato, che forse non ha senso neanche ricoverarlo. Comunque, Mirko
e la signora Rosanna andranno a fare un’ultima chiacchierata con i medici, anche
se i risultati che hanno appena ricevuto condannano Sirio senza appello. E poi
ci sarebbe quell’altra questione, pagare: «Trecento euro per dirmi che devo
morire. A che serve, Rosanna?». Sotto sotto ammiro il pragmatismo contadino del
Giacomelli, che quarant’anni da operaio chimico non hanno saputo
cancellare.
Eh, Giacomelli. Adesso Mirko e la signora sono ritornati dentro, spariti nel
caldo artificiale e secco della struttura. Io mi sono acceso una sigaretta, e
rimango a qualche passo di distanza dal Doblò bianco, azzurro e giallo, dove
dentro è seduto, da solo, un uomo che ha appena saputo che deve morire.
Il mio primo pensiero è di lasciarlo dov’è, rimanere fuori a fumare e aspettare
il ritorno degli altri. Del resto, la modernità ci ha insegnato a rispettare il
dolore altrui: guardarlo da lontano, se possibile isolarlo, nasconderlo,
reciderlo. Ognuno deve processare il proprio dolore con i propri strumenti,
lavorandolo come si fa con un ingrediente grezzo per renderlo nuovamente e
maggiormente produttivo. Tale delicato compito è bene affrontarlo da soli, o se
proprio si deve, con l’aiuto di figure professionali e qualificate. Insomma, che
Giacomelli processi, affronti, rielabori.
Solo che Mirko e la moglie di Giacomelli non tornano, o comunque cominciano a
metterci un’eternità.
Il vecchio è imbracato nella carrozzina, con la mascherina tirata su fino agli
occhi. Il suo campo visivo dev’essere molto scarso, guarda fisso il sedile
davanti a sé. Dall’esterno vedo solo la sua pelle grigia e i capelli color
cassapanca. Inizio a sentirmi in imbarazzo, ho finito la sigaretta, sono qui col
telefono in mano mentre c’è un uomo in fin di vita da solo dentro il Doblò.
Sento che sarebbe mio dovere entrare con lui, però che potrei dirgli? Inizierei
a parlargli di Dio, come un prete, o come Mirko fingerei fino all’ultimo,
stolidamente, che andrà tutto a posto? Se Dio è nei mosaici di Aghia Sophia,
nelle linee dirette di Putin, nel catechismo di San Pio X, come faccio a farlo
entrare in testa a un cazzo di operaio dell’Alvex con le ossa bruciate dal
bicarbonato, che non entra in chiesa dal battesimo dell’ultimo figlio? Come
faccio a fargli una lezione di teologia nei quattro cinque minuti che mi
restano, prima che tornino la moglie e quel rincoglionito sorridente del mio
collega, un golden retriever che scodinzola di fronte a storpi e moribondi?
Mi assale però il sospetto che Dio ci ha abbia dato la tenerezza per arrivare
dove non possiamo con l’intelligenza; soprattutto, che ci abbia dato la
vergogna, per andare là dove non giungiamo con la tenerezza.Quando è un po’ che
non ho vergogna di me stesso prego sempre che dal cielo mi arrivi uno schiaffo a
mano aperta, tanto to see if I still feel, di solito rimette le cose in
prospettiva. A quel punto l’unica cosa da fare è “àgere contra”: muoversi nella
direzione opposta a quella che causa la propria vergogna, compiere la scelta che
richiede più sacrificio. Le poche scelte giuste che ho fatto nella vita, le ho
fatte così. Io mi amo così tanto! Proprio per questo ho in odio un’epoca che ti
dice che vai bene come sei: quell’amore che non muore mai lo devi combattere con
tutte le tue forze.
Prendo il mozzicone della sigaretta e mi avvio verso il bidone in muratura, che
indovino nella penombra del parcheggio appena illuminato dai lampioni. Mi
assicuro con estrema perizia che la cicca sia completamente spenta, la getto,
quindi con la coda dell’occhio guardo speranzoso attraverso le vetrate se Mirko
e la signora, per caso, fossero di ritorno. Sospiro, poi faccio il giro largo
del mezzo, arrivo alla porta posteriore, e, portandomi dietro il freddo di
novembre, entro nel Doblò.
Eugenio Sournia
*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia,
con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”,
con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.
In copertina e nel testo: immagini dal film di Sergej Paradžanov, “Sayat-Nova.
Il colore del melograno” (1969)
L'articolo Agere Contra (Il Doblò). Un racconto di Eugenio Sournia proviene da
Pangea.
All’inizio del Novecento frequentavano le classi del liceo classico “Chiabrera”
di Savona due studenti nati nel 1888 che nutrivano grande interesse per la
poesia e che resteranno amici per tutta la loro vita che si concluderà nello
stesso anno (1967). Il primo si chiamava Camillo Sbarbaro, scriveva già versi e
diventerà uno dei maggiori (e più appartati) poeti italiani del Novecento.
L’altro era Angelo Barile, tanto convinto delle qualità del compagno che nel
1911, con il sostegno economico suo e di alcuni compagni di classe, fece
pubblicare Resine, la sua prima raccolta di poesie. Ne fu Barile il primo
entusiastico recensore e fu ancora lui che si adoperò per avvicinare Sbarbaro al
prestigioso ambiente fiorentino della “Voce”, che nel 1914 gli pubblicherà la
sua più famosa silloge Pianissimo. I due amici avevano dunque in comune la
passione per la poesia, ma tra loro esistevano non poche differenze, a
cominciare dalle rispettive situazioni familiari: orfano di madre sin da
bambino, con un padre anziano e con un sorella più piccola, dopo la maturità
Sbarbaro dovette subito cercar lavoro e fu assunto come impiegato dall’azienda
siderurgica di Savona poi assorbita dall’Ilva a Genova, costringendo così
Camillo a vivere malamente nel capoluogo ligure.
Per Barile la situazione era molto migliore: figlio del proprietario di
un’azienda di terraglie e ceramiche, viveva in riva al mare ad Albissola, vicino
a Savona dove era nato, tranquillo borgo di pescatori e di naviganti. Laureato
in Giurisprudenza all’Università di Genova, poi in quella di Torino frequentò
corsi di Lettere che lo riavvicinarono all’amata poesia. Ma tra lui e Sbarbaro
la differenza maggiore era un’altra: quello non era sorretto da alcuna fede che
lo confortasse nella sua difficile vita, Barile invece, con il fratello Giulio,
dalla sua famiglia borghese aveva ricevuto una solida educazione cattolica ed è
ovvio che questa differenza in più occasioni aveva diviso i due amici. Essi
furono poi accomunati dall’esperienza della partecipazione alla Grande Guerra,
per Barile cominciata ben presto come sottotenente di fanteria con la diretta
partecipazione ai combattimenti, come appare dalla sua lettera del 19 marzo 1916
spedita a Sbarbaro:
> “Caro Camillo, sono stato dieci ore in combattimento, sotto un fuoco
> violentissimo. Mio fratello ed io siamo salvi non so come e incolumi; ma mi
> sento rotto, sfasciato – una specie di congelazione del cuore, con qualche
> sprazzo di molta tristezza. Fu la notte di S. Giuseppe… Addio, addio… Mi
> sembra che non vivrò completamente mai più, tuo Angelo”.
Ancora peggio gli andò quando per due volte rimase ferito sulle trincee del
Carso. Sarà Sbarbaro a scrivere spesso a Barile che, conservate le sue lettere,
le pubblicò nel 1966 con il titolo Cartoline in franchigia.
Per Barile era predominante l’impegno nell’impresa familiare, che non gli
impediva però di continuare a leggere e scrivere poesie pubblicate in diverse
riviste, né di andare ogni tanto a Genova, dove in galleria Mazzini incontrava
scrittori e amici: da Sbarbaro a Montale, ad Adriano Grande il quale, nel 1931
fondò l’importante rivista “Circoli”, nella cui conduzione era proprio Barile ad
affiancarlo più degli altri redattori. Ogni tanto la poesia nasceva in lui e
finalmente nel 1933 pubblicò la prima raccolta, Primasera, poi seguita nel 1957
da Quasi sereno e nel 1965 da A sole breve, in tutto, aggiungendoci ventisei
componimenti usciti postumi, per un totale di circa cento poesie, più o meno lo
stesso numero limitato di quelle di Sbarbaro. E ben vale per lui la definizione
data da Carlo Bo: “Non ha fatto poesia, ma è stato poeta” e quanto egli stesso
scrisse:
> “La poesia è un fatto del tutto insolito e raro, un dono dell’intima
> trasparenza”.
Ma oltre a poeta Barile è stato anche ben altro: nel dicembre del 1943 il suo
dichiarato antifascismo lo portò all’arresto, dal quale si salvò fortunosamente
evitando la fucilazione che era già stata decisa. Nel dopoguerra rappresentò la
Democrazia Cristiana savonese nel CLN, ne divenne segretario provinciale e nel
1951 fu eletto presidente della Provincia di Savona, carica mantenuta sino al
1964. Questi impegni politici e quelli nell’azienda familiare non lo
allontanarono però del tutto dalla scrittura; oltre alle scarse poesie,
collaborava saltuariamente con giornali e riviste come “La Fiera Letteraria” e
“Persona” e nel 1970 pubblicò il libro di prose Al paese dei vasai. Santi,
artisti, scrittori, paesi di Liguria. Questi argomenti li ritroviamo nei suoi
versi, generalmente suggeriti da esperienze di vita, essenziali e incisivi, di
derivazione simbolista, non privi di qualche residuo classicheggiante e con
influenze ermetiche, versi che riguardano appunto il suo paese e raccontano la
vita di una comunità di naviganti e di pescatori; non mancano temi che vedono
protagoniste figure femminili come le ceramiste o le donne, che non furono
poche, costrette a emigrare negli Stati Uniti; né mancano i versi di ispirazione
religiosa, per i quali gli fu guida il poeta Gherardo del Colle, battagliero
frate francescano; né mancano i versi sui grandi problemi dell’esistere
affrontati con pensieri onesti e schietti, illuminati da una fede che conforta
ma che non evita, soprattutto quando la vita si avvicina al suo termine, la
malinconia e la solitudine.
Poeta raro dunque nel panorama prevalentemente laico della poesia ligure del
Novecento, ma Barile rientra certo tra i protagonisti di quella religiosa
italiana, dove accanto (ma non sopra) a lui troviamo, tra gli altri, grandi
poeti come Rebora e Betocchi.
Francesco De Nicola
*
Da Primasera
Uscire dalla vita
Uscire dalla vita come quando
s’esce di chiesa
in un finale d’organo: s’avventa
l’anima a scale prodigiose, trova
il piede sulla soglia
un bianco che vi palpita: e la luce
è nuova.
Ma uscire non è dato in rapimento.
Ch’io possa almeno
lasciarmi dietro la mia stanza, un poco
volgendo il capo a riguardarla, alfine
pulita, sgombra
d’ogni discordia, in ordine sereno
come la chiesa ora vuota: le croci
fanno una chiara ombra
sul pavimento.
*
Da Quasi sereno
Osteria della Bella Brezza
Padre, finita la giornata uscivi
le belle sere
a prender l’aria di mare. Sedevi
fuori dell’osteria che non c’è più;
che aveva un nome cosi fresco, pinto
in azzurro di lettere leggere
sulla bianca maiolica. Hanno stinto
il tempo ed il salino
tante in me cose e non quel nome: spira
dal suo celeste ancora
la bella brezza.
Discendevi su l’ora
che il nostro mare è una cara contrada
con tesi teli e fumo di comignoli.
Tra poco, e ancora è giorno,
treman sull’acque lumi e nelle case.
Cantan, su’ remi, amanti.
Navi fanno ritorno,
escono navi dal prossimo porto,
van per quieta strada
all’orizzonte che il vespro avvicina.
Andavano, per te, sul mare grande.
Andavano distante
anche i piccoli barchi, e tu con loro.
I capitani della Bella Brezza
rifanno a gara
la traversata, toccano le Americhe.
Tempi di vela! Un palpito di nomi
i più marini di Liguria… Ognuno
passava al vostro tavolo, beveva
venti severi –
e il goccio d’oro al fiato vespertino.
Veniva alla tua frasca
l’umana brezza,
sotto il cielo benevolo il brusìo
che fa il paese conciliato a riva.
I cerchi delle donne
che giocavano a tombola coi sassi
tolti alla rena; i cerchi delle rondini
che stridevano basse
toccavano la testa dei ragazzi,
tutto animava la tua sera. E l’Ave
sul riposo di un popolo che scioglie
la sua gravezza ai margini turchini.
Ora respiri la brezza infinita.
*
Lamento per la figlia del pescatore
Nel fresco giorno ha calcato
sì poca terra il tuo piede scalzo!
Hai fatto questi due passi
fra l’orlo del mare e la piana
soglia iridata di salso
della tua casa a terreno.
Eri sul lembo del suolo
che il grande azzurro frantuma.
Da questa ruga di spuma
vacillavi già in braccio al sereno
come sull’uscio del mondo.
Oh, sulla nostra marina
il tuo soggiorno fu mite
e sottovoce, fanciulla
ammainata come una vela
nel bianco dei tuoi pensieri.
Ora canti sull’altra tua riva.
Noi tristi che non ti vedremo
più cucire le bionde reti,
riempir di guizzo i panieri,
i tuoi occhi di calmo celeste.
Ora tuo padre ha dipinto
le sue barche di un filo di lutto,
gli tremi viva nel flutto
battuto dal lagrimante remo.
*
Le ceramiste
Anche la nuova canzone è già triste,
cola già miele al labbro dell’estate.
Sempre la suona, a quest’ore assonnate,
una che passa lungo la marina
afosa fisarmonica. La sento
spremere tedio.
Ma come giuliva
irrora le fanciulle ceramiste.
Lente sul piccolo tornio: e le stanche
mani posano uccelli vele piante
non tocche mai da una brezza, in un cielo
bianco smorto che si sfarina.
Ognuna
sente lo scroscio rileva lo stelo.
Come alla sponda improvvisa di un rivo
due tre son corse alla finestra, e sporgono,
le braccia al collo leggère. Il motivo
passa tra i labbri schiusi appena, è un bacio
che dànno all’aria, oh beate. Davanti
ecco il mare, e le chiama, ecco le vele
vive, i fiori che odorano dal vaso.
*
Donna che passi il mare
Donna che passi il mare,
tutto il tuo sangue rifluisce a riva.
Guardi senza amicizia l’orizzonte
troppo spazioso al tuo occhio gentile.
A ogni miglio che fugge
segnato da una nuvola in cammino
l’acqua ruvida verde s’incattiva.
Oh non più quella che amavi, celeste,
ch’era un’ansa di luce paradisa.
Rimasto è il bel sereno
qui sul lido che ti ha visto partire.
Di qui sento il tuo cuore che fa gorgo
e devìa dalla rotta
crudele come l’orbita di un astro.
Ah poterla invertire,
riaddurre all’altro senso il tuo destino.
A fiore d’onda
ritorneresti, il piede nel turchino.
Approderai
alla riva straniera
guardata da vertigini di pietra,
camminerai per numeri di strade.
Serbi il ciglio tranquillo tu che hai visto
le cattedrali; e il tuo passo non sbanda.
Ma il cuor nascosto arretra,
ritrema all’ombra delle case basse
che fan leggère le nostre contrade
inginocchiate ai piedi delle chiese.
Vi è domestico il cielo
come la gronda
sulla finestra che aprivi il mattino
e ti dava il buongiorno
tutto il paese.
Al torbo approdo
tu rechi il nostro modo:
iridi ferme e trepidi pensieri.
La tua pena richiusa in una grazia
ti fa sorella,
l’ultima, quella di vena più dolce,
alle altre del tuo sangue coraggioso
che passarono il mare senza gioia
prima di te: partiva
dal santuario sui monti,
viaggiava su una nuvola con loro
la tua Madonna.
Da un balcone tirreno
ti getto questo boccio di garofano.
*
Da Appendice prima a Sole breve
Pasqua al fronte
Al capitano Enrico Fabi
Queste foglie d’ulivo benedette,
amico, accetta, è il mio pasquale dono.
Senti, sì dolci al nostro cuor non sono
le violette.
È il caro ulivo della mia riviera!
Nato a specchio dell’onda più turchina
ha il verde-argento della mia collina
sul mar leggera.
Ben so che la tua anima pugnace
al duro gioco della guerra è avvezza,
ma non ti spiacerà questa carezza
mite, di pace,
che ti riporta, amico, le lontane
pasque fulgenti della puerizia
e nei sabati santi, la letizia
delle campane.
Ne arriva un’eco, per intime strade,
che vince il rombo del cannone, e tu
vedi il paese, senti che laggiù
prega tua madre,
senti la tua fanciulla che ti chiama…
Se oggi almeno – sarebbe così bello –
giungesse per la mensa dell’agnello
quegli che l’ama!
I suoi occhi hanno lacrime e baleni.
Ti aspetta. Certo a tavola ti ha messo
il posto allato a sé, guardando spesso
se tu non vieni.
Verrà verrà, non piangere, vedrai…
Ti recherà l’illesa giovinezza
cinta di luce e allor sì piangerai
ma di dolcezza.
Pasqua di pace, nostra Pasqua santa,
ch’io tornerò agli ulivi del mio lido
tu a quello che nel cuore già ti canta
trepido nido
Kombresco (Isonzo), Pasqua 1916
*In copertina: Gustave Courbet, Mare calmo, 1869
L'articolo “…che il grande azzurro frantuma”. La poesia di Angelo Barile,
l’amico di Sbarbaro proviene da Pangea.
C’era un Franco Costabile inesplorato, che, dormiente tra gli archivi del
Gabinetto Vieusseux, nel Fondo Caproni e tra le lettere di Sereni, attendeva di
essere scoperto per tornare a brillare di nuova (italiana) luce. Arriva
nell’anno del “centenario-più-uno” un volume di oltre seicento pagine incentrato
sulla figura del poeta: Dal Simbolismo all’annullamento del soggetto lirico:
analisi dell’opera del poeta Franco Costabile (Lebeg, 2025) di Pasqualino
Bongiovanni. Esito del dottorato di ricerca dello studioso presso l’Università
Complutense di Madrid, il volume rappresenta, ad oggi, l’opera scientificamente
più esaustiva dedicata all’autore, di cui ripercorre la biografia, rintraccia
alcuni carteggi, rilegge sotto nuova luce la poetica e restituisce la veste,
fino ad oggi quasi del tutto sconosciuta, di giornalista e autore di prose.
Le vicende che hanno portato alla pubblicazione di Via degli ulivi, prima
raccolta di Costabile, e l’agitazione del mondo intellettuale intorno all’opera,
erano materia non ancora indagata. L’immersione nella rivista Ausonia di Luigi
Fiorentino e nelle pagine del relativo Premio di Poesia “Ausonia” consente di
intercettare il nucleo originario di questa raccolta. Poesie, di Franco
Costabile – al tempo non ancora diventata Via degli ulivi – riceve una
segnalazione nel numero di dicembre 1949 della rivista, che dedica ampio spazio
al concorso letterario – in giuria, tra gli altri, Corrado Govoni. Nello stesso
numero appare per la prima volta una versione di Per altri sentieri,
componimento che aprirà la futura silloge pubblicata nel 1950. Dalle pagine del
volume di Bongiovanni emerge come una prima testimonianza diretta dell’amicizia
tra Giorgio Caproni a Costabile sia legata proprio a Via degli ulivi. Sul numero
del quotidiano socialista “Il lavoro nuovo” di giovedì 30 novembre 1950,
l’autore livornese scrive per l’amico calabrese:
> “Franco Costabile lo conobbi per la prima volta, se non mi sbaglio, nella
> redazione dell’Italia Libera, o, ancor meglio, in casa di Libero Bigiaretti,
> in una Roma sangiovannina piena di fumo e di tram […] Quante volte il
> Costabile ha fatto, con poche sillabe come già feci io, quelle un poco
> cariate, ma apertissime scale? Difficile contabilità, ne sono certo, e domanda
> non utile se non a questo: a far capire com’io non potevo non diventare amico
> anche del Costabile […]”.
Dell’anno successivo, l’unico pezzo di narrativa ad oggi rinvenuto di Costabile,
e finora di fatto sconosciuto ai più, che Bongiovanni ripropone
integralmente. Le notti ritrovate è un racconto costellato di frammenti
autobiografici, pubblicato sul numero del primo dicembre 1951 del settimanale
“Voce del Popolo”, organo ufficiale di stampa del Premio Taranto, definito da
Ungaretti come “il più bel premio d’Italia”. La stima per l’autore, ancora agli
esordi, è rimarcata da Aldo Perrone nel 1993, in un volume che antologizza le
poesie del settimanale. “Attraverso il Premio Taranto, che si segnalerà tra le
maggiori manifestazioni culturali italiane dei primi Anni Cinquanta, si
riversano nella Voce del Popolo le firme, anzi le voci, di un’Italia che resterà
immortale: Giuseppe Ungaretti, Alberto Savinio, Aldo Palazzeschi, Carlo Emilio
Gadda, Raffaello Brignetti, Carlo Bo, Pierpaolo Pasolini, Enrico Falqui,
Raffaele Carrieri, Gianna Manzini, Franco Costabile, Fausto Pirandello, Sibilla
Aleramo, Francesco Flora, Carlo Scarfoglio, Giacinto Spagnoletti, Marco
Valsecchi, Umbro Apollonio, Virgilio Guzzi, Marise Ferro, Michele Pierri,
Giuseppe Tucci, Silvio Branzi […] In quegli anni la terza pagina del giornale
tarantino non è una antologia: è un miracolo. Per ricchezza e qualità andrebbe
mandata a memoria. E non per un’ottica «geografica» (il Sud): alcune
illuminazioni, alcune presenze, sono di un’Italia che ancora oggi si conosce
troppo poco”.
Di nuovo scavo, inoltre, la ricerca di un editore per La rosa nel bicchiere,
pubblicata infine da Canesi, a Roma, nel 1961, di cui alcune poesie, come emerge
dalle lettere tra Costabile ed Elio Vittorini, erano già apparse su riviste
dell’epoca, quali “Botteghe Oscure”, “Inventario”, “Tempo Presente”,
“Letteratura” ed “Europa Letteraria”. Tra le corrispondenze inedite,
rintracciate e riportate per intero da Bongiovanni, assumono particolare
significato storico-letterario le conversazioni con Aldo Camerino e Vittorio
Sereni. Costabile, emozionato e commosso dalla stima di Camerino, racconta dei
contatti presi con l’editore Neri Pozza, come primo tentativo di pubblicazione
de La rosa nel bicchiere, evidentemente poi non andato a buon fine. Del
carteggio con Sereni, arrivano importanti retroscena sulla presentazione del
volume, la cui prefazione sarà poi affidata a Libero Bigiaretti.
> “Carissimo Sereni,
>
> col solito ritardo per il quale meriterei di non esser più considerato, ma con
> l’affetto di sempre, La ringrazio per la presentazione che mi vorrà fare. Le
> assicuro, ne sono contentissimo. Uscire con la sua firma non è per me una
> ragione in più, ma la ragione per tentare di continuare con impegno e con
> serietà. Non si preoccupi affatto per il tempo: sarà tra un mese, sarà tra un
> anno, so attendere. Per Lei, mi creda, mi è caro attendere e attendo
> volentieri, di cuore. So di aver trovato in Lei l’amico che, seppur di rado
> […] sa dire la parola giusta, quella e non altre, in un mondo tutto di parole
> ingiuste. E anche per questo devo ringraziarLa, per avermi dato, sin dal primo
> lontano momento, un po’ di attenzione, di amicizia. Questo fatto, Le confesso,
> è un altro motivo che mi spinge a scrivere qualche verso. Ogni tanto si ha
> bisogno di una parola, di un consiglio, di un accorgimento. Non ho fretta a
> stampare (non bisogna averne), ho a scrivere, questo sì […]”.
Con “sin dal primo lontano momento”, si fa, probabilmente, riferimento alle
parole che Sereni spese per Via degli ulivi nei primi anni Cinquanta, giunta tra
le sue mani grazie all’amicizia comune con Giorgio Caproni. L’ambiente romano
fu, ancora una volta, suolo fertile per il seme poetico di Costabile. Nanni
Canesi – dicevamo – pubblica la seconda raccolta del poeta nato in Calabria,
appoggiato e sostenuto, tra l’altro, dal celebre conterraneo Leonida Repaci.
Alcuni passaggi interessanti sul rapporto Canesi-Costabile sono presenti
nell’articolo intitolato Quegli anni di luce, pubblicato su “CittàCalabria” nel
1986, in cui Canesi scrive:
> “«Questa roba è per te», mi disse il gran vecchio e non aggiunse altro, perché
> sapeva che avevo capito. Il «gran vecchio» era Leonida Répaci, la «roba» era
> Franco Costabile. Allora si poteva parlare così, ci si intendeva con due
> parole. «Roba» era un uomo, voleva dire anzi «uomo sul serio». […] il suo modo
> di parlare era il silenzio, con brevissimi interventi, una notazione, un nome,
> un verso, un segno qualsiasi a indicare che il suo silenzio non era né
> timidezza, né vocazione, ma una scelta meditata e patita. Un silenzio
> «leopardiano», dove tutti vedono che taci, ma sanno che, se parlassi, avresti
> e potresti dire tanto […] La ricerca della serenità era per lui la ricerca del
> mezzo indispensabile per essere e per dare: una serenità intesa in senso
> metafisico, e non egoistico, come un superamento di se stesso, solo raggiunto
> il quale avrebbe potuto «vivere», cioè trasferirsi negli altri, confondere la
> sua libertà nell’altrui, nel rispetto, nell’amore e nel sogno”.
Di fondamentale importanza è, senza dubbio, il focus dedicato da Bongiovanni al
periodo successivo all’uscita de La rosa nel bicchiere che, seppur breve, data
la scomparsa prematura di Costabile, è caratterizzato da un certo
sperimentalismo linguistico, improntato principalmente su una sintassi nominale.
Le poesie pubblicate in Sette piaghe d’Italia nel 1964 (1861, Cammina con
dio e Il canto dei nuovi emigranti) e quelle immediatamente postume, pubblicate
su “L’Europa letteraria” (Sul modo di essere liberi, Taccuino dell’onorevole,
e Uomo al plurale), sono testimonianze di un Costabile aggiornatissimo, calato
fino in fondo nelle dinamiche letterarie del Paese. La sua presa di posizione
rispetto alla Neoavanguardia – siamo nel periodo dei Novissimi – è intuibile
dalla recensione recuperata da Bongiovanni sulle pagine de “L’Europa
letteraria”, relativa al volume Come si agisce (Feltrinelli, 1963) di Nanni
Balestrini, importante esponente del Gruppo 63.
> “Asintassia. Nonsense. Deficit semantico. Frantumazione degli oggetti.
> Inquietarsi nuovissimo del rapporto fra senso e segno. […] Questi incantesimi
> però, se da una parte non incantano più nessuno, dall’altra finiscono col
> tagliare qualunque legame o tentativo di legame col «grosso» pubblico,
> nonostante il falso, o vero, boom editoriale […] La rivoluzione si fa semmai
> dentro la parola, che è pur sempre una fra centomila, quella e non altre, ed è
> preceduta da lunghe vigilie, e serietà, e, vorremmo aggiungere, sempre
> accompagnata da quel doloroso amore della vita di cui parlava Saba”.
Una trattazione più ampia delle novità intorno alla figura di Costabile emerse
grazie a questo volume è certamente da rimandare ad altre sedi; varianti,
inediti, ulteriori corrispondenze e recensioni fino ad oggi dimenticate,
costituiscono le fondamenta per una necessaria rilettura del contesto culturale
in cui era inserito l’autore, la cui poesia, oggi più che mai, risulta attuale,
vivissima.
Salvatore Giuseppe Di Spena
*In copertina: William Turner, An Italian Landscape with Rocks and Trees,
1820-30 ca.
L'articolo “Non ho fretta a stampare (non bisogna averne), ho a scrivere, questo
sì”. Franco Costabile, il poeta inesplorato proviene da Pangea.