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“Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto: Graziano Mazza
Graziano è arrivato con la pelliccia. Era una pelliccia nera, lui biondo, si notava ancora di più. Non ci va nessuno ai reading in pelliccia.  La voce squillante tipo la mia, la voce delle strade romane, zero affettazione, il giusto riguardo, il rispetto empirico. Ho pensato questo è un beat, forse non lo sa, probabilmente sì. Quando poi mi ha detto che andava a fare un rituale a Trastevere, un canto alla musa sghemba, alla parola apotropaica, ne ho avuto conferma. Respira follia come me, si è accomodato nel verso storto, comodamente scomodo, in movimento. La frequenza è quella del manifesto: busto del Pincio – busto del Gianicolo. L’agio sinaptico è una discoteca di proiezioni: visioni di platani e sampietrini. La metrica dell’acmeismo russo e del simbolismo francese.  * Il cantiere è aperto: per dare il benvenuto nel circo di Roman Beat all’acrobata che porta il nome di Graziano, si è scelto il testo di una performance tenuta in Piazza Santa Maria in Trastevere, al crepuscolo, con gli addobbi rituali e il canto che segue nelle corde. (Edoardo Piazza) * Roma Città Apostata Accade anche che si sfrutti espressamente un altro desiderio. Quel desiderio che è stato generato ma, in via della Lungaretta, ci siamo resi conto che non era stato esaurito: ce lo siamo preso con l’abbraccio ai sampietrini e ai muri. Accade anche che sia andato vestito da vescovo dei miei trisavoli, tracimando carbone e fiele dalla bocca per i penati. Regine e Reges Sacrorum proteggetemi da questo mondo, datemene uno nuovo. Donatemi la fine di questo e l’anticipazione della venuta: quell’altro mondo dimenticato che ritorna tra corpi tutti santi e spiriti danzanti. Un granello di carne di un sistema epistemologico binario, un grigio trasformativo transtiberino, un generatore di complicità tra unicità complesse. Accade anche che si trasversi la città in processione performativa, che si svasi a Roma come un’apparizione: nascendo al tramonto, ci si trascina col sé una mitologia a venire. È un’iperstizione in movimento, un dispositivo che produce il reale attraverso i balbettii dello spirito.  L’avvento, accompagnato da una favola di musica, percorre il tempo sconosciuto che collega l’ora al domani, ritmo come battito di una collettività che nasce. Un rito di anticipazione. Un miracolo parcheggiato in divieto di sosta. Grazie Carro Amato, un progetto di Marie Hervé, Andrea Lo Giudice, Nunzia Picciallo, Šumma ālu e Flavia Tritto con la partecipazione di Spazio Supernova. * Carro Amato Intro Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono appartenere. Che si apra la via. Che si apra la strada. Che la città conosca il passaggio gentile del morbo.  Io benedico questo carro con la polvere chiara di cometa con il respiro degli alberi rimasti con il sonno delle pietre antiche con il canto degli animali invisibili con le mani degli insetti con le radici che tramano sotto l’asfalto con l’acqua vendicativa dei tubi e delle nuvole delle lacrime e degli abissi della terra. Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.  Nessuna ruota schiacci il grillo nessun organo allucinatorio dimentichi il vivente che ha memoria.  Venite spiriti della soglia custodi del muschio, del vento e della rugiada venite senza clamore. Sedete sugli assi intrecciate nastri di luce per la rovina donateci la leggerezza dei buchi neri  fate che il suo passaggio riabiliti il nascosto.   Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.  Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono appartenere. Attaccheremo al sangue la gioia.  Benedico la febbre degli uomini soli Benedico il firmamento delle lucciole.   Io chiamo le madri del prima le antenate del fuoco, le nonne delle tempeste le guaritrici del destino le voci che tenevano insieme il mondo Venite, presenze buone. Venite, spiriti miti. Venite, arpie e sirene.  Che il suo viaggio sciolga malocchi d’indifferenza Che rompa incantesimi di consumo e solitudine Che disarmi la mano che prende senza chiedere Che renda sacro il limite. Che renda dolce il confine. Che renda udibile il mormorio del tutto. Io benedico questo carro Sia benedetta la carne che lo compone Sia benedetto il ferro Sia benedetto il legno Sia benedetto lo scheletro Sia benedetta la strada Sia benedetta la città che non dimentichi la terra sotto di sé * Outro Sia benedetta la città che non rende uguali. Dall’ombra una crepa di luce di latte delle rovine.  Madonne bianche, velate di cenere e polline Scrivete un nome che non si pronuncia Scrivete di un grembo soltanto di pelle Scrivete di legno femore, ferro gola, stoffa mano, respiro animale, radice ferita, d’acqua maramea Da ogni ruota sale un canto Al primo canto trema la pietra. Al secondo parla il verme. Al terzo si desta il cane dei confini. Al quarto il corvo apre i libri del cielo. Al quinto il seme ricorda il bosco futuro. Al sesto canto l’uomo perde il trono.  È nato ciò che resta dopo la fine del dominio: pelo, piuma, pelle, foglia, spora, squama, sale, saliva, rugiada e terra nera unite nel cerchio. Da ogni ruota singhiozza un pianto Dalla prima esce la memoria. Dalla seconda la fame. Dalla terza il lutto degli animali. Dalla quarta la città che brucia. Dalla quinta il fiume incatenato. Dalla sesta ruota una mano vuota.  Siete nati con occhi d’apocalisse, con denti di fiore, con lingua di tamburo e di muschio. Beate, siete venute al mondo come alleanza. Sei volte è caduto il velo. Venite, presenze buone. Venite, spiriti miti. Venite, arpie e sirene.  Graziano Mazza * Bio: Graziano Mazza è scrittore, poeta e traduttore, ricercatore in teologia economica a Parigi. Dirige una collana di poesia internazionale, ‘Fatto Umano’. La sua ultima pubblicazione è Vacue Scuse (Ensemble, 2024). Ha fondato e dirige il collettivo d’arte trasversale Monx26 a Parigi. Spesso è negli stessi posti, ma gli stessi posti non sono con lui, quindi vagabonda chiamandoli a voce alta. Come un cretino, aspetta il giorno in cui il senso e la parola finalmente coincidano. Lo aspetta fumando, non conoscendo altro modo. *In copertina: Fernand Khnopff (1858-1921), Donna mascherata L'articolo “Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto: Graziano Mazza proviene da Pangea.
July 17, 2026 / Pangea
Luglio simbolista
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino. Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza. * A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire rispetto a una persona.  Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.  Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino. E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si incollava al paesaggio come una Polaroid.  Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.  Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi spettinati che parlano di feste.  Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.  Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti neuronali. La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.  I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi interessa. A lei piace il dialogo a tavola, a me no.  Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli irrigatori. Che fai dopo? Yoga. Mi vengono in mente le guardie napoleoniche. A me i camaleonti. Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo? Per andare contro me stessa. Stasera sei bella magari domani non lo sarai più. Tu sei bello perché non sei bello. Ti danno ancora fastidio i rumori? Sì. Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino ristorandosi col tè made in Albione.  Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi lesi e offesi. Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti eccelsi sono tre, non di più.  Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano il gong monastico di una grande emozione. * Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei boscimani. * Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni tracannare incenso rubato. Amen. Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le tracolle di male. * Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal cielo. * Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo. Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.  «Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere. «Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.  * Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori. Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.  Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione per la pubblicità.  * Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati. Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico è la composizione: chiedilo a Keith. Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli scrigni della tecnologia.  Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé. «Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù. * Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione. Disseminazione. * I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato fila di cipressi.  * Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità degli spiriti indigeni del selvaggio West.  Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da un felino.  Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua imposta ad usura e per il peccato.  * «Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle occasioni». * Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.  I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.  * Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo corto e non ci sono più segni zodiacali.  La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i volti dei sumeri. Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti. L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del sole. Il sole mente.  * Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha inventato per dormire.  In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino. Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.  * Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest attraversando due sillabe.  Edoardo Piazza *In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un po’ di Haring a casaccio L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
July 11, 2026 / Pangea
“Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo
Considero Idria Pilogallo una di quelle rare e nuove voci autoriali del nuovo millennio in grado di traghettare brani di un meridionalismo che andrebbe ancora indagato, autentico, distante anni luce dall’uso ruffiano e pretenzioso, fasullo, da laboratorio editoriale (storytelling da batterie), attraverso cui sì è coltivata una certa narrazione del sud, tutta Marianna Ucrìa o rosolio e guantiere, mulattiere e rocche sulla cima, a strapiombo sullo Ionio, funestate da saghe criminali o peggio famigliari o qualcosa di questo tipo. Idria Pilogallo ha origini calabresi, benché dimori in Toscana. Trascina con sé il vigore di una voce lavorata dal suono e dal furore (colori, sentori, paesaggi) di taluni luoghi, così precisi e imprescindibili nel procedere di uno scrittore. Il racconto che vi propone si distanzia dalla luce cieca e violenta di altri suoi scritti, ambientati nelle lande aride e assolate della Calabria, eppure, malgrado sia ambientato nella capitale, ne traduce ugualmente la potenza, non decriptabile, una qualche segreta virtù affabulatoria, c’è, l’ascoltiamo, a un livello di percezione che vibra, ma non in superficie. Avrei voluto inserire Idria in una antologia di nuove voci del Sud, di un Sud vero, sciagurato, confuso in un meticciato dalle molte incavature, inflessioni, lingue, come in una Babilonia del transumanesimo. Idria Pilogallo è una voce letteraria definita, io direi persino potente, che meriterebbe una diffusione adeguata, la pubblicazione dei suoi scritti senz’altro. Ringrazio Davide Brullo per averla accolta e averle dato una possibilità, qui su Pangea, chiedendomi infine di introdurla. L’ho fatto. Buona lettura. Veronica Tomassini  ** Trenta sacchi di buio Roma, Corviale, estate 1995 C’erano trentaquattro gradi all’ombra ma il riparo al Serpentone era solo cemento armato che sudava miseria. Avevo giurato a me stesso che in quel chilometro di alveare umano non ci avrei rimesso piede. Nemmeno sotto minaccia, nemmeno per un carico di roba pura. Eppure, eccomi lì.  La porta di Maria, al piano seminterrato, era socchiusa. Quel genere di invito che un uomo con un briciolo di cervello rifiuta, a meno che non stia cercando il proprio conto finale.  Dall’interno usciva un odore denso, una miscela di muffa e segreti sepolti. Lo riconosceresti tra mille: è il puzzo dei bassifondi e dei cessi degli squat dove avevo buttato via i miei anni migliori. «Maria?» chiamai. Nessuna risposta. Solo il silenzio della periferia. Feci un passo e qualcosa scricchiolò sotto la mia scarpa. Mi chinai. Era una fotografia calpestata. Qualcuno aveva ritagliato la mia faccia, quella di vent’anni prima, e l’aveva incollata sul corpo di un bambino. Mi si irrigidirono le mani. Il monolocale era una discarica di ricordi inutili. Maria aveva vissuto in quella casa, immersa nelle carte e nei gingilli che andava raccattando in giro per la capitale. Vasi sbeccati, cestini, pile di quotidiani ingialliti che svettavano come colonne in un tempio in rovina. Ovunque c’erano oggetti senza nome che lei raccoglieva per le strade della capitale e portava a casa come offerte votive. Poi mi arrivò la zampata d’aria calda. Un lezzo insopportabile si insinuò nelle narici. Mi coprii la bocca con la mano e mi trascinai fino alla finestra. Ai piedi del tavolo mi si bloccò il fiato.  Una coperta viva di scarafaggi, larve e mosche ballava intorno a un corpo. Maria. Il capo reclinato, le braccia inerti lungo i fianchi. Al collo, un pendente di San Giuseppe inviolato. Caddi all’indietro su una montagna di vecchi libri ammuffiti. Unii le mani in un gesto che assomigliava a una preghiera ma era solo un modo per non guardare il mio peccato in faccia.  Lo spettro di quella donna non mi avrebbe dato tregua. I vicini la chiamavano “Asso pigliatutto”. Gli uomini sanno essere squali quando vedono qualcuno che affoga. Per loro era solo la matta del quartiere che riempiva la casa di spazzatura. Non capivano che quella spazzatura era l’unico collante che teneva insieme i suoi pezzi. L’avevo incontrata sul bus 773, la linea che trasporta i disperati dal centro ai margini. Destinazione Porta Portese. Io ci andavo con una scimmia nelle vene che mi mordeva il cervello per trenta sacchi di eroina; lei con i sacchi di plastica vuoti per raccogliere gli avanzi del mercato. Due ferite aperte, due errori nel sistema urbano che la città cerca di dimenticare tenendoli a distanza.  Fu su quel bus che vidi la scatola. Una vecchia latta di biscotti Gentilini, roba di Natale sbiadita dal tempo. La stringeva al petto come fosse un reliquiario. Dentro c’erano centinaia di ritagli di giornale. Cronache diverse, anni diversi ma lo stesso volto sgranato. Ci avevo messo un’eternità di eroina a capire, con la testa annebbiata dalla roba. Poi, l’intuizione mi aveva colpito come una lama fredda nello stomaco. Quel volto era la mia faccia di vent’anni prima.  Il ricordo riemerse come una serie di scatti bruciati che sanno di ferro arrugginito e ozono, di freni surriscaldati e pioggia sui binari. Erano le sei di un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui Roma è una distesa di fango e travertino sporco, sotto un cielo color piombo. Mi trovavo in stazione ed ero in astinenza dura, quella sensazione di formiche sotto la pelle che ti fa desiderare di strapparti la carne di dosso.  Mi servivano trenta sacchi. Solo trenta.  Lui era seduto su una panchina di ferro. Un ragazzino, sedici anni al massimo. Lo zaino tra le gambe, le cuffie alle orecchie. Troppo pulito per quel posto. Aveva un orologio al polso che brillava blu sotto i neon della banchina. Un regalo, forse. «Dammelo», dissi. La mia voce uscì come un rantolo. Lui non mi sentì, aveva le cuffie. Gli misi una mano sulla spalla. Sussultò, mi vide troppo tardi.  Lo strattonai per strappargli l’orologio, lui spinse, io risposi con un colpo secco. Un riflesso schifoso da tossico per comprare qualche ora di pace. Il suo piede scivolò sul cemento viscido. Poi arrivò il fischio. Un merci in transito a settanta all’ora. L’aria si spostò con la violenza di uno schiaffo, puzzando di gasolio e freni surriscaldati. Lo vidi oscillare nel vuoto, gli occhi nei miei per un millesimo di secondo. Poi cadde. Nessun grido, solo un urto sordo contro il metallo e il sibilo dei freni d’emergenza.  Non guardai giù. Mi voltai e corsi finché i polmoni non presero fuoco, finché il quartiere non mi inghiottì. Per vent’anni mi ero raccontato che fosse stato un incidente. La stampa liquidò la faccenda in cinque righe “Giovane cade sui binari, tragedia alla stazione”. Nessun colpevole da cercare. Caso archiviato” Ma in quel seminterrato a Corviale la verità venne a galla come un cadavere rimasto troppo a lungo sul fondo del Tevere. Quel treno non si era mai fermato, aveva continuato a correre nella testa di Maria per vent’anni, portandosi via la sua lucidità pezzo per pezzo. Il ragazzo della banchina era suo figlio. Mi chinai sul cadavere. Schiacciata sotto il suo peso c’era la scatola di latta Gentilini.  La sfilai e la aprii. Dentro c’erano i frammenti di una vita che avevo cercato di dimenticare nei cucchiai bruciati. Maria aveva incollato la mia faccia su foto di riviste: corpi di uomini in carriera, padri di famiglia, viaggiatori. Mi aveva fatto crescere sulla carta. Mi aveva inventato un futuro. In fondo alla scatola trovai un quaderno a quadretti gonfio di umidità. Ogni riga era un appunto preso sul bus 773. “Oggi ha la tosse.” “Si è addormentato al posto del finestrino. Respira.” “Ha litigato con l’autista. È vivo.” “Oggi non c’era. Ho aspettato.” Mi mancò l’aria. Nel suo delirio non cercava l’assassino di suo figlio. Aveva adottato me. Ero il sopravvissuto miracoloso di quella banchina, condannato a una morte lenta che lei cercava disperatamente di fermare tra le sue carte. L’Asso Pigliatutto aveva raccolto me, la spazzatura più schifosa. Mi aveva tenuto in vita con lo sguardo, aspettando un cenno o un perdono che non sapevo nemmeno di dover chiedere.  Afferrai la scatola e la strinsi al petto. Uscii da quel buco risalendo le scale. La luce del mattino mi colpì gli occhi come una condanna a morte. Nel piazzale, tra carcasse di auto bruciate e asfalto spaccato, Corviale sembrava un monumento al fallimento umano. Il 773 spuntò come un relitto arancione tra le buche. Salii. L’autista mi squadrò nello specchietto ma, in periferia, impari presto a non fare domande a chi ha gli occhi vitrei. Mi sedetti nell’ultimo posto in fondo, la vecchia postazione di Maria. Poggiai la scatola sulle ginocchia. Presi il ritaglio con la mia faccia e lo guardai. Poi, lo ridussi in coriandoli. Aprii il finestrino e lasciai che il vento della Portuense se li portasse via, tra i piloni di cemento e il gas di scarico. Il bus morì alla stazione di Trastevere. Scesi. Stessa banchina, stesso sapore di gasolio nell’aria. Mi sedetti sulla stessa panchina di ferro, la stessa di vent’anni prima. Qualcuno ci aveva inciso sopra nuove scritte. In fondo al binario c’era un ragazzino. Sedici anni, forse, cuffie bianche alle orecchie, zaino a terra. Mi diede un’occhiata distratta e tornò allo schermo del suo cellulare. In quel momento capii il piano di Maria. Non era pazza. Era stata la mente più lucida e spietata del mondo. Mi aveva costretto a esistere finché lei avesse avuto la forza di guardarmi. Ora che se n’era andata, toccava a me. Il fischio del treno arrivò da lontano. Le rotaie iniziarono a cantare il loro pezzo metallico. Mi alzai.  La scatola di latta, ormai vuota, mi scivolò dalle dita e rimbalzò sul cemento prima di finire giù, tra le traversine. Mi portai sul ciglio della banchina, il vento del convoglio in arrivo mi schiaffeggiò la faccia proprio come quella sera. I binari brillavano sotto il sole. «Maria,» sussurrai. Il boato inghiottì il nome. Non servivano spinte. Il cerchio si chiudeva con la precisione di un conto che viene saldato. Un piede che scivola, il vuoto che si spalanca e il buio che smette di inseguirti perché gli vai incontro. Qualche ora dopo, sul bus 773, un’altra anima persa trovò una scatola di latta abbandonata sull’ultimo sedile in fondo. La girò tra le mani e la aprì. Era vuota. L’uomo guardò il grigio della periferia scorrere fuori dal vetro per tutto il tragitto.  Poi, con la lentezza di chi non ha nessun posto dove andare frugò in tasca, tirò fuori una vecchia fotografia sbiadita, la guardò per un istante e la lasciò cadere sul fondo della scatola.  Chiuse il coperchio. Il bus continuò la sua corsa verso il Serpentone dove niente va mai perduto, ma tutto ritorna. Idria Pilogallo *In copertina: Félix Vallotton, “L’homme poignardé”, 1916   L'articolo “Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo proviene da Pangea.
July 10, 2026 / Pangea
“I fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia”. Con Cristò nel buco nero della letteratura
“Questo libro fa schifo”, dice Giovanni Bartolomeo. Siamo alla prima pagina. “Che ora è? – lui Sono le undici – lei. In realtà sono le undici e cinque minuti ma Catrina sa che i minuti hanno poca importanza prima i diventare dieci o meglio quindici. Caterina sa anche che i minuti per suo padre hanno poca importanza in generale”. * Siamo alla seconda pagina. C’è un padre, un libro che fa schifo, una figlia che mente sui minuti esatti perché ora per suo padre non hanno importanza in generale. Questo è l’inizio di Sull’orizzonte degli eventi di Cristò Chiapparino, edito da TerraRossa edizioni, 2026. Ci sono libri che prendono il lettore e lo mettono dentro un imbuto, lo centrifugano. Ci sono invece autori, come Cristò in questo suo libro, che tengono il lettore esattamente sull’orizzonte degli eventi, con una corda legata alla vita, un po’ tirata. * Quando si inizia a leggere questo libro si ha la tentazione di andare avanti, di leggere in modo vorace per capire cosa succede, per scoprire l’impianto puramente narrivo. Dove va a finire questa storia? Che cosa accade? Ma molto presto ci si accorge che questo è il modo sbagliato di leggere questo romanzo. Sull’orizzonte degli eventi va affrontato esattamente come suggerisce il titolo, bisogna leggere ogni riga come fosse il confine smangiato del prepicizio della gravina. Con la polvere che non sai mai se ti trascinerà verso il basso oppure ti salverà la memoria. La memoria è il buco nero che ingoia tutto e attorno a cui ci muoviamo, indisturbati e incauti, durante la lettura. * Potrei dire che è un libro sulla perdita di memoria, potrei dire che è un libro su uno scrittore di successo che affetto da demenza senile non ricorda che il libro che sta leggendo, e che gli fa schifo, è suo ed è il libro del suo successo, potrei dire che è un libro sul come si sta attorno a un uomo che perde la memoria. Ma sarebbe francamente tutto molto riduttivo. Cristò gioca moltissimo con l’impianto narrativo, una storia dentro una storia, e sotto un’altra storia. Una sorta di matrioska, se guardi bene vedi altre linee da seguire e che poi non segui. Questo perché Sull’orizzonte degli eventi va affrontato pagina per pagina, con calma, come si seguirebbe un sentiero sul limite della scogliera a strapiombo sul mare. Il rischio di cadere in fondo all’abisso della perdita, del dolore, della memoria è altissimo. Ma accade proprio così quando si assiste un familiare che perde la memoria. * Il libro parte da un’esperienza personale dell’autore, ce lo svela nella postfazione, per rispondere all’accusa di una signora che anni indietro a una presentazione di una precedente edizione gli contesta il fatto che lui parla di questo libro come “senza cuore”. Ma quando si accudisce un padre che perde la memoria è esattamente come stare sull’orizzonte degli eventi, sul limite di un buco nero. Si ha in casa qualcuno che annienta tutte le logiche convenzioni dentro di sè, il suo cervello diventa un secchio di acqua e cenere, qualche volta un pezzo più grosso, bruciato e nero, rimane sul fondo o risale a galla. Qualche volta alza la testa verso di te e lo vedi dallo sguardo, questa volta mi riconosce – pensi – ed è così ma letteralmente due secondi dopo ritornano indietro le pupille, rifanno l’altro sguardo, quello obliquo e pieno di brina sull’iride. Sai che è già altrove, che potrebbe urlare da un momento all’altro oppure chiederti dolcemente chi sei, perché sei nella sua casa. Cristò scrive questo libro per chi resta ai bordi di un buco nero che è la perdita di memoria,  per chi è abituato a infilarsi nei cunicoli di intersezione tra il dovere e la vita. * I nomi e i ruoli, dare un nome agli elementi vivi che ti  girano attorno in casa e a volte non sai chi sono, senti che li conosci ma c’è qualcosa che proprio te lo impedisce. Quindi quella in cucina pensi che sia tua figlia, si chiama Caterina, e quello che ha appena suonato al citofono e ora entra – dice tua figlia – si chiama Davide. Ma deve essere il marito, sicuramente. Però non lo sai più, dare i nomi per dare i ruoli. I nomi cambiano di posto velocemente nella testa di coloro a cui la memoria si sfibra come un nastro tagliato male alla cui estremità i fili si tolgono, uno per uno, si perdono per strada. Il problema dei nomi è centrale, è forse il vero nucleo oscuro attorno a cui ruota il libro, il nome che è un ruolo, una assegnazione di posto specifico sulla scacchiera delle relazioni, l’affetto ha bisogno di definirsi in un nome perché sia comprensibile, gestibile. Definire i confini e gli accordi delle relazioni sentimentali è importante per molti, anche per quelli che dicono che non vogliono incasellare le cose. Perché come fai quando ti devi alzare per andare in bagno e hai bisogno di essere tirato su, come chiami quella che sta lavando i piatti nell’altra stanza. È tua figlia o tua moglie… o tua madre? * Un libro che si legge come inchiodati alla soglia dell’architrave della cucina, ci si appoggia con un fianco e con un braccio, un po’ obliqui col corpo e si guarda l’altra persona, quella che sta con la testa che è un secchio di acqua e cenere, vagare nei labirinti delle parole senza successo, senza bussola, senza niente. > “L’aveva sempre chiamata mamma, ma da quando era morta le veniva più naturale > chiamarla per nome. Quando il medico le aveva detto ‘la signora Teresa non ce > l’ha fatta’, il nome aveva preso il sopravvento ed era successo in un attimo. > Da quel momento in poi Caterina aveva parlato di sua madre pronunciandone il > nome tutte le volte che era possibile. Non è morta la mamma, è morta Teresa. > Lo faceva per questo, inconsciamente.” Dire il ruolo significa esplicitare un legame, la corda stretta alla vita fatta di carne e sangue, che ti tiene in vita e altre volte invece ti strozza. La figlia Caterina non voleva dedicare la vita a un uomo, infatti amava le donne, e si è ritrovata ad accudire suo padre, un uomo, a dargli i giorni e i secondi. Anche i minuti che non conta più per lui, che non hanno importanza nel tempo di acqua e cenere che scorre nella testa di lui. * Questo è un libro delicato, che scorre lungo la soglia che separa i vivi e i quasi morti. Quasi morti sono coloro che non ricordano, perché respirano e urlano, mangiano e vanno in bagno, sono da lavare ma non sono ancora morti, sono quasi morti e non più quasi vivi. Per loro le presenze che ruotano in casa sono come fantasmi, fantasmi dall’altra parte del velo, dove tutto pare avere un qualche significato, una certa precisa ragione. > “E i fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia e ti portano a letto > guardandti con occhi stanchi e amorevoli dietro una faccia che non riesci a > decifrare.” * Una faccia che non riesci a decifrare. Deve essere proprio così. * C’è un altro aspetto che scorre come una vena sotterranea di un fiume lungo tutto il libro: il ruolo della scrittura, lo scrivere, l’essere uno scrittore. Lo scrittore noto che rilegge il suo libro più famoso e che lo trova orribile. La scrittura come linea di ossessione, una linea marcata di nero da seguire fino alla fine del burrone, fin dentro al buco nero. Un libro, questo di Cristò, adatto per chi ama la lettura, per chi vorrebbe sapere cosa succede dentro e attorno a chi perde la memoria, un testo per chi vuole provare a stare sulla soglia. > “Donatello si sta rendendo conto che la scrittura si può fare reale, può > interferire con la vita”. Clery Celeste *In copertina: un disegno di Johann Heinrich Füssli L'articolo “I fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia”. Con Cristò nel buco nero della letteratura proviene da Pangea.
July 9, 2026 / Pangea
“Il male non vince”. Sulla poesia di Giovanni Peli
È sempre una notizia ferale l’annuncio, da parte di un poeta, dell’impossibilità del gesto. Altra forma viva di Giovanni Peli (Lamantica edizioni, 2026) è la raccolta che ricuce lo strappo con il proprio destino di poeta dopo anni da quell’abbandono.  Daniele Gigli, nella breve e intensa introduzione alla raccolta, scrive che queste poesie costituiscono la rinascita di Peli non tanto per rispondere ad una esigenza personale; poesia, scrive il sodale, è una chiamata per cui dire ancora sì ha la funzione di sanare la frattura intercorsa tra il poeta e la musa che ispira la voce. Un tradimento del proprio destino, e non indagheremo chi sia stato per primo a offendere – chi si prende la briga di intromettersi, da profano come la scrivente, nelle tempeste che ogni tanto occorrono tra poeti e musa /daimon? Chissà poi dove avvengono certi scontri, su una nuvola o su un foglio, il bianco che fa da sfondo è comunque campo di battaglie mitiche. Ciascun contendente pare tornato al proprio posto, cioè alla propria ragion d’essere. E sì che sapere dove stare, essere consci del proprio compito nella vita, passa certamente dalla prova dell’abbandono. Lo ricorda proprio Gigli, che richiama i salmi (lui che li traduce) e ci dice che il poeta sperimenta lo stesso turbamento del salmista di fronte al Dio che nasconde il volto. Solo, probabilmente, di fronte alla Bellezza e al senso del suo esserci, come davanti ad un cancello serrato. Non per sempre, a quanto pare.  Di questa rinnovata pax, probabilmente si può dire in prima battuta ciò: siamo di fronte ad una poetica della trasformazione. Non è l’io che descrive i cambiamenti, le metamorfosi che attraversano la Creazione, è lui stesso dentro questo fluire, dove il gesto non è autodefinirsi, ma osservarsi mentre qualcosa – la vita – accade nel senso più ampio possibile, biologicamente, geologicamente, ontologicamente.  La scrittura di Giovanni Peli, dunque, è colta nell’atto di farsi attraversare dal ciclo vitale, senza volontà di dominio su di esso. La sintassi è ellittica, dove sono messi a nudo la ferita, il trauma e mostrare è più importante del dire. Oppure, se vogliamo, l’uno e l’altro finiscono per non distinguersi più. La materia è viva, colta in un movimento che non è mai lineare. Se è vero che la parola poetica di Peli è organismo vivo, biologico e ontologico come dicevamo, l’approdo sicuro della linearità non solo non è all’orizzonte, ma non è nemmeno all’origine dei nessi lirici, che ci si presentano con naturalezza ovvero nel senso di un fiducioso, seppur doloroso in certi momenti, lasciarsi fare.   > Sono stanco di tutto ma non di te > grazie, ho coscienza del limite estremo > la fine, > nei, disposti a stella esplosa > l’azzurro che entra, dove tutti > guardano, un attimo ancora > l’oscura sabbia oltre tutto il mare.  L’impressione è che questo procedere sintattico voglia restituire la materia lirica ad una visione, in cui il senso non viene offerto come una scatola chiusa – che sarebbe poi il contrario di vivente –, ma come l’opportunità di cogliere le relazioni tra le cose ancora prima di un ordine grammaticale che ne gestisca, quindi ne organizzi, la vitalità. Io come momento della Creazione, insieme a tutto ciò che releghiamo con aria di sufficienza all’irrilevanza chiamandolo “resto”.  L’utilizzo di un lessico che attinge alla biologia, o alla geologia, ci pone nella condizione di osservarci nella trasformazione. Poi però avviene, per così dire, di dover andare oltre una volta giunti al bivio in cui un mero organismo è destinato a terminare nella morte la sua corsa. Qui l’io, invece di chiudere la parabola, ne oltrepassa l’ineluttabilità biologica e ne apre un’altra, attraverso il figlio:  > Vivere non è un gioco brutale > il male > non vince, un figlio crescendo lo mostra, > seduce, sì, con l’artiglio ottiene, > ma illumina il futuro > il bene, > invisibile coraggio e puro. Rilke, nello spiegare la ragione profonda delle Elegie, dava indizi importanti nella lettera a Witold Hulewicz del 13 novembre 1925 circa l’unità di vita e morte scrivendo che accettare la vita senza la morte significa rinunciare alla dimensione infinita dell’esistenza. La morte non è altro che quella parte invisibile a noi, mai rischiarata:  > “Bisogna tentare di avere la più ampia coscienza possibile della nostra > esistenza che dimora in entrambi questi due regni illimitati e si nutre > inesauribilmente di entrambi […] La forma vera della vita si estende in > entrambi i campi, il sangue del circuito più grande scorre attraverso > entrambi: non esistono un al di qua e un al di là, ma solo una grande unità.” Il duplice regno, tema fondamentale, peraltro, dei Sonetti a Orfeo non a caso scritti contemporaneamente alle Elegie(beiden reichen, nel sonetto numero VI). La morte come parte celata della vita stessa, quel segreto – nel senso inteso da Furio Jesi – che ci si dischiude solo nell’istante in cui accade e che solo il Poeta è in grado di restituire, nell’unità inafferrabile, in parola. Il Poeta è capace per questa consapevolezza dell’unità, di trasformare in stella notturna “il nostro saper la figura”. Questo saper la figura, in Rilke, affranca soltanto orizzontalmente dal qui ed ora, cioè sul piano della coscienza: condannati, in fondo a stare sempre e soltanto “di fronte”, ciò che ci offre la rappresentazione è insieme via di fuga e trappola (“Questo si chiama destino: essere di fronte/ e nient’altro che sempre essere di fronte”). Ma se l’accesso alla morte è il segreto che Rilke indaga nel tentativo di rivolgerlo a noi nel movimento poetico, qui, nella poesia di Giovanni Peli, si indaga ancor di più, nella figura del figlio, l’accesso al mistero della vita, al suo farsi ancora una volta possibilità: > Otto anni > di ciò che prima non c’era > la sera la tenerezza > detta per gioco > spesso negletta, > oggi è una specie di ieri > la preghiera > domani un turbine di samare > colori senza i loro nomi > irraggia insperato e commuove > le cose sono tutte nuove. C’è una speranza che cammina sulle gambe di un figlio di pochi anni – otto anni di ciò che prima non c’era (verso che ci sembra avere una pregnanza anche teologica, lambendo quella creatio ex nihilo colta sul piano dello spazio, prima un vuoto e poi un pieno) – che si fa esperienza che trascende quella strettamente personale e ci consente di guardarla come la novità irriducibile della vita che irrompe dando modo allo sguardo di vedere le cose ancora come la prima volta. Questo sguardo nuovo diventa capace di cogliere il bene, riuscendo a resistere a quel male che ogni giorno esige la nostra resa. Altra forma viva, dunque. Non una parola, la forma poetica in Giovanni Peli. Poiché mostrare e non dire è decisivo, quella più alta è una creatura che cresce.  > Al tuo nascere il primo crollo > ho visto, l’inconsistenza > delle relazioni difficili > gli altri, il ridicolo. > Felice, una malattia scontando > la sera vicino, limbo > in cui al vero mi portavi > nel sonno, > il giusto peso, per un domani, > nullo > di tutto ciò che non è amore. Livia Di Vona *In copertina: illustrazione di Michael Wolgemut, XV secolo L'articolo “Il male non vince”. Sulla poesia di Giovanni Peli proviene da Pangea.
July 7, 2026 / Pangea
Diego Riccobene o della poesia come Uroboro
Esistono autori, nel panorama letterario italiano, di spessore lirico, intellettuale, filosofico di gran lunga superiore alla media. Tali autori sono gli eredi di Dante, Hölderlin, Rilke, Blake, Ceronetti, e percepiscono la lingua con una continuità senza stacchi, senza modernismi, senza politically correct – senza tempo. Li scorgo sempre ai margini – fuori dai dettami del canone – forse per la natura esoterica della loro opera, appunto, per pochi. E, perciò, nascosti, o non compresi pienamente in quanto estranei, poiché in loro si riflette il pharmakos; non sono tenui, aggraziati, borghesi, non scrivono in una lingua poeticamente corretta – rifiutano il diktat “scrivi come parli” – in loro la rivelazione si staglia violentissima, con una parola non comune, una versificazione visionaria che giunge dall’eco di un altrove in quanto dettatura istantanea dello spirito – dagli archetipi junghiani alla catabasi nella nigredo per risalire alchemicamente verso una luminosità estatica – che si rifrange nel versificare riportandolo alla sua palingenesi dove il tempo è sospeso e forte è il legame con il mito.  La parola, allora, il verbo, è deflagrazione ermetica; l’apoditticità si fa necessaria catarsi di un vivere altro, di una passività blanchottiana che accoglie la trasmutazione del piombo in oro. Se penso a questo genere di poeti, che un tempo sarebbero stati osannati, e oggi vengono vissuti come oggetti non identificati nella poesia italiana, ecco, mi vengono in mente: Diego Riccobene, Paolo Pedrazzi, Gianpaolo G. Mastropasqua, Francesco Di Franco, Davide Cortese, Sergio Daniele Donati, Luca Perrone, Graziano Mazza, David Lamantia, Andrea Pedicini, Alessia D’Errigo, Isabel De Santis, (Carlo Ragliani, Flaminia Colella e Isabella Bignozzi sul versante cristiano). Se vogliamo parlare di correnti esoteriche esse si possono scorgere anche tra i più noti Giancarlo Pontiggia, Davide Rondoni, Alessandro Ceni, Silvio Raffo, Rosita Copioli, la mia maestra Luigia Sorrentino, eminentemente hölderliniana.  Si fa tutto un parlare della fine del mito, della morte della poesia oracolare, ma se esiste qualcosa di realmente incrollabile, impossibile da rastrellare nel calderone delle mode e mentalità del momento – le tre M tanto deprecate da Nietzsche – questa è proprio la poesia esoterica, che è tanto più forte quanto più è irriducibile a schemi di comprensibilità essoterica e perciò prosastica. Sono certa di appartenere anch’io a questa genealogia di autori numinosi, antichi e futuri, la cui legge è il rinvenimento dell’origine. Credo che su questi autori si possa fondare una nuova antichissima scuola di poesia di stampo ceronettiano, laddove semplicità e comprensione facile – la parola quotidiana, il parlato, la lingua comune – sono bandite, l’opera si rivela in quanto coerente e potentissimo cammino di iniziazione e catarsi. La poesia – così come la prosa di certa letteratura che considero non narrativa – non è per tutti, per entrarci servono delle chiavi, la prima chiave è la fascinazione per l’altro, per l’oltre, per l’altrove e per il mistero, ma prima delle chiavi esiste una porta e questa è la conoscenza di sé non in termini di sterile autobiografismo ma in quanto gnosi del profondo, catabasi e nigredo. * Oggi parlo di Enchiridion di Diego Riccobene (Tipheret, 2026): una lirica densa, ermetica, accortamente metrica, fortemente corporea. Nella nota iniziale, l’autore ci permette di soffermarci sul processo compositivo che viene descritto attraverso il lessico della Grande Opera: distillazione, fuoco paziente, precipitazione. La marea informe delle visioni viene costretta nel «marmo rigoroso del metro» (ed ecco l’epigramma, la forma breve che recide il superfluo). L’atto dello scrivere non è espressione dell’io, ma una fissazione del numinoso attraverso una «Intelligenza algente» – un’alterità fredda, quasi disumana, che impone il superamento del livore e della putredine per giungere all’elettro, allo specchio selenico. Ogni verso diventa così «cenere di un pianto minerale», «mandamento d’acciaro». Il richiamo all’Enchiridion di Epitteto non è l’unico riferimento antico; vi è l’omonimo libello (l’Enchiridion Leonis Papae, che la leggenda vuole donato da Papa Leone III a Carlo Magno) non a caso: evoca un grimorio, un manuale di formule e talismani protettivi. Qui la poesia si fa istruzione, «grammatica di polvere», formula per «rendere incorporei i corpi e corporei i corpi privi di corpo»– citazione che tocca il cuore dell’alchimia pseudo-democritea e di Zosimo di Panopoli. È il principio della trasmutazione: la carne si fa parola spiritualizzata, e la parola si fa carne cosmica. La menzione del sodalizio artistico (favorito da un’«anima eletta») evoca la grande tradizione dei libri di emblemi rinascimentali e barocchi: l’Atalanta Fugiens di Michael Maier, gli Emblemata di Alciato, la ricchezza visiva del Theatrum Chemicum. L’immagine e la parola scritta non si illustrano a vicenda, ma si riflettono l’una nell’altra per innescare la comprensione intuitiva dell’Oltre. È un’architettura simbolica totale. La chiusura, affidata a Giamblico e al De Mysteriis, tocca il punto cruciale: i «nomi astrusi o estranei», i voces magicae, i nomi barbari che non devono essere tradotti nell’idioma comune per non smarrire il loro furor. C’è una rivendicazione della parola come essere: il linguaggio non descrive il sacro, lo evoca e lo instaura. Chi legge è chiamato non a un’analisi estetica, ma a un atto di fede intellettuale e di «umana misericordia», a non farsi vincere dall’angoscia davanti all’abisso della forma. Un testo datato non a caso in un giorno di Novilunio – il momento del grado zero, della Luna Nera, della nigredo da cui può germinare la nuova luce dell’Arte. * Vi è un preludio che subito mi ha fatto pensare alla poesia gnostica di Guido Ceronetti: > Sento tremore in bocca, l’incompiuto > Dell’infera tensione, sento > Piagnucolare brina dall’orecchio, > L’orecchio cornucopia, il ricco > Dispensatore del giusto collasso > Che si concede e sta scendendo > Se mentre scende tutt’affatto obliquo > Ne cava il mio proscioglimento, > Un peso che m’eccede pur che adesso > Degni il collasso rimordendo > Il morto – e lo riscatti, sempre in tempo. * > Temete l’Uno, voi secondo parto > che siete l’embrionato non mutevole > Alla necessità d’alto principio, > Il magma cui l’argento non ripinse > La placenta di Luna. > Siete enuresi nel laminatoio, > Il mosso dal setaccio che non filtra, > Recidivante; l’arte dell’erioforo > Nell’impartire vita purché vaga, > Lo scorsoio ipogeo. Il primo componimento sembra esplorare il momento del collasso, del cedimento fisico e psicologico, trasformandolo però in un paradosso di liberazione e riscatto. Il testo si apre con un imperativo classico: un monito rivolto al “secondo parto”. Nella filosofia neoplatonica e gnostica, l’Uno rappresenta la perfezione originaria, mentre la materia e la molteplicità (il “due”, la dualità) nascono da una caduta o da una frammentazione. Tale “secondo parto” è descritto come un “embrionato non mutevole”: una forma di vita incompiuta, bloccata, incapace di evolversi o di conformarsi alla legge superiore (“necessità d’alto principio”). L’autore attinge al lessico alchemico. Il “magma” è la materia prima, informe e caotica. L’argento, nel simbolismo alchemico e astrologico, è strettamente legato alla Luna, la quale governa i cicli della nascita, del mutamento e della gestazione. Qui l’argento non ha respinto (“non ripinse”) o non ha fecondato la placenta lunare: siamo di fronte a una creazione infeconda, a una materia che è rimasta grezza, esclusa dal ciclo della purificazione e del riscatto spirituale. L’uso di termini rari, scientifici e arcaici (embrionato, ripinse, enuresi, laminatoio, erioforo, ipogeo) crea un effetto di distanziamento e sacralità. Il poeta non parla al singolo, ma si rivolge a un’intera categoria di “esclusi” o “imperfetti”, condannandone l’incapacità di elevarsi verso l’Uno e descrivendone la sottomissione a una materia pesante, ciclica e sotterranea. “Lavacri sottoterra, cosa vedi/ Da sveglio: nel provarli/ Si strappa ogni maligno luppolo…” Troviamo poi una dichiarazione di poetica, una riflessione meta-letteraria che svela la natura profonda della parola per Diego Riccobene. Il destinatario di questo componimento è il poeta stesso, definito significativamente “Feditore” (colui che ferisce, dal verbo arcaico fedire), descritto nel suo corpo a corpo con una lingua oscura, tagliente e apodittica. “Feditore, continuo ed azzardoso/ Il crittogramma che t’ambascia…”. Il poeta non è un pacifico artigiano della parola, ma un feditore: la sua scrittura ferisce la realtà, squarcia la superficie delle cose, ma al contempo espone lui stesso al pericolo (“azzardoso”). La poesia è un “crittogramma”, un messaggio in codice che provoca angoscia e sofferenza (ambascia). Scrivere non è un atto di consolazione, ma un tentativo continuo e rischioso di decifrare l’enigma dell’esistenza. “Del pólemos / oltre il precetto e l’ornamento viscera”: il pólemos (il conflitto, la guerra eraclitea) è la forza motrice della realtà. La poesia di Riccobene rifiuta la regola accademica (“il precetto”) e l’estetica fine a se stessa (“l’ornamento”); la sua è una lingua che si fa “viscera”, che scava nella carne.  > Che l’abbraccio dell’Ogni dal triregno > Iscusato per liquida ossessione > Ci bisogni – di troppa purità, > Lo specchio, il dado, la manducazione. > Tu così la dicevi? > Mutamento: nemmanco dal materico, > E ti scotevi tra la guaina e il fango. Tale componimento si muove su una linea di sarcasmo teologico e disperazione gnostica. Se i testi precedenti mettevano in guardia dal cedere a consolazioni basse (il “gotto”), qui l’autore alza il tiro e prende di mira le grandi consolazioni metafisiche, i dogmi della salvezza e i rituali sacri, rivelandone l’insufficienza di fronte alla brutalità della materia. Il tono è quello di un dialogo intimo, quasi una disputa filosofica tra l’io lirico e un interlocutore (“Tu così la dicevi?”), in cui si smaschera una menzogna spirituale. > Obbedisce allo spettro: che salvifica > Avvedutezza, che contristamento > A disserrare dall’Ineffettivo; > Che balordo d’un giudice, la cispa > Commessurata qui nell’infermiccio, > Nel guiderdone assurdo del distinguere. Dopo aver demolito le consolazioni religiose e la pretesa di purità (l’abbraccio del “triregno”), l’autore si confronta qui con il tribunale della coscienza, della legge e del giudizio, rivelandone l’intrinseca assurdità e impotenza di fronte all’infermità dell’esistere. Il tono è sarcastico, sferzante, dominato da esclamazioni che oscillano tra l’amarezza e il disprezzo. La poesia è questo entracte: una voce che si leva a stento tra una degenza e l’altra, provvisoria, dolorosa, ma finalmente liberata dal peso della “troppa purità”. Riccobene compie un’operazione di demistificazione morale. L’uomo che nei testi precedenti cercava la “troppa purità”, il “silenzio col mastice” o il “giudizio”, viene qui colto nella sua realtà più meschina: quella di chi protegge le proprie piccole rendite di posizione (vitalizi), nascondendo la vergogna (onte) sotto gesti di finta fermezza (la lama).  Chi scrive o chi parla abita una condizione di malattia sacra, di isolamento o di stasi forzata, dove «trema la tua ghiandola» — un richiamo viscerale, forse alla ghiandola pineale cartesiana, la sede dell’anima e del contatto con il numinoso, che qui sussulta, instabile. Poi, il movimento della sparizione e dell’errore: > Diresti che smateria, e tendi il dito > Ad altra tana, come > Avessi scelto: > Più dietro, solo dietro, erroneamente. La materia si rarefà, perde peso («smateria»), e il gesto di tendere il dito verso un’«altra tana» simula una scelta, una direzione, una fuga. Ma è un’illusione. La vera direzione è una regressione, un movimento cieco e ostinato verso l’origine o verso il rimosso: «Più dietro, solo dietro». Quell’avverbio finale, «erroneamente», sigilla il testo con una lucidità spietata. È l’errore necessario, il vicolo cieco in cui la mente si caccia quando tenta di mappare il proprio stesso vuoto. I versi procedono per contrazioni e spezzature, sarchiando il respiro del lettore. Riccobene si muove su un crinale di vertiginosa astrazione formale e solennità liturgica, dove il lessico — arcaico, curiale, quasi cancelleresco (supputarla, clìpei, primicerio, essuffli, pasturale) — viene utilizzato come una corazza barocca per contenere una tensione erotica e intellettuale affilata. Un componimento si apre con una linea geometrica e geografica insieme: «Sottilità dall’anca alla vallea».  > Oh legittimamente! Ti si lascia > Il tentativo, senza preferire > Un abolito seno e dal suo boccio > Tardare appena sulla cima, > Un segretarsi papillare e sciocco > Credendo misurato il giusto > Al difetto, il reciso del cordone > Al cómpito: irrigare peristili > Dianzi le catene del Crescente > (E misurarne a sbaglio la solvenza) > Sconviene a evocazioni nostre. Appare la nettezza del taglio biologico, «il reciso del cordone». Ma chi ha subito quel taglio devia la propria energia vitale verso un «cómpito» geometrico e alieno: «irrigare peristili/ Dianzi le catene del Crescente». I peristili (i porticati classici, spazi aperti ma rigidamente recintati) e le catene del Crescente evocano un’architettura monumentale, esoterica, una griglia fredda che si tenta di fecondare artificialmente. Il finale cade come una scure: «Sconviene a evocazioni nostre». La voce che parla si distacca nettamente. Si definisce attraverso un “noi” regale, o forse una congrega di spiriti affini, dediti a un’altra specie di chiamata. Le nostre evocazioni non appartengono al rimpianto del seno materno né alla manutenzione dei templi deserti. Esigono il rigore dell’acciaio e della cenere, non la misurazione distorta del difetto. > La quiete t’impone di affacciarti > E sbirciare il fattore, > Traspirato dal dente nel sudario > In faccende per auto- > Agnizione: del coito, sto dicendo. > Permutare il puerperio col diaspro > Benché proprio quiete > – Intuirai – la si voglia travagliando. In questo frammento l’idillio bucolico della «quiete» viene squarciato e riscritto attraverso una lente spietatamente biologica e minerale. La quiete non è pacificazione, ma un dispositivo coercitivo: «La quiete t’impone di affacciarti», costringendo l’occhio a una postura voyeuristica, a «sbirciare il fattore». Ma il “fattore” non è la figura georgica del contadino; è l’agente biologico, il principio generativo che si manifesta attraverso un’immagine di spaventosa densità corporea e mortifera: «Traspirato dal dente nel sudario/ In faccende per auto-/ Agnizione: del coito, sto dicendo.» La seconda parte opera la trasmutazione alchemica, il salto dal viscerale al geometrico. Il «puerperio» (il tempo del sangue, del parto, della carne lacerata e della generazione umida) viene permutato, scambiato, con il «diaspro». Si sostituisce la fluidità calda della nascita con la durezza silicea, opaca e venata di una pietra dura. È la fissazione della carne nel minerale, il coagula che stringe il sangue in gemma. Il paradosso finale svela il meccanismo: questa quiete minerale (il diaspro) la si ottiene solo attraverso il polo opposto, ovvero «travagliando». Il linguaggio non fa sconti: si muove per imperativi (volta, componi, penditi, porta), ordinando azioni che somigliano a un esorcismo o a una condanna autoimposta. > Volta gli anfratti ai fedeli > E agli imputati, componi un chirottero > Sopra le ovaie internandolo > Per che cunicoli come un ossesso. > Penditi un nodo alla lingua > Dopo i tuoi vespri, che deve passare > Dal basamento, succhiare lo stasimo > Se mai volessi bagnarti; > Puoi rivelarmi che l’essere edace > Lucra fatica al novembre degli altri. > Porta il coniglio a tuo padre. La parola trattenuta, annodata, deve farsi pesante, scendere fino al «basamento» (la pietra d’angolo, la base dell’edificio o della colonna vertebrale) e «succhiare lo stasimo» — immobilizzare il coro, prosciugare l’intervallo tragico. La purificazione o l’iniziazione («se mai volessi bagnarti») esige il prezzo di questo strozzamento. Il coniglio — animale sacrificale per eccellenza, legato alla terra, alla tana, alla prolificità indifesa e spesso alla ritualità domestica o rurale — diventa l’offerta da recare all’origine, alla figura del padre.  * La postfazione di Maria Laura Valente è un saggio sulla poesia di Riccobene, difatti ci rivela che: il titolo rimanda al greco Ἐγχειρίδιον (ciò che si tiene in mano, un manualetto), evocando un sapere portatile e intimo destinato al “viandante solitario” di stampo junghiano. Valente rintraccia una vera e propria “stirpe” dietro questo titolo: dall’antico Manuale di Epitteto (stoicismo) all’oscuro Enchiridion magico attribuito a Papa Leone III, fino all’alchimia secentesca di Heinrich von Schultheiss. L’opera di Riccobene si inserisce in questa catena in cui il libro non è solo da leggere, ma è un portale (liber librum aperit). La scrittura di Riccobene usa un “verbum torsionale” (una parola densa, minerale, che si avvita su se stessa) che agisce come un pharmakon (cura e veleno insieme). Chi legge non è un semplice spettatore: viene travolto e posseduto dal testo come da un daimon. È chiamato a partecipare attivamente alla liturgia della decifrazione, a “bruciare il verbo” e a trasformarsi attraverso di esso. Il saggio si chiude analizzando la poesia finale (che si apre con l’imperativo «Volta gli anfratti ai fedeli / E agli imputati» e si chiude col mandato «Porta il coniglio a tuo padre»). Il coniglio è visto come animale ctonio e lunare, la cui tana (cuniculus) rappresenta il budello del laboratorio alchemico. Offrirlo al padre (l’Artefice) significa consacrare l’opera.  La struttura di Enchiridion, di conseguenza, non si chiude in modo lineare ma si rivela un Uroboro (il serpente che si morde la coda): un ciclo eterno in cui la materia verbale viene continuamente consumata e rigenerata, lasciando il lettore su una soglia perennemente aperta verso una nuova trasformazione («limen aureum in aeternum aperiatur»). Ilaria Palomba *In copertina: il drago che si morde la coda nel “De Lapide Philosophico” (XVII secolo) L'articolo Diego Riccobene o della poesia come Uroboro proviene da Pangea.
July 4, 2026 / Pangea
“Il furore che si stupì di schiette città azzurre”. Vita (incerta) & testi di Alberto Vighi, il poeta-enigma
A oggi il modo migliore di accostarsi alla poesia di Alberto Vighi resta il singolo volume di versi edito postumo da Schwarz nel 1957, L’addio. Non deve ingannarci l’inclusione nell’antologia di Falqui La giovane poesia: inserito insieme a un’altra quarantina di poeti (fra cui Sanguineti) nella Seconda edizione aumentata dell’antologia, sempre del 1957; il suo scarno quadro biografico non ci dà informazioni ulteriori rispetto a quelle che troviamo nella quarta di copertina di L’addio, il solo volume edito, con prefazione di Fortini, e sembra suggerire che nemmeno Falqui sia andato molto al di là dello stesso.  Alberto Vighi nasce a Riccione nel 1924; è figlio dell’avvocato Roberto Vighi, che si distinse durante il Ventennio per la militanza antifascista (viene più volte preso a bastonate, arrestato, indagato); agli inizi del 1956 muore in un incidente d’auto, prima di compiere i trentadue anni. Non abbiamo nessun’altra certezza sul suo conto. Dalla prefazione di Fortini a L’addio sappiamo che aveva viaggiato a lungo in Inghilterra; sembrerebbe aver scritto dei resoconti dei suoi viaggi su qualche quotidiano, ma non viene fatta menzione di alcuna specifica testata.  Troviamo un Alberto Vighi che negli anni ’40 su «Il Setaccio» (la rivista della Gioventù Italiana del Littorio fondata, tra i vari, da Pasolini) traduce Baudelaire, scrive di filosofia russa e pubblica una poesia; ma non è nemmeno detto che si tratti dello stesso Alberto Vighi. Siamo certi del fatto che esercitò la professione di avvocato e giurista, come ricorda sempre la quarta di copertina. Alfredo Rocco, titano della giurisprudenza italiana, tra i giuristi illustri ricorda: «Alberto Vighi, robusto ingegno, troppo presto rapito alla scienza, che a lui deve notevoli saggi sulla personalità giuridica delle società commerciali, e sui diritti individuali degli azionisti»; ma questo è sicuramente un altro Alberto Vighi, dato che il testo di Rocco è del 1911, tredici anni prima della nascita di Vighi. Bisogna quindi essere decisamente cauti nell’azzardare qualsiasi ricostruzione su di lui: mancano completamente le basi. Invece, sul piano dei testi nel volume Schwarz L’addio siamo messi un po’ meglio, ma sempre con qualche incertezza. Da un lato abbiamo 26 poesie ordinate da lui stesso, che costituiscono un ciclo compiuto; dall’altro, 16 poesie ripescate dalle carte ultime, non si sa in che stadio di compiutezza (i versi a volte si ripetono; altre volte la punteggiatura sa essere ingannevole). Il punto di partenza ideale per parlare della sua poesia è la prima definizione che ne dà Fortini: «una curiosa, aggrovigliata mitologia». Del resto, il groviglio lo ritroviamo proprio in una poesia di Vighi, Risveglio: > Un mai più si accanisce contro il muro > si ribalta un giocattolo nel cuore > del bambino che si sorprende a un nodo > d’ombre vuote e si volta, ed è già sera. > Airone che s’impazza nei grovigli > dei glicini più il buio disintesse > con ombre impure un volto adolescente […] La crescita, dal bambino all’adolescente, come un incontro coi nodi delle ombre e della notte da disintessere, districare appunto il groviglio in cui è incastrato l’airone (a proposito di aironi: l’anno precedente, 1956, era uscito sempre per Schwarz Calendario, di Antonio Porta ancora firmato Leo Paolazzi, con un altro airone al suo interno), con l’atto di tessere che inevitabilmente rimanda al tessuto della lingua, il testo. Ma se questa poesia parte da istanze apparentemente autobiografiche, ciò non vale per il resto della produzione edita postuma di Vighi, che ruota davvero intorno a una mitologia personale, cifrata secondo regole mai pienamente svelate, ma comunque fruibile. Facendo i conti con esperienze poetiche simili a quelle del primo Luzi o del primo Bigongiari (La figlia di Babilonia, coi giardini di Babilonia per il giardino di Boboli), Vighi cerca di arginare la cripticità di quei precedenti costruendo una vicenda epica che funzioni anche da sola. I passaggi non sono chiari (stiamo parlando di un’opera postuma e incompleta), ma un intreccio si può riconoscere: alcuni navigatori raggiungono un’isola attraversando venti e tempeste, e si preparano a combattere battaglie, spesso sotto la luna, con gli abitanti del luogo, tra colli e deserti, con uno stampo da Eneide che però passa attraverso la conoscenza dei cantari epici medievali: il Cid, il Beowulf. Il cuore della mitologia di Vighi è la sequenza del Re contadino: undici testi (che Falqui riporta nella sua antologia) fatti di assalti, vittorie e sconfitte, di cui non è chiaro l’esito ultimo. A essere chiara è la matrice etica: uno schieramento di forze che vada al di là della lotta del singolo, per non sottrarsi al momento dello scontro che comporta, inevitabilmente, una distruzione della propria individualità. Il fatto che i personaggi di Vighi sentano la luna avanzare sul proprio teschio abbandonato sul campo di battaglia e il fatto che lui stesso scriva dal loro fittizio punto di vista, e non dal proprio, sono i risultati dello stesso processo: accettare di rimettere il proprio ego alla battaglia, più grande di sé, con il rischio altissimo di consegnarsi alla sua spietatezza e di rientrare nella sua coerenza geometrica «pitagorica traccia di memoria/ dolce non più che il cerchio della luna»; «per rifare il nulla entro le misure/ del quadrato del cono e della sfera» che costringe, ma che consente di esistere in una regola: «riconducemmo la fame e il dolore/ dentro un cerchio di colli e la misura/ della sorte dell’uomo sotto un tiglio». Mikel Marini Da Il re contadino I Miei fedeli, nel cardo azzurro io prego forza dal grembo di giugno dei colli per voi nei vostri figli usciti al lume delle stalle e dei grani, quieta forza che non gioca alla morte ma si attende nel viluppo del bosco e al ferreo ritmo dell’aratro finché la vite cada nel gelo e l’ultimo falò si estenui. Se un commento di ombre pare il vento che mi riapre i colli è altro tempo che si specchia negli occhi e porta il giro dei nostri campi a frutto di distanza da lungi sollevata in armi e sangue. * III Dissi: dobbiamo vincere per tutti, nel costante confronto tra le cose si fa doppia vittoria che ci eguaglia l’acquisto arduo del mondo, e il furore che si stupì di schiette città azzurre colorate di portici ove in trono s’offre al re contadino la fanciulla commentata da musiche, sposata fra pennoni e bandiere; ma la tregua si rompe, male intesa nel confronto fra pace e forza, l’ozio non l’ordine ci divalla, e simbolo è la bara della sposa, lasciata esile ai gigli. * IV Caduta su ogni muro, impreparata nel fuoco del nemico, già aurea e lieta fu una città dissennata dai morti: risalirono il filo del lamento di Abele, si rifecero a congresso nella mente di chi evitò i corvi ponendo i nomi a chiave del futuro, ripensammo le piazze come navi, su corteggi di scale erbe e pittori, i morti si allungarono la vita con tale ordine del giorno: solo chi sul bene e sul male si misura di tutto il mondo è forte dentro il mondo. * Da Quattro tempi. Il saggio re. 1°. Il Cid Se l’essere che giace nel tuo cuore geologica serpe che si arretra dentro un sonno automatico sottrae la tua virtù di schiavo più si accende la vita, se tua forza è la mia gloria, mio popolo, conducimi all’abbrivio del nemico, impagliato su un cavallo. Sono morto di cento anni di gridi di primavere apprese ai miei capelli negate ai vinti, fate che riposi, chiudete con oltraggio la mia tomba. Luna che dai simulazioni al campo della battaglia, vedo il tuo candore sul mio teschio che avanza, e cerca luce… * L’assedio La luna si apre in veste di narciso sulle mie torri, aspira entro la notte tale amore guerriero, che si flette crescendo il mare, attrae fra schiume e danze regate di delfini e in sé traspare di una nascita assorta il mutamento. Questo è dunque il mio figlio che si dona sull’equilibrio del mare in silenzio, gigante salvo aldilà della lotta di una città brucata e arsa dai morti! L’assedio ci studiò con ogni offesa, ci corruppe la fame, assiepò i vivi nelle cantine e li gettò all’amore come uscita superstite e impazzita, ma ogni alba smontò i più forti vivi, li rigettò nel sangue e cadde un buio per mancanza totale di parole. Qui per mia fedeltà un popolo muore dentro sé stesso, stretto in doppio cerchio mutilato di aria, in un abbraccio che il male già accatasta, e cresce in fumo. Qui sono re e nel cielo mi salvo. Io che fui cattedrale delle vene di ognuno, azzurra nuvola alla sete, airone della mia stessa gloria, cane che porge grazie sui sepolcri, ora sono l’agnello che si uccide per vedere i limoni rifiorire. Vecchi, vedrete crescere più bianca l’umida barba, io chiederò ai nemici grazia per tutti e per me cecità corda, o il falò festoso del mio sangue, che ora si regge al raggio del narciso o luna, incanto fisso al nostro male. Figlio, che ti riveli in un astrale potere, con lo sforzo di una mano riprendi le mie torri, urta il nemico, fanne ossa e sabbia un domani improvviso, da me vivi, già esteso come l’aria. Dicembre 1954 *In copertina: Otto Dix, Autoritratto, 1912 L'articolo “Il furore che si stupì di schiette città azzurre”. Vita (incerta) & testi di Alberto Vighi, il poeta-enigma proviene da Pangea.
July 3, 2026 / Pangea
“Scriveva durante la notte e non mangiava che pochissimo”. Gita a casa Tolstoj
Pubblichiamo per gentile concessione le pagine di Al vento delle steppe (De Piante, 2026; prefazione di Antonio Armano) dove Vittorio Beonio Brocchieri descrive la visita a Jasnaja Poljana, la tenuta dei conti Tolstoj. Siamo nel 1934, il potere di Stalin è sempre più assoluto. A breve ci sarà l’omicidio Kirov, pretesto per una deriva autoritaria e avvio delle purghe. All’ingresso della tenuta una scritta con il giudizio di Lenin su Tolstoj: grandissimo artista ma cattivo filosofo. Il figlio Sergej vive recluso nella tenuta con il servitore che ha portato lo scrittore verso il suo ultimo viaggio in carrozza nell’inverno del 1910. Lo stesso servitore porterà Vittorio Beonio Brocchieri di notte in carrozza a prendere il treno per riprendere il viaggio. Quella nella casa di campagna di Tolstoj è una delle ultime tappe di un viaggio di 17mila chilometri su un biplano Caproni scoperto e senza copilota. Dall’Ucraina della carestia indotta da Stalin fino alla Siberia dei deportati, Vittorio Beonio Brocchieri compie una straordinaria esplorazione dell’universo sovietico. Dei cieli ma soprattutto della terra. La fame ovunque tranne che nei banchetti ufficiali, l’entusiasmo ingenuo o di maniera per le conquiste del socialismo, l’onnipresenza dei servizi segreti il cui nome non si può nemmeno pronunciare, come quello di Dio tra gli ebrei, la miseria e le meschinità della coabitazione. Il “filosofo volante”, docente di storia delle dottrine politiche a Pavia, detto anche “el matt”, non concede al nuovo regime nemmeno il beneficio degli inizi e il giudizio che emerge per quell’esperimento è senza appello. Nonostante questo, la curiosità soprattutto umana e il gusto per gli incontri fuori programma per la gente comune testimoniano un’autentica passione per il popolo russo. I nomi e i toponimi sono traslitterati alla vecchia maniera (Tolstoi e così via). Ma il racconto è quantomai fresco e intenso. Finalmente Al vento delle steppe torna in libreria dopo quasi un secolo di inspiegabile e ingiusta assenza. ** Nella casa di Leone Tolstoi  Il treno che viene da Mosca sulla linea di Karkow ferma a una piccola stazione; poi sono circa cinque chilometri di strada campestre. La carrozza corre attraverso il piano erboso, lungo un fascio molle di solchi. Il passo dei cavalli sul terreno intriso d’umidore è silenzioso, come sopra un tappeto di sughero. Non ascolti che il tremolio del campanello, il cigolare delle stanghe e la voce del guidatore.  A destra e a sinistra del passaggio respirano gli abeti dalla scorza fine, si rizzano gli olmi rabescati di edera vecchia. Quando la stagione cade i rami si fanno trasparenti e il viandante scorge di là dall’intrico vegetale la fuga ondosa di altri poderi, e il fumigare del sole rosso incline all’orizzonte. I campi odorano di foglie e di acquitrino. La carrozza si ferma all’ingresso di un viale guardato da due pilastri. Qui comincia il parco interno della tenuta che apparteneva ai Conti Tolstoi. Si chiama Jasnaja Poliana, che in russo vuol dire “chiara campagna”. Fuori dal recinto è il villaggio dei contadini; in fondo al viale sorge la casa del poeta.  Un fattore, menandomi a piedi lungo il sentiero ghiaioso sparso di ramuscoli, mi ha detto che avrei potuto incontrare il figlio Sergio e la nipote. Dalla morte del Grande, questi relitti dell’antica famiglia vivono appartati fra le mura e gli alberi, quasi a custodirne i ricordi.  Ora un corpo di fabbricato è ridotto a museo; serve anche per la foresteria. Un viale di tigli corre davanti alla casa. Una iscrizione di data recente sull’architrave tarlato dice:  > “Tolstoi fu grandissimo artista ma cattivo filosofo. La sua dottrina > debilitante prova l’impotenza della vecchia classe aristocratica a realizzare > un ordine nuovo”.  Firmato: “LENIN”.  Entra nella casa un contadino: barba lunga, tunica grigia, gambali di pelle come usava al tempo antico. Qui dentro nulla è mutato.  Il vestibolo terreno è ingombro di selle, di staffe, di cavezze, di briglie: c’è un odore diffuso di frutta conservata e di mele autunnali. Il guardiano dice: “In questa casa abitava Alessandra, la figlia più giovane”. Erano tanti fratelli; ma quattro sono morti piccini; e fuori di Sergio Lvovic, gli altri sono andati a vivere nei più diversi paesi del mondo. La camera è rischiarata a ponente e i materassi hanno aroma di fieno secco; stando seduti sulla sponda del lettuccio si vede la chioma di un alberello giovane profilato contro il cielo chiaro. Tra l’uno e l’altro edificio sorgeva un’antica costruzione in legno che il nonno del poeta aveva fatta erigere sul vecchio stile russo. Poi fu venduta e trasportata trave a trave quaranta verste lontano. Ora lo spazio è vuoto e da questa cameretta si scorge il tetto dell’altra casa.  La nipote del poeta vive là dentro con la consegna di guardare i cimeli. Sergio è musicista.  Qualche volta nelle sere dolci di mezza estate le note del pianoforte si diffondono nel giardino. Dalla fattoria qualcuno esce in ascolto e siede ai piedi dell’albero secolare dove un tempo il vegliardo radunava a convegno la gente sua. I contadini più anziani commentano a bassa voce: “Questa è la musica che piaceva tanto a lui”.  Sergio Tolstoi, avvertito del mio arrivo, manda ora una ragazzina bionda a dirmi che sarò ospite accetto. Egli mi attende sull’atrio della palazzina. Una figura alta e corposa; dal ciglio arruffato, dall’occhio pungente, come il padre suo. Ma si vede che è stanco, carico di anni. Vicino a Sergio, Elena, canuta sotto una cuffia nera, con uno zimarrino bianco, le pianelle di fibra, la gonna pieghettata a volanti, sorride con le guance accese e lustre, stringendo le pupille miopi dietro gli occhialetti a stanga. Sua madre era sorella del Grande. Un ritratto è appeso alla parete e la somiglianza fa prova di eredità.  Al mio apparire stanno quasi perplessi. Gente avvezza al silenzio, anime segregate. Ora vengo introdotto in un salottino, tra mobili dell’Ottocento, tendaggi verdi sdruciti, fotografie giallastre, scaffali polverosi, gremiti di vecchi libri. L’uscio a vetri cigolando si richiude. Eccoci risaliti di mezzo secolo, avvolti nel passato, presi in quest’atmosfera di pace pensosa e di meditazione vigilante. Una scala ripida conduce al piano di sopra. Qui c’è la luce, le cose diventano vive. Si trattiene il respiro, si cammina in punta di piedi. La contessa dice: “In questa casa egli mi ha conosciuta bambina, quando tornai dalla Francia e dall’Inghilterra. Non pronunciavo parola di russo; fu proprio lui ad insegnarmi la lingua madre”.  Questa pia gentildonna parla con voce sottile, grandi pause, nessun gesto, un vago tremito nelle pupille. Non è abituata a con dare memorie con gente forestiera. Passiamo in una grande sala rischiarata dalle pareti opposte; il riflesso degli alberi e del cielo la inonda di luce verde e azzurrina. Una tavola rettangolare occupa il centro; mobili, pianoforte e divani sono conservati come allora: la posizione delle seggiole, dei vasi, delle lampade è immutata. A capo tavola era il suo posto: questi i suoi piatti, questa la sua scodella e la posata che adoperò fino all’ultimo giorno.  Una grande metodicità caratterizzava la vita del Maestro.  > “Egli mangiava separatamente da noi”, dice il figlio. “Fino a mezzogiorno si > tratteneva nel suo studio a lavorare. Poi lo vedevamo comparire da quell’uscio > con la sua veste da camera lunga, un libro in mano; girava lento intorno alla > tavola, si interessava alla salute nostra, si affacciava qualche istante alle > finestre e poi sedeva qui”.  I due fissano il posto vuoto e restano alcuni istanti con gli occhi fermi. Alla parete sono appesi diversi ritratti: il vecchio conte che edificò la villa ampliando i poderi, il padre del poeta e poi la moglie sua; da un lato è riprodotto a tinte vivacissime il busto di una giovinetta dalle grandi trecce nere arrotolate sulla nuca. La contessa Elena alza lo sguardo verso di lei e indicandomela esclama:  > “Questa è Natascia che ha tanta parte nella vicenda di Guerra e pace. Infatti > aveva una voce bellissima e due occhi splendenti, come sta scritto nel libro. > Quest’altro che avete osservato è pure un personaggio del maggiore romanzo: il > padre del Principe Andrea, colui che in punto di morte fa ammenda dell’aspro > suo carattere e piega a mitezza. Era un avo di Tolstoi. E lo ha dipinto con > cruda verità. Al contrario osservate qui: è il ritratto della moglie: colei > che appare in Anna Karenina sotto il nome e la veste di Kitty: la sposa > fedele. Non vi sembra che anche fisicamente le somigli?”.  È uno stranissimo discorso. Gli intimi famigliari chiedono a me, estraneo, una conferma di somiglianza e di identità. Quei personaggi, quei volti sembrano staccarsi e prendere vita al richiamo di tanta evocazione. Ed io mi rendo conto che i rapporti si invertono. Le immagini restano vive nel ricordo di questi medesimi superstiti non perché riproducono persone di carne, ma perché diedero suggerimento alla fantasia di quell’immenso artefice. È il romanzo che li ha resuscitati e che li conserva in piena forza di anima e di passione. La seconda vita prevale sulla prima. La finzione poetica li ha resi più reali della stessa realtà. Mi sento chiedere se io rammento la bella voce di questa fanciulla e il suo temperamento irriflesso, e la sua personalità inquietante, o se tengo a memoria l’incidente del ritardo che scompigliò le nozze del poeta. Anche questo è narrato nelle pagine immortali di un libro suo, e l’episodio cessa di appartenere alla cronaca intima di una famiglia per diventare patrimonio dell’umanità. Mai come ora ho sentito la forza miracolosa della creazione artistica. Così i frammenti di questa casa ridanno vivo ad ogni istante l’uomo grandissimo che toccando le cose caduche dell’esistenza le ha rese eterne ed universali.  > “Questo è lo studio. Anna Karenina fu terminata lì, sullo scrittoio. Qui venne > anche composto il racconto dell’epopea napoleonica: il poema santo del popolo > russo”.  Io mi siedo sullo scanno bassissimo. I gomiti, scrivendo, restano alzati e il mento quasi urta contro il margine della tavola. “Ha voluto così”, dice Sergio Tolstoi, “perché la miopia l’obbligava a tenere l’occhio vicinissimo al foglio”. C’è una stampa di Raffaello alla parete e sotto la stampa un divano assai largo.  Sono venuti al mondo su quel divano quattro figli del poeta. Per questo egli lo volle sempre accanto a sé: di quando in quando, alzandosi dallo scrittoio, vi si andava a riposare. Mi si mostra in un angolo dello studio un tavolino più piccolo.  > “Qui, dalla mano di mia madre, il manoscritto di Guerra e pace fu ricopiato > sei volte”.  La contessa dormiva in un’altra camera: grande, tutta sparsa di fotografie com’era in uso al finire del secolo. Amava circondarsi delle immagini di tutti i suoi figlioli. Il segreto di quella tormentatissima vita coniugale fu reso noto dalla pubblicazione di un diario postumo. Sergio rammenta la malattia della madre, rammenta la chiusa disperazione del padre. I due si amavano e non si intendevano. Ciascuno urtava contro i limiti della personalità dell’altro; ne soffriva il peso e la resistenza. Destinati a incontrarsi oltre i limiti della vita. Entrambi credevano all’eternità.  Passiamo alla camera dove Tolstoi si ridusse negli anni estremi. Qui egli scrisse certe parole potenti e vertiginose del diario suo, quando abbandonati i campi dell’arte si cimentava sugli strapiombi nudi della meditazione tendendo le braccia a Dio.  > “Il corpo mi pesa, bisogna guardare con gioia alla sua distruzione”, oppure: > “La morte è certamente un prender sonno e probabilmente un risveglio”.  Il figlio lo ricorda vivo e parlante nel travaglio arroventato di quell’epoca. Insofferente davanti ai medici, insofferente degli ospiti che profanavano la solitudine sua. Lunghe assenze nei boschi, cavalcate invernali sotto la neve. Poi l’infermità del corpo si inasprisce e rende più viva la fiamma dello spirito. Non nasce in lui pensiero che non porti scolpita dentro la morte. Perché egli guarda e giudica le cose del mondo cogli occhi avvezzi a contemplare l’infinito.  > “Io ricordo”, mi dice Sergio posando una mano sul guanciale, “i giorni della > prima rivoluzione, 1905. Egli soffriva in tutte le fibre. Cercava di non > incontrare anima viva. Seduto non poteva rimanere. Scriveva durante la notte e > non mangiava che pochissimo. Non rispondeva agli appelli dei famigliari. Un > giorno gli chiesi che cosa egli pensasse dei cruenti moti operai: se a > giudizio suo le masse lavoratrici avevano o non avevano diritto di combattere > per la conquista di una maggiore giustizia sociale. Mio padre fatto pensoso > rispose a me con una parabola, che non dimenticherò mai…”.  Qui Sergio si interrompe un attimo, passando la mano sulla fronte altissima. La nipote Elena, aggiustata la cuffietta sulle trecce bianche, lo guarda fisso. Silenzio intorno a noi: nella piccola camera, sul letto deserto la sera riflette un bagliore di nubi erranti. Allora il figlio evoca direttamente le parole del genitore: “Nel tempo che ero giovane mi accadde di compiere un viaggio con un compagno ufficiale cadetto: un temperamento iroso e prepotente. Ci mettemmo sulla slitta. Dopo la prima tappa la strada apparve subitamente sbarrata; il transito era interrotto. Il mio compagno irritato scese dalla slitta e ingaggiò un aspro diverbio contro coloro che apparivano responsabili del guaio. Poi passando alle vie di fatto distribuì tale scarica di legnate che tutti ne presero spavento. Fu tolto lo sbarramento e la slitta passò. Allora il cadetto mi chiese con aria trionfante se io fossi contento del risultato. Io ero contento di proseguire il viaggio… ma il mezzo adoperato dall’altro non finì di piacermi e la coscienza mi ammoniva che sarebbe forse stato meglio portare pazienza ed aspettare il nostro turno, anziché ricorrere alla violenza e alla brutalità”. Così ha risposto senza aggiungere altro. Una parabola di stile evangelico: colui che può capire, capisca. E soggiunge:  > “È ben meglio che il mio povero padre sia morto prima della grande > rivoluzione. Dio gli ha risparmiato un nuovo tormento”.  Ma l’epilogo fu terribile. Per questa porta è disceso l’ultima sera. Temeva di svegliare la moglie, di suscitare l’allarme, di essere inseguito. È passato di qui: un pertugio conduce alla scala di servizio. Noi scendiamo: i passi fanno rumore sordo. Pareti intonacate di grigio, odore di vecchio ripostiglio. In una camera terrena dormiva il dottore. Egli lo ha svegliato dicendogli: “Bisogna partire”. Il resto è noto. Ordine di apprestare la carrozza. Una corsa sulla neve verso la stazione ferroviaria, l’arrivo a convento dove la sorella badessa lo accoglie sfatto nell’anima e nel corpo.  “Vostra madre non vi ha mai con dato particolari di quell’incontro?”. Elena un po’ curva poggiando il gomito allo stipite della porta annuisce col capo, abbassa lo sguardo, come chi fruga dentro le viscere della memoria.  > “Mia madre mi disse che vedendolo entrare nel parlatorio del convento ebbe al > primo istante timore che egli procombesse sfinito. Poi si accorse che > un’immensa, disperata energia spirituale sorreggeva il corpo fragile. Non fece > a tempo a offrirgli ospitalità che egli manifestò il proposito di ripartire > subito. Temeva di essere inseguito. Voleva morire in povertà, solo. Nessuno > riuscì a trattenerlo. Sorretto dal medico riprese poco dopo in ferrovia il > cammino del sud. Il male lo arrestò a mezzo…”.  Giunsero più tardi i figli attorno al suo capezzale in quel ricovero improvvisato nell’ora estrema.  “Voi ricordate quei momenti?”, chiedo a Sergio Tolstoi, mentre usciamo dalla camera terrena verso il giardino. È quasi notte: il bosco stormisce, la terra odora, la voce dei campi è spenta, un contadino passeggia sotto l’albero gigante dinanzi alla casa antica.  > “Nell’ultima ora egli era sereno”, dice a me il figlio, “completamente > pacificato con la coscienza propria, con gli uomini, con la vita. Rammento che > egli mi riconobbe chiaramente all’atto in cui passai la soglia. Mi fece un > cenno debole della testa. Poi disse: ‘Perché vi occupate tanto di Leone > Tolstoi? Occupatevi di coloro che hanno più bisogno di me’. In questo modo > morì”.  Ora il contadino si avvicina a noi, domanda a che ora voglio ripartire questa notte da Jasnaja Poliana.  “Verso le due”, rispondo, “per giungere in tempo al treno del mattino”.  “Sarà pronta la vettura”.  “Quest’uomo”, esclama Sergio, “è il medesimo che portò il padre mio nell’ultimo viaggio. Ora il governo gli ha passato un assegno modesto; egli vive con noi di ricordanza”.  Pioviggina; i due ospiti si trattengono salutandomi sulla soglia di casa. Ma un desiderio mi punge ancora, e lo confido al vecchio servo; con lui entro nella foresta. È notte, biancheggia soltanto la scorza dei platani. L’uomo regge la lanterna ed apre il cammino dentro il groviglio di arbusti. La pioggia fu suonare il bosco. Un viottolo conduce in un luogo solitario sul limite di un burroncello tra piante d’alto fusto. D’un tratto il contadino si arresta, toglie il berretto e mostra un monticolo di terra bruna, sparsa di foglie morte e intrisa di rugiada. Abbassando la voce esclama: “Sta sepolto qui”.  Vittorio Beonio Brocchieri L'articolo “Scriveva durante la notte e non mangiava che pochissimo”. Gita a casa Tolstoj proviene da Pangea.
July 3, 2026 / Pangea
“Sarete nuovi o estinti”. Traversata nell’opera-mostro di Federico Italiano
Avviene – anche nel poeta di avventata avvenenza – l’avvento del mostro.       Poeta-anfibio, l’ho detto – e i rospi non mi hanno tradito. Nella traduzione in spirito urodelo, mordace batrace.    À rebours – ne ho traversato l’opera. L’Apocalisse prima della Genesi – un Esodo a ritroso, dissertando nel deserto di giugno, mese-ragno, dai giorni ottopodi. Mi servirebbero tre cuori ora, come i polpi, per ripercorrere tutto ex novo.  * Federico Italiano – il meno italico dei poeti, il più poetico degli italiani – è nomen che si smaterializza in diffuse patrie e residui di eradicate radici. Caratura da intellettuale incardinato nel ventre della Mitteleuropa, sfoggia il physique del poeta da cafè asburgico e la lirica da armigero con la lira. A ciascun poeta il suo Golia. Al bardo novarese in dote è andato Godzilla – rebus radioattivo –, sorta di Golem derivato da risaie piemontesi – viscerale leitmotiv dell’opera omnia – “dove onde minuscole screziano / la perfezione dei rettangoli e dei trapezi”.   Con l’omonima, apocalittica quanto apodittica opera ultima (Guanda, 2026 – finalista Strega), l’autore licenzia le pandette di un mostruoso corpus – mi si accordi la licenza giuris-poetica – genito nella squamosa preistoria del suo lirico seme.     Di Godzilla-Golia, mi fa gola la genesi. Del poeta, m’interessa il corpus. Il verbo dettato alle origini. L’artista da cucciolo. Il mostro che si edifica di stanza in stanza.  Domestico, non domesticato, i primi caudati vagiti li leva nella raccolta dei primordi, Nella costanza (Atelier, 2003) – fra la disperazione del quotidiano, candele con funzione doganale, mutande sul tappeto, la geometria di gesti calcificati col compasso in versi mai compassati. I giorni sembrano gironi e Godzilla un girino.  Avanza, tra le mirabili stanze di Trasloco e Nascita di una stanza, s’infiltra fino ai tentacoli vegetali della Monstera, acquattandosi fra l’armadio e il sofà, il vapore acqueo dei biasimi.  S’imprime con L’impronta (Aragno, 2014) – s’intuiscono, in embrione, motivi che rientreranno in altre stanze, da altre porte. “Ci sono porte che amiamo anche chiuse” – scriverà in un fulgido attacco, in contrattacco. Litologica, la poesia di Italiano schiude un’era postmoderna di zoologiche migrazioni – di milioni di sardine argentate; carte topografiche a mappare la geopoetica di un mondo nuovo, luoghi reali, ideali, idealizzati – Vienna, Anversa, Monaco, Gerusalemme; il codice futuro dell’anima – Tra arance e filosofi; l’orografia familiare – sublimata in Zambia, fra i testi-totem della silloge, di calcarea nostalgia, parola che eleva memoriali nel folto della savana.  Pure, in quelli d’ispirazione shakespeariana, il poeta fonde, con la fionda, l’antropico e il siderale, a trascendere il contingente – “parliamo della spesa/ piuttosto, o della tomba/ hai già pensato a un epitaffio?”.  Affiora una certa mania per la meteorologia – “Cos’è questa distanza tra di noi/ se non meteorologia?” – concetto nodale di componimenti successivi, in successione.  Erede di se stesso, Italiano alleva il mostro che tutto erode, bestia-Erode. Nutrendolo in vibrante crescendo – con umani fossili, scorie, virgole, voglie. Così, in alcuni stralci di Lettera da Mahon (da L’invasione dei granchi giganti, Marietti, 2010): > “Penso al nostro letto,  > sottratto alla signora delle case,  > al paravento cinese, col monaco-astronauta  > a guardia delle scorie, al lampadario  > di kryptonite sotto cui dicemmo  > la mancanza e il desiderio.” Il suo genio stratifica, riscrivendo, il mondo – che si tratti della Bibbia, di Shakespeare, del poema epico o il mercatino delle pulci, la zuppa inglese, l’esperimento col tostapane e il pronome indefinito –, è scrittore mineralogista, minia parole in cristalli. Con le lingue dei poeti si erigono nazioni, si custodiscono linguaggi. La storia poetica di Federico Italiano è già sedimentata nella Storia. E nelle nostre viscere.  Nel mondo che non concede oblio alla colpa, la sua poesia accorda la grazia della metamorfosi ai fossili di noi stessi. Poetica del “nuovo”, compendiata nel verso-regesto, tranchant, di Cafè Kafka: “Sarete nuovi o estinti”. Ci ha già riscritti tutti.  Se fra i versi de Lo zoo di Anversa la notte si compie nel superfluo, “un capello nel lavabo,/ la schiuma del dentifricio/ a forma di Antartide sul bordo e il sesso/ consumato nell’appartamento accanto”, nel suo Symposium – al settimo motivo – la poesia si smargina fra le frange del frainteso, sfrangiata nel duplice – “poesia ed errore/ le facce di un’unica medaglia”. Poeta-anfibio, a sangue freddo, Italiano ci accorda le coordinate-portolano, la bussola per naufragare, dolcemente, nel lirico equivoco.  Nessun maestrale a sferzarne la maestria metrica – da fantasie in fatrasie a postremi madrigali, il verso si sigilla nell’amido, acqua e vapore, si suggella, tumido, nell’umido. Umidità di litigi, di bramosia, di tradimento, umidità di lupo.       Cosmiche scaturigini, debuttano – nelle battute di Memorie d’acqua dolce – rane, tafani, zanzare, matrici ecologiche, di natura matrigna. Negli sconfinati confini della sua opera, riemergono, in rifrazione, insieme a locuste, drosofile, policromi entomi – saga di piaghe a ulcerare il cuore del lettore. * In una tassonomia d’elezione sentimentale, vado a incastonarlo fra i naturalisti del verso, anatomisti del vivente. Nella scatola entomologica della lingua – fra le cacce sottili di Jünger, devoto al genus carabus, che incannulava coleotteri in trincea (l’editore Guanda ne pubblica le scientifiche suggestioni trent’anni ante Godzilla) e gli alteri, vezzeggiati, lepidotteri di Nabokov; tra le filosofie botaniche di Goethe e le salamandre in bottiglia di Yeats – appassionato di scienze naturali, in calde notti dimorava nelle grotte irlandesi per acchiappare falene. Ma pure, andando per moderne frontiere, ai Fossili di rivolta di Giorgiomaria Cornelio, protagonisti del trattatello che il poeta maceratese dedica ad una “archeologia del possibile” (Tlon, 2024). Speculazioni speculari alla poesia, speleologia del verbo.      Nell’atlante-Atlantide editoriale tra i vivi e i morti, Federico Italiano si installa tra i “poeti forti” – l’espressione l’usucapisco da Harold Bloom (L’angoscia dell’influenza, 1973) –, fra le figure maggiori che non temono il rapporto revisionistico delle relazioni interpoetiche, si appropriano dell’esistente con cieca tenacia fino ad apparire come se avessero scritto anche l’opera del precursore. Uomo in bilico – fra gli argini e una madrepatria ai margini –, in esilio perfetto, Italiano pare avulso da conventicole e correnti, poeti in posa nei conventi. Europeo, nell’accezione eliotiana del termine – élite di chi sa fare l’uso migliore della lingua che gli è toccata, in quanto linceo conoscitore delle fonti esterne, estreme, estinte. Manifeste, sono le sue gesta di traduttore.  Negli scritti convoca, in conversazione fra pari, Bellow, Gogol’, Brodskij, Schiller. Pure, nel genio verbale di Mr. Bellow al Salone del Mobile, innesca un cortocircuito tra Crono e cronico – “il tempo ottenebra le verità / ma svela i microsegreti del tinello”.  * Ad occhi bendati, in filigrana onirica, traghetterei con me Habitat (Elliot, 2020), libro di nitore nipponico, dove il mostro transita nelle case degli altri, filtra nell’appartamento in cui ti ci potevi perdere e riabbracciare – fra le ossee flessioni di Congedo da Monaco, scritto salmodiante, super flumen Isar, per così dire (“Isar, son of the alpine snows,/ a furious turquoise flood” – ne scriveva J.C. Squire in Rivers).     Vanitas vanitatum – fra i testi di vertiginosa voluttà, fregiato di viziosa dovizia, merita menzione a parte, appartata, Villanelle di Qohèlet. Nella riscrittura del versetto, il monito dell’Ecclesiaste, svestito di ogni astrazione, si palesa in veste di imperativo anatomico, lode all’imminenza carnale – la chiusa, perentorio memento mori, s’intesse, intradermica, in ogni vulnus.  “Ciò che la tua mano trova da fare, – disse – fallo con tutte le tue forze  con tutte le tue membra, con l’inguine, con l’osso temporale  con le ciglia, con il piccolo psoas,  ciò che la tua mano trova da fare, fallo col cremastere, con le labbra  e con le ghiandole di Skène – disse – fallo con tutte le tue membra, con lo sterno, con la spina dorsale,  con la fossetta di von Mohrenheim,  ciò che la tua mano trova da fare, fallo con ogni tua singola vertebra  con tutte le ferite del tuo corpo,  fallo con tutte le tue membra, fallo, non esitare, poiché quando  sarai nel sottosuolo,  con tutte le tue membra,  la tua mano non avrà nulla da fare.” Disarmante estetica, nelle sensuali declinazioni di Federico Italiano – epos dell’eros, diffuso in vari titoli, che fluttua tra il libro d’ore e il libro d’ombra, la preghiera e la liturgia dei sensi, l’opera lirica e il teatro Nō. A redigere una sorta di breviario dei corpi – alludo a Complementi di luogo, Vilnius, L’era glaciale, Una voce – fra piume e piumoni, fremiti, moquette che mutano in foreste pluviali.   * In veste di poeta-augure, pure intona un beccheggiante dialogo con gli alati – le garzette bianche dal becco nero, tubano, volubili volatili, con le egrette bianche di Derek Walcott; le ali candide, svettano eleganti come i cigni di Coole – che sia l’estensione del riso o un prato di Santa Cruz, poco importa, il poeta s’è già involato in canoni immortali, lasciandoci a languire nel suo smeraldo.  E mentre dodici corvi – in formazione apostolica – sognano neri sogni di corvo tra i rami spogli di un platano, come a trarre gli auspici di Aratura autunnale, il coro mattutino di Supplemento alle beatitudini pare un fausto presagio – inaugurerà poi il volume di Godzilla. Se il poeta è profeta del suo tempo, legislatore non riconosciuto del mondo, come assevera Shelley – un romantico del Sussex – lo è anche di sé. Scorge il futuro nel presente – “Siamo l’ordine alfabetico/ della nostra fine e del nostro inizio”.    Che sia ermeneuta di una cometa, apologeta di un autobus, profeta del neolitico – testicolo del tempo –, Federico Italiano, nel giogo della lingua c’infila, con sapienza mai sapienziale, anche il gioco, complice la verve imberbe del poeta-fanciullo, senza riserve. Il metodo nigeriano per vincere a Scrabble, Il kebap e gli scacchi, Calumet, Walkie-talkie, sono alcuni degli scritti mostruosamente, dunque prodigiosamente belli, inviscerati in un virtuosismo che gioca una partita tra memoria e Memory, fotosintetico e fonosintattico. In poesia, gioco per pochi, Italiano compete con talento marziale. È fra i pochi a poter giocare seriamente – gli altri sono impegnati a impregnare la pagina del proprio io. Fra cristallini fumi, recita così, Calumet (da La grande nevicata, Donzelli, 2023): “Calumet – e sei in un campo Sioux  a discutere di cervi e lupi con il tuo amico per la pelle di cui conosci  l’odore, come fosse il tuo, ma quella pipa  non si chiama così; quel nome  latino, soavemente indoeuropeo, consanguineo del kalama sanscrito,  del calamaio, glielo ha dato  un piccardo, un poeta – è un inganno. Tu mima come si alza il fumo, come  dissolvendosi unisce, chiudi il gioco: la parola nascosta è calumet.”  * Federico Italiano è fra i poeti che squarciano l’asse del tempo, ne capovolgono la tirannia, facendo apparire tutti gli altri in ritardo. La sua poesia pare più monogama del suo astore, misticamente fedele a se stessa, in costante monologo. Del titanico corpus prediligo infine il non detto, l’incomprensibile, l’incompreso – la scoria che riluce, il frammento che riduce demente. I versi che fanno fiorire la malva negli interstizi – domestici, inguinali, astrali.  Ma si badi a non cedere all’onanismo esegetico – restano, queste, considerazioni di un impoetico.  Fabrizia Sabbatini *In copertina: Federico Italiano © Valentin Kuzan L'articolo “Sarete nuovi o estinti”. Traversata nell’opera-mostro di Federico Italiano proviene da Pangea.
June 30, 2026 / Pangea
“Tanto tu mi doni una vertigine”. Sulla poesia di Giancarlo Cutrona
Scrive Osip Mandel’štam, che la parola condivide la sorte del pane e della carne: la sofferenza. È ancora tempo di naufragio e l’epoca è il vascello percosso dalle intemperie della sua Storia e dell’umanità che la abita sempre incerta, al netto di credenze che sanno solo invecchiare male, e va per marosi di menzogne. Ogni civiltà muore, forse, sotto il peso delle proprie bugie. Che questa disfatta finisca nell’eliotiano piagnisteo piuttosto che nello schianto – sebbene minacce di fragori atomici pendano sempre sulle nostre teste – è, ormai, una certezza. Nel frattempo, gli scricchiolii con cui il Geistdell’epoca annuncia la propria vulnerabilità, ci pongono sempre e comunque di fronte ad una scelta. Come stare dentro questa fine? La viscera è, probabilmente, la via da percorrere per tornare ad esperire ancora il mondo. Il dramma heideggeriano dell’assenza di un fondo che arresti la caduta e dal quale ripartire, ci pone invero di fronte alla sfida di scendere nell’oscurità, cimitero di falsi orizzonti, tra le ceneri di parole che non hanno saputo restituirci la vita che credevamo di cercare, che credevamo di creare da soli. La sfida è altissima, sul piano poetico.  Scrive Giancarlo Cutrona, introducendoci al suo viaggio carsico in versi (Il libro delle viscere, esordio poetico per Fallone editore) che la vita deve essere percorsa fino all’ultimo capoverso. La vita, scrive, non la poesia. Dunque, il poeta ristabilisce una priorità che riporta la forma (la poesia) alla sua radice, a ciò che la genera e la rende credibile. Non l’ennesimo, nonché ossessivo, tentativo di trasfigurazione della realtà; non si offre la via di fuga con una posa, si offre una più impegnativa postura, eludendo qualsiasi scusa. Dunque, si sta dentro quello che a suo tempo Hofmannsthal ha chiamato disagio della civiltà e che, come insegna la grandiosa e drammatica esperienza viennese dei primi del ’900, colpisce in primis il linguaggio. La risposta al crollo delle illusioni, offerta dai versi di Cutrona, non è affatto un’altra illusione. Sarebbe l’ennesimo baro, in fin dei conti e, probabilmente, non ne abbiamo bisogno. Sai, esiste un luogo situato in profondità, dove le mani tendono le trame dell’alba alle laide eclissi e ha scaturigine il precipitare di un’antica sorgiva che dal dì del tuo preludio scorre, come un sorso di fiume in vene scure. Sacra invocazione, che dice tocca a te: indomita incertezza che stai sospesa in altri fili e ingravidi d’inchiostro la vetta più feconda degli abissi. Nella canzone scritta da De Gregori Le storie di ieri, De Andrè canta: “I poeti che brutte creature/ Ogni volta che parlano è una truffa”. Sarà certamente d’accordo il Platone del decimo libro della Repubblica; dopo Simonide di Ceos, la tradizione occidentale della poesia passerà dal glorioso – ed epico – sacerdozio della verità, a bugia di cui il poeta è unico artefice, intanto che la Musa lo ha abbandonato al suo destino di abile affabulatore, privando la parola del suo battesimo. Ma si diceva che qui non si vuole barare. La considerazione appare tanto più necessaria, se si valuta che il viaggio di Cutrona dentro le viscere, avviene attraverso una straordinaria ricchezza semantica che invece di seguire l’arbitraria utopia di un’autoreferenziale pienezza della forma, vuole agganciarla alla vita che la genera. Dunque, scendere nelle viscere vuol dire lanciarsi alla scalata verso l’avvenire. Cioè, senza timore del buio, scorgere i barlumi di vita, di luce, che ancora chiamano il nostro sangue, il nostro cuore ad altra, rinnovata, linfa. Dopo il tradimento delle cose semplici, per una nuova fedeltà.  > Entrerai con prepotenza > in una vita più feconda, > con vanità che cerca lume > e l’elettezza nel linguaggio. > Ma anzitempo questo volto, > questa sorba tra le querce > con le sue stagionali asprezze, > con i suoi spilli e questo drago, > che la parola come un vento > ancora rincorre e fa suo. > E se non basta > è un brivido di talismani > a dirci il vero dell’agosto. > Se siamo quella porcellana > fratturata lungo il capezzale > o è l’arido retrivo a strapparci > via la carne dai cristalli. > Tanto tu mi doni una vertigine, > il volo chiuso nelle colombaie, > così lo spazio aperto dove uccido > ciò che ignoro nel sapere. Ma si diceva della ricchezza semantica. Il poeta cesellatore – sempre potenzialmente titanico quando lavora troppo di fino; quando non si capisce bene dove finisca la sua signoria sul verbo e cominci quella di un dio, che benevolo suggerisce all’orecchio la parola esatta – qui, prima di tutto, pare richiamare la ricchezza dei suoni primordiali, quelli che in certe cosmogonie diedero inizio a tutto. Sembra di percorrere eoni interi, lungo una parola non comoda, ma della quale pare ci si possa fidare, certamente non annullando il rischio personale del mettersi in cammino. Non siamo, infatti, estranei al viaggio di Cutrona perché il poeta si rivolge a noi con il tu per dirci che possiamo (e dobbiamo) intraprenderlo.  Quando si cerca tutto, è doveroso perdere tutto. Lasciare andare conoscenze ridotte a carcasse (“Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?/ Dov’è la saggezza che abbiamo perduto conoscendo?”, dice ancora Eliot). Andare fino in fondo come atto vitale prima e poetico dopo, autenticamente eversivo. In tal senso, la ricerca semantica che in questo esordio poetico si offre così raffinata, appare tanto più coraggiosa, vòlta com’è a non cedere al collasso linguistico, naturalmente immischiato nel naufragio delle immagini ridotte a frantumi.  In un breve racconto, enigmatico, del 1917 Franz Kafka, partendo dal mitico viaggio di Ulisse tra le sirene, ci pone davanti a un terribile paradosso in cui l’evento davvero pericoloso per il viaggiatore non è quello atteso (e cioè il canto delle sirene), bensì il suo contrario: il loro silenzio. Non in ciò che crediamo o ci aspettiamo di vedere, è la trappola, ma in ciò che per qualche motivo non sappiamo riconoscere. È questo il punto in cui si rende necessario aprirsi alla realtà, dove è più alto il rischio, altresì, di cedere alle proprie, soggettive, proiezioni.  Al termine della discesa, alla fine delle viscere, tuttavia, non c’è l’io solitario ma la stirpe. Uno sì, ma non da solo. Questa catabasi in tre fasi (Descensio – Regnum Umbrae – Ab Stirpe) che Cutrona ci apre davanti agli occhi, questa conoscenza che non si sottrae alle tenebre, ma anzi ne ha fame, se conduce ad una chiarità spetterà anche al lettore/viaggiatore scoprirlo e al riguardo, fino ad un certo punto arriva la promessa del poeta/nocchiere. Meister Eckhart, citato in epigrafe nella seconda parte del Libro delle viscere, ci ha parlato del fondo dell’anima (Seelengrund) il luogo in cui avviene l’unione mistica tra anima e Dio, dove risiede quella scintilla (Fünklein) increata che non appartiene all’ordine del mondo sensibile, né a quello delle realtà finite. La verità, nei versi di Cutrona, non si conquista per elevazione, ma per immersione: non una nuova ragione cartesiana, per usare un’espressione cara a Franco Rella, ci attende ma una metafisica che sembra porsi in antitesi a questa ragione: discendo, dunque sono.  > Questo parlamento di nuvole nel cielo  > è un cupo precipizio di violini, un’invasione  > di sentenze mute venuta a dominare ogni > solco sulla Terra. Eppure anche quaggiù i  > tuoni sono un loquace presagio che  > illumina l’inerte, l’intercessione dei numi  > tutelari sulle sagome crepate e sul sepolto, > che un tempo furono rifugio di ossessioni  > e di utopie: una stia celestiale in cui > rinchiudere l’abisso. E sebbene in questi > occhi vive eterno un grammo d’universo,  > sebbene abbiano già visto – in un sol momento –  > la fine di Roma e la fine di Parigi,  > il catrame sui muri e sulle carcasse  > delle foglie incenerite, o l’angelo,  > spiumare a picco e morire: essi  > sono essenzialmente ancora  > troppo umani e troppo stretti, per > dare ampio spazio a tutta la  > deflagrazione o a ciò che è venuto  > fino a qui come un profluvio di  > vendetta, per dilapidare. Livia Di Vona L'articolo “Tanto tu mi doni una vertigine”. Sulla poesia di Giancarlo Cutrona proviene da Pangea.
June 30, 2026 / Pangea