Con Romanzo olandese (Scritturapura, 2025), Marino Magliani ci propone una
trilogia costituita dai racconti lunghi “La talpa”, “Le vetrate di Rembrandt” e
“Biografia di un paesaggio anfibio”, ma anche una diade i cui poli sono Zeewijk,
quartiere di Amsterdam, e la provincia ligure di Imperia. Ne “La talpa” troviamo
il personaggio Magliani, che non coincide perfettamente con l’autore, intento a
redigere una guida turistica di Amsterdam per i tanti viaggiatori ecologisti che
vogliono percorrerla in bicicletta. Roland Fagel, il traduttore dei suoi libri,
gli insegna come “dosare il ritmo” dei pedali, perché non basta citare la bici
nella guida, bisogna tenere il passo di un turista appassionato di ciclismo.
Fagel è un personaggio ambiguo, che funge da alter ego di Magliani: “Stai
tentando di trasferire la malinconia autogeografica della tua maledetta valle ad
Amsterdam… ma Amsterdam non è agonia ligure, è vita […]. È della tua Liguria,
ancora una volta, che vuoi scrivere. Tu non solo non sai scrivere altro, ma fai
di tutto per non vendere i tuoi libri”. D’altro canto, annota Magliani,
Amsterdam per Fagel era “una religione e il suo era il tentativo di convertire
anche me alla sua fede”.
Zaino con merenda in spalla, i due ciclisti partono dall’imboccatura del
Noordzeekanaal, il canale che collega Amsterdam al mare, e attraversano la città
in bici, imparando l’arte di legarla alle ringhiere durante le loro escursioni a
piedi. Ben presto alla coppia si affianca Welmoet, cittadina rinnegata che
preferisce all’urbe la vita in campagna e la coltivazione della verdura
biologica. Se Fagel è misterioso, Welmoet appare fin dal principio un
personaggio ingannevole, provocatorio e seducente, che indaga sulla vita privata
di Magliani Cosa fai quando non scrivi? Guardo le vetrine.
Il racconto ecologico iniziale, dove tutto avviene all’aria aperta, diventa
un’avventura (letteralmente) underground quando Michael van der Vlis, assessore
in pensione, spiega a Magliani l’esistenza di un sotterraneo segreto costruito
durante l’edificazione della Centraal Station a inizio Novecento. I tre ciclisti
si trasformano in speleologi e insieme al cane di Welmoet, un Breton bianco e
arancione di nome Bolero, attraversano dei tunnel interrati con l’obiettivo di
arrivare alla Stazione. La comitiva cammina curva lungo cunicoli chiamati
“condotti morti”, dove la mano di Welmoet può palpare furtiva le chiappe di
Magliani, attraversa pancia a terra pericolosi sottopassaggi e arriva financo a
tuffarsi con la muta in un canale d’acqua oleosa. Ma al posto della Centraal
Station, gli speleologi trovano una “zona franante, con precipizi di almeno
cinquanta metri”. Impavidi, proseguono con elmo e torcia circondati da grandi
ratti d’acqua (Arvicola terrestris), tanto che Magliani arriva a pensare di
“scrivere sul calcare i dolori della mia civiltà, il mio testamento”.
Giungono infine a una porta che si apre sulla Stazione. Si tolgono la muta per
camuffarsi con le divise dei ferrovieri e recuperano le biciclette. Ma a questo
punto si sentono sotto controllo, forse spiati dai Servizi segreti. Magliani si
rifugia in un bar, Fagel viene arrestato per strada dalla polizia.
Il racconto termina con la fuga di Magliani in Italia.
Prima di andare all’aeroporto incontra di nuovo Welmoet, con cui ha un dialogo
enigmatico. Gli viene il dubbio che non sia una contadina, che lo conosca molto
più di quel che faceva credere:
> “un vizio, più che una costante, dei miei romanzi è che la Liguria dopo un po’
> frana. […] Una regione intera galleggia al largo, tra Corsica e Piemonte. La
> gruviera carsica e piena di tane servite da rifugio ai disertori e ai
> partigiani. Welmoet doveva avermi letto per conoscere le mie ossessioni
> underground”.
Nel secondo racconto, “Le vetrate di Rembrandt”, siamo alle prese con un
Magliani cartografo che nota una perfetta sovrapposizione tra la mappa di
Zeewijk e la provincia di Imperia. Da qui parte un esercizio
letterario-topografico dove il paesaggio olandese si alterna, contrappone e
mescola con quello ligure (rigorosamente di Ponente).
Il Magliani personaggio descrive Zeewijk come un quartiere costruito sulla
sabbia, su rocce clastiche, substrati tutt’altro che stabili adatti ad abitanti
poco raccomandabili: lavoratori in nero, truffaldini galeotti. “Non faccio lo
scaricatore [di porto] da anni, al posto della fatica ho scelto di scrivere le
storie della fatica e questa sabbia. Un’attività che secondo me richiede ancora
più fatica”. Nel confronto con l’amico Piet van Bert, il “disoccupato di
professione” che lo porta a vedere Lezione di anatomia di Rembrandt, scopriamo
che Magliani non è “adatto ai lavori del tutto legali. Per certi aspetti neanche
la scrittura lo dev’essere”. Questa letteratura clandestina ci rimanda al primo
racconto parlando del suo ritorno in Liguria dopo l’arresto di Fagel e la
perdita del lavoro.
Il Magliani ligure è un girovago con il taccuino, un uomo selvatico che ama
“esplorare le campagne e vagare da mattina a sera per i costoni – la mia
passione per i rovi”. Dopo il manuale sulla città di Amsterdam in bicicletta, un
altro editore gli propone un libro su Amsterdam vista attraverso le vetrate
trasparenti delle case. Ma Magliani concepisce le abitazioni olandesi affiancate
agli orti liguri: sembra stia compilando una mappa catastale accavallando
Zeewijk alle valli di Ponente. “Tu getti ancora occhiate ingorde nelle vetrate
altrui?” gli chiede Piet. “Sempre”, ammette. “È un rito. Di più. Un dovere.”
Così come per gli olandesi è un dovere di ascendenza calvinista la trasparenza
delle case: non vogliono avere nulla da nascondere – nemmeno nella vita privata.
Ed è grazie a (quel) Calvino che il Magliani personaggio può stalkerizzare una
donna che lavora al centro commerciale Zeewijkpassage. La osserva al lavoro, la
segue per strada, la spia attraverso le vetrate. Si chiama Anneke.
Lui è Marino Magliani (forse)
Piet gli suggerisce di prendere un cagnolino, così può soffermarsi a guardare
senza dare dell’occhio. E così Magliani il voyeur si diverte a scrivere
biglietti per Anneke, ma inizialmente non li appende… Poi arriva a comunicare
con lei appiccicandoli sulle vetrate di casa sua. Le parla dei tramonti liguri e
Anneke lo lusinga: “bella la sciarpa, bambino dei tramonti”. La rivede spesso
attraverso le vetrate, le racconta di Piet van Bert, l’olandese che
“pratica flanerismo pigro sabbioso”. Ma la liaison con Anneke termina
all’improvviso: “Non capisci cos’è successo?” gli chiede Piet. “È finita la
storia tra voi quando è finito il libro”.
Nel terzo racconto, “Biografia di un paesaggio anfibio”, l’autore-personaggio
descrive la natura intorno al canale Noordzeekanaal. Racconto metaletterario,
Magliani narra le sue difficoltà a scrivere la bio-geografia di un canale che è
“muto, non si muove, e per complicarti la vita non è nemmeno stagnante”. Parlare
dell’acqua “non è un caso. Succede di cercarla a chi a un certo punto della vita
se n’è andato e crede per questo di essere un esule”.
Piet gli consiglia di “seguirne il corso da casa tua, oltre le dune e le isole,
fino a perderlo, perché a una certa altezza ti accorgerai che il canale diventa
altro”. Per studiare i movimenti dell’acqua Magliani si sdraia sulla scogliera,
dove scopre di essere in compagnia di un altro esule: il moscerino danzante
giapponese. Andando verso il porto, passa sugli scogli attorno al faro e scopre
un campo di bocce dove gioca una donna molto brava. Attratto dalla muscolosa
giocatrice, le chiede se gli lascia provare le bocce – il suo secco rifiuto lo
umilia, ma al contempo lo affascina. Seduttore seriale, torna alla bocciofila
nei giorni successivi, ma non la trova più. Nel frattempo si accorge che
il Paese piatto gli ha fatto perdere la sana paura del ligure per l’oscurità:
> “il buio ligure è pericoloso, la verticalità stende sul terreno le sue
> trappole, esci nel buio e rischi di cadere da una fascia e di ritrovarti senza
> saperlo sul bordo di un pozzo”.
Il Noordzeekanaal è attivo dal 1876, quando aveva solo due chiuse. Nel 1883 ne
venne progettata un’altra, nel 1928 la quarta; esistono anche dei canali
laterali, nove, nominati Zijkanaal A, Zijkanaal B e così via fino a Zijkanaal I.
Gli olandesi sono ordinati. E Magliani li ringrazia di facilitargli il lavoro.
Ogni giorno esce di casa dopo colazione, prende il bus e scende alle fermate
della linea Amsterdam-Sloterdijk. Presso le chiuse del canale Magliani diventa
uno zoologo che classifica l’acqua salmastra (brak water) in base al grado di
salinità. Attratto dagli animali presenti, si sofferma a osservare perfino i
vermi policheti. Scopre e fotografa il “pesce quattrocchi”, originario
dell’Amazzonia, specie Anableps anableps – com’è arrivato fin lì? Va in
biblioteca a fare ricerche, poi riparte per la sua perlustrazione acquatica,
novello naturalista ottocentesco sulla scia di Charles Darwin. La Liguria
all’esule permette di tenere il passo. Attraversa le chiuse e arriva oltre
l’edificio dei pompaggi, dove compare un’oasi, un’area agricola naturale con una
torretta di avvistamento degli uccelli. Qui il novello Darwin riporta, specie
per specie, la varietà dell’avifauna segnalata dagli appassionati.
Nell’avventura finale Magliani attraversa il canale alla ricerca dei campi di
patate immersi nel terreno fertile zeeklei. Incontra il contadino del luogo, un
po’ scontroso, che lo indirizza all’azienda agricola. Magliani insiste, non gli
interessa la produzione industriale, vuole parlare proprio con lui, che
riconosce come suo simile – da provinciale a provinciale, da sapiens selvatico
a sapiens salvatico. Già il fatto che il contadino gli porga il polso – e non la
mano – lo rende simpatico. I due guardano l’orizzonte e si scambiano poche
parole. Magliani assapora l’odore delle patate, che gli ricorda il “giugno
ligure, quando il contadino vanga il terreno e alza le patate”.
Mi viene in mente ciò che Vincent Van Gogh scriveva al fratello Theo a proposito
del quadro “I mangiatori di patate”:
> “Ho cercato di sottolineare come questa gente che mangia patate al lume della
> lampada ha zappato la terra con le stesse mani che ora protende nel piatto, e
> quindi parlo del lavoro manuale e di come essi si siano onestamente guadagnato
> il cibo”.
Magliani e il coltivatore di patate, due uomini che vivono il senso dell’abitare
la propria terra. L’epitaffio finale del romanzo potrebbe essere questa massima
“vertiginosa”:
> “La mia terra è molto verticale, signore, [ma] ci sono diversi tipi di
> vertigine, quella delle montagne e quella della pianura. Lei forse conosce la
> vertigine della pianura”.
In Romanzo olandese troviamo una scrittura itinerante, piena di paesaggi,
animali e pietre. E acqua: il Mare del Nord, i canali di Amsterdam che irrorano
una terra scabra dove si coltivano le patate. Magliani è un autore che consuma
il suo personaggio, lo leviga, lo trasforma in un vagabondo inurbato.
Uno scrittore territoriale.
Lorenzo Galbiati
*In copertina: Rembrandt, Autoritratto, 1629 ca.
L'articolo “La mia terra è molto verticale”. Intorno a Marino Magliani,
scrittore vagabondo proviene da Pangea.
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> “Forse, io sono i racconti che ho ascoltato da bambino.”
>
> (Filippo Tuena, Tutti i sognatori)
È una Roma sospesa tra sogno e storia, tra ricordo e fotografia, quella che
Filippo Tuena, tra i più notevoli scrittori italiani contemporanei, ha fissato
in Tutti i sognatori, romanzo uscito nel 1999 (premiato con il Super Premio
Grinzane Cavour nel 2000), ora ripubblicato da Nottetempo in una versione
integrata con fotografie della capitale occupata e due testi in appendice.
Un’opera labirintica e anfibia, dove la cronaca della Resistenza durante
l’occupazione tedesca si intreccia alla storia privata di un gruppo di famiglia
con interno, travolto dalla violenza del secolo. Due dimensioni, narrativa e
documentale, storica e onirica, si alternano e si sovrappongono in una Roma che
è insieme scenario dechirichiano, con le sue piazze svuotate, gli interni
borghesi, le gallerie d’antiquario simili a cripte, e paesaggio piranesiano,
dove rastrellamenti, torture, le prigioni di via Tasso e le Fosse Ardeatine
emergono in tutta la loro oppressione claustrofobica, con freddo realismo e
talento visionario.
Tutti i sognatori racconta una Roma ascoltata prima ancora che ricostruita,
filtrata dalla memoria, dai racconti familiari, dalle voci dell’infanzia e del
passato. Tuena stesso ha indicato in quei racconti di guerra uditi da bambino
una delle matrici profonde della propria vocazione narrativa. E proprio questa
memoria sedimentata e collettiva è la materia impalpabile del testo oltre che la
sua chiave profonda. Il romanzo nasce infatti da una impostazione duplice che
mischia: da un lato fonti d’archivio, documenti, cablogrammi, dati e
testimonianze; dall’altro il sogno, l’aspetto interiore, la visione, la memoria
privata. Non è un semplice romanzo storico, né una cronaca sentimentale
dell’occupazione. È un testo di frontiera, collocato sulla soglia tra ricerca e
narrazione, dove il dato storico e la febbre immaginativa si fondono in una
sintesi destabilizzante e ammaliante.
Roma appare allora come una necropoli dalle molte anime. Da una parte c’è la
città riconoscibile, occupata dai nazisti tra il 1943 e il 1944, con la sua
geografia della paura, con la sua esattezza toponomastica, in cui si inscena la
danza delle ombre di spie, infiltrati, partigiani, tedeschi, fascisti
collaborazionisti, delatori e prigionieri. Dall’altra c’è una Roma mentale,
quasi metafisica, dove ogni gesto sembra annunciato da un presagio e ogni
personaggio cammina già dentro il proprio destino. È una città rosselliniana per
la concretezza della violenza, ma borgesiana per la sospensione, l’enigma,
l’immobilità sacra che precede la rovina e la infesta. Tuena però non scioglie
questi due registri ma li lascia coesistere, li costringe a riflettersi l’uno
nell’altro, fino a dissolverli in un mistero quasi hawthorniano, dove la guerra
e la memoria hanno la stessa consistenza del sogno.
Il centro narrativo del romanzo è la famiglia Bellingardi, borghese, di origine
elvetica, installata in un’enclave che ancora crede possibile una forma di
neutralità separata, protetta dall’autorità svizzera e dalla propria condizione
sociale. La croce elvetica sulla porta, gli interni appartati, le abitudini
familiari, gli oggetti d’arte, tutto sembra comporre una piccola montagna
incantata immune dalla guerra. Ma questa illusione si sgretola presto. La storia
entra nella loro vita come un fantasma o un sortilegio. Basta l’arrivo di un
ufficiale tedesco, una minaccia, un nome pronunciato a bassa voce, perché il
mondo custodito dai Bellingardi venga attraversato dalla stessa violenza che
devasta la città.
Dentro questo spazio si muovono Maria e Luca. Maria, figlia dei Bellingardi,
appartiene alla dimensione del sogno, dell’immaginazione, dell’altrove è una
giovinetta con tutta la vita davanti. Luca è un giovane antiquario,
collaboratore del padre di lei, educato al bello, agli oggetti di lusso, ai
quadri, alle cose rare. Il loro rapporto non è meramente sentimentale: è il
pretesto in cui Tuena mette alla prova due modi diversi di intendere la
bellezza. Per Maria la bellezza diventa visione, estraneazione, sopravvivenza
interiore. Per Luca, invece, nasce come desiderio di possesso, come rapporto
fisico con l’opera, con la mercanzia sublime del passato, con gli avanzi di una
civiltà antica di cui brama il fascino e il fato. Ma la guerra trasforma questa
educazione estetica nell’anticamera della sua ribellione.
Il percorso di Luca è uno degli snodi più forti del libro. Egli si muove
inizialmente in una Roma patrizia che lentamente si spoglia della bellezza
custodita nei salotti, nelle gallerie, nelle case nobiliari, nei depositi
d’antiquariato per le urgenze della guerra. Vive tra specchiere veneziane,
statue, mobili, arredi, oggetti carichi di fascino. Sembra appartenere
interamente a quel lusso residuale, a quella civiltà di resti e di forme. Ma
l’occupazione nazista gli rivela che non si può amare davvero la bellezza
restando indifferenti davanti a ciò che la distrugge. La sua adesione alla
Resistenza non nasce però da un sistema ideologico, né da un romanticismo
politico. Nasce da una ferita personale, da una questione privata ed estetica.
In questo senso Tuena mostra come pochi che in verità “le motivazioni di chi si
ribella sono sempre personali”. Le azioni degli uomini non hanno simpatia per
l’ordine fisso, per gli schemi ideologici e le mitologie politiche, ma sono
mosse dalle intermittenze del cuore, dalla fantasia della storia. L’autore
pertanto pur non abdicando alla propria vocazione civile, sceglie di non
subordinare mai ad essa la sua concezione della scrittura come viaggio verso
l’ignoto e ricerca di quella complessità che solo la letteratura sa cogliere. È
questo il cuore morale del libro. Luca diventa un cane sciolto, un guerrigliero
indipendente, non perché abbia aderito a una dottrina, ma perché ha riconosciuto
nella violenza fascista e nazista una forza capace di deturpare il mondo e la
bellezza. È in questo come il Milton di Fenoglio o il Generale della Rovere di
Rossellini, non un monumento di valore e valori, ma un uomo vero in carne e ossa
che sceglie da che parte stare fino all’estremo sacrificio per mano dei
nazifascisti. Per altri la Resistenza potrà nascere dalla giustizia, dalla
libertà, dalla pietà, dall’amore. Per lui nasce dalla bellezza. E proprio per
questo non è meno autentica, ma anzi è concreta, personale, carnale, e per
questo più aderente alla sua natura.
L’opera affronta così la Resistenza non come monumento già compiuto, ma la
ricostruisce nella sua materia incerta, individuale, contraddittoria. Ci sono
diverse bande partigiani e diversi fiancheggiatori, figure positive e negative,
c’è soprattutto l’ambiguità del reale e del suo strano enigma. Ciò non
diminuisce il valore della lotta partigiana nella guerra civile, ma al
contrario, lo rende più vera. La grande storia nasce infatti da ragioni private,
fragili, talvolta confuse e accidentali, ma non per questo meno assolute. È lì
che l’epica smette di essere un programma ideologico e diventa esperienza capace
di mostrare che solo ciò che è ordinario mantiene quello che lo straordinario
promette.
Allo stesso tempo la trama segue il progressivo crollo dell’illusione di
neutralità. Roma non permette di restare spettatori. La famiglia Bellingardi
scopre che la neutralità in cui si era rinchiusa è solo un autoinganno destinato
a consumarsi. In una città dove il ghetto ebraico viene rastrellato, dove via
Tasso inghiotte i prigionieri, dove le Fosse Ardeatine raccolgono i corpi della
rappresaglia, nessuno è davvero fuori dalla guerra. Anche chi sogna viene
raggiunto. Anche chi commercia bellezza viene chiamato a decidere.
Maria attraversa questa rivelazione in modo diverso da Luca. Lei sogna perché il
reale è insufficiente, perché la morte non chiude tutto, perché l’amore continua
a cercare una forma anche quando la storia lo spezza. In questo personaggio
Tuena deposita uno dei nuclei più profondi del romanzo: il sogno come
sopravvivenza, come comunicazione con l’assente, e forza che sfugge al controllo
razionale e proprio per questo travalica la vita. I sogni riescono a costruire
ponti con l’altrove.
Lo stile obbedisce a questa duplicità. È asciutto e visionario, documentario e
lirico, burocratico e magico. Tuena, infatti, alterna narrazione, inserti
storiografici, materiali da dossier, memoria familiare, cronaca, fantasia. Il
risultato è un montaggio visionario in cui la pagina procede come una camera
oscura in cui i fatti storici vengono impressi dalla luce instabile della
memoria. La lingua non cerca l’enfasi o la drammaticità a tutti i costi ma anzi
nei momenti più duri resta fredda, quasi trattenuta. Ed è proprio questa
freddezza a rendere più intollerabile l’orrore, a renderlo vero. Le Fosse
Ardeatine, la repressione, la tortura, la violenza fascista e tedesca non
vengono amplificate, ma accadono, e la loro nuda fattualità basta a generare
sgomento.
In questo senso Tutti i sognatori occupa un posto essenziale nell’opera di Tuena
presentandosi come il suo principale libro di transizione. Guarda ancora al
fantastico, al sogno, all’irrealtà, alla dimensione visionaria che attraversa
una parte della sua narrativa; ma anticipa con chiarezza il Tuena successivo,
quello della narrazione documentale, dell’archivio, del montaggio, della storia
ricostruita attraverso frammenti, testimonianze, fotografie, resti. Qui l’autore
sta nel punto di passaggio tra invenzione e documento. Non rinuncia alla trama,
ai personaggi, all’amore, al destino di testi straordinari come Il volo
dell’occasione; ma già sente che la letteratura deve misurarsi con ciò che è
accaduto davvero, con ciò che resta nelle carte, nelle lettere, nelle
fotografie, nei verbali, nelle memorie, come nel successivo Le variazioni
Reinach.
Il libro, perciò, non è soltanto una “lettera d’amore a Roma” durante
l’occupazione nazista, anche se lo è in modo evidente. È una meditazione sulla
memoria come materia viva e instabile. Tuena lavora pertanto nella zona in cui
ricordo e archivio si correggono, si contraddicono, si accendono a vicenda. La
sua Roma non è soltanto quella verificabile delle date e dei luoghi, ma nemmeno
una città puramente letteraria. È un luogo metafisico in cui il sogno emenda la
precisione della storia definendo un’atmosfera sospesa che permettere di
cogliere la verità della storia e della letteratura. E nel farlo ricorda la
sublime distanza e l’intima e segreta partecipazione con il mistero dei migliori
quadri di Fabrizio Clerici (pensiamo alla quiete sospesa e ctonia del Sonno
romano o all’incombente presagio di fatalità di Latitudine Bocklin) e di De
Chirico.
Anche il titolo si apre così in più direzioni. Sono sognatori Maria, Luca, i
Bellingardi, i partigiani, i morti, i vivi, gli ingenui, gli illusi, gli uomini
che credono ancora di poter restare separati dal proprio tempo e quelli che
credono di cambiarlo. Ma sognare non significa solo fuggire. Può voler dire
vedere ciò che il giorno nasconde. I sogni di Tuena sono ambigui, potenti,
appartengono all’infanzia e alla morte, all’amore e alla politica, alla memoria
e alla profezia. Sono qualcosa che sa farsi misteriosa forma del tempo, e
rivelazione privata.
> “Lei, Maria, se ne innamorava e riusciva, attraverso i sogni, a mantenere una
> relazione con quel morto. Per questo nel titolo, che ancora non c’era, volevo
> la parola ‘sognatori’, ‘sogno’. Credo, come gli antichi, che i sogni abbiano
> una forza che noi non riusciamo a cogliere appieno e che ci sfugge e che,
> proprio sfuggendoci, dimostra la sua potenza. E questo tema, dell’amore che
> vinceva la morte e dei sogni che ne erano il tramite, mi affascinava. Pensavo
> fosse una suggestione personale, che nasceva da una lunga consuetudine con
> l’irrealtà, con la fantasia: le armi che mi difendono quando mi sento a
> disagio. Invece nasceva da un dato reale. E tragico.”
Leggere Tutti i sognatori vuol dire pertanto trovarsi in una terra di confine,
in un romanzo raro che mentre ci racconta una delle più ricche e sincere
testimonianze della letteratura sulla guerra civile, sa portare il lettore,
grazie alla sua scrittura, in viaggio verso l’altrove.
Francesco Subiaco
*In copertina: Fabrizio Clerici, “Minerva phlegraea”, 1956-57
L'articolo Le fantasie della Storia. Intorno a “Tutti i sognatori” di Filippo
Tuena proviene da Pangea.
Che bel romanzo ha scritto Silvia Bortoli, traduttrice dal tedesco e scrittrice.
La lingua è misteriosamente precisa, risonante, circondata da un alone
contemplativo che impone la sua grazia, procede nello stretto delle nostre
dimore, scorrendo come su un carrello su cui è piantata una telecamera che
registra, fissa sguardi, parole, abitudini, imprese quotidiane, sconfitte, si
apre un varco ampio, verso l’alto e il basso, in tutte le direzioni, ci mostra
gli ambienti, l’intimità dei luoghi, dei pensieri, dei cuori, i personaggi
affetti da mite demenza, conquistando la nostra attenzione, la nostra memoria:
non ce lo dimenticheremo più.
Che libro felice Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto (Quodlibet, 2025).
Spera e teme insieme, fin dall’inizio. Lo vorrei sottolineare tutto a matita,
tanto mi prende, e devo controllarmi. Propongo la pagina 17, per dare un’idea
della pacata tensione che si respira:
> “Sento una nuova inadeguatezza che avanza divorando pezzi del mondo che una
> volta nemmeno mi rendevo conto di avere a disposizione e che si sta
> restringendo”.
E la pagina 18:
> “Questa notte all’una e mezza si è aperta la porta e quando ho acceso la luce
> in mezzo alla stanza c’era un fantasmino scodinzolante che ho subito
> accompagnato nella sua cuccia, e poi alle due e mezza sono stata svegliata dal
> Principe che si era alzato e vestito credendo che fosse mattina, e ho
> riaccompagnato a letto anche lui”.
Da questi passi si capisce che il romanzo si svolge in una casa in cui prevale
un disagio a cui fare fronte, e quindi c’è molta originalità che trapela dai
comportamenti umani, e continui imprevisti, nonché lotta disarmata per
affrontarli. Ancora a pagina 18 mi piace citare un passo:
> “Una donna che ha la mamma malata mi ha detto che è diventata violenta e non
> riescono più a contenerla. Ma non il Principe, lui è sempre l’uomo gentile,
> elegante, calmo che ho conosciuto tanti anni fa, i gesti inconsapevoli sono
> sempre gli stessi, sorride, le rare volte in cui ancora sorride, sempre allo
> stesso modo, ma è sempre più lontano, più assente, ogni giorno si spegne
> qualcosa di nuovo, in lui e intorno a lui. Vuoi delle carote? Gli ho chiesto
> l’altro giorno. Cosa sono? mi ha chiesto. Gliele ho mostrate ma non le ha
> riconosciute”.
Andando avanti nella lettura, capisco meglio il senso del libro, e lo apprezzo
maggiormente, in crescendo. Non è la solita solfa sulla violenza diffusa, che ti
vuol fare paura (oggi tutto vuol farti paura, a incominciare dalla televisione,
con la scusa che non bisogna essere consolatori). “E comunque il mondo è pieno
di persone gentili, non solo di diavoli, come si tende a ripetere sempre” (pag.
28).
Sebbene sia contrario a una certa visione strumentale dello scrivere, direi che
si tratta di un romanzo terapeutico. Nel leggerlo ti senti bene. Perché? È
l’umanità viva che traspare da queste pagine, la compagnia, l’importanza che
hanno gli altri, ognuno. Tutto gira intorno al cane Jack Russell che i
componenti della casa hanno deciso di accogliere. L’animalità si rivela in
frammenti, parallelamente al rapporto con l’umano, che pure si svela ora a poco
a poco, ora all’improvviso, in un aforisma, o in un dialogo compiuto, breve o
lungo che sia, ma sempre a taglio netto, un taglio orizzontale nella prosa, come
le fenditure di Fontana che incidono la tela, rigorose, reali nel bianco dello
spazio misericordiosamente infinito e limitato insieme, in un libro che è
moderatamente avversato dall’ansia, nostra compagna quotidiana.
I personaggi di questa scena (molto veri), ci sembra di averli già incontrati,
che so, in un nostro conoscente, o un parente, o un amico, essi, spesso, sono
staccati dal piano della vita vissuta tramite un nome fantastico, uno
pseudonimo, un nomignolo, un modo di chiamarli affettuoso, che rende ironico
l’ambiente, creativo, nonostante la problematicità delle relazioni, le
impuntature, gli intralci, gli equivoci, i drammi. Allo stesso tempo questa
umanità si consacra all’origine che ha perduto, ma che in parte, a pezzi,
ritrova nella verità di un appellativo azzeccato e sorprendente, un ritratto
dell’indole di qualcuno, a volte impensabile, comunque non appiccicato, anzi,
efficace, manifestante qualità di leggerezza, di tolleranza, di superamento. Un
sempre che definisce i protagonisti contemporaneamente persona e personaggio,
sono gli attori che appaiono sulla scena di questo originale romanzo. Eccoli, in
ordine di apparizione: Piccolo Faber, Adorata Mammina, Principe, Jack (il cane
Jack Russell), Nounou (un coniglio), Olga di Sant’Uberto (un altro cane, credo),
Primo Capobranco, E. (letteralmente, e puntata), eccetera. La mania di inventare
nomi dice la visionarietà soffusa della scrittura, l’inventiva, parallela alla
durezza della realtà.
All’inizio il prologo si apre con la proposta di prendere un cane, comunicata
democraticamente ai componenti e non della casa, compreso il neurologo. Il lui
in questione è il Principe.
“Dottore, dico al nuovo neurologo durante una delle visite di controllo, è
sempre più apatico, afasico, ormai è difficile comunicare con lui, avevo pensato
di prendere un cane, cosa ne pensa?
Un cane? dice il neurologo, sono molto favorevole, può aiutare.
Un cane? dice sua figlia, mah, non sono sicura che gli piaccia, non mi pare
proprio che ami gli animali.
Un cane? dice la figlia di sua sorella, mah, nonna aveva due cani, li teneva in
giardino, gli puliva il muso e poi li mandava via dicendo: A cuccetta!
Un cane? dice entusiasta Piccolo Faber mentre mi segue verso casa reggendo
sull’avambraccio sinistro sospeso a mezz’aria le sue due aquile, sarò il secondo
capobranco.
Però deciditi, dice Adorata Mammina, non puoi parlargliene sempre e non
prenderlo mai.
E se prendessimo un cane? ho chiesto al Principe. Non mi ha risposto, ma non mi
è sembrato nemmeno contrario.
E così ho preso il cane”.
Il libro è un diario o un giornale di bordo, scandito dai mesi: Jack si tuffa
nel fango (agosto), Jack rosicchia il filo dell’airbag del taxi (settembre),
Jack distrugge il divano di casa (ottobre), e via di questo passo… Tutto
fulminato da un lampo al magnesio che fotografa il reale in presa diretta, o il
più che reale, in quanto le parole scavano la superficie per significare
l’oltre, sono accompagnate da un pensiero costante.
C’è sempre da fare in questa casa e per via del cane: “Quando hai sonno e hai
portato fuori il cane anche se ti pesa perché vorresti solo andare a letto e sul
prato il tuo cane si rotola su una cacca e torni a casa e devi metterlo nella
vasca e fargli il bagno e disinfettare la vasca e asciugarlo col phon che per
fortuna gli piace e poi preparargli la pappa, allora, in quel lungo momento
della tua vita, vorresti essere un sultano e dire al tuo visir: O mio visir, fai
tu, lavami il cane!” (pag. 127). E comunque resiste la saggezza, perché c’è
un’aria di resistenza tenace ma saggia in questo libro, una resistenza giusta,
condivisibile, specchio di noi pacifici emarginati, che non giudichiamo a
sproposito. Quindi non le strane idee circolanti di oggi, l’autoreferenzialità
che fa dire a un dentista qualunque (giuro che mi è capitato!) che Michelangelo
pittore non gli piace, preferisce lo scultore, e Picasso, poi, Chagall, Bacon,
Warhol, sono pompati dai critici, si salva solo Caravaggio. E nemmeno si fa
strada lo sgomitare, l’aggressività dei comportamenti: “[…] forse solo per stare
meglio, cerchiamo di evitare il giudizio, almeno, io” (pag. 119). Stare meglio
per poter vivere la propria vita riflessiva e attiva, equilibrio che si trova
nei sentimenti, nel buon senso che si patisce, anche se i cani rappresentano una
soluzione, non sempre ma spesso “perché i cani ci parlano e ci consolano e ci
guariscono dalle malattie dell’anima” (pag. 111). Che detto così può sembrare
una banalità, eppure non lo è, la lingua di questo libro lo dimostra,
volutamente informale, asciutta, ridotta all’osso quando si avventura nelle
svariate peripezie del quotidiano, lineare nell’arrivare al punto, una verità
che appare minima invece rappresenta la vita per gli altri, donata naturalmente,
non secondo principi teorici tuonanti, né dissacranti, che si perdono nel tempo,
verità assolute e poi faticose da vivere, bensì il nostro stare lucidi in
attesa, mentre l’esistenza intera muove verso la disperazione.
> “Ogni tanto mi dico che tutto sommato penso ancora, non a fondo, non bene, ma
> per appunti destinati a un futuro migliore, perciò posso farcela”.
Quest’ultimo passo mi solleva, eleva ogni cosa, la sospende e perciò la rende
capace di volare alto, in direzione di un destino nostro, non ambiguo, non
relegato, non degenerante. Il passo che segue è emblematico in questo senso, ed
è comprensivo del mondo antico e di quello presente, stupisce per la forza di
sintesi e per la profondità, leggiamolo:
> “La musica classica, quella per intenderci che andava incontro al suo pubblico
> o almeno lo trovava quasi subito, capace di rivolgersi sia all’ascoltatore
> ingenuo che a quello colto, è evidentemente così radicata nelle strutture
> neurologiche e fisiologiche o fisiche o psichiche, ora davvero non saprei come
> definirle per mancanza di strumenti, che mi basta cercare Il flauto magico o
> la Traviata su youtube e se non fossi un tipo tanto ansioso potrei uscire
> sapendo che qui andrà tutto bene almeno per un paio d’ore”.
Si trova anche questo nel nostro libro, di cui stiamo parlando, una totalità del
pensiero che allunga le frasi all’infinito, in una proiezione che vuol dire
l’uomo nella sua totalità, sociale e spirituale, ancora sconosciuta, o di nuovo
sconosciuta ormai, visto che pare si stia perdendo o esaurendo la volontà umana,
aggredita dai media e dalle parole pubblicitarie, scorrette, a mio parere, per
noi, per il pubblico, perché invadono, coprono il sentire vero, distraggono
dalla necessaria sintesi che dovremmo fare ogni tanto per capirci meglio, o un
po’ di più. Ma finché ci saranno libri rari come questo, non solo narrativi, non
ci sentiremo soli, la loro compagnia ci permetterà di lottare a lungo, e ci
salveremo grazie a quello che siamo, a quello che pensiamo.
> “Forse, nelle innumerevoli declinazioni dell’amore c’è anche questa, la
> custodia della persona che hai amato, la fedeltà all’amore di un tempo”.
Per una eventuale colonna sonora di un film o sceneggiato televisivo, di cui mi
auguro la realizzazione, tratto da questa storia, avrei pensato, qua e là, a
sottolineare certi passaggi o andamenti, If dogs run free di Bob Dylan,
oppure La sinfonia dei giocattoli, o, ancora, Les Chemins de l’Amour di Poulenc,
in particolare nella versione jazz di Jacky Terrasson. Buona lettura, e, a
questo punto, buon ascolto.
Vincenzo Gambardella
*In copertina, un disegno di Eugène Delacroix (1798-1863)
L'articolo “La fedeltà all’amore di un tempo”. Come il libro di Silvia Bortoli
mi ha salvato la vita proviene da Pangea.
> La poesia racconta?
> Certo che racconta
> tutto l’abbandono
> nel coro di ombre
> si arcipelaga il silenzio
> mescolando rive
> e la pienezza sanguina.
Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di
inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi
per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro?
Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di
Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi,
dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue
liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia
antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile.
Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in
formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel
macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per
farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e
ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il
bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la
raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le
bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori
politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per
Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la
malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle
poesie scritte negli anni del macello).
È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni
politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari
– Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )
> Cara evidenza
> di desolazione
> qui nel giacere
> più vecchi che nudi
> tra impudichi brividi
> di grigio riamare.
Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la
sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale
malignità dell’uomo contemporaneo.
> Se fossi un intellettuale
> col cranio pieno di dolore
> e di impalpabile angoscia
> volteggerei come una libellula vestita di fiori.
> Ma per tornare al concreto non lo sono.
> Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
> e se non fosse per il nome che porto
> mi sigillerei in una conchiglia
> e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
> Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
> ed è un abisso di stelle.
La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire
la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.
> “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa
> di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco,
> perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre.
> Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui
> desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in
> cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui
> sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista
> poetico era la persona a lui più vicina”.
Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo
meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi
erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103
cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a
casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto
sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo
specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono
rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di
cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di
inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del
libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso
Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di
inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie
pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie
che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano
poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei
manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo
autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie
inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per
‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto
quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso
tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire
quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene
fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine,
ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso –
purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o
poi riusciremo a ritrovarli”.
Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non
quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la
page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di
questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua
furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore.
Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco
celebrato.
Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano
nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile
ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a
mio avviso, per la poesia italiana.”
La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci
porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti
strazianti.
Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il
poeta del nostro tempo proviene da Pangea.
Tensione del senso: le crepe di Valerio Magrelli (2ª parte)
Abbiamo potuto notare come, nel passaggio dalle prime raccolte fino a Esercizi
di tiptologia, la centralità del soggetto si erode progressivamente, in La
poesia questa perdita di centralità trova una formalizzazione tecnica oltre che
concettuale. Già la presenza del testo in Didascalie per la lettura di un
giornale ci dice molto dell’attenzione di Magrelli al mondo esterno, alle sue
possibilità di apertura e assedio. Il giornale – ma l’informazione tutta – ci ha
depredato di un contatto diretto prima con la sapienza poi con la conoscenza,
parafrasando il celebre motto di Eliot presente in The Rock e posto in esergo da
Magrelli, ma ci mette in contatto col mondo, è la finestra che affaccia
all’esterno il nostro ego assediato, impaurito e che, a sua volta in quanto
soglia, lo richiude al suo interno perché lo aggredisce, riproducendo il
circuito-cortocircuito della psiche sul piano sociale, il territorio, cioè, dove
Magrelli ci sta trasportando da quando abbiamo abboccato all’amo della sua
poesia (non ci sarà tempo all’interno di questo lavoro sul “tra” relazionale di
prendere in considerazione un altro libro di ricerca collaterale ma non meno
significativo rispetto alla vena principale della poesia di Magrelli, Il
commissario Magrelli – 2018 –, un libro sull’ “eccessiva giallizzazione” della
nostra letteratura che critica la società dei “lupi”, degli aggressori, degli
assedianti attraverso il genere giallo, tra l’altro, en passant, un’altra
ossessione di Eliot).
Se la crepa, alle origini del tragitto, costituiva il punto di dislocazione del
soggetto, sembra adesso diventare sempre più condizione di trasmissione e la
poesia, come tentativo di comunicazione tra mondi separati, rompe la parete del
proprio involucro, rigetta il nemico, l’altro che è il soggetto, il suo mauvais
sang (vedremo quale sarà la trasformazione di questo cattivo sangue relazionale
e sociale nell’ultimo Magrelli).
La luce eccedente e il ronzio persistente ci conducono a un vero e proprio
disturbo, il cortocircuito si fa da percettivo, collettivo. Vediamo come:
Descrizione di una connessione in rete
sotto forma di accoppiamento animale
Sentire come geme e come,
torturandosi roco, fischi, trilli,
rivolto alla sua anima gemella
per lanciare il richiamo:
contorcersi, stridere
in un gorgheggio che è
tempesta magnetica – basta
per dire come il suo contatto
sia stipula, danza, corteggio,
perduta estenuazione
di una copula lancinante,
coassiale.
In Disturbi del sistema binario (2006), raccolta di cui il testo è un
estratto, Magrelli continua a trasferire la riflessione sulla crepa e
sull’attraversamento dal piano percettivo-corporeo degli anni Ottanta e Novanta
a un piano relazionale-collettivo e, possiamo aggiungere, tecnologico,
esplorando la connessione “in rete” – in senso sia tecnico sia esistenziale –
come esperienza destabilizzante. Il titolo stesso del libro suggerisce un campo
di forze in cui la logica binaria (presenza/assenza, vero/falso,
soggetto/oggetto) viene messa in crisi da fenomeni di interferenza, rumore,
disturbo: condizioni che mostrano ancora una volta come l’idea di una
trasmissione lineare e trasparente sia illusoria.
Nel testo Descrizione di una connessione in rete sotto forma di accoppiamento
animale, la “rete” è un campo dinamico di scambio e scontro, uno strumento per
niente neutro di comunicazione. La metafora zoomorfica
dell’accoppiamento sottolinea la natura pulsionale, e persino agonistica, del
collegamento: “geme… fischi… trilli” sono segnali di una comunicazione carica di
interferenze e sovratensioni. La connessione è una tempesta magnetica, un campo
di forze che annulla gerarchie ma, allo stesso tempo, produce un effetto di
saturazione percettiva. La scelta dell’aggettivo “coassiale” in chiusura –
termine tecnico che designa un tipo di cavo usato per la trasmissione di segnali
– introduce direttamente la dimensione materiale e infrastrutturale della
connessione: il legame è composto da mediazioni fisiche, scarti, perdite di
segnale e, in questo senso, la poesia di Magrelli elabora una diagnosi della
condizione contemporanea: vivere in rete significa essere attraversati da
richiami che si intrecciano in modo inafferrabile, una “virtualità” che è pura
“potenza” e, in quanto tale, rischia di trasformarsi in prepotenza. L’epoca
delle grandi trasformazioni tecnologiche, il Novecento come secolo della scienza
con tutte le sue ambiguità, ci ha portato a una nuova “età dell’ansia” –
reminiscenza audeniana? –, a un’esposizione totale all’altro come in un nuovo
campo di battaglia, una battaglia “virtuale” che non significa meno “reale” di
qualunque guerra, solo che si muore in altri modi, ambigui come la “guace”,
testo-concetto che introduce l’intera raccolta e che indica “una stagnazione
della vita / infestata di morte”, una soglia aperta/chiusa in cui non è
possibile “tenere fuori i mostri, / ma nemmeno […] accoglierli” (la stessa
ambiguità dell’ultimo film di Kubrick, Eyes Wide Shut che chiudeva il millennio
nel 1999). Allo stesso tempo, Magrelli sostiene un’estensione di ciò che ci ha
preceduto, una resilienza ai segnali che, disturbando, si compenetrano,
amplificandosi. Il disturbo è pur sempre per lui la condizione strutturale
dell’esperienza già nell’ambiente reale, figuriamoci nel digitale che ne è la
propaggine scientifica, in continuità con quanto avvenuto nel XX secolo. La
poesia, così, assume questa condizione e la traduce in pattern ritmico e sonoro
– “torturandosi roco, fischi, trilli” – come se lo stesso verso fosse soggetto a
interferenze e la crepa originaria della percezione (visiva, cognitiva) potesse
ritradursi in perturbazione collettiva. L’individuo oggi esperisce
un’esposizione continua, le connessioni lo attraversano e lo modificano non
connettendo nient’altro che la stessa esposizione, rendendo ambigua la
comunicazione che è già qualcosa di diverso persino dal vedere male e ascoltare
troppo della precedente stagione poetica. La relazione, infatti, occorre
ribadirlo, non è più mediazione limpida tra due soggetti, ma campo di tensione
magnetica – come il medium poesia analizzato nel testo precedente – in cui ogni
termine si definisce attraverso la propria distanza dall’altro. Il testo in
questione registra questa situazione come esperienza corporea – “perduta
estenuazione di una copula lancinante” – e la connessione diventa un
dispositivo tettonico di scambi instabili, una nuova faglia d’esperienza.
Questa prospettiva pone Magrelli in dialogo critico con la
contemporaneità: Disturbi del sistema binario non denuncia un insieme di
patologie digitali, ma mostra come la stessa logica del mondo connesso renda
evidenti i limiti della comunicazione lineare e della relazione intesa come
presenza immediata. In questo modo l’opera sviluppa ulteriormente il tema
del “tra” come campo di forze dove senso, relazione e linguaggio coesistono in
tensione continua, attraverso interferenze, accoppiamenti improvvisi, risonanze
e cortocircuiti.
La poesia, in questo contesto, è una trama di segnali che non si appianano, un
processo in cui il soggetto è attore e spettatore insieme, esposto alle
perturbazioni che attraversano la rete e la società. La crepa, allora, continua
ad essere punto di trasmissione che ora si traduce anche in caratteristica della
relazione contemporanea, “metamorfizzata”, in cui l’esperienza dell’altro e del
mondo si costituisce come campo transitivo di rumori e interferenze, cui la
poesia non dà risposta, occupandosi invece di registrare la tensione stessa del
senso. La disillusione che caratterizza tutta l’operazione di Disturbi del
sistema binario è sintetizzata, non a caso, nell’ultimo testo della raccolta che
riportiamo:
Post scriptum
Addio alla lingua
I.
Di colpo, un 6 gennaio di diversi anni fa,
conobbi la mia Nera Epifania,
quando la lepre mi balzò agli occhi
e mi rispose mentre mi rivolgevo all’anatra.
Fino ad allora avevo ciecamente
creduto nella sacra liturgia del colloquio.
Comunicare, per me, significava comunicarsi
nella comunione di una parola comune.
Quel giorno compresi lo scopo del Giano animale:
vanificare, ossia «gianificare», ogni scambio verbale.
Adesso è un mondo invaso da ultracorpi,
dove chiunque potrebbe rivelare un profilo nascosto,
parallelo,
ignoto anche a se stesso.
II.
Fu un’amara Befana,
quella con cui si chiuse il mio millennio.
Invece di portare i suoi regali,
mi strappò ciò che avevo di piú caro:
il sogno di una lingua condivisa.
Creature biforcate e logo-immuni
mi sorsero davanti,
invulnerabili alla verità.
Ero entrato nell’era dell’anatra-lepre,
in una età del ferro, del silenzio.
Resta da capire quale sia questa “età del ferro” di cui si parla nel finale e
per questo dobbiamo passare a Il sangue amaro del 2014, già nel titolo
trasformazione evocativa del mauvais sang di rimbaldiana memoria visto in
precedenza.
La raccolta si presenta come un’opera di enorme articolazione tematica e
formale, strutturata in dodici sezioni, che affronta campi eterogenei: testi
dedicati ad amici e poeti, riflessioni sul linguaggio e la lettura, componimenti
civili e sociali, inserti prosastici, poemetti etologici come La lezione del
fiume e meditazioni sulla musica, sul rumore e sull’acustica. Tutto ciò rivela
un Magrelli che, pur mantenendo la precisione concettuale e il rigore formale,
si confronta con il mondo esterno e con la sua frammentazione antropologica.
Il titolo della raccolta stesso evoca una condizione esistenziale caratterizzata
dall’amarezza diffusa, una sorta di tonalità emotiva permanente che non si
limita alle introspezioni solipsistiche, ma investe la relazione tra individuo e
mondo. Questo sentimento riguarda tanto la quotidianità e i rapporti familiari –
per esempio nel legame con la figlia – quanto la precarietà civile e sociale del
presente, testimoniato da versi che reagiscono alle ingiustizie, alla
marginalità urbana e all’alienazione collettiva.
All’interno della raccolta risalta la sezione intitolata Timore e tremore, il
cui riferimento al motto paolino e alla teoria kierkegaardiana non è casuale.
Attraverso esso, Magrelli esplora l’idea di un’esistenza attraversata dalla
paura e dall’incertezza, un tempo in cui il soggetto non ha sicurezze di fronte
all’altro, alla società e a se stesso, e in cui il mondo si presenta come
qualcosa che non può essere semplicemente interpretato o compreso.
Questa scoramento diffuso si inscrive in una poetica che, come abbiamo visto, ha
sempre indagato il rapporto tra percezione e linguaggio, ma qui lo collega in
modo più diretto alla fragilità delle relazioni umane e alla dissonanza
sociale della nostra contemporaneità. In Disturbi del sistema binario la perdita
di una lingua condivisa veniva rappresentata con immagini di “Creature biforcate
e logo-immuni” e con il cortocircuito comunicativo; in Il sangue amaro tale
perdita si traduce nell’amarezza di un linguaggio che non consola e non fonda
unità, e nella difficoltà di ricongiungersi con l’altro o con la comunità.
La raccolta, pur attraversando momenti di ironia e leggerezza, continua a
tornare sull’idea di irreversibilità temporale, ansia esistenziale e
impossibilità di un contatto pieno tra soggetto e mondo. Il riferimento alla
vita familiare e alla corporeità, in particolare attraverso la figura dei figli
o degli affetti quotidiani, indica un possibile spazio di apertura relazionale,
ma persino qui tale apertura è segnata dal peso del tempo, della paura e
dell’incomunicabilità. La poesia, allora, è il “sangue” che, rimesso in circolo,
si fa contatto tra “mondi separati” nella resa alla distanza e alla fragilità
condivisa. Vediamolo attraverso i testi:
Welcome
Dio delle baraccopoli, Gesù dei clandestini,
nato nella favela, ultimo fra i bambini,
creatura della notte, amato dai reietti,
scintilla nelle tenebre, abisso degli eletti.
Gesù di baraccopoli e Dio dei clandestini,
nell’ultima favela neonato fra i bambini,
amato dalla notte, creatura dei reietti,
abisso nelle tenebre, scintilla degli eletti.
Abisso e baraccopoli, scintilla e clandestini,
quanto amato in favela!, creatura dei bambini,
ultimo nella notte, neonato fra i reietti,
Gesù dentro le tenebre, Dio di tutti gli eletti.
In Welcome, Magrelli organizza il testo come una macchina di permutazione:
quattro nuclei semantici – divinità, marginalità sociale, infanzia, polarità
luce/tenebra – vengono costantemente ricombinati. Non c’è sviluppo narrativo,
non c’è progressione tematica in senso lineare; c’è una rotazione controllata
degli stessi elementi, secondo uno schema quasi combinatorio.
La prima strofa stabilisce l’assetto simbolico: “Dio delle baraccopoli, Gesù dei
clandestini” colloca immediatamente il sacro nello spazio dell’esclusione. La
nascita nella favela, l’essere “ultimo fra i bambini”, l’essere “amato dai
reietti” ridefiniscono la genealogia cristologica in chiave periferica. La
chiusa “scintilla nelle tenebre, abisso degli eletti” introduce una tensione
verticale: luce e profondità convivono nella stessa figura.
La seconda strofa riorganizza i contenuti precedenti. “Gesù di baraccopoli e Dio
dei clandestini” inverte l’ordine dei nomi divini; “amato dalla notte, creatura
dei reietti” scambia i complementi; “abisso nelle tenebre, scintilla degli
eletti” ribalta l’asse luce/profondità. Questa strategia di inversione produce
un effetto di instabilità controllata. Il senso non si espande, si intensifica.
La ripetizione con variazione crea una pressione semantica che impedisce la
fissazione definitiva delle gerarchie.
Nella terza strofa il procedimento raggiunge il massimo grado di condensazione.
L’apertura nominale “Abisso e baraccopoli, scintilla e clandestini” elimina il
verbo e accosta direttamente categorie ontologiche e categorie sociali.
L’esclamazione “quanto amato in favela!” spezza la linearità sintattica e
introduce una torsione enfatica che carica lo spazio della favela di un valore
affettivo assoluto. La chiusa “Gesù dentro le tenebre, Dio di tutti gli eletti”
amplia il campo: l’elezione è inscritta nello stesso spazio oscuro che definisce
la marginalità.
Se leggiamo il testo alla luce del percorso che abbiamo tracciato, la “crepa”
qui non attraversa più il soggetto percettivo, come in Ora serrata retinae, né
si configura ancora come disturbo comunicativo in senso tecnologico o mediatico.
Essa agisce sul piano simbolico e teologico.
La forma litanica richiama la preghiera comunitaria, però la comunità evocata
non coincide con un’assemblea rassicurante. È una collettività ferita, composta
da clandestini, abitanti di baraccopoli, bambini ultimi. Il linguaggio sacro
sopravvive come schema, mentre il suo referente si sposta verso i margini. La
tensione del senso nasce da questo scarto: la tradizione cristologica viene
riattivata dentro uno scenario urbano segnato dall’esclusione globale.
In tal modo Welcome rappresenta un momento decisivo nell’allargamento
concettuale che va dall’individuo alla società. La poesia mostra che l’asse può
spostarsi, che l’ultimo può diventare centro, che l’elezione può coincidere con
l’ombra. In questa oscillazione si avverte già quella condizione di instabilità
strutturale che, nei testi successivi, si manifesterà come ansia sistemica e
come disturbo generalizzato del senso.
La frattura sociale è anche la presa in atto di un mal de vivre dissociato dalla
vita stessa, di un modo di esistere e stare nella relazione combattuto e reso
più “amaro” dal sentirsi incastrato nella propria condizione. “Sono ostaggio
dell’Amore” dice Magrelli in Cerbero in cui la constatazione dell’arrembante,
desiderato “non-essere” è ostacolata e ancora trasformata dall’Amore, con la
maiuscola, dio dello “stare accanto” e del “vivere insieme”. Su questo estremo
paradosso ragiona tutta la seconda parte de Il sangue amaro: rappresentazione
dell’oscillazione tra allontanamento e distanziamento relazionale. Con
l’ipertesto La lettura è crudele, partendo dallo spunto dell’evento di lettura,
solitario e per certi versi alienante, Magrelli riflette sull’impossibilità
della “vicinanza” amorosa, così nel testo iniziale leggiamo: “se amore è la
distanza che ci chiama / e insieme la paura di varcarla” ([Matrice]). Nella più
antica tradizione lirica, il tema della lontananza dall’essere amato esprimeva
la dimensione, nonché l’accettazione, di un ordine sociale e civile, assumeva,
per segnali, la possibilità di una lettura del reale, riconosceva una gerarchia
di valori per cui la distanza tra il cantore e il potere (il signore feudale ma
anche Dio) si risolveva nell’aspirazione a un superamento concretizzato dal
canto e dalla parola. La frammentazione moderna e la dissoluzione post-moderna
dell’ingombro identitario riverberano esacerbate in questo poemetto della
separazione, che si conclude nell’impossibilità del contatto:
XI.
e insieme la paura di varcarla.
Ma c’è un divieto.
Il desiderio d’essere sradicati da sé,
fino a confondersi con la creatura amata,
si scontra con la forza di gravità che ci governa.
L’io si agguanta al suo io e non si lascia andare.
Da qui la nostalgia per la persona
con cui non potremo mai ricongiungerci
nel paradiso perduto della lettura,
nel paradiso perduto che la lettura addita
sul fondo incantato del non-io.
L’abisso naturale della nostra concretezza appare inscalfibile, soprattutto per
chi ha sempre vissuto il corpo come un peso. La materia si fa ingombro ma il
paradiso è perduto per sempre, proprio perché la caduta nel corpo è
ineluttabile, gravitazionale, costringendo il mondo al suo degrado “infero”.
Tra silenzi e cadute, tra fuga e presenza, accettazione e rifiuto, si esasperano
le movenze di un tempo, il nostro, recluso nel suo percorso senza sbocchi. Così
in Annopenanno. Un calendario, sezione che chiude la prima parte del libro,
assistiamo, seguendo l’antico genere, a una ricapitolazione della vita, dei suoi
alti e bassi. La circolarità emerge dalla numerologia: dodici stazioni pagane,
attraverso i dodici laicissimi mesi dell’anno (come dodici sono le sezioni della
raccolta), in cui quello centrale, giugno, importante per il poeta, riassume le
possibilità di un ritorno sempre in ritardo, mutevole, un anello di spirale:
Giugno (1957-2007)
I Am A Strange Loop.
D. HOFSTADTER
Cinquanta volte giugno,
e sarei io, l’anello?
L’anello è lui, questo tempo elicoidale
che torna su se stesso
sempre uguale e uguale mai,
mio giugno, anello solstiziale
di sangue, di nozze, di addio,
eterna vigilia di quella vacanza
che infine giungerà pura
nudissima luce definitiva,
mio sabato dell’anno, rompendo
finalmente l’anello sisifale.
La seconda parte de Il sangue amaro si apre con una sezione più intima, Piccole
donne, con chiari riferimenti ad alcune fasi della vita della figlia del poeta,
o meglio, della vita del poeta che osserva la figlia, dalla distanza presente in
altri passi della raccolta e già presenti anche in Disturbi del sistema binario.
Anche qui l’ossessione temporale si presenta col suo carico d’irreversibilità e
violenza: «Perché la guardo?» – riferito a una cicatrice minuscola sulla guancia
della figlia, provocata da una compagna – «Solo per ripetermi che il Tempo/ lì è
trascorso, affidando il saluto ad un’unghiata» (Fine come un capello).
In Otobiografia s’incrociano, nel segno della sottostima, di un understatement
“pinzillacchero”, il passare del tempo e le idiosincrasie di matrice sonora,
altro segno di continuità (e ripetizione ossessiva) nell’opera di Magrelli, al
limite dell’acufene schizoide: “La verità è diversa:/ mentre mi punto alla
tempia quell’attrezzo/ che sembra una pistola” (riferito a un vecchio phon
malridotto) “viene fuori il racconto di storie terribili,/ fucilazioni, il
pianto di bambini./ È come una confessione non richiesta,/ una registrazione
spedita per errore./ Che c’entro, io, con tutto questo sangue,/ io che mi voglio
solo asciugare la testa?/ Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,/ prima
di sprofondare in quell’orrore/ e assistere impotente a certe scene./ Meglio
bagnato, allora./ Mi verrà il torcicollo? poco male” (Rumore, fa’ silenzio).
Rumori e suoni di mancanze o presenze eccessive, deformazioni acustiche che
amplificano il senso di alienazione, riducendo ogni slancio del soggetto che
resta impaniato nella distruzione e nella perdita, nella ripetizione che
immobilizza, come nella vicenda della città peruviana di Cahuachi ricoperta di
fratture (anche sonore se consideriamo i flauti spezzati), o come nel “suono che
si leva uguale, / il Sempre-uguale” di Suites inglesi.
Occorre adesso aggiungere che il ripetersi di temi e motivi è speculare alla
struttura di molti testi (in cui forme strofiche e numero di versi tendono ad
accostarsi in serie doppie) e all’architettura dell’intera raccolta. I dodici
mesi dell’anno come le dodici note di un piano (come ci avverte
la Premessa nella sezione Annopenanno), il tempo e il suono, iterazione e minimi
slanci d’apertura in sezioni che alternano continuamente alti e bassi – piano e
forte, appunto – in successione, come in una scansione dodecafonica che vive di
accostamenti ambivalenti, senza guide tonali. Serie che si presentano
strutturate, preparate (non per niente le note ci avvertono copiosamente che i
componimenti de Il sangue amaro sono in gran numero d’occasione, frutti di
riciclo testuale). Quest’impostazione strutturale sembra utilizzata in funzione
dissacratoria, per tentare, in questo modo, di rispondere alla crisi
antropologica in atto. Il gioco degli accostamenti conduce all’inghippo
relazionale, sembra consistere in un’attesa, per cui “il sangue amaro” continua
a circolare sulla strada dell’eterna transizione.
La sezione Il policida ha accensioni “civili”, traspare un senso
di pietas claudicante per i senza-lavoro (i giovani), per le vittime del lavoro
(l’incidente alla ThyssenKrupp di Torino del 2007), oppure l’astio senza
invettiva per le oscene manipolazioni burocratiche (I necroburi) e per le
altrettanto oscene compromissioni nella storia recente della politica nazionale
– due indovinelli che vanno sotto il titolo I guanti di Nesso, indicanti,
attraverso il riferimento mitologico, l’ambiguità del messaggio, per cui la
camicia del centauro si trasforma in un referente che porta con sé il seme – o
sema – della dualità, in quei guanti che conservano nel veleno celato
l’uniformità e l’impossibilità della scelta.
La formula dell’indovinello ritorna, come citazione, nella sezione La lezione
del fiume, poemetto in forma di rondinets, cioè un tipo di composizione che
deriva dal rondeau francese, medievale e poi barocco. Epoche di passaggio,
transizionali, come il fiume in questione, inteso come vita, dimora
esistenziale, come metafora iperbolica del sangue che dà il titolo alla raccolta
(il quale manifesta l’ambivalenza quasi ossimorica e circolare di un proverbio,
per cui la vita, rappresentata dal sangue, è abbinata a un aggettivo che ne
illustra la forza stringente e negativa). Così il richiamo al Sinfosio
dell’Anthologia Latina è collegabile ai diversi enigmi che l’esistere pone, ma
anche alla vita del poeta che abita la dimora della sua poesia:
XIII. Pesci in poesia
Ancora non ho detto della fauna, della flora del fiume,
il fervore di creature brulicanti che vivono nel flusso,
che vivono nel dolce. Da qui, l’indovinello di Sinfosio:
C’è una casa sulla terra che zampilla e ha voce chiara
È una casa che rimbomba, ma il padrone, muto, tace
Tuttavia corrono insieme, il padrone con la casa.
Questo è il pesce di fiume
che tace nel fiume che mormora,
che nuota nel fiume che nuota.
E il fiume medesimo, pesce-matrioska,
trascina, saltellante e canterino,
il popolo natante insieme a sé.
La nostalgia del ricordo, l’evidenza della fine, emergono anche nella
sezione Paesaggi laziali, in cui la vicinanza al nulla entropico (o si tratta di
metamorfosi brulicanti e, per questo, ancora non chiaramente leggibili?) si
presenta in componimenti che contengono tematiche di estinzione: della periferia
urbana (Principe delle Volpi!), della lingua che si parlava e non si parlerà più
(Invettiva sotto una tomba etrusca) perché “Adesso parleranno tutti uguale”, in
un cupo pessimismo che riflette sul futuro della lingua italiana. Estinzione del
rito mortuario, Il funerale laico, gioca ancora con la metafora del
fiume-esistenza, per cui noi tutti “aspettiamo / sulle rive del Nihil” una fine
che è già avvenuta, “la nuda Verità” del nulla che ci ha trasformato in morti in
vita. L’ossessiva ambivalenza tra scomparsa e sopravvivenza raggiunge il culmine
nei versi di Pasqua (p. 122), etimologicamente ancora un passaggio:
Pasqua
In una Pasqua azzurra e solitaria
(la città vuota, la mamma ammalata)
decido di portare mio figlio di sei anni
in bicicletta, lungo il fiume, a nord.
Via per il Pantheon, culla funeraria!
(nessuno in giro, la strada ventilata)
e dritti fino al Tevere, per scordare gli affanni,
luccicante e leggero da farsi in pedalò.
Ma dopo il Foro Italico, dalla ricca statuaria
(la ciclabile scende, più buia, malfamata)
un villaggio di nomadi, fra le baracche e i panni,
ci piomba addosso muto, con lamiere e falò.
Poi la pista risale in una curva d’aria
(noi ci voltammo indietro, la minaccia sventata)
trasparente di luce, lontana dai capanni
degli stranieri – zingari, clandestini, macrò.
Così in quella giornata raggiante e leggendaria
(per la nostra famiglia, sebbene menomata)
restò quel punto nero, vergogna, disinganni,
fratellanza, paura, odio, pena, non so.
L’ultimo verso, elencazione, asindeto senza climax, se non neutralizzante in
quel finale “non so”, apre all’ultimo accostamento dodecafonico del libro,
all’ultima sezione che riprende l’accordo incipitario espresso dal titolo. Il
sangue amaro si apre con la dichiarazione lucida, aperta, del poeta, di una
coerenza che dura da sempre, per cui produzione e vita sono legate
nell’ambivalenza, il suo “Sangue Amaro. / È una specialità della casa, sin dal
lontano 1957” (Sangue Amaro). Così anche la poesia è vita di un’ombra o ombra
della vita (altra eco barocca), in sostanza “lo stampo che porto dentro me, /
stampo del mondo impresso a me nel mondo / e che mi fa essere al mondo /
soltanto nella forma dello stampo” (Invisibile e invincibile). Persona è la sua
ombra, le sue ombre che allontanano dal matrimonio col mondo, per cui è
necessario un filtro (pozione magica) chimico che stordisca il disorientamento
del soggetto:
Le nozze chimiche
Queste che prendo gocce
con tanta religiosa compunzione
sono i miei testimoni
per le nozze col mondo.
Soltanto grazie a loro posso stringere
un patto d’amore col mondo,
perché solo con loro reggo l’urto
della sua illimitata ostilità.
Elmo fatato: mio padre non lo aveva
e morì, prima ancora di morire,
incredulo, indifeso ed indignato,
sotto i colpi del mondo.
L’unione è spezzata in definitiva, la crepa sembra espandersi in voragine, il
poeta è “testimone alle nozze/ fra la Mancanza e la Ripetizione” (Piccole stanze
d’albergo), ultime divinità del tempo presente.
Proprio la ripetizione, infatti, raffigurata in un’interpretazione circolare
dell’esistere, chiude il libro:
Sul circuito sanguigno
È come nel sistema circolatorio:
il sangue è sempre lo stesso,
ma prima va, poi viene.
Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
la vena che riporta
il dono delle arterie alla partenza.
Circolazione, ripartenza continua, che potrebbe scalzare la mancanza nonostante
l’ostilità del mondo (dell’Altro), proprio nella sofferenza della ripetizione.
Ma dovremmo essere in grado di sopportare il sacrificio dell’apertura, il dolore
in essa implicito anche in termini di consapevolizzazione delle facoltà
falsificatrici del linguaggio, anzi solo questa rinnovata coscienza potrebbe
permettere lo slancio che consente di non girare più a vuoto in quella
“stagnazione della vita/ infestata di morte” (La guace, in Disturbi del sistema
binario), cioè in una maniera linguistica in cui l’occhio del soggetto non è più
capace di illuminare e lottare per il reale, ritrovandone la grazia. Allora, se
anche la grazia è morte, occorre esporsi senza difese alla sua deformazione,
alla sua trasformazione, alla dissoluzione. Alla verità:
Una eccezione alla regola
La verità è come il sangue:
ci permette di vivere,
ma non dovrebbe mai venire alla luce.
Il testo è pura condensazione teorica, quasi un epigramma esemplificativo
dell’intera traiettoria poetica di Magrelli, e acquista un significato pieno se
letto come punto di arrivo della dinamica della “crepa” – dall’incrinatura
percettiva individuale fino alla frattura antropologica e relazionale che
attraversa Il sangue amaro e culmina in Exfanzia (2022), da cui è estratto. La
similitudine iniziale è seguita dalla doppiezza proposizionale che costruisce un
paradosso che funge da formula di funzionamento dell’esistenza.
Nel tragitto interpretativo compiuto, il sangue è già diventato categoria
centrale con Il sangue amaro: circolazione, ripetizione, sofferenza che ritorna,
movimento che non conduce fuori dal sistema ma lo mantiene in vita. Qui la
metafora viene portata al massimo grado di astrazione.
Il sangue è interno, invisibile, necessario, pericoloso quando emerge, come
l’esistenza stessa di cui è metonimia, come la poesia che, nel caso di Magrelli,
ne è vera espressione.
Questo ribalta definitivamente la tradizione occidentale che identificava verità
e luce. Dopo la lunga traiettoria magrelliana – dall’ipertrofia percettiva
di Ora serrata retinae alla luce eccessiva di Esercizi di tiptologia, fino al
disturbo sistemico e sociale – la luce non salva, espone alla ferita, la esterna
e la conferma, e la “crepa-poesia” non celebra alcuna rivelazione ma la teme.
L’intero percorso precedente prepara a questo trauma relazionale insuperato ma
produttivo, perché costantemente desiderante:
* In Ora serrata retinae la crepa invade l’autocoscienza;
* in Nature e venature incrina il soggetto;
* in Esercizi di tiptologia diventa tentativo di comunicazione con l’esterno;
* in Disturbi del sistema binario produce distorsione relazionale e
tecnologica;
* in Il sangue amaro si socializza, diventando condizione storica e affettiva;
* in Exfanzia diventa legge ontologica minimale con l’approssimarsi della fine.
Lo stesso titolo dell’ultima raccolta (Exfanzia) suggerisce un’uscita
irreversibile: espulsione dall’origine senza nostalgia, così la poesia assume il
tono di una conoscenza post-iniziatica. Non c’è più ricerca di autenticità né
speranza di ricomposizione tra io e mondo. La verità non è negata – ed è
decisivo – ma deve restare in circolazione invisibile, come il sangue nel corpo
sociale e psichico, come mera forma di resistenza. Questo ci collega
direttamente alla lettura dell’amore come distanza e impossibilità di fusione:
ciò che mantiene in vita la relazione è proprio ciò che non può essere
totalmente esposto. L’assoluta trasparenza coinciderebbe con la distruzione del
legame.
Il testo assume, ancora una volta, la forma di un referto medico o di un assioma
scientifico, eppure, Magrelli sembra raggiungere il massimo lirismo nel momento
di resa più evidente al se stesso che passa e nell’addio a un modo di fare
poesia che canta l’esperienza, riformulando fino all’ossessione la sua diagnosi
sull’umano. La verità cercata attraverso il dispositivo-sonda della poesia è la
semplice funzione vitale regolata da un principio di soglia: una continua
circolazione invisibile, un mistero che deve restare mistero per rimodularsi
attraverso le metamorfosi del linguaggio. Il desiderio che il mistero resti
continua aspirazione e irraggiungibile è il sangue della nostra tradizione
lirica (italiana, europea, occidentale?), a cambiare è la musica che, per quanto
dissonante, continua a mettere in circolo trasmissione e dialogo. Il solipsismo
originario si è aperto nella sua esposizione all’altro, ri-creandosi, ma la
verità è che dobbiamo sostenere la sua mancanza di rivelazione, la fine come
sola estasi: ogni eccesso di luce produce anche distruzione.
Se all’inizio del percorso l’ossessione era visiva (retina, percezione, luce),
qui il paradigma diventa circolatorio. Non vedere, ma far fluire. Non rivelare,
ma sostenere, appunto. Troppa vista, accecamento, intuizione, visione: sembra
questo il paradigma di un percorso, di una circolazione che ci ha portato
definitivamente fuori dall’infanzia e, allo stesso tempo, più profondamente al
suo interno, a una sapienza minima che fa della relazione un umile contatto
biologico.
Gianluca D’Andrea
(fine)
*In copertina: Valerio Magrelli secondo Dino Ignani
L'articolo “Sul fondo incantato del non-io”. Intorno alla poesia di Valerio
Magrelli (parte seconda) proviene da Pangea.
1.4 Tensione del senso: le crepe di Valerio Magrelli (1ª parte)
Dopo aver osservato, con Pusterla, che il margine si può configurare come spazio
etico dell’attraversamento, possiamo spostare l’attenzione verso un territorio
più interno e analitico, dove la soglia, da geografica o “sociale”, diventa
linguistica e percettiva.
Nell’opera di Valerio Magrelli, la pratica del “tra” si contrae, si fa
microscopia del pensiero – soprattutto nelle prime raccolte – e osservazione
delle incrinature attraverso cui il senso si lascia intravedere proprio mentre
sembra sottrarsi.
La poesia di Magrelli, infatti, lavora sulla “crepa” come figura strutturale.
Non si tratta di una rottura definitiva né di una semplice metafora della crisi,
quanto di un punto di tensione in cui il linguaggio mostra simultaneamente la
propria necessità e la propria insufficienza. Se in Pusterla l’etica nasceva dal
sostare accanto ai resti, e in Anedda nel punto d’incontro/scontro con lo
spazio, in Magrelli la responsabilità si trasferisce nell’atto stesso
dell’osservare, del nominare con precisione ciò che sfugge. La lingua della
poesia si traduce in un’attenzione conoscitiva che, nell’insanabile vuoto aperto
tra parola e referente, trova nuove forme di esperienza. In questo scenario, la
“crepa” non è soltanto una ferita del reale, ma una condizione di accesso perché
è attraverso la discontinuità che il senso si rende percepibile. Ogni immagine,
ogni definizione, ogni analogia agiscono come tentativi provvisori di
avvicinamento che, sapendo di non poter coincidere con l’oggetto, abitano la
tensione del senso. La poesia, così, nel rifiuto di una chiusura sistemica può
intravedere una forma di verità che, per quanto instabile, diventa produttiva
nella sua parzialità. La parola è la “cavia” (mutuando il titolo di un’opera di
ricognizione su tutta la poesia di Magrelli fino al 2018), cioè il punto in cui
il linguaggio mostra la propria insufficienza senza per questo cessare di
operare e si porge come laboratorio percettivo. A cominciare dalla vista: in
Magrelli il vedere non coincide mai con una trasparenza conoscitiva, lo sguardo
è già una mediazione, un dispositivo che seleziona, rifrange, talvolta
inganna. L’illusione visiva è una condizione strutturale del rapporto tra
soggetto e mondo, per tale motivo l’immagine raddoppia l’oggetto, lo devia, lo
espone a una distanza che è insieme perdita e possibilità di pensiero,
confondendo le linee di confine.
La poesia di Magrelli è scismatica, anche per questo la copia – fotografica,
mentale o linguistica – non funziona come duplicazione fedele, ma
come “diffrazione”: ciò che appare si moltiplica in una serie di scarti minimi,
di disallineamenti che impediscono la coincidenza tra lingua e contesto. La
poesia registra proprio questi slittamenti, queste micro-deviazioni che
trasformano la percezione in un campo instabile. Non vi è mai un originale
pienamente accessibile, ma una costellazione di approssimazioni che rendono il
reale pensabile solo attraverso le sue repliche imperfette.
L’ascolto, a sua volta, non introduce un’alternativa pacificante allo sguardo.
In Magrelli, infatti, il suono è spesso intrusione, interferenza, vero e proprio
disturbo. L’udito non è il senso dell’armonia ma della frizione: il rumore, il
brusio, la vibrazione non richiesta incrinano l’illusione di un controllo
razionale sull’esperienza. Se vedere significa confrontarsi con la copia e con
l’illusione, ascoltare implica subire una penetrazione, una perdita di distanza.
Il suono entra, non si lascia tenere a bada come l’immagine; è un evento che
altera l’equilibrio del soggetto. Si potrebbe dire allora che, mentre la vista
produce un errore per eccesso di forma – troppe immagini, troppe superfici –
l’ascolto genera un errore per eccesso di presenza, un’invasione. Entrambi i
sensi, tuttavia, convergono in quella “tensione del senso” che la poesia di
Magrelli rende percepibile, estremamente esposta attraverso le idiosincrasie che
violentano l’estatica chiarezza dell’impressione, la sua “apparenza” perché è
nello stesso rapporto dialettico tra soggetto e mondo che alberga l’instabilità.
In questa prospettiva, la poesia funziona come uno strumento di taratura
sensoriale: non elimina il rumore né corregge l’illusione, ma li assume come
condizioni necessarie. La crepa linguistica trova così un correlativo nella
crepa percettiva: vedere è sempre vedere male, ascoltare è sempre ascoltare
troppo. Ed è proprio in questo scarto – tra ciò che appare e ciò che eccede –
che il testo poetico individua uno spazio di responsabilità conoscitiva,
un’etica dell’attenzione.
Nel testo d’esordio della prima raccolta, Ora serrata retinae (1980), leggiamo:
> “Molto sottrae il sonno alla vita.
> L’opera sospinta al margine del giorno
> scivola lenta nel silenzio.
> La mente sottratta a se stessa
> si ricopre di palpebre.
> E il sonno si allarga nel sonno
> come un secondo corpo intollerabile”.
Siamo dentro una sorta di micro-manifesto percettivo. Sin da subito, infatti,
Magrelli introduce la dinamica della sottrazione come condizione originaria
dell’esperienza. Il verso iniziale – “Molto sottrae il sonno alla vita” –
evidenzia un regime di perdita che accompagna la coscienza fin dal suo primo
apparire, per questo il sonno agisce come una forza erosiva, come una corrente
che porta via porzioni di presenza. “L’opera sospinta al margine del giorno/
scivola lenta nel silenzio” disegna una doppia marginalità, temporale e sonora.
L’“opera” – insieme lavoro mentale, gesto creativo, attività vigile – si colloca
in una zona liminale, in un bordo della luce dove il silenzio diventa una
sostanza che avvolge e rallenta. Il margine assume così un valore cognitivo:
luogo di attenuazione, di sospensione, di progressivo allontanamento dal centro
della percezione.
Il nucleo più denso del testo si concentra in “La mente sottratta a se stessa/
si ricopre di palpebre”, qui la sottrazione si interiorizza e prende forma
corporea. Il pensiero si vela, si riveste di una pellicola organica, assume una
superficie che lo protegge e insieme lo separa. L’immagine delle palpebre
introduce quella “poetica dell’organo” che attraversa tutta la raccolta:
conoscere significa passare attraverso membrane, filtri, cerniere mobili. La
mente, che appare come uno spazio fisiologico attraversato da gesti minimi di
apertura e serratura, è un cursore. L’ultimo movimento – “E il sonno si allarga
nel sonno/ come un secondo corpo intollerabile” – apre la dimensione della
duplicazione. Il sonno cresce su se stesso, genera un’eccedenza interna che
prende consistenza autonoma, mentre il “secondo corpo” produce un effetto di
perturbazione, una presenza che emerge dall’interno e altera l’equilibrio
dell’io. L’esperienza si sdoppia, si addensa, e come materia ha un peso.
Il prologo di Ora serrata retinae, allora, configura un fenomeno di contrazione
percettiva: la coscienza si definisce attraverso ciò che perde, che la ricopre e
la sdoppia. La crepa del senso appare già attiva in questa proliferazione
interna, in questo secondo corpo che rende l’esperienza densa, opaca, eppure
vibrante. La conoscenza si manifesta come attrito continuo tra ritiro, filtro e
accumulo, in una tensione che resta produttiva nella percezione di un disturbo.
Ma è in un testo rintracciabile quasi a metà della raccolta che avviene un
avanzamento deciso in direzione dell’oggettivazione del soggetto percettivo:
> “Se io venissi a mancare a me stesso,
> è questo il mio turbamento.
> Temo d’evaporare poco a poco,
> di perdermi nelle fessure del giorno
> dimenticando così il mio pensiero.
> A volte mi scopro nel silenzio
> delle cose che ho intorno,
> oggetto tra gli oggetti,
> popolato di oggetti.
> Dunque il dolore è metamorfosi
> e le cause si susseguono
> non viste mostrandosi
> per quello che non sono.
> Questo anzi è il primo dolore.
> Gli occhiali allora andrebbero portati
> tra l’occhio ed il cervello,
> perché è là, tra boscaglie
> e piantagioni di nervi
> l’errore dello sguardo.
> Qui si smarrisce la vista
> e nel suo andare alla mente
> si corrompe e tramonta.
> Come se traversando
> pagasse ad ogni passo
> il pedaggio del corpo”.
Qui la tensione inaugurale della raccolta passa dalla sottrazione come fenomeno
percettivo a un’instabilità identitaria che nasce nel tragitto stesso della
percezione. Il soggetto non teme soltanto una perdita di presenza, avverte la
possibilità di mancare a se stesso come evento progressivo, quasi fisico. “Temo
d’evaporare poco a poco” introduce una temporalità lenta, una dissolvenza che
agisce per minimi scarti e trova nelle “fessure del giorno” il proprio ambiente
naturale. Il giorno, già incrinato nel testo d’esordio, diventa qui una
superficie porosa in cui l’io può disperdersi.
Il passaggio “oggetto tra gli oggetti,/ popolato di oggetti” segna uno dei punti
più significativi della poetica magrelliana: l’identità si colloca sullo stesso
piano delle cose e insieme si riempie di esse. Avviene quindi una doppia
dinamica di infiltrazione e, allo stesso tempo, parificazione per cui il
soggetto si scopre attraversato dal mondo, composto di presenze esterne, abitato
da ciò che osserva. L’esperienza assume una qualità osmotica: il confine tra
interno ed esterno si assottiglia in una condizione di sbalordimento e
permeabilità.
La sezione sul dolore introduce la dimensione trasformativa: “il dolore è
metamorfosi” e non un evento isolato, un processo continuo che altera le forme,
riorganizza le percezioni e le sue cause – “non viste mostrandosi/ per quello
che non sono” – raffigurano un sistema di apparizioni oblique, di fenomeni che
si offrono in veste nuova. Il primo dolore coincide con questa esposizione
all’ambiguità, con la consapevolezza che ogni manifestazione porta con sé uno
scarto. Il cuore teorico del testo si concentra nell’immagine degli
occhiali “tra l’occhio ed il cervello”. La correzione visiva si sposta
all’interno del corpo, nello spazio di trasmissione tra organo e pensiero e
proprio lì si estende una geografia nervosa – “boscaglie/ e piantagioni di
nervi” – che sostituisce la linearità con l’intrico. La percezione diventa un
attraversamento, un percorso fitto di deviazioni e rallentamenti e la vista,
nello specifico, si smarrisce lungo il tragitto verso la mente, subisce
alterazioni, perde nitidezza, accumula interferenze.
Gli ultimi versi condensano l’intera dinamica conoscitiva: “pagasse ad ogni
passo/ il pedaggio del corpo”, per cui ogni atto percettivo comporta un costo,
una tassa imposta dalla materia organica. L’immagine giunge al pensiero già
trasformata dal passaggio, segnata da micro-perdite che si sommano. Il corpo
emerge come luogo di mediazione inevitabile, spazio in cui la trasparenza si
converte in esperienza stratificata.
In questo testo la “crepa” si moltiplica e ridistribuisce nella fessura del
giorno, dove il tempo si fa poroso; nello scarto tra sé e sé che produce
turbamento; nel tragitto inquieto e fitto di deviazioni sotto una superficie
polita; nel pedaggio corporeo, tributo continuo della conoscenza.
La tensione del senso assume la forma di una trasformazione incessante:
identità, percezione e linguaggio partecipano della stessa mobilità instabile, e
proprio in questa zona di alterazione, la poesia individua il proprio spazio
operativo, presentandosi come un laboratorio in cui il disturbo si traduce in
strumento di consapevolezza e l’incrinatura si offre come modalità di accesso al
reale, il soggetto sembra guardarsi dall’esterno come un oggetto.
Chiaramente, questa nuova consapevolezza si porta dietro problematiche profonde
sul piano concettuale, perché si fonda sull’aporia percettiva che non fa più del
soggetto il fulcro della dialettica relazionale ma ne sposta l’asse e lo
indirizza a una perdita di centralità che pare irrimediabile. Tutta la prima
fase della poesia di Magrelli (almeno fino a Esercizi di tiptologia del 1992) si
dibatte tra percezione, autopercezione e perdita dei confini identitari, con
spostamenti concettuali minimi ma sempre più raffinati. In tal senso è
indicativa anche la seconda raccolta – Nature e venature, 1987 – dove la
micro-percezione “solipsistica” di Ora serrata retinae apre spiragli
relazionali, soprattutto nella sezione Clecsografie e nel testo che riportiamo
di seguito:
LA CREPA NELLA TAZZA APRE
UN SENTIERO ALLA TERRA DEI MORTI
W. H. AUDEN
… COME QUANDO UNA CREPA
ATTRAVERSA UNA TAZZA
R. M. RILKE
Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.
Scende lungo il declivio
candido della tazza
lungo l’interno concavo
e luccicante, simile alla folgore,
la crepa,
nera, fissa,
segno di un temporale
che continua a tuonare
sopra il paesaggio sonoro,
di smalto.
La crepa abbandona la dimensione puramente epistemologica per assumere
una valenza affettiva, dicevamo, si nota sin da subito, infatti, che la frattura
in Nature e venature agisce su un oggetto condiviso, quotidiano, maneggiabile –
una tazza – mentre nei testi di Ora serrata retinae riguardava soprattutto il
circuito percettivo interno – occhio, nervi, mente. Il passaggio è tutt’altro
che secondario. La crepa, oltre che il punto in cui il soggetto perde
consistenza, diventa il luogo in cui il rapporto con l’altro si espone al
rischio della rottura e, insieme, alla possibilità della cura. Lo stesso titolo
di sezione sembra indicarlo: le Clecsografie sono il risultato della tecnica
grafica e artistica che consiste nel creare immagini simmetriche a partire da
una o più macchie d’inchiostro, in sintesi un ponte tra arte visiva, casualità e
psicologia, che trasforma una semplice macchia in un’immagine allucinatoria
simmetrica (come nel famoso test di Rorschach). La coppia è il risultato di una
macchia nonché il segno di sutura che collega e separa, come la linea divisoria
del foglio che permette a due “facce” un rispecchiamento illusorio.
L’epigrafe doppia – Auden e Rilke – funziona come una soglia teorica: la crepa
come varco verso “la terra dei morti” e, simultaneamente, come immagine
domestica, quasi impercettibile. Magrelli eredita entrambe le direzioni e le fa
collidere. L’oggetto fragile oltre che un utensile è un punto di comunicazione
tra il tempo dei vivi e quello della perdita, tra l’uso quotidiano e l’eco
metafisica che non conduce, però, a un simbolismo solenne: la crepa resta
concreta, situata.
L’incipit “Ricevo da te questa tazza” introduce immediatamente la dimensione del
dono. La percezione è mediata da un gesto di consegna che spezza la dimensione
solipsistica, non per questo rendendola meno problematica, perché l’oggetto
porta in sé una traccia relazionale che lo rende diverso da qualsiasi altra
tazza. Bere “ai miei giorni/ uno ad uno” trasforma la tazza in una misura
temporale, in un dispositivo di scansione dell’esistenza per cui la
micro-percezione solipsistica apre a una temporalità condivisa, alla memoria di
chi ha donato l’oggetto.
La possibilità della caduta e della rottura attiva la figura della riparazione –
“Penserò a ripararla” – che segna uno slittamento etico decisivo: la crepa,
così, è ciò che chiama all’intervento e non soltanto la denuncia
dell’insufficienza della materia o del linguaggio. L’immagine del mosaico –
“l’opera dura e lenta del mosaico” – ribalta la logica dell’integrità
originaria: l’unità, se esiste, nasce dal lavoro paziente sulle fratture, non è
qualcosa di integro che precede la frattura stessa ma, come nell’arte giapponese
del kintsugi, una rivalutazione di quest’ultima nella ri-creazione costante del
rapporto di cui la tazza è il correlativo oggettivo. In buona sostanza l’amore
coincide con la disponibilità a ricomporre l’incrinato nella consapevolezza che
il segno-cicatrice resta per indicare una via relazionale con tutta la sua
complessità. Nessun oggetto è intatto, è qui che la poesia di Magrelli compie un
movimento sottile rispetto alla prima raccolta. Per quanto l’errore percettivo
non scompaia, avviene una trasposizione per cui l’attenzione del soggetto si
sposta dalla correttezza dello sguardo alla responsabilità verso ciò che si
incrina, verso un tragitto esistenziale che si espone al “tra” della relazione.
La crepa diventa un segno-segnale della manutenzione, gesto della salvaguardia
che trasforma il difetto del sistema conoscitivo in cura.
Nella parte finale il testo ritorna alla dimensione visiva con un’intensità
quasi ipnotica: “Scende lungo il declivio/ candido della tazza… la crepa”.
L’immagine verticale, fulminea, e che introduce un contrasto netto tra il bianco
dello smalto e il nero del segno, ci accompagna al “paesaggio sonoro,/ di
smalto”, alla sinestesia che incrocia la metafora temporalesca con la
ricomposizione di una superficie integra, che richiama problematizzandola ancora
la “fragilità” delle relazioni umane. Mentre la vista porta a una maggiore
consapevolezza, l’udito fa “risuonare” il disagio di base, crepa nuovamente la
struttura senziente e, quindi, il corpo, da un’altra posizione, più scoperta ed
emotiva se si vuole. La crepa viene vista e insieme udita; produce un temporale
che continua a tuonare pur restando immobile. Qui si ritrovano le due linee
percettive già individuate: la vista come superficie attraversata da una linea
scura, l’udito come disturbo persistente. La tazza incrinata, allora, pur
aggirandosi metaforicamente nei pressi della fragilità, è già un dispositivo di
relazione itinerante tra percezione e affetto. La crepa, come suggeriva
l’epigrafe, apre un sentiero verso la morte ma percepisce anche la possibilità
di un legame che si fonda sull’imperfezione. L’identità, già problematizzata sul
piano neurologico e cognitivo, trova qui un correlativo, come dicevamo, nella
tazza, dono di un inevitabile deterioramento del corpo nel tempo. Ma la tensione
del senso che si traduce in un’estetica della riparazione, nonostante il vedere
male e l’ascoltare troppo, può condurre alla resa del soggetto, quasi una
fedeltà alla rottura, all’auto-rottura.
La “scissura” rappresentata dalla crepa attraversa tutto Nature e venature –
come altri testi del libro evidenziano: vedi a puro titolo d’esempio Una
scissura, nella sezione Noterelle archeologiche o, per quanto riguarda la
declinazione “liminare” della crepa, E se questi giri di serratura nella
sezione In giro – ma è in Esercizi di tiptologia (1992) che si produce il
“colpo” di rottura che permette al “liquido” del disagio identitario di versarsi
all’esterno, conducendo la riflessione solipsistica a un nuovo step:
l’attraversamento dei luoghi. Già il testo conclusivo di Nature e venature lo
preannunciava:
> “Io cammino fumando
> e dopo ogni boccata
> attraverso il mio fumo
> e sto dove non stavo
> dove prima soffiavo:”
Non è necessario soffermarci su un testo che si esprime in tutta la sua
chiarezza semantica e concettuale, però un particolare editoriale ha attirato la
mia attenzione. Nelle edizioni precedenti, quella originale di Nature e
venature del 1992 e l’antologia che raccoglie le prime tre raccolte in versi di
Magrelli, Poesie (1980-1992) e altre poesie (1996), troviamo sempre il punto
fermo alla fine del testo, mentre in Le cavie. Poesie, 1980-2018 (2018) abbiamo
i due punti. Se questa “trasformazione” posteriore della punteggiatura voglia
avere un senso nelle intenzioni di Magrelli, per unire i punti di sutura che
collegano i singoli libri nell’unicum dell’opera, o sia un semplice refuso non
mi è dato saperlo, ma potrebbe benissimo rappresentare un ponte tipografico che
giustificherebbe la continuità tematica e l’evoluzione di poetica che
effettivamente possiamo leggere in Esercizi di tiptologia. I due punti
potrebbero annunciare una rivelazione o un’autopsia del pensiero e metterli
prima di un “a capo” tra due libri creerebbe un “salto” nello spartito visivo
della pagina, come una camera di risonanza o un segnale acustico che prepara il
lettore alla “riesecuzione” di tematiche già affrontate sotto una nuova luce.
Nell’operazione più architettonicamente “chiusa” di tutta la ricerca di
Magrelli, infatti, troviamo 5 prose che si alternano a 4 sezioni in versi
rispettivamente di 7 e 9 testi, che ci parlano di un movimento diverso, di una
nuova topografia, come in una variazione su tema che si fa più percussiva nel
tentativo di cercare un passaggio tra il vuoto del senso e una nuova
comunicazione. È proprio in una delle prose, la seconda, dal titolo Moore
bianco, che la necessità di ri-nominare il mondo concettualmente si fa strada
pur non perdendo contatto con le idiosincrasie del dubbio e con la rottura
soggetto/oggetto:
Moore bianco
Toronto: la strada più lunga del mondo, tracciata nel 1795 diritta verso il
polo, e la torre più alta della terra, con un’alzata di cinquecento metri. Due
sterminati assi cartesiani ai cui piedi riposa l’Art Gallery of Ontario. Qui,
all’incrocio tra ascissa e ordinata, come ficcata nel cuore di una piramide, sta
una sala mortuaria, bussola silenziosa, Cheope psichica.
Nell’ala sinistra della costruzione giacciono una quindicina di gessi originali
di Henry Moore, gessi che furono usati come matrice di tanti, celebri bronzi.
Dunque, gli originali, il materiale originario, radicalmente diverso dai
prodotti finali. Notare l’influenza della plastica antica, del cubismo e
dell’astrattismo. Notare la raccolta di reperti che l’artista conservava nel suo
studio (scheletrini, clavicole, lische, conchiglie, architetture e curve
naturali). Ma notare, in special modo, la bellezza radiante e detritica della
sala centrale.
La luce piove dall’alto su una folla di abbaglianti tumori ossei, prototipi di
un bianco sporco, enormi. L’autore stesso diceva di preferirli ai bronzi,
sostiene una custode. Sono qualcosa come un meteorite organico, un meteorite
interno, piovuto dal didentro del corpo (e il cancro, in fondo, è questo: una
sorta di aerolito). Ovvero: Una metastasi celeste.
È l’ossario delle forme. Tre i tipi di calchi: alcuni con i bottoni,
semi-meccanici, industriali, alla Fernand Léger; altri biomorfi, lisci e
tondeggianti, tra Arp e Brancusi; altri ancora sul genere di un Campigli, o di
un Bacon etrusco. Sono queste ultime le statue più impressionanti, donne
drappeggiate, sedute o giacenti, chac-mools, divinità sformate, esseri col
bacino dislocato, tumefatti, gonfi come annegati, idoli o copertoni, mostri
pneumatici, esempi di una teratologia dell’arte.
Tra tutte, spiccano due grandi figure femminili del 1957 (paesaggi, sistemi
orografici). Si intitolano Draped Seated Woman e Draped Reclining Woman. La
bellezza di queste forme deformi sta proprio nel fatto che esse includono la
bellezza come la gabbia in cemento di Černobyl’, il sarcofago, cattura, tutela e
cattura, la sfrenata energia della radiazione. La bellezza non è più visibile,
ma esiste ancora, continua ad esistere, sepolta, nascosta dentro e dietro queste
cappe di gesso. Le loro pieghe, la caritatevole slogatura dell’anca,
testimoniano della sua presenza. Lei spinge, preme da dentro, è La Prigione,
ossia l’imprigionata.
Moore e la lussazione dell’anima, l’orrore metamorfico del trauma, la
fuoriuscita dell’osso dal suo letto, la tensione della carne intorno, la
pressione, la nascita. Il senso di pena prodotto da queste opere è il medesimo
che si prova davanti a una creatura lussata, o meglio, a noi stessi in
quanto Creature lussate. L’osso spostato. Non sta al suo posto.
Così, secondo l’insegnamento neoplatonico, la parola mater era associata
a materia. In queste immagini di madri, la bellezza chiama da dentro la materia,
da dietro, e dice: «Guarda dove sono finita, figlio mio. Guarda dove sono
finita». Perché in realtà è scomparsa, e queste statue sono i suoi involucri, le
fanno da sudario. Ma lei si è nascosta, si è voluta nascondere appunto qui.
Così, per i latini, le divinità protettrici della casa si chiamavano penati,
e penus la parte interna dell’abitazione, il suo nocciolo atomico, il luogo in
cui venivano conservati i simulacri, il fuoco famigliare, il focolare. In Moore,
nella sua anabasi, è come se questi spiriti fossero fuggiti verso l’interno,
acquattandosi dentro la materia.
Numi retrattili, penati della materia. Farle di bronzo è come spegnere la luce.
Lo smorzacandele si solleva, e il bianco del gesso è diventato un tizzone morto
e spento. Bronzo. Smorzare la propria arte, è come suonare un pezzo di
clavicembalo al trombone. Plettro è il timbro del gesso. Sui calchi di Moore la
luce danza come su uno strumento il pizzicato. È un ticchettìo. Un clavicembalo
osseo.
La prosa di Moore bianco costituisce letteralmente un punto di torsione
decisivo, una traduzione nello spazio della crepa interiore, un’architettura
che, se in Nature e venature operava come incrinatura del soggetto, qui si
materializza, addirittura si “musealizza” in un ambiente ambiguo che è sia sala
mortuaria sia camera di risonanza. L’attraversamento dei luoghi, annunciato nel
testo finale della raccolta precedente, trova compimento in un dispositivo
visivo e plastico che obbliga il pensiero a misurarsi con l’esteriorità.
La partitura complessiva di Esercizi di tiptologia, nella modulazione scandita e
iterativa delle prose e dei versi, funge da sperimentazione per la rottura e la
continua ricalcificazione della massa concettuale, i versi, in tal senso,
sembrerebbero strumenti di propagazione della stessa onda concettuale fino al
prossimo approdo/chiusura. Ancora la cerniera/scissura/frattura del “tra” che si
può leggere anche in Moore bianco:
La descrizione dell’Art Gallery of Ontario all’incrocio degli assi cartesiani
della “strada più lunga del mondo “e “della torre più alta della terra” ci offre
le coordinate geometriche dell’incontro/scontro tra soggetto e oggetto. In
quest’ordine cercato e ritrovato, proprio al centro di una mappatura enorme ed
esasperata, si apre una “sala mortuaria”, una “Cheope psichica”. L’architettura
sembra compartecipare alla decadenza delle forme, diviene sepolcro, ossario
delle immagini e il corpo del soggetto, immerso nello spazio che lo contiene e
sovrasta, è sempre più esposto alla propria ferita, anzi identificabile a causa
della “crepa” nella percezione. In questa atmosfera contemplativa, ecco giungere
la visione:
Draped Seated Woman e Draped Reclining Woman, la loro descrizione plastica è la
dislocazione del soggetto che le descrive. Il 1957, anno di realizzazione del
calco-imballaggio in gesso di entrambe le figure è anche l’anno di nascita del
poeta, cioè la “lussazione” originaria – “la fuoriuscita dell’osso dal suo
letto, la tensione della carne intorno, la pressione, la nascita” – e, allo
stesso, tempo, il tentativo di rifugiarsi ancora nella materia/mater che
“neoplatonicamente” i due calchi sembrano rappresentare. L’oscillazione che
porta dalla fuoriuscita alla fuga verso l’interno – l’anabasi di Moore – è la
scansione che per svegliare dall’ottundimento percettivo del soggetto lo
ricolloca verso un ottundimento ancora più profondo: un ottenebramento di luce.
Troppa luce che, però, rende evidente la logica del vero che fugge, senza
ulteriori infingimenti se non la constatazione dello stesso infingimento, del
velo che vela la materia in quanto materia anch’esso. Ecco perché non occorre il
“bronzo”, perché smorza, copre e tenta di suturare la ferita aperta, unica
ragione e fine consapevolezza della dislocazione del soggetto e pure nostra –
“noi stessi in quanto Creature lussate”. A implementare le percezione del
non-finito del vero (quasi un ribaltamento dell’infinito metafisico attraverso
l’illusione “materica” del finito) arriva la percezione alla seconda potenza,
quella sonora, in un ticchettio che sembra definitivamente spiegare il titolo
dell’intera raccolta: gli Esercizi di tiptologia, allora, sarebbero i tentativi
di contatto e delucidazione con l’esterno dell’eterno “lussato”, e crepato
potremmo aggiungere, del sedicente “essere umano”. Il soggetto
carcerato/cadavere “ontologico” che a colpetti tenta di abbattere la parete del
sarcofago dove è contenuta la sua “radiazione” esiziale – “includono la bellezza
come la gabbia in cemento di Černobyl’, il sarcofago, cattura, tutela e cattura,
la sfrenata energia della radiazione” – cioè la sua stessa esistenza, il “sangue
amaro” che costantemente, come nel supplizio di Sisifo, è rimesso in circolo.
Solo la non-finitezza, l’abbozzo, allora, contenendo la potenza inespressa
dell’esistere, può attivare uno slancio che è contemporaneamente irrazionale e
razionale, estatico, e nell’attimo di “bellezza” che resta in potenza ecco la
poesia, il richiamo alla relazione, il buco nero della relazione.
Per capire i presupposti e intravedere gli sviluppi, o meglio, le slabbrature
della crepa-poesia di Magrelli basti leggere nel poema-pamphlet Didascalie per
la lettura di un giornale (1999) il seguente testo:
La poesia
Le poesie vanno sempre rilette,
lette, rilette, lette, messe in carica;
ogni lettura compie la ricarica,
sono apparecchi per caricare senso;
e il senso vi si accumula, ronzio
di particelle in attesa,
sospiri trattenuti, ticchettii,
da dentro il cavallo di Troia.
L’insistenza iterativa (“lette, rilette, lette”) riproduce ritmicamente il gesto
del colpo tiptologico, quindi la ripetizione, in quanto gesto quasi meccanico,
spegne e accende un circuito (ancora il circolo della relazione, della
trasmissione, travaso e potenziale trapasso). La poesia non è qui solo la carica
ma anche qualcos’altro, è anche il cortocircuito cui il testo-esca ci sta
conducendo. Occorre ribadire che per Magrelli la poesia, e quindi il “tra” della
relazione, non è un dispositivo pacificato, bensì agonistico, sempre in
tensione, in alta tensione e il circuito facilmente può condurci a un
cortocircuito. Lo abbiamo detto, la poesia per Magrelli è il “tra” potenziale,
la spaccatura che offre possibilità di contatto (la tiptologia) ma è anche
un’insistenza lacerante che ha già in sé la sua fine. Ecco perché qui sembra
radicalizzarsi quanto emerso in Esercizi di tiptologia: il testo funziona come
un condensatore, per cui il senso si accumula attraverso la costante
sollecitazione e la rilettura equivale a un incremento di tensione, una
sovraesposizione. Così, nella seconda metà della poesia leggiamo:
> “e il senso vi si accumula, ronzio
> di particelle in attesa,
> sospiri trattenuti, ticchettii”
Il “ronzio” traduce in suono ciò che in Moore bianco si dava come superficie
screpolata o come luce eccessiva. È una percezione alla seconda potenza: non
l’oggetto, non la sua forma, bensì il campo vibrazionale che precede la forma.
Il soggetto, già lussato, si trova immerso in un pulviscolo di particelle “in
attesa” che indicano potenza compressa. Il ticchettio richiama direttamente la
tiptologia e la comunicazione si esprime ancora attraverso una serie di urti.
Una volta di più, la linearità sintattica si travasa nella frammentazione
acustica per raggiungere, attraverso un’ulteriore anabasi, l’interno:
> “da dentro il cavallo di Troia”.
Il cavallo di Troia è un guscio carico di pressione che non proviene
dall’esterno ma dall’interno, coperta dall’apparente forma compiuta. È il testo
poetico a funzionare come un involucro che contiene una forza clandestina. Il
soggetto stesso, nella traiettoria che si è ricomposto, si configura ancora come
il sarcofago della propria radiazione già incontrato in Moore bianco, mentre lì
la sala mortuaria e il sarcofago nucleare trattenevano l’energia, qui il cavallo
trattiene l’assalto imminente, l’agguato. Il senso, dunque, non coincide con un
contenuto pacificato, come sottolineavamo in precedenza ma è una forza compressa
– e complessa – che minaccia la struttura che la ospita.
Gianluca D’Andrea
(continua)
*In copertina: Valerio Magrelli; photo Leonardo Magrelli
L'articolo “Se io venissi a mancare a me stesso”. Sulla poesia di Valerio
Magrelli proviene da Pangea.
Mondeval de Sora si trova nel bellunese, a poco più di duemila metri: è un sito
archeologico “pluristratificato”, indagato da più di quarant’anni. Quarant’anni,
dicono gli studiosi, è l’età dell’uomo che lì è stato sepolto, in età
mesolitica. È l’unica sepoltura mesolitica rinvenuta a quota così alta. Il
corredo funerario del cosiddetto ‘Uomo di Mondeval’ ritorna nel corredo lirico
della poesia di Alessandro Ceni, finora inedita, che qui si pubblica: la selce
gialla, il sudario, i “grumi di sostanze organiche a base di resina e propoli…
originariamente rinchiusi in sacchetti” (cito dalla voce “Mondeval de Sora”
redatta nel Catalogo dei Beni Culturali). Si elencano, in repertorio, anche
sette canini atrofici di cervi e due punteruoli in corno. In quello stesso sito,
nell’età del Bronzo, costruiranno un rifugio per pastori: un forno testimonia la
presenza del fuoco. Le stratificazioni del sito, in fondo, sono come quelle
dell’opera di un poeta: stessa dedizione all’altura, stesso carisma conferito ai
luoghi – ‘magici’, se non altro, per nobiltà di cadavere –, pur con concrete
differenze. A volte, i guerrieri divergono in allevatori; a volte è bene rompere
i legami con qualsiasi lignaggio.
L’uomo sepolto a Mondeval de Sora era un cacciatore. Alias – che è poi il titolo
della poesia di Ceni – opera per comunione: il poeta è un cacciatore, si muove
in altura, solo, in ambigua sintonia col creato. Gli amuleti e le protezioni
dicono di una destrezza ripagata in pietà. Movenze di bestia deve conoscere chi
vuole vincere la bestia. Lo stesso accade per la poesia, che si muove per
‘simpatia’: mica imitando il dire degli uomini – quello lo fanno gli scrittori,
i romanzieri – ma le voci del bosco. Il primo capitolo di un magnifico libro di
Ted Hughes, Poetry in the Making – ovviamente intradotto in Italia –
s’intitola Capturing Animals. L’azzardo della poesia, dice il grande poeta
inglese, nasce dal ‘contatto’ con la bestia, nasce per cattura:
> “Esistono diversi metodi per catturare uccelli e pesci. Ho trascorso gran
> parte della mia infanzia, fino a circa quindici anni, a sperimentare molti di
> questi metodi – quando il mio entusiasmo ha cominciato a scemare, ho iniziato
> a scrivere poesie. Potreste pensare che questi due interessi – catturare
> animali e scrivere poesie – non abbiano molto in comune. In realtà, più ci
> ripenso e più sono certo che queste due azioni siano in realtà una sola”.
Per capire cosa intenda Hughes vale la pena leggere un libro dell’antropologa
francese Éveline Lot-Falck, I riti di caccia dei popoli siberiani (in catalogo
Adelphi): la ‘preparazione’ del cacciatore artico – che è poi un ‘diventare’ la
bestia che si vuole catturare, uno sprofondare nel più obliquo sé, mandando in
deliquio l’io, mandandolo a quattro zampe – è simile a quella che il poeta fa
per ‘armarsi’ e muoversi a caccia del verbo. Una caccia che spesso è
catabasi. Chi scrive deve preparare l’evento; prepararsi all’ascolto.
La poesia ritorna a nomi e a verbi preadamitici: per questo per molti è
‘incomprensibile’ – c’è chi ha scordato l’origine. Eppure, poesia non è
esercizio archeologico, non c’è nulla da rinvenire, non c’è niente a cui
ritornare – l’origine (meglio: l’originario) ci attende laggiù, in avanti, nel
futuro.
In questo senso, il sito di Mondeval de Sora è un pretesto, in Ceni, che si
salda su una biografia lirica ben perimetrata. C’è il recupero di parole desuete
o ‘speciali’ – caligo per caligine, nebbia; la calima è lo scirocco che sferza
le Canarie; ustolare significa, leggo in Treccani, “Guardare con occhio bramoso
cibi o altro” –, ci sono “i bracciali dello scudo” – titolo-emblema con cui Ceni
ha raccolto la sua opera, per Crocetti, nel 2025–, c’è una tersa atmosfera da re
in esilio, da “vecchio re magio in catene”, che un po’ è Lear un po’ è lo
sciamano ridotto all’osso, figura ursina che si farà erba.
Del resto, la protagonista sembra essere la “bimba”, secondo consuetudine –
l’opera di Ceni pullula di bimbi; “Agli animali e ai bambini” è dedicato un suo
libro, il decisivo, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002 –; non
proprio perché al bambino si addica una qualche innocenza, ma un principio di
ferocia poi sopito dall’educare e dal manducare con quelli della propria specie.
Eppure, del poeta è propria una specie di specismo a contrario: a farsi pietra e
cenere, ragna e crisalide di crisantemi, a far ruggire la retina.
D’altra parte, il ‘clima’ è quello delle origini – di Cacciatori sulla neve, era
l’era de I fiumi – ma ripagato dalla pazienza, dal non ripiegarsi in sé, dal
rimpinguare la caccia – foss’anche di ombre. Appunto, il poeta non ricalca i
primordi: li rintraccia in sé. Si prepara con la torcia, poi in favore di buio –
fattosi fuoco – a estrarre con la fiamma quel nugolo di parole-dardo, già incise
e dipinte sulle proprie ossa da sempre. Attorno, resta una restituzione in
cenere – con cui inumidire i cardini dell’aldilà, con cui inargentare le proprie
rovine.
**
Alias
o
Sepoltura di Mondeval de Sora
Il patrigno, la matrigna,
la caligo, la calima,
con semplici artifici
precipitano cotone,
la cassa dei giocattoli
scampata al massacro degli anni
e alla nera e nerissima luce.
Davanti alla fiducia
della bimba nell’ingresso
tu deponi le armi, lo scudo –
conservane soltanto i bracciali,
elementi di prestigio –,
intreccia le sue trecce –
deputate alla chiusura d’un sudario –,
mostrale il teschio,
applicati ai suoi diademi –
lame di selce gialla disposte
sotto il capo e sulle spalle –,
avvolgiti sullo sterno e tra le ginocchia
nel mantra del suo stupore:
erratiche, funerarie ancelle nude
conducono un vecchio re magio in catene.
Ed eccoti ad arti distesi
nella parte interna di un masso
con sul lato sinistro del corpo –
per anestetico, cicatrizzante, collante –
tre piccoli insiemi
in sacchetti di pelle –
propoli, resine, cere mescolate a ocra –
e una difesa di cinghiale.
Intorno c’è qualcosa che fruscia,
che brancola ustolando un basso continuo di silenzio
interrotto come da un piccolo riso,
forse il sussurrìo delle infestanti
nel suo petto sfondato
qualcosa che dice di sé
chi sapeva sapeva di chi da altri da sé:
è stato il vento a chiudere la porta,
un riscontro, nell’ora che muta
l’ombra e trascorre rapida la nube.
L’altopiano. Il riparo. Le cornamuse.
Alessandro Ceni
*In copertina: mandibola di lupo fossile, 1822, The Royal Society
L'articolo “Alias o Sepoltura di Mondeval de Sora”. Una poesia di Alessandro
Ceni proviene da Pangea.
Scrivere è spostarsi da dove si era fino al momento prima di scrivere, e leggere
è lo stesso – nella mia convinzione su cosa possa essere la scrittura, nella
ragione del mio continuare a leggere nell’epoca in corso nella quale si contano
sempre meno lettori o cosiddetti lettori forti, o così pare, definizioni a vuoto
tra l’altro: o si è lettori, ovvero si legge per non trovarsi più nello stesso
posto dove si era fino al momento prima di leggere, o si è al più sostenitori di
quel ramo industriale detto editoria che secca a velocità prodigiosa, sempre più
puntellato da protesi sintetiche dettate dagli algoritmi pappagalleschi che
nulla possono offrire della vitalità anarchica della letteratura. La letteratura
lo decide lei quand’è primavera, fa fiorire le rose anche d’inverno. La
scrittura di Angelo Ferracuti lo è al quadrato perché è scrittura in viaggio,
che è come dire viaggiare due volte, spostando in avanti l’umano desiderio di
varcare le frontiere, fossero pure quelle dell’immaginario e della morte, per
continuare a spostarci in avanti, perché ogni viaggio è l’ultimo soltanto fino
al viaggio dopo.
Nell’intervista di Morena Marsilio per la letteratura Working Class di te hai
detto: “non so fare altro che viaggiare e raccontare.” Che viaggio è stato
questa volta?
Impegnativo, in luoghi difficili da raccontare, entrando in contatto con gli
altri nel loro momento più delicato. All’hospice “La farfalla” di Montegranaro
la persona con cui ho parlato è morta da lì a poco. In una clinica in Svizzera
mi ha affidato la sua storia la donna che aveva accompagnato il marito, ricorso
il giorno prima all’eutanasia attiva. La commozione è una emozione che affatica.
Siamo di fronte non solo all’estetica del racconto ma a questioni etiche
fondamentali, e all’intimità delle relazioni umane più profonde. Raccontare gli
altri richiede l’assumersi una grande responsabilità. Il mio amico Dondero
diceva: “Io non fotografo le persone per un risultato estetico, le fotografo
perché mi interessano, perché esistono.” Il mio modo di raccontarle proviene
dall’oralità perduta della cultura contadina. Lo dico sempre: vorrei poter
raccontare a voce le mie storie, e così le scrivo. La volontà linguistica è la
naturalezza del parlato.
A proposito di Viaggio sul fiume mondo, chiesi cosa potesse essere vissuto
soltanto in Amazzonia, e la risposta fu: “la relazione costante con la morte,
che da noi è stata totalmente rimossa.” Con L’ultimo viaggio, che racconta
proprio i viaggi di chi va incontro alla morte che tarda a dare sollievo,
continui a esplorare il nostro rimosso?
Racconto i rimossi da sempre. Per anni ho scritto storie dal mondo del lavoro,
del suo immaginario volutamente e artatamente rimosso dallo storytelling dei
produttori, positivo ed edificante, che cancella i conflitti, il sudore e il
dolore di cui sono fatti. Racconto le storie che mi interessano. Ho appena
letto Teglie di rabbia dello svedese Henrik Johansson che racconta il mondo dei
panifici industriali, delle meccaniche interpersonali al suo interno, i rapporti
tra lavoratori stabili e precari e interinali, quello che se non fosse
raccontato non potrebbe mai essere visto, saputo. Dopo che leggi un libro così
neppure il pane quotidiano può continuare a essere guardato con gli stessi occhi
di prima. Il compito della letteratura è anche questo. Agire sullo sguardo verso
le cose.
Un viaggio prevede sempre un minimo di preparativi, pratici, mentali. Per
scrivere questo libro di reportage, quali sono stati?
Aver perso la mia prima moglie a quarantadue anni mi ha preparato, temprato.
In L’ultimo viaggio proseguono le riflessioni sulla morte che hanno portato alla
scrittura di La metà del cielo. Ho letto molto, visto molti film, come per
esempio il bellissimo Amour di Haneke. Il bagaglio era già pronto per questi che
sono racconti ancora più che reportage, infedeli soltanto nel montaggio, nel
senso che non ho inventato nulla di quello che è stato scritto. I santi bevitori
di Berlino, il sesto racconto del libro, restituisce una condizione umana
potentissima e non è nient’altro che la realtà. Aver avuto il fiuto di trovarla
è equivalso a essere a metà dell’opera.
Il tuo è un libro di viaggi ma anche di vagabondaggi. Attraversato dalla ricerca
di risposte come pure da una non del tutto sottintesa volontà di smarrirsi, tra
indirizzi forse presi male, appuntamenti messi a rischio dagli imprevisti,
rincorse dei protagonisti che preferiscono conservare un basso profilo. Come si
fa a raggiungere l’assenza di chi ha preferito spingersi verso l’ultima e
destinazione? È un libro paradossale.
È la realtà a essere paradossale se si impara a non distogliere gli occhi.
Entrare nell’hospice di Montegranaro è davvero come varcare la frontiera di un
purgatorio in terra, abitato da persone in attesa della morte, da spettri in
vita. Appena fuori c’è il mondo a cui siamo abituati con la sua velocità, mentre
lì dentro è tutto frammentato, silenzioso. Le foto di Marrozzini in apertura del
libro lo testimoniano bene.
Voglio entrare nel libro dalla porta di Oslo. Scrivi “almeno due volte l’anno
vado a Oslo.” Una delle scene che fermi nei tuoi taccuini sembra provenga dal
romanzo-capolavoro Gli inconsolabili di Ishiguro, è quella dove parli di una
delle stranezze di Oslo, che è “l’esistenza degli strani turnisti che cambiano
manualmente la traiettoria dei tram, una cosa che prima facevano direttamente
gli autisti, scendendo dalla locomotiva. Ho visto uno di questi scambisti che
usciva veloce dall’automobile per deviare il 19 sulla strada che porta a
Majorstuen, mentre fuori nevicava fittamente, prima di tornarsene dentro
l’abitacolo subito dopo in attesa di un nuovo passaggio. Una cosa assurda,
insensata, involontariamente comica, qualcosa del vecchio mondo corporale,
manuale che resiste.” Potrebbe valere come descrizione della vita in sé vista
dalla prospettiva della morte: assurda, insensata, involontariamente comica.
Non esistono più neppure gli scambisti dei tram. L’atteggiamento dei norvegesi
nei confronti della morte non è stato come me lo immaginavo. I popoli nordici
sono laici, gli olandesi sono all’avanguardia rispetto al diritto all’eutanasia
attiva, invece in Norvegia semplicemente non se ne parla. In parte agisce un
cristianesimo sotterraneo, l’antico nome di Oslo era Christiania, ma il punto è
che il popolo norvegese è molto vitalistico, in metropolitana vedi le persone
con gli sci, secondo un vecchio detto: vogliono morire con gli stivali ai piedi.
La Norvegia almeno ai miei occhi è un posto bizzarro, ricco di petrolio ma con
una percentuale di infelicità molto alta. Un popolo malinconico, come lo è la
sua letteratura. Ho intervistato molti scrittori norvegesi, da ultimo e di
recente Frode Grytten che con Il giorno in cui Nils Vik morì ha scritto proprio
un romanzo sul fine vita. I suoi lettori gli hanno detto che il libro li ha
aiutati a parlare di ciò di cui nessuno parla, del morire.
Nel libro si entra attraverso la foto scelta per la copertina, una sorta di
esposizione al negativo di uno degli scatti del secondo reportage fotografico di
Marrozzini. È la foto di Graziella a diciotto anni, la protagonista dell’ultimo
racconto, Tutta la vita. Graziella vive a Monteleone di Fermo, è paralizzata,
deve essere assistita in tutto, ma di andare a morire non ci pensa affatto.
Graziella è irriducibile. Era una donna depressa che ha reagito alla malattia in
maniera positiva. La sua storia racconta qualcos’altro però: lei può essere così
com’è grazie alla presenza di una comunità affettiva che è scomparsa nel resto
della società. Oggi si muore da vecchi, spesso da soli, abbandonati in una
corsia d’ospedale.
Graziella sceglie di tenersi la vita che ha.
Un libro che avvalorasse una parte sola, quella di chi come me è favorevole
all’eutanasia attiva, sarebbe stato un libro sprecato. L’intenzione è stata la
moltiplicazione dei punti di vista. Ogni scelta è quella giusta se presa in
rispetto della propria volontà. Quel che conta è poter scegliere. D’altronde c’è
un altro aspetto da dover tenere in considerazione: la vita ci appartiene ma noi
non apparteniamo solo a noi stessi. Mi viene in mente la storia di Lucio Magri e
di Luciana Castellina che lo tira giù dal treno verso la Svizzera, che gli dice:
tu non puoi andare a morire, non appartieni solo a te stesso, tu sei anche
nostro. Stiamo parlando del gruppo dei fondatori del “manifesto”, di laici
marxisti. Apparteniamo a noi stessi ma apparteniamo pure a una memoria, a una
comunità, ai nostri affetti.
Gli altri come deterrente alla morte.
Nella civiltà contadina da cui provengo, che aveva ci mancherebbe i suoi lati
coercitivi, c’era di sicuro che nessuno veniva lasciato da solo. In Un indovino
mi disse Tiziano Terzani, uno che è stato in viaggio tutta la vita, scrive che
morire nella casa dove si è nati, dove magari sono morti i propri genitori, i
propri nonni, è un po’ morire meno. È una frase rassicurante. Ho voluto
scrivere L’ultimo viaggio con lo stesso tono. È un libro rassicurante. Per me
raccontare i posti dove si va a morire ha significato demistificarne le immagini
deformate con cui sono entrati nell’immaginario collettivo. La morte è più
normale di quanto se ne pensi.
Nell’Hospice “La farfalla” di Montegranaro una infermiera ti “racconta di un
ragazzo che aveva acquistato su un sito internet il kit della morte, poi non è
riuscito ad usarlo, non si è fidato di iniettarsi la dose mortale.” Nella realtà
aggiornata, dov’è possibile ordinarsi la morte a domicilio, qual è il senso di
mettersi in viaggio verso la morte?
La Svizzera con le sue cliniche per l’eutanasia attiva è diventata una frontiera
dell’immaginario. Bisogna essere ben consapevoli che a decidere di fare questo
viaggio è chi vive il corpo come una prigione, chi non ne può più. Parliamo di
una percentuale bassissima di persone. In Svizzera rappresenta l’uno percento
dei decessi. Il numero di coloro che arrivano dall’Italia è talmente esiguo.
Però nell’immaginario collettivo ha preso uno spazio enorme, come se chiunque
muoia è perché è andato in Svizzera. Per chi soffre di malattie gravissime la
vita non è più vita, è una attesa disperata della morte. Il viaggio conserva un
immaginario molto forte, e in questi casi diventa un viaggio verso la
liberazione. In un paese cattolico come l’Italia potrà essere frainteso, ma
bisogna capire che le persone che finalmente intraprendono questo viaggio sono
felici, che per loro andare a morire è una gioia. È raggiungere la terra
promessa.
In direzione opposta a quello che può sembrare il feticismo della vita, il
vivere come dover vivere che tu voglia o no.
Nel libro mi sono sforzato per capire anche le cose che non condivido. E capisco
il dilemma dei medici contrari all’eutanasia attiva. La medicina nasce per
salvare la vita, è la sua missione, è la sua speranza. Allungare la vita costi
quel che costi pur di non darla vinta alla morte.
Sottolineature da L’ultimo viaggio: nell’hospice, “C’è un mobiletto con dei
libri, romanzi per lo più”; “Sabrina stava raccogliendo le sue cose, soprattutto
libri, che aveva letto mentre vegliava suo marito”; a Basilea “una scaffalatura
con alcuni dizionari di lingua spagnola e italiana, qualche romanzo”. Poi ci
sono gli oggetti che lasciano i morti per scelta in una camera dedicata della
clinica per l’eutanasia attiva: “Libri, taccuini eleganti”. In questo mondo,
dove gli scrittori – almeno in Italia – “sono diventati quando va
bene entertainers, continuamente in tour come improbabili star tra festival e
tristi raduni di lettori in provincia” e dove addestriamo programmi informatici
perché scrivano i libri a comando per andare incontro ai propri vizi da lettori,
la lettura e la scrittura sembra continuino a essere ciò a cui è ancora
possibile aggrapparsi mentre il proprio mondo emotivo e cognitivo si sta di
fatto dissolvendo.
Non ho inventato niente, erano lì. Certo sarà stato anche il mio interesse a
farmeli notare. I libri in una casa rivelano molto di chi sceglie di tenersi
proprio quelli. Di fronte al fatto della morte la letteratura resta uno dei
metodi di evasione momentanea più efficace. L’uomo con cui parlai all’hospice e
che morì poco dopo però non mi parlò di libri, mi descrisse la moto con cui gli
sarebbe piaciuto fare un viaggio se fosse uscito da lì. Quello che c’è, che
resiste, è il bisogno di raccontarsi, e di qualcuno che ascolti il tuo racconto.
Quando è successo a me ricordo che mia moglie mi strinse la mano, le sue ultime
parole furono: “Le bambine.” Abbiamo avuto due figlie. Non ha detto altro, aveva
già detto tutto.
Photo Giovanni Marrozzini; per gentile concessione
In L’ultimo viaggio ci sono dei lampi autobiografici, punti di collasso in cui
il raccontatore coincide con il raccontato. Frasi come: “Quando è morta mia
moglie non c’era ancora l’hospice”, come “penso che nelle cose che scrivo niente
è neutrale, neanche la nebbia”. In questo libro hai raccontato storie che
avrebbero potuto essere le tue?
Pochi mesi prima che morisse mia moglie avevo sentito di alcuni frati che
preparavano un decotto presunto curativo. Le dissi: “Vuoi che vada a prendertene
un bottiglione?” Mi guardò come fossi diventato matto. Non sono credente ma per
lei sarei andato in chiesa a dire una preghiera. Mi disse: “Questo te lo
risparmio.” Quando vivi sotto una pressione psicologica così stringente le pensi
tutte. Aver scritto anche di me in L’ultimo viaggio è la riprova che ho fatto
sul serio, che partecipo di quel che scrivo. Ci sono storie che avremmo
preferito non dover vivere ma che abbiamo dovuto vivere lo stesso. Non puoi
decidere ciò che devi vivere, però puoi decidere di raccontarlo e come
raccontarlo.
Altri viaggi da vivere per raccontarli?
Ce ne sono tanti! Sento il gran fascino di Pyramiden, nelle isole Svalbard, un
ex sito minerario svuotatosi dopo il crollo del muro di Berlino, dove è rimasto
tutto intatto e disabitato. Poi ho da sempre il sogno di attraversare i luoghi
di Jack London che è stato uno dei miei miti letterari di gioventù, le terre
dello Yukon e dei cercatori d’oro, perché ce ne sono ancora. Sono e resto in
cerca delle storie di cui sento io per primo la necessità che vengano
raccontate, ascoltate.
antonio coda
L'articolo “La morte è più normale di quanto si pensi”. Dialogo con Angelo
Ferracuti proviene da Pangea.
La Roman Beat Generation non esiste, da qui partiamo per affermare che è reale.
Roma è l’agglomerato imperituro di sogni e simboli, significanti e significati
per gli strali delle giornate.
Dove sono i romani, le vestali, gli intellettuali?
E i poeti, ad amministrare condomini?
Gregory non abita più qui – mi dice Claudio Zuccaro – anche lui da tempo se ne è
andato. Sta a Testaccio perché lo spirito è vita.
Quartieri sbilenchi attendono nuove sopravvivenze.
Per ogni chiesa un po’ di cenere, una manciata di nuvole, un nulla dove
lasciarsi precipitare.
*
Il nostro linguaggio è il flusso incontrollato dell’ipermetro.
E il libero associazionismo dell’inconscio con superamento del concetto
pragmatico di realtà.
La realtà è quello che crediamo che sia.
Materici in obliquo rispetto all’oggi
intoniamo il canto lirico metropolitano
composto da metafisica civica e antilirica efferatezza
sotto una brezza da flâneur nella grandeur
disimpegnati perché troppo impegnati
destrutturati per alleggerire il bagaglio
esperienziale mnemonico emotivo.
*
Molto bene sentire non capire
underground per via della metro
indie come apache in pillole
la poesia è battaglia galattica di sinapsi
dinamicità nella corteccia e nei piedi
non è statica di accademia non è studio ma immediata esperienza
non è poesia ma è testo in versi
semplifichiamo: linguaggio scritto
perché siamo insensibili alla sensibilità borghese: non ci riconosciamo nei
ruoli.
La strada è l’avanguardia, in strada può succedere di tutto.
*
«Una volta un fantasma mi ha detto che gli sembravo irreale».
Il fantasma amministrava condomini, diceva che la poesia è roba per gente
sensibile e ogni volta che valicava il concetto di cultura utilizzava la
parola nicchia…
Poi ha fatto la rivoluzione interiore, ha seguito il progresso spirituale, ha
scritto un paio di cose e si è ritrovato con un taccuino pieno a contemplare il
Tevere che scorre sotto Ponte Sisto… per andare più in là e portarsi millenni di
storia nel letto assieme ai vocaboli più disparati e giungere alle cascate del
linguaggio dove è tutta una Babele di lettere e il pensiero si fa plurimo e fra
le onde e le spume il fantasma ha conosciuto la parola amore.
*
State a casa. Mi raccomando. Oppure fuggite nella seconda casa, se ce l’avete. E
scrivete tante poesie, tanto troverete chi le pubblicherà. Io invece esco, sì
gli vado incontro qualunque cosa sia… vado a ossigenarmi occhi e palmi e non
scriverò niente a meno che non me lo chieda l’airone magico.
*
Quando non scrivete fate le recensioni, mi raccomando, che poi magari ne fanno
una a voi. Io non le scrivo le recensioni, a meno che il karma in un certo
momento ‒ quando proprio la giostra di Piazza Navona gira e fa musica e mi
rivedo bambino e non posso farne a meno ‒ mi spinga a dire bene sei davanti a
Bernini e piove da nuvole beat(e) e puoi sprecare qualche parola per quel libro.
I libri sono oggetti d’arte, me l’ha detto un bhikkhu del quartiere Coppedè: non
puoi farne vilipendio.
*
E poi ho intenzione di bere tanta acqua dai nasoni, acqua e aria è una dieta
sana, una dieta buona per le parole. Le parole luccicano nell’acqua e all’aria.
Non scorticarle. Tieni accesa la torcia nella caverna comoda schermata, lo sai
che Dioniso sta dalla parte sbagliata, perciò stai molto attento ai testi
giusti.
*
Poi bisogna allenare bene il fisico per scrivere. Ci vuole una camminata andata
e ritorno da Piazza Fiume al Gianicolo, compresa Via Crucis di San Pietro in
Montorio e contemplazione del Soratte dalla statua di Garibaldi. I mezzi busti
del Gianicolo guardano i mezzi busti del Pincio. E parlano fra loro e le loro
parole sono in frequenze sopra Roma, ma se apri il timpano al momento
giusto ‒ specie a una precisa ora del pomeriggio, dopo pranzo, appena preso il
caffè ‒ puoi sentirle. Sono parole che inondano beat(e).
*
Sì sì andate in campagna, io resterò con queste querce scalcagnate che
indovinano richiami di Esculapio e oche natanti, sì resterò coi platani
arrugginiti a imbrunire lungotevere di carità, mentre quello che è andato in
campagna mi scrive e poi telefona per dirmi che l’alloco non lo fa dormire, ma
io sono troppo impegnato sulla Via dei Fori per rispondere, ho proprio il
Palatino davanti che gorgheggia. La lupa non puoi fregarla. La lupa richiede
coraggio. O la ami o ti odia, è pur sempre un animale selvaggio.
*
L’Almone è il terzo fiume segreto, nel flusso sciamanico sostiene che tutto è
vacuità, e tra amori chiacchiere e lavori non c’è modo più pulito dell’arte per
scherzare con Thanatos.
*
Devi entrare nello spazio a tuo modo per riempire il tempo civico, allora potrai
abitare te stesso stile domus e far uscire i vocaboli del Beato Linguaggio,
schioccando le dita, senza prenderti sul serio, frequenza Pincio – frequenza
Gianicolo e diventare acqua che scorre.
Edoardo Piazza
*Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha fissato le
“istruzioni per l’uso”, la poetica sghemba, sarà dedicato, in maggio, il primo
volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia
di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un
estro metropolitano, da un orfismo urbano. “Roman Beat Generation: istruzioni
per l’uso” è il manifesto con sarà invasa e assediata l’Urbe dell’editoria
italiana.
In copertina: la chimera secondo Ulisse Aldrovandi (1522-1605)
L'articolo Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso proviene da Pangea.
Tra i film di Jim Jarmusch, l’ultimo, Father Mother Sister Brother, è forse il
più brutto, il più insistentemente tedioso – forse per questo è stato premiato
con il Leone d’oro. Ma questo, ai fini di questo articolo, non importa. Nella
prima porzione del film, ideato a trittico, Father, la più bella, Tom Waits fa
finta, al cospetto degli ingrigiti figli, di essere un nullatenente un po’
scemo. In realtà, è colto, ha gusto, è un esteta di genio che vive a scrocco e
viaggia su un’auto di pregio, astutamente nascosta. Nella sua biblioteca,
insieme ai tomi di Noam Chomsky, spicca un libro di Cesare Pavese.
Sulla ‘fortuna’ di Cesare Pavese negli Stati Uniti c’è poco da dire: al di là
dei meriti – è lo scrittore che ha inciso come pochi altri, anche per via della
tragica fine e degli scritti ‘privati’, della continua ‘privazione’ alla
scrittura, sulla cultura italiana – c’è anche una questione di riconoscenza. Gli
Stati Uniti sono stati la terra letteraria prediletta da Pavese, come si sa,
quando non una via di fuga dalla claustrofobica ‘italietta’; citiamo – a mo’ di
dati esiziali prima che smaliziati, mero tiro enciclopedico – le letture,
decisive, di Sinclair Lewis e di Edgar Lee Masters, la tesi “Sulla
interpretazione della poesia di Walt Whitman”, le pionieristiche traduzioni
di Moby Dick e di Riso nero, il romanzo di Sherwood Anderson. In un saggio del
1931, Middle West e Piemonte, Pavese raffina la propria poetica tesa a
legare per verba le Langhe agli States. Anche il ‘ritorno’ alla grecità –
attuato nei Dialoghi con Leucò ma anche nelle traduzioni di Esiodo, e,
editorialmente, nell’affidare a Rosa Calzecchi Onesti la cura di una nuova
versione dell’Iliade – è mediato dal panorama americano, un’Arcadia agli occhi
di Pavese. Questo importa allo scrittore: il preverbale prima del proverbiale,
l’epoca d’oro, i re bambini, la ferina giovinezza, il sangue e la solitudine,
l’assoluto, il sorgivo, l’unico. Tra cow boy e opliti, tra Eleusi e West il
confine pareva quasi inesistente, cristallino fino al grido. Sovversivo.
Tutti questi elementi convergono già nel primo libro di Pavese, Lavorare
stanca. L’idea della “poesia-racconto”, come diceva lui, è mutuata da Whitman –
ma nel testo programmatico Il mestiere di poeta l’autore cita anche il
d’Annunzio di Alcyone e Edgar Allan Poe –; le poesie più note – Pensieri di
Deola, Atlantic Oil, Crepuscolo di sabbiatori, ad esempio – stanno bene in un
quadro di Edward Hopper. Eppure, al netto di uno spleen italo-americano che
avvolge un po’ tutto, alcune poesie – Il dio-caprone, Mito, i diversi “Paesaggi”
– sono già la preveggenza di vagabondaggi omerici.
Lavorare stanca uscì, “in tiratura limitata”, per le Edizioni di Solaria,
Firenze, nel gennaio del 1936. Pavese era finito – incidentalmente più che altro
– al confino, a Brancaleone Calabro: ciò conferì alla raccolta lo stigma di una
rivolta etica che in verità non aveva. L’impegno di Pavese, semmai, era intimo
più che politico: gli interessa scalfire l’anima, scolpirne le grigie gesta,
mostrare (questo sì) il tabù del male di vivere. Il libro uscì poi per Einaudi
nel 1943 – passò, in ogni caso, quasi inosservato.
Genericamente, la poesia di Pavese continua a essere ignorata quando non
dileggiata. Secondo Pier Vincenzo Mengaldo – quello dei Poeti italiani del
Novecento – “in Lavorare stanca le intenzioni e l’interesse storico prevalgono
sui valori poetici”; le poesie di Verrà la morte non sono altro che “droga di
intere generazioni di liceali” (le quali, oggi, citano piuttosto Tony Pitony).
Nel suo antologico prodigarsi, Edoardo Sanguineti apprezzava lo “sperimentalismo
realistico” di Pavese per la sua funzione di “resistenza… al trionfo tutto
novecentesco della poesia come lirica”. Tutto vero, anche se la sovrabbondanza
di genio del secolo passato – per ogni latitudine di palato: dal propalato
Montale a Luzi a Sereni, da Gatto a Sandro Penna, da Dino Campana a Camillo
Sbarbaro e Pasolini – lascia poco spazio agli esercizi sonnambulici di Pavese.
Quel “coraggioso libro poetico” (così Alfonso Berardinelli) di Pavese ha
comunque fatto parecchia strada. Nel 1976 la Grossman Publishers pubblica
come Hard Labor la traduzione di Lavorare stanca a opera di William Arrowsmith.
È un momento centrale nella ricezione di Pavese negli Usa: Arrowsmith
(1924-1992), prof a Princeton, a Yale, all’Mit, è stato, soprattutto, un grande
classicista, ha tradotto Euripide, Petronio, Aristofane. Di Pavese – ma ha
tradotto anche La bufera e altro di Montale – sapeva riconoscere il passo
‘classico’ oltre al nitore ‘realista’. Insomma, la sua traduzione di Lavorare
stanca ottenne il National Book Awards for Translation. L’opinione dell’insigne
critico – testimoniata nella lunga introduzione al libro – è che Lavorare
stanca sia “un libro sorprendentemente originale, tanto originale che a
quarant’anni dalla sua pubblicazione la critica italiana non è stata in grado di
comprenderlo appieno. È un’opera ribelle, una poesia cruda, scritta in fronte al
gusto fascista dominante (al gusto dei ‘mandarini’ della cultura dell’epoca), in
cui l’autore, per altro, non faceva mistero della sua simpatia per la
democratica, ‘barbarica’ America. La somma, lampante offesa del libro, tuttavia,
era nel rifiuto categorico della metrica, dello stile, dei temi e della forma
propri della tradizione lirica italiana, la tradizione, appunto, dei
‘mandarini’”.
In particolare, Lavorare stanca è brandito come uno strumento di ribellione
‘politica’. Così ancora Arrowsmith:
> “La maggior parte dei poeti italiani, di fronte al Fascismo, preferì un
> ostentato silenzio, oppure si ritrasse in una interiorità ‘ermetica’ (che era
> poi un altro modo, più letterario, di ‘non dire nulla’). Pavese scelse di
> resistere; la sua poesia e le sue traduzioni degli scrittori americani furono
> – e così vennero recepiti – atti palesi di ribellione letteraria contro il
> regime. La resistenza di Pavese fu un immenso sforzo di ripensare una cultura
> italiana valida, autentica. L’Italia fascista era una caricatura alla quale
> nessun italiano davvero civilizzavo poteva dare assenso. Ma esisteva l’altra
> Italia – antica, umile, locale – e soprattutto il suo Piemonte, con una
> cultura contadina millenaria, la lingua schietta, incontaminata dal fascismo
> come dalle malizie borghesi. Distante, oltre l’Italia, c’era l’esotica
> America, dove Pavese credette di scorgere una specie di Piemonte continentale,
> una nuova, vigorosa cultura, una letteratura il cui genio e la cui energia era
> intrisa di intenti spirituali. Insieme, Piemonte e Stati Uniti testimoniavano
> la possibilità di un’Italia rinnovata. In Lavorare stanca, Pavese cercò,
> usando il Piemonte e gli Stati Uniti come vertici, di ideare una via nuova – o
> forse soltanto dimenticata – per la poesia italiana”.
Al di là delle semplificazioni – inevitabili, probabilmente – il Pavese
‘americano’ ebbe successo. Quest’anno, a mo’ di anniversario, la casa editrice
New York Review Books ripubblica Hard Labor nella versione di Arrowsmith. Il
“Times Literary Supplement” – per l’estro di Lucy Silbaugh – ha elogiato, in un
vasto servizio, Incantatory music, la “poesia ferma e austera di Cesare Pavese”,
che “sembra costruirsi in splendidi, contratti, brevissimi romanzi”. Si fanno i
nomi di Joyce e di Čechov.
Insomma, siamo nell’allineamento astrale perfetto. Per questo, a onorare la
stropicciata poesia di Pavese, si è azzardata, in calce, la versione ‘trilingue’
di tre poesie dello scrittore piemontese. Alla poesia di Pavese secondo William
Arrowsmith, indebitamente tradotta, segue la poesia originale, così da rendersi
conto di elusioni, contrazioni, smottamenti verbali tra una versione e l’altra.
Come sempre, è sempre nel mezzo, nel punto morto, nel fatale frainteso, nella
zona grigia del verbo – lì dove i vocabolari non sono più zattere ma ostaggi –
che accade qualcosa, che la fiamma mormora.
GNBYLLFZNCEUW4PRN6YGXKSVLU
**
Landscape VII
A little light is all it takes, and anger invades
those eyes, clear as the depths of a pool,
the harshness of depths streaked by sun.
The dawning day that finds this anger still alive
is neither sweet nor good: unmoving, between
stone houses shutting out the sky, it watches her.
The small body emerges, between sun and shadow,
like a slow animal, looking everywhere
but seeing nothing, only colors.
Vague shadows wrap street and body,
darkening those eyes, almost closed,
like a pond, a darkness shivers in the water.
The colors mirror the quiet sky.
Even her step moving slowly over the cobbles
seems to walk on things, ignoring them,
like her smile, gliding over them like water.
Down below, vague menaces begin to move.
Everything under the sun ripples at the thought
that the street is empty, except for her.
*
Paesaggio VII
Basta poca luce e la rabbia invade
i suoi occhi, limpidi come abisso d’acqua,
quel crudo fondo tigrato dal sole.
L’alba che trova questa viva rabbia
non è dolce né buona: immobile, tra
le case di pietra che sigillano il cielo, la fissa.
Il piccolo corpo emerge tra sole e ombra
come una bestia lenta, che guarda ovunque
ma non vede nulla, soltanto i colori.
Vaghe ombre drappeggiano la strada e il corpo,
oscurano quegli occhi, quasi chiusi,
come una pozza, oscurità che intaglia l’acqua.
I colori rispecchiano la quiete del cielo.
Perfino il suo lento andare sui ciottoli
è un andare sulle cose ignorandole
come il suo sorriso, che scivola su tutto come acqua.
Laggiù, vaghe minacce cominciano a concimare.
Tutto sotto il sole trema al pensiero
che la strada sia vuota, tranne che per lei.
(Traduzione dalla versione di William Arrowsmith)
*
Paesaggio VII
Basta un poco di giorno negli occhi chiari
come il fondo di un’acqua, e la invade l’ira,
la scabrezza del fondo che il sole riga.
Il mattino che toma e la trova viva,
non è dolce né buono: la guarda immoto
tra le case di pietra, che chiude il cielo.
Esce il piccolo corpo tra l’ombra e il sole
come un lento animale, guardandosi intorno,
non vedendo null’altro se non colori.
Le ombre vaghe che vestono la strada e il corpo
le incupiscono gli occhi, socchiusi appena
come un’acqua, e nell’acqua traspare un’ombra.
I colori riflettono il cielo calmo.
Anche il passo che calca i ciottoli lento
sembra calchi le cose, pari al sorriso
che le ignora e le scorre come acqua chiara.
Dentro l’acqua trascorrono minacce vaghe.
Ogni cosa nel giorno s’increspa al pensiero
che la strada sia vuota, se non per lei.
(Cesare Pavese)
*
Myth
The day will come when the young god becomes a man,
painlessly, with the dead smile of the grown man
who now understands. The sun moves away, remote now,
reddening the sand. The day will come when the young god
no longer knows the beaches where he used to walk.
You waken one morning, and the summer is dead,
but your eyes are still dazed by the tumultuous light
of yesterday, and in your ears you hear the roar of the sun
turned to blood. The color of the world has changed.
The mountain no longer touches the sky; the clouds
are no longer massed like ripe fruit. In the water now
you can no longer make out the small stones. The body of a man
is bent in anxious thought where once a young god breathed.
The great sun is gone, and the smell of the earth,
and the open road, colored with people
who knew nothing of death. In summer nobody dies.
If someone perhaps disappeared, there was always the young god
who lived for everyone, and who knew nothing of death.
Sadness barely touched him, like the shadow of a cloud.
His step astounded the earth.
Now a torpor
everywhere weighs on the man’s arms and legs,
painlessly: the quiet torpor of a dawn
announcing a day of rain. The beach is dark
and no longer knows the god whose mere glance was once
all that mattered. And the sea of air doesn’t quicken
when he breathes. The lips of the man are resigned
and shut, smiling in the presence of the earth.
*
Mito
Verrà il giorno in cui il giovane dio diventerà uomo
senza dolore, con il morto sorriso dell’adulto
che ha compreso. Il sole svanisce, remoto
e fa rossa la rena. Verrà il giorno in cui il giovane dio
non riconoscerà più le rive dove era solito passeggiare.
Ti svegli un mattino e l’estate è morta
ma gli occhi sono storditi dalla tumultuosa luce
di ieri, e nelle orecchie il ruggito del sole
si è fatto sangue. Il colore del mondo è cambiato.
La montagna non tocca il cielo; le nubi
non si accalcano più come frutti maturi. Nell’acqua, ora,
non sai più distinguere i sassi. Il corpo di un uomo
è rotto dall’ansia dove un tempo un giovane dio ansimava.
Il grande sole è sparito, e l’odore della terra
e l’aperta via, colorata di genti
ignare della morte. D’estate nessuno muore.
Se qualcuno per caso spariva, c’era sempre il giovane dio
che viveva per tutti, che non sapeva la morte.
La tristezza lo sfiorava di sbieco, come l’ombra di una nuvola.
Il suo passo stupiva la terra.
Ora un torpore
pesa ovunque sulle braccia e sulle gambe dell’uomo
libero dal male: il cauto torpore dell’alba
che annuncia giorni di pioggia. Cupa la spiaggia
non sa più del dio: il suo sguardo, un tempo,
era tutto ciò che contava. E il mare d’aria non si issa
al suo respiro. Le labbra dell’uomo sono rassegnate
e chiuse, sorridono alla presenza della terra.
(Traduzione dalla versione di William Arrowsmith)
*
Mito
Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.
Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio il fragore del sole
fatto sangue. Ѐ mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.
Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.
Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.
(Cesare Pavese)
**
Morning Star
The man alone gets up while the sea’s still dark
and the stars still flicker. A warmth like breathing
drifts from the shore where the sea has its bed,
sweetening the air he breathes. This is the hour when nothing
can happen. Even the pipe dangling from his teeth
is out. The sea at night makes a muffled plash.
By now the man alone has kindled a big fire of brush,
he watches it redden the ground. Before long
the sea will be like the fire, a blaze of heat.
Nothing’s more bitter than the dawning of a day
when nothing will happen. Nothing’s more bitter
than being useless. A greenish star, surprised
by the dawn, still droops feebly in the sky.
It looks down on the sea, still dark, and the brushwood fire
where the man, simply to do something, is warming himself.
It looks, then drops sleepily down among the dusky mountains
to its bed of snow. The hour drags by, cruelly
slow for a man who’s waiting for nothing at all.
Why should the sun bother to rise from the sea
or the long day bother to begin? Tomorrow
the warm dawn with its transparent light will be back,
and everything will be like yesterday, and nothing will happen.
The man alone would like nothing more than to sleep.
When the last star in the sky is quenched and gone,
the man quietly tamps his tobacco and lights his pipe.
*
La stella del mattino
L’uomo solo si leva: il mare è ancora scuro
le stelle tremano ancora. Un calore pari al respiro
giunge dalla riva dove il mare ha il suo letto
ed è dolce l’aria. Questa è l’ora in cui nulla
può accadere. Anche la pipa che dondola dai denti
è spenta. Il mare di notte fluttua piano.
Ora l’uomo solo ha acceso un grande fuoco di sterpi
e lo guarda che fa rossa la terra. Presto
il mare sarà come il fuoco, una calda vampa.
Nulla è più amaro dell’alba di un giorno
in cui non accadrà nulla. Nulla è più amaro
di essere inutili. Un stella verde, sorpresa
dall’alba, stilla febbrile in cielo.
Fissa il mare, in basso, ancora scuro, e il fuoco di sterpi
dove l’uomo, giusto per fare qualcosa, si scalda.
Fissa ogni cosa, poi trotta sonnambula tra le fosche montagne
nel suo letto di neve. L’ora draga le ore, crudele
e lenta per un uomo che non attende più nulla.
Perché dovrebbe issarsi il sole dalle acque
e dare inizio a un lungo giorno? Domani
tornerà la calda alba con la sua luce traslucida
e tutto sarà come ieri, e non accadrà nulla.
L’uomo solo non desidera altro che il sonno.
Quando l’ultima stella agonizza in cielo e svanisce
l’uomo in silenzio pesta il tabacco e accende la pipa.
(Traduzione dalla versione di William Arrowsmith)
*
Lo steddazzu
L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquío.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa piú amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa piú amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta piú nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
L'articolo “Verrà il giorno in cui il giovane dio diventerà uomo”. Sulla poesia
di Pavese negli Usa proviene da Pangea.