Tutta l’operazione di Macello è intrisa della sostanza carnale che fa il verbo,
anche se si tratta di un’incarnazione materica, estremamente laica e
anti-pregiudiziale. Lo possiamo leggere anche nei testi che seguono:
> È fuggito un toro nero
> erra sul cavalcavia
> impaurendo il traffico,
> lo rincorriamo
> impugnando coltelli
> bastoni elettrici e birre
> corre si ferma torna
> arrivano i carabinieri coi mitra,
> ora è steso su un velo d’erba
> e sussurra qualcosa alle mosche.
Oppure:
> La merda è colorata
> creativa
> gratificante (ogni tre ventroni un carretto)
> è rumorosa, suadente, intrigante
> gelida
> quando si ammucchia ostinata nelle grate dello scarico
> è docile, è fieno dei ricordi di infanzia
> (la vuotiamo in una vasca di cemento)
> è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore
> come un’ulcera al culo;
> la merda (la grande vasca va svuotata ogni tanto)
> protegge la mia intimità e la vostra
> svestita
> da qualsiasi pregiudizio.
Nel primo testo, in apertura – “È fuggito un toro nero/ erra sul cavalcavia” –
Ferrari ci presenta il corpo animale che invade uno spazio urbano,
destabilizzandone l’ordine. La regola è violata da un errare che irrompe sul
sistema funzionale della regola e il toro, sottratto per un attimo alla catena
della macellazione, entra in una zona intermedia, disorientata che sfiora per un
istante la libertà. A questo punto arrivano gli uomini che “inscenano” un
inseguimento – “lo rincorriamo impugnando coltelli bastoni elettrici e birre”
– da cinema grottesco con quelle “birre” accanto agli strumenti di cattura, per
cui la quotidianità si fa disarmante nella sua concretezza da aneddoto. Il
cinema continua e il toro alla presenza antagonista reagisce con
indecisione, “corre si ferma torna”, in modo affannato esegue scarti brevi che
la poesia segue con un ritmo franto e con un tono da burlesque. Ecco così
che “arrivano i carabinieri coi mitra”, acme barzellettistico di una realtà vera
che, però, allo stesso tempo appare simulata, fino a che il tono quasi
canzonatorio si risolve nella caduta “meditativa” che indica la morte
dell’animale: “ora è steso su un velo d’erba / e sussurra qualcosa alle
mosche”. Il passaggio è netto: dalla concitazione si passa a una quiete irreale
dove ciò che viene detto non è accessibile, quel “qualcosa” registra l’esistenza
di un messaggio che non può essere tradotto se non osservando la fine, da vicino
sì, in maniera totalmente nuda, ma non per questo pacificandone l’assunto
misterioso che polverizza ogni vita senza esplicazione. Ciò che accade è
rappresentabile, non spiegabile.
Il secondo testo radicalizza questa dinamica, spostandola su un piano
apparentemente ancora più basso: quello degli scarti, della materia residua. “La
merda è colorata/ creativa/ gratificante”, lo scarto, cioè, è una produzione
qualunque, persino artistica, secondo il dettato delle avanguardie (una sorta di
Piero Manzoni critico non solo con la società dei consumi ma con la società tout
court) che sonda le radici di un post-esistenzialismo senza redenzione. In
pratica Ferrari continua a rovesciare l’ordine costituito e le gerarchie del
linguaggio, fattore che avrà libero sfogo, come vedremo, nella raccolta
successiva, Rosso epistassi.
Tornando al testo, notiamo che Ferrari alterna registri diversi senza soluzione
di continuità, dal sensoriale, e quasi seduttivo (abbiamo visto l’accumulo di
aggettivi “suadenti”), al fisico e freddo: la merda è “gelida” ma “quando si
ammucchia ostinata nelle grate dello scarico/ è docile, è fieno dei ricordi di
infanzia” che riporta la materia dentro una dinamica concreta, tecnica e legata
al lavoro e allo stesso tempo alla memoria dell’infanzia che oltre a richiamare
“gli occhi infantili” della manza con tutta la loro vulnerabilità, ne
intensifica l’assunto anti-elegiaco, infatti subito dopo leggiamo l’inciso “(la
vuotiamo in una vasca di cemento)”, in un gesto pratico del lavoro si interrompe
ogni possibile lirismo.
I versi successivi, “è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore/ come
un’ulcera al culo”, introducono la plausibilità diagnostica posseduta dal corpo
in rovina e insieme ci dicono senza mediazione che l’unica protezione è proprio
la nudità del corpo nelle sue funzioni – “la merda […]/ protegge la mia intimità
e la vostra/ svestita/ da qualsiasi pregiudizio”. Il linguaggio, così, aderendo
alla materia, la riconosce come luogo originario della relazione, prima di ogni
distinzione tra alto e basso, tra umano e animale, tra degno e indegno. La vera
uguaglianza tra gli esseri per Ferrari è corporale, né sociale e men che meno
“democratica” (vedremo, come si diceva, in Rosso epistassi).
Che la critica sociale sia comunque sottesa nell’opera di smantellamento e
“macellazione” del pregiudizio linguistico lo si avvisa anche in questo testo
di Macello:
> Sventrate intere famiglie
> oggi
> lunedì di intensa macellazione.
> Una vacca ha partorito un vitello
> negli occhi la paura di nascere
> il foro in mezzo il nostro contributo
> a tranquillizzarlo.
In questo testo è evidente che la parola nel tentativo di aderire alla materia
attraversa anche le strutture implicite del vivere collettivo (in questo caso la
famiglia e la generazione, senza diventare un discorso apertamente ideologico).
L’attacco – “Sventrate intere famiglie/ oggi/ lunedì di intensa macellazione” –
è costruito su una giustapposizione fortissima tra due registri: da un lato le
“famiglie sventrate” degli animali, dall’altro la precisione della
calendarizzazione del lavoro e della sua routine – “oggi/ lunedì di intensa
macellazione”. La parola “sventrate” per quanto violenta è immediatamente
inscritta nel funzionamento stesso della giornata lavorativa, una provocazione
del quotidiano sul quotidiano senza aura protettiva e che si espone alla stessa
sorte della carne. Il verso centrale – “Una vacca ha partorito un vitello”
– racconta un evento che, fuori da questo contesto, sarebbe leggibile come
origine, nascita, continuità della vita, mentre qui il parto non è isolato ma
subito ricondotto allo spazio della macellazione e, senza interiorizzazione
psicologica, resta un fatto nudo che in un’estrema sintesi narrativa ci pone di
fronte alla nascita e alla morte nel giro di due versi: “negli occhi la paura di
nascere / il foro in mezzo il nostro contributo/ a tranquillizzarlo”
Dal punto di vista stilistico, il testo mantiene tutte le caratteristiche della
retorica scabra:
* sintassi lineare
* lessico essenziale
* assenza di commento
* giustapposizione di registri incompatibili
* uso di termini concreti che non vengono mai alleggeriti
ma ciò che emerge con particolare forza è proprio la dinamica per cui il
linguaggio porta le parole dell’umano (famiglia, nascita, tranquillità) e le
espone a una trasformazione radicale dentro la carne, dentro la soglia cioè in
cui il poeta non riesce più a custodire il vero e utilizza la parola per
lasciare al lettore la libertà di valutare, se lo vuole, l’evidenza (questo è il
taglio netto di cui si diceva in merito alla relazione). Così,
nel “tra-” Ferrari produce l’esposizione del vivente tagliando e svuotando le
parole che, nondimeno, continuano a resistere come materia minima di
relazione nella dissacrazione del corpo, come leggiamo nel testo seguente:
> Ho visto strisciare ombre
> impastate di umano
> e i pugnali disonorare la vendetta;
> ho visto dio calpestare un apostolo
> per arrivare dopo alla gabbia
> e l’aureola
> usata come filo di ferro
> per convincere un giovane toro a farsi santo.
Anche qui Ferrari lavora su un lessico simbolico (principalmente religioso) per
esporlo a un processo di degradazione e reinscrizione nella carne. Il verso “Ho
visto strisciare ombre/ impastate di umano” riporta l’umano a uno stato
intermedio, tra figura e materia, mentre “e i pugnali disonorare la
vendetta” espone la violenza (la vendetta) al suo svuotamento.
Nel testo le figure fondative della tradizione cristiana vengono trascinate
dentro una scena di violenza priva di sacralità come risulta esplicito in “ho
visto dio calpestare un apostolo”, in cui i termini
“dio” e “apostolo” vengono riutilizzati in un contesto che ne svuota la funzione
trascendente, conservando una forma che perde il suo centro raffigurativo. Dopo
il rovesciamento, il testo si àncora a uno spazio materiale, funzionale, tipico
del macello – “per arrivare dopo alla gabbia” – come se ogni elevazione venisse
riportata a terra, dentro un dispositivo tecnico. Infatti gli ultimi versi – “e
l’aureola/ usata come filo di ferro/ per convincere un giovane toro a farsi
santo” – impongono una strumentazione non solo concreta, ma estrema e
coercitiva, che taglia la materia e la espone all’evidenza senza protezione: il
“farsi santo” del toro è “semplicemente” il suo passaggio alla morte, unica,
possibile elevazione. Come si vede ancora una volta, il “tra-” agisce nella
trasposizione da un significato tradizionale all’uso concreto (e nudo), ogni
parola ereditata diventa esperienza attualizzabile, il simbolo diventa materia.
La parola continua a circolare ma svuotata del suo vecchio carico retorico, non
annichilisce le proprie potenzialità relazionali ma le porta su un livello
diverso, estremamente corporale, per cui il senso resiste dentro e attraverso la
dissacrazione. In questo modo, lo ribadiamo, la poesia si fa soglia in contatto
con un reale che non può più essere ordinato o redento.
Che la relazione sia il grande tema in gioco nella poetica di Ferrari con
valenze vitalistiche (la “pienezza” di vita cercata nelle pieghe della violenza)
e, quindi, anti-nichilistiche lo vediamo in uno degli ultimi testi di Macello:
> Tra il fecaio
> e l’inceneritore
> crescono dei fiori
> margherite evacuate dalla terra
> soffioni che sembrano sputi
> papaveri notevolmente pallidi.
In modo condensato troviamo una vita (i fiori) che non si dà nonostante il
degrado, ma più specificamente al suo interno.Il testo non costruisce una
dialettica tra morte e vita né, ancora una volta, offre una compensazione
simbolica e ciò che emerge senza riconciliazione è la contiguità radicale tra
processi di scarto, distruzione e forme minime di crescita. Il vivente non si
oppone al residuo, ma, almeno tematicamente come in Pusterla, vi si inscrive. In
questo senso la relazione che Ferrari mette in scena è vitalissima proprio
perché non mediata, non filtrata da categorie salvifiche o estetizzanti e
l’esistenza per quanto compressa, impoverita, è tuttavia ostinatamente
presente. Non c’è, appunto, superamento del limite, ma una permanenza dentro di
esso di una vitalità strettamente legata alla fine e, per questo, irriducibile.
Anche per questo tutta l’operazione di Macello si conclude con questo testo:
> Su un oceano colorato malamente
> galleggiava una piccola isola
> le onde spargevano le origini
> i coralli cicalavano al tramonto
> e i pesci si rigeneravano alla fonte.
> Era una goccia di sperma
> cadutami nella vasca del sangue
> in una mattina
> di forte macellazione.
Le immagini dell’“oceano colorato malamente” e della “piccola isola” aprono una
possibilità generativa nella forma che affiora dentro una materia indistinta e
anche il passaggio “i pesci si rigeneravano alla fonte” aggiunge una dinamica di
rinascita. Ma è nella “goccia di sperma cadutami nella vasca del sangue” che
Ferrari ci riconduce alla concretezza estrema della sua poetica: principio
generativo e sostanza della morte coesistono nello stesso spazio, la rinascita
si offre come continuità interna al processo stesso della fine: l’unica goccia
di sperma che galleggia come un’isola nel sangue, è il residuo salvifico ma
materiale che genera un mondo nuovo per quanto isolato. In sintesi, la vita e la
stessa poesia (che coincidono in Ferrari nella “piccola isola”) sono concrete
perché è presente un “oceano” di perdizione. Tutto il processo, allora, è
resistenza, è l’attimo eterno in cui “i coralli cicalavano al tramonto” e “i
pesci si rigeneravano alla fonte”, come l’utilizzo dell’imperfetto durativo
rende evidente restituendoci il senso di una ciclicità ritornante della vita nel
testo.
La linea di continuità e insieme di scarto con Rosso epistassi (2008) è
rintracciabile nel rapporto instaurato dalla lingua col mondo, che passa
dalla contiguità fisica dei corpi e dei processi materiali all’esposizione
sociale degli stessi, senza perdere mai la sua necessità concreta di resistenza.
Il margine esistenziale, il “tra-”, in pratica si interfaccia con tensioni
relazionali più esplicite nelle forme del vivere storico. Vediamo come:
> Questa danza
> che muove la morale e turba i piedi
> a ogni dopoguerra
> quando si inventano amori nel punto della storia
> e il ghiaccio non sale alle passioni
> sonagliera pietrosa con fare suo cristiano alla trave
> nel mio occhio che dondola con solennità decorativa verso la prosa.
> Nella maestria della paralisi riflessi in pozze di acqua celeste
> senza meta ma neanche tregua
> un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude
> così campa la grazia.
Dal punto di vista stilistico (anche se non si tratta di una caratteristica
dell’intera raccolta) il verso si allunga, si distende in una quasi-prosa, come
se il segno più che fendere il reale dovesse sostenerne la complessità
discorsiva, attraversandone stratificazioni e derive.
“Questa danza/ che muove la morale e turba i piedi/ a ogni dopoguerra” fa da
subito pensare che la relazione – la danza-poesia che coinvolge morale e corpo –
si sia trasferita su un piano collettivo, la dinamica storica e instabile di un
dopoguerra concreto e assoluto, per cui le costruzioni umane si manifestano in
una fluttuazione precaria – “quando si inventano amori nel punto della storia”.
L’amore è “inventato” nello slittamento costante del senso che il verso lungo
permette, tenendo insieme elementi eterogenei che non possono essere risolti. Lo
scardinamento del senso che la “sonagliera pietrosa” (ancora la danza-poesia?)
indirizza “verso la prosa” si centra solo nell’abbassamento dell’idea di
relazione che la espone al flusso del reale.
Ecco perché il finale inscena nel “riflesso” delle “pozze di acqua celeste” il
teatro della relazione sociale attraversato dalla parola poetica, in cui una
comunità “cagnesca” affronta la sua stasi dinamica – “la maestria della
paralisi” – in perenne tensione ma senza direzione – “senza meta ma neanche
tregua”:
> un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude
> così campa la grazia.
Il disordine del vivere si espande in spazio storico-relazionale, ma le
idiosincrasie restano e anch’esse si fanno collettive, gli odi e la violenza
sembrano il vero patto tra i soggetti (i due cani che si inculano), anche se
insieme a loro ma in disparte “un terzo spaiato lecca farfalle nude” (forse il
poeta?). Tutti sono comunque in contatto con la bellezza effimera della grazia,
del dono non richiesto e che non salva, ma che proprio nella precarietà delle
relazioni continua a “campare”. Il “tra-”, meno concentrato e più diffuso, come
dicevamo sopravvive proprio negli spostamenti e nei continui slittamenti di
senso:
Nella pace secca
Più belle
delle cose sono le ombre
sul tardi
consueti maneggi di miraggi
un salice
e con sfrigolio d’estro un tricomonas
eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute
invece che al crepuscolo muoiono all’alba.
Sin dall’avvio – “Più belle/ delle cose sono le ombre” – una dislocazione: il
valore si sposta dall’oggetto all’ombra, la realtà, cioè, si sposta sul margine
del linguaggio, nei “consueti maneggi di miraggi” dove appare improvviso “un
salice” – tra resurrezione e lutto, simbolo (cristiano?) dell’adattamento
esistenziale – cui segue l’inserzione di “un tricomonas”,elemento biologico,
minimo e infettivo (ombra materica), che interrompe qualsiasi continuità lirica
e riporta il discorso alla materialità della relazione sessuale. Ancora, dunque,
uno slittamento senza transizione dal paesaggio all’organismo microscopico per
poi attraversare “eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute” cioè spazi
altri, frammenti di luce, insomma una molteplicità di mondi utopici tra reale e
immaginario associati a “rivoluzioni contenute” e totalmente quotidiane,
percorsi allucinati che sembrano ribaltare, come in una psichedelia carrolliana,
il mondo: “invece che al crepuscolo muoiono all’alba”.
In sintesi, il testo rende evidente come in Rosso epistassi il “tra-” sia
diventato campo mobile di dislocazioni che investe l’ordine sintattico (peraltro
già compromesso in Macello) dove il senso è puro scarto, interferenza tra
visione, corpo e linguaggio, in una parola: Rivoluzione. Non per niente sono
presenti richiami forti a Lenin e Rimbaud e con un urlo decisivo “è
Teeermidorooo!”, Ferrari non ci lascia scampo.
Per uscire dall’“accumulo di storia” cui ci conduce la lettura di Rosso
epistassi occorrerebbe “una scopatina al pensiero” ma noi mestamente ci
accontentiamo dell’ultimo testo:
> Il pianeta si muove
> non si concede ignoto, anche le ossa
> hanno una andatura manoscritta,
> qualche pezzo di me se ne va da solo
> i moncherini volgono all’intrattenimento e ballano,
> è presto è tardi
> magari non sono stato creato
> sono ancora nella totalità di pancia dove aspetto
> il corpo panico dell’infinito.
Nel testo, corpo, tempo e linguaggio si disarticolano senza mai separarsi del
tutto, tutto è in movimento – “Il pianeta si muove/ non si concede ignoto” – in
una condizione paradossale, senza oltrepassamenti ma nel corpo di scrittura
– “anche le ossa/ hanno una andatura manoscritta”. Le ossa sono ciò che resta e
anche ciò che struttura, sono la poesia per residui e frammenti con cui il ritmo
di Ferrari va da solo a un “ballabile” convulso che ignora il tempo giusto – “è
presto è tardi” – e si indirizza allo spreco, ritorna, scarta, rischiando
l’abisso – “il corpo panico dell’infinito” – nel dubbio che sia possibile una
creazione – “magari non sono stato creato”. La disgregazione del soggetto è
registrata con un’andatura da opera buffa che dissacra qualsiasi centro,
coagulando solo per istanti le parti in un insieme; più che un movimento, una
movenza scivolante verso la perdita con nuance di intrattenimento.
Il teatro vivo di Ferrari è pronto a riaffacciarsi nell’ultima raccolta, La
morte moglie (2013), che ritorna a testi cronologicamente vicini a Macello per
poi introdurre la sezione che dà il titolo al libro, dove appunto la
“rappresentazione” della morte si manifesta con le stesse tonalità scabre che
avevamo visto in La franca sostanza del degrado, soprattutto nella
sezione Smaltitoio dedicata alla dipartita del padre. Il ponte lungo gettato
dalle prime operazioni all’ultima (parlo di quelle pubblicate in vita
dall’autore, morto nel 2022) fa sì che il “tra-” assuma una configurazione
radicale che ricade non più soltanto sulla relazione tra vita e morte, bensì,
attraversando il discrimine tra corpo e linguaggio, sulla possibilità (o
potenzialità) della stessa esistenza. La “totalità di pancia” – che indica la
sospensione tra essere e non essere – vista alla fine di Rosso epistassi, si
tradurrà in La morte moglie nella prossimità continua con la perdita, ancora una
volta vissuta come esperienza diretta. Il ponte, quindi, ancora una volta
allestisce uno spostamento di intensità (lo slittamento di senso sempre urgente
in Ferrari) stavolta dal margine diffuso della relazione storica di nuovo
al margine incarnato nell’esperienza individuale della morte. D’altronde, lo
abbiamo visto più volte, persino le coordinate spazio-temporali canoniche sono
frantumate dal taglio netto concettuale di Ferrari (“è presto è tardi”) che non
si pone come disfacitore di mondi ma come mero rilevatore del trauma
esistenziale. Ecco, allora, perché, in una sua tutta particolare continuità
discontinua, al poeta piace aprire la sua ultima operazione con un testo
brevissimo ma incisivo che parla ancora di un “pianeta”, solo che se il
precedente chiudeva Rosso epistassi nel segno del movimento senza tregua, questo
si riattiva in bagliori ossimorici, non per contrasto ma per volontà di
inclusione:
> Questo
> è il pianeta dei bagliori
> scoppia e si estende con chiarezza convulsa
> il lampo dello sparo.
Esordio e fine sono unite non dall’origine ma nel ritorno di una sempre
possibile origine, così come le potenzialità dell’esistenza sono subito digerite
dalle infinite possibilità della fine che si manifestano nell’attimo abbacinante
dell’estinzione (i bagliori del pianeta e il lampo dello sparo). Tutto il
movimento dell’esistenza si esprime con una “chiarezza convulsa” per cui le
generazioni (rappresentate concretamente e per allegoria nel “macello” animale)
più che evolversi sono continuamente esposte alla caducità e alla scomparsa,
infatti, “la parola/ si sente cercata dalle bestie” perché “sa dire che l’eterno
dura/ al massimo un giorno”. Sono talmente chiare le dinamiche esistenziali, che
la routine della macellazione esplode in una festa da “classe operaia”, quella
che si sporca le mani con la morte, in questo testo Ferrari lo dice apertamente:
> A che distanza sono le interiora
> io nel ventre piano piano
> così piccola e calda
> in mano mia
> la morte.
Mentre in questo di poco successivo assistiamo alla “festa operaia” di cui si
diceva:
> Il primo maggio
> siamo più di cinquanta
> boia, squartatori
> chi sgozza e chi raccoglie il sangue
> trippai, scuoiatori, facchini
> quelli che macellano a domicilio
> pellai, insaccatori e necrofori,
> la classe operaia.
Dopo aver ricordato la semplicità carnale della fine, è giunto il momento di
andare “verso altri modi di morire”, quelli umani e intimi per vedere come ce li
mostra un soggetto che è già coniugato con la fine. Con tutta la sua
ambivalenza, il titolo di sezione che abbraccia l’intera raccolta – e tutto il
percorso poetico di Ferrari – ci conduce al capezzale (o nei suoi pressi) della
moglie morente, di colei che sta “su una grande tavola per essere mangiata”.
Nel luogo operativo della relazione, dove il soggetto è già “coniugato con la
fine”, come dicevamo, non può esserci spazio per la contemplazione ma un
coinvolgimento che sfonda le fibre stesse della scrittura in un dire senza
alcuna protezione, perché l’amore stesso è esposto alla sua fine:
> Aiuto, aiuto
> si spolpa la parola e non c’è silenzio,
> sono io che sto scrivendo,
> aiuto, aiuto
> macchi d’inchiostro le mie vene
> e sei la fine di ogni nome.
Il luogo del trauma è la parola che non ammutolisce – “non c’è silenzio” – ma
“si spolpa” nello stesso momento in cui il soggetto scrive il suo grido di
aiuto, quando si approssima “la fine di ogni nome”. “Sono io che sto scrivendo”
allarga la vertigine dell’identità all’interno della relazione per eccellenza,
quella dell’unione matrimoniale, focalizzando per un attimo il grande problema
della poesia delle origini – almeno europea o “occidentale” –, quello
dell’incarnazione del verbo contro cui per tutta la sua bruciante opera Ferrari
sembra scagliarsi. La parola non incarna nulla – e lo dovrebbe? – perché è solo
in quella assenza mimetica che può avvertirsi l’empatia nel dolore, il buco atro
“che macchia d’inchiostro le […] vene” e rimette in circolo il “tra-” a un passo
dal baratro, dalla “fine di ogni nome”, appunto. Anche noi lettori, come la
moglie di Ferrari, sembriamo costretti a trovare “un’ombra e la sua morsa sulla
pelle” per continuare a vivere, ma può bastare? Veramente la sola possibilità di
unione per l’uomo è ridotta al segnale, come nella “confezione” di “alici
Riunione” – scritta con la maiuscola perché indicante la marca e quindi
abbassando nel momento di massima intensità ancora una volta il rimando di senso
– senza nessuna possibile “oltranza”?
Persino “il bambino chiede palla alla merda”, a un basso “male” che “tanto
apertamente cola” e al quale si resiste per pura resistenza. Nella poesia
“gappista” e da brigata di Ferrari l’unica “conversione” è una “materia” che
vive e non contiene nulla:
> Sei tu la materia che mi converte
> che sanguina docile negli occhi
> si è spenta l’ombra
> il corpo invece piroetta in aria
> e come avessero una testa sola inseguono
> due o tre fiori domenicali
> eppure la paura non è niente di intero
> la pace non contiene nulla.
Sposare la vita nella morte, questa la poesia-resistenza di Ferrari. Vivere da
vivi è più “difficile” che “vivere da morti” perché arriverà per tutti “il
giorno” che “parte definitivamente” dalla passione selvaggia che porta nel
verso, come il richiamo ai numi tutelari Villon e Racine sembra suggerire, un
contesto di cura viscerale e bassa, paladina e umile allo stesso tempo:
> Cielo umido
> che si espande e contrae
> tra le forche di Villon, le greche di Racine
> e l’orinale di smalto.
> Veleggiano schiaffoni d’acqua
> una effusione conscia della sfioritura
> nulla liquido verdino e giallo
> l’asciugherò nel verso come un camallo.
“La morte”, che “nasce ogni giorno”, “illumina la sacca dell’urina” mentre “sta
morendo la materia”, ma è “ombra d’alfabeto” perché il soggetto ne scrive da
osservatore coinvolto solo come tramite della scrittura. Il dolore è il segno
che più incide e meno s’incista nel reale, che lo allontana nella sua deriva
esiziale verso un distacco che si fa “insorgenza del presente nella carne”, cioè
consapevolezza che la parola non basta, si fa reperto insignificante senza
“intensità e desiderio” così urgenti invece dinnanzi alla fine. Il taglio netto
di Ferrari vuole scardinare il “portamento del testo” fino all’estremo, fino a
che “il sole non fa più rumore” ed è incendiata ogni misura:
> Simile alla carta
> insorgi agli occhi fino a farti cenere
> poi chiudi la finestra
> prima che i sedativi imparino la notte
> la poesia come la rivoluzione non è mai amorosa
> brucia la misura per dirsi addio
> eppure non manca lo stupore al frastuono del verso
> c’è un sottosuolo di voragini e firmamenti
> nella cantafera della ghiaia sulla tomba.
Sulla vicenda “tombale” che sembra chiudere l’opera di Ferrari non scende però
il buio, una nuova “carta” sembra insorgere nello “stupore” infero di “voragini
e firmamenti”, un altro viaggio sembra predisporsi dopo la catabasi
nell’abisso.
Coincidenza vuole che, mentre scrivo queste righe, sia apparsa una tranche di
testi postumi pubblicati a cura dell’amico di una vita, Antonio Moresco, per
Crocetti editore: Transitori e risorti (2026), mai titolo – scelto (per caso?)
da Crocetti in persona – fu così attinente, se pensiamo che la vita poetica di
Ferrari ha transitato costantemente tra inizi ed estinzioni, senza essere puro
osservatore dell’evidenza ma corpo carnalmente esposto alla sua missione e
passione. E all’alterità, come uno degli ultimi frammenti di Transitori e
risorti ci dice con tutta la sua fatalità:
> Questa necessaria missione
> di leccarti
> per riempirmi le vene d’altro.
Gianluca D’Andrea
(fine)
*In copertina: Ivano Ferrari photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Questa necessaria missione di leccarti”. Sulla poesia di Ivano
Ferrari proviene da Pangea.
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A Roma, ai poeti fanno prima il funerale, poi il convegno. Li lasciano qualche
anno sottoterra, il tempo necessario perché smettano di essere pericolosi, poi
li riesumano in una sala multimediale, mettono la fotografia giusta sulla
locandina di una mostra a Trastevere e li dichiarano intensi, controversi,
imprescindibili. A trent’anni dalla tua morte, i musei ti dedicano una
retrospettiva. Ingresso gratuito. È quasi sempre gratuito, il poeta, quando non
può più presentarsi alla cassa sia in vita che ad astra.
I suoi libri si sono resi difficili da reperire. Annaspano nella seconda mano,
nelle biblioteche, nelle case di chi ha imparato a non prestare più nulla. Le
commemorazioni aumentano mentre le opere spariscono: è la forma più efficiente
di conservazione: proteggere un autore dai lettori. Dario Bellezza, però, non si
lascia conservare. È un guastatore di teche, fa capolino con gli occhi
stralunati che strabuzzano mentre cercano la prossima intuizione. Torna a
parlare dal punto esatto in cui il corpo diventa osceno perché è nudo, perché
muore.
Lo chiamavano poeta maledetto, ma lui correggeva burberamente: «Semmai
benedetto, dalle Muse». Maledetto è una parola per gli assessori alla cultura e
per gli psichiatri prima di Lacan, un modo decoroso per sterilizzare chi ha
passato la vita a rendersi indecente. Fa pensare al poeta con il cappotto nero,
alla bottiglia, all’albergo pagato male, alla fotografia in bianco e nero in
studio, al disordine della prospettiva e dello sfondo. La benedizione, invece, è
più grave: è un passaggio ex ante e, dopo, ci sono la salute e l’officio del
divino che prevede e protegge. Ti attraversa e pretende che tu renda conto della
voce ricevuta. Bellezza non è stato maledetto dalla vita, piuttosto è stato
folgorato da qualcosa che gli impediva di mentire su di essa.
Essere incoronato da Pasolini nel 1971, sulla soglia di Invettive e licenze,
significava entrare nella letteratura già sotto processo. Ogni verso successivo
avrebbe dovuto confermare il miracolo o documentare la frode. La critica, pigra
come ogni tribunale quando ha già un colpevole, il suo Snaporaz della
depravazione, ha continuato a cercare in Bellezza il figlio di Pasolini, il
fratello monatto di Penna, il giovane feroce ammesso nelle stanze di Morante,
Moravia, Ortese. Nessun dattilografo prestato allo scranno da giudice lo ha mai
riconosciuto come sovrano guasto di una propria lingua. Pasolini scrisse
soprattutto che Bellezza era il primo poeta borghese a giudicare sé stesso. Il
poeta non rappresenta gli esclusi da una posizione sicura, non indossa la
borgata per tornare poi a casa con la coscienza lavata. Porta la borghesia nel
proprio letto, la interroga, la insulta, la sorprende mentre desidera ciò che
condanna, uno yin e yang nello stesso fegato. Da qui l’oscillazione che rende i
suoi versi inadatti a qualsiasi pedagogia contemporanea: colpa e sfrenatezza,
narcisismo e disgusto, fame di purezza e gusto della degradazione, ferocia e
pietà. Non c’è un’identità finalmente pacificata da esibire, c’è la guerra
civile che si combatte nella carne.
“Forse mi prende malinconia a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.
Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’eri.
Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza
con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.
E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.”
Da un certo suo tranchant queerismo ante litteram, che non si organizza in un
reparto tematico, nasce un punto in cui desiderio, classe, vergogna, denaro,
notte e potere smettono di fingere di non conoscersi. Un’esposizione a un
movimento nascente è esposizione del proprio senso di appartenenza. Il ragazzo
cercato nella città è insieme apparizione, assassino, mendicante, divinità
provvisoria. In Libro d’amore Bellezza scrive, con una precisione da referto:
«L’omicidio è/ suicidio». Non esiste ferita che possa essere inflitta all’altro
senza riaprire il corpo che la infligge. E in altre, accigliato allo scoglio del
tempo che schiumeggia 1976, recita:
> “Ho paura di morire. Di fronte a questo
> che vale cercare le parole per dirlo
> meglio. La paura resta, lo stesso.
> Ho paura. Paura di morire. Paura
> di non scriverlo perché dopo, il dopo
> è più orrendo e instabile del resto.
> Dover prendere atto di questo:
> che si è un corpo e si muore”.
Bisogna tenere fermo l’anno, perché la biografia postuma è una falsaria
meticolosa. La malattia non spiega quei versi e quei versi non profetizzano la
diagnosi. Bellezza aveva riconosciuto prima, senza bisogno di un virus,
l’indecenza elementare su cui costruiamo religioni, carriere, famiglie e profili
d’autore: si è corpo e si muore.
Trattiamo il corpo come un progetto foucaultianamente amministrativo: lo
alleniamo, misuriamo, fotografiamo, correggiamo, rendiamo visibile, performante,
rivendicabile. Bellezza lo veste e già sente il freddo del marmo. Si vede come
«un morto che cammina», trascinandosi dietro un «corpo-cadavere». Non c’è
metafora che tenga a distanza la materia perché il cadavere non è il futuro del
corpo ma il suo coinquilino. Si alza con lui, va in gabinetto, ingoia pasticche,
desidera, non dorme.
Eppure, sarebbe falso circoscrivere di Bellezza a un sacerdozio monotono della
fine. In lui la morte è chiassosa, melodrammatica, a volte persino ridicola. I
gatti, le telefonate, gli inviti, gli amori baldracchi, i risentimenti
letterari, le scenate, le battute sono tutte una messinscena per interrompere
l’elegia e impedirle di mettersi in posa. Se invitato a una festa a cui non può
partecipare, Bellezza liquida: «Eh, ma se non vengo perché mi deve informare,
scusi?!».
Roma, intorno a lui, si sta già trasformando nel glitterato composto cannibale
anamorfo che ancora la distingue.Le borgate stavano diventando materiale
d’archivio, gli scandali format, gli intellettuali muoiono uno dopo l’altro
lasciando salotti pieni di eredi. In casa con Ortese, da cui nasce un’amicizia
stellare e povera, due creature scrivono perché il mondo reale ha commesso un
errore di progettazione. Dario resta a Roma come resta un animale quando la casa
è stata venduta. Il suo rapporto con la tradizione non è quello di un allievo
composto. Prende Leopardi, Baudelaire, Rimbaud, Saba, Penna e li trascina nella
stanza, li costringe ad assistere. La metrica si spezza, ma non scompare, mentre
un lessico alto urta contro la strada, il sublime contro le mutande e un qualche
dio contro l’erezione. È una tecnica usata per far sembrare inevitabile ciò che
è stato costruito con precisione. Nei versi la frase procede lunga, si avvolge,
accumula memoria e disgusto, poi cade in una dichiarazione semplice: ho paura.
Quando uno scoop giornalistico rese pubblica la sua malattia, il corpo che aveva
consegnato per anni alla poesia gli fu sequestrato dalla cronaca. Non era più
corpo teologico, erotico, colpevole e parlante dei libri, ma corpo del malato,
esposto alla pietà: alla gogna. Morì il 31 marzo 1996; aveva detto:
> “Non ho saputo sfruttare la mia fama, sono sempre stato uno sconfitto”.
Trent’anni dopo, non serve riscoprirlo. “Riscoprire” è il verbo con cui
l’industria culturale annuncia di avere ritrovato ciò che aveva sistematicamente
nascosto. Serve ristamparlo, leggerlo ad alta voce, lasciargli guastare la
festa. Perché Dario Bellezza non chiede di essere compatito. Chiede udienza alle
Muse con l’ironia di una pianta secca che continua, inspiegabilmente, a far
fiorire fiori profumati. Poi ci guarda mentre fingiamo che il corpo sia una
proprietà, l’amore una cura, la poesia una carriera e la memoria un omaggio.
> “M’impaura la mia incerta voce
> che certo smania il suo tono
> implacabile di verità. Una voce
> sottile, smagata che corrode
> l’anima mia nera di peccati…”
Graziano Mazza
*In copertina: Dario Bellezza nel 1971, photo Massimo Consoli
L'articolo “Che si è corpo e si muore”. Dario Bellezza non chiede di essere
compatito – pretende di essere letto proviene da Pangea.
Siamo andati a stanare nella sua casa un poeta che, finora, crediamo sia stato
trascurato ingiustamente. Questa è la chiacchierata che ne è nata, e che
vorrebbe contribuire a far luce sul lavoro di Andrea Labate, l’autore di un
libro, il solo finora, pubblicato più di dieci anni fa (nel 2015), La resa del
margine, nella collana Quaderni & Immagini da L’arcolaio. Ci siamo fatti
raccontare, dopo aver fatto violenza al suo pudore, la genesi del volume e il
suo sguardo da ‘fuori canone’.
Grazie agli inediti riportati in coda ci si potrà fare anche un’idea
dell’evoluzione del suo stile e di un lavorio silenzioso nella poesia che
continua.
Nell’introduzione ho letto una frase che mi ha colpito: il tuo prefatore, Davide
Castiglione, parla dei modelli da cui, non sempre, ti sei affrancato. Quali sono
secondo te?
Sicuramente alcuni scrittori e poeti beat come Kerouac, Ginsberg, Corso, poi
García Lorca. Questi sono stati i primi autori importanti dai quali ho preso
ispirazione o almeno una sorta di matrice per capire cosa potesse significare
scrivere poesie. Ero attratto da un loro certo modo di modellare l’immagine e
credo che, più o meno consciamente, quelle letture abbiano plasmato poi anche il
mio modo di fare poesia. Può essere che in alcune pagine si notino delle
forzature a livello di poetica o di ricerca delle immagini, spesso fin troppo
cariche, lo ammetto. E forse in alcune parti specifiche si ritrovino in modo più
evidente i modelli dai quali sono partito. Siamo attorno agli anni della mia
formazione universitaria. E questi poeti non facevano parte dei vari corsi che
ho frequentato. Queste, infatti, sono state tutte letture che facevo in
parallelo rispetto ai vari ‘doveri’. Poi Dino Campana, Clemente
Rebora, Baudelaire, Rimbaud. Loro invece sono stati anche oggetto d’esame.
Hai citato il concetto di ‘immagine’. Sempre nell’introduzione leggo di un tuo
gusto, a proposito, per l’estraniamento. Che valore hanno, dunque, le immagini
in questo tuo libro?
Sicuramente hanno il valore più alto, anche a discapito di una certa linearità o
chiarezza del discorso. Partivo da una modalità emozionale-intuitiva per
iniziare a scrivere e poi, quello che cercavo di fare, è seguire quella
sensazione lasciandomi in un certo senso trasportare in maniera
quasi passiva (potrei dire in parte pre-razionale) proprio costruendo attorno
un’immagine o immagini che dentro di me percepivo essere allineate a quello che
sentivo. Questo mio procedere ha poco a che fare con il controllo della
scrittura. Spesso le immagini mi si presentano, come anche le parole. Solo in un
secondo momento provo a sistemarle, accantonarle, ridimensionarle.
Castiglione ha scritto che questo libro è un diario trasfigurato che si può
interpretare anche come un romanzo di formazione. A ciò vorrei affiancare un
concetto che credo pertinente, quello della precarietà, che nel volume, in
particolare in due venature sembra tornare e riproporsi: la precarietà
lavorativa e la precarietà generazionale. Sei d’accordo?
Certamente. Anche il titolo della raccolta rimanda al margine inteso come fine
o limite di qualcosa, il bordo o quantomeno una linea di confine. Margine in cui
sono protagonista ma anche osservatore. La precarietà l’ho vissuta, la vivo, e
probabilmente la viviamo in molti. Non dimenticarti che gli anni in cui ho
composto il libro, per me, erano anni anche di grande crisi
e spaesamento. Facevo un lavoro che non mi ha mai dato spiragli verso il futuro.
L’impiego più lontano dalla possibilità di costruirci sopra una carriera.
Che ricezione ha avuto La resa del margine?
Minima. In primis, non mi sono speso affatto per farlo conoscere nell’ambiente
poetico, salvo per una lettura pubblica che non era neanche la presentazione del
mio libro. Sono stato invitato ad una serata con altri due giovani poeti in cui
avevo letto alcune pagine. Uscì una recensione su Il segnale ma solo perché un
critico che aveva scritto, forse uno o due anni prima, una nota di lettura a una
mia poesia su una rivista, scoprì casualmente il mio lavoro e,
consideratolo meritevole, volle approfondirlo e dargli spazio. Oltre a questo,
c’è una bella lettura di Roberto Corsi su Perigeion, rivista on line di poesia.
Ma non feci proprio nulla per pubblicizzarlo o per farlo conoscere. Mi risultava
personalmente difficile intessere rapporti solo per farmi conoscere. Il lavoro
lo consideravo ormai concluso e avevo solo voglia di vederlo materializzato.
Sono passati dieci anni: cosa fai ora? E che cosa è cambiato? Stai scrivendo
ancora? E se sì il tuo sguardo e la tua pratica sono mutati?
Scrivo ancora ma sempre rubando il tempo per la poesia come un ladro. Scrivendo
quello che per me necessariamente deve essere messo nero su bianco. Poco, forse,
ma inevitabile. C’entra anche, ancora, quella precarietà pratica ed esistenziale
di cui si diceva prima che mi ha sempre concesso poco tempo per scrivere. Ho
qualche inedito e ho iniziato quello che potrei chiamare un progetto di più
ampio respiro e ne ho già in mente un secondo. Tutto il cammino però è molto
lento. La corsa davvero non mi interessa. Non mi interessa la vetrina. Quello
che conta davvero è la possibilità di provare a seguire e fare ciò che amo. Se
ci saranno dei riscontri bene, se non ci saranno o se ci saranno fra vent’anni
andrà bene ugualmente. La mia pratica poetica non è cambiata ma ho degli
strumenti e delle consapevolezze che dieci anni fa sicuramente non avevo.
Provo a fare un passo indietro e mettendomi in una posizione più distante.
Vorrei sapere, in generale, quali sono le condizioni ideali per te per iniziare
a scrivere. Cerchi un setting particolare? Affianchi ascolti specifici o letture
preparatorie? Per riassumere, hai delle ritualità che cerchi di ricreare che
attivano il tuo momento della scrittura?
Non necessariamente. Credo di aver scritto in luoghi diversi, nel silenzio, nel
rumore di sottofondo della città, con dellamusica o con la televisione accesa…
ciò mi aiuta a trovare una specie di silenzio interiore che mi permette di
scrivere. Il silenzio esterno lo trovo quasi più fastidioso. Il luogo prediletto
è quasi sempre casa mia seduto al tavolino con il mio gatto Tao che cammina sui
fogli ma, la maggior parte delle volte le intuizioni nascono altrove, e in
situazioni di scomodità come quando si attraversa la strada qui a Milano o
mentre sto pagando in un negozio. E così forse ho spiegato meglio quel
riferimento alla modalità poco conscia di cui accennavo, dove arrivano versi,
intuizioni, immagini da trattenere e riportare a casa e poi meditarci su prima
di addormentarmi e, magari al risveglio, trovare la parola chiave che si
incastra.
Per risponderti in modo stringato no, non ho regole o riti specifici.
Prima hai citato quelli che consideri i tuoi maestri, in buona parte stranieri.
Come ti rapporti con la poesia contemporanea italiana?
Non credo di avere alcun rapporto né personale né di frequentazioni di letture
e, salvo rare eccezioni, non trovo da quelle parti linfa né ispirazione.
Potresti raccontarci la genesi di qualche tua poesia?
Non posso parlare di una vera e propria genesi omogenea, avendo tutte le poesie
del libro come minimo comune denominatore la dispersione creativa ed
esistenziale. Molte sono nate in Calabria (la mia altra parte d’origine, oltre a
quella valtellinese), alcune durante un viaggio in solitaria nelle Marche. Per
il resto, tutto il lavoro sul libro è stato fatto nella mia stanza che allora
avevo in condivisione a Milano. Di una poesia in particolare posso parlare,
legandomi alla domanda che mi hai fatto prima: Sotto gli archi di Torino (per
Gianni Milano). Ecco, di questa ricordo esattamente la genesi. Tra gli incontri
umani ed artistici più belli e appaganti della mia vita, un’amicizia preziosa.
Dopo una giornata con Gianni, non particolarmente diversa da altre con lui,
tornai a Milano con una sensazione di gratitudine e pienezza diversa dal solito.
Scrissi quasi di getto quella poesia, una delle poche del libro dove non
serpeggia nessuna visione mortifera, nessuna cinica distruzione, ma un ‘omaggio’
a modo mio, a quell’uomo così tanto importante per me in quel momento. Milano
divenne poi una sorta di maestro, una fra le altre stelle da guardare.
Torno ad uno sguardo più generale sul tuo libro. Uno dei fili rossi principali
credo sia quello relativo alla resa dei conti rispetto ad un mondo che pare
saltato in aria o morto affossato da burocrazie e catene di montaggio. Alcune
tematiche sembrano figlie di uno sguardo espressionista accompagnate da lingua e
stile che non per forza collimano. L’orizzonte che però delinei è quello di un
mondo bloccato, scaduto e finito. Rimane solo una quota di riflessione e
sopravvivenza?
È esattamente così. Il rapporto io-mondo si muove costantemente tra sconfitte e
aspettative disattese in uno scenario di desolazione continua. Rimane la poesia
come forza sovversiva del linguaggio, come sguardo lucido in grado, a volte, di
disinnescare questo congegno burocratizzato e disumanizzato.
Fra le tue poesie sembra esserci, in effetti, più vita fra gli elementi morti
che fra gli esseri umani, che compaiono agendo pochissimo. Sono protagonisti di
assenze. Le tue poesie più riuscite rendono evidente una società al collasso.
L’assenza è parte centrale del libro. Nello specifico ciò che rimane quando
tutto finisce, che sia la morte di una persona amata, la fine di una relazione
significativa, o la sterilità di un mondo che ha perso ogni direzione.
Alessandro Manca
*
Da La resa del margine
Sotto gli archi di Torino
(per Gianni Milano)
C’era tutto nella zuppa di colori dell’autunno collinare
per seguirti con le anime bisbetiche
sulle tracce d’uva dei poeti
architettando itinerari tra fantasmi partigiani
nelle blande Langhe di mammelle
e i fianchi rossi che mescolano i tuoi capelli
grigi di lanugine e coriandoli di foglie sul nostro album da disegno
– ventaglio della gazza per l’adagio del momento.
Accucciato su uno sbavo d’emozione
la montagna sporge dalle case di ringhiera.
Noi a domandarci un movimento per uscire dall’apnea
ad indagarti per un solo cenno
le mani nelle mani
trincerati dalla morsa del mondo addormentato.
***
Per la riapertura dei mercati tutto questo non importa
(Cosa resta di un orto se l’alba è decomposta)
[E perché non si può imbalsamare un’anima]
Se ne sta andando e me lo schiaffi addosso come acqua gelida.
La personalissima maniera di farmi notare i dettagli.
Sul filo di un fiato strascicato
ogni scusa è buona per renderlo evidente
e la tua tristezza muta
nel vedere che nessuno se ne prende più cura.
Le tue scarpe di gomma
avevano un senso avventuriero
ora è tutto un ammirare in modo tempestivo.
Il giorno esatto dell’ultimo acquazzone
e riproporsi a metà agosto
come una presenza significativa.
Ti suscito sempre qualcosa di irrisolto
quando dico che ho alcune cose da ultimare – da una vita.
E allora diamo la colpa al terreno sgranato
avere in gola i nomi di chi non ha fatto presenza.
Ma nessuno oggi ti ha visto bene per come camminavi.
Un errore che ci rimandi al porto
il giardino era gonfio e la notte così leggera –
niente da riempire e il nero non aveva luogo.
Pensa se un uomo non potesse piangere quando gli pare.
Tra tutte le cose
proprio quella sedia vuota sotto l’albero di banane
e lì qualcuno ha il dovere di non fiatare.
***
Un passo dalle mura
Ad ogni solco s’incunea una rovina
in fretta ribatte il girasole
si spiana
un incastro sfumato di colline tinteggiate.
Un battito metallico il principio
l’umidità del quartiere marocchino –
senza il bisogno di recitare la bussola
qui mi hanno deposto e nessuno che dispera.
Un fiore che non sboccia è già caduto
e lo sollevo.
La pioggia si punge nel bronzo
sfrigola tra i pellegrini
spaventa la macchina e l’impresa.
Io sto dove c’è il fresco e non ne ho voglia.
Portatemi notizie da laggiù
quest’anno ho fatto tardi, spiacente.
***
Inediti
(Senza titolo)
Una sterminata assenza di lucidità
era l’anima nostra
una, cavata dai boschi
sopravvissuti alla città
finimmo poi l’attività umana provando a ricordare per la prima volta
uno sconfinamento
o due anfore di terracotta disciolte nel mare
sbucare come animale sfuggito al mirino
nelle schiettezze crude
dei suicidi leggendari, dei santi
sconosciuti e bevitori:
ieri ho visto come fine disastrosa
scegliere di amarmi – una tipica frase del mattino
un cappio di zucchero filato
da portarti nella vasca da bagno
un piano terra, caramelle gommose per lamette
per baciarti i polsi arati nel tempo
non così difformi da un cimitero pieno di ratti
e fiori rari
abbellirci come piante infestanti
che crescono nei giardini di nessuno
non l’ovvio del peace & love
ma vera e scarna incarnazione
di scheletrini amanti sotto un cielo di cartapesta
Particelle sature di combustione e apparivamo
ombre che vogliono precipitare
andando attraverso
un volo dimenticato
cedendoci, cediamo
terra svasata che aspetta ritorsioni
pensare, pensare
un’impalcatura celeste, una gabbia.
(2019)
***
Quasi una casa
I ragazzi
imbucano la notte con crescente disperazione
turno finito senza stupori
come un rivolo di muschio
perduto in un canale di scolo
perciò non abili a rispondere
a un candore intaccato da un felice disprezzo
un qualunque ruolo in mezzo a cemento, laminati
raccogliere dal fiume acqua malata
ma attinta genuinamente
od ombre senza orma né peso
assoldati ai mercati
si giocano le anime
sotto il led convulso dei lampioni
rigidi come generali in un bieco rovistare
occhi, bocche, nasi velati di cocaina
un abbandono molesto
senza possibilità di risarcire un pensiero
Stecco che si fa fiore in una gabbia sudicia
Notturna palpitante vitalità
I ragazzi sono andati aspettando il mattino
col loro culo secco sul legno smaltato delle panchine
e guano sotto lunghe funi tese
contando i passi falsi fatti dentro quelle mura
e lunghissimi secondi in silenzio ascoltando
solo il rombo di un aereo invisibile
Lasciàti
come le macchine dentro le fabbriche
a fare la ruggine
Una magnolia tra la palestra e la spazzatura
e il muro appena sporcato dal sole
luce consunta, precisa, senza segreti
portata da altri a compimento.
(2021)
*In copertina e nel testo: disegni di Lucian Freud
L'articolo “Rimane la poesia, forza sovversiva del linguaggio”. Dialogo con
Andrea Labate proviene da Pangea.
Gentile Carmen Gallo,
ho letto “Procne Machine”, poema del salto acrobatico e immobile, verticale, di
calarsi nel buio della terra letteraria e novecentesca. Terra devastata oggi e
sempre, sterminata dal male della violenza, umana e non, dal male della natura
matrigna, persino quando è spenta o apparentemente innocua. Sto parlando del
vulcano sterminatore e Vesevo, che lei conosce bene. Al momento attuale,
probabilmente, più evocazione di animi in attesa, bocca silente del cratere
inattivo, che emergenza, tuttavia segnata dalla fine, temuta, possibile, madre
di ogni paura, eppure dispensatrice di immaginazione. È il tempo del suo poema.
Parto da lontano, ma è per dire cosa accade, o cosa potrebbe, in quel silenzio,
in quelle pause del non detto (fra una sezione del libro e un’altra), o detto
altrove. Il ricaricarsi, io penso, del dono, ecco l’evento che si presenta, la
prima volta che si compie la scrittura, che si raddoppia il mondo, e s’incunea
in quel valore di vita memorabile, direi per sé, ma non solo, maestà della vita,
non creatività o fantasia astratta, che sarebbe poco, niente, bensì il mondo
vissuto, incarnato nel senso forte del vivere, metafora del profondo,
dell’offrirsi e di riuscire proprio lì dove sorge. Il senso non mio, ma del me
offerto nel vero, nel verso. Come pure della traduzione del sé, dell’io in
funzione, per uno scavo della parola detta in un diverso idioma, per rivedere
l’attimo cristallizzato in cui si è compiuta, consegnata. Sono le due lingue, i
due spazi paralleli, della poetessa e della studiosa. Metamorfosi da uno stato a
un altro. Qui, lo stare, il contemplare, ha il segno che evolve a guarigione.
Ogni metamorfosi pare questo (Samsa non sta sempre a letto come Ivan
Il’ic?). Cosa occorre in ultima analisi per scrivere? Nascondersi è la forma del
sacrificio. I veri poeti lo fanno, ma bisogna trovare il luogo. “[…] La testa
inchiodata a un solo pensiero […]” (pag. 7), che, a quanto pare, è la poesia,
perché essa ci permette di conoscere.
“Procne Machine”, è lo sguardo che occorre a rivelare un abisso intimo, da cui
deriva anche la carezza gratuita che ci raggiunge, di dire il mondo risanato,
inchiodati come siamo alla verità di poter contemplare già adesso il futuro,
seppure nel tragico, che è condizione catartica, di comprensione (abbiamo questa
consapevolezza noi occidentali). Il libro è un farsi corpo, e mettersi in moto,
mettere in atto un organismo che cammina, o vola, saldato al suo perno poetico,
di lingua viva e tradizionale, rivisitata in vita, ricomposta in corpo poetico,
vivo.
Assistiamo al tema del libro, tema che sta già all’inizio (“Ho sempre avuto
paura di voi […]”, pag. 7), ma centro, chiodo nel mezzo della Salvezza (“E
l’uomo potrebbe salvare tutti o solo sé stesso […]”, pag. 92). Insomma, è
presente un’aspirazione al Tutto, o tensione a quell’universo forse perduto e
quindi da riconquistare col proprio essere, col proprio sapere, a mani nude (le
mani nude del poeta!), che è dramma e tragedia, insieme, del farsi destino,
operando in esso. In base al semplice fatto che l’Uomo cerca di capire la
consegna, perennemente, arrivando all’apice della salita, nell’inquadramento
tonale della Vertigine (del Mito), che rappresenta pure una Speranza, io credo.
“Com’è possibile difendersi da ciò/ che ci minaccia o ci reclama dall’alto”
(pag. 7), vale a dire che le nostre radici sono in cielo, respingerle appare
inaudito, significherebbe rinunciare a noi stessi, smettere di guardare ciò che
ci sovrasta, o fissarlo solo per controllo, per difesa, quando invece lo spazio
etereo trascende noi e la vita dei nostri simili, in comunione.
Infatti, fin da subito, in apertura del testo, questa contraddizione che divide,
marchio ossessivo e fobico, si rivela il motivo eletto a guida del percorso
poetico – il quale, al contempo, manifesta un’antica predestinazione, ma con
tratti sorprendenti, di profonda vitalità intellettuale e psichica. Da lì in
avanti, la freccia scoccata della lingua non ha ripensamenti, precede, corre
avanti, se si torce o svolta è per raggiungere meglio la forma, per
approfondire, scandire il ritmo della conoscenza, che è una ferita,
un’invalidità d’amore – amore, perché ogni ferita ha dentro una totalità di
esperienza che si spalanca a noi e ci lascia indifesi.
Il lettore (il lettore attento!) si avvicina a comprendere il lavoro, l’impegno
poetico compiuto, spirituale, nonché originale, riguardante la raccolta delle
citazioni intorno al Tema (frammisto ad altro, Surrealismo, mi pare, passione
per il Surrealismo, ritenuto armonico al discorso, alla ricerca intorno
all’origine del dire). Nel subito (stile che tende ad anticipare, a sorprendere
e disorganizzare la nostra lettura, per poi rinsaldarla nel confine del cuore) è
già compassione e tenerezza, ed esclamazione lirica del dono nel poter scoprire
cosa nuova, poesia nuova, trasformata dalla perizia intima, che consiste in
questo: il male non annienta, bensì colma. Gli uccelli sono lì per dirci quanto
siamo posseduti dal Mistero, come da ciò che ci segna e ci nutre; lo slancio in
cui ci proiettiamo, le possibili linee che tracciano nell’aria i volatili, se
fossimo in grado di disegnarle potrebbero definirsi degli etogrammi da
interpretare, il loro ruolo è svelare chi siamo. Da qui in poi il passo sarebbe
ancora più radicale, apparendo eterno.
Vincenzo Gambardella
*In copertina: un’opera di Kenton Nelson
L'articolo “E l’uomo potrebbe salvare tutti”. Lettera a Carmen Gallo di Vincenzo
Gambardella proviene da Pangea.
Artiglio nella carne del Meridione, la poesia di Aldo Dramis è animo e animale –
“splendida tigre della rivoluzione”. Nato a San Giorgio Albanese (CS) nel 1926,
paese arbëreshe della Sila Greca, compie studi classici al liceo ‘Bernardino
Telesio’ di Cosenza, per poi laurearsi in Medicina all’Università di Modena e
specializzarsi in Odontoiatria all’Università di Bari. Fermamente schierato ed
ispirato dal fischio della rossa primavera, deciso si presenta all’esordio
con Io torno nel Sud, con nota critica di Raffaele Crovi (Schwarz, Milano 1957),
opera caratterizzata da toni lirici che andranno via via dissipandosi nella
restante produzione, in favore di una lucida analisi sociale e di un indomito
impegno civile. Testimonianza di un destino collettivo e condiviso, risalta
nella prima raccolta il Canto dell’Emigrante, che per nuclei tematici (non per
scelte formali), anticipa di alcuni anni il più noto Canto dei nuovi
emigranti di Franco Costabile; nello stesso libretto, testimonianza di un legame
affettivo e ideologico è anche lo struggente Ricordo di Rocco Scotellaro.
*
Non datato certamente oltre la prima metà degli anni ’60 anche il nucleo
originario di Storie contadine, che confluiscono dapprima nella sezione Vecchie
storie della raccolta Poesie nuove e Vecchie storie (Edizioni dell’Elefante,
Roma 1972), ed in seguito, con rimaneggiamenti, integrazioni e varianti,
in Storie contadine (Lacaita, Manduria 1989), sulle quali il poeta Franco
Costabile si esprime così in una lettera: “Caro Dramis, ho letto ora le
tue Storie contadine e ne resto entusiasta. Poesie così rompono tutta la
letteratura di oggi e s’impongono senza tante storie. Mi permetto di
abbracciarti e augurarti una prossima trionfale uscita”. Dello stesso avviso
circa la prima produzione di Dramis, Pier Paolo Pasolini: “Le cose più pregevoli
che ho ricevuto in lettura in questi ultimi tempi… sono due manoscritti di
Dramis e di Ferretti, il primo con una serie di novelle verghiane in versi…”
(Ulisse, Firenze vol. VI, settembre 1960).
*
Concepita e pubblicata nella piena maturità poetica, Calabria ’75 (Rebellato,
Quarto d’Altino 1977), prefata da Mario Sansone, è un bilancio di anni
controversi, che si colloca a metà tra il furore civile e la placida
rassegnazione. Se nella prima sezione Dramis è ancora parzialmente al centro del
ciclone, in versi come: e un rinnovato senso di lotta / quasi ci coglie di
sorpresa/ come insperata stagione/ di tornata gioventù; Ma la nostra
coscienza/ non può essere appagata; e altre lotte/ ci attendono/ al primo
lampo/ di un nuovo giorno, nella seconda il poeta è solo un superstite: Non so
cosa farò stasera/ e nemmeno domani,/ vi prego di non insistere,/ giovani
compagni,/ sono qui inchiodato/ da cupa impotenza; Non vi mando/ più un
rigo,/ amici dispersi,/ nemmeno una parola/ di affetto o di rabbia. In questo
senso, un’importante presa di coscienza vi è nella premessa ad Una ballata
popolare per il 20 giugno:
> Ho impiegato molto tempo
> a capire
> che è impossibile
> cavalcare assieme
> la splendida tigre della rivoluzione
> e la scurrile iena della borghesia
> ed è stata, così, la mia,
> in parte, una vita sbagliata.
che Marco Gatto in Per un atlante della letteratura meridionale (Carocci, Roma
2026) così commenta “In Dramis […] è viva una dialettica intellettuale-popolo
che lo costringe, con costanza, a ripensarsi come voce dei subalterni, pur nella
vergogna che il vantaggio della cultura e del sapere suscitano in chi vorrebbe
dirsi dalla parte degli oppressi: questa maturità politica è una delle cifre
dell’opera del militante comunista”.
*
Si ritorna ad una lirismo più classico con Le finzioni del mare (Edizioni del
Giano, Roma 1991), raccolta di testi scelti da Dario Bellezza, che conserva ad
ogni modo un atterraggio di riflessione sul destino umano. Nel saggio
introduttivo, Realismo Mitico, Bellezza scrive:
> […] Una raccolta densa di sensazioni mitiche, di disposizioni a un’immagine
> quasi arcaica del contatto, del rapporto naturale. Un modo fiabesco di
> realismo (come non pensare alla Grecia, a Omero – “l’aurora/ dai piedi
> dorati”?) immerso in una Calabria celebrata con l’enfasi di un classico. Ma, a
> tratti, veemente, si insinua la polemica, e un’energica virata realista
> irrigidisce il tono al grave appello di un’intimazione morale: la polemica è
> con la scienza, “ci siamo vestiti di civiltà”. La grande analisi gramsciana
> della mentalità meridionale non sarebbe fuori luogo qui, tra questi versi […]
> Come prendere congedo da questa poesia? Aldo Dramis, non diversamente da
> Scotellaro, canta la figura del vinto, finisce con il delineare un’idea di
> meridione eternamente aggiogato ai ritmi delle stagioni e agli oltraggi del
> potere, inneggia alla libertà del paesaggio contro la sopraffazione della
> tecnica in una battaglia che deve avere in sé come presupposto il recupero di
> valori e nostalgie intrise di un eros inteso come creaturale ritorno alla
> vibrazione cosmica del corpo.
*
Un lungo arco di parole. Poesie inedite (1950-1998) (Lacaita, Manduria 1998)
raccoglie poesie mai apparse in volume; pertanto, tematiche e scelte stilistiche
risultano molto eterogenee: dai richiami all’infanzia, al paesaggio, ai soprusi,
alla poesia d’occasione. Infanzia è uno dei pochi esempi in cui Dramis insiste
sull’ottonario, in un componimento monostrofa caratterizzato al centro dalla
frantumazione dell’ottonario in due quaternari, proprio in corrispondenza di una
rottura dello scenario iniziale:
> Quando ancora ero sincero
> dentro il ciuffo del roseto
> una chioccia avevo posto
> per la cova dei pulcini,
> ma il padrone
> venne un giorno
> come il puzzo dello zolfo,
> batté i denti alla mia porta
> e le uova calpestò.
*
Prima di spegnersi nel 2016 a Belvedere Marittimo (CS), cura per Lacaita nel
2008, insieme a Giovanni Belluscio, la raccolta di poesie popolari albanesi Sa
gher’ t’ shogh tij bëghem bor – Ogni volta che ti vedo divento di neve, in segno
del forte legame con la propria comunità di origine.
A dieci anni dalla morte e a cento dalla nascita, l’eredità di Aldo Dramis,
poeta salva corpi, si impone oggi con la forza delle riscoperte necessarie.
Poesia di terra, falce e martello che non consola, ma risveglia, graffio feroce
contro il muro dell’indifferenza.
Salvatore Giuseppe Di Spena
**
LE ANNATE
Mi trattengo a dire e pensare
la sera ultima dell’anno 80,
un gran vento, bufere di vento
sopra le colline,
si è spenta la luce.
La Calabria come me
unico destino rottame unito.
Parlare ora con te,
darti una voce
e avere silenzio.
Nemmeno un lungo pianto
potrai più darmi
o la staffilata
delle cose patite.
*
IL CONTO DELLE UOVA
Facevo il massaro
nella masseria di Don Vito,
il più ricco del paese,
non c’è male come stavo,
era un uomo di coscienza.
Ma il guaio è che aveva sposato
una donna di città
pittata dai piedi alla testa,
che cosa ci aveva visto
in quella donna Dio lo sa,
si era innamorato come
Sant’Antonio del porco.
Brutta e piena di difetti,
una lingua velenosa
che non trovavi l’uguale.
E ogni anno con la stagione
si presentava al palazzo,
fino ai primi di ottobre.
Per noi incominciava il martirio di Cristo,
tanto era fetente.
Veniva a ficcare il naso
pure sotto il nostro letto,
con decenza parlando.
“Queste sono le uova,
questo il latte, questo il grano
e così via”.
Quell’anno poi si era messo in testa
che le uova venivano meno,
come dire che le rubavo io.
Ora, voi lo sapete,
datemi da mangiare
quello che vi piace,
ciò che mi mettono nel piatto
lo mando in corpo,
ma le uova mi fanno schifo
da quando sono nato.
Magari sto digiuno per un mese
ma non ne voglio sapere.
Intanto la buona femmina
non aveva torto.
“Vieni a vedere tu”, mi diceva,
e passava il dito
nel culo delle galline,
al tramonto.
Qualche volta provò pure col gallo,
per scemenza, si capisce,
e quello a gridare
come un dannato
perché non era imparato
a quel servizio.
Ma i conti li portava bene.
“Domani”, diceva, “mi porterai
cinquanta uova,
non uno in meno, mi raccomando”.
Il conto lo facevo pure io,
ma cinquanta diceva
e cinquanta erano.
Viene la mattina,
conto le uova:
trenta, trentacinque,
non mi sembra una cosa giusta
dico tra me e me,
questo è un mistero che devo appurare.
E poi non volevo essere
per ladro
da quella bella stirpe.
Quella notte stessa,
combinazione, andava girando
una luna che sembrava mezzogiorno,
mi apposto nel gallinaio
e aspetto con santa pazienza.
Non era mezzanotte
che sento le galline mormorare
tutte quante e il gallo
fare la voce grossa.
Si era infilato dentro un serpe
grosso come un trave,
da farti tremare.
Scappo a prendere il fucile
e lo sparo in bocca.
La mattina lo aggiusto
lungo lungo
davanti al portone.
Così, dico, alla padrona
gli verrà un accidente
e non potrà dare la colpa
a nessuno.
Come infatti quando esce
si piglia un accidente.
“Signora padrona,
questo è il maestro delle uova,
l’ho pizzicato
dentro il gallinaio”.
Ma gli è venuta meno
la parola della paura,
è caduta a letto
con una febbre che i medici
non potevano capire.
E da quel giorno,
grazie a Dio,
si è messa da parte
e quando esce
non sa dove appoggiare i piedi,
per paura di trovarsi
faccia a faccia
con quella sorta
di serpe velenoso.
*
CROCEVIA
Troviamoci stasera
al crocevia
a scambiarci due parole
ai quattro venti,
dire di quello che si è fatto,
male o bene che sia.
Vediamoci lì
perché la gente passa
e misura la vita
col conto di ogni giorno,
attaccati alle code degli asini
si ignorano i contadini,
se corre una parola
è piena di rivolta
e perdono le donne
i punti della lana.
*In copertina: Mattia Preti, “Agar, Ismaele, l’Angelo”, XVII secolo
L'articolo La tigre della rivoluzione, la iena della borghesia. Sulla poesia di
Aldo Dramis proviene da Pangea.
Quando Empiria pubblicò l’opera poetica completa di Aldo Braibanti, ricevetti
una sua telefonata. Mi invitava a ritirare una copia di quella splendida
edizione.
Nella sede romana della casa editrice, in via dei Serpenti, dietro i Fori
Imperiali, era stato organizzato un piccolo aperitivo. Tra un ricordo e l’altro,
prima ancora di sfogliare il volume, Braibanti mi informò che in quelle pagine
era apparsa una poesia e che molti lettori si chiedevano chi fosse “Fosco
Flosodaco”: una persona, un titolo, un personaggio. Fu allora, con un certo
imbarazzo, che io e gli altri presenti comprendemmo che quei versi erano
dedicati a me.
Non lo presi come un riconoscimento. Non ho mai amato apparire. Forse avrei
dovuto essere lusingato, cosa che non sopporto. Eppure, fino a quel momento
ignoravo l’esistenza di quel testo: quando era stato scritto, in che anni, in
quali circostanze.
Gli anni di amicizia e collaborazione con Aldo Braibanti rappresentarono, per
chi come noi frequentava il suo teatro e la sua casa, una vera scuola. Ci
sembrava di essere tornati all’Accademia delle origini, all’Accademia di Platone
o a quella di Marsilio Ficino. Con lui si studiava il “corpo unico” della natura
e la critica al dualismo mente-corpo. Si parlava di libertà dell’individuo, di
Spinoza come pensatore anti-Orwell, di metamorfosi. Della consonanza tra Spinoza
e i maestri orientali e taoisti. Di corpi simili che, potenziandosi a vicenda,
confluiscono in un corpo unico. Di mirmecologia e di superorganismo. Con la
stessa urgenza discutevamo sulla violenza e sul male che il potere può
esercitare sui cittadini non funzionali al proprio sistema, quelli segnati dalla
diversità che ogni intellettuale rappresenta rispetto allo stato borghese,
dell’ingiustizia come crimine contro la libertà.
In quell’occasione, però, ignoravo che quella poesia fosse per me: una richiesta
d’illuminazione, l’invito a salire sul veliero degli Argonauti e a partire per
l’avventura poetica.
Aldo Braibanti parlava con reticenza della propria poesia, che considerava un
esercizio privato. Come il suo teatro più recente rifiutava l’ideologia della
rappresentazione e del palcoscenico tradizionale, così la poesia, a suo avviso,
avrebbe dovuto sottrarsi all’ideologia della pubblicazione. Era una posizione
dichiaratamente anti-ideologica. Su quel “vascello” ci siamo scontrati molte
volte, nel tentativo di governare le nostre ansie di militanti culturali
immaginari. Lo ascoltavo leggere versi su fogli non disinfettati. Era splendido
anche quando l’approvazione lo metteva in difficoltà. Un grande poeta.
Avevo studiato il suo teatro engagé, i collage, gli objet trouvé e criticavo
spesso il suo progetto scenografico e oggettuale. Per questo avevamo interrotto
i rapporti più volte. Ma alla lettura dei suoi primi testi teatrali, di matrice
pirandelliana, e delle sue poesie, riaffiorava intatto il suo grande stile.
I nostri dibattiti vertevano sull’estetica e sull’idea di bellezza. Aldo
Braibanti sosteneva che nelle relazioni affettive agisse una forma di “razzismo
estetico”: la bellezza, assunta a criterio di selezione, orientava le scelte
sentimentali. Questo meccanismo, a suo avviso, non era naturale ma il risultato
di propagande estetiche e dogmi sociali che monopolizzavano il linguaggio della
bellezza, determinando ciò che veniva percepito come desiderabile e ciò che
veniva escluso. Riteneva che l’amicizia fosse la forma più alta d’amore. Forse
aveva ragione.
Io sostenevo invece una differenza tra la concezione estetica dell’amore e della
bellezza propria dei poeti, e quella degli artisti visivi. A dividerci era una
questione metafisica. Da artista visivo, ponevo al centro il primato del canone
estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza. Per Aldo Braibanti, il canone
estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza erano l’anima stessa del libero
arbitrio. La posta in gioco non riguardava soltanto l’arte, ma la natura
dell’essere umano e della creatività. Io proponevo invece un compatibilismo tra
volontà e causa: nell’opera d’arte non si manifesta soltanto la volontà
dell’artista, ma l’intero sistema di relazioni, simboli e forze che agiscono
attraverso di lui.
Il giorno della presentazione di Frammento frammenti evitai di coglierlo in
contraddizione. Non ci vedevamo da tempo e la vita, si sa, è difficile…
Rimanemmo amici. Divisi, semmai, dal libero arbitrio e dal compatibilismo.
Fosco Valentini
**
Provincia
A dodici anni s’impicca e prima scrive: ciao mamma tanti saluti a Dracula
La gente dice cuore e vorrebbe dire culo
Uno prende il carbone e lo mette nel brodo per cambiarlo in diamante
Questa sera si recita la farsa del clown e del fachiro
Ogni romanzo d’appendice ha la gioventù bruciata che si merita
C’è chi avvelena l’aria coll’atomo e c’è chi inventa il rumore plurilingue
Ha suggestioni sottili il labirinto di vetro e alluminio della periferia
Ho paura di amarti e soffoco il panico nell’acqua bollente
Faccio scongiuri – scrivo un libro – cammino
– Dico sassi che intendo – e noi non ci possiamo capire
[Fiorenzuola, 12 agosto 1959]
*
Dov’è scritto noia cancello e scrivo ruggine
Credevo fosse virtù era solo paura
Dove è scritto pietà cancello e scrivo rondine
Credevo fosse colpa era solo coraggio
Dove è scritto infinito cancello e scrivo vita
Credevo fosse notte era solo lo sforzo
Dove è scritto amore cancello e scrivo te
Credevo fosse facile era solo l’aurora
[Fiorenzuola, 16 agosto 1959]
*
se dico non so credilo è vero
vera è l’estate
vera la pietra tarlata delle menzogne civili
vero il tremolio della mano che stringe parole pesci silenzi
se dico resto credilo è vero
vera è l’onda che lambisce il mio subbuglio
vera questa protesta di molte ottuse distanze
vera questa grande voglia di pace
veri gli spazi inattesi agli occhi spalancati fino allo spasimo
[Roma, 1970]
*
Tano
eravamo cani alla catena
abbiamo lacerato con i nostri denti
la gabbia degli altri
ora siamo cani sciolti
davanti a noi ci sono nuove catene
e praterie per correre e cantare
compagni amare è cantare
noi non vogliamo più aggettivi
vogliamo essere solo dei cani
[7 marzo 1974]
*
non ho mai pensato che la poesia fosse un lamento
poemata non sono stivali d’alterezza
parole in libertà non sono catene programmate
canto non è funerea esibizione
non ombra vacua delle memorie sepolte
non statua incensata e turpe dell’eterno ideale
ma solo un uomo intero anche quando la sua carne è sterile e avvilita
è tutto qui – la mia carezza disegna il tuo profilo sul legno della notte
la mia carezza è il tuo scudo nell’attesa dell’alba
la tua carezza è la scala verso il reportage della vita
la tua carezza finge nel mio corpo il ricettacolo dell’universo
[27 marzo 1981]
*Le poesie sono tratte da: Aldo Braibanti, Frammento frammenti, Empiria, 2003
L'articolo “Ora siamo cani sciolti”. Dialoghi con Aldo Braibanti, il poeta
proviene da Pangea.
Graziano è arrivato con la pelliccia. Era una pelliccia nera, lui biondo, si
notava ancora di più. Non ci va nessuno ai reading in pelliccia.
La voce squillante tipo la mia, la voce delle strade romane, zero affettazione,
il giusto riguardo, il rispetto empirico. Ho pensato questo è un beat, forse non
lo sa, probabilmente sì. Quando poi mi ha detto che andava a fare un rituale a
Trastevere, un canto alla musa sghemba, alla parola apotropaica, ne ho avuto
conferma. Respira follia come me, si è accomodato nel verso storto, comodamente
scomodo, in movimento. La frequenza è quella del manifesto: busto del Pincio –
busto del Gianicolo. L’agio sinaptico è una discoteca di proiezioni: visioni di
platani e sampietrini.
La metrica dell’acmeismo russo e del simbolismo francese.
*
Il cantiere è aperto: per dare il benvenuto nel circo di Roman Beat all’acrobata
che porta il nome di Graziano, si è scelto il testo di una performance tenuta in
Piazza Santa Maria in Trastevere, al crepuscolo, con gli addobbi rituali e il
canto che segue nelle corde.
(Edoardo Piazza)
*
Roma Città Apostata
Accade anche che si sfrutti espressamente un altro desiderio. Quel desiderio che
è stato generato ma, in via della Lungaretta, ci siamo resi conto che non era
stato esaurito: ce lo siamo preso con l’abbraccio ai sampietrini e ai muri.
Accade anche che sia andato vestito da vescovo dei miei trisavoli, tracimando
carbone e fiele dalla bocca per i penati. Regine e Reges Sacrorum proteggetemi
da questo mondo, datemene uno nuovo. Donatemi la fine di questo e
l’anticipazione della venuta: quell’altro mondo dimenticato che ritorna tra
corpi tutti santi e spiriti danzanti. Un granello di carne di un sistema
epistemologico binario, un grigio trasformativo transtiberino, un generatore di
complicità tra unicità complesse.
Accade anche che si trasversi la città in processione performativa, che si svasi
a Roma come un’apparizione: nascendo al tramonto, ci si trascina col sé una
mitologia a venire. È un’iperstizione in movimento, un dispositivo che produce
il reale attraverso i balbettii dello spirito. L’avvento, accompagnato da una
favola di musica, percorre il tempo sconosciuto che collega l’ora al domani,
ritmo come battito di una collettività che nasce. Un rito di anticipazione. Un
miracolo parcheggiato in divieto di sosta.
Grazie Carro Amato, un progetto di Marie Hervé, Andrea Lo Giudice, Nunzia
Picciallo, Šumma ālu e Flavia Tritto con la partecipazione di Spazio Supernova.
*
Carro Amato
Intro
Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono
appartenere.
Che si apra la via.
Che si apra la strada.
Che la città conosca il passaggio gentile del morbo.
Io benedico questo carro
con la polvere chiara di cometa
con il respiro degli alberi rimasti
con il sonno delle pietre antiche
con il canto degli animali invisibili
con le mani degli insetti
con le radici che tramano sotto l’asfalto
con l’acqua vendicativa dei tubi e delle nuvole
delle lacrime e degli abissi della terra.
Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.
Nessuna ruota schiacci il grillo
nessun organo allucinatorio dimentichi il vivente che ha memoria.
Venite spiriti della soglia custodi del muschio, del vento e della rugiada
venite senza clamore.
Sedete sugli assi
intrecciate nastri di luce per la rovina
donateci la leggerezza dei buchi neri
fate che il suo passaggio riabiliti il nascosto.
Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.
Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono
appartenere.
Attaccheremo al sangue la gioia.
Benedico la febbre degli uomini soli
Benedico il firmamento delle lucciole.
Io chiamo le madri del prima
le antenate del fuoco,
le nonne delle tempeste
le guaritrici del destino
le voci che tenevano insieme il mondo
Venite, presenze buone.
Venite, spiriti miti.
Venite, arpie e sirene.
Che il suo viaggio sciolga malocchi d’indifferenza
Che rompa incantesimi di consumo e solitudine
Che disarmi la mano che prende senza chiedere
Che renda sacro il limite.
Che renda dolce il confine.
Che renda udibile il mormorio del tutto.
Io benedico questo carro
Sia benedetta la carne che lo compone
Sia benedetto il ferro
Sia benedetto il legno
Sia benedetto lo scheletro
Sia benedetta la strada
Sia benedetta la città
che non dimentichi la terra sotto di sé
*
Outro
Sia benedetta la città che non rende uguali.
Dall’ombra una crepa di luce di latte delle rovine.
Madonne bianche, velate di cenere e polline
Scrivete un nome che non si pronuncia
Scrivete di un grembo soltanto di pelle
Scrivete di legno femore, ferro gola, stoffa mano, respiro animale, radice
ferita, d’acqua maramea
Da ogni ruota sale un canto
Al primo canto trema la pietra.
Al secondo parla il verme.
Al terzo si desta il cane dei confini.
Al quarto il corvo apre i libri del cielo.
Al quinto il seme ricorda il bosco futuro.
Al sesto canto l’uomo perde il trono.
È nato ciò che resta dopo la fine del dominio:
pelo, piuma, pelle, foglia, spora, squama, sale, saliva, rugiada e terra nera
unite nel cerchio.
Da ogni ruota singhiozza un pianto
Dalla prima esce la memoria.
Dalla seconda la fame.
Dalla terza il lutto degli animali.
Dalla quarta la città che brucia.
Dalla quinta il fiume incatenato.
Dalla sesta ruota una mano vuota.
Siete nati con occhi d’apocalisse, con denti di fiore, con lingua di tamburo e
di muschio.
Beate, siete venute al mondo come alleanza.
Sei volte è caduto il velo.
Venite, presenze buone.
Venite, spiriti miti.
Venite, arpie e sirene.
Graziano Mazza
*
Bio: Graziano Mazza è scrittore, poeta e traduttore, ricercatore in teologia
economica a Parigi. Dirige una collana di poesia internazionale, ‘Fatto Umano’.
La sua ultima pubblicazione è Vacue Scuse (Ensemble, 2024). Ha fondato e dirige
il collettivo d’arte trasversale Monx26 a Parigi. Spesso è negli stessi posti,
ma gli stessi posti non sono con lui, quindi vagabonda chiamandoli a voce alta.
Come un cretino, aspetta il giorno in cui il senso e la parola finalmente
coincidano. Lo aspetta fumando, non conoscendo altro modo.
*In copertina: Fernand Khnopff (1858-1921), Donna mascherata
L'articolo “Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto:
Graziano Mazza proviene da Pangea.
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino.
Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza.
*
A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire
rispetto a una persona.
Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.
Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino.
E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si
incollava al paesaggio come una Polaroid.
Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.
Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma
difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza
massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi
spettinati che parlano di feste.
Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver
deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.
Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci
contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando
grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti
neuronali.
La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.
I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi
interessa.
A lei piace il dialogo a tavola, a me no.
Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli
irrigatori.
Che fai dopo?
Yoga.
Mi vengono in mente le guardie napoleoniche.
A me i camaleonti.
Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo?
Per andare contro me stessa.
Stasera sei bella magari domani non lo sarai più.
Tu sei bello perché non sei bello.
Ti danno ancora fastidio i rumori?
Sì.
Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino
ristorandosi col tè made in Albione.
Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi
lesi e offesi.
Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti
eccelsi sono tre, non di più.
Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo
pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano
il gong monastico di una grande emozione.
*
Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono
sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non
fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei
boscimani.
*
Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette
nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del
telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come
ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del
fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni
tracannare incenso rubato.
Amen.
Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si
sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è
rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le
tracolle di male.
*
Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa
qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a
respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non
serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi
l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve
colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e
basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a
profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei
poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal
cielo.
*
Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli
arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io
sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo.
Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo
pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e
ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel
che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte
dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume
abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al
soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi
pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è
messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso
tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che
gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli
autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si
affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini
quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e
mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.
«Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e
guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il
senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e
assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere.
«Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe
svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò
occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con
Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i
covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni
sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità
diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava
dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.
*
Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al
karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci
prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre
boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita
laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di
relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che
soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le
gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori.
Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna
che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata
così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche
spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.
Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un
uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina
tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il
prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi
amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le
zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti
come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende
molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo
un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli
lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla
luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi
fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico
che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in
questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori
butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi
siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare
l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è
protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che
accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che
portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione
per la pubblicità.
*
Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che
possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo
allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a
procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a
riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato
delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi
all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di
bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di
cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati.
Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico
è la composizione: chiedilo a Keith.
Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli
scrigni della tecnologia.
Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un
uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che
stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza
difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della
logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è
qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare
la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti
e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé.
«Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè
portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù.
*
Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione.
Disseminazione.
*
I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a
incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate
per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in
un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da
pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai
vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato
fila di cipressi.
*
Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle
spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini
con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità
degli spiriti indigeni del selvaggio West.
Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a
ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da
un felino.
Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a
cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da
nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli
alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare
che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati
da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua
imposta ad usura e per il peccato.
*
«Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio
per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle
occasioni».
*
Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che
verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle
vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il
paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile
atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone
proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e
torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come
putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.
I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso
quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da
cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio
di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta
voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti
in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore
del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate
come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa
e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di
quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace
gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato
un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.
*
Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il
posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e
le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui
pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e
interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e
iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che
parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che
trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i
filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di
lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra
un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei
diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle
giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali
appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo
dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di
Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una
sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla
ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del
cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le
nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo
corto e non ci sono più segni zodiacali.
La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i
volti dei sumeri.
Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del
cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti.
L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del
sole. Il sole mente.
*
Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che
si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto
immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte
quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha
inventato per dormire.
In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i
ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare
tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio
di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e
butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e
sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una
rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È
difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta
sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a
colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola
sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le
ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli
assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La
banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le
nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel
portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di
notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino.
Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.
*
Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva
arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si
urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge
l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le
ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di
Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese
non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest
attraversando due sillabe.
Edoardo Piazza
*In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla
parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un
po’ di Haring a casaccio
L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
Considero Idria Pilogallo una di quelle rare e nuove voci autoriali del nuovo
millennio in grado di traghettare brani di un meridionalismo che andrebbe ancora
indagato, autentico, distante anni luce dall’uso ruffiano e pretenzioso,
fasullo, da laboratorio editoriale (storytelling da batterie), attraverso cui sì
è coltivata una certa narrazione del sud, tutta Marianna Ucrìa o rosolio e
guantiere, mulattiere e rocche sulla cima, a strapiombo sullo Ionio, funestate
da saghe criminali o peggio famigliari o qualcosa di questo tipo. Idria
Pilogallo ha origini calabresi, benché dimori in Toscana. Trascina con sé il
vigore di una voce lavorata dal suono e dal furore (colori, sentori, paesaggi)
di taluni luoghi, così precisi e imprescindibili nel procedere di uno scrittore.
Il racconto che vi propone si distanzia dalla luce cieca e violenta di altri
suoi scritti, ambientati nelle lande aride e assolate della Calabria, eppure,
malgrado sia ambientato nella capitale, ne traduce ugualmente la potenza, non
decriptabile, una qualche segreta virtù affabulatoria, c’è, l’ascoltiamo, a un
livello di percezione che vibra, ma non in superficie. Avrei voluto inserire
Idria in una antologia di nuove voci del Sud, di un Sud vero, sciagurato,
confuso in un meticciato dalle molte incavature, inflessioni, lingue, come in
una Babilonia del transumanesimo. Idria Pilogallo è una voce letteraria
definita, io direi persino potente, che meriterebbe una diffusione adeguata, la
pubblicazione dei suoi scritti senz’altro. Ringrazio Davide Brullo per averla
accolta e averle dato una possibilità, qui su Pangea, chiedendomi infine di
introdurla. L’ho fatto.
Buona lettura.
Veronica Tomassini
**
Trenta sacchi di buio
Roma, Corviale, estate 1995
C’erano trentaquattro gradi all’ombra ma il riparo al Serpentone era solo
cemento armato che sudava miseria. Avevo giurato a me stesso che in quel
chilometro di alveare umano non ci avrei rimesso piede. Nemmeno sotto minaccia,
nemmeno per un carico di roba pura.
Eppure, eccomi lì.
La porta di Maria, al piano seminterrato, era socchiusa. Quel genere di invito
che un uomo con un briciolo di cervello rifiuta, a meno che non stia cercando il
proprio conto finale.
Dall’interno usciva un odore denso, una miscela di muffa e segreti sepolti. Lo
riconosceresti tra mille: è il puzzo dei bassifondi e dei cessi degli squat dove
avevo buttato via i miei anni migliori.
«Maria?» chiamai.
Nessuna risposta. Solo il silenzio della periferia.
Feci un passo e qualcosa scricchiolò sotto la mia scarpa. Mi chinai. Era una
fotografia calpestata. Qualcuno aveva ritagliato la mia faccia, quella di
vent’anni prima, e l’aveva incollata sul corpo di un bambino. Mi si irrigidirono
le mani.
Il monolocale era una discarica di ricordi inutili. Maria aveva vissuto in
quella casa, immersa nelle carte e nei gingilli che andava raccattando in giro
per la capitale. Vasi sbeccati, cestini, pile di quotidiani ingialliti che
svettavano come colonne in un tempio in rovina. Ovunque c’erano oggetti senza
nome che lei raccoglieva per le strade della capitale e portava a casa come
offerte votive.
Poi mi arrivò la zampata d’aria calda. Un lezzo insopportabile si insinuò nelle
narici. Mi coprii la bocca con la mano e mi trascinai fino alla finestra. Ai
piedi del tavolo mi si bloccò il fiato.
Una coperta viva di scarafaggi, larve e mosche ballava intorno a un corpo.
Maria.
Il capo reclinato, le braccia inerti lungo i fianchi. Al collo, un pendente di
San Giuseppe inviolato.
Caddi all’indietro su una montagna di vecchi libri ammuffiti. Unii le mani in un
gesto che assomigliava a una preghiera ma era solo un modo per non guardare il
mio peccato in faccia.
Lo spettro di quella donna non mi avrebbe dato tregua.
I vicini la chiamavano “Asso pigliatutto”. Gli uomini sanno essere squali quando
vedono qualcuno che affoga. Per loro era solo la matta del quartiere che
riempiva la casa di spazzatura. Non capivano che quella spazzatura era l’unico
collante che teneva insieme i suoi pezzi.
L’avevo incontrata sul bus 773, la linea che trasporta i disperati dal centro ai
margini. Destinazione Porta Portese. Io ci andavo con una scimmia nelle vene che
mi mordeva il cervello per trenta sacchi di eroina; lei con i sacchi di plastica
vuoti per raccogliere gli avanzi del mercato.
Due ferite aperte, due errori nel sistema urbano che la città cerca di
dimenticare tenendoli a distanza.
Fu su quel bus che vidi la scatola. Una vecchia latta di biscotti Gentilini,
roba di Natale sbiadita dal tempo. La stringeva al petto come fosse un
reliquiario. Dentro c’erano centinaia di ritagli di giornale. Cronache diverse,
anni diversi ma lo stesso volto sgranato.
Ci avevo messo un’eternità di eroina a capire, con la testa annebbiata dalla
roba. Poi, l’intuizione mi aveva colpito come una lama fredda nello stomaco.
Quel volto era la mia faccia di vent’anni prima.
Il ricordo riemerse come una serie di scatti bruciati che sanno di ferro
arrugginito e ozono, di freni surriscaldati e pioggia sui binari.
Erano le sei di un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui Roma è una
distesa di fango e travertino sporco, sotto un cielo color piombo. Mi trovavo in
stazione ed ero in astinenza dura, quella sensazione di formiche sotto la pelle
che ti fa desiderare di strapparti la carne di dosso.
Mi servivano trenta sacchi. Solo trenta.
Lui era seduto su una panchina di ferro. Un ragazzino, sedici anni al massimo.
Lo zaino tra le gambe, le cuffie alle orecchie. Troppo pulito per quel posto.
Aveva un orologio al polso che brillava blu sotto i neon della banchina. Un
regalo, forse.
«Dammelo», dissi. La mia voce uscì come un rantolo.
Lui non mi sentì, aveva le cuffie. Gli misi una mano sulla spalla. Sussultò, mi
vide troppo tardi.
Lo strattonai per strappargli l’orologio, lui spinse, io risposi con un colpo
secco. Un riflesso schifoso da tossico per comprare qualche ora di pace. Il suo
piede scivolò sul cemento viscido.
Poi arrivò il fischio. Un merci in transito a settanta all’ora. L’aria si spostò
con la violenza di uno schiaffo, puzzando di gasolio e freni surriscaldati. Lo
vidi oscillare nel vuoto, gli occhi nei miei per un millesimo di secondo.
Poi cadde.
Nessun grido, solo un urto sordo contro il metallo e il sibilo dei freni
d’emergenza.
Non guardai giù. Mi voltai e corsi finché i polmoni non presero fuoco, finché il
quartiere non mi inghiottì. Per vent’anni mi ero raccontato che fosse stato un
incidente.
La stampa liquidò la faccenda in cinque righe “Giovane cade sui binari, tragedia
alla stazione”. Nessun colpevole da cercare. Caso archiviato”
Ma in quel seminterrato a Corviale la verità venne a galla come un cadavere
rimasto troppo a lungo sul fondo del Tevere. Quel treno non si era mai fermato,
aveva continuato a correre nella testa di Maria per vent’anni, portandosi via la
sua lucidità pezzo per pezzo.
Il ragazzo della banchina era suo figlio.
Mi chinai sul cadavere. Schiacciata sotto il suo peso c’era la scatola di latta
Gentilini.
La sfilai e la aprii. Dentro c’erano i frammenti di una vita che avevo cercato
di dimenticare nei cucchiai bruciati. Maria aveva incollato la mia faccia su
foto di riviste: corpi di uomini in carriera, padri di famiglia, viaggiatori. Mi
aveva fatto crescere sulla carta. Mi aveva inventato un futuro.
In fondo alla scatola trovai un quaderno a quadretti gonfio di umidità.
Ogni riga era un appunto preso sul bus 773.
“Oggi ha la tosse.”
“Si è addormentato al posto del finestrino. Respira.”
“Ha litigato con l’autista. È vivo.”
“Oggi non c’era. Ho aspettato.”
Mi mancò l’aria. Nel suo delirio non cercava l’assassino di suo figlio. Aveva
adottato me. Ero il sopravvissuto miracoloso di quella banchina, condannato a
una morte lenta che lei cercava disperatamente di fermare tra le sue carte.
L’Asso Pigliatutto aveva raccolto me, la spazzatura più schifosa. Mi aveva
tenuto in vita con lo sguardo, aspettando un cenno o un perdono che non sapevo
nemmeno di dover chiedere.
Afferrai la scatola e la strinsi al petto. Uscii da quel buco risalendo le
scale. La luce del mattino mi colpì gli occhi come una condanna a morte. Nel
piazzale, tra carcasse di auto bruciate e asfalto spaccato, Corviale sembrava un
monumento al fallimento umano.
Il 773 spuntò come un relitto arancione tra le buche. Salii. L’autista mi
squadrò nello specchietto ma, in periferia, impari presto a non fare domande a
chi ha gli occhi vitrei.
Mi sedetti nell’ultimo posto in fondo, la vecchia postazione di Maria. Poggiai
la scatola sulle ginocchia. Presi il ritaglio con la mia faccia e lo guardai.
Poi, lo ridussi in coriandoli. Aprii il finestrino e lasciai che il vento della
Portuense se li portasse via, tra i piloni di cemento e il gas di scarico.
Il bus morì alla stazione di Trastevere. Scesi. Stessa banchina, stesso sapore
di gasolio nell’aria.
Mi sedetti sulla stessa panchina di ferro, la stessa di vent’anni prima.
Qualcuno ci aveva inciso sopra nuove scritte. In fondo al binario c’era un
ragazzino. Sedici anni, forse, cuffie bianche alle orecchie, zaino a terra. Mi
diede un’occhiata distratta e tornò allo schermo del suo cellulare.
In quel momento capii il piano di Maria. Non era pazza. Era stata la mente più
lucida e spietata del mondo. Mi aveva costretto a esistere finché lei avesse
avuto la forza di guardarmi. Ora che se n’era andata, toccava a me.
Il fischio del treno arrivò da lontano. Le rotaie iniziarono a cantare il loro
pezzo metallico. Mi alzai.
La scatola di latta, ormai vuota, mi scivolò dalle dita e rimbalzò sul cemento
prima di finire giù, tra le traversine. Mi portai sul ciglio della banchina, il
vento del convoglio in arrivo mi schiaffeggiò la faccia proprio come quella
sera. I binari brillavano sotto il sole.
«Maria,» sussurrai.
Il boato inghiottì il nome. Non servivano spinte. Il cerchio si chiudeva con la
precisione di un conto che viene saldato. Un piede che scivola, il vuoto che si
spalanca e il buio che smette di inseguirti perché gli vai incontro.
Qualche ora dopo, sul bus 773, un’altra anima persa trovò una scatola di latta
abbandonata sull’ultimo sedile in fondo.
La girò tra le mani e la aprì. Era vuota. L’uomo guardò il grigio della
periferia scorrere fuori dal vetro per tutto il tragitto.
Poi, con la lentezza di chi non ha nessun posto dove andare frugò in tasca, tirò
fuori una vecchia fotografia sbiadita, la guardò per un istante e la lasciò
cadere sul fondo della scatola.
Chiuse il coperchio.
Il bus continuò la sua corsa verso il Serpentone dove niente va mai perduto, ma
tutto ritorna.
Idria Pilogallo
*In copertina: Félix Vallotton, “L’homme poignardé”, 1916
L'articolo “Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo proviene da
Pangea.
“Questo libro fa schifo”, dice Giovanni Bartolomeo. Siamo alla prima pagina.
“Che ora è? – lui
Sono le undici – lei.
In realtà sono le undici e cinque minuti ma Catrina sa che i minuti hanno poca
importanza prima i diventare dieci o meglio quindici. Caterina sa anche che i
minuti per suo padre hanno poca importanza in generale”.
*
Siamo alla seconda pagina. C’è un padre, un libro che fa schifo, una figlia che
mente sui minuti esatti perché ora per suo padre non hanno importanza in
generale. Questo è l’inizio di Sull’orizzonte degli eventi di Cristò
Chiapparino, edito da TerraRossa edizioni, 2026. Ci sono libri che prendono il
lettore e lo mettono dentro un imbuto, lo centrifugano. Ci sono invece autori,
come Cristò in questo suo libro, che tengono il lettore esattamente
sull’orizzonte degli eventi, con una corda legata alla vita, un po’ tirata.
*
Quando si inizia a leggere questo libro si ha la tentazione di andare avanti, di
leggere in modo vorace per capire cosa succede, per scoprire l’impianto
puramente narrivo. Dove va a finire questa storia? Che cosa accade? Ma molto
presto ci si accorge che questo è il modo sbagliato di leggere questo
romanzo. Sull’orizzonte degli eventi va affrontato esattamente come suggerisce
il titolo, bisogna leggere ogni riga come fosse il confine smangiato del
prepicizio della gravina. Con la polvere che non sai mai se ti trascinerà verso
il basso oppure ti salverà la memoria. La memoria è il buco nero che ingoia
tutto e attorno a cui ci muoviamo, indisturbati e incauti, durante la lettura.
*
Potrei dire che è un libro sulla perdita di memoria, potrei dire che è un libro
su uno scrittore di successo che affetto da demenza senile non ricorda che il
libro che sta leggendo, e che gli fa schifo, è suo ed è il libro del suo
successo, potrei dire che è un libro sul come si sta attorno a un uomo che perde
la memoria. Ma sarebbe francamente tutto molto riduttivo. Cristò gioca
moltissimo con l’impianto narrativo, una storia dentro una storia, e sotto
un’altra storia. Una sorta di matrioska, se guardi bene vedi altre linee da
seguire e che poi non segui.
Questo perché Sull’orizzonte degli eventi va affrontato pagina per pagina, con
calma, come si seguirebbe un sentiero sul limite della scogliera a strapiombo
sul mare. Il rischio di cadere in fondo all’abisso della perdita, del dolore,
della memoria è altissimo. Ma accade proprio così quando si assiste un familiare
che perde la memoria.
*
Il libro parte da un’esperienza personale dell’autore, ce lo svela nella
postfazione, per rispondere all’accusa di una signora che anni indietro a una
presentazione di una precedente edizione gli contesta il fatto che lui parla di
questo libro come “senza cuore”. Ma quando si accudisce un padre che perde la
memoria è esattamente come stare sull’orizzonte degli eventi, sul limite di un
buco nero. Si ha in casa qualcuno che annienta tutte le logiche convenzioni
dentro di sè, il suo cervello diventa un secchio di acqua e cenere, qualche
volta un pezzo più grosso, bruciato e nero, rimane sul fondo o risale a galla.
Qualche volta alza la testa verso di te e lo vedi dallo sguardo, questa volta mi
riconosce – pensi – ed è così ma letteralmente due secondi dopo ritornano
indietro le pupille, rifanno l’altro sguardo, quello obliquo e pieno di brina
sull’iride. Sai che è già altrove, che potrebbe urlare da un momento all’altro
oppure chiederti dolcemente chi sei, perché sei nella sua casa.
Cristò scrive questo libro per chi resta ai bordi di un buco nero che è la
perdita di memoria, per chi è abituato a infilarsi nei cunicoli di intersezione
tra il dovere e la vita.
*
I nomi e i ruoli, dare un nome agli elementi vivi che ti girano attorno in casa
e a volte non sai chi sono, senti che li conosci ma c’è qualcosa che proprio te
lo impedisce. Quindi quella in cucina pensi che sia tua figlia, si chiama
Caterina, e quello che ha appena suonato al citofono e ora entra – dice tua
figlia – si chiama Davide. Ma deve essere il marito, sicuramente. Però non lo
sai più, dare i nomi per dare i ruoli. I nomi cambiano di posto velocemente
nella testa di coloro a cui la memoria si sfibra come un nastro tagliato male
alla cui estremità i fili si tolgono, uno per uno, si perdono per strada.
Il problema dei nomi è centrale, è forse il vero nucleo oscuro attorno a cui
ruota il libro, il nome che è un ruolo, una assegnazione di posto specifico
sulla scacchiera delle relazioni, l’affetto ha bisogno di definirsi in un nome
perché sia comprensibile, gestibile. Definire i confini e gli accordi delle
relazioni sentimentali è importante per molti, anche per quelli che dicono che
non vogliono incasellare le cose. Perché come fai quando ti devi alzare per
andare in bagno e hai bisogno di essere tirato su, come chiami quella che sta
lavando i piatti nell’altra stanza. È tua figlia o tua moglie… o tua madre?
*
Un libro che si legge come inchiodati alla soglia dell’architrave della cucina,
ci si appoggia con un fianco e con un braccio, un po’ obliqui col corpo e si
guarda l’altra persona, quella che sta con la testa che è un secchio di acqua e
cenere, vagare nei labirinti delle parole senza successo, senza bussola, senza
niente.
> “L’aveva sempre chiamata mamma, ma da quando era morta le veniva più naturale
> chiamarla per nome. Quando il medico le aveva detto ‘la signora Teresa non ce
> l’ha fatta’, il nome aveva preso il sopravvento ed era successo in un attimo.
> Da quel momento in poi Caterina aveva parlato di sua madre pronunciandone il
> nome tutte le volte che era possibile. Non è morta la mamma, è morta Teresa.
> Lo faceva per questo, inconsciamente.”
Dire il ruolo significa esplicitare un legame, la corda stretta alla vita fatta
di carne e sangue, che ti tiene in vita e altre volte invece ti strozza. La
figlia Caterina non voleva dedicare la vita a un uomo, infatti amava le donne, e
si è ritrovata ad accudire suo padre, un uomo, a dargli i giorni e i secondi.
Anche i minuti che non conta più per lui, che non hanno importanza nel tempo di
acqua e cenere che scorre nella testa di lui.
*
Questo è un libro delicato, che scorre lungo la soglia che separa i vivi e i
quasi morti. Quasi morti sono coloro che non ricordano, perché respirano e
urlano, mangiano e vanno in bagno, sono da lavare ma non sono ancora morti, sono
quasi morti e non più quasi vivi.
Per loro le presenze che ruotano in casa sono come fantasmi, fantasmi dall’altra
parte del velo, dove tutto pare avere un qualche significato, una certa precisa
ragione.
> “E i fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia e ti portano a letto
> guardandti con occhi stanchi e amorevoli dietro una faccia che non riesci a
> decifrare.”
*
Una faccia che non riesci a decifrare. Deve essere proprio così.
*
C’è un altro aspetto che scorre come una vena sotterranea di un fiume lungo
tutto il libro: il ruolo della scrittura, lo scrivere, l’essere uno scrittore.
Lo scrittore noto che rilegge il suo libro più famoso e che lo trova orribile.
La scrittura come linea di ossessione, una linea marcata di nero da seguire fino
alla fine del burrone, fin dentro al buco nero. Un libro, questo di Cristò,
adatto per chi ama la lettura, per chi vorrebbe sapere cosa succede dentro e
attorno a chi perde la memoria, un testo per chi vuole provare a stare sulla
soglia.
> “Donatello si sta rendendo conto che la scrittura si può fare reale, può
> interferire con la vita”.
Clery Celeste
*In copertina: un disegno di Johann Heinrich Füssli
L'articolo “I fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia”. Con Cristò
nel buco nero della letteratura proviene da Pangea.