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“Questa necessaria missione di leccarti”. Sulla poesia di Ivano Ferrari
Tutta l’operazione di Macello è intrisa della sostanza carnale che fa il verbo, anche se si tratta di un’incarnazione materica, estremamente laica e anti-pregiudiziale. Lo possiamo leggere anche nei testi che seguono: > È fuggito un toro nero > erra sul cavalcavia > impaurendo il traffico, > lo rincorriamo > impugnando coltelli > bastoni elettrici e birre > corre si ferma torna > arrivano i carabinieri coi mitra, > ora è steso su un velo d’erba > e sussurra qualcosa alle mosche. Oppure: > La merda è colorata > creativa  > gratificante (ogni tre ventroni un carretto) > è rumorosa, suadente, intrigante > gelida > quando si ammucchia ostinata nelle grate dello scarico > è docile, è fieno dei ricordi di infanzia > (la vuotiamo in una vasca di cemento) > è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore > come un’ulcera al culo; > la merda (la grande vasca va svuotata ogni tanto) > protegge la mia intimità e la vostra > svestita > da qualsiasi pregiudizio. Nel primo testo, in apertura – “È fuggito un toro nero/ erra sul cavalcavia” – Ferrari ci presenta il corpo animale che invade uno spazio urbano, destabilizzandone l’ordine. La regola è violata da un errare che irrompe sul sistema funzionale della regola e il toro, sottratto per un attimo alla catena della macellazione, entra in una zona intermedia, disorientata che sfiora per un istante la libertà. A questo punto arrivano gli uomini che “inscenano” un inseguimento – “lo rincorriamo impugnando coltelli bastoni elettrici e birre” – da cinema grottesco con quelle “birre” accanto agli strumenti di cattura, per cui la quotidianità si fa disarmante nella sua concretezza da aneddoto. Il cinema continua e il toro alla presenza antagonista reagisce con indecisione, “corre si ferma torna”, in modo affannato esegue scarti brevi che la poesia segue con un ritmo franto e con un tono da burlesque. Ecco così che “arrivano i carabinieri coi mitra”, acme barzellettistico di una realtà vera che, però, allo stesso tempo appare simulata, fino a che il tono quasi canzonatorio si risolve nella caduta “meditativa” che indica la morte dell’animale: “ora è steso su un velo d’erba / e sussurra qualcosa alle mosche”. Il passaggio è netto: dalla concitazione si passa a una quiete irreale dove ciò che viene detto non è accessibile, quel “qualcosa” registra l’esistenza di un messaggio che non può essere tradotto se non osservando la fine, da vicino sì, in maniera totalmente nuda, ma non per questo pacificandone l’assunto misterioso che polverizza ogni vita senza esplicazione. Ciò che accade è rappresentabile, non spiegabile. Il secondo testo radicalizza questa dinamica, spostandola su un piano apparentemente ancora più basso: quello degli scarti, della materia residua. “La merda è colorata/ creativa/ gratificante”, lo scarto, cioè, è una produzione qualunque, persino artistica, secondo il dettato delle avanguardie (una sorta di Piero Manzoni critico non solo con la società dei consumi ma con la società tout court) che sonda le radici di un post-esistenzialismo senza redenzione. In pratica Ferrari continua a rovesciare l’ordine costituito e le gerarchie del linguaggio, fattore che avrà libero sfogo, come vedremo, nella raccolta successiva, Rosso epistassi. Tornando al testo, notiamo che Ferrari alterna registri diversi senza soluzione di continuità, dal sensoriale, e quasi seduttivo (abbiamo visto l’accumulo di aggettivi “suadenti”), al fisico e freddo: la merda è “gelida” ma “quando si ammucchia ostinata nelle grate dello scarico/ è docile, è fieno dei ricordi di infanzia” che riporta la materia dentro una dinamica concreta, tecnica e legata al lavoro e allo stesso tempo alla memoria dell’infanzia che oltre a richiamare “gli occhi infantili” della manza con tutta la loro vulnerabilità, ne intensifica l’assunto anti-elegiaco, infatti subito dopo leggiamo l’inciso “(la vuotiamo in una vasca di cemento)”, in un gesto pratico del lavoro si interrompe ogni possibile lirismo. I versi successivi, “è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore/ come un’ulcera al culo”, introducono la plausibilità diagnostica posseduta dal corpo in rovina e insieme ci dicono senza mediazione che l’unica protezione è proprio la nudità del corpo nelle sue funzioni – “la merda […]/ protegge la mia intimità e la vostra/ svestita/ da qualsiasi pregiudizio”. Il linguaggio, così, aderendo alla materia, la riconosce come luogo originario della relazione, prima di ogni distinzione tra alto e basso, tra umano e animale, tra degno e indegno. La vera uguaglianza tra gli esseri per Ferrari è corporale, né sociale e men che meno “democratica” (vedremo, come si diceva, in Rosso epistassi). Che la critica sociale sia comunque sottesa nell’opera di smantellamento e “macellazione” del pregiudizio linguistico lo si avvisa anche in questo testo di Macello: > Sventrate intere famiglie > oggi > lunedì di intensa macellazione. > Una vacca ha partorito un vitello > negli occhi la paura di nascere > il foro in mezzo il nostro contributo > a tranquillizzarlo. In questo testo è evidente che la parola nel tentativo di aderire alla materia attraversa anche le strutture implicite del vivere collettivo (in questo caso la famiglia e la generazione, senza diventare un discorso apertamente ideologico). L’attacco – “Sventrate intere famiglie/ oggi/ lunedì di intensa macellazione” – è costruito su una giustapposizione fortissima tra due registri: da un lato le “famiglie sventrate” degli animali, dall’altro la precisione della calendarizzazione del lavoro e della sua routine – “oggi/ lunedì di intensa macellazione”. La parola “sventrate” per quanto violenta è immediatamente inscritta nel funzionamento stesso della giornata lavorativa, una provocazione del quotidiano sul quotidiano senza aura protettiva e che si espone alla stessa sorte della carne. Il verso centrale – “Una vacca ha partorito un vitello” – racconta un evento che, fuori da questo contesto, sarebbe leggibile come origine, nascita, continuità della vita, mentre qui il parto non è isolato ma subito ricondotto allo spazio della macellazione e, senza interiorizzazione psicologica, resta un fatto nudo che in un’estrema sintesi narrativa ci pone di fronte alla nascita e alla morte nel giro di due versi: “negli occhi la paura di nascere / il foro in mezzo il nostro contributo/ a tranquillizzarlo” Dal punto di vista stilistico, il testo mantiene tutte le caratteristiche della retorica scabra: * sintassi lineare * lessico essenziale * assenza di commento * giustapposizione di registri incompatibili * uso di termini concreti che non vengono mai alleggeriti ma ciò che emerge con particolare forza è proprio la dinamica per cui il linguaggio porta le parole dell’umano (famiglia, nascita, tranquillità) e le espone a una trasformazione radicale dentro la carne, dentro la soglia cioè in cui il poeta non riesce più a custodire il vero e utilizza la parola per lasciare al lettore la libertà di valutare, se lo vuole, l’evidenza (questo è il taglio netto di cui si diceva in merito alla relazione). Così, nel “tra-” Ferrari produce l’esposizione del vivente tagliando e svuotando le parole che, nondimeno, continuano a resistere come materia minima di relazione nella dissacrazione del corpo, come leggiamo nel testo seguente: > Ho visto strisciare ombre > impastate di umano > e i pugnali disonorare la vendetta; > ho visto dio calpestare un apostolo > per arrivare dopo alla gabbia > e l’aureola > usata come filo di ferro > per convincere un giovane toro a farsi santo. Anche qui Ferrari lavora su un lessico simbolico (principalmente religioso) per esporlo a un processo di degradazione e reinscrizione nella carne. Il verso “Ho visto strisciare ombre/ impastate di umano” riporta l’umano a uno stato intermedio, tra figura e materia, mentre “e i pugnali disonorare la vendetta” espone la violenza (la vendetta) al suo svuotamento. Nel testo le figure fondative della tradizione cristiana vengono trascinate dentro una scena di violenza priva di sacralità come risulta esplicito in “ho visto dio calpestare un apostolo”, in cui i termini “dio” e “apostolo” vengono riutilizzati in un contesto che ne svuota la funzione trascendente, conservando una forma che perde il suo centro raffigurativo. Dopo il rovesciamento, il testo si àncora a uno spazio materiale, funzionale, tipico del macello – “per arrivare dopo alla gabbia” – come se ogni elevazione venisse riportata a terra, dentro un dispositivo tecnico. Infatti gli ultimi versi – “e l’aureola/ usata come filo di ferro/ per convincere un giovane toro a farsi santo” – impongono una strumentazione non solo concreta, ma estrema e coercitiva, che taglia la materia e la espone all’evidenza senza protezione: il “farsi santo” del toro è “semplicemente” il suo passaggio alla morte, unica, possibile elevazione. Come si vede ancora una volta, il “tra-” agisce nella trasposizione da un significato tradizionale all’uso concreto (e nudo), ogni parola ereditata diventa esperienza attualizzabile, il simbolo diventa materia. La parola continua a circolare ma svuotata del suo vecchio carico retorico, non annichilisce le proprie potenzialità relazionali ma le porta su un livello diverso, estremamente corporale, per cui il senso resiste dentro e attraverso la dissacrazione. In questo modo, lo ribadiamo, la poesia si fa soglia in contatto con un reale che non può più essere ordinato o redento. Che la relazione sia il grande tema in gioco nella poetica di Ferrari con valenze vitalistiche (la “pienezza” di vita cercata nelle pieghe della violenza) e, quindi, anti-nichilistiche lo vediamo in uno degli ultimi testi di Macello: > Tra il fecaio > e l’inceneritore > crescono dei fiori > margherite evacuate dalla terra > soffioni che sembrano sputi > papaveri notevolmente pallidi. In modo condensato troviamo una vita (i fiori) che non si dà nonostante il degrado, ma più specificamente al suo interno.Il testo non costruisce una dialettica tra morte e vita né, ancora una volta, offre una compensazione simbolica e ciò che emerge senza riconciliazione è la contiguità radicale tra processi di scarto, distruzione e forme minime di crescita. Il vivente non si oppone al residuo, ma, almeno tematicamente come in Pusterla, vi si inscrive. In questo senso la relazione che Ferrari mette in scena è vitalissima proprio perché non mediata, non filtrata da categorie salvifiche o estetizzanti e l’esistenza per quanto compressa, impoverita, è tuttavia ostinatamente presente. Non c’è, appunto, superamento del limite, ma una permanenza dentro di esso di una vitalità strettamente legata alla fine e, per questo, irriducibile. Anche per questo tutta l’operazione di Macello si conclude con questo testo: > Su un oceano colorato malamente > galleggiava una piccola isola > le onde spargevano le origini > i coralli cicalavano al tramonto > e i pesci si rigeneravano alla fonte. > Era una goccia di sperma > cadutami nella vasca del sangue > in una mattina > di forte macellazione. Le immagini dell’“oceano colorato malamente” e della “piccola isola” aprono una possibilità generativa nella forma che affiora dentro una materia indistinta e anche il passaggio “i pesci si rigeneravano alla fonte” aggiunge una dinamica di rinascita. Ma è nella “goccia di sperma cadutami nella vasca del sangue” che Ferrari ci riconduce alla concretezza estrema della sua poetica: principio generativo e sostanza della morte coesistono nello stesso spazio, la rinascita si offre come continuità interna al processo stesso della fine: l’unica goccia di sperma che galleggia come un’isola nel sangue, è il residuo salvifico ma materiale che genera un mondo nuovo per quanto isolato. In sintesi, la vita e la stessa poesia (che coincidono in Ferrari nella “piccola isola”) sono concrete perché è presente un “oceano” di perdizione. Tutto il processo, allora, è resistenza, è l’attimo eterno in cui “i coralli cicalavano al tramonto” e “i pesci si rigeneravano alla fonte”, come l’utilizzo dell’imperfetto durativo rende evidente restituendoci il senso di una ciclicità ritornante della vita nel testo. La linea di continuità e insieme di scarto con Rosso epistassi (2008) è rintracciabile nel rapporto instaurato dalla lingua col mondo, che passa dalla contiguità fisica dei corpi e dei processi materiali all’esposizione sociale degli stessi, senza perdere mai la sua necessità concreta di resistenza. Il margine esistenziale, il “tra-”, in pratica si interfaccia con tensioni relazionali più esplicite nelle forme del vivere storico. Vediamo come: > Questa danza > che muove la morale e turba i piedi > a ogni dopoguerra > quando si inventano amori nel punto della storia > e il ghiaccio non sale alle passioni > sonagliera pietrosa con fare suo cristiano alla trave > nel mio occhio che dondola con solennità decorativa verso la prosa. > Nella maestria della paralisi riflessi in pozze di acqua celeste > senza meta ma neanche tregua > un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude > così campa la grazia. Dal punto di vista stilistico (anche se non si tratta di una caratteristica dell’intera raccolta) il verso si allunga, si distende in una quasi-prosa, come se il segno più che fendere il reale dovesse sostenerne la complessità discorsiva, attraversandone stratificazioni e derive. “Questa danza/ che muove la morale e turba i piedi/ a ogni dopoguerra” fa da subito pensare che la relazione – la danza-poesia che coinvolge morale e corpo – si sia trasferita su un piano collettivo, la dinamica storica e instabile di un dopoguerra concreto e assoluto, per cui le costruzioni umane si manifestano in una fluttuazione precaria – “quando si inventano amori nel punto della storia”. L’amore è “inventato” nello slittamento costante del senso che il verso lungo permette, tenendo insieme elementi eterogenei che non possono essere risolti. Lo scardinamento del senso che la “sonagliera pietrosa” (ancora la danza-poesia?) indirizza “verso la prosa” si centra solo nell’abbassamento dell’idea di relazione che la espone al flusso del reale. Ecco perché il finale inscena nel “riflesso” delle “pozze di acqua celeste” il teatro della relazione sociale attraversato dalla parola poetica, in cui una comunità “cagnesca” affronta la sua stasi dinamica – “la maestria della paralisi” – in perenne tensione ma senza direzione – “senza meta ma neanche tregua”:  > un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude  > così campa la grazia. Il disordine del vivere si espande in spazio storico-relazionale, ma le idiosincrasie restano e anch’esse si fanno collettive, gli odi e la violenza sembrano il vero patto tra i soggetti (i due cani che si inculano), anche se insieme a loro ma in disparte “un terzo spaiato lecca farfalle nude” (forse il poeta?). Tutti sono comunque in contatto con la bellezza effimera della grazia, del dono non richiesto e che non salva, ma che proprio nella precarietà delle relazioni continua a “campare”. Il “tra-”, meno concentrato e più diffuso, come dicevamo sopravvive proprio negli spostamenti e nei continui slittamenti di senso: Nella pace secca Più belle delle cose sono le ombre sul tardi consueti maneggi di miraggi un salice e con sfrigolio d’estro un tricomonas eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute invece che al crepuscolo muoiono all’alba. Sin dall’avvio – “Più belle/ delle cose sono le ombre” – una dislocazione: il valore si sposta dall’oggetto all’ombra, la realtà, cioè, si sposta sul margine del linguaggio, nei “consueti maneggi di miraggi” dove appare improvviso “un salice” – tra resurrezione e lutto, simbolo (cristiano?) dell’adattamento esistenziale – cui segue l’inserzione di “un tricomonas”,elemento biologico, minimo e infettivo (ombra materica), che interrompe qualsiasi continuità lirica e riporta il discorso alla materialità della relazione sessuale. Ancora, dunque, uno slittamento senza transizione dal paesaggio all’organismo microscopico per poi attraversare “eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute” cioè spazi altri, frammenti di luce, insomma una molteplicità di mondi utopici tra reale e immaginario associati a “rivoluzioni contenute” e totalmente quotidiane, percorsi allucinati che sembrano ribaltare, come in una psichedelia carrolliana, il mondo: “invece che al crepuscolo muoiono all’alba”. In sintesi, il testo rende evidente come in Rosso epistassi il “tra-” sia diventato campo mobile di dislocazioni che investe l’ordine sintattico (peraltro già compromesso in Macello) dove il senso è puro scarto, interferenza tra visione, corpo e linguaggio, in una parola: Rivoluzione. Non per niente sono presenti richiami forti a Lenin e Rimbaud e con un urlo decisivo “è Teeermidorooo!”, Ferrari non ci lascia scampo.  Per uscire dall’“accumulo di storia” cui ci conduce la lettura di Rosso epistassi occorrerebbe “una scopatina al pensiero” ma noi mestamente ci accontentiamo dell’ultimo testo: > Il pianeta si muove > non si concede ignoto, anche le ossa > hanno una andatura manoscritta, > qualche pezzo di me se ne va da solo > i moncherini volgono all’intrattenimento e ballano, > è presto è tardi > magari non sono stato creato > sono ancora nella totalità di pancia dove aspetto > il corpo panico dell’infinito. Nel testo, corpo, tempo e linguaggio si disarticolano senza mai separarsi del tutto, tutto è in movimento – “Il pianeta si muove/ non si concede ignoto” – in una condizione paradossale, senza oltrepassamenti ma nel corpo di scrittura – “anche le ossa/ hanno una andatura manoscritta”. Le ossa sono ciò che resta e anche ciò che struttura, sono la poesia per residui e frammenti con cui il ritmo di Ferrari va da solo a un “ballabile” convulso che ignora il tempo giusto – “è presto è tardi” – e si indirizza allo spreco, ritorna, scarta, rischiando l’abisso – “il corpo panico dell’infinito” – nel dubbio che sia possibile una creazione – “magari non sono stato creato”. La disgregazione del soggetto è registrata con un’andatura da opera buffa che dissacra qualsiasi centro, coagulando solo per istanti le parti in un insieme; più che un movimento, una movenza scivolante verso la perdita con nuance di intrattenimento. Il teatro vivo di Ferrari è pronto a riaffacciarsi nell’ultima raccolta, La morte moglie (2013), che ritorna a testi cronologicamente vicini a Macello per poi introdurre la sezione che dà il titolo al libro, dove appunto la “rappresentazione” della morte si manifesta con le stesse tonalità scabre che avevamo visto in La franca sostanza del degrado, soprattutto nella sezione Smaltitoio dedicata alla dipartita del padre. Il ponte lungo gettato dalle prime operazioni all’ultima (parlo di quelle pubblicate in vita dall’autore, morto nel 2022) fa sì che il “tra-” assuma una configurazione radicale che ricade non più soltanto sulla relazione tra vita e morte, bensì, attraversando il discrimine tra corpo e linguaggio, sulla possibilità (o potenzialità) della stessa esistenza. La “totalità di pancia” – che indica la sospensione tra essere e non essere – vista alla fine di Rosso epistassi, si tradurrà in La morte moglie nella prossimità continua con la perdita, ancora una volta vissuta come esperienza diretta. Il ponte, quindi, ancora una volta allestisce uno spostamento di intensità (lo slittamento di senso sempre urgente in Ferrari) stavolta dal margine diffuso della relazione storica di nuovo al margine incarnato nell’esperienza individuale della morte. D’altronde, lo abbiamo visto più volte, persino le coordinate spazio-temporali canoniche sono frantumate dal taglio netto concettuale di Ferrari (“è presto è tardi”) che non si pone come disfacitore di mondi ma come mero rilevatore del trauma esistenziale. Ecco, allora, perché, in una sua tutta particolare continuità discontinua, al poeta piace aprire la sua ultima operazione con un testo brevissimo ma incisivo che parla ancora di un “pianeta”, solo che se il precedente chiudeva Rosso epistassi nel segno del movimento senza tregua, questo si riattiva in bagliori ossimorici, non per contrasto ma per volontà di inclusione: > Questo > è il pianeta dei bagliori > scoppia e si estende con chiarezza convulsa > il lampo dello sparo. Esordio e fine sono unite non dall’origine ma nel ritorno di una sempre possibile origine, così come le potenzialità dell’esistenza sono subito digerite dalle infinite possibilità della fine che si manifestano nell’attimo abbacinante dell’estinzione (i bagliori del pianeta e il lampo dello sparo). Tutto il movimento dell’esistenza si esprime con una “chiarezza convulsa” per cui le generazioni (rappresentate concretamente e per allegoria nel “macello” animale) più che evolversi sono continuamente esposte alla caducità e alla scomparsa, infatti, “la parola/ si sente cercata dalle bestie” perché “sa dire che l’eterno dura/ al massimo un giorno”. Sono talmente chiare le dinamiche esistenziali, che la routine della macellazione esplode in una festa da “classe operaia”, quella che si sporca le mani con la morte, in questo testo Ferrari lo dice apertamente: > A che distanza sono le interiora > io nel ventre piano piano > così piccola e calda > in mano mia > la morte. Mentre in questo di poco successivo assistiamo alla “festa operaia” di cui si diceva: > Il primo maggio > siamo più di cinquanta > boia, squartatori > chi sgozza e chi raccoglie il sangue > trippai, scuoiatori, facchini > quelli che macellano a domicilio > pellai, insaccatori e necrofori, > la classe operaia. Dopo aver ricordato la semplicità carnale della fine, è giunto il momento di andare “verso altri modi di morire”, quelli umani e intimi per vedere come ce li mostra un soggetto che è già coniugato con la fine. Con tutta la sua ambivalenza, il titolo di sezione che abbraccia l’intera raccolta – e tutto il percorso poetico di Ferrari – ci conduce al capezzale (o nei suoi pressi) della moglie morente, di colei che sta “su una grande tavola per essere mangiata”. Nel luogo operativo della relazione, dove il soggetto è già “coniugato con la fine”, come dicevamo, non può esserci spazio per la contemplazione ma un coinvolgimento che sfonda le fibre stesse della scrittura in un dire senza alcuna protezione, perché l’amore stesso è esposto alla sua fine: > Aiuto, aiuto > si spolpa la parola e non c’è silenzio, > sono io che sto scrivendo, > aiuto, aiuto > macchi d’inchiostro le mie vene > e sei la fine di ogni nome. Il luogo del trauma è la parola che non ammutolisce – “non c’è silenzio” – ma “si spolpa” nello stesso momento in cui il soggetto scrive il suo grido di aiuto, quando si approssima “la fine di ogni nome”. “Sono io che sto scrivendo” allarga la vertigine dell’identità all’interno della relazione per eccellenza, quella dell’unione matrimoniale, focalizzando per un attimo il grande problema della poesia delle origini – almeno europea o “occidentale” –, quello dell’incarnazione del verbo contro cui per tutta la sua bruciante opera Ferrari sembra scagliarsi. La parola non incarna nulla – e lo dovrebbe? – perché è solo in quella assenza mimetica che può avvertirsi l’empatia nel dolore, il buco atro “che macchia d’inchiostro le […] vene” e rimette in circolo il “tra-” a un passo dal baratro, dalla “fine di ogni nome”, appunto. Anche noi lettori, come la moglie di Ferrari, sembriamo costretti a trovare “un’ombra e la sua morsa sulla pelle” per continuare a vivere, ma può bastare? Veramente la sola possibilità di unione per l’uomo è ridotta al segnale, come nella “confezione” di “alici Riunione” – scritta con la maiuscola perché indicante la marca e quindi abbassando nel momento di massima intensità ancora una volta il rimando di senso – senza nessuna possibile “oltranza”? Persino “il bambino chiede palla alla merda”, a un basso “male” che “tanto apertamente cola” e al quale si resiste per pura resistenza. Nella poesia “gappista” e da brigata di Ferrari l’unica “conversione” è una “materia” che vive e non contiene nulla: > Sei tu la materia che mi converte > che sanguina docile negli occhi > si è spenta l’ombra > il corpo invece piroetta in aria > e come avessero una testa sola inseguono > due o tre fiori domenicali > eppure la paura non è niente di intero > la pace non contiene nulla. Sposare la vita nella morte, questa la poesia-resistenza di Ferrari. Vivere da vivi è più “difficile” che “vivere da morti” perché arriverà per tutti “il giorno” che “parte definitivamente” dalla passione selvaggia che porta nel verso, come il richiamo ai numi tutelari Villon e Racine sembra suggerire, un contesto di cura viscerale e bassa, paladina e umile allo stesso tempo: > Cielo umido > che si espande e contrae > tra le forche di Villon, le greche di Racine > e l’orinale di smalto. > Veleggiano schiaffoni d’acqua > una effusione conscia della sfioritura > nulla liquido verdino e giallo > l’asciugherò nel verso come un camallo. “La morte”, che “nasce ogni giorno”, “illumina la sacca dell’urina” mentre “sta morendo la materia”, ma è “ombra d’alfabeto” perché il soggetto ne scrive da osservatore coinvolto solo come tramite della scrittura. Il dolore è il segno che più incide e meno s’incista nel reale, che lo allontana nella sua deriva esiziale verso un distacco che si fa “insorgenza del presente nella carne”, cioè consapevolezza che la parola non basta, si fa reperto insignificante senza “intensità e desiderio” così urgenti invece dinnanzi alla fine. Il taglio netto di Ferrari vuole scardinare il “portamento del testo” fino all’estremo, fino a che “il sole non fa più rumore” ed è incendiata ogni misura: > Simile alla carta > insorgi agli occhi fino a farti cenere > poi chiudi la finestra > prima che i sedativi imparino la notte > la poesia come la rivoluzione non è mai amorosa > brucia la misura per dirsi addio > eppure non manca lo stupore al frastuono del verso > c’è un sottosuolo di voragini e firmamenti > nella cantafera della ghiaia sulla tomba. Sulla vicenda “tombale” che sembra chiudere l’opera di Ferrari non scende però il buio, una nuova “carta” sembra insorgere nello “stupore” infero di “voragini e firmamenti”, un altro viaggio sembra predisporsi dopo la catabasi nell’abisso.  Coincidenza vuole che, mentre scrivo queste righe, sia apparsa una tranche di testi postumi pubblicati a cura dell’amico di una vita, Antonio Moresco, per Crocetti editore: Transitori e risorti (2026), mai titolo – scelto (per caso?) da Crocetti in persona – fu così attinente, se pensiamo che la vita poetica di Ferrari ha transitato costantemente tra inizi ed estinzioni, senza essere puro osservatore dell’evidenza ma corpo carnalmente esposto alla sua missione e passione. E all’alterità, come uno degli ultimi frammenti di Transitori e risorti ci dice con tutta la sua fatalità:  > Questa necessaria missione > di leccarti > per riempirmi le vene d’altro. Gianluca D’Andrea (fine) *In copertina: Ivano Ferrari photo Giovanni Giovannetti L'articolo “Questa necessaria missione di leccarti”. Sulla poesia di Ivano Ferrari  proviene da Pangea.
August 7, 2026 / Pangea
“Che si è corpo e si muore”. Dario Bellezza non chiede di essere compatito – pretende di essere letto
A Roma, ai poeti fanno prima il funerale, poi il convegno. Li lasciano qualche anno sottoterra, il tempo necessario perché smettano di essere pericolosi, poi li riesumano in una sala multimediale, mettono la fotografia giusta sulla locandina di una mostra a Trastevere e li dichiarano intensi, controversi, imprescindibili. A trent’anni dalla tua morte, i musei ti dedicano una retrospettiva. Ingresso gratuito. È quasi sempre gratuito, il poeta, quando non può più presentarsi alla cassa sia in vita che ad astra. I suoi libri si sono resi difficili da reperire. Annaspano nella seconda mano, nelle biblioteche, nelle case di chi ha imparato a non prestare più nulla. Le commemorazioni aumentano mentre le opere spariscono: è la forma più efficiente di conservazione: proteggere un autore dai lettori. Dario Bellezza, però, non si lascia conservare. È un guastatore di teche, fa capolino con gli occhi stralunati che strabuzzano mentre cercano la prossima intuizione. Torna a parlare dal punto esatto in cui il corpo diventa osceno perché è nudo, perché muore. Lo chiamavano poeta maledetto, ma lui correggeva burberamente: «Semmai benedetto, dalle Muse». Maledetto è una parola per gli assessori alla cultura e per gli psichiatri prima di Lacan, un modo decoroso per sterilizzare chi ha passato la vita a rendersi indecente. Fa pensare al poeta con il cappotto nero, alla bottiglia, all’albergo pagato male, alla fotografia in bianco e nero in studio, al disordine della prospettiva e dello sfondo. La benedizione, invece, è più grave: è un passaggio ex ante e, dopo, ci sono la salute e l’officio del divino che prevede e protegge. Ti attraversa e pretende che tu renda conto della voce ricevuta. Bellezza non è stato maledetto dalla vita, piuttosto è stato folgorato da qualcosa che gli impediva di mentire su di essa. Essere incoronato da Pasolini nel 1971, sulla soglia di Invettive e licenze, significava entrare nella letteratura già sotto processo. Ogni verso successivo avrebbe dovuto confermare il miracolo o documentare la frode. La critica, pigra come ogni tribunale quando ha già un colpevole, il suo Snaporaz della depravazione, ha continuato a cercare in Bellezza il figlio di Pasolini, il fratello monatto di Penna, il giovane feroce ammesso nelle stanze di Morante, Moravia, Ortese. Nessun dattilografo prestato allo scranno da giudice lo ha mai riconosciuto come sovrano guasto di una propria lingua. Pasolini scrisse soprattutto che Bellezza era il primo poeta borghese a giudicare sé stesso. Il poeta non rappresenta gli esclusi da una posizione sicura, non indossa la borgata per tornare poi a casa con la coscienza lavata. Porta la borghesia nel proprio letto, la interroga, la insulta, la sorprende mentre desidera ciò che condanna, uno yin e yang nello stesso fegato. Da qui l’oscillazione che rende i suoi versi inadatti a qualsiasi pedagogia contemporanea: colpa e sfrenatezza, narcisismo e disgusto, fame di purezza e gusto della degradazione, ferocia e pietà. Non c’è un’identità finalmente pacificata da esibire, c’è la guerra civile che si combatte nella carne. “Forse mi prende malinconia a letto se ripenso alla mia vita tempesta e di mattina alzandomi s’involano i vani sogni e davanti alla zuppa di latte annego i miei casi disperati. Gli orli senza miele della tazza screpolata ai quali mi attacco a bere e nella gola scivola piano il mio dolore che s’abbandona alle immagini di ieri, quando tu c’eri. Che peccato questa solitudine, questo scrivere versi ascoltando il peccatore cuore sempre nella stessa stanza con due grandi finestre, un tavolo e un lettino di scapolo in miseria. E se l’orecchio poso al rumore solo delle scale battute dal rimorso sento la tua discesa corrosa dalla speranza.” Da un certo suo tranchant queerismo ante litteram, che non si organizza in un reparto tematico, nasce un punto in cui desiderio, classe, vergogna, denaro, notte e potere smettono di fingere di non conoscersi. Un’esposizione a un movimento nascente è esposizione del proprio senso di appartenenza. Il ragazzo cercato nella città è insieme apparizione, assassino, mendicante, divinità provvisoria. In Libro d’amore Bellezza scrive, con una precisione da referto: «L’omicidio è/ suicidio». Non esiste ferita che possa essere inflitta all’altro senza riaprire il corpo che la infligge. E in altre, accigliato allo scoglio del tempo che schiumeggia 1976, recita:  > “Ho paura di morire. Di fronte a questo  > che vale cercare le parole per dirlo  > meglio. La paura resta, lo stesso. > Ho paura. Paura di morire. Paura > di non scriverlo perché dopo, il dopo > è più orrendo e instabile del resto. > Dover prendere atto di questo: > che si è un corpo e si muore”.  Bisogna tenere fermo l’anno, perché la biografia postuma è una falsaria meticolosa. La malattia non spiega quei versi e quei versi non profetizzano la diagnosi. Bellezza aveva riconosciuto prima, senza bisogno di un virus, l’indecenza elementare su cui costruiamo religioni, carriere, famiglie e profili d’autore: si è corpo e si muore.  Trattiamo il corpo come un progetto foucaultianamente amministrativo: lo alleniamo, misuriamo, fotografiamo, correggiamo, rendiamo visibile, performante, rivendicabile. Bellezza lo veste e già sente il freddo del marmo. Si vede come «un morto che cammina», trascinandosi dietro un «corpo-cadavere». Non c’è metafora che tenga a distanza la materia perché il cadavere non è il futuro del corpo ma il suo coinquilino. Si alza con lui, va in gabinetto, ingoia pasticche, desidera, non dorme.  Eppure, sarebbe falso circoscrivere di Bellezza a un sacerdozio monotono della fine. In lui la morte è chiassosa, melodrammatica, a volte persino ridicola. I gatti, le telefonate, gli inviti, gli amori baldracchi, i risentimenti letterari, le scenate, le battute sono tutte una messinscena per interrompere l’elegia e impedirle di mettersi in posa. Se invitato a una festa a cui non può partecipare, Bellezza liquida: «Eh, ma se non vengo perché mi deve informare, scusi?!».  Roma, intorno a lui, si sta già trasformando nel glitterato composto cannibale anamorfo che ancora la distingue.Le borgate stavano diventando materiale d’archivio, gli scandali format, gli intellettuali muoiono uno dopo l’altro lasciando salotti pieni di eredi. In casa con Ortese, da cui nasce un’amicizia stellare e povera, due creature scrivono perché il mondo reale ha commesso un errore di progettazione. Dario resta a Roma come resta un animale quando la casa è stata venduta. Il suo rapporto con la tradizione non è quello di un allievo composto. Prende Leopardi, Baudelaire, Rimbaud, Saba, Penna e li trascina nella stanza, li costringe ad assistere. La metrica si spezza, ma non scompare, mentre un lessico alto urta contro la strada, il sublime contro le mutande e un qualche dio contro l’erezione. È una tecnica usata per far sembrare inevitabile ciò che è stato costruito con precisione. Nei versi la frase procede lunga, si avvolge, accumula memoria e disgusto, poi cade in una dichiarazione semplice: ho paura. Quando uno scoop giornalistico rese pubblica la sua malattia, il corpo che aveva consegnato per anni alla poesia gli fu sequestrato dalla cronaca. Non era più corpo teologico, erotico, colpevole e parlante dei libri, ma corpo del malato, esposto alla pietà: alla gogna. Morì il 31 marzo 1996; aveva detto: > “Non ho saputo sfruttare la mia fama, sono sempre stato uno sconfitto”.  Trent’anni dopo, non serve riscoprirlo. “Riscoprire” è il verbo con cui l’industria culturale annuncia di avere ritrovato ciò che aveva sistematicamente nascosto. Serve ristamparlo, leggerlo ad alta voce, lasciargli guastare la festa. Perché Dario Bellezza non chiede di essere compatito. Chiede udienza alle Muse con l’ironia di una pianta secca che continua, inspiegabilmente, a far fiorire fiori profumati. Poi ci guarda mentre fingiamo che il corpo sia una proprietà, l’amore una cura, la poesia una carriera e la memoria un omaggio.  > “M’impaura la mia incerta voce > che certo smania il suo tono > implacabile di verità. Una voce > sottile, smagata che corrode > l’anima mia nera di peccati…” Graziano Mazza *In copertina: Dario Bellezza nel 1971, photo Massimo Consoli L'articolo “Che si è corpo e si muore”. Dario Bellezza non chiede di essere compatito – pretende di essere letto proviene da Pangea.
July 29, 2026 / Pangea
“Rimane la poesia, forza sovversiva del linguaggio”. Dialogo con Andrea Labate
Siamo andati a stanare nella sua casa un poeta che, finora, crediamo sia stato trascurato ingiustamente. Questa è la chiacchierata che ne è nata, e che vorrebbe contribuire a far luce sul lavoro di Andrea Labate, l’autore di un libro, il solo finora, pubblicato più di dieci anni fa (nel 2015), La resa del margine, nella collana Quaderni & Immagini da L’arcolaio. Ci siamo fatti raccontare, dopo aver fatto violenza al suo pudore, la genesi del volume e il suo sguardo da ‘fuori canone’.  Grazie agli inediti riportati in coda ci si potrà fare anche un’idea dell’evoluzione del suo stile e di un lavorio silenzioso nella poesia che continua. Nell’introduzione ho letto una frase che mi ha colpito: il tuo prefatore, Davide Castiglione, parla dei modelli da cui, non sempre, ti sei affrancato. Quali sono secondo te? Sicuramente alcuni scrittori e poeti beat come Kerouac, Ginsberg, Corso, poi García Lorca. Questi sono stati i primi autori importanti dai quali ho preso ispirazione o almeno una sorta di matrice per capire cosa potesse significare scrivere poesie. Ero attratto da un loro certo modo di modellare l’immagine e credo che, più o meno consciamente, quelle letture abbiano plasmato poi anche il mio modo di fare poesia. Può essere che in alcune pagine si notino delle forzature a livello di poetica o di ricerca delle immagini, spesso fin troppo cariche, lo ammetto. E forse in alcune parti specifiche si ritrovino in modo più evidente i modelli dai quali sono partito. Siamo attorno agli anni della mia formazione universitaria. E questi poeti non facevano parte dei vari corsi che ho frequentato. Queste, infatti, sono state tutte letture che facevo in parallelo rispetto ai vari ‘doveri’. Poi Dino Campana, Clemente Rebora, Baudelaire, Rimbaud. Loro invece sono stati anche oggetto d’esame. Hai citato il concetto di ‘immagine’. Sempre nell’introduzione leggo di un tuo gusto, a proposito, per l’estraniamento. Che valore hanno, dunque, le immagini in questo tuo libro?  Sicuramente hanno il valore più alto, anche a discapito di una certa linearità o chiarezza del discorso. Partivo da una modalità emozionale-intuitiva per iniziare a scrivere e poi, quello che cercavo di fare, è seguire quella sensazione lasciandomi in un certo senso trasportare in maniera quasi passiva (potrei dire in parte pre-razionale) proprio costruendo attorno un’immagine o immagini che dentro di me percepivo essere allineate a quello che sentivo. Questo mio procedere ha poco a che fare con il controllo della scrittura. Spesso le immagini mi si presentano, come anche le parole. Solo in un secondo momento provo a sistemarle, accantonarle, ridimensionarle.  Castiglione ha scritto che questo libro è un diario trasfigurato che si può interpretare anche come un romanzo di formazione. A ciò vorrei affiancare un concetto che credo pertinente, quello della precarietà, che nel volume, in particolare in due venature sembra tornare e riproporsi: la precarietà lavorativa e la precarietà generazionale. Sei d’accordo? Certamente. Anche il titolo della raccolta rimanda al margine inteso come fine o limite di qualcosa, il bordo o quantomeno una linea di confine. Margine in cui sono protagonista ma anche osservatore. La precarietà l’ho vissuta, la vivo, e probabilmente la viviamo in molti. Non dimenticarti che gli anni in cui ho composto il libro, per me, erano anni anche di grande crisi e spaesamento. Facevo un lavoro che non mi ha mai dato spiragli verso il futuro. L’impiego più lontano dalla possibilità di costruirci sopra una carriera. Che ricezione ha avuto La resa del margine? Minima. In primis, non mi sono speso affatto per farlo conoscere nell’ambiente poetico, salvo per una lettura pubblica che non era neanche la presentazione del mio libro. Sono stato invitato ad una serata con altri due giovani poeti in cui avevo letto alcune pagine. Uscì una recensione su Il segnale ma solo perché un critico che aveva scritto, forse uno o due anni prima, una nota di lettura a una mia poesia su una rivista, scoprì casualmente il mio lavoro e, consideratolo meritevole, volle approfondirlo e dargli spazio. Oltre a questo, c’è una bella lettura di Roberto Corsi su Perigeion, rivista on line di poesia. Ma non feci proprio nulla per pubblicizzarlo o per farlo conoscere. Mi risultava personalmente difficile intessere rapporti solo per farmi conoscere. Il lavoro lo consideravo ormai concluso e avevo solo voglia di vederlo materializzato.  Sono passati dieci anni: cosa fai ora? E che cosa è cambiato? Stai scrivendo ancora? E se sì il tuo sguardo e la tua pratica sono mutati? Scrivo ancora ma sempre rubando il tempo per la poesia come un ladro. Scrivendo quello che per me necessariamente deve essere messo nero su bianco. Poco, forse, ma inevitabile. C’entra anche, ancora, quella precarietà pratica ed esistenziale di cui si diceva prima che mi ha sempre concesso poco tempo per scrivere. Ho qualche inedito e ho iniziato quello che potrei chiamare un progetto di più ampio respiro e ne ho già in mente un secondo. Tutto il cammino però è molto lento. La corsa davvero non mi interessa. Non mi interessa la vetrina. Quello che conta davvero è la possibilità di provare a seguire e fare ciò che amo. Se ci saranno dei riscontri bene, se non ci saranno o se ci saranno fra vent’anni andrà bene ugualmente. La mia pratica poetica non è cambiata ma ho degli strumenti e delle consapevolezze che dieci anni fa sicuramente non avevo. Provo a fare un passo indietro e mettendomi in una posizione più distante. Vorrei sapere, in generale, quali sono le condizioni ideali per te per iniziare a scrivere. Cerchi un setting particolare? Affianchi ascolti specifici o letture preparatorie? Per riassumere, hai delle ritualità che cerchi di ricreare che attivano il tuo momento della scrittura? Non necessariamente. Credo di aver scritto in luoghi diversi, nel silenzio, nel rumore di sottofondo della città, con dellamusica o con la televisione accesa… ciò mi aiuta a trovare una specie di silenzio interiore che mi permette di scrivere. Il silenzio esterno lo trovo quasi più fastidioso. Il luogo prediletto è quasi sempre casa mia seduto al tavolino con il mio gatto Tao che cammina sui fogli ma, la maggior parte delle volte le intuizioni nascono altrove, e in situazioni di scomodità come quando si attraversa la strada qui a Milano o mentre sto pagando in un negozio. E così forse ho spiegato meglio quel riferimento alla modalità poco conscia di cui accennavo, dove arrivano versi, intuizioni, immagini da trattenere e riportare a casa e poi meditarci su prima di addormentarmi e, magari al risveglio, trovare la parola chiave che si incastra. Per risponderti in modo stringato no, non ho regole o riti specifici. Prima hai citato quelli che consideri i tuoi maestri, in buona parte stranieri. Come ti rapporti con la poesia contemporanea italiana? Non credo di avere alcun rapporto né personale né di frequentazioni di letture e, salvo rare eccezioni, non trovo da quelle parti linfa né ispirazione. Potresti raccontarci la genesi di qualche tua poesia? Non posso parlare di una vera e propria genesi omogenea, avendo tutte le poesie del libro come minimo comune denominatore la dispersione creativa ed esistenziale. Molte sono nate in Calabria (la mia altra parte d’origine, oltre a quella valtellinese), alcune durante un viaggio in solitaria nelle Marche. Per il resto, tutto il lavoro sul libro è stato fatto nella mia stanza che allora avevo in condivisione a Milano. Di una poesia in particolare posso parlare, legandomi alla domanda che mi hai fatto prima: Sotto gli archi di Torino (per Gianni Milano). Ecco, di questa ricordo esattamente la genesi. Tra gli incontri umani ed artistici più belli e appaganti della mia vita, un’amicizia preziosa. Dopo una giornata con Gianni, non particolarmente diversa da altre con lui, tornai a Milano con una sensazione di gratitudine e pienezza diversa dal solito. Scrissi quasi di getto quella poesia, una delle poche del libro dove non serpeggia nessuna visione mortifera, nessuna cinica distruzione, ma un ‘omaggio’ a modo mio, a quell’uomo così tanto importante per me in quel momento. Milano divenne poi una sorta di maestro, una fra le altre stelle da guardare.  Torno ad uno sguardo più generale sul tuo libro. Uno dei fili rossi principali credo sia quello relativo alla resa dei conti rispetto ad un mondo che pare saltato in aria o morto affossato da burocrazie e catene di montaggio. Alcune tematiche sembrano figlie di uno sguardo espressionista accompagnate da lingua e stile che non per forza collimano. L’orizzonte che però delinei è quello di un mondo bloccato, scaduto e finito. Rimane solo una quota di riflessione e sopravvivenza?  È esattamente così. Il rapporto io-mondo si muove costantemente tra sconfitte e aspettative disattese in uno scenario di desolazione continua. Rimane la poesia come forza sovversiva del linguaggio, come sguardo lucido in grado, a volte, di disinnescare questo congegno burocratizzato e disumanizzato. Fra le tue poesie sembra esserci, in effetti, più vita fra gli elementi morti che fra gli esseri umani, che compaiono agendo pochissimo. Sono protagonisti di assenze. Le tue poesie più riuscite rendono evidente una società al collasso. L’assenza è parte centrale del libro. Nello specifico ciò che rimane quando tutto finisce, che sia la morte di una persona amata, la fine di una relazione significativa, o la sterilità di un mondo che ha perso ogni direzione. Alessandro Manca * Da La resa del margine Sotto gli archi di Torino                     (per Gianni Milano) C’era tutto nella zuppa di colori dell’autunno collinare per seguirti con le anime bisbetiche sulle tracce d’uva dei poeti architettando itinerari tra fantasmi partigiani nelle blande Langhe di mammelle e i fianchi rossi che mescolano i tuoi capelli grigi di lanugine e coriandoli di foglie sul nostro album da disegno – ventaglio della gazza per l’adagio del momento. Accucciato su uno sbavo d’emozione la montagna sporge dalle case di ringhiera. Noi a domandarci un movimento per uscire dall’apnea ad indagarti per un solo cenno le mani nelle mani trincerati dalla morsa del mondo addormentato. *** Per la riapertura dei mercati tutto questo non importa (Cosa resta di un orto se l’alba è decomposta) [E perché non si può imbalsamare un’anima] Se ne sta andando e me lo schiaffi addosso come acqua gelida. La personalissima maniera di farmi notare i dettagli. Sul filo di un fiato strascicato ogni scusa è buona per renderlo evidente e la tua tristezza muta nel vedere che nessuno se ne prende più cura. Le tue scarpe di gomma avevano un senso avventuriero ora è tutto un ammirare in modo tempestivo. Il giorno esatto dell’ultimo acquazzone e riproporsi a metà agosto come una presenza significativa. Ti suscito sempre qualcosa di irrisolto quando dico che ho alcune cose da ultimare – da una vita.  E allora diamo la colpa al terreno sgranato avere in gola i nomi di chi non ha fatto presenza. Ma nessuno oggi ti ha visto bene per come camminavi. Un errore che ci rimandi al porto il giardino era gonfio e la notte così leggera – niente da riempire e il nero non aveva luogo. Pensa se un uomo non potesse piangere quando gli pare. Tra tutte le cose proprio quella sedia vuota sotto l’albero di banane e lì qualcuno ha il dovere di non fiatare. *** Un passo dalle mura Ad ogni solco s’incunea una rovina in fretta ribatte il girasole si spiana un incastro sfumato di colline tinteggiate. Un battito metallico il principio l’umidità del quartiere marocchino –  senza il bisogno di recitare la bussola qui mi hanno deposto e nessuno che dispera. Un fiore che non sboccia è già caduto e lo sollevo. La pioggia si punge nel bronzo sfrigola tra i pellegrini spaventa la macchina e l’impresa. Io sto dove c’è il fresco e non ne ho voglia. Portatemi notizie da laggiù quest’anno ho fatto tardi, spiacente.   *** Inediti (Senza titolo) Una sterminata assenza di lucidità era l’anima nostra una, cavata dai boschi  sopravvissuti alla città finimmo poi l’attività umana provando a ricordare per la prima volta uno sconfinamento o due anfore di terracotta disciolte nel mare sbucare come animale sfuggito al mirino nelle schiettezze crude dei suicidi leggendari, dei santi sconosciuti e bevitori: ieri ho visto come fine disastrosa scegliere di amarmi – una tipica frase del mattino un cappio di zucchero filato da portarti nella vasca da bagno un piano terra, caramelle gommose per lamette per baciarti i polsi arati nel tempo non così difformi da un cimitero pieno di ratti e fiori rari abbellirci come piante infestanti che crescono nei giardini di nessuno non l’ovvio del peace & love ma vera e scarna incarnazione di scheletrini amanti sotto un cielo di cartapesta Particelle sature di combustione e apparivamo ombre che vogliono precipitare andando attraverso un volo dimenticato cedendoci, cediamo terra svasata che aspetta ritorsioni pensare, pensare un’impalcatura celeste, una gabbia. (2019) *** Quasi una casa I ragazzi  imbucano la notte con crescente disperazione turno finito senza stupori come un rivolo di muschio perduto in un canale di scolo perciò non abili a rispondere a un candore intaccato da un felice disprezzo un qualunque ruolo in mezzo a cemento, laminati raccogliere dal fiume acqua malata ma attinta genuinamente od ombre senza orma né peso  assoldati ai mercati si giocano le anime sotto il led convulso dei lampioni rigidi come generali in un bieco rovistare occhi, bocche, nasi velati di cocaina un abbandono molesto senza possibilità di risarcire un pensiero Stecco che si fa fiore in una gabbia sudicia Notturna palpitante vitalità  I ragazzi sono andati aspettando il mattino col loro culo secco sul legno smaltato delle panchine e guano sotto lunghe funi tese contando i passi falsi fatti dentro quelle mura e lunghissimi secondi in silenzio ascoltando solo il rombo di un aereo invisibile Lasciàti come le macchine dentro le fabbriche a fare la ruggine Una magnolia tra la palestra e la spazzatura e il muro appena sporcato dal sole luce consunta, precisa, senza segreti portata da altri a compimento. (2021) *In copertina e nel testo: disegni di Lucian Freud L'articolo “Rimane la poesia, forza sovversiva del linguaggio”. Dialogo con Andrea Labate proviene da Pangea.
July 28, 2026 / Pangea
“E l’uomo potrebbe salvare tutti”. Lettera a Carmen Gallo di Vincenzo Gambardella
Gentile Carmen Gallo, ho letto “Procne Machine”, poema del salto acrobatico e immobile, verticale, di calarsi nel buio della terra letteraria e novecentesca. Terra devastata oggi e sempre, sterminata dal male della violenza, umana e non, dal male della natura matrigna, persino quando è spenta o apparentemente innocua. Sto parlando del vulcano sterminatore e Vesevo, che lei conosce bene. Al momento attuale, probabilmente, più evocazione di animi in attesa, bocca silente del cratere inattivo, che emergenza, tuttavia segnata dalla fine, temuta, possibile, madre di ogni paura, eppure dispensatrice di immaginazione. È il tempo del suo poema.  Parto da lontano, ma è per dire cosa accade, o cosa potrebbe, in quel silenzio, in quelle pause del non detto (fra una sezione del libro e un’altra), o detto altrove. Il ricaricarsi, io penso, del dono, ecco l’evento che si presenta, la prima volta che si compie la scrittura, che si raddoppia il mondo, e s’incunea in quel valore di vita memorabile, direi per sé, ma non solo, maestà della vita, non creatività o fantasia astratta, che sarebbe poco, niente, bensì il mondo vissuto, incarnato nel senso forte del vivere, metafora del profondo, dell’offrirsi e di riuscire proprio lì dove sorge. Il senso non mio, ma del me offerto nel vero, nel verso. Come pure della traduzione del sé, dell’io in funzione, per uno scavo della parola detta in un diverso idioma, per rivedere l’attimo cristallizzato in cui si è compiuta, consegnata. Sono le due lingue, i due spazi paralleli, della poetessa e della studiosa. Metamorfosi da uno stato a un altro. Qui, lo stare, il contemplare, ha il segno che evolve a guarigione. Ogni metamorfosi pare questo (Samsa non sta sempre a letto come Ivan Il’ic?). Cosa occorre in ultima analisi per scrivere? Nascondersi è la forma del sacrificio. I veri poeti lo fanno, ma bisogna trovare il luogo. “[…] La testa inchiodata a un solo pensiero […]” (pag. 7), che, a quanto pare, è la poesia, perché essa ci permette di conoscere.  “Procne Machine”, è lo sguardo che occorre a rivelare un abisso intimo, da cui deriva anche la carezza gratuita che ci raggiunge, di dire il mondo risanato, inchiodati come siamo alla verità di poter contemplare già adesso il futuro, seppure nel tragico, che è condizione catartica, di comprensione (abbiamo questa consapevolezza noi occidentali). Il libro è un farsi corpo, e mettersi in moto, mettere in atto un organismo che cammina, o vola, saldato al suo perno poetico, di lingua viva e tradizionale, rivisitata in vita, ricomposta in corpo poetico, vivo. Assistiamo al tema del libro, tema che sta già all’inizio (“Ho sempre avuto paura di voi […]”, pag. 7), ma centro, chiodo nel mezzo della Salvezza (“E l’uomo potrebbe salvare tutti o solo sé stesso […]”, pag. 92). Insomma, è presente un’aspirazione al Tutto, o tensione a quell’universo forse perduto e quindi da riconquistare col proprio essere, col proprio sapere, a mani nude (le mani nude del poeta!), che è dramma e tragedia, insieme, del farsi destino, operando in esso. In base al semplice fatto che l’Uomo cerca di capire la consegna, perennemente, arrivando all’apice della salita, nell’inquadramento tonale della Vertigine (del Mito), che rappresenta pure una Speranza, io credo. “Com’è possibile difendersi da ciò/ che ci minaccia o ci reclama dall’alto” (pag. 7), vale a dire che le nostre radici sono in cielo, respingerle appare inaudito, significherebbe rinunciare a noi stessi, smettere di guardare ciò che ci sovrasta, o fissarlo solo per controllo, per difesa, quando invece lo spazio etereo trascende noi e la vita dei nostri simili, in comunione.  Infatti, fin da subito, in apertura del testo, questa contraddizione che divide, marchio ossessivo e fobico, si rivela il motivo eletto a guida del percorso poetico – il quale, al contempo, manifesta un’antica predestinazione, ma con tratti sorprendenti, di profonda vitalità intellettuale e psichica. Da lì in avanti, la freccia scoccata della lingua non ha ripensamenti, precede, corre avanti, se si torce o svolta è per raggiungere meglio la forma, per approfondire, scandire il ritmo della conoscenza, che è una ferita, un’invalidità d’amore – amore, perché ogni ferita ha dentro una totalità di esperienza che si spalanca a noi e ci lascia indifesi.  Il lettore (il lettore attento!) si avvicina a comprendere il lavoro, l’impegno poetico compiuto, spirituale, nonché originale, riguardante la raccolta delle citazioni intorno al Tema (frammisto ad altro, Surrealismo, mi pare, passione per il Surrealismo, ritenuto armonico al discorso, alla ricerca intorno all’origine del dire). Nel subito (stile che tende ad anticipare, a sorprendere e disorganizzare la nostra lettura, per poi rinsaldarla nel confine del cuore) è già compassione e tenerezza, ed esclamazione lirica del dono nel poter scoprire cosa nuova, poesia nuova, trasformata dalla perizia intima, che consiste in questo: il male non annienta, bensì colma. Gli uccelli sono lì per dirci quanto siamo posseduti dal Mistero, come da ciò che ci segna e ci nutre; lo slancio in cui ci proiettiamo, le possibili linee che tracciano nell’aria i volatili, se fossimo in grado di disegnarle potrebbero definirsi degli etogrammi da interpretare, il loro ruolo è svelare chi siamo. Da qui in poi il passo sarebbe ancora più radicale, apparendo eterno.  Vincenzo Gambardella *In copertina: un’opera di Kenton Nelson L'articolo “E l’uomo potrebbe salvare tutti”. Lettera a Carmen Gallo di Vincenzo Gambardella  proviene da Pangea.
July 24, 2026 / Pangea
La tigre della rivoluzione, la iena della borghesia. Sulla poesia di Aldo Dramis
Artiglio nella carne del Meridione, la poesia di Aldo Dramis è animo e animale – “splendida tigre della rivoluzione”. Nato a San Giorgio Albanese (CS) nel 1926, paese arbëreshe della Sila Greca, compie studi classici al liceo ‘Bernardino Telesio’ di Cosenza, per poi laurearsi in Medicina all’Università di Modena e specializzarsi in Odontoiatria all’Università di Bari. Fermamente schierato ed ispirato dal fischio della rossa primavera, deciso si presenta all’esordio con Io torno nel Sud, con nota critica di Raffaele Crovi (Schwarz, Milano 1957), opera caratterizzata da toni lirici che andranno via via dissipandosi nella restante produzione, in favore di una lucida analisi sociale e di un indomito impegno civile. Testimonianza di un destino collettivo e condiviso, risalta nella prima raccolta il Canto dell’Emigrante, che per nuclei tematici (non per scelte formali), anticipa di alcuni anni il più noto Canto dei nuovi emigranti di Franco Costabile; nello stesso libretto, testimonianza di un legame affettivo e ideologico è anche lo struggente Ricordo di Rocco Scotellaro. * Non datato certamente oltre la prima metà degli anni ’60 anche il nucleo originario di Storie contadine, che confluiscono dapprima nella sezione Vecchie storie della raccolta Poesie nuove e Vecchie storie (Edizioni dell’Elefante, Roma 1972), ed in seguito, con rimaneggiamenti, integrazioni e varianti, in Storie contadine (Lacaita, Manduria 1989), sulle quali il poeta Franco Costabile si esprime così in una lettera: “Caro Dramis, ho letto ora le tue Storie contadine e ne resto entusiasta. Poesie così rompono tutta la letteratura di oggi e s’impongono senza tante storie. Mi permetto di abbracciarti e augurarti una prossima trionfale uscita”. Dello stesso avviso circa la prima produzione di Dramis, Pier Paolo Pasolini: “Le cose più pregevoli che ho ricevuto in lettura in questi ultimi tempi… sono due manoscritti di Dramis e di Ferretti, il primo con una serie di novelle verghiane in versi…” (Ulisse, Firenze vol. VI, settembre 1960).  * Concepita e pubblicata nella piena maturità poetica, Calabria ’75 (Rebellato, Quarto d’Altino 1977), prefata da Mario Sansone, è un bilancio di anni controversi, che si colloca a metà tra il furore civile e la placida rassegnazione. Se nella prima sezione Dramis è ancora parzialmente al centro del ciclone, in versi come: e un rinnovato senso di lotta / quasi ci coglie di sorpresa/ come insperata stagione/ di tornata gioventù; Ma la nostra coscienza/ non può essere appagata; e altre lotte/ ci attendono/ al primo lampo/ di un nuovo giorno, nella seconda il poeta è solo un superstite: Non so cosa farò stasera/ e nemmeno domani,/ vi prego di non insistere,/ giovani compagni,/ sono qui inchiodato/ da cupa impotenza; Non vi mando/ più un rigo,/ amici dispersi,/ nemmeno una parola/ di affetto o di rabbia. In questo senso, un’importante presa di coscienza vi è nella premessa ad Una ballata popolare per il 20 giugno: > Ho impiegato molto tempo > a capire > che è impossibile > cavalcare assieme > la splendida tigre della rivoluzione > e la scurrile iena della borghesia > ed è stata, così, la mia, > in parte, una vita sbagliata. che Marco Gatto in Per un atlante della letteratura meridionale (Carocci, Roma 2026) così commenta “In Dramis […] è viva una dialettica intellettuale-popolo che lo costringe, con costanza, a ripensarsi come voce dei subalterni, pur nella vergogna che il vantaggio della cultura e del sapere suscitano in chi vorrebbe dirsi dalla parte degli oppressi: questa maturità politica è una delle cifre dell’opera del militante comunista”. * Si ritorna ad una lirismo più classico con Le finzioni del mare (Edizioni del Giano, Roma 1991), raccolta di testi scelti da Dario Bellezza, che conserva ad ogni modo un atterraggio di riflessione sul destino umano. Nel saggio introduttivo, Realismo Mitico, Bellezza scrive:  > […] Una raccolta densa di sensazioni mitiche, di disposizioni a un’immagine > quasi arcaica del contatto, del rapporto naturale. Un modo fiabesco di > realismo (come non pensare alla Grecia, a Omero – “l’aurora/ dai piedi > dorati”?) immerso in una Calabria celebrata con l’enfasi di un classico. Ma, a > tratti, veemente, si insinua la polemica, e un’energica virata realista > irrigidisce il tono al grave appello di un’intimazione morale: la polemica è > con la scienza, “ci siamo vestiti di civiltà”. La grande analisi gramsciana > della mentalità meridionale non sarebbe fuori luogo qui, tra questi versi […] > Come prendere congedo da questa poesia? Aldo Dramis, non diversamente da > Scotellaro, canta la figura del vinto, finisce con il delineare un’idea di > meridione eternamente aggiogato ai ritmi delle stagioni e agli oltraggi del > potere, inneggia alla libertà del paesaggio contro la sopraffazione della > tecnica in una battaglia che deve avere in sé come presupposto il recupero di > valori e nostalgie intrise di un eros inteso come creaturale ritorno alla > vibrazione cosmica del corpo. * Un lungo arco di parole. Poesie inedite (1950-1998) (Lacaita, Manduria 1998) raccoglie poesie mai apparse in volume; pertanto, tematiche e scelte stilistiche risultano molto eterogenee: dai richiami all’infanzia, al paesaggio, ai soprusi, alla poesia d’occasione. Infanzia è uno dei pochi esempi in cui Dramis insiste sull’ottonario, in un componimento monostrofa caratterizzato al centro dalla frantumazione dell’ottonario in due quaternari, proprio in corrispondenza di una rottura dello scenario iniziale: > Quando ancora ero sincero > dentro il ciuffo del roseto > una chioccia avevo posto > per la cova dei pulcini, > ma il padrone > venne un giorno > come il puzzo dello zolfo, > batté i denti alla mia porta  > e le uova calpestò. * Prima di spegnersi nel 2016 a Belvedere Marittimo (CS), cura per Lacaita nel 2008, insieme a Giovanni Belluscio, la raccolta di poesie popolari albanesi Sa gher’ t’ shogh tij bëghem bor – Ogni volta che ti vedo divento di neve, in segno del forte legame con la propria comunità di origine. A dieci anni dalla morte e a cento dalla nascita, l’eredità di Aldo Dramis, poeta salva corpi, si impone oggi con la forza delle riscoperte necessarie. Poesia di terra, falce e martello che non consola, ma risveglia, graffio feroce contro il muro dell’indifferenza. Salvatore Giuseppe Di Spena ** LE ANNATE Mi trattengo a dire e pensare la sera ultima dell’anno 80, un gran vento, bufere di vento sopra le colline, si è spenta la luce. La Calabria come me unico destino rottame unito. Parlare ora con te, darti una voce e avere silenzio. Nemmeno un lungo pianto potrai più darmi o la staffilata delle cose patite. * IL CONTO DELLE UOVA Facevo il massaro nella masseria di Don Vito,  il più ricco del paese,  non c’è male come stavo,  era un uomo di coscienza.  Ma il guaio è che aveva sposato  una donna di città pittata dai piedi alla testa,  che cosa ci aveva visto  in quella donna Dio lo sa,  si era innamorato come  Sant’Antonio del porco.  Brutta e piena di difetti,  una lingua velenosa  che non trovavi l’uguale.  E ogni anno con la stagione  si presentava al palazzo,  fino ai primi di ottobre.  Per noi incominciava il martirio di Cristo,  tanto era fetente. Veniva a ficcare il naso  pure sotto il nostro letto,  con decenza parlando.  “Queste sono le uova,  questo il latte, questo il grano e così via”. Quell’anno poi si era messo in testa  che le uova venivano meno,  come dire che le rubavo io.  Ora, voi lo sapete,  datemi da mangiare  quello che vi piace, ciò che mi mettono nel piatto lo mando in corpo, ma le uova mi fanno schifo  da quando sono nato. Magari sto digiuno per un mese  ma non ne voglio sapere. Intanto la buona femmina non aveva torto. “Vieni a vedere tu”, mi diceva, e passava il dito nel culo delle galline, al tramonto. Qualche volta provò pure col gallo, per scemenza, si capisce,  e quello a gridare come un dannato perché non era imparato a quel servizio. Ma i conti li portava bene. “Domani”, diceva, “mi porterai cinquanta uova, non uno in meno, mi raccomando”. Il conto lo facevo pure io, ma cinquanta diceva e cinquanta erano. Viene la mattina, conto le uova: trenta, trentacinque, non mi sembra una cosa giusta dico tra me e me, questo è un mistero che devo appurare. E poi non volevo essere per ladro da quella bella stirpe.  Quella notte stessa,  combinazione, andava girando una luna che sembrava mezzogiorno,  mi apposto nel gallinaio e aspetto con santa pazienza.  Non era mezzanotte che sento le galline mormorare  tutte quante e il gallo fare la voce grossa. Si era infilato dentro un serpe grosso come un trave,  da farti tremare. Scappo a prendere il fucile  e lo sparo in bocca. La mattina lo aggiusto  lungo lungo davanti al portone. Così, dico, alla padrona  gli verrà un accidente  e non potrà dare la colpa a nessuno. Come infatti quando esce  si piglia un accidente.  “Signora padrona, questo è il maestro delle uova, l’ho pizzicato dentro il gallinaio”. Ma gli è venuta meno la parola della paura, è caduta a letto con una febbre che i medici non potevano capire. E da quel giorno, grazie a Dio, si è messa da parte e quando esce non sa dove appoggiare i piedi,  per paura di trovarsi faccia a faccia con quella sorta  di serpe velenoso. * CROCEVIA Troviamoci stasera al crocevia a scambiarci due parole ai quattro venti, dire di quello che si è fatto, male o bene che sia. Vediamoci lì perché la gente passa e misura la vita col conto di ogni giorno, attaccati alle code degli asini si ignorano i contadini, se corre una parola è piena di rivolta e perdono le donne i punti della lana. *In copertina: Mattia Preti, “Agar, Ismaele, l’Angelo”, XVII secolo L'articolo La tigre della rivoluzione, la iena della borghesia. Sulla poesia di Aldo Dramis proviene da Pangea.
July 23, 2026 / Pangea
“Ora siamo cani sciolti”. Dialoghi con Aldo Braibanti, il poeta
Quando Empiria pubblicò l’opera poetica completa di Aldo Braibanti, ricevetti una sua telefonata. Mi invitava a ritirare una copia di quella splendida edizione.  Nella sede romana della casa editrice, in via dei Serpenti, dietro i Fori Imperiali, era stato organizzato un piccolo aperitivo. Tra un ricordo e l’altro, prima ancora di sfogliare il volume, Braibanti mi informò che in quelle pagine era apparsa una poesia e che molti lettori si chiedevano chi fosse “Fosco Flosodaco”: una persona, un titolo, un personaggio. Fu allora, con un certo imbarazzo, che io e gli altri presenti comprendemmo che quei versi erano dedicati a me. Non lo presi come un riconoscimento. Non ho mai amato apparire. Forse avrei dovuto essere lusingato, cosa che non sopporto. Eppure, fino a quel momento ignoravo l’esistenza di quel testo: quando era stato scritto, in che anni, in quali circostanze. Gli anni di amicizia e collaborazione con Aldo Braibanti rappresentarono, per chi come noi frequentava il suo teatro e la sua casa, una vera scuola. Ci sembrava di essere tornati all’Accademia delle origini, all’Accademia di Platone o a quella di Marsilio Ficino. Con lui si studiava il “corpo unico” della natura e la critica al dualismo mente-corpo. Si parlava di libertà dell’individuo, di Spinoza come pensatore anti-Orwell, di metamorfosi. Della consonanza tra Spinoza e i maestri orientali e taoisti. Di corpi simili che, potenziandosi a vicenda, confluiscono in un corpo unico. Di mirmecologia e di superorganismo. Con la stessa urgenza discutevamo sulla violenza e sul male che il potere può esercitare sui cittadini non funzionali al proprio sistema, quelli segnati dalla diversità che ogni intellettuale rappresenta rispetto allo stato borghese, dell’ingiustizia come crimine contro la libertà. In quell’occasione, però, ignoravo che quella poesia fosse per me: una richiesta d’illuminazione, l’invito a salire sul veliero degli Argonauti e a partire per l’avventura poetica. Aldo Braibanti parlava con reticenza della propria poesia, che considerava un esercizio privato. Come il suo teatro più recente rifiutava l’ideologia della rappresentazione e del palcoscenico tradizionale, così la poesia, a suo avviso, avrebbe dovuto sottrarsi all’ideologia della pubblicazione. Era una posizione dichiaratamente anti-ideologica. Su quel “vascello” ci siamo scontrati molte volte, nel tentativo di governare le nostre ansie di militanti culturali immaginari. Lo ascoltavo leggere versi su fogli non disinfettati. Era splendido anche quando l’approvazione lo metteva in difficoltà. Un grande poeta. Avevo studiato il suo teatro engagé, i collage, gli objet trouvé e criticavo spesso il suo progetto scenografico e oggettuale. Per questo avevamo interrotto i rapporti più volte. Ma alla lettura dei suoi primi testi teatrali, di matrice pirandelliana, e delle sue poesie, riaffiorava intatto il suo grande stile. I nostri dibattiti vertevano sull’estetica e sull’idea di bellezza. Aldo Braibanti sosteneva che nelle relazioni affettive agisse una forma di “razzismo estetico”: la bellezza, assunta a criterio di selezione, orientava le scelte sentimentali. Questo meccanismo, a suo avviso, non era naturale ma il risultato di propagande estetiche e dogmi sociali che monopolizzavano il linguaggio della bellezza, determinando ciò che veniva percepito come desiderabile e ciò che veniva escluso. Riteneva che l’amicizia fosse la forma più alta d’amore. Forse aveva ragione.   Io sostenevo invece una differenza tra la concezione estetica dell’amore e della bellezza propria dei poeti, e quella degli artisti visivi. A dividerci era una questione metafisica. Da artista visivo, ponevo al centro il primato del canone estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza. Per Aldo Braibanti, il canone estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza erano l’anima stessa del libero arbitrio. La posta in gioco non riguardava soltanto l’arte, ma la natura dell’essere umano e della creatività. Io proponevo invece un compatibilismo tra volontà e causa: nell’opera d’arte non si manifesta soltanto la volontà dell’artista, ma l’intero sistema di relazioni, simboli e forze che agiscono attraverso di lui. Il giorno della presentazione di Frammento frammenti evitai di coglierlo in contraddizione. Non ci vedevamo da tempo e la vita, si sa, è difficile…   Rimanemmo amici. Divisi, semmai, dal libero arbitrio e dal compatibilismo. Fosco Valentini ** Provincia  A dodici anni s’impicca e prima scrive: ciao mamma tanti saluti a Dracula La gente dice cuore e vorrebbe dire culo Uno prende il carbone e lo mette nel brodo per cambiarlo in diamante Questa sera si recita la farsa del clown e del fachiro Ogni romanzo d’appendice ha la gioventù bruciata che si merita C’è chi avvelena l’aria coll’atomo e c’è chi inventa il rumore plurilingue Ha suggestioni sottili il labirinto di vetro e alluminio della periferia Ho paura di amarti e soffoco il panico nell’acqua bollente Faccio scongiuri – scrivo un libro – cammino  – Dico sassi che intendo – e noi non ci possiamo capire [Fiorenzuola, 12 agosto 1959] * Dov’è scritto noia cancello e scrivo ruggine Credevo fosse virtù era solo paura Dove è scritto pietà cancello e scrivo rondine Credevo fosse colpa era solo coraggio Dove è scritto infinito cancello e scrivo vita Credevo fosse notte era solo lo sforzo Dove è scritto amore cancello e scrivo te Credevo fosse facile era solo l’aurora [Fiorenzuola, 16 agosto 1959] * se dico non so credilo è vero vera è l’estate vera la pietra tarlata delle menzogne civili vero il tremolio della mano che stringe parole pesci silenzi se dico resto credilo è vero vera è l’onda che lambisce il mio subbuglio vera questa protesta di molte ottuse distanze vera questa grande voglia di pace veri gli spazi inattesi agli occhi spalancati fino allo spasimo [Roma, 1970] * Tano  eravamo cani alla catena abbiamo lacerato con i nostri denti la gabbia degli altri ora siamo cani sciolti davanti a noi ci sono nuove catene e praterie per correre e cantare compagni amare è cantare noi non vogliamo più aggettivi vogliamo essere solo dei cani [7 marzo 1974] * non ho mai pensato che la poesia fosse un lamento poemata non sono stivali d’alterezza parole in libertà non sono catene programmate canto non è funerea esibizione non ombra vacua delle memorie sepolte non statua incensata e turpe dell’eterno ideale ma solo un uomo intero anche quando la sua carne è sterile e avvilita è tutto qui – la mia carezza disegna il tuo profilo sul legno della notte la mia carezza è il tuo scudo nell’attesa dell’alba la tua carezza è la scala verso il reportage della vita la tua carezza finge nel mio corpo il ricettacolo dell’universo [27 marzo 1981] *Le poesie sono tratte da: Aldo Braibanti, Frammento frammenti, Empiria, 2003 L'articolo “Ora siamo cani sciolti”. Dialoghi con Aldo Braibanti, il poeta proviene da Pangea.
July 22, 2026 / Pangea
“Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto: Graziano Mazza
Graziano è arrivato con la pelliccia. Era una pelliccia nera, lui biondo, si notava ancora di più. Non ci va nessuno ai reading in pelliccia.  La voce squillante tipo la mia, la voce delle strade romane, zero affettazione, il giusto riguardo, il rispetto empirico. Ho pensato questo è un beat, forse non lo sa, probabilmente sì. Quando poi mi ha detto che andava a fare un rituale a Trastevere, un canto alla musa sghemba, alla parola apotropaica, ne ho avuto conferma. Respira follia come me, si è accomodato nel verso storto, comodamente scomodo, in movimento. La frequenza è quella del manifesto: busto del Pincio – busto del Gianicolo. L’agio sinaptico è una discoteca di proiezioni: visioni di platani e sampietrini. La metrica dell’acmeismo russo e del simbolismo francese.  * Il cantiere è aperto: per dare il benvenuto nel circo di Roman Beat all’acrobata che porta il nome di Graziano, si è scelto il testo di una performance tenuta in Piazza Santa Maria in Trastevere, al crepuscolo, con gli addobbi rituali e il canto che segue nelle corde. (Edoardo Piazza) * Roma Città Apostata Accade anche che si sfrutti espressamente un altro desiderio. Quel desiderio che è stato generato ma, in via della Lungaretta, ci siamo resi conto che non era stato esaurito: ce lo siamo preso con l’abbraccio ai sampietrini e ai muri. Accade anche che sia andato vestito da vescovo dei miei trisavoli, tracimando carbone e fiele dalla bocca per i penati. Regine e Reges Sacrorum proteggetemi da questo mondo, datemene uno nuovo. Donatemi la fine di questo e l’anticipazione della venuta: quell’altro mondo dimenticato che ritorna tra corpi tutti santi e spiriti danzanti. Un granello di carne di un sistema epistemologico binario, un grigio trasformativo transtiberino, un generatore di complicità tra unicità complesse. Accade anche che si trasversi la città in processione performativa, che si svasi a Roma come un’apparizione: nascendo al tramonto, ci si trascina col sé una mitologia a venire. È un’iperstizione in movimento, un dispositivo che produce il reale attraverso i balbettii dello spirito.  L’avvento, accompagnato da una favola di musica, percorre il tempo sconosciuto che collega l’ora al domani, ritmo come battito di una collettività che nasce. Un rito di anticipazione. Un miracolo parcheggiato in divieto di sosta. Grazie Carro Amato, un progetto di Marie Hervé, Andrea Lo Giudice, Nunzia Picciallo, Šumma ālu e Flavia Tritto con la partecipazione di Spazio Supernova. * Carro Amato Intro Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono appartenere. Che si apra la via. Che si apra la strada. Che la città conosca il passaggio gentile del morbo.  Io benedico questo carro con la polvere chiara di cometa con il respiro degli alberi rimasti con il sonno delle pietre antiche con il canto degli animali invisibili con le mani degli insetti con le radici che tramano sotto l’asfalto con l’acqua vendicativa dei tubi e delle nuvole delle lacrime e degli abissi della terra. Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.  Nessuna ruota schiacci il grillo nessun organo allucinatorio dimentichi il vivente che ha memoria.  Venite spiriti della soglia custodi del muschio, del vento e della rugiada venite senza clamore. Sedete sugli assi intrecciate nastri di luce per la rovina donateci la leggerezza dei buchi neri  fate che il suo passaggio riabiliti il nascosto.   Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.  Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono appartenere. Attaccheremo al sangue la gioia.  Benedico la febbre degli uomini soli Benedico il firmamento delle lucciole.   Io chiamo le madri del prima le antenate del fuoco, le nonne delle tempeste le guaritrici del destino le voci che tenevano insieme il mondo Venite, presenze buone. Venite, spiriti miti. Venite, arpie e sirene.  Che il suo viaggio sciolga malocchi d’indifferenza Che rompa incantesimi di consumo e solitudine Che disarmi la mano che prende senza chiedere Che renda sacro il limite. Che renda dolce il confine. Che renda udibile il mormorio del tutto. Io benedico questo carro Sia benedetta la carne che lo compone Sia benedetto il ferro Sia benedetto il legno Sia benedetto lo scheletro Sia benedetta la strada Sia benedetta la città che non dimentichi la terra sotto di sé * Outro Sia benedetta la città che non rende uguali. Dall’ombra una crepa di luce di latte delle rovine.  Madonne bianche, velate di cenere e polline Scrivete un nome che non si pronuncia Scrivete di un grembo soltanto di pelle Scrivete di legno femore, ferro gola, stoffa mano, respiro animale, radice ferita, d’acqua maramea Da ogni ruota sale un canto Al primo canto trema la pietra. Al secondo parla il verme. Al terzo si desta il cane dei confini. Al quarto il corvo apre i libri del cielo. Al quinto il seme ricorda il bosco futuro. Al sesto canto l’uomo perde il trono.  È nato ciò che resta dopo la fine del dominio: pelo, piuma, pelle, foglia, spora, squama, sale, saliva, rugiada e terra nera unite nel cerchio. Da ogni ruota singhiozza un pianto Dalla prima esce la memoria. Dalla seconda la fame. Dalla terza il lutto degli animali. Dalla quarta la città che brucia. Dalla quinta il fiume incatenato. Dalla sesta ruota una mano vuota.  Siete nati con occhi d’apocalisse, con denti di fiore, con lingua di tamburo e di muschio. Beate, siete venute al mondo come alleanza. Sei volte è caduto il velo. Venite, presenze buone. Venite, spiriti miti. Venite, arpie e sirene.  Graziano Mazza * Bio: Graziano Mazza è scrittore, poeta e traduttore, ricercatore in teologia economica a Parigi. Dirige una collana di poesia internazionale, ‘Fatto Umano’. La sua ultima pubblicazione è Vacue Scuse (Ensemble, 2024). Ha fondato e dirige il collettivo d’arte trasversale Monx26 a Parigi. Spesso è negli stessi posti, ma gli stessi posti non sono con lui, quindi vagabonda chiamandoli a voce alta. Come un cretino, aspetta il giorno in cui il senso e la parola finalmente coincidano. Lo aspetta fumando, non conoscendo altro modo. *In copertina: Fernand Khnopff (1858-1921), Donna mascherata L'articolo “Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto: Graziano Mazza proviene da Pangea.
July 17, 2026 / Pangea
Luglio simbolista
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino. Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza. * A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire rispetto a una persona.  Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.  Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino. E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si incollava al paesaggio come una Polaroid.  Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.  Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi spettinati che parlano di feste.  Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.  Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti neuronali. La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.  I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi interessa. A lei piace il dialogo a tavola, a me no.  Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli irrigatori. Che fai dopo? Yoga. Mi vengono in mente le guardie napoleoniche. A me i camaleonti. Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo? Per andare contro me stessa. Stasera sei bella magari domani non lo sarai più. Tu sei bello perché non sei bello. Ti danno ancora fastidio i rumori? Sì. Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino ristorandosi col tè made in Albione.  Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi lesi e offesi. Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti eccelsi sono tre, non di più.  Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano il gong monastico di una grande emozione. * Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei boscimani. * Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni tracannare incenso rubato. Amen. Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le tracolle di male. * Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal cielo. * Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo. Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.  «Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere. «Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.  * Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori. Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.  Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione per la pubblicità.  * Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati. Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico è la composizione: chiedilo a Keith. Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli scrigni della tecnologia.  Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé. «Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù. * Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione. Disseminazione. * I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato fila di cipressi.  * Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità degli spiriti indigeni del selvaggio West.  Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da un felino.  Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua imposta ad usura e per il peccato.  * «Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle occasioni». * Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.  I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.  * Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo corto e non ci sono più segni zodiacali.  La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i volti dei sumeri. Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti. L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del sole. Il sole mente.  * Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha inventato per dormire.  In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino. Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.  * Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest attraversando due sillabe.  Edoardo Piazza *In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un po’ di Haring a casaccio L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
July 11, 2026 / Pangea
“Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo
Considero Idria Pilogallo una di quelle rare e nuove voci autoriali del nuovo millennio in grado di traghettare brani di un meridionalismo che andrebbe ancora indagato, autentico, distante anni luce dall’uso ruffiano e pretenzioso, fasullo, da laboratorio editoriale (storytelling da batterie), attraverso cui sì è coltivata una certa narrazione del sud, tutta Marianna Ucrìa o rosolio e guantiere, mulattiere e rocche sulla cima, a strapiombo sullo Ionio, funestate da saghe criminali o peggio famigliari o qualcosa di questo tipo. Idria Pilogallo ha origini calabresi, benché dimori in Toscana. Trascina con sé il vigore di una voce lavorata dal suono e dal furore (colori, sentori, paesaggi) di taluni luoghi, così precisi e imprescindibili nel procedere di uno scrittore. Il racconto che vi propone si distanzia dalla luce cieca e violenta di altri suoi scritti, ambientati nelle lande aride e assolate della Calabria, eppure, malgrado sia ambientato nella capitale, ne traduce ugualmente la potenza, non decriptabile, una qualche segreta virtù affabulatoria, c’è, l’ascoltiamo, a un livello di percezione che vibra, ma non in superficie. Avrei voluto inserire Idria in una antologia di nuove voci del Sud, di un Sud vero, sciagurato, confuso in un meticciato dalle molte incavature, inflessioni, lingue, come in una Babilonia del transumanesimo. Idria Pilogallo è una voce letteraria definita, io direi persino potente, che meriterebbe una diffusione adeguata, la pubblicazione dei suoi scritti senz’altro. Ringrazio Davide Brullo per averla accolta e averle dato una possibilità, qui su Pangea, chiedendomi infine di introdurla. L’ho fatto. Buona lettura. Veronica Tomassini  ** Trenta sacchi di buio Roma, Corviale, estate 1995 C’erano trentaquattro gradi all’ombra ma il riparo al Serpentone era solo cemento armato che sudava miseria. Avevo giurato a me stesso che in quel chilometro di alveare umano non ci avrei rimesso piede. Nemmeno sotto minaccia, nemmeno per un carico di roba pura. Eppure, eccomi lì.  La porta di Maria, al piano seminterrato, era socchiusa. Quel genere di invito che un uomo con un briciolo di cervello rifiuta, a meno che non stia cercando il proprio conto finale.  Dall’interno usciva un odore denso, una miscela di muffa e segreti sepolti. Lo riconosceresti tra mille: è il puzzo dei bassifondi e dei cessi degli squat dove avevo buttato via i miei anni migliori. «Maria?» chiamai. Nessuna risposta. Solo il silenzio della periferia. Feci un passo e qualcosa scricchiolò sotto la mia scarpa. Mi chinai. Era una fotografia calpestata. Qualcuno aveva ritagliato la mia faccia, quella di vent’anni prima, e l’aveva incollata sul corpo di un bambino. Mi si irrigidirono le mani. Il monolocale era una discarica di ricordi inutili. Maria aveva vissuto in quella casa, immersa nelle carte e nei gingilli che andava raccattando in giro per la capitale. Vasi sbeccati, cestini, pile di quotidiani ingialliti che svettavano come colonne in un tempio in rovina. Ovunque c’erano oggetti senza nome che lei raccoglieva per le strade della capitale e portava a casa come offerte votive. Poi mi arrivò la zampata d’aria calda. Un lezzo insopportabile si insinuò nelle narici. Mi coprii la bocca con la mano e mi trascinai fino alla finestra. Ai piedi del tavolo mi si bloccò il fiato.  Una coperta viva di scarafaggi, larve e mosche ballava intorno a un corpo. Maria. Il capo reclinato, le braccia inerti lungo i fianchi. Al collo, un pendente di San Giuseppe inviolato. Caddi all’indietro su una montagna di vecchi libri ammuffiti. Unii le mani in un gesto che assomigliava a una preghiera ma era solo un modo per non guardare il mio peccato in faccia.  Lo spettro di quella donna non mi avrebbe dato tregua. I vicini la chiamavano “Asso pigliatutto”. Gli uomini sanno essere squali quando vedono qualcuno che affoga. Per loro era solo la matta del quartiere che riempiva la casa di spazzatura. Non capivano che quella spazzatura era l’unico collante che teneva insieme i suoi pezzi. L’avevo incontrata sul bus 773, la linea che trasporta i disperati dal centro ai margini. Destinazione Porta Portese. Io ci andavo con una scimmia nelle vene che mi mordeva il cervello per trenta sacchi di eroina; lei con i sacchi di plastica vuoti per raccogliere gli avanzi del mercato. Due ferite aperte, due errori nel sistema urbano che la città cerca di dimenticare tenendoli a distanza.  Fu su quel bus che vidi la scatola. Una vecchia latta di biscotti Gentilini, roba di Natale sbiadita dal tempo. La stringeva al petto come fosse un reliquiario. Dentro c’erano centinaia di ritagli di giornale. Cronache diverse, anni diversi ma lo stesso volto sgranato. Ci avevo messo un’eternità di eroina a capire, con la testa annebbiata dalla roba. Poi, l’intuizione mi aveva colpito come una lama fredda nello stomaco. Quel volto era la mia faccia di vent’anni prima.  Il ricordo riemerse come una serie di scatti bruciati che sanno di ferro arrugginito e ozono, di freni surriscaldati e pioggia sui binari. Erano le sei di un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui Roma è una distesa di fango e travertino sporco, sotto un cielo color piombo. Mi trovavo in stazione ed ero in astinenza dura, quella sensazione di formiche sotto la pelle che ti fa desiderare di strapparti la carne di dosso.  Mi servivano trenta sacchi. Solo trenta.  Lui era seduto su una panchina di ferro. Un ragazzino, sedici anni al massimo. Lo zaino tra le gambe, le cuffie alle orecchie. Troppo pulito per quel posto. Aveva un orologio al polso che brillava blu sotto i neon della banchina. Un regalo, forse. «Dammelo», dissi. La mia voce uscì come un rantolo. Lui non mi sentì, aveva le cuffie. Gli misi una mano sulla spalla. Sussultò, mi vide troppo tardi.  Lo strattonai per strappargli l’orologio, lui spinse, io risposi con un colpo secco. Un riflesso schifoso da tossico per comprare qualche ora di pace. Il suo piede scivolò sul cemento viscido. Poi arrivò il fischio. Un merci in transito a settanta all’ora. L’aria si spostò con la violenza di uno schiaffo, puzzando di gasolio e freni surriscaldati. Lo vidi oscillare nel vuoto, gli occhi nei miei per un millesimo di secondo. Poi cadde. Nessun grido, solo un urto sordo contro il metallo e il sibilo dei freni d’emergenza.  Non guardai giù. Mi voltai e corsi finché i polmoni non presero fuoco, finché il quartiere non mi inghiottì. Per vent’anni mi ero raccontato che fosse stato un incidente. La stampa liquidò la faccenda in cinque righe “Giovane cade sui binari, tragedia alla stazione”. Nessun colpevole da cercare. Caso archiviato” Ma in quel seminterrato a Corviale la verità venne a galla come un cadavere rimasto troppo a lungo sul fondo del Tevere. Quel treno non si era mai fermato, aveva continuato a correre nella testa di Maria per vent’anni, portandosi via la sua lucidità pezzo per pezzo. Il ragazzo della banchina era suo figlio. Mi chinai sul cadavere. Schiacciata sotto il suo peso c’era la scatola di latta Gentilini.  La sfilai e la aprii. Dentro c’erano i frammenti di una vita che avevo cercato di dimenticare nei cucchiai bruciati. Maria aveva incollato la mia faccia su foto di riviste: corpi di uomini in carriera, padri di famiglia, viaggiatori. Mi aveva fatto crescere sulla carta. Mi aveva inventato un futuro. In fondo alla scatola trovai un quaderno a quadretti gonfio di umidità. Ogni riga era un appunto preso sul bus 773. “Oggi ha la tosse.” “Si è addormentato al posto del finestrino. Respira.” “Ha litigato con l’autista. È vivo.” “Oggi non c’era. Ho aspettato.” Mi mancò l’aria. Nel suo delirio non cercava l’assassino di suo figlio. Aveva adottato me. Ero il sopravvissuto miracoloso di quella banchina, condannato a una morte lenta che lei cercava disperatamente di fermare tra le sue carte. L’Asso Pigliatutto aveva raccolto me, la spazzatura più schifosa. Mi aveva tenuto in vita con lo sguardo, aspettando un cenno o un perdono che non sapevo nemmeno di dover chiedere.  Afferrai la scatola e la strinsi al petto. Uscii da quel buco risalendo le scale. La luce del mattino mi colpì gli occhi come una condanna a morte. Nel piazzale, tra carcasse di auto bruciate e asfalto spaccato, Corviale sembrava un monumento al fallimento umano. Il 773 spuntò come un relitto arancione tra le buche. Salii. L’autista mi squadrò nello specchietto ma, in periferia, impari presto a non fare domande a chi ha gli occhi vitrei. Mi sedetti nell’ultimo posto in fondo, la vecchia postazione di Maria. Poggiai la scatola sulle ginocchia. Presi il ritaglio con la mia faccia e lo guardai. Poi, lo ridussi in coriandoli. Aprii il finestrino e lasciai che il vento della Portuense se li portasse via, tra i piloni di cemento e il gas di scarico. Il bus morì alla stazione di Trastevere. Scesi. Stessa banchina, stesso sapore di gasolio nell’aria. Mi sedetti sulla stessa panchina di ferro, la stessa di vent’anni prima. Qualcuno ci aveva inciso sopra nuove scritte. In fondo al binario c’era un ragazzino. Sedici anni, forse, cuffie bianche alle orecchie, zaino a terra. Mi diede un’occhiata distratta e tornò allo schermo del suo cellulare. In quel momento capii il piano di Maria. Non era pazza. Era stata la mente più lucida e spietata del mondo. Mi aveva costretto a esistere finché lei avesse avuto la forza di guardarmi. Ora che se n’era andata, toccava a me. Il fischio del treno arrivò da lontano. Le rotaie iniziarono a cantare il loro pezzo metallico. Mi alzai.  La scatola di latta, ormai vuota, mi scivolò dalle dita e rimbalzò sul cemento prima di finire giù, tra le traversine. Mi portai sul ciglio della banchina, il vento del convoglio in arrivo mi schiaffeggiò la faccia proprio come quella sera. I binari brillavano sotto il sole. «Maria,» sussurrai. Il boato inghiottì il nome. Non servivano spinte. Il cerchio si chiudeva con la precisione di un conto che viene saldato. Un piede che scivola, il vuoto che si spalanca e il buio che smette di inseguirti perché gli vai incontro. Qualche ora dopo, sul bus 773, un’altra anima persa trovò una scatola di latta abbandonata sull’ultimo sedile in fondo. La girò tra le mani e la aprì. Era vuota. L’uomo guardò il grigio della periferia scorrere fuori dal vetro per tutto il tragitto.  Poi, con la lentezza di chi non ha nessun posto dove andare frugò in tasca, tirò fuori una vecchia fotografia sbiadita, la guardò per un istante e la lasciò cadere sul fondo della scatola.  Chiuse il coperchio. Il bus continuò la sua corsa verso il Serpentone dove niente va mai perduto, ma tutto ritorna. Idria Pilogallo *In copertina: Félix Vallotton, “L’homme poignardé”, 1916   L'articolo “Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo proviene da Pangea.
July 10, 2026 / Pangea
“I fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia”. Con Cristò nel buco nero della letteratura
“Questo libro fa schifo”, dice Giovanni Bartolomeo. Siamo alla prima pagina. “Che ora è? – lui Sono le undici – lei. In realtà sono le undici e cinque minuti ma Catrina sa che i minuti hanno poca importanza prima i diventare dieci o meglio quindici. Caterina sa anche che i minuti per suo padre hanno poca importanza in generale”. * Siamo alla seconda pagina. C’è un padre, un libro che fa schifo, una figlia che mente sui minuti esatti perché ora per suo padre non hanno importanza in generale. Questo è l’inizio di Sull’orizzonte degli eventi di Cristò Chiapparino, edito da TerraRossa edizioni, 2026. Ci sono libri che prendono il lettore e lo mettono dentro un imbuto, lo centrifugano. Ci sono invece autori, come Cristò in questo suo libro, che tengono il lettore esattamente sull’orizzonte degli eventi, con una corda legata alla vita, un po’ tirata. * Quando si inizia a leggere questo libro si ha la tentazione di andare avanti, di leggere in modo vorace per capire cosa succede, per scoprire l’impianto puramente narrivo. Dove va a finire questa storia? Che cosa accade? Ma molto presto ci si accorge che questo è il modo sbagliato di leggere questo romanzo. Sull’orizzonte degli eventi va affrontato esattamente come suggerisce il titolo, bisogna leggere ogni riga come fosse il confine smangiato del prepicizio della gravina. Con la polvere che non sai mai se ti trascinerà verso il basso oppure ti salverà la memoria. La memoria è il buco nero che ingoia tutto e attorno a cui ci muoviamo, indisturbati e incauti, durante la lettura. * Potrei dire che è un libro sulla perdita di memoria, potrei dire che è un libro su uno scrittore di successo che affetto da demenza senile non ricorda che il libro che sta leggendo, e che gli fa schifo, è suo ed è il libro del suo successo, potrei dire che è un libro sul come si sta attorno a un uomo che perde la memoria. Ma sarebbe francamente tutto molto riduttivo. Cristò gioca moltissimo con l’impianto narrativo, una storia dentro una storia, e sotto un’altra storia. Una sorta di matrioska, se guardi bene vedi altre linee da seguire e che poi non segui. Questo perché Sull’orizzonte degli eventi va affrontato pagina per pagina, con calma, come si seguirebbe un sentiero sul limite della scogliera a strapiombo sul mare. Il rischio di cadere in fondo all’abisso della perdita, del dolore, della memoria è altissimo. Ma accade proprio così quando si assiste un familiare che perde la memoria. * Il libro parte da un’esperienza personale dell’autore, ce lo svela nella postfazione, per rispondere all’accusa di una signora che anni indietro a una presentazione di una precedente edizione gli contesta il fatto che lui parla di questo libro come “senza cuore”. Ma quando si accudisce un padre che perde la memoria è esattamente come stare sull’orizzonte degli eventi, sul limite di un buco nero. Si ha in casa qualcuno che annienta tutte le logiche convenzioni dentro di sè, il suo cervello diventa un secchio di acqua e cenere, qualche volta un pezzo più grosso, bruciato e nero, rimane sul fondo o risale a galla. Qualche volta alza la testa verso di te e lo vedi dallo sguardo, questa volta mi riconosce – pensi – ed è così ma letteralmente due secondi dopo ritornano indietro le pupille, rifanno l’altro sguardo, quello obliquo e pieno di brina sull’iride. Sai che è già altrove, che potrebbe urlare da un momento all’altro oppure chiederti dolcemente chi sei, perché sei nella sua casa. Cristò scrive questo libro per chi resta ai bordi di un buco nero che è la perdita di memoria,  per chi è abituato a infilarsi nei cunicoli di intersezione tra il dovere e la vita. * I nomi e i ruoli, dare un nome agli elementi vivi che ti  girano attorno in casa e a volte non sai chi sono, senti che li conosci ma c’è qualcosa che proprio te lo impedisce. Quindi quella in cucina pensi che sia tua figlia, si chiama Caterina, e quello che ha appena suonato al citofono e ora entra – dice tua figlia – si chiama Davide. Ma deve essere il marito, sicuramente. Però non lo sai più, dare i nomi per dare i ruoli. I nomi cambiano di posto velocemente nella testa di coloro a cui la memoria si sfibra come un nastro tagliato male alla cui estremità i fili si tolgono, uno per uno, si perdono per strada. Il problema dei nomi è centrale, è forse il vero nucleo oscuro attorno a cui ruota il libro, il nome che è un ruolo, una assegnazione di posto specifico sulla scacchiera delle relazioni, l’affetto ha bisogno di definirsi in un nome perché sia comprensibile, gestibile. Definire i confini e gli accordi delle relazioni sentimentali è importante per molti, anche per quelli che dicono che non vogliono incasellare le cose. Perché come fai quando ti devi alzare per andare in bagno e hai bisogno di essere tirato su, come chiami quella che sta lavando i piatti nell’altra stanza. È tua figlia o tua moglie… o tua madre? * Un libro che si legge come inchiodati alla soglia dell’architrave della cucina, ci si appoggia con un fianco e con un braccio, un po’ obliqui col corpo e si guarda l’altra persona, quella che sta con la testa che è un secchio di acqua e cenere, vagare nei labirinti delle parole senza successo, senza bussola, senza niente. > “L’aveva sempre chiamata mamma, ma da quando era morta le veniva più naturale > chiamarla per nome. Quando il medico le aveva detto ‘la signora Teresa non ce > l’ha fatta’, il nome aveva preso il sopravvento ed era successo in un attimo. > Da quel momento in poi Caterina aveva parlato di sua madre pronunciandone il > nome tutte le volte che era possibile. Non è morta la mamma, è morta Teresa. > Lo faceva per questo, inconsciamente.” Dire il ruolo significa esplicitare un legame, la corda stretta alla vita fatta di carne e sangue, che ti tiene in vita e altre volte invece ti strozza. La figlia Caterina non voleva dedicare la vita a un uomo, infatti amava le donne, e si è ritrovata ad accudire suo padre, un uomo, a dargli i giorni e i secondi. Anche i minuti che non conta più per lui, che non hanno importanza nel tempo di acqua e cenere che scorre nella testa di lui. * Questo è un libro delicato, che scorre lungo la soglia che separa i vivi e i quasi morti. Quasi morti sono coloro che non ricordano, perché respirano e urlano, mangiano e vanno in bagno, sono da lavare ma non sono ancora morti, sono quasi morti e non più quasi vivi. Per loro le presenze che ruotano in casa sono come fantasmi, fantasmi dall’altra parte del velo, dove tutto pare avere un qualche significato, una certa precisa ragione. > “E i fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia e ti portano a letto > guardandti con occhi stanchi e amorevoli dietro una faccia che non riesci a > decifrare.” * Una faccia che non riesci a decifrare. Deve essere proprio così. * C’è un altro aspetto che scorre come una vena sotterranea di un fiume lungo tutto il libro: il ruolo della scrittura, lo scrivere, l’essere uno scrittore. Lo scrittore noto che rilegge il suo libro più famoso e che lo trova orribile. La scrittura come linea di ossessione, una linea marcata di nero da seguire fino alla fine del burrone, fin dentro al buco nero. Un libro, questo di Cristò, adatto per chi ama la lettura, per chi vorrebbe sapere cosa succede dentro e attorno a chi perde la memoria, un testo per chi vuole provare a stare sulla soglia. > “Donatello si sta rendendo conto che la scrittura si può fare reale, può > interferire con la vita”. Clery Celeste *In copertina: un disegno di Johann Heinrich Füssli L'articolo “I fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia”. Con Cristò nel buco nero della letteratura proviene da Pangea.
July 9, 2026 / Pangea