Aldo Piromalli nasce a Roma nel 1946 e inizia a scrivere precocemente. È
caparbio e ribelle. «Nelle pagine giovanili della vita di Piromalli – in linea
con i fermenti della Contestazione – la lontananza dalla famiglia che,
probabilmente non capisce la sua vera natura di uomo che aspira a una sua
libertà, è preoccupata, ne limita i movimenti e cerca in qualche modo di
“raddrizzarlo”, ma lui non ha né voglia di continuare a studiare (per lo meno il
frequentare il distante istituto scolastico voluto dal padre), né di applicarsi
in maniera consapevole in altro modo»[1].
Lui stesso dichiarerà:
> Mia madre e mio padre mi fecero rinchiudere in un ospedale psichiatrico perché
> si sentivano disturbati pericolosamente dalla mia persona. Carlo Silvestro
> (giornalista) fece sì che lo psichiatra mi lasciasse uscire da quell’istituto
> di ricovero.
>
> (lettera del 2019)[2]
E anche:
> Ci tengo a sottolineare e a specificare a proposito della mia permanenza di
> tre mesi in un ospedale psichiatrico essere questa stata un’esperienza
> dolorosissima. Solo tramite l’arrivo di Carlo Silvestro e di ******** ******
> riuscii a uscire… E ciò grazie alla conversazione che costoro ebbero con lo
> psichiatra in cui spiegarono che se non mi avesse lasciato uscire avrebbero
> scritto degli articoli di protesta sui giornali per cui loro stavano
> lavorando… in seguito non avrei più vissuto assieme ai miei genitori… avevo
> vent’anni… non avevo voluto prestare servizio militare (ero stato riformato
> con l’articolo 28). Era l’anno di grazia 1969… c’era stato un anno prima il
> maggio francese… io nel 1966 ero già stato ad Amsterdam.
>
> (lettera del 2019)[3]
Retrospettivamente il suo stile di vita e le scelte da poeta possono essere
affiancate con il concetto e l’immagine di ‘beat’. Piromalli, con altri, fece
parte di un movimento dal basso che propose, di fatto, un’altra via alla poesia,
oltre la linea tradizionale e oltre quella iper-intellettuale della
neoavanguardia. Gli autori del momento, giovani, alcuni scappati di casa,
stavano cocciutamente ed “eroicamente” rifiutando famiglia, lavoro, chiesa e
partiti (la gioventù diserta le organizzazioni partitiche/ e costruisce le
grotte per nascondersi, da Urlo Beat, Milano, 1967), sentiti come barriere
separanti da superare. Questi ragazzi stavano trovando modi per dissociarsi da
molto di quello che avevano di fronte.
I maestri di Piromalli però non sono, come per gli americani, i grandi musicisti
bop o Walt Whitman e i suoi slanci, bensì i grandi esiliati della letteratura
europea e poi Dante e Leopardi. Non risulta comunque facile capire se vi fu
un’influenza poetica decisiva o predominante. Il nostro appare come un degno
nipote di Arthur Rimbaud, Dino Campana e, come suggerisce il professor Ugo
Fracassa, Emanuel Carnevali.
Lascio ancora la parola a lui:
> Sono nato in una città maledetta dove il terrore per l’assoggettamento m’ha
> invecchiato. Non ho visto che visi di gente rozza, priva di fede. Ho creduto
> all’errore, mi sono evoluto con la vita inconclusa e la mente volta alla noia.
> Ho assaporato dispiaceri nella voglia del tempo, inconsapevolmente sono corso
> alla rovina senza parole aspre e colori e derisioni. Tutte le società ho
> rifiutato: creature nulle, ricche soltanto di sudore e di sguardi insensibili,
> armate di arena e di spini, mi trucidarono sulle spiagge desolatamente
> spaventose. […] I ragazzi di borgata non chiesero mai il mio nome a un barista
> o a un tappezziere perché s’accorsero che stavo divenendo idiota ubriaco e
> assassino. E non porto loro rancore.[4]
A Roma, come accennato, Piromalli aveva preso parte alla vita
dell’underground in locali dove leggeva le sue poesie e si confrontava con altri
poeti del periodo come Carlo Silvestro, Adriano Dorato e Ivano Urban. Anche
nella capitale si viveva allora quasi protetti all’interno di una ‘tribù’
(parola cara a Gianni Milano). Quella sorta di famiglia, probabilmente fu meno
coesa di quella milanese che gravitava attorno alla redazione di Mondo Beat, e
forse non fu così solida dal trattenerlo.
Velocemente, nel frattempo, l’orizzonte di Piromalli si fa decisamente più ampio
e sfaccettato nel tentativo di portare il discorso artistico e poetico molto più
in là rispetto al primo volume pubblicato (nel ‘71) fino a estreme conseguenze
di significanti e di estetica. Con l’ingresso negli anni Settanta, dopo
molteplici viaggi (spesso in autostop o camminando per ore a piedi), Piromalli
si sposta in pianta stabile ad Amsterdam. Una delle ragioni principali è quella
di allontanarsi dal paese che lo ha condannato al carcere per sei mesi (nel ’70)
dopo essere stato trovato con un grammo e mezzo di marijuana.
Prima della partenza, anche grazie ad un piccolo gruppo di sodali, esordisce
con Uccello nel guscio (che riporta come sottotitolo la dicitura Versi per
lottare contro le cose difficili e una nota di Bruno Corà), che rende conto
delle propulsioni, del movimento e dei significati che oggi possiamo includere
fra la più ispirata letteratura beat nazionale. L’uomo-uccello Piromalli crea e
porta avanti la metafora dell’uccello e del guscio che richiama «un mondo
duplice che è sia di protezione, a difesa dell’ambiente esterno, ma anche di
chiusura, prigionia e claustrofilia. Insomma, un luogo-non luogo, che descrive
una condizione, uno stato dell’essere, prima ancora che un vero spazio»[5].
Piromalli rientra brevemente nel nostro paese per partecipare al Festival
internazionale dei poeti sulla spiaggia di Castelporziano. Il Festival fu
organizzato, fra gli altri da Ulisse Benedetti (direttore dell’associazione Beat
’72, frequentata anni prima dal nostro) e da Simone Carella (editore ‘nominale’
del suo primo volume di poesie). In quell’occasione condivise il palco con le
maggiori personalità poetiche del tempo e molti beat americani.
Sembra che dal periodo post Castelporziano, dove diede il contributo orale e
performativo più noto con la sua Affanculo, che gli fornì un lieve e inatteso
clamore, inizi per lui il momento di focalizzazione dentro un vero e proprio
laboratorio della forma. In questa fase Piromalli comincia ad andare al di là
rispetto ai territori linguistici ed estetici precedenti lambendo territori
nuovi e diversi.
La sua poesia inizia a farsi e darsi come processo e modellamento. Lo scavo nel
linguaggio si fa più profondo. Piromalli prova ad esplorarne le capacità e le
costruzioni come ‘materia’:
> Non vorrei chiamare poesie i miei testi… ma composizioni… fatte di parole sì…
> di termini in senso concreto… come la lavorazione della plastica… che ben si
> conosce… e che generalmente si disprezza… (…) delle miniature pressoché
> tridimensionali… volevo in tal guisa realizzare delle strutture con parole…
> chiamavo ciò linguaggio concreto… questo dovrebbe essere il mio apporto in
> senso letterario…[6]
Negli anni, quindi, altera radicalmente procedimenti e rapporti con il
linguaggio (non è un caso che i curatori Giulia Girardello e Mattia Pellegrini
abbiano scelto il titolo Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura
dell’esilio al primo volume che rende conto di questi mutamenti).
Piromalli tenterà di scavare in profondità dentro il significato delle parole
fino ad arrivare ad una concezione sintetica quasi ideogrammatica. Scriverà
poesie da intendersi come delle specie di macchine fatte di parole o generi di
improvvisazioni di pensiero e visione. In tale approccio sembra anche esserci
un’implicita difesa della poesia (e della lingua) in quanto comunicazione altra,
diversa, eversiva rispetto al discorso ordinario.
Dagli anni Ottanta, dal punto di vista del lettore italiano, Piromalli e la sua
scrittura scompare dai radar. L’inabissamento si fa massimo. La solitudine e
l’esilio, in buona parte ricercati, saranno infatti due pilastri che
caratterizzeranno le ultime decadi del poeta espatriato in cui lo spazio per
guardarsi indietro e ripercorrere il passato è decisamente poco. Anzi, il suo
agire sembra mosso da un disfare il reale trascorso sotto l’effetto di altre
suddivisioni, di altre sintassi facendo vacillare le stesse leggi della lingua.
In questa fase conosce e collabora con Simon Vinkenoog, considerato uno dei
maggiori esponenti del fenomeno beat/provos olandese e con Jack Micheline. Tenta
anche di aprire una scuola di poesia, la “School of Analphabetica”.
In una poesia del 2011 scrive:
> Per me era solo una grande
> generalizzazione e poi quando mi
> sentii costretto in un angolino, fu
> solo il tempo di sparire, d’andare
> via. […][7]
E ribadisce come, per lui:
> […] il segreto è sì forse nel linguaggio ma le motivazioni sia del segreto
> come del linguaggio in quanto formula per superare sé stessi vanno trovate
> altrove… lei non può venire “moralmente” o “praticamente” a trovare qui “me”
> visto che il “me” non c’è… o lo realizza per davvero “alterato” o “corroso” da
> fattori sia esterni come interni a un qualche “me” […][8].
In questo contesto la sua vocazione si palesa con evidenza interdisciplinare. Le
intersezioni fra parola e referente visivo sono ormai quasi una costante e
l’asse interpretativo sembra spostarsi verso un piano adatto per essere
osservato in silenzio attraverso trasmissioni estetiche di istanti di tempo.
Osservando il suo creare si è di fronte ad una specie di attivazione di un
movimento circolare che comprende scrittura, disegno, partiture musicali,
fotografia e studio di alcune lingue antiche. Questi elementi spesso trovano una
riunificazione nella pratica della mail art.
Dagli anni 2000 si affianca una quota di mistero nelle sue realizzazioni
infatti, spesso, manca un significato da attribuire immediatamente ad un
significante. Solo in anni recenti si è messa in atto, faticosamente, la
rivalutazione di questo poeta e artista caratterizzato dal costante e
apparentemente naturale lavorio creativo da animale poetico irregolareche
considera la sua attività creativa e ri-creativa nella trasformazione da un
medium espressivo all’altro, come tensione verso un’ipotesi di compimento.
(Sul tavolo di casa sua ad Amsterdan c’era una poesia scritta da poche ore il
giorno in cui è morto all’inizio di giugno 2024).
Alessandro Manca
***
Si pubblicano tre poesie di Aldo Piromalli tratte da Uccello nel guscio, ora
anche in Sono figlio di nebbie e di primi autotreni. Poesie 1957-1979, a cura di
Alessandro Manca e Lorenzo Spurio (Sensibili alle foglie, 2023)
Lettore,
continuiamo a ragionare con questo cervello e con questo cuore
e cerchiamo un motivo e una ragione e un incanto nel nostro
piccolo con l’occhio del nostro piccolo quando la mente cosmica
che è in ognuno di noi ci parla nell’insieme di tutti i nostri
gesti-pensieri-blateramenti-inverso-estroverso-perversoattraverso-
azioni.
Dov’è la normalità?
Qual è la normalità?
Vogliamo ancora il meridiano delle ristrettezze?
L’America è stata scoperta da un pezzo, andiamo a piedi nudi
sulla Luna e continuiamo ad aggrapparci con lacrimucce
alla logicità spicciola.
Ammiro Dante e Omero e Pound e i mille altri diamanti
dell’anima
e le spiagge delle mie terre non aspettano vascelli e le lacrime sui sassi
che ho versato puzzavano come piscio di cavalli.
Mi muovo per fiuto. Sono un vecchio animalaccio che vuole
sopravvivere alle trasformazioni trasformandosi anch’esso,
di dentro. E per questo mi ci vuole uno sforzo.
Prima devo scrollarmi di dosso la logicità canina, il paravento.
Devo mettermi a considerare le mie due facce. Questo mio
conscio
e inconscio li devo piazzare alla luce-buio in cui tutto
l’universo si muove.
Mi devo trastullare in questo mare di doppi, di diavoli e dei.
E tutto perché mi sono messo a balbettare, perché dietro
il bello c’è il brutto, visto che viaggiamo sempre alla solita
dimensione e la lingua che abbiamo per comunicarci cose non è
altro che quella della torre di Babele.
In testa all’uomo che legge libri e giornali rimangono frammenti
e frammenti sono i ricordi e le azioni e gli incontri della
quotidianità quando lui se ne va a dormire e affronta così
finalmente se stesso.
Allora non ci sono più scuse. Tutto si manifesta in lui. La sua
pace giunge nell’accettazione dell’universo totale. Angeli e
mostri si tengono a braccetto e se così non fosse ne salterebbero
fuori incubi e castrazioni.
La prima grossa castrazione ti viene quando incominci a dividere.
Adamo ed Eva andarono avanti o indietro mangiando la mela? Io
penso che dopo cominciassero a crogiolarsi davanti a specchi.
Il poeta deve essere un mago.
Deve volere la luce.
Egli è schifato di tutto ciò che l’uomo sommerso da sopravvivenze
minutali respinge.
Dietro la prima pelle deve osservare e spiegarsi, deve
esplorare il regno dello sconosciuto.
Lo sconosciuto esiste per essere esplorato.
*
La città di cemento e metallo
Apre le porte alla notte
E il passo di milioni di uomini
Aumenta sull’asfalto.
Grande è la corsa verso le luci
Il mito della forza
Sovrasta i cieli delle cattedrali
Gli esseri della metropoli
Vagano per i ponti.
Quale malattia ci penetra le ossa
E i sogni che abbiamo
Perché non muoiono
Alle prime luci?
Il mio delirio nero
Ha un’acuta sete d’azzurro
Mito fanciulla nuda
E segreto di rivoltella
Angoscia mia d’Europa
In un pisciatoio all’aperto
Dopo il film dei sogni.
Alle sette di sera gli uomini
Escono dalle fabbriche
Per morire di pubblicità
La solitudine dei tram
Viene a inghiottirci la notte.
(1965)
*
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
A carezzare questo cielo minuscolo
Quadretti d’azzurro
Passeri delle quattro del mattino
Primavera
Il quartiere della prigione si spoglia della notte
Mi giungono i mormorii della città
Non voglio rincantucciarmi
Impaurito della veglia
Ho da affrontare questo silenzio
Colomba che si riposa
Persiana che sbatte
Squillo di telefono
Non me ne sono andato via
E m’immagino tutto questo
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
Detenuto per gli uomini
In attesa di giudici e periti
Con il tempo che mette la coda
Avviticchiato a questo letto
A questa cella
A un compagno che ogni tanto cambia
Sapere dai giornali
Che un giorno tutto non è più così
E che domani ogni cosa è tornata uguale
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
Trastevere e la piazza di Santa Maria
Ferrazzoli Bar Tabacchi
Estati e estati sprofondato
Dietro i tavolini
Ho dimenticato cosa vuol dire donna
Fra poco suonerà la campanella
Porteranno pane e latte – andrò avanti anche oggi
Avevo lunghi capelli
Quei miei pantaloni consumati
Quei miei stivali e cintura
Signor brigadiere
A cosa le è servito condurmi qui
Avevo forse fra le mani
La formula per addomesticare il sistema?
Libanese rosso
Vecchi problemi di razza
Roba d’anteguerra
Esseri improduttivi, capelloni…
E ormai più nulla mi tocca
Comincio a morire dietro un uccello intravisto
E per le mie orecchie che gentilezza i vostri stridii.
Voglio scrollarmi di dosso
Questa vecchia pelle
Non credere più alle fate.
Così sono andato all’inferno.
(Roma, Regina Coeli, aprile 1971)
--------------------------------------------------------------------------------
[1] ALDO PIROMALLI, CONTROVERSO POETA DEL BEAT ITALIANO, TRA LA CONTESTAZIONE
DEGLI ANNI ’60/’70 E LA PIÙ RECENTE ESPERIENZA DELLA MAIL ART, di Lorenzo
Spurio, in Sono figlio di nebbie e di primi autotreni. Poesie 1957-1979, di Aldo
Piromalli, a cura di Alessandro Manca e Lorenzo Spurio, Sensibili alle foglie,
Roma, 2023, pagg. 219-229
[2] Spurio, cit., pag. 220
[3] Spurio, cit., pag. 220
[4] Spurio, cit., pag. 225
[5] Spurio, cit., pag. 224
[6] Da Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura dell’esilio, a cura
di Giulia Girardello e Mattia Pellegrini, Sensibili alle foglie, Roma, 2013
lettera del 12 novembre 2011, pagg. 29-30
[7] Da Se io sono la lingua, 3 gennaio 2011, pag. 43
[8] Da Se io sono la lingua, 29 settembre 2011, pag. 83
L'articolo “Affanculo”. Vita estrema di Aldo Piromalli, l’anti-poeta proviene da
Pangea.
Tag - Letteratura italiana
Luca aveva trascorso gran parte della propria vita scambiando la fede per la
fiducia accordata a un ordine invisibile. Credeva che esistesse, sotto
l’incessante frantumarsi delle cose, una coerenza più profonda del loro
apparire; che il reale non fosse una somma di eventi dispersi, ma l’espressione
di un’unità nascosta, irriducibile a ogni concetto e tuttavia presente come una
sorgente sotterranea. Per questo pregava. Non per ottenere protezione dal
destino né per piegare il cielo ai propri desideri. Pregava come si ascolta il
mare nella notte: non per comprenderlo, ma per accordarsi al suo respiro. La
preghiera era il nome che dava a questa disposizione dell’anima.
Gli pareva impossibile che il dolore fosse soltanto dolore, che la perdita fosse
soltanto perdita. Credeva che ogni ferita si aprisse su una profondità che la
trascendeva e che nulla, neppure ciò che sembrava precipitare nel non senso,
fosse davvero separato dall’oscura pienezza dell’essere.
Così aveva creduto per anni, finché la realtà non prese a smentirlo con
l’implacabile precisione delle sue leggi impervie e insondabili. Morì sua madre.
Morì suo fratello. Poi un amico amatissimo si consumò lentamente sotto la luce
bianca di una stanza d’ospedale. E ogni volta Luca pregò. Ma alle sue parole il
cielo oppose la propria distanza. Non il silenzio fecondo dei mistici, colmo di
una presenza che eccede il linguaggio, bensì un’assenza muta, minerale, simile
allo spazio che separa gli astri. Fu allora che il problema della libertà si
insinuò nella sua esistenza come una spina nella carne della propria anima.
Gli uomini parlavano di scelta, di responsabilità, di autodeterminazione.
Eppure, lui non aveva scelto le perdite che lo avevano esulcerato, né l’indole
che abitava il suo carattere, né il tempo in cui era venuto al mondo. Più
rifletteva, più la libertà gli appariva una sottile striscia di terra stretta
fra due immensità: ciò che ci precede e ciò che ci accade. Forse, pensava, siamo
il punto d’incontro di forze che ignoriamo; forse chiamiamo libertà la porzione
d’ombra che separa la coscienza dalle cause che la determinano.
Aveva quasi cinquant’anni quando incontrò Miriam. Non possedeva una bellezza
appariscente e tale da imporre subito la propria presenza, ma che chiedeva tempo
e attenzione per essere colta nella sua sottile filigrana di luce irradiante.
Era minuta, discreta, come una figura destinata a passare quasi inosservata.
Eppure, bastava sostare accanto a lei perché qualcosa cambiasse
impercettibilmente nell’aria.
Si conobbero in una piccola biblioteca, attraverso una conversazione casuale che
avrebbe potuto non avere seguito e che invece mutò il corso delle loro vite. In
lei vi era una qualità che sfuggiva a ogni definizione. Non era serenità, né
gioia, né ottimismo. Sembrava abitare una malinconia trasfigurata, come chi
abbia attraversato il cuore della sofferenza senza esserne consumato e ne abbia
tratto una forma più profonda di mitezza. Portava in sé una dolcezza priva di
ingenuità e una grazia che nulla aveva di fragile. Con lei Luca conobbe una pace
nuova: non la cessazione dell’inquietudine, ma la sua riconciliazione. Parlavano
spesso di Dio. O meglio, Luca parlava e Miriam ascoltava. Una sera le domandò se
credesse.
«Sì», rispose.
«E non hai dubbi?»
Lei sorrise di un sorriso quasi impercettibile, simile ad un evanescente traccia
sul suo viso. «Ho quasi soltanto dubbi.»
«Allora perché continui a credere?»
Rimase in silenzio per qualche istante, poi disse misteriosamente: «Perché ho
smesso di pensare che la fede serva a capire.»
Quelle parole si deposero dentro di lui come un seme portato dal vento. Più
tardi gli insegnò una breve preghiera appresa chissà dove, forse da un monaco
dimenticato, forse da una donna incontrata lungo una strada lontana. Diceva
soltanto: «Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo.» Luca ne fu
insieme attratto e turbato. Le chiese che cosa significasse.
«Che le cose essenziali vengono prima della comprensione. Un figlio. Un volto.
Una vita. Forse anche Dio.»
Si innamorò di lei con la lentezza delle maree. Nessuna rivelazione. Accadde
come accadono le trasformazioni autentiche: senza chiasso, ma simile a una vera
e propria palingenesi del profondo della sua anima. Un giorno si accorse che la
sua voce aveva modificato il colore delle ore. Quando le era accanto, le domande
che lo avevano accompagnato per una vita non scomparivano; perdevano
semplicemente il potere di roderlo come tarli della mente. Non aveva trovato una
risposta. Aveva trovato una presenza. Furono anni luminosi, non della luminosità
abbagliante dei sogni, ma di quella discreta di una lucerna accesa nella notte.
Poi arrivò la malattia. All’inizio fu soltanto un’ombra. Poi un nome. Infine una
sentenza pronunciata lentamente dal tempo con assolutezza apodittica. Luca pregò
con tutta la forza che gli rimaneva. Pregò fino allo sfinimento, alla rabbia,
all’umiliazione. Pregò come un uomo che tenta di arrestare con le mani il crollo
di una diga. Ma Miriam morì in una mattina di pioggia sottile – il cielo una
cappa grigia e pesante. Poco prima della fine gli prese la mano e disse:
«Quando verrà il momento, non scegliere il risentimento. Non ricordarmi come ciò
che hai perduto. Ricordami come ciò che ti è stato donato.»
Luca non rispose. Sapeva già di non essere pari a quel compito. Dopo la sua
morte abbandonò la preghiera, le chiese, ogni discussione su Dio. Non voleva più
credere né negare. Desiderava soltanto sottrarsi. Gli anni trascorsero. Il
dolore non diminuì; mutò natura. Divenne una presenza discreta e costante, una
seconda ombra.
Una sera d’inverno salì su una collina fuori città. Il cielo era limpido,
attraversato da un gelo antico. Le stelle ardevano sopra la terra con la calma
delle cose eterne e refrattarie a uscire dal cerchio della vista che offrono
indifferenti a tutto il resto. Si sedette sull’erba indurita dalla brina. Era
stanco. Stanco delle domande, delle ipotesi, dell’attesa. E allora accadde. Non
una visione. Non una voce. Nulla che potesse essere raccontato come un prodigio.
Più semplicemente, per un istante venne meno la distanza tra lui e le cose. Il
vento, il respiro, la notte, il ricordo di Miriam, il tempo, la perdita: tutto
apparve attraversato dalla stessa corrente. Non un ordine, non una spiegazione,
ma una totalità vivente, sterminata, esule da ogni concetto che volesse
abbracciarla per intero, o forse a esso eccedente. E in quella vastità riconobbe
il proprio errore. Per anni aveva creduto che l’amore dovesse essere autorizzato
dalla comprensione. Aveva accettato il mondo finché aveva sperato di decifrarlo.
Aveva sopportato il dolore finché aveva immaginato di poterne riscattare il
senso. Ma l’amore autentico nasce altrove. Viene prima. Prima della conoscenza,
della certezza, della risposta. Ama, e soltanto dopo, forse, comprende. La
preghiera di Miriam riaffiorò allora nella sua mente con la forza di una verità
rimasta a lungo in attesa. «Non permettere che io ami soltanto ciò che
comprendo.» Per la prima volta ne colse il significato. Non era una preghiera
sulla fede. Era una preghiera sulla libertà. Nessuno sceglie ciò che gli accade.
Nessuno sceglie le proprie perdite, il proprio dolore, il mistero nel quale
viene gettato.
La libertà consiste nel modo in cui si addimora l’incomprensibile: se avversarlo
con strali che trafiggono solo il vento o aprendovisi nonostante tutto,
dischiudendo il cuore nel medesimo tempo del cessare prolettiche aspettative.
Tutto il resto appartiene al vento.
Guardò le stelle. Non promettevano né spiegavano nulla. Vibravano quasi occhiute
ma senza testimoniare niente. La loro luce attraversava il vuoto da ere
inconcepibili senza recare alcun messaggio, ma piuttosto, assai spesso, un
sentimento simile a una stretta al cuore. E tuttavia erano lì, da assai prima
d’essere osservate.
Fu allora che intuì qualcosa che nessuna filosofia gli aveva insegnato. Forse il
mistero non consiste nel fatto che l’universo nasconda un significato. Forse
consiste semplicemente nel fatto che esista. Sentì allentarsi dentro di sé una
tensione annosa, una rigidità carica di ansie che lo aveva accompagnato dacché
aveva memoria.
Per anni aveva chiesto alla realtà di giustificarsi. Aveva preteso che ogni
ferita trovasse una compensazione, che ogni perdita fosse riscattata da una
verità più grande. Ora comprendeva che nulla avrebbe restituito Miriam. Nessuna
teologia. Nessuna metafisica. Nessuna promessa. E proprio per questo ella gli
apparve finalmente libera. Non un simbolo, non una lezione, non una tappa del
suo cammino interiore. Una persona. Un essere irripetibile apparso per un breve
tratto, in un breve inciso di dolcezza e sensuoso abbandono, nella partitura
così spesso inane del tempo. E proprio per questo infinitamente prezioso.
Quando riaprì gli occhi, il mondo era identico. Miriam era morta. Dio rimaneva
un enigma. Ma parte della sua sofferenza era stata come lenita, qualcosa nel suo
intimo di uomo si era sciolto. Per la prima volta non attendeva una sentenza.
Non cercava assoluzioni né prove. Dentro quella rinuncia fiorì una pace sottile.
Forse la pace non nasce quando il mistero viene rischiarato, ma quando smettiamo
di interrogarlo come un imputato. Riprese a camminare. Con passo lene e senza
fretta. E mentre la notte respirava intorno a lui, lui respirava la notte. La
domanda sull’esistenza di Dio aveva perduto la sua impellenza tormentosa. Dio
esisteva oppure no; entrambe le possibilità si aprivano davanti a lui con la
medesima vertigine. E forse, pensò, il sacro abitava proprio quella soglia
misterica e dalla bellezza quasi dolente per intensità… Non nella risposta, ma
nell’abisso che la precede.
Miriam viveva ancora nel suo cuore, nella parte di sé che non aveva bisogno di
spiegazioni ed era tacitamente riconciliata col mondo, tracimante di serenità e
amore tanto da promanarli tutto attorno. E questo era assieme umano e divino.
Massimo Triolo
*In copertina e nel testo: disegni di Eugène Delacroix (1798-1863)
L'articolo “Non permettere che io ami soltanto ciò che comprendo” proviene da
Pangea.
21 giugno. Per la prima volta dal miasma caustico della rete – tanti auguri
Ivano Fermini, non rimbaudiano ladro-Prometeo, piuttosto vero Efesto. La
deflagrazione è integerrima, la parola più vicina ad un creatore già
dall’esordio obnubilato La Scorciatoia. In questa sua preistoria ha luogo
l’anticamera dell’incendio, la genesi del fuoco. Pagina 21 (guarda caso).
> MONDO
>
>
>
> Uno sputo nell’eternità
> da quest’attimo di cera
> in controluce
> ingigantisce il fumo divino della noia
> sino a un’idea di fuoco
*
Dunque, nella tessitura del tempo l’idea del fuoco, blasfema perché eternità è
affare teologico.
Disattendere le prospettive temporali è prerogativa di Fermini, che sposta la
cruna del mondo nello specchio dell’uomo, calandolo nel tempo per contingenze,
ma al contempo obbligandolo ad avere un attributo di sovratemporalità – badare
bene, non un alfa privativo, non l’aggettivazione atemporale, bensì il sovra che
non nega, ma contiene e comprende tutto nell’istante (principio, intermezzo e
fine, passato, presente e futuro).
In mezzo a questa palude/incendio l’immagine-parola armeggia intorno all’ombra,
saccheggia il lume (in principio è sempre bianco, poi allontanato), fustigando
la cronologia per imporre la croce di un sovratempo, la cui estensione effettiva
copre l’intera esistenza. Molto Tarkovskiani, infatti, gli smarrimenti temporali
di Fermini – e non poteva essere altrimenti avendo a cuore Marina Cvaeteva.
> Deviando per le stanze erano uomini e vapori
> un cerchio falso
> eppure mi domando una mosca per salire
> rotta e ruggine
> come le foglie che in lui
> possono sbarrarsi e dare pane alle costole
> cos’era quel seme
> piange silenziosamente e io m’incateno al fuoco
> e quando sarà
> un giglio sulle spalle mi fa male il viso
*
Più vicino alla fiaba che all’umano, l’uomo incatenato al fuoco a cui non ho
ancora dato volto né profilo. Che fosse di effettiva carne lo scoprii in una
serata per Lorenzo Calogero al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme. Parlavo di
un chiodo svanito in noi quando Luigi Tassoni intercettava la traiettoria,
raccontandomi di averlo ospitato nella sua casa a Firenze qualche decennio
prima. Un legame in comune e la ricerca spasmodica che si rinnova di ragioni.
Dalle ceneri ho estumulato qualche mese fa una poesia dispersa pubblicata su
“Linea d’ombra” (n. 30, settembre 1988 p. 67). L’unica della sequenza presente
in rivista che non apparirà mai all’interno di un volume.
> Noi arcobaleni non volevamo l’abisso
> solo me che intero
> non stringerò più nulla nella spada di lupo
> vedi se puoi
> se parli con lo zero o la ruota corta nel giardino
> amore di ostacolo di carta
> e fissi possono il cuore
> interverrò il giorno
> lumaca del mare
> in tutto il fuoco che è bellissimo da incenerire
*
“In tutto il fuoco che è bellissimo da incenerire”, pubblicato nel 1988, è un
crocevia ideale tra Bianco allontanato (1985) e Nati incendio (1991). La terza e
ultima raccolta, che Aldo Nove definisce “uno dei titoli più potenti titoli
dell’intera storia della poesia” (affermazione che condivido, per quanto possa
valere detto da un classe ’97), si muove, a partire dal titolo stesso, attorno a
una detonazione senza rimedi di sorta, con una sintassi spezzata e accostamenti
caustici, oscuri – come gran parte della sua poesia. Ian Seed lo definisce il
più prossimo a Celan; io aggiungo tra le sue ascendenze, per restare in Europa,
anche Georg Trakl. quando il mondo si spacca / io pennello in voi la foca del
mio cuore storto; tutto ciò che è stroncato è perfetto; oltre il cerchio / il
mondo è carbonizzato; il tunnel è profondo / è aceto esploso con una
stella / pietre che prendono fuoco; I due attimi fuori visione / rotondo ma per
nenia / che fuoco è tutta parola per la stacca converge.
*
Dicevamo, 21 giugno, tanti auguri Ivano Fermini. Questa volta dalla letteratura
più che dalla rete.
Salvatore Giuseppe Di Spena
*
Si ferma, incontrastato, un inverno
per Ivano Fermini
E poi ritorna, perde il contatto.
Per bontà verso
di noi, tu gridi alla luce di questo cervello
senza più terra. Intorno,
sorrisi di trionfo, donne
anch’esse innate. Qualcuno di me
brucia la gramigna, in fretta,
vedendo o sbadigliando.
“non possiamo impazzire”, dice
un’altra vita. Si apre,
senza millenni, il costato. Rimarremo
come una lente esatta
(Milo De Angelis, Terra del viso, Mondadori, 1985)
***
A Ivano
Fermini
La nostra passione del linguaggio
ha già fatto un coperchio
che va alle feste senza capire
e si diverte,
butta a terra i colori
prima di morire.
La nostra passione del linguaggio
ha la figa, nasconde fortissima
una cosa da mangiare
perché il temporale
attende un’ondata
di pioggia, l’alfabeto.
Si chiama più o meno rischio d’impresa
il traguardo
che quando apriamo la porta di un luogo
possiamo dimenticare, e
dimentichiamo spostando le tendine
dei treni molto stanchi. E
davvero piangendo in questa fondazione
come non fare un mosaico
fare i reni con il quaderno di un poeta
(Antonello Satta Centanin, Musica per streghe, Polena, 1991)
*In copertina: un collage di Max Ernst (1891-1976)
L'articolo “Noi arcobaleni non volevamo l’abisso”. Tanti auguri Ivano! proviene
da Pangea.
Nella costante oscillazione della poesia di Ceni, nello sconfinamento e nei
ritorni mutevoli, incontriamo un testo che, riprendendo la tematica analizzata
in Il giardino di Galileo, si sposta sul versante della generazione e di un
rapporto inedito con la figura del padre:
I giganti nella stanza di mio padre
Bambino nel corridoio davanti la porta
da cui soltanto si usciva
venivi a deporre con fede
pezzetti rubati alla terra,
la nuca e il collo nuovo:
generavo frasche da potature e
vegetali dai fori dei vasi,
il duro scudo del girasole
in cui vedevi nuotare
gli animaletti in una goccia d’acqua,
sostarvi i mestieri
con la pialla e le tenaglie le
mille e mille falci della tua fine;
ma già l’astronomia delle piante e delle pietre
ruotava nello spazio dove vagando si perdeva
l’ultimo d’un intero equipaggio
e tutto era vetro e silenzio:
“Questa è la veglia, quindi”
e mi disponevo attorno
alla porta che mai si entrava
offerente tra le offerte
dono tra i doni
mentre il sonno vaporava sui miei cavalli fermi al palo:
accendevo le torce, preparavo il bivacco
e intanto anche risalivi al puntino di luce
dal fondo della prateria cadenzando una voce,
che ti si potesse udire, di coyote;
e di voi ogni tanto al di là
io seduto e io in cammino
sentivamo un sospiro d’intelligenza profondo
di suprema melanconica conoscenza di yeti.
La stanza del padre, preceduta dal corridoio e da una porta che struttura tutto
il testo, come vedremo a breve, è un luogo mitico in cui memoria, crescita,
generazione e conoscenza si intrecciano. La relazione prende forma dentro un
interno domestico che colloca il soggetto in una posizione infantile e liminare:
“Bambino nel corridoio davanti la porta/ da cui soltanto si usciva”. La porta è
orientata verso l’uscita, come se il rapporto con il padre si definisse fin
dall’inizio sotto il segno di una distanza o di una direzione che non coincide
con il possesso dello spazio interno. L’esperienza della relazione avviene
dunque davanti a una chiusura che però genera movimento, come nel gesto del
bambino – “venivi a deporre con fede/ pezzetti rubati alla terra” – che
introduce da subito la dimensione offertoriale che tornerà più avanti nel testo.
Quei frammenti di terra, deposti davanti alla soglia, trasformano l’infanzia in
un congegno affabulatorio, provocato da una necessità che chiamerei “memoriale”,
per cui oltre al resoconto sul rapporto del soggetto col padre, troviamo la sua
localizzazione terrestre e contemporaneamente la trasposizione mnestica del
soggetto, il tutto in una coagulazione di senso dinamica, anzi,
vertiginosa nella ricostruzione e connessione delle rappresentazioni, come
praticamente sempre nella poesia di Ceni. Il rapporto con il padre, così, passa
attraverso un’offerta materiale che si rifà immediatamente al principio
originario della relazione, proprio come nei testi precedenti la materia
vegetale o minerale costituiva il primo livello del contatto con il mondo.
La memoria si sviluppa poi attraverso immagini di generazione vegetale:
“generavo frasche da potature e/ vegetali dai fori dei vasi”. La crescita appare
immediatamente associata a una capacità quasi creaturale del bambino, come se il
soggetto partecipasse direttamente ai processi naturali per prolungarli
nell’esperienza e, quindi, nella relazione, entrando nel mondo attraverso
connessioni tra elementi minimi, facendo emergere la vita dai vuoti e dagli
scarti.
A questa energia generativa di creazione e ri-creazione, si accosta però la
presenza del padre con i suoi strumenti di lavoro che appaiono come segni di
finitudine: “la pialla e le tenaglie le/ mille e mille falci della tua fine”.
Gli utensili artigianali diventano immediatamente immagini del tempo e della
mortalità. Il lavoro del padre è già inscritto in una dimensione terminale. Le
“falci” moltiplicate fino all’eccesso portano dentro la memoria domestica
un’immagine di raccolta e di taglio che riguarda insieme il lavoro e la morte.
Il passaggio centrale del testo introduce uno scarto: “ma già l’astronomia delle
piante e delle pietre/ ruotava nello spazio”. Riemerge con forza quella
dimensione cosmica che avevamo visto in Il giardino di Galileo. Piante e pietre
vengono pensate come astri, o meglio come elementi sottoposti a un ordine
orbitale, a una rotazione cosmica, a un massimo di distanza che, però, proietta
in qualcosa di più ampio il rapporto generazionale. L’immagine dell’“ultimo d’un
intero equipaggio” accentuando il senso di perdita e di separazione, scarica la
figura paterna collocandola dentro una deriva cosmica e in questo modo la
sublima. Il verso successivo – “e tutto era vetro e silenzio” – costruisce una
sospensione quasi assoluta: il vetro separa e lascia vedere, il silenzio
trattiene ogni parola. Ancora una volta la relazione avviene dentro una soglia
trasparente ma invalicabile.
Quando compare il discorso diretto – “Questa è la veglia, quindi” – il testo
assume apertamente un tono rituale. La veglia implica attesa, custodia,
permanenza accanto a qualcosa o qualcuno che si sottrae, per questo il soggetto
“si dispone attorno/ alla porta che mai si entrava”, la stessa porta dell’inizio
che torna come centro simbolico della poesia, non più soltanto luogo di uscita
ma luogo intorno a cui si organizza la presenza. Il soggetto si fa “offerente
tra le offerte/ dono tra i doni”: la relazione si trasforma in un atto di
disponibilità totale, quasi sacrificale, una forma necessaria e quasi disperata
di contatto.
L’ultima parte del testo apre nuovamente il paesaggio: “accendevo le torce,
preparavo il bivacco”. La scena domestica si sposta verso un immaginario di
campo aperto, di attesa notturna, un accampamento all’interno del quale traspare
la dimensione epica cui Ceni sembra voler condurre ogni relazione, il “tra”.
Mentre il figlio è in attesa, il padre è in risalita “al puntino di luce/ dal
fondo della prateria”, accompagnato da “una voce… di coyote”. La figura paterna
assume tratti selvatici e si colloca in un paesaggio che ormai appartiene
pienamente al mito come se la voce animale la inscrivesse in una conoscenza
ancestrale e profonda e come il finale, straordinariamente rivelatore, sembra
indicare: “sentivamo un sospiro d’intelligenza profondo/ di suprema melanconica
conoscenza di yeti”. La conoscenza viene affidata a una creatura liminare e
leggendaria, lo yeti, figura dell’alterità assoluta e insieme della sapienza
remota. L’intelligenza qui non coincide con la chiarezza razionale: è un respiro
profondo, malinconico, primordiale, un ponte sapienziale tra mondi.
Il testo porta dunque la relazione padre-figlio dentro lo stesso campo simbolico
che nella raccolta organizza il rapporto tra elementi naturali e cosmici. La
stanza del padre è una soglia visionaria, un luogo in cui memoria privata e
ordine cosmico si intersecano. Il padre non è soltanto figura familiare: è una
presenza che partecipa di quella oscillazione continua tra terra e cielo, lavoro
e mito, silenzio e voce, che definisce il cuore stesso della poesia di Ceni.
L’insistenza tematica sulla transizione tra categorie apparentemente distanti
diventa specimen in Il canto delle balene, tra i testi finali di La natura delle
cose. A quest’altezza dell’opera di Ceni, le iterazioni si affiancano alle
figure di contrasto, si fanno più frequenti i legami con il mondo animale,
rappresentato a volte come interlocutore o ammonitore per il soggetto/lettore.
La transizione è in direzione di una sostituzione-coinvolgimento degli esseri
viventi tutti, senza gerarchie ma come creazione ulteriore di mondi-soglia in
cui pietas e conflittualità si alternano, anzi, continuamente perdono i propri
confini e rimescolano i propri ruoli. Saltano in buona sostanza le referenze e,
di conseguenza, gli ultimi punti di riferimento per un soggetto che
panteisticamente si trova immerso nel moto di inclusione cosmico evocato sin
dalle origini:
Il canto delle balene
Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava
come immobili sogni dentro un’immobile mente.
La testa di dio è bendata
è deposta sul fondo,
leggere le bende si muovono
quelle che imprigionano il suo sguardo.
Dio è disteso sul fondo
con il piombo del mare addosso,
su di lui gravano i fondi delle barche.
Riempie e svuota le reti
inghiottendole e risputandole,
non ha sensi né pesci
dio è disteso sotto le acque e non respira.
Luna, luna, immobile luna nella mente
parole fisse al molo che incutono al vento
ed embricano alle onde com’è possibile possibile
possibile che tu ti esprima esprima esprima con
parole comprensibili da noi da noi da noi
che ti abbiamo tolto e ritolto dalla vita
dalla vita con le sue parole?
Le parole ricordano, le parole sono vostre
di coloro che guardano da terra
e ricordano la separazione dei vitelli dalle madri
e il ritorno sui pascoli già sfruttati nella primavera
e quello definitivo alla macchia per svernare e
sanno la separazione nostra come di chi
è richiamato alla realtà da una sua astrazione.
Noi andiamo con moto rovinoso
chiamandoci nel mezzo della scena
col nostro oscuro straziato suonare.
Questo dio mai si ridesterà
dal tumulo della buca franosa
nell’osso profondo
del mare ignoto e benigno
disfatta la cartilagine del naso
in mucillagini e bave
dissolti idra e cuore
caduto il vento
e salito al cielo il tempo.
“Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava/ come immobili sogni dentro
un’immobile mente”, subito il pronome personale iniziale introduce una voce
collettiva, e questo “noi” appare già sottratto a un’identità definita. Non
sappiamo subito se parli una comunità umana, animale, o una zona intermedia tra
entrambe. Il mare porta, ma ciò che trasporta è fermo: il movimento coincide con
l’immobilità e la coscienza viene subito descritta come “immobile mente”, quasi
un contenitore cosmico in cui i viventi galleggiano come pensieri sospesi. La
relazione è il mare stesso come principio di trasporto ontologico.
L’immagine centrale del testo è quella di un dio sommerso: “La testa di dio è
bendata/ è deposta sul fondo”, la verticalità cosmica è rovesciata e il divino
giace sul fondo del mare, immerso nella materia pesante, sepolto sotto il piombo
delle acque e sotto “i fondi delle barche”. Questa figura divina non governa, le
bende leggere che si muovono sono l’unico segno residuo di una possibile
vitalità, ma lo sguardo è imprigionato in un’immagine molto potente di “caduta”
ontologica: ciò che tradizionalmente fondava il senso è ora sommerso dentro la
materia marina. Questo dio immerso compie però ancora un gesto ambiguo: “Riempie
e svuota le reti/ inghiottendole e risputandole”, sembra che anche nella
passività permanga una funzione di transito che espone a una trasformazione per
cui il dio, pur continuando a intervenire nel ciclo vitale, lo fa come creatura
tra le creature, come una forza impersonale del mare stesso che dissolve il
divino nella dinamica biologica e materiale.
Nella seconda parte il testo introduce la luna e soprattutto la questione del
linguaggio: “Luna, luna, immobile luna nella mente”, queste prime iterazioni
creano un ritmo da “chiamata” nel tentativo persistente di stabilire un contatto
tra mondi un tempo incomparabili. L’invocazione è fatta di parole e la luna,
come già in altri testi di Ceni figura di distanza e riflesso, qui viene a
essere ponte d’unione tra l’incomprensibile e l’accesso al senso, un tentativo
di rinnovata affabulazione. Le “parole fisse al molo” appartengono alla terra,
all’umano, e si confrontano con la possibilità scandalosa che un’altra creatura
– probabilmente la balena – possa esprimersi in modo comprensibile. La triplice
ripetizione di “possibile” e di “esprima” segnala una tensione estrema verso la
comprensione dell’alterità. Non si tratta semplicemente di sentire parlare le
balene ma di interrogare il limite stesso del linguaggio umano. Il testo pone
una domanda radicale: è possibile che una voce animale entri nel campo della
comprensione senza essere ridotta alla lingua dell’uomo? Ma subito questa
domanda viene accompagnata da un riconoscimento di colpa: “che ti abbiamo tolto
e ritolto dalla vita/ dalla vita con le sue parole?”, è l’uomo che toglie la
vita alle balene oppure, come sembrerebbe indicare la struttura sintattica con
l’iterazione ecoica che sembra riprodurne il canto, le balene alla luna? La
lingua è sì strumento di dominio e di violenza, ma anche possibilità di contatto
e confusione di referenze, utile ad esternare un dubbio potenzialmente
rigenerante.
Il passaggio successivo amplia la responsabilità etica del linguaggio: “Le
parole ricordano, le parole sono vostre/ di coloro che guardano da terra”. Il
linguaggio umano resta legato alla memoria della separazione: quella dei vitelli
dalle madri, quella dei cicli di sfruttamento, quella dei ritorni forzati;
perciò, il mare e le balene fanno emergere una memoria che riguarda l’intero
sistema delle relazioni viventi in cui la separazione sembra diventare principio
universale della condizione terrestre. Quando il testo afferma “sanno la
separazione nostra come di chi/ è richiamato alla realtà da una sua astrazione”,
il movimento che abbiamo provato a descrivere si fa evidente: l’animale conosce
la separazione quanto l’umano, e l’umano stesso appare come qualcuno strappato
continuamente dalle proprie astrazioni. La differenza tra specie perde
centralità e resta il comune destino di frattura strettamente connotata dalla
significazione linguistica.
L’ultima autodefinizione del “noi” – “Noi andiamo con moto rovinoso/ chiamandoci
nel mezzo della scena/ col nostro oscuro straziato suonare” – porta questa
comunità a una forma tragica. Il canto delle balene è insieme richiamo, lamento,
eco di una ferita cosmica e il loro suono, per quanto straziante, può produrre
relazione. Chiamarsi nel mezzo della scena potrebbe significare, infatti,
continuare a cercare un contatto dentro una rovina condivisa.
Il finale torna sul dio sommerso e lo porta verso la dissoluzione completa:
“Questo dio mai si ridesterà”. La materia divina si decompone ma, mentre
l’elencazione disgregante crea un anticlimax – cartilagine, mucillagini, bave,
dissoluzione di organi –, gli ultimi versi aprono ancora un rovesciamento:
“caduto il vento/ e salito al cielo il tempo”. Il vento, principio dinamico
dell’aria, cade; il tempo, entità astratta e invisibile, sale. Ancora una volta
le categorie si scambiano di posto e il cielo è pronto ad accogliere un nuovo
tempo, come dire: l’inizio di un’epoca altra, sempre rinnovantesi dalla sua
stessa fine.
In questo testo è esposto un vero e proprio tour de force del senso, in cui il
venir meno delle referenze trova piena conferma. Il soggetto non dispone più di
punti stabili perché il mondo intero entra in un moto di inclusione in cui
umano, animale, divino e naturale si contaminano continuamente. Quella delle
balene è una voce che proviene da una zona cosmica intermedia dove il linguaggio
attraversa di continuo il limite della specie. Questa zona è lo spazio assoluto
e allo stesso tempo estremamente deperibile del “tra”.
Dopo il passaggio estremo di Il canto delle balene, siamo pronti a transitare
verso la nuova raccolta, Mattoni per l’altare del fuoco del 2002, che mette in
moto il mondo di un’infanzia ritrovata, un eden per niente pacificato dove
animali e bambini diventano i veri protagonisti della scena e di una diversa
ritualità (non per niente a loro la raccolta è dedicata).
La prima sezione del libro, Nel regno, si apre con un “suono di bestie” che si
dipana attraverso riprese e variazioni per tutto l’arco della sua durata,
incrociando figure infantili con un chiaro ruolo sorgivo: “Dove abita il bambino
abita Dio”. Figli e genitori si riconoscono in un dialogo sempre più fitto e di
trasmissione intensa ma inedita: “noi siamo andati perché arrivavi tu” cui il
figlio risponde: “O padre, o madre perfettissimi,/ andati perché arrivava la
somma,/ il grande bamboccio di carne,/muto alla primavera, muto al colore dei
pesci / e muto alla groppa del mare / a cui non sa dire: ‘Noi, elemento’”. Il
“bamboccio di carne” appare sotto una luce arcaica che esige un rinnovamento,
perché altrimenti non potrà giungere il “Noi”, l’elemento che riproduce la
relazione in una “cadenza di gioco” (Nel regno, VII). Per chiarire la tensione a
una relazione raggiungibile – anche se niente è mai definitivo in Ceni –
attraverso l’occhio animale dell’infanzia riportiamo per intero l’undicesimo
componimento di Nel regno:
> XI
>
>
>
> Tu che non sei di questo mondo e sei nella polvere
> e siedi alla parte breve del tavolo
> estrai dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso,
> coi tuoi pensieri stesi ad asciugare sul greto
> del fiume essiccato come cordicelle annodate
> da un bambino estivo, che raso sull’erba
> scocchi festuche marine alla terra e
> al passo dei tordi proietti la prua di pigne
> del promontorio nel ceduo del mare aperto,
> dove al medesimo intento le cieche aringhe
> migrano e sprofondano.
> Semplicemente, in una radura nel bosco,
> cucita alla fronda più alta la civetta inchioda
> alle loro piume come a peccati falangi di uccelli,
> schiere di alati perduti, cori di rimprovero e di pianto
> mentre tu avvicinandoti alla nave spaziale
> giunta infine a riprenderti fai il gesto
> di estrarre anche questa cosa dalla tasca.
Se in La natura delle cose il soggetto si trovava immerso in un sistema cosmico
dove le referenze si dissolvevano dentro una continua mobilità di forme, qui il
movimento si raccoglie intorno a una scena apparentemente più concreta, quasi
domestica, ma subito caricata di una densità simbolica che impedisce ogni
riduzione narrativa. Il bambino, l’animale, il paesaggio e il gesto rituale
tornano a costituire un’unica trama, come se l’infanzia fosse il luogo in cui il
mondo ricomincia ogni volta a nominarsi. Ma partiamo dall’inizio: “Tu che non
sei di questo mondo e sei nella polvere”, in questo verso convivono le due
polarità fondamentali dell’intera poesia di Ceni: estraneità e immersione
materiale, così come con il gesto successivo – “siedi alla parte breve del
tavolo” – siamo istantaneamente proiettati dentro una scena familiare per niente
pacificata. Il tavolo è sì luogo di incontro, di condivisione, ma la “parte
breve” suggerisce una collocazione laterale, ridotta, quasi ancora marginale
rispetto al pieno ingresso nel circuito della parola. Così si spiega l’atto di
“estrarre dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso”, da un contenitore minimo
esce il bosco, lo spazio vasto, arcaico che concentra il mondo in un gesto
elementare compiuto da chi sta nella parte più ridotta della comunicazione e
quindi del rapporto – il bambino, il poeta? – come se “il bambino estivo”, che
incontreremo a breve, possedesse la capacità di portare con sé interi territori
interiori e cosmici che aspettano di sgorgare. Infatti, da quel bosco si estrae
anche il soggetto stesso: identità e paesaggio nascono insieme, senza
separazione e coincidono nella forma di una continua emersione.
I “pensieri stesi ad asciugare sul greto/ del fiume essiccato” prolungano questa
logica di materializzazione mentale. Il pensiero viene esposto e disposto come
materia fragile in uno spazio prosciugato, il greto del fiume che diventa la
soglia da cui l’acqua è passata e anche il luogo dove il flusso è richiamato
alla memoria. Ancora una volta il rapporto si costruisce su una mancanza attiva,
su una traccia di movimento che non coincide più con il movimento stesso. Invece
l’immagine delle “cordicelle annodate/ da un bambino estivo” introduce il ruolo
generativo dell’infanzia. Il bambino estivo (dimensione di solarità e mitologia
di una rinnovata estate del mondo) che annoda le cordicelle, allo stesso tempo
ri-crea le relazioni – tenendo insieme frammenti di reale proprio quando, “raso
sull’erba”, scocca “festuche marine alla terra” o proietta la “prua di pigne/
del promontorio nel ceduo del mare aperto” – e riesce a tenere insieme più
dimensioni, sovrapponendo, in un’elencazione senza climax e per questo
estremamente inclusiva, la materia vegetale e quella marina, la navigazione
umana e il mondo animale.
In “le cieche aringhe/ migrano e sprofondano”, la cecità delle aringhe sembra
raffigurare un orientamento affidato a un sapere non visivo, a un movimento
inscritto nel corpo e interlocutore implicito di una relazione che,
accompagnandolo, supera il dominio umano.
La seconda parte del testo intensifica il carattere rituale della scena: “In una
radura nel bosco,/ cucita alla fronda più alta la civetta inchioda/ alle loro
piume come a peccati falangi di uccelli”, le falangi di uccelli diventano
“peccati”, e il bosco si trasforma in uno spazio liturgico dove la natura stessa
organizza forme di colpa e di ammonimento sotto l’egida della civetta, animale
tradizionalmente legato alla veglia e alla conoscenza notturna, con funzione
sacerdotale o giudicante. Le “schiere di alati perduti, cori di rimprovero e di
pianto”, rinforzano quanto detto, mostrando come il mondo animale partecipi
pienamente di una dimensione corale. Il canto, il rimprovero, il pianto
costruiscono una comunità sonora per cui il “suono di bestie” evocato in
precedenza mostra la sua necessità profonda: occorre sempre una diversa
comunicazione per abbattere i confini del linguaggio, un’apertura inclusiva che
rinnovi la sacralità della relazione.
Il finale è straordinario: “mentre tu avvicinandoti alla nave spaziale/ giunta
infine a riprenderti fai il gesto/ di estrarre anche questa cosa dalla tasca”.
La dimensione cosmica, introdotta dalla nave spaziale in maniera improvvisa
anche se non del tutto inaspettata, vivifica l’azione infantile dell’estrazione,
e la tasca, espandendosi verso questa nuova esperienza, si fa ancora contenitore
espanso del gioco spiraliforme della creazione. La tasca è la soglia di un
universo-matriosca o curva spazio-temporale, materia oscura legata a doppio nodo
al substrato infantile e animale che caratterizza Mattoni per l’altare del
fuoco.
L’infanzia come l’animalità, però, non sono simboli di un’origine innocente,
bensì qualcosa di più mobile e complesso che può implodere continuamente, che si
porta dietro la sua distruzione. L’ultimo testo della raccolta ci offre
un’articolazione quasi riassuntiva di quanto appena detto:
XXXIII
Io sto qui e da qui
vedo collassare le stelle, implodere i volatili,
cabrare verso il loro dio le nubi
per poi precipitare in lacrime e piogge;
vedo cadere tutto e tutto
ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
e la polvere dalla tasca buona del cadavere
persino volare in aria per un momento
l’erba tosata, la cenere dal vertice del falò
ma senza che mai nulla
giunga mai veramente al suolo,
così che la lacrima resta nel suo occhio, la pioggia nella sua nube.
Io, dalle volute di fumo umide e
dalle pire collinari e dai roghi contadini, credo
siano venuti degli uomini, credo,
ad ardere i campi e con essi la mia vita;
sia lode a loro perché da qui l’illusione è perfetta:
i figli cessano di crescere i genitori non muoiono
in ogni frutto traspare la sua gemma:
rivedo mio padre quando aprì la botola
e discese nel buio e nulla seppe mai più di me,
riodo i fischioni di richiamo lanciati verso qualcuno che non torna,
ed ecco spiegata la ragione del pesce elettrico
negli abissi del mare o perché gli uccelli credono
col loro canto di far sorgere il sole.
Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
e non perdonano e sono spietati
e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
per abituarti a guardare ogni cosa
come da dietro una vampa.
In questo testo la raccolta sembra veramente rastrellare e portare a un punto
estremo tutte le linee che l’hanno attraversata. Se in XI di Nel regno la tasca
infantile appariva come un contenitore capace di espandersi fino alla nave
spaziale, qui quel principio di espansione entra apertamente in relazione con il
collasso, con l’implosione, con una fisica del mondo che coinvolge
simultaneamente stelle, animali, corpi e memorie. Il precipitare delle forme è
espresso sin da subito, infatti nell’incipit leggiamo: “Io sto qui e da qui/
vedo collassare le stelle, implodere i volatili”. L’io espanso è all’interno di
un movimento critico, di una anomalia elettrostatica nella caduta. Il
verbo “collassare” riferito alle stelle si lega a “implodere i volatili” unendo
in un solo verso la fine dell’uno-molteplice, del mondo astrale e animale.
Ancora una volta il grande e il minimo, il siderale e il vivente, sono sullo
stesso piano percettivo anche se seguono la direzione opposta alla generatività,
in un processo di combustione generale che compartecipa, comunque, a una sola,
costante trasformazione.
Il centro della prima sequenza – “vedo cadere tutto e tutto/ ininterrottamente/
la foglia, l’ala, il vento/ che incitano il bambino giù dal tetto/ e la polvere
dalla tasca buona del cadavere” – è esplicita in tal senso: la foglia, l’ala, il
vento costituiscono una triade mobile, ma il bambino appare immediatamente
attratto verso il basso, come se l’infanzia stessa fosse sempre esposta al
rischio della caduta per quanto età sorgiva. E poi ritorna la tasca anche se in
forma radicalmente trasformata, come “tasca buona del cadavere” che elude, o
meglio, annienta l’inclusività del testo precedente. Il contenitore originario
accompagna ora il corpo morto, e la polvere che ne esce segnala che creazione e
dissoluzione sono assolutamente compatibili.
Subito dopo giungiamo a una sospensione quasi metafisica, “ma senza che mai
nulla/ giunga mai veramente al suolo”, tutto cade, ma non tocca davvero il
fondo; la lacrima rimane nell’occhio, la pioggia nella nube in un’immanenza
costante e senza compimento. Lo stato di immersione e sospensivo permette alla
memoria di riaprire il tempo – “Rivedo mio padre quando aprì la botola/ e
discese nel buio” – con il ritorno della figura paterna che attraversa
un’ulteriore soglia, apre una botola (infera?) che scende in un altrove
sotterraneo, e che, proprio come nei testi precedenti la porta o il corridoio,
definisce un accesso impossibile o differito. Ma qui il padre scompare nel buio,
non è lo psicopompo che conduce ma, molto più sommessamente, un essere che
transita nell’oblio in una scomparsa etica oltre che conoscitiva – “nulla seppe
mai più di me” –, la separazione adesso sembra essere definitiva anche se poco
prima si dice che “i genitori non muoiono”, perché, per Ceni, la fine non è la
morte ma il rischio che immaginazione e memoria si estinguano, solo così si
chiarisce l’immane spinta affabulatoria della sua poesia, perché solo “da qui
l’illusione è perfetta”, cioè proprio dal testo.
Anche il richiamo animale ritorna – “riodo i fischioni di richiamo lanciati
verso qualcuno che non torna” – ma senza risposta: gli uccelli, il pesce
elettrico, i volatili implosi sono segnali attraverso cui il mondo continua a
interrogare il destino del legame. L’immagine del “pesce elettrico/ negli abissi
del mare” è particolarmente significativa perché la profondità marina, abbiamo
visto, era centrale nei testi precedenti, e ora torna per spiegarci che
“qualcuno non torna”, indicando così la vera trasformazione visibile alla fine
della terza raccolta di Ceni che, ormai è evidente, risiede nell’impossibilità
di una circolazione puramente iterativa dell’essere. Invece, i cicli di morte e
rinascita sono sempre compiuti per ripartire da altre prospettive, in uno
sfasamento dimensionale e spiraliforme. Ecco anche spiegato perché gli uccelli
“credono/ col loro canto di far sorgere il sole”, il canto animale serve come un
richiamo – o avvertimento – al lettore, in una referenza ritrovata nella fede
elementare in una causalità non semplicemente illusoria, ma più specificamente
poetica, cioè, secondo le intenzioni più o meno razionali di Ceni,
affabulatoria. Così il poeta prova a superare (o eludere?) l’impasse relazionale
e la lunga lode finale sembra evidenziarlo:
> Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
> e non perdonano e sono spietati
> e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
> a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
> e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
> fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
> contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
> per abituarti a guardare ogni cosa
> come da dietro una vampa.
La formula liturgica della lode viene applicata a figure dure, perfino crudeli e
si riconosce che la vita si dà anche attraverso forme di violenza. L’immagine
dell’agrostide, ad esempio, che “combusta l’intera sua esistenza”, porta questa
intuizione al suo cuore per cui la vita è combustione lenta, metodica, “covone
dopo covone”, il verbo combustare restituisce perfettamente la logica di Mattoni
per l’altare del fuoco: vivere significa consumarsi e trasformarsi nello stesso
atto.
L’ultimo movimento – “contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della
vita/ per abituarti a guardare ogni cosa/ come da dietro una vampa” – riassume
forse l’intera raccolta. Contrazione ed espansione coincidono, proprio come
implosione e generazione, ma occorre abituarsi a guardare “da dietro una vampa”
il mondo, attraverso una soglia mobile, cioè, che deforma nel dolore e rivela
insieme (ancora un “tra” del rapporto).
Con Combattimento ininterrotto del 2015 – e ultima raccolta a oggi pubblicata da
Ceni – è ri-annunciata una conflittualità senza tregua, quasi una necessità per
“essere” nel mondo. Questo potrebbe significare che la relazione, che abbiamo
visto nelle raccolte precedenti si costruiva attraverso soglie, passaggi,
espansioni e collassi, ora sembra sempre più immersa in dinamiche di urto
costante, per cui si amplifica l’idea che ogni elemento esista come sotto
pressione. Infanzia e mondo animale, ad esempio, restano come costituenti di un
reale di percezioni assolute, matrici profonde di un “regno” della caduta ma
anche dell’esaltazione. Ciò che in Mattoni si presentava ancora attraverso una
ritualità sorgiva, dove il bambino poteva estrarre il bosco dalla tasca e la
tasca stessa diventava figura di un universo espanso, in Combattimento
ininterrotto tende a mostrarsi sotto una luce più scoperta, più esposta al
trauma del tempo e alla durezza della permanenza. L’energia infantile entra
nell’agone con più virulenza, come se ogni origine fosse ormai costretta a
misurarsi con una continuità di attriti.
Anche il rapporto con il cosmo cambia intensità. Nelle raccolte precedenti
stelle, mare, vegetazione, animali e presenze familiari entravano in un unico
sistema di metamorfosi dove il soggetto si lasciava attraversare da forze
multiple; in Combattimento ininterrotto questa apertura cosmica resta, ma assume
spesso una qualità più netta, frontale, come se la visione fosse meno affidata
al processo di espansione e più alla persistenza quasi muscolare delle forme. Il
cielo, la terra, il corpo e il linguaggio sono segnati da una tensione più
severa.
In questo senso il passaggio è perfettamente coerente con il finale di Mattoni
per l’altare del fuoco, dove la “vampa” significava imparare a vedere il mondo
dentro una deformazione ardente, dentro il consumo del comburere, ovvero dentro
la lotta costante con un mondo che, però, proprio perché attraversabile,
possiede la capacità di incontrare l’alterità. La stessa idea
di combattimento va letta come prosecuzione della logica del “tra”, di una
soglia che attraversa un ulteriore mutamento verso il luogo dove le forze si
misurano continuamente senza stabilizzarsi.
Anche la dimensione sacrale, così forte in Mattoni, non si esaurisce ma si
interiorizza nel gesto stesso della resistenza linguistica. Il rito adesso vive
nella capacità del testo di sostenere la durata dello scontro senza perdere
intensità visionaria. È come se la poesia, dopo avere attraversato il fuoco
dell’origine, si trovasse ora costretta a restare dentro le sue conseguenze, in
una vigilanza continua. Per questo Combattimento ininterrotto può essere letto
come il libro in cui il movimento spiraliforme delle raccolte precedenti si fa
più concentrato e insieme più esposto: ciò che prima si apriva in grandi sistemi
di metamorfosi cosmica ora si raccoglie in una dinamica di permanenza
conflittuale, ma vediamo come:
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
“Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dell’estate all’estuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce l’unica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli – estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto – e la sua ancor giovane moglie – la smarrita –
che udendolo rincasare gli tendono l’imboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dell’atrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metà, credendolo annegato in pensieri – l’identificazione,
ad esempio, di un solo grano di felicità per chilometrici litoranei
arenili – gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare l’inganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nell’impianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla – il frinìo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura –
l’amante sull’altra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sull’occipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro d’acqua,
l’unghia incarnita del piede giallo, col quale – ascolta –
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
– astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache – discese per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera
blindata della mente, e lì, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò l’intera notte – la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso d’ignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorte.”
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
Nel testo presentato, ogni immagine sembra nascere dall’urto con quella
successiva, per accumulo di fronti percettivi e memoriali continuamente aperti.
Il titolo, apparentemente nitido e isolato, introduce un animale che, come
abbiamo potuto constatare, in Ceni non è mai semplice presenza naturalistica:
l’airone, figura di immobilità vigile, di attesa e di scarto improvviso, diventa
subito principio di discesa, quasi voce che sovrasta e insieme avvolge, una
soglia. L’incipit e il finale, identici, costruiscono le due ante di una cornice
incantatoria: “Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,/
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio”. In questa
ripresa circolare leggiamo esaltazione e regno da un lato, caduta ed esilio
dall’altro, in perfetta coesistenza così come la nebbia, distribuendo il
visibile in modo intermittente, costringe a procedere per apparizioni parziali e
nella lunga deriva della materia in trasformazione.
Il lungo discorso interno che occupa il corpo del testo è scandito da un
imperativo ripetuto: “Entra”. Questo verbo è decisivo perché conferma che anche
in questa raccolta il centro resta la soglia che, però, non coincide più con un
punto preciso – porta, corridoio, tavolo, botola – bensì con una condizione
mentale e percettiva continua. “Entra, in questa Lapponia della mente in questa
Islanda del cuore”: geografie reali vengono immediatamente interiorizzate e
trasformate in territori psichici, Lapponia e Islanda sono i termini di
un’affabulazione a doppia entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la
Lapponia della mente corrisponde all’Islanda del cuore), poi l’accesso
all’immaginazione profonda dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce
la sua stessa simbologia. Come l’immagine del bambino nel mattatoio sembra
suggerire, accedere significa trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi,
“muggiamo” perché solo in quel modo, e solo nel perpetuo rinnovamento
dell’infanzia, possiamo aderire e far sopravvivere “l’eroe”, il sempre nativo,
l’allucinato (come i riferimenti ai guerrieri americani e l’utilizzo del peyotl
sembrano suggerire). L’eroe di Ceni, però, non ha nulla di epico in senso
tradizionale: porta la morte su una spalla e l’amante sull’altra, entrambe
invecchiate, entrambe ormai segnate dal tempo, un residuo umano (il poeta?) che
resiste attraverso una memoria che rilancia il futuro in figure sciamaniche. Il
racconto, perciò, scende “per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera/
blindata della mente”, dentro una soglia organica e interiore – la mente come
camera blindata – e come un guerriero indigeno, in un’incursione che è anche un
assalto rituale, quello della parola della poesia – “il racconto della fiaba”,
appunto – che fonde l’eroe e la stessa fiaba, affabulatore e affabulazione, in
un’allucinazione arcaica che ri-dona alla scrittura la sua potenza immaginifica.
Quando infine ritorna il distico iniziale, la ripetizione conferma che nulla è
stato risolto. Dopo l’intero attraversamento, la voce del poeta continua a
scendere come un airone grigio, “come una tenue trama invernale”. Questo
significa che il combattimento è davvero ininterrotto: ogni immersione riapre il
ciclo.
Il “tra” di Alessandro Ceni è vero spazio di durata conflittuale e senza
sintesi, la parola-airone che è insieme distanza e immersione nella materia in
attrito, che incarna una forma di sorveglianza combattente e non pacificabile.
Il senso di irriducibilità rintracciato in Airone grigio è inequivocabile in uno
dei testi conclusivi della raccolta:
Tempio
Eccomi, irriducibile tramite fra il cielo e la terra,
eccomi tra di voi, piante, officiante a medicarvi,
eccomi tra di voi completamente nudo e duro, pronto
a ingravidarvi al vostro minimo assenso:
come l’animale che libero siede e si volta
una sola volta a controllare se ci sei
e si appaga della sola tua presenza, un attimo prima
che l’intera foresta balzi e strepitando gli muova incontro,
così è il mio amore: asciutto e privo di ogni gioia:
nello stesso modo i delusi si separano o
un uomo viene fatto scendere alla frontiera:
ma, simile a chi si desta in un letto non suo e,
dimentico del presente inconsapevole del passato, non sa
e si domanda e bussa alla sua propria porta, vengo
umilmente a celebrare in voi me, a date stabilite,
il vostro inverno e la vostra primavera in me:
non ha prove il buon fabbro
quando pinza l’altrui morte: la forgia
al fastello delle proprie fiamme, l’afferra col mantice
dei sospiri, e poiché la morte ha un breve prologo nella vita
egli su di lei batte dal nulla un’incudine d’immagini:
una sconosciuta lacrima lo tormenta
un inusitato granello di polvere gli angoscia nell’occhio,
l’indesiderata stilla che friggerà sul suo ferro raffreddandolo:
così, dinnanzi voi, piante, mi nomino al neutro,
l’indivisibile, il sempre scisso,
accordo al vostro muto campo il mio sonaglio
e spezzo ogni legame come fossero fili di lana.
In Tempio si inscena ancora una dimensione rituale e già l’incipit – “Eccomi,
irriducibile tramite fra il cielo e la terra” – presenta il soggetto in una
postura ontologica in tensione, come “tramite” “irriducibile”, esposto
nell’attraversamento. La funzione di officiante – introdotta dalla formula
anaforica che insiste sulla presenza: “eccomi tra di voi, piante, officiante a
medicarvi” – prepara all’atto erotico e generativo – “eccomi tra di voi
completamente nudo e duro, pronto/ a ingravidarvi al vostro minimo assenso” –
spostando l’attenzione sul non umano: le piante diventano controparti di un
culto.
L’immagine, per quanto possa apparire estrema, è solo una tappa verso la
profondità relazionale e corporea cui Ceni ci conduce. Ne sono testimonianza i
due punti che, a partire dalla conclusione della prima strofa, costellano il
testo come cerniere elencatorie, soglie che trasbordano il nesso del rapporto a
sempre nuovi mondi. Così, nel passaggio successivo troviamo l’animale a fare da
tramite per l’agnizione del soggetto che può riconoscersi nell’amore “asciutto e
privo di ogni gioia”, scabro e scabroso nella sua inesorabilità:
> come l’animale che libero siede e si volta
> una sola volta a controllare se ci sei
> e si appaga della sola tua presenza, un attimo prima
> che l’intera foresta balzi e strepitando gli muova incontro,
> così è il mio amore: asciutto e privo di ogni gioia:
L’animale “si volta/ una sola volta” per appagarsi della pura presenza
dell’altro, senza possesso o permanenza e l’amore, sottratto a ogni
sentimentalismo, è vigliante ma anche sotto assedio – il selvatico della foresta
che balza e strepita –, è come la parola-airone di cui dicevamo in precedenza,
allo stesso tempo distanza e coinvolgimento, presenza pronta a dissolversi.
Per questo lo stesso amore viene accostato alla separazione dei delusi o alla
discesa di un uomo alla frontiera, perché la relazione è sempre prossima a un
limite, a un confine.
La frontiera è il “tra” – lo avevamo visto in Anedda, nel testo Confine – che
qui diventa anche luogo dove si è fatti scendere per impattare la soglia di
rischio che può perdere persino l’identità. Anzi, la frontiera è generativa
proprio per questo suo potere decadente, la sua potenza d’oblio che annienta il
soggetto, lo fa dimenticare e lo perde in un “voi” umile e rigenerante, una
celebrazione nell’altro, un altro rito di riconoscimento, una purificazione
ribaltata nel congiungimento e nella mescolanza:
> …simile a chi si desta in un letto non suo e,
> dimentico del presente inconsapevole del passato, non sa
> e si domanda e bussa alla sua propria porta, vengo
> umilmente a celebrare in voi me, a date stabilite,
> il vostro inverno e la vostra primavera in me:
Il gesto di bussare “alla sua propria porta” riprende una lunga costellazione
ceniana di soglie domestiche – la porta del padre, la botola, il corridoio – ma
con una torsione ulteriore: adesso il soggetto bussa a se stesso, perché
l’accesso alla propria identità, come si diceva, è diventato esso stesso
problematico. La ricerca del sé è comunque dentro un tragitto che lo travalica e
ingloba, e infatti l’inverno e la primavera sono nominati come cicli stagionali
che diventano interiori e condivisi. Mentre la ricerca continua, ecco insinuarsi
nell’ultima strofa la figura del fabbro – “non ha prove il buon fabbro/ quando
pinza l’altrui morte” – che rappresenta una potentissima trasposizione nella
materia (artigianale, della poesia?), del combattimento che prova a dare forma
al sé e, più in assoluto, al tentativo sempre attivo di rigenerazione che
abbiamo visto guida la poetica di Ceni. Così come la materia – la poesia – non
può bloccare la trasformazione, il fabbro non domina la morte: la afferra, la
porta nella forgia, la sottopone al fuoco delle proprie fiamme, senza mai
esaurirla poiché “la morte ha un breve prologo nella vita”, ne diviene
costantemente la premessa e l’“incudine d’immagini” su cui il poeta batte le sue
illusioni è la produzione figurativa che resiste e lotta senza alcuna
consolazione. La poesia è il combattimento ininterrotto per cui anche le parole
minime – la lacrima, il granello di polvere, la stilla che frigge sul ferro
raffreddandolo – sono armi impure che osano alterare il lavoro del fuoco (si
ricordi il titolo della raccolta precedente, Mattoni per l’altare del fuoco).
Nel finale, il soggetto torna su se stesso rinnovato e uguale – “così, dinnanzi
voi, piante, mi nomino al neutro,/ l’indivisibile, il sempre scisso –, in una
doppia formula ossimorica che conferma quanto in Ceni l’integrità dell’essere è
possibile solo riconoscendone la frattura costitutiva. Il neutro, allora, non è
indifferenza ma posizione sottratta alle identità stabili e l’indivisibile,
infatti, coincide con il sempre scisso. In questa inedita auto-investitura, il
soggetto riconosce umilmente la necessità di un nuovo accordo col mondo, con la
sua muta necessità e con il rischio dell’agguato – “accordo al vostro muto campo
il mio sonaglio”. Il rapporto tra parola e silenzio è espresso attraverso
l’accordo, ancora una volta un’ambivalenza semantica che agglutina in una parola
il cuore del soggetto modulandolo sui toni del silenzio vegetale. Il gesto
finale, però, – “spezzo ogni legame come fossero fili di lana” – costruito
provocatoriamente sulla sillessi (“ogni legame come fossero”) non contraddice la
relazione ma ne espande con un ultimo colpo di coda la criticità: ogni legame,
proprio perché reale, deve poter essere spezzato, rimesso in tensione.
In Tempio, ma potremmo dire in tutto Combattimento ininterrotto, il “tra”
raggiunge così una formulazione teorica e, allo stesso tempo, incarnata nel
testo, perché è la parola a restare irriducibilmente esposta tra cielo e terra,
tra cura e scissione, tra nominazione e perdita.
Gianluca D’Andrea
(fine)
L'articolo “Come da dietro una vampa”. Sulla poesia di Alessandro Ceni proviene
da Pangea.
Vivere il mondo con umorismo e talento: questo ha fatto Mino Maccari, pittore e
scrittore che latita dalle nostre librerie da anni ma che è ben vivo nel ricordo
di chi ne conosce l’opera. Eppure lo si sta dimenticando, come una nota a piè di
pagina che si stenta a consultare.
Diciamo innanzitutto che Maccari aveva un difetto che la nostra epoca perdona di
rado: era stato un convinto fascista della prima ora, tanto da partecipare alla
Marcia su Roma. Aveva fatto carriera sotto il fascismo, pur con tutte le sue
stravaganze artistiche e caratteriali, che lo fecero prima espellere dal partito
e poi riammettere nelle sue file. Molto più tardi Maccari avrebbe detto:
> “I miei maestri? Gargantua e Pantagruele, spesso mascherati da Mussolini.”
Non nascondeva il suo passato. Eppure dopo l’armistizio era stato anche un
convinto partigiano.
Pare che a lui si debba la boutade spesso attribuita a Ennio Flaiano, suo grande
amico: “Il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e
l’antifascismo.” Una frase che oggi piace molto ai postfascisti, sempre molto
indulgenti verso se stessi e la loro storia, ma che anche gli antifascisti non
devono disconoscere, in tempi nei quali si celebra facilmente un apparente
perbenismo che non è altro che malcelata censura.
Maccari tendeva a disperdere e sprecare il proprio talento, come tanti autori e
illustratori satirici della sua epoca. Scriveva e disegnava qua e là, con
generosità e inventiva. Durante il fascismo fece epoca – e arte, e cultura – con
la rivista “Il Selvaggio”, che fu dapprima promotrice ed esaltatrice di un certo
fascismo stravagante e spaccone ma che poi, sotto la direzione di Maccari, si
affrancò dalla politica per consacrarsi alla letteratura e all’arte. C’è un bel
volume edito da Neri Pozza nel 1959 che contiene una selezione degli spunti e
dei disegni che Maccari andava pubblicando su “Il Selvaggio”. Il tratto delle
sue illustrazioni è a un tempo malinconico e buffo, alle volte grottesco: e
ancora oggi quelle pagine conservano intatto il loro fascino estetico.
Offriamone una svelta carrellata. Ci sono dei volti che paiono fluttuare su una
nuvola rivolti alla silhouette di una donna in fuga, con sotto la scritta: “Dove
vai, arte?” C’è un gendarme che sembra arrestare un poveraccio ma che è al tempo
stesso attratto dal didietro di una signorina di passaggio. C’è un elegante
pittore che ritrae tre donne formose facendone dei demoni mostruosi, e sotto la
dicitura: “Le sanzioni sono così brutte come si dipingono.” C’è Sua Eccellenza
Bottai che spiega a una classe di bambini “i rapporti fra lingua e rivoluzione”,
solo che sulla lavagna è disegnato il volto di una donna dalla lingua
gigantesca.
Infine ci sono i bon mot e i giochi di parole, tipici di Maccari, divertito
giocoliere delle lettere, quali ad esempio: “Sostantivo, sostantivo/ D’aggettivi
non sei privo/ In tal posa goffa e trista/ Ti ridusse il giornalista”, o: “Che
seccatura/ L’Istituto Fascista di Cultura”, o: “Nell’ora storica/ Niente
retorica”, o: “Vada l’Europa al diavolo/ Non ce ne importa un cavolo”, o: “Da
Mino Maccari/ Non più s’impari/ Egli ha tradito/ Moglie e Marito”, o:
“Dall’Accademia nessuna nuova/ (Gatta ci cova!).”
Insomma, quella di Mino Maccari era una rivista di battaglia che tuttavia non
perdeva mai il suo nerbo leggero e canzonatorio e quindi la sua grazia anche
infantile e giocosa. Certamente fece scuola.
L’arte di Maccari – sotto il fascismo e in seguito – è stata compagna e
concorrente di quella di Leo Longanesi, che pure andrebbe riportata nelle
librerie. Erano tempi di grandi impegni politici e intellettuali, da ambo le
parti, ed essere colti e liberi – liberamente ironici e colti – non era
semplice. Mino Maccari riusciva a esserlo senza grandi proclami. La libertà non
si esibisce tronfiamente come un vessillo, ma si porta nel fondo delle tasche –
delle nostre tasche vuote – come un portafortuna, come una piccola ma
fondamentale prova di spirito e di dignità.
Bisognerebbe riesumare il caro Maccari dall’oblio in cui si crogiola.
Edoardo Pisani
L'articolo “Vada l’Europa al diavolo, non ce ne importa un cavolo”. Libertà di
Mino Maccari proviene da Pangea.
Strepitoso Picca. Picca al vertice. Viene di imitarlo, per la sua natura lirica.
Voglio dire che lo scrittore ha un’intonazione che ingloba già tutto il destino
umano. Tant’è vero che all’origine, questa recensione è stata scritta in versi,
versi liberi, naturalmente. Volevo provare, ma la fisicità delle cose, la
descrizione dei luoghi, degli spazi, mi pareva restassero fuori, per giunta ci
sono pochi precedenti letterari in questa direzione, anche se la poesia è vicina
all’autore, trova una corrispondenza capace di tracciare ponti, superstrade,
linee di fuoco amiche che illuminano i racconti. Geografia e uomo s’intrecciano,
come le dita delle mani unite.
Che cosa siamo stati?, che cosa saremo? Domande che s’impongono a sorpresa, che
schiantano la povera domanda principale che siamo, abbiamo in serbo nel
presente. Il numero aureo di questo libro è già nel titolo: Roma mia, non morirò
più (La nave di Teseo, 2025). Il mistero del dolore e della gioia posti a
contrasto, in chiaroscuro, in posa realistica, ma sognata, quindi visionaria.
Anche il Belli è una visione, visto attraverso Citti, Pasolini, Gadda (che non
c’è ma s’indovina).
Mi fa riflettere chi dice che Dio è ingiusto, considerando l’elenco degli uomini
che hanno realizzato sé stessi dopo la croce del Cristo. Opera, idea,
iniziativa, letizia umana e espressione artistica, letteraria, come avviene in
questo libro. Libro vero, che vuole dire tutto e lo dice. Roma è mai stata detta
così totalmente? Non si vede che violenza in giro, sugli schermi, dappertutto,
oleografia del mondo attuale. Invece, uno stormo di uccelli palpita qui, sulla
pagina come in cielo, sono le storie che leggiamo, i loro battiti, i loro
luoghi. Nomi e nomi di luoghi, una mappa incisa sul corpo. Mi ha fatto ricordare
che ero anch’io negli anni Sessanta al quartiere Monteverde. Embeh?, mi sentivo
dire. Misuravo il linguaggio che ascoltavo insieme a quello dei miei poveri
pensieri. Non sapevo ancora.
La rivelazione arriva improvvisa: ma com’è che leggi tutte le parole?, mi
chiedo, una a una, non te le lasci scappare, resti incollato. Alcune le leggi
due volte. Come si spiega questo fenomeno?, è per scrupolo di attenzione?, o è
il linguaggio che lo richiede? Forse perché si parla di una Roma inedita, penso
io, sebbene assai riconoscibile, comunque raccontata da dentro, anche un po’
orientale nei ritmi e nei modi, e quindi ti trovi davanti a degli intarsi, non
se ne può perdere uno di quei pezzi, così precisi di date, orari, vie,
monumenti, incontri, dialoghi. Tralasciarli significa rischiare di offuscare
l’intera pagina.
Bisogna ammettere che ci sono pochi libri scritti così in Italia, si percepisce
l’impeto, la natura che vive nell’esigenza dello scrivere. Mi è venuto in
mente Il re e il lustrascarpe di Domenico Rea, anche quello libro totale,
profondo, quasi enciclopedia di Napoli degli anni Sessanta, coralità e evento
vengono a cumularsi e trascendersi. Il neorealismo incomincia a cambiare
pelle. Ma, a fare la differenza, nel libro di Picca c’è una poesia bellissima, a
pagina 20, poesia che chiude, conclude il brano che ritrae la poetessa Amelia
Rosselli.Perché quella poesia è il cardine su cui si muove l’intera opera, a mio
parere, o almeno la prima parte, e viene a concepirsi il suo mondo attorno a
essa.
> Le tue poesie le ho dimenticate.
> Le poesie degli amici si dimenticano sempre.
> Le poesie degli amici vanno dimenticate.
> Gli amici come te, del resto, sono nati nel 1930:
> la data che porto ricamata sulla camicia di lino bianca.
> La nascita tua e di mio padre.
> Ora avresti riso con fragore spruzzando saliva dalle labbra.
> Bella d’ossa e di capelli neri.
> Identici a quelli di mia madre.
Siamo sulla sponda di un greto, arriva un fiume, ma che dico?, una lava di tempo
incandescente, che scorre intorno a quelle parole, eppure niente le abbatte,
niente le travolge, esse restano. Mettono insieme una genealogia, perciò nulla
si muove da lì, da quel chiodo, su cui si fissano amicizia, padre, madre. Non è
una vita facile che si vuol raccontare.
Questo è il Novecento. Questa è l’opera. Soprattutto la madre rappresenta
un’armonia di legame, mi sembra, che si rispecchia nel rapporto con la poetessa.
È la gestione di un ricordo complesso, fondante, concreto, che permette alla
scrittura di vivere. Punta a un sacrificio.
Vincenzo Gambardella
*In copertina: Giovanni Battista Piranesi, “Mappa di Roma”, 1756
L'articolo Sull’ultimo libro di Aurelio Picca, un libro che vuole dire tutto – e
lo dice proviene da Pangea.
Ho conosciuto Mattia la prima volta quando Piazza Navona era ancora lo Stadio di
Domiziano e si facevano le gare in onore di Giove. Mattia mi dice che proviene
dalla Campania Felix (nel senso di fertile). Scopriamo che dalle parti dello
stadio c’è un Odeon, dedicato alle sfide di poesia. All’epoca non
c’era Inverso e nemmeno Pangea (la rivista, perché la Pangea in effetti c’era
stata), però io e Mattia per passare il tempo della competizione ci mettiamo a
intonare un canto alla musa, e qualcuno dal fondo della sala ci definisce poeti.
Mi faccio quindi l’idea che Mattia sia legato in qualche modo a Roma.
Molte vite dopo (quantificate voi quante), il 31 gennaio 2026 facciamo un altro
evento insieme a Roma, in un caffè letterario che si chiama Horafelix (anch’esso
nel senso di fertile, dal latino). Questo reading però non è più per Giove
Ottimo Massimo e la sua effigie, ma per la Roman Beat Generation che sta per
venire (i tempi cambiano, il futuro è già passato).
Comunque ci viene voglia di farci una chiacchierata…
*
Mattia, da direttore di una rivista letteraria – Inverso, fondata con Gabriele
Galloni nel 2018 – registri delle tendenze nella poesia contemporanea italiana?
E in quella straniera? – di recente hai anche compiuto un piccolo tour poetico
europeo…
Che ridere il siparietto. Io però vengo da una terra irredimibile. Mercenari,
manicomi, radioattività. È la terra dei fuochi. Altro che felix, sta tutta
appicciata. Tenete le idee della terra lontane da me. Terre promesse, giardini a
cui accedere. Qualcuno diceva che «siamo ancora troppo terrestri». Andiamo
avanti. Non è stato un “tour poetico”. Sono andato a raccogliere fondi per
mandare aiuti in trincea. Elmetti per gli elicotteri, giubbotti antiproiettile.
A Praga c’è la più grande comunità della diaspora della più grande tra le guerre
del secolo. Mandiamo i corpi degli altri al macello ai confini dell’Europa così
ci sentiamo più sicuri e beatamente sonnecchianti nel Diritto. Ci risvegliamo
per difenderlo nelle rare occasioni in cui ci rendiamo conto che i nostri di
corpi, tra tutti sempre i più pacificati, diventano punti di presa, leve,
bersagli. Come se per il resto del tempo fossero assolti nel loro riposo,
intangibili, felicemente al riparo dalla storia. Il resto del viaggio è servito
a incontrare un po’ di poeti. C’è una carovana in cammino per l’Europa che sosta
dove meno te l’aspetti. Precisamente in luogo dell’Imprevedibile. È piena di
gente che la polizia non arresta perché non saprebbe come registrarla. Come li
archivi, questi? Li trovi nelle piazze che si dicono le poesie, alle feste di
paese, nel bosco che cercano piantagioni segretissime di marijuana e non trovano
né il bosco né la marijuana – piuttosto li vedi smaniosi come creature senza
sostanza, affamatissime. Quello che ha imparato a giocare a carte per fare certe
cose, quello che è stato un mangiafuoco, l’altro in bilico al baratro che ride e
più ride più si incarna in qualcosa che non sai e che ti inquieta, ti reclama.
Tutta gente con le spalle al muro che se ce li schiacci contro ci si infiltrano,
nel muro, e ronzano e ronzano, zanzare invisibili e senza consistenza,
fastidiosissime. Non hanno neanche una lingua da parlare, no, si tratta
veramente di un ronzio. Credo questo ti risponda anche alla questione della
poesia. Diciamolo che «il poeta non ha contemporanei», però, perché nessuna di
noi zanzare ha una vaga idea di come funzionino linearità e cronologia. Domani
mi sveglio e ti vengo a fare un’imboscata in un sogno che hai sognato da
bambino.
Ti ho sentito spesso parlare di “carovana” – cosa intendi, in ambito poetico?
Può essere un concetto contrapposto al personalismo poetico dilagante del
pensiero – “il mio libro, i miei premi, le mie recensioni”?
Una volta Dario ha sognato il mondo al tempo in cui il linguaggio non esisteva
ancora e solo io, raccontava, prendevo la parola per dire sciababàb,
sciababàbba. Così camminavamo sulle alture del villaggio, lungo le colline, e
improvvisavamo un grande tavolo per sederci e mangiare. Un’altra volta, invece,
Paolo Gera ha scritto: «‘Mattia Tarantino’ non indica un’entità individuale, ma
una tribù». Ecco, la storia è questa. Parliamo con le parole venute in sogno
agli amici, le parole per chiamarci al cammino e riunirci per mangiare. La
carovana prima di tutto ci ricorda che non esiste qualcosa come una vita
individuale. La vita di Dario, quella di Nicola, quella delle bestie, del
basilico e perfino di tutte le pietre e i corpi celesti sono una vita sola,
inseparabile, una variazione continua, emanazioni scivolose incompatibili con
gradi, specie, gerarchie. Figuriamoci quando si tratta degli amici. In che senso
Daphne o Luigi e la brodaglia che risponde del mio nome incarnino o dispongano
di vite differenti non riesco a capirlo. Siamo insieme allo stesso bar, seduti
ogni sera allo stesso tavolo, ci vediamo di città in città lungo tutto il Paese,
diciamo le poesie alle stesse persone negli stessi luoghi e i nostri segni
schiudono ogni volta l’accesso a un sotterraneo o illuminano un filo, una
cordicella, che conduce dall’uno all’altro. La cosa che abbiamo a lungo chiamato
‘vita’ sono questi sottopassaggi e questi portali schiusi ai segni, l’illusione
di un destino in luogo di precisi incantesimi di prossimità. No, nessuno ha
scritto un libro. Sono collezioni di furti, di tecniche per manipolarci
l’esistenza, parole che diciamo per attivare qualcos’altro ancora inaccessibile
che appena nominato appare e circola, inesauribilmente. Come quando senti di
qualcosa per la prima volta e poi non vedi altro: era tutto lì, è sempre stato
lì – o, al contrario, senza chiamarlo non sarebbe apparso mai. Questa è la
carovana. Le nostre esistenze, sciabababba, spese al riparo dai punti di presa e
di governo, da quello che cerca di censirci, amministrarci, farci una sagoma
nell’incantamento di razionalità senza incanto, il minuzioso gioco di prestigio
che chiamiamo Occidente. Nessuno ha scritto un libro perché tutto il libro è la
declinazione di un solo nome, e tutte le mani che puoi contare non fanno che
copiarlo. A noi, poi, di tutto questo piace il falso, perché il libro è il libro
delle bugie, delle panzane nere. Uno scherzetto.
Quanto è importante riscoprire il live, la lettura fisica, nell’epoca digitale?
È nello stare insieme che prospera l’arte?
Come dicevamo. Soprattutto perché viviamo nell’incantesimo che ha separato la
voce dal linguaggio. I viventi che detengono il potere di parlare e stabilire, i
viventi, cioè, che chiamano per nome il proprio potere di parlare e stabilire,
hanno informato le proprie esistenze del linguaggio e lasciato la voce agli
altri. La poesia è l’unico luogo in cui il linguaggio degli uomini alle volte è
felicemente sospeso e la voce rimossa riappare: crìcrì, bau bau, le voci degli
altri viventi, ma anche schècchera, smacche zatàn, perché questo, tutto il
linguaggio, è solo vento, la ventosità di un codice, un istituto un poco triste.
Si tratta di raccontare delle storie a chi incontriamo, no? Altrimenti ogni
saluto è dichiarare che nome porti, da dove vieni, a chi sei figlio. No, grazie,
Cvetaeva scriveva che «tutti i poeti sono ebrei» proprio perché qui non c’è nome
né provenienza, e figurati papà. Possiamo dire qualcos’altro, più divertenti e
omerici, cos’hai visto a Ogigia, ricordarci del porcaio, degli sciagurati finiti
in mare perché sentivano cantare. «Circe’s this craft, the trim-coifed goddess».
Ha ancora senso parlare di “poesia” o la produzione in versi comincia ad aver
bisogno di un nuovo nome, una nuova etichetta?
Avresti dovuto chiederlo a Jean-Marie Gleize, e la risposta ti avrebbe sorpreso.
Da parte mia non sono convinto la poesia abbia a che fare con la scrittura; più
radicalmente, non sono neppure convinto la poesia abbia a che fare
inevitabilmente con il linguaggio.
Sacha Piersanti ha definito Roman Beat Generation uno “scherzo serio” – tu come
la vedi?
All’Horafelix ridevamo dicendo che si tratta prima di tutto di un quadrato:
un ring, uno spazio per la lotta e, insieme, qualcosa che richiama. Sicuramente
ci sono degli infiltrati: ci avete infilato me, tutto espulso dalla beatitudine,
che vivo a Napoli, «a Sud di nessun Nord», e questa infiltrazione è una faccenda
idraulica, cosa scorre e cosa perde, cosa conduce a cosa e cosa porta, legami
incomprensibili – e quindi, ridiamo, facilmente, felicemente, un legame
nell’Incomprensibile. Sicuramente, ecco, uno dei pochi posti in cui non ci sono
stati chiesti i documenti, per chi passa e comincia a raccontare, e avrai capito
che è questo che mi piace.
Quanto è importante riscoprire il ventaglio lessicale del linguaggio poetico a
dispetto di un linguaggio comune sempre più risicato?
Ogni tanto torna in circolo l’idea le poesie debbano adoperare la lingua di ogni
giorno, e andrebbe anche bene, se non fosse così povera e dominata – e se
parlare del reale, del ‘vigente’, nella sua stessa lingua non fosse in fondo un
modo di confermarlo e raddoppiarlo per negazione. «Dialettica e dualismo»,
diceva qualcuno, «attirano il pensiero nella comodità degli scambi». Anche qui,
però, il punto mi sembra ritenere così certa l’esistenza di qualcosa come una
lingua, darla come presupposta; Gobard cinquant’anni fa scriveva che in luogo di
quella che chiamiamo ‘lingua’ sarebbe più opportuno parlare di bouillies, di
poltiglie – campi e usi di tensioni, forze più o meno egemoni, al posto di
restare nel mondo chiuso dei segni, nelle catene di significazione, pensieri che
tolgono la lingua dal mondo e con questo gesto inventano la lingua e il mondo.
Qui ci sono cose che fanno sciababàb, invece, roba che vaterca, che ci
smàcchera.
I lettori di poesia sono, spesso, essi stessi poeti. Noti un diverso approccio
mentale nell’accostarsi ai poeti vivi e ai poeti morti?
Dicevamo che «nessun poeta è contemporaneo a un altro» e potremmo aggiungere che
tutto l’apparato di scissione dell’esistenza in ‘vita’ e ‘morte’ non sembra
funzionare più granché. Proviamo a fare un capriccio di variazioni e
incarnazioni, piuttosto. Le conseguenze vengono da sé.
L’8 aprile scorso, in Campidoglio, hai ricevuto l’alloro poetico, 685 anni dopo
Francesco Petrarca – cosa significa, oggi, la figura del poeta laureato?
Dovresti chiederlo anche a Magrelli, però; io sono il principino. Abbiamo riso
molto dei rischi di questa cerimonia. Nel suo discorso ha raccontato
dell’aureola di Baudelaire rovinata in strada, e di qualcuno che passi, passi
pure, prego, per raccoglierla. Il gesto, diceva, che ha inaugurato la modernità
della poesia. Te li immagini i poeti scrivere in gloria della Festa della
Repubblica e leggere la loro poesia con la marcetta dei carabinieri in
sottofondo? Noi sì, tremendamente. Anche qui, però – ecco il punto – possiamo
infiltrarci. Stare serpentini nelle cose, imprendibili dalla viscosità che
operano, insidiare le mucose, tentare perfino una piccola infezione. Lasciare la
poesia, come scrive proprio Magrelli, derivi da ‘pus’, adoperarla e riconoscerla
come «un’infiammazione del linguaggio». Ecco, per risponderti, cos’è che
significa. Parlare tenacemente, inevitabilmente, in luogo di questa
infiammazione.
Edoardo Piazza
*In copertina: Mattia Tarantino secondo Riccardo Frolloni
L'articolo “In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino proviene
da Pangea.
Sono un uomo morto.
Vivo nella città dei morti. Non ricordo se ci sono nato nella città dei morti o
se sono stato nella città dei vivi, prima. Se sono morto dopo, l’ho dimenticato.
Se l’ho voluto dimenticare non lo so, non lo posso dire. So che mi piace essere
morto e vivere nella città dei morti: “Che città inconcepibile, che città
esplosa!”, così ha detto quel vivo.
Non mi piacciono gli uomini vivi. Puzzano di vivo. Un uomo vivo è stato nella
città dei morti. Proveniva dalla città dei vivi. Adesso nessuna sa dove sia
andato. Non lo sanno i vivi e non lo sanno i morti. Si è spinto oltre il
Finimondo assieme a “san Pinocchio, protettore degli spaccati!”. Lo so perché ho
il suo cellulare fradicio. L’ha riportato a riva l’oceano dove il vivo l’aveva
gettato, nell’oceano che separa la città dei morti da chissà quale altra città.
Il cellulare fradicio è indistruttibile, più dei vivi e dei morti.
Indistruttibile forse è una esagerazione, ma ha una memoria migliore dei vivi e
dei morti. Nella memoria fradicia e funzionante del cellulare c’è il video dello
scontro tra Superman e Superman-Giocattolaio:
> “Da questo punto in poi è tutto un susseguirsi di voli, di invenzioni aeree,
> di assalti, di colpi, ma non solo di quelli che siamo abituati a vedere o a
> immaginare in una lotta tra corpi, ma anche di quelli che non avevo mai visto
> prima e nemmeno immaginato e che si palesano in questi due corpi non solo
> umani e non più umani: aloni paralizzanti, flussi di energia elettrica, come
> le macchie di inchiostro o le scariche elettriche che nel fondo dei mari
> emettono seppie, torpedini… raggi che escono dalle loro mani, dalle loro
> bocche, dai loro occhi…”
Io so come è andata, chi ha vinto, chi sta vincendo, tra il Giocattolaio che
vuole sostituire i vivi e i morti e Superman che vuole proteggere i vivi e i
morti, tra il Giocattolaio e le città dei vivi e le città dei morti. Lo so, ho
le prove video nel cellulare, e le tengo per me. Sono un uomo morto.
Il cellulare fradicio comincia a squillare, lo porto all’orecchio come una
conchiglia industriale. Una vocetta piena di rancore inizia a reclamare un pezzo
dall’uomo vivo: dov’è il pezzo per cui mi ha pagato? Devono andare in stampa e
manca il pezzo che gli deve il vivo. Il vivo, per quel poco che l’ho seguito e
l’ho capito, è a pezzi, è composto da molti pezzi. Che città è la città dei vivi
dove un vivo chiede a un altro vivo un suo pezzo, senza farsene mai bastare,
chiedendogliene ancora e ancora, come se un vivo fosse fatto da pezzi infiniti?
Nella città dei morti i morti non chiedono ai loro morti i loro pezzi morti.
Rispondo alla vocetta stridula leggendo un appunto presente nella memoria del
cellulare fradicio:
> “Tutto il giornalismo è da reinventare, e noi stiamo ancora qui a mettere
> selve di microfoni sotto la bocca storta di quattro palloni gonfiati che
> sembrano vivi e che invece sono morti.”
La vocetta stridula diventa ancora più stridula. Mi chiede che razza di inviato
io sia se non invio più i miei pezzi dalla città dei morti alla città dei
vivi. Cosa vogliono i vivi dai morti? Non gli basta quello che vogliono dai
vivi? Noi morti non vogliamo niente dai vivi, allora perché i vivi vogliono
ancora qualcosa dai noi morti? Per noi-morti intendo noi morti che non abbiamo
mai scritto niente, che non abbiamo mai fatto niente per lasciare e lanciare un
rampino nella città devi vivi per poterla raggiungere anche dalla città dei
morti. Noi morti freddi, non i morti infiammati, infiammati da quando erano
ancora vivi, i vivi ammalati di vita da vivi e che da morti continuano a essere
malati, infiammati. I vivi così ammalati di vita che lanciano e lasciano rampini
nella città dei morti per poterla raggiungere anche dalla città dei vivi, come
ha fatto il vivo che sta andando oltre l’oceano del Finimondo assieme a San
Pinocchio il protettore degli spaccati.
Io so che fare. Cercherò quei rampini e li svellerò. Non permetterò alla città
dei vivi di portare la guerra dei vivi fin nella città dei morti. Il vivo è
venuto qui nella città dei morti per incontrare tutti i morti infiammati come
lui, i morti ossessionati come lui, i morti convinti che infiammare le città dei
morti significhi salvare la città dei vivi: ma quando si è mai vista una fiamma
che salva e che non incenerisce? È il freddo che salva. La freddezza della morte
salva i morti.
Impedirò la congiura dei vivi infiammati e dei morti infiammati che vogliono
impedire il riversamento finalmente totale di tutti i vivi nella città dei
morti.
Sono un uomo morto e non so quale sia la gioia dei vivi ma so quant’è grande la
mia gioia di uomo morto quando sento che
> “la terra trema ogni volta che arrivano grandi carovane di morti dalla città
> dei vivi, quando la faglia tra la vita e la morte comincia a muoversi più
> forte in seguito a guerre, stragi, flagelli…”
Ancora la vocetta.
Urlo alla vocetta, leggendo a caso dagli appunti che il vivo ha lasciato nella
memoria del cellulare fradicio e funzionante, le urlo che non voglio più sapere
più niente di lei e della città devi vivi, del mondo dei vivi che è “un paese
fratricida, un paese perennemente incompiuto”, che “sembra un paese bonario
invece è un paese feroce, privo di visione e feroce.”
Devo sabotare il vivo che sta provando a sabotare, a terremotare, a scoperchiare
la città dei morti, che sta “mettendo insieme (…) l’immaginario dei vivi e
quello dei morti.” Non glielo permetterò. Come posso io, uomo morto, impedire
all’uomo vivo di condurre altri vivi a invadere le città dei morti, a condurre i
morti infiammati nella città dei vivi perché tutti danzino nelle fiamme come
quella “ballerina di carta in fiamme”, la puttana di Dante che anche dall’esilio
nella città dei morti continua a congiurare contro il gelo che assedia i morti e
i vivi?
Urlo alla vocetta che mi sono inventato tutto, che non esiste nessuna città dei
morti. Ricorda la vocetta quanto le ho detto quando avevo intervistato Maradona
nella Buenos Aires dei morti? Che non sapevo se quella fosse veramente la Buenos
Aires dei morti o “almeno una sua piccola parte dislocata dentro lo spazio
vertiginoso della città dei morti o della mia mente”. Ora l’ho capito: è tutto
nella mia mente da vivo con la testa così in fiamme da essere praticamente
morto, da poter vedere i morti, da poterci parlare come con Maradona “piccolo e
grasso”, “perché Maradona è sempre stato dentro il dolore, Maradona è sempre
stato dentro la morte”. Tutte stronzate da vivo che si sente morto tra gli altri
vivi che non sentono più i morti solo perché sono morti pure loro e ora vivono
nel buio, lo stesso buio dei morti che i vivi non vedono.
La vocetta stridula dal cellulare fradicio continua a stridulare, convinta com’è
di star parlando con l’uomo vivo lo minaccia di querele, di richieste di
rimborsi. La vocetta stridula dice che non gliene fregava niente se si sta
inventando tutto. Per chi l’ha presa? Certo che la città dei morti non esiste.
Non importa a lei e non importa ai lettori. È così ingenuo, l’uomo vivo, da
credere i lettori vivi dei giornali vivi vogliano leggere notizie non inventate?
Certo che vogliono leggere notizie inventate! Purché siano inventate per piacere
a loro. Ciascun lettore vivo si fa per dire di giornale vivo si fa per dire
legge il suo giornale preferito per leggere le notizie inventate che gli
facciano credere di aver capito tutto, di essere intelligente e aggiornato, di
stare nello schieramento dei vivi giusti si fa per dire.
Le città dei vivi sono terribili. Le città dei morti sono calme, gelide,
caotiche come le città dei vivi ma rassegnate. Noi morti siamo felicemente
rassegnati. Noi morti-morti, non quei morti-vivi che il vivo è venuto a
incontrare, a spingere sulle altalene, a incontrare nelle viscere della città
dei morti, i suoi campioni, i suoi guerrieri, le sue amate.
Il vivo, come quasi tutti i vivi, non sa quanta memoria ha il suo cellulare che
registra tutto, anche quello che il vivo non sa che sia registrato. Nella
memoria fradicia del cellulare funzionante è tracciato tutto il percorso del
vivo nella città dei morti. Darò tutto al Giocattolaio che così potrà stanarli
tutti: i campioni, i guerrieri, le amate, e renderli inoffensivi una volta per
tutte. Interrompere quel flusso infuocato, mortale per i morti e vitale per i
vivi.
Il Giocattolaio crede di essere al di là della vita e della morte, non lo sa che
non esiste niente al di là della vita e della morte, che al massimo puoi
distruggere la vita, la morte no, la morte è indistruttibile. Perciò io mi
schiero dalla parte del Giocattolaio. Perché lui è per la morte anche se crede
di essere al di là della vita e della morte, proprio per quello.
Spiegherò al Giocattolaio che la prima a dover essere spenta dovrà essere la
ballerina di carte in fiamme, la puttana di Dante. Dopo di lei, Dante stesso. Mi
dispiace solo non poter vedere la faccia del vivo quando saprà che il
Giocattolaio li avrà spenti tutt’e due, tutti i suoi preferiti, ammesso il vivo
si faccia mai più vivo nella città dei morti, ammesso non sia già sprofondato
nell’oceano oltre il Finimondo, lui e San Pinocchio il protettore degli
spaccati.
Sono l’uomo morto che salverà i morti dall’ossessione dei vivi di non morire,
dei pochi vivi e dai pochi morti ancora ossessionati dal desiderio di vita e che
non si vogliono accontentare di quell’altra morte presto a buon prezzo per tutti
della vita artificiale che il Giocattolaio sta diffondendo nella città dei vivi
e nella città dei morti.
Ingenuo di un vivo che continua a sfondare tutte le città “per riaprire il
mondo, per riaprire il tempo!” Proprio lui mi ha dato quello che mi serve per
chiudere tutto definitivamente. Per la felicità dei morti felici di essere morti
in morte, per la felicità dei vivi felici di essere morti in vita.
La morte piace più della vita, la sanno i vivi e lo sanno i morti, solo il vivo
non lo sa anche se glielo ha ripetuto qui nella città dei morti anche il dottor
Freud che gli è andato incontro “vestito con gli abiti del suo tempo, il sigaro
in bocca”.
La vocetta.
Soddisfatto del mio piano perfetto da uomo morto mi è venuta voglia di
abbandonarmi a una confessione: “Vocetta della città dei vivi, sai cosa non
capisco? La disperazione di Hitler nella città dei morti. Certo, è un morto
perseguitato. I morti di cui è stato responsabile, perseguitandoli,
incenerendoli, distruggendoli, non gli danno requie. Ma che colpa può mai avere
lui se la sua fiamma non è stata la fiamma che ravviva ma la fiamma che spegne e
uccide? Che colpa ne ha Hitler se non ha mai accettato di essere una di quei
vivi infiammati la cui fiamma non incendia nessuno ma li illumina? Che colpa ne
ha Hitler se non ha mai saputo essere uno spaccato come Superman, se lui,
Hitler, è stato ossessionato dal superuomo ovvero dall’infinitamente troppo
debole per saper vivere scisso? Significa che lui non è stato mai protetto da
San Pinocchio il protettore degli spaccati, che non è stato mai protetto da
quella puttana della Santa Ballerina di Carte in Fiamme protettrice degli
Incendiati? Potrò pure io santificare qualcuna, no?, o può farlo solo quel vivo
che sentendosi il papa della letteratura ha santificato pure la piccola
fiammiferaia santa protettrice degli scrittori di visione e degli inarresi…
Dicevo di Hitler: che colpa ne ha lui se come me è sempre stato morto, se è nato
morto, o se pure non è nato morto se lo è diventato in vita senza mai capire
perché fosse morto, senza mai incendiarsi abbastanza per illuminare la
spaccatura dentro di lui? Si sta così bene al buio. Sto benissimo al buio. Di
Hitler non capisco, Vocetta, perché al vivo abbia detto “vorrei morire, ma non
posso morire perché sono già morto”.
Sono parole di un vivo, queste, non di un morto! Solo un vivo può desiderare
ancora qualcosa, fosse anche di morire. I morti non desiderano niente, non sanno
più o non hanno mai saputo così desiderare. Anche io non desidero niente,
desidero solo che il vivo non torni tra i morti, facendomi sentire così… così
come… con un desiderio… Come Hitler… Che la compagnia di tutte le sue vittime,
orrore!, stia suscitando in Hitler una scintilla di vita, una scintilla di vita
nello stramorto della città dei morti, una lucina moreschiana? Vocetta, anche di
questo devo parlare con il Giocattolaio. Dobbiamo spegnere tutto, deve essere
spento al più presto anche Hitler nella città dei morti che avvisa i vivi
tramite il vivo delle “nuove tirannidi genetiche a venire”, che ricorda ai vivi
tramite il vivo che “la nostra è una specie genocida, è l’unica specie animale
genocida”. I vivi e i morti non sono della stessa specie!, non lo sono più, non
lo sono stati, non lo saranno mai o mai più, cara Vocetta, se tutto andrà
secondo la mia volontà di poterne fare del tutto a meno, di questa maledetta
volontà.”
Sono un uomo morto – ma non sono più lo stesso uomo morto di prima, di prima
della venuta del vivo tra i morti, di quel vivo insurrezionalista. Che stia
diventando anche io una di quelle creature che “forse esistevano all’inizio,
quando tutto il mondo era ricoperto dalle acque, e si spostavano tra l’elemento
liquido e quello solido del mondo che stava poco a poco emergendo, creature che
si stavano precisando e inventando”? Che quell’uomo vivo abbia appiccato anche
me, che abbia messo sulle mie tracce quella puttana della Santa Ballerina di
Carte in Fiamme protettrice degli Incendiati che arderà e distruggerà il
cellulare fradicio e la sua memoria fondamentale per il mio piano di spegnimento
totale?
Si abbatta su di te la mia maledizione di uomo morto: possa tu vivere per
sempre, uomo vivo!
antonio coda
*In copertina e nel testo: disegni di Alfred Kubin (1877-1959)
L'articolo Lettera dell’uomo morto. [Intorno a un libro di Antonio Moresco]
proviene da Pangea.
Potrei parlare dei tuoi versi e stare a girare attorno alle tue parole, quelle
che hai scritto in poesia, che già bastano e sono lì per sempre, come un
deposito di bene e verità. Io qui oggi voglio ricordare Matteo, che era poeta ed
era uomo, e le due cose non si separavano mai in te.
Ti ho conosciuto che avevo diciassette anni, in una lettura estiva che avevi
organizzato a Lugo o in qualche paese dei dintorni della bassa Romagna. Mi
ricordo la tua schiena un po’ ricurva in avanti, i ricci neri e uno sguardo
sempre attento a tutto, a dispetto del corpo che aveva una postura sempre
rilassata. Gli occhi li tenevi a fessura e sembravi anche distratto ma ascoltavi
tutto. Davvero tutto. La poesia non ti ha mai stancato, non ti ha mai sfiancato
l’andare e venire delle voci giovani. Molti della mia generazione ti devono
tanto, io per prima. Alcuni ti devono tutto.
Non ti sei mai stancato di ascoltare gli altri, di leggerli, di dare consigli,
di farlo nel tuo modo tagliente e diretto che io ho sempre apprezzato anche
quando mi avevi stroncato gli inediti, avevi ragione, sai? Ci ho lavorato dopo e
avevi ragione. Matteo Fantuzzi era così, non si stancava mai di accogliere i
versi degli altri, di aiutare, di dire la sua. Aveva una corazza forte e
sembrava anche molto duro, ma siamo nati sotto lo stesso segno delle stelle e
questo io lo capivo molto bene. Quando si ha nella loggia cardiaca molto spazio
per accogliere gli altri bisogna proteggersi bene. Era anche severo Matteo, non
dava spazio a morbidezze e linee d’ombra, lui se sentiva una verità in un testo
e se credeva in quel poeta andava dritto.
Mi ricordo una sua telefonata in un marzo di dodici anni fa, in cui mi chiedeva
se volevo entrare dentro “Atelier Poesia” come redattrice. E poi dopo qualche
anno una telefonata simile e la richiesta di dirigere la parte online, quando
Fabiano Alborghetti si dimise. Matteo riusciva a guardare le persone oltre le
loro insicurezze, oltre l’immaturità, oltre le paure. Ha riconosciuto moltissime
voci che ora sono voci ferme della poesia italiana, è stato sempre in grado di
spronare i giovani poeti che avessero davvero un fuoco dietro lo sterno. Anche
quando non ne erano affatto consapevoli. Rileggo i nostri scambi e sono sempre
stati pratici, lui che non sopportava i vocali e io che dovevo riscrivere tutto
per messaggio scritto. Il nostro dialogo era schietto, diretto, e penso sia così
per molti di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo. Non ho mai avuto paura
di dire la mia, anche quando lui aveva un pensiero totalmente diverso, non ho
mai avuto timore di discutere con lui sulla poesia di qualche autore.
Perchè Matteo era così, vita e poesia erano parte della stessa radice, non si
scindevano mai. Lui era poeta sempre, quando svolgeva il suo lavoro di
farmacista, quando stava coi suoi bambini, quando scherzava con gli amici.
Matteo era bravissimo anche a cucinare, ricordo le cene a casa sua, il suo ragù
buonissimo fatto tutto da lui, io – confesso – gli chiedevo sempre di farmi il
ragù quando organizzava una serata. Comunicare con lui era facile, ti diceva le
cose dritte, a volte anche in modo pungente, un po’ dovevi metterti a schivare i
colpi quando ti sferrava una sua verità che non eri pronta a sentire. Che lui
aveva già visto in te, prima ancora che tu fossi in grado di saperla
confrontare, starci di fronte serenamente a proprio agio.
Molti della mia generazione, e non solo, devono tanto a Matteo e ad “Atelier
Poesia”. Lui è sempre stato vigile, attento, acuto. Aveva le sue idee e le
difendeva ma aveva una capacità unica, che pochi nel mondo della poesia hanno:
sapeva rispettare le ideologie altrui, poteva dialogare con persone di
schieramenti politici e poetici differenti e totalmente opposti, sapeva mettere
lì la propria realtà, guardare quella degli altri e bere qualcosa insieme.
Non volevo parlare di lui solo come poeta, volevo dire di Matteo come uomo, del
bene che ha consegnato, della fiducia che ha riposto in molti giovani, come me a
quel tempo. Una volta mi chiese un commento critico su un autore molto noto e io
avevo sempre il timore di non essere all’altezza, non mi sono mica laureata in
lettere, gli dicevo, e lui mi rispondeva “meno male… non ho dubbi, per questo ho
chiesto a te e non ad altri”. Guardava oltre le etichette, le toglieva
proprio. Matteo non era solo il poeta della poesia più tragica e vera sulla
strage di Bologna, non era solo un poeta ‘civile’, Matteo Fantuzzi era molto
altro. Io lo ricordo come un amico e c’è una cosa che non credo dimenticherò
mai: la sua voce, aveva un accento romagnolo fortissimo, una risata
rotonda, leggeva i suoi versi come fosse scontato il miracolo della poesia,
poi i suoi occhi vedevano tutto, oltre le pose e le finzioni.
Clery Celeste
*
La tv cessò di andare
la sera del 10 di settembre
e l’indomani era dal tecnico.
Alla radio puoi soltanto interpretare
come vadano le cose, anche un aereo
che si schianta su una torre
te lo immagini, o la gente
che si getta giù da piani e piani
sull’asfalto, perché sa che non ha scampo.
Non ha nulla.
*
Lo sai si può partire
andare e basta, senza spiegazioni
fogli, né un’attesa
e a noi a quel punto
resta solo il volto sul cuscino
come una sindone, un’impronta:
restano i momenti mai voluto,
gli episodi. E resta
come squarcio la domanda
sempre feroce, sempre sanguinante:
“ho delle colpe?” e “ha capito?”
Lei ha capito che mi manca?
*
Aspetto davanti alla stazione di Bologna
un mio amico residente nel bresciano
e che non vedo ormai da tempo.
Non tutti i viaggiatori sanno che lì
c’è un orologio rotto: alcuni modificano
il proprio, mentre altri si rivolgono
agli addetti chiedendo spiegazioni,
lamentando il disservizio.
E per certuni quella lapide è patetica,
porta tristezza alla mattina presto a questi
che si recano al lavoro. Gradirebbero piuttosto
un cartellone che la sostituisca,
qualcosa d’esplosivo, una pubblicità di sconti
eccezionali, di prezzi bomba, qualcosa
d’inimmaginabile, che colpisca le coscienze,
che sui passanti abbia un effetto devastante.
Da Matteo Fantuzzi, Kobarid, Raffaelli, 2008
L'articolo “Qualcosa d’inimmaginabile”. Su Matteo Fantuzzi proviene da Pangea.
Un demone si aggira per la letteratura italiana contemporanea: lo spirito di
autocommiserazione.
Prendendo in mano i migliori scrittori della generazione intermedia – né troppo
vecchi né troppo giovani – ci si accorge che una strana vertigine
autocommiserativa esala dalle loro pagine. Dario Ferrari è classe 1982; Alberto
Ravasio 1990. I libri in oggetto sono gli ultimi pubblicati: L’idiota di
famiglia, per il primo; Il grande mantenuto, per il secondo.
Entrambi si trovano nel periodo aureo della creatività: da qui in poi si può
solo migliorare, o fallire meglio, come dice Beckett.
1. In entrambi i romanzi è il mondo dell’editoria a rilucere da lontano come un
antro proibito, superato il quale bisogna pagare la tassa d’ingresso sotto forma
di apologia o di invettiva. In entrambi ci sono scene in cui si varcano vere e
proprie case editrici, o altre in cui si partecipa a festival letterari. Ma il
vero punto focale è il precariato a cui costringe il mondo dell’editoria quando
non si è ancora accettati tra le sue fila. Nel romanzo di Ferrari, un traduttore
vive un’esistenza di stenti; in quello di Ravasio, un aspirante scrittore
ripercorre la saga delle sue scorribande per cercare di pubblicare un libro. I
romanzi sono quanto di meglio si possa trovare oggi in lingua italiana. Quello
di Ravasio, in particolare, possiede una carica corrosiva di ironia capace di
squadernare i generi e di fonderli in un’unica visione ininterrotta. Entrambi,
in misura diversa, soffrono però della sindrome dell’autocommiserato: colui che
sa di essere arrivato dove voleva e si volta a guardare le proprie disgrazie,
contentandosi che siano riuscite a portarlo fin lì senza scalfirlo.
1.1. Sarebbe ovvio arguire che senza editoria difficilmente si potrebbe fare
letteratura. Ma è sconfortante notare che la narrazione del mondo editoriale
stia diventando il banchetto d’elezione di alcuni tra i migliori scrittori
italiani. A rigor di logica, l’editoria dovrebbe essere un mezzo: gli editori
servono a favorire e a promuovere la pubblicazione di un libro. Si ha come
l’impressione che oggi, svuotato il mondo di valori, e inondata l’immensa
distesa del web di diffusori di letteratura permanente, l’editoria stia
diventando il fine del libro, forse proprio per soddisfare, inconsciamente, la
pletorica platea di consumatori che ha prodotto. Alla proliferazione degli
utenti segue l’unificazione dei fini. Tutto deve nascere e morire dentro
l’editoria, come un novello Saturno che fagocita i propri figli.
1.2. Davvero la vita degli autori si riduce a così poco, al noviziato
intellettuale prima di approdare al sacerdozio della pubblicazione? Ravasio
stesso lo confessa: “scrivendo e non pubblicando, il solito morto di fame finiva
a scrivere di quanto fosse difficile scrivere, cadeva in una spirale
metaletteraria”. L’ipotesi del ricatto involontario da parte del mondo
editoriale accenna una prima spiegazione. Varcare un mondo così autoreferenziale
è talmente difficile che alla fine la pubblicazione si trasforma in una sorta di
sindrome di Stoccolma.
2. La modesta proposta che si vorrebbe avanzare da queste righe, per quanto
paradossale, è la logica dell’impiegato. Nella maggior parte dei casi, e per
parecchio tempo, gli scrittori si sono gettati tra le braccia dell’impiego. Per
ragioni economiche, certo, ma anche e soprattutto per ragioni mimetiche:
omologarsi socialmente per elevarsi letterariamente; rendere invisibile, e
quindi inattaccabile, il proprio furore letterario; coltivarlo in solitudine, al
riparo da occhi indiscreti e inutili, per dargli il tempo di fiorire meglio.
Oggi al mestiere di scrivere segue anche, per ragioni promozionali, una serie di
compiti che ostacolano e ritardano e imbolsiscono la scrittura, la narrazione
dei quali è diventata una sorta di sottogenere letterario.
Questo sottogenere non è la cosiddetta autofiction. Quando Philip Roth e
Houellebecq si servono di questo genere, mettono al centro dell’agone il proprio
corpo personale: è lo scrittore fatto e compiuto, come persona e insieme
personaggio, a emergere nei loro romanzi, e il fatto di essere presenti nel
romanzo mette seriamente in discussione le tematiche di cui si parla.
In Sottomissione o La carta e il territorio è Houellebecq stesso a subire le
circostanze di cui parla, il rovesciamento della politica nel primo, e
l’abbruttimento del mondo artistico contemporaneo nel secondo; così nei libri di
Zuckermann di Roth, o in Operazione Shylock.
Nei romanzi di Ferrari e Ravasio c’è invece qualcosa di diverso, di
intermittente, che non è né fiction né autofiction. L’autore non si presenta
interamente, ma non rimane nemmeno nascosto: fa capolino tra le pagine, incerto
se varcare la soglia o meno. La posa da autocommiserato è un’abile copertura che
gli permette di rimanere in gioco senza scendere in campo.
2.1. Del cosiddetto paradigma dell’impiegato si potrebbero scomodare nomi
illustri: Kafka che liquida pratiche sulla sicurezza del lavoro al terzo piano
di un oscuro edificio assicurativo; Montale e Buzzati che ticchettano sulla
macchina da scrivere facendo le fortune del Corriere della Sera, a pochi uffici
di distanza; Mario Luzi che scrive recensioni cinematografiche per giornali di
provincia; Wallace Stevens che lavora in banca; Bolañoche si presta ai più umili
mestieri. L’impiegato, ad ogni modo, lavora per scrivere: vive per scrivere.
La lista potrebbe allungarsi. Come si vede, include tutti i generi: poeti,
critici, romanzieri. Certo, se il giornalismo non è ancora morto, la sua fine è
vicina, sussurrano alcuni. Ma il lavoro non passerà mai di moda, e pretendere di
sopravvivere di soli romanzi senza voler scendere a compromessi, senza
mimetismo, conduce dritti al precariato intellettuale. Se le idee non hanno un
tetto stabile sotto il quale crescere, è molto facile che si vendano al peggior
offerente.
3. Prendiamo ora i pesi massimi della letteratura, per fare un po’ di
controstoria.
Di Balzac sappiamo che la famiglia, prima di avviarlo verso la carriera da
notaio, gli diede due anni di tempo per dimostrare il suo talento, se ne aveva.
Lo spedì in una mansarda con un piccolo sussidio. E il figliol prodigo tornò a
casa con una tragedia in versi: l’Oliver Cromwell. Iniziò a leggere davanti alla
famiglia riunita in consiglio, ma lo giudicarono un fallimento senza appello.
Ma il Titano della futura Commedia umana, dei centoventi libri progettati e dei
novantacinque portati a termine, dei dodici volumi in sottilissima carta d’india
della Pléiade, dell’universo squadernato nel microcosmo “studi filosofici –
studi analitici – scene della vita di provincia – scene della vita parigina”,
quel Titano che, come racconta Zweig nella sua biografia, scriveva
indefessamente dalle otto alle venti nutrendosi solo di caffè e macerazione, non
si lasciò scoraggiare dai demoni della mediocrità e pubblicò, sotto pseudonimo
per non infangare il sacro nome della famiglia, un altro romanzo: L’Anonimo. Fu
l’inizio di una leggenda.
In nessun caso la letteratura si mette a sberciare su sé stessa. Pettegola nelle
idee, non si cura dei fatti che la smerciano. In nessun caso – e, come abbiamo
visto, gli elementi romanzeschi non mancavano – Balzac avrebbe fatto della
propria difficoltà di pubblicazione un romanzo vero e proprio. Le illusioni
perdute e La pelle di zigrino raccontano di quanto può essere spietata la
società verso chi è posseduto dalla vocazione della scrittura; ma non si
limitano a denunciare una piccola porzione di realtà.
3.1. Quanto a Dostoevskij, è utile osservare il nano elevarsi a gigante. Nel
1845 Dostoevskij ha venticinque anni e altrettante sfumature di povertà ricamate
addosso. Forse anche lui è in una mansarda; anche lui, come Balzac, si fida
soltanto del suo talento. Non ha altra scelta: ha appena finito di
scrivere Povera gente, il suo primo romanzo. A quel punto, uno scrittore ha due
soluzioni: o farlo leggere a un amico o suicidarsi. Lo consegna quindi all’amico
Dmitrij Grigorovič, il quale lo porta al poeta Nikolaj Nekrasov. Poi i due
iniziano a leggere. Non è passata neanche un’ora, che una levitazione prende a
sollevarli in aria, sempre più in alto, pagina dopo pagina. Alle quattro di
mattina escono per strada e irrompono in casa di Dostoevskij. Iniziano ad
abbracciarlo, le lacrime sgorgano naturalmente: è nato un genio.
Ora, Povera gente non è un sillabario di tribolazioni, anche se aveva tutti i
titoli per farlo, visto che dal 1876 al 1881 Dostoevskij diresse, scrisse e
smerciò da solo, con l’unico ausilio della moglie, una rivista che conteneva
articoli, racconti e resoconti giudiziari, tutti firmati da Dostoevskij, che
oggi possiamo leggere nell’edizione Bompiani del Diario di uno scrittore.
Nessuno più di Dostoevskij, quindi, assillato dai creditori, dalla ludopatia e
dalle ristrettezze, poteva permettersi di parlare della povertà o fare della
propria miseria un romanzo a puntate. Eppure nessuno meglio di lui ha levigato
il grezzo materiale dell’indigenza per trascenderlo in romanzi immortali che non
rievocano solo il tentativo di elevarsi attraverso la scrittura ma ne presentano
il frutto compiuto.
4. Un altro che non viveva di scrittura: Gottfried Benn. Professione:
anatomopatologo. Segni particolari: uno degli imperdonabili di cui parla
Cristina Campo – all’avvento di Hitler si rifiutò di abbandonare l’Accademia
degli Scrittori. Alla lettera accorata di Klaus Mann, che lo invitava a
spatriare, rispose: “Sono tedesco, dove dovrei andare?”.
Nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa, Doppia vita, racconta che
quando prestava servizio medico presso l’esercito e i suoi libri di poesia
comparivano in qualche supplemento letterario, il colonnello, stranito,
abbassava il giornale e gli chiedeva: “siete forse voi che vi occupate di queste
sciocchezze?”. La rispettabilità sociale veniva prima della celebrità
letteraria. Oggi è il contrario.
L’esempio di Benn ci interessa perché, parlando degli esempi di letteratura
assoluta, cita Paludi di Gide, scritto nel 1894, ad appena venticinque anni.
Cosa succede in questo libro tanto straordinario da essere citato dal
severissimo Benn nella sua rosa personale del gusto? Molto semplicemente, Gide
fa metaletteratura, arrivando alla prosa assoluta teorizzata da Benn. Racconta
del proprio lavoro di scrittura, della fatica di scrivere Paludi, e di quanto
sia complicato, e vano, separare un libro dal mondo. Cerca di raccontare la
storia di un uomo che osserva le pianure e gli stagni; ma gli amici a cui vuole
raccontarlo si annoiano. Allora si rende conto che lui stesso assomiglia alla
storia che vorrebbe raccontare, e che il mondo, invece, non somiglia a
nient’altro.
I libri di Ravasio e Ferrari, invece, raccontano molto di tutto ciò che implica
il fatto di pubblicare un libro e di condividere la stessa aria di chi lo
pubblica. Ma alla fine si ha la sensazione che le pareti del mondo siano molto
più larghe delle pagine di un libro, e che il lettore stia scomodo e stretto in
quell’ambientazione.
In meno di ottanta pagine, Gide ci consegna invece un affresco di immacolata
modernità e senza introdurre le proprie fisime in maniera compiaciuta, senza
troppa commiserazione mostra al lettore quanto sia sottile il confine tra il
libro e il mondo, e come la scrittura sia uno dei pochi strumenti a nostra
disposizione per assottigliare questo confine fino a renderlo invisibile. A
partire da un elemento apparentemente insignificante – la scrittura di un libro
– fa precipitare tutta l’architettura del mondo nella pagina.
Leggendo i libri di Ravasio e di Ferrari sapremo molto sullo stato dell’editoria
e sullo status dello scrittore, ma pochissimo sul mondo. Leggendo quello di Gide
non sapremo praticamente nulla di Paludi, ma quasi tutto l’essenziale sul
mondo.
Andrea Muratore
In copertina: Edvard Munch, “Elskende par i bolger”, 1896
L'articolo Letteratura italiana contemporanea (o dello spirito di
autocommiserazione) proviene da Pangea.