Graziano è arrivato con la pelliccia. Era una pelliccia nera, lui biondo, si
notava ancora di più. Non ci va nessuno ai reading in pelliccia.
La voce squillante tipo la mia, la voce delle strade romane, zero affettazione,
il giusto riguardo, il rispetto empirico. Ho pensato questo è un beat, forse non
lo sa, probabilmente sì. Quando poi mi ha detto che andava a fare un rituale a
Trastevere, un canto alla musa sghemba, alla parola apotropaica, ne ho avuto
conferma. Respira follia come me, si è accomodato nel verso storto, comodamente
scomodo, in movimento. La frequenza è quella del manifesto: busto del Pincio –
busto del Gianicolo. L’agio sinaptico è una discoteca di proiezioni: visioni di
platani e sampietrini.
La metrica dell’acmeismo russo e del simbolismo francese.
*
Il cantiere è aperto: per dare il benvenuto nel circo di Roman Beat all’acrobata
che porta il nome di Graziano, si è scelto il testo di una performance tenuta in
Piazza Santa Maria in Trastevere, al crepuscolo, con gli addobbi rituali e il
canto che segue nelle corde.
(Edoardo Piazza)
*
Roma Città Apostata
Accade anche che si sfrutti espressamente un altro desiderio. Quel desiderio che
è stato generato ma, in via della Lungaretta, ci siamo resi conto che non era
stato esaurito: ce lo siamo preso con l’abbraccio ai sampietrini e ai muri.
Accade anche che sia andato vestito da vescovo dei miei trisavoli, tracimando
carbone e fiele dalla bocca per i penati. Regine e Reges Sacrorum proteggetemi
da questo mondo, datemene uno nuovo. Donatemi la fine di questo e
l’anticipazione della venuta: quell’altro mondo dimenticato che ritorna tra
corpi tutti santi e spiriti danzanti. Un granello di carne di un sistema
epistemologico binario, un grigio trasformativo transtiberino, un generatore di
complicità tra unicità complesse.
Accade anche che si trasversi la città in processione performativa, che si svasi
a Roma come un’apparizione: nascendo al tramonto, ci si trascina col sé una
mitologia a venire. È un’iperstizione in movimento, un dispositivo che produce
il reale attraverso i balbettii dello spirito. L’avvento, accompagnato da una
favola di musica, percorre il tempo sconosciuto che collega l’ora al domani,
ritmo come battito di una collettività che nasce. Un rito di anticipazione. Un
miracolo parcheggiato in divieto di sosta.
Grazie Carro Amato, un progetto di Marie Hervé, Andrea Lo Giudice, Nunzia
Picciallo, Šumma ālu e Flavia Tritto con la partecipazione di Spazio Supernova.
*
Carro Amato
Intro
Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono
appartenere.
Che si apra la via.
Che si apra la strada.
Che la città conosca il passaggio gentile del morbo.
Io benedico questo carro
con la polvere chiara di cometa
con il respiro degli alberi rimasti
con il sonno delle pietre antiche
con il canto degli animali invisibili
con le mani degli insetti
con le radici che tramano sotto l’asfalto
con l’acqua vendicativa dei tubi e delle nuvole
delle lacrime e degli abissi della terra.
Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.
Nessuna ruota schiacci il grillo
nessun organo allucinatorio dimentichi il vivente che ha memoria.
Venite spiriti della soglia custodi del muschio, del vento e della rugiada
venite senza clamore.
Sedete sugli assi
intrecciate nastri di luce per la rovina
donateci la leggerezza dei buchi neri
fate che il suo passaggio riabiliti il nascosto.
Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.
Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono
appartenere.
Attaccheremo al sangue la gioia.
Benedico la febbre degli uomini soli
Benedico il firmamento delle lucciole.
Io chiamo le madri del prima
le antenate del fuoco,
le nonne delle tempeste
le guaritrici del destino
le voci che tenevano insieme il mondo
Venite, presenze buone.
Venite, spiriti miti.
Venite, arpie e sirene.
Che il suo viaggio sciolga malocchi d’indifferenza
Che rompa incantesimi di consumo e solitudine
Che disarmi la mano che prende senza chiedere
Che renda sacro il limite.
Che renda dolce il confine.
Che renda udibile il mormorio del tutto.
Io benedico questo carro
Sia benedetta la carne che lo compone
Sia benedetto il ferro
Sia benedetto il legno
Sia benedetto lo scheletro
Sia benedetta la strada
Sia benedetta la città
che non dimentichi la terra sotto di sé
*
Outro
Sia benedetta la città che non rende uguali.
Dall’ombra una crepa di luce di latte delle rovine.
Madonne bianche, velate di cenere e polline
Scrivete un nome che non si pronuncia
Scrivete di un grembo soltanto di pelle
Scrivete di legno femore, ferro gola, stoffa mano, respiro animale, radice
ferita, d’acqua maramea
Da ogni ruota sale un canto
Al primo canto trema la pietra.
Al secondo parla il verme.
Al terzo si desta il cane dei confini.
Al quarto il corvo apre i libri del cielo.
Al quinto il seme ricorda il bosco futuro.
Al sesto canto l’uomo perde il trono.
È nato ciò che resta dopo la fine del dominio:
pelo, piuma, pelle, foglia, spora, squama, sale, saliva, rugiada e terra nera
unite nel cerchio.
Da ogni ruota singhiozza un pianto
Dalla prima esce la memoria.
Dalla seconda la fame.
Dalla terza il lutto degli animali.
Dalla quarta la città che brucia.
Dalla quinta il fiume incatenato.
Dalla sesta ruota una mano vuota.
Siete nati con occhi d’apocalisse, con denti di fiore, con lingua di tamburo e
di muschio.
Beate, siete venute al mondo come alleanza.
Sei volte è caduto il velo.
Venite, presenze buone.
Venite, spiriti miti.
Venite, arpie e sirene.
Graziano Mazza
*
Bio: Graziano Mazza è scrittore, poeta e traduttore, ricercatore in teologia
economica a Parigi. Dirige una collana di poesia internazionale, ‘Fatto Umano’.
La sua ultima pubblicazione è Vacue Scuse (Ensemble, 2024). Ha fondato e dirige
il collettivo d’arte trasversale Monx26 a Parigi. Spesso è negli stessi posti,
ma gli stessi posti non sono con lui, quindi vagabonda chiamandoli a voce alta.
Come un cretino, aspetta il giorno in cui il senso e la parola finalmente
coincidano. Lo aspetta fumando, non conoscendo altro modo.
*In copertina: Fernand Khnopff (1858-1921), Donna mascherata
L'articolo “Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto:
Graziano Mazza proviene da Pangea.
Tag - Letteratura italiana
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino.
Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza.
*
A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire
rispetto a una persona.
Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.
Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino.
E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si
incollava al paesaggio come una Polaroid.
Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.
Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma
difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza
massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi
spettinati che parlano di feste.
Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver
deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.
Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci
contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando
grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti
neuronali.
La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.
I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi
interessa.
A lei piace il dialogo a tavola, a me no.
Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli
irrigatori.
Che fai dopo?
Yoga.
Mi vengono in mente le guardie napoleoniche.
A me i camaleonti.
Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo?
Per andare contro me stessa.
Stasera sei bella magari domani non lo sarai più.
Tu sei bello perché non sei bello.
Ti danno ancora fastidio i rumori?
Sì.
Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino
ristorandosi col tè made in Albione.
Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi
lesi e offesi.
Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti
eccelsi sono tre, non di più.
Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo
pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano
il gong monastico di una grande emozione.
*
Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono
sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non
fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei
boscimani.
*
Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette
nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del
telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come
ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del
fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni
tracannare incenso rubato.
Amen.
Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si
sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è
rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le
tracolle di male.
*
Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa
qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a
respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non
serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi
l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve
colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e
basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a
profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei
poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal
cielo.
*
Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli
arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io
sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo.
Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo
pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e
ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel
che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte
dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume
abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al
soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi
pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è
messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso
tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che
gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli
autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si
affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini
quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e
mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.
«Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e
guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il
senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e
assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere.
«Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe
svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò
occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con
Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i
covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni
sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità
diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava
dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.
*
Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al
karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci
prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre
boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita
laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di
relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che
soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le
gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori.
Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna
che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata
così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche
spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.
Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un
uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina
tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il
prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi
amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le
zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti
come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende
molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo
un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli
lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla
luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi
fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico
che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in
questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori
butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi
siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare
l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è
protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che
accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che
portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione
per la pubblicità.
*
Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che
possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo
allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a
procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a
riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato
delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi
all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di
bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di
cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati.
Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico
è la composizione: chiedilo a Keith.
Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli
scrigni della tecnologia.
Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un
uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che
stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza
difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della
logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è
qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare
la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti
e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé.
«Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè
portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù.
*
Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione.
Disseminazione.
*
I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a
incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate
per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in
un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da
pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai
vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato
fila di cipressi.
*
Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle
spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini
con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità
degli spiriti indigeni del selvaggio West.
Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a
ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da
un felino.
Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a
cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da
nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli
alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare
che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati
da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua
imposta ad usura e per il peccato.
*
«Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio
per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle
occasioni».
*
Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che
verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle
vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il
paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile
atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone
proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e
torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come
putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.
I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso
quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da
cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio
di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta
voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti
in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore
del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate
come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa
e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di
quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace
gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato
un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.
*
Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il
posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e
le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui
pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e
interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e
iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che
parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che
trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i
filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di
lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra
un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei
diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle
giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali
appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo
dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di
Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una
sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla
ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del
cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le
nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo
corto e non ci sono più segni zodiacali.
La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i
volti dei sumeri.
Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del
cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti.
L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del
sole. Il sole mente.
*
Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che
si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto
immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte
quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha
inventato per dormire.
In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i
ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare
tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio
di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e
butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e
sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una
rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È
difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta
sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a
colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola
sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le
ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli
assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La
banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le
nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel
portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di
notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino.
Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.
*
Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva
arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si
urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge
l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le
ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di
Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese
non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest
attraversando due sillabe.
Edoardo Piazza
*In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla
parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un
po’ di Haring a casaccio
L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
Considero Idria Pilogallo una di quelle rare e nuove voci autoriali del nuovo
millennio in grado di traghettare brani di un meridionalismo che andrebbe ancora
indagato, autentico, distante anni luce dall’uso ruffiano e pretenzioso,
fasullo, da laboratorio editoriale (storytelling da batterie), attraverso cui sì
è coltivata una certa narrazione del sud, tutta Marianna Ucrìa o rosolio e
guantiere, mulattiere e rocche sulla cima, a strapiombo sullo Ionio, funestate
da saghe criminali o peggio famigliari o qualcosa di questo tipo. Idria
Pilogallo ha origini calabresi, benché dimori in Toscana. Trascina con sé il
vigore di una voce lavorata dal suono e dal furore (colori, sentori, paesaggi)
di taluni luoghi, così precisi e imprescindibili nel procedere di uno scrittore.
Il racconto che vi propone si distanzia dalla luce cieca e violenta di altri
suoi scritti, ambientati nelle lande aride e assolate della Calabria, eppure,
malgrado sia ambientato nella capitale, ne traduce ugualmente la potenza, non
decriptabile, una qualche segreta virtù affabulatoria, c’è, l’ascoltiamo, a un
livello di percezione che vibra, ma non in superficie. Avrei voluto inserire
Idria in una antologia di nuove voci del Sud, di un Sud vero, sciagurato,
confuso in un meticciato dalle molte incavature, inflessioni, lingue, come in
una Babilonia del transumanesimo. Idria Pilogallo è una voce letteraria
definita, io direi persino potente, che meriterebbe una diffusione adeguata, la
pubblicazione dei suoi scritti senz’altro. Ringrazio Davide Brullo per averla
accolta e averle dato una possibilità, qui su Pangea, chiedendomi infine di
introdurla. L’ho fatto.
Buona lettura.
Veronica Tomassini
**
Trenta sacchi di buio
Roma, Corviale, estate 1995
C’erano trentaquattro gradi all’ombra ma il riparo al Serpentone era solo
cemento armato che sudava miseria. Avevo giurato a me stesso che in quel
chilometro di alveare umano non ci avrei rimesso piede. Nemmeno sotto minaccia,
nemmeno per un carico di roba pura.
Eppure, eccomi lì.
La porta di Maria, al piano seminterrato, era socchiusa. Quel genere di invito
che un uomo con un briciolo di cervello rifiuta, a meno che non stia cercando il
proprio conto finale.
Dall’interno usciva un odore denso, una miscela di muffa e segreti sepolti. Lo
riconosceresti tra mille: è il puzzo dei bassifondi e dei cessi degli squat dove
avevo buttato via i miei anni migliori.
«Maria?» chiamai.
Nessuna risposta. Solo il silenzio della periferia.
Feci un passo e qualcosa scricchiolò sotto la mia scarpa. Mi chinai. Era una
fotografia calpestata. Qualcuno aveva ritagliato la mia faccia, quella di
vent’anni prima, e l’aveva incollata sul corpo di un bambino. Mi si irrigidirono
le mani.
Il monolocale era una discarica di ricordi inutili. Maria aveva vissuto in
quella casa, immersa nelle carte e nei gingilli che andava raccattando in giro
per la capitale. Vasi sbeccati, cestini, pile di quotidiani ingialliti che
svettavano come colonne in un tempio in rovina. Ovunque c’erano oggetti senza
nome che lei raccoglieva per le strade della capitale e portava a casa come
offerte votive.
Poi mi arrivò la zampata d’aria calda. Un lezzo insopportabile si insinuò nelle
narici. Mi coprii la bocca con la mano e mi trascinai fino alla finestra. Ai
piedi del tavolo mi si bloccò il fiato.
Una coperta viva di scarafaggi, larve e mosche ballava intorno a un corpo.
Maria.
Il capo reclinato, le braccia inerti lungo i fianchi. Al collo, un pendente di
San Giuseppe inviolato.
Caddi all’indietro su una montagna di vecchi libri ammuffiti. Unii le mani in un
gesto che assomigliava a una preghiera ma era solo un modo per non guardare il
mio peccato in faccia.
Lo spettro di quella donna non mi avrebbe dato tregua.
I vicini la chiamavano “Asso pigliatutto”. Gli uomini sanno essere squali quando
vedono qualcuno che affoga. Per loro era solo la matta del quartiere che
riempiva la casa di spazzatura. Non capivano che quella spazzatura era l’unico
collante che teneva insieme i suoi pezzi.
L’avevo incontrata sul bus 773, la linea che trasporta i disperati dal centro ai
margini. Destinazione Porta Portese. Io ci andavo con una scimmia nelle vene che
mi mordeva il cervello per trenta sacchi di eroina; lei con i sacchi di plastica
vuoti per raccogliere gli avanzi del mercato.
Due ferite aperte, due errori nel sistema urbano che la città cerca di
dimenticare tenendoli a distanza.
Fu su quel bus che vidi la scatola. Una vecchia latta di biscotti Gentilini,
roba di Natale sbiadita dal tempo. La stringeva al petto come fosse un
reliquiario. Dentro c’erano centinaia di ritagli di giornale. Cronache diverse,
anni diversi ma lo stesso volto sgranato.
Ci avevo messo un’eternità di eroina a capire, con la testa annebbiata dalla
roba. Poi, l’intuizione mi aveva colpito come una lama fredda nello stomaco.
Quel volto era la mia faccia di vent’anni prima.
Il ricordo riemerse come una serie di scatti bruciati che sanno di ferro
arrugginito e ozono, di freni surriscaldati e pioggia sui binari.
Erano le sei di un pomeriggio di novembre, uno di quelli in cui Roma è una
distesa di fango e travertino sporco, sotto un cielo color piombo. Mi trovavo in
stazione ed ero in astinenza dura, quella sensazione di formiche sotto la pelle
che ti fa desiderare di strapparti la carne di dosso.
Mi servivano trenta sacchi. Solo trenta.
Lui era seduto su una panchina di ferro. Un ragazzino, sedici anni al massimo.
Lo zaino tra le gambe, le cuffie alle orecchie. Troppo pulito per quel posto.
Aveva un orologio al polso che brillava blu sotto i neon della banchina. Un
regalo, forse.
«Dammelo», dissi. La mia voce uscì come un rantolo.
Lui non mi sentì, aveva le cuffie. Gli misi una mano sulla spalla. Sussultò, mi
vide troppo tardi.
Lo strattonai per strappargli l’orologio, lui spinse, io risposi con un colpo
secco. Un riflesso schifoso da tossico per comprare qualche ora di pace. Il suo
piede scivolò sul cemento viscido.
Poi arrivò il fischio. Un merci in transito a settanta all’ora. L’aria si spostò
con la violenza di uno schiaffo, puzzando di gasolio e freni surriscaldati. Lo
vidi oscillare nel vuoto, gli occhi nei miei per un millesimo di secondo.
Poi cadde.
Nessun grido, solo un urto sordo contro il metallo e il sibilo dei freni
d’emergenza.
Non guardai giù. Mi voltai e corsi finché i polmoni non presero fuoco, finché il
quartiere non mi inghiottì. Per vent’anni mi ero raccontato che fosse stato un
incidente.
La stampa liquidò la faccenda in cinque righe “Giovane cade sui binari, tragedia
alla stazione”. Nessun colpevole da cercare. Caso archiviato”
Ma in quel seminterrato a Corviale la verità venne a galla come un cadavere
rimasto troppo a lungo sul fondo del Tevere. Quel treno non si era mai fermato,
aveva continuato a correre nella testa di Maria per vent’anni, portandosi via la
sua lucidità pezzo per pezzo.
Il ragazzo della banchina era suo figlio.
Mi chinai sul cadavere. Schiacciata sotto il suo peso c’era la scatola di latta
Gentilini.
La sfilai e la aprii. Dentro c’erano i frammenti di una vita che avevo cercato
di dimenticare nei cucchiai bruciati. Maria aveva incollato la mia faccia su
foto di riviste: corpi di uomini in carriera, padri di famiglia, viaggiatori. Mi
aveva fatto crescere sulla carta. Mi aveva inventato un futuro.
In fondo alla scatola trovai un quaderno a quadretti gonfio di umidità.
Ogni riga era un appunto preso sul bus 773.
“Oggi ha la tosse.”
“Si è addormentato al posto del finestrino. Respira.”
“Ha litigato con l’autista. È vivo.”
“Oggi non c’era. Ho aspettato.”
Mi mancò l’aria. Nel suo delirio non cercava l’assassino di suo figlio. Aveva
adottato me. Ero il sopravvissuto miracoloso di quella banchina, condannato a
una morte lenta che lei cercava disperatamente di fermare tra le sue carte.
L’Asso Pigliatutto aveva raccolto me, la spazzatura più schifosa. Mi aveva
tenuto in vita con lo sguardo, aspettando un cenno o un perdono che non sapevo
nemmeno di dover chiedere.
Afferrai la scatola e la strinsi al petto. Uscii da quel buco risalendo le
scale. La luce del mattino mi colpì gli occhi come una condanna a morte. Nel
piazzale, tra carcasse di auto bruciate e asfalto spaccato, Corviale sembrava un
monumento al fallimento umano.
Il 773 spuntò come un relitto arancione tra le buche. Salii. L’autista mi
squadrò nello specchietto ma, in periferia, impari presto a non fare domande a
chi ha gli occhi vitrei.
Mi sedetti nell’ultimo posto in fondo, la vecchia postazione di Maria. Poggiai
la scatola sulle ginocchia. Presi il ritaglio con la mia faccia e lo guardai.
Poi, lo ridussi in coriandoli. Aprii il finestrino e lasciai che il vento della
Portuense se li portasse via, tra i piloni di cemento e il gas di scarico.
Il bus morì alla stazione di Trastevere. Scesi. Stessa banchina, stesso sapore
di gasolio nell’aria.
Mi sedetti sulla stessa panchina di ferro, la stessa di vent’anni prima.
Qualcuno ci aveva inciso sopra nuove scritte. In fondo al binario c’era un
ragazzino. Sedici anni, forse, cuffie bianche alle orecchie, zaino a terra. Mi
diede un’occhiata distratta e tornò allo schermo del suo cellulare.
In quel momento capii il piano di Maria. Non era pazza. Era stata la mente più
lucida e spietata del mondo. Mi aveva costretto a esistere finché lei avesse
avuto la forza di guardarmi. Ora che se n’era andata, toccava a me.
Il fischio del treno arrivò da lontano. Le rotaie iniziarono a cantare il loro
pezzo metallico. Mi alzai.
La scatola di latta, ormai vuota, mi scivolò dalle dita e rimbalzò sul cemento
prima di finire giù, tra le traversine. Mi portai sul ciglio della banchina, il
vento del convoglio in arrivo mi schiaffeggiò la faccia proprio come quella
sera. I binari brillavano sotto il sole.
«Maria,» sussurrai.
Il boato inghiottì il nome. Non servivano spinte. Il cerchio si chiudeva con la
precisione di un conto che viene saldato. Un piede che scivola, il vuoto che si
spalanca e il buio che smette di inseguirti perché gli vai incontro.
Qualche ora dopo, sul bus 773, un’altra anima persa trovò una scatola di latta
abbandonata sull’ultimo sedile in fondo.
La girò tra le mani e la aprì. Era vuota. L’uomo guardò il grigio della
periferia scorrere fuori dal vetro per tutto il tragitto.
Poi, con la lentezza di chi non ha nessun posto dove andare frugò in tasca, tirò
fuori una vecchia fotografia sbiadita, la guardò per un istante e la lasciò
cadere sul fondo della scatola.
Chiuse il coperchio.
Il bus continuò la sua corsa verso il Serpentone dove niente va mai perduto, ma
tutto ritorna.
Idria Pilogallo
*In copertina: Félix Vallotton, “L’homme poignardé”, 1916
L'articolo “Trenta sacchi di buio”. Un racconto di Idria Pilogallo proviene da
Pangea.
“Questo libro fa schifo”, dice Giovanni Bartolomeo. Siamo alla prima pagina.
“Che ora è? – lui
Sono le undici – lei.
In realtà sono le undici e cinque minuti ma Catrina sa che i minuti hanno poca
importanza prima i diventare dieci o meglio quindici. Caterina sa anche che i
minuti per suo padre hanno poca importanza in generale”.
*
Siamo alla seconda pagina. C’è un padre, un libro che fa schifo, una figlia che
mente sui minuti esatti perché ora per suo padre non hanno importanza in
generale. Questo è l’inizio di Sull’orizzonte degli eventi di Cristò
Chiapparino, edito da TerraRossa edizioni, 2026. Ci sono libri che prendono il
lettore e lo mettono dentro un imbuto, lo centrifugano. Ci sono invece autori,
come Cristò in questo suo libro, che tengono il lettore esattamente
sull’orizzonte degli eventi, con una corda legata alla vita, un po’ tirata.
*
Quando si inizia a leggere questo libro si ha la tentazione di andare avanti, di
leggere in modo vorace per capire cosa succede, per scoprire l’impianto
puramente narrivo. Dove va a finire questa storia? Che cosa accade? Ma molto
presto ci si accorge che questo è il modo sbagliato di leggere questo
romanzo. Sull’orizzonte degli eventi va affrontato esattamente come suggerisce
il titolo, bisogna leggere ogni riga come fosse il confine smangiato del
prepicizio della gravina. Con la polvere che non sai mai se ti trascinerà verso
il basso oppure ti salverà la memoria. La memoria è il buco nero che ingoia
tutto e attorno a cui ci muoviamo, indisturbati e incauti, durante la lettura.
*
Potrei dire che è un libro sulla perdita di memoria, potrei dire che è un libro
su uno scrittore di successo che affetto da demenza senile non ricorda che il
libro che sta leggendo, e che gli fa schifo, è suo ed è il libro del suo
successo, potrei dire che è un libro sul come si sta attorno a un uomo che perde
la memoria. Ma sarebbe francamente tutto molto riduttivo. Cristò gioca
moltissimo con l’impianto narrativo, una storia dentro una storia, e sotto
un’altra storia. Una sorta di matrioska, se guardi bene vedi altre linee da
seguire e che poi non segui.
Questo perché Sull’orizzonte degli eventi va affrontato pagina per pagina, con
calma, come si seguirebbe un sentiero sul limite della scogliera a strapiombo
sul mare. Il rischio di cadere in fondo all’abisso della perdita, del dolore,
della memoria è altissimo. Ma accade proprio così quando si assiste un familiare
che perde la memoria.
*
Il libro parte da un’esperienza personale dell’autore, ce lo svela nella
postfazione, per rispondere all’accusa di una signora che anni indietro a una
presentazione di una precedente edizione gli contesta il fatto che lui parla di
questo libro come “senza cuore”. Ma quando si accudisce un padre che perde la
memoria è esattamente come stare sull’orizzonte degli eventi, sul limite di un
buco nero. Si ha in casa qualcuno che annienta tutte le logiche convenzioni
dentro di sè, il suo cervello diventa un secchio di acqua e cenere, qualche
volta un pezzo più grosso, bruciato e nero, rimane sul fondo o risale a galla.
Qualche volta alza la testa verso di te e lo vedi dallo sguardo, questa volta mi
riconosce – pensi – ed è così ma letteralmente due secondi dopo ritornano
indietro le pupille, rifanno l’altro sguardo, quello obliquo e pieno di brina
sull’iride. Sai che è già altrove, che potrebbe urlare da un momento all’altro
oppure chiederti dolcemente chi sei, perché sei nella sua casa.
Cristò scrive questo libro per chi resta ai bordi di un buco nero che è la
perdita di memoria, per chi è abituato a infilarsi nei cunicoli di intersezione
tra il dovere e la vita.
*
I nomi e i ruoli, dare un nome agli elementi vivi che ti girano attorno in casa
e a volte non sai chi sono, senti che li conosci ma c’è qualcosa che proprio te
lo impedisce. Quindi quella in cucina pensi che sia tua figlia, si chiama
Caterina, e quello che ha appena suonato al citofono e ora entra – dice tua
figlia – si chiama Davide. Ma deve essere il marito, sicuramente. Però non lo
sai più, dare i nomi per dare i ruoli. I nomi cambiano di posto velocemente
nella testa di coloro a cui la memoria si sfibra come un nastro tagliato male
alla cui estremità i fili si tolgono, uno per uno, si perdono per strada.
Il problema dei nomi è centrale, è forse il vero nucleo oscuro attorno a cui
ruota il libro, il nome che è un ruolo, una assegnazione di posto specifico
sulla scacchiera delle relazioni, l’affetto ha bisogno di definirsi in un nome
perché sia comprensibile, gestibile. Definire i confini e gli accordi delle
relazioni sentimentali è importante per molti, anche per quelli che dicono che
non vogliono incasellare le cose. Perché come fai quando ti devi alzare per
andare in bagno e hai bisogno di essere tirato su, come chiami quella che sta
lavando i piatti nell’altra stanza. È tua figlia o tua moglie… o tua madre?
*
Un libro che si legge come inchiodati alla soglia dell’architrave della cucina,
ci si appoggia con un fianco e con un braccio, un po’ obliqui col corpo e si
guarda l’altra persona, quella che sta con la testa che è un secchio di acqua e
cenere, vagare nei labirinti delle parole senza successo, senza bussola, senza
niente.
> “L’aveva sempre chiamata mamma, ma da quando era morta le veniva più naturale
> chiamarla per nome. Quando il medico le aveva detto ‘la signora Teresa non ce
> l’ha fatta’, il nome aveva preso il sopravvento ed era successo in un attimo.
> Da quel momento in poi Caterina aveva parlato di sua madre pronunciandone il
> nome tutte le volte che era possibile. Non è morta la mamma, è morta Teresa.
> Lo faceva per questo, inconsciamente.”
Dire il ruolo significa esplicitare un legame, la corda stretta alla vita fatta
di carne e sangue, che ti tiene in vita e altre volte invece ti strozza. La
figlia Caterina non voleva dedicare la vita a un uomo, infatti amava le donne, e
si è ritrovata ad accudire suo padre, un uomo, a dargli i giorni e i secondi.
Anche i minuti che non conta più per lui, che non hanno importanza nel tempo di
acqua e cenere che scorre nella testa di lui.
*
Questo è un libro delicato, che scorre lungo la soglia che separa i vivi e i
quasi morti. Quasi morti sono coloro che non ricordano, perché respirano e
urlano, mangiano e vanno in bagno, sono da lavare ma non sono ancora morti, sono
quasi morti e non più quasi vivi.
Per loro le presenze che ruotano in casa sono come fantasmi, fantasmi dall’altra
parte del velo, dove tutto pare avere un qualche significato, una certa precisa
ragione.
> “E i fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia e ti portano a letto
> guardandti con occhi stanchi e amorevoli dietro una faccia che non riesci a
> decifrare.”
*
Una faccia che non riesci a decifrare. Deve essere proprio così.
*
C’è un altro aspetto che scorre come una vena sotterranea di un fiume lungo
tutto il libro: il ruolo della scrittura, lo scrivere, l’essere uno scrittore.
Lo scrittore noto che rilegge il suo libro più famoso e che lo trova orribile.
La scrittura come linea di ossessione, una linea marcata di nero da seguire fino
alla fine del burrone, fin dentro al buco nero. Un libro, questo di Cristò,
adatto per chi ama la lettura, per chi vorrebbe sapere cosa succede dentro e
attorno a chi perde la memoria, un testo per chi vuole provare a stare sulla
soglia.
> “Donatello si sta rendendo conto che la scrittura si può fare reale, può
> interferire con la vita”.
Clery Celeste
*In copertina: un disegno di Johann Heinrich Füssli
L'articolo “I fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia”. Con Cristò
nel buco nero della letteratura proviene da Pangea.
È sempre una notizia ferale l’annuncio, da parte di un poeta, dell’impossibilità
del gesto. Altra forma viva di Giovanni Peli (Lamantica edizioni, 2026) è la
raccolta che ricuce lo strappo con il proprio destino di poeta dopo anni da
quell’abbandono.
Daniele Gigli, nella breve e intensa introduzione alla raccolta, scrive che
queste poesie costituiscono la rinascita di Peli non tanto per rispondere ad una
esigenza personale; poesia, scrive il sodale, è una chiamata per cui dire ancora
sì ha la funzione di sanare la frattura intercorsa tra il poeta e la musa che
ispira la voce. Un tradimento del proprio destino, e non indagheremo chi sia
stato per primo a offendere – chi si prende la briga di intromettersi, da
profano come la scrivente, nelle tempeste che ogni tanto occorrono tra poeti e
musa /daimon? Chissà poi dove avvengono certi scontri, su una nuvola o su un
foglio, il bianco che fa da sfondo è comunque campo di battaglie mitiche.
Ciascun contendente pare tornato al proprio posto, cioè alla propria ragion
d’essere. E sì che sapere dove stare, essere consci del proprio compito nella
vita, passa certamente dalla prova dell’abbandono. Lo ricorda proprio Gigli, che
richiama i salmi (lui che li traduce) e ci dice che il poeta sperimenta lo
stesso turbamento del salmista di fronte al Dio che nasconde il volto. Solo,
probabilmente, di fronte alla Bellezza e al senso del suo esserci, come davanti
ad un cancello serrato. Non per sempre, a quanto pare.
Di questa rinnovata pax, probabilmente si può dire in prima battuta ciò: siamo
di fronte ad una poetica della trasformazione. Non è l’io che descrive i
cambiamenti, le metamorfosi che attraversano la Creazione, è lui stesso dentro
questo fluire, dove il gesto non è autodefinirsi, ma osservarsi mentre qualcosa
– la vita – accade nel senso più ampio possibile, biologicamente,
geologicamente, ontologicamente.
La scrittura di Giovanni Peli, dunque, è colta nell’atto di farsi attraversare
dal ciclo vitale, senza volontà di dominio su di esso. La sintassi è ellittica,
dove sono messi a nudo la ferita, il trauma e mostrare è più importante del
dire. Oppure, se vogliamo, l’uno e l’altro finiscono per non distinguersi più.
La materia è viva, colta in un movimento che non è mai lineare. Se è vero che la
parola poetica di Peli è organismo vivo, biologico e ontologico come dicevamo,
l’approdo sicuro della linearità non solo non è all’orizzonte, ma non è nemmeno
all’origine dei nessi lirici, che ci si presentano con naturalezza ovvero nel
senso di un fiducioso, seppur doloroso in certi momenti, lasciarsi fare.
> Sono stanco di tutto ma non di te
> grazie, ho coscienza del limite estremo
> la fine,
> nei, disposti a stella esplosa
> l’azzurro che entra, dove tutti
> guardano, un attimo ancora
> l’oscura sabbia oltre tutto il mare.
L’impressione è che questo procedere sintattico voglia restituire la materia
lirica ad una visione, in cui il senso non viene offerto come una scatola chiusa
– che sarebbe poi il contrario di vivente –, ma come l’opportunità di cogliere
le relazioni tra le cose ancora prima di un ordine grammaticale che ne gestisca,
quindi ne organizzi, la vitalità. Io come momento della Creazione, insieme a
tutto ciò che releghiamo con aria di sufficienza all’irrilevanza chiamandolo
“resto”.
L’utilizzo di un lessico che attinge alla biologia, o alla geologia, ci pone
nella condizione di osservarci nella trasformazione. Poi però avviene, per così
dire, di dover andare oltre una volta giunti al bivio in cui un mero organismo è
destinato a terminare nella morte la sua corsa. Qui l’io, invece di chiudere la
parabola, ne oltrepassa l’ineluttabilità biologica e ne apre un’altra,
attraverso il figlio:
> Vivere non è un gioco brutale
> il male
> non vince, un figlio crescendo lo mostra,
> seduce, sì, con l’artiglio ottiene,
> ma illumina il futuro
> il bene,
> invisibile coraggio e puro.
Rilke, nello spiegare la ragione profonda delle Elegie, dava indizi importanti
nella lettera a Witold Hulewicz del 13 novembre 1925 circa l’unità di vita e
morte scrivendo che accettare la vita senza la morte significa rinunciare alla
dimensione infinita dell’esistenza. La morte non è altro che quella parte
invisibile a noi, mai rischiarata:
> “Bisogna tentare di avere la più ampia coscienza possibile della nostra
> esistenza che dimora in entrambi questi due regni illimitati e si nutre
> inesauribilmente di entrambi […] La forma vera della vita si estende in
> entrambi i campi, il sangue del circuito più grande scorre attraverso
> entrambi: non esistono un al di qua e un al di là, ma solo una grande unità.”
Il duplice regno, tema fondamentale, peraltro, dei Sonetti a Orfeo non a caso
scritti contemporaneamente alle Elegie(beiden reichen, nel sonetto numero VI).
La morte come parte celata della vita stessa, quel segreto – nel senso inteso da
Furio Jesi – che ci si dischiude solo nell’istante in cui accade e che solo il
Poeta è in grado di restituire, nell’unità inafferrabile, in parola. Il Poeta è
capace per questa consapevolezza dell’unità, di trasformare in stella notturna
“il nostro saper la figura”. Questo saper la figura, in Rilke, affranca soltanto
orizzontalmente dal qui ed ora, cioè sul piano della coscienza: condannati, in
fondo a stare sempre e soltanto “di fronte”, ciò che ci offre la
rappresentazione è insieme via di fuga e trappola (“Questo si chiama destino:
essere di fronte/ e nient’altro che sempre essere di fronte”). Ma se l’accesso
alla morte è il segreto che Rilke indaga nel tentativo di rivolgerlo a noi nel
movimento poetico, qui, nella poesia di Giovanni Peli, si indaga ancor di più,
nella figura del figlio, l’accesso al mistero della vita, al suo farsi ancora
una volta possibilità:
> Otto anni
> di ciò che prima non c’era
> la sera la tenerezza
> detta per gioco
> spesso negletta,
> oggi è una specie di ieri
> la preghiera
> domani un turbine di samare
> colori senza i loro nomi
> irraggia insperato e commuove
> le cose sono tutte nuove.
C’è una speranza che cammina sulle gambe di un figlio di pochi anni – otto anni
di ciò che prima non c’era (verso che ci sembra avere una pregnanza anche
teologica, lambendo quella creatio ex nihilo colta sul piano dello spazio, prima
un vuoto e poi un pieno) – che si fa esperienza che trascende quella
strettamente personale e ci consente di guardarla come la novità irriducibile
della vita che irrompe dando modo allo sguardo di vedere le cose ancora come la
prima volta. Questo sguardo nuovo diventa capace di cogliere il bene, riuscendo
a resistere a quel male che ogni giorno esige la nostra resa. Altra forma viva,
dunque. Non una parola, la forma poetica in Giovanni Peli. Poiché mostrare e non
dire è decisivo, quella più alta è una creatura che cresce.
> Al tuo nascere il primo crollo
> ho visto, l’inconsistenza
> delle relazioni difficili
> gli altri, il ridicolo.
> Felice, una malattia scontando
> la sera vicino, limbo
> in cui al vero mi portavi
> nel sonno,
> il giusto peso, per un domani,
> nullo
> di tutto ciò che non è amore.
Livia Di Vona
*In copertina: illustrazione di Michael Wolgemut, XV secolo
L'articolo “Il male non vince”. Sulla poesia di Giovanni Peli proviene da
Pangea.
Esistono autori, nel panorama letterario italiano, di spessore lirico,
intellettuale, filosofico di gran lunga superiore alla media. Tali autori sono
gli eredi di Dante, Hölderlin, Rilke, Blake, Ceronetti, e percepiscono la lingua
con una continuità senza stacchi, senza modernismi, senza politically correct –
senza tempo. Li scorgo sempre ai margini – fuori dai dettami del canone – forse
per la natura esoterica della loro opera, appunto, per pochi. E, perciò,
nascosti, o non compresi pienamente in quanto estranei, poiché in loro si
riflette il pharmakos; non sono tenui, aggraziati, borghesi, non scrivono in una
lingua poeticamente corretta – rifiutano il diktat “scrivi come parli” – in loro
la rivelazione si staglia violentissima, con una parola non comune, una
versificazione visionaria che giunge dall’eco di un altrove in quanto dettatura
istantanea dello spirito – dagli archetipi junghiani alla catabasi nella nigredo
per risalire alchemicamente verso una luminosità estatica – che si rifrange nel
versificare riportandolo alla sua palingenesi dove il tempo è sospeso e forte è
il legame con il mito.
La parola, allora, il verbo, è deflagrazione ermetica; l’apoditticità si fa
necessaria catarsi di un vivere altro, di una passività blanchottiana che
accoglie la trasmutazione del piombo in oro. Se penso a questo genere di poeti,
che un tempo sarebbero stati osannati, e oggi vengono vissuti come oggetti non
identificati nella poesia italiana, ecco, mi vengono in mente: Diego Riccobene,
Paolo Pedrazzi, Gianpaolo G. Mastropasqua, Francesco Di Franco, Davide Cortese,
Sergio Daniele Donati, Luca Perrone, Graziano Mazza, David Lamantia, Andrea
Pedicini, Alessia D’Errigo, Isabel De Santis, (Carlo Ragliani, Flaminia Colella
e Isabella Bignozzi sul versante cristiano). Se vogliamo parlare di correnti
esoteriche esse si possono scorgere anche tra i più noti Giancarlo Pontiggia,
Davide Rondoni, Alessandro Ceni, Silvio Raffo, Rosita Copioli, la mia maestra
Luigia Sorrentino, eminentemente hölderliniana.
Si fa tutto un parlare della fine del mito, della morte della poesia oracolare,
ma se esiste qualcosa di realmente incrollabile, impossibile da rastrellare nel
calderone delle mode e mentalità del momento – le tre M tanto deprecate da
Nietzsche – questa è proprio la poesia esoterica, che è tanto più forte quanto
più è irriducibile a schemi di comprensibilità essoterica e perciò prosastica.
Sono certa di appartenere anch’io a questa genealogia di autori numinosi,
antichi e futuri, la cui legge è il rinvenimento dell’origine. Credo che su
questi autori si possa fondare una nuova antichissima scuola di poesia di stampo
ceronettiano, laddove semplicità e comprensione facile – la parola quotidiana,
il parlato, la lingua comune – sono bandite, l’opera si rivela in quanto
coerente e potentissimo cammino di iniziazione e catarsi. La poesia – così come
la prosa di certa letteratura che considero non narrativa – non è per tutti, per
entrarci servono delle chiavi, la prima chiave è la fascinazione per l’altro,
per l’oltre, per l’altrove e per il mistero, ma prima delle chiavi esiste una
porta e questa è la conoscenza di sé non in termini di sterile autobiografismo
ma in quanto gnosi del profondo, catabasi e nigredo.
*
Oggi parlo di Enchiridion di Diego Riccobene (Tipheret, 2026): una lirica densa,
ermetica, accortamente metrica, fortemente corporea.
Nella nota iniziale, l’autore ci permette di soffermarci sul processo
compositivo che viene descritto attraverso il lessico della Grande Opera:
distillazione, fuoco paziente, precipitazione. La marea informe delle visioni
viene costretta nel «marmo rigoroso del metro» (ed ecco l’epigramma, la forma
breve che recide il superfluo). L’atto dello scrivere non è espressione dell’io,
ma una fissazione del numinoso attraverso una «Intelligenza algente» –
un’alterità fredda, quasi disumana, che impone il superamento del livore e della
putredine per giungere all’elettro, allo specchio selenico. Ogni verso diventa
così «cenere di un pianto minerale», «mandamento d’acciaro». Il richiamo
all’Enchiridion di Epitteto non è l’unico riferimento antico; vi è l’omonimo
libello (l’Enchiridion Leonis Papae, che la leggenda vuole donato da Papa Leone
III a Carlo Magno) non a caso: evoca un grimorio, un manuale di formule e
talismani protettivi. Qui la poesia si fa istruzione, «grammatica di polvere»,
formula per «rendere incorporei i corpi e corporei i corpi privi di corpo»–
citazione che tocca il cuore dell’alchimia pseudo-democritea e di Zosimo di
Panopoli. È il principio della trasmutazione: la carne si fa parola
spiritualizzata, e la parola si fa carne cosmica. La menzione del sodalizio
artistico (favorito da un’«anima eletta») evoca la grande tradizione dei libri
di emblemi rinascimentali e barocchi: l’Atalanta Fugiens di Michael Maier,
gli Emblemata di Alciato, la ricchezza visiva del Theatrum Chemicum. L’immagine
e la parola scritta non si illustrano a vicenda, ma si riflettono l’una
nell’altra per innescare la comprensione intuitiva dell’Oltre. È un’architettura
simbolica totale. La chiusura, affidata a Giamblico e al De Mysteriis, tocca il
punto cruciale: i «nomi astrusi o estranei», i voces magicae, i nomi barbari che
non devono essere tradotti nell’idioma comune per non smarrire il loro furor.
C’è una rivendicazione della parola come essere: il linguaggio non descrive il
sacro, lo evoca e lo instaura. Chi legge è chiamato non a un’analisi estetica,
ma a un atto di fede intellettuale e di «umana misericordia», a non farsi
vincere dall’angoscia davanti all’abisso della forma.
Un testo datato non a caso in un giorno di Novilunio – il momento del grado
zero, della Luna Nera, della nigredo da cui può germinare la nuova luce
dell’Arte.
*
Vi è un preludio che subito mi ha fatto pensare alla poesia gnostica di Guido
Ceronetti:
> Sento tremore in bocca, l’incompiuto
> Dell’infera tensione, sento
> Piagnucolare brina dall’orecchio,
> L’orecchio cornucopia, il ricco
> Dispensatore del giusto collasso
> Che si concede e sta scendendo
> Se mentre scende tutt’affatto obliquo
> Ne cava il mio proscioglimento,
> Un peso che m’eccede pur che adesso
> Degni il collasso rimordendo
> Il morto – e lo riscatti, sempre in tempo.
*
> Temete l’Uno, voi secondo parto
> che siete l’embrionato non mutevole
> Alla necessità d’alto principio,
> Il magma cui l’argento non ripinse
> La placenta di Luna.
> Siete enuresi nel laminatoio,
> Il mosso dal setaccio che non filtra,
> Recidivante; l’arte dell’erioforo
> Nell’impartire vita purché vaga,
> Lo scorsoio ipogeo.
Il primo componimento sembra esplorare il momento del collasso, del cedimento
fisico e psicologico, trasformandolo però in un paradosso di liberazione e
riscatto.
Il testo si apre con un imperativo classico: un monito rivolto al “secondo
parto”. Nella filosofia neoplatonica e gnostica, l’Uno rappresenta la perfezione
originaria, mentre la materia e la molteplicità (il “due”, la dualità) nascono
da una caduta o da una frammentazione. Tale “secondo parto” è descritto come un
“embrionato non mutevole”: una forma di vita incompiuta, bloccata, incapace di
evolversi o di conformarsi alla legge superiore (“necessità d’alto
principio”). L’autore attinge al lessico alchemico. Il “magma” è la materia
prima, informe e caotica. L’argento, nel simbolismo alchemico e astrologico, è
strettamente legato alla Luna, la quale governa i cicli della nascita, del
mutamento e della gestazione. Qui l’argento non ha respinto (“non ripinse”) o
non ha fecondato la placenta lunare: siamo di fronte a una creazione infeconda,
a una materia che è rimasta grezza, esclusa dal ciclo della purificazione e del
riscatto spirituale. L’uso di termini rari, scientifici e arcaici (embrionato,
ripinse, enuresi, laminatoio, erioforo, ipogeo) crea un effetto di
distanziamento e sacralità. Il poeta non parla al singolo, ma si rivolge a
un’intera categoria di “esclusi” o “imperfetti”, condannandone l’incapacità di
elevarsi verso l’Uno e descrivendone la sottomissione a una materia pesante,
ciclica e sotterranea. “Lavacri sottoterra, cosa vedi/ Da sveglio: nel provarli/
Si strappa ogni maligno luppolo…”
Troviamo poi una dichiarazione di poetica, una riflessione meta-letteraria che
svela la natura profonda della parola per Diego Riccobene. Il destinatario di
questo componimento è il poeta stesso, definito significativamente “Feditore”
(colui che ferisce, dal verbo arcaico fedire), descritto nel suo corpo a corpo
con una lingua oscura, tagliente e apodittica. “Feditore, continuo ed azzardoso/
Il crittogramma che t’ambascia…”.
Il poeta non è un pacifico artigiano della parola, ma un feditore: la sua
scrittura ferisce la realtà, squarcia la superficie delle cose, ma al contempo
espone lui stesso al pericolo (“azzardoso”). La poesia è un “crittogramma”, un
messaggio in codice che provoca angoscia e sofferenza (ambascia). Scrivere non è
un atto di consolazione, ma un tentativo continuo e rischioso di decifrare
l’enigma dell’esistenza. “Del pólemos / oltre il precetto e l’ornamento
viscera”: il pólemos (il conflitto, la guerra eraclitea) è la forza motrice
della realtà. La poesia di Riccobene rifiuta la regola accademica (“il
precetto”) e l’estetica fine a se stessa (“l’ornamento”); la sua è una lingua
che si fa “viscera”, che scava nella carne.
> Che l’abbraccio dell’Ogni dal triregno
> Iscusato per liquida ossessione
> Ci bisogni – di troppa purità,
> Lo specchio, il dado, la manducazione.
> Tu così la dicevi?
> Mutamento: nemmanco dal materico,
> E ti scotevi tra la guaina e il fango.
Tale componimento si muove su una linea di sarcasmo teologico e disperazione
gnostica. Se i testi precedenti mettevano in guardia dal cedere a consolazioni
basse (il “gotto”), qui l’autore alza il tiro e prende di mira le grandi
consolazioni metafisiche, i dogmi della salvezza e i rituali sacri, rivelandone
l’insufficienza di fronte alla brutalità della materia.
Il tono è quello di un dialogo intimo, quasi una disputa filosofica tra l’io
lirico e un interlocutore (“Tu così la dicevi?”), in cui si smaschera una
menzogna spirituale.
> Obbedisce allo spettro: che salvifica
> Avvedutezza, che contristamento
> A disserrare dall’Ineffettivo;
> Che balordo d’un giudice, la cispa
> Commessurata qui nell’infermiccio,
> Nel guiderdone assurdo del distinguere.
Dopo aver demolito le consolazioni religiose e la pretesa di purità (l’abbraccio
del “triregno”), l’autore si confronta qui con il tribunale della coscienza,
della legge e del giudizio, rivelandone l’intrinseca assurdità e impotenza di
fronte all’infermità dell’esistere. Il tono è sarcastico, sferzante, dominato da
esclamazioni che oscillano tra l’amarezza e il disprezzo.
La poesia è questo entracte: una voce che si leva a stento tra una degenza e
l’altra, provvisoria, dolorosa, ma finalmente liberata dal peso della “troppa
purità”. Riccobene compie un’operazione di demistificazione morale. L’uomo che
nei testi precedenti cercava la “troppa purità”, il “silenzio col mastice” o il
“giudizio”, viene qui colto nella sua realtà più meschina: quella di chi
protegge le proprie piccole rendite di posizione (vitalizi), nascondendo la
vergogna (onte) sotto gesti di finta fermezza (la lama).
Chi scrive o chi parla abita una condizione di malattia sacra, di isolamento o
di stasi forzata, dove «trema la tua ghiandola» — un richiamo viscerale, forse
alla ghiandola pineale cartesiana, la sede dell’anima e del contatto con il
numinoso, che qui sussulta, instabile. Poi, il movimento della sparizione e
dell’errore:
> Diresti che smateria, e tendi il dito
> Ad altra tana, come
> Avessi scelto:
> Più dietro, solo dietro, erroneamente.
La materia si rarefà, perde peso («smateria»), e il gesto di tendere il dito
verso un’«altra tana» simula una scelta, una direzione, una fuga. Ma è
un’illusione. La vera direzione è una regressione, un movimento cieco e ostinato
verso l’origine o verso il rimosso: «Più dietro, solo dietro». Quell’avverbio
finale, «erroneamente», sigilla il testo con una lucidità spietata. È l’errore
necessario, il vicolo cieco in cui la mente si caccia quando tenta di mappare il
proprio stesso vuoto. I versi procedono per contrazioni e spezzature, sarchiando
il respiro del lettore. Riccobene si muove su un crinale di vertiginosa
astrazione formale e solennità liturgica, dove il lessico — arcaico, curiale,
quasi cancelleresco (supputarla, clìpei, primicerio, essuffli, pasturale) —
viene utilizzato come una corazza barocca per contenere una tensione erotica e
intellettuale affilata. Un componimento si apre con una linea geometrica e
geografica insieme: «Sottilità dall’anca alla vallea».
> Oh legittimamente! Ti si lascia
> Il tentativo, senza preferire
> Un abolito seno e dal suo boccio
> Tardare appena sulla cima,
> Un segretarsi papillare e sciocco
> Credendo misurato il giusto
> Al difetto, il reciso del cordone
> Al cómpito: irrigare peristili
> Dianzi le catene del Crescente
> (E misurarne a sbaglio la solvenza)
> Sconviene a evocazioni nostre.
Appare la nettezza del taglio biologico, «il reciso del cordone». Ma chi ha
subito quel taglio devia la propria energia vitale verso un «cómpito» geometrico
e alieno: «irrigare peristili/ Dianzi le catene del Crescente». I peristili (i
porticati classici, spazi aperti ma rigidamente recintati) e le catene del
Crescente evocano un’architettura monumentale, esoterica, una griglia fredda che
si tenta di fecondare artificialmente. Il finale cade come una scure: «Sconviene
a evocazioni nostre». La voce che parla si distacca nettamente. Si definisce
attraverso un “noi” regale, o forse una congrega di spiriti affini, dediti a
un’altra specie di chiamata. Le nostre evocazioni non appartengono al rimpianto
del seno materno né alla manutenzione dei templi deserti. Esigono il rigore
dell’acciaio e della cenere, non la misurazione distorta del difetto.
> La quiete t’impone di affacciarti
> E sbirciare il fattore,
> Traspirato dal dente nel sudario
> In faccende per auto-
> Agnizione: del coito, sto dicendo.
> Permutare il puerperio col diaspro
> Benché proprio quiete
> – Intuirai – la si voglia travagliando.
In questo frammento l’idillio bucolico della «quiete» viene squarciato e
riscritto attraverso una lente spietatamente biologica e minerale. La quiete non
è pacificazione, ma un dispositivo coercitivo: «La quiete t’impone di
affacciarti», costringendo l’occhio a una postura voyeuristica, a «sbirciare il
fattore».
Ma il “fattore” non è la figura georgica del contadino; è l’agente biologico, il
principio generativo che si manifesta attraverso un’immagine di spaventosa
densità corporea e mortifera: «Traspirato dal dente nel sudario/ In faccende per
auto-/ Agnizione: del coito, sto dicendo.»
La seconda parte opera la trasmutazione alchemica, il salto dal viscerale al
geometrico. Il «puerperio» (il tempo del sangue, del parto, della carne lacerata
e della generazione umida) viene permutato, scambiato, con il «diaspro». Si
sostituisce la fluidità calda della nascita con la durezza silicea, opaca e
venata di una pietra dura. È la fissazione della carne nel minerale, il coagula
che stringe il sangue in gemma. Il paradosso finale svela il meccanismo: questa
quiete minerale (il diaspro) la si ottiene solo attraverso il polo opposto,
ovvero «travagliando». Il linguaggio non fa sconti: si muove per imperativi
(volta, componi, penditi, porta), ordinando azioni che somigliano a un esorcismo
o a una condanna autoimposta.
> Volta gli anfratti ai fedeli
> E agli imputati, componi un chirottero
> Sopra le ovaie internandolo
> Per che cunicoli come un ossesso.
> Penditi un nodo alla lingua
> Dopo i tuoi vespri, che deve passare
> Dal basamento, succhiare lo stasimo
> Se mai volessi bagnarti;
> Puoi rivelarmi che l’essere edace
> Lucra fatica al novembre degli altri.
> Porta il coniglio a tuo padre.
La parola trattenuta, annodata, deve farsi pesante, scendere fino al «basamento»
(la pietra d’angolo, la base dell’edificio o della colonna vertebrale) e
«succhiare lo stasimo» — immobilizzare il coro, prosciugare l’intervallo
tragico. La purificazione o l’iniziazione («se mai volessi bagnarti») esige il
prezzo di questo strozzamento. Il coniglio — animale sacrificale per eccellenza,
legato alla terra, alla tana, alla prolificità indifesa e spesso alla ritualità
domestica o rurale — diventa l’offerta da recare all’origine, alla figura del
padre.
*
La postfazione di Maria Laura Valente è un saggio sulla poesia di Riccobene,
difatti ci rivela che: il titolo rimanda al greco Ἐγχειρίδιον (ciò che si tiene
in mano, un manualetto), evocando un sapere portatile e intimo destinato al
“viandante solitario” di stampo junghiano. Valente rintraccia una vera e propria
“stirpe” dietro questo titolo: dall’antico Manuale di Epitteto (stoicismo)
all’oscuro Enchiridion magico attribuito a Papa Leone III, fino all’alchimia
secentesca di Heinrich von Schultheiss. L’opera di Riccobene si inserisce in
questa catena in cui il libro non è solo da leggere, ma è un portale (liber
librum aperit). La scrittura di Riccobene usa un “verbum torsionale” (una parola
densa, minerale, che si avvita su se stessa) che agisce come un pharmakon (cura
e veleno insieme). Chi legge non è un semplice spettatore: viene travolto e
posseduto dal testo come da un daimon. È chiamato a partecipare attivamente alla
liturgia della decifrazione, a “bruciare il verbo” e a trasformarsi attraverso
di esso. Il saggio si chiude analizzando la poesia finale (che si apre con
l’imperativo «Volta gli anfratti ai fedeli / E agli imputati» e si chiude col
mandato «Porta il coniglio a tuo padre»). Il coniglio è visto come animale
ctonio e lunare, la cui tana (cuniculus) rappresenta il budello del laboratorio
alchemico. Offrirlo al padre (l’Artefice) significa consacrare l’opera.
La struttura di Enchiridion, di conseguenza, non si chiude in modo lineare ma si
rivela un Uroboro (il serpente che si morde la coda): un ciclo eterno in cui la
materia verbale viene continuamente consumata e rigenerata, lasciando il lettore
su una soglia perennemente aperta verso una nuova trasformazione («limen aureum
in aeternum aperiatur»).
Ilaria Palomba
*In copertina: il drago che si morde la coda nel “De Lapide Philosophico” (XVII
secolo)
L'articolo Diego Riccobene o della poesia come Uroboro proviene da Pangea.
A oggi il modo migliore di accostarsi alla poesia di Alberto Vighi resta il
singolo volume di versi edito postumo da Schwarz nel 1957, L’addio. Non deve
ingannarci l’inclusione nell’antologia di Falqui La giovane poesia: inserito
insieme a un’altra quarantina di poeti (fra cui Sanguineti) nella Seconda
edizione aumentata dell’antologia, sempre del 1957; il suo scarno quadro
biografico non ci dà informazioni ulteriori rispetto a quelle che troviamo nella
quarta di copertina di L’addio, il solo volume edito, con prefazione di Fortini,
e sembra suggerire che nemmeno Falqui sia andato molto al di là dello stesso.
Alberto Vighi nasce a Riccione nel 1924; è figlio dell’avvocato Roberto Vighi,
che si distinse durante il Ventennio per la militanza antifascista (viene più
volte preso a bastonate, arrestato, indagato); agli inizi del 1956 muore in un
incidente d’auto, prima di compiere i trentadue anni. Non abbiamo nessun’altra
certezza sul suo conto. Dalla prefazione di Fortini a L’addio sappiamo che aveva
viaggiato a lungo in Inghilterra; sembrerebbe aver scritto dei resoconti dei
suoi viaggi su qualche quotidiano, ma non viene fatta menzione di alcuna
specifica testata.
Troviamo un Alberto Vighi che negli anni ’40 su «Il Setaccio» (la rivista della
Gioventù Italiana del Littorio fondata, tra i vari, da Pasolini) traduce
Baudelaire, scrive di filosofia russa e pubblica una poesia; ma non è nemmeno
detto che si tratti dello stesso Alberto Vighi. Siamo certi del fatto che
esercitò la professione di avvocato e giurista, come ricorda sempre la quarta di
copertina. Alfredo Rocco, titano della giurisprudenza italiana, tra i giuristi
illustri ricorda: «Alberto Vighi, robusto ingegno, troppo presto rapito alla
scienza, che a lui deve notevoli saggi sulla personalità giuridica delle società
commerciali, e sui diritti individuali degli azionisti»; ma questo è sicuramente
un altro Alberto Vighi, dato che il testo di Rocco è del 1911, tredici anni
prima della nascita di Vighi. Bisogna quindi essere decisamente cauti
nell’azzardare qualsiasi ricostruzione su di lui: mancano completamente le basi.
Invece, sul piano dei testi nel volume Schwarz L’addio siamo messi un po’
meglio, ma sempre con qualche incertezza. Da un lato abbiamo 26 poesie ordinate
da lui stesso, che costituiscono un ciclo compiuto; dall’altro, 16 poesie
ripescate dalle carte ultime, non si sa in che stadio di compiutezza (i versi a
volte si ripetono; altre volte la punteggiatura sa essere ingannevole).
Il punto di partenza ideale per parlare della sua poesia è la prima definizione
che ne dà Fortini: «una curiosa, aggrovigliata mitologia». Del resto, il
groviglio lo ritroviamo proprio in una poesia di Vighi, Risveglio:
> Un mai più si accanisce contro il muro
> si ribalta un giocattolo nel cuore
> del bambino che si sorprende a un nodo
> d’ombre vuote e si volta, ed è già sera.
> Airone che s’impazza nei grovigli
> dei glicini più il buio disintesse
> con ombre impure un volto adolescente […]
La crescita, dal bambino all’adolescente, come un incontro coi nodi delle ombre
e della notte da disintessere, districare appunto il groviglio in cui è
incastrato l’airone (a proposito di aironi: l’anno precedente, 1956, era uscito
sempre per Schwarz Calendario, di Antonio Porta ancora firmato Leo Paolazzi, con
un altro airone al suo interno), con l’atto di tessere che inevitabilmente
rimanda al tessuto della lingua, il testo. Ma se questa poesia parte da istanze
apparentemente autobiografiche, ciò non vale per il resto della produzione edita
postuma di Vighi, che ruota davvero intorno a una mitologia personale, cifrata
secondo regole mai pienamente svelate, ma comunque fruibile. Facendo i conti con
esperienze poetiche simili a quelle del primo Luzi o del primo Bigongiari (La
figlia di Babilonia, coi giardini di Babilonia per il giardino di Boboli), Vighi
cerca di arginare la cripticità di quei precedenti costruendo una vicenda epica
che funzioni anche da sola. I passaggi non sono chiari (stiamo parlando di
un’opera postuma e incompleta), ma un intreccio si può riconoscere:
alcuni navigatori raggiungono un’isola attraversando venti e tempeste, e si
preparano a combattere battaglie, spesso sotto la luna, con gli abitanti del
luogo, tra colli e deserti, con uno stampo da Eneide che però passa attraverso
la conoscenza dei cantari epici medievali: il Cid, il Beowulf. Il cuore della
mitologia di Vighi è la sequenza del Re contadino: undici testi (che Falqui
riporta nella sua antologia) fatti di assalti, vittorie e sconfitte, di cui non
è chiaro l’esito ultimo. A essere chiara è la matrice etica: uno schieramento di
forze che vada al di là della lotta del singolo, per non sottrarsi al momento
dello scontro che comporta, inevitabilmente, una distruzione della propria
individualità. Il fatto che i personaggi di Vighi sentano la luna avanzare sul
proprio teschio abbandonato sul campo di battaglia e il fatto che lui stesso
scriva dal loro fittizio punto di vista, e non dal proprio, sono i risultati
dello stesso processo: accettare di rimettere il proprio ego alla battaglia, più
grande di sé, con il rischio altissimo di consegnarsi alla sua spietatezza e di
rientrare nella sua coerenza geometrica «pitagorica traccia di memoria/ dolce
non più che il cerchio della luna»; «per rifare il nulla entro le misure/ del
quadrato del cono e della sfera» che costringe, ma che consente di esistere in
una regola: «riconducemmo la fame e il dolore/ dentro un cerchio di colli e la
misura/ della sorte dell’uomo sotto un tiglio».
Mikel Marini
Da Il re contadino
I
Miei fedeli, nel cardo azzurro io prego
forza dal grembo di giugno dei colli
per voi nei vostri figli usciti al lume
delle stalle e dei grani, quieta forza
che non gioca alla morte ma si attende
nel viluppo del bosco e al ferreo ritmo
dell’aratro finché la vite cada
nel gelo e l’ultimo falò si estenui.
Se un commento di ombre pare il vento
che mi riapre i colli è altro tempo
che si specchia negli occhi e porta il giro
dei nostri campi a frutto di distanza
da lungi sollevata in armi e sangue.
*
III
Dissi: dobbiamo vincere per tutti,
nel costante confronto tra le cose
si fa doppia vittoria che ci eguaglia
l’acquisto arduo del mondo, e il furore
che si stupì di schiette città azzurre
colorate di portici ove in trono
s’offre al re contadino la fanciulla
commentata da musiche, sposata
fra pennoni e bandiere; ma la tregua
si rompe, male intesa nel confronto
fra pace e forza, l’ozio non l’ordine
ci divalla, e simbolo è la bara
della sposa, lasciata esile ai gigli.
*
IV
Caduta su ogni muro, impreparata
nel fuoco del nemico, già aurea e lieta
fu una città dissennata dai morti:
risalirono il filo del lamento
di Abele, si rifecero a congresso
nella mente di chi evitò i corvi
ponendo i nomi a chiave del futuro,
ripensammo le piazze come navi,
su corteggi di scale erbe e pittori,
i morti si allungarono la vita
con tale ordine del giorno: solo
chi sul bene e sul male si misura
di tutto il mondo è forte dentro il mondo.
*
Da Quattro tempi. Il saggio re.
1°. Il Cid
Se l’essere che giace nel tuo cuore
geologica serpe che si arretra
dentro un sonno automatico sottrae
la tua virtù di schiavo più si accende
la vita, se tua forza è la mia gloria,
mio popolo, conducimi all’abbrivio
del nemico, impagliato su un cavallo.
Sono morto di cento anni di gridi
di primavere apprese ai miei capelli
negate ai vinti, fate che riposi,
chiudete con oltraggio la mia tomba.
Luna che dai simulazioni al campo
della battaglia, vedo il tuo candore
sul mio teschio che avanza, e cerca luce…
*
L’assedio
La luna si apre in veste di narciso
sulle mie torri, aspira entro la notte
tale amore guerriero, che si flette
crescendo il mare, attrae fra schiume e danze
regate di delfini e in sé traspare
di una nascita assorta il mutamento.
Questo è dunque il mio figlio che si dona
sull’equilibrio del mare in silenzio,
gigante salvo aldilà della lotta
di una città brucata e arsa dai morti!
L’assedio ci studiò con ogni offesa,
ci corruppe la fame, assiepò i vivi
nelle cantine e li gettò all’amore
come uscita superstite e impazzita,
ma ogni alba smontò i più forti vivi,
li rigettò nel sangue e cadde un buio
per mancanza totale di parole.
Qui per mia fedeltà un popolo muore
dentro sé stesso, stretto in doppio cerchio
mutilato di aria, in un abbraccio
che il male già accatasta, e cresce in fumo.
Qui sono re e nel cielo mi salvo.
Io che fui cattedrale delle vene
di ognuno, azzurra nuvola alla sete,
airone della mia stessa gloria,
cane che porge grazie sui sepolcri,
ora sono l’agnello che si uccide
per vedere i limoni rifiorire.
Vecchi, vedrete crescere più bianca
l’umida barba, io chiederò ai nemici
grazia per tutti e per me cecità
corda, o il falò festoso del mio sangue,
che ora si regge al raggio del narciso
o luna, incanto fisso al nostro male.
Figlio, che ti riveli in un astrale
potere, con lo sforzo di una mano
riprendi le mie torri, urta il nemico,
fanne ossa e sabbia un domani improvviso,
da me vivi, già esteso come l’aria.
Dicembre 1954
*In copertina: Otto Dix, Autoritratto, 1912
L'articolo “Il furore che si stupì di schiette città azzurre”. Vita (incerta) &
testi di Alberto Vighi, il poeta-enigma proviene da Pangea.
Pubblichiamo per gentile concessione le pagine di Al vento delle steppe (De
Piante, 2026; prefazione di Antonio Armano) dove Vittorio Beonio
Brocchieri descrive la visita a Jasnaja Poljana, la tenuta dei conti Tolstoj.
Siamo nel 1934, il potere di Stalin è sempre più assoluto. A breve ci sarà
l’omicidio Kirov, pretesto per una deriva autoritaria e avvio delle purghe.
All’ingresso della tenuta una scritta con il giudizio di Lenin su Tolstoj:
grandissimo artista ma cattivo filosofo. Il figlio Sergej vive recluso nella
tenuta con il servitore che ha portato lo scrittore verso il suo ultimo viaggio
in carrozza nell’inverno del 1910. Lo stesso servitore porterà Vittorio Beonio
Brocchieri di notte in carrozza a prendere il treno per riprendere il viaggio.
Quella nella casa di campagna di Tolstoj è una delle ultime tappe di un viaggio
di 17mila chilometri su un biplano Caproni scoperto e senza
copilota. Dall’Ucraina della carestia indotta da Stalin fino alla Siberia dei
deportati, Vittorio Beonio Brocchieri compie una straordinaria esplorazione
dell’universo sovietico. Dei cieli ma soprattutto della terra. La fame ovunque
tranne che nei banchetti ufficiali, l’entusiasmo ingenuo o di maniera per le
conquiste del socialismo, l’onnipresenza dei servizi segreti il cui nome non si
può nemmeno pronunciare, come quello di Dio tra gli ebrei, la miseria e le
meschinità della coabitazione. Il “filosofo volante”, docente di storia delle
dottrine politiche a Pavia, detto anche “el matt”, non concede al nuovo regime
nemmeno il beneficio degli inizi e il giudizio che emerge per quell’esperimento
è senza appello. Nonostante questo, la curiosità soprattutto umana e il gusto
per gli incontri fuori programma per la gente comune testimoniano un’autentica
passione per il popolo russo. I nomi e i toponimi sono traslitterati alla
vecchia maniera (Tolstoi e così via). Ma il racconto è quantomai fresco e
intenso. Finalmente Al vento delle steppe torna in libreria dopo quasi un secolo
di inspiegabile e ingiusta assenza.
**
Nella casa di Leone Tolstoi
Il treno che viene da Mosca sulla linea di Karkow ferma a una piccola stazione;
poi sono circa cinque chilometri di strada campestre. La carrozza corre
attraverso il piano erboso, lungo un fascio molle di solchi. Il passo dei
cavalli sul terreno intriso d’umidore è silenzioso, come sopra un tappeto di
sughero. Non ascolti che il tremolio del campanello, il cigolare delle stanghe e
la voce del guidatore.
A destra e a sinistra del passaggio respirano gli abeti dalla scorza fine, si
rizzano gli olmi rabescati di edera vecchia. Quando la stagione cade i rami si
fanno trasparenti e il viandante scorge di là dall’intrico vegetale la fuga
ondosa di altri poderi, e il fumigare del sole rosso incline all’orizzonte. I
campi odorano di foglie e di acquitrino. La carrozza si ferma all’ingresso di un
viale guardato da due pilastri. Qui comincia il parco interno della tenuta che
apparteneva ai Conti Tolstoi. Si chiama Jasnaja Poliana, che in russo vuol dire
“chiara campagna”. Fuori dal recinto è il villaggio dei contadini; in fondo al
viale sorge la casa del poeta.
Un fattore, menandomi a piedi lungo il sentiero ghiaioso sparso di ramuscoli, mi
ha detto che avrei potuto incontrare il figlio Sergio e la nipote. Dalla morte
del Grande, questi relitti dell’antica famiglia vivono appartati fra le mura e
gli alberi, quasi a custodirne i ricordi.
Ora un corpo di fabbricato è ridotto a museo; serve anche per la foresteria. Un
viale di tigli corre davanti alla casa. Una iscrizione di data recente
sull’architrave tarlato dice:
> “Tolstoi fu grandissimo artista ma cattivo filosofo. La sua dottrina
> debilitante prova l’impotenza della vecchia classe aristocratica a realizzare
> un ordine nuovo”.
Firmato: “LENIN”.
Entra nella casa un contadino: barba lunga, tunica grigia, gambali di pelle come
usava al tempo antico. Qui dentro nulla è mutato.
Il vestibolo terreno è ingombro di selle, di staffe, di cavezze, di briglie: c’è
un odore diffuso di frutta conservata e di mele autunnali. Il guardiano dice:
“In questa casa abitava Alessandra, la figlia più giovane”. Erano tanti
fratelli; ma quattro sono morti piccini; e fuori di Sergio Lvovic, gli altri
sono andati a vivere nei più diversi paesi del mondo. La camera è rischiarata a
ponente e i materassi hanno aroma di fieno secco; stando seduti sulla sponda del
lettuccio si vede la chioma di un alberello giovane profilato contro il cielo
chiaro. Tra l’uno e l’altro edificio sorgeva un’antica costruzione in legno che
il nonno del poeta aveva fatta erigere sul vecchio stile russo. Poi fu venduta e
trasportata trave a trave quaranta verste lontano. Ora lo spazio è vuoto e da
questa cameretta si scorge il tetto dell’altra casa.
La nipote del poeta vive là dentro con la consegna di guardare i cimeli. Sergio
è musicista.
Qualche volta nelle sere dolci di mezza estate le note del pianoforte si
diffondono nel giardino. Dalla fattoria qualcuno esce in ascolto e siede ai
piedi dell’albero secolare dove un tempo il vegliardo radunava a convegno la
gente sua. I contadini più anziani commentano a bassa voce: “Questa è la musica
che piaceva tanto a lui”.
Sergio Tolstoi, avvertito del mio arrivo, manda ora una ragazzina bionda a dirmi
che sarò ospite accetto. Egli mi attende sull’atrio della palazzina. Una figura
alta e corposa; dal ciglio arruffato, dall’occhio pungente, come il padre suo.
Ma si vede che è stanco, carico di anni. Vicino a Sergio, Elena, canuta sotto
una cuffia nera, con uno zimarrino bianco, le pianelle di fibra, la gonna
pieghettata a volanti, sorride con le guance accese e lustre, stringendo le
pupille miopi dietro gli occhialetti a stanga. Sua madre era sorella del Grande.
Un ritratto è appeso alla parete e la somiglianza fa prova di eredità.
Al mio apparire stanno quasi perplessi. Gente avvezza al silenzio, anime
segregate. Ora vengo introdotto in un salottino, tra mobili dell’Ottocento,
tendaggi verdi sdruciti, fotografie giallastre, scaffali polverosi, gremiti di
vecchi libri. L’uscio a vetri cigolando si richiude. Eccoci risaliti di mezzo
secolo, avvolti nel passato, presi in quest’atmosfera di pace pensosa e di
meditazione vigilante. Una scala ripida conduce al piano di sopra. Qui c’è la
luce, le cose diventano vive. Si trattiene il respiro, si cammina in punta di
piedi. La contessa dice: “In questa casa egli mi ha conosciuta bambina, quando
tornai dalla Francia e dall’Inghilterra. Non pronunciavo parola di russo; fu
proprio lui ad insegnarmi la lingua madre”.
Questa pia gentildonna parla con voce sottile, grandi pause, nessun gesto, un
vago tremito nelle pupille. Non è abituata a con dare memorie con gente
forestiera.
Passiamo in una grande sala rischiarata dalle pareti opposte; il riflesso degli
alberi e del cielo la inonda di luce verde e azzurrina. Una tavola rettangolare
occupa il centro; mobili, pianoforte e divani sono conservati come allora: la
posizione delle seggiole, dei vasi, delle lampade è immutata. A capo tavola era
il suo posto: questi i suoi piatti, questa la sua scodella e la posata che
adoperò fino all’ultimo giorno.
Una grande metodicità caratterizzava la vita del Maestro.
> “Egli mangiava separatamente da noi”, dice il figlio. “Fino a mezzogiorno si
> tratteneva nel suo studio a lavorare. Poi lo vedevamo comparire da quell’uscio
> con la sua veste da camera lunga, un libro in mano; girava lento intorno alla
> tavola, si interessava alla salute nostra, si affacciava qualche istante alle
> finestre e poi sedeva qui”.
I due fissano il posto vuoto e restano alcuni istanti con gli occhi fermi. Alla
parete sono appesi diversi ritratti: il vecchio conte che edificò la villa
ampliando i poderi, il padre del poeta e poi la moglie sua; da un lato è
riprodotto a tinte vivacissime il busto di una giovinetta dalle grandi trecce
nere arrotolate sulla nuca. La contessa Elena alza lo sguardo verso di lei e
indicandomela esclama:
> “Questa è Natascia che ha tanta parte nella vicenda di Guerra e pace. Infatti
> aveva una voce bellissima e due occhi splendenti, come sta scritto nel libro.
> Quest’altro che avete osservato è pure un personaggio del maggiore romanzo: il
> padre del Principe Andrea, colui che in punto di morte fa ammenda dell’aspro
> suo carattere e piega a mitezza. Era un avo di Tolstoi. E lo ha dipinto con
> cruda verità. Al contrario osservate qui: è il ritratto della moglie: colei
> che appare in Anna Karenina sotto il nome e la veste di Kitty: la sposa
> fedele. Non vi sembra che anche fisicamente le somigli?”.
È uno stranissimo discorso. Gli intimi famigliari chiedono a me, estraneo, una
conferma di somiglianza e di identità. Quei personaggi, quei volti sembrano
staccarsi e prendere vita al richiamo di tanta evocazione. Ed io mi rendo conto
che i rapporti si invertono. Le immagini restano vive nel ricordo di questi
medesimi superstiti non perché riproducono persone di carne, ma perché diedero
suggerimento alla fantasia di quell’immenso artefice. È il romanzo che li ha
resuscitati e che li conserva in piena forza di anima e di passione. La seconda
vita prevale sulla prima. La finzione poetica li ha resi più reali della stessa
realtà. Mi sento chiedere se io rammento la bella voce di questa fanciulla e il
suo temperamento irriflesso, e la sua personalità inquietante, o se tengo a
memoria l’incidente del ritardo che scompigliò le nozze del poeta. Anche questo
è narrato nelle pagine immortali di un libro suo, e l’episodio cessa di
appartenere alla cronaca intima di una famiglia per diventare patrimonio
dell’umanità. Mai come ora ho sentito la forza miracolosa della creazione
artistica. Così i frammenti di questa casa ridanno vivo ad ogni istante l’uomo
grandissimo che toccando le cose caduche dell’esistenza le ha rese eterne ed
universali.
> “Questo è lo studio. Anna Karenina fu terminata lì, sullo scrittoio. Qui venne
> anche composto il racconto dell’epopea napoleonica: il poema santo del popolo
> russo”.
Io mi siedo sullo scanno bassissimo. I gomiti, scrivendo, restano alzati e il
mento quasi urta contro il margine della tavola. “Ha voluto così”, dice Sergio
Tolstoi, “perché la miopia l’obbligava a tenere l’occhio vicinissimo al foglio”.
C’è una stampa di Raffaello alla parete e sotto la stampa un divano assai
largo.
Sono venuti al mondo su quel divano quattro figli del poeta. Per questo egli lo
volle sempre accanto a sé: di quando in quando, alzandosi dallo scrittoio, vi si
andava a riposare. Mi si mostra in un angolo dello studio un tavolino più
piccolo.
> “Qui, dalla mano di mia madre, il manoscritto di Guerra e pace fu ricopiato
> sei volte”.
La contessa dormiva in un’altra camera: grande, tutta sparsa di fotografie
com’era in uso al finire del secolo. Amava circondarsi delle immagini di tutti i
suoi figlioli. Il segreto di quella tormentatissima vita coniugale fu reso noto
dalla pubblicazione di un diario postumo. Sergio rammenta la malattia della
madre, rammenta la chiusa disperazione del padre. I due si amavano e non si
intendevano. Ciascuno urtava contro i limiti della personalità dell’altro; ne
soffriva il peso e la resistenza. Destinati a incontrarsi oltre i limiti della
vita. Entrambi credevano all’eternità.
Passiamo alla camera dove Tolstoi si ridusse negli anni estremi. Qui egli
scrisse certe parole potenti e vertiginose del diario suo, quando abbandonati i
campi dell’arte si cimentava sugli strapiombi nudi della meditazione tendendo le
braccia a Dio.
> “Il corpo mi pesa, bisogna guardare con gioia alla sua distruzione”, oppure:
> “La morte è certamente un prender sonno e probabilmente un risveglio”.
Il figlio lo ricorda vivo e parlante nel travaglio arroventato di quell’epoca.
Insofferente davanti ai medici, insofferente degli ospiti che profanavano la
solitudine sua. Lunghe assenze nei boschi, cavalcate invernali sotto la neve.
Poi l’infermità del corpo si inasprisce e rende più viva la fiamma dello
spirito. Non nasce in lui pensiero che non porti scolpita dentro la morte.
Perché egli guarda e giudica le cose del mondo cogli occhi avvezzi a contemplare
l’infinito.
> “Io ricordo”, mi dice Sergio posando una mano sul guanciale, “i giorni della
> prima rivoluzione, 1905. Egli soffriva in tutte le fibre. Cercava di non
> incontrare anima viva. Seduto non poteva rimanere. Scriveva durante la notte e
> non mangiava che pochissimo. Non rispondeva agli appelli dei famigliari. Un
> giorno gli chiesi che cosa egli pensasse dei cruenti moti operai: se a
> giudizio suo le masse lavoratrici avevano o non avevano diritto di combattere
> per la conquista di una maggiore giustizia sociale. Mio padre fatto pensoso
> rispose a me con una parabola, che non dimenticherò mai…”.
Qui Sergio si interrompe un attimo, passando la mano sulla fronte altissima. La
nipote Elena, aggiustata la cuffietta sulle trecce bianche, lo guarda fisso.
Silenzio intorno a noi: nella piccola camera, sul letto deserto la sera riflette
un bagliore di nubi erranti. Allora il figlio evoca direttamente le parole del
genitore: “Nel tempo che ero giovane mi accadde di compiere un viaggio con un
compagno ufficiale cadetto: un temperamento iroso e prepotente. Ci mettemmo
sulla slitta. Dopo la prima tappa la strada apparve subitamente sbarrata; il
transito era interrotto. Il mio compagno irritato scese dalla slitta e ingaggiò
un aspro diverbio contro coloro che apparivano responsabili del guaio. Poi
passando alle vie di fatto distribuì tale scarica di legnate che tutti ne
presero spavento. Fu tolto lo sbarramento e la slitta passò. Allora il cadetto
mi chiese con aria trionfante se io fossi contento del risultato. Io ero
contento di proseguire il viaggio… ma il mezzo adoperato dall’altro non finì di
piacermi e la coscienza mi ammoniva che sarebbe forse stato meglio portare
pazienza ed aspettare il nostro turno, anziché ricorrere alla violenza e alla
brutalità”. Così ha risposto senza aggiungere altro. Una parabola di stile
evangelico: colui che può capire, capisca. E soggiunge:
> “È ben meglio che il mio povero padre sia morto prima della grande
> rivoluzione. Dio gli ha risparmiato un nuovo tormento”.
Ma l’epilogo fu terribile. Per questa porta è disceso l’ultima sera. Temeva di
svegliare la moglie, di suscitare l’allarme, di essere inseguito. È passato di
qui: un pertugio conduce alla scala di servizio. Noi scendiamo: i passi fanno
rumore sordo. Pareti intonacate di grigio, odore di vecchio ripostiglio. In una
camera terrena dormiva il dottore. Egli lo ha svegliato dicendogli: “Bisogna
partire”. Il resto è noto. Ordine di apprestare la carrozza. Una corsa sulla
neve verso la stazione ferroviaria, l’arrivo a convento dove la sorella badessa
lo accoglie sfatto nell’anima e nel corpo.
“Vostra madre non vi ha mai con dato particolari di quell’incontro?”. Elena un
po’ curva poggiando il gomito allo stipite della porta annuisce col capo,
abbassa lo sguardo, come chi fruga dentro le viscere della memoria.
> “Mia madre mi disse che vedendolo entrare nel parlatorio del convento ebbe al
> primo istante timore che egli procombesse sfinito. Poi si accorse che
> un’immensa, disperata energia spirituale sorreggeva il corpo fragile. Non fece
> a tempo a offrirgli ospitalità che egli manifestò il proposito di ripartire
> subito. Temeva di essere inseguito. Voleva morire in povertà, solo. Nessuno
> riuscì a trattenerlo. Sorretto dal medico riprese poco dopo in ferrovia il
> cammino del sud. Il male lo arrestò a mezzo…”.
Giunsero più tardi i figli attorno al suo capezzale in quel ricovero
improvvisato nell’ora estrema.
“Voi ricordate quei momenti?”, chiedo a Sergio Tolstoi, mentre usciamo dalla
camera terrena verso il giardino. È quasi notte: il bosco stormisce, la terra
odora, la voce dei campi è spenta, un contadino passeggia sotto l’albero gigante
dinanzi alla casa antica.
> “Nell’ultima ora egli era sereno”, dice a me il figlio, “completamente
> pacificato con la coscienza propria, con gli uomini, con la vita. Rammento che
> egli mi riconobbe chiaramente all’atto in cui passai la soglia. Mi fece un
> cenno debole della testa. Poi disse: ‘Perché vi occupate tanto di Leone
> Tolstoi? Occupatevi di coloro che hanno più bisogno di me’. In questo modo
> morì”.
Ora il contadino si avvicina a noi, domanda a che ora voglio ripartire questa
notte da Jasnaja Poliana.
“Verso le due”, rispondo, “per giungere in tempo al treno del mattino”.
“Sarà pronta la vettura”.
“Quest’uomo”, esclama Sergio, “è il medesimo che portò il padre mio nell’ultimo
viaggio. Ora il governo gli ha passato un assegno modesto; egli vive con noi di
ricordanza”.
Pioviggina; i due ospiti si trattengono salutandomi sulla soglia di casa. Ma un
desiderio mi punge ancora, e lo confido al vecchio servo; con lui entro nella
foresta. È notte, biancheggia soltanto la scorza dei platani. L’uomo regge la
lanterna ed apre il cammino dentro il groviglio di arbusti. La pioggia fu
suonare il bosco. Un viottolo conduce in un luogo solitario sul limite di un
burroncello tra piante d’alto fusto. D’un tratto il contadino si arresta, toglie
il berretto e mostra un monticolo di terra bruna, sparsa di foglie morte e
intrisa di rugiada. Abbassando la voce esclama: “Sta sepolto qui”.
Vittorio Beonio Brocchieri
L'articolo “Scriveva durante la notte e non mangiava che pochissimo”. Gita a
casa Tolstoj proviene da Pangea.
Avviene – anche nel poeta di avventata avvenenza – l’avvento del mostro.
Poeta-anfibio, l’ho detto – e i rospi non mi hanno tradito. Nella traduzione in
spirito urodelo, mordace batrace.
À rebours – ne ho traversato l’opera. L’Apocalisse prima della Genesi – un Esodo
a ritroso, dissertando nel deserto di giugno, mese-ragno, dai giorni ottopodi.
Mi servirebbero tre cuori ora, come i polpi, per ripercorrere tutto ex novo.
*
Federico Italiano – il meno italico dei poeti, il più poetico degli italiani –
è nomen che si smaterializza in diffuse patrie e residui di eradicate radici.
Caratura da intellettuale incardinato nel ventre della Mitteleuropa, sfoggia il
physique del poeta da cafè asburgico e la lirica da armigero con la lira.
A ciascun poeta il suo Golia. Al bardo novarese in dote è andato Godzilla
– rebus radioattivo –, sorta di Golem derivato da risaie piemontesi – viscerale
leitmotiv dell’opera omnia – “dove onde minuscole screziano / la perfezione dei
rettangoli e dei trapezi”.
Con l’omonima, apocalittica quanto apodittica opera ultima (Guanda, 2026 –
finalista Strega), l’autore licenzia le pandette di un mostruoso corpus – mi si
accordi la licenza giuris-poetica – genito nella squamosa preistoria del suo
lirico seme.
Di Godzilla-Golia, mi fa gola la genesi. Del poeta, m’interessa il corpus. Il
verbo dettato alle origini. L’artista da cucciolo. Il mostro che si edifica di
stanza in stanza.
Domestico, non domesticato, i primi caudati vagiti li leva nella raccolta dei
primordi, Nella costanza (Atelier, 2003) – fra la disperazione del quotidiano,
candele con funzione doganale, mutande sul tappeto, la geometria di gesti
calcificati col compasso in versi mai compassati. I giorni sembrano gironi e
Godzilla un girino.
Avanza, tra le mirabili stanze di Trasloco e Nascita di una stanza, s’infiltra
fino ai tentacoli vegetali della Monstera, acquattandosi fra l’armadio e il
sofà, il vapore acqueo dei biasimi.
S’imprime con L’impronta (Aragno, 2014) – s’intuiscono, in embrione, motivi che
rientreranno in altre stanze, da altre porte. “Ci sono porte che amiamo anche
chiuse” – scriverà in un fulgido attacco, in contrattacco.
Litologica, la poesia di Italiano schiude un’era postmoderna di zoologiche
migrazioni – di milioni di sardine argentate; carte topografiche a mappare la
geopoetica di un mondo nuovo, luoghi reali, ideali, idealizzati – Vienna,
Anversa, Monaco, Gerusalemme; il codice futuro dell’anima – Tra arance e
filosofi; l’orografia familiare – sublimata in Zambia, fra i testi-totem della
silloge, di calcarea nostalgia, parola che eleva memoriali nel folto della
savana.
Pure, in quelli d’ispirazione shakespeariana, il poeta fonde, con la fionda,
l’antropico e il siderale, a trascendere il contingente – “parliamo della spesa/
piuttosto, o della tomba/ hai già pensato a un epitaffio?”.
Affiora una certa mania per la meteorologia – “Cos’è questa distanza tra di noi/
se non meteorologia?” – concetto nodale di componimenti successivi, in
successione.
Erede di se stesso, Italiano alleva il mostro che tutto erode, bestia-Erode.
Nutrendolo in vibrante crescendo – con umani fossili, scorie, virgole, voglie.
Così, in alcuni stralci di Lettera da Mahon (da L’invasione dei granchi giganti,
Marietti, 2010):
> “Penso al nostro letto,
> sottratto alla signora delle case,
> al paravento cinese, col monaco-astronauta
> a guardia delle scorie, al lampadario
> di kryptonite sotto cui dicemmo
> la mancanza e il desiderio.”
Il suo genio stratifica, riscrivendo, il mondo – che si tratti della Bibbia, di
Shakespeare, del poema epico o il mercatino delle pulci, la zuppa inglese,
l’esperimento col tostapane e il pronome indefinito –, è scrittore
mineralogista, minia parole in cristalli. Con le lingue dei poeti si erigono
nazioni, si custodiscono linguaggi. La storia poetica di Federico Italiano è già
sedimentata nella Storia. E nelle nostre viscere.
Nel mondo che non concede oblio alla colpa, la sua poesia accorda la grazia
della metamorfosi ai fossili di noi stessi. Poetica del “nuovo”, compendiata nel
verso-regesto, tranchant, di Cafè Kafka: “Sarete nuovi o estinti”. Ci ha già
riscritti tutti.
Se fra i versi de Lo zoo di Anversa la notte si compie nel superfluo, “un
capello nel lavabo,/ la schiuma del dentifricio/ a forma di Antartide sul bordo
e il sesso/ consumato nell’appartamento accanto”, nel suo Symposium – al settimo
motivo – la poesia si smargina fra le frange del frainteso, sfrangiata nel
duplice – “poesia ed errore/ le facce di un’unica medaglia”. Poeta-anfibio, a
sangue freddo, Italiano ci accorda le coordinate-portolano, la bussola per
naufragare, dolcemente, nel lirico equivoco.
Nessun maestrale a sferzarne la maestria metrica – da fantasie in fatrasie a
postremi madrigali, il verso si sigilla nell’amido, acqua e vapore, si suggella,
tumido, nell’umido. Umidità di litigi, di bramosia, di tradimento, umidità di
lupo.
Cosmiche scaturigini, debuttano – nelle battute di Memorie d’acqua dolce – rane,
tafani, zanzare, matrici ecologiche, di natura matrigna. Negli sconfinati
confini della sua opera, riemergono, in rifrazione, insieme a locuste,
drosofile, policromi entomi – saga di piaghe a ulcerare il cuore del lettore.
*
In una tassonomia d’elezione sentimentale, vado a incastonarlo fra i naturalisti
del verso, anatomisti del vivente. Nella scatola entomologica della lingua – fra
le cacce sottili di Jünger, devoto al genus carabus, che incannulava coleotteri
in trincea (l’editore Guanda ne pubblica le scientifiche suggestioni trent’anni
ante Godzilla) e gli alteri, vezzeggiati, lepidotteri di Nabokov; tra le
filosofie botaniche di Goethe e le salamandre in bottiglia di Yeats –
appassionato di scienze naturali, in calde notti dimorava nelle grotte irlandesi
per acchiappare falene. Ma pure, andando per moderne frontiere, ai Fossili di
rivolta di Giorgiomaria Cornelio, protagonisti del trattatello che il poeta
maceratese dedica ad una “archeologia del possibile” (Tlon, 2024). Speculazioni
speculari alla poesia, speleologia del verbo.
Nell’atlante-Atlantide editoriale tra i vivi e i morti, Federico Italiano si
installa tra i “poeti forti” – l’espressione l’usucapisco da Harold Bloom
(L’angoscia dell’influenza, 1973) –, fra le figure maggiori che non temono il
rapporto revisionistico delle relazioni interpoetiche, si appropriano
dell’esistente con cieca tenacia fino ad apparire come se avessero scritto anche
l’opera del precursore.
Uomo in bilico – fra gli argini e una madrepatria ai margini –, in esilio
perfetto, Italiano pare avulso da conventicole e correnti, poeti in posa nei
conventi. Europeo, nell’accezione eliotiana del termine – élite di chi sa fare
l’uso migliore della lingua che gli è toccata, in quanto linceo conoscitore
delle fonti esterne, estreme, estinte. Manifeste, sono le sue gesta di
traduttore.
Negli scritti convoca, in conversazione fra pari, Bellow, Gogol’, Brodskij,
Schiller. Pure, nel genio verbale di Mr. Bellow al Salone del Mobile, innesca un
cortocircuito tra Crono e cronico – “il tempo ottenebra le verità / ma svela i
microsegreti del tinello”.
*
Ad occhi bendati, in filigrana onirica, traghetterei con me Habitat (Elliot,
2020), libro di nitore nipponico, dove il mostro transita nelle case degli
altri, filtra nell’appartamento in cui ti ci potevi perdere e riabbracciare –
fra le ossee flessioni di Congedo da Monaco, scritto salmodiante, super flumen
Isar, per così dire (“Isar, son of the alpine snows,/ a furious turquoise flood”
– ne scriveva J.C. Squire in Rivers).
Vanitas vanitatum – fra i testi di vertiginosa voluttà, fregiato di viziosa
dovizia, merita menzione a parte, appartata, Villanelle di Qohèlet. Nella
riscrittura del versetto, il monito dell’Ecclesiaste, svestito di ogni
astrazione, si palesa in veste di imperativo anatomico, lode all’imminenza
carnale – la chiusa, perentorio memento mori, s’intesse, intradermica, in ogni
vulnus.
“Ciò che la tua mano trova da fare,
– disse – fallo con tutte le tue forze
con tutte le tue membra,
con l’inguine, con l’osso temporale
con le ciglia, con il piccolo psoas,
ciò che la tua mano trova da fare,
fallo col cremastere, con le labbra
e con le ghiandole di Skène – disse –
fallo con tutte le tue membra,
con lo sterno, con la spina dorsale,
con la fossetta di von Mohrenheim,
ciò che la tua mano trova da fare,
fallo con ogni tua singola vertebra
con tutte le ferite del tuo corpo,
fallo con tutte le tue membra,
fallo, non esitare, poiché quando
sarai nel sottosuolo,
con tutte le tue membra,
la tua mano non avrà nulla da fare.”
Disarmante estetica, nelle sensuali declinazioni di Federico Italiano – epos
dell’eros, diffuso in vari titoli, che fluttua tra il libro d’ore e il libro
d’ombra, la preghiera e la liturgia dei sensi, l’opera lirica e il teatro Nō. A
redigere una sorta di breviario dei corpi – alludo a Complementi di luogo,
Vilnius, L’era glaciale, Una voce – fra piume e piumoni, fremiti, moquette che
mutano in foreste pluviali.
*
In veste di poeta-augure, pure intona un beccheggiante dialogo con gli alati –
le garzette bianche dal becco nero, tubano, volubili volatili, con le egrette
bianche di Derek Walcott; le ali candide, svettano eleganti come i cigni di
Coole – che sia l’estensione del riso o un prato di Santa Cruz, poco importa, il
poeta s’è già involato in canoni immortali, lasciandoci a languire nel suo
smeraldo.
E mentre dodici corvi – in formazione apostolica – sognano neri sogni di
corvo tra i rami spogli di un platano, come a trarre gli auspici di Aratura
autunnale, il coro mattutino di Supplemento alle beatitudini pare un fausto
presagio – inaugurerà poi il volume di Godzilla.
Se il poeta è profeta del suo tempo, legislatore non riconosciuto del mondo,
come assevera Shelley – un romantico del Sussex – lo è anche di sé. Scorge il
futuro nel presente – “Siamo l’ordine alfabetico/ della nostra fine e del nostro
inizio”.
Che sia ermeneuta di una cometa, apologeta di un autobus, profeta del neolitico
– testicolo del tempo –, Federico Italiano, nel giogo della lingua c’infila, con
sapienza mai sapienziale, anche il gioco, complice la verve imberbe del
poeta-fanciullo, senza riserve. Il metodo nigeriano per vincere a Scrabble, Il
kebap e gli scacchi, Calumet, Walkie-talkie, sono alcuni degli scritti
mostruosamente, dunque prodigiosamente belli, inviscerati in un virtuosismo che
gioca una partita tra memoria e Memory, fotosintetico e fonosintattico. In
poesia, gioco per pochi, Italiano compete con talento marziale. È fra i pochi a
poter giocare seriamente – gli altri sono impegnati a impregnare la pagina del
proprio io. Fra cristallini fumi, recita così, Calumet (da La grande nevicata,
Donzelli, 2023):
“Calumet – e sei in un campo Sioux
a discutere di cervi e lupi
con il tuo amico per la pelle di cui conosci
l’odore, come fosse il tuo, ma quella pipa
non si chiama così; quel nome
latino, soavemente indoeuropeo,
consanguineo del kalama sanscrito,
del calamaio, glielo ha dato
un piccardo, un poeta – è un inganno.
Tu mima come si alza il fumo, come
dissolvendosi unisce, chiudi il gioco:
la parola nascosta è calumet.”
*
Federico Italiano è fra i poeti che squarciano l’asse del tempo, ne capovolgono
la tirannia, facendo apparire tutti gli altri in ritardo. La sua poesia pare più
monogama del suo astore, misticamente fedele a se stessa, in costante monologo.
Del titanico corpus prediligo infine il non detto, l’incomprensibile,
l’incompreso – la scoria che riluce, il frammento che riduce demente. I versi
che fanno fiorire la malva negli interstizi – domestici, inguinali, astrali.
Ma si badi a non cedere all’onanismo esegetico – restano, queste, considerazioni
di un impoetico.
Fabrizia Sabbatini
*In copertina: Federico Italiano © Valentin Kuzan
L'articolo “Sarete nuovi o estinti”. Traversata nell’opera-mostro di Federico
Italiano proviene da Pangea.
Scrive Osip Mandel’štam, che la parola condivide la sorte del pane e della
carne: la sofferenza. È ancora tempo di naufragio e l’epoca è il vascello
percosso dalle intemperie della sua Storia e dell’umanità che la abita sempre
incerta, al netto di credenze che sanno solo invecchiare male, e va per marosi
di menzogne. Ogni civiltà muore, forse, sotto il peso delle proprie bugie. Che
questa disfatta finisca nell’eliotiano piagnisteo piuttosto che nello schianto –
sebbene minacce di fragori atomici pendano sempre sulle nostre teste – è, ormai,
una certezza. Nel frattempo, gli scricchiolii con cui il Geistdell’epoca
annuncia la propria vulnerabilità, ci pongono sempre e comunque di fronte ad una
scelta. Come stare dentro questa fine? La viscera è, probabilmente, la via da
percorrere per tornare ad esperire ancora il mondo. Il dramma heideggeriano
dell’assenza di un fondo che arresti la caduta e dal quale ripartire, ci pone
invero di fronte alla sfida di scendere nell’oscurità, cimitero di falsi
orizzonti, tra le ceneri di parole che non hanno saputo restituirci la vita che
credevamo di cercare, che credevamo di creare da soli.
La sfida è altissima, sul piano poetico.
Scrive Giancarlo Cutrona, introducendoci al suo viaggio carsico in versi (Il
libro delle viscere, esordio poetico per Fallone editore) che la vita deve
essere percorsa fino all’ultimo capoverso. La vita, scrive, non la poesia.
Dunque, il poeta ristabilisce una priorità che riporta la forma (la poesia) alla
sua radice, a ciò che la genera e la rende credibile. Non l’ennesimo, nonché
ossessivo, tentativo di trasfigurazione della realtà; non si offre la via di
fuga con una posa, si offre una più impegnativa postura, eludendo qualsiasi
scusa. Dunque, si sta dentro quello che a suo tempo Hofmannsthal ha
chiamato disagio della civiltà e che, come insegna la grandiosa e drammatica
esperienza viennese dei primi del ’900, colpisce in primis il linguaggio. La
risposta al crollo delle illusioni, offerta dai versi di Cutrona, non è affatto
un’altra illusione. Sarebbe l’ennesimo baro, in fin dei conti e, probabilmente,
non ne abbiamo bisogno.
Sai,
esiste un luogo
situato in profondità,
dove le mani tendono
le trame dell’alba alle laide eclissi
e ha scaturigine il precipitare
di un’antica sorgiva
che dal dì del tuo preludio
scorre, come un sorso
di fiume in vene scure.
Sacra invocazione,
che dice tocca a te:
indomita incertezza
che stai sospesa in altri fili
e ingravidi d’inchiostro
la vetta più feconda
degli abissi.
Nella canzone scritta da De Gregori Le storie di ieri, De Andrè canta: “I poeti
che brutte creature/ Ogni volta che parlano è una truffa”. Sarà certamente
d’accordo il Platone del decimo libro della Repubblica; dopo Simonide di Ceos,
la tradizione occidentale della poesia passerà dal glorioso – ed epico –
sacerdozio della verità, a bugia di cui il poeta è unico artefice, intanto che
la Musa lo ha abbandonato al suo destino di abile affabulatore, privando la
parola del suo battesimo. Ma si diceva che qui non si vuole barare. La
considerazione appare tanto più necessaria, se si valuta che il viaggio di
Cutrona dentro le viscere, avviene attraverso una straordinaria ricchezza
semantica che invece di seguire l’arbitraria utopia di un’autoreferenziale
pienezza della forma, vuole agganciarla alla vita che la genera. Dunque,
scendere nelle viscere vuol dire lanciarsi alla scalata verso l’avvenire. Cioè,
senza timore del buio, scorgere i barlumi di vita, di luce, che ancora chiamano
il nostro sangue, il nostro cuore ad altra, rinnovata, linfa. Dopo il tradimento
delle cose semplici, per una nuova fedeltà.
> Entrerai con prepotenza
> in una vita più feconda,
> con vanità che cerca lume
> e l’elettezza nel linguaggio.
> Ma anzitempo questo volto,
> questa sorba tra le querce
> con le sue stagionali asprezze,
> con i suoi spilli e questo drago,
> che la parola come un vento
> ancora rincorre e fa suo.
> E se non basta
> è un brivido di talismani
> a dirci il vero dell’agosto.
> Se siamo quella porcellana
> fratturata lungo il capezzale
> o è l’arido retrivo a strapparci
> via la carne dai cristalli.
> Tanto tu mi doni una vertigine,
> il volo chiuso nelle colombaie,
> così lo spazio aperto dove uccido
> ciò che ignoro nel sapere.
Ma si diceva della ricchezza semantica. Il poeta cesellatore – sempre
potenzialmente titanico quando lavora troppo di fino; quando non si capisce bene
dove finisca la sua signoria sul verbo e cominci quella di un dio, che benevolo
suggerisce all’orecchio la parola esatta – qui, prima di tutto, pare richiamare
la ricchezza dei suoni primordiali, quelli che in certe cosmogonie diedero
inizio a tutto. Sembra di percorrere eoni interi, lungo una parola non comoda,
ma della quale pare ci si possa fidare, certamente non annullando il rischio
personale del mettersi in cammino. Non siamo, infatti, estranei al viaggio di
Cutrona perché il poeta si rivolge a noi con il tu per dirci che possiamo (e
dobbiamo) intraprenderlo.
Quando si cerca tutto, è doveroso perdere tutto. Lasciare andare conoscenze
ridotte a carcasse (“Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?/ Dov’è la
saggezza che abbiamo perduto conoscendo?”, dice ancora Eliot). Andare fino in
fondo come atto vitale prima e poetico dopo, autenticamente eversivo. In tal
senso, la ricerca semantica che in questo esordio poetico si offre così
raffinata, appare tanto più coraggiosa, vòlta com’è a non cedere al collasso
linguistico, naturalmente immischiato nel naufragio delle immagini ridotte a
frantumi.
In un breve racconto, enigmatico, del 1917 Franz Kafka, partendo dal mitico
viaggio di Ulisse tra le sirene, ci pone davanti a un terribile paradosso in cui
l’evento davvero pericoloso per il viaggiatore non è quello atteso (e cioè il
canto delle sirene), bensì il suo contrario: il loro silenzio. Non in ciò che
crediamo o ci aspettiamo di vedere, è la trappola, ma in ciò che per qualche
motivo non sappiamo riconoscere. È questo il punto in cui si rende necessario
aprirsi alla realtà, dove è più alto il rischio, altresì, di cedere alle
proprie, soggettive, proiezioni.
Al termine della discesa, alla fine delle viscere, tuttavia, non c’è l’io
solitario ma la stirpe. Uno sì, ma non da solo. Questa catabasi in tre fasi
(Descensio – Regnum Umbrae – Ab Stirpe) che Cutrona ci apre davanti agli occhi,
questa conoscenza che non si sottrae alle tenebre, ma anzi ne ha fame, se
conduce ad una chiarità spetterà anche al lettore/viaggiatore scoprirlo e al
riguardo, fino ad un certo punto arriva la promessa del poeta/nocchiere. Meister
Eckhart, citato in epigrafe nella seconda parte del Libro delle viscere, ci ha
parlato del fondo dell’anima (Seelengrund) il luogo in cui avviene l’unione
mistica tra anima e Dio, dove risiede quella scintilla (Fünklein) increata che
non appartiene all’ordine del mondo sensibile, né a quello delle realtà finite.
La verità, nei versi di Cutrona, non si conquista per elevazione, ma per
immersione: non una nuova ragione cartesiana, per usare un’espressione cara a
Franco Rella, ci attende ma una metafisica che sembra porsi in antitesi a questa
ragione: discendo, dunque sono.
> Questo parlamento di nuvole nel cielo
> è un cupo precipizio di violini, un’invasione
> di sentenze mute venuta a dominare ogni
> solco sulla Terra. Eppure anche quaggiù i
> tuoni sono un loquace presagio che
> illumina l’inerte, l’intercessione dei numi
> tutelari sulle sagome crepate e sul sepolto,
> che un tempo furono rifugio di ossessioni
> e di utopie: una stia celestiale in cui
> rinchiudere l’abisso. E sebbene in questi
> occhi vive eterno un grammo d’universo,
> sebbene abbiano già visto – in un sol momento –
> la fine di Roma e la fine di Parigi,
> il catrame sui muri e sulle carcasse
> delle foglie incenerite, o l’angelo,
> spiumare a picco e morire: essi
> sono essenzialmente ancora
> troppo umani e troppo stretti, per
> dare ampio spazio a tutta la
> deflagrazione o a ciò che è venuto
> fino a qui come un profluvio di
> vendetta, per dilapidare.
Livia Di Vona
L'articolo “Tanto tu mi doni una vertigine”. Sulla poesia di Giancarlo Cutrona
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