A chi, generazione X o Y, maschio o femmina, frequenta social networks quali
Facebook potrebbe essere avvenuto di imbattersi nello pseudonimo Yok Lux
cesellato dal celebre ritratto di Šostakovič. Ebbene Yok Lux/Luca Parenti, nato
in quella terra di Emilia (Bologna, 1976) che poca terra ancora conserva ma
grande poesia ha donato, è il poeta che, grazie all’intuizione di Matteo Fais e
alla sua collana Scavi Urbani, l’Italia del post-pandemia, della disoccupazione,
dei capannoni dismessi, in breve l’Italia con il cartello “VENDESI” che fa bella
mostra al collo di Marco Aurelio in Campidoglio, dicevamo Luca Parenti è il
poeta che non vuole poetare, che si rinnega (non vi sono, per difetto di vanità,
immagini del Nostro reperibili in rete), che giunge inascoltato – ad eccezione
dei suoi sparuti lettori social – alla soglia del mezzo secolo per raccogliere,
con l’umiltà degli autentici, le macerie del Bel Paese.
La poesia di Parenti scorre come una piena di rabbia frastagliata di caustica
rassegnazione; il registro, la suavoce (la nostra voce, se l’Editoria si
prendesse la briga di guardare altrove dall’usato sicuro) è la voce di chi
impasta la propria biografia con mani callose, da artigiano in un mondo binario
popolato da zeri e uno. Parenti operaio lo è stato, è stato generato da operai e
la povera, eroica epopea della fabbrica la canta come Bukowski (senza alcun
dubbio un punto cardinale della sua bussola autoriale) incatramava di Mahler le
scommesse all’ippodromo o i motel infesti di scarafaggi.
Il cielo è uno straccio sporco nella stretta della materia (Connessioni Editore,
2025) si sofferma con acribia da anatomo-patologo sulle rovine del nostro
presente, senza indugi ma con l’empatia per gli ultimi e quel sapore antico
della tradizione rurale inurbata che giustificano alcuni squarci di speranza in
un affresco altrimenti a tinte foschissime:
> “forse è meglio stoppare la specie
> qui. indifferenti e viziosi.
> forse l’errore si perpetua
> generazione per generazione X 3,14.”
>
> [pi greco]
Parenti non cerca la voce del Bardo o dell’oracolo, no. Queste voci non gli
appartengono come al contrario gli appartiene la tradizione del lessico dai
prestiti popolari, alcuni andamenti da balera, e ciò sia detto – honi soit qui
mal y pense – non per mancanza di talento ma perché la realtà dei marciapiedi
scalcinati la può narrare soltanto chi quei marciapiedi li frequenta, ci si
smarrisce e ne rimane inghiottito, tra esclamazioni straniere e bestemmie
italianissime.
> “alcuni poeti sono anche operai
> zotici strumenti da corporation
> che la notte di turno non sognano
> né di giorno per timore
> di non viversi abbastanza
> rimestando acqua sporca
> col dito d’oro e canditi.”
>
> [alcuni lo fanno]
A chi, se proprio dobbiamo, per retorica d’articolo possiamo accostare la penna
di Parenti? Senz’altro ai grandi marginali: in primis Luigi Di Ruscio, di cui
riprende l’asprezza e le tematiche; Delfini, inizio e fine del mondo emiliano
letterario non laureato; l’allergico Massimo Ferretti per la scioltezza con cui
maneggia il reale e lo canta con un bicchiere di vino in mano giocando a carte
in un bar di periferia. E lo spettro di Simone Cattaneo che aleggia, incubo dei
testi più cupi:
> “a volte vorrei esserlo davvero poeta
> buttare via tutta la merda del mondo
> ripulire le strade bagnate dal sangue.
> poi viene sera e tutto si silenzia
> non c’è nessun argine all’osceno
> un rantolo secco di polmone tumorale
> anche un led pare una stella
> il fanale spaccato d’auto una lucciola.”
>
> [edulcorante e955]
Sparpagliati sono alcuni divertissement lungo la raccolta, prestiti pasoliniani
come poc’anzi o rifritture quasimodiane. Parenti non vuole incantare, non ama i
baccalaureati; Parenti vuole sfogare la propria indignazione e scuotere la
nostra piccola Italia sorda per eccesso di suono.
> “non so
> se sono più silenziosi i vivi o i morti
> i vivi decelerati contro il guardrail delle vite
> da cartolina o i morti alle diciassette
> mentre finisce il turno infernale.”
>
> [a chi parla il poeta]
La poesia di Parenti non sarà mai Poesia e questo spregio per le accademie e le
confraternite riluce in più momenti del volume:
> “esteti del fine settimana diranno
> che la poesia si intarsia dolcemente
> su legno di balsa come un pensiero
> in latrina alle sette di mattina (…).”
>
> [la poesia per sempre e ancora]
Altrettanto numerosi sono i richiami alla biografia della propria
famiglia, verista, quasi un determinismo malthusiano senza scampo:
“mio padre
arrivò qui
un millennio fa
dalla campagna
giunse in una città
che era già periferia
un po’ campi
un po’ niente
le fabbriche cominciarono
ad annerire i muri
i fulmini svegliavano
i comignoli sfregiati
le case saltavano fuori
come funghi
piangevano le persone
agli angoli
ridevano le persone
sui colli
il popolo asfaltava
il popolo costruiva
il popolo esagerava:
pensava che sarebbe andato
tutto bene e sognava
più di una via di fuga
una certa libertà.
sognava un futuro
non pubblicità.”
[sogni]
I vertici della raccolta, a parere di chi scrive, sono i lunghi componimenti è
un operaio e il grande camino arancione. Tutta innervata di autobiografia la
poesia dell’Autore è la carta moschicida su cui si impania il presente di un
futuro in fuga sul proprio precario equilibrio.
“è un operaio
perché il padre era un operaio
morto di cancro
subito dopo la pensione
e prima del brutto male sempre il padre
è stato badante 24/24 della nonna
morta di cancro e inferma a letto
merda e piscio a fiumi nei pannoloni
in sacchetti della frutta verdura coop
era meglio continuare a lavorare gli diceva spesso
mentre aveva lo stomaco che gli usciva
pure dagli occhi rossi, stremato dalla chemio
e scorreggiava come un vecchio trattore
36 anni nella stessa azienda
una specie di figlio degenere, senza regalo per i 18
una azienda distrutta dallo stato
è un operaio
perché la madre era un’operaia con le elementari (…).”
[è un operaio]
Parenti pende “tra un ottimismo aziendale/ e uno scaltro vittimismo di fine
secolo./ eppure sono solo gli anni ’20; già troppi” [sapendo] ed un realismo
‘terminale’ anarco-insurrezionale destinato a consumarsi nella propria
incapacità di spargere scintille di qualsivoglia Rivoluzione:
“bruciate la scuola
andate dalle puttane
giù in strada
vi insegneranno la vita.
o forse non c’è niente da imparare
tutto è percepito
tutto è convenzione d’incapace.
oggi mi sento più vecchio
lo sono sempre stato
anche quando mi davano vent’anni
i vent’anni sono passati
e chi me li dava
è morto di depressione
di tumore
di cuore.
di malore.”
[oggi, domani e oggi]
Come scrive Matteo Fais nella Prefazione al volume:
> “Questo poeta, che così strenuamente si è negato al mondo, è tra i pochissimi
> a dire la realtà, a rilanciare una poesia civile impavida, denunciataria, che
> dice tutto di un mondo del lavoro oramai finito e irrimediabilmente corrotto”.
Avercene di Parenti così.
Luca Ormelli
*In copertina: un’opera di Francis Bacon
L'articolo “Alcuni poeti sono anche operai”. Intorno all’opera violenta di Luca
Parenti proviene da Pangea.
Tag - Luca Ormelli
> “Ci sono occhi che vanno al fondo delle cose. Che ne scorgono il fondo. E ce
> ne sono altri che vanno nella profondità delle cose. Essi non scorgono nessun
> fondo. Ma vedono ben più a fondo”.
>
> [P. Celan, Microliti]
Lois Pereiro fu un poeta. Autentico come la sola poesia, quando è lotta, è
autentica. “Questa è la natura finale delle parole” [M. Rivas]. Gli specchi,
questa alchemica calcinazione di argento e mercurio, sono l’epifania della luce
mediante l’oscurità della materia di cui sono consustanziati.
E la poesia di Pereiro ripropone la medesima simmetria in un teatro della
crudeltà, dell’oscenità batailliana/beniana, ordita di eros e uncinata di morte.
Nato nel 1958 e morto di Aids nel 1996, il galego (l’edizione che mi arde le
dita – Poesia ultima di amore e malattia, 1992-1995, Aguaplano, 2017 è frutto
dell’attività di ricerca del Centro di Studi Galeghi dell’Università di Perugia,
per la cura magistrale di Marco Paone cui estendo il mio più sincero
ringraziamento per l’amore che tracima sin dalla Introduzione) sembra la
scaturigine di alcune delle più riuscite eterografie di Bolaño, con il suo
cromatismo prepotente ma interrotto di sangue e di inchiostro. Come avrà a
pronunciare in uno de suoi ultimi interventi su rivista lo stesso Pereiro:
> “Nulla importa di ciò che ho scritto: solo immagini e parole d’inchiostro, in
> poesie fatte con la mia vita e il mio sangue liquido, con cui ho convissuto
> nella stessa tonalità”.
Vera “icona della controcultura galega” [Nogueira, 2011], Pereiro dopo
l’infanzia in provincia di Lugo si trasferisce a Madrid nel 1975 per studiare
Sociologia. Deluso dall’università come sovente accade a chi di talento in
proprio già esonda si dedicherà allo studio della lingua francese, inglese e
tedesca; anni di Transizione quelli del post-Franco in Spagna e la Capitale ne è
l’epicentro di più vasta magnitudo. Tra il 1975 e il 1978 la rivista “Loia”
fungerà da luogo di incontro e sperimentazione per i galeghi residenti a Madrid.
Nel 1981, in seguito all’avvelenamento da olio di colza (che in Spagna colpì più
di 20mila persone uccidendone all’incirca mille) fece ritorno in Galizia dove
lavora come traduttore per il doppiaggio di film e serie televisive galeghe,
nonché – ed è qui che Bolaño si appalesa – per il mondo del
porno. Appassionato viveur del Rinascimento spagnolo che permea gli anni ’80,
Pereiro collaborerà con gruppi rock, riviste d’avanguardia e poetiche viaggiando
al contempo attraverso l’Europa, sotto il segno della musica alternativa e della
poesia che Pereiro dimostra di maneggiare con innata maestria ed
inquietudine. Nel 1992 Paco Macías, dapprima collega di doppiaggio ed in seguito
fondatore della casa editrice “Positiva”, lo inviterà a pubblicare la sua prima
silloge, Poemas 1981-1991; nel 1994 gli verrà diagnosticato l’Aids e nei suoi
due ultimi anni, tra ricoveri, amore e disamore, inizia a scrivere Poesía última
de amor e enfermidade (1995), testo di culto e definito dal fratello Xosé “il
libro più sincero e crudele della letteratura galega contemporanea”.
In uno degli ultimi interventi pubblicati dal poeta, il cui titolo
swiftiano/borgesiano già si connota di manifesto – Modesta proposta per
rinunciare a far girare la ruota idraulica di una storia ciclica e universale
dell’infamia (1996) – il galego consegnerà il proprio testamento:
> “La vera Poesia non mente mai, per quanto possa ferire. Chi crea qualcosa
> senza intenzioni perverse è innocente rispetto alla sua possibile perversione.
> Bernhard, Beckett, Cioran, Genet, Celan, Valente, Schopenhauer, Pound, Carver,
> Poe avevano ragione, abbiamo ragione. E avevano ragione Yeats, Dylan Thomas,
> Eliot, Joyce, Omero, Dante… e abbiamo ragione, ognuno di noi allo stesso
> tempo, come tutti i pittori, tormentati o felici, della Bellezza e delle
> tenebre che convivono con me nel mio cervello, discutendo senza pausa nella
> mia anima…”.
In Poesia ultima di amore e di malattia Pereiro costella la raccolta di
citazioni ed allusioni, precipuamente nelle epigrafi ai testi, in un processo di
condensamento del suo universo poetico, consapevole di avere poche pagine per
far martirio, testimonio di sé. La silloge si compone di 3 sezioni:
> “La prima parte riflette la mia autodistruzione, non riuscita. La seconda la
> mia resurrezione, quando torno ad amare la vita dopo un fallimento intimo e
> sociale – la sensazione di non aver ottenuto nulla. L’ultima parte del libro è
> più generazionale, collettiva”.
>
> [Pereiro, 1996]
La scrittura è misuratamente trattenuta, lo sperimentalismo delle prime
pubblicazioni si stempera in un ideale babelico di poesia ULTIMA per l’appunto
che ibridi tecnicismi e lingua volgare, genuinamente popolare, una lingua
espressiva ed esplosiva che possa descrivere tanto la personale Passione del
poeta quanto il mutamento sociale in atto nella nazione iberica.
Quanto segue è una necessaria carrellata almovodoriana su alcuni dei testi – a
nostro giudizio – più significativi dell’universo poetico del galego estratti
dall’athanor della sua estrema fatica:
“Sapere che si sta per morire
e il corpo è un paesaggio di battaglia:
un mattatoio nel cervello.
E tu permetteresti, deserto amore,
che in questa febbre penitente aprissi
l’ultima porta e la chiudessi
dietro di me, sonnambulo e impassibile,
o infileresti il piede
fra essa e il destino?”
(Curiosità)
*
“Il passato marcisce sotto terra
e il presente non scorre,
è un fiume morto.
Ma questa volta non ci sarà resurrezione
e il futuro è per forza altro da me.”
(If I Die Before I Wake, che echeggia ombreggiature care a Pereiro come quelle
dei Joy Division, in ciò avvicinandosi ai coevi esiti di un altro sepolto
“d’autore”, Michael Strunge)
*
“(…) accettando che avrei dovuto sapere
impedire a me stesso
di scoprire che sono stato solo un interludio
spietato fra due muri di silenzio…”
(Acrostico)
*
“Immergersi nel silenzio è ciò che distingue
coloro che amano con spirito suicida
da quelli che solamente sono
un sogno breve.
Nel viaggio notturno che intraprendiamo
all’interno di un corpo differente
un atto d’amore è un fluido urgente
di sudore lacrime e sperma
contro la paura
parole disarmate
desideri che si perdono
nella nebbia di mille notti
fra le lenzuola sconvolte
dal feroce presente
di due corpi che dimenticano.”
(I)
*
“Innamorato un’altra volta
dell’amore che porto dentro
la sete furiosa di un futuro
ha esaurito le mie alternative
portandomi dritto verso l’impatto:
un proiettile congelato in aria
a pochi metri da un cuore freddo
e attendo un minimo segno di calore
per aprire la sua pelle ed entrare nel sangue
vinto dalla forza del desiderio
ciecamente e senza paura
del possibile disastro.”
(III)
*
“(…) Notti in bianco come lenzuola umide
nelle circonvoluzioni del mio cervello
tese sempre al vento del pericolo
dell’eruzione e della combustione eterna
di un’altra pelle desiderata che sarebbe arsa
nel fuoco che la sua visione aveva provocato.
(…) Una stagione all’inferno, un’altra in cielo
momentaneamente accogliente e terso,
e alla fine sempre la triste bellezza
di un’altra prova generale del sonno eterno.”
(VI)
*
“(…) Ascolta come attraversa il silenzio
questo rumore carnale disperato
che si avvicina notturno alla tua esistenza
contagiando i tuoi desideri con i suoi
e penetrando in te si va radicando
impercettibile e fatale
nelle tue viscere.”
(Prayer, XII)
*
“Maledico il dolore che porto in ogni cellula!”
(dall’epigrafe a Precauzione, XVII)
*
“(…) E io sono qui
con lei dentro sempre
insonne
e irredenta
come unica compagnia una volta ancora;
la malattia.”
(XXI)
*
“Il disamore, brutale amputazione
o atrofia di un sogno maltrattato,
dovrebbe essere sempre un rituale intimo
messo in scena in sale clandestine.
Interpretando monologhi organici
reciteremmo con scioltezza il dolore interno
delle nostre tristi ossa
quando l’amore si scioglie in emorragie
di liquidi desideri
abortiti.”
(XXII)
*
“(…) o meglio
inoculami tu
veleno dai tuoi denti
immergiti nel mio sangue
inièttati nelle vene
che ti osservano
e ormai dolente mi duole
il tuo dolore nel tuo desiderio
urlando in ogni osso
e la tua morte
mi uccide e mi resuscita
per alla fine
morire per me.”
(XXVII)
*
Altri e molti sarebbero i frammenti, le escoriazioni di Lois Pereiro da citare.
Mi preme evidenziare come la duplice radice di cui al titolo della silloge sia
pervasiva e martellante nell’immaginario poetico dell’ultimo Pereiro, condannato
all’amore/impossibilitato ad amare.
Luca Ormelli
L'articolo “Della Bellezza e delle tenebre che convivono nel mio cervello”. Lois
Pereiro, il poeta della controcultura proviene da Pangea.