
“A duellare con il sole”. L’opera estrema di Louis-René des Forêts
Pangea - Thursday, February 26, 2026Louis-René des Forêts muore l’ultimo giorno dell’anno 2000, alle colonne d’Ercole del nuovo millennio, quasi che quella terra promessa gli sembrasse una frode. Morì in silenzio, mentre gli umani bruciavano fuochi d’artificio, i telecronisti inneggiavano a una nuova era, la festa dava in dardi – alle elezioni americane aveva vinto, di misura, George W. Bush; in Francia comandava Jospin, la Francia di Zinédine Zidane aveva vinto gli Europei, in estate, battendo in finale l’Italia di Totti, Inzaghi, Delvecchio.
Da tempo, il poeta era estraneo ai fatti di questo mondo. Poco prima di morire, nel febbraio del 1997, Louis-René des Forêts aveva pubblicato l’ultimo libro, Ostinato. Ostinazione, cioè: restare, nonostante il brusio che scoppia intorno, nello stesso ritmo. Credere alla propria musica, come uno che intreccia sedie con secolare manualità – e umiltà. Nel libro – di cui in calce si riproducono alcuni brani – i “fragments autobiographiques”, come dicono i francesi, costruiscono una specie di regola nello smarrimento. È vero: Louis-René des Forêts – nome, di per sé, che lascia intravedere un bosco – procede entro una musica ‘tradizionale’; i frammenti biografici di Montaigne, le abissali lasse di Pascal, le illuminazioni di Rimbaud. Lì dove la prosa, per un effetto alchemico – mai per posa –, mostra l’altro lato del linguaggio: un confessionale che sa di patibolo e di oceano. In Ostinato, credo, i riferimenti principali sono due: da un lato – in virtù del ritmo – Bach, dall’altro Ignazio di Loyola. Louis-René des Forêts, tuttavia, abita, per così dire, il negativo degli ‘esercizi spirituali’ – da spiritato, irrompe nella realtà per mostrarne, dovunque, l’insussistenza. Pochi altri scrittori hanno denunciato, con tale delirante e delicata e dedita precisione, l’afonia del dire, le mancanze del verbo, lo smarcarsi in una zona che dire numinoso non è altro che dire: annientare.
Il rischio, sempre, quando si legge Louis-René des Forêts è di sovrabbondanza mentre si annega. Di uno che, elevandoti, ti tira sotto. A questa disciplina si arriva dopo continua mutilazione dell’effimero – pochi altri come Louis-René des Forêts hanno stigmatizzato l’inutilità retorica dei retori dell’impegno, degli intellettuali incistati sul cranio del dio-io.

Morì a 84 anni; era nato a Parigi il 28 gennaio del 1916, tra i ranghi della piccola nobiltà francese; infuriava la guerra. Abitò una discrezione ferina: era ovunque, Louis-René des Forêts, conosceva tutti, stando in disparte, in una sorta di ricercata invisibilità. La Seconda guerra fu – lo fu per molti – l’evento determinante: la visse nella Loira, tra i resistenti, tumulato in una sorta di sopraffina quiete, insieme al poeta Patrice de La Tour du Pin. Nel 1940 perse il padre; nel ’44 il fratello grande morì in battaglia; l’anno dopo un amico fraterno, Jean de Frotté, fu deportato e ucciso dai nazisti. La Seconda guerra fu la messa in scacco, per lui, dell’uomo e della parola; un sospetto di tradimento, di perpetua trappola si celava alla fonte di ogni asserzione. Nel ’46 questo rimuginare prese la via di un libro singolare, Le Bavard, fondato sull’opera di Kleist e di Dostoevskij, teso, con furia immaginifica, a distruggere le sorti della letteratura da dentro, regolato da una drammatica amnistia dell’essere: “Sono un uomo, sono un’ombra o il niente, l’assoluto niente?”. Aveva conosciuto James Joyce di sfuggita, da ragazzo, a Parigi, rimanendone folgorato. Quel libro – a suo modo decisivo, ormai introvabile – fu tradotto in Italia nel 1982 come Il chiacchierone, per Guanda, nella collana di ‘Prosa contemporanea’ diretta da Franco Cordelli; la ‘quarta’ affermava, con enfasi, quanto segue: “finora inspiegabilmente mai apparso in Italia, questo romanzo di Louis-René des Forêts è senza dubbio uno dei testi che hanno influenzato maggiormente le successive ricerche, in campo narrativo, della letteratura francese”.
Louis-René des Forêts non sopportava gli arrivismi dell’epoca, gli scopi, le finalità, i destini ripiegati doviziosamente in libri. Non amava la città – si ritirò in una solitudine tutta sua, pubblicando recisamente poco. Nel 1960 – quindici anni dopo Le Bavard – uscì per Gallimard La stanza dei bambini: è uno dei pochi libri suoi tradotti in Italia, questa volta da Quodlibet. Di Louis-René des Forêts, nella lampante nota biografica, si dice che “è autore di un esiguo numero di romanzi e racconti, che bastano a farne una delle figure più schive e segrete, ancorché sotterraneamente influenti, della letteratura francese contemporanea”. Un bel modo per dire, ammutinamento alle mode dell’epoca – e a volte: mutilazione, mutamento. Nel 1953 Bompiani aveva tradotto il suo primo libro, Les mendiants (“I mendicanti”), sparito da tempo dallo spartito degli editori italiani.
Amico di Raymond Queneau, amato da Maurice Blanchot, si legò a Yves Bonnefoy, con cui, nel 1967, fondò la rivista “L’Éphémère”: alla direzione si alternarono, tra gli altri, Michel Leiris e Paul Celan. I premi con cui cominciarono a onorarlo furono, per lo più, un tributo a un antico, deriso maestro; negli anni Ottanta Louis-René des Forêts preferì pubblicare piccole cose, ostinatamente poetiche, con le piccole, miracolose edizioni Fata Morgana. Non si attendeva nulla, non attenuò la sua lotta.

I suoi testi, laterali a tutto, lasciano in noi l’inquietudine dei redenti. Nel 2015 Gallimard ha raccolto in un unico tomo le sue Œuvres complètes. Il fatto che sia uno scrittore sotto l’ascia dell’oblio, un lascito per pochissimi, una scrittura da coltello nei denti, ce lo fa amare. Che è, poi,: scrivere nell’oltraggio di sé, a oltranza, con la tempra dei fuggiaschi.
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Da Ostinato
Alla deriva
Lì dove la finzione sostituisce la realtà, il clima è meno opprimente, la vista si fa più vasta, l’essere respira finalmente nel suo elemento e riacquista senza sforzo una libertà nel fare che lo porta, sfrattati tutti i vincoli, al sommo delle proprio capacità d’invenzione, egli stesso sorgiva del vero, finché, tramite una sorta di trasmutazione del tutto, fa dell’imaginario il proprio inalienabile dominio.
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Vivere alla giornata aspettando ciò che mai arriverà e farne leggenda è come consegnare le armi al proprio peggior nemico per vedersele rivolte contro se stesso.
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Dove mancano i mezzi espressivi non batte altro che l’ala di una memoria atrofizzata.
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Quando sono defunti i punti di riferimento è nel deserto dell’approssimazione che si cerca la via, la necessità ci conduce lì: il prezzo da pagare è l’incertezza del discorso, la mancanza di coesione dovuto tanto alla fretta quanto a una sorta di negligenza formale deliberatamente accettata. Il rifiuto di farsi intimidire dalla logica del discorso gioca il suo ruolo, ma lo fa anche la difficoltà di emettere verbo, di mettere in atto ciò che vive nella più estrema confusione.
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Che esploda ancora sotto l’irresistibile premura delle parole tutta la luce della vita presente e passata come una messe che germina, che prolifera per i campi e dispiega, alla venuta dell’estate, il suo opulento manto dorato, gloriosamente rivolto al sole, a duellare con il sole.
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Meglio ripetere cento volte la stessa cosa che rientrare nel silenzio: questo è il motto dei fanatici, gli intransigenti del verbo, per cui tacere è come smettere di respirare, convinti – almeno a tentoni – che l’uso delle parole – e il loro abuso – li mantenga in vita.
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Che la morte metta fine all’emorragia verbale che la precede; questo vuol dire rendere desiderabile la morte, superare l’avversione che ispira, attenuarne la prova, ritardarne l’arrivo, infine.
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La vita è bella, la vita è bella!, suona il lugubre ritornello di una filastrocca intrisa del più nero realismo.
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Riconoscere contro ogni logica che non realizzeremo mai il compito prefisso ci spinge a compierlo con rinnovato vigore, al punto da chiederci se la persona che si dedica ad esso lo consideri insormontabile soltanto secondo le sevizie della superstizione, come si punta al peggio per ottenere il migliore.

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Il passato è fonte di vita soltanto se rivive nel presente in un luminoso trasalimento, nella sua folgorante epifania; altrimenti, non è che un cumulo di rifiuti da gettare nella fossa dell’oblio.
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Devo trovare la forza necessaria per cercare ciò che esiste per difetto ed esercita su di noi un potere tanto pervasivo a causa della nostra incapacità a definirlo come ad accedervi. Una ricerca animata da nessuna speranza, che non porta ad alcuna certezza, priva di fondamento, per cui il termine ‘ricerca’ è, in fondo, inappropriato.
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Tra quattro mura il vecchio si sente recluso; per il bambino, quella stessa stanza è infinita.
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È sufficiente avere gli occhi aperti per cedere alla magia delle immagini e arricchire il nostro misero sapere con l’avidità dell’ape che vola di fiore in fiore, con la delicata e industriosa precisione della fata che sfiora appena ogni cosa: ma come è possibile per noi, creature senza ali, liberarci di questa così pesante natura?
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…come un demente si getta nell’acqua per ripararsi dalla pioggia. Demente? Non lo so… gettarsi a capofitto nel peggio attraverso una decisione personale, invece di subirlo passivamente, non è affatto irragionevole; anche se questo metodo sconsiderato – rifugiarsi nella tana del leone – si presta al ridicolo, non è diverso, il più delle volte, dal gioco del bambino che sovverte la paura per provare il proprio coraggio e scongiurare il pericolo.
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Il dubbio è sempre lì come un uccellino beffardo che sibila alle nostre orecchie. Gioca con i nostri pensieri, ne dimostra l’inadeguatezza, mutila il desiderio con un ghigno che ha tuttavia la virtù di un caritatevole monito.
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Tutto ciò che domandava salvezza dall’oblio e non sarà salvato. Le omissioni per evitare il risveglio di vecchie umiliazione, l’ammissione della propria miseria, la ripugnanza a usare ipocritamente tale ammissione per rinforzare la propria vanagloria.
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In primavera, la vita vegetale, la furia animale donano una lezione senza pari, paragonabile, forse, alla rara luminosità di uno sguardo scorto tra una folla di passanti, fugace, numinoso, umbratile, che possiede l’animalesca bellezza di uno scambio d’amore.
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Fare orecchie da mercante agli argomenti tesi da una ragione tanto fiera di sé da essere frodata, come da un colpo di fionda, da baluginii d’ignoranza, dalle convulsioni del delirio.
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Che uno e quell’altro che in lui coabita possano camminare insieme, alla stessa andatura, mano nella mano, nell’effrazione delle differenze, non è mai stato che un pio desiderio.
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Voci che sono le mie e che cercate di sminare con le vostre trappole tanto abilmente interrate. Ho ancora fede sufficiente – quella stessa fede che voi deridete e cercate di smentire – da credere che non sarete voi a sopraffarmi.
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Verità non meno nocive del rifiuto di vederci chiaro. Rifiutando le illusioni di cui si nutrono tutti, traendo un piacere senza rischi da presunte sfide che vi mantengono nell’etere di una ironia corrosiva, raccontandovi la farsa della lucidità, mentre i vostri occhi, intontiti dall’errore, non dissipano alcuna oscurità.
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Ciò che il soggetto percepisce non gli appartiene veramente: egli se ne appropria attraverso un abuso del linguaggio che si chiude come il becco di un rapace su una preda del tutto immaginaria.
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Dietro le parole troppo esatte ed eloquenti, leggere l’ostilità dissimulata, l’opera impropria, il verbo inadatto a esprimersi.
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L’universo è una presenza reale soltanto per chi gli è umilmente eco.
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Da bambini corriamo nel vento – da vecchi voltiamo le spalle al vento, brontolando.
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Lascia che l’oblio si dispieghi come una grande nube dietro di te.
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Lascia che accada l’impossibile e sarai salvato.
Louis-René des Forêts
*In copertina: Louis-René des Forêts fotografato da David Harabi Carre
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