“Pregare non significa parlare con Dio, ma accettare di essere disperati”. Intorno a “Sentimental Value” o del cinema come redenzione

Pangea - Friday, March 13, 2026

«Aiutami non ce la faccio più, da solo non ce la posso fare». È una preghiera l’ultimo film di Joachim Trier, una strana richiesta d’aiuto sapientemente messa in scena. Si dice che tra le molte vie per avvicinarsi al divino ci sia anche quella del conflitto. Una forma di preghiera che contempla l’invettiva e, forse, perfino l’accusa. Quella di Gesù che appeso alla croce invoca il Padre e lo accusa, lo accusa di averlo abbandonato. Tutti noi, arrivati ad un certo punto della vita, accusiamo nostro padre di averci abbandonato – forse solo in quel momento preghiamo veramente. Solo allora, nell’umiliazione della sconfitta, nell’accettazione della nostra impotenza, riconosciamo l’esistenza di qualcosa di superiore da cui dipende il nostro benessere e che non possiamo più ignorare. È così che entra in scena Nora – una Renate Reinsve in stato di grazia – vivendo la sua passione, in un continuo riferimento biblico, urlando al cielo la più violenta delle recriminazioni: «Avevi detto che mi avresti aiutato e invece mi hai gettato tra le fiamme!».

Sentimental Value inizia così, con una crisi profondissima, che richiede uno sforzo assoluto per essere superata, sforzo che Nora non può compiere con le sue sole forze. Ha bisogno di un aiuto, di un soccorso che superi la sua stessa volontà. Il palcoscenico diventa quindi teatro di una risoluzione privata e pubblica, cardine tra due mondi in eterno conflitto. Un luogo sì di apertura e di esibizione, ma allo stesso tempo stanza più intima e segreta dell’animo umano. Il luogo dove è impossibile nascondersi. Per dirla con le parole di Shakespeare, il luogo dove «rendere noti i nostri più segreti intendimenti». L’arte drammatica è dunque sommo strumento di congiunzione, dimensione intermedia tra la realtà fisica e metafisica. Anello di congiunzione tra il visibile e l’invisibile, tra la terra e il cielo.

Quando chiesero a David Lynch se credesse nell’aldilà, rispose che era come un palcoscenico. 

«I personaggi entrano in scena, interpretano la loro parte finché non si abbassano le luci, quindi spariscono. Ma in realtà non sono spariti affatto. Sono solo andati nei camerini per indossare nuovi costumi e recitare un altro ruolo, se stessi. Il rapporto tra questo mondo e l’aldilà funziona esattamente così». 

Questo rapporto tra realtà e palco, è, in questo film, raccontato in maniera magistrale. Tutto si gioca qui, in un continuo disvelamento di ulteriori piani di realtà che vivono nella finzione della messa in scena all’interno della quale si trova una verità ulteriore, più reale del reale. 

Nora è un’attrice di grande talento che vive chiusa in una prigione di orgoglio e sofferenza. Non riesce a spogliarsi di queste vesti che le impediscono di aprirsi al mondo e di amare, come duramente gli rivela suo padre durante un’aspra discussione. Ed è proprio il padre – uno strepitoso Stellan Skarsgård –, uomo dal carattere infernale ma posseduto dal genio, che riconoscendo le difficoltà della figlia, le propone di recitare per lui.  Dietro questa proposta non sembra esserci solo un’ambizione artistica – anche se dovremmo interrogarci su cosa sia solo un’ambizione artistica – e appare un secondo fine più alto, più nobile. Una volontà salvifica. Il padre ricorda il vecchio Re Lear, distrutto per aver allontanato la figlia prediletta e incapace di tornare a ragionare senza di lei. Anche qui Skarsgård fa di tutto per riavvicinarla, per poterla attirare nuovamente a sé, finché, da grande artista, non ricorre agli strumenti del suo potere. Scrive una sceneggiatura pensata per lei, dove dovrà pronunciare parole altrimenti impronunciabili, obbligandola, in una sorta di ipnosi, ad una riflessione sulla sua condizione, ad un’accettazione del dolore e, di più, all’esercizio della preghiera. 

La riflessione sulla performance attoriale come estasi mistica, come abbandono della propria individualità, del proprio io, per entrare in contatto con la moltitudine dell’essere, con le sue infinite potenzialità e dunque con la possibilità di una rinascita, è grandiosa. Nora trova nell’abbandono artistico ciò che il credente trova nella fede, la comunione e la possibilità di un nuovo sentimento, di una nuova vita. C’è in effetti, durante tutto il film, oltre ad un livello artistico e ad uno psicologico, un piano di lettura religioso. Il padre, regista e dunque demiurgo onnipotente, conduce la figlia a sé tramite l’espediente dell’opera artistica. La convince a recitare per lui e, smacco ulteriore, la obbliga a pronunciare le preghiere che lui ha scritto per lei: 

«Pregare non significa parlare con Dio, ma accettare di essere disperati, come quando ci spezzano il cuore e chiediamo di essere ripresi, di essere riaccolti». 

Ma queste parole sarebbero impronunciabili nella vita reale, e serve quindi la realtà della finzione.

Alla fine, girato il film, in un ulteriore gioco di mise en abyme vertiginoso, padre e figlia riusciranno finalmente a incontrarsi, dall’altra parte della finzione. Lei metterà in scena la sua morte – simbolo dell’uscita da una condizione di finitezza e di sofferenza – e scenderà dal palco per andare incontro al padre le cui ultime parole sono quelle di un creatore soddisfatto della sua opera. «Perfetto», dice guardando le immagini registrate, come Dio, che creando l’uomo, vide che era cosa buona. La palingenesi è compiuta. È tempo di una nuova vita. 

Giovanni Soldi

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