«Aiutami non ce la faccio più, da solo non ce la posso fare». È una
preghiera l’ultimo film di Joachim Trier, una strana richiesta d’aiuto
sapientemente messa in scena. Si dice che tra le molte vie per avvicinarsi al
divino ci sia anche quella del conflitto. Una forma di preghiera che contempla
l’invettiva e, forse, perfino l’accusa. Quella di Gesù che appeso alla croce
invoca il Padre e lo accusa, lo accusa di averlo abbandonato. Tutti noi,
arrivati ad un certo punto della vita, accusiamo nostro padre di averci
abbandonato – forse solo in quel momento preghiamo veramente. Solo allora,
nell’umiliazione della sconfitta, nell’accettazione della nostra impotenza,
riconosciamo l’esistenza di qualcosa di superiore da cui dipende il nostro
benessere e che non possiamo più ignorare. È così che entra in scena Nora –
una Renate Reinsve in stato di grazia – vivendo la sua passione, in un continuo
riferimento biblico, urlando al cielo la più violenta delle
recriminazioni: «Avevi detto che mi avresti aiutato e invece mi hai gettato tra
le fiamme!».
Sentimental Value inizia così, con una crisi profondissima, che richiede uno
sforzo assoluto per essere superata, sforzo che Nora non può compiere con le sue
sole forze. Ha bisogno di un aiuto, di un soccorso che superi la sua stessa
volontà. Il palcoscenico diventa quindi teatro di una risoluzione privata e
pubblica, cardine tra due mondi in eterno conflitto. Un luogo sì di apertura e
di esibizione, ma allo stesso tempo stanza più intima e segreta dell’animo
umano. Il luogo dove è impossibile nascondersi. Per dirla con le parole di
Shakespeare, il luogo dove «rendere noti i nostri più segreti intendimenti».
L’arte drammatica è dunque sommo strumento di congiunzione, dimensione
intermedia tra la realtà fisica e metafisica. Anello di congiunzione tra il
visibile e l’invisibile, tra la terra e il cielo.
Quando chiesero a David Lynch se credesse nell’aldilà, rispose che era come un
palcoscenico.
> «I personaggi entrano in scena, interpretano la loro parte finché non si
> abbassano le luci, quindi spariscono. Ma in realtà non sono spariti affatto.
> Sono solo andati nei camerini per indossare nuovi costumi e recitare un altro
> ruolo, se stessi. Il rapporto tra questo mondo e l’aldilà funziona esattamente
> così».
Questo rapporto tra realtà e palco, è, in questo film, raccontato in maniera
magistrale. Tutto si gioca qui, in un continuo disvelamento di ulteriori piani
di realtà che vivono nella finzione della messa in scena all’interno della quale
si trova una verità ulteriore, più reale del reale.
Nora è un’attrice di grande talento che vive chiusa in una prigione di orgoglio
e sofferenza. Non riesce a spogliarsi di queste vesti che le impediscono di
aprirsi al mondo e di amare, come duramente gli rivela suo padre durante
un’aspra discussione. Ed è proprio il padre – uno strepitoso Stellan Skarsgård
–, uomo dal carattere infernale ma posseduto dal genio, che riconoscendo le
difficoltà della figlia, le propone di recitare per lui. Dietro questa proposta
non sembra esserci solo un’ambizione artistica – anche se dovremmo interrogarci
su cosa sia solo un’ambizione artistica – e appare un secondo fine più alto, più
nobile. Una volontà salvifica. Il padre ricorda il vecchio Re Lear, distrutto
per aver allontanato la figlia prediletta e incapace di tornare a ragionare
senza di lei. Anche qui Skarsgård fa di tutto per riavvicinarla, per poterla
attirare nuovamente a sé, finché, da grande artista, non ricorre agli strumenti
del suo potere. Scrive una sceneggiatura pensata per lei, dove dovrà pronunciare
parole altrimenti impronunciabili, obbligandola, in una sorta di ipnosi, ad una
riflessione sulla sua condizione, ad un’accettazione del dolore e, di più,
all’esercizio della preghiera.
La riflessione sulla performance attoriale come estasi mistica, come abbandono
della propria individualità, del proprio io, per entrare in contatto con la
moltitudine dell’essere, con le sue infinite potenzialità e dunque con la
possibilità di una rinascita, è grandiosa. Nora trova nell’abbandono artistico
ciò che il credente trova nella fede, la comunione e la possibilità di un nuovo
sentimento, di una nuova vita. C’è in effetti, durante tutto il film, oltre ad
un livello artistico e ad uno psicologico, un piano di lettura religioso. Il
padre, regista e dunque demiurgo onnipotente, conduce la figlia a sé tramite
l’espediente dell’opera artistica. La convince a recitare per lui e, smacco
ulteriore, la obbliga a pronunciare le preghiere che lui ha scritto per lei:
> «Pregare non significa parlare con Dio, ma accettare di essere disperati, come
> quando ci spezzano il cuore e chiediamo di essere ripresi, di essere
> riaccolti».
Ma queste parole sarebbero impronunciabili nella vita reale, e serve quindi la
realtà della finzione.
Alla fine, girato il film, in un ulteriore gioco di mise en abyme vertiginoso,
padre e figlia riusciranno finalmente a incontrarsi, dall’altra parte della
finzione. Lei metterà in scena la sua morte – simbolo dell’uscita da una
condizione di finitezza e di sofferenza – e scenderà dal palco per andare
incontro al padre le cui ultime parole sono quelle di un creatore soddisfatto
della sua opera. «Perfetto», dice guardando le immagini registrate, come Dio,
che creando l’uomo, vide che era cosa buona. La palingenesi è compiuta. È tempo
di una nuova vita.
Giovanni Soldi
L'articolo “Pregare non significa parlare con Dio, ma accettare di essere
disperati”. Intorno a “Sentimental Value” o del cinema come redenzione proviene
da Pangea.