“Sebbene abbia cantato la lussuria…”: a proposito di Irving Layton

Pangea - Wednesday, March 18, 2026

Inciampando nella liscia lunghezza di una poesia di Irving Layton, canadese eccelso, quasi cadde la mia mente su immagini simili a brani di fuoco, negata santità, culto e erotismo in un’unica brace che appendeva al cielo faville effemeriche tra minuscole ombre di cenere danzante. C’era tutto là dentro: socialismo, biasimo, odio per il borghese cinerino, spasmo e solitudine, un natura che parla con i suoi elementali doni così vicini ad argilla plasmata.

Nato figlio di ebrei proletari nel 1912, nella regione moldava dell’allora Regno di Romania, e trasferitosi a Montréal nel 1913, Layton ebbe in odio gli artifici dei ricchi, così poco ispirati e così tanto logori; e  conscio della propria ascendenza imbastardita, condusse sé, come un umore odoroso, fino ai petali di un osceno rigoglio di vita vivida e vissuta. In lui l’ebraismo non si traduceva in chiamata alla propria ortodossia (mero connotato positivista di nascita), si articolava piuttosto nella postura rivoluzionaria, ma sovente di tono biblico, verso la condanna dell’iniquo e dell’ipocrisia dilagante nella società del profitto (in cui a dettare legge sono i più ricchi o benestanti), non dimenticando di sovvertire anche, nel medesimo gesto poetico, il cliché vigente di stampo squisitamente britannico. 

Deliberatamente concreto e corporeo, sensoriale e nemico del perbenismo, quando fu polemista e satirico lo “inchiodarono” a Byron e Swift, ma in lui vivevano bagliori di illuminismo che erano solo il proseguo sistematico di un discorso esistenzialista… Il suo vitalismo spinto non ne fu esente; come pure l’accentuato individualismo e una percezione esasperata del circostante. 

Studi interrotti a ragione di povertà e poi ripresi alla “Baron Byng High School di Montréal”, lo avevano condotto a maturare vocazione, non pedissequa ma promettente “deflagrazione creativa”   come una miccia ben accesa, per la poesia romantica inglese. Le opere di Byron, Shelley e Tennyson vibravano nel suo profondo come corde di un’arpa fatale. Concepì, fin da allora, il poeta come investito di un ruolo morale che spiccava ma sempre in salvo da paternalismi, sempre ben stemperato dall’ironia più mordace. Gli anni universitari lo avvicinarono, coevi della Grande Depressione, alla teoria politica e all’incontro pressoché destinale con il socialismo democratico: il contatto con la “Young People’s Socialist” fa divampare i suoi versi futuri di una frenesia incendiaria e indocile verso gli abusi del capitalismo spinto e di un imperialismo vessatorio presso i tanti “orfani” della democrazia. Poeta, amante e profeta dai toni biblici, crescendo nella scena delle “little magazines” (fucina di poesia canadese indipendente), insegnò poi letteratura e continuò a comporre versi. Vera “persona poetica”, Layton pubblica il suo primo libro, Here and Now, nel 1945; cui seguiranno molti altri lavori svettanti e distintivi, come The Cold Green Element (1955), A Red Carpet for the Sun (1959), solo per parlare della scena degli anni Cinquanta.

Polemista non investito di una società mediocre e già quasi vinta, con sintomi di simboli ventrali e atti di coscienza non comuni, Layton chiudeva nell’armadio ogni estetica a vantaggio di più di cinque vividi sensi messi al servizio di una ribellione eroica, di impronta neo-romantica, contro le muffe borghesi e ciò che era dozzinale. 

Negli anni Sessanta e Settanta fu figura pubblica di spicco nel quadro culturale canadese. Partecipava, mai in difetto di polemica e messa al bando delle convenzioni più consumate, a dibattiti televisivi, conferenze universitarie, letture pubbliche; si distingueva per l’inconfondibile  piglio polemico e anticonformista. Pubblicò, in questo periodo, alcune delle sue raccolte più importanti, tra cui Balls for a One-Armed Juggler (1963), The Pole-Vaulter(1974), e For my Brother Jesus (1976), opere che si immergevano nella dimensione etica e filosofica di una poetica estranea allo strabismo morale di molti suoi contemporanei… Si trattava, in fondo, solo di distinguere bene, spesso con una tendenza al grottesco, tra coloro che dettavano legge e coloro che erano chiamati a una misera acquiescenza, per poi non usare due pesi e due misure a sfavore di quest’ultimi. Unitamente a ciò la sua poetica si distingueva per un genio creativo soggettivante tale da riscattare la natura dalla sua mortifera condizione di sequestro da parte della morale vigente, soprattutto nei larghi ambiti in cui veniva frustrata da una civiltà negatrice della sua vera propulsione vitale, e affermatrice invece di conformismo, pregiudizio e assuefazione a un mondo di regole e dogmi assolutamente avulsi dalla sua voce primordiale e fondatrice, dalla sua matrice generosa e eccedente la misura di una mera e grigia zona d’utilità e funzionalità: poetante bellezza del rigoglio e dell’eccedere di sé, entro un regno non compromesso con la cultura del profitto e non investito di leggi morali asfittiche e sempre uguali a sé nel loro influsso restrittivo.

Nonostante fosse già in una zona matura del largo arco della sua carriera, Layton continuò a pubblicare opere significative e a ricevere riconoscimenti di prestigio mondiale. Sono degli anni Ottanta brillanti raccolte come: Europe and Other Bad News (1981), Shadows on the Ground (1982), The Gucci Bag (1983), A Spider Danced a Cosy Jig (1984), Fortunate Exile (1987). In questo decennio il poeta visse una grande visibilità internazionale (paradigmatici sono il caso dell’Italia e della Corea del Sud, quanto a calorosa accoglienza) e un fervore creativo inesausto, consolidando vieppiù la propria reputazione come uno dei poeti più influenti del Canada.   

Le sue opere furono tradotte in molte lingue e il suo nome fu più volte menzionato tra i candidati al Premio Nobel per la letteratura. Negli anni Novanta gli venne diagnosticata la malattia di Alzheimer, che lo allontanò dalla vita pubblica. Morì a Montréal il 4 gennaio 2006, lasciando un corpus poetico vasto e influente.

Con un desiderio pruriginoso, si manifestavano in lui la prosecuzione e la continuità non mediata degli istinti vitali, un ritorno alla centralità del corpo e a una dimensione primordiale. Vada altrove chi vuol esser pacificato, vada lontano dai suoi versi che sono, con la propria voce urgente e immersa nei sensi, profezia e condanna, cuore, vita, con tutte le loro funzioni incoercibili.

Massimo Triolo

*

Caino

Preso di mano a mio figlio il fucile ad aria compressa, 
Feci cinque passi indietro, l’ebreo 
In me, narcisista, padre di figli, 
Messo a tacere. Poi presi la mira e sparai. 
La pallottola silenziosa colpì il dorso del ranocchio 
Un pollice sotto la testa. Sorpreso, fece un balzo, 
Solleticato o spaventato all’improvviso 
(Deve aver pensato) e saltò dalla gabbia bagnata 
Nell’acqua scura lì accanto. Ma la 
Pallottola aveva fatto il suo danno. Il balzo successivo 
Fu un tonfo penoso, spento lo slancio 
Delle zampe. Provò – come Bruce – di nuovo, 
Protendendo le sensibili mani da pianista 
Come farebbe un nano o un bimbo inerme. 
Lo spruzzo disturbò l’acqua immobile dello stagno 
E una vecchia rana nel suo rifugio pieno d’erbacce, 
Che ammiccava guardandosi intorno compiaciuta. 
La superficie dello stagno subito divenne uno sbattere 
Di palpebre e bolle come note musicali, 
Liquide, luminose, cadenti dalla pagina 
Bianche, biancobarbute, un rapido crescendo 
Di suoni inudibili e un sussurro di vecchie 
Dietro la scena fra le canne e i giunchi 
Come per un Lear o un Edipo morenti.

Ma la Morte ci fa sembrare tutti ridicoli. 
Pensate a quel ranocchio (marmocchio, pidocchio, quel volete) 
Che s’abbandona, un cadavere assurdo cullato dal flusso 
Che l’ultimo suo vano balzo ha messo in movimento: 
Come un vecchio a riposo, non potei trattenermi dal sogghignare, 
Che vive quanto dura la sua assicurazione: 
Marosi – che ora crollano – i premi pagati. 
Assurdo, proprio assurdo. Desideravo uccidere, 
Di fronte a quella beffa, uccidere e uccidere ancora…. 
Il ranocchio infatuato di se stesso, marmocchio, pidocchio, 
Qualsiasi cosa in cui palpiti la vita 
Guardando il morto saltatore, i piedi chaplineschi, 
Dondolato e cullato in quel pomeriggio 
Di acqua quieta, canne e sole ardente, 
Il buco sul dorso ben visibile 
E la pelle lacerata una macchia d’ombra 
Che si muoveva quando si muoveva l’acqua quieta dello stagno. 
Oh Egitto, marmorea Grecia, risplendente Roma, 
Anche voi siete finite per un piccolo foro 
Nella schiena che non riusciste a eliminare? 
E le vostre bocche s’aprirebbero spettrali, ansimando
Fra le tetre canne, le rane nascoste, 
Che noi scaliamo con le spine dorsali spezzate verso il cielo?

Quando il mattino dopo ripassai di lì 
Il ranocchio giaceva sul dorso, una mano 
Delicata sul ventre e il bianco sparato 
Immacolato. Sembrava 
Un comico, un ballerino di tip-tap che si scusa 
Per una caduta o un intrattenitore che con un gran sogghigno 
Ci strappa una risata per una parte 
O forse per una facezia che non abbiamo ben afferrato.

Il freddo verde elemento

Alla fine del sentiero nel giardino 
il vento e il suo satellite m’aspettano; 
non ne conoscerò il senso 
            finché non sarò lì, 
ma anche il becchino dal cappello nero

che, passando, vide il mio cuore battere nell’erba, 
vi sta andando. Salve, gli dico, 
una grande bufera nel Pacifico ha scaraventato dall’acqua 
            un poeta morto 
che ora penzola alle porte della città.

Folle si muovono ogni giorno per vederlo, e ritornano 
con smorfie e incomprensione; 
se le sue membra si contorcessero nell’aria 
            sederebbero ai suoi piedi 
sbucciando arance.

E girandomi abbraccio come un amante 
il tronco di un albero, uno di quelli 
che, sopraffatto dal fulmine, 
            spuntò una luminosa 
gobba con una corona di foglie.

Le afflizioni liberatesi dalle etichette 
di bottiglie medicinali si son tutte sprigionate nel vento; 
di recente mi son visto negli occhi 
            di vecchie donne, 
rivoli esausti in lamento per la mia virilità,

nelle cui vecchie pupille il sole divenne 
una macchia di sangue su grandi foglie di catalpa 
e penzolanti da antichi ramoscelli  
            i miei io assassinati 
accesero l’aria come silenziose collisioni

di frutti. Un cane nero mi ulula nelle vene, 
un cane nero dagli occhi gialli; 
anche lui per l’inavvertenza di qualcuno 
            vide la macchia di sangue 
sulle larghe foglie di catalpa.

Ma le Furie mi aprono un sentiero verso il verme 
che cantò per un’ora nella gola di un pettirosso, 
e sviato dalle grida dei ragazzi 
            sono di nuovo 
un nuotatore senza più fiato in quel freddo verde elemento.

*

Archetipi

Sebbene io abbia cantato 
      la lussuria 
(e l’odio umano, inoltre, maestri miei!) 
e il sole, la cosa migliore nel cosmo, 
poiché riscalda le mie ossa 
ora che sono vecchio e non c’è donna 
      che con me giacerà 
        vedendo quanto grinzose 
siano le mie chiappe, e decrepite le mie ossa; 
e la terra, madre di tutti gli amori, 
madre di fiori e alberi:
Un piagnucolante sciocco zoticone 
mi scrive petulante 
            lagnandosi 
perché ho usato due cori 
nel mio sublime inno a Pan 
      mentre a lui è alquanto evidente 
e a un altro studioso di grecità 
che quattro 
      sarebbero stati più adatti.

Traduzione di Alfredo Rizzardi

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