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“Con le nostre facce tenebra”. Appunti intorno a Denise Desautels
Sparire: scompaginare le apparenze. Perché scompaia, qualcosa deve venire alla luce, deve apparire – di quell’apparizione restano le briciole, i bocconi, i residui d’osso. La poesia non è ossario – ma un sentiero fossile, sì. Come Pollicino: raccogli gli ossicini, l’ambra del corpo – ricomponi, lettore, lettera per lettera, ciò che ti è dato. * Così dice Denise in un’intervista del 2019: > “Potrei dire di me, come ha detto Niki de Saint Phalle: ‘Sono una > sopravvissuta alla morte’. Salvata dall’arte, dai libri, dalla scrittura, > dall’amicizia, dall’amore. Eppure, una certa malinconia persiste, una bambina > inconsolabile si ostina a inseguirmi come un’ombra – più inconsolabile ancora, > questa bimba, da quando ha aperto gli occhi su un’angoscia, quella del mondo, > ben più vasta della sua”.  * Ci sono tante ossa nella scrittura di Denise – soltanto il bambino risale dall’osso al flauto.  Che è come dire: togliere ogni armatura al verbo – togliere tutti gli scheletri dall’armadio.  Giungere all’osso della parola: parola che fa male – bianco che abbacina.  * Andare alla profondità del dolore perché soltanto lì c’è la luce. L’osso nudo, purissimo, pura luce – luz. Osso da brandire come una torcia.  Al cospetto della torcia – è proprio così – sparire. Chi maneggia la luce sparisce: la luce annienta.  * Sparire, in origine, è Disparaître che a me suona come: spartire la sparizione. È un estinguersi che transita verso la gioia – verso una comunità, si direbbe.  Sparire: uscire dalla finestra – ignorare le porte. La maniglia è il nostro arcangelo protettore; le persiane la sua ampiezza alare – persiane-aquila. * Di Denise Desautels, “figura imprescindibile della letteratura quebecchese” – così la bio nell’edizione di Sparire edita da Marco Saya – non c’è nulla da dire. Guardate nella rete, piccole anime-aringa: lista favolistica di premi e di onorificenze; Denise è membro, tra l’altro, dell’Ordre du Canada. Nella bio Gallimard è scritto che è “Unanimemente considerata come una delle voci più importanti della poesia nordamericana”.  Vi basti.  * C’è, naturalmente, affinità violenta tra traduttore e tradotto. Maura Baldini ha ‘incorporato’ la voce di Denise Desautels – si direbbe: è sparita in lei. Si direbbe: occorre sparire alla letteratura per apparire – a fulmini, a fionde, a fiordi – alla poesia.  Ci sono fiumi nella poesia di Denise, ma il suo scrivere, in fondo, è di lago. Il lago, osso vulcanico, fiume fossile, vertebra marina, procede per estinzione. Il lago è il calco del monte – è il luogo in cui il monte è risucchiato, in cui il cielo sparisce.  A dire della tremenda prossimità.  * Nata nel 1945 a Montréal, Denise fa risalire la propria poesia a un libro primevo, La Promeneuse et l’oiseau, edito nel 1980. Il libro è una specie di emersione dal lago. Così ha detto della sua infanzia: “Anni di ferite, di ferite innominabili. E di pietre tombali che non dovevano essere profanate. Un giorno la mia memoria è sorta, ne è uscito un grido”. La scrittura, di solito, non ricuce – infierisce. Ferita moltiplicata: scuoiare il linguaggio. Per ciò che vedo, in filigrana ossea: Marguerite Duras, Paul Klee, Yves Bonnefoy.  L’urlo, poi, va manipolato. L’urlo prima diventa un vaso di ceramica. Poi va spezzato. Poi con un pezzo di ceramica bisogna tagliarsi il braccio. Ecco: poesia! * Maura Baldini, nella Nota che apre Sparire, fa bene a marcare il rapporto tra corpus e corpo, tra scrittura e postura. Racconta di Denise a Ginevra: > “Quando è il momento di leggere, Denise si alza dalla sedia, il corpo esile, > una sagoma indistinguibile nella nera coalescenza degli abiti. Subito ci > colpisce il viso aguzzo, beckettiano, e il pudore dei gesti… Ma soprattutto ci > colpisce la voce, grave, sussurrata, contrappunto di una parola poetica > affilata e possente, forse persino impudica, quando affronta il nulla che ci > abita per sigillo di nascita”.   Il poeta non mente. Niente è – il niente dice.  * Nel 2022 le edizioni Gallimard hanno pubblicato L’angle noir de la joie, libro riassuntivo di Denise. Louise Dupré racconta Denise Desautels e le ragioni di “una scrittura profondamente necessaria” con queste parole: > “Chi potrà ancora salvare il mondo quando l’utopia non è più possibile, quando > tutto ‘è nudo. Detronizzato’? Eppure, ci torna alla mente una frase > dell’autrice, tratta da Lezioni da Venezia: ‘L’arte propone un’utopia senza > speranza di eternità’, un’asserzione in cui credere ancora. Perché, in > definitiva, sono l’arte e la poesia che ci consegnano la capacità di > resistere, l’afflato per perseverare, e ci permettono di percepire la realtà > con maggiore chiarezza dandoci accesso, grazie all’opera del linguaggio, alla > lucidità e alla bellezza, per quanto effimere, imperfette o dolorose”.  * Sparire, cioè: restare ispirati.  Ispirato dalla sparizione il poeta rende iridescente lo sguardo.  Lei è Denise Desautels * Ancora Denise – cito dal libro edito da Gallimard: > “Scrivo come si conduce uno scavo, sono un archeologo dell’intimo, vado a > tentoni tra le fitte ombre di una memoria, la mia, così simile a quella di > tanti altri, straziata da angoscia e utopia. Sotto molteplici strati di > protezione, l’oscurità di un mondo da sminare, da purificare, da > dissezionare.  > > Perché i segreti, quelli inviolati, gli indicibili, hanno bisogno di luce, > cioè di pensiero, di linguaggio e di voce per non infettarsi. È lì, nel cuore > dell’intimo, nella più oscura nebbia, che esplodono le peggiori catastrofi; lì > ci si dimena, si piange, si urla, ci si lancia a capofitto verso la propria > rovina”.  * Dallo scavo non viene quasi mai la statua sopraffina, il nubile gioiello – soprattutto, sono i materiali di scarto a essere testimoniati, a galleggiare dopo strati di pietrisco: i frammenti di un vaso, una fibbia, frantumi, scaglie di mosaico, un pettine. La certezza che qualcosa era vivo, ha amato, ci ha sorpassato e di sé lascia una eredità in sussurri. La poesia.  ** Comincia spesso da una voce. Questa volta è la tua mentre avanzo disinvolta. Come se il tempo non filasse come se non fossero sempre le cinque della sera ora del canto funebre di Lorca fra ritratti di sconosciuti nature morte di crani fiori e formaggio e qualche collezione d’oggetti e di corpi in fuga. Tu dici silenziosamente Sparire Dici Restare/Partire. Come se invertire la rotta fosse ancora possibile. * Tu dici alghe e anime nuove approdano qui ogni giorno. Spintonano s’ammucchiano scavano soffocano. E altre ne attendiamo. Lontano dalla più misera tregua d’agonia. Senza nulla. Né scarpe né valigia. Dopo. Quando la cenere cade e immaginiamo alberi svettanti. La foresta del dopo. Senza uccelli. Nuda. Nel volubile silenzio che segue il grande sconvolgimento. Nuda. Quando tutto è solo inganno orizzonte di mare e di rosa nella foresta. Mollemente sale la marea specchio. Un mattino d’ambra nasce. * Piccolo lembo di città e di orbi istanti. In solitaria vi si ancorano certe sagome silenziose frange appassite di folla. Come decifrare la paura e l’euforia dei lenti suoni tropicali dei lenti taccuini delle lente pagine di lividi e ali che strisciano nelle tenebre più fitte in pieno giorno alla vigilia di un primo tentativo d’impennata. La traversata sarà pesante. In fondo le nostre frasi lo sanno la loro eco sgualcita sotto l’ennesima fodera di oceano di cuoio e lì sempre lo strappo. Lì quel qualcosa d’implacabile che s’impazienta. * Una luce affiora sulla scena dove tu giochi col fuoco. E il film si ripete all’infinito ben prima della scrittura del naufragio. E il tormento dell’aria lungo i muri del giardino vibra serrato – toccare la sua pelle toccare la mia paura. Non è questione – non ancora d’incorporare la cenere. Vedi. Lo smalto dell’autunno si propaga vicino a questa cosa rara il nostro limpido cuore che batte la nostra limpida collera incrostata al centro dove c’è del vivo dove tu resti – fiume il tuo corpo che fluttua la tua guancia la tua giusta gioia. Per noi tutte. * Siamo fungibili tu dici vertiginose con le nostre facce tenebra capigliature e visi prima della violenza. Scudi dall’effigie rovesciata che s’avventura e cola calma. Le nostre facce su una sola effigie. Un intaglio sotto la luce. Tu dici io mi espongo sono io i miei fianchi il mio fuoco la mia frusta la mia frase. Tu dici siamo tutte – una a una vittime e carnefici. Ciascuna a turno gioia ululante o flagellata. Ciascuna a turno Medusa. Pace dai mille serpenti assopiti. * Restiamo lì a contare i silenzi a domandarci se nevicherà a lungo sulla corteccia le tre tuniche tre tormenti del cuore. Febbraio. Il suo malva inclemente fermerà tutto? Oceano. L’infinito il levigato attorno a noi. Simula – si direbbe – odore di vento o legature d’oracolo. Un boato dal sottosuolo ora si propaga a piccole dosi nell’aria. La paura si aggira – come le ossa e le lacrime la senti? Franta ossessionata dalla conquista di una riva. Non importa quale. Dappertutto. Dappertutto noi siamo le prede. * Sotto l’ossatura l’illuminazione. Cuori – da qualche parte come un va e vieni di faville. Troppe domande in un cerchio di ragioni di battiti. Che effetto fa e perché questa ondata d’improvvisazioni di uccelli. È gioia? Un’offerta impaurita di gioia? Ancora braci nonostante questi rumori di baci di bestie che curano. Cullata fra le tombe scavo fuggo. Traduzione di Maura Baldini Da Denise Desautels, Sparire, a cura di M. Baldini, Marco Saya Edizioni, 2026 *In copertina: Georges De La Tour, “Baro con asso di fiori”, 1630-34 L'articolo “Con le nostre facce tenebra”. Appunti intorno a Denise Desautels proviene da Pangea.
July 6, 2026 / Pangea
“Sebbene abbia cantato la lussuria…”: a proposito di Irving Layton
Inciampando nella liscia lunghezza di una poesia di Irving Layton, canadese eccelso, quasi cadde la mia mente su immagini simili a brani di fuoco, negata santità, culto e erotismo in un’unica brace che appendeva al cielo faville effemeriche tra minuscole ombre di cenere danzante. C’era tutto là dentro: socialismo, biasimo, odio per il borghese cinerino, spasmo e solitudine, un natura che parla con i suoi elementali doni così vicini ad argilla plasmata. Nato figlio di ebrei proletari nel 1912, nella regione moldava dell’allora Regno di Romania, e trasferitosi a Montréal nel 1913, Layton ebbe in odio gli artifici dei ricchi, così poco ispirati e così tanto logori; e  conscio della propria ascendenza imbastardita, condusse sé, come un umore odoroso, fino ai petali di un osceno rigoglio di vita vivida e vissuta. In lui l’ebraismo non si traduceva in chiamata alla propria ortodossia (mero connotato positivista di nascita), si articolava piuttosto nella postura rivoluzionaria, ma sovente di tono biblico, verso la condanna dell’iniquo e dell’ipocrisia dilagante nella società del profitto (in cui a dettare legge sono i più ricchi o benestanti), non dimenticando di sovvertire anche, nel medesimo gesto poetico, il cliché vigente di stampo squisitamente britannico.  Deliberatamente concreto e corporeo, sensoriale e nemico del perbenismo, quando fu polemista e satirico lo “inchiodarono” a Byron e Swift, ma in lui vivevano bagliori di illuminismo che erano solo il proseguo sistematico di un discorso esistenzialista… Il suo vitalismo spinto non ne fu esente; come pure l’accentuato individualismo e una percezione esasperata del circostante.  Studi interrotti a ragione di povertà e poi ripresi alla “Baron Byng High School di Montréal”, lo avevano condotto a maturare vocazione, non pedissequa ma promettente “deflagrazione creativa”   come una miccia ben accesa, per la poesia romantica inglese. Le opere di Byron, Shelley e Tennyson vibravano nel suo profondo come corde di un’arpa fatale. Concepì, fin da allora, il poeta come investito di un ruolo morale che spiccava ma sempre in salvo da paternalismi, sempre ben stemperato dall’ironia più mordace. Gli anni universitari lo avvicinarono, coevi della Grande Depressione, alla teoria politica e all’incontro pressoché destinale con il socialismo democratico: il contatto con la “Young People’s Socialist” fa divampare i suoi versi futuri di una frenesia incendiaria e indocile verso gli abusi del capitalismo spinto e di un imperialismo vessatorio presso i tanti “orfani” della democrazia. Poeta, amante e profeta dai toni biblici, crescendo nella scena delle “little magazines” (fucina di poesia canadese indipendente), insegnò poi letteratura e continuò a comporre versi. Vera “persona poetica”, Layton pubblica il suo primo libro, Here and Now, nel 1945; cui seguiranno molti altri lavori svettanti e distintivi, come The Cold Green Element (1955), A Red Carpet for the Sun (1959), solo per parlare della scena degli anni Cinquanta. Polemista non investito di una società mediocre e già quasi vinta, con sintomi di simboli ventrali e atti di coscienza non comuni, Layton chiudeva nell’armadio ogni estetica a vantaggio di più di cinque vividi sensi messi al servizio di una ribellione eroica, di impronta neo-romantica, contro le muffe borghesi e ciò che era dozzinale.  Negli anni Sessanta e Settanta fu figura pubblica di spicco nel quadro culturale canadese. Partecipava, mai in difetto di polemica e messa al bando delle convenzioni più consumate, a dibattiti televisivi, conferenze universitarie, letture pubbliche; si distingueva per l’inconfondibile  piglio polemico e anticonformista. Pubblicò, in questo periodo, alcune delle sue raccolte più importanti, tra cui Balls for a One-Armed Juggler (1963), The Pole-Vaulter(1974), e For my Brother Jesus (1976), opere che si immergevano nella dimensione etica e filosofica di una poetica estranea allo strabismo morale di molti suoi contemporanei… Si trattava, in fondo, solo di distinguere bene, spesso con una tendenza al grottesco, tra coloro che dettavano legge e coloro che erano chiamati a una misera acquiescenza, per poi non usare due pesi e due misure a sfavore di quest’ultimi. Unitamente a ciò la sua poetica si distingueva per un genio creativo soggettivante tale da riscattare la natura dalla sua mortifera condizione di sequestro da parte della morale vigente, soprattutto nei larghi ambiti in cui veniva frustrata da una civiltà negatrice della sua vera propulsione vitale, e affermatrice invece di conformismo, pregiudizio e assuefazione a un mondo di regole e dogmi assolutamente avulsi dalla sua voce primordiale e fondatrice, dalla sua matrice generosa e eccedente la misura di una mera e grigia zona d’utilità e funzionalità: poetante bellezza del rigoglio e dell’eccedere di sé, entro un regno non compromesso con la cultura del profitto e non investito di leggi morali asfittiche e sempre uguali a sé nel loro influsso restrittivo. Nonostante fosse già in una zona matura del largo arco della sua carriera, Layton continuò a pubblicare opere significative e a ricevere riconoscimenti di prestigio mondiale. Sono degli anni Ottanta brillanti raccolte come: Europe and Other Bad News (1981), Shadows on the Ground (1982), The Gucci Bag (1983), A Spider Danced a Cosy Jig (1984), Fortunate Exile (1987). In questo decennio il poeta visse una grande visibilità internazionale (paradigmatici sono il caso dell’Italia e della Corea del Sud, quanto a calorosa accoglienza) e un fervore creativo inesausto, consolidando vieppiù la propria reputazione come uno dei poeti più influenti del Canada.    Le sue opere furono tradotte in molte lingue e il suo nome fu più volte menzionato tra i candidati al Premio Nobel per la letteratura. Negli anni Novanta gli venne diagnosticata la malattia di Alzheimer, che lo allontanò dalla vita pubblica. Morì a Montréal il 4 gennaio 2006, lasciando un corpus poetico vasto e influente. Con un desiderio pruriginoso, si manifestavano in lui la prosecuzione e la continuità non mediata degli istinti vitali, un ritorno alla centralità del corpo e a una dimensione primordiale. Vada altrove chi vuol esser pacificato, vada lontano dai suoi versi che sono, con la propria voce urgente e immersa nei sensi, profezia e condanna, cuore, vita, con tutte le loro funzioni incoercibili. Massimo Triolo * Caino Preso di mano a mio figlio il fucile ad aria compressa,  Feci cinque passi indietro, l’ebreo  In me, narcisista, padre di figli,  Messo a tacere. Poi presi la mira e sparai.  La pallottola silenziosa colpì il dorso del ranocchio  Un pollice sotto la testa. Sorpreso, fece un balzo,  Solleticato o spaventato all’improvviso  (Deve aver pensato) e saltò dalla gabbia bagnata  Nell’acqua scura lì accanto. Ma la  Pallottola aveva fatto il suo danno. Il balzo successivo  Fu un tonfo penoso, spento lo slancio  Delle zampe. Provò – come Bruce – di nuovo,  Protendendo le sensibili mani da pianista  Come farebbe un nano o un bimbo inerme.  Lo spruzzo disturbò l’acqua immobile dello stagno  E una vecchia rana nel suo rifugio pieno d’erbacce,  Che ammiccava guardandosi intorno compiaciuta.  La superficie dello stagno subito divenne uno sbattere  Di palpebre e bolle come note musicali,  Liquide, luminose, cadenti dalla pagina  Bianche, biancobarbute, un rapido crescendo  Di suoni inudibili e un sussurro di vecchie  Dietro la scena fra le canne e i giunchi  Come per un Lear o un Edipo morenti. Ma la Morte ci fa sembrare tutti ridicoli.  Pensate a quel ranocchio (marmocchio, pidocchio, quel volete)  Che s’abbandona, un cadavere assurdo cullato dal flusso  Che l’ultimo suo vano balzo ha messo in movimento:  Come un vecchio a riposo, non potei trattenermi dal sogghignare,  Che vive quanto dura la sua assicurazione:  Marosi – che ora crollano – i premi pagati.  Assurdo, proprio assurdo. Desideravo uccidere,  Di fronte a quella beffa, uccidere e uccidere ancora….  Il ranocchio infatuato di se stesso, marmocchio, pidocchio,  Qualsiasi cosa in cui palpiti la vita  Guardando il morto saltatore, i piedi chaplineschi,  Dondolato e cullato in quel pomeriggio  Di acqua quieta, canne e sole ardente,  Il buco sul dorso ben visibile  E la pelle lacerata una macchia d’ombra  Che si muoveva quando si muoveva l’acqua quieta dello stagno.  Oh Egitto, marmorea Grecia, risplendente Roma,  Anche voi siete finite per un piccolo foro  Nella schiena che non riusciste a eliminare?  E le vostre bocche s’aprirebbero spettrali, ansimando Fra le tetre canne, le rane nascoste,  Che noi scaliamo con le spine dorsali spezzate verso il cielo? Quando il mattino dopo ripassai di lì  Il ranocchio giaceva sul dorso, una mano  Delicata sul ventre e il bianco sparato  Immacolato. Sembrava  Un comico, un ballerino di tip-tap che si scusa  Per una caduta o un intrattenitore che con un gran sogghigno  Ci strappa una risata per una parte  O forse per una facezia che non abbiamo ben afferrato. *  Il freddo verde elemento Alla fine del sentiero nel giardino  il vento e il suo satellite m’aspettano;  non ne conoscerò il senso              finché non sarò lì,  ma anche il becchino dal cappello nero che, passando, vide il mio cuore battere nell’erba,  vi sta andando. Salve, gli dico,  una grande bufera nel Pacifico ha scaraventato dall’acqua              un poeta morto  che ora penzola alle porte della città. Folle si muovono ogni giorno per vederlo, e ritornano  con smorfie e incomprensione;  se le sue membra si contorcessero nell’aria              sederebbero ai suoi piedi  sbucciando arance. E girandomi abbraccio come un amante  il tronco di un albero, uno di quelli  che, sopraffatto dal fulmine,              spuntò una luminosa  gobba con una corona di foglie. Le afflizioni liberatesi dalle etichette  di bottiglie medicinali si son tutte sprigionate nel vento;  di recente mi son visto negli occhi              di vecchie donne,  rivoli esausti in lamento per la mia virilità, nelle cui vecchie pupille il sole divenne  una macchia di sangue su grandi foglie di catalpa  e penzolanti da antichi ramoscelli               i miei io assassinati  accesero l’aria come silenziose collisioni di frutti. Un cane nero mi ulula nelle vene,  un cane nero dagli occhi gialli;  anche lui per l’inavvertenza di qualcuno              vide la macchia di sangue  sulle larghe foglie di catalpa. Ma le Furie mi aprono un sentiero verso il verme  che cantò per un’ora nella gola di un pettirosso,  e sviato dalle grida dei ragazzi              sono di nuovo  un nuotatore senza più fiato in quel freddo verde elemento. * Archetipi Sebbene io abbia cantato        la lussuria  (e l’odio umano, inoltre, maestri miei!)  e il sole, la cosa migliore nel cosmo,  poiché riscalda le mie ossa  ora che sono vecchio e non c’è donna        che con me giacerà          vedendo quanto grinzose  siano le mie chiappe, e decrepite le mie ossa;  e la terra, madre di tutti gli amori,  madre di fiori e alberi: Un piagnucolante sciocco zoticone  mi scrive petulante              lagnandosi  perché ho usato due cori  nel mio sublime inno a Pan        mentre a lui è alquanto evidente  e a un altro studioso di grecità  che quattro        sarebbero stati più adatti. Traduzione di Alfredo Rizzardi L'articolo  “Sebbene abbia cantato la lussuria…”: a proposito di Irving Layton proviene da Pangea.
March 18, 2026 / Pangea