“Vengono i giorni che il cuore è una terra bruciata”. Elena Bono: la Resistenza in poesia

Pangea - Thursday, March 26, 2026

Nata nel 1921 a Sonnino in Ciociaria, poco dopo Elena Bono seguì con la famiglia il trasferimento del padre, preside di liceo e studioso di letterature classiche, a Recanati, dove, ancora bambina, scoprì la poesia ed entrò in confidenza con i versi di chi, nella sua vita, chiamerà sempre Giacomino. Dopo qualche anno ecco un altro trasferimento, questa volta in Liguria, a Chiavari, dove giunse a dieci anni (e vi resterà per tutta la vita), compì gli studi liceali per iscriversi dopo la guerra alla Facoltà di Lettere dell’Università di Genova dove si laureò. Il periodo compreso tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile del 1945 fu vissuto intensamente da lei che, dopo i ripetuti bombardamenti sulla città, con la famiglia si era trasferita sugli Appennini, alle spalle di Chiavari. Qui combattevano strenuamente contro i fascisti della divisione alpina Monterosa i partigiani della divisione Cichero ai quali Elena Bono diede un importante aiuto segnalando i movimenti dei rastrellamenti; numerosi furono gli episodi cruenti che toccarono il culmine il 15 febbraio 1945 quando, nella località La Squazza,  furono uccisi per rappresaglia dieci partigiani. 

Profondamente coinvolta nella Resistenza, ne trasse motivo d’ispirazione per scrivere tra il 1943 e il 1948 alcune poesie, ma la sua attività letteraria si era avviata con la pubblicazione  (dicembre 1946) del racconto di ispirazione biblica Morte di Adamo sulla rivista “L’illustrazione italiana” diretta da Livio Garzanti; e quando questi subentrò al padre Aldo nella gestione della casa editrice si orientò verso un suo rinnovamento e tra i libri usciti che segnarono una svolta si collocava la raccolta di poesie della giovane e ancora inedita Elena Bono: I galli notturni. Delle 126 liriche del volume, le 15 della sezione I fiori rossi erano ispirate dalla Resistenza, e questo fu un fenomeno editoriale davvero singolare per più ragioni; la prima è che allora in Italia la grande editoria stampava pochissimi libri scritti da donne, tanto che tra il 1945 e il 1952 al confronto con le centinaia a firma maschile erano solo 25 quelli femminili e di questi solo 8 erano libri di poesia, scritti per lo più da autrici “storiche” come Sibilla Aleramo e Ada Negri o comunque non più in vita come Antonia Pozzi. Assai singolare era anche che I galli notturni fosse stato pubblicato da Garzanti che, sempre tra il 1945 e il 1952, aveva stampato solo sette libri di poesia, scritti da autori ormai affermati come Palazzeschi, Onofri e Saba.

L’eccezionale novità dei Galli notturni non riguardava però solo la sua singolare storia editoriale, ma soprattutto il modo con il quale Elena Bono aveva trattato il tema della Resistenza nelle sue poesie, segnate da un’impostazione etica ed evitando accenni storici e politici, affidandosi alle storie e alle immagini concrete di quanti avevano vissuto quei tragici momenti. Ecco allora le intense poesie dedicate ai protagonisti della lotta partigiana, dai più famosi come Aldo Gastaldi, il capo partigiano “Bisagno” (sul quale Elena Bono scriverà una biografia nel 1998) morto misteriosamente all’indomani della Liberazione, ai giovani sconosciuti caduti durante la lotta, con il costante richiamo a quell’alto concetto di libertà che è la parola chiave delle poesie sulla Resistenza di Elena Bono sin dai versi essenziali di dedica Per i compagni caduti nella Resistenza: 

“Morirono per la libertà,
essi, a cui i padri non avevano insegnato
a vivere liberi”.

Qui il tema è dunque quello della libertà negata ai più giovani per una colpa generazionale, una denuncia verso chi aveva preferito il vacuo conformismo, per quelli che Montale nella Primavera hitleriana aveva definito “miti carnefici” e che avevano abdicato dal loro ruolo di guida che insegna ai figli i fondamentali principi etici. Lo stesso motivo ritorna nella poesia Sulla tomba di un amico morto per la libertà, suggerita dal tragico contrasto tra chi coraggiosamente aveva scelto di salire sui monti per combattere e chi invece si limitava comodamente a piangere i caduti nei bei cimiteri delle città.  

Un altro importante motivo è quello dell’impegno collettivo, l’immagine di una nuova e più ampia dimensione di un popolo sostenuto dai principi morali finora rilevati e che si riassume nella felice immagine, tanto apprezzata da Umberto Saba, dell’Italia rappresentata come “una ragazza scalza,/ [titolo poi usato da Saverio Tutino per una raccolta di “Racconti della Resistenza” uscita per Einaudi nel 1975] coi capelli sul viso/ e piangevi/ e sparavi”. “Scalza” perché povera e indifesa, “piangevi” perché la guerra è sempre sofferenza, “sparavi” perché aveva compiuto la scelta difficile, pericolosa ma inevitabile della lotta armata pur essendo una “piccola Italia/ che ha combattuto sui monti”. Con una visione di grande attualità, Elena Bono estendeva anche all’’Europa la necessità di combattere in difesa della libertà; infatti, se Ah Italia Italia è il titolo di una lirica che si richiama alla prevalente origine contadina del nostro Paese e quindi dei partigiani, le due seguenti Europa I ed Europa II (dove torna l’immagine del pianto della ragazza scalza simbolo di una sofferenza collettiva) allargano il tema all’intero continente in una prospettiva rivolta anche ai nemici del presente e che guarda ad un futuro collettivo di pace.

Dedita negli anni seguenti ad altre forme di produzione letteraria, dai racconti alle traduzioni, a testi teatrali con temi di carattere storico, mitologico e religioso, interrottisi i rapporti con l’editore Garzanti (forse per ingerenze di Pasolini), nei due decenni successivi Elena Bono era ritornata talora alla poesia resistenziale (ormai quasi del tutto abbandonata): nel 1981 pubblicò la raccolta Piccola Italia presso le edizioni EmmeE da lei deliberatamente scelte per pubblicarvi da allora in poi i suoi libri perché fuori del giro della grande editoria e quindi non condizionate da interessi commerciali.

Pur essendo trascorsi quasi quarant’anni dal tempo della composizione delle sue prime poesie resistenziali (nel nuovo libro integralmente recuperate), anche nelle 15 nuove di Piccola Italia Elena Bono ribadiva la radice etica della partecipazione di tanti giovani al movimento partigiano, sottolineando il ruolo che i singoli protagonisti hanno avuto al suo interno, qui presentati con un tono narrativo per raccontare le brevi storie dei martiri partigiani: da Stanze per Rinaldo Simonetti “Cucciolo”, “fucilato per la libertà nei boschi di Calvari dove era nato pochi anni prima”, a Il principino (Varzi Michele) che “lasciarono tre giorni/ inchiodato a quella porta col capo penzoloni”, da Per Luigina Comotto savonese “fucilata a settant’anni” a Severino, un giovane partigiano siciliano catturato e poi fucilato dai fascisti che inutilmente lo sollecitavano a rivelare i nomi dei compagni.

Proprio il tema del ricordo esemplare dei tanti che hanno dato la vita per la libertà viene qui spesso trattato con grande partecipazione emotiva da Elena Bono, che ad esso ha dedicato una delle poesie più programmatiche nella consapevolezza che lo scorrere del tempo minaccia la distruzione della memoria: Vengono i giorni, dove risulta che il modo più sicuro per fermare il tempo e far conoscere ai posteri almeno i nomi dei generosi partigiani rimasti uccisi consiste forse nell’attribuire in loro memoria “nomi di piazza e di strade”. Ecco: ritrovare e ricordare perché le future generazioni non crescano nel vuoto dei valori. Il testo che più nitidamente esprime il pensiero dominante delle poesie sulla Resistenza di Elena Bono s’intitola Su una piccola armonica a bocca, la cui terza e ultima sezione è emblematicamente intitolata La scelta, riprendendo il tema già incontrato della responsabilità e del dovere di scegliere: tra l’opportunismo di comodo e l’imperativo morale, suggerito l’uno dalla prosaica concretezza del vivere e l’altro da un alto ideale. 

Questa stessa antinomia bruto/uomo troveremo come tema dominante nel romanzo di Elena Bono, anch’esso a tema resistenziale, Come un fiume, come un sogno (1985). Anche in questa differente occasione dunque, Elena Bono aveva compiuto una scelta controcorrente; e se dalla poesia italiana il tema resistenziale risultava ormai quasi accantonato, questa è una ragione in più per attribuire importanza ai versi sulla Resistenza di Elena Bono: non solo perché ricordano quanti hanno sacrificato la vita per un ideale, ma perché sono tutte sorrette dal principio anche oggi fondamentale della ricerca e della lotta per la libertà. 

Francesco De Nicola

**

Da I galli notturni

Rappresaglia

Ci sono dieci morti sulla strada.
Il prete non li può benedire,
le loro madri non li possono lavare.
Stasera in ogni casa si prega per loro,
ogni madre li piange come figli.

*

Ai compagni che combatterono per la libertà:

O miei compagni, perché mai 
io vi vedo smarriti
e quasi aver vergogna di voi stessi? 
È difficile il bene, 
coraggioso e virile
ogni errore
incontrato nel compierlo.
Difficile sopra ogni bene
la libertà
e chi commette colpa per lei
sempre si tormenta
per averne intravisto
l’ariosa veste lucente,
e insieme si conforta.
Sola vergogna è non aver cercato
la libertà
e vivere contenti di sé
non esistendo. 
Non sono questi, o cari,
coloro che vi accusano
più duramente?
Ma guardateli in viso
come guardavate un giorno
chi puntava le armi
al vostro petto.
Sono gli stessi ancora
e voi gli stessi.
Voi uomini
ed essi come pecore matte.

*

All’Italia che ha combattuto sui monti

Piccola Italia, non avevi corone turrite
né matronali gramaglie.
Eri una ragazza scalza,
coi capelli sul viso
e piangevi 
e sparavi.

*

Europa I

Le spalle al muro, combattiamo questa battaglia
per i morti i vivi e coloro che nasceranno.
Combattiamo per tutti anche per i nemici.
Se destino è cadere, cadiamo da uomini
noi che dicemmo al mondo che cos’è l’uomo. 

*

Europa II  

Europa Europa non farti rapire dal toro,
guardalo negli occhi, Europa
non ti smarrire.
Nessuna bestia sopporta lo sguardo umano.
Tu hai occhi solari, Europa,
anche se hai pianto. 

**

Da Piccola Italia                                            

Voi che non dormite

Voi che non dormite
e avete sempre
sul vostro viso di ragazzi
una traccia di sangue
e una domanda silenziosa,
cosa cercate a queste porte?
Dorme beata Italia
e voi non cura.
Sogna di qualche gladiatore
i bicipiti ignudi
che le diano
colpi ed ebbrezza:
le vecchie carni
han fame ancora.
Non guardate così
con gli occhi grandi
di fanciulli,
cessate di aspettare
a queste porte.
Non bussate,
roventi fiori vivi,
alle case dei morti.                                                                      

*

Severino

Muoiono anch’essi
i Paladini di Francia,
muoiono anche le stelle.
Quante volte vedendo
alle gole di Roncisvalle
giungere Orlando
altissimo biondo
Lucente
più d’un diamante
volevi gridare:
– Ah! non entrasse Vossia! – 
e all’uomo dietro le quinte
togliere i fili di mano.
Togliere i fili
di mano alla sorte
è vietato:
Orlando può solo
morire da Orlando
e del suo stesso fuoco
una stella morire.
– Chiddi so’ grandi persuni –
Quelle son grandi persone,
tu un qualunque ragazzo
di Ustica
o di Acireale.
Su quella piazza quel giorno
davanti alla chiesa,
a cavalcioni sopra una sedia
le mani legate
la faccia rigonfia
poggiata sullo schienale,
i mitra già dietro puntati
la gente d’intorno a vedere
il terrone che muore
ma com’è lungo a morire.
Com’è lungo morire
tenere la bocca serrata
ancora una volta
ancora una volta e ancora
alla voce che dice:
– La vita in cambio d’un nome.
Avanti, che cosa è poi un nome? –
No, che cosa è la vita,
risponde il tuo cuore.
Che cosa è la vita,
anche a Orlando
alle gole di Roncisvalle
dovette rispondergli il cuore
in piedi guardando i nemici
venire come fa il mare
egli stringendo la spada,
tu con le mani legate
dietro la schiena.
– Chiddi so’ grandi persuni –
Quelle son grandi persone,
tu un qualunque ragazzo
di Ustica
o di Acireale.

*

Vengono i giorni

Vengono i giorni 
che il cuore è una terra bruciata, 
polvere e fumo 
nuvole basse di piombo. 
Voi divenuti 
nomi di piazze e di strade: 
corso Gastaldi 
largo Cesare Crosa 
via Buranello 
giardini pubblici C. Talassano. 
Ma il tempo è una casa 
di innumerevoli stanze 
sorvegliate e severe 
dove tutto è per sempre; 
chi ne possiede le chiavi 
può ritrovare ogni cosa: 
gesti e parole 
di un giorno qualunque. 
I vostri giorni di prima, 
il vostro andare e venire
in queste piazze e strade 
divenute ora voi 
per ricordare la scelta 
che voi avete fatta 
a quelli che vengono e vanno 
con gesti e parole qualunque 
dove sta chiusa la scelta 
che anch’essi hanno fatta 
in queste stanze severe 
che non consentono fuga, 
ma tutto è per sempre. 
I vostri giorni di prima. 
Cesare Crosa
il suo passo di vento 
e la musica dentro: 
Vivaldi, “Le quattro stagioni”, 
l’elettrico “Inverno” 
quegli aghi di ghiaccio e di gioia. 
Buranello che parla a un compagno 
battendo il giornale 
sul dorso a un leone 
del grande scalone di marmo 
dell’ateneo genovese. 
Aldo Gastaldi 
la fronte tranquilla 
più su della folla, 
quegli occhi di spada. 
Talassano il biondino 
di mento appuntito 
sempre piegato dal riso 
sul banco di scuola; 
fu allegro davanti alla morte, 
e tenne allegri i compagni. 
Di tutti il più fortunato 
biondino di lungo viso, 
tu divenuto un giardino 
di foglie aria bambini gridanti 
che rinverdiscono il cuore 
quando è terra bruciata. 

*

La scelta

Dicono ch’era un sogno
e che per nulla più di un sogno
siete morti. E sia.
Sogno per sogno in terra di dormienti
scegliamo il sogno da sognare.
Chi di bruto
chi d’uomo.
Sulla prescelta barca fare il viaggio
e ritornare
dove tutto ritorna.
Né fiume può sostare
né luna
né musica.
Può soltanto fuggire
questa mazurca
sperduto addio
battendo l’ali ancora
contro il mio viso
e dileguare.

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