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“Vengono i giorni che il cuore è una terra bruciata”. Elena Bono: la Resistenza in poesia
Nata nel 1921 a Sonnino in Ciociaria, poco dopo Elena Bono seguì con la famiglia il trasferimento del padre, preside di liceo e studioso di letterature classiche, a Recanati, dove, ancora bambina, scoprì la poesia ed entrò in confidenza con i versi di chi, nella sua vita, chiamerà sempre Giacomino. Dopo qualche anno ecco un altro trasferimento, questa volta in Liguria, a Chiavari, dove giunse a dieci anni (e vi resterà per tutta la vita), compì gli studi liceali per iscriversi dopo la guerra alla Facoltà di Lettere dell’Università di Genova dove si laureò. Il periodo compreso tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile del 1945 fu vissuto intensamente da lei che, dopo i ripetuti bombardamenti sulla città, con la famiglia si era trasferita sugli Appennini, alle spalle di Chiavari. Qui combattevano strenuamente contro i fascisti della divisione alpina Monterosa i partigiani della divisione Cichero ai quali Elena Bono diede un importante aiuto segnalando i movimenti dei rastrellamenti; numerosi furono gli episodi cruenti che toccarono il culmine il 15 febbraio 1945 quando, nella località La Squazza,  furono uccisi per rappresaglia dieci partigiani.  Profondamente coinvolta nella Resistenza, ne trasse motivo d’ispirazione per scrivere tra il 1943 e il 1948 alcune poesie, ma la sua attività letteraria si era avviata con la pubblicazione  (dicembre 1946) del racconto di ispirazione biblica Morte di Adamo sulla rivista “L’illustrazione italiana” diretta da Livio Garzanti; e quando questi subentrò al padre Aldo nella gestione della casa editrice si orientò verso un suo rinnovamento e tra i libri usciti che segnarono una svolta si collocava la raccolta di poesie della giovane e ancora inedita Elena Bono: I galli notturni. Delle 126 liriche del volume, le 15 della sezione I fiori rossi erano ispirate dalla Resistenza, e questo fu un fenomeno editoriale davvero singolare per più ragioni; la prima è che allora in Italia la grande editoria stampava pochissimi libri scritti da donne, tanto che tra il 1945 e il 1952 al confronto con le centinaia a firma maschile erano solo 25 quelli femminili e di questi solo 8 erano libri di poesia, scritti per lo più da autrici “storiche” come Sibilla Aleramo e Ada Negri o comunque non più in vita come Antonia Pozzi. Assai singolare era anche che I galli notturni fosse stato pubblicato da Garzanti che, sempre tra il 1945 e il 1952, aveva stampato solo sette libri di poesia, scritti da autori ormai affermati come Palazzeschi, Onofri e Saba. L’eccezionale novità dei Galli notturni non riguardava però solo la sua singolare storia editoriale, ma soprattutto il modo con il quale Elena Bono aveva trattato il tema della Resistenza nelle sue poesie, segnate da un’impostazione etica ed evitando accenni storici e politici, affidandosi alle storie e alle immagini concrete di quanti avevano vissuto quei tragici momenti. Ecco allora le intense poesie dedicate ai protagonisti della lotta partigiana, dai più famosi come Aldo Gastaldi, il capo partigiano “Bisagno” (sul quale Elena Bono scriverà una biografia nel 1998) morto misteriosamente all’indomani della Liberazione, ai giovani sconosciuti caduti durante la lotta, con il costante richiamo a quell’alto concetto di libertà che è la parola chiave delle poesie sulla Resistenza di Elena Bono sin dai versi essenziali di dedica Per i compagni caduti nella Resistenza:  > “Morirono per la libertà, > essi, a cui i padri non avevano insegnato > a vivere liberi”. Qui il tema è dunque quello della libertà negata ai più giovani per una colpa generazionale, una denuncia verso chi aveva preferito il vacuo conformismo, per quelli che Montale nella Primavera hitleriana aveva definito “miti carnefici” e che avevano abdicato dal loro ruolo di guida che insegna ai figli i fondamentali principi etici. Lo stesso motivo ritorna nella poesia Sulla tomba di un amico morto per la libertà, suggerita dal tragico contrasto tra chi coraggiosamente aveva scelto di salire sui monti per combattere e chi invece si limitava comodamente a piangere i caduti nei bei cimiteri delle città.   Un altro importante motivo è quello dell’impegno collettivo, l’immagine di una nuova e più ampia dimensione di un popolo sostenuto dai principi morali finora rilevati e che si riassume nella felice immagine, tanto apprezzata da Umberto Saba, dell’Italia rappresentata come “una ragazza scalza,/ [titolo poi usato da Saverio Tutino per una raccolta di “Racconti della Resistenza” uscita per Einaudi nel 1975] coi capelli sul viso/ e piangevi/ e sparavi”. “Scalza” perché povera e indifesa, “piangevi” perché la guerra è sempre sofferenza, “sparavi” perché aveva compiuto la scelta difficile, pericolosa ma inevitabile della lotta armata pur essendo una “piccola Italia/ che ha combattuto sui monti”. Con una visione di grande attualità, Elena Bono estendeva anche all’’Europa la necessità di combattere in difesa della libertà; infatti, se Ah Italia Italia è il titolo di una lirica che si richiama alla prevalente origine contadina del nostro Paese e quindi dei partigiani, le due seguenti Europa I ed Europa II (dove torna l’immagine del pianto della ragazza scalza simbolo di una sofferenza collettiva) allargano il tema all’intero continente in una prospettiva rivolta anche ai nemici del presente e che guarda ad un futuro collettivo di pace. Dedita negli anni seguenti ad altre forme di produzione letteraria, dai racconti alle traduzioni, a testi teatrali con temi di carattere storico, mitologico e religioso, interrottisi i rapporti con l’editore Garzanti (forse per ingerenze di Pasolini), nei due decenni successivi Elena Bono era ritornata talora alla poesia resistenziale (ormai quasi del tutto abbandonata): nel 1981 pubblicò la raccolta Piccola Italia presso le edizioni EmmeE da lei deliberatamente scelte per pubblicarvi da allora in poi i suoi libri perché fuori del giro della grande editoria e quindi non condizionate da interessi commerciali. Pur essendo trascorsi quasi quarant’anni dal tempo della composizione delle sue prime poesie resistenziali (nel nuovo libro integralmente recuperate), anche nelle 15 nuove di Piccola Italia Elena Bono ribadiva la radice etica della partecipazione di tanti giovani al movimento partigiano, sottolineando il ruolo che i singoli protagonisti hanno avuto al suo interno, qui presentati con un tono narrativo per raccontare le brevi storie dei martiri partigiani: da Stanze per Rinaldo Simonetti “Cucciolo”, “fucilato per la libertà nei boschi di Calvari dove era nato pochi anni prima”, a Il principino (Varzi Michele) che “lasciarono tre giorni/ inchiodato a quella porta col capo penzoloni”, da Per Luigina Comotto savonese “fucilata a settant’anni” a Severino, un giovane partigiano siciliano catturato e poi fucilato dai fascisti che inutilmente lo sollecitavano a rivelare i nomi dei compagni. Proprio il tema del ricordo esemplare dei tanti che hanno dato la vita per la libertà viene qui spesso trattato con grande partecipazione emotiva da Elena Bono, che ad esso ha dedicato una delle poesie più programmatiche nella consapevolezza che lo scorrere del tempo minaccia la distruzione della memoria: Vengono i giorni, dove risulta che il modo più sicuro per fermare il tempo e far conoscere ai posteri almeno i nomi dei generosi partigiani rimasti uccisi consiste forse nell’attribuire in loro memoria “nomi di piazza e di strade”. Ecco: ritrovare e ricordare perché le future generazioni non crescano nel vuoto dei valori. Il testo che più nitidamente esprime il pensiero dominante delle poesie sulla Resistenza di Elena Bono s’intitola Su una piccola armonica a bocca, la cui terza e ultima sezione è emblematicamente intitolata La scelta, riprendendo il tema già incontrato della responsabilità e del dovere di scegliere: tra l’opportunismo di comodo e l’imperativo morale, suggerito l’uno dalla prosaica concretezza del vivere e l’altro da un alto ideale.  Questa stessa antinomia bruto/uomo troveremo come tema dominante nel romanzo di Elena Bono, anch’esso a tema resistenziale, Come un fiume, come un sogno (1985). Anche in questa differente occasione dunque, Elena Bono aveva compiuto una scelta controcorrente; e se dalla poesia italiana il tema resistenziale risultava ormai quasi accantonato, questa è una ragione in più per attribuire importanza ai versi sulla Resistenza di Elena Bono: non solo perché ricordano quanti hanno sacrificato la vita per un ideale, ma perché sono tutte sorrette dal principio anche oggi fondamentale della ricerca e della lotta per la libertà.  Francesco De Nicola ** Da I galli notturni Rappresaglia Ci sono dieci morti sulla strada. Il prete non li può benedire, le loro madri non li possono lavare. Stasera in ogni casa si prega per loro, ogni madre li piange come figli. * Ai compagni che combatterono per la libertà: O miei compagni, perché mai  io vi vedo smarriti e quasi aver vergogna di voi stessi?  È difficile il bene,  coraggioso e virile ogni errore incontrato nel compierlo. Difficile sopra ogni bene la libertà e chi commette colpa per lei sempre si tormenta per averne intravisto l’ariosa veste lucente, e insieme si conforta. Sola vergogna è non aver cercato la libertà e vivere contenti di sé non esistendo.  Non sono questi, o cari, coloro che vi accusano più duramente? Ma guardateli in viso come guardavate un giorno chi puntava le armi al vostro petto. Sono gli stessi ancora e voi gli stessi. Voi uomini ed essi come pecore matte. * All’Italia che ha combattuto sui monti Piccola Italia, non avevi corone turrite né matronali gramaglie. Eri una ragazza scalza, coi capelli sul viso e piangevi  e sparavi. * Europa I Le spalle al muro, combattiamo questa battaglia per i morti i vivi e coloro che nasceranno. Combattiamo per tutti anche per i nemici. Se destino è cadere, cadiamo da uomini noi che dicemmo al mondo che cos’è l’uomo.  * Europa II   Europa Europa non farti rapire dal toro, guardalo negli occhi, Europa non ti smarrire. Nessuna bestia sopporta lo sguardo umano. Tu hai occhi solari, Europa, anche se hai pianto.  ** Da Piccola Italia                                             Voi che non dormite Voi che non dormite e avete sempre sul vostro viso di ragazzi una traccia di sangue e una domanda silenziosa, cosa cercate a queste porte? Dorme beata Italia e voi non cura. Sogna di qualche gladiatore i bicipiti ignudi che le diano colpi ed ebbrezza: le vecchie carni han fame ancora. Non guardate così con gli occhi grandi di fanciulli, cessate di aspettare a queste porte. Non bussate, roventi fiori vivi, alle case dei morti.                                                                       * Severino Muoiono anch’essi i Paladini di Francia, muoiono anche le stelle. Quante volte vedendo alle gole di Roncisvalle giungere Orlando altissimo biondo Lucente più d’un diamante volevi gridare: – Ah! non entrasse Vossia! –  e all’uomo dietro le quinte togliere i fili di mano. Togliere i fili di mano alla sorte è vietato: Orlando può solo morire da Orlando e del suo stesso fuoco una stella morire. – Chiddi so’ grandi persuni – Quelle son grandi persone, tu un qualunque ragazzo di Ustica o di Acireale. Su quella piazza quel giorno davanti alla chiesa, a cavalcioni sopra una sedia le mani legate la faccia rigonfia poggiata sullo schienale, i mitra già dietro puntati la gente d’intorno a vedere il terrone che muore ma com’è lungo a morire. Com’è lungo morire tenere la bocca serrata ancora una volta ancora una volta e ancora alla voce che dice: – La vita in cambio d’un nome. Avanti, che cosa è poi un nome? – No, che cosa è la vita, risponde il tuo cuore. Che cosa è la vita, anche a Orlando alle gole di Roncisvalle dovette rispondergli il cuore in piedi guardando i nemici venire come fa il mare egli stringendo la spada, tu con le mani legate dietro la schiena. – Chiddi so’ grandi persuni – Quelle son grandi persone, tu un qualunque ragazzo di Ustica o di Acireale. * Vengono i giorni Vengono i giorni  che il cuore è una terra bruciata,  polvere e fumo  nuvole basse di piombo.  Voi divenuti  nomi di piazze e di strade:  corso Gastaldi  largo Cesare Crosa  via Buranello  giardini pubblici C. Talassano.  Ma il tempo è una casa  di innumerevoli stanze  sorvegliate e severe  dove tutto è per sempre;  chi ne possiede le chiavi  può ritrovare ogni cosa:  gesti e parole  di un giorno qualunque.  I vostri giorni di prima,  il vostro andare e venire in queste piazze e strade  divenute ora voi  per ricordare la scelta  che voi avete fatta  a quelli che vengono e vanno  con gesti e parole qualunque  dove sta chiusa la scelta  che anch’essi hanno fatta  in queste stanze severe  che non consentono fuga,  ma tutto è per sempre.  I vostri giorni di prima.  Cesare Crosa il suo passo di vento  e la musica dentro:  Vivaldi, “Le quattro stagioni”,  l’elettrico “Inverno”  quegli aghi di ghiaccio e di gioia.  Buranello che parla a un compagno  battendo il giornale  sul dorso a un leone  del grande scalone di marmo  dell’ateneo genovese.  Aldo Gastaldi  la fronte tranquilla  più su della folla,  quegli occhi di spada.  Talassano il biondino  di mento appuntito  sempre piegato dal riso  sul banco di scuola;  fu allegro davanti alla morte,  e tenne allegri i compagni.  Di tutti il più fortunato  biondino di lungo viso,  tu divenuto un giardino  di foglie aria bambini gridanti  che rinverdiscono il cuore  quando è terra bruciata.  * La scelta Dicono ch’era un sogno e che per nulla più di un sogno siete morti. E sia. Sogno per sogno in terra di dormienti scegliamo il sogno da sognare. Chi di bruto chi d’uomo. Sulla prescelta barca fare il viaggio e ritornare dove tutto ritorna. Né fiume può sostare né luna né musica. Può soltanto fuggire questa mazurca sperduto addio battendo l’ali ancora contro il mio viso e dileguare. L'articolo “Vengono i giorni che il cuore è una terra bruciata”. Elena Bono: la Resistenza in poesia proviene da Pangea.
March 26, 2026 / Pangea
Miracolo contro Necessità. Dialogo con Giancarlo Pontiggia
Qualche tempo fa, sfogliando il primo numero di “niebo”, la rivista in rivolta, ordita da Milo De Angelis. La copertina – nero su bianco – diceva “giugno 77”, si diceva – è vero – di Omero e di Paul Celan, di Hölderlin e di Gottfried Benn. Giancarlo Pontiggia compiva venticinque anni e in quel primo numero di “niebo” è il poeta più rappresentato. È difficile, per chi strologa tra fenditure di superficie, riconoscere nel poeta di allora, quello che scrive “Ah divaricata e ora dentro/ nella pietra lupestre sotto il luno/ le labbra/ il tuo stridere vento e strina la/ bocca”, il Pontiggia di oggi. Non è un caso se l’esordio di questo poeta antico e dunque perennemente giovane accada nel 1998 (Con parole remote, Guanda), vent’anni dopo quelle audacie, quelle ragazzate in versi. Eppure. Io trovo una continuità, rintraccio lo stesso discorso tra il ragazzo del “bestiario frigido e/ inquieto”, fitto di “animaletti e bestioline”, di “cielo e stelle”, e il poeta che oggi, nel suo libro più compiuto, ultimo, La materia del contendere (Garzanti, 2025), fa dire a Marco Aurelio, l’imperatore imperituro nel filosofare: > “Quando il tempo viene meno,  > e la ragione ci implora: ‘non interpellarmi più’,  > quando > nemmeno tu che hai governato il mondo,  > puoi più credere in quel mondo,  > onora la maestà del pensiero, sii fedele,  > sii > come uno che accende il fuoco,  > entra nella notte  > fa ssst,  > con il dito poggiato sulla bocca”. Quello che fa ssst, nel tempo senza tempo della poesia, è il Pontiggia ragazzo – il Pontiggia ragazzo che lancia un assist al Pontiggia di oggi – uno apre il fuoco, l’altro lo protegge: che ne imbiondiscano i sassi. Il Pontiggia ragazzo parlava di un “luogo delle fate”, scriveva – in un saggetto sgargiante per screziature grammaticali –: “Le bestioline lo azzannano, lo rodono, con la scienza del ghigno. È una corda senza nodi. Si straripa”. Io credo che La materia del contendere – titolo tratto da un passo di una poesia dall’attacco fulminante: “Tutto è pieno di dèi, di vita che pullula./ Oppure: non c’è un bel niente,/ ma un niente che pullula di sogni” – sia il punto in cui straripa la poesia di Pontiggia. Una corda senza nodi, cioè: un serpente; una corda che si fa parete di ghiaccio.  Pieno di fuoco, di fuchi del fuoco, questo libro, che ha per guardiani Eraclito e Virgilio, e diversi altri numi, numerosissimi, fatti melma, però, in un linguaggio che ha l’austerità di chi scruta gli astri, di chi fa affiorare presagi e precordi tra i dadi. A chi piace il gioco delle risonanze (un giogo, infine): veda, in controluce, il Pavese di “Leucò” (in Cos’è bene e cos’è male, ad esempio), qualche latino di fronte a un’Arcadia di rovine, frantumi di Borges, forse, i bagliori di un epigrammista, Ovidio meditato da Mandel’štam. Tuttavia, Pontiggia non è poeta di stucchi né di ‘mestiere’: è poeta avventato (cioè, che ha il vento dentro, non gli stagni odierni, artificiali), che si sporge nell’avvenire, è un poeta inattuale, del tutto, che traduce i ‘segni’ in versi.  Alcuni brani hanno il cataclisma della rivelazione; Il mondo nuovo, ad esempio: > “Chi se li ricorda, i tempi > di un tempo che fu, remoto, inaccessibile, > che compare, ogni tanto, in sogno, per chi sogna, > ancora. > Ma nessuno più sogna, credimi, > e questo è per voi, che venite di lontano, > l’ostacolo più grande: resistere > al sonno che vi invade, e annienta > la mente che ragiona. Dai sonni, lunghi e ramosi, > discendono i popoli dei sogni, che vi si appiccicano addosso, > come ragne liquorose nella cella > della mente. > Ma nessuno più sogna, qui, dal tempo > dei tempi che furono, e chi ci arriva, come voi, di lontano, > si abitua a non farne, > e così diviene simile a noi, ombra > come tutti” L’impeccabile equilibrio di Pontiggia è tale perché sempre sul punto del crollo, della brocca che non regge, del futuro in pezzi. In questo libro – così pieno di ombre, le frasche del fuoco, i suoi vessilli – il poeta s’intride nei primordi dell’uomo, dice l’uomo prima dell’uomo (“Qualcuno scende dal Pleistocene,/ appena dopo la grande glaciazione,/ dice/ che sta per giungere uno,/ un uomo, un mortale/ che aspira all’ordine dei cieli,/ cammina come se volasse…”), per scongiurarne l’incendio, forse, per un soprassalto d’assoluto.  Libro da studiare come si sondano i petroglifi, certi che oltre la pietra è carne ciò che ci artiglia, che il primate non ha il primato del linguaggio – e tutto, atrocemente, docilmente, ci parla.  La ricorrente brocca di Pontiggia fa pensare in effetti all’annaffiatoio del Lord Chandos di Hofmannsthal; anche il poeta, come quell’altro, può dire, “sento un gioco di corrispondenze entusiasmante, davvero infinito dentro e attorno a me… non v’è alcuna cosa in cui io non sia in grado di trasfondermi. Allora è come se il mio corpo fosse composto di vere cifre che dischiudono ogni cosa”. Questa continuità tra il poeta e il creato impone un continuo esilio dal dono: si è a sentinella, a protezione. È “la vita che ci assale”, scrive Pontiggia – porre un telaio nel caos, farne fuggire il filo come si rifugge da un fuoco troppo netto, dalla lama troppo tesa.  Insomma, a far tonsura di questo vagabondaggio per enigmi pretendo Pontiggia al dialogo. Da dove arriva questo libro, di ombre e di fuochi, del fiume e dell’ibisco, dell’allarme e del sussurro? Ne ricavo una via, bifronte, dalle epigrafi: si parte con Eraclito, l’oscuro, si chiude nel candore di Virgilio, ecloga decima. Insomma, dimmi.  Hai colto meravigliosamente, caro Davide, il senso delle due epigrafi, che devono essere considerate parte integrante del testo: due immagini-pensiero, due sentenze, entro le quali il libro si trova come raccolto. Il frammento eracliteo ci parla del moto incessante delle cose, e della contesa che lo governa: quello virgiliano della dimensione statica e utopica di un mondo pastorale, quasi una memoria dell’età aurea di cui aveva scritto Esiodo. Moto e quiete: due stazioni dell’animo umano, due modi della nostra percezione del mondo e del vivere. E il canestro che il pastore sta intessendo con il suo «ibisco sottile», è in fondo il libro che ho scritto: i poeti tessono da sempre i loro libri, li tessono e ritessono, e a volte anche li disfano, come una tela perenne, che è come una metafora della grande tela del mondo.  Parlano le ombre, in questo libro, “anime, stridono”, diresti. Mi viene da chiederti, allora, dove sono i morti, chi sono queste ombre che ci fanno visita e dimorano in noi, che cos’è, dunque, la morte… Sì, quante ombre, e quante visite, in questo libro. Molte affondano nella materia della mia infanzia, quasi uscissero da quel secchio che accoglie la pioggia della vita, e sta alle origini di ogni nostro sentire. A volte solo nomi, come quelli che compaiono alla fine della poesia intitolata In viaggio (Altre ombre, sogni, vento): compagni di giochi dell’infanzia, per i quali la vita fu così breve, ma colti in un momento di tregua, forse di splendore. E l’ombra di mio padre, che popola diverse delle poesie del libro, a cominciare da Una piuma d’oro, tutta intessuta intorno ad alcuni emblemi del mito – classico e poi cristiano – della Fenice. Ma ci sono anche ombre fantastiche, come quelle che vengono dalla grotta di Lascaux, o come la misteriosa voce che parla dietro la porta dell’Istmo, e racconta in pochi versi l’intera sua vita. E ombre di grandi, come Marco e Giuliano, che governarono il mondo, e si trovano all’improvviso a contemplare qualcosa che non avevano previsto. Ma questo è un libro di voci, ognuna delle quali porta con sé il proprio destino: voci che parlano, gemono, stridono, sognano, a seconda della loro natura, e del vivere che fu loro dato. Ciascuna con la sua sporta di gioie e di dolori, che s’insaccano nel gran bulicame delle cose del mondo. Ma cos’è morte, nessuno di noi lo può dire, anche se in una delle ultime poesie del libro si osa parlarne con l’unica logica possibile, che è quella del paradosso:  > «un salto  > che nessuno ha mai fatto,  > e tutti fanno». Vado a tentoni. Mi sembra che il tuo libro vada sfogliato come si sfibrano le braci del fuoco, in attesa, cioè, quasi, di una ‘rivelazione’: che sia cenere o abbaglio o bisbiglio. Già… ma quale rivelazione? Cosa insegui in questo peregrinare di fuochi, di catabasi, di sogni? Su questo libro hanno aleggiato, a lungo, le potenti immagini di un film come Ordet di Dreyer. Lo dico piano, quasi temendo di essere equivocato, ma questo è un libro traversato dai soffi dell’impensato, dove una brocca che s’infrange può tornare a ricomporsi, così come una foglia strappata dal vento tornare al suo ramo. Epifanie della speranza, mi piacerebbe chiamare queste immagini, che sembrano fare da argine al potere buio delle cose che devono seguire il loro corso. Miracolo contro Necessità. E così la morte, come nel Settimo sigillo di Bergman – un altro nume, da sempre, della mia immaginazione poetica – può anche essere distratta dal canto di nenia di una madre. Parlo della poesia intitolata A un passo da ieri, dove la Morte si posa  > «su una forcina di bimba,  > si assopisce per un po’ al dondolio di una cuna,  > di una nenia  > che sembra soffiata dentro un vetro  > una bolla  > di voce che ha il suono del vento, la luce  > della neve che scende».  Questa poesia è come la risposta alla crudele ninna nanna tratta (ma con molta libertà) da un frammento di Simonide: una ninna nanna per un bimbo che non è più, e che riposa «sotto un cielo di chiodi di bronzo». Ma questo è tutto un libro che procede per disgiunzioni e opposizioni: ed è questo il senso del contendere che il titolo esprime. Una contesa di forze che abitano il mondo come il nostro cuore. Penso alle anime che stridono, sì, ma sanno a volte parlarci con immagini di vita e di rinascita, sovvertendo ogni principio:  > «è > come essere in un nero  > che abbaglia, come  > scendere una scala, aprire una porta, trovarsi  > all’improvviso in alto»…  E anche qui, nella seconda parte della poesia, la Morte incespica, e cade (Anime, stridono). Sembri il più antico – e il più giovane, dunque – dei poeti italiani viventi, per quel dire che sa di Antologia Palatina, di stare al desco coi lirici antichi. Quali sono, in questa tua ricerca, in questa poetica, i tuoi lari, le letture, i maestri? Tantissimi, come puoi immaginare: la poesia, per me, non è mai stata un atto individuale, semmai un processo collettivo, che si stratifica nel corso dei secoli, insieme alla lingua che evolve, cambia, eppure è sempre la stessa, con le sue procedure, che sono logiche e analogiche insieme. Mi verrebbe da dire che in ogni verso di questo libro la contesa è tra immaginazione e pensiero, densità fisica e molecolare del mondo e impennate del cuore che non ci sta, e un po’ stride, un po’ canta. E i suoi lari, i lari che in una poesia compaiono per ripristinare – nella forma simbolica di una brocca – un ordine del vivere e del sentire che sta per andare in pezzi, sono soprattutto i filosofi morali che rileggo ciclicamente dagli anni della mia adolescenza: Seneca, Epitteto, Marco Aurelio, Montaigne, perfino il Nietzsche della Gaia scienza, con tutti i suoi dolorosi paradossi, i suoi patti mancati con la vita. E naturalmente i grandi tragici, che irrompono nell’età classica di Pericle mantenendo ancora intatte le energie immaginative di quella arcaica: parlo di Eschilo e di Sofocle, naturalmente, con le loro parole intinte di destino e di pietà, sorrette da una logica così inconfutabile, da poter affondare nelle acque del mistero. Mi sorprende leggere poesie che registrano le voci di Lascaux, voci pleistoceniche: quasi a cercare il punto in cui l’uomo diventò umano, il punto in cui iniziò la caduta, l’ascesa. Da dove provengono quei versi? Tocchi forse il punto decisivo del libro, che è tutto, dall’inizio alla fine, una meditazione sull’uomo e sulla sua storia. Il cuore del discorso sta, per quel che posso dire, alle pp. 63-68, dove si danno, nell’ordine, le seguenti quattro poesie: Lascaux, voce; Telai, gnomoni, yo-yo; Il mondo nuovo; Dal Pleistocene. Il mondo nuovo è quello che sta arrivando, e di cui ben poco, in realtà, sappiamo; e certo porta in sé i segni dell’infero. È un mondo laborioso e insonne, che si erge però su un vuoto inquietante, privo di desideri: un grande apiario umano disertato anche dal sogno e dalla parola. La poesia che parla di telai, gnomoni e yo-yo (un gioco dei miei anni Cinquanta, che molto fa pensare alle leggi della quantistica) è una meditazione sul tempo. Le altre due retrocedono nella misteriosa, profondissima fessura del preistorico, quasi una sorta di Rift Valley del tempo e della vita da cui salgono gemiti, voci, visioni. Poi succede che qualcuno, dal Pleistocene, scorga il futuro dell’uomo senza sapere «se è il caso di essere contento». O che un basolo della via Appia, dalla sua prospettiva, senta la fragile vanità dei processi storici, che si dissolve nella rete profonda della Natura. Ma un po’ tutto, in questo libro, parla di origini, di sacre acque, di disordini cosmici:  > «Ed è un bivacco di ere,  > che tumultuano, conglomerano. Padri  > che rotolano in altri padri. Materia  > che s’impenna, delira  > in vortici di fuoco».  > > (Dillo tu) La materia che delira è l’uomo: e in quel delirare – che etimologicamente indica semplicemente un uscire dal seminato, un contraddire delle forze in atto – è tutta la sua grandezza e la sua vanagloria. A un certo punto, l’intuire i pensieri estremi di Marco Aurelio. Perché proprio lui, l’imperatore pensatore che visse quasi sempre in guerra? A che quell’estrema rivelazione, dove pare “che il tempo non sia mai stato”? «Visse quasi sempre in guerra»: eppure volle persistere nel pensare. E non solo pensieri astratti, ma pensieri che nascevano da volti, luoghi, affetti. Il primo dei dodici libri dei suoi Ricordi è tutto composto di dediche: diciassette in tutto, e l’ultima è agli dèi. Diciassette, che in numeri romani significava morte: VIXI. Gli ho voluto prestare pensieri che nascono dalla disgregazione e dalla rovina della filosofia in cui aveva sempre creduto, che era poi lo Stoicismo nuovo di Epitteto, integralmente fondato sui valori etici. Eppure, nel penultimo di questi frammenti, Marco sente che proprio per questo bisogna continuare a onorare la maestà di una dottrina, restare fedeli a qualcosa che fu grande. L’epoca di Marco è molto simile alla nostra: un mondo sembra finire, la mente umana sembra precipitare in forme che lasciano perplesse le menti migliori, e le riempiono di una misteriosa inquietudine, ma anche di uno strano senso di attesa, come si dice nei primi due frammenti della poesia, che andranno letti congiuntamente. Come se il secondo completasse, nella mente di chi pensa, il primo, ma dopo un certo lasso di tempo. E in mezzo a quel vuoto, è tutto lo stupore dell’inaudito, lo stupore che secondo Aristotele stava all’inizio di ogni forma di conoscenza: > «Inseguendo il fruscio del vento una sera mi persi  > in un anfratto di vita nascosta»…  > «E vidi stelle che non brillano per noi, eppure brillano, > e nomi di popoli che non conosciamo».  Quale il distico, il cuneo di versi che meglio ti distingue, in questo libro, e perché? Tra le tante, scelgo una sequenza che sta proprio all’inizio del libro, ed è la strofe conclusiva della poesia intitolata Un secchio (Origini).  > C’è un cuore austero > prima di ogni verso > e sogni, e cieli, e intonaci > e tutta la vita del mondo > che stride, gorgoglia > come un ranocchio di fiume > al suo primo salto Dentro questa poesia ci sono le mie origini, che affondano in un mondo rurale: quel secchio è un secchio vero, come tutte le brocche, le scodelle, i chiodi, le stoffe, i bicchieri, le anfore che popolano il libro: oggetti primi del vivere, un po’ come le lettere e i suoni dell’alfabeto per la nostra lingua. Dentro quel secchio ci pioveva l’acqua del mondo, vera e simbolica insieme, come sempre dev’essere ciò che entra in un verso.  E dentro quell’acqua, ci sono anche le mie origini poetiche. Se parlo di un prima della scrittura, è perché credo che la poesia non sia un mero esercizio di lingua: occorre una lingua per fare poesia, ma prima ancora una visione, che viene da lontano, cioè da ben prima di noi, da una genealogia di padri e di madri, di storie e di luoghi che sono ancora qui, e popolano il nostro immaginario.  Ma questo, per come è stato scritto e mi si è mostrato a un certo punto del suo tragitto, è tutto un libro di cose prime: quelle che contano per davvero, che designano una forma del nostro essere, e trovano il loro senso – starei per dire un compimento, se la parola non rischiasse discorsi fuorvianti – nella piccola cella del nostro cuore. Di cose prime, ma anche ultime: perché ultimo non è altro che l’anello che si aggancia al primo. Bisogna mantenere la purezza prima, austera del cuore, per scrivere un verso, e lo slancio di quel ranocchio che gorgoglia al suo primo salto.  Lui è Giancarlo Pontiggia E ora? Dove cerchi? Ancora sto seguendo l’onda di questo libro, che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere il mio libro più limpido e leggibile, e che invece mi sta apparendo, dopo la pubblicazione, come il più labirintico, forse il più enigmatico fra quelli che ho scritto.  C’è qualcosa di pauroso e di luttuoso nella storia dell’uomo, che ben conosciamo, ma che le nuove forme della tecnologia stanno liberando da ogni senso di pudore e di rimorso: il futuro che ci attende sarà probabilmente un mondo feroce e anestetizzato, dominato dalla sofistica delle nuove macchine, e da una sorta di devitalizzazione dei sentimenti. Ma questa è solo una previsione, confortata dal fatto che di solito le previsioni umane non sono mai all’altezza dei fatti: e questo ci riempie di sollievo. Vorrei ricordare al lettore giovane, inevitabilmente fuorviato dal poco che ancora conosce del tempo e delle sue infinite accensioni, che i processi della storia sono soltanto una fortuita accozzaglia di possibili, alcuni dei quali entrano nel presente come se fossero più veri degli altri: ma lo diventano, non lo erano.  Come scriveva Baudelaire, L’imagination est la reine du vrai, et le possible est une des provinces du vrai(«L’immaginazione è la regina del vero, e il possibile una delle province del vero»), che è un’osservazione stupefacente, quasi una definizione di ciò che la poesia dovrebbe sempre essere, indipendentemente dal tema che assume: non puoi escludere il vero dalla tua riflessione, né fingere che la storia non ti modelli, ma neanche puoi arrenderti all’idea che il mondo sia soltanto quello che vedi. E mi viene in mente la prima parte di un frammento di Eraclito:  > «La vita è un fanciullo che gioca, che muove i suoi pezzi sulla scacchiera».  Sì, la poesia porta in sé questa energia vitale, danzante, che alla fine vince ogni malinconia: per dirla con Esiodo, sono i piedi delle Muse che battono sull’Olimpo.  *In copertina: Georgia O’Keeffe, Starlight Night, 1917 L'articolo Miracolo contro Necessità. Dialogo con Giancarlo Pontiggia proviene da Pangea.
April 24, 2025 / Pangea