
Vita e poesia di Digby Dolben, ovvero: sul calvario della giovinezza
Pangea - Monday, April 13, 2026Etereo, romantico e aureolato di sogni: così appariva ai suoi contemporanei Digby Mackworth Dolben. Un ragazzo lunare, malinconico, ma anche un poeta eccentrico, consacrato all’immortalità da un’esistenza breve e fulminea. Nuovo Chatterton, non ottenne in vita alcun successo, e neppure raccolse proseliti, ma lasciò dietro di sé l’eco di una tragedia: una “morte per acqua” – a soli diciannove anni e avvolta nel mistero – che condusse ben presto all’ipotesi di un patto suicida stretto con un compagno più giovane. La fine – giunta il 28 giugno 1867 sulle sponde del fiume Welland, vicino Stamford – è descritta dallo scrittore Simon Edge come un rituale iniziatico, un’unione di cuori-fratelli:
“Dolben era magnetico e celava nel suo animo un sottomondo romantico aperto al privilegiato in grado di infiltrarsi al suo interno, condannando chiunque altro a una misera esclusione. Immersi nei loro sogni ad occhi aperti, i due camminavano insieme sulla riva, nel dominio di Iside, come avevano fatto durante quelle giornate indimenticabili.”[1]
Annoverato fra gli ultimi poeti vittoriani, Digby Dolben era cugino del Laureato Robert Bridges.
Tramite sua intercessione, nel 1865 divenne amico del cuore – e forse oggetto di desiderio represso – del gesuita Gerard Manley Hopkins. Seconda la critica, quest’ultimo gli avrebbe dedicato due testi “proibiti” (The Beginning of the End e Where art thou friend?, 1865, infra), in cui lo esortava ad abbracciare il suo stesso credo religioso. Complici di un intenso scambio epistolare, i due sodali immaginavano la loro comunione sotto i cieli di Roma:
“Oh! È per la debolezza delle mie preghiere
Che ho deciso di farmi avanti – per il suono
Delle suppliche divine che ancora non ti hanno commosso –
E per quelle virtù che in te ho trovato,
Se avessi saputo la mia devozione, tu stesso lo avresti detto –
Per tutte queste, fa’ che ogni virtù abbondi –
Ma solo in Cristo che ti ha predestinato al suo amore.”
Per poco lo sventurato Dolben non fece in tempo ad iscriversi all’Università di Oxford – per seguire le orme di Hopkins, studente modello al Balliol College –, dov’era diretto, nel giugno 1867.
Ribelle di spirito in una famiglia di stampo anglicano, il giovane si era affiliato – in segreto, assieme a Bridges – al movimento dei Puseiti e professava la sua adesione alla Regola benedettina. In realtà, prima della morte, Dolben stava prendendo in seria considerazione la futura conversione al cattolicesimo, influenzato dai precetti di John Keble (The Christian Year, 1827), ispiratore dell’Oxford Movement.
Volubile d’umore, la sua fede era alata: c’era in lui un’ebbrezza – quasi una vertigine – che toccava le sfere del sacro con lo stupore di un bambino. Ma nel quotidiano il suo carattere indomabile creava spesso situazioni sconvenienti per i suoi tutori: il ragazzo, atteggiato a cenobita, indossava la tunica monastica, ancor prima di prendere i voti, e mentre recitava ad alta voce il suo repertorio poetico “naturale” (specie le Odi di Keats e gli Idilli di Lord Tennyson) se ne andava in giro, a piedi nudi, sull’erba dei campi scolastici.
Promessa dell’Eton College e pupillo di William Johnson Cory (autore della silloge pederastica Ionica, 1857), Dolben si fece notare, già nei giorni di scuola, per una serie di comportamenti fuori dalla norma: in particolare, una manciata di lettere d’amore spedite a un campagno di corso (vennero immediatamente intercettate dal confessore del ragazzo, come capitò più avanti con Hopkins) e, in ultimo, per lo scetticismo religioso.

Le sue poesie – composte in pochi fervidi anni, dopo un rogo di versi giovanili (di cui fu lui stesso l’artefice) – sono raccolte nella selezione postuma a cura di Robert Bridges, Poems (1911)[2], ampliata con un Memoir a sua firma nel 1915, che ne decretò la fama postuma. Difatti, l’opera di Dolben, che trovò nuova linfa nell’annus mirabilis 1865, supera di gran lunga l’“olocausto” delle sue carte:[3]
“Della produzione poetica di Dolben risalente a quel periodo non è rimasto neanche un frammento. Una sera, mentre ero seduto nella sua stanza e mi accingevo ad aprire il cassetto dove conservava le sue poesie, lui non protestò come al solito. Il cassetto era vuoto; così mi disse che le aveva bruciate tutte. Rimasi sconvolto e provai un certo rimorso al pensiero che il fastidio di vedermi leggere quei testi lo avesse spinto a distruggerli; e ho sempre rimpianto quella perdita fino all’altro giorno. Dovendo passare al vaglio tutte le sue poesie nell’ordine di composizione, mi sono reso conto per la prima volta che non vi era nulla che meritasse veramente di essere pubblicato fra gli scritti di quel periodo, nemmeno a un anno dall’‘olocausto’. La sua poesia cominciò, d’un lampo, nel 1865, quando, dopo alcuni componimenti di valore incerto, trovò la sua vena più autentica, arricchendola fino alla fine.”
Fin dalla tenerà età, il giovane poeta aveva intriso la penna alla fonte dei maestri, tenendola in bilico fra due mondi, come un esercizio di confessione e di rinascita. Scevro dei manierismi lirici che innervano l’opera di Hopkins, il corpus poetico di Dolben getta la sua àncora nella preghiera, schermando le passioni terrene attraverso la dissoluzione (o il mascheramento) dell’io.
Ciò che resta – e perdura – è un minuto libro d’ore illuminato da stilemi tardo-decadenti, in una commistione di echi classici e simboli cristiani: un’ultima offerta di fiori pallidi gettati sui suoi altari.
Pierluigi Piscopo
*
Si propongono di seguito alcuni testi rappresentativi dell’opera di Digby Mackworth Dolben, tratti da “Poems” (1911), nella traduzione di Pierluigi Piscopo:
Papaveri
Gigli, gigli non per me,
Fiori delle anime pure e dei santi –
Li ho visti in luoghi sacri
Dove l’incenso si innalza leggero,
E il sacerdote solleva il calice,
Gigli nei vasi d’altare,
Non per me.
Lasciate intatto ogni albero del giardino,
Re e regine del regno dei fiori.
Quando la sera d’estate si chiude,
Gli amanti, mano nella mano,
Andranno forse a cercare rose cremisi,
Intrecceranno ghirlande e mazzetti
In allegria.
Dai campi di grano dove ci incontrammo
Cogliete per me papaveri bianchi e rossi;
Legateli intorno alla mia mente stanca,
Spargeteli sul mio stretto giaciglio,
Intorpidendo ogni pena e dolore. –
Dormirò senza più svegliarmi,
Ma almeno dimenticherò.
*
Una preghiera
Dalla menzogna e dall’errore,
Dall’oscurità e dal terrore,
Da tutto ciò che è male,
Dal potere del diavolo,
Dal fuoco e dalla dannazione,
Dal Giudizio che verrà —
Dolce Gesù, libera
I tuoi servi per sempre.
*
Sorella Morte
O Morte, sorella mia! Ti prego, vieni a me
Per la tua dolce carità,
E sii la mia infermiera anche solo per poco;
Starò immobile questa volta,
E non ti tratterrò a lungo, quando sarà disteso,
Sotto il tasso, il mio letto:
Non chiederò gigli né rose;
Ma quando la sera si richiuderà intorno a me,
Cogli dalle rive di un ruscello un solo mazzetto
Di pallidi nontiscordardimé,
E posali nella mia mano, fino a svegliarmi,
Per amor suo;
(Poiché, se mai dovesse passare e fermarsi accanto a me,
Forse potrebbe ancora comprendere –)
Poi placa la passione e la febbre
Con un solo fresco bacio, per sempre.
Riferimenti bibliografici:
Per approfondire la vita e l’opera di Digby Dolben e i suoi rapporti con i poeti Robert Bridges e G. M. Hopkins si consigliano i seguenti volumi:
Robert Bridges, Three Friends. Memoirs of Digby Mackworth Dolben, Richard Watson Dixon, Henry Bradley, Oxford University Press, 1932.
Martin Cohen, Uncollected Poems of Digby Mackworth Dolben, Whiteknights Press, 1973.
Simon Edge, The Hopkins Conundrum: A Tragic Comedy About Gerard Manley Hopkins and Five Shipwrecked Nuns, Eye Books, 2017.
*La poesia Poppies ha ispirato al regista Will Seefried il titolo del film Lilies Not for Me (2024), un period drama dalle tinte horror ambientato in Inghilterra negli anni Venti del Novecento. In una scena del film, il protagonista Owen (Fionn O’Shea) legge i versi di Dolben al suo ex compagno di college, Philip (Robert Aramayo), come espressione del desiderio represso dai due amanti, complici di un terribile segreto.
[1] Cfr. S. Hedge, Hopkins Conundrum.
[2] Occorre precisare che l’edizione integrale di riferimento, che colma le omissioni di Bridges, è Poems and Letters of Digby Mackworth Dolben 1848–1867 (1981) a cura di Martin Cohen.
[3] Si cita qui dal Memoir redatto da Bridges.
*In copertina: Digby Mackworth Dolben (1848-1867)
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