Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha
realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è
decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il
poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo
di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di
cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora
Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel
giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il
suo diario il “4 aprile 1984”:
> “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava
> fin nelle viscere”.
Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo
riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione;
rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo.
Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella
fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi –
dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico,
utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un
diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno,
prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive
con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri
coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il
linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella
ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni
sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri
semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più –
sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera
disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare,
addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un
burattino.
Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si
sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme
a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la
moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si
contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il
romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico,
sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie
opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel
1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42
e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il
‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per
bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e
del Dottor Zivago.
Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime
– obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza
elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con
estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo
dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui –
gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino
quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell
Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito
del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico,
uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel
pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti,
ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a
precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno
troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano
scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e
ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la
creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell,
più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare
all’uomo in un’era dai tratti disumani.
Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti,
lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro
della Storia?
Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle
lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio
William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di
pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che
vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di
rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel
duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine
di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la
sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per
sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La
fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e
comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di
posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di
un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.
Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo?
Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e
polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che
nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e
penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse
scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel
dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro
che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite
del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre
coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli
eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica
che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si
dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.
Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere,
anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il
linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i
‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In
qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’?
Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di
controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i
significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a
rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa
meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si
annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e
per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un
poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa
esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma
pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con
pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel
romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati
al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo:
solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da
chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.
In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?
Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito
un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua
la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo
scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e
fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una
scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono
eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e
la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle
proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi
dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che
«l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate –
intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di
meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece
sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle
class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e
buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico,
cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie
nulla al suo fascino.
Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore?
Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il
suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere
innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro
consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una
certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità,
giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere
chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune,
l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo
perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori
orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa –
in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo
dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel
tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di
dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a
mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un
insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui,
complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette
che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità
internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e,
come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che
tirano i fili.
Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più
inconsueto, spiazzante.
Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al
romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e
della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo
scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario”
sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si
risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa
intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.
A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i
giorni in Birmania o quelli a Parigi?
Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile
quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene
infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un
periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la
polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone,
sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture
del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano,
appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una
scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a
Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la
causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi.
L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso
quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi
capolavori.
Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci
che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un
fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie,
Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.
Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben
documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne
cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è
stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza
macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio
ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la
cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di
Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo
della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.
Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia
orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.
Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto
mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora
come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che
spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa
all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un
suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni
di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla
edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava
dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà
di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la
famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida
gettato in faccia alla modernità alienante.
Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi
sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo
soltanto Burgess, a tratti).
Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia
meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro
cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello
orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985,
esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche
nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista
letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono
efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano”
è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere
colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata
mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il
racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura
in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di
semischiavitù.
Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia?
Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non
tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole
manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello
spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato
da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase
«nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»,
che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei
suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di
riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.
L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e
frainteso) di sempre proviene da Pangea.
Tag - letteratura inglese
In una delle pochissime foto che lo ritraggono, Sidney Keyes sembra una
combinazione tra un boxeur e un attore hollywoodiano alle prime armi – una
faccia da yankee, una di quelle che avrebbero popolato Coney Island in un
pomeriggio festivo degli anni Trenta. Il labbro inferiore, prominente, denota
una rapinosa fame di vita; la camicia, leggermente aperta sulla peluria del
petto, gli restituisce l’arrogante sfrontatezza della sua età.
Sidney Keyes, inglese, nasce nel 1922 in una cittadina del Kent. La scomparsa
precoce della madre e l’assenza della figura paterna sviluppano nel ragazzo uno
spiccato senso di solitudine e isolamento. La campagna del Kent e il suo
immaginario folklorico – fate, ninfe, alberi possenti e corsi d’acqua mormoranti
– sollecitano in Keyes una sensibilità romantica verso la natura, dove sempre si
aggira lo spettro della morte. Costretto da una salute cagionevole a un
domicilio coatto nella vasta casa di campagna, Keyes scopre le vaste contrade
della sua immaginazione, nutrita al tempo stesso di rustica ingenuità e antica
saggezza. Coltiva dentro di sé un’ardente mitologia personale fatta di animali,
nebbiose brughiere e cavalieri di nobile stirpe.
Il battesimo poetico, straordinariamente precoce, avviene a sedici anni
con Elegy, scritta in occasione della morte del nonno paterno, uomo di grande
carisma che si era occupato dell’educazione del nipote. Quando Keyes entra come
studente di storia a Oxford, ha già scritto almeno ottanta poesie e alcuni
componimenti teatrali. Si lega d’amicizia con Heath-Stubbs e Drummond Allison,
rileva dalla meteora poetica Keith Douglas la direzione della rivista
universitaria “Cherweell” e cura l’antologia di versi Eight Oxford Poets.
Nell’introduzione all’opera, Keyes esprime scarso entusiasmo nei confronti dei
contemporanei e della scuola audeniana. I suoi modelli sono altrove: su tutti,
svetta come un faro Rilke, poi Wordsworth e Goethe. Del grande poeta praghese
propone una suggestiva traduzione di Der Dichter. Un vago e ancestrale senso di
colpa, unito ad un interesse quasi morboso per il tema del dolore e della morte,
sembrano indicare a Keyes la direzione del suo dettato poetico. Lo attraggono le
inquiete parabole dei visionari: coloro che hanno avvertito, nello spirito ancor
prima che nell’espressione artistica, la tensione verso un altrove misterioso e
potente.
*
L’amore e la guerra irrompono insieme nella vita appartata di Keyes. Il giovane
è cresciuto, ama frequentare pub e cinematografi. I lineamenti sono più
spigolosi, i capelli si sono scuriti, le dimensioni del naso hanno tolto grazia
all’ovale del viso. Resta il colore nocciola degli occhi, sempre alla ricerca di
misteriose lontananze. Nel 1942 Keyes inizia l’addestramento militare
nell’Irlanda del Nord. In quello stesso periodo esce la sua prima raccolta
poetica, The Iron Laurel. In guerra, le testimonianze lo descrivono come avverso
alle gerarchie e intollerante alla disciplina. Le sue mani non sono fatte per
impugnare un fucile. Keyes continua a scrivere lettere, pagine di diario,
poesie. A questi mesi risalgono alcune delle opere più significative.
Nel 1943 la sua compagnia si sposta in Algeria. Quando viene ucciso in azione
vicino a Sidi Abdullah, il 20 aprile, non ha ancora compiuto ventun anni. Il
luogo della sua sepoltura è incerto.In fin dei conti, ha davvero bisogno di una
tomba la salma di un poeta? La poesia trafigge le spoglie mortali – ne escono
versi che piovono dal cielo come piccole scie di meteoriti.
*
In guerra, come in amore, ogni secondo vale come l’ultimo. Ci si aggrappa a ogni
attimo come se si sostasse sulla vetta di una montagna. In guerra, come in
amore, si resta soli, restando a contemplare il cielo notturno delle proprie
emozioni. Di tanto in tanto, lo attraversa un bagliore che rischiara per qualche
secondo le chiome degli alberi e le linee dei campi – il bengala che si leva in
cielo altro non è che la poesia. All’erta, il poeta è abituato a dimorare nella
guerra, addestrato al corpo a corpo con le parole, la grammatica, la genesi del
senso. La guerra pone il poeta nella condizione di perenne assertività verso
tutto ciò che lo circonda. Nel taccuino del poeta-soldato, tenuto accanto alla
piastrina, trovano spazio albe e diluvi di fuoco, pietre e volti bruniti dal
sole, stelle e corpi crivellati. Il soldato va alla guerra esibendo la
sfrontatezza di chi si illude immortale. Il poeta vi porta i suoi libri del
cuore. Ai versi affida la sua speranza d’invulnerabilità. Quando i barellieri
recuperano il corpo senza vita di Wilfred Owen, riverso in un canale paludoso
dell’Oise, gli trovano addosso un quaderno di poesie, i Collected Poems di John
Keats e la Bibbia.
In Sidney Keyes, come quando si legge l’Endymion di Keats, senti la promessa del
genio un attimo prima che si manifesti nella sua evidenza. In lui, diamanti di
poesia s’alternano a versi di un’ispirazione ancora incantevolmente acerba.
Senti l’adolescenza del giovane, cresciuto e fortificato nell’altare della
solitudine, intravedi il fiorire di una sensibilità lunare incline a una
rarefatta e sognante malinconia.
C’è qualcosa di affascinante e conturbante nell’immagine del poeta-soldato.
Forse, l’ossimoro stesso racchiuso nella figura del poeta – dall’indole
contemplativa – al quale si impone di confrontarsi con la furia sanguinosa della
storia. Sidney Keyes entra nella vita nel momento stesso in cui essa viene messa
a repentaglio, infine annientata. Resta la poesia e, dentro la poesia, l’amore.
Forse, come nella chiusa di una delle sue più celebri composizioni, Keyes ha
davvero visto i giardini e i palazzi di giada, i cortili e le porte scolpite. Ha
incontrato davvero la sua amata, né orgogliosa né riluttante. Poi, la sabbia del
deserto gli ha serrato gli occhi e la bocca.
Lorenzo Giacinto
***
Consigli per un viaggio
Borbotta il tamburo di guerra, presto dobbiamo partire
in cerca del paese dove sembra che la gioia
sbocci come un fiore tra le rocce, per conquistare
la favolosa montagna dorata della nostra pace.
Amici miei, privi di arte e bussola,
siamo troppo giovani per fare gli esploratori,
né abbiamo la ferrea certezza che guidava
i nostri padri verso il Nord del proprio compimento.
Dunque non prendete provviste, dimenticate le vostre case,
resti solo la cieca e ostinata speranza di seguire
questa landa desolata. I pensosi seminano le loro ossa
nei ventosi affamati campi dello sconforto.
Non guardate mai indietro, né troppo oltre
il bianco Everest del vostro desiderio;
la pietraia frana sotto i piedi, mai raggiungerete
le esili vette dove transitano solo le nuvole.
Altri sono giunti prima di voi. Gli immortali
vivono come riflessi e i loro volti gelati
vi daranno il coraggio di ignorare il sottile
sogghigno della genziana e del sasso consunto dal gelo.
Le trombe piangono la morte, sibilano venti affilati.
Affrontate la roccia; andate, uscite
nelle guaste terre di battaglia, verso le nebbiose mura
del futuro. Amici miei, liberatevi dalle paure.
Andate avanti, amici miei, il corvo non sarà cattivo segno;
spezzate la rabbia delle nuvole con i vostri immutati volti.
Forse, troverete il sogno oltre la collina –
mai la terra di Canaan, né nessuna montagna dorata.
*
Il giardiniere
Se tu venissi in un giorno
come questo, tra le linee rosa e gialle
dei tulipani pappagallo, io sarei il tuo amante.
I miei stivali brillano mentre battono sulla ghiaia sciocca.
Oh vieni, questo è il tuo giorno.
Se tu posassi la tua mano, foglia venata,
sulla mia mano squadrata, io accarezzerei
la sua forma, e questo mi basterebbe.
Osservo gli afidi che lavorano sulla rosa.
Il tempo mi scivola tra le dita come una foglia.
Somigli forse agli angeli silenziosi e dagli occhi chiari
che seguono i bambini? Il tuo viso è un fiore?
Gli amanti e i mendicanti lasciano il parco –
e ancora tu non vieni. I cancelli stanno chiudendo.
Oh, è terribile sognare gli angeli.
*
Il lamento di Didone per Enea
Lui non ha mai amato il furore del sole
né i mari limpidi.
È venuto con armi da eroe e occhi da torello,
temendo nulla se non i suoi dèi petulanti.
Non ha mai amato le spiagge dal suono cavo
né ha riposato con agio in letti scolpiti.
Il fumo soffia sopra i flutti, l’alta pira attende.
La sua mente era un muro vuoto che rimandava echi,
non certo così sottile come le fiamme avvolgenti.
Non ha mai amato i miei occhi selvatici né i colombi
che abitavano le mie porte.
*
Il poeta (Una rilettura di Der Dichter di Rilke)
Il tempo mi scivola via: i colpi d’ala dell’ora
mi feriscono e allontanano la mia pace.
Solo io. Eppure quale strana potenza
abita tutta la mia vita, la mia notte, il mio giorno?
Senza casa e senza amata vivo
in nessun luogo sicuro, privo di ogni centro:
mi dono interamente, e in questo abbandono
io possiedo il mondo.
*
Poeta di guerra
Sono l’uomo che cercava la pace e ha trovato
i propri occhi irti di spine.
Sono l’uomo che brancolava tra le parole e ha trovato
una freccia nella mano.
Sono il costruttore le cui solide mura circondano
una terra che scivola via.
Quando mi ammalo o impazzisco
non deridetemi né incatenatemi:
quando protendo le mani verso il vento
non gettatemi a terra:
anche se il mio volto è un libro bruciato
e una città devastata.
*
Sonetto per Lady Elizabeth Hastings
Non avrei mai pensato, mia cara,
che ci avresti lasciati per quella terra di cui tanto si parla:
tu che vivevi sempre in mezzo alle favole
e sorridevi alla morte come a uno scherzo mal riuscito.
Deve essere più difficile – molto più difficile –
per un’ombra istruita, in quel regno senza lettere:
prego che i morti cinguettanti volteggino innocui,
salvandoti dall’umido contagio della tristezza.
È duro per me, tuo devoto allievo,
non poter più confrontare splendore vivente
con il tuo volto ormai avvolto nel sudario:
non credevo che i miei occhi dovessero attendere tanto
per ritrovarti nel luogo del ballo.
Ma tu scuoterai anche il purgatorio, mostrando ai morti
l’espressione della tua grazia ribelle.
Traduzione di Lorenzo Giacinto
*In copertina: il fronte africano della Seconda guerra, truppe “alleate” in
azione contro reparti tedeschi; 27 novembre 1942
L'articolo “Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes proviene
da Pangea.
Un sapere oscuro, «un sapere dalle tenebre» che si travasa in levità, una
segreta rispondenza degli elementi in metamorfosi accanita, la loro caducità
o transience, un senso del tempo che prevede l’estensione dell’istante e lo
squadernarsi di una dimensione del Bello che aspira a una metafisica
sensuosa: sono i tratti di più immediata, e calda, adesione al poeta inglese
delle grandi altezze e dal destino fulmineo, quale fu Rupert Brooke, giovane
meraviglioso capace di creare «una mescolanza singolare di canto delle sfere e
fango, bianche ali d’angelo e pesantezza terrestre», stimato dai fertili ingegni
dell’epoca, da Henry James al miglior fabbro Pound, e che a Grantchester,
villaggio poco fuori Cambridge che ha ospitato anche Chaucer e Byron, Milton e
Coleridge, riuniva una comunità di spiriti eletti tra «picnic e tè al cottage
sul fiume, dotte letture sul prato e spericolate nuotate nudi nel fiume in
omaggio agli antichi greci, secondo gli insegnamenti di Jane Harrison».
Brooke compose i suoi versi in una manciata d’anni in cui riuscì anche a
viaggiare tra gli Stati Uniti e il Canada, e poi verso Waikiki, dove
«un ukulele freme e piange/ E pugnala di dolore la buia ferocia della notte», le
Samoa, le Figi, la Nuova Zelanda, Tahiti alla ricerca di Gauguin.
Poi tornò, perché «stanco dell’immensità».
Vide pubblicati solo i Poems 1911, con una cinquantina di poesie. Il resto uscì
postumo grazie a Edward Marsh. In guerra, il giovane contrasse un’infezione
degenerata in setticemia. Morì nei pressi dei Dardanelli, nel 1915, e venne
sepolto a Sciro.
Circa un mese prima della morte, una delle sue poesie più celebri fu citata dal
«Times Literary Supplement» e letta dal diacono della Cattedrale di St. Paul, la
domenica di Pasqua: era Il soldato, straziante e limpida. La sua fama crebbe
fino alle stelle.
Scrittrice e appassionata ritrattista di autori e poeti anglosassoni, tra cui
Byron e Virginia Woolf, Paola Tonussi si è a lungo occupata anche di Rupert
Brooke, a partire dal volume antologico dedicato ai War Poets, tra i quali
l’«angelo dallo sguardo di cristallo e il fisico di un dio greco» si è
guadagnato un posto di spicco per i pochi versi che l’hanno accreditato nel
pantheon dei giovani immortali (senza però che venissero acclarate la densità e
la preziosa trama del suo poetare) e tratteggiando un dettagliato e partecipe
profilo biografico in Lo splendore delle ombre (entrambi per le Edizioni Ares).
Ora, Tonussi licenzia tutte le Poesie (InternoPoesia, 2025) attingendo a una
parola rotonda e alla grazia, sì, la grazia di una lingua che canta e riesce a
star dietro a quell’«intollerabile splendore d’ali», alle «ore d’oro». Tonussi
si appaia all’inglese, ne imita le cadenze e diventa angelo femmina compagno
dell’Arcangelo, come il postfatore, l’ispirato Silvio Raffo chiama il cherubino
biondo dalla fama fulgente e dalle ore brevi, il ragazzo che ha trascritto il
suo sentire vasto in ascolto di tutto ciò che vibra e vive, riuscendo a mostrare
i conturbanti paesaggi notturni dove dimora la brama vigorosa che ci restituisce
amanti in perenne attività desiderante, in «una notte inconfessabile» dove «Dio
dorme» e «le nere distese inquiete del mare» chiamano o le oscurità si muovono
profumate e tremanti. La tela poetica di Brooke è un incanto, respira sempre
come fosse in vetta, non si abbassa, non è mai cupa, semmai viene solo
dolcemente increspata da un presentimento che agita le profondità.
“La sua poesia ci appare senza tempo, fuori da ogni tempo” scrive Tonussi.
Ha ragione. Brooke ha l’eleganza classica, quella limpidezza tesa ad arte capace
di aprirsi a qualunque lettore. Conserva il respiro della gioventù, e quindi
dell’ideale, lo intesse all’anelito eternizzato, aere perennius, verso quanto
trascende la caducità umana. Il sole non si spegne mai sulle sue terre perché
cresce sempre in una «bianca e prodigiosa alba», dove l’oro poi deborda tra
foschia e splendori, o in un’alba che «si risveglia rosso sangue», oppure si
inabissa oltre il giorno, amaro, con i pini che si stagliano «contro il cielo
chiaro del nord/ Stupendi e immoti, con le nere/ Teste affilate contro la quiete
di quel cielo», in un momento in cui non si desidera più morire.
«Strano connubio è questo, tra una sorta di Gozzano d’Albione e i cruenti e
violenti elisabettiani, accostati alla grazia metafisica di Marvell e al
grandioso blanck verse di Marlowe» riprende Tonussi, senza dimenticare John
Donne, altro poeta cardine del suo universo lirico. Ecco allora che l’amore
respira innalzando anche chi assiste all’ascensione di due anime ricongiunte
dopo la morte, «la dirompente estasi» del loro fuoco: «E i deboli cuori privi di
passione bruceranno// Avvizzendo in quel grandioso bagliore,/ Finché l’oscurità
sbarrerà il cielo;/ E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –/ Per un secondo,
cosa significa amare» scrive Brooke in Dust. In quest’ultima poesia, anticipa i
temi dell’altro componimento riguardante il cielo, Clouds, in cui le nuvole si
fanno «evanescenti ancelle dei nostri cari trapassati», dice Raffo. In
postfazione, l’anglista si sofferma sui due poli evidenti dell’opera poetica di
Brooke, l’acqua e l’aria, prendendo a testimonianza The fish e Clouds, appunto.
Rupert Brooke ritratto da Sherill Schell, aprile 1913
Si potrebbe dire, poi, che i due elementi si sfiorano toccando terra
in Dining-Room Tea, dove la scena si anima con le persone amate – tu, tu e tu –
nel fremito della luce che mima quello delle cose destinate a svanire, mentre in
aria si lancia «la danza degli istanti», almeno finché al poeta, imperioso, non
si palesa «l’attimo immortale». Ed è l’apnea, ogni cosa si sospende. Solo una
pausa perché poi tutto rifluisce, il Tempo torna a strisciare e il mutamento si
richiude sul giovane, come sonno. «Non hai mai saputo che mi ero spinto/ Lontano
mille miglia, e vi ero rimasto/ Un milione di anni» dice Brooke all’amata,
chiusa nel paradiso della sua inconsapevolezza. Un bagliore appena, la coscienza
che rischiara i dirupi del sonno dove si compiono «cupe estasi», come in Fish,
quelle d’amore, e «Traslucidi tremolii illuminano/ Trasparenza di tenebre alla
deriva»: il «sapere delle tenebre», appunto, che si svoltola dagli amplessi, in
notti impenetrabili dove «sola delizia è il ritmo» e «la musica è/ Lo stupendo
pulsare del sangue». Una folgorazione, per Brooke, grazie alla quale gli abissi
dell’amore e della conoscenza si fanno carne in una stanza, quella
di Dining-Room Tea, sfiorata dal «balbettio di luci ineffabili», tra risa e
scherzi, oltre la morte che insegue gli amanti così che i Morti possano non più
morire, ma restare in cielo, come le nuvole, Clouds, nel petto dei loro cari a
guardare da lassù «gli uomini, che vanno e vengono sulla terra», simili alle
foglie omeriche.
Quanti echi antichi e futuri, di voci poetiche passate e di altre a venire, si
ritrovano tra questi versi cesellati e belli. Su tutti quelli di un Amore
custodito tra le pieghe della Poesia, che eternizza anche ciò che svampa: né il
marmo né gli aurei monumenti dei principi, secondo Shakespeare, sopravvivranno
alle sue rime, ma l’amato sì, «più luminoso/ che in sudicia pietra insozzata dal
tempo».
Rossella Pretto
**
È nata la Italian Rupert Brooke Society, una società regolarmente registrata con
il logo presso la Camera di Commercio di Verona, dedita a indagare la figura del
poeta inglese – travisata nella sua essenza per i sonetti che gli hanno dato la
fama ma che non lo rappresentano appieno – e la sua contemporaneità, consentendo
altresì di approfondire i colleghi poeti, i musicisti, il gruppo di Bloomsbury,
ma anche i decadenti suoi maestri, il fenomeno dell’antologia Georgian Poetry e
i War Poets. Così «We few we happy few, we band of brothers» – noi pochi, noi
pochi e felici, noi compagnia di fratelli – abbiamo deciso di riunirci e far
convergere i nostri studi e le nostre ricerche verso un centro comune, e abbiamo
fondato questa Society, una specie di micro monastero medieval-moderno sotto
l’egida di Rupert Brooke, che ha messo in atto varie collaborazioni e dialoghi
con altri enti (la Società Letteraria di Verona, il gruppo finanziario
Protection & Growth, l’Archivio Tommasoli, e altre società che si occupano di
autori britannici).
I soci fondatori contano: Paola Tonussi (presidente e ideatrice della Society,
anglista e traduttrice che ha approntato la prima biografia italiana di Rupert
Brooke: Lo splendore delle ombre e la traduzione delle Poesie); Silvio Raffo
(vice-presidente, traduttore di Emily Dickinson e altre poetesse americane),
Mario Martino (professore di Letteratura inglese presso la Sapienza, i cui
interessi di ricerca si concentrano sulla lirica elisabettiana e la letteratura
di Otto-Novecento), Rossella Pretto (traduttrice e scrittrice che sta curando
l’opera di Alice Oswald in Italia), Nicola Guerini (direttore d’orchestra,
presidente del Festival internazionale Maria Callas), Cristina De Piante
(illuminata editrice di progetti innovativi che si impegna a riportare in vita
testi dimenticati o particolari), Pierluigi Piscopo (giovanissimo studioso di
Brooke, il primo a laurearsi con una tesi su Rupert Brooke in Italia).
***
Dust
When the white flame in us is gone,
And we that lost the world’s delight
Stiffen in darkness, left alone
To crumble in our separate night;
When your swift hair is quiet in death,
And through the lips corruption thrust
Has stilled the labour of my breath –
When we are dust, when we are dust! –
Not dead, not undesirous yet,
Still sentient, still unsatisfied,
We’ll ride the air, and shine, and flit,
Around the places where we died,
And dance as dust before the sun,
And light of foot, and unconfined,
Hurry from road to road, and run
About the errands of the wind.
And every mote, on earth or air,
Will speed and gleam, down later days,
And like a secret pilgrim fare
By eager and invisible ways,
Nor ever rest, nor ever lie,
Till, beyond thinking, out of view,
One mote of all the dust that’s I
Shall meet one atom that was you.
Then in some garden hushed from wind,
Warm in a sunset’s afterglow,
The lovers in the flowers will find
A sweet and strange unquiet grow
Upon the peace; and, past desiring,
So high a beauty in the air,
And such a light, and such a quiring,
And such a radiant ecstasy there,
They’ll know not if it’s fire, or dew,
Or out of earth, or in the height,
Singing, or flame, or scent, or hue,
Or two that pass, in light, to light,
Out of the garden, higher, higher…
But in that instant they shall learn
The shattering ecstasy of our fire,
And the weak passionless hearts will burn
And faint in that amazing glow,
Until the darkness close above;
And they will know – poor fools, they’ll know! –
One moment, what it is to love.
December 1909 – March 1910
Polvere
Quando in noi la fiamma chiara sarà scomparsa,
E la gioia del mondo perduta
C’irrigidiremo al buio, lasciati
A sgretolarci separati, ciascuno nella propria notte;
Quando i tuoi mobili capelli si fermeranno nella morte,
E sospinto tra le labbra il disfacimento
Avrà bloccato lo sforzo del mio respiro –
Quando saremo polvere, quando saremo polvere! –
Non morti, non ancora privi di desideri
Eppure senzienti, ancora insoddisfatti,
Cavalcheremo l’aria, brilleremo volteggiando
Presso i luoghi in cui siamo morti,
E danzeremo come polvere davanti al sole,
Con lievi piedi e senza confini,
Andremo svelti di strada in strada, di corsa
Per gli incarichi del vento.
E ogni granello di polvere, per terra o nell’aria,
Andrà veloce e lucente, in giorni a venire,
E come pellegrino straniero viaggerà
Per sollecite e invisibili vie,
Non riposerà o dormirà
Finché, oltre il pensiero, oltre la vista,
Un granello della polvere che sarò io
Incontrerà un atomo che sei stata tu.
Allora in un giardino riparato dal vento,
Nel tepore dei bagliori ultimi al tramonto,
Coloro che si amano tra i fiori sentiranno,
Dolce e strana inquietudine, crescere
La pace; e, lasciato ogni desiderio,
Tanta bellezza nell’aria,
E tanta luce e tanti canti,
E quella radiosa estasi,
Non sapranno se sarà fuoco o rugiada,
Proveniente dalla terra o dal cielo,
Se canto o fiamma, profumo o colore,
O due che passano, nella luce, alla luce,
Superato il giardino, sempre più in alto, in alto…
Ma in quell’istante conosceranno
La dirompente estasi del nostro fuoco,
E i deboli cuori privi di passione bruceranno
Avvizzendo in quel grandioso bagliore,
Finché l’oscurità sbarrerà il cielo;
E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –
Per un secondo, cosa significa amare.
Dicembre 1909 – marzo 1910
***
The Fish
In a cool curving world he lies
And ripples with dark ecstasies.
The kind luxurious lapse and steal
Shapes all his universe to feel
And know and be; the clinging stream
Closes his memory, glooms his dream,
Who lips the roots o’ the shore, and glides
Superb on unreturning tides.
Those silent waters weave for him
A fluctuant mutable world and dim,
Where wavering masses bulge and gape
Mysterious, and shape to shape
Dies momently through whorl and hollow,
And form and line and solid follow
Solid and line and form to dream
Fantastic down the eternal stream;
An obscure world, a shifting world,
Bulbous, or pulled to thin, or curled,
Or serpentine, or driving arrows,
Or serene slidings, or March narrows.
There slipping wave and shore are one,
And weed and mud. No ray of sun,
But glow to glow fades down the deep
(As dream to unknown dream in sleep);
Shaken translucency illumes
The hyaline of drifting glooms;
The strange soft-handed depth subdues
Drowned colour there, but black to hues,
As death to living, decomposes –
Red darkness of the heart of roses,
Blue brilliant from dead starless skies,
And gold that lies behind the eyes,
The unknown unnameable sightless white
That is the essential flame of night,
Lustreless purple, hooded green,
The myriad hues that lie between
Darkness and darkness!…
And all’s one.
Gentle, embracing, quiet, dun,
The world he rests in, world he knows,
Perpetual curving. Only – grows
An eddy in that ordered falling,
A knowledge from the gloom, a calling
Weed in the wave, gleam in the mud –
The dark fire leaps along his blood;
Dateless and deathless, blind and still,
The intricate impulse works its will;
His woven world drops back; and he,
Sans providence, sans memory,
Unconscious and directly driven,
Fades to some dank sufficient heaven.
O world of lips, O world of laughter,
Where hope is fleet and thought flies after,
Of lights in the clear night, of cries
That drift along the wave and rise
Thin to the glittering stars above,
You know the hands, the eyes of love!
The strife of limbs, the sightless clinging,
The infinite distance, and the singing
Blown by the wind, a flame of sound,
The gleam, the flowers, and vast around
The horizon, and the heights above –
You know the sigh, the song of love!
But there the night is close, and there
Darkness is cold and strange and bare;
And the secret deeps are whisperless;
And rhythm is all deliciousness;
And joy is in the throbbing tide,
Whose intricate fingers beat and glide
In felt bewildering harmonies
Of trembling touch; and music is
The exquisite knocking of the blood.
Space is no more, under the mud;
His bliss is older than the sun.
Silent and straight the waters run.
The lights, the cries, the willows dim,
And the dark tide are one with him.
Munich, March 1911
Il pesce
Vive in un freddo mondo curvo
E ondula per cupe estasi.
Dolce e lussuoso un furtivo abbandono
Modella l’intero universo che sente,
Conosce e che per lui esiste; la corrente limitata
Gli chiude il ricordo, gli abbuia il sogno
Che lambisce le radici del lido e scivola
Fiero per maree senza ritorno.
Quelle acque silenziose compongono per lui
Un mutevole mondo che fluttua e s’appanna,
Dove masse ondeggianti si gonfiano attonite e
Misteriose, e una forma dietro l’altra
Muore in un attimo in spirali e avvallamenti,
E forma e linea e solido inseguono
Solido e linea e forma per sogni
Irreali lungo il flusso eterno;
Mondo oscuro, mondo mutevole,
Tondo, o teso sottile, increspato,
Serpeggiante o simile a irradiare di frecce,
A sereni passaggi o a strettoie marzoline.
Là onda sfuggente e lido si confondono,
E così alghe e fango. Non raggio di sole,
Ma bagliore dopo bagliore svanisce nel profondo
(Come sogno in sogno ignoto nel sonno);
Traslucidi tremolii illuminano
Trasparenza di tenebre alla deriva;
La strana morbida profondità vi assoggetta
Il colore affogato, ma il nero in vari toni,
Come la morte in vita, si scompone –
Rosso cupo al cuore delle rose,
Blu brillante di morti cieli senza stelle,
E oro che brilla dietro le palpebre,
L’ignoto innominabile e cieco biancore
Che è la fiamma prima della notte,
Porpora opaca, verde incappucciato.
La miriade di toni tra
Buio e buio!…
E tutto è un’unica cosa.
Delicato, avvolgente, calmo, grigio,
Il mondo in cui riposa, il mondo che conosce,
Eternamente curvo. Solo – si solleva
Un vortice in quell’ordinata cascata,
Un sapere dalle tenebre, un’alga
Che chiama nell’onda, scintillio nel fango –
Il buio fuoco gli scorre nel sangue;
Eterno e immortale, cieco e immoto,
L’intricato impulso compie la propria volontà;
Il suo avviluppato mondo retrocede; e lui,
Senza provvidenza o memoria,
Inconsapevole e dall’istinto mosso,
Svanisce in qualche umido paradiso.
O mondo delle labbra, O mondo del sorriso,
Dove svelta è la speranza e il pensiero la rincorre,
O luci nella notte chiara, o pianti
Che alla deriva spingono le onde e tenui
Si levano alle stelle che luccicano in alto,
Voi conoscete le mani, gli occhi dell’amore!
La lotta delle membra, l’abbraccio cieco,
La distanza infinita, e il canto
Nel soffio del vento, una fiammata di suono,
Il fulgore, i fiori, e la vastità vicina
All’orizzonte, e le altezze sovrastanti –
Voi conoscete la vista, il canto dell’amore!
Ma là la notte è impenetrabile, e
L’oscurità è fredda, strana e spoglia;
Senza mormorii gli abissi segreti;
E sola delizia è il ritmo;
E vi è gioia nel sussulto della corrente,
Le cui dita intrecciate battono e scivolano
Nello sconcerto di armonie udite e
Appena sfiorate; la musica è
Lo stupendo pulsare del sangue,
Lo spazio non esiste più, sotto il fango;
La sua felicità è più antica del sole.
Silenziose e piane scorrono le acque.
Le luci, le grida, le alghe scure
E la corrente cupa sono tutt’uno con lui.
Monaco, marzo 1911
Dining-Room Tea
When you were there, and you, and you,
Happiness crowned the night; I too,
Laughing and looking, one of all,
I watched the quivering lamplight fall
On plate and flowers and pouring tea
And cup and cloth; and they and we
Flung all the dancing moments by
With jest and glitter. Lip and eye
Flashed on the glory, shone and cried,
Improvident, unmemoried;
And fitfully and like a flame
The light of laughter went and came.
Proud in their careless transience moved
The changing faces that I loved.
Till suddenly, and other whence,
I looked upon your innocence.
For lifted clear and still and strange
From the dark woven flow of change
Under a vast and starless sky
I saw the immortal moment lie.
One instant I, an instant, knew
As God knows all. And it and you
I, above Time, oh, blind! could see
In witless immortality.
I saw the marble cup; the tea,
Hung on the air, an amber stream;
I saw the fire’s unglittering gleam,
The painted flame, the frozen smoke.
No more the flooding lamplight broke
On flying eyes and lips and hair;
But lay, but slept unbroken there,
On stiller flesh, and body breathless,
And lips and laughter stayed and deathless,
And words on which no silence grew.
Light was more alive than you.
For suddenly, and otherwhence,
I looked on your magnificence.
I saw the stillness and the light,
And you, august, immortal, white,
Holy and strange; and every glint
Posture and jest and thought and tint
Freed from the mask of transiency,
Triumphant in eternity,
Immote, immortal.
Dazed at length
Human eyes grew, mortal strength
Wearied; and Time began to creep.
Change closed about me like a sleep.
Light glinted on the eyes I loved.
The cup was filled. The bodies moved.
The drifting petal came to ground.
The laughter chimed its perfect round.
The broken syllable was ended.
And I, so certain and so friended,
How could I cloud, or how distress,
The heaven of your unconsciousness?
Or shake at Time’s sufficient spell,
Stammering of lights unutterable?
The eternal holiness of you,
The timeless end, you never knew,
The peace that lay, the light that shone.
You never knew that I had gone
A million miles away, and stayed
A million years. The laughter played
Unbroken round me; and the jest
Flashed on. And we that knew the best
Down wonderful hours grew happier yet.
I sang at heart, and talked, and eat,
And lived from laugh to laugh, I too,
When you were there, and you, and you.
Tè in salotto
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu,
La felicità coronava la notte; anch’io,
Che sorridevo e guardavo nel gruppo,
Ho visto la luce della lampada tremare e cadere
Sul piatto, i fiori e il tè versato,
La tazza e la tovaglia; e insieme
Abbiamo lanciato in aria la danza degli istanti
Tra scherzi e luccichii. Nel fulgore
Balenavano labbra brillanti e occhi commossi,
Incuranti, immemori;
E a sprazzi come una fiamma
La luce dei sorrisi andava e veniva.
Fieri nella loro beata caducità si muovevano
I volti fragili che amavo.
Finché all’improvviso, e come altrove,
Ho riflettuto sulla tua innocenza.
E chiaro, immobile e remoto
Alto sul buio e variegato flusso del mutamento,
Sotto il cielo vasto e senza stelle
Ho visto stendermisi davanti l’attimo immortale.
In un istante, un istante reso io stesso, ho saputo
Ogni cosa come Dio. E questo e te
Al di sopra del Tempo, oh, cieco! Ho visto
Da imperturbabile immortalità.
Ho visto la tazza d’alabastro; il tè,
Flusso ambrato, sospeso in aria;
Ho visto il bagliore del fuoco,
La fiamma dipinta, il fumo congelato.
Non più la luce del lampadario cadeva
Su occhi, labbra e capelli che si muovevano;
Ma ferma, lì, dormiva inviolata
Su carne ferma, corpi senza respiro,
E labbra e sorrisi fissi e immutabili,
E parole su cui non sarebbe cresciuto il silenzio.
La luce era più viva di te.
Perché all’improvviso, e come altrove,
Ho guardato la tua meravigliosa bellezza.
Ho visto l’immobilità e la luce,
E te, maestosa, immortale, chiara,
Nella tua sacra lontananza; e ogni bagliore
Aspetto e scherzo, pensiero e tinta
Liberati dalla maschera della fuggevolezza,
Trionfanti nell’eternità,
Immoti, immortali.
Attoniti infine
Si sono fatti gli occhi umani, più debole
La forza mortale; e il Tempo ha ricominciato a strisciare.
Il mutamento si è chiuso su di me come sonno.
La luce brillava di nuovo sugli occhi che amavo.
La tazza era colma. I corpi si muovevano.
Il petalo alla deriva aveva toccato terra.
La risata risuonava nella sua voluta perfetta.
La sillaba spezzata era conclusa.
E, nella sicurezza della mia amicizia,
Come potrei confondere o rattristare
Il paradiso della tua inconsapevolezza?
O agitarmi all’incantesimo del Tempo,
Balbettio di luci ineffabili?
La tua sacra eternità,
La fine senza tempo, che mai hai conosciuto,
E il regno della pace, lo splendore della luce.
Non hai mai saputo che mi ero spinto
Lontano mille miglia, e vi ero rimasto
Un milione di anni. L’eco delle risate
Continuava intorno a me; e lo sfolgorare
Degli scherzi. E noi, che già avevamo il meglio,
In ore meravigliose siamo stati ancora più felici.
Ho cantato di cuore, parlato e mangiato,
E vissuto di sorriso in sorriso, anch’io,
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu.
Clouds
Down the blue night the unending columns press
In noiseless tumult, break and wave and flow,
Now tread the far South, or lift rounds of snow
Up to the white moon’s hidden loveliness.
Some pause in their grave wandering comradeless,
And turn with profound gesture vague and slow,
As who would pray good for the world, but know
Their benediction empty as they bless.
They say that the Dead die not, but remain
Near to the rich heirs of their grief and mirth.
I think they ride the calm mid-heaven, as these,
In wise majestic melancholy train,
And watch the moon, and the still-raging seas,
And men, coming and going on the earth.
The Pacific, October 1913
Nuvole
Nella notte blu le loro schiere infinite premono
In silenzioso tumulto per pause, onde e flutti,
Ora percorrono l’estremo sud, ora alzano cerchi di neve
Fino alla bellezza nascosta della bianca luna.
Alcune si fermano nella loro tomba e vagano senza compagne,
Poi si volgono con gesto profondo, vago e lento,
Come a invocare il bene per questo mondo,
Benedizione che scompare in quello stesso istante.
Dicono che i Morti non muoiano, ma restino
Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria.
Penso cavalchino la calma del cielo, come loro,
In malinconica processione di solennità e saggezza,
E guardino la luna e i mari ancora in tempesta
E gli uomini, che vanno e vengono sulla terra.
Il Pacifico, ottobre 1913
Traduzione di Paola Tonussi
In copertina: Rupert Brooke ritratto da Sherrill Schell, 1913
L'articolo “Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore
del genio proviene da Pangea.
Le metamorfosi sono il libro-zenit della cultura occidentale. Il ‘tono’ di
Ovidio, allo stesso tempo, spalanca la via alla novellistica, alla fiaba – da
Boccaccio a Basile al fantasy odierno – come alla rinascita della sapienza
‘pagana’ – dalla festosa corte medicea orientata da Ficino e da Poliziano a
Robert Graves. Dalla radice ovidiana – egualmente ironica e mistica, un
pullulare di maschere che, in fondo, smaschera la nudità del dio – si dipartono
Giordano Bruno e Lord Byron, Cesare Pavese e Oscar Wilde. Le metamorfosi – che
hanno al contempo la proprietà del libro sacro e del libro dissacrante – sono la
bussola intorno a cui Ezra Pound ha orientato i Cantos (secondo una formula
ripetuta e tritata, la traduzione delle Metamorfosi a cura di Arthur Golding,
edita a metà del Cinquecento, è, a dire di ‘Ez’, The most beautiful book in the
English language) e Norman O. Brown – in opposta marcia politica – ha forgiato
la propria idea di una completa trasmutazione dello spirito (si legga,
almeno, Apocalypse And/or Metamorphosis).
A differenza di altri ‘classici’, differentemente capitali – Eschilo, Lucrezio,
Lucano – Le metamorfosi è un libro che attecchisce, con metamorfica levità, in
ogni tradizione. È un libro-camaleonte, un libro-salamandra che non si studia
per mera curiosità culturale o per tributare un culto alla bellezza – cosa che
accade, per dire, ai “lirici” greci o ai “tragici” – ma perché, leggendolo, ci
pare che squaderni un segreto, che squarci un velo. Che a compiere quest’opera
di svelamento sia, in fondo, un esteta, un giocoliere del linguaggio, un poeta
teso, sempre, tra la burla e il bolide, tra l’inganno e l’intrigo, un poeta
carnale più che un uomo ‘pneumatico’, è uno scherzo della provvidenza.
A dire della sempiterna ‘novità’ di Ovidio – e della necessità di ‘massacrare’
i classici fino al punto supremo di esplosione: nel 1994 i poeti Micheal Hofmann
e James Lasdun curano per Farrar, Straus and Giroux After Ovid: New
Metamorphoses. In sostanza: i due reclamano alcuni tra i poeti più importanti
del tempo a una ‘riscrittura’ dei miti ovidiani. Al libro partecipano, tra i
tanti, Seamus Heaney e Thom Gunn, Charles Simic, Paul Muldoon, Robert Pinsky. Il
più entusiasta è Ted Hughes. Il poeta inglese – eletto Poet Laureate del regno
dieci anni prima – aveva già sperimentato la traduzione lavorando nell’opera di
Seneca e in quella di Eschilo: autori a lui congeniali per potenza simbolica e
scintillio di sangue. Poeti-sapienti – il greco, edotto nei misteri dell’altro
mondo; il latino, esperto nei poteri di questo mondo – incapaci in ornamento
lirico, che sprofondano nei vortici del conoscere, addestramento a spine e a
ululati.
A che Ovidio, dunque? “Me la sono goduta! Una vacanza in una casa di risposo…”,
scrive Hughes a un’amica dicendo del suo tradurre. Preso dall’esercizio –
liberatorio quando non illecito nel verbo –, Ted Hughes continua a lavorare nel
gorgo delle Metamorfosi: nel 1997, per Faber, licenzia Tales from Ovid, una
riscrittura – a volte radicale – dei racconti ovidiani. Insieme a Birthday
Letters, è l’ultimo grande libro di Hughes pubblicato prima della morte,
accaduta nell’ottobre del 1998 – è un libro-lascito, un libro-sepolcro. Messo in
scena dalla Royal Shakespeare Company, Tales from Ovid godette di un isperato
successo, vincendo, tra l’altro, il Whitbread Book of the Year. Nel dicembre del
’97 il “New York Times” pubblica una recensione eloquente fin nel titolo – Sex
and Violence in Latin Hexameter – firmata da James Shapiro, che scrive, tra
l’altro, “l’esito è un raro dono: ispirata traduzione che si impenna in vigorosa
poesia a pieno titolo”.
Secondo Hughes, Ovidio è la grande ‘fonte’ di Chaucer – “che lo saccheggiò
platealmente” – e di Shakespeare, dunque della tradizione lirica inglese. Ma
Ovidio a Hughes non interessa né come artefice né come – fuorviante –
‘enciclopedia’ di miti antichi. Nel quindicesimo libro delle Metamorfosi, Ovidio
dà voce a Pitagora: il maestro vissuto nel V secolo prima di Cristo, spiega la
teoria della metempsicosi, dell’immortalità dell’anima, della trasmutazione di
tutto in tutto. È questa connessione alchemica tra le cose che affascina Hughes,
uno che professava lo sciamanesimo lirico come unica ‘operazione’ degna di
scrittura. Per Hughes la letteratura era, in fondo, un accidente inessenziale:
il poeta è colui che porge parole ‘operanti’, che mutano i fatti, che si voltano
in volpi, lupi, sciacalli e fiumi. Senza questa continua invasione (o:
invasamento), senza, ripeto, l’operazione di contro all’opera – quest’ultima è
statica, libresca, innocua; la prima è viva, perenne, in moto, pericolosa – la
poesia, formula inerte, è inutile.
> “Soprattutto, Ovidio era interessato alla passione. O meglio, alla passione
> che sperimenta il posseduto. Non tanto la passione ordinaria, ma la passione
> umana messa alle strette, estrema – la passione che brucia o levita o si muta
> in un’esperienza soprannaturale… Ciò che affascina Ovidio è la storia di un
> amore disperato, condannato nella più folle forma immaginabile”.
La passione e il posseduto. L’amore apre al sapere: la ferita è il frutto
concesso all’iniziato, stimmate-chiavistello che spalanca i mondi. Hughes
preferiva i fiumi dello Yorkshire ai club letterari di Londra, sapeva cacciare,
praticava l’astrologia con pazienza paradossale – fissava i segreti, guardava
dove non è da guardare.
> “Nonostante una apparente stabilità, l’epoca augustea era in balia
> dell’isteria e della disperazione, si crogiolava, da un lato, negli appetiti e
> nelle sofferenze infinite dell’arena dei gladiatori, dall’altro tentando una
> trascendenza spirituale che di lì a poco prese la forma del crocefisso. La
> tensione tra questi estremi – e la loro occasionale collisione – traspare nei
> racconti di Ovidio. Essi stabiliscono un registro approssimativo di cosa
> significhi vivere sul baratro della psiche, nel tempo nuovo che si apre alla
> fine di un’era”.
Il sangue dei lottatori redento dal sangue del Nazareno, il flagellato che
rifiuta lo scontro. Ogni scrittura di Hughes è ‘sacrificale’. Il poeta credeva
di vivere alla fine di un’epoca – fece azioni per dilatare le maglie dell’abisso
e ispirare le bestie. A noi, predatori per natura, resta la forma della preda –
di quella libertà, tra foglia e sfiducia, odorano i nostri testi, erbivori al
tocco.
***
Da Tales from Ovid. Creation; Four Age; Flood
E sguainò il baleno
che incardina i ghiacci, a Nord.
Canovaccio di aridi venti
dalle montagne e dai deserti
che si espandono in tuoni blu e labbra crepate.
Affidò la terra ai venti del Sud.
A Est e a Ovest fu l’oscurità:
due vaste ali d’acqua si spalancarono.
Il tuono dominò i cieli
tuono pieno di piume somma
buio a buio dal vello dell’Equatore.
Tempesta che ruggisce è il volto
del vento del Sud.
Barba e criniera sprigionano uragani
mentre trascina oceani come la coda di un pavone.
E scotenna le nubi e trema la terra e i cieli
sono pari a pugni e il tuono domina.
Arcobaleno, lo scudiero di Giunone,
unisce cielo e terra, sigilla l’oscurità.
Ogni raccolto fu sradicato. L’uomo dei campi
piange e latra mentre osserva dissolversi
il suo lavoro. Ma l’acqua non era ancora
sufficiente a placare l’ira di Giove.
Allora il fratello, Nettuno, che domina i mari
impennò onde, reclamò fiumi a funi
dal fondo degli oceani e ordinò
di dissigillare le falde. I fiumi
eruttarono tornando alle sorgenti.
Nettuno arpionò la terra con il tridente.
Crepaccio crepò in crepaccio
e ruggivano le infere acque.
Acquazzone s’incunea in acquazzone
frutteti mandrie fattorie raccolti
sono risucchiati nella spirale
terrena. I templi e le statue
si inginocchiano nel vortice.
Tetto guglia torre
tutto decapitato
dalla corrente.
Finché terra e mare sono uno
unico mare – senza riva.
Genti straziate in isole
sempre più piccole.
Umani remano in cerchio
senza meta – impazziti.
Dov’erano le arature
ora un uomo drizza la vela;
dov’era il camino uno
vara la chiglia di una zattera.
Dall’alto di un olmo
un uomo tenta la pesca;
ancore ancorate agli armenti
attorte alle radici della vite.
Dove le capre gettavano il collo
all’erba, ora saltano innumeri
foche, una sull’altra.
Le nereidi vagano sbigottite
verso giardini sommersi
nuotano in silenzioso stupore
nelle cucine, toccano gli occhi
dei busti di marmo che fissano
la vastità dei corridoi da una luce
acquea. I delfini fanno le volpi
e cacciano le loro prede
tra le querce – i lupi se la caveranno
per un po’, setacciando i cadaveri.
I leoni in groppa a cavalli
esangui – tigri che assaltano
tori in naufragio – le belle gambe
del cervo sono esili, ora, arpionate
dalle alghe. Affonda il cinghiale
e le sue sacre armi, il lampo
delle zanne, gli sono di peso.
L’oceano è il solo luogo, ora
e apre il suo giaciglio sui colli.
Fame miete i sopravvissuti.
Umanità annegata – annientata
corpi che galleggiano come
moria di rane – come una piaga.
Ted Hughes
*In copertina: una illustrazione dalle “Metamorfosi” di Antonio Tempesta
(1555-1630)
L'articolo “Umanità annientata – annegata”. Ovidio, il poeta fondamentale
proviene da Pangea.
Djuna Barnes è da annoverarsi nella folta schiera di artisti americani expat che
negli anni ’20 trovarono rifugio a Parigi. Tra questi, è sicuramente una delle
figure meno note al grande pubblico, soprattutto se paragonata a personaggi del
calibro di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. Ritornata negli Stati
Uniti scelse di vivere, anche a causa dell’alcolismo, in quasi totale isolamento
per il resto dell’esistenza. Terminò la sua vita da reclusa in un modesto
appartamento in Patchin Place, nel Greenwich Village.
Eccentrica e sessualmente polimorfa, femminista ante litteram, generò uno dei
capolavori “minori”della letteratura americana degli anni
’30, Nightwood (1936); Bosco di notte secondo la traduzione di Filippo Donini
(1968), La foresta della notte secondo quella di Giulia Arborio Mella (1983). Se
l’autrice non appartenesse al côté modernista, il libro potrebbe anche essere
dantescamente intitolato La selva oscura. Non è superfluo ricordare che il
volume gode del raro privilegio di aver ricevuto in dono un’introduzione firmata
niente meno che da Thomas Stearns Eliot.
A tutta prima, si direbbe un romanzo senza trama che consiste più che altro di
una galleria di personaggi giustapposti fra di loro e tenuti insieme da un
personaggio-amalgama che fa da collante, il dottor Matthew O’Connor. Senonché –
prima di confermare perentoriamente la correttezza di quest’impressione – per
timore reverenziale non si può non tener conto di quello che scrive Eliot:
> «Questo libro non è una semplice raccolta di tratti isolati; i personaggi sono
> tutti strettamente legati l’uno all’altro, come accade nella vita reale, più
> che dalla scelta volontaria della reciproca compagnia, da ciò che possiamo
> chiamare caso o destino; è il disegno complessivo di questi rapporti,
> piuttosto che ciascuna componente individuale, a costituire il fulcro
> dell’interesse».
Anche se l’autore della Terra desolata, nella sua introduzione, dopo aver
asserito che «Quando descrissi La foresta della notte per invogliare i lettori
all’edizione inglese, dissi che “sarebbe piaciuto innanzi tutto ai lettori di
poesia”», predispone immediatamente una palinodìa («[…] non intendo dire che lo
stile di Miss Barnes sia “prosa poetica”»), non si può negare che lo stile
adottato dalla Barnes nella Foresta della notte sia molto vicino a quello della
prosa lirica. D’altronde, è stato uno dei massimi poeti del Novecento, Dylan
Thomas, ad aver sostenuto che quello della Barnes è «uno dei tre grandi libri di
prosa scritti da una donna» e il suo è senza ombra di dubbio un elogio da
collega a collega (la Barnes era anche poetessa). E, comunque, Eliot precisa:
> «Dire che La foresta della notte piacerà innanzi tutto ai lettori di poesia
> non significa che esso non sia un romanzo, significa che è un romanzo così
> bello che soltanto una sensibilità formatasi sulla poesia può apprezzarlo fino
> in fondo».
È difficile, però, riuscire a comprendere quanto ci sia di esornativo nello
stile della scrittrice e quanto di effettivamente necessario e conforme al
contenuto dell’opera dal punto di vista espressivo. Eliot mette subito le mani
avanti, insinua nel lettore il dubbio che il romanzo sia inconsistente ma, al
tempo stesso, con un trucco da illusionista, lo dissolve: «Non voglio dar
l’impressione che i meriti di questo libro siano soprattutto verbali, e ancor
meno che questo stupefacente linguaggio nasconda una vacuità di contenuto. Se il
termine “romanzo” non si è troppo svilito, e se sta a indicare un libro nel
quale si creino personaggi vivi e li si mostri in rapporti non gratuiti, questo
libro è un romanzo». Certo, le frasi che potrebbero essere considerate “ad
effetto” si sprecano e, a dire il vero, riescono di frequente a blandire e a
incantare il lettore: «[…] il riso è il denaro del povero»; «Rendere omaggio al
nostro passato è il solo gesto che includa anche il futuro»; «Chi ama tutto
viene disprezzato da tutto»; «L’amore è la prima menzogna; la saggezza
l’ultima». Qualcuna di queste frasi si dibatte tra l’aporia e l’ossimòro:
«L’uomo è nato dannato e innocente fin dall’inizio». Qualche altra ha un sapore
nichilista: «Il vero bene che incontra il vero male (Santa Madre di
Misericordia! ma esistono?)». Qualche altra ancora è a più stretto contatto con
l’essenza stessa della storia: «[…] la notte fa qualcosa alla tua identità,
anche mentre dormi»; «La vita non si lascia comandare».
Un tentativo di ricostruire la trama del libro (i cui temi portanti sono
l’identità, il desiderio, la sessualità e il dolore per la perdita della persona
amata), per quanto esile e incerta questa possa essere, bisogna pur farlo.
La location della storia è Parigi. In particolare, i luoghi più citati sono
situati nei dintorni di Saint-Sulpice e nel quartiere di Montparnasse. Felix
Volkbein – un ebreo non tradizionalista che si sente «attirato verso la
chiesa», di nazionalità austriaca e «ascendenza italiana», sedicente barone con
la fissa dei nobili natali – ha il desiderio di procurare una discendenza al
proprio “casato”. Sposa Robin Vote – conosciuta in circostanze fortuite
nell’Hôtel Récamier, in cui entrambi soggiornano – che gli dà un figlio maschio,
il quale in seguito si rivelerà per lui una profonda delusione (il dottor
O’Connor lo aveva avvertito: «l’ultimo figlio dell’aristocrazia è talvolta un
idiota»). Prima di decidersi ad avere il bambino, Robin si fa cattolica ed esce
spesso di casa, prendendo treni per chissà dove, mettendosi a vagare assorta in
misteriose meditazioni, elaborando «pensieri spopolati» e muovendosi con una
«calma ostinata, catalettica».
Difficile sostenere che tra i due coniugi ci sia vero amore. Il marito dà più
che altro l’impressione di aver voluto prendere un “utero in affitto”. Dopo la
nascita del figlio, la moglie non è quasi mai a casa, riprende a viaggiare, si
mette a frequentare i caffè e a bere. Finché un giorno sbotta, riferendosi al
bambino: «Io non lo volevo!». E abbandona la famiglia, facendo perdere le sue
tracce per tre o quattro mesi. Quando ricompare è in compagnia di Nora Flood,
con la quale ha una relazione sentimentale. Sonnambula, in preda alla
dromomania, raccolta in «una meditazione informe», Robin esce di casa sempre più
di frequente, soprattutto di notte, inseguita da Nora che la osserva andare «di
tavolo in tavolo, di bicchiere in bicchiere, di persona in persona». Vaga per
le strade della capitale francese, spostandosi da un caffè all’altro, a caccia
di fugaci incontri, irrimediabilmente persa tra i fumi dell’alcol.
Per quanto le storie possano essere frutto della fantasia dello scrittore, c’è
spesso un aggancio con la realtà: se la figura di Felix Volkbein è modellata su
quella di Guido Bruno, editore della Barnes per un certo periodo di tempo, i
personaggi di Nora e Robin sono ispirati rispettivamente all’autrice stessa e a
una delle sue amanti, Thelma Wood (che Djuna pedinava e inseguiva nei suoi
continui cruising notturni). Alla fine, anche Nora subisce il tradimento di
Robin che si trova un’altra compagna, Jenny Petherbridge (una tizia che vive
un’esistenza di seconda mano; la cui vita è vissuta attraverso quelle altrui,
sottraendo affetti e oggetti e prendendo in prestito le parole; come Robin un
personaggio beckettiano che meriterebbe una trattazione a parte proprio a causa
della sua significativa insignificanza), con cui poi va via da Parigi per
stabilirsi in America. Il finale è melodrammatico e, per non togliere ai
potenziali lettori il gusto della sorpresa, non è opportuno svelarlo in
anticipo.
Come già detto, tra i vari personaggi del racconto fa da collante il dottor
Matthew O’Connor, nordamericano di origini irlandesi, confidente privilegiato di
Felix e Nora. Quest’ultima si rivolge a lui per chiedergli di dirle tutto quello
che sa a proposito della notte e implicitamente di sapere cos’è di per sé la
notte. Il dottore, «che indossava una veste da notte di flanella, da donna […]
pesantemente imbellettato, le ciglia dipinte», glielo spiega in maniera criptica
in una lunga tirata, con ampie digressioni, che occupa un intero capitolo
(«Guardiano, com’è la notte?»), di cui si riportano di seguito alcune delle
frasi chiave: «vi dirò come il giorno e la notte siano collegati dalla loro
divisione»; «La struttura stessa del crepuscolo è una favolosa ricostruzione
della paura»; «la notte non si premedita»; «la notte è una pelle tesa sulla
testa del giorno perché il giorno sia tormentato»; «Il dormiente è proprietario
di una terra sconosciuta»; «Il sonno esige da noi una colpevole impunità»; «Dice
Donne: ‘Tutti siamo concepiti in un cieco carcere, tutti, nel grembo di nostra
madre, siamo prigionieri isolati in una cella buia. Quando nasciamo, nasciamo
solo alla libertà della casa – tutta la nostra vita non è che un camminare verso
l’uscita, dove sono il patibolo e la morte’». E, infine, una delle frasi già
citate: «[…] la notte fa qualcosa alla tua identità, anche mentre dormi».
Sciamano e sacerdote dell’inconscio, una sorta di novello Tiresia, considerato
da Felix «un gran bugiardo, ma un bugiardo prezioso», secondo alcuni il primo
personaggio en travesti della letteratura moderna, il dottor O’Connor, che di
notte si cambia d’abito e indossa vesti femminili, si lascia invasare
dall’Es, esibendosi in un profluvio di parole incontrollate e incontrollabili e,
in parte, apparentemente senza senso. Il suo eloquio è una manifestazione
dell’inconscio stesso che sembra incarnarsi in lui. La casa in cui vive è una
palpabile epifania della sua essenza e della sua esistenza. Più che
un’abitazione è un tetro abitacolo, un antro angusto in cui O’Connor mette in
scena se stesso, svelando la propria natura “femminea” attraverso gli oggetti
che ha disseminato al suo interno, in primis lo chiffonier da cui traboccano
abiti, biancheria e ornamenti mulìebri. Se nelle oscure foreste la luce spiove
filtrando attraverso i folti rami degli alberi, nella stanza del dottore essa
penetra da «un finestrino a grata», unica apertura verso l’esterno di cui
l’abitazione è dotata.
La foresta della notte che O’Connor descrive a Nora, è una
metafora dell’inconscio, degli istinti primordiali, di quella parte buia e
misteriosa della mente umana che – percorrendo sentieri tortuosi – finisce per
far perdere all’individuo la propria identità e che – conducendolo in luoghi
inesplorati – genera in lui terrore e angoscia. Il dottore, pur assumendo
un’aria professorale si guarda bene, com’è uso dei veggenti, dal
propinare all’amica una soluzione chiara ai problemi e agli interrogativi che
gli pone. Egli stesso – in quanto animale uomo – è in preda a istinti
bestiali, inconfessabili e, in una certa misura, ineffabili. È ossessionato
dall’inconscio.
È una tendenza comune a tutti gli esseri umani quella di cercare di sottrarsi,
di tanto in tanto, al dominio dell’Io e del Super-io e a far ritorno, anche se
per breve tempo, alla propria “animalità”. Djuna dà conto di questo anche in una
sua poesia in cui compare nuovamente il motivo del bosco o foresta («woods»).
Nei versi che seguono, i bambini si svezzano («be un-parented») dai genitori (il
Super-io) per far ritorno alla natura (l’Es), simboleggiata dalle foglie degli
alberi («the leaves») e dall’intera foresta:
All children, at some time, and hand in hand,
Go to the woods to be un-parented
And ministered in the leaves.
(“The Bo Tree”)
I personaggi della storia narrata dalla Barnes non sono affatto a tutto tondo.
Sono appena abbozzati e, in qualche caso, quasi completamente privi di
personalità. E, da quel che sembra di capire, molto probabilmente questa è una
scelta deliberata dell’autrice.
Nel leggere la storia, il lettore si trascina da una pagina all’altra incantato,
stupefatto e costernato, proprio come fosse in transfert con il personaggio più
misterioso di tutta La foresta della notte, Robin Vote, la sonnambula «consunta
dal sonno», anche lei personificazione dell’inconscio in quanto creatura
notturna, in preda a impulsi irrazionali che non riesce a dominare. Robin Vote,
il personaggio che ha la personalità meno delineata di tutti gli altri
personaggi del libro (il dottor O’Connor confessa al barone di non aver mai
avuto «un’idea veramente chiara di lei») proprio in quanto individuo perduto
nell’indistinto magma della notte, «essere in letargo», che pur essendo in
apparenza qui e ora è, in realtà, altrove («Non voglio essere qui» confessa a
Nora, senza spiegare dove vorrebbe essere), in una dimensione – quella onirica –
per sua natura precaria, situata sull’incerto confine tra essere e non
essere, perennemente in bilico e – dunque – sempre prossima alla dissoluzione.
E questa eterna transience non è forse la condizione stessa della poesia?
Angelo Guida
*In copertina: ritratto fotografico di Djuna Barnes (1892-1982) di Berenice
Abbott
L'articolo “La notte fa qualcosa alla tua identità”. Intorno al romanzo insonne
di Djuna Barnes proviene da Pangea.
Probabilmente, è bene cominciare dalla fine.
Il ragazzo decide di partecipare allo sbarco in Normandia. Mobilitato in Nord
Africa, chiede ai superiori di essere impiegato durante il “D-Day”. Il ragazzo
ha i grandi di capitano, l’ostinato desiderio di essere al ‘centro della
Storia’. Tre giorni dopo lo sbarco, è il 9 giugno del 1944, il suo reggimento si
impantana a Tilly-sur-Seulles, piccolo borgo del Calvados – ad oggi, supera di
poco i mille e cinquecento abitanti. Il ragazzo – abile nel disobbedire, desto
nel prendere l’iniziativa – sbarca dal suo tank, avanza in ricognizione
solitaria. Un colpo di mortaio lo ammazza. Il cappellano del reggimento, il
capitano Leslie Skinner, lo seppellisce alla buona, presso una siepe. Più tardi,
sedata la guerra, i resti del ragazzo vengono sepolti nel cimitero militare di
Tilly-sur-Seulles: lotto 1, fila E, tomba 2. Il ragazzo si chiamava Keith
Douglas. Poeta.
Destino infero quello dei poeti della Seconda guerra. Ce ne sono stati tanti,
eccellenti – pensiamo, alle nostre quote, al Diario d’Algeria di Vittorio
Sereni, oppure a Fogli d’Ipnos, la raccolta del poeta ‘resistente’ René Char,
tradotta guarda caso da Sereni – eppure è stato il reportage, il documentario
‘in diretta’; è stato il cinema a dire, con sicurezza definitiva, la Seconda
guerra. Al contrario, la Prima guerra è stata una sorta di ‘laboratorio’ per la
poetica del nuovo mondo, dei tempi nuovi: lo dimostra – in Italia – la quantità
eccezionale di repertori antologici (Vallecchi editava una straziante Antologia
degli scrittori morti in guerra; va visto, in particolare, l’“Antologia dei
poeti italiani nella Prima guerra mondiale”, Le notti chiare erano tutte
un’alba, ideata da Andrea Cortellessa per Bompiani nel 2018). La nostra poesia
‘moderna’ nasce in trincea, con Giuseppe Ungaretti.
È come se la Seconda guerra, per sovrabbondanza d’orrore, non possa essere
narrata: dev’essere subita, a operare nei recessi dell’anima, quando
non vista (tradotta in film, anatomizzata nei reperti documentari). Nel mondo
inglese, così, per “War Poets” s’intendono, in particolare, i Poets of the First
World War, quelli gloriosamente onorati nel “Poet’s Corner” a Westminster, tra
Shakespeare e Lord Byron, tra Chaucer e Dickens (tra gli altri, Rupert Brooke e
Isaac Rosenberg, Wilfred Owen e Robert Graves; per un approfondimento, si
veda l’antologia War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale, costruita
da Paola Tonussi per le Edizioni Ares nel 2022). Dei poeti della Seconda guerra
si fa memoria occasionale – spesso ci si dimentica di loro, sepolti da un
disastro incomparabile, tacito accordo sull’ineluttabile irresolutezza
dell’arte, della poesia di fronte alla morte.
Nato nel gennaio del 1920, Keith Douglas morì che aveva da poco compiuto
ventiquattro anni. Dalla sua poesia esala la facondia immaginativa, la
complessità della ‘scena’ e delle scelte lessicali, un certosino distacco nel
vegliare sui fatti di guerra, che al posto di idealizzarsi in muta indifferenza
esalta una tenuta, una postura poetica in grado di estrarre il dettaglio al
diamante dal nulla bellico. Nato nel Kent, Douglas studiò al Christ’s Hospital
mettendosi in luce sia per il talento, esagitato, che per l’animo, poco disposto
a subire i rigori dell’educazione britannica. Pubblicò le prime poesie
sedicenne; decise di arruolarsi perché pensava che la guerra fosse il ‘grande
argomento’ della letteratura del suo tempo. Fu disciplinato nel Derbyshire
Yeomanry, praticò al Cairo e in Palestina, partecipò – anche lì, per ardimento:
non voleva più servire per lavori d’ufficio – alla Seconda battaglia di El
Alamein: guidava un carro armato. Il suo superiore era il colonnello Edward O.
Kellett, che sarebbe stato ucciso l’anno dopo, in azione, in Tunisia. Di
quell’esperienza, Douglas ha lasciato un memoir, Alamein to Zem Zem, pubblicato
da Faber, introdotto da Lawrence Durrell.
Nella scelta di arruolarsi di Douglas agì anche la situazione familiare. Figlio
di un militare in congedo, con cui aveva pessimi rapporti, Douglas crebbe, in
sostanza, solo, in collegio. La madre collassò in un’encefalite letargica grave;
il padre mollò la famiglia, risposandosi, che Keith aveva dieci anni.
In molti riconoscono in Keith Douglas i prodromi del grande poeta, il cupo
carisma dell’inattuato, dell’inespresso. Fu Edmund Blunden, il poeta veterano di
guerra – per altro, ricordato nel “Corner” –, più volte nominato al Nobel per la
letteratura, a riconoscere in Keith Douglas la stazza del talento puro. Nel 1938
inviò una scelta di sue poesie a Thomas S. Eliot, che le apprezzò. Il ragazzo
era giovane, i fatti precipitarono. I Collected Poems di Keith Douglas vengono
stampati da Faber nel ’46, con un’introduzione di Blunden. A quella seguiranno
diverse altre edizioni: la più nota – Selected Poems, 1964 – è introdotta da Ted
Hughes, che ha sradicato Keith Douglas dalle malie del ‘poeta di guerra’, utile
a fini non soltanto estetici, “è la sua poesia, in generale, a serbare un valore
unico, che rende il poeta più vivo che mai”. Tese tra le stelle e il cadavere,
le poesie di Keith Douglas irrompono in noi con corvina tenerezza – come
incisioni sulle ossa.
***
La Bestia Meraviglia
Barone dei mari, il grande pesce
spada dei tropici, straziato sul famelico
ponte dove i marinai lo hanno ucciso
nel paradisiaco Pacifico: lama che indaga
occhio che fugge e stana la preda
nei regni oscuri dov’era re; arma
forgiata nella semi-tenebra, eppure,
strappata dal cadavere di questo estroso
viaggiatore, è una lente d’ingrandimento
che riflette l’inusuale zampillo del sole.
Con quella lama un marinaio incide sul legno
il nome di una prostituta abbordata
nell’ultimo porto. È uno degli strumenti
più strani custoditi dalle onde –
suppongo che la querula voce
dei marinai marciti in spettri
digeriti dalle ingorde maree
potrebbe descriverne molti.
Che siano i vostri ospiti, che vi conducano
negli abissi dove brucano i loro vascelli
dimenticati – che tutto risorga nell’occhio
che arde. Per incidere quel verbo, il sole
perfora la potenza del mare e urla
il suo nome, omaggia quella meraviglia.
Linney Head, Galles, 1941
*
Come si uccide
Sotto la parabola di una palla
un bambino diventato uomo
fissa l’aria troppo a lungo.
La palla mi è caduta in mano, canta
nel pugno chiuso: Usami Usami
sono un dono ideato per uccidere.
Ora nel mirino vedo
il soldato che sta per morire.
Sorride, si muove nei modi
che solo sua madre conosce.
Fili sul suo viso: è l’ora
in cui piango. La morte è il mio
più intimo familiare e muta
in polvere un uomo di carne.
Ma questa è la mia stregoneria.
Sono un dannato, amo ammirare
il centro dell’amore spalancarsi
e un’onda di amore vagare nel vuoto.
È così facile creare un fantasma.
La zanzara, leggerissima, tocca
la misera ombra sulla pietra:
con quanta, infinta tenerezza
l’uomo e la sua ombra si incontrano.
Si fondono. L’uomo è un’ombra
e le zanzare obbediscono alla morte.
*
Fioriture nel deserto
Soltanto i fiori proliferano nei paesaggi selvaggi –
ripeto soltanto ciò che stavi dicendo, Rosenberg –
la conchiglia e il falco ad ogni ora
uccidono uomini e gerboa, uccidono
la mente: ma i corpi possono soddisfare
gli affamati fiori e i cani che gridano come
uomini, di notte, la cosa più dura di tutte.
Ma questa non è una novità. Ogni volta che
la notte lancia stracci sugli occhi, lascia la mente
desta, guardo ai lati della porta del sonno
cerco la piccola moneta necessaria
per comprare il segreto che non saprò mantenere.
Vedo uomini che soffrono come alberi
confondono i dettagli e l’orizzonte.
Metti la moneta sulla mia lingua
canterò cose che nessuno ha mai visto.
*
Vergissmeinnicht
Tre settimane dopo i guerrieri
erano spariti: tornammo su quel
campo da incubo – il soldato era
ancora lì, disteso, incubato dal sole.
All’ombra della canna del suo fucile.
Avanzavamo quel giorno
e lui colpì il mio carro come
se fosse la mascella di un demone.
Guarda. Qui, nella trincea dirupo
la fotografia disfatta della sua donna:
ha scritto Steffi. Vergissmeinnicht
con una calligrafia gotica perfetta.
Ci sembra felice, ormai degradato,
deriso dalla sua stessa divisa
così dura e superba quando
il corpo è in decomposizione.
Ma lei piangerebbe, oggi, nel vedere
le mosche che si muovono oscure
sulla sua pelle, la polvere sull’iride
di carta, lo stomaco squarciato come una grotta.
Perché qui amante e assassino sono
lo stesso, hanno un solo corpo e un solo
cuore. La morte che ha eletto quel soldato
ha avvelenato con un male mortale l’amante.
*
Stelle
(Per Antoniette)
Le stelle marciano ancora, in ordine sparso
da nulla a nulla. Guardatele, sono immobili
sul campo notturno, autentica terra di nessuno.
Lì, lontana, con spada e cintura, dev’essere
Orione. Per i commissari di questa guerra
da esaltati è il Carro. Nessuno favoloso confine
può annientare il loro coraggio, nessuna banda
le sfiderà: soltanto la disciplina le ha
mobilitate e le mantiene vive. Così
le hanno viste il Tempo e i suoi avi. Così
combattere il disordine è il loro compito
e la vittoria persiste nelle loro mani.
Dal limite delle vecchie colline fino
a quelle pianure, laggiù, si estende
il loro accampamento. Gli eterei ufficiali
salutano, da tenda a tenda, i messaggeri
cometa. Guardiamo in alto, con dolore
a quei compagni lontani, quelle plaghe
che non possiamo calpestare.
1939
*
Canoa
Questa potrebbe essere la mia ultima
estate e non voglio perdermi nulla
del piacere che dona l’antica arte
dell’ozio. Non mi lascio terrorizzare
dal destino che aleggia sullo sfondo
mentre l’erba e le case e il fiume insonne
credono di poter durare per sempre
e si scambiano sussurri sommessi –
impera l’afa. Quale terribile fato potrà
impedire alla mia ombra di vagabondare
da queste parti il prossimo anno?
Fischia: ti sentirò e verrò, a sera, sulla
stessa barca con cui vai verso Iffley
mentre fissi il cielo in attesa del tuono
che come una campana preannuncia
pioggia – il mio spettro ti sfiorerà le labbra.
Keith Douglas
L'articolo “Canterò cose che nessuno ha mai visto”. Keith Douglas, un poeta in
guerra proviene da Pangea.
Dentro la materia “il mare è senza fine, dolorante”, ed è necessario che questo
dolore sia focalizzato, parossisticamente pro-vocato e registrato, perché solo
vivendone persino la proiezione è possibile sentire ciò che vive, ri-sentire
nella provocazione la relazione:
La pellicola
Il sole splendeva mentre noi
andavamo in giro per il campus
a fermare ragazzi e uomini
chiedendo che mi colpissero
in pieno viso.
Si rifiutavano tutti
all’inizio, ma noi spiegavamo
che era arte ed era necessario
così mi hanno schiaffeggiata, uno
dopo l’altro.
Ho capito che per farglielo
fare dovevo indurire gli occhi,
provocare. Lo schiaffo dei ragazzi era
comico – palmo sul viso, con scuse prima
e dopo. Era caldo e luminoso.
Abbiamo flirtato con un geografo
dallo schiaffo leggero, con le dita
a sfiorarmi la guancia come
girandomi il viso di lato per vedermi
di profilo. Avevamo circa venti
uomini su pellicola.
È arrivato il ragazzo della mia amica
e gli abbiamo chiesto se volesse farlo.
Lui l’ha baciata e si è piazzato di fronte a me.
La mia amica ha premuto record, e ha detto
‘vai’ e io ridevo,
mi ero dimenticata di preparare il viso,
con la guancia sinistra un po’ rosa dopo
una giornata di schiaffi. Non ero preparata
al suo rovescio. Rapido
e forte, un rumore strano
come se mi avesse schiaffato via
la risata, un dolore più spesso
di una puntura, un’immediata perdita
di respiro. Siamo rimaste in silenzio
un attimo, e io ho guardato
la mia amica e la sua mano portata
alla guancia automaticamente,
la luce rossa della telecamera che ancora
lampeggiava e ho saputo
che non avremmo mai guardato
la pellicola, che avrei sentito la nausea
e la colpa finché il livido
durava – più a lungo – avendo chiesto
ciò che non era mio.
Il linguaggio di Frears è materia ustoria che sbracia e riaccende il percorso da
metafora a dato, rinnova il senso della referenza, iniziando da un contesto
umile e concreto. È una tensione ipercinetica a svolgere e riavvolgere il
cammino della parola, i cui passi e salti manifestano una nudità d’intenti che è
anche desiderio di stabilire un contatto. Altezze delle cadute ma più intimità
nel dolore, in questa operosità slabbrata si muove il verso narrativo in tante
zone di Risplendi, cara (Taut, 2023), il piccolo corpo del vivente (così come il
corpo testuale) si aggrotta pudico per espandersi subito dopo e arrivare a
toccare vertigini celesti:
Mito lunare
Dato che abbiamo donato i nostri gioielli per il tabernacolo
(e con noi intendo le donne e con donne intendo le allegorie)
ci è stata assegnata la luna.
Non una luna, la nostra luna, la nostra piccola luna litigiosa.
Il mare delle crisi e quant’altro – la vecchia ‘pietra dell’oh issa’
che trascina le onde ai ciottoli fin dall’alba dei tempi.
Il 58% delle donne dice ‘prendi quello che ti danno, prima che ci
assegnino un corpo celeste ancora più piccolo.’
Ad ogni modo, tutti sanno che la tuba di Falloppio è un germoglio di luna.
Tutti sanno che il sole è una stella-ragazzo, buono e caldo e
luminoso e piuttosto semplice se ti ricordi di portare
la crema solare. Certo che ha un cazzo.
Quando mi metto una torcia in bocca le guance mi si accendono di rosso
come una lanterna carnosa – niente argento, né crescente
né calante; sono accesa o sono spenta. Non proprio da luna.
oh Satellite, oh Artemide, oh Orbe della notte.
Domanda: posso dare la colpa alla luna perché dormo poco?
Il 73% delle donne si è detto ‘a disagio’ con il nuovo
rito lunare testato settimana scorsa, che prevede un melograno,
un frutto stella (e del simbolismo di mela ben calcato).
Ora di un altro gruppo di discussione. Magari possiamo
bruciare cose, oppure il fuoco è solo roba da sole?
Hanno versato del vino nuovo in una vecchia brocca,
e ci hanno detto che i miti si fanno così.
Abbiamo bevuto tutto il vino e ci siamo esposte al
plenilunio, quindi dovevano aver ragione.
Luce e carne costruiscono il mito, arte di raccontare il minimo, che confonde
perché include piccolo e grande, abbattendo il confine dell’ambivalenza. Frears
è certa del malessere di dire ma lo espone, è consapevole dell’impossibilità
della permanenza per questo apre al lettore la sua intimità, offrendola come in
una parabola:
Scopare in Cornovaglia
La pioggia è spessa e c’è un mezzo arcobaleno
sulla spiaggia umida; mettimi la mano fin sopra.
Ho camminato per quel museo di paese centinaia di volte
e ho deciso che il cagnolino imbalsamato,
etichettato: il cane più piccolo del mondo, è un falso.
Baciami in un panificio di pasty con tutti i forni accesi.
Ho stretto un uovo fresco e caldo in una fattoria e ho pensato a
scopare. Ho stretto un piccolo granchio verde nel palmo della mano.
Ho teso la manica fin sopra le dita e ho raccolto un’ortica
e l’ho stretta contro la gola di un ragazzo come una spada.
Slacciami le scarpe in quel vicolo e sollevami delicata sui cassonetti.
Il sole luminoso del mattino viene e viene
e i bambini vacanzieri sono pronti con i loro secchi gialli.
Ti ricordi cosa si provava a scavare un buco tutto il giorno
con una paletta solo per vederlo riempirsi di mare?
Lo voglio così – come l’acqua che indovina un percorso al di
sopra del bordo. Come due anemoni rosso acceso in una pozza
di marea, i tentacoli in onde estatiche.
Come se la ginestra si è incendiata attraverso la brughiera e tu
sei il fantasma di un pescatore, che ha sempre odiato la terra.
Umiltà e fede, praticamente agostiniane, non sono eluse ma reindirizzate a nuove
“apparizioni”, come fossero l’ossessione scaturente da un rapporto in perdita.
La poesia si fa strumento, allora, che avvicina distanziando, che aspira e solo
per poco accompagna:
> Per favore capisci che non è addosso a te, è con te.
Co-ire è sfiorare il rapporto mistico, l’assoluto nella dissolutezza dell’amore,
è il tentativo che la carnalità si superi in un oltre desiderante e
iper-percettivo. Ma cosa può l’essere umano esplorare l’infinito impraticabile
della vita? Forse solo attraversandola facendosene infaticabile ricognitore,
forse. Non cacciamo Giovanna, non cacciamo l’ossessione di sentire sempre e
sempre più a fondo:
Giovanna d’Arco ci perseguita
Lei sa come trema il vetro prima che venga scagliata la pietra,
come le tubature sibilano le une alle altre a mo’ di serpenti
attraverso la casa. Ha sentito la prima spinta del fungo
verso l’alto, ha mappato l’incedere furtivo della propria ombra
sul terreno variabile. Cerca di ascoltare
il tonfo minuto del cuore di un coniglio; ha sempre amato
il calore del sangue anche mentre se ne va dal corpo, affonda
nel fango. Ha sentito lo schiaffo rapido di uno sparo,
la lenta leccata della lingua di un cervo, sa che il dolore
si modella nella mente come la brina. Il sole le cuoce il corpo,
le sue orecchie bacinelle di piccole pozze d’ombra nel fulgore,
il rumore di un aereo nel cielo le ronza dentro.
Nelle giornate storte lega i vestiti in complicati
nodi, invita i passanti a fare lo stesso.
Zitta, Giovanna, diciamo noi. Vai a contare i crochi.
Et lux in tenebris lucet, afferrare o perdere la luce è la posta in gioco
dell’incontro e della poesia che lo cerca. Frears dice di aver “sentito dire che
il nemico che indossa le scarpe/ o troverà Dio o Lo perderà”, il che può essere
tradotto nel desiderio e nella ricerca costante del bene nel male, in una
spoliazione di sé e delle proprie acquisizioni. Frears spalanca la lingua della
poesia e accoglie il mondo, prendendo e tremando:
A una festa un ragazzo mi segue nel bagno
sostenendo che quando ho lasciato la stanza
gli ho fatto cenno di seguirmi.
Davvero?
Sapeva che non lo avevo fatto?
Lo lascio entrare, perché
quasi quasi mi prendo quello che mi dicono che desidero –
chissà, magari ha ragione.
*
Mi chiama per controllare
che non gli abbia dato un numero falso,
mi lascia un messaggio in segreteria con il mio capezzolo
nella sua bocca.
Il mattino seguente, da sola, ascolto la sua voce –
un bambino che parla con la bocca piena
e poi
io,
come una madre noiosa, distante:
piano, piano, piano.
Nella compravendita che l’esistenza diventa quando lo slancio e il trasporto
all’altro si interrompono, occorre confrontarsi con “l’agonia del deserto” e
provarsi in un altro attraversamento. Nonostante “il mare imbestialito” sarebbe
necessario accostarsi e sentire “l’orecchio bagnato del diavolo”, lasciarsi
scorticare nella fuga continua che immagina una meta, in una tensione mai
soddisfatta:
Sulla cordatura della forma
Esse sono la raffica di vento marino che ti tormenta
mentre scendi in spiaggia; l’ambiguità sessuale
dell’amico del tuo amico con cui ci stai provando in un bar.
Guidi in una galleria;
trattieni il respiro.
Sono sette solide frasi spezzettate
lungo un’idea; un singolo filo di ragnatela
teso tra due corpi che dormono; i punti di sutura
nella tua ferita sullo stomaco mentre ti allunghi verso il telecomando;
una macchina in bilico su una scogliera per sessant’anni.
Sono la suspense mentre ti lavi il viso, sapendo
che le probabilità di trovarti un assassino in casa
sono aumentate mentre avevi gli occhi chiusi;
il picco febbrile che questa paura raggiunge mentre
chiudi l’armadietto a specchio del bagno.
Non sono la tua autocoscienza, spalmata finemente
sul tuo toast mattutino; non possono sedurre
tua madre nella hall di un hotel. Ma sono
un aeroplano di carta lanciato attraverso una stanza fumosa,
e sono esattamente come svegliarsi
per gli occhi di un insonne.
Stai tornando a casa a piedi da un incontro / uno spettacolo /
negozi, hai con te gli ingredienti per la cena
che hai deciso di fare – facendo dondolare un po’ il sacchetto
semplicemente sentendo il peso di ciò che sarà.
La sera è di un blu smorzato / arancio, l’aria
non è né fredda, né calda. Di punto in bianco
ti senti insignificante in un modo molto lussuoso
e proprio in quell’istante il lampione
sotto cui stai camminando si accende, tipo illuminazione.
Attorno non c’è nessuno.
Senti solo quella sensazione e continui verso casa.
Corde – infilate e fisse:
una sensazione enorme, contenuta all’interno
di un piccolo corpo, sotto un cielo enorme.
Enorme come ogni parola che s’inoltra e perde l’orientamento, come la luce che
investe la strada mentre ad attraversarla il vivente vaga e prova. Sente?
> Ci hai mai provato tu? È la luce più simile
> all’acqua, a pozzanghera sulle tue palpebre, fresca
> e senza parola sulla tua lingua.
L’enorme si nientifica perché risgorghi lo slancio e ridiventi inondazione,
pensiero lungo, racconto. La vita di ogni giorno è epica e metafisica, e solo
così vivifica l’esperienza.
La scrittura in versi di Frears e soltanto esperienza nell’urlo e
nell’abbraccio, nell’alto come nel basso che comunicano, puro sentire:
Elegia per la sonda Cassini
1997-2017
Pensavo alla tua morte. Cercavo di immaginare l’istante in cui la pressione
diventa troppo forte o il calore troppo elevato.
E poi verso le quattro del pomeriggio ho sentito delle urla tremende.
I suoni si diffondono in modo strano nel nostro vicolo cieco e non riuscivo a
capire se fosse lontano o appena sotto la mia finestra.
Parte dell’orrore è non sapere da cosa proviene il suono. E infatti
nei film fatti bene, la cosa brutta si intravede appena o non si vede per nulla.
Ho sostato sulla porta cercando di capire: un cane abbaiava, un uomo gridava,
una donna urlava.
E poi sentito un corpo che veniva colpito con un oggetto. Sapevo che
era un corpo e non una cosa dal modo in cui gli altri suoni gli si piegavano
attorno. Il traffico, le urla, gli alberi e il vento distorti da queste percosse
sorde, irregolari. Gli sono corsa incontro.
Dietro una piccola staccionata, un uomo picchiava un cane con un
badile. C’erano vicini alle finestre e per strada, guardavano. C’è stato il
suono distante di sirene e l’uomo si è fermato ed è tornato dentro.
Il cane non faceva rumore, guardava nel vuoto verso il cielo. Ci
siamo raccolti attorno alla staccionata. Respirava, poi non più.
Cassini, oggi, mentre ti tuffavi tra gli anelli di Saturno
raccogliendo dati, ho visto un cane morire – una tristezza distaccata ma molto
reale. Un ohh interiore, sfinito, come un palloncino che si sgonfia.
Gli altri cani nel vicolo cieco non hanno mai smesso di abbaiare fino
al mattino. Sapevano. Dubito che sarà così anche per te. Non me li vedo i corvi
che si levano improvvisamente dagli alberi, o un’anziana sulla strada di casa
che di colpo inspira: se n’è andato!
Ieri notte i miei sogni erano pieni di quel suono – badile contro
cane. Un miliardo di chilometri sono troppi per sentire la violenza della tua
perdita, mi spiace. Invece mi immaginerò le lune, che sbirciano oltre gli anelli
di Saturno come vicine di casa silenziose che guardano impotenti mentre tu inizi
a tremare, bruciare e distruggerti.
Gianluca D’Andrea
*In copertina: Ella Frears, photo Etienne Gilfilla
L'articolo “L’assoluto nella dissolutezza”. Sulla poesia di Ella Frears proviene
da Pangea.
Un tempo, Daphne du Maurier (1907-1989), la scrittrice inglese, era pubblicata
nella mitica ‘Medusa’ Mondadori. Era una colonna di quella collana. Il suo
romanzo più noto, Rebecca (1938) fu tradotto nel 1940 da Alessandro Scalero
come La prima moglie; ce ne ricordiamo per la versione di Hitchcock, che vinse
l’Oscar e che opera, nella versione italiana, una sintesi tra l’originale e il
tradotto: suona come Rebecca, la prima moglie. Daphne du Maurier indossava un
viso inquieto, da transfuga tra le ombre: amava i cani, morì in Cornovaglia,
reclina in una ricercata solitudine. Spesso ritenuta una scrittrice di seconda
fila, da un po’ di tempo la si è rivalutata a dovere: il Saggiatore ha in
catalogo le sue opere più importanti; questa estate sono usciti Rendez-vous e Il
capro espiatorio; l’anno scorso sono stati editi i racconti con il titolo
complessivo, Gli uccelli, che rimanda a uno dei film più noti di Hitchcock – che
però ha poco a che fare con l’originale. Nel regno anglofono, la casa editrice
Virago ha appena pubblicato come After Midnight “Thirteen Chilling Tales for the
Dark Hours by Daphne du Maurier”. L’introduzione – che qui riportiamo in parte –
è di uno dei più audaci ammiratori dell’opera di Daphne: Stephen King. Buona
lettura.
***
“La scorsa notta ho sognato di essere di nuovo a Manderley”. Questo, tratto
da Rebecca, è uno degli incipit più noti nella storia del romanzo. Di certo, è
il più memorabile: l’ho usato come esergo a uno dei miei libri, Mucchio d’ossa.
Daphne du Maurier ha scritto anche uno dei più riusciti incipit tra i racconti
del perturbante e dell’eccentrico. Gli uccelli si apre così: “Il tre dicembre,
di notte, il vento voltò – e fu inverno”. Breve, freddo, preciso. Potrebbe
sembrare un bollettino meteorologico.
Funziona bene fin dal principio, quel racconto in cui ogni specie di volatile
attacca senza motivo l’uomo: è diretto, realistico, privo di fronzoli. Du
Maurier può evocare l’orrore quando vuole – si leggano The Doll e The Blue
Lenses, come le ultime due pagine di Don’t Look Now – perché sa che a volte, per
infondere credibilità (e suspense) a quanto si racconta ci vuole un tono più
vicino al reportage che alla narrazione pura. La versione cinematografica de Gli
uccelli, appesantita da una storia d’amore tra belle persone hollywoodiane (Rod
Taylor nel ruolo di Mitch e Tippi Hedren in quello di Melanie), non somiglia
quasi per nulla al racconto di Du Maurier. È ambientata nella soleggiata Bodega
Bay invece che nella fredda Cornovaglia, con un numero di personaggi decisamente
in eccesso. L’unica vera somiglianza tra il racconto e il film è nel finale. Nel
film, Mitch e Melanie scappano mentre migliaia di uccelli, appollaiati ovunque,
riposano tra un attacco e l’altro. Cosa accadrà in seguito sarà lo spettatore a
indovinarlo.
La conclusione del racconto è ancora più agghiacciante. Dopo aver fumato
l’ultima sigaretta, Nat aziona la radio, che non funziona. “Gettò il pacchetto
nel fuoco, lo fissò mentre bruciava”. L’ultima frase è perentoriamente
terribile, cupa eppure concreta, come quella che apre la storia. Cosa succederà
a Nat, alla moglie, ai figli? Non lo sappiamo. A Daphne du Maurier non importa –
e ha ragione a non occuparsene. Resta sulla soglia. Ci offre soltanto
quell’ultima sigaretta, che ha il sentore di un plotone d’esecuzione, e un
pacchetto che brucia. Ci dice: decidete voi. Questa è la quintessenza del suo
genio inquietante.
Non sopporto il termine “spoilerare”, diventato di moda insieme ad altri
spiacevoli effetti collaterali di Internet in generale e dei social in
particolare. Trovo che “hai spoilerato!” sia il tipico modo di esprimersi delle
persone viziate. È difficile ‘spoilerare’ una bella storia, perché la gioia
della lettura è nel viaggio non certo nella conclusione. I racconti di Du
Maurier sono un’eccezione alla regola. Parlarne a lungo ne distruggerebbe
l’effetto. Siete nelle mani di un maestro della narrazione. Per giunta,
diabolico.
Lo ammetto: adoro i racconti di Du Maurier. Amo la loro chiarezza, la visione
sontuosamente sinistra che hanno della natura umana, il prodigioso talento
nell’arte narrativa. C’è una ragione per cui le raccolte di racconti, di norma,
sono meno popolari dei romanzi. Con un romanzo, ci si acclimata alla vita di un
gruppo di personaggi, con cui si abita per un paio di giorni (se si legge
voracemente, come mia moglie) o per una settimana e più (se si legge lentamente,
come me). Nei racconti, il lettore deve creare un mondo immaginario che si
smonta in poco tempo. Può essere difficile da accettare. Non è così per questi
racconti.
Entrare nei mondi ideati da Du Maurier è un piacere più che uno sforzo. Anche
quando le cose sembrano relativamente innocue, si percepisce un letale
addensarsi di ombre. È un dono concesso a pochi scrittori.
Non voglio dire altro. Prendete in mano Daphne du Maurier, lasciatevi guidare
nell’oscurità. Il suo talento è una torcia. Invidio le sue scoperte. Invidio il
vostro prossimo disagio.
Stephen King
L'articolo Sul suo genio inquietante. Stephen King parla di Daphne du Maurier
proviene da Pangea.
Riccio o volpe? Era il 1953 quando il filosofo lettone Isaiah Berlin ideò uno
dei giochi più riusciti di critica letteraria, dividendo gli scrittori in due
tipi, sulla scia di un frammento del poeta greco Archiloco: “la volpe sa molte
cose, ma il riccio ne sa una grande”. Da una parte i proteiformi, dai fini
diversi, a volte contraddittori, mai unificati da un principio unico ispiratore;
dall’altra le visioni centrali, monistiche e monoteistiche; particolari contro
universali; la “volpe sublime” Puskin e il riccio purissimo Dostoevskij. In
mezzo, il caso Tolstoj, lo scrittore che “era per natura una volpe, ma credeva
fermamente di essere un riccio”. Bene, portando questo gioco di società fuori
dalla tavola dei grandi russi, potremmo azzardare il caso singolare di Seamus
Heaney, poeta-volpe, a cui per decenni hanno tirato la coda – e costretto a
tirar fuori gli aculei – per farlo sembrare un riccio.
L’evento centrale della sua biografia, che lo accompagna e tormenta lungo le
“dodici fatiche” del suo opus, (per i lettori italiani nell’ampia auto-antologia
predisposta dal poeta stesso in occasione del “Meridiano” Mondadori, uscito
postumo del 2016 poi totalmente riproposto nello “Specchio”, con la sola
dolorosa assenza delle Note – sarebbero bastati dei piccoli a margine per i
riferimenti più specialistici alla storia d’Irlanda) è lo scoppio
dei Troubles nel 1968, che si protraggono per decenni e hanno il loro culmine
nella “Bloody Sunday” del 1972, quando a Derry l’esercito inglese fa fuoco sui
manifestanti irlandesi e uccide quattordici persone. Inevitabile, per lui nato
nell’Ulster a minoranza cattolica, in una terra dominata e colonizzata da
secoli, non essere chiamato a prendere parte, a denunciare, ad essere tirato per
la giacchetta e rimproverato per ogni colpevole silenzio: “per un quarto di
secolo – scriverà – hanno obbligato i poeti a offrire, implicitamente o
esplicitamente, una apologia per la loro arte”. Operazione impossibile, tanto
già gravosa quanto più la sua fama di nuovo Yeats e massimo poeta non solo
irlandese ma britannico cresceva, grazie anche a una presunta accessibilità e
alla dolcezza formale di molte poesie.
Due i passaggi culminanti: il pamphlet poem “An Open Letter” del 1983 nel quale
si dissocia dall’aggettivo british (dopo essere stato incluso nel “Penguin Book
of Contemporary British Poetry”),chiarendo che “la felicità passa per il
prendere posizione, scontrarsi, chiarire di non essere per tutti”; e l’incontro
– di toni e ambientazioni che ricordano il Luzi purgatoriale – con un esponente
del Sinn Féinn in La livella e lo spirito (1996), risolto in un botta e
risposta:
> “Quando cazzo scriverai qualcosa
> per noi?” “Se scrivo qualcosa,
> qualunque cosa sia, la scriverò solo per me”.
Questo “me” non è certo chiusura individualistica o rivendicazione dei diritti
dell’arte per l’arte, quanto un ribadire un proprio modo di essere poeta
profondamente politico, impegnato – scriverà James Woods sulla “London Review of
Books” – a “costruire una nazione dal punto di vista storico, mitologico,
etimologico”.
Nella seminale prima poesia del primo libro, la pluri-antologizzata “Scavare”,
questa distanza e impossibilità di essere riccio è già affermata in una
premonizione non voluta della violenza intestina che sconvolgerà l’Irlanda –
intesa come distanza rispetto al suo essere poeta terreno, radicato, lui figlio
e nipote di contadini e allevatori, misurando come un lucidissimo agrimensore
quanto separa i primi due versi (“Tra il mio pollice e l’indice riposa/ la tozza
penna, comoda come una pistola”) dagli ultimi tre: “Tra il mio pollice e
l’indice riposa/ la tozza penna./ Scaverò con questa”.
È il 1966, la guerra civile è ancora solo nell’aria, ma il volume
programmatico Morte di un naturalista è già eversione e riconoscimento di
un’altra via. Prendiamo due esempi di dinnseanchas, genere tradizionale
irlandese di narrazioni di storie e leggende sulle origini dei nomi di luogo: in
“Anahorish” (un analogo gaelico delle nostre “chiare, fresche e dolci acque”) si
introduce una distinzione e uno scavare genealogico tra la morbidezza vocalica
dell’irlandese e la durezza consonantica dell’inglese colonialista nel quale è
costretto a scrivere e pensare; in “Broagh” quel suono finale, impossibile per
gli stranieri, fa leva sulla O centrale e la sua immagine tipicamente heaneyana
di un “acquazzone / che si raccoglieva nell’impronta del tuo calcagno”, per far
risuonare una circolarità acquatica e naturalistica da volpe ipersensibile, che
con un piccolo balzo ci riporta a un’altra O marina e post-colonialista, quella
dell’Omeros di Derek Walcott.
Descrizione è rivelazione, è stato detto: panorama e paesaggio – nella poesia
come negli ingenui ma non innocui atlanti delle elementari – implicano
rappresentazione cartografica e riscrittura politica di un territorio diviso e
spaccato tra nativi e conquistatori prima, cattolici e protestanti poi: ognuno
imponendo i propri nomi con la violenza che separa fratelli e amici, per cause
antichissime e per nessun motivo (si ripensi al recente film Gli spiriti
dell’isola di Martin McDonagh). Ma quella di Heaney è un’Arcadia senza innocenza
primigenia, nella quale la frattura sembra il destino originale e i nuovi
sacrifici riecheggiano i precedenti, i morti per i diritti civili sepolti sopra
le tombe della “gente delle torbiere” riemerse in quegli stessi anni nello
Jutland, con i corpi di vittime sacrificate alla dea della fertilità Nerthus
durante l’età del ferro.
Da qui le critiche: all’estetizzazione della violenza; a una visione mitica e
ciclica della storia, condannata a ripetere forme arcaiche e omicidi rituali; a
un immaginario maschilista che raffigura l’Irlanda come donna inerme da
possedere attraverso i secoli. A questi attacchi Heaney non risponde mai
direttamente, preferendo divincolarsi con fiuto visionario fino ad aprire una
seconda fase dalla fine degli anni Settanta, caratterizzata da un verso più
ampio e da toni che invecchiando si fanno più lievi, fino al paradosso di quel
Seamus Heaney poeta felice usato come estremo trucco per sfuggire alle trappole.
Il poeta-volpe si dedica alle poesie d’amore coniugale, ai viaggi (sarà
raggiunto dalla notizia del Nobel durante una vacanza in Grecia), alle
traduzioni, come quella del Beowulf finita nella classifica dei best seller del
“New York Times”. È il paradosso del Famous Seamus, la pop-star della poesia che
deve camuffarsi e trovare nuove formule di rivolta da ogni costrizione, come la
vanga del padre rivoltava la terra avara. Così nella luminosissima “Post
scriptum”, dove lo ritroviamo in uno stormo di cigni un po’ sinistri, le penne
arruffate e “il lungo capo dall’aria ostinata/ nascosto o increstato o
indaffarato sott’acqua”: il suo elemento, un altro tipo di ossigeno, via via
sempre più rarefatto. Lo stesso di una “Illuminazione” in Vedere le cose, nella
quale dei monaci in preghiera vedono comparire una nave, sospesa in alto e
incagliata all’altare: un marinaio, invertendo alto e basso – celeste e terreno
– si cala giù per liberarla e rischia di annegare prima di riuscire
nell’impresa, “uscendo dal meraviglioso/ come l’aveva conosciuto lui”.
Il materiale – una leggenda celtica del VI secolo – viene rielaborato
modificando involontariamente nel ricordo alcuni elementi, e scoperchiando il
tema finale della poesia di Heaney, quello della memoria.
Uno degli ultimi capolavori, “In soffitta”, raccontato magistralmente dai
successori Tom Sleigh e Paul Muldoon in un podcast, colma proprio quel “golfo
misterioso tra infanzia e vecchiaia” che è l’ultimo ponte teso sulla
multiformità irriducibile dell’esistenza. Il passo malcerto sulle scale e sui
ricordi di letture giovanili (L’isola del tesoro) diventa quello ebbro di un
mozzo per la prima volta a bordo di una nave. E in attesa di scoprire o
ritrovare un mondo, e “quanto v’è di memorabile tocca il fondo/ dentro
l’irrintracciabile”, la poesia è ancora quella “leggera e anomala infrazione e
pendenza del mondo/ mentre il vento si alzava e l’ancora veniva salpata”.
Fabrizio Angeli
**
BROAGH
Sponda di fiume, le lunghe porche
che sfociavano in distese di acetosa
e in un sentiero alberato
giù verso il guado.
Il terriccio del giardino
si illividiva facilmente, l’acquazzone
che si raccoglieva nell’impronta del tuo calcagno
era la nera O
di Broagh,
il suo basso rullio
tra i sambuchi battuti dal vento
e le foglie del rabarbaro
finiva quasi
all’improvviso, come quell’ultima
gh che gli stranieri faticavano
a pronunciare.
*
LIMBO
Nelle reti dei pescatori di Ballyshannon
la notte scorsa c’era un neonato
oltre ai salmoni,
Una figliazione illegittima,
un pescetto ributtato
nelle acque. Ma sono sicuro
che, quando lei stava nell’acqua bassa
e lo immergeva con tenerezza
finché i suoi polsi ossuti e gelati
furono insensibili come il ghiaietto,
lui era un pesciolino con ami
che le laceravano il ventre.
Lei entrò in acqua sotto
il segno della sua croce.
Lui fu tirato a riva con il pesce.
Ora il limbo sarà
un luccichio freddo di anime
oltre una lontana zona salmastra.
Là persino i palmi di Cristo, le piaghe ancora aperte,
bruciano e non riescono a pescare.
*
I BAMBINI DELLA FERROVIA
Quando risalivamo i pendii della scarpata
eravamo con gli occhi alla stessa altezza delle tazze
bianche dei pali telegrafici e dei fili sfrigolanti.
Come una bella calligrafia si curvavano per miglia
ad est e per miglia ad ovest oltre noi, cedendo
sotto il peso delle rondini.
Eravamo piccoli e pensavamo di non sapere niente
degno di esser noto. Pensavamo che le parole percorressero
i fili nei lucenti borselli delle gocce piovane,
ciascuna completamente inseminata dalla luce
del cielo, dal luccichio delle rotaie, e noi stessi
ridotti ad una scala così infinitesimale
da poter scorrere attraverso la cruna di un ago.
*
ILLUMINAZIONI VIII.
Dicono gli annali: mentre i monaci di Clonmacnoise
eran tutti in preghiera in oratorio
su di loro, in aria, comparve una nave.
L’ancora, dietro, pendeva tanto a fondo
che s’impigliò nella balaustra dell’altare.
Quando il grosso scafo si fermò oscillando
un marinaio si calò giù per la corda
e cercò di liberarla. Invano.
“Quest’uomo non può sopportare la nostra vita
e annegherà” disse l’abate, “a meno
che non gli si dia aiuto”. Il che fu fatto,
la nave, libera, ripartì e l’uomo
risalì, uscendo dal meraviglioso
come l’aveva conosciuto lui.
*
CATENA UMANA
A vedere in primo piano i sacchi di farina
passati di mano in mano tra i volontari, e i soldati
che sparavano alto oltre la folla, mi ritrovai
con la presa su due angoli di un sacco,
due rigonfi di granaglie di cui avevo fatto orecchie
per trovare un appiglio, pronto al sollevamento –
gli occhi negli occhi, l’uno due, uno due, hop
sul rimorchio, poi il peso e il salasso
del sollevamento successivo. Nulla ha superato
quel rapido sgravio, di fatica più vera ricompensa,
un lasciare andare che mai più tornerà.
Oppure sì, una volta sola. E per tutte.
*
IN SOFFITTA
I.
Come Jim Hawkins in alto sulle crocette
dell’Hispaniola, nulla sotto di lui
se non immobile acqua verde e sabbia chiara sul fondo,
la nave in secca, l’albero inclinato sporto
sopra un fondale dove pesci a strisce passano in banchi –
e quando sono passati, la faccia di Israel Hands
che si levò tra le sartie prima che Jim gli sparasse uccidendolo
sembra levarsi ancora… “Ma era ben morto”
dice la storia “centrato da un colpo e poi annegato”.
II.
Una betulla piantata vent’anni addietro
se ne sta tra me e il mare d’Irlanda
al lucernaio della soffitta, un uomo abbandonato
nell’isola della propria mansarda, un ragazzo
ben assettato nella coffa di una vita,
velature d’aria, ubriaco di vento, reso ben saldo
da quanto va riverberando da chiglia a albero maestro,
strofinandosi gli occhi per credere a loro e a questa
leggera, ondosa betulla di velaccio.
III.
A passo di fantasma su quella che allora era la terra firma
del linoleum dell’ingresso, appare il nonno,
la voce tremula come lo schermo sensibile alle correnti
tirato su prima nella sede del Club
per lo spettacolo pomeridiano da cui ho appena fatto ritorno.
“E Isaac Hands” chiede. “C’era Isaac?”
Il suo ricordo di quel nome anch’esso un tremolio,
il suo errore perpetuo, una volta e per sempre,
come il singolo tonfo quando cadde il corpo di Israel.
IV.
Mentre invecchio e dimentico i nomi,
mentre il mio passo incerto per le scale
è sempre più la sottile ebbrezza
di un mozzo per la prima volta sul sartiame,
mentre quanto v’è di memorabile tocca il fondo
dentro l’irrintracciabile,
non per questo non mi riesce più di immaginare
quella leggera e anomala infrazione e pendenza del mondo
mentre il vento si alzava e l’ancora veniva alzata.
Da Seamus Heaney, Poesie, Mondadori, Milano 2023, a cura di Marco Sonzogni
L'articolo “La felicità di non essere per tutti”. Su Seamus Heaney, il
poeta-volpe proviene da Pangea.
Dylan Thomas accettò di fargli da testimone di nozze. Era il 4 ottobre del 1939,
non poteva rifiutare: conosceva Keidrych Rhys, gallese di Bethlehem, da una
vita; spesso lo aveva pubblicato sulla rivista che dirigeva, “Wales”. Keidrych
sguazzava con agio nell’editoria dell’epoca – nel ’44, per la Faber di Sir T.S.
Eliot, avrebbe pubblicato un’importante antologia di Modern Welsh Poetry – ed
era un gran bevitore. Nel ’39 Dylan Thomas, già superstar della letteratura
anglofona, aveva licenziato, per Dent, The Map of Love; Keidrych compiva
ventiquattro anni; la festa, a Llansteffan, annaffiata d’alti alcolici, si
protrasse fino a notte.
Più che per Keidrych, gli astanti andarono in visibilio per lei, la sposa.
Trentenne, di una bellezza estranea, Lynette Roberts – in verità: Evelyn
Beatrice Roberts – era alla sua terza vita. La prima l’aveva passata in
Argentina: nacque a Buenos Aires, negli agi; il papà, Cecil Arhur Roberts, era
un ingegnere ferroviario che dal Galles si era trasferito prima in Australia,
poi in Sud America. La prima lingua di Lynette era lo spagnolo: restò scolpito,
in lei, il vello bruno, taurino, del Rio della Plata; l’indolenza – e
l’equivalente violenza – dell’Argentina.
La seconda vita di Lynette ha per levatrice una ferita, uno squarcio: poco prima
di compiere quattordici anni, sua mamma muore di tifo. Lei e le sorelle –
Winifred e Rosemary – furono spedite a studiare in Inghilterra, alla Central
School of Arts and Crafts. Di quella vita, si ricordano i lunghi viaggi – in
Ungheria, Austria, Germania, al seguito di un’amica, Kathleen Bellamy, inviata
per “La Nacion” – e l’avventura di aprire un negozio di fiori, “Bruska”, a
Londra. Aveva cominciato a scrivere versi a Madeira, ispirata dal clima, da un
angelo interiore, spinato.
Keidrych l’aveva conosciuto da poco, durante una lettura pubblica. Si sposarono
all’improvviso, con inattesa furia: la terza vita di Lynette cominciò a
Llanybri, villaggio di campagna nel Carmarthenshire, dove si era trasferita con
il marito. Voleva riformulare le proprie origini gallesi. Voleva scriverne.
Voleva scrivere. Dylan Thomas la licenziò con poche, apodittiche parole: “che
ragazza curiosa, si dichiara poetessa a pieno titolo, in pieno petto… ha tutti i
crismi dell’isterica”.
L’amore con Keidrych durò un decennio – i due divorziarono nel ’49 – e un paio
di figli, Angharad e Preiden. Lentamente, Lynette deragliò nell’insania; aveva
un precedente, in famiglia: il fratello Dymock, schizofrenico, finì in un
ricovero di malati di mente appena sedicenne, a Salisbury, fino alla morte.
Negli anni gallesi – di povertà, certo, ma anche di una gioia frugale, informe,
di albatros e brughiere –, Lynette scrisse tanto – e magnificamente. Trovò in
Edith Sitwell – poetessa-pitone, dall’enigmatico, viscido genio – una mecenate e
una confidente; figura tra le figure di rilievo nella tabula gratulatoria de La
Dea Bianca, il capolavoro di Robert Graves. Erano amici, lei gli raccontava
diverse storie scardinandole dall’antica mitologia gallese, lui scrisse che
“Lynette Roberts è uno dei pochi autentici poeti viventi”.
I suoi versi entusiasmarono un lettore altrimenti raggelato come Eliot: nel 1944
pubblicò con la Faber i Poems, seguiti, nel 1951, dall’opera più ambiziosa, il
poemetto God with Stainless Ears, in cui il dato leggendario si fonde con il
contemporaneo, la “baia brulicante di uccelli” si commisura a “soldati e corpi
corazzati”. È poesia audace, quella di Lynette Roberts, a tratti involuta, con
invenzioni che la collocano nel più alto lignaggio della poesia inglese
dell’epoca. In un testo – a dire di un ardore –, Transgression – non certo il
più bello –, rifà la Genesi:
> “All’inizio Dio non volle altro che se stesso.
> E questa immensa emissione di luce eruttava orrore
> attraverso i cieli senza aver nulla da fare.
> Conosceva il bene e il male, e noia lo torturava.
> Sapeva la vita, e gli venne a noia”.
A leggerla, viene in mente Fernanda Romagnoli, avrebbero potuto essere amiche.
La stessa dinamica le anima: una poesia apparentemente cristallina, emanata da
un ematoma del cuore, che in un istante mette le unghie, azzanna. Lo stesso,
spaesante istinto nel percorrere l’insolito, l’insoluto. In una poesia –
tradotta in calce – Lynette Roberts scrive che i gabbiani le ricordano le
“lacrime dei turisti”.
Sfinì, in uno sfarfallio di inquietudini, Lynette. Nel 1956 le fu dichiarata
schizofrenica – due anni prima aveva pubblicato un libro, The Endeavour che
romanzava intorno al “primo viaggio di James Cook in Australia”. Una volta
radicata, volle sradicarsi. Vagò per diversi sanatori; morì il 25 settembre del
1995. Sepolta nel cimitero di Llanybri, che aveva celebrato più volte nei suoi
versi, chiese una lapide sobria, una scritta assolutoria: Lynette Roberts, poet.
Dylan Thomas aveva visto giusto.
I suoi versi – dalla potenza assurda, dissennata, estranea alle mode – furono
dimenticati presto; per quarant’anni, Lynette rifiutò di scrivere perché la vita
la rifiutava. Nel 2005 Carcanet pubblica, a cura di Patrick McGuinness,
un’edizione dei Collected Poems, seguita, nel 2008, da Diaries, Letters and
Recollections. Fu, decenni dopo, un’autentica scoperta, Lynette, d’insperata
freschezza. Quest’anno, come A Letter to the Dead, esce una nuova edizione
dei collected poems, arricchita da materiali d’archivio.
***
Premonizione
Quando angoli di ferro blu e
grumi di erba rada, a grottesche
recedono furtivamente da qui
e lasciamo una moltitudine allo spazio
mentre crolla dal tuo sorgere
un saluto, accetto l’impercettibile
pallida notte, il suo volto ciclope
in cui nascondere la mia paura, di ghiaccio.
*
Non è stato facile
Mentre brilla la legna e brucia
abbiamo spartito la nostra frugale
felicità; mentre sulla grata, fredda, colava
la cenere, ci siamo nutriti ai cancelli
della povertà; idioma dell’umiliazione
e del disastro. Non è stato facile.
Non lo è ora. Eppure, infuriava tempesta
sul quieto verde volto del pianeta.
*
L’ipnotista
Continuava a fissarmi, quella volpe
nel bosco – con un gesto di gioia
pitocca ho deriso la sua audacia:
e ora mi veglia, è lì, presso quell’albero.
*
Spina di sangue
C’è chi divora la piana fino alle anche della notte
chi slega gli uccelli al volo e dilaga
per leghe perché vuole vedere l’osso
del bisonte, fiero come una pietra,
c’è chi separa il mais e fa scempio
di questa luce sciroppo:
questa è la dura, mostruosa condizione
di chi nasce e piange in un’alba gialla
in un’alba gialla come il limone.
Un cuore rompe il ghiacciaio della notte
è lì e fa scoppiare un’aquila di carta
e c’è chi trascina il giorno in una cappa
di gioia di pianto di mania:
questo giorno è stato esaudito: un bimbo è nato
un bambino ci è nato.
*
Gabbiani
Planano lenti i gabbiani, senza paura
preferiscono perdersi come lacrime
di turisti: il molo e la nave cominciano
a muoversi e cominciamo
a piangere, così, senza motivo.
Gridano i gabbiani ricordando
l’oceano dell’incertezza
e la brutalità dei marinai, mere
mosche ai margini della nave.
I patti si stringono, si rompono
e il rimpianto ci muove immotivato:
lacrime crinite d’ira, cretine,
scavano solchi sulle guance.
*
Blu ellittico
È freddo e i gabbiani, le mucche del cielo,
muggiscono, cercano cibo e sorvolano
l’acqua blu: allora penso alla neve.
Quando penso sono sola.
Penso al mare, alle sue immense onde
onde piene di occhi che dicono
alle onde, cercate i morti perché
i morti non sono davvero morti.
Perché, è vero, il mare offre più di ciò che afferra
e stigma di morte non grava sull’uomo – il mare
concede ai morti una via di fuga: i gabbiani lo sanno
e scalpitano presso le stalle del cielo.
*
Madrigale verde
Vedi, il mio ospite è un albero:
cresce nonostante il dolore
le sfide e la difficoltà
di crescere.
È verde, è risoluto:
anche se respira angoscia
sprigiona pace, la pace della mente
e cresce e si muove
e cammina con verde tenerezza
lungo la terra:
cielo e sole sigillano il suo essere
come io vorrei fare con il tuo.
*
Coniglio accoppato
Sdraiato nel cristallino del crepuscolo
sono io il suo singolare difetto
e i suoi occhi, come stelle dimentiche,
si schiudono in una nebulosa distante anni luce.
Desiderano che il passato sia scuro come la notte
che il futuro sia piena luce e caritatevoli raggi.
Eppure so, per un sapere ancora arcano,
in qualche moto centrale del mio essere,
che tutto risorgerà, che tutto si volgerà
a me circondandomi, come gli anni luce
ruotano, invisibili, sul loro fuso di ghiaia.
Lynette Roberts
L'articolo “Un cuore rompe il ghiacciaio della notte”. Vita lirica di Lynette
Roberts proviene da Pangea.