> «Ah! Giacobbe» dice il Master. «Ecco Esaù di ritorno». «James,» dice Mr. Henry
> «per amor di Dio, chiamami col mio nome. Non farò finta di essere felice di
> vederti, ma voglio accoglierti meglio che posso nella casa dei nostri padri».
> «O nella mia casa? O in casa tua?» ribatte il Master, «Cosa stavi per dire? Ma
> questa è una vecchia ferita, e non è il caso di stuzzicarla.»
>
> (Robert Louis Stevenson, Il Master di Ballantrae, Adelphi, p.103)
***
> «Un certo giorno i fratelli scacciati si riunirono, abbatterono il padre e lo
> divorarono, ponendo fine così all’orda paterna. Uniti, osarono compiere ciò
> che sarebbe stato impossibile all’individuo singolo.»
>
> (Sigmund Freud, Totem e Tabù)
Al principio non fu il parricidio, ma la fratellanza. Da Caino e Abele a
Giuseppe e Beniamino, è il complesso rapporto tra fratelli a muovere le cose, a
scandire gli eventi e a dar inizio alla storia. Non per nulla, secondo Jung,
quello dei fratelli nemici non è soltanto uno dei tanti archetipi, ma il
paradigma di tutti. (R. Esposito)
> «Mio caro Henry, tocca a te giocare» aveva detto, e ora continuò: «È molto
> strano come anche in una cosa insignificante quale una partita a carte tu
> esibisca la tua rozzezza. Tu giochi, Giacobbe, come un piccolo possidente di
> campagna, o un marinaio in una taverna. La stessa ottusità, la stessa piccola
> avidità, cette lenteur d’hébété qui me fait rager; è strano che io abbia un
> fratello simile. Perfino Piedipiatti dimostra una certa vivacità quando vede
> in pericolo la sua posta, ma la noia di una partita con te, giuro che mi
> mancano le parole per descriverla». Mr. Henry continuò a guardare le sue
> carte, come meditando sulla maniera di giocarle, ma la sua mente era altrove.
>
> (Stevenson, Il Master di Ballantrae, cit., pp.127-128)
James schernisce suo fratello Henry così come il diavolo deride e colpisce il
suo duellante. Tra le molteplici apparizioni dell’Avversario presenti nella
tradizione biblica, quella dell’angelo che appare a Giacobbe, lo stesso Giacobbe
che invoca il Master, è sicuramente una delle più misteriose e affascinanti:
> Giacobbe rimase solo. Un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora.
> Vedendo di non riuscire a vincerlo, lo colpì alla giuntura dell’anca, che si
> slogò. Poi gli disse: «Lasciami andare, perché spunta l’aurora!». Ma Giacobbe
> rispose: «Non ti lascerò andare finché non mi avrai benedetto». L’altro gli
> domandò: «Qual è il tuo nome?». «Giacobbe», rispose. Ed egli disse: «Non ti
> chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli
> uomini e hai prevalso». Là lo benedisse. Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl,
> dicendo: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è rimasta salva». Il sole
> sorse mentre egli si allontanava, zoppicando a causa dell’anca.
>
> (Gen 32, 23-33)
Giacobbe è ormai alle soglie della terra promessa ad Abramo, ma il suo cammino è
sospeso da un’ultima, decisiva prova. Prima di attraversare il torrente Iabbòq,
attende con crescente angoscia l’incontro con il fratello Esaù, che anni prima
aveva ingannato sottraendogli sia il diritto di primogenitura sia la benedizione
paterna. Ignora quali siano le intenzioni del fratello, ma tutto lascia
presagire un regolamento di conti. È proprio in questa notte di attesa e di
timore, quando il passato sembra tornare a reclamare il proprio debito, che
Giacobbe viene raggiunto dal misterioso avversario con cui lotterà fino
all’alba. Non è un caso che una delle interpretazioni più antiche e persistenti
abbia identificato quell’enigmatica figura con Esaù stesso: prima ancora che con
il divino, Giacobbe sembrerebbe confrontarsi con il fratello tradito, con il
peso della colpa e con il conflitto irrisolto che da anni lo accompagna. Il
punto decisivo del racconto biblico non consiste tanto nella riconciliazione
finale dei due fratelli, quanto nella loro definitiva separazione:
> «Una volta riconciliati, i fratelli si separano definitivamente non perché […]
> la loro pace sia falsa, ma perché l’unica possibilità di vivere pienamente,
> per i gemelli, passa per la loro divisione. La legge della divisione binaria è
> bivalente, allo stesso tempo minaccia e libera la vita. Il rapporto non
> esclude ma include il non-rapporto, così come l’unità non nega ma comprende la
> separazione.»
>
> (R. Esposito, I volti dell’avversario, Einaudi, 2024)
Il vero pericolo non è il conflitto in sé, bensì l’indistinzione. Il culmine
della violenza, infatti, è rappresentato nel momento in cui Giacobbe assume
l’identità del fratello attraverso l’inganno paterno:
> «La violenza assoluta nasce sempre dall’indifferenziato: è il modo in cui i
> Due, una volta vicini, reagiscono al rischio dell’indifferenza, non
> limitandosi a distinguersi ma sfidandosi a morte.»
La notte che attraversa le acque dello Iabbòq continua a proiettare la sua
ombra. Nel Master di Ballantrae (si veda la recente edizione Adelphi a cura di
Masolino d’Amico) Stevenson ne raccoglie l’eredità simbolica, facendo della
rivalità fraterna non soltanto il motore della vicenda, ma la figura di una
divisione più radicale. Ogni incontro tra James e Henry, all’inizio del libro
divisi su due fronti opposti, rinnova il conflitto, trasformando il sangue in
destino e la parentela in una ferita che nessuna distanza riesce a rimarginare.
Tale ferita affonda le proprie radici nell’ordine stesso della famiglia: James è
il figlio prediletto, il primogenito sul quale convergono l’ammirazione del
padre e l’affetto di Alison Graeme, mentre Henry è costretto a occupare
costantemente una posizione subordinata. Anche quando James viene creduto morto
e Henry ne assume il posto, ereditandone il ruolo e sposandone la promessa
sposa, quella sostituzione non produce alcuna ricomposizione. Al contrario, il
ritorno del Master riapre ogni antica lacerazione: James si compiace di
dimostrare che il padre continua a preferirlo, che Alison non ha mai smesso di
subirne il fascino e che persino l’affetto della figlia di Henry si orienta
spontaneamente verso di lui.
Ciò che i due fratelli si trovano di fronte non è un nemico esterno, bensì ciò
che abita il loro cuore. Il loro scontro nasce dall’esigenza di sottrarsi
all’indistinzione originaria, di conquistare un’identità irriducibile a quella
dell’altro. Tuttavia, quanto più ciascuno tenta di differenziarsi, tanto più
finisce per dipendere dal fratello come unico termine della propria esistenza.
Henry finisce progressivamente per definirsi attraverso James, mentre James
sembra esistere soltanto nella misura in cui può perseguitare e annientare il
fratello. Per questo il romanzo non racconta né la vittoria dell’uno sull’altro
né l’affermazione di un principium individuationis capace di separare
definitivamente i due fratelli. Quello che si mette in scena è l’impossibilità
di ricomporre una fraternità irrimediabilmente lacerata, destinata a trovare il
proprio compimento soltanto nella morte condivisa.
Il Master of Ballantrae appare così come un momento decisivo nell’evoluzione
della riflessione stevensoniana sul doppio. Se in Jekyll e Hyde la scissione
assume una forma fisiologica e psicologica, nel Master essa si manifesta ancora
attraverso due fratelli apparentemente distinti, ma già destinati a rivelarsi
come le due manifestazioni di un’unica coscienza divisa. Hyde, in questo senso,
non nasce improvvisamente tra le fiale del dottor Jekyll: la sua figura è già
prefigurata nella lunga genealogia degli avversari fraterni che, come si è
detto, dalla Bibbia conducono fino a James Durie, trasformando il fratello
nell’ombra più inquietante.
La stesura del Master venne iniziata nel 1887, durante una gelida notte
d’inverno in un piccolo villaggio al confine tra gli Stati Uniti e il Canada, e
venne portata a termine due anni dopo, a Waikiki, luminosa isola dei Mari del
Sud che Stevenson amò. Come ricorda nella dedica, il romanzo fu scritto
soprattutto navigando. Proprio di questa esistenza errabonda dell’autore l’opera
conserva l’impronta. È un romanzo di omerico νόστος verso quella lontana Scozia
alla quale lo scrittore non avrebbe mai più fatto ritorno; ma il Master è
soprattutto il romanzo della confusione tra il bene e il male,
dell’inestricabile intreccio fra un male irresistibilmente e diabolicamente
seducente e un bene continuamente sconfitto e umiliato.
> Di quanto tempo fosse passato non ho idea; possono essere state tre ore, o
> possono essere state cinque, con l’indiano a sforzarsi di rianimare il corpo
> del suo padrone. Solo una cosa so, che era ancora notte, e la luna non era
> ancora tramontata, benché si fosse abbassata assai e adesso striasse il
> pianoro di lunghe ombre, quando Secundra emise un piccolo grido di
> soddisfazione: e, chinandomi subito in avanti, io stesso credetti di percepire
> un cambiamento sul viso gelato del dissepolto. Un attimo dopo vidi tremolare
> le sue palpebre; poi queste si sollevarono del tutto, e il cadavere vecchio di
> una settimana mi guardò in faccia per un momento. Su questa manifestazione di
> vita posso giurare personalmente. Da altri ho sentito che cercò visibilmente
> di parlare, che gli si videro i denti attraverso la barba, e che aveva la
> fronte corrugata come in un’agonia di dolore e di sforzo. E così potrebbe
> essere stato; io non lo so, ero impegnato altrimenti. Perché, a quel primo
> schiudersi degli occhi del morto, milord Durrisdeer cadde a terra, e quando lo
> sollevai era cadavere.
James e Henry Durie non sono fratelli ma il volto e il rovescio di un’unica
natura, due possibilità come all’alba lo furono Caino e Abele e i due figli
nella parabola del figliol prodigo. Non c’è un innocente e un colpevole; c’è
solamente il lento consumarsi di due destini che finiscono per alimentarsi l’uno
dell’altro. Una candela con due stoppini che si scioglie inesorabilmente.
Tony Vero
*
Bibliografia minima:
Freud, S. (2010). Totem e tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei
selvaggi e dei nevrotici. Bollati Boringhieri.
La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali. (2021). La Bibbia.
Nuovissima versione dai testi originali(E. Bianchi, Cur.). Edizioni San Paolo.
Esposito, R. (2024). I volti dell’Avversario. L’enigma della lotta con l’Angelo.
Einaudi.
Stevenson, R. L. (2026). Il Master di Ballantrae (M. d’Amico, A cura di).
Adelphi.
*In copertina: Robert Louis Stevenson secondo John Singer Sargent, 1887
L'articolo “Il Master di Ballantrae” o l’eterno dissidio tra Caino e Abele
proviene da Pangea.
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Per certi versi, Hugo Williams è l’opposto di Bruce Chatwin. Pressoché coetanei
– Bruce, classe 1940, è più vecchio di due anni –, Hugo Williams eccelle nel
pezzo d’arte, nel cammeo giornalistico. Non gli interessano le grandi indagini,
i grandi panorami, i grandi personaggi: Hugo Williams predilige il dettaglio
nascosto, il particolare insignificante, il miracolo nelle banali cose di ogni
giorno. D’altra parte, non ha scritto libri memorabili come In Patagonia o Le
vie dei canti; precocissimo, nel 1966 pubblica All the Time in the World,
resoconto dei suoi vagabondaggi, ventenne, in giro per il globo, dal Medio
Oriente all’India, dall’Australia alla Thailandia. Il libro gli garantì un posto
presso il “London Magazine”. L’anno prima, per la Oxford University Press, aveva
pubblicato il primo libro in versi, Symptoms of Loss. L’ultimo lo ha pubblicato
nel 2024, s’intitola Fast Music, stampa Faber.
Nato a Windsor, nel Berkshire, Hugo Williams – in realtà: Hugh Anthony Mordaunt
Vyner Williams – può vantarsi di essere uno dei poeti più belli della
letteratura inglese. Il papà, Hugh Williams, fu attore britannico di vaglia,
assai celebre; la madre, Margaret Wyner, fu modella e attrice di inesorabile
fascino: Cole Porter le dedicò una canzone. La coppia, un poco spiantata dopo la
Seconda guerra, riuscì a risollevarsi grazie alla scrittura de L’erba del vicino
è sempre più verde: un successo teatrale che si tramutò, nel 1960, in un film
con Cary Grant, Robert Mitchum e Deborah Kerr. Altri tempi.
Nel frattempo, Hugo Williams si diplomava a Eton e verseggiava: tra i suoi lari
figurano Thom Gunn e Robert Lowell. La sua poesia – spesso spiazzante, di
spazientito cinismo, fitta di piccole cose di pessimo gusto – piacque a Philip
Larkin che la canonizzò nel suo The Oxford Book of Twentieth Century English
Verse (1973). Nel Regno Unito, Hugo Williams è considerato tra i più importanti
poeti della sua generazione: nel 1999 vince il “T.S. Eliot Prize” – premio in
cui è stato tra i selezionati per quattro edizioni; contro di lui, quell’anno,
gareggiavano Anne Carson, Carol Ann Duffy e Michael Hoffmann –, nel 2004 è
insignito della Queen’s Gold Meldal for Poetry (medaglia andata, tra gli altri,
a W.H. Auden, Philip Larkin, Robert Graves e, più di recente, a Simon
Armitage).
Hugo Williams dev’essere un uomo spassoso. In una poesia – tradotta in calce –
implora Dio di aiutarlo a vivere “una doppia vita”; in un’altra racconta di
quando ha fatto pipì in giardino con il papà – figura piuttosto ingombrante a
misurare la costanza con cui fa ingresso nei suoi versi. Tra i libri importanti
– tutti editi da Faber – citiamo Dock Leaves (1994), Billy’s Rain (1999), I Knew
the Bride (2014).
Quanto a me, preferisco l’Hugo Williams giornalista, il cronachista di genio che
sa scorgere brecce d’oro nel nulla, che trova la ‘notizia’ in ogni singolo
singulto umano. Credo – con questi criteri – che sia un caso quasi unico nella
poesia occidentale – dove, di solito, il giornalista è mestiere esercitato dal
poeta per necessità, dunque senza onori. In particolare, il suo libro più bello
– bellissimo fin nel titolo – è Freelancing. Adventures of a Poet (edito da
Faber nel 1995), la raccolta dei ‘pezzi’ usciti per il “TLS”. Si tratta di perle
giornalistiche spesso spassose. Come l’articolo su “Ted Hughes”, che racconta di
un sedicente Ted Hughes – bellone, piacione, biancochiomato, sbilenco nel
poetare – che ci prova con una studentessa australiana, scortandola in un
fatiscente appartamento di Londra: “Era imponente… Quando lei tentò di
mostrargli alcune poesie, lui le fissò spazientito, le mise da parte,
interessato, più che altro, a scortare la tipa verso la camera da letto”. In un
articolo Hugo Williams scrive di Evgenij Evtušenko e della Guerra Fredda, in un
altro racconta quando Laurence Olivier Knew My Father. Nel pezzo che abbiamo
scelto di tradurre – un reportage da Sciro, sulla tomba di Rupert Brooke –
spiccano tutte le anime di Hugo Williams: il viaggiatore, il cultore di poesia,
l’infallibile, corrosiva, sagacia. L’attacco del libro dice, prima di tutto, di
un’indole, va preso come l’estratto di una poetica:
> “Che vita bizzarra quella del poeta-giornalista nei primi Novanta. Vagavamo
> qua e là, sotto l’ardore di futili entusiasmi, incendi colti all’improvviso
> poi persi per sempre. Non avevamo alcuno scopo – alcun progetto. Dove andrò a
> finire, mi chiedevo. Che senso ha, mi chiedo ancora. Avrei voluto intitolare
> il mio libro ‘Tutto per caso’, che è poi la sua miglior descrizione. Un minuto
> prima ero in America Centrale, l’attimo dopo ritornavo nel mio liceo. Un
> minuto prima esco vestito da donna, quello dopo resto a casa a inveire contro
> una trasmissione televisiva. Un articolo su Bruce Chatwin segue quello sulla
> nuova moda di rasarsi i capelli. Un articolo sulle scuole di scrittura è
> seguito da un articolo sul tentativo di acquistare droga. Ecco. Se c’è un tema
> che tiene insieme i miei libri è la ricerca dell’eccitazione. Droga
> letteraria. Andrà meglio la prossima volta. L’unica scusante è che queste cose
> sono accadute a me. È il mio piccolo mondo”.
My little world potrebbe essere la descrizione delle poesie di Hugo Williams.
Vanno ascoltate con gli Smiths in sottofondo.
**
Visita alla tomba di Rupert Brooke
La città di Sciro è un caos cubista. In cima, si erge il monumento imponente,
vagamente fascio, dedicato “A Rupert Brooke e alla poesia immortale”: nudo
maschile in bronzo di grandezza doppia rispetto al naturale, inviato sull’isola
negli anni Trenta, dall’Inghilterra – pare raffiguri un prostituto belga. Alla
base, un bassorilievo raffigura il poeta: profilo ragazzo, capelli fluenti, naso
delicato. Le pudenda della statua, provocanti, sono state colorate di verde da
alcuni locali: un gesto che pare esprimere i loro sentimenti verso i compatrioti
di Brooke, i turisti della “crescita personale” che si ritrovano allo Skyros
Centre per “una vacanza della mente, del corpo e dello spirito”.
La vera tomba di Brooke si trova in una parte selvaggia e inaccessibile
dell’isola, di proprietà della Marina greca. Oggi c’è un sentiero che porta
verso quella zona, ma nel 1967 Andrew Motion, il poeta, appena licenziato dalla
scuola, rischiò di morire per cercarla. Venti ore dopo la partenza fu aiutato da
un pastore che gli indicò la strada per la tomba. “Una colonna di formiche
usciva da una fessura nel marmo; ricordo di aver pensato: ecco l’ultimo
messaggio di Rupert Brooke”.
A causa della costruzione di una nuova base navale, la tomba potrebbe uscire per
sempre dalle rotte turistiche, dunque penso di doverla vedere. Con me, un gruppo
di dieci scrittori. Noleggiamo delle moto, partiamo. Cantiamo Thom Gunn: “In
motocicletta, su per la strada, arrivano:/ piccoli, neri, come mosche stordite
dal caldo, i ragazzi…”. Siamo assurdi: infradito, pantaloncini, Honda scassate.
Osiamo un percorso, ci perdiamo più volte, a volte temiamo di finire in un
fosso. Per qualche ragione, ci divertiamo un mondo, stringiamo legami folli come
quegli studenti di psicodramma e Gestalt Therapy che abbiamo visto allo Skyros
Centre.
La prima tappa è la Fontana delle Ninfe. Ci laviamo, riempiamo le bottiglie di
acqua, scattiamo qualche foto. Dopo un’ora, raggiungiamo la splendida baia di
Tribouki, il più grande porto naturale dell’Egeo, dov’erano ormeggiate le navi
ospedale nel 1915. Guardo verso il basso, sopraffatto dalla solitudine al
pensiero di quei tetri vascelli così lontani da casa. È qui che Brooke ha
scritto Fragment? Gli amici mutavano in acqua sotto i suoi occhi:
> “Ho vagato sul ponte per un’ora, questa sera,
> Sotto il cielo nuvoloso e senza luna; e ho spiato
> Dai finestrini, ho osservato gli amici intorno al tavolo
> Mentre giocavano a carte, in piedi alla porta,
> O mentre uscivano al buio […]
> Continuavo a vederli – in controluce – passare
> Come ombre colorate, più sottili del cristallo,
> Bolle leggere, più tenui della pallida luce delle onde…”
>
> (traduzione di Paola Tonussi, da: R. Brooke, Poesie, InternoPoesia, 2025)
Durante un picnic, sbarcato, Brooke disse della bellezza di un uliveto ricoperto
di fiori selvatici e di erbe profumate. Morì pochi giorni dopo, di setticemia –
un insetto lo aveva punto ad Alessandria –: i suoi amici, Bernard Freyburg, un
eroe di guerra neozelandese, e Arthur Asquith, figlio del Primo ministro, lo
portarono a terra, seppellendolo presso quell’uliveto. Consapevoli, senza
dubbio, della necessità di trovare un angolo di Inghilterra in quella terra
straniera. Era il 23 aprile, il giorno di San Giorgio, patrono di Sciro e
dell’Inghilterra. Il giorno dopo, la flotta salpò per i Dardanelli.
La prima vista della tomba è dall’alto. Bianca, verde, solitaria, aliena, tra
ulivi scheletrici. Ci avviciniamo seguendo una fila di pietre che qualcuno ha
conficcato per segnalare il percorso. Ai piedi della tomba, la targa con la
celebre poesia, un epitaffio fin troppo perfetto. Lo leggiamo e ci facciamo
fotografare mentre lo leggiamo – uno studente danese ne critica il sapore
imperialista. Gli spiego che richer dust, il concetto incriminato, è metaforico,
benché vi aleggi una certa eccitazione giovanile. Capisco, fa lo studente.
Segue, eccesso di fotografie con vastità di pose, pensierose, informali, intorno
alla tomba. Sorge spontanea la domanda: sorridere o non sorridere in queste
circostanze? Optiamo per la seconda.
Sulla via del ritorno, passiamo da un santuario: San Giorgio, il drago, una
bottiglia di Lucozade piena di olio per le candele. L’auto distrutta che ha dato
origine a quel santuario pare un monumento ai caduti: il cavallo di San Giorgio
è al macello.
Decidiamo di fare una nuotata – troviamo una spiaggia deserta, di proprietà
della Marina. Un raccoglitore di sale cammina, nudo, su un’isola lontana. Trovo
una piccola medusa blu, è dura, sembra un paralume di vetro.
Stasera c’è l’assemblea generale di metà semestre guidata dal direttore del
corso: settanta esperti in shopping dello spirito seduti sui cuscini. Li
ascolto. Qualcuno vuole impegnarsi a fare qualcosa di speciale nella prossima
settimana? Un tizio visiterà più spesso la spiaggia per nudisti, se qualcuno lo
aiuta a scendere lungo la scogliera. Un altro si impegna ad abbracciare più
spesso le persone e a essere gentile. Un terzo vuole scoprire la natura
selvaggia di cui hanno parlato durante il corso. Dio mi salvi.
Alla richiesta di condividere qualcosa di bello accaduto durante la settimana
comincia una ragazza: parla della pesca notturna dei calamari con virile
vividezza. I pescatori le hanno permesso di calare l’esca attraverso un buco,
sul fondo della barca, ma non l’hanno avvisata che il calamaro, una volta
catturato, l’avrebbe inzuppata di inchiostro nero. È una bella storia.
Alla fine del rito, la direttrice si rivolge a me. Mi chiede di condividere
qualcosa. Guardo i volti degli astanti rivolti verso di me. Vorrei descrivere il
tipico scherzo con cui Rupert Brooke scandalizzava i suoi amici. Si tuffava nudo
in un ruscello gelido, emergendo con un’erezione istantanea. Mi chiedo se li
avrebbe affascinati sapere che il grande poeta si appendeva a testa in giù, da
un albero, per asciugarsi i capelli. Beh, attacco, ho trovato una bellissima
medusa blu su una spiaggia, straordinariamente luminosa…
[“Times Literary Supplement”, 12 novembre 1993]
**
Preghiera
Dio, dammi la forza di vivere una doppia vita.
Dividimi in due.
Rendi felice ogni parte a suo modo
nel suo mondo. Che disubbidisca
ai miei migliori istinti:
concedimi di fare ciò che voglio
senza rimpianti, senza pena di pentimento.
Quando torno a casa, tardi, la sera
dicendo che devo andare via
di nuovo, ricordami di guardare fuori
dalla finestre per capire in quale casa mi trovo.
Fammi sbocciare un sorriso sul viso
quando mi presento, due settimane dopo,
abbronzato e con regali per tutti.
Insegnami la giusta postura
il giusto sguardo, le giuste parole
quando dico dove sono stato
e perché: è stato bello il mio tempo
o è soltanto un intermezzo? Vorrei sapere
cosa provo riguardo alla mia vita
ma quando in una delle mie vite
devo andare a letto, precedimi
lungo le scale, accendi la luce
agli angoli della stanza. Dimmi:
devo indossare un pigiama
o posso dormire nudo? Se non puoi
accontentarmi né tagliarmi a metà
Dio, dammi la forza di vivere una doppia vita.
*
La diga
Rintocca il mio nome
nella bocca di mamma:
un suono familiare di due note
che si propaga nei campi
e mi trova qui
in ginocchio, in riva al fiume
con le braccia immerse nel fango.
Torno a casa e spiego
cosa ho fatto in tutto questo tempo
così lontano da casa.
“Costruisci dighe?”, mi chiederà.
“O scrivi una poesia sui costruttori di dighe?”.
*
L’ultimo addio
Nell’ultimo giorno di festa
siamo uomini morti:
ricordiamo la perduta
giovinezza tra i rododendri.
Diciamo addio al pollaio
alla serra, alla soffitta
all’isola con il ponte levatoio.
Facciamo l’ultimo giro sull’altalena
il tavolo è sotto e ci
lanciamo nello spazio.
Vaghiamo in cerchio
ci allontaniamo dall’albero
torniamo, spensierato
al tavolo – per il resto del pomeriggio
finché non è ora di andare.
Nell’ultimo giorno di vacanza
restiamo immobili
aspettiamo il taxi
ricordando la nostra
spensierata giovinezza
perduta tra i rododendri.
*
Luci spente
Se vuoi possiamo parlare
per dieci minuti di ciò che è
accaduto durante il giorno:
poi dobbiamo dormire. Non
importa ciò che sogniamo.
*
Tregua
Mi sono svegliato
con i vestiti del giorno
prima e sono sceso di sotto.
La casa era silenziosa
come il ricordo di una casa.
Mobili incerti, provvisori
contro il muro.
Mio padre in piedi sotto
una lampadina mangiava
salsiccia in salsa di rafano.
Mi sono servito di Shredded Wheat
e banana. Siamo rimasti
insieme in veranda
e abbiamo pisciato sui narcisi.
*
Salvo
Ricordi i giorni in cui succedevano sei cose ogni notte
e nessuno indossava un cappotto per uscire?
Voltando le spalle a una serata con gli amici
il mondo ti apriva le braccia. Il triplice miracolo
di incontrare qualcuno, piacergli e trovare piacere
era dato per scontato sulla strada di ritorno
verso il tuo appartamento.
Stasera controllo che il fuoco sia spento
che l’allarme sia attaccato che il letto sia rifatto.
Che vergogna. Non sono vecchio malato stanco
ma soltanto assennato. Qualunque cosa sia
quel ticchettio in fondo alla strada
tiro le tende e lo chiamo pioggia.
L'articolo “Concedimi di fare ciò che voglio senza rimpianti”. Hugo Williams, il
poeta che ha fatto il giro del mondo proviene da Pangea.
I due poeti più rappresentativi della letteratura inglese del secondo
Novecento, Philip Larkin e Ted Hughes, sono assenti dalle librerie italiane.
Pare un paradosso – è il metro di misura della virginale marginalità della
poesia nostra: conosciamo minutamente cosa pubblica il vicino di casa, ignorando
i grandi, grandissimi poeti del resto del mondo. Il paradosso si complica sul
piano editoriale. Di recente Mondadori ha tradotto i romanzi di Larkin
– Jill e Una ragazza d’inverno –, secondari rispetto al resto della sua opera:
le raccolte poetiche sono pressoché irreperibili – Finestre alte, per dire, esce
nel 2002 per Einaudi. Per Ted Hughes vale lo stesso concetto: si trovano i libri
‘per ragazzi’ – Com’è nata la balena e altre storie, ad esempio, stampa sempre
Mondadori –, meravigliosi ma pur sempre alla provincia del suo impero verbale,
sono introvabili i libri in versi, tumulati nel costoso ‘Meridiano’ del 2008.
Non potremmo pensare a poeti così diametralmente opposti. Se Ted Hughes è
selvatico, sciamanico, sciamannato, Philip Larkin è rigoroso, arguto, cinico.
Ted Hughes scrive di bestie e di riti ancestrali, di fiumi e di boschi, mentre
la poesia di Larkin è ‘da camera’: Larkin anatomizza i vizi dell’uomo, è
affascinato dai singoli, morbosi dettagli della creatura chiamata uomo. Ama il
grigio, Larkin – e le sue più torbide sfumature. Al contrario, Hughes vuole il
sangue, il dio decollato, la forsennata danza.
Nel 2008 Philip Larkin è stato eletto dal “Times” the Greatest British Writer
Since 1945. Sotto di lui, stazionano George Orwell e William Golding. In questa
speciale classifica, J.R.R. Tolkien sonnecchia al sesto posto; Ted Hughes si
ferma al quarto. Philip Larkin era morto da tempo: dal dicembre del 1985 le sue
spoglie riposano al cimitero di Cottingham. Sulla lapide, pallida, priva di
orpelli, monastica, c’è scritto semplicemente Writer. L’anno prima, aveva
rifiutato l’incarico di ‘Poet Laureate’: non voleva fosse funestata la
propria privacy. Rifuggiva dai fari e dai vampiri della fama. Il ruolo fu
accettato, con estro, da Ted Hughes, poeta dal physique, che ama spiazzare il
pubblico. La pubblicazione postuma delle lettere di Larkin ne scalfì la
reputazione: i critici diagnosticarono che il grande poeta era un misogino, un
razzista, un ilare diavolo. Scapolo, non bello, Larkin ha coltivato relazioni
ambigue con un nutrito numero di fanciulle: la rete pullula di pettegolezzi. I
fatti privati, tuttavia, non hanno incrinato la considerazione letteraria:
Philip Larkin è considerato il più autorevole e influente poeta inglese del
secondo Novecento. Che non esista in Italia un volume delle sue opere – ci aveva
tentato Silvio Raffo, per Adelphi, qualche decennio – è culturalmente
scandaloso.
Larkin amava il jazz, di cui scriveva con consolidato humour. Giocava a fare il
super partes, il poeta partigiano di se stesso, l’assolutamente altro –
penetrare nella rete delle sue reticenze è soffocante. Così, ad esempio, in un
discorso pubblicato nel 1977 sul “TLS”, Subsidies and Side Effects:
> “…devo ammettere con un po’ di vergogna di non aver mai letto le mie poesie in
> pubblico, di non aver mai tenuto conferenze sulla poesia, di non aver mai
> insegnato a nessuno a scriverla”.
Mentre lavorava come bibliotecario presso la Brynmor Jones Library
dell’Università di Hull, già autore di raccolte a loro modo decisive – The Less
Deceived, 1955 e The Whitsun Weddings, 1964 –, Philip Larkin fu incaricato dalla
Oxford University Press di costruire una grande antologia della poesia inglese
contemporanea. The Oxford Book of Twentieth-Century English Verse uscì nel 1973,
con la pretesa di essere un’antologia destinata a ‘restare’. Larkin lavorò in
modo diametralmente opposto a William Butler Yeats, uno dei suoi totem, che nel
1936 per lo stesso editore aveva forgiato l’Oxford Book of Modern Verse. In quel
caso, WBY pontificava, pur con brio, come sempre – dal pulpito delle quaranta
pagine introduttive – e santificava, antologizzando, tra poeti titanici e audaci
scoperte, amici – Margot Ruddock e Shri Purohit Swami, ad esempio –, traduttori,
tradotti (Tagore, per dire). Insomma, si trattava di un’antologia autorevole
bensì autoriale. Philip Larkin costruisce un’antologia oceanica – ai 97 poeti
spigati da Yeats ne contrappone 207 –, con pochi fronzoli. L’introduzione, di
una pagina e mezza, avvisa che il poeta non ha “incluso poeti americani o del
Commonwealth” (ergo: manca Ezra Pound; ma c’è Derek Walcott) né “traduzioni, in
quanto poesia che si basa su altra poesia”. Soprattutto,
> “ho optato per una rappresentanza ampia prima che approfondita – nell’idearla,
> non ho agito criticamente o storicamente, ma come uno che ha avuto
> l’obbiettivo di riunire il maggior numero di poesie gradevoli alla lettura, in
> grado di dare piacere ai lettori”.
Buon senso, arguzia ‘borghese’ – il piacere inteso come gradevolezza e
passatempo – e sagacia distinguono il lavoro di Larkin. Naturalmente, ogni
scelta cela una poetica. Poco avvezzo ai fasti del ‘modernismo’, Larkin
antologizza, con larga messe lirica, Thomas Hardy, Rudyard Kipling, Yeats e
Edward Thomas; preferisce John Masefield e D.H. Lawrence, Rupert Brooke e Robert
Graves ai paladini delle nuove forme liriche. A chi legge questo foglio
telematico, non suonerà stravagante la predilezione di Larkin per Dorothy
Wellesley, Hugh MacDiarmid e Roy Campbell: sono autori con cui ormai bisogna
fare i conti. Tra i suoi ‘prossimi’, Larkin amava John Betjeman, Wystan H.
Auden, Thom Gunn. Tra gli amici – dall’importante pedigree – spiccano Kingsley
Amis (più noto come romanziere) e Robert Conquest; Ted Hughes è antologizzato
con cinque poesie, non certo le più belle; Larkin si autoantologizza con sei
testi.
Nella breve rassegna che segue, abbiamo estratto gli autori meno noti: da un
lato, perché siamo attratti da ciò che non conosciamo – su William Henry Davies,
il poeta che attraversò l’America da senzatetto, torneremo –, dall’altro perché
è bello osservare da vicino i sobbalzi della sorte. Alcuni poeti, noti o
notissimi ai propri tempi, ora giacciono tumulati nell’oblio – forse la
poesia invecchia?, forse non ci sono più le ragioni sociali per accettarla?,
forse anche la letteratura è preda delle belve del caso e del caos? Intanto,
leggiamo – soltanto dopo anni, alcuni poeti, ci appaiono supremamente nuovi.
**
W.H. Davies
(1871-1940)
Malvagità
Mentre la gioia elargiva stelle alle nuvole
che brillavano bramose ovunque guardassi
e ai vitelli tremavano le gambe
eccitati perché succhiavano il latte;
mentre ogni uccello era assorto nel canto
senza ragionare sul male o sul torto –
voltai la testa e vidi il vento
non lontano da dove mi trovavo
che trascinava il grano per i capelli d’oro
in un bosco oscuro e solitario.
**
Wilfrid Gibson
(1878-1962)
Lamentazione
Noi che siamo qui, come possiamo
guardare ancora il sole e ascoltare la pioggia
senza ricordare chi non c’è più, senza
rimpinguarci del rimpianto per chi ha speso
tutto per noi e come noi amava il sole e la pioggia?
Un uccello canta tra i lillà inumiditi
di pioggia – come possiamo ancora
rivolgerci alle più piccole cose, agli uccelli
al vento e al fiume, resi sacri dai loro
sogni, senza udire il dolore che batte
nel cuore di tutto?
**
Joseph Campbell
(1879-1944)
La vecchia
Come una bianca candela
in uno spazio sacro
è la bellezza
di un volto invecchiato.
Pari alla radiosa risacca
del sole in inverno
è la donna dopo
il travaglio.
I figli l’hanno abbandonata
i suoi pensieri sono immobili
come le acque sotto
un mulino in rovina.
**
F. W. Harvey
(1888-1957)
Novembre
Si è impiccato – il Sole.
Pende
come uno spaventapasseri.
È morto per amore – il Sole
che tra i grovigli del bosco
onorava ogni bella forma.
Quel grande amante – il Sole
ora riempie
il bosco di chiazze di sangue.
**
Stella Benson
(1892-1933)
Ora non ho nulla. Neppure la gioia dei perduti –
sto perdendo anche i sogni. So
soltanto questo: usi il mio cuore
come la pietra su cui poggiare i piedi.
Sono felice – felice – che tu abbia scelto questa pietra.
**
Edward Shanks
(1892-1953)
A cena
Sbattete il coltello sul piatto e la forchetta sul bicchiere
perché dobbiamo cenare: fate rumore, più che potete.
L’ufficiale è triste in viso: cantate una canzone
tiratelo su di morale, perché anche lui deve mangiare.
Marciate in sala da pranzo, fate tremare i tavoli
come una dozzina di mitragliatrici in una sanguinosa
battaglia, usate le forchette come fucili e i piatti come
tamburi, fate un baccano infernale, ecco, arriva la cena!
**
Richard Church
(1893-1972)
Prudenza
Negli affari d’amore, sii prudente
non accettare in cambio
un amore capace di vivere
quando il tuo avrà cessato
di ardere – negli ultimi
anni di vita potresti
incontrare il fantasma
di chi hai frantumato
in un istante – Dio ti protegga
in quel giorno fatale.
**
Roy Campbell
(1901-1957)
Su alcuni romanzieri sudafricani
Lodate la ferma moderazione con cui scrivono –
Concordo con voi, ovviamente:
usano il morso e il freno con sapienza
ma dov’è finito il cavallo?
*
Su altri
Lontano dai volgari luoghi frequentati
dagli uomini, siedono nelle loro
aule della celebrità. Proprietari
di ville con fontane, scrivono
romanzi con la scopa.
**
Kathleen Raine
(1908-2003)
Il mondo
Brucia nel vuoto
nulla lo regge
continua il viaggio.
Viaggia nel vuoto
il fuoco lo regge
nulla è immobile.
Viaggia bruciando
lo regge il vuoto
ma non è il nulla.
Il nulla viaggia
vuoto che brucia
retto dall’immobilità.
**
C. H. Sisson
(1914-2003)
Al tempio
Con chi parlano al tempio?
Se ci fosse una risposta, diremmo
che si tratta di una conversazione, ma è proprio
perché non c’è nulla che sono incantati.
Chi non risponde è la risposta alla preghiera.
**
Robert Conquest
(1917-2015)
Uomo e donna
Sobrio, la pensa; così, si ubriaca di lei.
Ubriaco, piange per lei. Stremato, dorme
e si sveglia memore dell’assenza.
Gli alberi si muovono sordi nel vento totem;
il giusto equilibrio tra simbolo e senso
si dissolve nel silenzio.
Certi virus causano un dolore peggiore
come gli strumenti di tortura dei servizi segreti
eppure ecco la palude inspiegabile
in cui tutto ciò che si ergeva nella più
profonda sicurezza si sbriciola
e l’universo è spezzato come uno straccio.
Altri dolori graffiano la mente
senza dire del corpo, i rintocchi della
palpebra, la disperazione per il denaro
la paura della morte. Reale, dici? Ma queste
non sono cose che fendono la roccia
in profondità come le lacrime – già
perché le lacrime?
**
John Wain
(1925-1994)
Apologia della reticenza
Perdonami se ti ho lodata senza ardore.
La riverenza è la madre della reticenza
il silenzio cala mentre apro le mani.
Perdonami se ho parole già sbriciolate.
Questo non è il momento di essere eloquenti
il silenzio crolla mentre si issano i sensi.
Diciamo soltanto ciò che non sappiamo
ed è l’amore a conoscermi
è la tua perfezione a salvarmi.
I versi fatti al merletto non hanno più senso.
Mi hai levato la paura e la loquacità:
perdonami se resto in silenzio, ora.
Le parole sono un ripiego, non sanno
ripagarti per ciò che hai fatto di me.
**
Elizabeth Jennings
(1926-2001)
In ritardo
La stella che mi è accanto brillava
anni fa. La luce che ora splende
potrei non vederla mai più:
questo ritardo temporale mi affascina.
Penso che l’amore di chi mi ama potrebbe
raggiungermi soltanto quando il desiderio
sarà spento. L’impulso della stella
deve attendere occhi che ne riconoscano
la bellezza: quando l’amore
arriverà, potrebbe scoprirmi altrove.
**
Gavin Bantock
(1939)
Gioia
Il Paradiso arriva
ma arriva come una brezza e come una brezza
è sempre altrove dal punto in cui siamo
non è possibile inseguire il vento
fino alla fine del mondo.
L'articolo “Non ho mai letto le mie poesie in pubblico”. Philip Larkin Anthology
proviene da Pangea.
Anita Brookner è stata una donna complessa e riservata e una scrittrice
affascinante e sfuggente come le protagoniste dei suoi romanzi, con i quali ha
esplorato la solitudine, la malinconia e la dignità di donne e uomini che, quasi
sempre in silenzio, resistono alle durezze della vita. Ha descritto la fragilità
degli esseri umani e le difficoltà nei rapporti tra le persone. Le storie che ha
raccontato non sono certo autobiografiche però non si può fare a meno di notare
come una certa vulnerabilità malinconica sia un tratto comune all’autrice e ai
suoi personaggi.
Nata a Londra nel 1928 in una famiglia ebraico-polacca il cui nome originario
era Bruckner, poi anglicizzato in Brookner negli anni della Prima guerra
mondiale, si è laureata in storia e ha poi conseguito un dottorato in storia
dell’arte, specializzandosi nella pittura francese del Settecento e
dell’Ottocento. Nel 1967 è stata la prima donna a occupare la cattedra Slade di
belle arti all’Università di Cambridge per poi andare a insegnare a lungo al
Courtauld Institute di Londra. Apprezzata dai suoi studenti e ancora oggi
ricordata con affetto, ha molto amato il suo lavoro tanto è vero che non si è
mai definita una scrittrice ma un’insegnante.
> «Il mio vero lavoro era quello di insegnante e lo adoravo. Quello di
> scrittrice di romanzi è solo un modo per riempire il tempo.»
A 53 anni, anche in previsione della pensione che si avvicinava, ha cominciato a
dedicarsi alla narrativa. Nel 1981, durante la pausa estiva quando era libera
dall’insegnamento, ha scritto il suo primo romanzo, A Start in Life, e poi non
si è più fermata, nel senso che per più di venti anni ha pubblicato un libro
all’anno, con una regolarità implacabile. Alla fine saranno ben ventiquattro i
romanzi pubblicati, purtroppo solo in minima parte tradotti in italiano e ormai
spesso fuori catalogo.
Nel 1984, nella sorpresa generale e sua per prima, ha vinto il più prestigioso
premio letterario inglese, il Booker Prize, con Hotel du Lac, la storia di una
timida scrittrice di romanzi rosa che rifiuta un uomo noioso e affidabile per un
affascinante uomo sposato con cui non può esserci un futuro. Su YouTube in un
breve video della serata è possibile vedere l’espressione di stupore e di
incredulità sul volto di Anita Brookner al momento dell’annuncio della sua
vittoria. Non se l’aspettava. Chiamata sul palco, se la cava con una battuta e
poi non dice nient’altro. Ringrazia chi deve essere ringraziato, e se ne torna
il più velocemente possibile al suo tavolo.
Nel corso degli anni la relativa fama letteraria non ha cambiato di una virgola
le sue abitudini e il suo stile di vita. Tutte le mattine usciva di casa, andava
nella vicina King’s Road, dove faceva una frugale colazione, fumava la prima
sigaretta della giornata e comprava
l’Independent, il Mail, il Guardian e ilTelegraph; il Times, invece lo riceveva
direttamente a casa. Alle dieci era di nuovo nel suo appartamento dove passava
il resto della giornata a leggere e a scrivere. Ma la sua vera arma di difesa
davanti al successo è sempre stata l’ironia. Quando le telefonarono per darle la
notizia che era stata inserita nella ristretta rosa dei finalisti al Booker
Prize rispose: «Penso che andrò a farmi risuolare un paio di scarpe. Mi aiuterà
a stare con i piedi per terra». E qualche tempo dopo in una delle sue rare
interviste alla domanda: «Come hanno reagito all’istituto d’arte dove insegna
quando lei è diventata una scrittrice famosa?» osservò: «Sono stati molto
gentili. L’hanno ignorato completamente».
Anita Brookner non si è mai sposata e non aveva figli. Ha continuato a vivere
fino all’ultimo da sola nel suo piccolo appartamento di Chelsea. Nessuno era
autorizzato ad avvicinarsi troppo a lei, né a intromettersi in modo eccessivo
nella sua vita. Nessuno la conosceva veramente, o comunque sapeva molto di lei.
Era una natura riservata, discreta e per molti versi segreta. La sua vita
privata era affar suo e non riguardava nessun altro. Le rare volte che andava a
uno di quei party dove si riuniva tutto il mondo letterario inglese era solita
presentarsi puntualissima, scambiare qualche chiacchiera formale e dopo una
mezz’oretta scomparire nel nulla da cui era arrivata.
Per molti anni è stata bersaglio di battutine e facili ironie perché considerata
triste e malinconica, misery Anita la chiamavano, per il suo immutabile taglio
di capelli, perché vestiva in modo antiquato, perché non amava le femministe e
poi la accusavano di vivere fuori dal suo tempo. Tutte cose che l’hanno sempre
lasciata indifferente. Quello che la interessava veramente non era il facile
consenso.
> «Be’, sono zitella. Non me ne scuso. Mi interessano le persone che vivono da
> sole, quelle che vengono abbandonate, che cadono nella rete, ma che
> sopravvivono. A volte mi sembrano personaggi piuttosto eroici, ma nessuno si
> interessa a loro perché sono persone che fanno a meno di parlare, i cui
> momenti più rumorosi sono interiori.»
La critica letteraria, dopo un iniziale apprezzamento, l’ha giudicata con una
certa sufficienza. Agli occhi di molti tutti i suoi romanzi non sono altro che
un lungo elenco di malinconici sospiri di una vita che si spegne lentamente e si
dissolve nella tristezza. Come detto in precedenza, Brookner scriveva un nuovo
romanzo ogni anno, con un numero totale di pagine e dei singoli capitoli più o
meno sempre della stessa misura. Un modus operandi che era benzina sul fuoco per
quanti la accusavano di pubblicare troppi libri e mettevano in evidenza la
ripetitività dei temi trattati. In pratica sostenevano che ha sempre riscritto
lo stesso romanzo. Giudizi, a mio avviso, del tutto superficiali. I lettori più
attenti riconoscono in lei una voce unica e una sensibilità che trascende di
gran lunga il tempo e il luogo in cui visse.
Certo, nei romanzi di Brookner ci sono situazioni e circostanze ricorrenti.
Quasi sempre i personaggi intorno ai quali sono costruite le storie sono un po’
avanti negli anni e hanno un conflitto irrisolto nelle relazioni con gli altri.
Aldilà delle apparenze esteriori, di fatto la loro è un’esistenza ai margini.
Una invisibile parete di vetro sembra averli tenuti separati; prigionieri della
loro sensibilità, sono condannati a una sorta di esilio esistenziale.
Altro tema ricorrente sono le domeniche, presentate sempre come giornate
silenziose, un po’ tristi, malinconiche:
> «La monotonia di quelle tranquille domeniche mattina, quelle passeggiate
> pacate per le strade silenziose».
Per restare in tema, i libri di Anita Brookner sono intrisi di una sorta di
pervasiva malinconia domenicale, da sera del dì di festa. Anche quando non è
domenica. Le automobili sono una rarità nel mondo di Brookner. I suoi personaggi
preferiscono utilizzare i taxi, gli autobus o la metropolitana. In realtà,
quello che amano fare davvero è muoversi con le proprie gambe, camminando,
camminando e ancora camminando. Proprio come ha sempre fatto lei che è stata una
grande camminatrice per le strade e i parchi di Londra.
Quello che conta e che resta di tutta la sua opera è che, attraverso una
prosa sempre raffinata e contenuta, Anita Brookner ha rivendicato l’intensità
del sottile; ha saputo vedere ciò che molti ignorano, le piccole sconfitte
quotidiane, i silenzi che definiscono una vita, l’impostura del gioco sociale,
le contraddizioni intime che tutti condividiamo. I personaggi principali delle
sue storie vivono in una sorta di esilio interiore incatenati a vita a un
rovello infinito. Una scrittrice capace di creare un universo narrativo dove
l’intimo diventa specchio dell’universale e dove i minimi dettagli nascondono le
grandi verità dell’esperienza umana. Nel mondo brookneriano non c’è posto per i
temi sociali o tanto meno per la politica, anche l’erotismo è bandito per
lasciare spazio a percezioni profonde e a sensazioni quasi impalpabili. La sua è
una letteratura di introspezione, sfumature, atmosfere rarefatte, un promemoria
che la vera forza narrativa si trova nella misura, nella bellezza dell’istante
appena percettibile e nella capacità unica di illuminare l’invisibile.
Leggere Brookner è un’educazione all’osservazione; non va dimenticato che era
una storica dell’arte e quindi osservare era parte del suo lavoro. E lei nei
suoi romanzi osserva senza sosta. Come tutte le nature riservate, era una di
quelle persone a cui non sfugge niente, dotata di una sensibilità quasi
soprannaturale. Il vero fil rouge dei suoi libri è quello di una continua
riflessione interiore e non a tutti i lettori può piacere. Se devo dirla tutta,
sono intimamente convinto che se non sei introverso non puoi apprezzare né
identificarti con uno dei suoi romanzi. Ma se sei introverso, allora ti sentirai
subito a casa.
Per tutta la vita Anita Brookner è stata una grande bevitrice di caffè e
un’accanita fumatrice e, tragicamente, le sigarette hanno finito per ucciderla,
ma non nel modo a cui si potrebbe pensare. Nel febbraio del 2016, quando aveva
87 anni, si appisolò a letto con una sigaretta accesa e diede fuoco alle
lenzuola. Morì tre settimane dopo in ospedale per le inalazioni di fumo. Non
aveva familiari né amici intimi che potessero interessarsi alle sue condizioni e
così durante quelle ultime tre settimane della sua vita rimase abbandonata a se
stessa. In quel letto anonimo d’ospedale Anita Brookner era solo un’anziana
signora molto fragile che nessuno conosceva. E di cui nessuno si è curato.
Silvano Calzini
L'articolo “Mi interessano le persone che vivono da sole, quelle che vengono
abbandonate”. Anita Brookner, la scrittrice sfuggente proviene da Pangea.
Il grande Dylan Thomas. Il poeta allegorico, più che metaforico. Il finto
surrealista.
Il poeta musicale, artigiano della parola, ha sempre attratto tutti (poeti,
artisti, musicisti) al suo atelier.
Talmente distratto di se stesso, quanto presente agli altri.
Tutti l’hanno aiutato volentieri, riconoscendone il valore enorme. Eppure,
tasche e mani bucate, rivolte al vento più che altrove.
Dylan Thomas è sempre stato, fin da subito, genio e sregolatezza. E la sua vasta
quanto potente poetica, ce l’ha dimostrato. Di quest’ultima, ora, però, ci
interessa soltanto un elemento: quello del trascorrere implacabile e
ineluttabile del tempo. Poiché è proprio di questo che Thomas ci parla in una
delle sue (tante) belle poesie. E lo fa con ritmo, allegoricamente parlando
della natura per parlare di sé.
“La forza che nella verde miccia spinge il fiore
Spinge i miei verdi anni; quella che fa scoppiare le radici degli alberi
È la mia distruttrice.
E sono muto a dire alla rosa reclina
Che piega la mia giovinezza la stessa febbre invernale.
La forza che spinge l’acqua tra le rocce
Spinge il mio rosso sangue; quella che le correnti alla foce prosciuga
Le mie trasforma in cera.
E sono muto a urlare alle mie vene
Che alla fonte montana succhia la stessa bocca.
La mano che fa vortici nell’acqua nello stagno
Muove le sabbie mobili; quella che imbriglia i venti anche la vela
Regge del mio sudario.
E sono muto a dire all’impiccato
Che la calce del boia è la mia stessa creta.
Dove la fonte sgorga s’attaccano le labbra del tempo;
Amore goccia e si rapprende, ma il sangue versato addolcirà
Le ferite di lei.
E sono muto a dire alle intemperie
Come il tempo ha scandito un cielo attorno agli astri.
Muto a dire alla tomba dell’amante
Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso tortuoso verme.”
Tra un pub e l’altro, Dylan Thomas sentiva, sentiva troppo. Per questo era
poeta, poeta del popolo. E, per giunta, sapeva custodire segreti.
Non aveva freni. Istrionico. Non aveva bisogno di specchi. Era se stesso, e
tanto bastava. Come non gli bastavano mai, del resto, le sue donne.
Paradossalmente fedele alla moglie, Caitlin, fino alla morte, nonostante i
tradimenti reciproci. Come fedeli entrambi all’alcol: lui alla birra, lei agli
scotch.
Ma di una cosa soltanto, egli era veramente infedele. Nel tacere fino in fondo
la verità. E lo faceva con istinto, con il sangue, con il fuoco che diventava
parola scritta, con la sua potente voce registrata alla BBC: “Muto a dire alla
tomba dell’amante/ Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso tortuoso verme.ˮ
[…] “Muto a dire alle intemperie/ Come il tempo ha scandito un cielo attorno
agli astri.ˮ
Giorgio Anelli
L'articolo “E sono muto a dire”. Vasto elogio di Dylan Thomas proviene da
Pangea.
Felo de se significa: essere di se stesso fellone. Fellone – dal francese
antico, félon – vuol dire (spulcio la tetragona Treccani) traditore, ribelle,
persona perfida, sleale. Fare fellonia di sé: suicidarsi. Insidiare se stessi
fino a strangolarsi. Il termine latino, incorporato dalla common law inglese,
indicava, appunto, il reato del suicida: a lui, sepoltura maculata di colpa era
inflitta – di notte, privo di sacramentale conforto, di corona di parenti
privato, in un luogo segreto, affinché muschio di preghiera, fungo d’opera pia
non crescessero su quel dannato corpo.
Al suicida, tolto a se stesso, tutto era sottratto.
L’ultima sezione dell’ultimo libro di Alessandro Ceni, I bracciali dello
scudo (Crocetti, 2025), s’intitola “Felo da se”: spiccano alcune bellissime
poesie – Passo all’orso, ad esempio – che contengono, nel nocciolo, nel più
intimo seme, la ragione del titolo dell’antologia. “Felo de se”, nel caso di
Ceni, che dalla lingua inglese è eccezionale traduttore, implica una poetica. Il
poeta è il fellone di se stesso nel senso che deve sterminare il sé, deve farsi
cembalo cavo, tamburo risonante, arma da imbracciare. Arma purissima,
perché l’altro – qualsiasi cosa voglia dire – attraverso il poeta accada. Tutta
qui è la distanza tra il poeta – colui che si fa fuori per far spazio ad altro –
e l’esecutore, che scrive di sé.
Forse è per questo – oltre ai lacci biografici, che sempre ci braccano, ci
rimano tra corde – che a un Libraccio ho preso un libro che s’intitola Felo de
se. Uscito nella mitica collana Feltrinelli ‘Le Comete’ nel 1964, è una
raccolta di racconti del finora a me ignoto Aidan Higgins. La copertina, usata
come trappola per i lettori, spiega di cosa si tratta: “Felo de se: il suicida.
Un libro che rivive la violenza l’acredine la magnificenza
dell’autodistruzione”. Poco sotto: “Una apparizione clamorosa nella letteratura
inglese”. Non so se oggi un editore di primo piano avrebbe il coraggio di uscire
con un libro che in copertina dice del suicida e della magnificenza
dell’autodistruzione – oggi, mi dicono, sarebbe impossibile pubblicare Lolita.
‘Le Comete’ è la collana ‘sperimentale’ di Feltrinelli. Scorro qualche titolo
tra quelli impilati in ultima pagina, vado in orda di miele: Il sole si
spegne di Osamu Dazai; La promessa di Dürrenmatt; Pedro Páramo di Juan
Rulfo; Congetture su Jakob di Uwe Johnson. Tutti autentici capolavori. Si
pubblicavano – per chi ama i reperti archeologici editoriali – Edoardo
Sanguineti (Capriccio italiano) e Alberto Arbasino (La narcisata); da tempo – se
non altro per il titolo – vorrei ripubblicare Scrivo come amo di Andrej
Voznesenskij.
Ad ogni modo – ed è la cosa che più conta –, i racconti – sei, ciascuno con uno
spirito, un ritmo e una lunghezza diversi – sono molto belli. L’autore – ci
arrivo tra un attimo – riesce a conferire la vita ai suoi personaggi, estratti
da una disperazione che, a tratti, conforta. Si tratta, cioè, di una scrittura
sagace, sapida, piena di vitalità, di nero istrionismo, sotto la sovrana di
un’ispirazione pressoché perpetua. Pare Samuel Beckett coniugato a Philip Roth.
Questo, per dire, per dar di morso, è l’attacco de Il campo di Killachter:
“I resti mortali della signorina Emily Norton Kervick vennero affidati alla
tomba in un freddo giorno del marzo 1927. Quel mattino, il terzo del mese, era
stata offerta una messa funebre per la pace della sua anima, ed ella venne
sepolta senza indugi nel cimitero di Griffenwrath.
Il giorno prima il suo corpo era stato deposto sul suo alto letto in una camera
troppo colma dell’odore inebriante dei gigli: era stata la sua camera.
L’arredamento non aveva nulla di straordinario. L’invadente motivo della
tappezzeria, con bambù e generosi virgulti, pareva contrarre le pareti su due
lati, ed entro quell’area, appoggiato su nude assi, bianco e grave, adornato di
fiori, si ergeva il letto di morte. Nonostante la sua panoplia, nonostante il
carattere della sua inequivocabile funzione e la sua occupante, il letto
sembrava muoversi sulle rotelle ad una velocità minima, quasi impercettibile,
come un piccolo naviglio che in una rada difficile si liberi lentamente dagli
ormeggi”.
Questo invece è l’attacco di Lebensraum:
“Fraulein Sevi Klein lasciò la Germania nella primavera del suo trentanovesimo
anno; dopo aver viaggiato sola da Colonia a Ostenda, attraversò la Manica, e da
Folkestone a Londra si trovò in compagnia di sobri cittadini britannici. Sul
treno per Londra prese un posto prenotato che guardava verso la locomotiva, i
piedi sul pavimento della carrozza sistemati come in quei mobili le cui gambe
finiscono in artigli, entrambi con un aspetto minaccioso e ‘accomodati’ secondo
lo stile di siffatte estremità, curvati in basso verso una stretta inesorabile.
Le anche e il dorso facevano la stessa impressione, ma più accentuata,
diventando la testa capovolta di una bestia col muso abbassato come per bere; le
sue palpebre sembravano un peso intollerabile. Le ginocchia erano pudicamente
serrate; aveva mani di notevole bellezza e vestiva in un modo che probabilmente
sarebbe stato più adatto per una donna che avesse avuto dieci anni di meno.
Prese un taxi alla Stazione Victoria, lesse ad alta voce dal suo taccuino il
nome di un albergo di Kensington, e là venne trasportata con il modesto gruppo
di valigie legate al portabagagli. Ciò accadeva nell’estate del 1947”.
Non è difficile capire il moto narrativo. Diversa l’altura cronologica dei testi
e il punto di osservazione – un feretro; una donna. Simile la dinamica, per
accumulo, che ci fa entrare a pieno petto ‘in scena’, e l’uso, nobile, della
similitudine (letto/naviglio; piedi/artigli). In entrambi i casi, la foia
descrittiva prelude all’abulia, ai bolidi dell’oblio, all’intenzione di marcare
l’esatto istante in cui un’anonima esistenza diventa vertigine, maniscalco
dell’abisso.
Nei racconti, la dedizione al dettaglio è necessaria per svelare gli aspetti
oscuri dell’esistere, i fremiti. Su tutto, domina carnalità, implacabile, e una
certa ‘bestialità’. Nel pieno del racconto più lungo – Il ricovero – si fa
l’elogio, a un certo punto, centrale, delle “meravigliose signore del
Settecento”, che con smaliziata sapienza sapevano dirigere il destino di
intellettuali, amanti e lacchè: “Oggi non abbiamo nulla di paragonabile a loro,
neppure remotamente, né per stile né per intelligenza. Le convenienze di questo
nostro maledetto secolo hanno prodotto la donna ‘professionista’”. Per
fortuna, Felo de se è un libro intransigente, cioè, secondo i canoni di un oggi
esangue, scorretto.
Nell’ultimo racconto, Crepuscolo al Capo Piscator, ambientato in Sudafrica, le
ossessioni sessuali del signor Vaschel sono alternate da immagini strazianti: un
pescecane sviscerato, sulla spiaggia; asini tumidi, in estro, che si accoppiano,
ferini, ragliando; donne dalle forme potenti; panorami conradiani (“Vide il
secondo fiume inaridito fino alla foce, e sull’estuario gli ibis che volavano,
scuri e goffi, con i becchi curvi come scimitarre e le ali che battevano
pesantemente l’aria”). La modernità del libro va ascritta, probabilmente, anche
al talento del traduttore, Aldo Tagliaferri, già curatore delle opere di Beckett
e di Joyce, esegeta di Emilio Villa.
All’epoca in cui uscì Felo de se, nel 1960, l’autore, Aidan Higgins, compiva
trentatré anni. Nato a Celbridge, poco distante da Dublino, nel 1927, nei gangli
di una famiglia cattolica, faticò come copywriter, si diede – leggo dalla
noticina Feltrinelli – ai “tipici e disparati mestieri di uno scrittore povero e
d’avanguardia”. Dopo il matrimonio con Jill Damaris Anders, si trasferì in
Sudafrica – i suoi inquieti vagabondaggi lo portarono a Berlino e nell’allora
Rhodesia; quando Felo de se appare in Italia, Aidan risulta “in Spagna con la
moglie e i figli”. Il primo romanzo, Langrishe, Go Down (1966), storia in
costume irlandese ambientata negli anni Trenta, con ménage tra tre sorelle di
alterna verginità e un aitante studente tedesco, gli garantì premi di pregio e
un film. Fu Harold Pinter a trarre dal romanzo la sceneggiatura per la BBC: in
scena, Jeremy Irons interpretava il bel tedesco e Judi Dench una delle sorelle.
Parrebbe il principio di una storia letteraria di successo. Non fu così.
Anarcoide, irascibile, inappetente alle prelibatezze della fama, Aidan Higgins
continuò, con talentuosa ostinazione, a inseguire un’opera soltanto sua. I libri
seguenti – Balcony of Europe, Bornholm Night Ferry e Lions of the Grunwald, ad
esempio –, pur seguiti e assai recensiti, finirono per marginalizzare Higgins
alla stregua di uno scrittore ‘estremista’, perseguitato da un inaccettabile
demone. Fece fatica perfino come editorialista: lo “Spectator” e il “Guardian”
rifiutavano i suoi articoli per lo stile che disprezzava le convenzioni,
involuto, ellittico, eccessivo. La seconda moglie, Alannah Hopkin, censì la
biografia di Aidan Higgins sotto un titolo che dice tutto, A Very Strange Man.
Si erano conosciuti negli anni Ottanta, Alannah e Aidan: lei era decisamente più
giovane di lui; per lei, lui tornò a vivere in Irlanda.
Amato da scrittori e poeti – Derek Mahon, Alice Munro e John Banville su tutti
–, Higgins si disinteressava del cosiddetto ‘pubblico’. Così riassume la
questione Rob Doyle, suo ennesimo sofisticato ammiratore, in un articolo edito
dall’“Irish Times”, Aidan Higgins: a very singular talent: “Una sorta di
aristocratica indifferenza impedì a Higgins permise di capire che il pubblico,
ormai spazientito, desiderava storie lineari. Eppure, Higgins non avrebbe
raggiunto la propria assoluta originalità – una scrittura immersa nella memoria
e nei suoi fraintesi, in una divagante singolarità, spesso indimenticabile – se
fosse stato così convenzionalmente consapevole di se stesso”.
La storia di Aidan Higgins – un autore che con militare onnipotenza decise di
sabotare il proprio successo – apre diverse questioni. Si dovrebbe parlare
dell’autentico significato della parola scrittura, di cosa vuol dire
davvero letteratura, di quale sia la differenza tra il letterato e lo scrittore.
Bisognerebbe dire cosa s’intende per partecipazione del pubblico a un’opera.
Soprattutto, dovremmo dire del carisma avventuriero degli editori, un tempo.
Feltrinelli continuò a insistere su Aidan Higgins. Dopo Felo de se, pubblicò Una
tarda estate (1970) e Lampi d’inverno (1974). Non ripubblicò mai più Aidan
Higgins, lo scrittore che fu il fellone di se stesso.
Finì sfinito, Aidan. Precipitò, all’alba del nuovo millennio, in un buco nero
della mente. Si svuotò di sé, Aidan. Secondo le cronache, morì il 27 dicembre
del 2015, a ottantotto anni. Era già morto molte volte, molto tempo prima, di
molte diverse morti.
L'articolo Aidan Higgins, lo scrittore che uccise se stesso. (O degli editori
quando erano avventurieri) proviene da Pangea.
I daffodils sono i fiori-talismano della poesia inglese. Secondo William
Wordsworth sono “come stelle”; il poeta danzava al loro ritmo, il suo verbo si
uniformava a quella fioritura: nei momenti “di beata solitudine”, i daffodils –
il Narcissus jonquilla – “appaiono nel mio occhio interiore”. Anche Sylvia Plath
amava i narcisi: una fotografia la blocca, insieme ai figli, in un campo fitto
di fiori, a Court Green, nel Devon. “Mi pare di vivere nell’Eden”, scrisse alla
madre. Era l’aprile del 1962: Sylvia Plath e Ted Hughes si erano trasferiti in
campagna l’estate prima. Londra era troppo cara, Sylvia era in attesa del
secondo figlio, Nicholas Farrar; North Tawton, il paese dove avevano trovato
Court Green, contava un migliaio di abitanti. La casa sorgeva su una struttura
dell’XI secolo, era sufficientemente grande e sufficientemente rude: chiedeva
lavori. Un frutteto con sessanta meli conferiva al tutto un’atmosfera tra il
preistorico e il celestiale.
In una poesia che s’intitola, appunto, Daffodils, Ted Hughes ricorda che
raccoglieva i narcisi con Sylvia per venderli. “Li vendevamo, destinati ad
avvizzire”. Un’altra poesia, Perfect Light, è il perfetto fermoimmagine di
Sylvia:
> “Sei lì in tutta la tua innocenza,
> seduta fra i tuoi narcisi, come un quadro
> che potremmo titolare Innocenza.
> Luce perfetta sul tuo viso illuminato
> come un narciso”.
La felicità coniugale durò quanto i fiori recisi. Nel maggio del ’62 i coniugi
Hughes ospitano a Court Green il poeta canadese David Wevill e la moglie, Assia;
un modo per sdebitarsi, visto che la coppia ha subaffittato il loro appartamento
londinese. Sylvia è affascinata dall’aura di Assia: nata a Berlino di origini
ebraiche, dotata di un fascino enigmatico, era al terzo matrimonio. Hughes,
poeta sciamanico che praticava con estro l’astrologia, riconosceva i ‘segni’ ed
era un formidabile cacciatore, ne fu stordito. Dalla settimana seguente
cominciò, insistentemente, istintivamente, a cercare Assia – i due si videro in
giugno; Sylvia scoprì il tradimento del marito il mese dopo; in settembre Sylvia
e Ted concordano sulla separazione. Court Green, l’edenica alcova, venne
smobilitata; Sylvia tornò a Londra, affittando un appartamento in Fitzroy Road,
lo stesso abitato, anni prima, da William Butler Yeats, il grande poeta
irlandese. L’esito è tragicamente noto: il pane e il latte di fianco al letto
dei figli; le camere sigillate con cura; la cucina; il forno; il gas che dilata
i tentacoli. È l’11 febbraio del 1963, Sylvia Plath muore – o meglio, ascende
sul trono di una oscena santità.
Intorno ai mesi vissuti da Ted Hughes e da Sylvia Plath nel Devon, Helen Bain ha
scritto un romanzo biografico, The Daffodil Days (Bloomsbury, 2026), che – si
legge in quarta – “racconta l’anno cruciale della coppia più celebre della
letteratura del XX secolo”. Il libro è magnificato pressoché da tutta la stampa
inglese. Vincerà premi. Non amo la necrofilia in forma di romanzo e alla
‘ricerca sul campo’ preferisco la furia dell’immaginazione. Sul punto, ha
scritto tutto Ted Hughes, in una poesia di sgargiante ferocia, The dogs are
eating your mother:
> “…una razza
> di iene è arrivata fremente fiutando il vento.
> L’hanno dissotterrata. Ora si ingrassano
> con la cornucopia
> del suo corpo”.
Eppure, il romanzo, un esordio, ha lo stigma dell’autorialità. L’autrice,
infatti, racconta la coppia tramite le voci di uno stuolo di estranei: il medico
del paese, un agricoltore, una commessa, gli amici, più o meno eccentrici. Il
romanzo, poi, si snoda cronologicamente a contrario, dal dicembre del ’62,
quando Sylvia fa stanza a Londra e Ted festeggia il Natale dai genitori, nello
Yorkshire, al luglio del ’61: la coppia è in viaggio, per due settimane, in
Francia, prima di trasferirsi in campagna. Si erano da poco permessi
un’automobile, una Morris 1000. La scrittura è sagace, a tratti sfrontata – il
rischio è una certa monotonia; la monosillabica ossessione coniugale lo rende un
romanzo speciale per chi ama la Plath, un poco estraneo quando non etereo per il
lettore comune.
Il libro farà levitare le vendite dei già vendutissimi libri di Sylvia Plath,
poetessa eletta a Ishtar della poesia universale. Non riuscirà a elevare dal
pantano della maldicenza Ted Hughes, poeta straordinario – ben più potente della
moglie, ma non si può dire –, tra i più influenti del secolo scorso, che in
Italia possiamo leggere soltanto nel pur mirabile ‘Meridiano’ Mondadori uscito
nel 2008, un millennio editoriale fa. In sostanza, un menhir di marmo per
mettere a tacere il poeta, per chiuderlo in un sepolcro.
Per chi ama i pettegolezzi, Court Green fu davvero una maledizione per la
coppia. Ted Hughes preferì seppellire Sylvia a Heptonstall, poco lontano da
dov’era nato. Court Green, scrive, è il luogo “della più grande felicità e della
più atroce sofferenza di Sylvia, anzi, è il luogo del mio delitto contro di lei,
contro me stesso e contro tutto ciò che è umano”. Sulla lapide, “Sylvia Plath
Hughes”, a caratteri cubitali – in tanti, a colpi di coltello, hanno cercato di
sbriciolare il cognome di Ted. La frase scelta dal poeta per onorare la moglie,
“Anche tra fiamme ardenti il loto d’oro può essere piantato”, è tratta
dal Viaggio in Occidente di Wú Chéng’ēn, romanzo cinese del XVI secolo (Adelphi
lo ha tradotto come Lo Scimmiotto). Hughes preferiva Sylvia “distesa con sacra
cura su un alto graticcio/ perché gli avvoltoi/ possano riportarla nel sole”,
secondo le pratiche dei dakmeh, le “torri del silenzio” dello zoroastrismo, su
cui i fedeli issano i cadaveri, esposti alla fame dei rapaci. La tomba è sempre
colma di fiori freschi – spiccano i narcisi.
Nicholas, il figlio di Sylvia e Ted nato a Court Green, è stato un biologo,
esperto di salmoni. Il padre lo aveva inoltrato all’arte della pesca, all’amare
i fiumi. Si è ucciso in Alaska, dove viveva, a quarantasette anni, nel marzo del
2009. Secondo il mito, il daffodil, il narciso, il fiore della primavera, nasce
dalla morte di Narciso, il cacciatore divinamente bello che disdegnava l’amore e
si innamorò di se stesso. Perché qualcosa nasca, bisogna che qualcosa muoia;
perché il seme di sé sbocci occorre sbriciolare la propria immagine –
altrimenti, non è che spreco esangue. Di tale sacrificio, con violenta avidità,
si nutre la poesia, verbo disadorno, disadatto alle anime candide.
L'articolo “Contro tutto ciò che è umano”. Il romanzo coniugale di Sylvia Plath
proviene da Pangea.
L’ultimo frammento di questa storia piena di baratri è una lapide al Wilford
Hill Cemetery di Nottingham: la solca un tralcio di vite, sbozzato con frugale
tenerezza. La signora che vi è sepolta, Joan Adeney Easdale, si faceva chiamare
con un altro nome, Sophia Curly. Una vita in fuga da chi voleva imporle
un’identità, una trama, una catena. La scritta che solca la lapide – oggi poco
visibile, quasi sconfitta dalle intemperie – conferisce al sepolto i tratti
dell’enigma: Poet / Mother / and / Free Spirit. Una sorta di laica, inquieta
trinità.
Joan, per gli amici Sophie, aveva destinato i propri beni al capo della polizia
di Nottingham: due scatole di scarpe strette da lacci rosa in cui, tra l’altro,
spiccavano una mappa del mondo, due dizionari – di francese e di tedesco –, una
copia del Manifesto del partito comunista, una striscia di fototessere – appare
con un malizioso sorriso –, diverse lettere, una lista della spesa, una spilla
in vetro rosa. In pochissimi parteciparono al funerale. Una banda abbozzò la
colonna sonora di Scarpette rosse, grazie alla quale il fratello di Joan, Brian
Easdale, aveva ottenuto l’Oscar per la “Miglior colonna sonora”, nel remoto
1949.
Quel giorno il sole, coriaceo, pareva indossare un elmo grigio: era il dieci
giugno del 1998, Joan aveva compiuto qualche mese prima, il 23 gennaio,
ottantacinque anni. La nipote, Celia, lesse un brano da Amber Innocent, il
micidiale poemetto pubblicato da Joan quasi sessant’anni prima, nel 1939. Il suo
ultimo libro. Era uscito in tiratura cospicua per un libro in versi – un
migliaio di copie – edito dalla Hogarth Press dei coniugi Woolf; Vanessa Bell,
la sorella di Virginia, l’artista, aveva disegnato la copertina: una ragazza in
vestaglia si aggira nella notte, per casa, maneggiando una candela. Bella
immagine a significare il poeta – la candela come un coltello che fende la notte
in una casa mai così estranea. Domina il nero. Era un libro piuttosto
folle, Amber Innocent, una sorta di fiaba gotico-mistica in versi; sessanta
pagine che risuonano come un mefistofelico incrocio tra William Blake e Lewis
Carroll. L’involuzione e l’ispirazione denunciavano una mente propensa agli
abissi. Il libro piacque alla stampa, fu ben recensito dal “Times Literary
Supplement”, ottenne virili elogi da Vita Sackville-West.
D’altronde, Joan Adeney Easdale era l’orgoglio – benché tenuto a freno – di
Virginia Woolf.
Nel primo frammento di questa storia piena di rifiuti e di reticenze c’è una
donna che si chiama Gladys: figlia di un pastore di Londra, amava scrivere
storie di fantasmi e dormire in tenda. Gladys, la mamma di Joan, è reduce da un
matrimonio in disfatta: il marito, stranito dallo spiritismo e da quella donna
troppo esuberante, finì a San Francisco – non divorzierà mai dalla moglie.
Gladys portava i figli, Brian e Joan, al mare; spesso erano ospiti di uno
qualsiasi dei suoi sei fratelli; si era imposta di educarli alla più gloriosa
libertà. Per un po’, optò per il metodo steineriano – volle diventare
scrittrice. Personalità sgargiante dunque preda di improvvisi crolli nervosi,
Gladys credeva che i suoi figli fossero geniali – non si sbagliava del tutto. Fu
lei, con ostinazione fuori criterio, a spingere Virginia Woolf, incrociata per
caso, a leggere i versi della figlia. Virginia – sbalordita da tutto ciò che non
si installava nel canone del tempo, da ciò che era sballato, per non
dire sbagliato – si innamorò, per un po’, di Joan. Ne parlò a Dorothy Wellesley
e decise di pubblicare, nel febbraio del 1931, i versi “scritti tra i 14 e i 17
anni”, della giovanissima e sconosciutissima Joan Adeney Easdale: il libro uscì
al numero 19 della collana “Living Potes”, che aveva già pubblicato alcuni
grandi autori come Robinson Jeffers, Cecil Day-Lewis – futuro ‘poeta laureato’
del regno inglese – e Vita Sackville-West. Il libro, dal titolo anonimo, A
Collection of Poems, fu tirato in quattrocento copie, attraendo interesse. Una
lettera indirizzata a Hugh Walpole nell’aprile del 1931, testimonia
l’eccitazione di Virginia Woolf:
> “La giovane poetessa è una mia scoperta. Mi ha inviato pile di quaderni
> luridi, scritti in forma caotica, privi dei minimi elementi di ortografia:
> sono rimasta sorpresa, ho trovato del genio… Potrebbe essere una specie di
> fosforescenza infantile: lei vive nel Kent, è una flapper di campagna. Molto
> strana”.
Virginia cercava l’anti-letterario – anzi: l’oltre letterario – anelava allo
sporco, al selvatico, al primigenio, all’infantile, al maniaco. A tutto ciò che
spezza l’ordine costituito – a ciò che disarma per eccesso di nudità e di
evanescenza. Opere che mirano a sparire – e a far scomparire il lettore.
Opere-sabbie mobili. Per flappers’intendono le donne disinibite degli anni
Venti: di solito, ascoltavano il jazz, portavano il ‘caschetto’, ostentavano
abiti corti, sigaretta, trucco eccessivo. Metropolitane, sessualmente aperte, si
ribellavano alle damerine di casa, incenerivano gli angeli del focolare.
Nella collana “Living Poets”, l’anno dopo, nel marzo del ’32, uscì anche il
secondo libro di Joan, Clemence and Clare. Per un po’, la ragazza scrisse alcuni
radiodrammi per la BBC; avrebbe voluto scrivere la biografia di Isabella Beeton,
pionieristica scrittrice e intellettuale vissuta nel XIX secolo, cominciò ad
appuntare Amber Innocent, poema imbizzarrito – in calce ne traduciamo alcuni
brani – che alterna vertigini a vorticose ingenuità. Opera di un
talento naturale, di un talento fuori di testa.
I libri di Joan sono pressoché introvabili.
Nel terzo fotogramma di questa storia siamo a Sydney, Australia, alla fine del
1951, in una casa non lontana da una palude di mangrovie. Joan Adeney Easdale si
chiama ancora Joan Adeney Easdale e ha appena preparato la colazione ai figli:
Jane, la più grande, ha undici anni, Polly ne ha otto, Sandy è nato nel ’47. Per
tutto il giorno, Joan resta seduta in cucina, a fumare. Fissa il vuoto. Il caldo
la soffoca. Le zanzare appestano la stanza. Visioni la sfiancano. Qualche mese
prima, in Inghilterra, uno psicologo le ha consigliato di smettere di scrivere.
Poco prima di partire per l’Australia, Joan ha impilato quaderni e diari,
consegnandoli al fuoco. Crede che sul tetto del bungalow in cui abitano ci siano
delle spie; ogni tanto vede Gesù Cristo sdraiato sul divano.
Nel 1938 aveva sposato James Meadows Rendel, nipote della dottoressa di Virginia
Woolf. Genetista, amante del balletto, James era un istrione: teneva un
camaleonte come animale di compagnia. Insieme, avevano abitato a Londra e a
Edimburgo; finché James non ottenne l’incarico a Sydney. L’entusiasmo degli
inizi – l’idea di fare casa, cioè di fondere il talento scientifico di lui a
quello letterario di lei – sfiorì presto: i figli inchiodarono Joan a una vita
da casalinga. I crolli psichici – acuiti dal suicidio di Virginia Woolf, nel
1941, e dalla morte del padre, nel 1947 – fecero il resto. Ormai esasperata, nel
1954 Joan torna in Inghilterra, ufficiosamente per una vacanza: verrà ricoverata
in una clinica psichiatrica – diagnosi: schizofrenia paranoica – per sette
anni.
L’ultimo frammento di questa storia lo facciamo raccontare da Celia Robertson,
la nipote di Joan, che alla nonna ha dedicato, nel 2009, per Virago, una
biografia a tratti straziante, Who was Sophie? My grandmother, poet and
stranger:
> “Ho incontrato mia nonna per la prima volta a diciassette anni: desideravo
> vederla, mia madre riteneva che fossi in grado di sopportare la sua vista.
> Sophie viveva in un fatiscente appartamento nelle case popolari di Nottingham.
> Aveva spostato tutte le sue cose in una stanza. Un intricato groviglio di
> spaghi, simile a una ragnatela, pendeva dalle finestre, fissato alla porta con
> puntine da disegno. Questo, mi disse, mi serve per catturare i ladri. I
> davanzali erano cosparsi di borotalco, così gli intrusi avrebbero lasciato le
> loro impronte. Ci preparò una torta con margarina e cioccolato; ci intimò di
> riempire il bollitore molto lentamente, ‘per non far uscire il gas dai
> rubinetti’. Aveva un rossetto rosa elettrico, indossava calze a rete e un paio
> di scarpe costruite con cartone e spago; sotto il cappotto legato con un
> vecchio nastro si intuiva la camicia da notte. Si era tinta i capelli di
> giallo con riso alla curcuma; li teneva arricciati con alcuni scovolini.
> Nonostante l’inquietante occhio lattiginoso, aveva un sorriso trasognato.
> Finita la visita, mi afferro il braccio, sussurrandomi, ‘Se vuoi fare un
> figlio, fallo! Non farti fermare da nessuno! Non lasciare che facciano del
> male al tuo bambino’. La sua violenza mi fece ribrezzo; avevo a malapena
> baciato qualcuno, figuriamoci fare un bambino… Mi liberai dalla sua presa,
> corsi verso la macchina”.
Uscita dal sanatorio nel 1961, Joan Adeney Easdale decide di rompere con il suo
passato. Indossa un altro nome, Sophia Curly – per gli intimi, Sophie –, e
sparisce. La figlia Polly la rintraccia la prima volta nel Somerset, tre anni
dopo, grazie a un investigatore privato. Joan/Sophie viveva in una roulotte
assieme a un uomo, Albert, un senzatetto. Disse alla figlia di voler stare “con
chi, come me, non ha più un passato”. Da allora, ancora una volta, le tracce di
Joan/Sophie si perdono. La poetessa vive per strada, si prostituisce, beve. La
ritroviamo a Nottingham, dove trascorre gli ultimi vent’anni della sua vita da
fata a delinquere: credeva di essere pedinata e che il mondo cospirasse contro
di lei; le piaceva stare al pub. Spesso dormiva al parco – preferiva insultare i
poliziotti.
La pupilla di Virginia Woolf, non scrisse mai più nulla.
La nipote ricorda che era a remarkable woman; significando, forse, che per un
poeta è rimarchevole marcare con le unghie i confini degli inferi – ne esistono
diversi, d’altronde, e di diverse fogge –, che un poeta è tale perché qualcuno,
un terzo, lo raccoglie dall’oblio imposto, dalla bile del mondo.
La lapide ricorda tutti i nomi, egualmente effimeri, della poetessa: Joan Adeney
Easdale, Joan Rendel, Sophia Curly, Sophie. Il referto di un massacro. Quanti
nomi deve esaudire un poeta per essere se stesso – quante figure deve uccidere
per giungere al proprio germoglio.
**
Da Amber Innocence
Una sera
la scala si curva in angoli anguille
come l’impalcatura di una cattedrale
e Amber, campanaro astrale,
deve fare attenzione a ogni passo
e mai guardare indietro.
Un’altra sera
scala penetra eretta nel raffinato etere
dove i colori spaziano in beata anonimità
stato puro dell’essere
che nessun occhio può sanzionare di sguardi.
Mentre scalava il suo segreto arcobaleno
come era facile morire, quanto fragile la trama
e perfetto lo scopo.
Sarebbe stato bello abbandonarsi, mollare le manette
fondersi con la sua deità.
Perché il rimorso di spezzare l’identità
se la vita è impilata di piccole morti –
gelo che secca il frutto mai nato
voce che spezza visioni di vetro soffiato
lingua di velluto che tradisce con maniere di neve?
Ma prevale paura, il respiro si spaia
estremo strazio e dissoluzione disossata
il sangue forgia catene allentate
e le ordina di dire:
“Non insegnarmi tutto, morte”.
Così Amber ottenne la sua stanza.
*
Giorni e notti, senza metro,
passano come uccelli in migrazione.
Giunse l’inverno. Strade che brillano
come caramelle. Nevica – campanelli
che suonano, negozi ostentano
alberi di Natale. “Posti vacanti”, legge Amber.
Posti, posti, in attesa di essere riempiti.
Occupazioni. Qualcuno cacciato, qualcuno ucciso.
Un funerale. Lento – rallentato dal ghiaccio.
“Posti vacanti”, legge Amber.
“Ricercati.
Nascite. Morti…”
No, non era questo.
Poi. “Smarriti”, legge Amber.
Smarriti – un orologio d’oro smarrito.
Un cucciolo di cocker spaniel smarrito.
Cinque sterline di ricompensa. Smarrita, borsetta di donna.
Smarriti, orecchini d’argento, ciocca di capelli finti
gattino nero, orso polare privato.
Opinione, verginità, pappagallo in gabbia: perduti –
Persi: una partita a carte, un marito, un ricordo.
Chi sei per parlare di perdita?
Sei il perduto? Sei il perdente?
Allora è lui che sceglie.
Un altro uomo ha l’orologio d’oro al polso.
Sa – o non sa – a chi appartenne
ma l’orologio funziona ancora – e la ciocca di capelli
è il premio per un venditore, un regalo
per la sua mamma. Il cucciolo di cocker spaniel
all’ombra di una lama, sacrificato per la scienza
per salvare la moglie di un cancelliere.
La verginità se la si perde non si recupera più
anche se c’è chi ha opinioni differenti –
quanto all’orso, non è mai esistito.
Pappagallo confiscato, marito
ritrovato con la moglie del cancelliere.
*
Il sole tramonta.
Presso la finestra, al piano
di sopra, un manichino si trasfigura.
Un nastro cremisi lo cinge come
l’onorificenza di una regina,
la polvere scintilla come diamanti.
I libri si curvano, l’ago scivola
verso le forbici sul davanzale
le ombre si dispiegano
come rotoli di tessuto su un bancone.
Questo accade quando il sarto serra la porta
se ne va e non c’è nessuno che guarda.
A nessuno è permesso assistere
alla trasfigurazione. Sono pochi
quelli che odono l’ultimo ticchettio
dell’orologio, che si accorgono
della crepa che fende il soffitto.
*
Dal giardino sbuca un leone bianco.
Morbide zampe, artigli forgiati nel ferro.
La coda è come una torcia, issata.
Arriva armato fino ai denti
ma si inginocchia al cospetto di Amber.
Quando sale le scale, il leone bianco è lì.
Dovremmo dire che chi è stato divorato
da un leone non sarà divorato ancora.
Ma il leone bianco sa solo dilaniare:
non una volta soltanto ma più volte
Amber fu uccisa.
E il leone fu ucciso
e Amber fu uccisa.
Né rancore, dolore o cancerosa
violenza che promulga rinascita.
Vincitore e vittima una cosa sola.
Poi, come un sogno che germoglia da un sogno
dimenticato, Amber si scordò della lotta con il leone bianco.
*In copertina: John Singer Sargent, “Miss Elsie Palmer”, 1890
L'articolo “Mentre scalava il suo segreto arcobaleno”. Joan Adeney Easdale:
storia folle della pupilla di Virginia Woolf proviene da Pangea.
Crow è il libro ossessione di Ted Hughes (poeta laureato del Regno Unito dal
1984 al 1998, antropologo, pescatore), il rovescio delle Birthday letters:
scritte lentamente, in segreto, queste ultime, pubblicate tutte d’un fiato poco
prima della sua morte, a giochi fatti, per mettere i puntini sulle i; l’altro,
invece, dalla prima edizione del 1970 subisce modifiche, ampliamenti,
ritrattazioni fino al 1997, con vuoti incolmabili nell’ultimo terzo del suo
disegno.
Non è semplice nemmeno riassumerne l’intreccio: per afferrare la storia che
cerca di raccontare bisogna per forza aver ascoltato le spiegazioni fra una
poesia e l’altra che Ted Hughes dava in occasione di letture pubbliche o
registrate, poi trascritte e sistematizzate da critici volenterosi con relativo
successo. C’è chi dice che il finale ideale della vicenda vada cercato nelle
ultime sezioni di altri libri; chi dice che quello al massimo ne
rappresenterebbe un abbozzo. Sono rimaste escluse numerose poesie, ne sono state
incluse altre, a seconda delle diverse sedi editoriali, con un approccio che
rispecchia perfettamente la vicenda di Corvo: un punto nero della realtà che è
la distruzione simultanea di se stesso e di tutto ciò che incrocia, che se non
muore mai è solo per continuare ad annientarsi trascinando dietro di sé
l’universo, in attesa di una risalita che non è stata scritta.
Il pubblico italiano ha dovuto aspettare il 2008 per leggerlo “interamente” (è
scomodo parlare di interezza riferendosi a Corvo) nel ‘Meridiano’ Mondadori a
lui dedicato da Nicola Gardini e Anna Ravano; in Italia ne erano arrivati alcuni
spezzoni, nel 1973 e nel 1985, con rispettivamente Camillo Pennati e Antonio
Porta come traduttori. Anche se sul caso Pennati ce ne sarebbero da raccontare
(tradurre il Littleblood finale come Esserino equivale a defilarsi dalla sfida
di ri-creazione imposta dalla traduzione poetica); più interessante la nota di
accompagnamento alla traduzione di Porta di poesie da Under the north star,
1981:
> “Le poesie di Sotto la stella del nord [che io tradurrei Sotto la stella
> polare, ndr.] sono state scritte per «intrattenere una vivace e precoce
> fanciulla». Ancora una volta un poeta di valore sa trarre profitto dal
> rapporto con l’infanzia. Credo che lo scambio sia veramente tale, cioè
> reciproco e giovevole a entrambi. […] In verità la poesia cosiddetta «per
> bambini» fila in equilibrio teso sopra un crinale, e rischia a ogni momento di
> precipitare nella banalità, da una parte, e nell’oscurità, dall’altra. […]
> Questa è forse la regola del gioco: una poesia scritta per i bambini può
> essere considerata «vera» poesia nel momento in cui espone la propria
> duplicità; quando, come in questo caso, può essere letta almeno su due piani,
> immediatamente oltre quella che ho chiamato «evidenza»”.
>
> (Almanacco dello Specchio, Mondadori, 1983)
Questa raccolta «per i bambini» non è inclusa nel ‘Meridiano’, come gli altri
libri di poesia per l’infanzia di Ted Hughes (The mermaid’s purse, per dirne un
altro). Bisogna stare attenti a queste pubblicazioni che non vanno considerate
“minori” perché rivolte ai minori: il disegno dell’opera di Ted Hughes, e in
questo caso di Crow, passa anche da qui. Infatti, il titolo Under the north
star arriva da una poesia pubblicata in Crow wakes, del 1971:
> “Nella zanna del lupo, la montagna di erica.
> Nella montagna di erica, la pelliccia del lupo.
> Nella pelliccia del lupo, la foresta irsuta.
> Nella foresta irsuta, la zampa del lupo.
> Nella zampa del lupo, l’orizzonte sassoso.
> Nell’orizzonte sassoso, la lingua del lupo.
> Nella lingua del lupo, le lacrime della cerbiatta.
> Nelle lacrime della cerbiatta, la palude ghiacciata.
> Nella palude ghiacciata, il sangue del lupo.
> Nel sangue del lupo, il vento di neve.
> Nel vento di neve, l’occhio del lupo.
> Nell’occhio del lupo, la stella polare.
> Nella stella polare, la zanna del lupo”.
>
> (trad. mia, cfr. p. 417 ‘Meridiano’)
Nel disegno dell’opera, questo dovrebbe corrispondere a uno dei canti totemici
appresi da Corvo per la sua purificazione. Non è l’unica poesia del
labirinto Crow a finire in questa raccolta (troviamo la poesia I see a bear,
sempre del 1971, sotto un titolo diverso: Grizzly bear), ma è nella piccola
variazione tra ultimo verso e titolo del libro del 1981, da «inside (dentro) the
North star (la stella polare)» a «under (sotto) the North star (la stella
polare)», che si gioca l’importanza della letteratura per l’infanzia di Ted
Hughes. La stella è sempre la stessa, ma a cambiare è l’esposizione e la
posizione di chi sta leggendo. Mentre Ted Hughes non risparmia l’adulto e lo
getta subito all’interno della stella polare, al bambino/bambina viene riservato
un momento in più: il titolo di tutta la raccolta li accompagna “sotto” la
stella polare, un respiro profondo prima di tuffarsi poi dentro lo stesso luogo
riservato all’adulto con la stessa poesia.
Anche Grizzly bear segue l’identica strategia: nel 1971, titolo e primo verso
coincidono (I see a bear); nel 1981, il primo verso è sempre lo stesso, ma c’è
il nuovo titolo Grizzly bear, come se venisse aggiunto un gradino in più
(accattivante, rischioso: non un orso qualunque, ma il Grizzly, una parola che
pronunciata fa tremare la bocca) per leggere la poesia; nello specifico, quella
di Crow. Sappiamo inoltre che per questo folk-tale epico Ted Hughes aveva
immaginato anche segmenti in prosa con cui collegare le poesie, senza però
realizzarli mai in forma scritta, ma solo affidandoli all’oralità; il che, più
che a una sua mancanza autoriale, sembra corrispondere all’idea di un’epica
radicata nella parola pronunciata, nel telling a tale, raccontare un
racconto. Senza dimenticarsi che Ted Hughes ha effettivamente scritto una serie
di tales ancestrali: Tales of the early world, del 1988 (pubblicato un anno dopo
in Italia col titolo Storie del ondo primitivo, per Mondadori). Si tratta di una
serie di racconti ambientati alle origini del mondo, nel contesto di una lunga
creazione che sembra non finire mai (Dio crea animale dopo animale combinando un
pasticcio dopo l’altro, con qualche favoritismo di troppo): protagonisti sono
animali dei primordi come l’Elefante, il Passero, l’Anguilla, e le inquietanti
storie eziologiche: l’Anguilla vede l’Uomo mangiarsi sua moglie e i suoi figli
elogiandone la dolcezza; l’Avanzo dal tavolo di Dio diventa il Leone affamato di
salsicce (e di animali che potrebbero diventarle) perché Dio gli ha soffiato la
vita mentre sua madre arrostiva le salsicce con l’acquolina in gola; il fatto
stesso che Dio abbia una madre di cui si dimentica tra i rifiuti, «un grosso
groviglio di braccia e gambe ripiegate su stesse, simile a un grosso ragno
polveroso e rinsecchito, quasi senza peso». Chi ha presente la poesia di Ted
Hughes avrà riconosciuto certi aspetti “totemici” della sua poetica in questi
riassunti; ma in Tales of the early world (non possiamo ignorare il parallelismo
con il titolo che Hughes darà alla sua raccolta di riscritture/traduzioni dalle
Metamorfosi di Ovidio, altro libro su un mondo “primitivo”: Tales from Ovid)
sembra essere operante al massimo il Ted Hughes di Crow in tutte le sue fasi. Il
Dio in azione nelle Storie del mondo primitivo è lo stesso con cui si confronta
Corvo: per confermarlo basta leggere uno dopo l’altro un passo in prosa dal
primo racconto del libro, Come il Passero salvò gli uccelli, (in cui il Passero
va da Dio per chiedergli dei figli) tradotto da Francesca Lazzarato, e subito
dopo la poesia Il corteggiamento di Corvo:
“A un tratto [il passero] si ricordo dov’era. Si fece coraggio ed entrò nel
laboratorio, dove Dio stava curvo sul banco di lavoro.
Salve, Dio!, fece il Passero, e rimase là, fermo. Dio continuò a lavorare, con
profonda concentrazione. Era intento a un’operazione delicatissima: teneva tra
le mani il primo Chiurlo e stava tentando di regolarne le corde vocali, in modo
che il canto si concludesse con una nota più alta.
Il Passero grattò il pavimento con la zampetta, e tossì. Poi gridò di nuovo:
Salve, Dio! Sono io, il tuo vecchio Passero!
Dio lanciò un urlo e alzò le mani di scatto, come se si fosse punto. Poi se le
mise tra i capelli.
No!, ruggì. No!
Il Passero tossì e gridò di nuovo: Dio!
Allora Dio si voltò a guardarlo.
Tu!, tuonò. Sei stato tu a farmi sbagliare. Credevo di aver sentito una voce, e
invece eri tu! Si sono rotte. E non riuscirò mai ad aggiustarle!
E si voltò per guardare in fondo alla gola del Chiurlo.
Dio, gridò ancora il Passero, sono venuto per…
Che cosa vuoi?, chiese Dio con uno sguardo incollerito.
Il Passero fece un respiro profondo. Ecco, Dio, non siamo che due passerotti, ma
io e mia moglie vorremmo un uccellino, o anche due o tre, se fosse possibile,
perché…
Vattene!, gridò Dio. Magari un altro giorno. Passeri! Non ho tempo di pensare ai
Passeri. Sto creando i Chiurli! E tra poco toccherà ai Piovanelli!
Poi si chinò sul Chiurlo con le corde vocali danneggiate”.
*
Il corteggiamento di Corvo
Corvo si fece impaziente bussando alla porta di Dio.
“Datti una mossa con la mia sposa” gridava “Che gli anni stanno passando!”
Poteva vedere vecchie entrare a carrellate
poteva sentire la fornace tuonare
nelle canne fumarie del Cielo
mentre Dio forgiava il corpo della sua sposa
dalle carcasse di vecchiacce.
“Silenzio,” urlò Dio, “Stai interrompendo
la Grande Opera. Vattene e basta, e pazienta.”
Corvo si strascicò fino alla porta, canticchiò per un po’.
Guardò giù verso le colline e i frutteti –
poi si piantò sudato, trafitto dalla fantasia.
Prima di rendersene conto stava picchiando alla porta di Dio,
“Datti una mossa con la mia sposa, che gli anni stanno passando!”
I corpi delle vecchiacce benché morti e incandescenti
strillavano sotto i martelli di Dio,
laminazioni di vecchiacce –
a milioni nella lama del corpo della sposa.
“Vattene,” urlò Dio, “Stai rovinando l’opera.
Vattene una volta buona e pazienta.”
Corvo intrecciò le braccia, il suo petto era un bollore soffocante
del dolore dell’impazienza –
Spalancò a calci la porta. Dio ruggì fra le lacrime.
Corvo fissò con gli occhi di stucco il mucchio di ceneri.
“Il momento peggiore!” Dio piangeva “Il momento peggiore!”
(trad. mia, cfr. ‘Meridiano’ p. 442)
La differenza sostanziale della vicenda sta nel fatto che Passero vuole dei
figli, Corvo una sposa; per il resto, la trama essenziale (la richiesta
nell’atelier di Dio, l’impazienza, il lavoro guastato, le urla) è la stessa. Il
bambino che legge del passero che vuole i figli pensa a se stesso nei figli, e
ai propri genitori. È un’altra prospettiva da cui guardare a quell’incontro,
sempre con un gradino in più: non direttamente alla loro unione (come nel caso
di Corvo che vuole una sposa), ma alle conseguenze della loro unione.
Potremmo cercare altre concordanze fra Corvo e Storie del mondo primitivo, anche
minime: un pappagallo prova a cantare per il matrimonio fra Adamo ed Eva, ma
«mentre cercava di cantare dal suo becco usciva una Mosca dopo l’altra, finché
la ringhiera ne fu coperta». Invece, in una poesia che si intitola La prima
lezione di Corvo, quando Corvo prova a dire «Amore» come Dio tenta di
insegnargli, «Corvo boccheggiò e un moscone, una mosca tse-tse, una zanzara/
sfrecciarono qua e là/ ai vari piaceri carnali», e subito dopo, rimanendo
comunque in contesto di matrimonio e unione, «Corvo convulsò, boccheggiò,
sboccò e/ la prodigiosa testa dell’uomo senza corpo/ sbocciò sulla terra, con
occhi roteanti,/ blaterando proteste –// E Corvo sboccò di nuovo prima che Dio
lo potesse fermare,/ E la vulva della donna cadde sul collo dell’uomo e si
strinse./ I due lottarono insieme sull’erba».
Oppure potremmo notare la presenza ricorrente del Corvo nelle Storie del mondo
primitivo, che prende la parola sospettosamente spesso rispetto agli altri
animali, soprattutto nell’ultimo racconto del libro, I ballerini, dove le
montagne prendono improvvisamente a tremare. Tra tutti gli animali è proprio il
Corvo a rendersi conto di quello che sta succedendo veramente:
> «Il Corvo le osservò. Credo, disse poi [a Dio], che stiano cercando di danzare
> […] Il Corvo aveva proprio ragione. Le montagne stavano davvero danzando, o
> così sembrava».
Dalle montagne infatti uscirà, una volta che si saranno aperte, un piccolo Topo
che balla[1]. Il Corvo, le montagne, gli elefanti che a un certo punto ne
sbucano fuori e il Topo ballerino dovrebbero farci venire in mente Littleblood,
la poesia che chiude la prima edizione di Crow del 1970:
O sanguicello, nascosto dalle montagne nelle montagne
ferito dalle stelle e che essudi ombra
e che mangi la terra medica.
O sanguicello, disossaticello spellatello
che ari con la carcassa di un passero
che falci il vento e trebbi le pietre.
O sanguicello, che tamburelli in un teschio di mucca
che balli con zampe di moscerino
con proboscide d’elefante con coda di coccodrillo.
Diventato così saggio diventato così terribile
succhiando le tette ammuffite della morte.
Siediti sul mio dito, cantami nell’orecchio, O sanguicello.
(trad. nostra)
Nel racconto, non appena Topo è uscito dalle montagne leggiamo che «Dio lo
guardava estasiato, senza parole. Il Topo si diresse verso di lui, danzando, e
saltellò sulla sua mano. Dio lo sollevò tenendolo sul palmo». Dovrebbe essere
ormai chiaro che il progetto del folk-tale epico ideato da Ted Hughes
per Crow non si lascia arginare dai confini di un solo libro. Tales from the
early world è una realizzazione inconsueta del viaggio di Corvo, forse la cosa
più vicina alle famose prose di interconnessione ricordate prima; sicuramente
parte di una visione artistica totale, rivolta a ogni fase della vita di chi la
legge. Infatti, nonostante Ted Hughes abbia scritto e pubblicato le poesie prima
e i racconti dopo, è quasi garantito che chi legge ne farà esperienza in senso
inverso: prima i racconti destinati principalmente all’infanzia, poi Crow.
Allora è quasi come se il libro di racconti facesse da introduzione al libro di
poesie tracciando piste e seminando indizi e provocazioni con cui preparare il
piccolo lettore o la piccola lettrice al futuro incontro con Crow, disponendo in
loro l’immaginario dell’opera che forse leggeranno più avanti. In questo modo
una parte del lavoro è stata già fatta: la letteratura per l’infanzia di Ted
Hughes gioca sul lungo termine, comincia a proiettare da lontano l’ombra di
Crow, disposta a farsi dimenticare, ma pronta a riattivarsi dopo anni al momento
giusto.
Mikel Marini
*In copertina: Ted Hughes disegnato nel 1956 da Sylvia Plath
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[1] (con una variazione del detto oraziano: «parturient montes, nascetur
ridiculus mus» (i monti avranno le doglie del parto, nascerà un topo ridicolo),
allusione di Orazio a una favola di Esopo con cui critica i proemi altisonanti
per poemi miseri, esteso in generale alle aspettative deluse. Qui Ted Hughes
riconduce il proverbio alla dimensione della favola, riazzera i conti)
L'articolo “Diventato così terribile”. Il Corvo di Ted Hughes e la letteratura
per l’infanzia proviene da Pangea.
> “Luttuoso evento. Il signor Polidori, residente in Great Pulteney Street,
> giovedì sera si era ritirato all’ora solita per il riposo notturno; la
> domestica ieri mattina, non vedendolo alzato all’ora consueta, entrò nella sua
> camera tra le undici e il mezzogiorno e lo trovò gemente e chiaramente
> agonizzante. Venne dato subito l’allarme e chiamato il medico, ma prima ancora
> che arrivassero di dottori Copeland e Davies, egli era già morto. suo padre
> stava appunto venendo a Londra per trovare il figlio e arrivò circa tre ore
> dopo la disgrazia. Sappiamo che lo scomparso aveva ventisei anni e che aveva
> accompagnato per un certo periodo in Italia Lord Byron. Il magistrato
> inquirente accerterà oggi stesso la causa del decesso”.
>
> («The Traveller», lunedì 27 agosto 1821)1
Era una sera fredda e piovosa del giugno 1816, scriverebbe Edward Bulwer-Lytton,
autore dell’incipit più famoso e banale della letteratura occidentale (quel “It
was a dark and stormy night” del romanzo Paul Clifford, pubblicato a Londra nel
1830). Torniamo a parlare del celebre ritrovo nel salotto ginevrino di Villa
Diodati, sullo scenario del lago, dove i villeggianti Lord Byron, il suo medico
personale John William Polidori, Percy Bysshe Shelley e la futura moglie Mary si
sfidarono a creare un racconto terrificante in un tempo brevissimo, stimolati
dall’antologia tedesca Phantasmagoriana, appena uscita. Da lì, come abbiamo
raccontato, nacque il germe del fatidico Frankenstein; or, The Modern
Prometheus di Mary Shelley; ma nacque anche, non meno famoso e fatale, un altro
germe: quello del Vampiro ottocentesco, di cui l’oscuro John William Polidori
divenne il precursore.
Con la sua atmosfera, villa Diodati rappresentava una cornice perfetta: non solo
aveva ospitato il sommo John Milton, ma era immersa in una sorta di paesaggio
sublime, con le montagne sovrastanti, il lago e il cielo che facilmente
diventavano tempestosi, un insieme capace di creare atmosfere sinistre e
inquietanti. Dopo quella sera fatidica, Shelley trasalì come sopraffatto da
un’orrenda visione, come scrive Polidori nel suo diario:
> “18 giugno. La mia gamba molto peggio. Shelley e compagnia qui. La signora
> S[helley] mi chiama il suo fratellino (minore). Cominciata la mia storia di
> fantasmi dopo il tè. Mezzanotte, cominciamo davvero a parlare
> fantasmagoricamente. L[ord] B[yron] ha recitato dei versi della Christabel di
> Coleridge, sui seni della strega; è seguito il silenzio, e Shelley, lanciando
> un grido e mettendosi le mani sulla testa, è corso fuori dalla stanza con una
> candela. Buttata l’acqua sul volto e datogli dell’etere. Guardava la signora
> S[helley] e d’un tratto ha visualizzato una donna di cui aveva sentito parlare
> che aveva occhi al posto dei capezzoli, cosa che aveva preso possesso della
> sua mente e l’aveva terrorizzato”.
Nel frattempo, Byron ha già scritto il frammento di un racconto del mistero che
legge agli amici: il protagonista enigmatico è Augustus Darvell, che insieme al
narratore fa un viaggio attraverso l’Europa fino all’Oriente. In quelle regioni
egli vede la sua salute deperire sempre più; giunti a visitare certe rovine
intorno a Smirne, nei pressi di un cimitero dichiara in modo sibillino di
esservi già stato, e sotto gli occhi del narratore si trova di colpo in punto di
morte: dopo avergli impetrato un oscuro giuramento – “che la mia morte sia
tenuta nascosta a ogni creatura vivente […] Il nono giorno del mese, non importa
quale, a mezzogiorno, dovete scagliare questo anello nelle correnti salate che
si gettano nella baia di Eleusi” – defunge corrompendosi rapidamente.
Furono queste poche pagine a fornire a John William Polidori lo spunto e la
traccia per scrivere il suo The Vampyre. Nato da un italiano emigrato, Gaetano
Polidori – anch’egli vissuto per qualche tempo all’ombra di un personaggio
famoso, Vittorio Alfieri, di cui fu segretario –, John William s’era laureato in
medicina all’Università di Edimburgo appena diciannovenne, ed era stato assunto
da Lord Byron per le sue peregrinazioni in Europa: avere un medico al seguito
era quasi d’obbligo, per la nobiltà inglese del tempo. A dispetto del rapporto
d’amicizia che s’era creato, Polidori venne poi licenziato alla fine di
quell’estate 1816, perché – a quanto pare – agli occhi del poeta s’era rivelato
invidioso e petulante, forse per le sue frustrate ambizioni letterarie e mondane
e il suo desiderio di competere con i maiores. Tornato in Inghilterra, finì per
attuare il progetto di sviluppare la storia abbozzata da Lord Byron a villa
Diodati, ricalcando sulla sua figura il protagonista – forse come rivalsa per le
umiliazioni subìte –, a cominciare dal nome: Lord Ruthven, preso tale e quale
dal romanzo autobiografico Glenarvon di Caroline Lamb, la nobildonna che, dopo
aver introdotto Byron nel bel mondo ed esserne stata abbandonata, aveva sfogato
i suoi rancori sbeffeggiandolo sotto il nome del crudele Ruthven Glenarvon, che
viene assassinato dalle proprie amanti e infine rapito dal demonio. In effetti,
il Lord Ruthven di Polidori deve a Byron quasi tutto, dal fisico, alla postura
da homme fatale, al carattere; per inciso, Ruthven resterà sinonimo di “vampiro”
per quasi tutto l’Ottocento, fino al Dracula di Bram Stoker.
Dunque, nel 1819 il racconto The Vampyre viene consegnato – non si sa se
direttamente da Polidori o per vie traverse – all’editore Henry Colburn, con in
calce la sigla “Lord B.”; e Colburn, o perché lo credesse davvero o perché
volesse farlo credere ai suoi lettori, lo pubblica nel «New Monthly Magazine» a
nome di George Gordon Byron. Va da sé che la storia ebbe subito un grande
successo, anche nel continente: lo stesso Goethe la giudicò una delle
cose migliori di Byron. Ma subito ne seguì una corsa alla smentita e alla
rivendicazione attraverso una frenetica serie di lettere, non solo di Polidori,
da cui citiamo alcuni passi:
> “Signore, ho ricevuto copia della rivista del 1° aprile e mi duole notare che
> il vostro corrispondente ginevrino vi ha indotto a commettere un errore
> riguardo alla storia del Vampiro: che non è di Lord Byron, ma è
> stata interamente scritta da me su richiesta di una signora, la quale (quando
> le avevo menzionato che Sua Signoria aveva detto di avere l’intenzione di
> scrivere una storia di fantasmi, imperniata su due amici che partono
> dall’Inghilterra, uno dei due more in Grecia, l’altro, una volta ritornato,
> scopre che è vivo e corteggia sua sorella) aveva detto che reputava
> impossibile espandere quel materiale e volle che la scrivessi per lei, cosa
> che feci in due mattinate oziose passate in sua compagnia. I fatti menzionati
> sopra, e il fatto che il morente ottiene un giuramento per cui quello che
> sopravvive non dovrà in alcun modo rivelare la sua morte, sono le uniche parti
> della storia che appartengono a Sua Signoria. Desidero, pertanto, che nel
> prossimo numero facciate una decisa smentita della vostra dichiarazione,
> inserendo la presente nota”.
>
> (dalla lettera di John Polidori a Henry Colburn, 2 aprile 1819)
> “[…] vorrei sgravarmi da ogni colpa davanti ai vostri occhi, in quanto
> direttore del «New Monthly Magazine» e dunque colui che può ritenersi
> responsabile per la prima pubblicazione del Vampiro. Vorrei anche consultarvi
> riguardo al modo di impedire la pubblicazione a mezzo stampa di un
> manoscritto privato di Lord Byron che gli sarebbe immensamente sgradito, ma
> che venne ottenuto con mezzi poco chiari da una persona di scarsi principi che
> era al suo servizio”.
>
> (dalla lettera di Alaric Watts a John Murray, 26 aprile 1819)
> “Signore, vi invio la nota editoriale alla quale facevo riferimento,
> questa mattina, in conversazione, mezza pagina del «New Monthly Magazine» che
> contiene una lettera stilata dal signor Colburn e firmata in circostanze
> particolari da Polidori. Mi renderete un favore immenso correggendo quelle
> impressioni sfavorevoli che Lord Byron, per come i fatti possono sembrare,
> dovesse nutrire nei miei confronti. Poche persone hanno scritto di lui in
> termini più entusiastici di quanto ho fatto io […]. Il titolo che avevo
> proposto era Il vampiro, basato su una storia narrata da Lord Byron a Ginevra.
> Venni scavalcato dal mio tirannico editore […]. In realtà il titolo delle
> prime mille copie del libello dichiarava: Il vampiro, storia
> dell’onorabilissimo Lord Byron. Tuttavia, quando minacciai di raccontare ogni
> cosa a voi, […] cancellarono tutto”.
>
> (dalla lettera di Alaric Watts a John Murray, 27 aprile 1819)
Una altezzosa smentita, quella decisiva, arrivò da Venezia il 27 aprile: Byron,
informato che un editore parigino aveva intenzione di pubblicare The
Vampyre nella sua rivista, si affrettò a comunicare al “Galignani’s
Messenger” 2, un periodico di lingua inglese pubblicato in Francia, di non
essere affatto l’autore di quel racconto, aggiungendo di non aver mai sentito
parlare dell’opera in questione. “In un giornale più recente, vedo un annuncio
formale de Il vampiro con l’aggiunta del mio «soggiorno sull’isola di Mitilene»,
un’isola per cui sono a volte passato, anni fa, nel corso dei miei viaggi nel
Levante, e dove non avrei alcun problema a risiedere, ma dove non ho mai
risieduto. Nessuno di questi esercizi letterari è mio, e immagino non sia
scorretto né scortese chiedervi il favore di smentire l’annuncio a cui alludo.
Se è un libro intelligente, sarebbe ignobile privare chi l’ha realmente scritto
– chiunque sia – dei relativi onori; e se è stupido, gradirei prendermi
unicamente la responsabilità della mia propria ottusità, e non di quella di
qualcun altro”. Byron, inoltre, dichiarava sdegnosamente di avere un’antipatia
personale per i vampiri e che, per la scarsa frequentazione che aveva con i
medesimi, non si sarebbe mai permesso di divulgarne i segreti. Sembra chiaro il
suo fastidio verso quello sciocco “Polly Dolly”, come ormai lo chiamava, che
l’aveva plagiato così sfacciatamente: per mettere fine ai discorsi, fece subito
pubblicare il suo frammento in appendice al poemetto storico Mazeppa.
Al “povero Polidori” non restò che controbattere, in uno scambio di lettere,
alle accuse e ai rimproveri di Sir John Hobhouse, un politico amico intimo di
Byron, che lo informò di aver ricevuto “una sorta di delega sulle questioni
letterarie che lo riguardano”, soprattutto in una faccenda come quella “che con
ogni probabilità avrà delle conseguenze sulla sua reputazione”. Questo è il
sunto dello scambio, riepilogato nella lettera del 3 maggio 1819 con cui
Hobhouse aggiornava Lord Byron: “Sono stato in corrispondenza con Pollydolly
riguardo a te. Una dannata storiella da due soldi intitolata Il vampiro è stata
pubblicizzata di recente col tuo nome, e con la precisazione che l’avevi scritta
di concerto con gli Shelley che hanno scritto Frankenstein […] Mi ricordavo che
mi avevi parlato di un picnic di quel genere a Diodati, così ho pensato che
magari Dolly ti aveva rubato la storia e adesso ci stesse coprendo le sue
nudità. Ma quando ho visto questo Vampiro, dato che il tuo stile, da bravo
damerino, lo conosco, ho saputo con certezza che si trattava di un ignobile
inganno e opera interamente di Polidori e di lui solo. E sono sicuro di aver
ragione, perché è stato lui ad ammetterlo quando gli ho scritto e Murray ha
tirato fuori tutta la faccenda. Adesso, però, ha pubblicato una lettera sui
giornali che dice che benché il Vampiro, «nella sua forma presente», non è tuo,
il «canovaccio» è «sicuramente» tuo. E ci mette quel suo cazzo di cognome
polisillabico da italiano. Ha anche fatto una specie di accordo
con Colburn (quello che ha pubblicato Glenarvon) per i suoi viaggi, dei quali
dice che il pezzo forte è la ‘vie privée’ di Sua Signoria. Questo ha detto
Colburn al mio informatore. Allora ho scritto a Polly: ha detto che rivendica
rango e reputazione di gentiluomo, poveraccio che non è altro, e che non ha mai
avuto intenzione di commettere una simile slealtà. Però, vista la sua lettera
sul «canovaccio» del Vampiro, penso che dovresti mandare a Murray – o, se vuoi,
a me – una nota da far pubblicare sui giornali in cui togli al Dottore ogni
diritto sui canovacci: altrimenti continuerà a fare uso del tuo nome. Temo sia
un furfante, ma te l’avevo detto che avevi fatto un errore a prenderlo con te:
lo sai” 3.
John William Polidori morì due anni dopo, nell’agosto 1821, suicidandosi con “un
sottile veleno di sua composizione”, pare a causa di un debito d’onore che non
era riuscito a saldare. L’anno seguente Percy Bisshe Shelley perse la vita tra
Livorno e Lerici, nel naufragio della sua nuova barca, e nell’aprile 1824 perì
anche Lord Byron, si dice a causa di febbri reumatiche, mentre era a Missolungi
per sostenere i ribelli nella guerra d’indipendenza greca. Il destino di giovani
vite romantiche che non riescono a invecchiare, che si espongono a gesta fatali,
che per questo diventano miti inscalfibili e fondanti.
Che dire del libro? Il vampiro di Polidori, Lord Ruthven, ha le vesti di un
nobiluomo alla moda, è seduttore e giocatore d’azzardo (che si diverte a perdere
tutto ciò che a vinto); riscuote interesse nei salotti londinesi del bel mondo
per il suo comportamento eccentrico: “Contemplava con distacco l’allegria che lo
circondava, come se non potesse prendervi parte. Solo il riso allegro delle
belle fanciulle pareva attirare la sua attenzione, per poterlo gelare con uno
sguardo e incutere paura in quei cuori in cui regnava la leggerezza”. Dovevano
essere “i suoi occhi grigi di morte, che fissandosi su un volto, non parevano
penetrarlo né affondare lo sguardo negli intimi lavorii del cuore, ma ricadevano
sulle gote come un raggio di piombo, che gravava sulla pelle senza riuscire ad
attraversarla”. Al pari di Lord Byron, “Malgrado il pallore mortale del suo
volto, che mai si riscaldava col rossore della modestia o gli intensi moti della
passione, il suo aspetto e il suo profilo erano belli, e molte donne a caccia di
notorietà cercavano di catturare la sua attenzione, almeno di ottenere qualche
segnale da poter prendere per affetto”. E segue una stoccata a Caroline Lamb,
che per impressionare Byron amava esibirsi in mascherate: “Lady Mercer, che da
quando s’era sposata era diventata lo zimbello di tutti i freak in mostra nei
salotti, si mise sulle sue tracce e, tranne indossare gli abiti di un
saltimbanco, fece qualsiasi cosa per attrarne l’attenzione”.
In The Vampyre, il plagio del frammento di Lord Byron c’è tutto: l’ingenuo e
giovane Aubrey conosce Lord Ruthven, ne resta affascinato e lo convince a
intraprendere con lui un viaggio in Europa; rendendosi conto degli aspetti
negativi del personaggio e della pericolosità dei suoi comportamenti, decide di
lasciarlo al suo destino in Italia e salpa per la Grecia – dove la leggenda dei
vampiri è viva – alla ricerca di vestigia archeologiche. Là, dopo che la
giovanissima Iante, a cui s’era affezionato, viene uccisa da un vampiro, Aubrey
cade preda di una febbre violenta, e si vede ricomparire davanti Lord Ruthven
(“si dette il caso che in quello stesso periodo giungesse ad Atene”), che si
mostra cambiato e pronto ad assisterlo con premura e gentilezza. Insieme partono
per spedizioni archeologiche, e in una di queste vengono assaliti dai predoni
che feriscono mortalmente Lord Ruthven, il quale, prima di spirare, ottiene da
Aubrey un solenne giuramento: “che per un anno e un giorno non parlerete
assolutamente ad anima viva né dei miei delitti né della mia morte, qualunque
cosa possa accadere e qualunque cosa possiate vedere”. Quel giuramento sarà la
maledizione di Aubrey, che, tornato in Inghilterra, ritroverà Ruthven redivivo e
come in un incubo non riuscirà a impedirgli di catturare le sue prede, tra cui
la sorella di Aubrey.
Allo stesso modo in cui un romanzo sgangherato come Il castello di Otranto ha
fondato il fenomeno del romanzo gotico, Il vampiro polidoriano non resta
importante in sé, ma per quanto da esso ne è derivato, perché introduce la
figura del vampiro nella narrativa gotica, figura che suggestionerà
l’immaginario collettivo inaugurando una specie di “epidemia” di succhiasangue
letterari, offrendo lo spunto per altri racconti del genere anche fuori dei
confini inglesi, si pensi a “Vampirismus” di E.T.A. Hoffmann, Smarra di Charles
Nodier, La morte amoreuse di Téophile Gautier. In Inghilterra, nel 1847 spopola
il feuilleton Varney the Vampyre di Thomas Peckett Prest, una specie di
calderone scatenato e incoerente, e nel 1871 si realizza il celebre
racconto Carmilla di Joseph Sheridan le Fanu. Per finire, la differenza fra il
prototipo byroniano e il vampiro “compiuto” giunto fino a noi è notevole: oltre
al pallore da chiarore lunare, il Dracula di Bram Stoker ha “il volto aquilino”,
“il naso sottile con una gobba pronunciata e narici stranamente arcuate; […] Le
folte sopracciglia quasi si congiungevano sul naso, e i ciuffi parevano
arricciarsi tanto erano abbondanti. La bocca, per quel che si scorgeva sotto i
folti baffi, era rigida, con un profilo quasi crudele. I denti, bianchi e
stranamente aguzzi, sporgevano dalle labbra il cui colore acceso rivelava una
vitalità stupefacente per un uomo dei suoi anni”.
Dall’inquietante “dead grey eye” del raffinato Lord Ruthven si arriva così a
quella specie di uomo-lupo consacrato dal cinema, con le “mani piuttosto rozze –
larghe, con le dita a spatola. Strano a dirsi, c’erano dei peli al centro del
palmo”.
Paolo Ferrucci
1 Dall’Introduzione di William Michael Rossetti a The Diary of Dr. John William
Polidori, London 1911.
2 Galignani stava già approntando le sue edizioni parigine, che replicavano
quelle di Sherwood, Neely e Jones e indentificavano l’autore con Lord Byron.
3 Per i testi della querelle editoriale sulla paternità di The Vampyre, si
veda Villa Diodati Files. Vampiri e altri parassiti (1818-19), Ed. Nova Delphi
2019, appendice IV, pag. 289 e segg.
*In copertina: Francisco Goya, “Las Resultas”, 1810
L'articolo “Mezzanotte, cominciamo a parlare fantasmagoricamente”. Un vampiro si
aggira nelle aule della letteratura… proviene da Pangea.