Dello scrittore e illustratore Mervyn Peake (1911-1968), piuttosto che il suo
primo libro di poesie Shapes and Sounds (Forme e Suoni) del 1941 (con H.D. e
Huxley come compagni di collana), si ricorda soprattutto la saga incompiuta
di Gormenghast, e il suo protagonista Titus De Lamentis, conte* (earl) di
Gormenghast, con annesso castello. Titus, però, non è che una parte di
quell’organismo che sembra essere fatto di cancrene, «silenzioso come un mostro
impalato», o intorpidito da una notte perenne. Tuttavia, il gotico di Pyke non
è né austero né sepolcrale: Gormenghast è un crogiolo germinante di forme di
vita ributtanti e coloratissime, dove «l’atmosfera è diventata una sensazione
fisica» – non sempre piacevole. Sporgersi dai suoi balconi traballanti, come dal
ponte di una nave pirata, fa girare la testa, e nelle sue cucine soffocano i
Lustrapietre Grigi, divenuti, di generazione in generazione, più simili a rocce
che uomini.
Non è difficile riconoscere in quest’edificio deforme elementi che richiamano la
Londra vista dagli occhi dell’autore, e neppure ritrovare nei suoi primi
componimenti poetici, più trascurati rispetto alla saga di romanzi, quella
stessa ossessione edilizia. Andando infatti a leggere la sua prima raccolta di
poesie, ci si imbatte subito in una architettura sconcertante. Infatti, nella
poesia di apertura, intitolata London (1941), Londra, dopo essere stata ridotta
a macerie dal bombardamento intensivo nazi-fascista fra il 1940 e il 1941, viene
trasfigurata in una gigantesca allegoria, una donna «half masonry, half pain»,
metà muratura e metà dolore; la città resa un enorme edificio antropomorfo. Che
questa visione vada presa alla lettera ce lo conferma un’illustrazione di Peake
che compare nella seconda edizione della raccolta, postuma, nel 1974, dove
possiamo vederla rappresentata compiutamente:
Copertina di Shapes and Sounds, 1974
Ma anche la copertina originale andava nella direzione dell’architettura
fantastica, con un gioco prospettico, tra muri che non sostengono nessun tetto,
in primo piano per le “Forme”, un occhio; per i “Suoni”, un orecchio, mescolati
insieme.
Copertina di Shapes and Sounds, 1941
Anche le due poesie che danno il titolo al libro, The shapes e The sounds, sono
costruite intorno a due immagini architettoniche. Peake sembra ossessionato dai
mattoni: in The shapes, distrutte le forme dal bombardamento, i mattoni
ritornano a dominare la scena, the shapes departing and the brick returning, con
il mattone che è contemporaneamente materiale di costruzione e lascito della
rovina; in The sounds, cinque strade di mattoni convergono e formano the very
focal point of silence, il disco vuoto della morte. In queste poesie, si può già
intravedere la pianta labirintica, o quantomeno un primo abbozzo di quella
lingua aggrovigliata e fantastica che diventerà distintiva dell’autore. Infatti,
alle cinque strade di mattoni è complementare, nella stessa poesia, un’enorme
cattedrale vuota, attorno a cui una serie di personaggi (sempre allegorici: la
donna, il vecchio, il gobbo) compiono i loro gesti enigmatici. Infine, They move
with me, my war-ghosts, un angelo e un centauro si contendono il suo spazio
interiore, raffigurato come una casa troppo piccola per contenere entrambi i
«fantasmi di guerra».
Resta solo da chiedersi cosa ci sia dietro questa fissazione per le architetture
allegoriche in Shapes and Sounds, e che sicuramente non è possibile limitare a
questa sola raccolta; oltre a Gormenghast, che abbiamo ricordato inizialmente,
basta dare un’occhiata al primo libro di cui Peake è autore, il Capitan
Scannatutti, del 1939. Anche se rivolto all’infanzia, bisogna cogliere certi
dettagli nelle sue illustrazioni, come la tigre decorativa di metallo
dall’aspetto cinese, con quelle zanne che le spuntano ai lati della bocca (del
resto, Peake era cresciuto in Cina), o gli improbabili Telamoni che sul ponte
della nave decorano un arco di legno e gli alberi con le vele, anche loro
rivelatori di un’attenzione al dato ornamentale in ambito edilizio.
Illustrazione per Shapes and Sounds, inutilizzata
Ragionando sulle rappresentazioni dei giardini in letteratura, Dmitrij Sergeevič
Lichačëv in La poesia dei giardini (1982: Italia 1996) osservava che la
differenza principale fra il compito del giardiniere e quello dell’architetto
sta nel fatto che il primo nel suo operato fa i conti con l’impossibilità della
simmetria: l’elemento vegetale in ultima istanza sfugge a questa organizzazione,
dal momento che cresce in autonomia, mentre la pietra offre più possibilità in
questa direzione. È quindi significativo che Peake porti gli edifici al punto di
rottura, mettendo in scena le architetture di un ordine che viene meno. mentre
intorno a lui gli edifici vanno a pezzi; soprattutto per il fatto che anche le
sue costruzioni più solide, come la cattedrale e le cinque strade di mattoni
in The sounds,stanno in margine all’abisso. Quanto può avvicinarsi
l’architettura allo strapiombo della morte prima di iniziare a sanguinare? In
questo senso, il castello di Gormenghast è uno sviluppo estremo del problema:
non sta sull’orlo della distruzione, ma piazza invece le proprie fondamenta nel
suo centro.
Mikel Marini e Rebecca Garbin
*
LONDON, 1941
Half masonry, half pain; her head
From which the plaster breaks away
Like flesh from the rough bone, is turned
Upon a neck of stones; her eyes
Are lid-less windows of smashed glass,
Each star-shaped pupil
Giving upon a vault so vast
How can the head contain it?
The raw smoke
Is inter-wreathing through the jaggedness
Of her sly-broken panes, and mirror’d
Fires dance like madmen on the splinters.
All else is stillness save the dancing splinters
And the slow inter-wreathing of the smoke.
Her breasts are crumbling brick where the black ivy
Had clung like a fantastic child for succour
And now hangs draggled with long peels of paper,
Fire-crisp, fire-faded awnings of limp paper
Repeating still their ghosted leaf and lily.
Grass for her cold skin’s hair, the grass of cities
Wilted and swaying on her plaster brow
From winds that stream along the street of cities:
Across a world of sudden fear and firelight
She towers erect, the great stones at her throat,
Her rusted ribs like railings round her heart;
A figure of dry wounds – of winter wounds –
O mother of wounds; half masonry, half pain.
*
LONDRA, 1941
Metà muratura, metà dolore: la sua testa,
Da cui l’intonaco si stacca via
Come carne dall’osso scabro, è girata
Su un collo di pietre; i suoi occhi
Sono finestre senza infissi col vetro spaccato,
Ogni pupilla stelliforme
Che dà su una volta così vasta
Che come può la testa contenerla?
Il fumo grezzo
Si sta attorcigliando sugli spuntoni
Delle finestre rotte come il cielo, e rispecchiati
Fuochi ballano come squilibrati sulle schegge.
Tutto il resto è fissità salvo le schegge che ballano
E il lento attorcigliarsi del fumo.
I suoi seni sono mattone che si sgretola, a cui l’edera nera
Si era appesa come un bambino fantastico per soccorso
E ora pende alla rinfusa con lunghe strisce di carta da parati,
Tendoni bruciacchiati dal fuoco, sbiaditi dal fuoco, di carta floscia,
Che ripetono fissi la loro foglia e il loro giglio fantasmizzati.
Erba per il pelo della sua pelle fredda, l’erba di città
Avvizzita e ondeggiante sul suo ciglio di intonaco,
Per i venti che scorrono lungo le strade di città:
In un mondo di paura improvvisa e luci di fuochi
Lei torreggia eretta, le grandi pietre alla sua gola,
Le sue costole arrugginite come ringhiere attorno al cuore;
Una figura di ferite asciutte – di ferite d’inverno –
O madre di ferite: metà muratura e metà dolore.
**
THE SHAPES (LONDON)
What are these shapes that stare where once strong houses
Rose with their sounding halls and rooms of breath?
No, not their skeletons for those have fallen
Dragging to earth
The coloured muscles from a thousand walls,
And all the slow
Articulate organs that are now
The rubble that a cold well of the night
Erects his height
Of re-assembled emptiness upon.
What are these shapes that rise so chill and flat?
These shapes with pieces torn out of their sides?
Jagged from sky to pavement, laying bare
The secrets of a sliced blue nursery
Where painted jungles flake; or some grey room
Of dismal history that only now
Holds traffic with the day. Behind each other
Rank behind rank their wounded faces stare
In silent profile though their skulls have gone.
Like squares of vast and rotten cardboard ripped
Into these contours stiller than the brain
Of him who tore them ever could conceive,
They stare and stare.
They are walls of skin, the skin of brick,
The brick that warded off the sun and moon:
Yet still the ceaseless elements attack them
Though what they guarded from the wind is gone.
The winds can circle now where blood ran warm,
And where the heart once stood the cold mist hovers,
Or gusts that whirl about each vacant womb
In whistling spirals, carry through the darkness
In fitful flight, torn papers that, bespattered,
Flutter their hollow wings.
What of this skin that only yesterday
Enveloped some far architect’s bright boxes?
The coloured boxes that beyond black blinds,
Suffused with their especial emanations,
Were each a ranging world in microcosm,
The tinted projects and the memories,
The tear of sweetness and the blood of anger.
What of this skin that once enclosed all this?
Oh will it fall to darkness, to cold darkness
For it is ichabod and Life had fallen
Down into darkness through its quickened crate,
And it will fall to darkness, to cold darkness,
Where nothing stirs among the dynasties.
The rubble that is rotting in the rain
Exhales the death of Warsaw and Pompei,
Guernica, Troy and Coventry – all cities,
And every breathing building that died burning.
The shapes departing and the brick returning.
*
LE FORME (LONDRA)
Cosa sono queste forme che scrutano dove prima case robuste
Si alzavano con le loro sale sonanti e stanze di di respiro?
No, non i loro scheletri perché quelli sono caduti
Tirando a terra
I muscoli variopinti da un migliaio di mura,
E tutti i lenti
Articolati organi che sono adesso
Le macerie su cui il freddo pozzo della notte
Erige la sua altezza
Di vuoto nuovamente riassemblato.
Cosa sono quelle forme che si alzano così gelide e piatte?
Quelle forme con pezzi strappati via dai lati?
A spuntoni dal cielo al pavimento, svelando i segreti
Di una cameretta blu esposta da un taglio
Dove fioccano giungle dipinte: o una qualche stanza grigia
Dalla storia insulsa che solo adesso
Traffica con il giorno. L’una dietro l’altra
Schiera dopo schiera le loro facce ferite scrutano.
Con un profilo muto anche se i loro teschi sono spariti.
Come quadrati di cartone vasto e marcio strappati
In questi contorni più rigidi di quanto il cervello
Di chi li straccia avrebbe mai potuto concepire,
Scrutano e scrutano.
Sono le mura di pelle, la pelle di mattone,
Il mattone che respingeva il sole e la luna:
Ma gli elementi le attaccano ancora senza sosta
Anche se quanto difendevano dal vento è sparito.
I venti adesso possono circolare dove il sangue scorreva caldo,
E dove prima stava il cuore aleggia nebbia fredda,
O raffiche che turbinano su ogni grembo vuoto
A spirali fischianti, portando in mezzo al buio
Con voli disordinati, fogli strappati che, infangati,
Sbattono le loro ali cave.
Cosa ne sarà di questa pelle che appena ieri
Avvolgeva le scatole brillanti di qualche lontano architetto?
Le scatole variopinte che oltre gli scuri neri,
Soffuse con le proprie speciali emanazioni,
Erano ognuna un variegato mondo in microcosmo,
I progetti abbozzati e i ricordi,
La lacrima della dolcezza e il sangue della rabbia.
Cosa ne sarà questa pelle che racchiudeva tutto questo?
Oh, sprofonderà nel buio, nel freddo buio,
Perché è ichabod e la vita era sprofondata
In fondo al buio attraverso l’inferriata raggiante,
E sprofonderà nel buio, nel freddo buio,
Dove nulla si agita presso le dinastie.
Le macerie putrefatte sotto la pioggia
Esalano la morte di Varsavia e Pompei,
Guernica, Troia e Coventry – tutte le città
e ogni edificio spirante che è morto bruciando.
Le forme se ne vanno e il mattone ritorna.
**
THEY MOVE WITH ME, MY WAR GHOSTS
They move with me, my war-ghosts, my rebeller
And my conceder through the lies of hoarding,
Through gardens and dark rooms of various colour
And over fields of fever;
I move them on the asphalt square at evening,
Across the rugs of pleasure and the boarding
Of rat’s feet and the dust’s voluptuous layer,
They beat
The warring rhythms in the war-filled weather.
Too small a home they share:
An angel’s and a centaur’s body greet
Each fiercely on the narrow stair.
Blood beckons to my hand;
I am
Split tree-wise inly from the zestless morning
To when the fatuous moon pursues
The daft
And obsolete ram.
Split tree-wise; but what alchemy enfolds them?
What potion binds them, they, my ill-assorted?
(Irreconcilable, an april angel
Dazing one half of me and that triumphant
Pagan of thoughtless hooves and violent laughter
Filling the other.) What surrounds and holds them?
Nothing but skin.
Only a list of muscles holds them in.
Have I no strong controller of these forces?
My brain is webbed like water with slow weeds,
These days I cannot trust it. Here within me
A civil war makes idiot of my paltry
Skull-circled arbiter.
The gold nostalgia of the summer sunlight
Is mockery.
I walk the streets on imitation legs
Culled from a diagram, my hands
Hang anatomically at my sides
Reaching mid-femur, while I hold above
This double cargo in a ship, half love,
And half, that rides
The self-same sea-groove with wild laugh
Across these fickle, these infested tides.
*
SI MUOVONO CON ME, I MIEI FANTASMI DI GUERRA
Si muovono con me, i miei fantasmi di guerra, quello ribelle
E quello arrendevole attraverso le bugie della recinzione,
Per giardini e stanze buie di vari colori
E lungo campi di febbre;
Li muovo sulla piazza asfaltata il pomeriggio,
Sopra i tappeti del piacere e il saliscendi
Di zampe di topo e lo strato voluttuoso della polvere,
Battono
I loro ritmi da guerra nel clima colmo di guerra.
Si spartiscono una casa troppo piccola:
Il corpo di un angelo e di un centauro si salutano
Fieramente a vicenda sulla scala stretta.
Il sangue attira la mia mano;
Io sono
Spaccato dentro in due come un albero da un mattino insipido
Fino a quando la luna inane insegue
L’ottuso
E obsoleto ariete.
Spaccato in due come un albero; ma quale alchimia li avvolge?
Quale pozione li lega, loro, i miei mal assortiti?
(Inconciliabili, un angelo di aprile
Che frastorna una mia metà e quel trionfante
Pagano dagli zoccoli avventati e la risata violenta
Che riempie l’altra.) Cos’è che li circonda e li sostiene?
Niente, se non pelle.
Solo una lista di muscoli li sostiene.
Non ho un potente controllore per queste forze?
Il mio cervello è avviluppato come acqua da alghe lente,
Di questi giorni non posso fidarmi di lui. Qui dentro di me
Una guerra civile frastorna il mio misero
Ispettore nel cerchio del cranio.
La nostalgia dorata della luce del sole
È una presa in giro.
Cammino per strada sull’imitazione di gambe
Presa da un diagramma, le mie mani
Mi pendono anatomicamente sui fianchi
Raggiungendo metà femore, mentre di sopra reggo
Questo carico doppio in una nave, metà amore,
E metà, che solca
Lo stesso identico flusso marino con una risata selvaggia
Attraverso queste mutevoli, queste infestate maree.
*
THE SOUNDS
Across the ancient silence of the ear
Meandered the lost sounds as aimlessly
As those that down the aisles of desolate
And cold cathedrals wander when at midnight
A window lost in a high cliff of darkness
Is tapped by branches or the wings of birds
Brush at its leaded panes; or when a great
And gull-winged bible in a sudden draught
Rustles its sacred pages and the naves
Whisper of how a midnight leaf of Amos
Is lifting in the darkness, or a gust
Rattles the sheets of Jonah; from a vase
On the high altar a dead frond falls swaying
Through a black fathom and the flagstones sigh
For a cold second – yet the summer light
Played on our faces, warmed the impersonal flesh
Of neck and wrist and on the dusty ground
Our short, dark shadows anchored us in sunshine,
Five roads converged and where they met it seemed
It was the very focal point of silence,
Though these five radii were not from worlds
Of hypothetic beauty, nor slid in
To the dead, crystal centre of a theory
Nor, though they met in an unearthly silence
Had they through any earthless logic slid
Like icy shafts or strings of lunar light;
Oh no, they were five roads of broken brick
That bred where they converged death’s empty disc,
For grief can cut a circle as exact,
But deeper than the men of geometry
Could ever score in regions of no blood.
How fragile in the emptiness they seem.
I can recall a group of lonely sounds,
Of little sounds that died as they were born.
Nine persons stand beneath a lifeless building
Singing of Jesus; what nostalgia
That far, lit name evokes as for a moment
Companionless, it wanders through the sunshine.
Oh what can be more lonely as it fades
Through sunshine than the naked name of Jesus?
The empty air decays and hangs; the metal
Heel of a soldier’s boot clinks in the same
Hollow of sterile space, and in the same
Hollow of sterile space an old man coughs;
His white beard prods it as he nods his head,
Prods up and down through space in sweet agreement
At what the woman on the box is saying.
A clock has emptied its steel throat of three
Boulders that roll slow globes of cold through sunshine,
And as they die the voice they had interred
In the doomed notes breaks free again and flows
Like water liberated from thick shadows
That brood beneath a tunnel of three arches.
Behind the group against an iron railing
Leans, like a figure from a Hogarth drawing,
A hunchbacked man, and as he strikes a match
The sound speaks gunfire in the sunny darkness.
High cliffs surrounding the warm void are staring
From lines of dead eye-sockets. There are caves
And gulleys where no summer waters flow
And gleam with fish or seaweeds pink and gold;
The walls are dry and no anemones
Cling to the bricks, and though the sun burns on
There is no radiance. Above
There is no moving cloud to prove the sky
Is not a lifeless ceiling of blue plaster
Dead as the cliffs of brick; dead as the sun;
Dead as the space through which the sounds meander;
Dead as the five converging roads that meet
Together at the focal point of silence.
*
I SUONI
Attraverso il silenzio antico dell’orecchio
I suoni perduti si aggiravano senza meta
Come quelli che lungo le navate di cattedrali
Fredde e desolate vagano quando a mezzanotte
Una finestra persa in un alto strapiombo di buio
Viene picchiettata dai rami, o le ali di uccelli
Strusciano il suo vetro piombato; o quando una Bibbia
Immensa dalle ali di gabbiano a uno spiffero improvviso
Fa frusciare le sue pagine sacre e le navate
Bisbigliano per come un foglio di Amos
Si solleva nel buio, o una raffica
Fa stormire il libro di Giona; da un vaso
Sull’altare maggiore un ramoscello morto casco ondeggiando
Attraverso due metri di buio e il lastricato geme
Per un freddo secondo – ma la luce estiva
Aveva giocato sui nostri volti, riscaldato la carne impersonale
Di collo e polso e sul terreno impolverato
Le nostre ombre brevi, buie, ci avevano ancorato alla luce del sole,
Cinque strade convergevano e dove si incontravano sembrava
Che fosse il punto focale stesso del silenzio,
Benché questi cinque radii non venissero da mondi
Di ipotetica bellezza, né scivolassero
Fino al centro morto, cristallino di una teoria
Né, benché si incontrassero in un silenzio ultraterreno,
Erano scivolati attraverso qualche logica non terrena
Come aste ghiacciate o corde di luce lunare;
Oh no, erano cinque strade di mattone rotto
Che dove convergevano nasceva il disco vuoto della morte,
Perché il dolore sa ritagliare un cerchio esatto,
Ma più profondo di quanto gli uomini della geometria
Potrebbero mai incidere in regioni senza sangue.
Come sembrano fragili nel vuoto.
Posso ricordare un gruppo di suoni solitari,
Di suoni piccoli che morirono mentre nascevano.
Nove persone stanno sotto un edificio senza vita
Cantando di Gesù; quanta nostalgia
Evoca quel nome lontano e luminoso mentre per un attimo,
Senza compagnia, vaga attraverso la luce del sole.
Oh cosa ci può essere di più solo mentre svanisce
Attraverso la luce del sole che il nome nudo di Gesù?
L’aria vuota decade e pende; il tacco
Metallico dello stivale di un soldato tintinna nello stesso
Vuoto di spazio sterile, e nello stesso
Vuoto di spazio sterile un vecchio tossisce;
La sua barba bianca lo stuzzica mentre annuisce,
Lo stuzzica su e giù attraverso lo spazio in dolce approvazione
Per quello che la donna nella scatola sta dicendo.
Un orologio ha svuotato la sua gola di ferro di tre
Macigni che rotolano come lenti globi di freddo attraverso la luce del sole,
E mentre muoiono la voce che avevano interrato
Nelle note dannate si sprigiona di nuovo e scorre
Come acqua liberata da ombre spesse
Che si annidano sotto un tunnel di tre archi.
Dietro il gruppo contro una ringhiera di ferro
Si appoggia, come una figura da un disegno di Hogarth,
Un gobbo, e non appena accende un fiammifero
Il suono evoca spari nel buio soleggiato.
Alti strapiombi che circondano il vuoto tiepido stanno scrutando
Da file di orbite morte. Ci sono grotte
E canali dove non scorrono acque estive
Né luccicano di pesci o alghe rosa e oro;
Le mura sono asciutte e nessun anemone
Si aggrappa ai mattoni, e benché il sole bruci ancora
Non c’è splendore. Sopra
Non c’è una nuvola in moto che dimostri che il cielo
Non è un soffitto senza vita di intonaco blu
Morto come gli strapiombi di mattone; morto come il sole;
Morto come lo spazio attraverso cui i suoni si aggirano;
Morto come le cinque strade convergenti che si incontrano
Insieme nel punto focale del silenzio.
Traduzione di Mikel Marini e Rebecca Garbin
*In copertina: Mervyn Peake legge, assiso su un albero
L'articolo Tra angelo e centauro: le poesie giovanili di Mervyn Peake proviene
da Pangea.
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Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline
alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una
depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre
prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo
stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo
punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo
portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene
gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero
sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in
grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo
fondamentalmente malinconico ed empatico.
Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo
fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori
si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti
raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di
indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i
sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si
ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione
che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola
all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni.
Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un
saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo
su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco
prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno,
cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu
una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di
una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.
Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del
giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del
perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato
nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori
offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la
luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che
dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente
definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un
gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.
In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti
pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella
recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi
principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la
civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più
tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla
conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza
Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più
ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve
distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la
Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse
rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che,
in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più
caustico se non fossi cattolico».
Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al
critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima
abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due
dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a
Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo
di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di
lettere e cartoline.
Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti
oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a
sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra
cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel
1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne,
quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i
rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una
biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i
cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall,
il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il
prestigioso Hawthornden Prize.
Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh
convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia
convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette
figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a
disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo
romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del
XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di
una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare
ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds.
Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di
credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso
le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento
come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a
caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del
1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo
messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta
confessione del suo conservatorismo:
> «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano
> inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della
> loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di
> classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in
> particolare per tenere insieme una nazione».
Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò
che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò
sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero
britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.
Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano
stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come
volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece
crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più
avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti
dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere
ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello
Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione
a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i
britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston
Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942)
– nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un
litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra
una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i
cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste
non ebbero alcun seguito.
Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro
estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì
a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita
costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di
alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra
l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto
bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora
solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi
di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora,
Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella
ma meno signorile.
I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non
era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò
l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo
disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A
maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di
mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959.
Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di
tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una
crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico.
Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure
dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue
allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh
assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo
scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con
la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le
proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert
Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò
una parentesi di sollievo.
Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che
avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente
pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non
voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava
veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di
raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di
opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era
intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:
> «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come
> atto di dovere e di obbedienza».
Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che
la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri,
che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo
satirico.
Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per
indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.
Luca Fumagalli
L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore
contro tutti proviene da Pangea.
Il 15 agosto del 1822, sulla spiaggia di Viareggio, le fiamme consumavano il
corpo di Percy Bysshe Shelley. Era morto annegato l’8 luglio precedente, mentre
una tempesta nel Golfo della Spezia intrappolava la sua goletta Ariel. Con lui
l’amico Edward Williams e il marinario Charles Vinian, che li aveva accompagnati
da Byron e Leigh Hunt, per gli ultimi dettagli della rivista radicale “The
Liberal”. Shelley non sapeva nuotare, aveva ventinove anni, ne avrebbe compiuti
trenta il 4 agosto.
Dieci giorni dopo il mare restituiva i tre corpi. Poiché la legge proibiva la
sepoltura di quelli ritrovati in mare per motivi di “sanità pubblica”, Byron,
Hunt e Trelawny, che aveva identificato Shelley, decisero di cremarne il corpo
sulla spiaggia, secondo il rituale funebre ellenico descritto nell’Eneide. A
ricordarne la morte per acqua, i versi inscritti sulla sua pietra tombale al
cimitero acattolico di Roma, dove riposa vicino a Keats con il figlio William,
riportano il canto di Ariel dalla Tempesta shakesperiana: “Nothing of him that
doth fade/ But doth suffer a sea change/ Into something rich and strange”,
“Niente di lui si svanisce/ Ma per metamorfosi marina/ Diventa qualcosa di ricco
e strano”.
Il fuoco riduceva in cenere uno dei maggiori poeti romantici, ma non la sua
visione, destinata a riemergere cambiata in più “ricca e strana” eredità:
espulso da Oxford appena diciottenne per aver scritto il pamphlet The Necessity
of Atheism e per le sue idee radicali, Shelley dedicherà tutta la vita ai propri
ideali di libertà politica, religiosa e sociale.
Forse meno noto è lo Shelley vegetariano ante litteram, convinto assertore dei
diritti degli animali, persuaso che l’umanità abbia capacità e dovere di
riconoscere in loro non oggetti o risorse, bensì compagni di esistenza. Se è
improprio definirlo “vegano” nel senso moderno del termine (il veganismo,
formulato da Donald Watson nel 1944, implica il rifiuto di ogni sfruttamento
animale, compresi latticini, uova, lana, pelle e sperimentazione), Shelley parla
comunque di “vegetable diet”, “dieta vegetale” e condanna l’uccisione degli
animali per l’alimentazione umana. Il fondamento etico della sua riflessione –
il riconoscimento della sensibilità animale e il rifiuto della violenza
evitabile – costituisce uno dei più importanti antecedenti filosofici del
pensiero animalista contemporaneo. Il grande poema filosofico Queen Mab, che gli
vale l’ammirazione e l’amicizia di Byron, non contiene semplicemente un elogio
del vegetarianismo, ma propone una vera e propria utopia ecologica in cui
giustizia sociale, pace tra gli uomini, rispetto degli animali e armonia con la
natura sono aspetti inseparabili di un unico progetto morale. Due secoli dopo,
nell’epoca della crisi climatica e degli allevamenti intensivi, la sua voce
continua a interrogare la nostra coscienza. Questa linea ideale che affiora dal
Romanticismo inglese, e lega sensibilità poetica e responsabilità etica verso la
natura, connette poesia e giustizia, natura e coscienza – in termini moderni: un
“filo verde” o “ecologico” – porta il nome di Percy Bysshe Shelley. La parola
“vegano” ancora non esiste, ma il poeta ha già scelto: niente carne, niente
sangue nel piatto, nessuna complicità con la violenza.
In Queen Mab, la riflessione filosofica la scelta vegetariana assume dimensione
cosmica e politica:non costituisce cioè un’appendice morale, ma si colloca al
centro di una più vasta riflessione sul rapporto fra violenza, potere e
civiltà. La regina Mab conduce l’anima della protagonista, Ianthe, attraverso la
storia dell’umanità, le mostra come guerre, monarchie, religioni oppressive e
sfruttamento della natura abbiano la stessa genealogia della sopraffazione:
l’uccisione degli animali per nutrirsi è tra i primi anelli di questa catena.
Nel celebre canto VIII Shelley immagina una futura rigenerazione, in cui anche
il rapporto tra uomo e animali sarà finalmente liberato dalla violenza: “Non
più/ Uccide l’agnello che lo guarda negli occhi,/ Né orribilmente ne divora le
membra straziate”. Lo sguardo dell’agnello è uno specchio: la creatura è capace
d’incontrare e ricambiare quello umano, e l’incontro, frattura morale, rende
impossibile l’uccisione. Due secoli prima che filosofi come Emmanuel Levinas
attribuiscano al volto dell’altro un valore etico assoluto, Shelley individua
nello sguardo dell’animale il luogo originario della responsabilità morale.
La descrizione di un mondo riconciliato – “Il leone dimentica la sete di
sangue;/ Lo si vede giocare al sole/ Accanto al capretto ormai senza paura” –
richiama Isaia – “il lupo dimorerà con l’agnello” –, ma qui non è il miracolo
divino a instaurare la pace, bensì il cambiamento etico dell’uomo. Quando
quest’ultimo rinuncia alla violenza, anche la natura sembra riconquistare il
proprio equilibrio. Il canto contiene versi tra i più celebri del poema, “Mai
più il sangue di uccello o di animale/ Contamini con il suo velenoso flusso il
banchetto umano”, in cui il sangue versato è un veleno che corrompe prima la
coscienza che il corpo: ogni banchetto fondato sulla brutalità lascia una
traccia nell’anima di chi lo consuma. Il modo in cui cibarsi diventa simbolo del
rapporto che l’uomo decide di avere con l’universo vivente.
La conclusione è eloquente, “Tutte le cose vengono ricreate, e la fiamma/ Di un
amore concorde anima ogni forma di vita”, dove l’espressione “amore concorde” è,
forse, il nucleo della filosofia shelleyana: armonia universale fra tutte le
creature del mondo vivente, che l’uomo non domina ma a cui partecipa. Mentre
stende le note a Queen Mab, nel saggio coevo, A Vindication of Natural Diet, il
poeta sostiene che l’uomo non è carnivoro per natura: una dieta vegetale non
cruenta gli sembra un ritorno all’innocenza originaria. Infatti l’uomo non
possiede né artigli né dentatura dei carnivori, e l’attrazione per la carne
sembra più una costruzione culturale, perché solo la cucina rende accettabile
quanto per natura susciterebbe disgusto. Per paradosso, la civiltà non
giustifica il consumo di carne, lo rende semplicemente più facile da
dimenticare. È l’esordio della Vindication:
> “Solo grazie all’arte culinaria, che ammorbidisce e occulta la carne morta,
> essa diventa tollerabile alla masticazione e alla digestione”.
In altre parole, il gusto per la carne è artificiale, solo la cottura riesce a
mascherare la ripugnanza per quella “morta”.
Nella Defence of Poetry, una sorta di filosofia morale dell’empatia, Shelley
scrive che “Il più grande strumento del bene morale è l’immaginazione”. E
ancora: “Per raggiungere una bontà autentica, l’uomo deve esercitare
un’immaginazione intensa e universale; deve porsi nella posizione altrui”,
ovvero, la bontà nasce dalla capacità di comprendere l’altro, un’empatia da
estendere non solo agli altri uomini, ma a ogni creatura vivente. La poesia
amplia così la sfera della nostra specificità morale, “La poesia dilata il
cerchio dell’immaginazione”, allarga gli argini delle percezioni e dunque anche
della compassione, “La poesia fortifica la facoltà che dà voce alla natura
morale dell’uomo”, principio che include anche gli esseri senzienti non umani.
Perciò il poeta considera il consumo di carne espressione di un’abitudine alla
violenza.
La Defence of Poetry non tratta direttamente l’essere vegetariano, ma fonda una
teoria dell’immaginazione morale che, per coerenza, comprende nella compassione
gli animali non umani, tema chiarito nella Vindication. Che, con On the Vegtable
System of Diet, auspica un mondo senza violenza anche nei confronti di quelli
che Shelley definisce “my fellow animals”, “i miei compagni animali”, dall’uomo
ridotti a materiale organico, resi preda non già per natura, ma per scelte
utilitaristiche.
Solo gli animali infatti uccidono per fame, per necessità di sopravvivenza.
L’uomo invece può scegliere. En passant, l’Italia è l’unico paese europeo che
nel 2023 ha proibito di produrre e commercializzare la carne creata in
laboratorio da cellule staminali animali: detta anche “cell-based meat” o
“cultured meat”, ossia prodotta a partire dalle loro cellule ma senza allevare e
macellare animali. In Europa è considerata “novel food”, ancora da approvare ma
non necessariamente da proibire in futuro.
I due piccoli e preziosi libelli di Shelley descrivono con passione la capacità
di sentire, di provare dolore ed emozioni degli animali, la loro capacità di
stringere legami tra loro e con noi, di conoscere il mondo e riconoscere un
linguaggio. Mangiare è un gesto politico, un atto quotidiano che può perpetuare
o interrompere la catena della sofferenza. Per il poeta uccidere per nutrirsi
corrisponde a indurire il cuore, abituarsi al sangue, normalizzare la
violenza: la crudeltà sugli animali e la crudeltà tra gli uomini hanno radici
comuni.
Oggi, in un mondo che produce carne su scala industriale, quell’intuizione
appare profetica. Gli allevamenti intensivi consumano risorse, distruggono
foreste, inquinano acque. Il cambiamento climatico non è un’astrazione, ha il
suono delle foreste che bruciano e il silenzio degli ecosistemi impoveriti.
Scegliere un’alimentazione non cruenta implica ridurre il dolore inimmaginabile
degli animali, moderare l’impatto ambientale, limitare lo sfruttamento,
sottrarre domanda a un sistema fondato sulla sofferenza. Gli studi contemporanei
hanno poi ormai dimostrato che una dieta vegetale ben bilanciata può ridurre il
rischio di malattie cardiovascolari e altre patologie. Shelley parlava di
“purity” e “lightness”: oggi potremmo parlare di prevenzione e sostenibilità. Il
lessico cambia, la sostanza resta.
E tuttavia il cuore della sua scelta è poetico.
Per Shelley la natura non è uno scenario né un deposito di risorse: è una
comunità di destini, una trama vivente di cui l’uomo è solo un filo. Rinunciare
alla carne è un gesto di coerenza cosmica: vivere senza infliggere dolore, per
quanto è possibile al singolo. Non perfezione morale, ma tensione verso la
gentilezza. In tempi di slogan, la scelta vegetariana o vegana è spesso ridotta
a identità o ideologia. Shelley ci invita a pensarla diversamente: come atto
d’immaginazione morale. Possiamo nutrirci senza distruggere? Possiamo
trasformare il bisogno in cura? Possiamo evitare che per nutrire me un animale
patisca paura, terrore, sofferenza psichica e fisica?
Non si tratta solo di dieta. Si tratta di sguardo.
Essere vegetariani o vegani significa riconoscere che la sofferenza animale non
è trascurabile, provare responsabilità ecologica, sapere che ogni scelta
alimentare ha un impatto globale. E coerenza etica, che è l’allineare
convinzioni e comportamenti quotidiani.
Shelley è stato inghiottito dal mare nel 1822, ma la sua visione sopravvive
intatta: l’idea che la civiltà si misuri dalla capacità di non ferire. Forse la
sua “vegetable diet” non è solo una scelta alimentare, forse è il luogo in cui
la poesia smette di essere parola e diventa gesto. Un modo di abitare il mondo
senza aggiungere altro dolore al suo dolore.
Paola Tonussi
*In copertina: Percy Bysshe Shelley secondo Alfred Clint
L'articolo “Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta
vegano proviene da Pangea.
Derubricato un po’ troppo sbrigativamente da Swinburne e sodali a banale cantore
del perbenismo vittoriano, Coventry Patmore fu in verità un rimatore
d’eccezione. Eppure, complice anche la figura tutta d’un pezzo che emerge dal
noto ritratto che gli fece Sargent, di lui si continua ad avere l’impressione di
un conformista che poté godere del proverbiale quarto d’ora di celebrità
esclusivamente perché gli riuscì di intercettare gli umori del periodo con il
poemetto The Angel in the House, un’esaltazione della coniugalità. Per fortuna
negli ultimi decenni sono apparsi studi, tra cui, in Italia, quello
pionieristico di Augusto Guidi, che hanno spalancato le finestre su una poetica
assai più densa e intricata di come passa apparire a un primo sguardo.
Nato a Woodford, nell’Essex, il 23 luglio 1823, Patmore era il primogenito di un
letterato scettico e amante degli ambienti mondani che si era giocato la
reputazione a causa dell’ostentato dandysmo e delle opinioni eccentriche.Dopo il
matrimonio sembrava destinato a un’esistenza più regolare, ma la perdita di
tutti i risparmi a causa di avventate speculazioni finanziarie lo costrinse a
riparare all’estero – dove rimase fino alla morte – per sfuggire ai creditori.
Perlomeno trattò il figlio come pochi padri al tempo avrebbero fatto,
invitandolo a discutere con lui i grandi classici, introducendolo ai nomi noti
del mondo delle belle lettere e incoraggiandone l’inclinazione prodigiosa per la
poesia. Lo mandò a studiare anche oltremanica, ma, forse a causa di un amore non
corrisposto, al giovane Patmore l’esperienza insegnò più che altro a detestare i
francesi. Grazie ai contatti del genitore riuscì infine, all’età di ventuno
anni, a vedere pubblicate le sue prime poesie, che vennero apprezzate non solo
da illustri critici ma pure da Browning e Thackeray.
Tuttavia, dovendo provvedere a una famiglia sul lastrico, Patmore si diede
dapprima alle traduzioni e alle recensioni, per poi passare, dietro
raccomandazione, al dipartimento dei libri del British Museum. Seguì il
matrimonio con Emily Augusta Andrews, dalla quale ebbe sei figli, e il
trasferimento a Londra. La loro casa era frequentata, tra gli altri, da
Tennyson, Carlyle e Ruskin, né mancarono le visite di Rossetti e di altri della
cerchia preraffaellita. Questi, però, non esercitarono alcuna duratura influenza
sulla poesia di Patmore, piuttosto allergico ai contemporanei; i suoi maestri
erano infatti Coleridge, Wordsworth, Platone, i Padri della Chiesa e San
Tommaso, che prese a leggere sempre più assiduamente.
Andò così a formarsi in lui, un passo alla volta, una più chiara visione
poetica, che aveva come perno la convinzione che la verità si trovasse
unicamente nella semplicità, che la conoscenza autentica significasse in buona
sostanza comprendere più a fondo ciò che già è noto. Patmore, pertanto, non fu
un poeta originale, se con quest’aggettivo si intende l’esplorazione di nuovi
orizzonti, ma in ogni cosa che propose, per quanto familiare, si addentrò con
una passione unica, rendendo l’ovvio – o ciò che la distrazione considera tale –
qualcosa di meraviglioso. Tutto è ricondotto al quotidiano, all’essenziale, e
nelle sue liriche non vi è spazio per i voli pindarici né per gli inutili
orpelli. La poesia era vista come «naturale espressione dei sentimenti» e lui
stesso prendeva in mano la penna solo su pressione di una forte spinta emotiva.
Dunque, per un autore come lui, la conversione al cattolicesimo, avvenuta nel
1862 dopo la prematura morte della moglie e un soggiorno a Roma suggeritogli
dall’amico Aubrey de Vere, ha il sapore di un inevitabile accordo tra esistenza
e arte: è la fede in un Dio che si è fatto carne, che è venuto ad abitare in
mezzo agli uomini, che ha scelto l’umiltà per la maggior gloria.
Coventry Patmore secondo John Singer Sargent, 1894
A questi sentimenti di fondo si legavano con una certa logica pure il suo
disprezzo per l’eccessivo attaccamento nei confronti degli animali, per gli
astemi, i vegetariani e per chi criticava i fumatori. L’esistenza era un dono
straordinario – «la vita non è solo gioiosa, è la gioia stessa» – e, a patto di
non cadere in eccessi autodistruttivi, andava gustata al meglio. Si trattava di
una convinzione talmente radicata in lui che anche dopo la conversione Patmore
faticò parecchio prima di trovare una qualche virtù nella verginità. In campo
politico, invece, era un inguaribile pessimista: il futuro radioso predicato dai
maggiorenti dell’Età vittoriana a lui pareva più che altro un generalizzato
tracollo morale e anche verso i sacerdoti dimostrò sempre una certa diffidenza.
Ciononostante seppe essere amico di uomini molto differenti da lui, compresi i
poeti cattolici Gerard Manley Hopkins e Francis Thompson (quest’ultimo lo
considerava addirittura un maestro).
Sin dagli esordi e per tutto il tempo che scrisse versi, Patmore ambì a offrire
all’Inghilterra un componimento nuovo che coniugasse i sentimenti fondamentali
dell’umanità con la realtà superiore di un mondo morale. Fu così che, sulla
spinta dell’attaccamento alla consorte, nacque il poemetto The Angel in the
House, formato da ventiquattro canti divisi in due libri e steso tra il 1853 e
il 1863. Il suo andamento narrativo descrive le emozioni di un fidanzamento
animato da un sincero affetto e poi di una vita coniugale felice, coronata dalla
nascita dei figli. Al contempo si afferma la santità del vincolo matrimoniale,
consacrazione dell’amore umano e simbolo della fede e dell’amore divino. A
rendere il poemetto godibile, al di là dei valori universali messi in campo e
del suo essere allo stesso tempo così individuale, contribuiscono la lieta
ironia di alcuni passaggi e una schiettezza, dai tratti affettuosi, che
impediscono la deriva nel sentimentalismo o nel moralismo. Patmore si dimostra
capace di chiarire i significati più sottili e le implicazioni psicologiche dei
banalissimi atti di una giornata, miscelando sapientemente ricordi, speculazioni
e aforismi d’effetto, inserendo anche quei riferimenti astronomici che tornano
di frequente nei suoi versi. Se nel complesso The Angel in the House soffre
soprattutto a causa di una mancanza di tono poetico e di composizione, a
riscattarlo vi è la freschezza di una poesia immediata, che fa della materia
concreta la sua sostanza.
A seguito del matrimonio con la ricca ereditiera Marianne Byles, Patmore
abbandonò il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla letteratura e
all’amministrazione di Heron’s Ghyll, la dimora che la coppia aveva comprato nel
Sussex. Lì risiedettero una manciata d’anni prima di un nuovo trasferimento a
Hastings.
Nel 1877, superato un periodo di stallo creativo in cui arrivò a dare alle
fiamme alcuni suoi scritti, compreso un lavoro in prosa intitolato Sponsa Dei,
Patmore pubblicò la raccolta The Unknown Eros. Le odi «catalettiche» che la
compongono, simili alle grandi odi leopardiane, si distanziano dalla sua
precedente produzione per la maggior attenzione posta a temi elevati, profetici
e profondamente introspettivi. La forma e il concetto sono saldamente legati
all’espressione, e a una prima parte in cui affiora nei toni malinconici e
incerti l’ombra della sposa defunta e le suggestioni di un viaggio a Lourdes,
segue una seconda che è dedicata, ancora una volta, a scandagliare il legame
esistente tra amore umano e a amore divino. The Unknown Eros, per palati più
raffinati, non conobbe il successo di The Angel in the House; toccò a Edmund
Gosse, qualche anno dopo, riscoprirlo e dargli una seconda vita.
La Byles, da tempo malata, spirò nel 1880, e Patmore si sposò per la terza volta
con Harriet Robson, la quale gli donò il settimo figlio. Negli ultimi anni di
vita, prima che la morte lo cogliesse a Lymington il 26 novembre 1896, mise da
parte i versi per la prosa, sfornando alcuni interessanti saggi come Principle
in Art (1889), dedicato alla critica letteraria, Religio Poetae (1893), una
raccolta di scritti occasionali sulla poesia e la religione, e Rod, Root, and
Flower(1895), probabilmente il migliore, che esplora il misticismo cristiano e
il potere trasformativo dell’amore umano e divino.
Sebbene la critica ne abbia spesso frainteso l’opera, Patmore mantenne una
visione sacra e devota della poesia, invitando il lettore ad aggrapparsi con
tutto il cuore alla realtà, per evitare che questa sfugga nella superficialità,
o peggio, nel taedium vitae. Cesellò ogni suo verso con la consapevolezza di chi
doveva rendere conto della propria vocazione e del proprio talento, a mo’ di
quell’offerta pura riassunta perfettamente nelle sue parole: «Non ho dato al
mondo nulla che non fosse il meglio che avevo».
Luca Fumagalli
**
Il giorno di San Valentino
È giusto, Amore, che tu tenga la tua festa solenne
nel Febbraio sacro a Vesta;
e non scelga in suo luogo un qualche roseo giorno
dalla coroncina ricca del maggio entrante,
quando tutte le cose s’incontrano a maritarsi.
Oh, alacre, anteprimaverile potere,
segnalante puntuale, entro l’assonnata zolla,
il tempo esatto per il fiorire del bucaneve,
bello come il repentino voto della verginità,
primo grido del primo amore;
oh, infante Primavera,
d’un tratto vibrante, sotto il seno della terra,
un mese avanti la nascita;
donde viene la pacifica pungenza,
la gioia contrita,
più mesta del dolore, più dolce della gioia,
che preme ora il respiro di ogni cosa,
sebbene ognuna respiri come se a lei sola
il grato spasimo fosse conosciuto?
Nella penombra dell’alba, sul suo scuro ramo, in disparte,
il merlo infrange con esso il cuore del giovane giorno
nella sommessa sera,
il tordo che medita il cielo, lo dice;
il colle con pari rimorso
sorride al sorriso del sole nel suo declinante corso;
il battello del pescatore, piegandosi
nella baia ospitale, laggiù;
le gracchie richiamanti intorno alla rupe lucente;
i bimbi, chiassosi nel raggio del sole morente,
possiedono la dolce stagione, ciascuno come è in suo potere.
Pensieri stranamente gentili, colmi di una obliata pace
entro me montano;
lacrime nascono negli occhi della mia donna tanto gentile,
e, oh, le sue labbra, sottratte al mio bacio,
domandano al generoso amore. Oh, molto più che la beatitudine!
È la dolcezza. segreta e traboccante
del caro Desiderio che elegge la propria sconfitta?
È la terra ora ridesta che alla trascolorante volta
versa il primo grido del primo amore
e vanamente rinuncia, in un serafico sospiro,
alla naturale speranza dell’amore?
Predestinata o Terra benintenzionata, allo spergiuro!
Guarda, tutto amoroso il Maggio,
con le rose sulla fronte ridente,
è schiavo dei tuoi voti!
Dovresti tu, accanto al suo caldo grembo
tardare nel rigore della sfera del Serafino.
Dimentica le tue stolte parole;
corri al suo richiamo gaio,
il tuo cuore colmato di morte, di alate Innocenze,
come un nido è colmo di uccellini,
quando il falco ha ucciso gli adulti.
Ben fai, o Amore. a celebrare
il meriggio della tua mite estasi,
innanzi che sia troppo tardi,
innanzi che muoia il bucaneve!
*
Dolore
Dolore, mistero d’Amore,
parente prossimo per sangue
alla gioia e al diletto del cuore,
avverso al basso piacere,
eletto vitto di santità,
medicina al peccato,
angelo che sin coloro che voglian perseguire
il piacere in mezzo alla bufera infernale,
scoprono di doverlo
perversamente adorare,
il mio labbro, toccando il tuo carbone accesso, ti esprime fedele.
Tu bruci la mia carne, o Dolore,
ma incendi d’amore per una pace ardua i miei languidi nervi,
illumini la mia opaca vista,
finché io rendo grazie di questa benedizione,
ed è il mio spirito ridesto
un altro fuoco di beatitudine,
ove io apprendo
sensibilmente, come straziando e purgando il fuoco
deve furioso bruciare
di gioia, se non per un rassicurato desiderio
ma anche di una presente gioia,
a vedere il corrotto della vita, macchia a macchia,
fondersi nel bianco calore di Amore irato,
e, fumo a fumo, la smorta lega
del lusso dell’accidia e dell’odio,
evaporare;
e lasciar l’uomo, tanto scuro prima,
simile a schietto specchio del sorriso di Dio.
Quivi, o Dolore, riposa la lode
sulla quale io alzo il canto;
ma sin il bene bastardo di un passeggero sollievo
come grandemente ci piace!
Con qual riposo
l’essere arde allora della sua luminosa azione,
quando dalla strenua tempesta i sensi scivolano
in un breve porto profondo
di requie;
quando tu, o Dolore,
hai divorato i nervi che ti sostengono
e dormi, finché il tuo cibo delicato nuovamente ti si offra;
e come quella nenia
è piena di un amore accecato dal pianto!
Qual beffa d’un uomo son io palesemente,
se devo attendermi da te
che mi conquisti!
Neppure son oso d’amarti, finché tu non m’ami!
E qual vergogna, anche,
è questa:
che, quanto tu ami, io dapprima ho paura
del tuo bacio feroce,
al pari di fanciulla:
e soltanto confido nei tuoi incanti
e prendo coraggio nelle tue braccia sussultanti.
E quando ti allontani, che volubile animo
ti lasci dietro,
che, essendo per poco lontano dal mio sguardo.
già esso ti dimentica, chi sei,
e sovente il mio cuore adulterato
si sollazza col Piacere, tuo pallido nemico.
Oh, felice lo spirito senza pecca
che non vien meno,
ma sa del pari averti e perderti,
e azzarda molti incanti
illeciti fuorché a coloro che amano sì bene,
per richiamarti.
*
Beata
Dell’infinito cielo i raggi
trapassando un forellino nella nostra nera caverna,
terminarono il loro invisibile viaggio
colpendo te
solitaria, come una stalattite adamantina,
e accesero in seno all’oscurità una vampa d’arcobaleno
ove l’assoluta Ragione, Potere e Amore,
che dapprima provocavano
in me soltanto sforzo e stanchezza,
rinunciarono alla loro mortifera potenza,
rinunciarono al loro impercettibile impeto,
di bruciante cadenza,
e carezzarono il mio spirito con i più gai colori,
nulla del cielo mostrando in te infinito,
fuorché la gioia.
*
Ricordo della Grazia
Poiché il portar soccorso ai più deboli tra i saggi,
è onore di più nobil peso
che la sicurezza posseduta da tante anime sciocche,
questo io affermo,
pur se gli stolti ne divengano più fiduciosamente stolti:
chi Iddio si fa amico una volta, prendendolo cuore a cuore.
sino alla fine Egli gli resta amico;
e avendo una volta piantato quel seme prodigioso di vita,
un solo palpito dolce di ricambiato amore,
egli lo colloca in alto, al disopra
non del peccato o del rimorso amaro,
non del naufragio della fama,
ma delle infernali minacce più nere e insidiose,
ma dell’invidia, dell’avarizia e dell’orgoglio,
tollerati così facilmente dagli uomini che ne sono infetti
che a pochi piace persino di celarli come mali.
Da essi inalterabilmente esente
in virtù del ricordo della Grazia,
di quel divino abbraccio, dei suoi mesti errori nessuno
per quanto grossolano e riprovevole,
lo getterà più in basso della fiamma che lava
né lo lascerà dipartirsi affatto
da quel piccolo gregge detto «dei fedeli del cuore di Dio»,
a se stessi sconosciuti.
Né vacillerà nella fede,
né si farà rosso o smorto,
quando tutti gli idioti compiteranno
come la parola di questo o quel nuovo profeta
smentisca il loro ultimo alto oracolo:
ma costantemente la sua anima
punta al proprio polo,
così come fa l’ago della bussola, né sa perché;
e sotto le mutevoli nubi del dubbio,
quando altri gridano:
«le stelle se mai furono, sono estinte e morte»,
a lui, che guarda alle alture per un aiuto,
appaiono, aprendosi al bisogno,
squarci nella incombente oscurità, e, fulgida nell’aria,
Orione o l’Orsa.
traduzioni di Augusto Guidi
L'articolo “La vita non è soltanto gioiosa, è la gioia stessa”: Coventry
Patmore, il poeta dell’amore umano e divino proviene da Pangea.
Ho visto Anemone. Daniel Day-Lewis è tornato a recitare dopo otto anni, dopo Il
filo nascosto (2017). La prova – come sempre – magnetica, da dolmen del
cinema. Daniel Day-Lewis è stato diretto dal figlio Ronan: la storia inscena un
rapporto ambiguo, in assenza, tra un padre e un figlio. Il padre – più che
altro: l’energumeno simbolo del Padre – vive da solo, nei boschi; conosce l’arte
dell’uccidere più che quella di amare – coltiva anemoni in memoria (guarda caso)
del padre. In fondo, è la storia di una discendenza – dunque, di una teogonia.
Ogni paternità, in effetti, è la messa al mondo di un dio.
Anemone non mi pare un brutto film; non ha ricevuto recensioni entusiasmanti –
non è questo il punto. È un film-feto, un film ancora acerbo.
Mi piacciono le storie dei padri e dei figli.
Ogni relazione di questa stoffa è sempre evangelica: ha la croce addosso. È una
relazione ambigua e sghemba – che non tiene canoni né decaloghi. Un padre –
dicono alcuni – si onora uccidendolo. Alcuni figli sono tumulati nel mito del
padre, ne sono zittiti con corde in bocca. Alcuni, rari padri riesco a liberare
i figli dalla propria ombra. Esistono figli che primeggiano sul totem paterno:
pensiamo a Paolo Maldini, neo-eletto direttore tecnico della Nazionale. I figli
detronizzano i padri (Zeus), ne recitano l’ombra (Telemaco) e la tragedia
(Assalonne); li superano (Salomone). Dare valore a un’eredità significa, forse,
spezzarla; quando recitiamo il Pater noster cosa stiamo masticando, a quale
pasto ci apprestiamo?
Un secolo fa, il poco più che ventenne Cecil Day-Lewis conosceva Wystan H.
Auden, diventandone il più talentuoso discepolo. Frequentavano il Wadham College
a Oxford. Il papà di Cecil, Frank, era rettore della Chiesa d’Irlanda; il
ragazzo era nato a Ballintubbert, ameno villaggio irlandese; la famiglia aveva
ascendenze inglesi. Nel ’28 Cecil si unì a Constance Mary King; nel frattempo
allestiva il libro d’esordio. Transitional Poem – di cui in calce si traducono
alcune lasse, finora inedite in Italia – esce nel 1929, col numero 9, nella
collana ‘Living Poets’, diretta da Dorothy Wellsley per la Hogarth Press dei
coniugi Woolf.Secondo il poeta, “Il tema centrale del poema è la mente. Il poema
è diviso in quattro parti, che raffigurano quattro fasi dell’esperienza umana
alla ricerca della risolutezza mentale. Una catabasi nella mente che pretende un
mutamento, una sorta di progresso dello spirito. Per quanto sia possibile
definire questi aspetti, essi sono (1) metafisico (2) etico (3) psicologico; il
quarto mette in relazione l’impeto poetico con l’esperienza nel suo complesso”.
Nel testo, Cecil Day-Lewis cita Spinoza, John Donne, Dante, Henry James, la
Bibbia. Ciascuna sezione del poema è inaugurata dall’epigrafe di alcuni
autori-faro: il poeta latino Massimiano; Walt Whitman; Herman Melville; W.H.
Auden. Al netto delle spiegazioni – vaghe e indefinite – dell’autore, il poema
è, al contempo, onnipotente e leggiadro; mostra una varietà stilistica da
istrione e un’intelligenza esuberante. È vero: in controluce si vedono (nell’uso
statuario e statico delle immagini, nella continua combinazione di elementi
‘volgari’ e concetti filosofici), i maestri di Cecil (Auden e Thomas S. Eliot);
l’opera – dedicata all’amico R.E. Warner, poeta e romanziere che all’epoca
insegnava in Egitto – è acerba, ma proprio per questo elettrizzante. Negli anni,
Cecil Day-Lewis – eccellente traduttore di Virgilio e di Paul Valery – troverà
una postura poetica più candida, callida, quieta, drappeggiata di ironia: un
tono ‘medio’, risoluto e grato, che gli permetterà, nel 1968, di essere eletto
da Sua Maestà Elisabetta II ‘Poet Laureate’ del regno. In Transitional Poem – un
poema, appunto, ‘transitorio’, ‘di passaggio’, cioè scritto in fuga – resiste
qualcosa di irriverente, un candore ingenuo e brigante.
Cecil Day-Lewis – insieme a Robinson Jeffers la vera colonna dei ‘Living Poets’
– scriverà tanto, di gusto, nel giusto: non raggiungerà mai più questa vastità
d’intenti. Che poi il poema, in fondo, sia un poderoso fallimento, una specie di
stella cometa, è il suo bello.
Cecil Day-Lewis, Jill Balcon e Daniel nel 1968
Ma torniamo al tema determinante. Transitional Poem è un poema che omaggia i
padri distaccandosene; al cero acceso segue il rasoio-roveto. Un poema è sempre
un buco nella parete, è il vanto del ladro. Dopo vent’anni di matrimonio, Cecil
incontrò Jill Balcon, attrice di folgorante bellezza, di vent’anni più giovane
di lui. Divorziò dalla prima moglie. Al matrimonio con Jill seguirono due figli;
il più giovane, Daniel Day-Lewis nacque il 29 aprile del ’57: due giorni prima
Cecil compiva 53 anni. Alcune fotografie ritraggono padre-e-figlio in
istituzionali gesti di affetto: Cecil morì nel 1972, l’anno prima,
quattordicenne, il figlio aveva esordito al cinema come comparsa, in Sunday
Bloody Sunday di John Schlesinger. Lo pagarono due sterline per spaccare un paio
di auto: l’esperienza gli parve meravigliosa. Il padre lo fissava sempre da una
distanza remota, da lontano, conferendo ai gesti del figlio un’aura mitica. Le
leggende si costruiscono sempre da una sorta di distanza di sicurezza – poi,
anche la leggenda va sfinita e sfatata, finché non restano qualche cane da
caccia, un cassetto vuoto, una lettera sul letto.
**
Da Transitional Poem
13
Può forse una talpa
censire le stelle?
Il firmamento non
le sbriciolerà la testa.
L’uomo che s’insinua
nell’incavo della donna
trova una tana notturna
troppo vasta per un enigma:
mentre colui la cui preghiera
puntella il sistema stellare
nei possedimenti di Dio
non ha alcuna difficoltà.
Così io, forse,
né talpa né mantide
delle costellazioni
vedo soltanto le lacune
le lacerazioni.
*
18
Alla mia destra: alberi, sinuoso rivo
che scorre impervio come anaconda
verso i soli autunnali; i rami sono vipere
si contorcono per scrollarsi via l’estate.
Qui c’è il prato troiano, lì lo Scamandro
e io, Achille fantoccio, sento
il dio-fiume che si issa per sbriciolarmi
e una malinconia serpentina mi morde il calcagno.
Alla sinistra: la città celebre in pettegolezzi
e tolleranza. I vecchi corrono ovunque
cercano la realtà, cercano l’alca
con un retino per farfalle. I giovani ingrassano
urlano a Elena al ristorante
deridono Elena dai ripari monastici.
Il ragazzo Achille, che conosce Elena da tempo
per amarla o disprezzarla, la fissa accigliato.
Tra il rivo e la città, piramidi di sporcizia
testimoniano una norma di fumanti fetori.
Guarda! La patetica pira dove i Troiani
tengono le prede al riparo della vendetta del tempo:
vecchie reti per farfalle, divani adatti agli amanti –
mobilio fuori moda. Così il fuoco
sventra i campioni del vero: così Troia
crema i suoi morti e ascende alle altezze.
Svegliatevi, Greci, inneggiate alla felicità della norma!
Che Achille si trovi un lavoro: la sete
di sangue tornerà ancora a sfamarvi
flottando sui campioni che non sono ancora morti.
Se Scamandro si impenna e azzanna
questo anello di rifiuti infuocati, ogni furia
si smorzerà. Eroi, siete salvi nei puerili
dintorni del Dio infernale dei re e degli schiavi.
*
29
Himalaya della mente
impossibile possesso:
abissi e omissioni
tra te e il tuo Everest.
Chi cataloga vette su vette
soddisfi il suo desiderio:
puoi mungere il granello di neve?
puoi ingoiare l’adamantio?
Preferisco il gallo domestico
che razzola nel cortile e becca il grano:
il suo canto acquazzone annuncia
un’alba privata. L’altro
uccello, altrettanto sagace
gira in tondo smarrito
dove lunghe onde si spalleggiano
verso il magnetico continente.
“Queste rocce irrompono nella
nostra gloria”: gesticolano al sole
e si spezzano le onde, furtive e tumide,
poi si coagulano e continuano la marcia.
L’onda avanza; l’Assoluta Scogliera
irresponsabile la respinge;
indugia, striscia; dove l’assalto
fallisce l’attrito lascia tracce.
L’uccello non vede nulla
plana indifferente, vaga
di rupe in rupe in mezzo all’oceano
in cerca di cirripedi e strascichi d’alga.
*
30
Nell’era caotica
tanto mi bastava –
la sua bellezza che solca
la pagina e si fa poesia.
Ora la crosta è cotta
la piena è tenuta a balia
le montagne hanno forma
e l’aria il proprio regno.
Nulla permane e brucia
se non nella sacra collina
che nelle vene serba
il principio del fuoco.
Ma il fuoco non slaccia
le stelle dalla loro orbita:
oggi brucia per compiere
vane moine sulla città.
Resta questo torbido canale
che si stringe notte dopo notte.
Basta un’ora per esaltare
il giubileo della luce,
per mostrare che bellezza
è un moto della mente
un oscuro capriccio
sconfinato o al confino.
*
34
Il falco crolla dal cielo
lima lo sguardo
sull’orizzonte a coltelli
converte l’indagine in preghiera.
Indovina la preda rannicchiata
nel sottosuolo, impara
a mantenere le distanze per
spogliare la terra dei suoi vuoti.
Poi trebbia l’aria, fiero
della sua meditazione finché
la verità della valle e dei colli
non si fa evidente.
O la piccola allodola
che ara l’aria con il canto
senza chiedere condoni
primaverili al tramonto:
di notte entra
nell’albero prescelto:
il celebre cantore torna
nell’anonimato.
Così, dal picco dell’estate
entro nella mia pace
le ali hanno per premio la notte
il canto può cessare.
Cecil Day-Lewis
*In copertina: Daniel Day-Lewis e Juliette Binoche in “L’insostenibile
leggerezza dell’essere” (1988)
L'articolo “Himalaya della mente”. Daniel & Cecil Day-Lewis: una storia
(poetica) di padri & figli proviene da Pangea.
> “Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera (perché non
> voglio infastidirvi enumerando tutti i miei nomi), che ero una volta, e non
> molto tempo addietro, noto a parenti e amici e conoscenti sotto gli
> appellativi di Claudio l’idiota, o quel Claudio, o Claudio il Balbuziente, o
> Cla-Cla-Claudio, o nel migliore dei casi Povero Zio Claudio, mi accingo a
> scrivere la strana storia della mia vita; a partire dalla mia prima
> fanciullezza via via anno per anno fino a quella svolta fatale in cui, circa
> otto anni fa, mi trovai subitamente impegolato in una crisi che chiamerò
> «aurea» e dalla quale non ho mai più potuto districarmi”.
>
> (Robert Graves, Io, Claudio, Corbaccio, 1995, incipit)
Questo incipit, nudo ed esplicito, ci ricorda che il mai abbastanza lodato
saggista, critico, poeta e studioso illuminato Robert Graves (1895-1985) –
persona cara qui a “Pangea” – è stato anche un eccellente romanziere, i cui
libri più celebri non hanno mancato di diventare modello per gran parte della
torrenziale fiction storica prodotta nell’ultimo secolo. Parliamo innanzitutto
del romanzo I, Claudius (Io, Claudio) del 1934 – al quale è seguito nel
1935 Claudius the God and His Wife Messalina (Il Divo Claudio) –, dove le
vicende dell’imperatore romano, pronipote di Augusto, zio del delirante
Caligola, marito dell’infedele Messalina e poi di Agrippina minore, nonché padre
adottivo e vittima di Nerone, sono narrate da lui stesso in forma di memoria
immaginaria, partendo dalla dinastia giulio-claudia e i primi anni dell’Impero
fino alla fatale uccisione di Caligola nel 41 d.C., quando Claudio – nascostosi
dietro un tendaggio per non esser fatto fuori anche lui – viene preso dai
pretoriani e trattenuto nei Castra Praetoria, col Senato che si riunisce in
emergenza e il popolo che inneggia a suo favore, fino a essere acclamato
imperatore (dietro la promessa di un donativo di 15.000 sesterzi per ogni
soldato).
La prima cosa che sorprende in Io, Claudio è la freschezza della traduzione di
Carlo Coardi del 1935 per Bompiani, dal buon sapore rétro, che dopo novant’anni
rimane rapida, vivace, evocativa, arguta, al punto che non se ne potrebbe fare
una migliore: esempio di come la prosa di Graves sappia essere universale ed
efficace, e di come questa traduzione si sposi sia col tempo di allora sia col
tempo nostro, verso il quale resta ancora un regalo. Gran parte degli eventi
storici, incastonati nell’autobiografia immaginaria, si rifanno ai resoconti di
Tacito e Svetonio – quest’ultimo forse il più severo, secondo cui durante il suo
regno Claudio fece giustiziare trentacinque senatori e trecento cavalieri
romani, per gli intrighi delle ultime mogli e per i tentativi di congiura
alimentati dalla diffidenza e dal risentimento che la nobiltà senatoria nutriva
nei suoi confronti.
All’inizio del memoriale, Claudio spiega come per trentacinque anni – prima del
rivolgimento fatale che lo gettò al comando dell’Impero a cinquant’anni suonati
– la letteratura e la storia erano state la sua unica occupazione e l’unico suo
interesse; “è Claudio in persona che scrive questo libro, e non un suo oscuro
segretario, né uno di quegli annalisti ufficiali a cui gli uomini che si
dedicano alla vita pubblica sogliono comunicare le loro memorie con la speranza
che il bello scrivere valga a coprire la nudità della materia e l’adulazione
correggere i vizi della forma. In quest’opera, giuro per tutti gli Dei che sono
io stesso il mio segretario e il mio annalista; la scrivo di mio pugno, e qual
vantaggio potrei derivare incensando me stesso?”. Naturalmente, narrare la
storia della sua vita dev’essere fatto in forma strettamente privata perché,
ormai sposato in quarte nozze con la nipote Agrippina minore – che secondo la
tradizione lo avvelenerà per far salire al trono il figlio Nerone, avuto da Gneo
Domizio –, Claudio se ne sente odiato e sa che non gradirebbe affatto lo
svelamento di misteri e misfatti dei loro parenti, in primis la nonna Livia
Drusilla. Il racconto parte dal 38 a.C., quando i nonni di Claudio tenevano le
scene di Roma e del mondo, l’anno in cui Livia divorziò dal marito per sposare
il futuro divo Augusto; quindi vengono ripercorsi molti decenni dove si
avvicendano le figure di numerosi personaggi e parenti, presi e macinati in gran
parte nell’inarrestabile vortice del potere.
Gustoso è il racconto di quando Claudio, poco più che quarantenne, va a Cuma a
visitare la Sibilla nella sua caverna sul monte Gauro, ottenendo la predizione
degli eventi con un decennio d’anticipo:
> “Prima di essere ammesso al cospetto della Sibilla dovetti sacrificare un toro
> e una capra, rispettivamente ad Apollo e ad Artemide. Era un freddo giorno di
> dicembre. La caverna, scavata nel macigno, ha un aspetto terrificante;
> l’accesso è ripido, tortuoso, buio, pieno di pipistrelli. Ci andai travestito,
> ma la Sibilla mi riconobbe. Forse mi tradì la balbuzie. Penetrai nell’interno
> della caverna dopo essermi trascinato penosamente carponi su per le scale, e
> mi apparve la Sibilla, simile ad uno scimmione più che a una donna, seduta
> entro una gabbia appesa al soffitto, e avvolta in rossi paludamenti; i suoi
> occhi dalle palpebre ferme scintillavano rossi nell’unico raggio di luce rossa
> che si proiettava dall’alto al basso. La bocca sdentata si atteggiava a un
> sogghigno. C’era intorno puzzo di cadavere. Tuttavia mi forzai a proferire il
> saluto che avevo preparato. Non ebbi risposta. Fu solo alcun tempo dopo che mi
> avvidi che quello era il cadavere mummificato di Deifoba, la Sibilla defunta
> in età di centodieci anni; le sue palpebre erano tenute su mediante due
> globuli di vetro argentato sul rovescio che riflettevano la luce dando
> bagliori. La Sibilla regnante vive sempre in compagnia di quella che l’ha
> preceduta”.
Alla fine compare Amaltea, la Sibilla viva, che “era per giunta una bella
figliola”: svanito il raggio di luce rossa, un altro raggio di luce bianca la
illumina sul suo trono d’avorio nelle tenebre. “Aveva una bella faccia da
demente, la fronte alta: sedeva assolutamente immobile, come Deifoba. Ma aveva
gli occhi chiusi. Mi tremarono le ginocchia e presi a balbettare senza speranza
di salvezza: «O Sib…, o Sss-Sib…, o Si-sssib…, Sib… Sib… Sib…». Ella aprì gli
occhi, aggrottò la fronte, mi fece il verso: «O Cla-Cla-Clau…». Ebbi onta, e
feci uno sforzo per rammentare ciò che ero venuto a chiedere. Dissi: «O Sibilla,
sono venuto a consultarti sul fato di Roma e sul mio»”.
L’affermazione “Mia nonna Livia fu una dei Claudii più perversi” suona come una
dichiarazione programmatica, nell’inaugurare le gesta della longeva terza moglie
di Augusto, che “nutriva per la plebe un indicibile disprezzo. «Ciurmaglia
infetta!» diceva, «birbonata, la Repubblica! Roma ha bisogno di un Re»”. La
perfidia congenita di Livia – che non risparmiava quasi nessun parente – la
porta a esprimere alla cognata Ottavia, nonna materna di Claudio, la sua
compassione per la tragica infedeltà di Marcantonio: “aveva esagerato fino a
dirle che se l’era meritata, vestendo sempre troppo modestamente e comportandosi
con troppa austerità. Marcantonio era un uomo di forti passioni, diceva Livia, e
per serbarlo una donna doveva saper temperare la castità della matrona con
l’arte e le stravaganze sessuali d’una cortigiana orientale; Ottavia avrebbe
dovuto, diceva, copiare qualche pagina dal libro di Cleopatra; l’Egiziana, per
quanto fosse meno bella di lei e di otto o nove anni più vecchia, dimostrava di
saper assai meglio soddisfare gli appetiti del suo uomo”.
Non stupisce che “Augusto reggeva il mondo, ma Livia reggeva Augusto”: se in
quel tempo erano rare le donne che si prefiggevano mete audaci, “Livia, unica
fra tutte, non imponeva alcun limite alle sue ambizioni, pur rimanendo
perfettamente padrona di sé e ragionando con la massima freddezza su argomenti
così fantastici che avrebbero fatto giudicare demente ogni altra donna che li
avesse enunciati”. Dal canto suo, Augusto era di gusti semplici: “Aveva un
palato così poco sensibile che non distingueva nemmeno l’olio d’oliva vergine da
quello spremuto dopo che il frutto sia passato tre volte nel frantoio. Portava
panni tessuti in casa”. E dopo la sciagura delle guerre civili, di cui era stato
parte, sarebbe riuscito molto difficilmente nell’opera della ricostruzione senza
il concorso dell’attività di Livia: “La laboriosità di Augusto copriva
quattordici ore della giornata, ma quella di Livia ventiquattro, si diceva”. A
un certo punto, Claudio si scusa col lettore se insiste a scrivere di lei:
> “è inevitabile; come tutti gli onesti libri romani di storia, anche questo è
> scritto dall’antipasto alla frutta, e preferisco il nostro metodo, che non
> tralascia alcun particolare, a quello di Omero e dei Greci in generale che,
> narrando, balzavano di botto nel pieno dell’azione e poi facevano la spola
> avanti e indietro a loro talento”.
Il giovane Claudio era sempre malaticcio, “«un vero teatro d’operazioni di ogni
sorta di morbi», dicevano i medici, e probabilmente campai solo perché i morbi
non s’accordarono tra loro nello stabilire a quali di essi spettasse l’onore di
sopprimermi”. Nato di sette mesi, per cominciare – nascita prematura dovuta allo
spavento provato dalla madre Antonia durante un banchetto dato in onore
d’Augusto a Lione –, il suo stomaco non tollerava il latte della nutrice,
causandogli disgustose eruzioni cutanee; “poi contrassi la malaria, e una
rosolia che mi lasciò leggermente sordo da un orecchio, e la risipola, e una
colite, e finalmente la paralisi infantile, che mi rattrappì la gamba sinistra
condannandomi ad andar zoppo. A causa di queste varie malattie, le mie
articolazioni furono sempre così deboli che non potevo correre, e, anche nel
seguito, non potei mai camminare a lungo, così che in viaggio dovevo per lo più
usare la lettiga”.
Tralasciando quella bestia del suo precettore Marco Porzio Catone – il cui gran
vanto era la discendenza da Catone il Censore – che lo costringe a leggere i
libri dove il Censore incensava se stesso “e la sua storia delle guerre di
Spagna, durante le quali distrusse città e villaggi in numero superiore a quello
dei giorni che trascorse in quel paese”, è il saggio Atenodoro, il precettore
che ne ha preso il posto, a guarirlo dalla balbuzie facendolo declamare con la
bocca piena di sassolini, che gradualmente riduce di numero fino a quando riesce
a farlo parlare normalmente. Una dedizione speciale quella di Atenodoro, che,
come premio per aver vinto la balbuzie, porta Claudio alla biblioteca d’Apollo a
conoscere Tito Livio, l’uomo curvo e barbuto dall’occhio vivace e la parola
incisiva, che non è ancora a metà della sua opera: «Che, vuoi diventare uno
storiografo pure tu, giovanotto?».
Il racconto dei combattimenti nell’arena a cui Claudio assiste è formidabile. Il
primo di questi eventi lo vede dalla tribuna imperiale insieme al fratello:
“Germanico provvide a tutto, fingendo solo di consultarmi prima di prendere le
decisioni del caso, e diresse lo spettacolo con molto decoro e con la massima
sicurezza”. Claudio regge bene alla vista dei primi scontri sanguinosi, con
ferite, uccisioni, amputazioni; ma al termine dei rimanenti, dopo che un giovane
ufficiale corre sotto la tribuna imperiale per ottenere l’autorizzazione ad
affrontare il guerriero germanico alto sei piedi che ha appena affettato un
nemico di una tribù rivale e ora si vanta gridando di aver ucciso sei Romani sul
campo di battaglia tra cui un ufficiale e sfida qualunque patrizio a misurarsi
con lui, dinanzi al truce macello che ne segue (dove vince il Romano) Claudio
perde i sensi. La sera stessa, la perfida Livia scrive ad Augusto:
> “… Il contegno di Claudio, ieri, in una solennità in cui si commemoravano le
> eroiche gesta di suo padre, il suo ridicolo svenimento alla vista di due
> uomini in lotta, senza menzionare i grotteschi contorcimenti delle sue mani e
> il suo tic nervoso con la testa, hanno almeno conseguito questo vantaggio, che
> possiamo d’ora innanzi dichiararlo assolutamente inetto a comparire in
> pubblico, salvo che nelle sue funzioni sacerdotali, perché è ovvio che
> dobbiamo in qualche modo riempire i vuoti che si verificano nelle file dei
> sacerdoti, e Plauzio è riuscito abbastanza bene a istruirlo nei suoi doveri”.
La narrazione di Graves procede spedita, incalzante, con il canovaccio
cronologico che si espande in rizomi formando mappe dettagliatissime e coerenti,
coi personaggi storici che si susseguono e s’incrociano instancabilmente, ora
per abbozzi, ora per ritratti, ora come protagonisti di vicende fatte di
intrecci e collegamenti, circostanze che avvengono, escono e ritornano, a
determinare la costruzione d’insieme di questo formidabile memoriale romanzesco.
Una tecnica che sembra prefigurare un ipertesto ante litteram, quel navigare
stupefacente che oggi maneggiamo con disinvoltura, ma che allora non era affatto
scontato. Livia, Augusto e la figlia Giulia, coi suoi figli Gaio, Lucio, Postumo
e le sue figlie Giulilla e Agrippina; le vicende del tetragono Tiberio e quelle
del folle Caligola, rispettivamente zio e nipote di Claudio; e quelle dell’amato
fratello Germanico, il generale pieno di carisma che da ragazzo giura al padre
morente di amare e proteggere il debole fratellino in fasce, e che per sei anni
guida con successo le campagne punitive contro le tribù germaniche dopo la
disfatta di Teutoburgo, recuperando due delle insegne perdute, sebbene poi
Tiberio – eletto imperatore nel 14 d.C. – gli freni l’espansione territoriale
oltre il Reno, dove la terra selvaggia e primitiva appare inospitale, dunque non
appetibile, con paludi e foreste in cui non si conoscono risorse naturali.
A quel punto la popolarità di Germanico, fra la plebe e le truppe, era tale da
consentirgli, se avesse voluto, di prendere il potere scacciando dal trono il
padre adottivo (tempo addietro Augusto aveva ordinato a Tiberio di adottarlo per
figlio, trasferendolo dalla famiglia Claudia alla famiglia Giulia), tanto più
che in certi ambienti Tiberio era già malvisto, poiché la sua ascesa al
principato era stata segnata dalla morte di tutti gli altri parenti che Augusto
aveva indicato come eredi. Il sospettoso Tiberio, dunque, si tutela da questo
rischio affidando a Germanico un comando speciale in Oriente, come Governatore
Generale di tutte le province, così da allontanarlo nuovamente da Roma: dopo
avergli concesso il trionfo il 26 maggio del 17, nel 18 lo fa partire con
Agrippina e il bambino Caligola, insieme all’uomo di fiducia Gneo Calpurnio
Pisone, aspro e inflessibile – nonché disonesto – nemico in fieri di Germanico,
col compito di sorvegliarlo.
Ma Tiberio ha anche un agente interno, Lucio Elio Seiano, suo ambizioso amico e
confidente con la carica di Prefetto del Pretorio, che Graves etichetta bene:
“Seiano era un bugiardo, il generale di tutti i bugiardi, ma così accorto da
saper far marciare le bugie in formazioni compatte ed elastiche insieme, così da
uscir sempre vittorioso sia da ogni scaramuccia coi sospetti sia dal più
terribile conflitto con la verità”. Ogni volta che viene a Roma, Claudio non
riesce a evitare di imbattersi in Seiano.
> “Non mi capacitavo che un uomo, con la sua faccia e i suoi modi, di oscuri
> natali e destituito di censo o d’ogni lustro personale, avesse potuto elevarsi
> fino all’altezza della posizione che aveva pur raggiunta; perché bisognava
> riconoscere che, dopo Tiberio, era il personaggio più importante di Roma, e
> godeva di molta popolarità tra i pretoriani”.
Mentre a Roma Seiano sobilla Tiberio contro Germanico, con insinuazioni e
falsità, Pisone fa il lavoro sporco dopo esser stato nominato Governatore della
provincia di Siria, con l’intesa di poter contare sull’appoggio di Tiberio e
Livia “nel caso che Germanico dimostrasse di voler intralciare le disposizioni
di ordine politico o militare che egli avrebbe ritenuto opportuno di emanare”. E
le disposizioni di ordine politico o militare di Pisone non si fanno attendere:
i contadini e i negozianti delle città “furono costretti a pagare segretamente
ai capicenturia di guarnigione certe prebende a scopo di protezione; se
rifiutavano, si vedevano assalire di notte da uomini mascherati, che appiccavano
il fuoco alle case e trucidavano i membri delle loro famiglie”. Ai pressanti
appelli delle vittime contro questo terrorismo, Pisone risponde promettendo
inchieste che non eseguirà mai, e continua a mandare messaggi a Roma in cui
confuta e squalifica i rapporti indignati che Germanico invia all’Imperatore
sulla mala gestione di quel farabutto e sugli ostacoli che deve subire; tornato
in Siria dopo un giro di ispezioni nelle province, infatti, Germanico “constatò
che tutti i suoi ordini erano stati sistematicamente o ignorati o sostituiti da
altri antitetici emanati da Pisone. Allora, per la prima volta, manifestò
pubblicamente la sua contrarietà dettando un proclama col quale cancellò tutte
le disposizioni prese da Pisone durante la sua assenza in Egitto, precisando che
d’ora innanzi, e fino a nuovo ordine, nessun decreto promulgato da Pisone nella
provincia avrebbe avuto valore se non avesse recato la firma di Germanico”.
Il guaio è che, subito dopo la pubblicazione del proclama, Germanico cade
misteriosamente ammalato: il livello dello scontro s’è alzato, diventando
guerra. Siccome non digerisce niente, sospetta che il cibo gli venga avvelenato,
e si premura di far preparare i pasti dalla moglie Agrippina, vigilando che
nessuna persona di servizio si avvicini agli alimenti. “La fame gli aveva
acutizzato l’olfatto in un grado così anormale che gli pareva avvertire puzzo di
cadavere in tutta la casa. Poiché nessun’altra persona lo avvertiva, Agrippina
sulle prime attribuì le sue lagnanze ad un capriccio di malato. Ma egli
persisteva a dire che il puzzo gli riusciva sempre più intollerabile. Finalmente
lo percepì anche Agrippina; pareva appestare tutte le stanze. Bruciò incenso per
purificare l’aria, ma il fetore permaneva. La servitù cominciò ad inquietarsi.
Si bisbigliò che la casa era in balìa delle streghe”. Temendo che Plancina, la
moglie di Pisone, gli abbia fatto una stregoneria, Germanico offre a Ecate un
sacrificio propiziatorio di nove cuccioli neri, secondo le norme prescritte per
quei casi.
> “L’indomani una schiava riferì, con una faccia sconvolta dal terrore, che
> mentre stava lavando il pavimento del vestibolo aveva notato una lastra smossa
> e, sollevatala, aveva scoperto il cadaverino nudo e decomposto d’un bimbo col
> ventre tinto di rosso e due cornetti che gli spuntavano dalla fronte.
> Immediatamente fu fatta un’ispezione in tutte le stanze e si trovò una dozzina
> di cadaverini altrettanto spaventevoli nascosti o sotto le lastre del
> pavimento o in nicchie praticate nei muri e dissimulati dietro cortine; fra
> essi, la carogna di un gatto munito di ali informi da pipistrello, e la testa
> mozza di un negro, dalla cui bocca pendeva la mano bianca d’un bambino. Presso
> ciascuna di queste orribili reliquie stava una tavoletta di piombo con sopra
> inciso il nome di Germanico”.
La casa viene scrupolosamente ripulita, ma lo stomaco di Germanico continua a
soffrire, e altri segni maligni si manifestano. Dentro i cuscini si trovano
penne di gallo imbrattate di sangue, sui muri compaiono “sgorbi nefasti
tracciati col carbone, talora in basso, come se li avesse scarabocchiati un
nano, talaltra così in alto che solo un gigante poteva arrivarci;
rappresentavano ora un impiccato, ora una civetta, ora il nome di Roma
rovesciato, dappertutto, il numero 25, sebbene Agrippina sola fosse a conoscenza
che Germanico lo considerava come un numero malefico”. Poi comincia ad apparire
il nome di Germanico, anch’esso rovesciato, ogni giorno abbreviato di una
lettera. Quando le lettere sono ridotte a tre, di notte l’infermo è costretto a
scendere dal letto e a precipitarsi con la spada nella camera attigua, dove un
enorme gallo nero col collo cinto da un cerchio d’oro sta cantando come per
risvegliare i morti.
> “Germanico declinava di giorno in giorno. L’indomani, durante una momentanea
> assenza di Agrippina, egli avvertì un movimento sotto il guanciale:
> sbigottito, cercò a tastoni il talismano; era scomparso, e nessuno era entrato
> nella stanza. […] Morì il 9 ottobre, il venticinquesimo giorno della sua
> malattia, quando del suo nome restava sul muro la sola iniziale. Il suo corpo
> emaciato fu esposto nudo sulla piazza del mercato, così che ognuno vedesse
> l’eruzione cutanea che gli arrossava il ventre, e l’azzurro livido delle sue
> unghie”.
Ognuna delle quattrocento pagine di Io, Claudio conduce il lettore, lo seduce
con i racconti piccoli che formano il grande, con i dettagli che danno sostanza
e chiariscono l’insieme, con le introspezioni e gli intrecci che rendono vivi i
personaggi, con le descrizioni e le digressioni – precise e ficcanti, sempre –
che connettono le fasi del racconto chiarificandone il senso, col muoversi e
agitarsi delle singolarità nel grande affresco della Storia. Livia domina gran
parte del libro, mentre Caligola l’Imperatore fa deflagrare le sue follie nella
parte finale: a descriverle per intero sono raccapriccianti, e richiederebbero
fior di pagine. Non possiamo che riportarne un siparietto, godendoci il garbato
e colorito umorismo di Robert Graves, scrittore inglese di razza.
> “Una sera Drusilla venne a bussare alla mia porta, chiamando: «Zio Claudio!
> Caligola ti vuole; d’urgenza. Vieni subito. Non perdere un minuto!». «E che
> vuole da me?». «Non so, ma per amor del cielo assecondalo in tutto quel che
> dirà. Ha la spada in mano, snudata; se lo contrari, t’infilza. Me l’aveva
> puntata alla gola poco fa; diceva che non gli volevo bene, sebbene giurassi e
> spergiurassi che lo amavo. Bada, zio Claudio, è impazzito. È sempre stato
> pazzo, ma adesso è peggio: è posseduto dal demonio». M’affrettai alla camera
> di Caligola, che trovai addobbata con tende pesanti e munita di spessi
> tappeti, appena rischiarata da una lucerna ad olio che ardeva presso il letto.
> L’aria era stantìa. M’accolse la sua querula voce: «In ritardo come al solito?
> T’avevo fatto dire di sbrigarti». Non sembrava ammalato; aveva solo un’aria
> malsana. Due giganteschi sordomuti armati di scure montavano di sentinella ai
> lati del letto. Io dissi, facendogli il saluto: «Mi sono affrettato il più
> possibile; se non fossi zoppo sarei arrivato prima. Mi rallegro, Cesare, nel
> sentire di nuovo la tua voce. Stai meglio?». «Non sono mai stato malato in
> realtà. A riposo, soltanto. Subendo una metamorfosi. È il più importante
> evento religioso che si sia verificato nella storia. Non fa meraviglia che
> l’Urbe sia piombata nel silenzio»”.
Il processo di metamorfosi è stato penoso, dice Caligola, Non avrebbe potuto
esserlo di più se si fosse messo al mondo da sé. Un parto laboriosissimo e
doloroso. Claudio gli chiede qual sorta di cambiamento ha subìto. “«Non è
visibile alla prima occhiata?» domandò con petulanza. Rammentai la frase di
Drusilla «posseduto dal demonio» e anche la conversazione che avevo avuto con
Livia in extremis, ed ebbi un barlume di verità. Mi prosternai, con la fronte
sul tappeto, e lo adorai come un dio. Dopo una pausa gli domandai, senz’alzarmi
da terra, se ero io il primo a godere del privilegio di adorarlo; disse di sì, e
io mormorai fervidi accenti di grazia. Lui, cogitabondo, mi stava punzecchiando
la collottola con la spada; mi credetti spacciato. Ma lo udii borbottare: «È
concepibile che tu non abbia ravvisato subito la mia divinità, dato che mi vedi
ancora sotto le mie spoglie mortali». «Dovevo esser cieco», protestai; «il tuo
viso splende, nella penombra». «Davvero?» domandò, con sollecitudine. «Alzati, e
porgimi lo specchio». Ubbidii, e contemplandosi ammise che splendeva infatti di
purissima luce. Soddisfatto, si degnò di rivelarmi alcuni particolari intimi:
«Avevo sempre avuto la certezza che il miracolo si sarebbe compiuto un giorno o
l’altro. Ho sempre avvertito in me la natura divina. Rifletti: avevo due anni
quando repressi l’ammutinamento delle legioni di mio padre e così salvai Roma.
Un vero prodigio; come quelli che la leggenda attribuisce a Mercurio
adolescente, o ad Ercole che in fasce strozzava i serpenti». «E Mercurio»,
incalzai, «non rubò che qualche bue, e modulava solo un paio di note sulla sua
lira. Ben poca cosa, al confronto».
> “«Inoltre a otto anni uccisi mio padre. Nemmeno Giove seppe fare altrettanto;
> si contentò di cacciare il suo». Capii che vaneggiava, ma nondimeno gli
> domandai con voce ferma: «Perché l’hai ucciso?». «M’ostacolava il cammino.
> Voleva disciplinarmi: me, figurati, un giovane dio! Così lo spaventai a morte.
> Introdussi clandestinamente nella nostra casa di Antiochia certi brandelli di
> cadaveri, e li nascosi sotto le piastrelle del pavimento; scarabocchiavo
> incantesimi sui muri; mi procurai un gallo, che gli cantò la sveglia della
> Morte; e gli rubai Ecate! Eccola, vedi; la tengo sempre sotto il guanciale». E
> mi mostrò la figurina di diaspro verde, che mio fratello usava per scongiurare
> i demoni. Il cuore mi s’agghiacciò, quando la riconobbi”.
Paolo Ferrucci
L'articolo “Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera”.
Memoria di un capolavoro proviene da Pangea.
> «Ah! Giacobbe» dice il Master. «Ecco Esaù di ritorno». «James,» dice Mr. Henry
> «per amor di Dio, chiamami col mio nome. Non farò finta di essere felice di
> vederti, ma voglio accoglierti meglio che posso nella casa dei nostri padri».
> «O nella mia casa? O in casa tua?» ribatte il Master, «Cosa stavi per dire? Ma
> questa è una vecchia ferita, e non è il caso di stuzzicarla.»
>
> (Robert Louis Stevenson, Il Master di Ballantrae, Adelphi, p.103)
***
> «Un certo giorno i fratelli scacciati si riunirono, abbatterono il padre e lo
> divorarono, ponendo fine così all’orda paterna. Uniti, osarono compiere ciò
> che sarebbe stato impossibile all’individuo singolo.»
>
> (Sigmund Freud, Totem e Tabù)
Al principio non fu il parricidio, ma la fratellanza. Da Caino e Abele a
Giuseppe e Beniamino, è il complesso rapporto tra fratelli a muovere le cose, a
scandire gli eventi e a dar inizio alla storia. Non per nulla, secondo Jung,
quello dei fratelli nemici non è soltanto uno dei tanti archetipi, ma il
paradigma di tutti. (R. Esposito)
> «Mio caro Henry, tocca a te giocare» aveva detto, e ora continuò: «È molto
> strano come anche in una cosa insignificante quale una partita a carte tu
> esibisca la tua rozzezza. Tu giochi, Giacobbe, come un piccolo possidente di
> campagna, o un marinaio in una taverna. La stessa ottusità, la stessa piccola
> avidità, cette lenteur d’hébété qui me fait rager; è strano che io abbia un
> fratello simile. Perfino Piedipiatti dimostra una certa vivacità quando vede
> in pericolo la sua posta, ma la noia di una partita con te, giuro che mi
> mancano le parole per descriverla». Mr. Henry continuò a guardare le sue
> carte, come meditando sulla maniera di giocarle, ma la sua mente era altrove.
>
> (Stevenson, Il Master di Ballantrae, cit., pp.127-128)
James schernisce suo fratello Henry così come il diavolo deride e colpisce il
suo duellante. Tra le molteplici apparizioni dell’Avversario presenti nella
tradizione biblica, quella dell’angelo che appare a Giacobbe, lo stesso Giacobbe
che invoca il Master, è sicuramente una delle più misteriose e affascinanti:
> Giacobbe rimase solo. Un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora.
> Vedendo di non riuscire a vincerlo, lo colpì alla giuntura dell’anca, che si
> slogò. Poi gli disse: «Lasciami andare, perché spunta l’aurora!». Ma Giacobbe
> rispose: «Non ti lascerò andare finché non mi avrai benedetto». L’altro gli
> domandò: «Qual è il tuo nome?». «Giacobbe», rispose. Ed egli disse: «Non ti
> chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli
> uomini e hai prevalso». Là lo benedisse. Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl,
> dicendo: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è rimasta salva». Il sole
> sorse mentre egli si allontanava, zoppicando a causa dell’anca.
>
> (Gen 32, 23-33)
Giacobbe è ormai alle soglie della terra promessa ad Abramo, ma il suo cammino è
sospeso da un’ultima, decisiva prova. Prima di attraversare il torrente Iabbòq,
attende con crescente angoscia l’incontro con il fratello Esaù, che anni prima
aveva ingannato sottraendogli sia il diritto di primogenitura sia la benedizione
paterna. Ignora quali siano le intenzioni del fratello, ma tutto lascia
presagire un regolamento di conti. È proprio in questa notte di attesa e di
timore, quando il passato sembra tornare a reclamare il proprio debito, che
Giacobbe viene raggiunto dal misterioso avversario con cui lotterà fino
all’alba. Non è un caso che una delle interpretazioni più antiche e persistenti
abbia identificato quell’enigmatica figura con Esaù stesso: prima ancora che con
il divino, Giacobbe sembrerebbe confrontarsi con il fratello tradito, con il
peso della colpa e con il conflitto irrisolto che da anni lo accompagna. Il
punto decisivo del racconto biblico non consiste tanto nella riconciliazione
finale dei due fratelli, quanto nella loro definitiva separazione:
> «Una volta riconciliati, i fratelli si separano definitivamente non perché […]
> la loro pace sia falsa, ma perché l’unica possibilità di vivere pienamente,
> per i gemelli, passa per la loro divisione. La legge della divisione binaria è
> bivalente, allo stesso tempo minaccia e libera la vita. Il rapporto non
> esclude ma include il non-rapporto, così come l’unità non nega ma comprende la
> separazione.»
>
> (R. Esposito, I volti dell’avversario, Einaudi, 2024)
Il vero pericolo non è il conflitto in sé, bensì l’indistinzione. Il culmine
della violenza, infatti, è rappresentato nel momento in cui Giacobbe assume
l’identità del fratello attraverso l’inganno paterno:
> «La violenza assoluta nasce sempre dall’indifferenziato: è il modo in cui i
> Due, una volta vicini, reagiscono al rischio dell’indifferenza, non
> limitandosi a distinguersi ma sfidandosi a morte.»
La notte che attraversa le acque dello Iabbòq continua a proiettare la sua
ombra. Nel Master di Ballantrae (si veda la recente edizione Adelphi a cura di
Masolino d’Amico) Stevenson ne raccoglie l’eredità simbolica, facendo della
rivalità fraterna non soltanto il motore della vicenda, ma la figura di una
divisione più radicale. Ogni incontro tra James e Henry, all’inizio del libro
divisi su due fronti opposti, rinnova il conflitto, trasformando il sangue in
destino e la parentela in una ferita che nessuna distanza riesce a rimarginare.
Tale ferita affonda le proprie radici nell’ordine stesso della famiglia: James è
il figlio prediletto, il primogenito sul quale convergono l’ammirazione del
padre e l’affetto di Alison Graeme, mentre Henry è costretto a occupare
costantemente una posizione subordinata. Anche quando James viene creduto morto
e Henry ne assume il posto, ereditandone il ruolo e sposandone la promessa
sposa, quella sostituzione non produce alcuna ricomposizione. Al contrario, il
ritorno del Master riapre ogni antica lacerazione: James si compiace di
dimostrare che il padre continua a preferirlo, che Alison non ha mai smesso di
subirne il fascino e che persino l’affetto della figlia di Henry si orienta
spontaneamente verso di lui.
Ciò che i due fratelli si trovano di fronte non è un nemico esterno, bensì ciò
che abita il loro cuore. Il loro scontro nasce dall’esigenza di sottrarsi
all’indistinzione originaria, di conquistare un’identità irriducibile a quella
dell’altro. Tuttavia, quanto più ciascuno tenta di differenziarsi, tanto più
finisce per dipendere dal fratello come unico termine della propria esistenza.
Henry finisce progressivamente per definirsi attraverso James, mentre James
sembra esistere soltanto nella misura in cui può perseguitare e annientare il
fratello. Per questo il romanzo non racconta né la vittoria dell’uno sull’altro
né l’affermazione di un principium individuationis capace di separare
definitivamente i due fratelli. Quello che si mette in scena è l’impossibilità
di ricomporre una fraternità irrimediabilmente lacerata, destinata a trovare il
proprio compimento soltanto nella morte condivisa.
Il Master of Ballantrae appare così come un momento decisivo nell’evoluzione
della riflessione stevensoniana sul doppio. Se in Jekyll e Hyde la scissione
assume una forma fisiologica e psicologica, nel Master essa si manifesta ancora
attraverso due fratelli apparentemente distinti, ma già destinati a rivelarsi
come le due manifestazioni di un’unica coscienza divisa. Hyde, in questo senso,
non nasce improvvisamente tra le fiale del dottor Jekyll: la sua figura è già
prefigurata nella lunga genealogia degli avversari fraterni che, come si è
detto, dalla Bibbia conducono fino a James Durie, trasformando il fratello
nell’ombra più inquietante.
La stesura del Master venne iniziata nel 1887, durante una gelida notte
d’inverno in un piccolo villaggio al confine tra gli Stati Uniti e il Canada, e
venne portata a termine due anni dopo, a Waikiki, luminosa isola dei Mari del
Sud che Stevenson amò. Come ricorda nella dedica, il romanzo fu scritto
soprattutto navigando. Proprio di questa esistenza errabonda dell’autore l’opera
conserva l’impronta. È un romanzo di omerico νόστος verso quella lontana Scozia
alla quale lo scrittore non avrebbe mai più fatto ritorno; ma il Master è
soprattutto il romanzo della confusione tra il bene e il male,
dell’inestricabile intreccio fra un male irresistibilmente e diabolicamente
seducente e un bene continuamente sconfitto e umiliato.
> Di quanto tempo fosse passato non ho idea; possono essere state tre ore, o
> possono essere state cinque, con l’indiano a sforzarsi di rianimare il corpo
> del suo padrone. Solo una cosa so, che era ancora notte, e la luna non era
> ancora tramontata, benché si fosse abbassata assai e adesso striasse il
> pianoro di lunghe ombre, quando Secundra emise un piccolo grido di
> soddisfazione: e, chinandomi subito in avanti, io stesso credetti di percepire
> un cambiamento sul viso gelato del dissepolto. Un attimo dopo vidi tremolare
> le sue palpebre; poi queste si sollevarono del tutto, e il cadavere vecchio di
> una settimana mi guardò in faccia per un momento. Su questa manifestazione di
> vita posso giurare personalmente. Da altri ho sentito che cercò visibilmente
> di parlare, che gli si videro i denti attraverso la barba, e che aveva la
> fronte corrugata come in un’agonia di dolore e di sforzo. E così potrebbe
> essere stato; io non lo so, ero impegnato altrimenti. Perché, a quel primo
> schiudersi degli occhi del morto, milord Durrisdeer cadde a terra, e quando lo
> sollevai era cadavere.
James e Henry Durie non sono fratelli ma il volto e il rovescio di un’unica
natura, due possibilità come all’alba lo furono Caino e Abele e i due figli
nella parabola del figliol prodigo. Non c’è un innocente e un colpevole; c’è
solamente il lento consumarsi di due destini che finiscono per alimentarsi l’uno
dell’altro. Una candela con due stoppini che si scioglie inesorabilmente.
Tony Vero
*
Bibliografia minima:
Freud, S. (2010). Totem e tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei
selvaggi e dei nevrotici. Bollati Boringhieri.
La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali. (2021). La Bibbia.
Nuovissima versione dai testi originali(E. Bianchi, Cur.). Edizioni San Paolo.
Esposito, R. (2024). I volti dell’Avversario. L’enigma della lotta con l’Angelo.
Einaudi.
Stevenson, R. L. (2026). Il Master di Ballantrae (M. d’Amico, A cura di).
Adelphi.
*In copertina: Robert Louis Stevenson secondo John Singer Sargent, 1887
L'articolo “Il Master di Ballantrae” o l’eterno dissidio tra Caino e Abele
proviene da Pangea.
Per certi versi, Hugo Williams è l’opposto di Bruce Chatwin. Pressoché coetanei
– Bruce, classe 1940, è più vecchio di due anni –, Hugo Williams eccelle nel
pezzo d’arte, nel cammeo giornalistico. Non gli interessano le grandi indagini,
i grandi panorami, i grandi personaggi: Hugo Williams predilige il dettaglio
nascosto, il particolare insignificante, il miracolo nelle banali cose di ogni
giorno. D’altra parte, non ha scritto libri memorabili come In Patagonia o Le
vie dei canti; precocissimo, nel 1966 pubblica All the Time in the World,
resoconto dei suoi vagabondaggi, ventenne, in giro per il globo, dal Medio
Oriente all’India, dall’Australia alla Thailandia. Il libro gli garantì un posto
presso il “London Magazine”. L’anno prima, per la Oxford University Press, aveva
pubblicato il primo libro in versi, Symptoms of Loss. L’ultimo lo ha pubblicato
nel 2024, s’intitola Fast Music, stampa Faber.
Nato a Windsor, nel Berkshire, Hugo Williams – in realtà: Hugh Anthony Mordaunt
Vyner Williams – può vantarsi di essere uno dei poeti più belli della
letteratura inglese. Il papà, Hugh Williams, fu attore britannico di vaglia,
assai celebre; la madre, Margaret Wyner, fu modella e attrice di inesorabile
fascino: Cole Porter le dedicò una canzone. La coppia, un poco spiantata dopo la
Seconda guerra, riuscì a risollevarsi grazie alla scrittura de L’erba del vicino
è sempre più verde: un successo teatrale che si tramutò, nel 1960, in un film
con Cary Grant, Robert Mitchum e Deborah Kerr. Altri tempi.
Nel frattempo, Hugo Williams si diplomava a Eton e verseggiava: tra i suoi lari
figurano Thom Gunn e Robert Lowell. La sua poesia – spesso spiazzante, di
spazientito cinismo, fitta di piccole cose di pessimo gusto – piacque a Philip
Larkin che la canonizzò nel suo The Oxford Book of Twentieth Century English
Verse (1973). Nel Regno Unito, Hugo Williams è considerato tra i più importanti
poeti della sua generazione: nel 1999 vince il “T.S. Eliot Prize” – premio in
cui è stato tra i selezionati per quattro edizioni; contro di lui, quell’anno,
gareggiavano Anne Carson, Carol Ann Duffy e Michael Hoffmann –, nel 2004 è
insignito della Queen’s Gold Meldal for Poetry (medaglia andata, tra gli altri,
a W.H. Auden, Philip Larkin, Robert Graves e, più di recente, a Simon
Armitage).
Hugo Williams dev’essere un uomo spassoso. In una poesia – tradotta in calce –
implora Dio di aiutarlo a vivere “una doppia vita”; in un’altra racconta di
quando ha fatto pipì in giardino con il papà – figura piuttosto ingombrante a
misurare la costanza con cui fa ingresso nei suoi versi. Tra i libri importanti
– tutti editi da Faber – citiamo Dock Leaves (1994), Billy’s Rain (1999), I Knew
the Bride (2014).
Quanto a me, preferisco l’Hugo Williams giornalista, il cronachista di genio che
sa scorgere brecce d’oro nel nulla, che trova la ‘notizia’ in ogni singolo
singulto umano. Credo – con questi criteri – che sia un caso quasi unico nella
poesia occidentale – dove, di solito, il giornalista è mestiere esercitato dal
poeta per necessità, dunque senza onori. In particolare, il suo libro più bello
– bellissimo fin nel titolo – è Freelancing. Adventures of a Poet (edito da
Faber nel 1995), la raccolta dei ‘pezzi’ usciti per il “TLS”. Si tratta di perle
giornalistiche spesso spassose. Come l’articolo su “Ted Hughes”, che racconta di
un sedicente Ted Hughes – bellone, piacione, biancochiomato, sbilenco nel
poetare – che ci prova con una studentessa australiana, scortandola in un
fatiscente appartamento di Londra: “Era imponente… Quando lei tentò di
mostrargli alcune poesie, lui le fissò spazientito, le mise da parte,
interessato, più che altro, a scortare la tipa verso la camera da letto”. In un
articolo Hugo Williams scrive di Evgenij Evtušenko e della Guerra Fredda, in un
altro racconta quando Laurence Olivier Knew My Father. Nel pezzo che abbiamo
scelto di tradurre – un reportage da Sciro, sulla tomba di Rupert Brooke –
spiccano tutte le anime di Hugo Williams: il viaggiatore, il cultore di poesia,
l’infallibile, corrosiva, sagacia. L’attacco del libro dice, prima di tutto, di
un’indole, va preso come l’estratto di una poetica:
> “Che vita bizzarra quella del poeta-giornalista nei primi Novanta. Vagavamo
> qua e là, sotto l’ardore di futili entusiasmi, incendi colti all’improvviso
> poi persi per sempre. Non avevamo alcuno scopo – alcun progetto. Dove andrò a
> finire, mi chiedevo. Che senso ha, mi chiedo ancora. Avrei voluto intitolare
> il mio libro ‘Tutto per caso’, che è poi la sua miglior descrizione. Un minuto
> prima ero in America Centrale, l’attimo dopo ritornavo nel mio liceo. Un
> minuto prima esco vestito da donna, quello dopo resto a casa a inveire contro
> una trasmissione televisiva. Un articolo su Bruce Chatwin segue quello sulla
> nuova moda di rasarsi i capelli. Un articolo sulle scuole di scrittura è
> seguito da un articolo sul tentativo di acquistare droga. Ecco. Se c’è un tema
> che tiene insieme i miei libri è la ricerca dell’eccitazione. Droga
> letteraria. Andrà meglio la prossima volta. L’unica scusante è che queste cose
> sono accadute a me. È il mio piccolo mondo”.
My little world potrebbe essere la descrizione delle poesie di Hugo Williams.
Vanno ascoltate con gli Smiths in sottofondo.
**
Visita alla tomba di Rupert Brooke
La città di Sciro è un caos cubista. In cima, si erge il monumento imponente,
vagamente fascio, dedicato “A Rupert Brooke e alla poesia immortale”: nudo
maschile in bronzo di grandezza doppia rispetto al naturale, inviato sull’isola
negli anni Trenta, dall’Inghilterra – pare raffiguri un prostituto belga. Alla
base, un bassorilievo raffigura il poeta: profilo ragazzo, capelli fluenti, naso
delicato. Le pudenda della statua, provocanti, sono state colorate di verde da
alcuni locali: un gesto che pare esprimere i loro sentimenti verso i compatrioti
di Brooke, i turisti della “crescita personale” che si ritrovano allo Skyros
Centre per “una vacanza della mente, del corpo e dello spirito”.
La vera tomba di Brooke si trova in una parte selvaggia e inaccessibile
dell’isola, di proprietà della Marina greca. Oggi c’è un sentiero che porta
verso quella zona, ma nel 1967 Andrew Motion, il poeta, appena licenziato dalla
scuola, rischiò di morire per cercarla. Venti ore dopo la partenza fu aiutato da
un pastore che gli indicò la strada per la tomba. “Una colonna di formiche
usciva da una fessura nel marmo; ricordo di aver pensato: ecco l’ultimo
messaggio di Rupert Brooke”.
A causa della costruzione di una nuova base navale, la tomba potrebbe uscire per
sempre dalle rotte turistiche, dunque penso di doverla vedere. Con me, un gruppo
di dieci scrittori. Noleggiamo delle moto, partiamo. Cantiamo Thom Gunn: “In
motocicletta, su per la strada, arrivano:/ piccoli, neri, come mosche stordite
dal caldo, i ragazzi…”. Siamo assurdi: infradito, pantaloncini, Honda scassate.
Osiamo un percorso, ci perdiamo più volte, a volte temiamo di finire in un
fosso. Per qualche ragione, ci divertiamo un mondo, stringiamo legami folli come
quegli studenti di psicodramma e Gestalt Therapy che abbiamo visto allo Skyros
Centre.
La prima tappa è la Fontana delle Ninfe. Ci laviamo, riempiamo le bottiglie di
acqua, scattiamo qualche foto. Dopo un’ora, raggiungiamo la splendida baia di
Tribouki, il più grande porto naturale dell’Egeo, dov’erano ormeggiate le navi
ospedale nel 1915. Guardo verso il basso, sopraffatto dalla solitudine al
pensiero di quei tetri vascelli così lontani da casa. È qui che Brooke ha
scritto Fragment? Gli amici mutavano in acqua sotto i suoi occhi:
> “Ho vagato sul ponte per un’ora, questa sera,
> Sotto il cielo nuvoloso e senza luna; e ho spiato
> Dai finestrini, ho osservato gli amici intorno al tavolo
> Mentre giocavano a carte, in piedi alla porta,
> O mentre uscivano al buio […]
> Continuavo a vederli – in controluce – passare
> Come ombre colorate, più sottili del cristallo,
> Bolle leggere, più tenui della pallida luce delle onde…”
>
> (traduzione di Paola Tonussi, da: R. Brooke, Poesie, InternoPoesia, 2025)
Durante un picnic, sbarcato, Brooke disse della bellezza di un uliveto ricoperto
di fiori selvatici e di erbe profumate. Morì pochi giorni dopo, di setticemia –
un insetto lo aveva punto ad Alessandria –: i suoi amici, Bernard Freyburg, un
eroe di guerra neozelandese, e Arthur Asquith, figlio del Primo ministro, lo
portarono a terra, seppellendolo presso quell’uliveto. Consapevoli, senza
dubbio, della necessità di trovare un angolo di Inghilterra in quella terra
straniera. Era il 23 aprile, il giorno di San Giorgio, patrono di Sciro e
dell’Inghilterra. Il giorno dopo, la flotta salpò per i Dardanelli.
La prima vista della tomba è dall’alto. Bianca, verde, solitaria, aliena, tra
ulivi scheletrici. Ci avviciniamo seguendo una fila di pietre che qualcuno ha
conficcato per segnalare il percorso. Ai piedi della tomba, la targa con la
celebre poesia, un epitaffio fin troppo perfetto. Lo leggiamo e ci facciamo
fotografare mentre lo leggiamo – uno studente danese ne critica il sapore
imperialista. Gli spiego che richer dust, il concetto incriminato, è metaforico,
benché vi aleggi una certa eccitazione giovanile. Capisco, fa lo studente.
Segue, eccesso di fotografie con vastità di pose, pensierose, informali, intorno
alla tomba. Sorge spontanea la domanda: sorridere o non sorridere in queste
circostanze? Optiamo per la seconda.
Sulla via del ritorno, passiamo da un santuario: San Giorgio, il drago, una
bottiglia di Lucozade piena di olio per le candele. L’auto distrutta che ha dato
origine a quel santuario pare un monumento ai caduti: il cavallo di San Giorgio
è al macello.
Decidiamo di fare una nuotata – troviamo una spiaggia deserta, di proprietà
della Marina. Un raccoglitore di sale cammina, nudo, su un’isola lontana. Trovo
una piccola medusa blu, è dura, sembra un paralume di vetro.
Stasera c’è l’assemblea generale di metà semestre guidata dal direttore del
corso: settanta esperti in shopping dello spirito seduti sui cuscini. Li
ascolto. Qualcuno vuole impegnarsi a fare qualcosa di speciale nella prossima
settimana? Un tizio visiterà più spesso la spiaggia per nudisti, se qualcuno lo
aiuta a scendere lungo la scogliera. Un altro si impegna ad abbracciare più
spesso le persone e a essere gentile. Un terzo vuole scoprire la natura
selvaggia di cui hanno parlato durante il corso. Dio mi salvi.
Alla richiesta di condividere qualcosa di bello accaduto durante la settimana
comincia una ragazza: parla della pesca notturna dei calamari con virile
vividezza. I pescatori le hanno permesso di calare l’esca attraverso un buco,
sul fondo della barca, ma non l’hanno avvisata che il calamaro, una volta
catturato, l’avrebbe inzuppata di inchiostro nero. È una bella storia.
Alla fine del rito, la direttrice si rivolge a me. Mi chiede di condividere
qualcosa. Guardo i volti degli astanti rivolti verso di me. Vorrei descrivere il
tipico scherzo con cui Rupert Brooke scandalizzava i suoi amici. Si tuffava nudo
in un ruscello gelido, emergendo con un’erezione istantanea. Mi chiedo se li
avrebbe affascinati sapere che il grande poeta si appendeva a testa in giù, da
un albero, per asciugarsi i capelli. Beh, attacco, ho trovato una bellissima
medusa blu su una spiaggia, straordinariamente luminosa…
[“Times Literary Supplement”, 12 novembre 1993]
**
Preghiera
Dio, dammi la forza di vivere una doppia vita.
Dividimi in due.
Rendi felice ogni parte a suo modo
nel suo mondo. Che disubbidisca
ai miei migliori istinti:
concedimi di fare ciò che voglio
senza rimpianti, senza pena di pentimento.
Quando torno a casa, tardi, la sera
dicendo che devo andare via
di nuovo, ricordami di guardare fuori
dalla finestre per capire in quale casa mi trovo.
Fammi sbocciare un sorriso sul viso
quando mi presento, due settimane dopo,
abbronzato e con regali per tutti.
Insegnami la giusta postura
il giusto sguardo, le giuste parole
quando dico dove sono stato
e perché: è stato bello il mio tempo
o è soltanto un intermezzo? Vorrei sapere
cosa provo riguardo alla mia vita
ma quando in una delle mie vite
devo andare a letto, precedimi
lungo le scale, accendi la luce
agli angoli della stanza. Dimmi:
devo indossare un pigiama
o posso dormire nudo? Se non puoi
accontentarmi né tagliarmi a metà
Dio, dammi la forza di vivere una doppia vita.
*
La diga
Rintocca il mio nome
nella bocca di mamma:
un suono familiare di due note
che si propaga nei campi
e mi trova qui
in ginocchio, in riva al fiume
con le braccia immerse nel fango.
Torno a casa e spiego
cosa ho fatto in tutto questo tempo
così lontano da casa.
“Costruisci dighe?”, mi chiederà.
“O scrivi una poesia sui costruttori di dighe?”.
*
L’ultimo addio
Nell’ultimo giorno di festa
siamo uomini morti:
ricordiamo la perduta
giovinezza tra i rododendri.
Diciamo addio al pollaio
alla serra, alla soffitta
all’isola con il ponte levatoio.
Facciamo l’ultimo giro sull’altalena
il tavolo è sotto e ci
lanciamo nello spazio.
Vaghiamo in cerchio
ci allontaniamo dall’albero
torniamo, spensierato
al tavolo – per il resto del pomeriggio
finché non è ora di andare.
Nell’ultimo giorno di vacanza
restiamo immobili
aspettiamo il taxi
ricordando la nostra
spensierata giovinezza
perduta tra i rododendri.
*
Luci spente
Se vuoi possiamo parlare
per dieci minuti di ciò che è
accaduto durante il giorno:
poi dobbiamo dormire. Non
importa ciò che sogniamo.
*
Tregua
Mi sono svegliato
con i vestiti del giorno
prima e sono sceso di sotto.
La casa era silenziosa
come il ricordo di una casa.
Mobili incerti, provvisori
contro il muro.
Mio padre in piedi sotto
una lampadina mangiava
salsiccia in salsa di rafano.
Mi sono servito di Shredded Wheat
e banana. Siamo rimasti
insieme in veranda
e abbiamo pisciato sui narcisi.
*
Salvo
Ricordi i giorni in cui succedevano sei cose ogni notte
e nessuno indossava un cappotto per uscire?
Voltando le spalle a una serata con gli amici
il mondo ti apriva le braccia. Il triplice miracolo
di incontrare qualcuno, piacergli e trovare piacere
era dato per scontato sulla strada di ritorno
verso il tuo appartamento.
Stasera controllo che il fuoco sia spento
che l’allarme sia attaccato che il letto sia rifatto.
Che vergogna. Non sono vecchio malato stanco
ma soltanto assennato. Qualunque cosa sia
quel ticchettio in fondo alla strada
tiro le tende e lo chiamo pioggia.
L'articolo “Concedimi di fare ciò che voglio senza rimpianti”. Hugo Williams, il
poeta che ha fatto il giro del mondo proviene da Pangea.
I due poeti più rappresentativi della letteratura inglese del secondo
Novecento, Philip Larkin e Ted Hughes, sono assenti dalle librerie italiane.
Pare un paradosso – è il metro di misura della virginale marginalità della
poesia nostra: conosciamo minutamente cosa pubblica il vicino di casa, ignorando
i grandi, grandissimi poeti del resto del mondo. Il paradosso si complica sul
piano editoriale. Di recente Mondadori ha tradotto i romanzi di Larkin
– Jill e Una ragazza d’inverno –, secondari rispetto al resto della sua opera:
le raccolte poetiche sono pressoché irreperibili – Finestre alte, per dire, esce
nel 2002 per Einaudi. Per Ted Hughes vale lo stesso concetto: si trovano i libri
‘per ragazzi’ – Com’è nata la balena e altre storie, ad esempio, stampa sempre
Mondadori –, meravigliosi ma pur sempre alla provincia del suo impero verbale,
sono introvabili i libri in versi, tumulati nel costoso ‘Meridiano’ del 2008.
Non potremmo pensare a poeti così diametralmente opposti. Se Ted Hughes è
selvatico, sciamanico, sciamannato, Philip Larkin è rigoroso, arguto, cinico.
Ted Hughes scrive di bestie e di riti ancestrali, di fiumi e di boschi, mentre
la poesia di Larkin è ‘da camera’: Larkin anatomizza i vizi dell’uomo, è
affascinato dai singoli, morbosi dettagli della creatura chiamata uomo. Ama il
grigio, Larkin – e le sue più torbide sfumature. Al contrario, Hughes vuole il
sangue, il dio decollato, la forsennata danza.
Nel 2008 Philip Larkin è stato eletto dal “Times” the Greatest British Writer
Since 1945. Sotto di lui, stazionano George Orwell e William Golding. In questa
speciale classifica, J.R.R. Tolkien sonnecchia al sesto posto; Ted Hughes si
ferma al quarto. Philip Larkin era morto da tempo: dal dicembre del 1985 le sue
spoglie riposano al cimitero di Cottingham. Sulla lapide, pallida, priva di
orpelli, monastica, c’è scritto semplicemente Writer. L’anno prima, aveva
rifiutato l’incarico di ‘Poet Laureate’: non voleva fosse funestata la
propria privacy. Rifuggiva dai fari e dai vampiri della fama. Il ruolo fu
accettato, con estro, da Ted Hughes, poeta dal physique, che ama spiazzare il
pubblico. La pubblicazione postuma delle lettere di Larkin ne scalfì la
reputazione: i critici diagnosticarono che il grande poeta era un misogino, un
razzista, un ilare diavolo. Scapolo, non bello, Larkin ha coltivato relazioni
ambigue con un nutrito numero di fanciulle: la rete pullula di pettegolezzi. I
fatti privati, tuttavia, non hanno incrinato la considerazione letteraria:
Philip Larkin è considerato il più autorevole e influente poeta inglese del
secondo Novecento. Che non esista in Italia un volume delle sue opere – ci aveva
tentato Silvio Raffo, per Adelphi, qualche decennio – è culturalmente
scandaloso.
Larkin amava il jazz, di cui scriveva con consolidato humour. Giocava a fare il
super partes, il poeta partigiano di se stesso, l’assolutamente altro –
penetrare nella rete delle sue reticenze è soffocante. Così, ad esempio, in un
discorso pubblicato nel 1977 sul “TLS”, Subsidies and Side Effects:
> “…devo ammettere con un po’ di vergogna di non aver mai letto le mie poesie in
> pubblico, di non aver mai tenuto conferenze sulla poesia, di non aver mai
> insegnato a nessuno a scriverla”.
Mentre lavorava come bibliotecario presso la Brynmor Jones Library
dell’Università di Hull, già autore di raccolte a loro modo decisive – The Less
Deceived, 1955 e The Whitsun Weddings, 1964 –, Philip Larkin fu incaricato dalla
Oxford University Press di costruire una grande antologia della poesia inglese
contemporanea. The Oxford Book of Twentieth-Century English Verse uscì nel 1973,
con la pretesa di essere un’antologia destinata a ‘restare’. Larkin lavorò in
modo diametralmente opposto a William Butler Yeats, uno dei suoi totem, che nel
1936 per lo stesso editore aveva forgiato l’Oxford Book of Modern Verse. In quel
caso, WBY pontificava, pur con brio, come sempre – dal pulpito delle quaranta
pagine introduttive – e santificava, antologizzando, tra poeti titanici e audaci
scoperte, amici – Margot Ruddock e Shri Purohit Swami, ad esempio –, traduttori,
tradotti (Tagore, per dire). Insomma, si trattava di un’antologia autorevole
bensì autoriale. Philip Larkin costruisce un’antologia oceanica – ai 97 poeti
spigati da Yeats ne contrappone 207 –, con pochi fronzoli. L’introduzione, di
una pagina e mezza, avvisa che il poeta non ha “incluso poeti americani o del
Commonwealth” (ergo: manca Ezra Pound; ma c’è Derek Walcott) né “traduzioni, in
quanto poesia che si basa su altra poesia”. Soprattutto,
> “ho optato per una rappresentanza ampia prima che approfondita – nell’idearla,
> non ho agito criticamente o storicamente, ma come uno che ha avuto
> l’obbiettivo di riunire il maggior numero di poesie gradevoli alla lettura, in
> grado di dare piacere ai lettori”.
Buon senso, arguzia ‘borghese’ – il piacere inteso come gradevolezza e
passatempo – e sagacia distinguono il lavoro di Larkin. Naturalmente, ogni
scelta cela una poetica. Poco avvezzo ai fasti del ‘modernismo’, Larkin
antologizza, con larga messe lirica, Thomas Hardy, Rudyard Kipling, Yeats e
Edward Thomas; preferisce John Masefield e D.H. Lawrence, Rupert Brooke e Robert
Graves ai paladini delle nuove forme liriche. A chi legge questo foglio
telematico, non suonerà stravagante la predilezione di Larkin per Dorothy
Wellesley, Hugh MacDiarmid e Roy Campbell: sono autori con cui ormai bisogna
fare i conti. Tra i suoi ‘prossimi’, Larkin amava John Betjeman, Wystan H.
Auden, Thom Gunn. Tra gli amici – dall’importante pedigree – spiccano Kingsley
Amis (più noto come romanziere) e Robert Conquest; Ted Hughes è antologizzato
con cinque poesie, non certo le più belle; Larkin si autoantologizza con sei
testi.
Nella breve rassegna che segue, abbiamo estratto gli autori meno noti: da un
lato, perché siamo attratti da ciò che non conosciamo – su William Henry Davies,
il poeta che attraversò l’America da senzatetto, torneremo –, dall’altro perché
è bello osservare da vicino i sobbalzi della sorte. Alcuni poeti, noti o
notissimi ai propri tempi, ora giacciono tumulati nell’oblio – forse la
poesia invecchia?, forse non ci sono più le ragioni sociali per accettarla?,
forse anche la letteratura è preda delle belve del caso e del caos? Intanto,
leggiamo – soltanto dopo anni, alcuni poeti, ci appaiono supremamente nuovi.
**
W.H. Davies
(1871-1940)
Malvagità
Mentre la gioia elargiva stelle alle nuvole
che brillavano bramose ovunque guardassi
e ai vitelli tremavano le gambe
eccitati perché succhiavano il latte;
mentre ogni uccello era assorto nel canto
senza ragionare sul male o sul torto –
voltai la testa e vidi il vento
non lontano da dove mi trovavo
che trascinava il grano per i capelli d’oro
in un bosco oscuro e solitario.
**
Wilfrid Gibson
(1878-1962)
Lamentazione
Noi che siamo qui, come possiamo
guardare ancora il sole e ascoltare la pioggia
senza ricordare chi non c’è più, senza
rimpinguarci del rimpianto per chi ha speso
tutto per noi e come noi amava il sole e la pioggia?
Un uccello canta tra i lillà inumiditi
di pioggia – come possiamo ancora
rivolgerci alle più piccole cose, agli uccelli
al vento e al fiume, resi sacri dai loro
sogni, senza udire il dolore che batte
nel cuore di tutto?
**
Joseph Campbell
(1879-1944)
La vecchia
Come una bianca candela
in uno spazio sacro
è la bellezza
di un volto invecchiato.
Pari alla radiosa risacca
del sole in inverno
è la donna dopo
il travaglio.
I figli l’hanno abbandonata
i suoi pensieri sono immobili
come le acque sotto
un mulino in rovina.
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F. W. Harvey
(1888-1957)
Novembre
Si è impiccato – il Sole.
Pende
come uno spaventapasseri.
È morto per amore – il Sole
che tra i grovigli del bosco
onorava ogni bella forma.
Quel grande amante – il Sole
ora riempie
il bosco di chiazze di sangue.
**
Stella Benson
(1892-1933)
Ora non ho nulla. Neppure la gioia dei perduti –
sto perdendo anche i sogni. So
soltanto questo: usi il mio cuore
come la pietra su cui poggiare i piedi.
Sono felice – felice – che tu abbia scelto questa pietra.
**
Edward Shanks
(1892-1953)
A cena
Sbattete il coltello sul piatto e la forchetta sul bicchiere
perché dobbiamo cenare: fate rumore, più che potete.
L’ufficiale è triste in viso: cantate una canzone
tiratelo su di morale, perché anche lui deve mangiare.
Marciate in sala da pranzo, fate tremare i tavoli
come una dozzina di mitragliatrici in una sanguinosa
battaglia, usate le forchette come fucili e i piatti come
tamburi, fate un baccano infernale, ecco, arriva la cena!
**
Richard Church
(1893-1972)
Prudenza
Negli affari d’amore, sii prudente
non accettare in cambio
un amore capace di vivere
quando il tuo avrà cessato
di ardere – negli ultimi
anni di vita potresti
incontrare il fantasma
di chi hai frantumato
in un istante – Dio ti protegga
in quel giorno fatale.
**
Roy Campbell
(1901-1957)
Su alcuni romanzieri sudafricani
Lodate la ferma moderazione con cui scrivono –
Concordo con voi, ovviamente:
usano il morso e il freno con sapienza
ma dov’è finito il cavallo?
*
Su altri
Lontano dai volgari luoghi frequentati
dagli uomini, siedono nelle loro
aule della celebrità. Proprietari
di ville con fontane, scrivono
romanzi con la scopa.
**
Kathleen Raine
(1908-2003)
Il mondo
Brucia nel vuoto
nulla lo regge
continua il viaggio.
Viaggia nel vuoto
il fuoco lo regge
nulla è immobile.
Viaggia bruciando
lo regge il vuoto
ma non è il nulla.
Il nulla viaggia
vuoto che brucia
retto dall’immobilità.
**
C. H. Sisson
(1914-2003)
Al tempio
Con chi parlano al tempio?
Se ci fosse una risposta, diremmo
che si tratta di una conversazione, ma è proprio
perché non c’è nulla che sono incantati.
Chi non risponde è la risposta alla preghiera.
**
Robert Conquest
(1917-2015)
Uomo e donna
Sobrio, la pensa; così, si ubriaca di lei.
Ubriaco, piange per lei. Stremato, dorme
e si sveglia memore dell’assenza.
Gli alberi si muovono sordi nel vento totem;
il giusto equilibrio tra simbolo e senso
si dissolve nel silenzio.
Certi virus causano un dolore peggiore
come gli strumenti di tortura dei servizi segreti
eppure ecco la palude inspiegabile
in cui tutto ciò che si ergeva nella più
profonda sicurezza si sbriciola
e l’universo è spezzato come uno straccio.
Altri dolori graffiano la mente
senza dire del corpo, i rintocchi della
palpebra, la disperazione per il denaro
la paura della morte. Reale, dici? Ma queste
non sono cose che fendono la roccia
in profondità come le lacrime – già
perché le lacrime?
**
John Wain
(1925-1994)
Apologia della reticenza
Perdonami se ti ho lodata senza ardore.
La riverenza è la madre della reticenza
il silenzio cala mentre apro le mani.
Perdonami se ho parole già sbriciolate.
Questo non è il momento di essere eloquenti
il silenzio crolla mentre si issano i sensi.
Diciamo soltanto ciò che non sappiamo
ed è l’amore a conoscermi
è la tua perfezione a salvarmi.
I versi fatti al merletto non hanno più senso.
Mi hai levato la paura e la loquacità:
perdonami se resto in silenzio, ora.
Le parole sono un ripiego, non sanno
ripagarti per ciò che hai fatto di me.
**
Elizabeth Jennings
(1926-2001)
In ritardo
La stella che mi è accanto brillava
anni fa. La luce che ora splende
potrei non vederla mai più:
questo ritardo temporale mi affascina.
Penso che l’amore di chi mi ama potrebbe
raggiungermi soltanto quando il desiderio
sarà spento. L’impulso della stella
deve attendere occhi che ne riconoscano
la bellezza: quando l’amore
arriverà, potrebbe scoprirmi altrove.
**
Gavin Bantock
(1939)
Gioia
Il Paradiso arriva
ma arriva come una brezza e come una brezza
è sempre altrove dal punto in cui siamo
non è possibile inseguire il vento
fino alla fine del mondo.
L'articolo “Non ho mai letto le mie poesie in pubblico”. Philip Larkin Anthology
proviene da Pangea.
Anita Brookner è stata una donna complessa e riservata e una scrittrice
affascinante e sfuggente come le protagoniste dei suoi romanzi, con i quali ha
esplorato la solitudine, la malinconia e la dignità di donne e uomini che, quasi
sempre in silenzio, resistono alle durezze della vita. Ha descritto la fragilità
degli esseri umani e le difficoltà nei rapporti tra le persone. Le storie che ha
raccontato non sono certo autobiografiche però non si può fare a meno di notare
come una certa vulnerabilità malinconica sia un tratto comune all’autrice e ai
suoi personaggi.
Nata a Londra nel 1928 in una famiglia ebraico-polacca il cui nome originario
era Bruckner, poi anglicizzato in Brookner negli anni della Prima guerra
mondiale, si è laureata in storia e ha poi conseguito un dottorato in storia
dell’arte, specializzandosi nella pittura francese del Settecento e
dell’Ottocento. Nel 1967 è stata la prima donna a occupare la cattedra Slade di
belle arti all’Università di Cambridge per poi andare a insegnare a lungo al
Courtauld Institute di Londra. Apprezzata dai suoi studenti e ancora oggi
ricordata con affetto, ha molto amato il suo lavoro tanto è vero che non si è
mai definita una scrittrice ma un’insegnante.
> «Il mio vero lavoro era quello di insegnante e lo adoravo. Quello di
> scrittrice di romanzi è solo un modo per riempire il tempo.»
A 53 anni, anche in previsione della pensione che si avvicinava, ha cominciato a
dedicarsi alla narrativa. Nel 1981, durante la pausa estiva quando era libera
dall’insegnamento, ha scritto il suo primo romanzo, A Start in Life, e poi non
si è più fermata, nel senso che per più di venti anni ha pubblicato un libro
all’anno, con una regolarità implacabile. Alla fine saranno ben ventiquattro i
romanzi pubblicati, purtroppo solo in minima parte tradotti in italiano e ormai
spesso fuori catalogo.
Nel 1984, nella sorpresa generale e sua per prima, ha vinto il più prestigioso
premio letterario inglese, il Booker Prize, con Hotel du Lac, la storia di una
timida scrittrice di romanzi rosa che rifiuta un uomo noioso e affidabile per un
affascinante uomo sposato con cui non può esserci un futuro. Su YouTube in un
breve video della serata è possibile vedere l’espressione di stupore e di
incredulità sul volto di Anita Brookner al momento dell’annuncio della sua
vittoria. Non se l’aspettava. Chiamata sul palco, se la cava con una battuta e
poi non dice nient’altro. Ringrazia chi deve essere ringraziato, e se ne torna
il più velocemente possibile al suo tavolo.
Nel corso degli anni la relativa fama letteraria non ha cambiato di una virgola
le sue abitudini e il suo stile di vita. Tutte le mattine usciva di casa, andava
nella vicina King’s Road, dove faceva una frugale colazione, fumava la prima
sigaretta della giornata e comprava
l’Independent, il Mail, il Guardian e ilTelegraph; il Times, invece lo riceveva
direttamente a casa. Alle dieci era di nuovo nel suo appartamento dove passava
il resto della giornata a leggere e a scrivere. Ma la sua vera arma di difesa
davanti al successo è sempre stata l’ironia. Quando le telefonarono per darle la
notizia che era stata inserita nella ristretta rosa dei finalisti al Booker
Prize rispose: «Penso che andrò a farmi risuolare un paio di scarpe. Mi aiuterà
a stare con i piedi per terra». E qualche tempo dopo in una delle sue rare
interviste alla domanda: «Come hanno reagito all’istituto d’arte dove insegna
quando lei è diventata una scrittrice famosa?» osservò: «Sono stati molto
gentili. L’hanno ignorato completamente».
Anita Brookner non si è mai sposata e non aveva figli. Ha continuato a vivere
fino all’ultimo da sola nel suo piccolo appartamento di Chelsea. Nessuno era
autorizzato ad avvicinarsi troppo a lei, né a intromettersi in modo eccessivo
nella sua vita. Nessuno la conosceva veramente, o comunque sapeva molto di lei.
Era una natura riservata, discreta e per molti versi segreta. La sua vita
privata era affar suo e non riguardava nessun altro. Le rare volte che andava a
uno di quei party dove si riuniva tutto il mondo letterario inglese era solita
presentarsi puntualissima, scambiare qualche chiacchiera formale e dopo una
mezz’oretta scomparire nel nulla da cui era arrivata.
Per molti anni è stata bersaglio di battutine e facili ironie perché considerata
triste e malinconica, misery Anita la chiamavano, per il suo immutabile taglio
di capelli, perché vestiva in modo antiquato, perché non amava le femministe e
poi la accusavano di vivere fuori dal suo tempo. Tutte cose che l’hanno sempre
lasciata indifferente. Quello che la interessava veramente non era il facile
consenso.
> «Be’, sono zitella. Non me ne scuso. Mi interessano le persone che vivono da
> sole, quelle che vengono abbandonate, che cadono nella rete, ma che
> sopravvivono. A volte mi sembrano personaggi piuttosto eroici, ma nessuno si
> interessa a loro perché sono persone che fanno a meno di parlare, i cui
> momenti più rumorosi sono interiori.»
La critica letteraria, dopo un iniziale apprezzamento, l’ha giudicata con una
certa sufficienza. Agli occhi di molti tutti i suoi romanzi non sono altro che
un lungo elenco di malinconici sospiri di una vita che si spegne lentamente e si
dissolve nella tristezza. Come detto in precedenza, Brookner scriveva un nuovo
romanzo ogni anno, con un numero totale di pagine e dei singoli capitoli più o
meno sempre della stessa misura. Un modus operandi che era benzina sul fuoco per
quanti la accusavano di pubblicare troppi libri e mettevano in evidenza la
ripetitività dei temi trattati. In pratica sostenevano che ha sempre riscritto
lo stesso romanzo. Giudizi, a mio avviso, del tutto superficiali. I lettori più
attenti riconoscono in lei una voce unica e una sensibilità che trascende di
gran lunga il tempo e il luogo in cui visse.
Certo, nei romanzi di Brookner ci sono situazioni e circostanze ricorrenti.
Quasi sempre i personaggi intorno ai quali sono costruite le storie sono un po’
avanti negli anni e hanno un conflitto irrisolto nelle relazioni con gli altri.
Aldilà delle apparenze esteriori, di fatto la loro è un’esistenza ai margini.
Una invisibile parete di vetro sembra averli tenuti separati; prigionieri della
loro sensibilità, sono condannati a una sorta di esilio esistenziale.
Altro tema ricorrente sono le domeniche, presentate sempre come giornate
silenziose, un po’ tristi, malinconiche:
> «La monotonia di quelle tranquille domeniche mattina, quelle passeggiate
> pacate per le strade silenziose».
Per restare in tema, i libri di Anita Brookner sono intrisi di una sorta di
pervasiva malinconia domenicale, da sera del dì di festa. Anche quando non è
domenica. Le automobili sono una rarità nel mondo di Brookner. I suoi personaggi
preferiscono utilizzare i taxi, gli autobus o la metropolitana. In realtà,
quello che amano fare davvero è muoversi con le proprie gambe, camminando,
camminando e ancora camminando. Proprio come ha sempre fatto lei che è stata una
grande camminatrice per le strade e i parchi di Londra.
Quello che conta e che resta di tutta la sua opera è che, attraverso una
prosa sempre raffinata e contenuta, Anita Brookner ha rivendicato l’intensità
del sottile; ha saputo vedere ciò che molti ignorano, le piccole sconfitte
quotidiane, i silenzi che definiscono una vita, l’impostura del gioco sociale,
le contraddizioni intime che tutti condividiamo. I personaggi principali delle
sue storie vivono in una sorta di esilio interiore incatenati a vita a un
rovello infinito. Una scrittrice capace di creare un universo narrativo dove
l’intimo diventa specchio dell’universale e dove i minimi dettagli nascondono le
grandi verità dell’esperienza umana. Nel mondo brookneriano non c’è posto per i
temi sociali o tanto meno per la politica, anche l’erotismo è bandito per
lasciare spazio a percezioni profonde e a sensazioni quasi impalpabili. La sua è
una letteratura di introspezione, sfumature, atmosfere rarefatte, un promemoria
che la vera forza narrativa si trova nella misura, nella bellezza dell’istante
appena percettibile e nella capacità unica di illuminare l’invisibile.
Leggere Brookner è un’educazione all’osservazione; non va dimenticato che era
una storica dell’arte e quindi osservare era parte del suo lavoro. E lei nei
suoi romanzi osserva senza sosta. Come tutte le nature riservate, era una di
quelle persone a cui non sfugge niente, dotata di una sensibilità quasi
soprannaturale. Il vero fil rouge dei suoi libri è quello di una continua
riflessione interiore e non a tutti i lettori può piacere. Se devo dirla tutta,
sono intimamente convinto che se non sei introverso non puoi apprezzare né
identificarti con uno dei suoi romanzi. Ma se sei introverso, allora ti sentirai
subito a casa.
Per tutta la vita Anita Brookner è stata una grande bevitrice di caffè e
un’accanita fumatrice e, tragicamente, le sigarette hanno finito per ucciderla,
ma non nel modo a cui si potrebbe pensare. Nel febbraio del 2016, quando aveva
87 anni, si appisolò a letto con una sigaretta accesa e diede fuoco alle
lenzuola. Morì tre settimane dopo in ospedale per le inalazioni di fumo. Non
aveva familiari né amici intimi che potessero interessarsi alle sue condizioni e
così durante quelle ultime tre settimane della sua vita rimase abbandonata a se
stessa. In quel letto anonimo d’ospedale Anita Brookner era solo un’anziana
signora molto fragile che nessuno conosceva. E di cui nessuno si è curato.
Silvano Calzini
L'articolo “Mi interessano le persone che vivono da sole, quelle che vengono
abbandonate”. Anita Brookner, la scrittrice sfuggente proviene da Pangea.