Etereo, romantico e aureolato di sogni: così appariva ai suoi
contemporanei Digby Mackworth Dolben. Un ragazzo lunare, malinconico, ma anche
un poeta eccentrico, consacrato all’immortalità da un’esistenza breve e
fulminea. Nuovo Chatterton, non ottenne in vita alcun successo, e neppure
raccolse proseliti, ma lasciò dietro di sé l’eco di una tragedia: una “morte per
acqua” – a soli diciannove anni e avvolta nel mistero – che condusse ben presto
all’ipotesi di un patto suicida stretto con un compagno più giovane. La fine –
giunta il 28 giugno 1867 sulle sponde del fiume Welland, vicino Stamford – è
descritta dallo scrittore Simon Edge come un rituale iniziatico, un’unione di
cuori-fratelli:
> “Dolben era magnetico e celava nel suo animo un sottomondo romantico aperto al
> privilegiato in grado di infiltrarsi al suo interno, condannando chiunque
> altro a una misera esclusione. Immersi nei loro sogni ad occhi aperti, i due
> camminavano insieme sulla riva, nel dominio di Iside, come avevano fatto
> durante quelle giornate indimenticabili.”[1]
Annoverato fra gli ultimi poeti vittoriani, Digby Dolben era cugino del
Laureato Robert Bridges.
Tramite sua intercessione, nel 1865 divenne amico del cuore – e forse oggetto di
desiderio represso – del gesuita Gerard Manley Hopkins. Seconda la critica,
quest’ultimo gli avrebbe dedicato due testi “proibiti” (The Beginning of the
End e Where art thou friend?, 1865, infra), in cui lo esortava ad abbracciare il
suo stesso credo religioso. Complici di un intenso scambio epistolare, i due
sodali immaginavano la loro comunione sotto i cieli di Roma:
> “Oh! È per la debolezza delle mie preghiere
> Che ho deciso di farmi avanti – per il suono
> Delle suppliche divine che ancora non ti hanno commosso –
> E per quelle virtù che in te ho trovato,
> Se avessi saputo la mia devozione, tu stesso lo avresti detto –
> Per tutte queste, fa’ che ogni virtù abbondi –
> Ma solo in Cristo che ti ha predestinato al suo amore.”
Per poco lo sventurato Dolben non fece in tempo ad iscriversi all’Università di
Oxford – per seguire le orme di Hopkins, studente modello al Balliol College –,
dov’era diretto, nel giugno 1867.
Ribelle di spirito in una famiglia di stampo anglicano, il giovane si era
affiliato – in segreto, assieme a Bridges – al movimento dei Puseiti e
professava la sua adesione alla Regola benedettina. In realtà, prima della
morte, Dolben stava prendendo in seria considerazione la futura conversione al
cattolicesimo, influenzato dai precetti di John Keble (The Christian Year,
1827), ispiratore dell’Oxford Movement.
Volubile d’umore, la sua fede era alata: c’era in lui un’ebbrezza – quasi una
vertigine – che toccava le sfere del sacro con lo stupore di un bambino. Ma nel
quotidiano il suo carattere indomabile creava spesso situazioni sconvenienti per
i suoi tutori: il ragazzo, atteggiato a cenobita, indossava la tunica monastica,
ancor prima di prendere i voti, e mentre recitava ad alta voce il suo repertorio
poetico “naturale” (specie le Odi di Keats e gli Idilli di Lord Tennyson) se ne
andava in giro, a piedi nudi, sull’erba dei campi scolastici.
Promessa dell’Eton College e pupillo di William Johnson Cory (autore della
silloge pederastica Ionica, 1857), Dolben si fece notare, già nei giorni di
scuola, per una serie di comportamenti fuori dalla norma: in particolare, una
manciata di lettere d’amore spedite a un campagno di corso (vennero
immediatamente intercettate dal confessore del ragazzo, come capitò più avanti
con Hopkins) e, in ultimo, per lo scetticismo religioso.
Le sue poesie – composte in pochi fervidi anni, dopo un rogo di versi giovanili
(di cui fu lui stesso l’artefice) – sono raccolte nella selezione postuma a cura
di Robert Bridges, Poems (1911)[2], ampliata con un Memoir a sua firma nel 1915,
che ne decretò la fama postuma. Difatti, l’opera di Dolben, che trovò nuova
linfa nell’annus mirabilis 1865, supera di gran lunga l’“olocausto” delle sue
carte:[3]
> “Della produzione poetica di Dolben risalente a quel periodo non è rimasto
> neanche un frammento. Una sera, mentre ero seduto nella sua stanza e mi
> accingevo ad aprire il cassetto dove conservava le sue poesie, lui non
> protestò come al solito. Il cassetto era vuoto; così mi disse che le aveva
> bruciate tutte. Rimasi sconvolto e provai un certo rimorso al pensiero che il
> fastidio di vedermi leggere quei testi lo avesse spinto a distruggerli; e ho
> sempre rimpianto quella perdita fino all’altro giorno. Dovendo passare al
> vaglio tutte le sue poesie nell’ordine di composizione, mi sono reso conto per
> la prima volta che non vi era nulla che meritasse veramente di essere
> pubblicato fra gli scritti di quel periodo, nemmeno a un anno
> dall’‘olocausto’. La sua poesia cominciò, d’un lampo, nel 1865, quando, dopo
> alcuni componimenti di valore incerto, trovò la sua vena più autentica,
> arricchendola fino alla fine.”
Fin dalla tenerà età, il giovane poeta aveva intriso la penna alla fonte dei
maestri, tenendola in bilico fra due mondi, come un esercizio di confessione e
di rinascita. Scevro dei manierismi lirici che innervano l’opera di Hopkins, il
corpus poetico di Dolben getta la sua àncora nella preghiera, schermando le
passioni terrene attraverso la dissoluzione (o il mascheramento) dell’io.
Ciò che resta – e perdura – è un minuto libro d’ore illuminato da stilemi
tardo-decadenti, in una commistione di echi classici e simboli cristiani:
un’ultima offerta di fiori pallidi gettati sui suoi altari.
Pierluigi Piscopo
*
Si propongono di seguito alcuni testi rappresentativi dell’opera di Digby
Mackworth Dolben, tratti da “Poems” (1911), nella traduzione di Pierluigi
Piscopo:
Papaveri
Gigli, gigli non per me,
Fiori delle anime pure e dei santi –
Li ho visti in luoghi sacri
Dove l’incenso si innalza leggero,
E il sacerdote solleva il calice,
Gigli nei vasi d’altare,
Non per me.
Lasciate intatto ogni albero del giardino,
Re e regine del regno dei fiori.
Quando la sera d’estate si chiude,
Gli amanti, mano nella mano,
Andranno forse a cercare rose cremisi,
Intrecceranno ghirlande e mazzetti
In allegria.
Dai campi di grano dove ci incontrammo
Cogliete per me papaveri bianchi e rossi;
Legateli intorno alla mia mente stanca,
Spargeteli sul mio stretto giaciglio,
Intorpidendo ogni pena e dolore. –
Dormirò senza più svegliarmi,
Ma almeno dimenticherò.
*
Una preghiera
Dalla menzogna e dall’errore,
Dall’oscurità e dal terrore,
Da tutto ciò che è male,
Dal potere del diavolo,
Dal fuoco e dalla dannazione,
Dal Giudizio che verrà —
Dolce Gesù, libera
I tuoi servi per sempre.
*
Sorella Morte
O Morte, sorella mia! Ti prego, vieni a me
Per la tua dolce carità,
E sii la mia infermiera anche solo per poco;
Starò immobile questa volta,
E non ti tratterrò a lungo, quando sarà disteso,
Sotto il tasso, il mio letto:
Non chiederò gigli né rose;
Ma quando la sera si richiuderà intorno a me,
Cogli dalle rive di un ruscello un solo mazzetto
Di pallidi nontiscordardimé,
E posali nella mia mano, fino a svegliarmi,
Per amor suo;
(Poiché, se mai dovesse passare e fermarsi accanto a me,
Forse potrebbe ancora comprendere –)
Poi placa la passione e la febbre
Con un solo fresco bacio, per sempre.
Riferimenti bibliografici:
Per approfondire la vita e l’opera di Digby Dolben e i suoi rapporti con i poeti
Robert Bridges e G. M. Hopkins si consigliano i seguenti volumi:
Robert Bridges, Three Friends. Memoirs of Digby Mackworth Dolben, Richard Watson
Dixon, Henry Bradley, Oxford University Press, 1932.
Martin Cohen, Uncollected Poems of Digby Mackworth Dolben, Whiteknights Press,
1973.
Simon Edge, The Hopkins Conundrum: A Tragic Comedy About Gerard Manley Hopkins
and Five Shipwrecked Nuns, Eye Books, 2017.
*La poesia Poppies ha ispirato al regista Will Seefried il titolo del
film Lilies Not for Me (2024), un period drama dalle tinte horror ambientato in
Inghilterra negli anni Venti del Novecento. In una scena del film, il
protagonista Owen (Fionn O’Shea) legge i versi di Dolben al suo ex compagno di
college, Philip (Robert Aramayo), come espressione del desiderio represso dai
due amanti, complici di un terribile segreto.
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[1] Cfr. S. Hedge, Hopkins Conundrum.
[2] Occorre precisare che l’edizione integrale di riferimento, che colma le
omissioni di Bridges, è Poems and Letters of Digby Mackworth Dolben
1848–1867 (1981) a cura di Martin Cohen.
[3] Si cita qui dal Memoir redatto da Bridges.
*In copertina: Digby Mackworth Dolben (1848-1867)
L'articolo Vita e poesia di Digby Dolben, ovvero: sul calvario della giovinezza
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L’intera produzione poetica di Francis Thompson si può riassumere con
un’immagine, un’idea, il suo epitaffio: “Look for me in the nurseries of
Heaven”, Cercami negli asili del Paradiso. Una meta irraggiungibile, prima
rifuggita e poi desiderata dal poeta eternal child. L’oggetto ossessivo della
sua ricerca poetica e umana è un paradiso feroce e al contempo armonioso, come
un compimento del perpetuo travaglio della vita di un poeta che riassume in sé
la follia disperata di Dino Campana e il genio visionario di William Blake. La
poesia di Thompson si caratterizza per la sua arcaicità non posticcia, ma per
lui così naturale. Il suo vocabolario, che a prima vista può risultare obsoleto,
o comunque eccessivamente sontuoso e arcaizzante, è l’unico strumento che
Thompson possegga per ritrovare una temporalità adatta alla sua esigenza di
fuggitivo del mondo.
Le arti non letterarie, specialmente la musica e la pittura, incidono fortemente
sulla poesia di Thompson. La sua ritmica è sempre tesa a una forte musicalità,
inserita in un sostanziale rispetto dei criteri formali della poesia anglofona,
gioca con la rima, le iterazioni, le anafore. L’immagine thompsoniana è
colorata, sfumata: spiazza sempre, che sia cruda o sublime. Veleggia dalla
concretezza della carogna di un cane squarciato sulla strada alla magia di un
tramonto, o di un incontro serale con la donna amata. Le donne di Thompson, a
questo proposito, incarnano tutte le caratteristiche della domina dantesca,
dalla donna angelicata (fino ad essere donna angelo, medium per l’accesso
all’irraggiungibile meta paradisiaca) alla donna petra, crudele, dura, quasi
infernale. Non a caso, l’influsso dantesco – come di molta altra letteratura
medievale – è evidentissimo nell’immaginario del poeta.
In Italia, Thompson viene stampato per la prima volta nel 1925 dai fratelli
Treves. Maura Del Serra traduce e cura, nel 2000, Il Segugio del Cielo e altre
poesie, per Crt, corredandolo di una nota preziosa nota introduttiva. Poi, il
nulla. Piacque a Giorgio Manganelli, che lo definì un “maudit miracolato in
extremis ad una rivelazione poetica e religiosa”. Nel mondo anglofono, Thompson
fu amato da G.K. Chesterton e da Tolkien, e quest’ultimo lo considerò influente
nella stesura delle sue opere. Era caro a Cormac McCarthy, che dalla poesia The
poppy trasse ispirazione per Suttree.
Nasce il 18 dicembre 1859 a Preston, nel Lancashire, Thompson, da una famiglia
medio-borghese di radici cattoliche e sensibile alla dottrina del
cardinale-poeta John Henry Newman. Trova nella madre, Mary Turner, il necessario
incoraggiamento per dedicarsi alle arti, tra cui la musica e la pittura, che
avrebbero influenzato notevolmente la sua poesia. Il padre, medico illustre, gli
impone la facoltà di medicina, frequentata per otto anni all’Università di
Manchester. Francis, nel contesto accademico, non trova grandi soddisfazioni, e
anzi inizia a provare disgusto e repulsione nei momenti più crudi
dell’apprendistato chirurgico, dalle dissezioni al contatto con sangue e
malattie.
Continua a coltivare la passione per l’arte e la poesia, viene bocciato agli
esami più volte e sente crescere nei confronti del padre un forte senso di colpa
che graverà sulla sua coscienza per tutta la vita. La morte nella madre e la
costante assunzione di oppio (presto tradottasi in una vera e propria
assuefazione) lo spingono ad abbandonare gli studi. Frizioni con la nuova moglie
del padre lo porteranno a lasciare la casa paterna, prima occasionalmente, poi,
l’anno successivo, definitivamente, troncando ogni rapporto con il genitore. È
in questi anni disperati che Francis incontra i suoi salvatori. Per prima, la
prostituta – rimasta anonima, nell’ombra, e amata come un angelo dal Cielo – che
lo raccolse dalla strada, gli diede un giaciglio, e lo salvò da sé stesso. Quasi
una figura materna, buona, santa: una Maddalena che raccoglie il poeta
straccione da terra e lo rimette in sesto, dandogli un tetto e una speranza.
Infine, i coniugi Meynell: lui, editore illuminato, lei, donna sensibile e poeta
stimolante. La chiave di volta è il tentato suicidio di Francis.
Ignorato dal mondo letterario e allontanatosi ormai dalla sua famiglia, Thompson
vive per strada, dorme sotto i ponti di Londra (tra cui quello di Charing Cross,
poi allegoria del Regno celeste nella sua poesia-testamento, In no strange
Land), ne conosce la miseria e lo squallore, la dipendenza dall’oppio si fa
sempre più pervasiva e ingombrante. Tenta di uccidersi con il laudano, ma, prima
di assumere la dose fatale, viene fermato dalla visione del giovane poeta Thomas
Chatterton, che un secolo prima si era tolto la vita a diciassette anni,
avvelenandosi, in un atto di protesta artistica che lo rese il mito del
Romanticismo nascente. Di lì a poco incontrerà la street girl che lo avrebbe
ospitato per sette mesi prima di scomparire senza lasciare alcuna traccia.
La svolta avviene invece grazie a Wilfrid Meynell, direttore del giornale
cattolico-liberale “Merry England”, a cui Thompson aveva inviato alcuni testi
senza ricevere risposta. Nel 1888, “Merry England” pubblicò sulle sue pagine la
poesia di Thompson The Passion of Mary, senza riuscire ad avvisare l’autore,
essendosi quest’ultimo reso irreperibile. Wilfrid e la moglie Alice restano
folgorati da questo bohémien: buono e dannato, senza un soldo, gli occhi
spiritati, scavati in un viso scarno e diafano, la sua poesia così tesa al
Paradiso e con le radici così conficcate nell’inferno. Nella redazione di “Merry
England” (il nome della testata era ispirato al sonetto di William Wordsworth),
Thompson entra a contatto con alcune delle menti più raffinate dell’Inghilterra
di fine secolo, tra cui un giovane W.B. Yeats.
In quegli anni, l’attività poetica si affianca a quella giornalistica e critica,
rifiuta in un primo momento l’ospitalità dei Meynell, ma la sua presenza presso
di loro si fa sempre più costante, su richiesta degli stessi coniugi. Alice lo
chiama “my child”, lui se ne innamora spiritualmente. Prova un grande affetto
per la progenie dei Meynell, e per le figlie Monica e Madeleine compone
le Sister Songs. Per farlo disintossicare, i Meynell spediscono Thompson
inizialmente nella prioria francese di Prémontré, nel Sussex (1889-1890), dove
stringe amicizia con diversi bambini, riscoprendo quella natura fanciullesca che
lo aveva accompagnato nello stupore poetico, nell’immaginario puerile e candido
delle sue visioni e delle sue liriche, in cui spesso convivono armonicamente
l’innocente dolcezza dei bambini e la crudeltà della vita, quasi preludio
d’inferno. Dopo una ricaduta nel tunnel dell’oppio e tornato momentaneamente
alla vita di strada, Alice Meynell lo ricovera nell’abbazia cappuccina di
Pantasaph, nel Galles del Nord (1892-1897). Quest’ultimo esilio gli permise di
riconnettersi a quel duplice mondo in cui riusciva a trovare pace, tra natura e
liturgia. Thompson, tramite queste esperienze di riscoperta spirituale e
naturalistica, sviluppa una forma di panismo teologico, unareductio ad Unum che
si traduce nelle sue due odi più rilevanti, composte proprio durante il primo
periodo di ricovero nel Sussex: Ode to the setting Sun, poema di somma bellezza
incentrato sulla figura di Cristo sofferente, che per analogia viene
rappresentato come il sole che tramonta in un trionfo sanguigno e regale; e The
Hound of Heaven, ispirato all’immagine dei segugi del tempo nel Prometheus
Unbound di Shelley, autore investigato proprio in quell’anno da Thompson, che
elaborerà in quel periodo un illuminante saggio sul poeta di Ozymandias,
tratteggiandone – con grande anticipo sul resto della critica – i caratteri
simbolici e metafisici.
Ne Il Segugio del Paradiso, Thompson mette in scena un inseguimento furibondo e
allucinato, un incubo celeste. Il veltro celeste – il tremendous Lover, che
rappresenta chiaramente l’amore incontenibile di Dio per le sue creature, anche
quelle più restie ad accoglierlo – incede con passo sicuro e cadenzato, quasi
battendo una marcia militare, mentre la fuga del poeta è scomposta, asfissiata
dalla paura, dall’angoscia. Una fuga disperata con un destino già scritto.
Il rapporto di Thompson con la fede è problematico, non perché la ripudi, ma
perché vissuta sempre attivamente, e mai lasciata alla sola forma. Se l’incanto
per la liturgia, la musica e il mistero è determinante per la sua fede, ancora
di più lo è un senso disperato di rompere con gli schemi ‘passatisti’ della
Chiesa cattolica, aprendo invece alla contaminazione e al mistero. La sua fede è
totale e totalizzante, tesa alla fascinazione e al misticismo. E la poesia
diventa strumento liturgico, una litania, una preghiera continua, che connette
la sua esperienza terrena – così meschina, ingiusta e senza speranza – alle
Porte del Paradiso. Il fine ultimo di Thompson è raggiungere, un giorno, quella
salvezza che sulla terra gli era stata negata. La tradizione religiosa della sua
famiglia si unisce alla fascinazione per le religioni orientali e per
l’ebraismo. Con i Poems, pubblicati nel 1893, ottiene un ottimo successo, mentre
i New Poems, usciti due anni dopo, non vengono graditi dalla critica.
La morte lo colpisce troppo presto, consacrandolo, come spesso accade, alla
leggenda, nel 1907: forse per tubercolosi, forse perché ricaduto nell’abisso.
Giulio Solzi Gaboardi
**
Ode al Sole morente
Preludio
La delizia languida del violino
galleggia sulle mute onde del vento,
le intime corde dell’arpa palpitano e intonano
musiche laceranti. Torturato nello spirito
scivola in quella struggente dolcezza, finché
l’anima squarciata sanguina tristezza. Il sole rosso,
una bolla infuocata, discende lento sulla collina
mentre un uccello vagheggia la fine del giorno.
Sole Morente, che nei giorni riverenti
ti immergi nella musica del tuo placido sonno,
nudo di onori, coronato di raggio,
senza inni durante il raccolto, anche se i mietitori lavorano:
per te questa musica non sveglia. Illuso,
se senti in queste illogiche armonie
lo spettro devoto degli adulatori predati
e l’eco di fiere, antiche lusinghe.
Ma sul terreno in cui regna, conficcata, la Croce,
non so quale insolita passione mi volge il capo
verso di te, che manovri le mie vene
e mostri di essere un dio non morto. Non morto.
Scettico per la preghiera.
Per il dubbio, troppo furiosamente fedele.
Quale dio selvaggio rende il mio cuore
una fonte di lacrime battesimali.
Il tuo raggio giace fermo, dritto sulla Croce.
Che segreti svelerebbe il tuo indice radioso?
È la chiave del tuo luminoso magistero?
È questo il segreto, allora? Il sacrificio?
Sposta dall’orecchio i riccioli ardenti e ascolta
un canto inaudito nei giorni del Nord.
Azzardato per Roma. Oscuro per la Grecia.
Dolce con le cose selvagge che volano, volano via.
Francis Thompson
*Giulio Solzi Gaboardi ha curato il libro di Francis Thompson, “Primo alfabeto
stellare”, edito da Magog, 2026
In copertina: John Constable, Cloud study, 1830-35
L'articolo “Cercami negli asili del Paradiso”. Vita & versi di Francis Thompson
proviene da Pangea.
Il signore delle mosche (1954), al pari di altri romanzi di William Golding,
vincitore del Nobel nel 1983, contiene nelle prime pagine, in nuce, i temi
destinati a essere sviluppati nel resto della narrazione.
Ralph e Piggy – soprannome che significa “maialino” – sono i primi che si
incontrano, e non potrebbero essere ragazzi più diversi: biondo e di
bell’aspetto il primo, asmatico e in sovrappeso il secondo, costretto pure a
portare gli occhiali. Sono tra i pochi superstiti di un volo aereo che
trasportava alcuni scolari inglesi di buona famiglia verso l’Australia, unico
luogo sicuro in un mondo distopico devastato dalla guerra atomica.
I due, dopo essersi presentati, discutono animatamente sul da farsi, valutando
ogni possibile opzione. Per il momento la cosa più intelligente sembra quella di
scoprire se ci siano altri sopravvissuti e decidono perciò di suonare una grande
conchiglia, trovata sulla spiaggia. Poco alla volta compaiono una ventina di
ragazzi, tra i sei e i dodici anni, mentre degli adulti non vi è alcuna
traccia.
Viene quindi indetta un’assemblea con lo scopo di organizzarsi al meglio e Ralph
è eletto capo nonostante le proteste di Jack, del tutto simile a lui per età e
carisma. A quest’ultimo, come risarcimento morale, viene lasciata la guida dei
membri del coro che diventano i cacciatori del gruppo.
Il primo capitolo si chiude con una missione esplorativa che vede impegnati
Ralph e Jack, affratellati momentaneamente in un legame simile a quello tra
Abele e Caino. Giungono al limite estremo della spiaggia e capiscono di essere
su un’isola, con una montagna centrale e un’ampia foresta tutt’intorno.
Pochi fatti, chiari, cronologicamente ordinati e una semplicità di linguaggio
che non lascia spazio a fraintendimenti: come in The Coral Island di Ballantyne,
l’anti-modello ottocentesco del libro di Golding, i giovani protagonisti si
ritrovano in luogo affascinante, misterioso, che conserva qualcosa del mito di
Wells e dello spirit of place di Lawrence Durrell; e le loro prime azioni,
orientate al governo e all’esplorazione, sono un perfetto esempio di pragmatismo
britannico. Eppure, anche in questa comunità quasi originaria, assoluta,
disseminate un po’ ovunque si avvertono piccole avvisaglie di quello che accadrà
successivamente, di come, almeno a partire dalla seconda metà del romanzo, la
situazione andrà precipitando.
La conchiglia, ad esempio, se da un verso è lo strumento che riconduce i ragazzi
sperduti all’ordine, dall’altro produce una nota profonda che suscita
inquietudine. Durante l’assemblea, poi, solo chi l’ha in mano ha diritto di
parola, ma la pace è più volte turbata da Jack che si oppone all’elezione
democratica del capo. Infine è sintomatica la scelta di affidare il ruolo dei
cacciatori proprio ai ragazzi del coro, generalmente reputati docili e pacati.
Pure in questo particolare si cela un silenzioso avvertimento.
Il momento in cui il lettore percepisce più chiaramente il senso di diffusa
incertezza è però la scena in cui Jack, visto un maialino intrappolato in un
intrico di rampicanti, si avvicina per ucciderlo con il suo coltello a
serramanico, fermandosi solo all’ultimo momento.
Intanto, mentre alcuni irresponsabili preferiscono divertirsi anziché aiutare
gli altri a costruire dei rifugi per la notte, appaiono sempre più nette le
differenze tra i due leader. Ralph è preso da un istinto civilizzatore, vuole
ricostruire sull’isola un ambiente domestico e si prodiga per accendere un
grande fuoco di segnalazione. Anche Jack, sulle prime, sembra voler ripercorrere
la via della civiltà quando si offre di mantenerlo sempre acceso e declama,
certo inconsapevole, un elogio del tipo umano promosso dal Defoe di Robinson:
«Dopo tutto, non siamo selvaggi. Siamo inglesi, e gli inglesi sono i più bravi
in tutto. Dunque dobbiamo fare quello che è giusto». Malgrado ciò, similmente
alle fiamme che si propagano indomabili distruggendo mezzo chilometro quadrato
di foresta, Jack inizia a praticare l’arte della caccia trascinato da
un’impulsività violenta che solo qualche tempo prima lo avrebbe ripugnato, una
mancanza di contegno che si mostra anche nei volti dipinti e nei capelli lunghi
e scarmigliati dei cacciatori.
Altro personaggio rilevante nell’economia della storia è il piccolo Simon.
Considerato strano da tutti, è sensibile alle sofferenze altrui ed è colui che
entra in un contatto quasi mistico con la natura. Si rende subito conto che
l’isola non è un Eden, ma un luogo terribile in cui si nasconde la presenza del
male, chiuso in quella giungla nera che un po’ assomiglia alle loro anime. Non a
caso sarà lui che, suo malgrado, dovrà portare la croce per tutti, allo stesso
modo del cireneo omonimo descritto nei Vangeli.
A Roger, che lancia dei sassi vicino a un compagno, è invece affidato il compito
di preconizzare quella globale inversione di atteggiamenti che ha il suo inizio
poco dopo, quando Jack rompe gli occhiali di Piggy e, impegnato in una caccia
furiosa che lo porta ad uccidere un maiale, non nota che il fuoco si è spento
proprio nel momento in cui passava una nave. Ma la cosiddetta civiltà, quella
che dovrebbe tenere legati i ragazzi alla giustizia e al rispetto reciproco, è
lacerata da un conflitto senza soluzione e pertanto non può offrire alcuna reale
speranza di salvezza. Anche gli occhiali rotti, immagine di chi giudica le cose
da un punto di vista limitato e parziale, raccontano tutta la precarietà della
visione razionale del proprietario, che si sgretola quando lo stesso implora
ridicolmente Jack per avere un pezzo di carne.
A Ralph non resta che convocare una nuova assemblea nella speranza di poter
riportare un po’ di ordine. Si tratta tuttavia di una pia illusione e, come se i
problemi non fossero già abbastanza, i bambini più piccoli cominciano a temere
che l’isola sia abitata da un mostro, soprannominato “la bestia”. Jack, che nel
frattempo ha deciso di stabilirsi con i cacciatori su un lembo roccioso vicino
alla spiaggia, si adopera allora per uccidere un grande maiale, la cui testa
viene conficcata su un palo a mo’ di offerta per la misteriosa creatura che li
intimorisce.
Quando Simon vede per la prima volta il macabro trofeo, sanguinante e attorniato
dagli insetti, ne rimane scioccato. Intuisce con una folgorazione improvvisa che
il male, simbolicamente rievocato dal “Signore delle Mosche” di biblica memoria,
ossia Belzebù, è una tentazione con cui ogni essere umano deve fare i conti e ha
la definitiva conferma che il mostro non è nella giungla, ma vive in ognuno di
loro.
Dopo essersi ripreso dallo spavento, si dirige verso la montagna, dove si dice
che la creatura abbia la sua dimora. Scopre invece il corpo di un paracadutista
deceduto e, sollevato, corre a riferirlo agli altri. Ha la possibilità di
raccontare a tutti la verità e, come in una sorta di rito catartico, di
liberarli dalle paure irrazionali, costringendoli davanti alla loro nuda
anima. In un crescendo di macabra ironia, però, tra le ombre della sera il
ragazzo viene scambiato per la “bestia” e ucciso.Quella verità che poteva
generare consapevolezza è sfuggita per sempre, inafferrabile, lontana come
l’orizzonte marino verso cui si dirigono il paracadute e il cadavere del
fanciullo.
La morte di Simon getta un’ombra sinistra sull’intera vicenda. Se, da una parte,
Ralph è dilaniato dal dubbio e della paura, Jack, per esorcizzare il senso di
colpa, ordina di far punire uno dei compagni, accusato ingiustamente di essere
l’assassino. Ciononostante passa poco tempo prima che si compia un nuovo
delitto: un masso, fatto cadere da Roger, uccide Piggy sul colpo e manda in
frantumi la conchiglia che il ragazzo teneva in mano, a sottolineare come ogni
composizione pacifica sia ormai compromessa e come sull’isola non ci sia più
nulla in grado di frenare la violenza.
L’ultimo capitolo, in cui la sete di sangue si fa incontenibile, invita
implicitamente il lettore al confronto con la prima parte del romanzo. Rimasto
solo, Ralph capisce che Jack e i suoi non hanno ancora finito e che la loro
intenzione è quella di fare di lui la nuova offerta per la “bestia”. Il giorno
successivo ha dunque inizio una spietata caccia all’uomo con gli ex coristi che
appiccano il fuoco all’intera isola pur di stanarlo. Alla fine, ansimante sulla
spiaggia, Ralph si ritrova ai piedi di un ufficiale: una nave ha avvistato il
fumo e alcuni soldati sono giunti per salvarli (la paradossalità della
circostanza è palese). Quando arrivano anche i cacciatori, la prima reazione del
mondo adulto è quella di ridurre tutto ad un gioco. L’ufficiale non comprende
cosa stia accadendo realmente, guarda i giovani dall’alto in basso e non si
rende conto che il loro male è anche il suo. Ogni speranza è morta, dissolta in
un attimo, e Ralph non può fare altro se non abbassare lo sguardo:
> «Piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano».
Il signore delle mosche è un romanzo che nasconde una rivelazione, con giovani
protagonisti – gli incolpevoli per definizione – che si scoprono rei come tutti
gli altri. D’altronde il fuoco che avvolge l’isola al termine del libro, quasi
fosse una sorta di cartolina infernale, sembra suggerire l’impossibilità per
l’uomo di edificare qualcosa di sano e duraturo. Tutto è contaminato, rovinato e
abbruttito anche solo dalla sua semplice presenza. A essere messe in discussione
sono le banalizzazioni di un Hobbes e di un Rousseau, le quali non reggono il
confronto con una realtà che dimostra come il peccato originale sia tutt’altro
che un’invenzione di matrice religiosa.
Il pessimismo radicale di Golding, quasi luterano, lascia spazio solo
occasionalmente a momenti in cui emerge impellente un desiderio di salvezza, di
qualcosa che, in un certo senso, possa riscattare le persone dalla loro
condizione disperata. Ma nulla è in grado di farsi antidoto efficace al male
dilagante. Tutto quello che rimane dell’esperienza dei ragazzi è il grido
inascoltato negli occhi di Ralph.
In questi giorni è uscita anche in Italia una mini-serie TV, targata BBC, tratta
da Il signore delle mosche. È l’esordio del capolavoro di Golding sul piccolo
schermo, mentre per il cinema erano già stati proposti due adattamenti, datati
rispettivamente 1963 e 1990. Il primo, diretto da Peter Brook, è contraddistinto
da un bianco e nero sferzante, con chiare valenze simboliche. L’altro, per la
regia di Harry Hook, convince molto meno soprattutto a causa di alcune
discutibili scelte di sceneggiatura, lontane dallo spirito del romanzo. Si spera
che la nuova mini-serie, possa fare di meglio, restituendo allo spettatore tutto
il fascino tragico dell’opera originale.
Luca Fumagalli
*In copertina: un fotogramma dal “Signore delle Mosche” nella versione di Peter
Brook (1963)
L'articolo “Il signore delle mosche”: a precipizio nel cuore di tenebra
dell’uomo proviene da Pangea.
L’introduzione è utile a capire il carisma dello scrittore – la sua catarsi
catastrofe.
Si era ritirato a Georgeham, nel Devon, con l’idea di scrivere l’epopea di una
lontra. Il Taw, che scorre per una settantina di chilometri in quella contea,
aprendosi in selvaggi meandri, donando il senso di una vita tra giungle a
ventre, a ventaglio, diventò la sua casa. Henry William Williamson era nato il
primo dicembre del 1895 in un sobborgo di Londra, è vero, ma le escursioni nel
Kent lo avevano addestrato all’amore per la natura. Neppure ventenne, si era
arruolato nel London Regiment: la Prima guerra era stata per lui l’autentica
balia. Henry imparò a lottare, a sopportare, a indignarsi. Fu sottotenente, poi
ufficiale; usava la mitraglia, si piegò a ogni impegno, chiese di essere
arruolato nella Raf – gli effetti dei gas respirati in trincea lo avevano
falciato. Odiava i politici – che chiacchierano facendo far la guerra agli altri
–, credeva nell’aristocrazia dei veterani, si scoprì pacifista. Decise di
dedicare la vita alla scrittura.
Per scrivere il suo capolavoro impiegò quattro anni. L’ultimo fu il più duro. Si
era ritirato in una baracca con il primo figlio da badare; la prima moglie – Ida
Letizia, che gli avrebbe dato altri cinque pupi – era convalescente.
> “Mentre lavoravo alla diciassettesima stesura del manoscritto, mia moglie si
> ammalò e dovetti prendermi cura del bambino… Mi mettevo al tavolo verso le
> dieci di sera, quando tutto era calmo, e continuavo per tre, quattro o anche
> cinque ore, reggendo il bambino con il braccio sinistro. Sedevo davanti al
> tavolo da stiro smaltato di bianco, l’orgoglio di Letizia – un mobiletto da
> cucina riadattato – con i pannolini che avevo lavato e steso ad asciugare su
> una corda attraverso la stanza. Una stufa a petrolio riscaldava l’ambiente”.
Aveva passato tre anni a scrivere – spesso a vanvera – e a raccogliere mappe,
documenti, leggende; aveva auscultato i segreti dei cacciatori, degli
allevatori, dei vagabondi del Taw – qualcuno si diceva erede dei druidi. Voleva
scrivere ciò che non era mai stato scritto prima. Un libro che non parlasse di
animali o che facesse parlare, da umani, gli animali – ce n’erano già
tantissimi, alcuni bellissimi, i romanzi di Rudyard Kipling su tutti. Voleva
scrivere un libro-animale, un libro animalesco, in cui la bestia occupa tutto lo
spazio, tutto lo sguardo, tutto l’orizzonte grammaticale, e l’uomo è una
creatura spaventevole e lontana, distante, ormai, dal sempiterno naturale,
dalla natura delle cose. Per farlo, non scelse un animale esotico – la tigre, il
leone, il condor – né un animale simbolico – il lupo, il cervo, l’orso – o
domestico – il coniglio, il passerotto – ma la lontra, la regina del Taw,
creatura di terra e d’acqua, scaltra, sagace, impareggiabile nell’arte di
nascondersi a famelici occhi – famelica. All’epoca, la lontra era l’estremo
oggetto del desiderio dei cacciatori inglesi: la inseguivano con flotte di cani,
ne facevano sterminio, a frotte.
Il libro uscì, in edizione privata – secondo la tipica sprezzatura editoriale
del mondo inglese – nel 1927, in cento copie, poi per G.P. Putnam’s Sons: in
copertina, un’incisione naif di Hester Sainsbury. Il titolo completo suonava
così: Tarka the Otter: His Joyful Water Life and Death in the Country of the Two
Rivers. Il libro, come si dice, ‘fece rumore’: nessuno prima di Henry Williamson
aveva scritto in quel modo dell’animale e del bosco, del fiume e della vita
ferina, delle vallate inglesi e degli enigmi che le abitano, le vivificano.
L’incipit, memorabile (“Crepuscolo sui prati e sull’acqua, la stella della sera
brilla sulla collina e Vecchio Piuolo, l’airone, grida kra-a-ark! librandosi
sulle ali scure che planano verso l’estuario. Qualcosa di bianco si è mosso sui
giunchi secchi della riva, la civetta ha spiccato il volo di sotto l’arco
centrale del ponte di pietra, che un tempo portava il canale attraverso il
fiume”), narra, dalla ghianda all’oggi, la crescita sghemba della “quercia più
vicina alla Stella del Nord”: dopo due secoli di gelo, piogge, sassate di sole,
era crollata, diventando la tana della lontra. Con velocità narrativa
spregiudicata – in picchiata –, l’autore tiene insieme il corso del fiume, il
volo dell’airone, le api che dormono e i topi che corrono; la lontra
“raggomitolata nella cavità più alta e asciutta della quercia caduta”, un
picchio, l’odore persistente dei cani da caccia, poco lomtano, e “il tempo in
cui le galere romane si spingevano fin sotto le colline”, a quel tempo ricoperte
dal mare. Che grazia – che vitalità.
Il libro vinse l’Hawthornden Prize, importante riconoscimento inglese alla
“narrativa d’immaginazione” che l’anno prima era andato a Vita Sackville-West
per The Land e che sarebbe andato, tra gli altri, a Robert Graves e a Evelyn
Waugh, a Naipaul e a Bruce Chatwin (per In Patagonia). Il premio conferì a Henry
Williamson una certa notorietà e la certezza di poter vivere come scrittore;
soprattutto, gli consegnò l’ammirazione incondizionata di Thomas Hardy e
l’amicizia di T.E. Lawrence. Era stato Edward Garnett, mitico editor di Joseph
Conrad e confidente letterario di ‘Lawrence d’Arabia’, ad avergli inviato, a
Karachi, dov’era di stanza, nei ranghi della Raf, come “338171”, il libro di
Williamson. Lawrence ne restò affascinato: in una lettera a Garnett del 20
gennaio 1928 scrive, “Tarka mi ha riempito di gioia per tre settimana. È la cosa
più bella che abbia letto finora”; chiamava “Everest” il suo autore.
Illustrazione di C.F. Tunnicliffe per Tarka la lontra, 1932
Anni dopo, Williamson avrebbe trovato un esagitato lettore in Ted Hughes: a suo
dire, Tarka era “un grande poema mitico”. Anche Hughes, per altro, amava i
meandri del Taw, che appare, per australi, primordiali frammenti,
in River (1983), una delle sue raccolte più belle.
Nel libro, in sostanza, non succede nulla. Williamson non instrada la bestia in
una trama ‘umana’: segue, con scrittura ferma, mai fiabesca, insieme lirica e
marziale, la vita di una lontra dalla nascita alla morte. Per lo più, assistiamo
a scene di caccia (dopo aver ucciso una trota, la madre di Tarka “la divorò
ingordamente, semisdraiata nell’acqua bassa, masticava, inghiottiva, emetteva un
sibilo minaccioso all’apparire di ogni ombra”, poi, con un regesto da vita vera,
da vita-vita, da enormità del creato, “Tornò a tuffarsi dopo quattro sorsate
affrettate. Catturò un’anguilla, ne mangiò una parte, poi tornò al covo. Ma
aveva ancora fame, e lasciò i cuccioli una seconda volta, corse lungo la riva e
si rizzò in direzione del vento aspirando a piene narici. Nel bosco i merli
continuavano a lanciare le loro strida ai gufi bruni fino a che questi ultimi
non strillavano in risposta”), all’esistere in purezza, senza idillio: si chiama
iniziazione. Williamson sembra squadernare su carta i più fondi misteri delle
creature – la loro origine, la loro ragione.
Alcune immagini sono meravigliose, si stagliano per perseveranza di splendore,
per vigore visionario; qui, ad esempio, parlando delle rondini:
> “Quando le prime stelle brillarono nell’acqua cominciarono a cinguettare tra
> loro perché avevano ricevuto il segnale di lasciare i verdi prati che amavano
> tanto. Parlavano con la loro voce non canora – che raramente gli uomini odono
> tanto è bassa e dolce – aggrappate ai baccelli ancora chiusi delle code di
> gatto. Parlavano di mari bianchi e grigi, di venti che spezzavano la forza
> delle ali, di terribili scoppi di tuono fra nubi illuminate dal sole, di
> piogge violente, di fame e di fatiche da sostenere prima di poter rivedere lo
> scintillio delle schiume sulle spiagge africane. Ma nessuna parlava delle
> compagne che sarebbero cadute nel mare e che si sarebbero spezzate il collo
> contro le invetriate dei fari, poiché questi uccelli estivi dalla coda forcuta
> non avevano pensieri di tali cose, né della morte. erano creature gioiose e
> pure di spirito, estranee alle angosce umane”.
È un libro in cui l’uomo è un estraneo.
Una delle grandi scene del romanzo, che descrive la lotta all’ultimo sangue tra
Tarka e Deadlock, il segugio, “con la testa nera segnata da antiche lotte”,
vale, da sola, Il richiamo della foresta di London e I cani rossi, il più bello
e il più crudo dei racconti “della giungla” di Kipling.
Come Tarka la lontra, il capolavoro di Henry Williamson – degno di stare tra i
grandi libri del secolo –, fu tempestivamente tradotto dalla Fratelli Treves nel
1930. Nel 1969, in nuova traduzione – di Fiore Genovese –, entrò ne ‘I delfini
d’acciaio’ Bompiani. Io l’ho letto nella riedizione Bompiani del 1981: era nella
biblioteca di mio figlio; ne dicevano di un libro “per ragazzi”, oggi dovrebbero
impilarvi intorno delle tesi di dottorato. In realtà, è un libro per la vita,
per impratichirsi con il mondo autentico; insegna, per altro, l’arte
dell’osservazione e della dedizione: a riconoscere nel rio sotto casa
un’Amazzonia, nella piccola cincia sul balcone una creatura divina. Ogni singolo
angolo di questo pianeta è pieno di creature che attendono il nostro sguardo – e
imparare a ridire i perduti nomi.
Va detto che dopo Tarka la vita di Henry Williamson fu in caduta libera. Si
invaghì di Hitler, “il solo vero pacifista in Europa”; nel 1935 cercò di
organizzare un incontro tra Führer e il suo amico T.E. Lawrence, non poteva
credere che inglesi e tedeschi arrivassero alle armi. Non si ricredette mai del
tutto. Per un po’, fece parte del British Union of Fascists di Oswald Mosley,
avendo sempre in spregio le macchinose strategia della politica. Nel ’36 si
ritirò in una fattoria, nel Norfolk, con l’idea di fare il contadino. Divorziò
dalla prima moglie, Letizia, dieci anni dopo; si risposò con Christine, una
giovane insegnante; non durò neppure quel legame: Henry aveva una passione per
le jeunes filles.
I suoi estremismi lo marchiarono a fuoco; pur estremamente noto, Henry
Williamson rimase un paria delle patrie lettere. Ciò non gli impedì di ideare
una delle più folli imprese letterarie del secolo: il ciclo semiautobiografico
“A Chronicle of Ancient Sunlight”, costituito da quindici romanzi pubblicati tra
il 1951 e il 1969, per un totale di oltre seimila pagine. La tortuosa storia di
Philip Maddison, alter ego dell’autore, doveva essere “il mio Guerra e pace”; fu
un fenomenale fallimento. Williamson morì poco prima di ferragosto, nel 1977,
svanito nella demenza senile; lo seppellirono nei luoghi amati, dove aveva
scritto Tarka.
In Italia uscirono altri suoi libri – Il falco d’oro e Salar il salmone – che
non eguagliarono il successo di Tarka la lontra, per altro uscita da tempo dal
paddock dei grandi editori: la pubblica, da un po’, Franco Muzzio Editore. È
forse un libro troppo difficile, toppo ispirato, troppo troppo per l’epoca delle
passioni controllate, della natura da cartolina, a scopo turistico.
In un quadro di Charles Tunnicliffe, efficace pittore inglese, Henry Williamson
è ritratto, quarantenne, con un falco al polso, accerchiato da nuvole
pachiderma. Lo sguardo, al contempo duro e mistico, incute un po’ di timore.
*In copertina: un’opera di Charles Tunnicliffe, amico di Henry Williamson e
illustratore di “Tarka la lontra”
L'articolo “Tarka la lontra”, il feroce capolavoro di Henry Williamson proviene
da Pangea.
Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha
realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è
decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il
poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo
di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di
cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora
Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel
giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il
suo diario il “4 aprile 1984”:
> “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava
> fin nelle viscere”.
Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo
riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione;
rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo.
Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella
fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi –
dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico,
utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un
diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno,
prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive
con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri
coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il
linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella
ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni
sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri
semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più –
sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera
disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare,
addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un
burattino.
Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si
sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme
a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la
moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si
contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il
romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico,
sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie
opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel
1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42
e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il
‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per
bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e
del Dottor Zivago.
Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime
– obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza
elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con
estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo
dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui –
gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino
quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell
Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito
del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico,
uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel
pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti,
ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a
precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno
troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano
scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e
ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la
creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell,
più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare
all’uomo in un’era dai tratti disumani.
Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti,
lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro
della Storia?
Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle
lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio
William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di
pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che
vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di
rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel
duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine
di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la
sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per
sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La
fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e
comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di
posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di
un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.
Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo?
Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e
polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che
nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e
penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse
scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel
dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro
che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite
del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre
coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli
eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica
che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si
dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.
Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere,
anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il
linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i
‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In
qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’?
Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di
controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i
significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a
rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa
meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si
annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e
per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un
poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa
esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma
pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con
pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel
romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati
al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo:
solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da
chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.
In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?
Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito
un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua
la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo
scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e
fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una
scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono
eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e
la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle
proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi
dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che
«l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate –
intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di
meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece
sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle
class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e
buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico,
cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie
nulla al suo fascino.
Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore?
Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il
suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere
innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro
consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una
certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità,
giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere
chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune,
l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo
perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori
orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa –
in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo
dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel
tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di
dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a
mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un
insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui,
complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette
che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità
internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e,
come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che
tirano i fili.
Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più
inconsueto, spiazzante.
Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al
romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e
della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo
scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario”
sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si
risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa
intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.
A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i
giorni in Birmania o quelli a Parigi?
Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile
quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene
infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un
periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la
polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone,
sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture
del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano,
appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una
scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a
Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la
causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi.
L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso
quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi
capolavori.
Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci
che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un
fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie,
Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.
Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben
documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne
cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è
stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza
macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio
ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la
cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di
Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo
della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.
Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia
orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.
Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto
mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora
come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che
spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa
all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un
suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni
di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla
edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava
dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà
di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la
famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida
gettato in faccia alla modernità alienante.
Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi
sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo
soltanto Burgess, a tratti).
Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia
meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro
cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello
orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985,
esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche
nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista
letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono
efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano”
è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere
colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata
mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il
racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura
in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di
semischiavitù.
Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia?
Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non
tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole
manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello
spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato
da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase
«nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»,
che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei
suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di
riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.
L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e
frainteso) di sempre proviene da Pangea.
In una delle pochissime foto che lo ritraggono, Sidney Keyes sembra una
combinazione tra un boxeur e un attore hollywoodiano alle prime armi – una
faccia da yankee, una di quelle che avrebbero popolato Coney Island in un
pomeriggio festivo degli anni Trenta. Il labbro inferiore, prominente, denota
una rapinosa fame di vita; la camicia, leggermente aperta sulla peluria del
petto, gli restituisce l’arrogante sfrontatezza della sua età.
Sidney Keyes, inglese, nasce nel 1922 in una cittadina del Kent. La scomparsa
precoce della madre e l’assenza della figura paterna sviluppano nel ragazzo uno
spiccato senso di solitudine e isolamento. La campagna del Kent e il suo
immaginario folklorico – fate, ninfe, alberi possenti e corsi d’acqua mormoranti
– sollecitano in Keyes una sensibilità romantica verso la natura, dove sempre si
aggira lo spettro della morte. Costretto da una salute cagionevole a un
domicilio coatto nella vasta casa di campagna, Keyes scopre le vaste contrade
della sua immaginazione, nutrita al tempo stesso di rustica ingenuità e antica
saggezza. Coltiva dentro di sé un’ardente mitologia personale fatta di animali,
nebbiose brughiere e cavalieri di nobile stirpe.
Il battesimo poetico, straordinariamente precoce, avviene a sedici anni
con Elegy, scritta in occasione della morte del nonno paterno, uomo di grande
carisma che si era occupato dell’educazione del nipote. Quando Keyes entra come
studente di storia a Oxford, ha già scritto almeno ottanta poesie e alcuni
componimenti teatrali. Si lega d’amicizia con Heath-Stubbs e Drummond Allison,
rileva dalla meteora poetica Keith Douglas la direzione della rivista
universitaria “Cherweell” e cura l’antologia di versi Eight Oxford Poets.
Nell’introduzione all’opera, Keyes esprime scarso entusiasmo nei confronti dei
contemporanei e della scuola audeniana. I suoi modelli sono altrove: su tutti,
svetta come un faro Rilke, poi Wordsworth e Goethe. Del grande poeta praghese
propone una suggestiva traduzione di Der Dichter. Un vago e ancestrale senso di
colpa, unito ad un interesse quasi morboso per il tema del dolore e della morte,
sembrano indicare a Keyes la direzione del suo dettato poetico. Lo attraggono le
inquiete parabole dei visionari: coloro che hanno avvertito, nello spirito ancor
prima che nell’espressione artistica, la tensione verso un altrove misterioso e
potente.
*
L’amore e la guerra irrompono insieme nella vita appartata di Keyes. Il giovane
è cresciuto, ama frequentare pub e cinematografi. I lineamenti sono più
spigolosi, i capelli si sono scuriti, le dimensioni del naso hanno tolto grazia
all’ovale del viso. Resta il colore nocciola degli occhi, sempre alla ricerca di
misteriose lontananze. Nel 1942 Keyes inizia l’addestramento militare
nell’Irlanda del Nord. In quello stesso periodo esce la sua prima raccolta
poetica, The Iron Laurel. In guerra, le testimonianze lo descrivono come avverso
alle gerarchie e intollerante alla disciplina. Le sue mani non sono fatte per
impugnare un fucile. Keyes continua a scrivere lettere, pagine di diario,
poesie. A questi mesi risalgono alcune delle opere più significative.
Nel 1943 la sua compagnia si sposta in Algeria. Quando viene ucciso in azione
vicino a Sidi Abdullah, il 20 aprile, non ha ancora compiuto ventun anni. Il
luogo della sua sepoltura è incerto.In fin dei conti, ha davvero bisogno di una
tomba la salma di un poeta? La poesia trafigge le spoglie mortali – ne escono
versi che piovono dal cielo come piccole scie di meteoriti.
*
In guerra, come in amore, ogni secondo vale come l’ultimo. Ci si aggrappa a ogni
attimo come se si sostasse sulla vetta di una montagna. In guerra, come in
amore, si resta soli, restando a contemplare il cielo notturno delle proprie
emozioni. Di tanto in tanto, lo attraversa un bagliore che rischiara per qualche
secondo le chiome degli alberi e le linee dei campi – il bengala che si leva in
cielo altro non è che la poesia. All’erta, il poeta è abituato a dimorare nella
guerra, addestrato al corpo a corpo con le parole, la grammatica, la genesi del
senso. La guerra pone il poeta nella condizione di perenne assertività verso
tutto ciò che lo circonda. Nel taccuino del poeta-soldato, tenuto accanto alla
piastrina, trovano spazio albe e diluvi di fuoco, pietre e volti bruniti dal
sole, stelle e corpi crivellati. Il soldato va alla guerra esibendo la
sfrontatezza di chi si illude immortale. Il poeta vi porta i suoi libri del
cuore. Ai versi affida la sua speranza d’invulnerabilità. Quando i barellieri
recuperano il corpo senza vita di Wilfred Owen, riverso in un canale paludoso
dell’Oise, gli trovano addosso un quaderno di poesie, i Collected Poems di John
Keats e la Bibbia.
In Sidney Keyes, come quando si legge l’Endymion di Keats, senti la promessa del
genio un attimo prima che si manifesti nella sua evidenza. In lui, diamanti di
poesia s’alternano a versi di un’ispirazione ancora incantevolmente acerba.
Senti l’adolescenza del giovane, cresciuto e fortificato nell’altare della
solitudine, intravedi il fiorire di una sensibilità lunare incline a una
rarefatta e sognante malinconia.
C’è qualcosa di affascinante e conturbante nell’immagine del poeta-soldato.
Forse, l’ossimoro stesso racchiuso nella figura del poeta – dall’indole
contemplativa – al quale si impone di confrontarsi con la furia sanguinosa della
storia. Sidney Keyes entra nella vita nel momento stesso in cui essa viene messa
a repentaglio, infine annientata. Resta la poesia e, dentro la poesia, l’amore.
Forse, come nella chiusa di una delle sue più celebri composizioni, Keyes ha
davvero visto i giardini e i palazzi di giada, i cortili e le porte scolpite. Ha
incontrato davvero la sua amata, né orgogliosa né riluttante. Poi, la sabbia del
deserto gli ha serrato gli occhi e la bocca.
Lorenzo Giacinto
***
Consigli per un viaggio
Borbotta il tamburo di guerra, presto dobbiamo partire
in cerca del paese dove sembra che la gioia
sbocci come un fiore tra le rocce, per conquistare
la favolosa montagna dorata della nostra pace.
Amici miei, privi di arte e bussola,
siamo troppo giovani per fare gli esploratori,
né abbiamo la ferrea certezza che guidava
i nostri padri verso il Nord del proprio compimento.
Dunque non prendete provviste, dimenticate le vostre case,
resti solo la cieca e ostinata speranza di seguire
questa landa desolata. I pensosi seminano le loro ossa
nei ventosi affamati campi dello sconforto.
Non guardate mai indietro, né troppo oltre
il bianco Everest del vostro desiderio;
la pietraia frana sotto i piedi, mai raggiungerete
le esili vette dove transitano solo le nuvole.
Altri sono giunti prima di voi. Gli immortali
vivono come riflessi e i loro volti gelati
vi daranno il coraggio di ignorare il sottile
sogghigno della genziana e del sasso consunto dal gelo.
Le trombe piangono la morte, sibilano venti affilati.
Affrontate la roccia; andate, uscite
nelle guaste terre di battaglia, verso le nebbiose mura
del futuro. Amici miei, liberatevi dalle paure.
Andate avanti, amici miei, il corvo non sarà cattivo segno;
spezzate la rabbia delle nuvole con i vostri immutati volti.
Forse, troverete il sogno oltre la collina –
mai la terra di Canaan, né nessuna montagna dorata.
*
Il giardiniere
Se tu venissi in un giorno
come questo, tra le linee rosa e gialle
dei tulipani pappagallo, io sarei il tuo amante.
I miei stivali brillano mentre battono sulla ghiaia sciocca.
Oh vieni, questo è il tuo giorno.
Se tu posassi la tua mano, foglia venata,
sulla mia mano squadrata, io accarezzerei
la sua forma, e questo mi basterebbe.
Osservo gli afidi che lavorano sulla rosa.
Il tempo mi scivola tra le dita come una foglia.
Somigli forse agli angeli silenziosi e dagli occhi chiari
che seguono i bambini? Il tuo viso è un fiore?
Gli amanti e i mendicanti lasciano il parco –
e ancora tu non vieni. I cancelli stanno chiudendo.
Oh, è terribile sognare gli angeli.
*
Il lamento di Didone per Enea
Lui non ha mai amato il furore del sole
né i mari limpidi.
È venuto con armi da eroe e occhi da torello,
temendo nulla se non i suoi dèi petulanti.
Non ha mai amato le spiagge dal suono cavo
né ha riposato con agio in letti scolpiti.
Il fumo soffia sopra i flutti, l’alta pira attende.
La sua mente era un muro vuoto che rimandava echi,
non certo così sottile come le fiamme avvolgenti.
Non ha mai amato i miei occhi selvatici né i colombi
che abitavano le mie porte.
*
Il poeta (Una rilettura di Der Dichter di Rilke)
Il tempo mi scivola via: i colpi d’ala dell’ora
mi feriscono e allontanano la mia pace.
Solo io. Eppure quale strana potenza
abita tutta la mia vita, la mia notte, il mio giorno?
Senza casa e senza amata vivo
in nessun luogo sicuro, privo di ogni centro:
mi dono interamente, e in questo abbandono
io possiedo il mondo.
*
Poeta di guerra
Sono l’uomo che cercava la pace e ha trovato
i propri occhi irti di spine.
Sono l’uomo che brancolava tra le parole e ha trovato
una freccia nella mano.
Sono il costruttore le cui solide mura circondano
una terra che scivola via.
Quando mi ammalo o impazzisco
non deridetemi né incatenatemi:
quando protendo le mani verso il vento
non gettatemi a terra:
anche se il mio volto è un libro bruciato
e una città devastata.
*
Sonetto per Lady Elizabeth Hastings
Non avrei mai pensato, mia cara,
che ci avresti lasciati per quella terra di cui tanto si parla:
tu che vivevi sempre in mezzo alle favole
e sorridevi alla morte come a uno scherzo mal riuscito.
Deve essere più difficile – molto più difficile –
per un’ombra istruita, in quel regno senza lettere:
prego che i morti cinguettanti volteggino innocui,
salvandoti dall’umido contagio della tristezza.
È duro per me, tuo devoto allievo,
non poter più confrontare splendore vivente
con il tuo volto ormai avvolto nel sudario:
non credevo che i miei occhi dovessero attendere tanto
per ritrovarti nel luogo del ballo.
Ma tu scuoterai anche il purgatorio, mostrando ai morti
l’espressione della tua grazia ribelle.
Traduzione di Lorenzo Giacinto
*In copertina: il fronte africano della Seconda guerra, truppe “alleate” in
azione contro reparti tedeschi; 27 novembre 1942
L'articolo “Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes proviene
da Pangea.
Un sapere oscuro, «un sapere dalle tenebre» che si travasa in levità, una
segreta rispondenza degli elementi in metamorfosi accanita, la loro caducità
o transience, un senso del tempo che prevede l’estensione dell’istante e lo
squadernarsi di una dimensione del Bello che aspira a una metafisica
sensuosa: sono i tratti di più immediata, e calda, adesione al poeta inglese
delle grandi altezze e dal destino fulmineo, quale fu Rupert Brooke, giovane
meraviglioso capace di creare «una mescolanza singolare di canto delle sfere e
fango, bianche ali d’angelo e pesantezza terrestre», stimato dai fertili ingegni
dell’epoca, da Henry James al miglior fabbro Pound, e che a Grantchester,
villaggio poco fuori Cambridge che ha ospitato anche Chaucer e Byron, Milton e
Coleridge, riuniva una comunità di spiriti eletti tra «picnic e tè al cottage
sul fiume, dotte letture sul prato e spericolate nuotate nudi nel fiume in
omaggio agli antichi greci, secondo gli insegnamenti di Jane Harrison».
Brooke compose i suoi versi in una manciata d’anni in cui riuscì anche a
viaggiare tra gli Stati Uniti e il Canada, e poi verso Waikiki, dove
«un ukulele freme e piange/ E pugnala di dolore la buia ferocia della notte», le
Samoa, le Figi, la Nuova Zelanda, Tahiti alla ricerca di Gauguin.
Poi tornò, perché «stanco dell’immensità».
Vide pubblicati solo i Poems 1911, con una cinquantina di poesie. Il resto uscì
postumo grazie a Edward Marsh. In guerra, il giovane contrasse un’infezione
degenerata in setticemia. Morì nei pressi dei Dardanelli, nel 1915, e venne
sepolto a Sciro.
Circa un mese prima della morte, una delle sue poesie più celebri fu citata dal
«Times Literary Supplement» e letta dal diacono della Cattedrale di St. Paul, la
domenica di Pasqua: era Il soldato, straziante e limpida. La sua fama crebbe
fino alle stelle.
Scrittrice e appassionata ritrattista di autori e poeti anglosassoni, tra cui
Byron e Virginia Woolf, Paola Tonussi si è a lungo occupata anche di Rupert
Brooke, a partire dal volume antologico dedicato ai War Poets, tra i quali
l’«angelo dallo sguardo di cristallo e il fisico di un dio greco» si è
guadagnato un posto di spicco per i pochi versi che l’hanno accreditato nel
pantheon dei giovani immortali (senza però che venissero acclarate la densità e
la preziosa trama del suo poetare) e tratteggiando un dettagliato e partecipe
profilo biografico in Lo splendore delle ombre (entrambi per le Edizioni Ares).
Ora, Tonussi licenzia tutte le Poesie (InternoPoesia, 2025) attingendo a una
parola rotonda e alla grazia, sì, la grazia di una lingua che canta e riesce a
star dietro a quell’«intollerabile splendore d’ali», alle «ore d’oro». Tonussi
si appaia all’inglese, ne imita le cadenze e diventa angelo femmina compagno
dell’Arcangelo, come il postfatore, l’ispirato Silvio Raffo chiama il cherubino
biondo dalla fama fulgente e dalle ore brevi, il ragazzo che ha trascritto il
suo sentire vasto in ascolto di tutto ciò che vibra e vive, riuscendo a mostrare
i conturbanti paesaggi notturni dove dimora la brama vigorosa che ci restituisce
amanti in perenne attività desiderante, in «una notte inconfessabile» dove «Dio
dorme» e «le nere distese inquiete del mare» chiamano o le oscurità si muovono
profumate e tremanti. La tela poetica di Brooke è un incanto, respira sempre
come fosse in vetta, non si abbassa, non è mai cupa, semmai viene solo
dolcemente increspata da un presentimento che agita le profondità.
“La sua poesia ci appare senza tempo, fuori da ogni tempo” scrive Tonussi.
Ha ragione. Brooke ha l’eleganza classica, quella limpidezza tesa ad arte capace
di aprirsi a qualunque lettore. Conserva il respiro della gioventù, e quindi
dell’ideale, lo intesse all’anelito eternizzato, aere perennius, verso quanto
trascende la caducità umana. Il sole non si spegne mai sulle sue terre perché
cresce sempre in una «bianca e prodigiosa alba», dove l’oro poi deborda tra
foschia e splendori, o in un’alba che «si risveglia rosso sangue», oppure si
inabissa oltre il giorno, amaro, con i pini che si stagliano «contro il cielo
chiaro del nord/ Stupendi e immoti, con le nere/ Teste affilate contro la quiete
di quel cielo», in un momento in cui non si desidera più morire.
«Strano connubio è questo, tra una sorta di Gozzano d’Albione e i cruenti e
violenti elisabettiani, accostati alla grazia metafisica di Marvell e al
grandioso blanck verse di Marlowe» riprende Tonussi, senza dimenticare John
Donne, altro poeta cardine del suo universo lirico. Ecco allora che l’amore
respira innalzando anche chi assiste all’ascensione di due anime ricongiunte
dopo la morte, «la dirompente estasi» del loro fuoco: «E i deboli cuori privi di
passione bruceranno// Avvizzendo in quel grandioso bagliore,/ Finché l’oscurità
sbarrerà il cielo;/ E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –/ Per un secondo,
cosa significa amare» scrive Brooke in Dust. In quest’ultima poesia, anticipa i
temi dell’altro componimento riguardante il cielo, Clouds, in cui le nuvole si
fanno «evanescenti ancelle dei nostri cari trapassati», dice Raffo. In
postfazione, l’anglista si sofferma sui due poli evidenti dell’opera poetica di
Brooke, l’acqua e l’aria, prendendo a testimonianza The fish e Clouds, appunto.
Rupert Brooke ritratto da Sherill Schell, aprile 1913
Si potrebbe dire, poi, che i due elementi si sfiorano toccando terra
in Dining-Room Tea, dove la scena si anima con le persone amate – tu, tu e tu –
nel fremito della luce che mima quello delle cose destinate a svanire, mentre in
aria si lancia «la danza degli istanti», almeno finché al poeta, imperioso, non
si palesa «l’attimo immortale». Ed è l’apnea, ogni cosa si sospende. Solo una
pausa perché poi tutto rifluisce, il Tempo torna a strisciare e il mutamento si
richiude sul giovane, come sonno. «Non hai mai saputo che mi ero spinto/ Lontano
mille miglia, e vi ero rimasto/ Un milione di anni» dice Brooke all’amata,
chiusa nel paradiso della sua inconsapevolezza. Un bagliore appena, la coscienza
che rischiara i dirupi del sonno dove si compiono «cupe estasi», come in Fish,
quelle d’amore, e «Traslucidi tremolii illuminano/ Trasparenza di tenebre alla
deriva»: il «sapere delle tenebre», appunto, che si svoltola dagli amplessi, in
notti impenetrabili dove «sola delizia è il ritmo» e «la musica è/ Lo stupendo
pulsare del sangue». Una folgorazione, per Brooke, grazie alla quale gli abissi
dell’amore e della conoscenza si fanno carne in una stanza, quella
di Dining-Room Tea, sfiorata dal «balbettio di luci ineffabili», tra risa e
scherzi, oltre la morte che insegue gli amanti così che i Morti possano non più
morire, ma restare in cielo, come le nuvole, Clouds, nel petto dei loro cari a
guardare da lassù «gli uomini, che vanno e vengono sulla terra», simili alle
foglie omeriche.
Quanti echi antichi e futuri, di voci poetiche passate e di altre a venire, si
ritrovano tra questi versi cesellati e belli. Su tutti quelli di un Amore
custodito tra le pieghe della Poesia, che eternizza anche ciò che svampa: né il
marmo né gli aurei monumenti dei principi, secondo Shakespeare, sopravvivranno
alle sue rime, ma l’amato sì, «più luminoso/ che in sudicia pietra insozzata dal
tempo».
Rossella Pretto
**
È nata la Italian Rupert Brooke Society, una società regolarmente registrata con
il logo presso la Camera di Commercio di Verona, dedita a indagare la figura del
poeta inglese – travisata nella sua essenza per i sonetti che gli hanno dato la
fama ma che non lo rappresentano appieno – e la sua contemporaneità, consentendo
altresì di approfondire i colleghi poeti, i musicisti, il gruppo di Bloomsbury,
ma anche i decadenti suoi maestri, il fenomeno dell’antologia Georgian Poetry e
i War Poets. Così «We few we happy few, we band of brothers» – noi pochi, noi
pochi e felici, noi compagnia di fratelli – abbiamo deciso di riunirci e far
convergere i nostri studi e le nostre ricerche verso un centro comune, e abbiamo
fondato questa Society, una specie di micro monastero medieval-moderno sotto
l’egida di Rupert Brooke, che ha messo in atto varie collaborazioni e dialoghi
con altri enti (la Società Letteraria di Verona, il gruppo finanziario
Protection & Growth, l’Archivio Tommasoli, e altre società che si occupano di
autori britannici).
I soci fondatori contano: Paola Tonussi (presidente e ideatrice della Society,
anglista e traduttrice che ha approntato la prima biografia italiana di Rupert
Brooke: Lo splendore delle ombre e la traduzione delle Poesie); Silvio Raffo
(vice-presidente, traduttore di Emily Dickinson e altre poetesse americane),
Mario Martino (professore di Letteratura inglese presso la Sapienza, i cui
interessi di ricerca si concentrano sulla lirica elisabettiana e la letteratura
di Otto-Novecento), Rossella Pretto (traduttrice e scrittrice che sta curando
l’opera di Alice Oswald in Italia), Nicola Guerini (direttore d’orchestra,
presidente del Festival internazionale Maria Callas), Cristina De Piante
(illuminata editrice di progetti innovativi che si impegna a riportare in vita
testi dimenticati o particolari), Pierluigi Piscopo (giovanissimo studioso di
Brooke, il primo a laurearsi con una tesi su Rupert Brooke in Italia).
***
Dust
When the white flame in us is gone,
And we that lost the world’s delight
Stiffen in darkness, left alone
To crumble in our separate night;
When your swift hair is quiet in death,
And through the lips corruption thrust
Has stilled the labour of my breath –
When we are dust, when we are dust! –
Not dead, not undesirous yet,
Still sentient, still unsatisfied,
We’ll ride the air, and shine, and flit,
Around the places where we died,
And dance as dust before the sun,
And light of foot, and unconfined,
Hurry from road to road, and run
About the errands of the wind.
And every mote, on earth or air,
Will speed and gleam, down later days,
And like a secret pilgrim fare
By eager and invisible ways,
Nor ever rest, nor ever lie,
Till, beyond thinking, out of view,
One mote of all the dust that’s I
Shall meet one atom that was you.
Then in some garden hushed from wind,
Warm in a sunset’s afterglow,
The lovers in the flowers will find
A sweet and strange unquiet grow
Upon the peace; and, past desiring,
So high a beauty in the air,
And such a light, and such a quiring,
And such a radiant ecstasy there,
They’ll know not if it’s fire, or dew,
Or out of earth, or in the height,
Singing, or flame, or scent, or hue,
Or two that pass, in light, to light,
Out of the garden, higher, higher…
But in that instant they shall learn
The shattering ecstasy of our fire,
And the weak passionless hearts will burn
And faint in that amazing glow,
Until the darkness close above;
And they will know – poor fools, they’ll know! –
One moment, what it is to love.
December 1909 – March 1910
Polvere
Quando in noi la fiamma chiara sarà scomparsa,
E la gioia del mondo perduta
C’irrigidiremo al buio, lasciati
A sgretolarci separati, ciascuno nella propria notte;
Quando i tuoi mobili capelli si fermeranno nella morte,
E sospinto tra le labbra il disfacimento
Avrà bloccato lo sforzo del mio respiro –
Quando saremo polvere, quando saremo polvere! –
Non morti, non ancora privi di desideri
Eppure senzienti, ancora insoddisfatti,
Cavalcheremo l’aria, brilleremo volteggiando
Presso i luoghi in cui siamo morti,
E danzeremo come polvere davanti al sole,
Con lievi piedi e senza confini,
Andremo svelti di strada in strada, di corsa
Per gli incarichi del vento.
E ogni granello di polvere, per terra o nell’aria,
Andrà veloce e lucente, in giorni a venire,
E come pellegrino straniero viaggerà
Per sollecite e invisibili vie,
Non riposerà o dormirà
Finché, oltre il pensiero, oltre la vista,
Un granello della polvere che sarò io
Incontrerà un atomo che sei stata tu.
Allora in un giardino riparato dal vento,
Nel tepore dei bagliori ultimi al tramonto,
Coloro che si amano tra i fiori sentiranno,
Dolce e strana inquietudine, crescere
La pace; e, lasciato ogni desiderio,
Tanta bellezza nell’aria,
E tanta luce e tanti canti,
E quella radiosa estasi,
Non sapranno se sarà fuoco o rugiada,
Proveniente dalla terra o dal cielo,
Se canto o fiamma, profumo o colore,
O due che passano, nella luce, alla luce,
Superato il giardino, sempre più in alto, in alto…
Ma in quell’istante conosceranno
La dirompente estasi del nostro fuoco,
E i deboli cuori privi di passione bruceranno
Avvizzendo in quel grandioso bagliore,
Finché l’oscurità sbarrerà il cielo;
E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –
Per un secondo, cosa significa amare.
Dicembre 1909 – marzo 1910
***
The Fish
In a cool curving world he lies
And ripples with dark ecstasies.
The kind luxurious lapse and steal
Shapes all his universe to feel
And know and be; the clinging stream
Closes his memory, glooms his dream,
Who lips the roots o’ the shore, and glides
Superb on unreturning tides.
Those silent waters weave for him
A fluctuant mutable world and dim,
Where wavering masses bulge and gape
Mysterious, and shape to shape
Dies momently through whorl and hollow,
And form and line and solid follow
Solid and line and form to dream
Fantastic down the eternal stream;
An obscure world, a shifting world,
Bulbous, or pulled to thin, or curled,
Or serpentine, or driving arrows,
Or serene slidings, or March narrows.
There slipping wave and shore are one,
And weed and mud. No ray of sun,
But glow to glow fades down the deep
(As dream to unknown dream in sleep);
Shaken translucency illumes
The hyaline of drifting glooms;
The strange soft-handed depth subdues
Drowned colour there, but black to hues,
As death to living, decomposes –
Red darkness of the heart of roses,
Blue brilliant from dead starless skies,
And gold that lies behind the eyes,
The unknown unnameable sightless white
That is the essential flame of night,
Lustreless purple, hooded green,
The myriad hues that lie between
Darkness and darkness!…
And all’s one.
Gentle, embracing, quiet, dun,
The world he rests in, world he knows,
Perpetual curving. Only – grows
An eddy in that ordered falling,
A knowledge from the gloom, a calling
Weed in the wave, gleam in the mud –
The dark fire leaps along his blood;
Dateless and deathless, blind and still,
The intricate impulse works its will;
His woven world drops back; and he,
Sans providence, sans memory,
Unconscious and directly driven,
Fades to some dank sufficient heaven.
O world of lips, O world of laughter,
Where hope is fleet and thought flies after,
Of lights in the clear night, of cries
That drift along the wave and rise
Thin to the glittering stars above,
You know the hands, the eyes of love!
The strife of limbs, the sightless clinging,
The infinite distance, and the singing
Blown by the wind, a flame of sound,
The gleam, the flowers, and vast around
The horizon, and the heights above –
You know the sigh, the song of love!
But there the night is close, and there
Darkness is cold and strange and bare;
And the secret deeps are whisperless;
And rhythm is all deliciousness;
And joy is in the throbbing tide,
Whose intricate fingers beat and glide
In felt bewildering harmonies
Of trembling touch; and music is
The exquisite knocking of the blood.
Space is no more, under the mud;
His bliss is older than the sun.
Silent and straight the waters run.
The lights, the cries, the willows dim,
And the dark tide are one with him.
Munich, March 1911
Il pesce
Vive in un freddo mondo curvo
E ondula per cupe estasi.
Dolce e lussuoso un furtivo abbandono
Modella l’intero universo che sente,
Conosce e che per lui esiste; la corrente limitata
Gli chiude il ricordo, gli abbuia il sogno
Che lambisce le radici del lido e scivola
Fiero per maree senza ritorno.
Quelle acque silenziose compongono per lui
Un mutevole mondo che fluttua e s’appanna,
Dove masse ondeggianti si gonfiano attonite e
Misteriose, e una forma dietro l’altra
Muore in un attimo in spirali e avvallamenti,
E forma e linea e solido inseguono
Solido e linea e forma per sogni
Irreali lungo il flusso eterno;
Mondo oscuro, mondo mutevole,
Tondo, o teso sottile, increspato,
Serpeggiante o simile a irradiare di frecce,
A sereni passaggi o a strettoie marzoline.
Là onda sfuggente e lido si confondono,
E così alghe e fango. Non raggio di sole,
Ma bagliore dopo bagliore svanisce nel profondo
(Come sogno in sogno ignoto nel sonno);
Traslucidi tremolii illuminano
Trasparenza di tenebre alla deriva;
La strana morbida profondità vi assoggetta
Il colore affogato, ma il nero in vari toni,
Come la morte in vita, si scompone –
Rosso cupo al cuore delle rose,
Blu brillante di morti cieli senza stelle,
E oro che brilla dietro le palpebre,
L’ignoto innominabile e cieco biancore
Che è la fiamma prima della notte,
Porpora opaca, verde incappucciato.
La miriade di toni tra
Buio e buio!…
E tutto è un’unica cosa.
Delicato, avvolgente, calmo, grigio,
Il mondo in cui riposa, il mondo che conosce,
Eternamente curvo. Solo – si solleva
Un vortice in quell’ordinata cascata,
Un sapere dalle tenebre, un’alga
Che chiama nell’onda, scintillio nel fango –
Il buio fuoco gli scorre nel sangue;
Eterno e immortale, cieco e immoto,
L’intricato impulso compie la propria volontà;
Il suo avviluppato mondo retrocede; e lui,
Senza provvidenza o memoria,
Inconsapevole e dall’istinto mosso,
Svanisce in qualche umido paradiso.
O mondo delle labbra, O mondo del sorriso,
Dove svelta è la speranza e il pensiero la rincorre,
O luci nella notte chiara, o pianti
Che alla deriva spingono le onde e tenui
Si levano alle stelle che luccicano in alto,
Voi conoscete le mani, gli occhi dell’amore!
La lotta delle membra, l’abbraccio cieco,
La distanza infinita, e il canto
Nel soffio del vento, una fiammata di suono,
Il fulgore, i fiori, e la vastità vicina
All’orizzonte, e le altezze sovrastanti –
Voi conoscete la vista, il canto dell’amore!
Ma là la notte è impenetrabile, e
L’oscurità è fredda, strana e spoglia;
Senza mormorii gli abissi segreti;
E sola delizia è il ritmo;
E vi è gioia nel sussulto della corrente,
Le cui dita intrecciate battono e scivolano
Nello sconcerto di armonie udite e
Appena sfiorate; la musica è
Lo stupendo pulsare del sangue,
Lo spazio non esiste più, sotto il fango;
La sua felicità è più antica del sole.
Silenziose e piane scorrono le acque.
Le luci, le grida, le alghe scure
E la corrente cupa sono tutt’uno con lui.
Monaco, marzo 1911
Dining-Room Tea
When you were there, and you, and you,
Happiness crowned the night; I too,
Laughing and looking, one of all,
I watched the quivering lamplight fall
On plate and flowers and pouring tea
And cup and cloth; and they and we
Flung all the dancing moments by
With jest and glitter. Lip and eye
Flashed on the glory, shone and cried,
Improvident, unmemoried;
And fitfully and like a flame
The light of laughter went and came.
Proud in their careless transience moved
The changing faces that I loved.
Till suddenly, and other whence,
I looked upon your innocence.
For lifted clear and still and strange
From the dark woven flow of change
Under a vast and starless sky
I saw the immortal moment lie.
One instant I, an instant, knew
As God knows all. And it and you
I, above Time, oh, blind! could see
In witless immortality.
I saw the marble cup; the tea,
Hung on the air, an amber stream;
I saw the fire’s unglittering gleam,
The painted flame, the frozen smoke.
No more the flooding lamplight broke
On flying eyes and lips and hair;
But lay, but slept unbroken there,
On stiller flesh, and body breathless,
And lips and laughter stayed and deathless,
And words on which no silence grew.
Light was more alive than you.
For suddenly, and otherwhence,
I looked on your magnificence.
I saw the stillness and the light,
And you, august, immortal, white,
Holy and strange; and every glint
Posture and jest and thought and tint
Freed from the mask of transiency,
Triumphant in eternity,
Immote, immortal.
Dazed at length
Human eyes grew, mortal strength
Wearied; and Time began to creep.
Change closed about me like a sleep.
Light glinted on the eyes I loved.
The cup was filled. The bodies moved.
The drifting petal came to ground.
The laughter chimed its perfect round.
The broken syllable was ended.
And I, so certain and so friended,
How could I cloud, or how distress,
The heaven of your unconsciousness?
Or shake at Time’s sufficient spell,
Stammering of lights unutterable?
The eternal holiness of you,
The timeless end, you never knew,
The peace that lay, the light that shone.
You never knew that I had gone
A million miles away, and stayed
A million years. The laughter played
Unbroken round me; and the jest
Flashed on. And we that knew the best
Down wonderful hours grew happier yet.
I sang at heart, and talked, and eat,
And lived from laugh to laugh, I too,
When you were there, and you, and you.
Tè in salotto
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu,
La felicità coronava la notte; anch’io,
Che sorridevo e guardavo nel gruppo,
Ho visto la luce della lampada tremare e cadere
Sul piatto, i fiori e il tè versato,
La tazza e la tovaglia; e insieme
Abbiamo lanciato in aria la danza degli istanti
Tra scherzi e luccichii. Nel fulgore
Balenavano labbra brillanti e occhi commossi,
Incuranti, immemori;
E a sprazzi come una fiamma
La luce dei sorrisi andava e veniva.
Fieri nella loro beata caducità si muovevano
I volti fragili che amavo.
Finché all’improvviso, e come altrove,
Ho riflettuto sulla tua innocenza.
E chiaro, immobile e remoto
Alto sul buio e variegato flusso del mutamento,
Sotto il cielo vasto e senza stelle
Ho visto stendermisi davanti l’attimo immortale.
In un istante, un istante reso io stesso, ho saputo
Ogni cosa come Dio. E questo e te
Al di sopra del Tempo, oh, cieco! Ho visto
Da imperturbabile immortalità.
Ho visto la tazza d’alabastro; il tè,
Flusso ambrato, sospeso in aria;
Ho visto il bagliore del fuoco,
La fiamma dipinta, il fumo congelato.
Non più la luce del lampadario cadeva
Su occhi, labbra e capelli che si muovevano;
Ma ferma, lì, dormiva inviolata
Su carne ferma, corpi senza respiro,
E labbra e sorrisi fissi e immutabili,
E parole su cui non sarebbe cresciuto il silenzio.
La luce era più viva di te.
Perché all’improvviso, e come altrove,
Ho guardato la tua meravigliosa bellezza.
Ho visto l’immobilità e la luce,
E te, maestosa, immortale, chiara,
Nella tua sacra lontananza; e ogni bagliore
Aspetto e scherzo, pensiero e tinta
Liberati dalla maschera della fuggevolezza,
Trionfanti nell’eternità,
Immoti, immortali.
Attoniti infine
Si sono fatti gli occhi umani, più debole
La forza mortale; e il Tempo ha ricominciato a strisciare.
Il mutamento si è chiuso su di me come sonno.
La luce brillava di nuovo sugli occhi che amavo.
La tazza era colma. I corpi si muovevano.
Il petalo alla deriva aveva toccato terra.
La risata risuonava nella sua voluta perfetta.
La sillaba spezzata era conclusa.
E, nella sicurezza della mia amicizia,
Come potrei confondere o rattristare
Il paradiso della tua inconsapevolezza?
O agitarmi all’incantesimo del Tempo,
Balbettio di luci ineffabili?
La tua sacra eternità,
La fine senza tempo, che mai hai conosciuto,
E il regno della pace, lo splendore della luce.
Non hai mai saputo che mi ero spinto
Lontano mille miglia, e vi ero rimasto
Un milione di anni. L’eco delle risate
Continuava intorno a me; e lo sfolgorare
Degli scherzi. E noi, che già avevamo il meglio,
In ore meravigliose siamo stati ancora più felici.
Ho cantato di cuore, parlato e mangiato,
E vissuto di sorriso in sorriso, anch’io,
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu.
Clouds
Down the blue night the unending columns press
In noiseless tumult, break and wave and flow,
Now tread the far South, or lift rounds of snow
Up to the white moon’s hidden loveliness.
Some pause in their grave wandering comradeless,
And turn with profound gesture vague and slow,
As who would pray good for the world, but know
Their benediction empty as they bless.
They say that the Dead die not, but remain
Near to the rich heirs of their grief and mirth.
I think they ride the calm mid-heaven, as these,
In wise majestic melancholy train,
And watch the moon, and the still-raging seas,
And men, coming and going on the earth.
The Pacific, October 1913
Nuvole
Nella notte blu le loro schiere infinite premono
In silenzioso tumulto per pause, onde e flutti,
Ora percorrono l’estremo sud, ora alzano cerchi di neve
Fino alla bellezza nascosta della bianca luna.
Alcune si fermano nella loro tomba e vagano senza compagne,
Poi si volgono con gesto profondo, vago e lento,
Come a invocare il bene per questo mondo,
Benedizione che scompare in quello stesso istante.
Dicono che i Morti non muoiano, ma restino
Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria.
Penso cavalchino la calma del cielo, come loro,
In malinconica processione di solennità e saggezza,
E guardino la luna e i mari ancora in tempesta
E gli uomini, che vanno e vengono sulla terra.
Il Pacifico, ottobre 1913
Traduzione di Paola Tonussi
In copertina: Rupert Brooke ritratto da Sherrill Schell, 1913
L'articolo “Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore
del genio proviene da Pangea.
Le metamorfosi sono il libro-zenit della cultura occidentale. Il ‘tono’ di
Ovidio, allo stesso tempo, spalanca la via alla novellistica, alla fiaba – da
Boccaccio a Basile al fantasy odierno – come alla rinascita della sapienza
‘pagana’ – dalla festosa corte medicea orientata da Ficino e da Poliziano a
Robert Graves. Dalla radice ovidiana – egualmente ironica e mistica, un
pullulare di maschere che, in fondo, smaschera la nudità del dio – si dipartono
Giordano Bruno e Lord Byron, Cesare Pavese e Oscar Wilde. Le metamorfosi – che
hanno al contempo la proprietà del libro sacro e del libro dissacrante – sono la
bussola intorno a cui Ezra Pound ha orientato i Cantos (secondo una formula
ripetuta e tritata, la traduzione delle Metamorfosi a cura di Arthur Golding,
edita a metà del Cinquecento, è, a dire di ‘Ez’, The most beautiful book in the
English language) e Norman O. Brown – in opposta marcia politica – ha forgiato
la propria idea di una completa trasmutazione dello spirito (si legga,
almeno, Apocalypse And/or Metamorphosis).
A differenza di altri ‘classici’, differentemente capitali – Eschilo, Lucrezio,
Lucano – Le metamorfosi è un libro che attecchisce, con metamorfica levità, in
ogni tradizione. È un libro-camaleonte, un libro-salamandra che non si studia
per mera curiosità culturale o per tributare un culto alla bellezza – cosa che
accade, per dire, ai “lirici” greci o ai “tragici” – ma perché, leggendolo, ci
pare che squaderni un segreto, che squarci un velo. Che a compiere quest’opera
di svelamento sia, in fondo, un esteta, un giocoliere del linguaggio, un poeta
teso, sempre, tra la burla e il bolide, tra l’inganno e l’intrigo, un poeta
carnale più che un uomo ‘pneumatico’, è uno scherzo della provvidenza.
A dire della sempiterna ‘novità’ di Ovidio – e della necessità di ‘massacrare’
i classici fino al punto supremo di esplosione: nel 1994 i poeti Micheal Hofmann
e James Lasdun curano per Farrar, Straus and Giroux After Ovid: New
Metamorphoses. In sostanza: i due reclamano alcuni tra i poeti più importanti
del tempo a una ‘riscrittura’ dei miti ovidiani. Al libro partecipano, tra i
tanti, Seamus Heaney e Thom Gunn, Charles Simic, Paul Muldoon, Robert Pinsky. Il
più entusiasta è Ted Hughes. Il poeta inglese – eletto Poet Laureate del regno
dieci anni prima – aveva già sperimentato la traduzione lavorando nell’opera di
Seneca e in quella di Eschilo: autori a lui congeniali per potenza simbolica e
scintillio di sangue. Poeti-sapienti – il greco, edotto nei misteri dell’altro
mondo; il latino, esperto nei poteri di questo mondo – incapaci in ornamento
lirico, che sprofondano nei vortici del conoscere, addestramento a spine e a
ululati.
A che Ovidio, dunque? “Me la sono goduta! Una vacanza in una casa di risposo…”,
scrive Hughes a un’amica dicendo del suo tradurre. Preso dall’esercizio –
liberatorio quando non illecito nel verbo –, Ted Hughes continua a lavorare nel
gorgo delle Metamorfosi: nel 1997, per Faber, licenzia Tales from Ovid, una
riscrittura – a volte radicale – dei racconti ovidiani. Insieme a Birthday
Letters, è l’ultimo grande libro di Hughes pubblicato prima della morte,
accaduta nell’ottobre del 1998 – è un libro-lascito, un libro-sepolcro. Messo in
scena dalla Royal Shakespeare Company, Tales from Ovid godette di un isperato
successo, vincendo, tra l’altro, il Whitbread Book of the Year. Nel dicembre del
’97 il “New York Times” pubblica una recensione eloquente fin nel titolo – Sex
and Violence in Latin Hexameter – firmata da James Shapiro, che scrive, tra
l’altro, “l’esito è un raro dono: ispirata traduzione che si impenna in vigorosa
poesia a pieno titolo”.
Secondo Hughes, Ovidio è la grande ‘fonte’ di Chaucer – “che lo saccheggiò
platealmente” – e di Shakespeare, dunque della tradizione lirica inglese. Ma
Ovidio a Hughes non interessa né come artefice né come – fuorviante –
‘enciclopedia’ di miti antichi. Nel quindicesimo libro delle Metamorfosi, Ovidio
dà voce a Pitagora: il maestro vissuto nel V secolo prima di Cristo, spiega la
teoria della metempsicosi, dell’immortalità dell’anima, della trasmutazione di
tutto in tutto. È questa connessione alchemica tra le cose che affascina Hughes,
uno che professava lo sciamanesimo lirico come unica ‘operazione’ degna di
scrittura. Per Hughes la letteratura era, in fondo, un accidente inessenziale:
il poeta è colui che porge parole ‘operanti’, che mutano i fatti, che si voltano
in volpi, lupi, sciacalli e fiumi. Senza questa continua invasione (o:
invasamento), senza, ripeto, l’operazione di contro all’opera – quest’ultima è
statica, libresca, innocua; la prima è viva, perenne, in moto, pericolosa – la
poesia, formula inerte, è inutile.
> “Soprattutto, Ovidio era interessato alla passione. O meglio, alla passione
> che sperimenta il posseduto. Non tanto la passione ordinaria, ma la passione
> umana messa alle strette, estrema – la passione che brucia o levita o si muta
> in un’esperienza soprannaturale… Ciò che affascina Ovidio è la storia di un
> amore disperato, condannato nella più folle forma immaginabile”.
La passione e il posseduto. L’amore apre al sapere: la ferita è il frutto
concesso all’iniziato, stimmate-chiavistello che spalanca i mondi. Hughes
preferiva i fiumi dello Yorkshire ai club letterari di Londra, sapeva cacciare,
praticava l’astrologia con pazienza paradossale – fissava i segreti, guardava
dove non è da guardare.
> “Nonostante una apparente stabilità, l’epoca augustea era in balia
> dell’isteria e della disperazione, si crogiolava, da un lato, negli appetiti e
> nelle sofferenze infinite dell’arena dei gladiatori, dall’altro tentando una
> trascendenza spirituale che di lì a poco prese la forma del crocefisso. La
> tensione tra questi estremi – e la loro occasionale collisione – traspare nei
> racconti di Ovidio. Essi stabiliscono un registro approssimativo di cosa
> significhi vivere sul baratro della psiche, nel tempo nuovo che si apre alla
> fine di un’era”.
Il sangue dei lottatori redento dal sangue del Nazareno, il flagellato che
rifiuta lo scontro. Ogni scrittura di Hughes è ‘sacrificale’. Il poeta credeva
di vivere alla fine di un’epoca – fece azioni per dilatare le maglie dell’abisso
e ispirare le bestie. A noi, predatori per natura, resta la forma della preda –
di quella libertà, tra foglia e sfiducia, odorano i nostri testi, erbivori al
tocco.
***
Da Tales from Ovid. Creation; Four Age; Flood
E sguainò il baleno
che incardina i ghiacci, a Nord.
Canovaccio di aridi venti
dalle montagne e dai deserti
che si espandono in tuoni blu e labbra crepate.
Affidò la terra ai venti del Sud.
A Est e a Ovest fu l’oscurità:
due vaste ali d’acqua si spalancarono.
Il tuono dominò i cieli
tuono pieno di piume somma
buio a buio dal vello dell’Equatore.
Tempesta che ruggisce è il volto
del vento del Sud.
Barba e criniera sprigionano uragani
mentre trascina oceani come la coda di un pavone.
E scotenna le nubi e trema la terra e i cieli
sono pari a pugni e il tuono domina.
Arcobaleno, lo scudiero di Giunone,
unisce cielo e terra, sigilla l’oscurità.
Ogni raccolto fu sradicato. L’uomo dei campi
piange e latra mentre osserva dissolversi
il suo lavoro. Ma l’acqua non era ancora
sufficiente a placare l’ira di Giove.
Allora il fratello, Nettuno, che domina i mari
impennò onde, reclamò fiumi a funi
dal fondo degli oceani e ordinò
di dissigillare le falde. I fiumi
eruttarono tornando alle sorgenti.
Nettuno arpionò la terra con il tridente.
Crepaccio crepò in crepaccio
e ruggivano le infere acque.
Acquazzone s’incunea in acquazzone
frutteti mandrie fattorie raccolti
sono risucchiati nella spirale
terrena. I templi e le statue
si inginocchiano nel vortice.
Tetto guglia torre
tutto decapitato
dalla corrente.
Finché terra e mare sono uno
unico mare – senza riva.
Genti straziate in isole
sempre più piccole.
Umani remano in cerchio
senza meta – impazziti.
Dov’erano le arature
ora un uomo drizza la vela;
dov’era il camino uno
vara la chiglia di una zattera.
Dall’alto di un olmo
un uomo tenta la pesca;
ancore ancorate agli armenti
attorte alle radici della vite.
Dove le capre gettavano il collo
all’erba, ora saltano innumeri
foche, una sull’altra.
Le nereidi vagano sbigottite
verso giardini sommersi
nuotano in silenzioso stupore
nelle cucine, toccano gli occhi
dei busti di marmo che fissano
la vastità dei corridoi da una luce
acquea. I delfini fanno le volpi
e cacciano le loro prede
tra le querce – i lupi se la caveranno
per un po’, setacciando i cadaveri.
I leoni in groppa a cavalli
esangui – tigri che assaltano
tori in naufragio – le belle gambe
del cervo sono esili, ora, arpionate
dalle alghe. Affonda il cinghiale
e le sue sacre armi, il lampo
delle zanne, gli sono di peso.
L’oceano è il solo luogo, ora
e apre il suo giaciglio sui colli.
Fame miete i sopravvissuti.
Umanità annegata – annientata
corpi che galleggiano come
moria di rane – come una piaga.
Ted Hughes
*In copertina: una illustrazione dalle “Metamorfosi” di Antonio Tempesta
(1555-1630)
L'articolo “Umanità annientata – annegata”. Ovidio, il poeta fondamentale
proviene da Pangea.
Djuna Barnes è da annoverarsi nella folta schiera di artisti americani expat che
negli anni ’20 trovarono rifugio a Parigi. Tra questi, è sicuramente una delle
figure meno note al grande pubblico, soprattutto se paragonata a personaggi del
calibro di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. Ritornata negli Stati
Uniti scelse di vivere, anche a causa dell’alcolismo, in quasi totale isolamento
per il resto dell’esistenza. Terminò la sua vita da reclusa in un modesto
appartamento in Patchin Place, nel Greenwich Village.
Eccentrica e sessualmente polimorfa, femminista ante litteram, generò uno dei
capolavori “minori”della letteratura americana degli anni
’30, Nightwood (1936); Bosco di notte secondo la traduzione di Filippo Donini
(1968), La foresta della notte secondo quella di Giulia Arborio Mella (1983). Se
l’autrice non appartenesse al côté modernista, il libro potrebbe anche essere
dantescamente intitolato La selva oscura. Non è superfluo ricordare che il
volume gode del raro privilegio di aver ricevuto in dono un’introduzione firmata
niente meno che da Thomas Stearns Eliot.
A tutta prima, si direbbe un romanzo senza trama che consiste più che altro di
una galleria di personaggi giustapposti fra di loro e tenuti insieme da un
personaggio-amalgama che fa da collante, il dottor Matthew O’Connor. Senonché –
prima di confermare perentoriamente la correttezza di quest’impressione – per
timore reverenziale non si può non tener conto di quello che scrive Eliot:
> «Questo libro non è una semplice raccolta di tratti isolati; i personaggi sono
> tutti strettamente legati l’uno all’altro, come accade nella vita reale, più
> che dalla scelta volontaria della reciproca compagnia, da ciò che possiamo
> chiamare caso o destino; è il disegno complessivo di questi rapporti,
> piuttosto che ciascuna componente individuale, a costituire il fulcro
> dell’interesse».
Anche se l’autore della Terra desolata, nella sua introduzione, dopo aver
asserito che «Quando descrissi La foresta della notte per invogliare i lettori
all’edizione inglese, dissi che “sarebbe piaciuto innanzi tutto ai lettori di
poesia”», predispone immediatamente una palinodìa («[…] non intendo dire che lo
stile di Miss Barnes sia “prosa poetica”»), non si può negare che lo stile
adottato dalla Barnes nella Foresta della notte sia molto vicino a quello della
prosa lirica. D’altronde, è stato uno dei massimi poeti del Novecento, Dylan
Thomas, ad aver sostenuto che quello della Barnes è «uno dei tre grandi libri di
prosa scritti da una donna» e il suo è senza ombra di dubbio un elogio da
collega a collega (la Barnes era anche poetessa). E, comunque, Eliot precisa:
> «Dire che La foresta della notte piacerà innanzi tutto ai lettori di poesia
> non significa che esso non sia un romanzo, significa che è un romanzo così
> bello che soltanto una sensibilità formatasi sulla poesia può apprezzarlo fino
> in fondo».
È difficile, però, riuscire a comprendere quanto ci sia di esornativo nello
stile della scrittrice e quanto di effettivamente necessario e conforme al
contenuto dell’opera dal punto di vista espressivo. Eliot mette subito le mani
avanti, insinua nel lettore il dubbio che il romanzo sia inconsistente ma, al
tempo stesso, con un trucco da illusionista, lo dissolve: «Non voglio dar
l’impressione che i meriti di questo libro siano soprattutto verbali, e ancor
meno che questo stupefacente linguaggio nasconda una vacuità di contenuto. Se il
termine “romanzo” non si è troppo svilito, e se sta a indicare un libro nel
quale si creino personaggi vivi e li si mostri in rapporti non gratuiti, questo
libro è un romanzo». Certo, le frasi che potrebbero essere considerate “ad
effetto” si sprecano e, a dire il vero, riescono di frequente a blandire e a
incantare il lettore: «[…] il riso è il denaro del povero»; «Rendere omaggio al
nostro passato è il solo gesto che includa anche il futuro»; «Chi ama tutto
viene disprezzato da tutto»; «L’amore è la prima menzogna; la saggezza
l’ultima». Qualcuna di queste frasi si dibatte tra l’aporia e l’ossimòro:
«L’uomo è nato dannato e innocente fin dall’inizio». Qualche altra ha un sapore
nichilista: «Il vero bene che incontra il vero male (Santa Madre di
Misericordia! ma esistono?)». Qualche altra ancora è a più stretto contatto con
l’essenza stessa della storia: «[…] la notte fa qualcosa alla tua identità,
anche mentre dormi»; «La vita non si lascia comandare».
Un tentativo di ricostruire la trama del libro (i cui temi portanti sono
l’identità, il desiderio, la sessualità e il dolore per la perdita della persona
amata), per quanto esile e incerta questa possa essere, bisogna pur farlo.
La location della storia è Parigi. In particolare, i luoghi più citati sono
situati nei dintorni di Saint-Sulpice e nel quartiere di Montparnasse. Felix
Volkbein – un ebreo non tradizionalista che si sente «attirato verso la
chiesa», di nazionalità austriaca e «ascendenza italiana», sedicente barone con
la fissa dei nobili natali – ha il desiderio di procurare una discendenza al
proprio “casato”. Sposa Robin Vote – conosciuta in circostanze fortuite
nell’Hôtel Récamier, in cui entrambi soggiornano – che gli dà un figlio maschio,
il quale in seguito si rivelerà per lui una profonda delusione (il dottor
O’Connor lo aveva avvertito: «l’ultimo figlio dell’aristocrazia è talvolta un
idiota»). Prima di decidersi ad avere il bambino, Robin si fa cattolica ed esce
spesso di casa, prendendo treni per chissà dove, mettendosi a vagare assorta in
misteriose meditazioni, elaborando «pensieri spopolati» e muovendosi con una
«calma ostinata, catalettica».
Difficile sostenere che tra i due coniugi ci sia vero amore. Il marito dà più
che altro l’impressione di aver voluto prendere un “utero in affitto”. Dopo la
nascita del figlio, la moglie non è quasi mai a casa, riprende a viaggiare, si
mette a frequentare i caffè e a bere. Finché un giorno sbotta, riferendosi al
bambino: «Io non lo volevo!». E abbandona la famiglia, facendo perdere le sue
tracce per tre o quattro mesi. Quando ricompare è in compagnia di Nora Flood,
con la quale ha una relazione sentimentale. Sonnambula, in preda alla
dromomania, raccolta in «una meditazione informe», Robin esce di casa sempre più
di frequente, soprattutto di notte, inseguita da Nora che la osserva andare «di
tavolo in tavolo, di bicchiere in bicchiere, di persona in persona». Vaga per
le strade della capitale francese, spostandosi da un caffè all’altro, a caccia
di fugaci incontri, irrimediabilmente persa tra i fumi dell’alcol.
Per quanto le storie possano essere frutto della fantasia dello scrittore, c’è
spesso un aggancio con la realtà: se la figura di Felix Volkbein è modellata su
quella di Guido Bruno, editore della Barnes per un certo periodo di tempo, i
personaggi di Nora e Robin sono ispirati rispettivamente all’autrice stessa e a
una delle sue amanti, Thelma Wood (che Djuna pedinava e inseguiva nei suoi
continui cruising notturni). Alla fine, anche Nora subisce il tradimento di
Robin che si trova un’altra compagna, Jenny Petherbridge (una tizia che vive
un’esistenza di seconda mano; la cui vita è vissuta attraverso quelle altrui,
sottraendo affetti e oggetti e prendendo in prestito le parole; come Robin un
personaggio beckettiano che meriterebbe una trattazione a parte proprio a causa
della sua significativa insignificanza), con cui poi va via da Parigi per
stabilirsi in America. Il finale è melodrammatico e, per non togliere ai
potenziali lettori il gusto della sorpresa, non è opportuno svelarlo in
anticipo.
Come già detto, tra i vari personaggi del racconto fa da collante il dottor
Matthew O’Connor, nordamericano di origini irlandesi, confidente privilegiato di
Felix e Nora. Quest’ultima si rivolge a lui per chiedergli di dirle tutto quello
che sa a proposito della notte e implicitamente di sapere cos’è di per sé la
notte. Il dottore, «che indossava una veste da notte di flanella, da donna […]
pesantemente imbellettato, le ciglia dipinte», glielo spiega in maniera criptica
in una lunga tirata, con ampie digressioni, che occupa un intero capitolo
(«Guardiano, com’è la notte?»), di cui si riportano di seguito alcune delle
frasi chiave: «vi dirò come il giorno e la notte siano collegati dalla loro
divisione»; «La struttura stessa del crepuscolo è una favolosa ricostruzione
della paura»; «la notte non si premedita»; «la notte è una pelle tesa sulla
testa del giorno perché il giorno sia tormentato»; «Il dormiente è proprietario
di una terra sconosciuta»; «Il sonno esige da noi una colpevole impunità»; «Dice
Donne: ‘Tutti siamo concepiti in un cieco carcere, tutti, nel grembo di nostra
madre, siamo prigionieri isolati in una cella buia. Quando nasciamo, nasciamo
solo alla libertà della casa – tutta la nostra vita non è che un camminare verso
l’uscita, dove sono il patibolo e la morte’». E, infine, una delle frasi già
citate: «[…] la notte fa qualcosa alla tua identità, anche mentre dormi».
Sciamano e sacerdote dell’inconscio, una sorta di novello Tiresia, considerato
da Felix «un gran bugiardo, ma un bugiardo prezioso», secondo alcuni il primo
personaggio en travesti della letteratura moderna, il dottor O’Connor, che di
notte si cambia d’abito e indossa vesti femminili, si lascia invasare
dall’Es, esibendosi in un profluvio di parole incontrollate e incontrollabili e,
in parte, apparentemente senza senso. Il suo eloquio è una manifestazione
dell’inconscio stesso che sembra incarnarsi in lui. La casa in cui vive è una
palpabile epifania della sua essenza e della sua esistenza. Più che
un’abitazione è un tetro abitacolo, un antro angusto in cui O’Connor mette in
scena se stesso, svelando la propria natura “femminea” attraverso gli oggetti
che ha disseminato al suo interno, in primis lo chiffonier da cui traboccano
abiti, biancheria e ornamenti mulìebri. Se nelle oscure foreste la luce spiove
filtrando attraverso i folti rami degli alberi, nella stanza del dottore essa
penetra da «un finestrino a grata», unica apertura verso l’esterno di cui
l’abitazione è dotata.
La foresta della notte che O’Connor descrive a Nora, è una
metafora dell’inconscio, degli istinti primordiali, di quella parte buia e
misteriosa della mente umana che – percorrendo sentieri tortuosi – finisce per
far perdere all’individuo la propria identità e che – conducendolo in luoghi
inesplorati – genera in lui terrore e angoscia. Il dottore, pur assumendo
un’aria professorale si guarda bene, com’è uso dei veggenti, dal
propinare all’amica una soluzione chiara ai problemi e agli interrogativi che
gli pone. Egli stesso – in quanto animale uomo – è in preda a istinti
bestiali, inconfessabili e, in una certa misura, ineffabili. È ossessionato
dall’inconscio.
È una tendenza comune a tutti gli esseri umani quella di cercare di sottrarsi,
di tanto in tanto, al dominio dell’Io e del Super-io e a far ritorno, anche se
per breve tempo, alla propria “animalità”. Djuna dà conto di questo anche in una
sua poesia in cui compare nuovamente il motivo del bosco o foresta («woods»).
Nei versi che seguono, i bambini si svezzano («be un-parented») dai genitori (il
Super-io) per far ritorno alla natura (l’Es), simboleggiata dalle foglie degli
alberi («the leaves») e dall’intera foresta:
All children, at some time, and hand in hand,
Go to the woods to be un-parented
And ministered in the leaves.
(“The Bo Tree”)
I personaggi della storia narrata dalla Barnes non sono affatto a tutto tondo.
Sono appena abbozzati e, in qualche caso, quasi completamente privi di
personalità. E, da quel che sembra di capire, molto probabilmente questa è una
scelta deliberata dell’autrice.
Nel leggere la storia, il lettore si trascina da una pagina all’altra incantato,
stupefatto e costernato, proprio come fosse in transfert con il personaggio più
misterioso di tutta La foresta della notte, Robin Vote, la sonnambula «consunta
dal sonno», anche lei personificazione dell’inconscio in quanto creatura
notturna, in preda a impulsi irrazionali che non riesce a dominare. Robin Vote,
il personaggio che ha la personalità meno delineata di tutti gli altri
personaggi del libro (il dottor O’Connor confessa al barone di non aver mai
avuto «un’idea veramente chiara di lei») proprio in quanto individuo perduto
nell’indistinto magma della notte, «essere in letargo», che pur essendo in
apparenza qui e ora è, in realtà, altrove («Non voglio essere qui» confessa a
Nora, senza spiegare dove vorrebbe essere), in una dimensione – quella onirica –
per sua natura precaria, situata sull’incerto confine tra essere e non
essere, perennemente in bilico e – dunque – sempre prossima alla dissoluzione.
E questa eterna transience non è forse la condizione stessa della poesia?
Angelo Guida
*In copertina: ritratto fotografico di Djuna Barnes (1892-1982) di Berenice
Abbott
L'articolo “La notte fa qualcosa alla tua identità”. Intorno al romanzo insonne
di Djuna Barnes proviene da Pangea.
Probabilmente, è bene cominciare dalla fine.
Il ragazzo decide di partecipare allo sbarco in Normandia. Mobilitato in Nord
Africa, chiede ai superiori di essere impiegato durante il “D-Day”. Il ragazzo
ha i grandi di capitano, l’ostinato desiderio di essere al ‘centro della
Storia’. Tre giorni dopo lo sbarco, è il 9 giugno del 1944, il suo reggimento si
impantana a Tilly-sur-Seulles, piccolo borgo del Calvados – ad oggi, supera di
poco i mille e cinquecento abitanti. Il ragazzo – abile nel disobbedire, desto
nel prendere l’iniziativa – sbarca dal suo tank, avanza in ricognizione
solitaria. Un colpo di mortaio lo ammazza. Il cappellano del reggimento, il
capitano Leslie Skinner, lo seppellisce alla buona, presso una siepe. Più tardi,
sedata la guerra, i resti del ragazzo vengono sepolti nel cimitero militare di
Tilly-sur-Seulles: lotto 1, fila E, tomba 2. Il ragazzo si chiamava Keith
Douglas. Poeta.
Destino infero quello dei poeti della Seconda guerra. Ce ne sono stati tanti,
eccellenti – pensiamo, alle nostre quote, al Diario d’Algeria di Vittorio
Sereni, oppure a Fogli d’Ipnos, la raccolta del poeta ‘resistente’ René Char,
tradotta guarda caso da Sereni – eppure è stato il reportage, il documentario
‘in diretta’; è stato il cinema a dire, con sicurezza definitiva, la Seconda
guerra. Al contrario, la Prima guerra è stata una sorta di ‘laboratorio’ per la
poetica del nuovo mondo, dei tempi nuovi: lo dimostra – in Italia – la quantità
eccezionale di repertori antologici (Vallecchi editava una straziante Antologia
degli scrittori morti in guerra; va visto, in particolare, l’“Antologia dei
poeti italiani nella Prima guerra mondiale”, Le notti chiare erano tutte
un’alba, ideata da Andrea Cortellessa per Bompiani nel 2018). La nostra poesia
‘moderna’ nasce in trincea, con Giuseppe Ungaretti.
È come se la Seconda guerra, per sovrabbondanza d’orrore, non possa essere
narrata: dev’essere subita, a operare nei recessi dell’anima, quando
non vista (tradotta in film, anatomizzata nei reperti documentari). Nel mondo
inglese, così, per “War Poets” s’intendono, in particolare, i Poets of the First
World War, quelli gloriosamente onorati nel “Poet’s Corner” a Westminster, tra
Shakespeare e Lord Byron, tra Chaucer e Dickens (tra gli altri, Rupert Brooke e
Isaac Rosenberg, Wilfred Owen e Robert Graves; per un approfondimento, si
veda l’antologia War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale, costruita
da Paola Tonussi per le Edizioni Ares nel 2022). Dei poeti della Seconda guerra
si fa memoria occasionale – spesso ci si dimentica di loro, sepolti da un
disastro incomparabile, tacito accordo sull’ineluttabile irresolutezza
dell’arte, della poesia di fronte alla morte.
Nato nel gennaio del 1920, Keith Douglas morì che aveva da poco compiuto
ventiquattro anni. Dalla sua poesia esala la facondia immaginativa, la
complessità della ‘scena’ e delle scelte lessicali, un certosino distacco nel
vegliare sui fatti di guerra, che al posto di idealizzarsi in muta indifferenza
esalta una tenuta, una postura poetica in grado di estrarre il dettaglio al
diamante dal nulla bellico. Nato nel Kent, Douglas studiò al Christ’s Hospital
mettendosi in luce sia per il talento, esagitato, che per l’animo, poco disposto
a subire i rigori dell’educazione britannica. Pubblicò le prime poesie
sedicenne; decise di arruolarsi perché pensava che la guerra fosse il ‘grande
argomento’ della letteratura del suo tempo. Fu disciplinato nel Derbyshire
Yeomanry, praticò al Cairo e in Palestina, partecipò – anche lì, per ardimento:
non voleva più servire per lavori d’ufficio – alla Seconda battaglia di El
Alamein: guidava un carro armato. Il suo superiore era il colonnello Edward O.
Kellett, che sarebbe stato ucciso l’anno dopo, in azione, in Tunisia. Di
quell’esperienza, Douglas ha lasciato un memoir, Alamein to Zem Zem, pubblicato
da Faber, introdotto da Lawrence Durrell.
Nella scelta di arruolarsi di Douglas agì anche la situazione familiare. Figlio
di un militare in congedo, con cui aveva pessimi rapporti, Douglas crebbe, in
sostanza, solo, in collegio. La madre collassò in un’encefalite letargica grave;
il padre mollò la famiglia, risposandosi, che Keith aveva dieci anni.
In molti riconoscono in Keith Douglas i prodromi del grande poeta, il cupo
carisma dell’inattuato, dell’inespresso. Fu Edmund Blunden, il poeta veterano di
guerra – per altro, ricordato nel “Corner” –, più volte nominato al Nobel per la
letteratura, a riconoscere in Keith Douglas la stazza del talento puro. Nel 1938
inviò una scelta di sue poesie a Thomas S. Eliot, che le apprezzò. Il ragazzo
era giovane, i fatti precipitarono. I Collected Poems di Keith Douglas vengono
stampati da Faber nel ’46, con un’introduzione di Blunden. A quella seguiranno
diverse altre edizioni: la più nota – Selected Poems, 1964 – è introdotta da Ted
Hughes, che ha sradicato Keith Douglas dalle malie del ‘poeta di guerra’, utile
a fini non soltanto estetici, “è la sua poesia, in generale, a serbare un valore
unico, che rende il poeta più vivo che mai”. Tese tra le stelle e il cadavere,
le poesie di Keith Douglas irrompono in noi con corvina tenerezza – come
incisioni sulle ossa.
***
La Bestia Meraviglia
Barone dei mari, il grande pesce
spada dei tropici, straziato sul famelico
ponte dove i marinai lo hanno ucciso
nel paradisiaco Pacifico: lama che indaga
occhio che fugge e stana la preda
nei regni oscuri dov’era re; arma
forgiata nella semi-tenebra, eppure,
strappata dal cadavere di questo estroso
viaggiatore, è una lente d’ingrandimento
che riflette l’inusuale zampillo del sole.
Con quella lama un marinaio incide sul legno
il nome di una prostituta abbordata
nell’ultimo porto. È uno degli strumenti
più strani custoditi dalle onde –
suppongo che la querula voce
dei marinai marciti in spettri
digeriti dalle ingorde maree
potrebbe descriverne molti.
Che siano i vostri ospiti, che vi conducano
negli abissi dove brucano i loro vascelli
dimenticati – che tutto risorga nell’occhio
che arde. Per incidere quel verbo, il sole
perfora la potenza del mare e urla
il suo nome, omaggia quella meraviglia.
Linney Head, Galles, 1941
*
Come si uccide
Sotto la parabola di una palla
un bambino diventato uomo
fissa l’aria troppo a lungo.
La palla mi è caduta in mano, canta
nel pugno chiuso: Usami Usami
sono un dono ideato per uccidere.
Ora nel mirino vedo
il soldato che sta per morire.
Sorride, si muove nei modi
che solo sua madre conosce.
Fili sul suo viso: è l’ora
in cui piango. La morte è il mio
più intimo familiare e muta
in polvere un uomo di carne.
Ma questa è la mia stregoneria.
Sono un dannato, amo ammirare
il centro dell’amore spalancarsi
e un’onda di amore vagare nel vuoto.
È così facile creare un fantasma.
La zanzara, leggerissima, tocca
la misera ombra sulla pietra:
con quanta, infinta tenerezza
l’uomo e la sua ombra si incontrano.
Si fondono. L’uomo è un’ombra
e le zanzare obbediscono alla morte.
*
Fioriture nel deserto
Soltanto i fiori proliferano nei paesaggi selvaggi –
ripeto soltanto ciò che stavi dicendo, Rosenberg –
la conchiglia e il falco ad ogni ora
uccidono uomini e gerboa, uccidono
la mente: ma i corpi possono soddisfare
gli affamati fiori e i cani che gridano come
uomini, di notte, la cosa più dura di tutte.
Ma questa non è una novità. Ogni volta che
la notte lancia stracci sugli occhi, lascia la mente
desta, guardo ai lati della porta del sonno
cerco la piccola moneta necessaria
per comprare il segreto che non saprò mantenere.
Vedo uomini che soffrono come alberi
confondono i dettagli e l’orizzonte.
Metti la moneta sulla mia lingua
canterò cose che nessuno ha mai visto.
*
Vergissmeinnicht
Tre settimane dopo i guerrieri
erano spariti: tornammo su quel
campo da incubo – il soldato era
ancora lì, disteso, incubato dal sole.
All’ombra della canna del suo fucile.
Avanzavamo quel giorno
e lui colpì il mio carro come
se fosse la mascella di un demone.
Guarda. Qui, nella trincea dirupo
la fotografia disfatta della sua donna:
ha scritto Steffi. Vergissmeinnicht
con una calligrafia gotica perfetta.
Ci sembra felice, ormai degradato,
deriso dalla sua stessa divisa
così dura e superba quando
il corpo è in decomposizione.
Ma lei piangerebbe, oggi, nel vedere
le mosche che si muovono oscure
sulla sua pelle, la polvere sull’iride
di carta, lo stomaco squarciato come una grotta.
Perché qui amante e assassino sono
lo stesso, hanno un solo corpo e un solo
cuore. La morte che ha eletto quel soldato
ha avvelenato con un male mortale l’amante.
*
Stelle
(Per Antoniette)
Le stelle marciano ancora, in ordine sparso
da nulla a nulla. Guardatele, sono immobili
sul campo notturno, autentica terra di nessuno.
Lì, lontana, con spada e cintura, dev’essere
Orione. Per i commissari di questa guerra
da esaltati è il Carro. Nessuno favoloso confine
può annientare il loro coraggio, nessuna banda
le sfiderà: soltanto la disciplina le ha
mobilitate e le mantiene vive. Così
le hanno viste il Tempo e i suoi avi. Così
combattere il disordine è il loro compito
e la vittoria persiste nelle loro mani.
Dal limite delle vecchie colline fino
a quelle pianure, laggiù, si estende
il loro accampamento. Gli eterei ufficiali
salutano, da tenda a tenda, i messaggeri
cometa. Guardiamo in alto, con dolore
a quei compagni lontani, quelle plaghe
che non possiamo calpestare.
1939
*
Canoa
Questa potrebbe essere la mia ultima
estate e non voglio perdermi nulla
del piacere che dona l’antica arte
dell’ozio. Non mi lascio terrorizzare
dal destino che aleggia sullo sfondo
mentre l’erba e le case e il fiume insonne
credono di poter durare per sempre
e si scambiano sussurri sommessi –
impera l’afa. Quale terribile fato potrà
impedire alla mia ombra di vagabondare
da queste parti il prossimo anno?
Fischia: ti sentirò e verrò, a sera, sulla
stessa barca con cui vai verso Iffley
mentre fissi il cielo in attesa del tuono
che come una campana preannuncia
pioggia – il mio spettro ti sfiorerà le labbra.
Keith Douglas
L'articolo “Canterò cose che nessuno ha mai visto”. Keith Douglas, un poeta in
guerra proviene da Pangea.