“Re Lear” o dell’Apocalisse secondo Shakespeare

Pangea - Wednesday, April 15, 2026

Tutti hanno letto qualcosa di Shakespeare, e tutti, almeno una volta, hanno citato i suoi versi. Spesso però preferiamo non ricordare alcune sue tragedie, quelle più oscure, da cui emergono le visioni più torbide e sanguinarie. Re Lear non gode della popolarità di Amleto o di Romeo e Giulietta perché a ricordarlo soffriamo. Si soffre pensando a quel Re che ha fretta di morire, a quel mondo funestato dal vizio e dalla violenza che temiamo possa essere il nostro, e così ci affrettiamo a dimenticarlo. Le altre tragedie, perfino le più oscure, l’Otello e il Macbeth, hanno qualcosa di umano che le avvicina e le rende affrontabili, ma davanti alla tenebra assoluta che domina il Re Lear ci sentiamo sopraffatti.

Riguardando l’adattamento cinematografico di Peter Brook, si rimane sconvolti dalla violenza con cui questa tragedia ci travolge.  Lear, interpretato nel film da un titanico Paul Scofield, sembra una figura mitologica, l’ultimo dei re possibili. Un sovrano che sprofonda lentamente nelle sabbie mobili dell’esistenza. Incapace di controllare le circostanze, Lear, rivela la natura più profonda dell’uomo, quella di un animale adunco e disperato.

Il dramma diviene presto un groviglio di deliri e incubi tempestosi, dove la luce filtra solo faticosamente dalle fessure del racconto e si ha la sensazione di rimanere stritolati nelle pesanti maglie della follia. L’opera ci lascia così turbati che lo stesso nome di Lear sembra sinonimo di sofferenza e arriva al nostro orecchio accompagnato da sinistri presagi.

La causa di tutto sembra essere la totale inadeguatezza del Re al ruolo che deve ricoprire. Il suo carattere insicuro e isterico è inadatto alla corona. Un re che abdica, che divide il regno e che pretende di essere rispettato comunque come sovrano appare perfino a noi, così lontani dalla mentalità di quei tempi, un’assurdità. Un Re privo del suo dominio non può essere rispettato e dividere un regno vuol dire distruggerlo. Ma la verità è che Lear, come gli rivela il Matto, non conosce sé stesso, e crede, in un eccesso di imperdonabile ingenuità, che sia possibile mantenere l’autorità personale in assenza di un potere reale. 

William Hazlitt dice che di Re Lear non si dovrebbe parlare, perché non si possono che dire cose che sfiorano l’essenza profonda del dramma, per noi conoscibile solo al di là delle parole, e «tutte le osservazioni cadrebbero inevitabilmente lontane dal cuore dell’argomento». Eppure, dopo aver assistito alla rappresentazione, parlarne sembra indispensabile per esorcizzarne gli effetti. Calato il sipario ci si sente complici di un crimine orribile, che non sappiamo ben identificare ma che conosciamo nel profondo. 

Lear, anche se fa continuamente appello alla sua presunta pazienza, è l’uomo più irruento dell’intera la produzioneshakespeariana. Tutto il dramma è percorso da un senso di isteria, da una fretta nevrotica e disgustosa che ci rende inquieti ben oltre la fine della lettura. Come dice lui stesso, il Re è incatenato a una «ruota di fuoco» che rotola inesorabilmente verso l’abisso e in quel verso che recita «la maturità è tutto» (e che integra e supera l’altro motto, quello di Amleto, che recitava «essere pronti è tutto»), sembra di intravedere proprio il cuore di questa tragedia. Qui la maturità non riesce mai a imporsi, ed è per questo che tutto finisce in uno sterminio. Il Matto, come un grillo parlante, prova ad avvisare il Re, «sei invecchiato prima di essere diventato saggio», dunque sei invecchiato acerbo, che può sembrare una contraddizione, ma invece è la peggiore delle fatalità. Morire incompiuti, prematuri, senza aver messo a frutto i propri talenti. Questo è l’unico peccato mortale, che nessuno può perdonare. 

L’incipit della tragedia è ermetico. Tale da supporre un ampio ed esteso antefatto dove la figlia Cordelia è amata oltremisura da Lear il quale però sembra esigere lo stesso smisurato amore. Un amore soffocante, opprimente, forse esagerato, che non si addice a un uomo ma a un dio. Perché questa eccessiva richiesta di manifestazioni d’amore? Lear appare insicuro, in costante ricerca di conferme e Cordelia sembra da tempo essere arrivata all’esasperazione. Non ne può più di tutta quell’adulazione che gli viene richiesta, di tutta quell’ipocrisia che invece le sorelle, Regan e Goneril, dispiegano così candidamente. Cordelia vuole la verità. Ma non in senso virtuoso, non conosce sfumature, vuole la verità assoluta che è impossibile per l’uomo se non perfino dannosa. Nella sua rinuncia a camuffare la verità, Cordelia non sembra una santa, ma una suicida che vuole farla finita. Tutto nella tragedia di Re Lear è all’insegna dell’esagerazione, della mancanza di misura, e quindi in contrasto con la più fondamentale delle leggi morali. Quella che fa della misura e della conoscenza di sé i due cardini del pensiero occidentale.

Re Lear secondo Peter Brook (1971)

Più che vittima, Cordelia, contribuisce attivamente alla catastrofe, è come se, pur amando il padre, avesse capito che ormai il mondo è cambiato e che non è più possibile vivere così, nella menzogna. È inutile continuare a fingere come fanno tutti, che venga la fine, che crolli pure, il mondo.  Quando Blake disse che in tutti noi c’è l’istinto «a ucciderci sui ceppi della generazione» probabilmente aveva da poco letto Re Lear e pensava proprio a Cordelia.

Emerge poi un tema cruciale, quello del cambio di un’epoca e dunque della fine di un tempo. Un tempo che poneva le sue certezze sui pilastri dell’autorità paterna e regale e che adesso deve svanire superato da una nuova forma di autorità che, però, tarda a sopraggiungere lasciando un vuoto insopportabile. Nel dramma non viene incoronato un successore, non si offre nessuna soluzione di continuità, né un passaggio di testimone. L’intera tragedia sembra invece profetizzare una crisi dell’universo che oggi, a distanza di secoli, sembra ancora imperversare come la tormenta che a metà del dramma si abbatte sul Sovrano e il povero Matto nella brughiera. Una tempesta epocale dove perfino le creature che amano la notte hanno paura, e il sole sembra essere sparito per sempre. 

Harold Bloom definisce questa tragedia pagana un’offesa a chi ha fede nel Dio cristiano, e forse ha ragione. Quando sentiamo Edmund, ribellarsi alla condanna di un destino che lo vuole colpevole fin dalla nascita, ci torna in mente Jago, il più arguto dei cattivi shakespeariani, che nel suo monologo sul sovrano potere della volontà vuole cancellare qualsiasi traccia di un’autorità divina. Ma qui il divino non è solo combattuto o rinnegato, semplicemente non entra mai in scena, non fa parte della vicenda. Edmund, così come Regan e Goneril, si ribella alla Natura, disconoscendo le sue leggi o meglio, rivendicando la prevalenza delle proprie leggi, quelle degli uomini. Adesso è l’uomo, e lui soltanto, a decidere del suo destino. La tragedia appare inevitabile. 

Da quest’opera e da quella scritta immediatamente dopo, Macbeth, Shakespeare inizierà a covare un nuovo sentimento drammatico: drenato dallo sforzo per queste grandi opere apocalittiche, imboccherà la strada della riconciliazione. Dopo aver demolito il mondo, occorre ricostruirlo. Inizia così la produzione dei suoi ultimi drammi, i cosiddetti Romances, i più semplici, lineari e stranamente positivi. Si è discusso molto se fossero o non fossero frutto di una tarda conversione al cattolicesimo, ma in fin dei conti la questione appare oziosa. Ciò che invece risulta cruciale è capire che nessun uomo, nemmeno Shakespeare, può sopravvivere ad un’esistenza scarnificata di ogni valore, e che il deserto, se affrontato con determinazione, conduce ad una vera conoscenza di sé. 

Forse in questa tragedia è tutto il mondo psicologico del drammaturgo a precipitare, a suicidarsi sui ceppi della generazione. La furia creativa che gli ha permesso di scrivere Lear e tutte le grandi tragedie in pochi mesi, cede il posto a una necessità di calma e tranquillità che lo obbligano a fermarsi e a riflettere sulla più preziosa delle virtù: la pazienza. 

In una delle ultime opere, Pericle principe di Tiro, il protagonista si rivolge all’amata figlia Marina, riflesso di perfezione Mariana, con queste parole profetiche che suonano come un dolce addio alle scene: 

«Hai l’aspetto della Pazienza stessa, che contempla le tombe dei re sorridendo dell’accadere della più alta sventura».

Ora il poeta è finalmente maturo. Il suo sguardo domina il mondo senza fretta, senza alcuna frenesia e sembra non sentire più il bisogno di agire e quindi, di scrivere.

Giovanni Soldi

In copertina: Paul Scofield in vesti di “Re Lear” nel 1962

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