“Odino aveva il dono della profezia e viaggiò verso Nord”. L’Edda tra la Bibbia e l’Iliade

Pangea - Tuesday, May 12, 2026

È anche grazie al successo cinematografico del Signore degli Anelli – sono passati ormai venticinque anni dal primo film del ciclo – che un po’ tutti conosciamo l’Edda, lo straordinario repertorio della mitologia norrena. L’Edda, infatti – insieme al Beowulf –, è stata la fonte principale di Tolkien per ideare il suo grande libro. In particolare, è l’“Edda in prosa”, il regesto organizzato da Snorri Sturluson, l’estroso storico islandese vissuto nel XIII secolo, a costituire – per così dire – la traccia letteraria intorno a cui Tolkien ha costruito il ritmo del suo racconto – epico, è vero, ma anche ironico, perfino ‘apocalittico’, nel senso che contiene, in nuce, una rivelazione. 

In realtà, in Italia esiste un’edizione dell’Edda “di Snorri” che precede di gran lunga l’uscita del film tolkeniano. Fu Giorgio Dolfini, germanista di pregio – ha tradotto Thomas Mann e Goethe, tra le altre cose –, nel 1975, ad approntare per Adelphi l’edizione dell’Edda. Cinque anni prima, Rusconi aveva pubblicato Il Signore degli Anelli nella versione di “Vicky”, indimenticabile per i lettori d’ogni italica quota. L’Edda uscì nella “Biblioteca Adelphi”, col numero 61; in ‘quarta’ l’editore, opportunamente, con la consueta rapinosa grazia, ricordò che quel libro costituiva l’autentico fondamento della cultura e del pensiero ‘del Nord’: si citavano, va da sé, Wagner e Tolkien, si ricordava che in Snorri, “Borges ha visto, paradossalmente, il primo antenato di Flaubert”. Nello stesso anno, proprio Rusconi mandava in libreria l’Edda a cura di Gianna Chiesa Isnardi (ora in catalogo Garzanti). Di fatto, nonostante gli sporadici sforzi di alcuni piccoli editori, sono queste le versioni dell’Edda di Snorri che troviamo ancora in libreria. Due versioni della ‘bibbia del Nord’, del libro che ha forgiato l’immaginario nordico, che risalgono a più di cinquant’anni fa.

Nel mondo anglofono – in qualche modo erede della tradizione norrena – le cose sono naturalmente diverse. La prima, consacrata versione della The Prose or Younger Edda commonly ascribed to Snorri Sturluson, è del 1842, a cura di Sir George Webbe Dasent. Professore al King’s College di Londra, Sir George viaggiò a lungo tra Norvegia, Svezia e Islanda; fu amico di Jakob Grimm: la sua versione dell’Edda fu particolarmente apprezzata da Tolkien. Tra Ottocento e Novecento si stimano una quindicina di versioni dell’Edda in prosa: tra quelle più note va citata la Prose Edda a cura di Arthur Gilchrist Brodeur, professore di letteratura norrena a Berkeley; uscì per la Oxford University Press nel 1916. Un altro americano, Rasmus Bjørn Anderson – le origini norvegesi sono ben incise nel nome – stampò a Chicago, nel 1880, una pionieristica Younger Edda: la sua fama si deve però a uno studio, America Not Discovered by Columbus, uscito qualche anno prima, nel 1877. Anderson fu il primo a dimostrare, leggendo in filigrana documenti e saghe, che sono stati gli esploratori norreni ad aver attraccato per primi nel ‘Nuovo Mondo’. 

Quanto all’Edda ‘poetica’, una prima riuscita versione, pur parziale, si deve ad Amos Simon Cottle: per l’impresa – realizzata nel 1797 – fu aiutato da Robert Southey, ‘Poet Lureate’ del regno, amico di Coleridge. Non è divagazione estemporanea: la grande poesia in lingua inglese fa uso costante di alcune figure retoriche norrene, il kenning ad esempio, “una parola composta da due termini, che assume una funzione metaforica che trascende il valore semantico dell’uno e dell’altro termine implicati nella metafora stessa, senza tuttavia abbandonare il valore lessicale dei due termini” (Ernesto Livorni; es. “destriero marino” per dire nave). La ‘dorsale’ più nobile della poesia anglofona del Novecento – Ezra Pound/Ted Hughes/Seamus Heaney – nasce attorno al riutilizzo del kenning (questa la tesi di Livorni in La troppo umana animalità, introduzione a: Ted Hughes, Cave Birds, Mondadori, 2001). 

Le versioni in lingua inglese dell’Edda in prosa si sono susseguite con continuità anche nel nuovo millennio. Una pietra miliare, in questo senso, è The Prose Edda edita da Penguin nel 2006, a cura di Jesse L. Byock, archeologo – ha scavato diversi siti Vichinghi – e professore di letteratura norrena e cultura scandinava presso la University of California. Questa traduzione ha il merito di essere al contempo accurata e leggibile, arcana e moderna. Proprio intorno alla Prose Edda di Byock si è sviluppato un lavoro di ricerca di Silvia Campanino (“Edda: la Bibbia del Nord. L’opera di Snorri Sturluson nelle versioni italiane e inglesi”) recentemente discusso alla SSML “San Pellegrino” di Rimini. Al di là di un pur utile catalogo che allinea, con commento, le diverse, notevoli traduzioni in inglese dell’Edda di Snorri, la tesi propone una versione del cosiddetto “Prologo” – meglio: formáli – dell’Edda. Questa porzione dell’Edda è assente nelle versioni italiane di Dolfini e di Gianna Chiesa Isnardi, perché “opera d’erudizione e di sistemazione… priva di tutte quelle doti che fanno dell’Edda un autentico capolavoro” (Dolfini). Eppure, il formáli – redatto pur sempre all’epoca di Snorri – è tradotto da Byock, è presente in pressoché tutte le traduzioni precedenti, compresa quella ‘classica’ di Brodeur, uscita oltre un secolo fa. Il formáli, in realtà, possiede un fascino peculiare perché salda la vicenda norrena a quella biblica e a quella omerica, facendo dell’Edda un libro ‘occidentale’, da leggere al fianco della Bibbia e dell’Iliade. Le primissime pagine dell’Edda, infatti, ricapitolano ‘in picchiata’ l’epopea biblica:

“In principio Dio onnipotente creò il cielo e la terra e tutto ciò che c’è in essi. Infine creò due esseri umani, Adamo ed Eva, e da loro nacquero genti, i cui discendenti si moltiplicarono e si sparsero per tutto il mondo. Ma col passare del tempo, gli uomini divennero dissimili gli uni dagli altri. Alcuni erano buoni e rimasero fedeli al giusto credo, ma la grande maggioranza si volse ai desideri di questo mondo e trascurò i comandamenti di Dio. Perciò Dio sommerse il mondo e tutti gli esseri viventi in un diluvio…”. 

La seconda parte del formáli – che si propone in calce nella versione di Sara Campanino –, più lunga, salda il ciclo omerico alla narrazione di Snorri. Thor, così, sarebbe il nipote di Priamo, mitico re di Troia; Odino, “uomo eccellente in saggezza e dotato di ogni sorta di talento”, sarebbe il discendente di Thor e della Sibilla, la profetessa cara ad Apollo. Il formáli racconta il prodigioso viaggio di Odino – specie di Odisseo a contrario, alieno al ritorno; specie di innevato Enea – verso Nord. In questo tentativo sincretico – frugale, è vero, ma con lista di genealogia e discendenze, dunque con un lignaggio che ne impreziosisce l’autenticità di epos cosmico e ‘familiare’ – è il genio del formáli. L’Edda sarebbe dunque il culmine di una rivelazione che comincia con la Bibbia, prosegue per l’Iliade e l’Eneide, trova splendore a Nord. In questo rude tentativo enciclopedico, sentiamo che gli antichi dèi cominciano già ad arretrare, ricoperti di muschio e di lava – eppure, se ne percepisce ancora il sussurro, il celestiale sentore, la presenza immedicabile, il sibilo della formula magica, la parola che vivifica le cose e sorregge il mondo. 

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Il popolo di Troia e Thor

Vicino al centro del mondo fu costruito un palazzo con una sala maestosa: divenne molto famoso. Quel luogo fu chiamato Troia e si trova nella regione chiamata Turchia. [Troia] Fu costruita molto più grande delle altre [roccaforti] e con maggiore sapienza sotto molti aspetti, non furono risparmiati né i costi né le risorse del paese. Vi erano dodici regni con a capo un re, a ciascun regno appartenevano molti gruppi che pagavano tributo. Nelle città vi erano dodici capi principali. Questi governanti erano superiori in tutte le umane qualità rispetto agli altri uomini che li avevano preceduti nel mondo.

Uno dei re si chiamava Munon o Mennon. Era sposato con Troan, figlia di Priamo, il re supremo. Ebbero un figlio che si chiamava Tror, colui che noi chiamiamo Thor. Crebbe in Tracia da un duca di nome Loricus e quando compì dieci anni ricevette le armi di suo padre. La sua bellezza era tale che, quando si trovava tra altra gente, risaltava come l’avorio incastonato nel rovere. I suoi capelli erano più belli dell’oro. Quando compì dodici anni aveva già raggiunto la piena forza. Infatti riuscì a sollevare da terra dieci pelli d’orso impilate una sull’altra. In seguito uccise il padre adottivo Loricus, sua moglie Lora, o Glora, e prese possesso del regno di Tracia. Chiamiamo quel luogo Thrudheim. Successivamente viaggiò ampiamente attraverso molte terre, esplorando ogni parte del mondo e da solo sconfisse temibili guerrieri (berserker) e giganti, oltre a dominare i draghi più possenti e molte bestie.

Nella parte settentrionale del mondo incontrò la profetessa chiamata Sibilla, che noi chiamiamo Sif, e la sposò. Nessuno conosce gli antenati di Sif. Era la più bella delle donne, con capelli d’oro. Il loro figlio, chiamato Lóridi, somigliava molto a suo padre. Il figlio di Lóridi fu Einridi, il cui figlio fu Vingethor, il cui figlio fu Vingenir, il cui figlio fu Moda, il cui figlio fu Magi, il cui figlio fu Seskef, il cui figlio fu Bedvig, il cui figlio fu Athra, che chiamiamo Annar, il cui figlio fu Itrmann, il cui figlio fu Heremod, il cui figlio fu Skjaldun, che chiamiamo Skjold, il cui figlio fu Biaf, che chiamiamo Bjar, il cui figlio fu Jat, il cui figlio fu Gudolf, il cui figlio fu Finn e il cui figlio fu Friallaf, che chiamiamo Fridleif. Egli ebbe un figlio chiamato Voden, che noi chiamiamo Odino, un uomo eccellente per la sua saggezza e perché era dotato di ogni sorta di talento. Sua moglie, era chiamata Frigida, noi la chiamiamo Frigg.

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Il viaggio di Odino verso Nord

Odino aveva il dono della profezia, così come sua moglie, e grazie a questa conoscenza venne a sapere che il suo nome sarebbe diventato famoso nella regione settentrionale del mondo e onorato più di quello di altri re. Per questo motivo desiderava partire dalla Turchia e intraprese il viaggio con un grande seguito di persone, giovani e anziani, uomini e donne. Quindi portarono con sé anche molti oggetti preziosi. Ovunque passassero durante il loro viaggio, venivano raccontate storie della loro magnificenza, tanto che sembravano più Dèi che uomini. Viaggiarono senza sosta fino a giungere al nord, arrivarono nella regione che oggi è chiamata Sassonia. Lì Odino si stabilì per molto tempo, prendendo possesso di gran parte della terra.

Odino fece sorvegliare il paese da tre dei suoi figli. Uno di loro, Veggdegg, era un potente re che governava sulla Sassonia orientale. Suo figlio fu Vitrgils, i cui figli furono Vitta, padre di Heingest, e Sigar, padre di Svebdegg, che chiamiamo Svipdag. Il secondo figlio di Odino, chiamato Beldegg, noi lo chiamiamo Baldr, egli possedeva la terra che oggi è chiamata Vestfalia. Suo figlio fu Brand, e il figlio di questi fu Frjodigar, che chiamiamo Frodi; suo figlio fu Freovin, il cui figlio fu Wigg, il cui figlio Gevis noi chiamiamo Gavir.

Il terzo figlio di Odino si chiamava Siggi e suo figlio fu Rerir. Gli uomini di questa stirpe regnarono in quella che oggi è chiamata Francia, da loro discende la famiglia detta dei Volsunghi.

Da tutti loro discesero famiglie numerose e potenti.

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Il viaggio di Odino continua e gli Æsir si stabiliscono a Nord

Poi Odino partì, viaggiando verso nord e giunse nel paese chiamato Reidgotaland. Si impadronì di tutto ciò che voleva in quella terra e fece di suo figlio Skjold il sovrano. Il figlio di Skjold si chiamava Fridleif e da lui discende la stirpe conosciuta come gli Skjoldungar, i re di Danimarca. Quella che oggi è chiamata Jutlandia allora si chiamava Reidgotaland.

Poi egli andò verso nord, in quella che oggi è chiamata Svezia, dove viveva un re di nome Gylfi. Quando il re seppe del viaggio di questi Asi, che erano chiamati Æsir, andò loro incontro, offrendo a Odino tanta autorità nel suo regno quanta egli desiderasse. Ovunque essi soggiornassero in quelle terre, li accompagnavano tempi di pace e prosperità, tanto che tutti credettero che i nuovi arrivati ne fossero il motivo. Questo perché gli abitanti del luogo videro che gli Asi erano diversi da chiunque avessero mai conosciuto, per bellezza e intelligenza. Riconoscendo le ricche possibilità di quella terra, Odino scelse un luogo per fondare una città, quello che oggi si chiama Sigtúnir. Egli nominò dei capi e, secondo le usanze di Troia, scelse dodici uomini per amministrare la legge del paese. In questo modo organizzò le leggi come era fatto a Troia, nel modo a cui erano abituati i Turchi.

Poi egli andò verso nord, continuando fino a raggiungere l’oceano, che si credeva circondasse tutte le terre. Là, in quella che oggi è chiamata Norvegia, pose suo figlio al potere. Questo figlio si chiamava Sæmingr, da cui discendono i re di Norvegia, così come i loro jarlar[1] e altri uomini importanti del regno, come è raccontato nell’Háleygjatal[2]. Odino aveva con sé anche un altro figlio, di nome Yngvi, che dopo di lui divenne re in Svezia e da cui discende la stirpe chiamata Ynglingar.

Gli Æsir e alcuni dei loro figli sposarono donne provenienti dalle terre in cui si erano stabiliti e le loro famiglie si moltiplicarono. Si diffusero attraverso la Sassonia e da lì in tutte le regioni del nord, tanto che la loro lingua – quella degli uomini dell’Asia – divenne la lingua nativa di tutte queste terre. Gli uomini credevano che, poiché i nomi dei loro antenati erano registrati nelle genealogie, dimostrava che questi nomi facevano parte della lingua che gli Æsir portarono nel mondo del nord – in Norvegia, Svezia, Danimarca e Sassonia. In Inghilterra, tuttavia, alcuni nomi di antiche regioni e luoghi fanno pensare che quei nomi originariamente provenissero da un’altra lingua.

(Traduzione di Sara Campanino)

*In copertina: Odino secondo Lorenz Frølich, 1844

[1]               Nobili

[2]               Elenco in forma poetica dei jarlar della regione settentrionale della Norvegia, chiamata Halogaland.

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