In effetti, aveva motivo di essere felice. Le avevano proposto di introdurre le
poesie di Kabir, il grande mistico indiano vissuto nel XV secolo, rese in
inglese da Tagore. Il libro, Songs of Kabir, fu stampato a New York, da
Macmillan, nel 1915: mistica primizia per il mondo anglofono, copertina rossa,
un menhir, senza lordura d’immagine; un libro da tenere sempre con sé, a
spiazzare il ‘mondano’, a incapsulare il sé in una formula d’amore.
Lei gli si rivolse con adorazione, chiamò Tagore “Maestro”: la barba bianca, i
capelli lunghi e la stola, monastica nonostante le molteplici ricchezze
familiari, rappresentavano con esattezza l’idea – della sostanza diranno altri –
del santo. Gli scrisse una lettera piena di affetto – “Questa è la prima volta
che ho il previlegio di lavorare con qualcuno che è Maestro in cose che mi
stanno così a cuore ma di cui so così poco… è come sentire una lingua di cui
conosco a malapena l’alfabeto parlata con perfezione” – a cui lui non diede
risposta. Aveva ottenuto il Nobel per la letteratura due anni prima, nel 1913,
“Per la profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei suoi versi”,
Tagore; viaggiava in lungo e in largo per l’Europa da anni.Alcune fotografie lo
fermano al fianco di Einstein; altre nella villa argentina di Victoria Ocampo,
che si onorava di averlo come amico; fu amico di Henri Bergson, di Thomas Mann,
di H.G. Wells. Saint-John Perse, poeta aristocratico quanto pochi altri, più
propenso alla sprezzatura che alla stretta di mano, lo inoltrò ad André Gide: al
grande scrittore – che prederà un Nobel molto più tardi, nel ’47 – si deve una
notevole traduzione della poesia di Tagore come L’Offrande lyrique,
costantemente ripubblicata. Nel 1961, in un Hommage, Saint-John Perse rievocò la
circostanza, l’opera e quel “poeta che ha tenuto alto il lignaggio del sogno
senza lasciarsi distrarre dall’uomo del suo tempo”. L’anno prima aveva avuto,
anche lui, il suo Nobel.
Ma di Tagore, il cui nome temprava, fino a poco tempo fa, labbra tumide di un
sentire ‘spirituale’, sappiamo tutto. Resta lei, Evelyn Underhill, a sfuggire ai
dogmi della fama. Quando scrisse la bella introduzione ai Songs of Kabir compiva
quarant’anni, era nata in dicembre; compita, tenue nel corpo, ottenebrata dalla
tenerezza, aveva sguardi maculati dall’ingenuità dei folli. Il padre, Arthur,
uscito dal Trinity College, era un importante giurista: non capì mai gli
svolazzi mistici della figlia, non si orientava a quel disorientamento. Lo
stesso tono – di critica quando non di ostilità – le fu riservato dal marito,
Hubert Stuart Moore; non ebbero figli, lei gli fu maniacalmente devota.
Visitata da visioni fin da ragazza, Evelyn Underhill aveva iniziato a
raccontarsi attraverso la cortina della letteratura; nei suoi romanzi, per lo
più convenzionali – The Lost Word, 1907; The Column of Dust, 1909, ad esempio –
comincia a narrare ‘l’anello che non tiene’, lo spazio ferino tra apparire ed
essere:
> “Aveva capito, brutalmente, d’improvviso, quanto siano fragili le difese che
> proteggono le nostre illusioni e ci allontanano dall’orrore del vero. Aveva
> scoperto un piccolo foro nel muro delle apparenze: sbirciando attraverso di
> esso, intravedeva il ribollente vulcano delle forze spirituali da cui, di
> tanto in tanto, un refolo di lava sale in superficie”.
Nel 1911 pubblicò il suo libro più noto: uno “Studio sulla natura e sullo
sviluppo della coscienza spirituale dell’uomo”. S’intitolava Mysticism, ebbe
successo, fu l’inizio di un percorso che la portò, da anglocattolica, ad
approfondire l’opera di Jan van Ruusbroec e il Mysticism of Plotinus (1919).
Delicatissima ma coriacea, amica dello scrittore Arthur Machen, Evelyn Underhill
fu la prima donna a essere invitata all’Università di Oxford per dare lezioni di
storia della liturgia e di mistica; guidò gli esercizi spirituali di alcuni alti
prelati anglicani.
La figura di Kabir non poteva non affascinare Tagore: fautore di un pensiero
religioso che supera l’idolo della dottrina e il formalismo, fino a sfiorare
l’eresia, Kabir – venerato da induisti e da musulmani – percepisce l’Assoluto
ovunque, propone una pratica più che una sintesi intellettuale, predilige
l’amore alla ragione. Alla sua morte, capitata a Maghar, nell’Uttar Pradesh, nel
1518, pare, in molti vollero razziare il suo corpo per farne una sacra reliquia,
per erigervi un tempio: la leggenda racconta che le spoglie terrene di Kabir
svanirono sotto una coltre di fiori.
In quel mistico anticonformista si rivedeva anche Evelyn che
nell’introduzione affianca i versi di Kabir, “deliberatamente rivolti al popolo
più che ai religiosi, scritti in una lingua non letteraria” (alcuni ritengono
che Kabir fosse un analfabeta), a quelli di Jacopone da Todi e di Richard Rolle,
paragona la sua esperienza a quella di Francesco d’Assisi e di Giuliana di
Norwich. “Kabir appartiene al ristretto nucleo di supremi mistici – insieme a
Sant’Agostino, a Ruusbroec e al poeta sufi Rumi – che hanno realizzato quella
che possiamo chiamare visione sintetica di Dio, risolvendo la perpetua
opposizione tra personale e impersonale, trascendente e immanente, statico e
dinamico; tra l’Assoluto della filosofia e l’Amico della religione devozionale”.
Il fatto che fosse “un uomo semplice, un tessitore”, risponde a una tradizione
spirituale che supera i confini delle fedi: “come Paolo il fabbricante di tende,
il calzolaio Jacob Böhme, lo stagnino John Bunyan, il tessitore Gerhard
Tersteegen, Kabir sapeva combinare visione e laboriosità; il lavoro manuale
aiutava più che ostacolare la meditazione del cuore”.
Con pochi tratti, Evelyn Underhill dice del genio di Kabir:
> “Il suo destino è simile a quello di molti rivelatori della Realtà. Odiava
> l’esclusivismo religioso, desiderando iniziare gli uomini alla libertà degli
> autentici figli di Dio. I suoi seguaci ne onorano la memoria erigendo le
> stesse barriere che Kabir si è sforzato di abbattere: sopravvivono, però, i
> meravigliosi canti, espressione spontanea del suo amore. Nelle poesie di
> Kabir, viene messa in gioco una vasta gamma di emozioni mistiche: dalle
> astrazioni vertiginose all’intimo desiderio di confondersi in Dio, espresso
> con metafore quotidiane, con simboli religiosi tratti dalle tradizioni
> induiste e musulmane. Impossibile dire se questo poeta fosse un Sufi o un
> Brahmano, un discepolo del Vedanta, un devoto di Visnu. Egli stesso si dice
> ‘figlio di Allah e di Rama’. Lo Spirito Supremo che conosceva e adorava, alla
> cui amicizia tentava di introdurre le anime degli altri uomini, trascendeva,
> pur includendole, tutte le categorie metafisiche, tutte le definizioni;
> ciascuna di queste contribuisce a descrivere la Totalità semplice e infinita
> che si rivela, secondo misura, ai fedeli amanti di ogni fede”.
L’estro lirico di Kabir ricorda quello di ʿUmar Khayyām, poeta mitizzato dai
ranghi della cultura anglofona; il gusto per il paradosso ricorda quello del
micidiale Angelus Silesius e dei maestri taoisti. Il radicale sradicamento di
Kabir era accettato di buon grado dagli intellettuali europei del primo
Novecento, a loro agio con una spiritualità prêt-à-porter.
Nell’incipit della sua introduzione, Evelyn Underhill avvisa che quella di Kabir
“è la prima traduzione per i lettori inglesi” – si tratta di una mezza
verità. Due anni prima l’infaticabile Ezra Pound aveva tradotto Certain Poems of
Kabir sulla “Modern Review” (n.6, January 1913), facendosi aiutare da Kali Mohan
Ghose; l’editore Scheiwiller avrebbe pubblicato le Poesie di Kabir nella
versione di Pound (e, in questo caso, di Ghanshyam Singh), nel 1966. ‘Ez’ aveva
conosciuto Tagore a Londra, nel 1912; gli piaceva quell’uomo che come lui –
diversamente da lui – tentava di fondere Oriente e Occidente, i Veda e
Shakespeare. Lo presentò a William Butler Yeats, il sommo poeta irlandese, il
quale, in effetti, preso da vigoria spirituale, introdusse la versione inglese
del Gitanjali di Tagore (stampata nel ’12 dalla India Society e nel 1913 da
Macmillan).
La storia di Evelyn Underhill e di Tagore fu intrecciata, fino alla fine.
Infaticabile pacifista, Evelyn morì nel giugno del 1941; i bombardamenti su
Londra avevano intaccato la sua già fragile salute. Tagore morì tre settimane
dopo, nella sua villa, nel Bengala, dopo un lungo periodo di malattia: le
fotografie lo ritraggono con gli occhiali da sole, per sempre giovane; prima di
morire dettò alcune poesie, preso da continuo incanto.
**
Poesie di Kabir
Servo, dove mi cerchi?
Eccomi, sono al tuo fianco.
Non mi troverai nel tempio
né nella moschea; non abito
nella Kaaba né in cima al Kailash;
non mi circoscrive cerimonia
né rito, lo Yoga o la rinuncia.
Se sei un vero cercatore mi troverai
subito, mi incontrerai all’improvviso.
Kabir dice: “Dio respira in ogni respiro”.
*
Come dire la parola indicibile?
Come dire che Lui non è così ma è così?
Se dico che è dentro di me, l’universo si vergogna;
se dico che è fuori di me, sono un vigliacco.
L’esteriore e l’interiore sono uno in lui;
ragione e irragionevole sono i suoi sgabelli
non è manifesto né nascosto
non è rivelato né rivelabile
non ci sono parole per dire chi è.
*
Le immagini sono senza vita, non parlano:
lo so, ho gridato loro e non mi hanno risposto.
Purāṇa e Corano: vuote parole
io ho sollevato la cortina – e ho visto.
*
Davanti all’Incondizionato
io e te siamo uno:
questo proclamo.
Ecco la meraviglia
più grande: il maestro
che si inchina al cospetto
del discepolo.
*
Ho il corpo ammalato, ammaccata la mente:
mi manchi, Amato, vieni a casa!
Quando la gente dice che sono la tua sposa
mi vergogno: il mio cuore non si è ancora
ingemmato nel Tuo. Allora, cos’è l’amore?
Non voglio mangiare e non ho sonno
il mio cuore è sempre inquieto.
Come l’acqua per l’assetato, così
è l’amante per la sposa. Chi porterà
notizie di me al mio Amato? Kabir
folleggia: muore dal desiderio di vedere Lui.
*
Suona senza sosta il flauto dell’Infinito
il suo suono è amore: quando l’amore
supera ogni limite, giunge al vero.
La sua fragranza, allora, sgorga selvaggia.
L’amore è infinito e nulla lo ostacola;
la melodia lampeggia come un milione di soli.
Il suono della vina non ha paragoni
perché intona le note della verità.
*
Sottile è il sentiero dell’amore:
non c’è domanda né risposta –
si è persi tra i Suoi piedi
nella gioia della frenetica ricerca – immersi
negli abissi d’amore come il pesce
nell’oceano. Non tentenna l’amante
se deve offrire la testa al suo Signore:
questo è il segreto dell’amare
che Kabir intende svelarvi.
*
Le nuvole si accalcano in cielo
la loro voce è profonda, è un ruggito.
La pioggia viene da est, è monotona
la sua marcia. Cura le siepi al confine
dei campi: che la pioggia non le travolga.
Prepara la terra alla liberazione: che i rampicanti
dell’amore e della rinuncia si arrendano alla pioggia.
L’agricoltore prudente protegge il raccolto:
riempirà i suoi vasi per nutrire i saggi e i santi.
*
Mio cuore, destati! Il Supremo Spirito, il Maestro assoluto
è vicino a te: destati! Corri ai piedi dell’Amato, il tuo Signore
ti è vicino. Hai dormito per innumerevoli ere
non vuoi svegliarti proprio questa mattina?
*
La serratura dell’errore si vince con la chiave d’amore.
Aprendo la porta, risveglierai l’Amato.
Kabir dice: “Non farti sfuggire una tale fortuna!”
*
Chi ha addestrato la vedova a incenerirsi
sulla pira del marito? Chi ha insegnato
che l’amore trova ristoro nella rinuncia?
*
Da chi devo andare per conoscere l’Amato?
Così dice Kabir: “Se ignori l’albero, non puoi
trovare la foresta, così, non cercarLo tra le astrazioni”.
*
Perché scalpita impaziente il cuore?
Egli veglia sugli uccelli, sulle bestie e sugli insetti
si è preso cura di te quando eri nel grembo di tua madre:
ti dimenticherà proprio ora che sei al mondo?
Mio cuore, perché hai distolto lo sguardo
e ti sei allontanato da Lui? Hai lasciato
l’Amato e pensi ad altri: non lamentarti
se l’addestramento è vano.
*
È un’altalena l’amore: aggioga
il corpo e la mente alle braccia
dell’Amato, all’estasi d’amore.
Nei tuoi occhi, le lacrime della pioggia:
il cuore è adombrato dall’oscurità.
Avvicina il viso al Suo orecchio
svelagli indicibili desideri.
Dice Kabir: “La visione dell’Amato
trafigga il tuo cuore!”
*In copertina: Rabindranath Tagore (1861-1941); nel 1915 realizza insieme a
Evelyn Underhill una celebrata traduzione delle poesie del mistico indiano Kabir
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proviene da Pangea.
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“Cerchi concentrici” è uno dei libri decisivi di Yang Lian, uno dei più duri. È
stato scritto tra il 1994 e il 1997, pochi anni dopo l’esilio dalla Cina, in
seguito ai fatti di Piazza Tienanmen, “quando la domanda fondamentale, per me,
non era soltanto perché scrivere?, bensì come scrivere? In altre parole: dopo
l’esilio era lecito, per me, continuare a sprofondare nella pura creatività
poetica? Insomma, in quale modo la poesia scritta in esilio avrebbe saputo
trasformare la tradizione lirica cinese?”.
In realtà, per Yang Lian non si poneva altra scelta che inabissarsi nel
linguaggio – da tempo le sue opere erano ‘proibite’ in Cina, giudicate
‘esoteriche’, insignificanti ai fasti di partito; insieme ad altri poeti – il
più noto dei quali è Bei Dao – i suoi versi erano dileggiati come menglong,
‘oscuri’. Sfollato negli Stati Uniti, Bei Dao ha finito per insegnare a Hong
Kong; da tempo Yang Lang vive in Svizzera, dove è nato nel 1955 – pur cresciuto
a Pechino –, in una famiglia di diplomatici: entrambi i poeti sono stati
nominati più volte nel lotto dei papabili al Nobel – questioni, queste, in fondo
irrilevanti. Quando parla della Cina, Yang Lian parla di “un dolore senza tempo:
la ‘storia’ della Cina si riassume in un carattere quadrato, del tutto nero, che
non cambia mai, nonostante il fluttuare dei tempi”.
“Cerchi concentrici” esce in origine nel 1999; nel 2005 Brian Holton e Anges
Hung-Chong Chan approntano una traduzione – Concetric Circles – per Bloodaxe
Books, a cui facciamo riferimento. Se nel titolo risuonano in noi echi
danteschi, non siamo del tutto fuori pista: introducendo la versione inglese del
suo libro (titolo: “Commosso ancora e ancora da un ancestrale tradimento”), Yang
Lian fa quasi esclusivamente riferimento ai Cantos di Ezra Pound – e dunque, di
rincalzo, a Dante –, quasi che quel testo – parole sue – “abbia ‘inventato’
l’antica poesia cinese per gli occidentali e reinventato la lingua cinese per i
cinesi”. Stratega del paradosso, Yang Lian afferma che la traduzione in cinese
dei Cantos è l’autentica realizzazione dell’estetica ‘poundiana’ (che
postula L’ideogramma cinese come mezzo di poesia), a edificare una lingua
statuaria e assoluta, monolitica eppure viva, vivente; odierna/eterna.
> “Credo che il vero scopo di Pound sia stato quello di superare i limiti del
> tempo imposti dalle grammatiche inglesi. I suoi Cantos si ramificano nel
> tempo: è abbracciando ogni cultura, dal passato al presente, da Oriente a
> Occidente, che egli riesce a eliminare le differenze, toccando, di ciascuna,
> il nucleo immutabile. In altre parole, è sbagliato considerare i Cantos alla
> stregua di un poema epico; essi usano la poesia per cancellare il miraggio
> della diacronia. Sono un universo autosufficiente, senza inizio né fine:
> rovesciano radicalmente la tradizione epica europea”.
Secondo uno schema rigoroso – “l’intero libro è una formula geometrica: cinque
capitoli collegati da un numero progressivo di ‘cerchi’, con tre sezioni in ogni
capitolo; la loro struttura interna è al contempo asimmetrica e stabile” – Yang
Lian tenta di operare come Pound: smuovere da dentro il ‘sistema’ della poesia
cinese. Lo fa esasperando l’eredità oracolare cinese – I-Ching e Daodejing sono
i libri-dolmen, come Odissea, Metamorfosi e Divina Commedia lo sono per Pound –
per sovversione: maciullando lemmi, costruendo una stratificazione verbale che
porta il lettore in un nessundove del tempo, in un nessunluogo del linguaggio.
Che l’esito sia spiazzante, è voluto – non voluttà da retore, ma rigore.
Occorre pazienza per penetrare questi luoghi del linguaggio, questi laghi: del
poeta va accettata la metamorfosi; Yang Lian ha voce di lucertola – il
celestiale rettile addestrato dal sole – e voce di falco. Un tempo, ebbe fragore
la sua poesia, in Italia: nel 2004 l’allora Libri Scheiwiller pubblicò Dove si
ferma il mare(grazie a Claudia Pozzana; libro poi ripreso da Damocle nel 2016);
più di recente, nel 2020, Jaca Book ha proposto Origine, dall’inglese, per
merito di Tomaso Kemeny. Nel 2022 Aragno propone In simmetria con la
morte (“morte nostro unico giardino” dice il poeta nella quarta lassa, capitolo
primo di “Cerchi concentrici”). Piccole, pur belle, cose: attendiamo una
sistemazione rigorosa di questo poeta così importante.
A proposito del titolo, Yang Lian ha spiegato che l’ispirazione gli è giunta
dalla fotografia di un’amica. In una stanza completamente buia, l’artista aveva
fissato una lampadina, il cui brillio scatenava, fermato dalla pellicola, “una
serie di cerchi concentrici sul pavimento. L’effetto era particolare non solo
perché la fotografia catturava qualcosa di invisibile a occhio nudo (un
fantasma?), ma perché sembrava svelare una struttura nascosta nelle profondità
del mondo, che conferiva all’oscurità una struttura, una prassi. L’oscurità
prodotta da quei ‘cerchi concentrici’ andava ben aldilà del fatto fisico,
estendendosi alle esperienze della mia vita: me stesso/altro; in Cina/fuori
dalla Cina; contemporaneità/tradizione; vita reale/scrittura;
esistenza/illusione; interiorità/esteriorità… e così via”.
L’opera dell’amica artista s’intitolava Ma gli angeli esistono davvero? In
questo perimetro, hanno senso i pensieri che soggiacciono alla parola
ispirazione, alla parola evocazione. Quand’è che un angelo si fa vampiro e una
linea retta sversa in cerchio? “In fondo, non ho fatto altro che ritornare alla
domanda che il poeta Qu Yan ci pone da duemila e cinquecento anni: la poesia è…
cos’è?”. Quando la sveli, la incenerisci – di quella cenere ci pitturiamo il
viso.
**
Da “Cerchi concentrici”. Capitolo primo
I
paura del freddo è la carcassa del freddo
pallida vertigine delle rocce carcassa della cecità delle rocce
autunno nelle orecchie atrofizzati alberi
recisi nel cuore del tronco
poi vento non più ira di rami ma ossa umane
non più lo scalpo del frutto ma l’udito che marcisce
non scrostate ali ma la raschiatura del coro ferreo di puro metallo
fuochi morti nella nerboruta nebbia lasciano sentore di morte
campi esangui oscure visioni di solchi e odore di sterco
noci congelate da rompere una ad una
mentre il vino si indirizza ai bicchieri come un oceano colorato e crudele
ogni minuto le cattedrali si svuotano delle nostre paure impilate
sottratte fino a fare la somma detta distruzione
*
II
c’è sempre: eco di ciò che corre in un corridoio buio
ronzio nelle orecchie al di là delle orecchie
proprio lì, dove dalla pietra inizia il mare
un suono spezza l’accordo delle ossa d’albatro
rincorre al contrario il corpo che prova dolore
i nostri corpi che nascono ancora e ancora da un paio di organi rosa
la realtà aumenta sorgiva dai tunnel del vento
migliaia di cactus si uniscono al comporre della notte
le orbite vuote delle capre eccedono il nostro respiro
il suono si dilegua le orecchie si spezzano
*
III
paura tra valle e valle la talpa idatiforme al parto
paura tra oro e oro
rovina d’uomo
splende l’organo il sole guarda il fiume creato da un bimbo piscialetto
mezzogiorno eterno silenzio cola da una nuvola
ciò che senti
impasta la fiamma dei peli pubici tra un sonno e l’altro
tra un giorno e l’altro stomaco che sversa la mezzanotte
il silenzio spalanca scure partiture di granito
temete la vostra intemerata paura tra strade di montagna
cave di uccello non temete di scartocciare il mattino
siedi non temere la sedia
confida solo sulle bianche ossa che sbucano dalle dita
attento allo spettacolo
le vecchie donne che piangano guizzano bagliori
facce martellate di incisioni più le ascolti più ti somigliano
sangue martellante nel temporale di cera
stanche ginocchia di vecchie donne
avvicinati danza incalcolabili caviglie infiammate
il coro inginocchiato su una rosa di vetro
permetti alle lingue brune di leccare la rugiada
non avere paura della vergogna fai del tuo meglio: riproduciti
noi siamo il prodotto del terrore e costruiamo le vette ai monti
fatti sentire dall’inudibile
diventa la tenerezza tra spettro e spettro
tra le vostre chiacchiere brilla la neve in ogni stagione
il corpo mostra lo zero assoluto del linguaggio
confermato da pallidi errori
mortali
tra avvizziti uteri blu una distanza che non puoi controllare
*
IV
poesia impossibile non arrendersi all’universale
le lingue battono sulla superficie del tamburo impossibile
che non tastino la verità
questi involuti involontari che non vogliono congelarsi fissi in una
nevicata creata dalle candele
letti dall’odore terrifico del pesce sotto sale
cielo pornografico che vuole soltanto condannati e legge
la mappa esaurita dalla lettura
quelli crivellati da un cervello dorato
ogni giorno spingono un muro morto verso i sordi
il coltello che ci ha mutilati riversa battiti di cuore sul piatto
impossibile i vivi non sono parte delle foglie cadute dall’albero
impossibile che la farfalla che pinneggia sul muro non sia un pavone
tentenna morte nostro unico giardino
impossibile non espellere matrimoni escrementizi su prati domenicali
baci-tuono ingollati all’infinito per creare pietre e bombardare gli occhi
quando la parola è sparlata dall’indicibile l’ultimo giorno è
il reietto dei giorni finestra partoriente senza direzione
impassibile esibisce il suo solo collasso
*
V
autunno vibra come uno strumento musicale impazzito
la gloriosa memoria di massa deforma
corpi mentre esaminati da un raggio di luce i corpi
noi siamo flutti di fango trafitti da un rosso fiero respiro
solo quando il volto è un fato noi siamo
polmoni stretti da un nero enorme che ci sovrasta
bestie ricoprono con cura il bianco-argento delle ossa
crepe nella malattia
mentre l’irraggiungibile è questo rancido fiato
da accecati che preme sull’oceanico fermacarte scritto
segugi abbaiano feroci guidano l’adesso in un dire
senza parole così permane l’adesso
la montagna immagazzina musica che dura una vita
organo a canne con denti falsi per mentire
carne senza ormeggio arpeggio bianco gelido si dilegua
indicibile semina insetti morti come grano scintillante
sottrazione grammatica che organizza un esercito solitario
usando i nostri occhi per organizzare il dolore defraudato del sole
spacca una bacca finché il suo pus non diventa lentamente viola
testicoli pendono nel nulla cancellano l’adesso dal reale
Yang Lian
L'articolo “Noi siamo il prodotto del terrore”. Intorno alla poesia di Yang Lian
proviene da Pangea.
Se esiste un poeta che non può essere raccontato senza nominare l’Europa come
problema, quello è Yvan Goll. Non perché cosmopolita – parola pigra, buona per
salottisti e comunicatori – ma perché la sua opera coincide con il fallimento
stesso dell’idea europea di unità. Yvan Goll non ha rappresentato il nostro
continente: lo ha messo al centro della propria vicissitudine creativa proprio
mentre, a quanto intravvedeva, stava disgregandosi. Soprattutto per questo è
forse il più europeo dei poeti europei della prima metà del Novecento e, al
tempo stesso, uno dei più rimossi. L’Europa infatti ama celebrarsi, ma non ama
chi le mostra il conto.
Nato il 29 marzo 1891 in Alsazia, terra di frontiera e di contesa, Isaac Lang
(Yvan Goll è solo il più longevo dei suoi noms de plume) crebbe con una sorta di
vocazione destinale allo sdoppiamento.Scrisse in tedesco e in francese, abitò a
Parigi e Berlino, e attraversò o prevenne tutte le avanguardie,
dall’Espressionismo allo Zenitismo, senza inginocchiarsi davanti a nessuna. Non
fu semplicemente uno scrittore “tra due lingue”, ma un poeta che aveva intuito
presto come il suo progetto mentale e linguistico non fosse la fusione, bensì la
frizione. Dove altri cercavano sintesi, Goll accettava o inseguiva la
dissonanza. E le dava figura poetica, indossando maschere di rispecchiamento,
che non erano espedienti lirici, né semplici “personaggi”, ma funzioni di una
strategia di sopravvivenza autoriale.
Giobbe, Orfeo e Jean sans Terre, la Trimurti di alter ego nei quali giocò a
dirsi “uno”, sono abiti identitari provvisori, che indossava, smetteva e
riprendeva per parlare sempre da un punto di massima esposizione. Giobbe, per
Goll, è la figura della protesta metafisica senza riscatto, è l’uomo che
continua a interrogare se stesso e Dio dalla casa del dolore (dal corpo “sacro”
per quanto corrotto) sapendo che nessuno gli risponderà. Orfeo, invece, è il
poeta nell’epoca del disincanto: colui che scende negli inferi della modernità
per restituirne il cuore segreto, ma perde Euridice perché la poesia, in quel
non-luogo a procedere, non ha più potere salvifico, solo testimoniale. Jean sans
Terre, infine, è una maschera straordinariamente polisensa. È il senza-patria
per antonomasia, privo di radici e appartenenza; l’esule, l’escluso, il poeta
(ed ebreo) errante e senza identità, teso a oltrepassare tutti i confini, fuori
e dentro di sé, per ritrovarsi ovunque in territori inospitali.
Beninteso e importantissimo, per capirne qualcosa di non estrinseco: in queste
figure Yvan Goll non costruiva un mito personale, ma smontava il piedistallo
dell’io lirico. La soggettività in lui si frantumava in ruoli archetipici perché
il poeta, a suo avviso, quantomeno in Europa (in Occidente), non poteva più
prendere parola in prima persona senza dover assumere una postura finzionale. La
maschera, in Yvan Goll, è un senhal tragico. Non nasconde: espone.
Anche il romanzo-non-romanzo breve Die Eurokokke (Eurococco, 1927) può essere
letto, in fondo, come una maschera allegorica di un’Europa esausta, giunta per
davvero «à la fin de la décadence». Poema grottesco, canto scomposto e degenere
di un continente in via d’estinzione, Eurococco mette a nudo l’Europa come
simulacro esausto: come un idolo di cartapesta che danza, ignaro, mentre, sotto
di sé, le sue basi stanno cedendo. Con quest’autopsia di un’Idea in forma di
fiaba politico-morale, il trentaseienne Yvan Goll dimostrava di aver capito
prima di molti che l’Europa fuoriuscita dalla Grande Guerra era il cartonato
farsesco di un gran progetto andato a male; e l’homo europaeus un antieroe
nichilista, che stava morendo inciampando nella sua stessa retorica.
A bilanciare la maschera grottesca di Eurococco c’è però l’altro volto della
poesia di Goll, quello in cui l’alogica e la satira cedevano il passo a una
solennità spezzata ma non meno radicale. Requiem für die Gefallenen von
Europa (Requiem per i morti d’Europa, 1917) e Paris brennt (Parigi brucia, 1921)
ricordano con accenti apocalittici che gli sberleffi e l’ironia non bastano per
esprimere la sostanza tragica della realtà. Qui l’Europa non è un fantoccio
colto in limine mortis: è ormai un continente-cimitero, attraversato da un lutto
che non trova più una liturgia atta a elaborarlo.
Esaurita la stagione delle avanguardie e della poesia militante degli anni ’20,
segnata dalla denuncia della crisi europea, a partire da Les Cercles Magiques,
del 1926, e poi con maggior risolutezza negli anni ’30 e ’40 (gli anni del suo
esilio in America), Goll compì una svolta verso ragioni e sragioni
dell’interiorità, ampliando le sue conoscenze di alchimia e mistica, in
primis della Kabbalah. Nei suoi testi migliori, alla polemica storico-sociale
subentrò l’indagine metafisica: la poesia virò verso l’ontologia e si fece
strumento di conoscenza simbolica. Raccolte come Le Char Triomphale de
l’Antimoine (Il carro trionfale dell’Antimonio, 1949), Traumkraut (Erba di
sogno, pubblicata postuma nel 1951) e Neila, Abendgesang (Neila, canto del
vespro, uscita anch’essa postuma, nel 1954) sono i vertici estetici di
quest’ultima stagione, agita con un linguaggio spoglio, visionario ed
essenziale, che conferisce alla sua poesia un tono testamentario. Sul piano
biografico, l’approfondimento spirituale andò di pari passo con l’incedere della
leucemia, che accompagnò anima e corpo del poeta dal 1943 al 27 febbraio del
1950, data della sua morte a Parigi.
Yvan Goll e la moglie, Claire Studer
La traiettoria esistenziale e la storia della ricezione di Yvan Goll appaiono
oggi costellate da una lunga serie di avversità che, tuttavia, non hanno nulla
di casuale. Goll è stato il più sfortunato fra i poeti eccellenti del suo tempo
perché si è trovato sempre dalla parte sbagliata del consenso... e anche perché
ha unito la sua vita a quella di Claire Studer (1890-1977), donna e scrittrice
iper-polemica e ingombrante, la ribalderia a più livelli della quale favorì il
suo progressivo isolamento in vita e il suo rapido (benché relativo) oblio in
morte.
Emblematica e storicamente “imperdonabile” è la vicenda della sua avventura
surrealista. Fin da subito, Goll fu quasi-interno al surrealismo, ma non
allineato; arrivò, anzi, ad anticipare Breton, nel 1924, inventandosi una
rivista, “Surréalisme”, nel primo e unico numero della quale osò pubblicare un
suo Manifesto del Surrealismo, qualche mese in anticipo rispetto all’uscita
pubblica del testo legiferante del “Papa”. Fu un surrealista apostata ancor
prima che il Surrealismo fosse riuscito a registrare il proprio atto di nascita,
insomma, perché andava proponendo una restituzione poetica dell’immagine e del
sogno che rifiutava la mala pratica dell’automatismo psichico. Mentre Breton
costruiva il suo partito, Goll sceglieva la poesia: la lirica
mitico-immaginativa innervata d’esperienza consapevole. Fu una scelta che
equivalse a una condanna. Il Surrealismo, come fa ogni chiesa laica, non
tollerava gli eretici che ne condividevano l’intuizione ma non il catechismo.
Goll restò così, da solo, in una terra di nessuno: troppo libero e sfrontato per
essere accolto, troppo coerente per essere perdonato. Il velenoso conflitto con
Breton – che culminò, una sera, con una scazzottata pubblica a teatro – non fu
un semplice episodio d’antipatia reciproca: fu il sintomo di una guerra per il
controllo del potere d’influenza. Goll non perse perché avesse torto (direi
anzi: tutt’altro), ma perché non aveva il carisma affabulatorio e guerrigliero
del suo “rivale”. O, più semplicemente, perché non apparteneva alla fazione
giusta. Così come ai nostri giorni, cent’anni or sono la storia della poesia è
(stata) spesso una questione di alleanze.
Il capitolo più cupo della sfortuna di Goll riguarda Paul Celan. Dopo la sua
morte, la vedova Claire accusò Celan di plagio, dando origine a una delle
vicende più tossiche della storia letteraria europea. Al di là della verità
testuale, che pende nettamente a favore di Celan, resta l’amarezza di un destino
che continuò a rigirarsi contro Goll anche quando Yvan Lazang non era più di
questo mondo. Non per sua colpa, Yvan Goll diventò così un’arma impropria, lo
pseudonimo triste di un semisommerso della poesia franco-tedesca, che era stato
portato alla ribalta della società letteraria internazionale per mettere in
dubbio l’autenticità del talento di un giovane amico e collaboratore – abile,
forse, più di lui a dar corpo memorabile a un’interrogazione poetante che
affidava alla parola un valore a un tempo sapienziale e rivelante.
“Relazionalmente” scorretto, stilisticamente e qualitativamente disuguale, Yvan
Goll non è considerato un gigante come Celan. Ciononostante, ha lasciato un
tesoretto testuale e ha costruito un itinerario individuale di conoscenza che lo
colloca in una posizione di rilievo nel panorama poetico dello scorso secolo.
Massimo Morasso
**
Lied der Unbesiegten
Schwarze Milch des Elends
Wir trinken dich
Auf dem Weg ins Schlachthaus
Milch der Finsternis
Man gibt uns Brot
Weh! Es ist aus Staub
Unser Schrei steigt rot
Aus dem Schlachthof auf
In unsrem Höllenwein
Aus der Reben Glut
Aus Schädeln und Bein
Gärt Luzifers Blut
Aus den Augen wächst Klee
Den Mord zu beweinen
Und der Ahnen Armee
Wacht unter den Steinen
Uhu der Dunkelheit
Wird den Racheruf schrein
Wölfe werden die Söhne sein
Reißende Grausamkeit
Schwarze Milch des Elends
Wir trinken dich
Auf dem Gang ins Schlachthaus
Milch der Finsternis
*
Canto degli invitti
Latte nero della miseria,
ti beviamo,
sulla strada per il mattatoio,
latte delle tenebre.
Ci danno pane –
ah! è fatto di polvere.
Il nostro grido sale rosso
dal mattatoio.
Nel nostro vino d’inferno,
dalla brace delle viti,
da teschi e ossa
fermenta il sangue di Lucifero.
Dagli occhi cresce il trifoglio
per piangere l’assassinio,
e l’esercito degli avi
veglia sotto le pietre.
Il gufo dell’oscurità
urlerà il grido di vendetta.
Lupi saranno i figli,
rapace crudeltà.
Latte nero della miseria,
ti beviamo,
in cammino verso il mattatoio,
latte delle tenebre.
***
Unwirklicher als Nebel im lautlosen Getriebe der Nacht
Fließt dein Gesicht vorbei mit den Segeln des Mondes
O Neila, blauer Opferrauch
Die roten Gesänge der Väter verhallen in deinem Mund
Ein goldenes Tierhorn der Inbrunst
Meldet dich dem Schicksal
Ich höre rauschen mit ihrer dunklen Magie
Die alten Meere der Mitternacht
Ich weiß, du bist keine Menschentochter
Unirdischer du, jenseits von Blut!
Neila, meint dich der Duft von Jasmin
Wenn er von den Geistern der Tiefe kündet?
*
Più irreale della nebbia nel silenzioso ingranaggio della notte
il tuo volto scorre via con le vele della luna.
O Neila, azzurro fumo sacrificale.
I canti rossi dei padri ti si spengono in bocca.
Un corno d’oro dell’ardore
ti presenta al destino.
Sento gli antichi mari della mezzanotte
rumoreggiare con la loro oscura magia.
E so che tu non sei figlia dell’uomo.
Tu, ultraterrena, al di là del sangue!
Neila, parla di te il profumo del gelsomino
quando annuncia gli spiriti d’abisso?
*
Die Nacht trinkt ihre rote Blüte aus deinem Herz
Sie rankt zurück bis zum ersten Kuß
Mit dem wir Erinnerung spielen
In meinem Pulsschlag halt ich das Gedächtnis fest
Es wehrt sich wie ein erschrockener Vogel
Stärker als Liebe vergißt es nie
Durch dein Aug fällt die Zeit wie ein grüner Stern
Tochter des Mondes du beleuchtest für mich
Die Ruinen der Welt
*
La notte beve il suo fiore rosso dal tuo cuore,
si riavvolge fino al primo bacio
con cui giochiamo a ricordare.
Nel mio battito tengo stretta la memoria:
si difende come un uccello spaventato,
più forte dell’amore, non dimentica mai.
Dai tuoi occhi il tempo cade come una verde stella;
figlia della luna, tu illumini per me
le rovine del mondo.
***
L’arbre Sepiroth
Dix sont les fruits aux bras de l’arbre Séphiroth
Dix les métaux du corps recelant la Splendeur
Dix les sels de l’esprit nourriciers de la Fleur
Qui prépare mon âme aux puissances d’Azoth
La pomme du pouvoir rondit en mon cerveau
Et le vin de mon cœur inspire l’Infini
Les yeux de l’émeraude aux yeux de chair unis
Allumeront en moi les fibres du Flambeau
Descendez Séraphins l’escalier vertébral
Où la nèfle du foie et le soufre natal
S’oxyderont un jour pour créer la Beauté
Cèdre de ma Rigueur Arbre de Royauté
Par tes racines monte un alcool jamais bu
Ta Couronne me ceint du suprême attribut
L’albero Séphiroth
Dieci sono i frutti sui rami dell’albero Séphiroth
dieci i metalli del corpo che celano lo Splendore
dieci i sali dello spirito fecondi del Fiore
che prepara la mia anima alle potenze di Azoth.
La mela del potere mi si gonfia nel cervello
e il vino del mio cuore ispira l’Infinito.
Gli occhi di smeraldo agli occhi di carne uniti
accenderanno in me le fibre della Torcia.
Scendete, Serafini, dalla colonna vertebrale
dove il nespolo del fegato e lo zolfo natale
si ossideranno, un giorno, per creare la Bellezza.
Cedro del mio Rigore, Albero di Regalità,
per le tue radici sale un vino mai bevuto.
La tua Corona mi cinge del supremo attributo.
Traduzione di Massimo Morasso
L'articolo “Tu illumini per me le rovine del mondo”. Yvan Goll, il poeta che ha
cantato la fine dell’Europa proviene da Pangea.
Una parte cospicua del ‘Meridiano’ dedicato a Octavio Paz (Poesie e prose
scelte, Mondadori, 2025) è riservato alle sue traduzioni, o meglio, “Versioni e
divertimenti”. In effetti, si tratta di traduzioni di traduzioni, dalla lirica
indiana antica, da quella cinese e giapponese. In sostanza, Octavio Paz operava
confrontando diverse versioni: in particolare, quelle di Daniel H. H. Ingalls
per la letteratura sanscrita; quelle di Kenneth Rexroth e di Vincent McHugh per
la poesia cinese e giapponese. A volte, si faceva aiutare da studiosi, come il
diplomatico e ispanista Eikichi Hayashiya, cittadino di Tokyo. Non è secondario
ricordare che Octavio Paz – insieme a Vargas Llosa il più importante
intellettuale latinoamericano del secolo scorso, per portata letteraria e
saggistica – è stato ambasciatore del Messico in India e in Giappone: ha
lavorato, con impenitente pazienza, per una ‘unione’ tra Oriente e Occidente.
Sia come sia, gli haiku non sono mai stati così belli – mai così haiku – come
nello spagnolo di Paz; questo è Kobayashi Issa:
> “Guardo nei tuoi occhi,
> libellula,
> monti lontani”
(Miro en tus ojos,
caballito del diablo,
montes lejanos)
Che strano: ci è voluto un poeta messicano vissuto nel XX secolo per farci
apprezzare un poeta giapponese nato nel 1763.
Poeta alieno ai toni canonici della poesia latinoamericana, Octavio Paz aveva
bisogno di rapacità, ritualità, lirica all’arma bianca: toni che ha trovato
nella letteratura estremorientale. Fin da subito, il poeta avverte che “le mie
traduzioni sono traduzioni di traduzioni e non hanno valore filologico”, eppure,
in modo singolare, riescono efficaci, ci investono di nuova autenticità.
*
Il tema è totale, investe l’idea stessa del tradurre. Cathay è il precedente
illustre di Paz, specie di Sion del traduttore-inventore. In quel libro, edito
nel 1915 a Londra, da Elkin Mathews, Ezra Pound costruisce, con pochi cocci,
un’idea occidentale della Cina ancestrale. Pound unì filologia e paradosso:
maneggiò gli studi dell’orientalista Ernest Fenollosa – ne aveva conosciuto la
moglie, da poco vedova, Sidney McCall, ruvida, americana, scrittrice – per poi
fare, magnificamente, da sé. Alcuni versi – “Viaggio faticoso, si ruppero le
ruote,/ Strade come budella di pecora”; roads twisted like sheep’s guts – sono
eminentemente poundiani, reflusso dell’Imagismo. Cathay, in fondo, è il grande
disegno preparatorio dei Cantos, il luogo in cui la fascinazione confuciana di
Pound s’impenna, il libro – divinatorio, divino – in cui Ovidio dialoga con il
Signore di Shang, in cui Ulisse pare consultare l’I-Ching.
Qualche decennio dopo, nel 1938, pubblicando Hölderlin’s Madness (per Dent,
Londra; in Italia: Aragno, 2023), il ventiduenne David Gascoyne, traboccante di
transfert, perfeziona l’idea della traduzione come reinvenzione totale, genio
del tradotto combinato a quello del traduttore. In una nota, il poeta denuncia
il diabolico patto: “Le poesie che seguono non sono la traduzione di poesie
scelte di Hölderlin, ma un libero adattamento, introdotto e collegato da poesie
interamente originali. L’insieme costituisce quello che forse potremmo
considerare una persona”. Traduzione come animismo: tradotto e traduttore
diventano un’unica cosa, una individualità.
Naturalmente – meglio: per effetto di ferina naturalezza – le traduzioni di
Gascoyne – che aveva come riferimento la traduzione dei Poèmes de la Folie de
Hölderlin ad opera di un altro poeta, Pierre-Jean Jouve – sono mirabili.
In tutti i casi – Pound, Paz, Gascoyne – la traduzione-reinvenzione è funzionale
alla singolare ricerca lirica dei poeti. Insomma: tradurre è andare con le
lanterne, evocare gli spettri; eventualmente, fronteggiare l’urlo e dare marea
all’incendio.
*
Ad esempio: non è vero che i poeti siano i traduttori più bravi. I poeti,
semplicemente, traducono per sopravvivere. Le – pur belle – traduzioni di
Rebora, Sbarbaro, Caproni o Sereni non aggiungono nulla al tema né alla loro
opera; le – pur brutte – traduzioni di Montale ci insegnano qualcosa sul
‘metodo’ lirico del poeta, sulle sue letture. Anche Ungaretti ha tradotto tanto,
spesso con brio: è significativo il suo legame con William Blake (“Lavoro alle
traduzioni di Blake da più di sette lustri. È un poeta difficile. Sempre, anche
quando è semplice come l’acqua. Ma c’è poeta, o un qualsiasi uomo che parli, che
sia nel suo dire interamente decifrabile?”). A conti fatti, il discorso non
cambia.
*
A volte, a contrario, accade che un non poeta riesca a conferire poesia a un
testo tradotto, illuminandolo come mai prima. Nel caso dei ‘classici’, è il
classico esempio di Ezio Savino. Grecista, latinista, scrittore, Savino ha
tradotto Sofocle e Eschilo con primigenia ferocia, una nitidezza rituale che fa
impallidire i classicisti: forse è per questo che lo si guarda come una bestia
rara. Savino è il Chirone dei traduttori.
Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino – slavista per mestiere, poeta per
estro – ha tradotto i poeti russi come nessuno. In particolare, legò con Boris
Pasternak; a proposito, Cesare G. De Michelis scrisse che “l’opera traduttoria
di Ripellino su Pasternak ha acquistato i caratteri non solo dell’autorevolezza
ma anche della definitività”. Il saggio di De Michelis – nell’edizione
einaudiana delle Poesie di Pasternak del 1992 – s’intitola, non per caso, Il
“Pasternak” di Ripellino, come se si trattasse di un’appropriazione più che di
una traduzione. A volte questo appropriarsi accade dopo lungo assedio e strenua
lotta, a volte per coincidenza d’affetto: il corpo lirico del tradotto è
coniugale a quello del traduttore.
Secondo alcuni, le traduzioni di Tommaso Landolfi sono belle perché
‘landolfeggiano’ – del tradotto, poco c’importa. Non è inesatto considerare le
versioni di Hölderlin di Mandruzzato – stampa Adelphi – più belle, al tatto e al
palato, di quelle, più esatte, di Luigi Reitani (stampa Mondadori).
*
In un libro di vertiginosa potenza, L’arco e la lira, Octavio Paz scrive, tra
l’altro, che:
> “…l’opera poetica è in lotta con se stessa. Per questo è viva. E da questa
> continua contesa… ha origine anche ciò che si è chiamato la pericolosità della
> poesia. Il poeta è un essere a parte, un eterodosso per fatalità congenita:
> dice sempre un’altra cosa, anche quando dice le stesse cose del resto degli
> uomini della sua comunità. La diffidenza degli Stati e delle Chiese nei
> confronti della poesia non nasce solo dal naturale imperialismo di questi due
> poteri: l’indole stessa del dire poetico provoca il sospetto. Non è tanto ciò
> che dice il poeta, ma ciò che è implicito nel suo dire, il suo dualismo ultimo
> e irriducibile, ciò che conferisce alle sue parole un sapore di liberazione…
> La parola poetica non è mai completamente di questo mondo: ci trasporta sempre
> oltre, in altre terre, ad altri cieli, ad altre verità. La poesia sembra
> sfuggire alle leggi di gravità della storia, perché la sua parola non è mai
> completamente storica”.
È proprio in questa alterità che funziona la traduzione del poeta; quando,
tramite tradimento, scaturisce una verità nuova. La necessità di un testo di
essere tradotto è in questo sconfinamento del senso, non in altro. La verità
opera nel frainteso.
In un saggio in cui sonda il “parlare in lingue”, Lettura e contemplazione –
accolto anche questo nel ‘Meridiano’ – Octavio Paz ricorda una leggenda
tibetana. Un giorno, siamo nel XVIII secolo, il Dalai Lama vide dalla finestra
del palazzo del Potala la dea Tara che danzava. La dea veniva evocata da “un
povero vecchio”, che girava intorno alle mura del palazzo “recitando le sue
preghiere”. Quel recitare, incita la dea a svelarsi. Il vecchio sussurrava le
preghiere di un antico testo in sanscrito: i teologi inviati dal Dalai Lama
intercettarono difetti nella traduzione del testo. Dissero al vecchio di
emendare il dire, di pronunciare correttamente, secondo giustizia filologica,
quella preghiera – “da quel giorno Tara non apparve più”. È in ciò che non
consuona secondo legge umana, in ciò che sfugge alle filologiche spire,
l’ispirazione, il vero.
Forse è per questo che gli scrittori, messi a tradurre il testo sacro,
difficilmente riescono. Intimiditi dalla nuda gloria della Bibbia – un testo che
desertifica il lavorio intellettuale, un testo-dolmen che annienta il
verseggiatore Versailles – tentano di mettere del loro, di ormeggiare lì la
propria lingua. Così, uno scrittore altrimenti geniale come Massimo Bontempelli
s’impantana in versioni bibliche claudicanti, con linguaggio irto di aculei
retorici. Così, ad esempio, alcune lasse dal capitolo XX dell’Apocalisse,
paragonate alla versione di un poeta, Giancarlo Pontiggia, recentemente edita da
De Piante. “E sopra lui chiuse e sigillò perché non traviasse più i popoli”
(Bontempelli) vs. “e vi pose un sigillo sopra, e un ordine:/ Non sedurre più le
genti” (Pontiggia); “E vidi i troni, e su questi si assisero, e fu commesso loro
di giudicare” vs. “E vidi troni,/ e vi si sedettero sopra,/ e fu dato loro di
giudicare”; “E se taluno non si trovò scritto nel libro della vita, fu gettato
nel lago di fuoco” vs. “E chi non fu scritto nel rotolo della vita/ fu gettato
nello stagno del fuoco”.
È vero: Guido Ceronetti ha ‘liberato’ la lettura della Bibbia dalle ganasce
sacerdotali; per certi versi ha dissigillato il Testo. Alcune traduzioni
bibliche – preferisco Giobbe, Cantico dei Cantici, Isaia – sono il vero
capolavoro di Ceronetti: eppure – forse per colpa dell’onnivora ‘mobilità’ del
testo biblico, un testo cannibale – ho il sospetto che il tempo le invecchi
irrimediabilmente. La Traduzione della prima lettera ai Corinti di Giovanni
Testori, invece – pubblicata nel 1991 da Longanesi – convince ancora, è ancora
giovane. Merito dell’audacia – Testori svolge la prosa di San Paolo in poesia;
poesia che rimanda, per chi ha orecchio, a Nel tuo sangue e a Ossa mea – e,
anche qui, della violenza da rabbiosa belva con cui quel testo agisce – ha agito
– nella ricerca letteraria del traduttore. A proposito, Carlo Bo scrisse che
Testori “cerca di farsi traduttore di Paolo con Paolo, di parlare con Paolo”. A
volte: traduzione-duello; a volte: traduzione-confessione. Testori disse di “un
terribile impegno preso con lui”, con Paolo.
> “Volevo portarlo all’interno del processo di verbalizzazione della nostra
> poesia; volevo gettarlo come un ingombrante monumento dentro nostra
> letteratura. Anche di forza; anche peccando di violenza”.
Traduzione come terribile impegno – cosa, scrive Testori, che “rasenta il
ridicolo”. Tra il terrore e il ridicolo. Spogliarsi per essere falciati da
linguaggio altro – perciò: mio. Esempio dal primo capitolo; così eclatante da
impedire didascalia:
> “Paolo,
> io,
> da Cristo vocato
> – volontà Dio –
> con Sostene,
> ai fratelli della corinzia Chiesa,
> ai creati da Lui,
> luogo in ogni chiamati,
> grazia invoco,
> pace.
> Per donazione del Padre
> e del Figlio ricchezza
> in parole,
> in fede-scienza,
> dato vi fu
> del Mistero coscienza
> e d’ostenderlo imperio
> ad altrui conoscenza.
> Così
> in voi e in noi
> di Cristo il Verbo,
> niente cedendo,
> in crimine alcuno cadendo,
> l’ultima rivelazione sua attendendo,
> testimonianza riceve
> e dà”.
Essere Paolo più di Paolo – tradurre: entrare nella pelle del tradotto,
rivelarlo a lui stesso, con lavorio d’amore e di lama.
*
Questa dinamica del tradurre per tradimento ha, in Italia, due fuochi. Il primo
è Salvatore Quasimodo. La sua versione dei Lirici greci (Edizioni di Corrente,
1940, poi Mondadori, 1944) è stata tanto rivoluzionaria da costituire una novità
nella poesia in italiano. Il poeta ritorce la filologia contro i filologi, con
parole dirompenti: “Quella terminologia classicheggiante (per intenderci: opimo,
pampineo, rigoglio, fulgido, florido, ecc.) che pretese di costituirsi a
linguaggio aromatico, adatto soprattutto alle traduzioni dei testi greci e
latini, se ancora perdura in una zona storicamente evasiva della cultura
nazionale, è morta nello spirito delle generazioni nuove”. E poi:
> “Il valido apporto della filologia decade sempre oltre i limiti d’una
> interpretazione del testo esaminato e ricostruito. L’indicazione dello
> studioso non può esaurire la ‘densità poetica’ del testo; ma prepara alla
> scelta di quella parola o costrutto che rientri nella situazione di canto del
> poeta che si traduce”.
Gli esiti, insuperati per nitore, sono noti; solito esempio:
> “Tramontata è la luna
> e le Pleiadi a mezzo della notte;
> anche giovinezza già dilegua
> e ora nel mio letto resto sola”.
Dal lato opposto, Pier Paolo Pasolini che traduce L’Orestiade di Eschilo per
Vittorio Gassman, nel 1960. Il poeta, per voluttà e voracità – tutto il suo dire
è affanno di fame, è famelico: “non mi è restato che seguire il mio profondo,
avido, vorace istinto”; “mi sono gettato sul testo, a divorarlo come una belva”;
“con la brutalità dell’istinto” –, ignora il testo greco: maneggia le versioni
francese (di Paul Mazon, 1949), inglese (edita a Cambridge nel 1938) e quella
italiana di Mario Untersteiner (del 1947), innervandole nel suo “italiano:
quello delle Ceneri di Gramsci (con qualche punta espressiva sopravvissuta
da L’usignolo della chiesa cattolica)”. Nota di brigantaggio: “Peggio di così
non potevo comportarmi”. L’ideologia pasoliniana agisce ovunque: “La tendenza
linguistica generale è stata a modificare continuamente i toni sublimi in toni
civili… Da ciò un avvicinamento alla prosa, all’allocuzione bassa, ragionante”.
In sostanza, all’Eschilo edotto nei misteri di Eleusi si predilige il militare e
il cittadino, alla sostanza religiosa quella politica, al tempio l’agorà.
È un Eschilo tutt’altro, venuto da altrove, quello di Pasolini, dove anche
Cassandra non parla cinta da estasi e isteria: si rivolge con parole misurate a
“Dio” – pare un’Antigone:
> “Oh Dio! Tu parli, e compi la nostra rovina.
> No, non si può lottare con te, Maledizione
> divina di questa casa! Tu vedi tutto.
> Ciò che io credevo al sicuro e lontano,
> tu lo colpisci, con la tua arma che non perdona”.
D’altronde, il coro non impenna lemmi ambigui, vestali, ma versi da moralista
settecentesco:
> “Il male chiama altro male:
> non si può giudicare: chi
> vuol prendere è preso,
> chi ha ucciso è ucciso: nel trono
> di Dio sta scritto: Chi ha peccato paga”.
Forse nella traduzione di traduzione – questo sussurro di sussurri, questo
colibrì che si fa aquila – emerge una verità più limpida di quella che si scorge
nella pura traduzione. È come se in questo passaggio di consegne, di torce in
stormi, si giunga a qualcosa di più sottile: il terzo mette a tacere la lite tra
i due.
*
Tradurre, quando non è un gesto ‘professionale’ ma ‘esistenziale’ – i cui esiti
investono l’esistenza del traduttore, per cui quella traduzione è un hic et
nunc, un primo-e-ultimo, un ora-e-mai-più – è un sacrificio. Qualcosa, perché
accada qualcos’altro, deve morire. Ciò che non vediamo del testo tradotto è
l’altare, lo scannatoio, la bestia che sanguina. A volte, il corpo sacrificale è
quello dell’autore tradotto – a volte quello del traduttore. Soltanto di rado
sono entrambi a officiare il sacro rito del tradurre – sacralità che accade per
dissacrazione, per dissoluzione dei vincoli di fede.
La gratitudine segue l’atto di razzia, la grazia accade dopo la barbarie.
Secondo San Paolo, la traduzione – “interpretazione delle lingue”, hermeneia
glosson; secondo Testori: “d’ogni lingua interpretazione” – è un carisma: in sé
ha dunque tutti gli scorticanti drammi del dono. La traduzione è un dono
pentecostale, ha a che fare con l’escatologia, con la conoscenza delle cose
ultime – lingua morta che risorge: già, ma quanto sarà serbato del
corpo originale? Poco importa: la nostra tradizione non riguarda lingua sacra –
ebraico, arabo – ma linguaggio che ha i blasoni della blasfemia e della
latitanza – il greco dei Vangeli non è lingua che parlava Gesù il Nazareno –
lingua da espulsi, da senza patria, da paria. Non più questione di ‘rispettare
lo spirito’ di un testo ma di essere ispirati.
Così la traduzione prende efficacia, diventa belva, preme e opera. Divora.
*In copertina: “Tavola Doria” frammento ricalcato dalla “Battaglia di Anghiari”,
Leonardo da Vinci
L'articolo “Peccando di violenza”. Della traduzione come tradimento proviene da
Pangea.
Ognuno di noi serba nell’animo il ricordo di una lettura folgorante, un libro
che ha segnato tutta una vita, confermato il presagio di una vocazione e
illuminato la possibile traiettoria di un’esistenza. Un libro totem, un libro
talismano – fatto per essere conservato come un amuleto o da indossare come
un’armatura contro gli agguati del tempo, un orizzonte di privata salvezza in
fondo alle nostre piccole e grandi apocalissi.
La mia copia dei Sonetti di Shakespeare, nella versione in prosa di Lucifero
Darchini, risale ormai a più di venti anni fa. L’avevo comprata, se la memoria
non m’inganna, durante le vacanze estive tra il secondo e il terzo anno di
liceo. Mi aveva sedotto la copertina color blu cobalto con al centro un piccolo
ritratto del poeta inglese, la famosa incisione di Martin Droeshout. Una
copertina senza orpelli, piuttosto minimalista. Tante volte mi sono interrogato,
nel corso degli anni, sulle ragioni che fanno dei Sonetti un’opera per me
totalmente invulnerabile all’usura del tempo, del dolore e degli affetti. Ora, a
distanza di due decenni, quel blu si è schiarito, le pagine si sono
irrimediabilmente ingiallite. Resiste quell’odore inconfondibile e familiare dei
libri che abbiamo portato in giro per il mondo, pieni di note e piccole
illuminazioni scritte alla luce fievole di un abat-jour. Persiste anche,
inalterabile, quella voglia di serrare il libro al petto, come si fa con le
persone più care. Forse, è questa la migliore risposta alle mie domande.
*
Sugli interlocutori dei sonetti, sulla datazione, così come sulle misteriose
vicende della pubblicazione, sono stati scritti e si continuano a scrivere fiumi
d’inchiostro. Poco importa, in fondo, dare un nome e un cognome al “fair youth”,
alla “dark lady” e al “rival poet”. Qualcuno ha scritto che in questi versi
Shakespeare ha messo a nudo il suo cuore. Che in quei 14 pentametri giambici
disposti in tre quartine in rima alternata più un distico finale in rima
baciata, il poeta abbia voluto drammatizzare le tensioni più intime del suo
poetico sentire. Per me, i Sonetti coincidono da sempre con la meridiana che
segna il mezzogiorno della Poesia.
*
Cerco di indagare le ragioni del senso di meraviglia che i 154 sonetti
sprigionano. Da cosa deriva il loro fascino irresistibile? Con quale lingua mi
parlano, accarezzando il dolce mistero della poesia, aggirando le mie
arrendevoli difese?
Forse – mi dico – il motivo è nell’intreccio tra la sfera del privato e
dell’eterno, inscritta cioè nell’orizzonte delle umane passioni. O forse la
ragione si trova nell’unione tra l’universale e il particolare – cioè
l’irripetibile, o nella commistione miracolosa e al tempo stesso naturale tra il
solenne e il sublime ordinario. Qualsiasi cosa sia, so che ad incantarmi è la
drammatizzazione del discorso lirico, in cui sempre il dettato oscilla tra la
prima, la seconda e la terza persona singolari. È già qualcosa, ma non basta
ancora. Provo a mettere a fuoco, quanto basta per vedere più da vicino il
mistero, ma senza correre il rischio di svelarlo. I Sonetti – una bussola con
l’ago magnetico rivolto verso il Nord della poesia. Il che vuol dire nutrire in
sé la perenne convinzione che quel libro attraverserà tempeste e schiarite della
giovinezza, l’ingannevole saggezza della maturità, le vaste distanze marine e
aeree, le possenti montagne dove mulina la neve, nel regno delle nubi.
*
I Sonetti compaiono per la prima volta nel 1609, mentre a Londra infuria la
peste. Quasi tre secoli e mezzo dopo, un altro tipo di piaga affligge l’Europa e
il mondo intero – la Seconda Guerra Mondiale. In una Roma che inizia a patire i
primi bombardamenti, esce a cavallo tra il 1943 e il ’44, a firma di Giuseppe
Ungaretti, la traduzione di 22 sonetti in 498 esemplari di lusso. S’era già
cimentato, il sommo poeta italiano, nella traduzione di diversi poeti – diversi
per indole, lingua e cultura – come Gongora, Esenin, Saint-John Perse, Blake e
Paulhan. Ma è proprio il corpo a corpo con il poeta inglese, durato quasi
quindici lunghi anni, a rivestire un’importanza decisiva nella vita e nell’opera
ungarettiana. Ce lo dice il poeta stesso nella breve e fulminante nota
introduttiva alla sua traduzione. Ungaretti inizia ad accostarsi ai versi di
Shakespeare nel 1931. Lo assale, in quegli anni, un’esigenza profonda di
rinnovamento formale, che s’accompagna a un inaridimento dell’ispirazione.
Ungaretti sognava una poesia
> “dove la segretezza dell’animo, non tradita né falsata negli impulsi, si
> conciliasse a un’estrema sapienza del discorso”.
Desiderava quindi, il sommo poeta italiano, pervenire a un miracoloso equilibrio
grazie a una lingua alleata ad un tempo con l’arcano e il popolare. Accogliere
la rotonda inquietudine del Petrarca e l’angolosa asprezza dei versi
michelangioleschi. Rinvenire, scegliendo le parole, quelle in grado di
sollecitare lo spirito e i suoi moti, al di là delle leggi della prosodia. Di
nuova linfa aveva bisogno Ungaretti, per volgersi di nuovo con sguardo fiducioso
verso la poesia. Un vento proveniente da altro quadrante doveva gonfiare le sue
vele, tirando fuori l’ispirazione dalla secca in cui era finita. Cosa spinge
allora Ungaretti verso il canzoniere di Shakespeare? Perché la scelta, da poeta
a poeta, cade proprio sul bardo inglese?
*
La lunga gestazione della traduzione dei Sonetti è da collocare in un decennio
decisivo per Ungaretti. La morte della madre, una crisi mistica che sfocia nella
conversione religiosa, la pubblicazione nel 1933 della raccolta Sentimento del
tempo, la scomparsa durissima del figlio di appena nove anni nel 1939, portano
il poeta a confrontarsi direttamente con il senso della finitudine umana e del
dolore gratuito. E proprio l’intensa meditazione sulla morte e su come opporvisi
costituisce uno degli accenti più vibranti dei versi di Shakespeare. Solo la
poesia – giusta essenziale e retta –, per dirla con Elitis, può valere come
argine contro la morte. Solo quel miracolo nato in mezzo all’Egeo, più di due
millenni fa, è in grado di sgambettare la furiosa corsa del tempo verso l’oblio
eterno. Poco importa se il tema è un topos letterario inaugurato da Orazio.
Nei Sonetti, non avverti la maniera, l’esercizio freddo in ossequio al canone.
L’io lirico riesce, sempre e comunque, a soffiar vita dentro i versi. Lo stesso
si dica per l’amore. Cantato in tutte le sue gradazioni, dall’ammirazione alla
procreazione, dalla gelosia alla sete di immortalità, l’amore evocato da
Shakespeare è un amore nel quale senti il grido trasferirsi dal privato
all’universale, “pieno d’echi di popolo, urlo”. Ecco “il diretto, il segreto
contatto” che Ungaretti sentiva verso il poeta inglese, ancor prima di mettersi
a tradurre i Sonetti. Nel sovrapporsi di figure diverse, nel colloquio
incessante e drammatico tra intime e condivise passioni, noi siamo, rispetto
ai Sonetti,spettatori ammirati, e Ungaretti insieme a noi. Uomo di teatro e per
il teatro, Shakespeare riesce a proiettare anche tra quelle rime il palcoscenico
dove si esibiscono le vaste esperienze umane. E tuttavia, anche nelle
composizioni che si aprono al tepore di una primavera d’ispirazione, financo
nello sbocciare armonioso e meridiano delle immagini e dei temi, senti la
vibrazione tellurica di un mistero che è il nucleo stesso della grande poesia.
Scrive Ungaretti nella nota introduttiva, e la citazione è di quelle che non
lasciano spazio a repliche:
> “Non esisterà mai poesia che non rechi in sé, traendone vita, un segreto
> inviolabile”.
Pare quasi di sentirlo parlare in una delle sue interviste, Ungà, con quel tono
di voce cantilenante e magnetico – ogni frase cade come un meteorite di
amorevole saggezza. Lo sguardo dolce, che lascia intuire tutto il dolore
vissuto, ma trasfigurato ormai in qualcos’altro – una vaga serena docile
consapevolezza. Quell’aria un po’esotica che sa di adolescenza e pleniluni
africani, quel suo abitare la poesia con la giustezza di una vita interamente
dedicata, senza compromessi, ai versi. Poesia come vocazione, poesia come
destino. Che viaggi allora nel tempo, Ungaretti, con la speranza
dell’immortalità, insieme alla sua traduzione del sonetto 55 di William
Shakespeare:
“Non il marmo, né gli aurei monumenti
Di principi, potranno alla potenza delle mie rime sopravvivere;
Ed in esse voi contenuto, splenderete più splendido
Che non nella negletta pietra, dal sozzo tempo deturpata.
Quando la guerra che devasta rovescerà le statue
E le fazioni scalzeranno il lavoro di muratura,
Non la sua spada Marte offenderà, né incendio di battaglie
I vivi archivi del ricordo vostro.
Contro ogni morte e ogni obliosa nimicizia
Non si arresterà il vostro passo, ed avrà stanza il vostro elogio
In tutti gli occhi di quante generazioni postere
Avranno questo mondo da esaurire per l’ultimo giudizio.
Così sino allo squillo che vi farà risorgere,
Quaggiù vivrete e abiterete in sguardi innamorati”.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Giuseppe Ungaretti. © Archivio Fotografico Paolo Di Paolo
L'articolo “Un segreto inviolabile”. I “Sonetti” di Shakespeare nella traduzione
di Giuseppe Ungaretti proviene da Pangea.
Della poesia giapponese sorprende il contrasto senza mediazioni. Ciò che è lieve
– il più misero sussulto del cuore – è in grado di flettere un astro, di fendere
una montagna. Il velo nasconde una tigre; il cuore remissivo, devoto agli
stracci, estrae da sé un ruggito. Allo stesso modo: che differenza c’è tra il
vento che scuote l’erba e la spada che in frusciando ti decapita?
Che violenza l’haiku: poesia-libellula, che è come l’ultimo respiro. Rivelazione
che resta nella cruna dell’orecchio; si cammina a piedi scalzi. Povertà di
parole che rende angusto l’accesso, fa esplodere all’infinito la possibilità
delle interpretazioni.
Se poi si parla di poesia giapponese scritta da donne è come se il contrasto si
esasperasse. Appena letti, i versi paiono sparire, come neve tra le mani; allo
stesso tempo, permangono imperituri, come il marmo – ogni poesia è un compito da
adempiere. Imperiale è la presenza femminile nel canone nipponico: geishe,
cortigiane, femmine relegate nell’ombra, nella clausura del verbo; sono le donne
– da Murasaki Shikibu e Sei Shōnagon in poi, fino a Yosano Akiko e a Fumiko
Enchi – ad aver forgiato la letteratura di laggiù. Gioco d’astuzia tra i
paraventi, sortilegio di una lingua che fu labirinto e laboratorio. Alla legge,
un legiferare tra i pettegolezzi.
Nel 1977 Kenneth Rexroth, l’intrepido poeta statunitense, raccoglie come Woman
Poets of Japan, un’antologia di settantasette poetesse giapponesi, dall’epoca
classica – la principessa Nukata, vissuta nel VII secolo – ai nostri giorni (la
più giovane installata nel libro, Mieko Kanai, è nata nel 1947). È un lavoro a
suo modo straordinario – di cui in calce abbiamo riferito alcuni estratti –
edito da New Directions e frutto di una antica consuetudine di Rexroth con la
poesia estremorientale: nel 1955, sempre per New Directions, aveva curato One
Hundred Poems from the Japanese. Poeta estroso, dal polimorfico ingegno, è una
gioia leggere Rexroth: si è occupato, con impareggiabile maestria e ‘orecchio’,
di poeti dell’antica Cina e della Grecia classica, di William Blake e di Van
Gogh, di gnosticismo e di Matteo Ricci, il gesuita che fu missionario in Cina
nel XVI secolo. In qualche modo – in spregio agli accademismi, con l’arguzia
dell’avventuriero – Rexroth ha continuato l’opera avventuriera inaugurata da
Ezra Pound. In Italia, tolto il mio amico Flavio Santi – che di lui ha tradotto,
nel 1999, per Marcos y Marcos, Su quale pianeta –, Rexroth fa quasi la parte del
paria; InternoPoesia ha da poco pubblicato come Lasciati celebrare una selezione
di poesie, a cura di Francesco Dalessandro: speriamo sia l’inizio della
rivalutazione di questo poeta ‘totale’.
In un saggio del 1958 – The Poetry of the Far East in a General Education –
Rexroth lamentava la mancanza di cultura poetica in generale e di quella
orientale in particolare nei vasti programmi scolastici di educazione delle
masse.
> “È curioso che l’intero programma umanistico diffuso nei nostri giorni ignori
> la letteratura orientale e la poesia lirica. L’unica poesia che il nostro
> sedicente risveglio umanistico sembra ammettere è quella epica e drammatica.
> Nulla potrebbe differenziarci di più dai paesi dell’Estremo Oriente dove, per
> tradizione, la poesia ha un’importanza primaria nel curriculum di un uomo
> colto. Insieme ai trattati filosofici e a quelli che riguardano etica e
> sociologia, la poesia è la base dell’educazione classica. Chiunque legga,
> oggi, i quotidiani giapponesi si stupirà nell’osservare che ai concorsi di
> poesia partecipino banchieri e statisti, diplomatici, generali e membri della
> famiglia reale. D’altronde, funzionari di corte, imperatori e maestri della
> guerra sono tra i maggiori poeti del canone giapponese e cinese”.
Al di là di questo aspetto – che rientra nella dizione: ‘poetica della politica’
– Rexroth fa un’osservazione non dissimile da quella che Iosif Brodskij avrebbe
fatto dal pulpito del Nobel trent’anni dopo:
> “Il valore della poesia nell’educazione risiede in questo: aiuta a rispondere
> alla vita in maniera più profonda, vasta, intensa. È la poesia a renderci
> uomini completi, compiuti. Ciò non significa che saremo uomini migliori –
> questo dipende soltanto da noi, è ovvio – ma che, avendo familiarità con la
> poesia, sapremo affrontare la vita e i suoi problemi, le relazioni con le
> persone e le cose, in maniera universale”.
La pratica della traduzione è disciplina ‘marziale’ necessaria per affinare il
proprio estro, estromettendo gli eccitamenti del mero io:
> “Quanto si perde nella traduzione dell’originale orientale? In un certo senso,
> tutto; in un altro, nulla. Il lavoro di traduzione della poesia cinese e
> giapponese, proprio perché si tratta di poesia per lo più intraducibile, ti
> obbliga a essere un poeta pienamente occidentale. Eppure: ti purifica dai vizi
> della poesia occidentale. Realizza in un colpo solo i vari programmi delle più
> svariate rivoluzioni poetiche del XX secolo: i manifesti imagisti e
> oggettivisti e così via devono essere introiettati per tradurre in maniera
> decente la poesia estremorientale. Non puoi tradurre con superficialità la
> poesia giapponese: è troppo sottile, degenererebbe nel più sdolcinato
> sentimentalismo”.
In Rexroth, la pratica del tradurre è una specie di via spirituale, di devozione
alla ferocia:
> “Una sensibilità abissale verso i moti dell’uomo, i suoi problemi morali,
> sociali, spirituali, connessi all’universo vivente, sono il messaggio
> fondamentale della poesia dell’Estremo Oriente. Questo costringe il
> traduttore, se non vuole svanire in versi pseudo-immaginifici e tediosi, in
> fondo banali, ad approfondire le proprie radici, a raccogliersi nelle proprie
> tradizioni umane, ad avvicinarsi agli altri nei loro fondamenti, a tutti gli
> uomini come parte della vita universale. Troppo spesso in Occidente tendiamo a
> crederci soli di fronte a un cosmo inanimato, insensato, neutro. Da qui,
> l’esistenzialismo e l’idea di un’anima individuale al cospetto di un creatore
> solitario (i teologi esistenziali) o di fronte al nulla (Sartre & la sua
> banda). Il dilemma esistenziale non esiste nella poesia di Tu Fu come nella
> poesia di Francis Jammes. L’uomo è a casa sua in questo mondo. Dal momento che
> ci impegniamo a rendere questo pianeta sempre meno simile a una casa,
> qualsiasi propedeutica che ci faccia sentire bene al mondo, che nomini le cose
> nel loro umano essere, ha un valore inestimabile”.
Non so quanto sia certo di questo irenismo – che è poi più che altro un eroismo.
Di certo, vorrei essere al cospetto di una di queste poetesse giapponesi vissute
una manciata di secoli fa: sussurrare parole artigliate contro i paraventi,
confinarmi tra versi cifrati, dare fioritura alla notte, chiamare civetta
l’ultima lanterna, avidità la luna che come untore appesta il nostro dire, il
nostro ardore.
***
Poetesse giapponesi
Imperatrice Jitō
(645 – 703)
Sfiorisce primavera
forse è già estate: bianche
lenzuola al sole presso
la Collina del Profumo Celeste.
*
Per la morte dell’imperatore Tenmu
Allora anche il fuoco
può essere soffocato
e recluso in una cassa.
Per questo, ora voglio
incontrare il mio signore
morto da poco.
**
Kasa no Iratsume
(VIII secolo)
I celesti sono irragionevoli:
davvero potrei morire
senza incontrarti mai più?
A sera il dolore mi travolge:
vedo un fantasma che dice
le stesse cose che dicevi tu.
**
Shirome
(X secolo)
Se fossi certa
di vivere per sempre
non piangerei ogni volta
che mi separo da te.
**
Fujiwara no Michitsuna no Haha
(935 – 995)
Sospiro, non riesco a dormire:
dimmi quando piomberà l’alba.
Quando soffia il vento
lo interrogo: non ha responsi
ma dilania le ragnatele
che accecano il cielo.
**
Akazome Emon
(956 ca. – 1041)
Sarebbe stato meglio
dormire e disertare la veglia
piuttosto che attenderlo
inutilmente fino alla fine
del plenilunio.
**
Ise no Taifu
(989 – 1060)
Nel lago imperiale l’acqua è limpida
da così tante generazioni che puoi
riconoscere la radice sul fondo:
sono grata di essere stata scelta
nonostante le mie umili origini.
*
Solo la luna del mattino
si annuncia nella mia stanza:
nessun amante in vista.
**
Dama Sagami
(XI secolo)
La notte è ferita
dai lampi, ma dov’è
quel miraggio
che ho appena
intravisto, di schiena?
**
Principessa Shikishi
(1149 – 1201)
La vita è un filo e attraversa
le mie gioie – spezzati!
spezzati ora!
La debolezza mi rende
docile: se vivrò ancora
finirò per svelare i miei
segreti amori.
**
Yokube
(XII secolo)
Ti sei rasato il cranio:
come posso compatirti?
Le corde del tuo cuore
sono intoccabili
come quelle di un arco:
seguendo la tua Via
mi sono fatta monaca.
**
Abutsu-Ni
(1209 – 1283)
Il mio cuore è nascosto
è come il più profondo burrone
della montagna: forse una lucciola
si è accesa.
**
Kawai Chigetsu-Ni
(1632 – 1736)
Locuste
cinguettano nelle maniche
di uno spaventapasseri.
*
I gatti amoreggiano nel tempio
ma se un uomo e una donna si accoppiassero
in questo luogo, la gente urlerebbe allo scandalo.
**
Fukuda Chiyo-Ni
(1703 – 1775)
Cacciatore di libellule:
fin dove hai
vagato oggi?
*
Cuculo!
Cuculo!
Mentre meditavo
su questo tema
si alzò il sole.
**
Enomoto Seifu-Jo
(1731 – 1814)
Dormono tutti:
nulla si frappone
fra me e la luna.
*
Yosano Akiko
(1878 – 1942)
Speri sempre, mio cuore:
per questo sempre accendo
una lampada al crepuscolo.
*
Come il sole è il mio cuore:
l’oscurità lo annienta
la pioggia lo divora
il vento lo bastona.
**
Chino Masako
(1880 – 1946)
Ho osato rivelarti
il mio amore: ora
mi nascondo nella luna
è notte, è primavera.
**
Baba Akiko
(1928)
Non conosco madre
non sarò mai madre.
Sorridiamo al sole
io e una bambina senza volto.
*
Autunno: le parole fanno il rumore
dell’ascia – ho un demone dentro:
vuole alzarsi, andarsene.
**
Mitsuhashi Takajo
(1899 – 1972)
Cantano gli uccelli:
i morti vagano
sulle pianure del mare.
**
Yagi Mikajo
(1924)
L’utero del bosco
è nel fiore: le sue
branchie respirano.
*
Le gambe di un maratoneta
si aprono e chiudono come
monaci sotto una cascata.
L'articolo “Finirò per svelare i miei segreti amori”. Rassegna di poetesse
giapponesi proviene da Pangea.
Nel 1947 George Orwell sta lavorando a 1984. Per il momento, il libro, ancora in
bozzolo, s’intitola “The Last Man in Europe”; Orwell ha scelto di scriverlo a
Jura, nelle Ebridi, in condizioni di estrema solitudine. Orwell è un esteta
dell’estremismo. Spesso, ricorda gli anni, a Parigi, in cui “vivevo nei
quartieri più poveri, tra senzatetto e criminali, a mendicare o a rubare”;
ricorda quando aveva scelto di condividere la vita dei minatori dell’Inghilterra
del Nord. Due anni prima era morta la moglie, Eileen, in marzo; il 17 agosto del
1945 era uscito, per Secker & Warburg, La fattoria degli animali. Il libro –
rifiutato da T.S. Eliot, direttore editoriale della Faber – ebbe un successo
clamoroso, consentendo a Orwell una certa, inedita, sicurezza economica.
Tra le diverse traduzioni di Animal Farm, ci interessa quella polacca.
“Swiatpol”, l’editore polacco che ha sede a Londra, stampa 5mila copie del
libro; la traduttrice si chiama Teresa Jeleńska. Fu il figlio di Teresa,
Konstanty, a far leggere Orwell a Ihor Ševčenko: nato in Polonia da genitori
ucraini, il ragazzo compiva ventitré anni, studiava a Lovanio. Nell’aprile del
1946, Ihor prende coraggio e scrive a Orwell: avrebbe voluto tradurre La
fattoria degli animali in ucraino. Lo scrittore, “mi capì subito, capì che la
traduzione del suo libro avrebbe avuto un valore importante per i miei
connazionali”. Negli anni, Ihor Ševčenko sarebbe diventato un importante docente
di studi slavi e bizantini ad Harvard, nel 1996 ha pubblicato Ukraine between
East and West. È morto il 26 dicembre del 2009, onorato da un ‘coccodrillo’ sul
“New York Times”.
Negli scambi epistolari con Orwell, Ševčenko sottolinea che “Il mio pubblico
sono i rifugiati sovietici: beh, l’effetto è sorprendente. Tutti approvano la
sua interpretazione… hanno cercato immediatamente i punti in comune tra la
realtà in cui vivono e il suo racconto. L’atmosfera del libro sembra
corrispondere al loro reale stato d’animo”. Ševčenko traduce il libro
nell’autunno del ’46, consegnandola a “Prometheus”, editore ucraino con base a
Monaco. Nel marzo del ’47 Orwell, pur “spaventosamente impegnato”, accetta di
scrivere una prefazione per l’edizione ucraina di Animal Farm (che si riporta,
in parte, in calce). Nel testo, Orwell spiega che la guerra civile spagnola ha
agito su di lui come una specie di rivelazione:
> “A metà del 1937 i comunisti presero il controllo – pur parziale – del governo
> spagnolo: cominciarono a dare la caccia ai trotzkisti, mi ritrovai tra le
> vittime. Io e mia moglie siamo stati molto fortunati a uscire vivi dalla
> Spagna, senza essere arrestati. Diversi amici furono fucilati, alcuni finirono
> in prigione, altri semplicemente sparirono. Queste cacce all’uomo in Spagna si
> sono svolte contemporaneamente alle grandi purghe sovietiche: ne sono state
> una specie di appendice. Sia in Spagna che in Russia la natura delle accuse –
> vale a dire: azioni fasciste e antirivoluzionarie – era la stessa; per quanto
> riguarda la Spagna, posso dire che erano del tutto infondate. Ne uscii con una
> lezione preziosa: capii con quale pervicacia la propaganda totalitaria possa
> controllare l’opinione pubblica delle masse ‘illuminate’ dei paesi
> democratici. Io e mia moglie abbiamo visto innocenti gettati in carcere perché
> sospettati di non-ortodossia. Eppure, al nostro ritorno in Inghilterra diversi
> ‘osservatori’ ben informati dimostravano di credere ai più fantasiosi
> resoconti di tradimento e di sabotaggio riportati dalla stampa sovietica.
> Compresi finalmente con chiarezza la nefasta influenza del mito sovietico per
> il socialismo occidentale”.
La traduzione ucraina de La fattoria degli animali uscì nel settembre del 1947,
con esito sinistro. “Le autorità americane di stanza a Monaco ne hanno
sequestrate 1500 copie, consegnandole al personale sovietico”, scrive Orwell ad
Arthur Koestler. Tuttavia, almeno duemila copie del romanzo, scampate al
sequestro, finirono in mano ai profughi (la vicenda è ricostruita con dettagli
in: Masha Karp, George Orwell and Russia, Bloomsbury, 2023).
Ma Orwell era ormai altrove. L’inverno alle Ebridi lo logora, il 20 dicembre è
ricoverato in un ospedale nei pressi di Glasgow. 1984, il libro che intende
“mettere in luce le degenerazioni, in parte già verificatesi sotto il comunismo
e il fascismo, a cui sono soggette le economie centralizzate”, lo sta lentamente
logorando. Ma questa è un’altra storia, che riguarda la tirannia della scrittura
e la ‘missione’ dello scrittore.
***
Prefazione per la traduzione in ucraino de “La fattoria degli animali”
Non ho mai visitato la Russia: la conosco per ciò che ho letto su libri e
giornali. Anche se ne avessi il potere, non vorrei interferire con gli affari
del regime sovietico: non condannerei Stalin e i suoi per i metodi barbarici e
antidemocratici che adottano. È perfino possibile che non abbiano potuto agire
diversamente da come hanno fatto. Tuttavia, è per me della massima importanza
che gli europei conoscano il regime sovietico per ciò che è realmente.
Dal 1930 non ho visto nulla, nell’Urss, che possa riferirsi a ciò che intendiamo
per socialismo. Al contrario, ho scoperto, con sorpresa, i chiari segni di una
società gerarchica, i cui governanti non hanno motivo di rinunciare al loro
potere, alla pari di qualsiasi classe dominante. I lavoratori e gli
intellettuali inglesi non riescono a comprendere che l’Urss di oggi è totalmente
diversa da quella del 1917. In parte, non vogliono capire – cioè, vogliono
credere che esista davvero, da qualche parte, nel mondo, un paese socialista –
dall’altra non possono: per costoro, abituati a una pur relativa libertà, è
incomprendibile il totalitarismo.
Eppure, occorre ricordare che l’Inghilterra non è del tutto democratica. È un
paese capitalista con grandi privilegi di classe (perfino ora che la guerra ha
livellato tali classi), con enormi differenze di ricchezza. Ciononostante, è un
paese in cui le persone convivono da secoli senza feroci conflitti, in cui le
leggi sono relativamente giuste e le notizie e le statistiche ‘ufficiali’ sono
per lo più affidabili – è un paese dove esprimere opinioni di minoranza non
comporta alcun pericolo di morte. In un clima simile, l’uomo comune non può
capire il senso dei campi di concentramento, delle deportazioni di massa, degli
arresti senza processo, della censura… Tutto ciò che in Inghilterra si legge a
proposito dell’Urss viene tradotto in termini inglesi, e dunque assunto con
totale innocenza, cibandosi della menzogna totalitaria. Fino al 1939 la maggior
parte degli inglesi, d’altronde, è stata incapace di valutare l’entità autentica
del regime nazista; con quello comunista è vittima della medesima illusione.
Ciò ha causato danni enormi al movimento socialista inglese e ha avuto gravi
conseguenze sulla politica estera del mio paese. A mio parere, nulla ha
contribuito tanto alla corruzione dell’originaria idea del socialismo quanto la
convinzione che la Russia sia un paese socialista e che l’azione dei suoi
governanti debba essere perdonata quando non imitata. Per questo, negli ultimi
dieci anni mi sono proposto di distruggere il mito sovietico: perché il
movimento socialista possa risorgere.
Di ritorno dalla Spagna, ho pensato di smascherare il mito sovietico con una
storia che fosse facilmente comprensibile e traducibile in altre lingue. Lo
schema della storia mi sfuggiva finché un giorno, nel piccolo villaggio in cui
vivevo allora, non vidi un ragazzino, di circa dieci anni, che guidava un enorme
cavallo da tiro, strigliandolo ogni volta che la bestia voleva cambiare strada.
Mi colpì un fatto perfino banale: se gli animali da soma avessero coscienza
della loro forza, non avremmo alcun potere su di loro. Allo stesso modo, con lo
stesso metodo, i ricchi sfruttano i proletari.
Proseguii analizzando le teorie di Marx dal punto di vista degli animali.
Cominciai a scrivere il libro intorno al 1943. Per sei anni ho rielaborato
quella storia nella mia mente. Non desidero commentare oltre: se un libro non
parla da sé, quel libro è un fallimento. Se a qualcuno interessano i miei fatti
privati, potrei aggiungere che sono vedovo, ho un figlio di quasi tre anni,
faccio lo scrittore di professione; dall’inizio della Seconda guerra ho lavorato
essenzialmente come giornalista.
George Orwell
L'articolo “Mi sono proposto di distruggere il mito sovietico”. George Orwell in
Ucraina proviene da Pangea.
Di quale materia è fatta la poesia?
Si dirà: dura come il diamante, visto che passa di voce in voce, da secoli.
Eppure: alla lettura si sbriciola, sfiorisce. Il contrassegno della gioia è
l’effimero – il calco di un vuoto. Di cosa è eco l’io? Alfabeti nella neve.
Nel discorso di accettazione del Nobel, conferitogli nel 1968, La bellezza del
Giappone e io, Kawabata Yasunari cita una rissa di poeti-monaci. Comincia con
Dogen, il sommo sapiente vissuto nel XIII secolo, fondatore di una delle più
note scuole di buddismo zen, la Sōtō-shū, fino a Ryokan, il monaco eremita,
morto nel febbraio del 1831, che
> “visse in sintonia con lo spirito delle sue poesie, trovando rifugio in
> capanne di frasche, indossando vesti dimesse, vagabondando per le campagne,
> giocando con i bambini e parlando con i contadini”.
Un altro grande scrittore, Kenzaburo Oe, Nobel per la letteratura nel 1994,
avrebbe rimproverato a Kawabata una visione laccata e ideale del Giappone,
infine inautentica. Il Giappone degli eremiti e dei paraventi, delle calligrafie
e delle cerimonie, del tè e della katana non esisteva più neppure ai tempi di
Kawabata: mero rifugio dello spirito – quando non cartolina per turisti. Eppure,
per Kawabata e Kenzaburo Oe, il senso della letteratura è il medesimo: la
ricerca incessante, un’abissale avventura dello spirito. Cosa vuol dire? Che uno
scrittore trascende la letteratura; che un poeta scrive sempre la poesia
prima-e-ultima, frutto di una profonda rivelazione interiore, di una
radicale conversione. Il resto è fiction, cioè: illusione. Vaniloquio di ombre.
A tale proposito, Kawabata cita quanto scrive Kikai, monaco vissuto nel
Duecento, a proposito di Saigyo, il capostipite dei monaci-poeti:
> “…per lui scrivere versi è un fatto lontano dall’ordinario… scrive soltanto
> seguendo l’occasione come si presenta, seguendo l’ispirazione. È simile al
> vuoto del cielo che si colora al passaggio dell’arcobaleno scarlatto”.
Da questo paragrafo deduciamo due cose: che la poesia è ‘straordinaria’, rompe
le norme dell’ordinario, è un dis-ordine che perimetra altra armonia; che
è l’occasione – cioè: l’assalto del fato – a destare l’ispirazione (che
diversità dalle Occasioni di Montale…). Si pratica la poesia per sfuggire alla
necessità del mondo fluttuante, per flottare in esso come una falena. La poesia
non ormeggia le cose alla loro forma, le disancora dall’illusione.
C’è poi un altro aspetto. Kikai afferma che “Proprio questa poesia è
manifestazione dell’assoluta verità del Buddha”. La poesia, intesa come pratica,
come spossessamento del sé, inermità verso l’eterno che, fuggevole, si mostra a
bramiti e a brandelli nel transitorio, è un’esperienza ‘religiosa’: manifesta
l’immanifesto, contatta l’invisibile. Il resto è gioco inerte, arte come
muraglia di specchi, illusione di illusione.
Non è un caso, allora, se Lucien Stryk, insigne poeta statunitense – nato
incidentalmente in Polonia nel 1924, morto incidentalmente a Londra nel 2013, ha
passato la vita professionale tra Chicago e la Northern Illinois University –
sia stato folgorato durante una visita a un tempio zen, “circondato da aceri
fiammeggianti, pareva radicato lì da secoli”, in Giappone. L’abate del tempio
coltivava ravanelli, “mi chiese di pernottare nel monastero. Dialogammo insieme
fino a sera: vidi contadini e boscaioli che si alternavano a porgere offerte.
L’abate parlava con amore dei maestri Zen che eccellevano nella poesia: Dogen
Bunan, Hakuin, nomi che all’epoca mi erano del tutto ignoti. Soddisfatto del
lavoro nell’orto e della sua poesia, quell’uomo non cercava gli elogi del mondo.
Vent’anni dopo gli portai la mia offerta: un libro di poesie Zen, uno dei tanti
che avrei tradotto dopo quell’incontro, così importante per me”.
Il primo libro di traduzioni – Zen. Poems Prayers Sermons Anecdotes Interviews;
da cui i testi che leggete in calce – esce nel 1961; nel 1985 Lucien Stryck
pubblica per la University of Hawaii Press una interpretazione degli haiku di
Basho (On Love and Barley; poi incorporato da Penguin); nel 1981 aveva curato il
fortunatissimo The Penguin Book of Zen Poetry (in Italia è recepito da Newton
Compton come Poesie Zen). Da quel repertorio – assai Zen: con sfilza di poesie
in sequenza, a fare lo scalpo a lambiccamenti lirici e vacui accademisimi –
traggo quanto scrive il co-curatore, Takashi Ikemoto:
> “Gli autori di tali poesie non si consideravano poeti. Erano, piuttosto,
> uomini di talento – maestri, monaci, alcuni perfino laici – che dopo aver
> attraversato esperienze memorabili, cercavano di comunicarle attraverso la
> poesia, il genere che sa esprimere l’inesprimibile. L’illuminazione li aveva
> trasformati; la poesia avrebbe dovuto trasmettere quell’esperienza essenziale
> e il suo effetto. Un simile risveglio poteva richiedere anni di sforzi
> incessanti, restando, comunque, inaccessibile alla maggior parte degli
> uomini”.
Dunque: la poesia come miccia per incendiare la propria esistenza, per
incenerirsi.
Lucien Stryk aveva chiesto di insegnare in Iran e in Giappone; come poeta, aveva
esordito nel 1953, con Taproot: amava Whitman. La poesia di Stryk è compenetrata
dal lavoro nei meandri della cultura Zen. Così, ad esempio, una lassa dal
poemetto The Rocks of Sesshu (raccolto in: The Pit and Other Poems, 1969):
“Fermezza è tutto – la montagna
oltre il giardino
mira come spirano i rami
verso il suo fulvo pendio. Segui
la via dove i cancelli
premono contro le nubi
e stordiscono i colombi che ruotano
nel vento. Guarda
dove non è più pietra
e lo scalatore ascende
verso le viscere
della verità – fermezza è tutto”
Nei selected poems i testi creativi di Stryk si alternano alle traduzioni: caso
particolare di ‘compenetrazione’ linguistica tra tradotto e traduttore, un po’
come accade, in Italia, con i lirici greci e Salvatore Quasimodo.
Secondo Kawabata, la poesia giapponese più autentica – quella coltivata nei
monasteri buddisti – è protesa sul “vuoto”, attende alla “bellezza”.
> “Quando abbiamo la fortuna di venire a contatto con la bellezza, allora
> pensiamo agli amici più cari, allora vorremmo dividere con loro questa
> gioia”.
La bellezza è legata all’amicizia – e all’assenza. Le cose sono belle perché
fugaci: le nuvole, il tramonto, lo scatto di un cervo, la fioritura dei ciliegi.
Così, anche un’amicizia, forse, fiorisce nell’assenza, si inebria di nostalgia –
la bellezza, in forma oscura, ci ricorda che siamo transitori, che vano è
trascorrere la vita a morsi, da moribondi.
Se l’Oriente estremo anela al vuoto, l’Occidente tende al pieno: alla ‘pienezza’
di cui è grave una vita colma d’arte. Ma questa pienezza, in fondo, è un
rovesciarsi, è il rovesciamento delle carte, è fare il vuoto.
***
Dogen
(1200-1253)
Vengono, vanno: gli uccelli
acquatici non lasciano traccia
di guide non hanno bisogno.
*
Compassione della nube:
chi cammina nel sogno
diventerà un uomo. Al risveglio
sento soltanto la pioggia
sul tetto del tempio di Fukakusa.
**
Muso
(1375-1351)
Le montagne sono diventate verdi e gialle
molte, molte volte: la terra è capricciosa!
Polvere negli occhi, questo mondo è angusto;
la mente è vuota, la sedia contiene tutto l’universo.
**
Daito
(1282-1337)
Per decollare il Buddha
impugna la mia spada:
impara la maestria
il vuoto morde il vuoto
con le sue zanne!
**
Daichi
(1290-1366)
I pensieri sorgono all’infinito
la vita è come un arco.
Cento anni, trentaseimila giorni:
la farfalla sogna, è primavera.
**
Jakushitsu
(1290-1367)
Il vento è fresco e rimbalza contro
la cascata – la luna oscilla come una lanterna
la finestra di bambù brilla. Sono vecchio
e le montagne mi sembrano più belle che mai.
Voglio purificare le mie ossa contro le pietre.
**
Juo
(1296-1380)
Oltre il tempo, la mia vita:
disprezzo lo Stato, mi slego dal cosmo.
Negando causa ed effetto, sono come
il cielo a mezzogiorno – il mio andare
tra ascesa e crollo è ignoto al Buddha
e nessuno può trasmetterlo.
**
Ryushu
(1308-1388)
Perché preoccuparsi del mondo?
Lascia che ingrigiscano, che corrano
a Est e a Ovest: nel tempio di montagna
sdraiato, per metà in ombra, vivo alieno
dalla gioia e dal dolore.
**
Tesshu
(XIV secolo)
Come guarire questo corpo spettrale
dalla spettrale malattia che ha contratto
nel ventre materno? Se non cogli il frutto
dall’albero della Bodhi, il karma ti annienterà.
**
Guchu
(1323-1409)
Siamo uomini privi di rango
spazzola per escrementi, eppure
profumiamo i cieli – in pace
nella quiete del tempio, vuota
la mente, cerchiamo la luce.
**
Gido
(1325-1388)
Iscrizione sopra la porta della sua camera
Chi sostiene che il nulla
è informe e i fiori illusioni
entri, con audacia!
**
Reizan
(XIV secolo)
Vago libero tra i cento fiori:
la rupe, imponente, è la seggiola
del mio meditare. Non ho sogni
di fama, a nulla anelo: la foresta e la montagna
seguono le antiche vie – durante questo
lungo giorno di primavera, nemmeno
l’ombra di un uccello.
**
Kodo
(1370-1433)
Nella capitale, al servizio
dello Shogun, lordo della polvere
del mondo, non ho trovato pace.
Ora seguo il fiume, con un cappello
di paglia calato sul cranio: che gioia
la vista dei gabbiani, al delta!
**
Genko
(XV secolo)
Non so se è illusione o illuminazione:
seduto su una pietra guardo le montagne
e ascolto il fiume. Tre giorni di pioggia
hanno purificato la terra; un tuono lacera
il cielo. I fenomeni concatenati recano gioia
e sebbene la mente sia vigile, non è
che un cumulo di cenere. Sono triste
come il crepuscolo, fa freddo, e ritorno
con un cesto colmo di pesche.
**
Saisho
(XV secolo)
Terra monti fiumi – celati nel nulla.
Nel nulla celati – terra monti fiumi.
Fiori primaverili, nevi invernali:
né essere né non essere – al di là
della negazione.
**
Takuan
(1573-1645)
Notte dopo notte la luna
si è riflessa nel fiume:
dove l’hai toccata? Indicami
l’ombra della tua traccia.
**
Ungo
(1580-1659)
Travolti dalla passione, gli occhi
si accecano; chiusi al mondo delle cose
vedono di nuovo. Così vivo: cappello di paglia
bastone in mano, marciando senza limiti
su questa terra, attraverso il Paradiso.
**
Daigu
(1584-1669)
Qui nessuno mira alla ricchezza
tanto meno alla fama: ogni discorso
sul bene e sul male è sedato –
in autunno rastrello il fiume pieno
di foglie, in primavera ascolto l’usignolo.
*In copertina: Yamaoka Tesshu (1836–1888), Dragone talismano, XIX secolo
L'articolo “Cerchiamo la luce”. Raffica di poeti Zen proviene da Pangea.
Alcuni testi-totem, che rivelano nuove vie al pensiero, sono scritti in versi.
Si tratta, anzitutto, di sobillare il linguaggio, di superare la coercizione
della grammatica – di aggirarne le leggi perché nelle parole s’intravedano nuove
stanze, un sole adatto alla brocca e non alla prammatica.
Pensiamo al poema Sulla natura di Parmenide o al De rerum natura di Lucrezio, ai
Veda, al libro di Giobbe, alle più estreme sure del Corano. La poesia è il
regesto di una lotta, è la mappa di un’ascesa, fin nella sua struttura di picchi
e di abissi, in cui il non-detto – non l’indeciso ma l’indicibile –, lo spazio
bianco, ha la stessa, equivalente importanza dello scritto. Un sospiro segue
l’affermazione, il silenzio: la poesia ha figura d’ala – come quella dipinta da
Dürer – e di razzia; è un sentiero che si torce; va per artigliate. Anche il
Nazareno, Verbo che incenerisce ogni verbo, si presenta, nel prologo del Vangelo
di Giovanni, in versi – ispirazione o sparizione?
L’enigmatico Laozi – o Lao Tzu che sia – i cui studi “si concentravano
sull’occultamento di sé e sull’assenza di nomi” (così lo Shiji) scriveva in
versi: il Daodejing – o Tao Te Ching che sia – non è soltanto il libro cardine
del Taoismo, ma uno dei più folgoranti poemi scritti da mano umana, in cui
l’estro è compenetrato dall’ethos, il ritmo verbale si fonde allo stile di vita.
Accade così coi rari, grandi testi: ripetendoli, si è già dentro una forma
dell’esistere. La scelta etica comporta un’opzione estetica. Così scrive
Lionello Lanciotti:
> “In campo artistico-letterario, il Taoismo, concedendo assoluta libertà
> all’individuo, permise la creazione di opere d’arte, concepite per il
> godimento del letterato o del pittore e non, come prevedevano i Confuciani, in
> esclusiva funzione di un certo tipo di società”.
>
> (in: Testi taoisti, Utet, 1977; 1999)
In versi di spietata schiettezza, spiazzanti, Laozi innalza un nuovo modo di
vivere improntato alla non-azione, all’elogio della debolezza, al fare “il
contrario di ciò che si fa abitualmente”, secondo i crismi di una sgargiante
‘naturalezza’.
> “Il non-agire si configura come una modalità per ritornare al nostro stato di
> natura, qual era alla nostra nascita. Il ritorno alla prima infanzia evoca qui
> non l’innocenza, ma l’Origine perduta. La perdita dell’Origine si avverte
> effettivamente a contatto con i bambini: benché consapevoli di esser passati
> noi stessi per tale condizione, abbiamo la sensazione che tutto ciò sia
> cancellato; di qui una certa difficoltà a rimetterci in contatto con tale
> stato originario. Sul piano collettivo, si tratta di tornare alla nascita
> dell’umanità, a uno stadio originario anteriore alla formazione di società
> organizzate ed istituzionalizzate”.
>
> (Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, Mondadori, 2010, pp. 197-198)
Il ‘santo’ taoista è una specie di fool che mette in crisi l’ordine vigente: lo
fa, anzitutto, con il linguaggio, tramite l’arma del paradosso – “che si
contrappone a determinate abitudini intellettuali e a dati valori convenzionali”
– e del contrasto, usando figure retoriche che esaltano l’infimo, il marginale,
l’anonimo in vece del forte, il vuoto in vece del pieno, il molle (il mobile, il
malleabile) in vece del rigido.
Il Daodejing è uno dei libri più tradotti di sempre: la sua vastità – pur
ridotta in ottantuno poesie, spesso brevi – permette innumeri sguardi. C’è chi
si affida alla filologia, chi esalta la dimensione etica, chi quella fiabesca;
alcuni si concentrano sul lirismo di cui è intriso il testo. In Italia, tra i
tanti, segnaliamo la versione, ancestrale, di Julius Evola (Carabba, 1923, poi
rimeditata, poi ripresa da diversi editori) e quella di Augusto Shantena
Sabbadini (Feltrinelli, 2011); la versione poetica di Paolo Ruffilli (La regola
celeste del Tao, Bur, 2004), alcuni versi di Claudio Damiani e gli studi di
Paolo Lagazzi (per dire, intanto, un po’ a caso, al modo taoista) dicono di una
presenza sottile del Tao nella poesia italiana (che preesiste, persistente, nei
versi di Sbarbaro, nei frantumi di Zanzotto).
Per anni, ad ogni modo, abbiamo percorso la Via per vie laterali: la versione
più nota del Tao Te Ching, “Il Libro della Via e della Virtù”, edita da
Adelphi, dipende dalla versione del sinologo olandese Jan Julius Lodewijk
Duyvendak. Comprai quel libro – per spoliazione, estasiante, straniante – in una
libreria sul Lago Maggiore che non esiste più; l’ho letto in una casa che non
esiste più, in un giorno agostano di pioggia che forse non è mai esistito:
squittiva il fiume, l’odore del bosco era imperiale. La fontana in pietra, che
scampanava, ora non esiste più come non esistono più molti dei volti che a
quell’epoca erano cari, chiari. Tutto questo vivere tra evanescenze mi sembra
riguardi il Tao.
Anche la traduzione di traduzione, questo vagabondare per spifferi e spiragli,
mi sembra che riguardi il Tao. In questo repertorio, riferiamo di alcune
traduzioni dall’inglese, tra le miriadi. Quelle più celebri – le antiche
versioni del sinologo scozzese James Legge e dell’orientalista britannico Arthur
Waley (tra l’altro, poeta apprezzato da Yeats e autore di una fortunatissima
versione del Genji monogatari) – e quella, a mio giudizio, più ermetica,
sigillata nell’afa aforistica – di Daisetsu Teitaro Suzuki, l’autore dei Saggi
sul Buddhismo Zen, edita nel 1913 – fanno da cornice alla versione ‘d’autore’
di Ursula K. Le Guin. La straordinaria scrittrice di fantascienza –
quest’anno Mondadori ha rimesso in circolo i libri più importanti, tra cui I
reietti dell’altro pianeta e i tomi del “Ciclo di Terramare” e del “Ciclo
dell’Ecumene” – ha realizzato una bella versione del Tao Te Ching nel 1997, per
la Shambhala Publications, con una ipotesi di sguardo peculiare:
> “Le traduzioni accademiche del Tao Te Ching come manuale ad uso dei governanti
> utilizzano un vocabolario che enfatizza l’unicità del ‘saggio’ Taoista, la sua
> mascolinità, la propria autorità. Questo linguaggio si è perpetuato,
> degradandosi, nelle versioni più popolari del libro. Al contrario, io ho
> voluto un ‘Libro della Via’ accessibile al lettore, insensato, impotente, e
> magari poco virile, che non tenta segreti esoterici, in ascolto della voce che
> sussurra all’anima. Vorrei che si percepisse perché questo libro è così tanto
> amato da duemilacinquecento anni. È il più amabile dei grandi testi religiosi,
> il più divertente, arguto, accogliente, modesto, indistruttibilmente
> oltraggioso e inesauribilmente nuovo. Delle sorgenti profonde, è quella più
> pura. Per me, è anche la più profonda”.
Il legame tra Ursula K. Le Guin – l’autrice di fantascienza (per generalizzare,
ma un genio ‘degenera’ i generi) più amata da Harold Bloom, che la preferiva a
Tolkien – e il Tao Te Ching è antico, arcano: Tao Song (attacco: “O cauto pesce/
mostrami la via/ o verde erba/ fonda per me una via”) è una poesia raccolta
in Wild Angels, libro in versi del 1974. Già: Ursula K. Le Guin è stata anche
una poetessa di altissimo talento; i Collected Poems (insieme alla traduzione
del Tao Te Ching: A Book about the Way and the Power of the Way) sono stati
pubblicati dalla Library of America nel 2023. L’entità del tomo – 738 pagine –
fa capire plasticamente che la poesia non è stata attività secondaria nella
ricerca di Ursula K. Le Guin.
E ora, salto triplo nel vuoto, nella faida di sé, fino al tonfo – che il nostro
corpo sfarfalli, si incenerisca in miriadi di falene.
***
Il libro del Tao
IV
Senza fonti
La via è vuota
usata – non abusata.
Profonda – ancestrale
alle diecimila cose.
Mola i bordi
molla i legami
delucida la luce
la via è la polvere sulla via.
Silente,
sicura di durare.
Di chi è figlia? È nata
prima degli dèi.
*Elusivo è tutto ciò che dice Lao Tzu. La tentazione: aggrapparsi a qualcosa
nella semplicità infinitamente ingannevole delle sue parole. Perfino i migliori
traduttori, i filologi e gli accademici si concentrano sui valori etici e sulla
politica del testo, come se fossero la cosa importante. Ovvio, la religione
detta Taoismo è piena di dèi, di santi, di miracoli, di preghiere, di metodi per
assicurarsi ricchezza, potere, longevità – tutto ciò che Lao Tzu dice svia dalla
Via. In passi come questo, credo, la profonda limpidezza del linguaggio
riassumono ciò che gli uomini hanno ricavato, per secoli, dalla lettura di
questo testo: pura adesione al mistero di cui siamo parte.
*
XI
Il genio dell’inutile
Trenta raggi
convergono nel mozzo:
dove non è la ruota
è l’utile.
Scavando
l’argilla sorge il vaso:
dove non è il vaso
è la cosa chiamata vaso.
Ricavi porte e finestre
per ricavare una stanza:
dove non è stanza
è il tuo spazio.
Il profitto di ciò che è
è nell’uso di ciò che non è.
*Una cosa che amo di Lao Tzu è il genio comico. Spiega una verità profonda,
complessa, una di quelle verità controintuitive che, una volta accettate dalla
mente, raddoppiano d’improvviso le dimensioni dell’universo. E lo fa con
spiazzante semplicità, parlando di vasi.
*
XLVII
Guardare oltre
Non devi uscire di casa
per capire cosa accade nel mondo.
Non devi guardare fuori dalla finestra
per vedere la via. Più vai altrove
meno sai.
L’anima sapiente
non va – e sa
non guarda – e vede
non fa – e fa.
*Di solito, ci aspettiamo grandi cose dal “vedere il mondo”, dal “fare
esperienza. Un poeta romano ha scritto che il viaggiatore cambia il cielo sopra
di sé, mentre l’anima dentro di sé resta la stessa. Alcune poetesse, che hanno
fatto poche esperienze e quasi nessun viaggio, Emily Dickinson e Emily Brontë,
confermano le tesi di Lao Tzu: è lo sguardo interiore a vedere davvero il
mondo.
*
XLVIII
Disimparare
Studia, impara: ti farai grande.
Chi segue la Via rimpicciolisce.
Diventa piccolo, minuscolo.
Così si arriva alla non-azione.
Non fare nulla – che nulla sia fatto.
Non preoccuparti
di organizzare le cose.
Traduzione e commento di Ursula Le Guin
*
LVIII
Sovrano represso popolo soddisfatto
governo vivace e virile, popolo scontento e lagnoso.
“Sulla cattiva sorte si fonda la buona sorte, sulla buona la cattiva”.
Pochi lo sanno, ma esiste soglia tra retto e inesatto;
il regno dove ogni retta è obliqua
e ogni bene un male e l’umanità è smarrita.
Così il Saggio
squadra ma non taglia
sagoma ma non spezza
raddrizza ma non tira
emette luce senza brillare.
*
LXIII
Agisce senza agire, fa senza fare,
scopre il sapore nell’insapore
rende gigantesco il minimo, molto il poco
“Replica all’ingiuria con il bene
si occupa del difficile quando è facile
del sommo quando è infimo”.
Per governare ciò che è arduo
affrontalo quando è ceduo.
Il grande sia preso quando è misero.
Per questo il Saggio non si approssima ai grandi
e ottiene la grandezza.
E poi: “Un sì poco ispirato estrae poca fede
le cose ‘molto facili’ diventeranno assai difficili.
Per questo il Saggio rende difficile il facile:
in questo modo ottiene tutto senza difficoltà!
*Traduzione di Arthur Waley
**
LXXI
Conoscere l’inconoscibile è ascesi. Non conoscere lo sconosciuto è malattia.
Solo ammalandoci possiamo superare il male.
Il santo non è malato. Poiché il male lo abita la malattia non lo scalfisce.
*
LXXV
Il popolo è affamato perché i superiori sono famelici, per questo è affamato.
Il popolo è ingovernabile perché i superiori sono ingovernati, per questo è
ingovernabile.
Il popolo è troppo attaccato alla vita e non si occupa della morte, per questo è
moribondo.
Chi non ha interesse per la vita è più nobile di chi stima la vita.
*
LXXVII
La Ragione del Cielo è come un arco. Abbatte ciò che è alto, innalza il basso.
Decima l’abbondanza, moltiplica chi non ha nulla.
Tale è la Ragione del Cielo. Mutila chi ha in abbondanza, compie chi è privo.
La Ragione dell’Uomo non è così. Egli sottrae a chi non ha per servire chi ha in
abbondanza.
Chi è colui che vuole avere in abbondanza per servire abbondantemente il mondo?
Il santo agisce ma non si vanta; acquista meriti e ne è incurante; non mostra la
sua grandezza.
*
LXXVIII
Nulla al mondo è più molle e delicato dell’acqua. Nulla al mondo la supera nel
soggiogare il duro e il forte. Nulla può prendere il suo primato.
Il debole supera il forte, il tenero vince il rigido. Al mondo non esiste
qualcuno che non lo sappia, ma nessuno lo pratica.
Per questo il santo dice:
“Colui che s’incarica del peccato
della patria, salutiamo come il sacerdote
del grande sacrificio – colui che fallisce
ed è maledetto, salutiamo come il re dell’impero”.
Le parole autentiche suonano paradossali.
*Traduzione di D.T. Suzuki
**
LXXXI
Le parole sincere non sono belle; le belle parole sono insincere. Gli iniziati
(al Tao) non disputano (su di esso); chi disputa non è iniziato. Chi conosce (il
Tao) non è erudito; gli eruditi non lo conoscono.
Il saggio non accumula (per sé). Più dà agli altri più possiede; più dona più
ha.
Ha l’audacia della Via del Cielo e non nuoce; tutto ciò che opera sulla via
accade senza sforzo.
*Traduzione di James Legge
L'articolo “Diventa piccolo, minuscolo”. A capofitto nel Tao proviene da Pangea.
Qualche giorno fa, il 5 agosto, sul “Corriere della Sera”, Luciano Canfora, lo
storico, ha firmato un lungo pezzo, s’intitola: “Il senso della storia, dono
divino”. Pretesto dell’articolo, la pubblicazione, per la “piccola e vivace casa
editrice lucchese Le Vele”, di Qoelet, il formidabile, corrosivo testo biblico.
Si tratta del libro che inaugura “una grande opera dissodatrice” (copy Canfora):
la pubblicazione, tomo per tomo, della Bibbia, per fini culturali (consentire la
lettura della Bibbia ai più) più che ecumenici. Non è esattamente una novità:
già Einaudi, a cavallo del millennio, aveva tentato un’operazione simile.
I Salmi, “ragguardevoli non solo sul piano religioso ma anche su quello
letterario” (dida di infantile inutilità) erano introdotti da Bono; il Vangelo
secondo Marco da Nick Cave; il Qohèlet da Doris Lessing. La traduzione d’uso,
allora, era di quella di Filippo Nardoni; l’iniziativa, eguale a quella proposta
da Le Vele (“La Bibbia pensata non come testo di fede per fedeli, ma come testo
di lettura per lettori”), durò poco, una manciata di anni. La collana inaugurata
dall’editore Le Vele – che s’intitola, va da sé, come quella Einaudi, “I libri
della Bibbia” – è curata da Sergio Valzania, giornalista, autore radiofonico
Rai, scrittore: tra l’altro, ha scritto “una nota” a un antico libro di
Canfora, 1914 (Sellerio, 2006).
L’articolo del “Corriere” – à la Canfora: vigoroso, ruvido, ma anche un po’
superficiale nelle sintesi – mi è stato mostrato da un amico, uno di quelli
sempre pronti a salvarti dal baratro, con un certo sconcerto. Negli stessi mesi,
infatti, per De Piante è uscita una versione di Qoelet, culmine di un progetto
editoriale di pubblicazione, libro per libro, del canone biblico. Il
progetto, inaugurato nel 2022 con Genesi, non riproduce il Testo secondo la
versione Cei che tutti hanno sul comodino (“accogliendone purtroppo anche i
difetti”, così Canfora): l’idea, titanica, è quella di affidare “i singoli libri
della Bibbia a narratori, poeti, pensatori di oggi”. In
particolare, Genesi e Isaia sono stati tradotti dall’artista e scrittore
polimorfico Gian Ruggero Manzoni e Apocalisse dal poeta e fine
grecista Giancarlo Pontiggia. L’idea di Qoelet – uscito dai torchi nel marzo del
’25 –, testo magnetico come pochi altri, è più complessa. Il testo è tradotto,
secondo una nuova ipotesi sul ritmo e sul suono, da Stefano Arduini, linguista,
teorico della traduzione (tra gli ultimi libri: Traduzioni in cerca di
originale. La Bibbia e i suoi traduttori, Jaca Book, 2021), traduttore, tra
l’altro, di Giovanni della Croce (per Città Nuova). A questa versione, si
affianca la mia – a dire della lotta tra i botri e i dogi del linguaggio – e
quella, storica, di Massimo Bontempelli. Quest’ultima, ha un’importanza storica
peculiare perché testimonia una sotterranea ma pur robusta ‘tradizione’ della
traduzione biblica da parte degli scrittori italiani: pensiamo ai Vangeli
tradotti da Diego Valeri, Corrado Alvaro, Nicola Lisi e Bontempelli,
alla Lettera ai Corinzi secondo Giovanni Testori, alle versioni di Ceronetti e
ai tentativi di Emilio Villa, all’innario di David Maria Turoldo, fino ai
reperti di Erri De Luca. Su questa scia, Roberta Rocelli, nella scorsa edizione
del “Festival Biblico”, ha ideato il Salterio dei Poeti, il primo germe della
traduzione dei Salmi ad opera dei poeti di oggi: tra gli altri, hanno
partecipato Mariangela Gualtieri e Andrea Ponso, Giuseppe Conte e Federico
Italiano, Francesca Serragnoli, Alessandro Rivali, Susan Stewart e John
Kinsella. Ne abbiamo scritto a lungo.
Insomma, è da tempo che si opera nel ring del testo biblico. Per chiudere con i
dati: nel 2010 proprio Stefano Arduini, insieme all’editore Walter Raffaelli,
hanno fondato la collana “La Bibbia” con gli stessi intenti – la pubblicazione,
libro per libro, del canone, in nuova traduzione. Erano libri deliziosi, in
formato minino, da tenere in una mano: ferine falene di carta. Sono usciti, in
quel contesto, il Cantico dei Cantici secondo Andrea Temporelli, l’Esodo secondo
Gian Ruggero Manzoni, Il libro di Giona secondo Giovanni Tuzet. Uno
scrittore-cantautore come Leonardo Bonetti avrebbe ‘musicato’ il libro di
Daniele; tra i protagonisti del progetto – di cui qualche giornale ha detto –
figurava il poeta Pier Luigi Cappello – io ho tradotto le Lamentazioni. Ma
queste sono minuzie.
Bisognerebbe, piuttosto, domandarsi se tradurre un libro biblico sia come
tradurne qualsiasi altro: se, per dire, tradurre Geremia o le lettere di
Giovanni sia come tradurre Emily Dickinson o Rimbaud. Come scriveva Edgard Wind
in Arte e anarchia, l’uso ha un suo peso: una Crocefissione appesa da secoli in
una cattedrale, che ha accolto le preghiere di migliaia di fedeli (divorandone
le intenzioni e il cuore), è diversa da una Crocefissione esposta in un museo,
sotto gli occhi di attenti – o disattenti – ‘fruitori’ d’arte. insomma: la
Bibbia ha un ‘peso’ diverso, la traduzione – come postula San Paolo – è un
carisma. Non si può tradurre senza precipitare. Il rischio di abbellimento
retorico – sempre presente nel lavorio degli artisti – è sacrilegio, è
idolatria: tradurre vuol dire scotennare, levare l’ultimo velo al Volto. Che se
ne torni inceneriti è norma.
Ma qui vado per erbe avvelenate.
Torniamo a noi. È evidente che esistano alcuni eventi culturali, alcune
avventure dello spirito, non marginali, tuttavia per sempre ignote alle ‘grandi
firme’, ostili ai ‘grandi palchi’. Sono invisibili. Rimangono paria. Frotte di
lebbrosi. Perché Luciano Canfora, parlando di una nuova, meritoria edizione
di Qoelet non ha fatto riferimento al Qoelet edito da De Piante negli stessi
mesi, rintracciabile in ogni repertorio digitale? Escludendo la malafede, resta
l’ignoranza. Se è così, è grave: è come se uno storico, organizzando i fatti,
non conoscesse una fonte autorevole.
Per il resto, basta Qoelet, cioè la beatitudine della vanità. “Non arrabbiarti:
l’ira/ alberga nel petto del vile”, dice il sapiente.
*In copertina: Memento mori, studio di cranio, XVII secolo
L'articolo La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni
proviene da Pangea.