Brutale a forza d’essere delicato. Mario Sironi nella collezione Sormani

Pangea - Saturday, May 30, 2026

Attraverso le venti opere di Mario Sironi della collezione Sormani, esposte a Milano presso lo Spazio Cernaia,[1] si arriva a un’idea chiara della pluralità di espressioni dominate dall’artista in un’urgenza creativa a tratti persino maniacale. Una produzione che Margherita Sarfatti, la prima a occuparsi del pittore con acutezza, descriveva come «di sintesi e di semplificazione estrema, dall’andatura quasi popolaresca a forza d’essere aristocratica, e brutale a forza d’essere delicata nel rifuggire da ogni forma di convenzionalismo e […] banalità».[2]

Opere come la matita grassa su carta Composizione (1913) segnalano l’interesse rispetto alle sperimentazioni futuriste. Sironi, amico già da tempo di alcuni esponenti del movimento, dopo una crisi interiore che ne aveva limitato l’attività per diversi anni, e dopo essersi «innamorato»[3] dell’arte di Umberto Boccioni, inaugurava intorno al 1913 il confronto con le tecniche futuriste. Come si capisce anche dalla Composizione di Sormani, Sironi adotta uno stile piuttosto personale, meno meditato e più espressionistico, marcato da uno spiccato accento gestuale. Un futurismo selvaggio e drammatico in cui è già presente la cifra di tutta la produzione successiva, quella tragicità che la Sarfatti definiva «tutta intima e interiore»,[4] segno di una sofferta «lotta a corpo a corpo con la materia». 

Mario Sironi, La luce che accompagna, 1931 circa

Proseguendo cronologicamente, lo studio per il disegno Fantasmi d’oltralpe (pubblicato in La Rivista del Popolo d’Italia nel 1925), mostra la brutale immediatezza delle illustrazioni di Sironi, efficaci come antiche pitture rupestri e prive di preoccupazioni di carattere culturale. Si tratta di una concezione, tanto compositiva quanto formale, che accompagnerà a un diverso grado l’intera vicenda del pittore. Un modus operandi in cui la Sarfatti rilevava la «stilizzazione del vero a grandi e robuste masse squadrate d’ombra e di luce, di bianco e di nero»[5], efficace nel restituire «il carattere di brutalità macabra e spesso grottesca, [e] quella specie di automatismo meccanico, che è uno degli aspetti atroci e caratteristici della guerra».[6] Un elemento, quest’ultimo, che era una nefasta conseguenza del conflitto mondiale e che trova un analogo significativo nello stile marziale della scrittura di Ernst Jünger e, in particolare, del suo capolavoro giovanile  In Stahlgewittern. Si tratta di qualcosa di più profondo che non una semplice scelta stilistica e, piuttosto, sarebbe il prodotto del condizionamento imposto dalla guerra come orizzonte esistenziale (un effetto evidente anche in un’altra opera esposta in mostra, La luce che accompagna, una tavola per l’illustrazione apparsa in La Rivista del Popolo d’Italia nel 1931). 

Mario Sironi, Busto, 1935 circa

Datare la produzione di Sironi può essere complesso e a complicare un catalogo ampio e diversificato è anche l’ambiguità a cui ha contribuito lo stesso artista retrodatando o postdatando opere presenti in monografie redatte sotto il suo controllo. Nonostante ciò, probabilmente da collocare intorno al 1935 è la tempera su carta Busto, indicativa di un processo di sintesi archetipica con cui l’arte nel ventennio sognava l’essere umano. Qui, in un linguaggio risolto e nonostante l’acquisizione del ritorno all’ordine successivo alla guerra, è ancora vivo l’impeto della stagione futurista, assorbito in una classicità assoluta e universale. Di qualche anno dopo sarebbe Lavoratori nei campi (1941 circa), una tempera e cera graffita su carta in cui, in una dimensione ancestrale, due figure in un paesaggio assurgono a metafora della condizione dell’uomo. Non c’è disperazione e il lavoro è vissuto con pacata accettazione, come un destino inevitabile e naturale. L’opera è particolarmente fine e prova la straordinaria tenuta formale di Sironi su ogni formato e con ogni tecnica. 

Probabilmente dell’anno successivo è il Paesaggio con albero, montagne e case (1942 circa), una piccola tempera e china su carta che è un manifesto dell’arte del pittore. In un paesaggio claustrofobico e nei colori di uno strano tramonto esistenziale, una montagna e un albero incastonati in un cielo rossastro si stagliano nella loro essenzialità plastica. In questa dimensione di catastrofe imminente sentiamo la pressione degli elementi, la forza ctonia della natura. Comprendiamo cosa intendeva Sironi quando, nel 1931, sosteneva come nella pittura di montagne non bisognasse rappresentare 

«nessuna veduta cartolinesca del monte […], ma un’espressione lirica della montagna chiusa nella sua forza solenne, nei suoi gravi allineamenti […] quasi teatro di un dramma incompreso ma presente e sottinteso».[7]

Di una forza di diverso genere è la cupa tempera su carta Figura (1950 circa). La figura umana, qui, è ciò che resta della persona: non più il potente archetipo di Busto, ma l’amara immagine di una sottrazione. Una visione tetra, giustamente accostata da Elena Pontiggia al suicidio di Rossana, la diciottenne figlia del pittore. Infine, l’opera di datazione più avanzata della collezione Sormani, Composizione, collocabile nel 1961, poco prima della morte dell’artista. Le piccole figure sono schiacciate da una devastazione di forme. Le linee si spezzano e la presenza dell’uomo non offre più nessuna speranza. 

Mario Sironi, Paesaggio con albero, montagne e case, 1942 circa

L’artista sembra arrendersi a quel combattimento con la materia di cui scriveva la Sarfatti e il dramma di una vita sofferta si riflette nella composizione sconvolta. Forse Sironi aveva perso la sua battaglia con la storia, ma la sua arte sarebbe andata avanti.

Antonio Soldi 

In copertina: Mario Sironi, “Composizione”, 1913 circa

[1] L’esposizione si è tenuta il 23 e 24 maggio nell’occasione di apertura straordinaria occorsa con la XVI Giornata Nazionale A.D.S.I. (Associazione Dimore Storiche Italiane). Il catalogo della mostra si apre con la presentazione di Elena Pontiggia. La mostra non sarebbe stata possibile senza il lavoro di Francesco Canali. 

[2] Ivi, p. 46.

[3] Cit. in: Mario Sironi. Dal futurismo al classicismo 1913-1924, mostra a cura di F. Benzi, catalogo a cura di F. Benzi e F. Leone, Milano 2018, p. 16.

[4] Cit. in: Da Boccioni a Sironi. Il mondo di Margherita Sarfatti, a cura di E. Pontiggia, Milano 1997, p. 47.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Cit. in: M. Sironi, Scritti inediti 1927-1931, a cura di E. Pontiggia, Milano 2013, p. 63.

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