Attraverso le venti opere di Mario Sironi della collezione Sormani, esposte a
Milano presso lo Spazio Cernaia,[1] si arriva a un’idea chiara della pluralità
di espressioni dominate dall’artista in un’urgenza creativa a tratti persino
maniacale. Una produzione che Margherita Sarfatti, la prima a occuparsi del
pittore con acutezza, descriveva come «di sintesi e di semplificazione estrema,
dall’andatura quasi popolaresca a forza d’essere aristocratica, e brutale a
forza d’essere delicata nel rifuggire da ogni forma di convenzionalismo e […]
banalità».[2]
Opere come la matita grassa su carta Composizione (1913) segnalano l’interesse
rispetto alle sperimentazioni futuriste. Sironi, amico già da tempo di alcuni
esponenti del movimento, dopo una crisi interiore che ne aveva limitato
l’attività per diversi anni, e dopo essersi «innamorato»[3] dell’arte di Umberto
Boccioni, inaugurava intorno al 1913 il confronto con le tecniche futuriste.
Come si capisce anche dalla Composizione di Sormani, Sironi adotta uno stile
piuttosto personale, meno meditato e più espressionistico, marcato da uno
spiccato accento gestuale. Un futurismo selvaggio e drammatico in cui è già
presente la cifra di tutta la produzione successiva, quella tragicità che la
Sarfatti definiva «tutta intima e interiore»,[4] segno di una sofferta «lotta a
corpo a corpo con la materia».
Mario Sironi, La luce che accompagna, 1931 circa
Proseguendo cronologicamente, lo studio per il disegno Fantasmi
d’oltralpe (pubblicato in La Rivista del Popolo d’Italia nel 1925), mostra la
brutale immediatezza delle illustrazioni di Sironi, efficaci come antiche
pitture rupestri e prive di preoccupazioni di carattere culturale. Si tratta di
una concezione, tanto compositiva quanto formale, che accompagnerà a un diverso
grado l’intera vicenda del pittore. Un modus operandi in cui la Sarfatti
rilevava la «stilizzazione del vero a grandi e robuste masse squadrate d’ombra e
di luce, di bianco e di nero»[5], efficace nel restituire «il carattere di
brutalità macabra e spesso grottesca, [e] quella specie di automatismo
meccanico, che è uno degli aspetti atroci e caratteristici della guerra».[6] Un
elemento, quest’ultimo, che era una nefasta conseguenza del conflitto mondiale e
che trova un analogo significativo nello stile marziale della scrittura di Ernst
Jünger e, in particolare, del suo capolavoro giovanile In Stahlgewittern. Si
tratta di qualcosa di più profondo che non una semplice scelta stilistica e,
piuttosto, sarebbe il prodotto del condizionamento imposto dalla guerra come
orizzonte esistenziale (un effetto evidente anche in un’altra opera esposta in
mostra, La luce che accompagna, una tavola per l’illustrazione apparsa in La
Rivista del Popolo d’Italia nel 1931).
Mario Sironi, Busto, 1935 circa
Datare la produzione di Sironi può essere complesso e a complicare un catalogo
ampio e diversificato è anche l’ambiguità a cui ha contribuito lo stesso artista
retrodatando o postdatando opere presenti in monografie redatte sotto il suo
controllo. Nonostante ciò, probabilmente da collocare intorno al 1935 è la
tempera su carta Busto, indicativa di un processo di sintesi archetipica con cui
l’arte nel ventennio sognava l’essere umano. Qui, in un linguaggio risolto e
nonostante l’acquisizione del ritorno all’ordine successivo alla guerra, è
ancora vivo l’impeto della stagione futurista, assorbito in una classicità
assoluta e universale. Di qualche anno dopo sarebbe Lavoratori nei campi (1941
circa), una tempera e cera graffita su carta in cui, in una dimensione
ancestrale, due figure in un paesaggio assurgono a metafora della condizione
dell’uomo. Non c’è disperazione e il lavoro è vissuto con pacata accettazione,
come un destino inevitabile e naturale. L’opera è particolarmente fine e prova
la straordinaria tenuta formale di Sironi su ogni formato e con ogni tecnica.
Probabilmente dell’anno successivo è il Paesaggio con albero, montagne e
case (1942 circa), una piccola tempera e china su carta che è un manifesto
dell’arte del pittore. In un paesaggio claustrofobico e nei colori di uno strano
tramonto esistenziale, una montagna e un albero incastonati in un cielo
rossastro si stagliano nella loro essenzialità plastica. In questa dimensione di
catastrofe imminente sentiamo la pressione degli elementi, la forza ctonia della
natura. Comprendiamo cosa intendeva Sironi quando, nel 1931, sosteneva come
nella pittura di montagne non bisognasse rappresentare
> «nessuna veduta cartolinesca del monte […], ma un’espressione lirica della
> montagna chiusa nella sua forza solenne, nei suoi gravi allineamenti […] quasi
> teatro di un dramma incompreso ma presente e sottinteso».[7]
Di una forza di diverso genere è la cupa tempera su carta Figura (1950 circa).
La figura umana, qui, è ciò che resta della persona: non più il potente
archetipo di Busto, ma l’amara immagine di una sottrazione. Una visione tetra,
giustamente accostata da Elena Pontiggia al suicidio di Rossana, la diciottenne
figlia del pittore. Infine, l’opera di datazione più avanzata della collezione
Sormani, Composizione, collocabile nel 1961, poco prima della morte
dell’artista. Le piccole figure sono schiacciate da una devastazione di forme.
Le linee si spezzano e la presenza dell’uomo non offre più nessuna speranza.
Mario Sironi, Paesaggio con albero, montagne e case, 1942 circa
L’artista sembra arrendersi a quel combattimento con la materia di cui scriveva
la Sarfatti e il dramma di una vita sofferta si riflette nella composizione
sconvolta. Forse Sironi aveva perso la sua battaglia con la storia, ma la sua
arte sarebbe andata avanti.
Antonio Soldi
In copertina: Mario Sironi, “Composizione”, 1913 circa
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[1] L’esposizione si è tenuta il 23 e 24 maggio nell’occasione di apertura
straordinaria occorsa con la XVI Giornata Nazionale A.D.S.I. (Associazione
Dimore Storiche Italiane). Il catalogo della mostra si apre con la presentazione
di Elena Pontiggia. La mostra non sarebbe stata possibile senza il lavoro di
Francesco Canali.
[2] Ivi, p. 46.
[3] Cit. in: Mario Sironi. Dal futurismo al classicismo 1913-1924, mostra a cura
di F. Benzi, catalogo a cura di F. Benzi e F. Leone, Milano 2018, p. 16.
[4] Cit. in: Da Boccioni a Sironi. Il mondo di Margherita Sarfatti, a cura di E.
Pontiggia, Milano 1997, p. 47.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] Cit. in: M. Sironi, Scritti inediti 1927-1931, a cura di E. Pontiggia,
Milano 2013, p. 63.
L'articolo Brutale a forza d’essere delicato. Mario Sironi nella collezione
Sormani proviene da Pangea.