“E sono muto a dire”. Vasto elogio di Dylan Thomas

Pangea - Thursday, June 11, 2026

Il grande Dylan Thomas. Il poeta allegorico, più che metaforico. Il finto surrealista. 

Il poeta musicale, artigiano della parola, ha sempre attratto tutti (poeti, artisti, musicisti) al suo atelier.

Talmente distratto di se stesso, quanto presente agli altri. 

Tutti l’hanno aiutato volentieri, riconoscendone il valore enorme. Eppure, tasche e mani bucate, rivolte al vento più che altrove.

Dylan Thomas è sempre stato, fin da subito, genio e sregolatezza. E la sua vasta quanto potente poetica, ce l’ha dimostrato. Di quest’ultima, ora, però, ci interessa soltanto un elemento: quello del trascorrere implacabile e ineluttabile del tempo. Poiché è proprio di questo che Thomas ci parla in una delle sue (tante) belle poesie. E lo fa con ritmo, allegoricamente parlando della natura per parlare di sé.

“La forza che nella verde miccia spinge il fiore
Spinge i miei verdi anni; quella che fa scoppiare le radici degli alberi
È la mia distruttrice.
E sono muto a dire alla rosa reclina
Che piega la mia giovinezza la stessa febbre invernale.

La forza che spinge l’acqua tra le rocce
Spinge il mio rosso sangue; quella che le correnti alla foce prosciuga
Le mie trasforma in cera.
E sono muto a urlare alle mie vene
Che alla fonte montana succhia la stessa bocca.

La mano che fa vortici nell’acqua nello stagno
Muove le sabbie mobili; quella che imbriglia i venti anche la vela
Regge del mio sudario.
E sono muto a dire all’impiccato
Che la calce del boia è la mia stessa creta.

Dove la fonte sgorga s’attaccano le labbra del tempo;
Amore goccia e si rapprende, ma il sangue versato addolcirà
Le ferite di lei.
E sono muto a dire alle intemperie
Come il tempo ha scandito un cielo attorno agli astri.

Muto a dire alla tomba dell’amante
Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso tortuoso verme.”

Tra un pub e l’altro, Dylan Thomas sentiva, sentiva troppo. Per questo era poeta, poeta del popolo. E, per giunta, sapeva custodire segreti. 

Non aveva freni. Istrionico. Non aveva bisogno di specchi. Era se stesso, e tanto bastava. Come non gli bastavano mai, del resto, le sue donne. Paradossalmente fedele alla moglie, Caitlin, fino alla morte, nonostante i tradimenti reciproci. Come fedeli entrambi all’alcol: lui alla birra, lei agli scotch.

Ma di una cosa soltanto, egli era veramente infedele. Nel tacere fino in fondo la verità. E lo faceva con istinto, con il sangue, con il fuoco che diventava parola scritta, con la sua potente voce registrata alla BBC: “Muto a dire alla tomba dell’amante/ Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso tortuoso verme.ˮ […] “Muto a dire alle intemperie/ Come il tempo ha scandito un cielo attorno agli astri.ˮ

Giorgio Anelli

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