Tag - Giorgio Anelli

“E sono muto a dire”. Vasto elogio di Dylan Thomas
Il grande Dylan Thomas. Il poeta allegorico, più che metaforico. Il finto surrealista.  Il poeta musicale, artigiano della parola, ha sempre attratto tutti (poeti, artisti, musicisti) al suo atelier. Talmente distratto di se stesso, quanto presente agli altri.  Tutti l’hanno aiutato volentieri, riconoscendone il valore enorme. Eppure, tasche e mani bucate, rivolte al vento più che altrove. Dylan Thomas è sempre stato, fin da subito, genio e sregolatezza. E la sua vasta quanto potente poetica, ce l’ha dimostrato. Di quest’ultima, ora, però, ci interessa soltanto un elemento: quello del trascorrere implacabile e ineluttabile del tempo. Poiché è proprio di questo che Thomas ci parla in una delle sue (tante) belle poesie. E lo fa con ritmo, allegoricamente parlando della natura per parlare di sé. “La forza che nella verde miccia spinge il fiore Spinge i miei verdi anni; quella che fa scoppiare le radici degli alberi È la mia distruttrice. E sono muto a dire alla rosa reclina Che piega la mia giovinezza la stessa febbre invernale. La forza che spinge l’acqua tra le rocce Spinge il mio rosso sangue; quella che le correnti alla foce prosciuga Le mie trasforma in cera. E sono muto a urlare alle mie vene Che alla fonte montana succhia la stessa bocca. La mano che fa vortici nell’acqua nello stagno Muove le sabbie mobili; quella che imbriglia i venti anche la vela Regge del mio sudario. E sono muto a dire all’impiccato Che la calce del boia è la mia stessa creta. Dove la fonte sgorga s’attaccano le labbra del tempo; Amore goccia e si rapprende, ma il sangue versato addolcirà Le ferite di lei. E sono muto a dire alle intemperie Come il tempo ha scandito un cielo attorno agli astri. Muto a dire alla tomba dell’amante Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso tortuoso verme.” Tra un pub e l’altro, Dylan Thomas sentiva, sentiva troppo. Per questo era poeta, poeta del popolo. E, per giunta, sapeva custodire segreti.  Non aveva freni. Istrionico. Non aveva bisogno di specchi. Era se stesso, e tanto bastava. Come non gli bastavano mai, del resto, le sue donne. Paradossalmente fedele alla moglie, Caitlin, fino alla morte, nonostante i tradimenti reciproci. Come fedeli entrambi all’alcol: lui alla birra, lei agli scotch. Ma di una cosa soltanto, egli era veramente infedele. Nel tacere fino in fondo la verità. E lo faceva con istinto, con il sangue, con il fuoco che diventava parola scritta, con la sua potente voce registrata alla BBC: “Muto a dire alla tomba dell’amante/ Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso tortuoso verme.ˮ […] “Muto a dire alle intemperie/ Come il tempo ha scandito un cielo attorno agli astri.ˮ Giorgio Anelli L'articolo “E sono muto a dire”. Vasto elogio di Dylan Thomas proviene da Pangea.
June 11, 2026 / Pangea
“Bisogna diventare diamante”. L’amicizia tra María Zambrano e José Lezama Lima
Più che i poeti, immortali sono le lettere che essi scrivono; quelle che ci raggiungono, facendo lo scalpo a qualsiasi imprevisto avverso. Così oggi noi godiamo di parole che intrecciavano destini, attese, aspettative. Così, se vi pare, qualche messaggio in bottiglia, dal passato, è arrivato a destinazione: destinazione sconosciuta, ma riuscita. I lettori del futuro (che siamo noi), hanno la fortuna di poter godere di un lascito del paradiso. Lettere insomma come un qualcosa da custodire con cura. Un tesoro immenso che riguarda (in poche parole, in poche pagine) il mondo intero. Di tale importanza è anche la Corrispondenza (edita dalle Edizioni degli Animali) che ci giunge tra María Zambrano (tra le maggiori filosofe e intellettuali del Novecento non solo spagnolo, allieva di José Ortega y Gasset) e il poeta scrittore saggista immenso, José Lezama Lima. Eccone un frammento: “La Pièce, 24 aprile 1968 Carissimo José Lezama Lima, la tua lettera mi ha portato la gioia di poter corroborare la tua presenza, in fin dei conti la grafia è corpo, presenza, quella di cui abbiamo bisogno noi angosciati che abbiamo gli amici lontani. […] Non ti ho scritto durante questi anni, e credo neanche a Orbón più di qualche rara lettera, proprio per non darti notizie. Aspettavo sempre una pausa, un respiro. Venirne fuori o che «questo» passasse. Ma come una processione interminabile i passi di dolore, tristezza, avversità si susseguivano e continuano a susseguirsi gli uni agli altri. Naturalmente anche molto bene, molto godimento profondo, molta certezza e perché non dirlo molta speranza e perfino fede ‒ specialmente in Ara ‒ sono piovuti. Il Regno benedetto dell’amicizia che dà sempre frutti, sempre anche stando lontani, voglio dire che l’amicizia è il regno di Dio, come dici tu portandoci la verità di questa «grazia fraterna» che scioglie il male, è certo, e che ci salva da lui.” Ci si scriveva (ci si scrive) insomma, non per annientarsi e scomparire nel vento. Piuttosto, per brillare in un firmamento umano, che nulla ha a che vedere e spartire con l’immortalità dell’anima. A rischio di scomparire per davvero, o forse nell’opera. > “Quanti falò accesi con la nostra anima, in cui ci si è dovuti lanciare a > rischio di essere ridotti in cenere e che nessuno, dico nessuno, raccolga > quella cenere. Ma siccome non ci siamo ridotti in cenere, bisogna diventare > cristallo, diamante.ˮ Giorgio Anelli *In copertina: José Lezama Lima (1910-1976) L'articolo “Bisogna diventare diamante”. L’amicizia tra María Zambrano e José Lezama Lima proviene da Pangea.
May 25, 2026 / Pangea
La vita è fame e lotta. Ovvero: sullo straordinario Dino Campana
Non ho nessuna voglia di preparare e tenere serate e corsi di letteratura. Vorrei rilassarmi la sera, dopo il lavoro, e leggere quello che vorrei io, e continuare a scrivere la mia opera. Ma non è possibile. Se non arrotondo, la situazione è grama. Del resto, nemmeno Raymond Carver fu felice della sua vita: braccato com’era dall’alcol e dai creditori, cambiava camere in affitto da un giorno all’altro. Per sbarcare il lunario, o suppergiù, scriveva cose che in realtà non lo interessavano affatto, ma in qualche modo le sceneggiature portavano soldi. Così, anch’io, amareggiato dalla vita ‒ e tu non sai quanto, caro lettore, non sai quanto… ‒ tento di reagire, seppur con difficoltà.  La bellezza la si va a cercare. La si cerca come i libri. La si stana. E lei, a volte, ti stupisce. Così, oggi, piuttosto che stare in casa attanagliato dalla mestizia, vado al lago. E mi ritrovo.  Per qualche ora, per qualche istante, godo.  Provo sollievo nella natura (provo un sentimento panico, da sempre), trovo l’essenza della vita nel panismo: flâneur e maledetto. Ma l’incanto è accaduto alla libreria Spalavera di Verbania. Anni fa fu Marco (che ora dirige la libreria Alpe Colle) a mostrarmi proprio in Via Ruga il “Giornale per i bambini”, che conteneva tutte le puntate di Pinocchio, pubblicate dal 1881 al 1883. Fantastico! Oggi, invece, è stata la volta di Filippo, che alla mia domanda: hai Dino Campana?, risponde incredibilmente: Sì. E mi tira fuori un cofanetto, dal quale estrae una delle copie originali dei Canti Orfici, stampata per la prima volta nel 1914 a Marradi presso la Tipografia F. Ravagli. Lo stupore e la felicità sono stati tanti. Si tratta, tra l’altro, di una copia in ottimo stato, dalla quale non sono state strappate le prime pagine. Mi diceva infatti Filippo, che Campana probabilmente si era pentito di quella dedica in calce al libro (Die Tragödie des letzten Germanen in Italien), per questo l’aveva strappata da alcune copie. Inutile dire, ovviamente, che il costo di quei Canti Orfici è da capogiro. Ma l’impossibile oggi è accaduto. Nuovamente! Così come la storia si ripete.  Lo fu per John Fante, per Jack London. Lo fu per tutti i grandi scrittori.  La vita è fame e lotta. E ora tocca a me affrontarla, la vera vita da poeta.  Lo fu persino, giustappunto, per il caro Dino Campana, che con le sue scosse infiammò e infiamma ancora il cuore del mondo. (Giorgio Anelli) ** DUALISMO (Lettera aperta a Manuelita Etchegarray) Voi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione, voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine voi tornate ad apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove la mia vita ritrovò un istante il contatto colle forze del cosmo. Io vi rivedo Manuelita, il piccolo viso armato dell’ala battagliera del vostro cappello, la piuma di struzzo avvolta e ondulante eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio contenuto sopra il terreno delle promesse eroiche! Tutta mi siete presente esile e nervosa. La cipria sparsa come neve sul vostro viso consunto da un fuoco interno, le vostre vesti di rosa che proclamavano la vostra verginità come un’aurora piena di promesse! E ancora il magnetismo di quando voi chinaste il capo, voi fiore meraviglioso di una razza eroica, mi attira non ostante il tempo ancora verso di voi! Eppure Manuelita sappiatelo se lo potete: io non pensavo, non pensavo a voi: io mai non ho pensato a voi. Di notte nella piazza deserta, quando nuvole vaghe correvano verso strane costellazioni, alla triste luce elettrica io sentivo la mia infinita solitudine. La prateria si alzava come un mare argentato agli sfondi, e rigetti di quel mare, miseri, uomini feroci, uomini ignoti chiusi nel loro cupo volere, storie sanguinose subito dimenticate che rivivevano improvvisamente nella notte, tessevano attorno a me la storia della città giovine e feroce, conquistatrice implacabile, ardente di un’acre febbre di denaro e di gioie immediate. Io vi perdevo allora Manuelita, perdonate, tra la turba delle signorine elastiche dal viso molle inconsciamente feroce, violentemente eccitante tra le due bande di capelli lisci nell’immobilità delle dee della razza. Il silenzio era scandito dal trotto monotono di una pattuglia: e allora il mio anelito infrenabile andava lontano da voi, verso le calme oasi della sensibilità della vecchia Europa e mi si stringeva con violenza il cuore. Entravo, ricordo, allora nella biblioteca: io che non potevo Manuelita io che non sapevo pensare a voi. Le lampade elettrice oscillavano lentamente. Su da le pagine risuscitava un mondo defunto, sorgevano immagini antiche che oscillavano lentamente coll’ombra del paralume e sovra il mio capo gravava un cielo misterioso, gravido di forme vaghe, rotto a tratti da gemiti di melodramma: larve che si scioglievano mute per rinascere a vita inestinguibile nel silenzio pieno delle profondità meravigliose del destino. Dei ricordi perduti, delle immagini si componevano già morte mentre era più profondo il silenzio. Rivedo ancora Parigi, Place d’Italie, le baracche, i carrozzoni, i magri cavalieri dell’irreale, dal viso essicato, dagli occhi perforanti di nostalgie feroci, tutta la grande piazza ardente di un concerto infernale stridente e irritante. Le bambine dei Bohemiens, i capelli sciolti, gli occhi arditi e profondi congelati in un languore ambiguo amaro attorno dello stagno liscio e deserto. E in fine Lei, dimentica, lontana, l’amore, il suo viso di zingara nell’onda dei suoni e delle luci che si colora di un incanto irreale: e noi in silenzio attorno allo stagno pieno di chiarori rossastri: e noi ancora stanchi del sogno vagabondare a caso per quartieri ignoti fino a stenderci stanchi sul letto di una taverna lontana tra il soffio caldo del vizio noi là nell’incertezza e nel rimpianto colorando la nostra voluttà di riflessi irreali! Dino Campana L'articolo La vita è fame e lotta. Ovvero: sullo straordinario Dino Campana proviene da Pangea.
April 14, 2026 / Pangea
“Imparare la morte nella pazienza”. Su una poesia di Nelly Sachs
No, noi non le ascoltiamo le urla del genocidio, che perseverano, nonostante il silenzio stampa. No, noi non le ascoltiamo più le grida ‒ quella carne maciullata di fanciullo come di uomo o donna, che nella lontananza forse nemmeno ci sfiora, se non per un attimo. Perché a noi interessa il fermo immagine ‒ la moviola! ‒, o il boato di un fuoco d’artificio nella notte. Missili che sembra capodanno! Ma io, quelle sirene, me le sento nel cuore – nel sangue. Forse perché da bambino mia madre mi raccontava che quand’era lei bambina bombardavano Milano, e, al suono dell’allarme, si correva a più non posso attraversando il torrente Sorgiorile, che allora era a cielo aperto, e ci si bagnava, e si provava innocente fottuta paura. Ma se nemmeno poi li ascoltiamo anche gli strazi della mente, combattendo sul posto di lavoro, dove tutto è pena e lacerazione. Ingiustizia su ingiustizia e presa per i fondelli. Si arriva al fine settimana, che si trascura persino la pulizia della casa, per recuperare energie e forze. No! Noi non sappiamo nulla di nulla. Generazione al macero. Discarica di egoismo. Noi no. Ma Nelly Sachs sì che ha vissuto pienamente i suoi drammi. E la letteratura le è stata accanto. La poesia. La poesia soltanto rivela. La poesia amuleto. Poesia bellezza ‒ persino nello strazio. (Giorgio Anelli) ** Catena di enigmi al collo della notte parola regale scritta assai lontano illeggibile forse nell’orbita delle comete quando la ferita del cielo spalancata dolora là nel mendicante che ha spazio e ha misurato in ginocchio ogni strada maestra con il suo corpo poiché tutto si deve soffrire ciò che è leggibile e imparare la morte nella pazienza ‒ Nelly Sachs L'articolo “Imparare la morte nella pazienza”. Su una poesia di Nelly Sachs proviene da Pangea.
March 14, 2026 / Pangea
“Deve venire la gioia”. Leggendo Dylan Thomas
A volte fa capolino la paura. A volte nella tua vita le cose non vanno come devono andare, e sembra che la vita stessa prenda il sopravvento su di noi, trascinandoci ubriachi e vinti. Ma è proprio questo che con tutte le mie forze voglio evitare. Avendolo provato io stesso.  Lo dicevo ieri, a Varese, a Daniela. Alla musa e donna della mia vita dicevo come la poesia non va affatto ‒ e mai! ‒ dimenticata. E così continuiamo a portare libri insieme a noi, nel nostro girovagare ferito ma offerto all’amore che ci lega. Così, ne leggiamo ad alta voce le poesie che contengono. Versi di poeti immortali. Così, in mezzo alla gente, improvvisando reading nei bar, o sulle panchine, nei viali, portiamo la grande letteratura a noi stessi come a chi ci vorrà, seppur per un attimo, ascoltare. E ieri quindi è stata la volta di Dylan Thomas che, sempre aprendo il libro a caso, mi/ci stupiva letteralmente. Solleva il viso Solleva il viso, fa Giorno, fissa il cielo Che si consola del buio con la luce, Che scaccia i fantasmi degli alberi E i fantasmi della mente, rinfrescando Quanto era stantio Nella ridesta pagliacciata Di uomini e animali Che fissano con orrore pareti di pietra. Solleva il capo, lascia venire Il conforto attraverso le nuvole del diavolo, Le nebbie dell’incubo Sospese sul precipizio del diavolo, Lascialo venire lentamente, Alza la mano a carezzare la luce, La sua guancia di miele, la bocca dolce-parlante, Solleva le cortine sugli occhi accecati. Da ridesti pensieri, Quando lo scheletro della guerra È col cadavere della pace (Note non in armonia, discordia, molestia) Unico ospite, Deve venire la gioia. Perciò sollevati, guarda, accarezza la luce. La gioia verrà dopo una notte contorta Anche se solo con la luce del sole. A volte, lo sappiamo, fa capolino il buio. A volte nella tua vita devi affrontare i fantasmi della mente. Noi conosciamo “le nuvole del diavoloˮ. E sappiamo che dobbiamo a volte o spesso accontentarci; ma che in fondo è quello che basta e che serve: “La gioia verrà dopo una notte contorta/ Anche se verrà solo con la luce del sole.ˮ (Giorgio Anelli) *In copertina: Dylan Thomas nel 1942, in un accesso di rabbia presso la Strand Film Company, Londra L'articolo “Deve venire la gioia”. Leggendo Dylan Thomas proviene da Pangea.
January 22, 2026 / Pangea
“Segui il tuo destino”. Delirio e bellezza intorno a una poesia di Pessoa
La prima volta è stato terribile. Fare il gesto con la mano della pistola puntata alla tempia…  È stato terribile il fatto del solo pensiero che mi sfiorasse, e delle mie parole quasi prive di speranza… Sì ‒ terribile.  Tutto questo accadeva per qualcosa che non andava per il verso giusto; e non per colpa mia. Nel frattempo è uscito un mio libro di poesie, che in esergo riportava questi versi: > Segui il tuo destino, > annaffia le tue piante, > ama le tue rose. > Il resto è l’ombra > di alberi estranei. Dunque penso: La poesia mi salva. La poesia m’insegna. La poesia è tutto. La seconda volta, però, fu ancora più brutto. Capii che mi stavano distruggendo i sogni. Lo ammisi. E qualcuno disse davanti a tutti di chi era la colpa. Lo ripeté più volte, con atto di sfida.  Io, per tutta risposta, mi spensi. Mi sedetti quasi subendo in silenzio.  Troppa gente poteva sentire la mia reazione; gente sbagliata poteva annichilire e reagire di fronte alla mia rabbia infinita; ma non era il caso. Per questo, e per motivi ben più forti ‒ ben più sacri ‒, tengo alto il fuoco, tengo desto il cuore. Nessuno distruggerà i miei sogni. Nessuno! Ho appeso questa poesia al muro, accanto al comodino, accanto al letto. Così che io possa vederla e leggerla ogni notte. Ogni notte! È il mio memento. È il mio cuore incendiato! Io sono ancora vivo. (Giorgio Anelli) * Segui il tuo destino, annaffia le tue piante, ama le tue rose. Il resto è l’ombra di alberi estranei. La realtà sempre è di più o di meno di quello che vogliamo. Solo noi siamo sempre uguali a noi stessi. Dolce è vivere solo. Grande e nobile è sempre semplicemente vivere. Lascia il dolore sulle are come ex voto agli dèi. Guarda da lontano la vita, senza mai interrogarla. Essa niente può dirti. La risposta sta al di là degli dèi. Ma serenamente imita l’Olimpo dentro il tuo cuore. Gli dèi sono dèi perché non si pensano. (1.7.1916) Ode di Ricardo Reis *In copertina: Fernando Pessoa nel 1928 L'articolo “Segui il tuo destino”. Delirio e bellezza intorno a una poesia di Pessoa proviene da Pangea.
December 13, 2025 / Pangea
La responsabilità del poeta. Leggendo una poesia di Luis García Montero
Se mi fossi messo a cercarlo, non l’avrei trovato per ore e ore, per giorni e giorni. Nemmeno qualche settimana, forse, sarebbe bastata. Ma è l’attimo dell’occhio, come lo sguardo nello specchio, che stupisce la nostra ricerca, la mia scoperta. Così mi ritrovo tra febbrili mani, frugato nell’infinita libreria che mi circonda, Completamente venerdì, una traduzione di poesie di Luis García Montero, a cura di Alessandro Ghignoli. Editava, parliamo del 2009, Edizioni Atelier. Quindi sono anni che questo libro attende il mio coraggio. Aspettava sincero che lo sguardo muovesse la presa della mia mano, rinvigorendo curiosità e ostinazione. Ma chi diavolo è Montero?! Luis García Montero è nato a Granada il 4 dicembre 1958, ed è un poeta spagnolo. È inoltre professore di letteratura spagnola all’Università di Granada e membro della Academia de Buenas Letras de Granada. È autore di numerosi libri di poesia. Ma consistente è anche la sua produzione saggistica. Ora, però, non mi tocca dire altro della sua biografia; nemmeno che dal 1994 ha vissuto con la scrittrice Almudena Grandes; perché quando ieri, a notte fonda, mi sono totalmente e felicemente impantanato nelle sue parole vive e nei suoi versi veri, per l’ennesima volta ho capito che responsabilità ricopre il poeta nel mondo: ogni giorno. E non mi resta che farvi godere lo splendore di almeno una sua poesia. Perché tanto basta a imbastire interesse e desiderio di conoscere Montero o, per lo meno, la sua opera. Poiché il suo splendore assomigliava molto, l’altra notte, a quello cheto di una candela, che ti accompagna dolcemente dalla stanza-studio alla camera da letto, pieno e fiero di mirabile brillantezza negli occhi e nel cuore. Viva allora ancora una volta la poesia! Evviva! (Giorgio Anelli) * Lettere Appena chiudi gli occhi, chiudi anche le buste delle tue lettere. La stessa volontà di trattenere un sogno, di trattenere il mondo parola per parola per potermelo raccontare, perché la luce, le date e il nome delle vie e della caffetteria dai pranzi veloci o della penombra dello stare nudi, sono adesso l’orma della tua mano, immagini che sanno restituirmi i primi incontri, come un sogno salva parte della nostra vita e ci racconta la sua storia lasciandoci addormentati. Non so come dirti che sono più tuo quando sono del mondo, perché la tua scrittura ha quel colore del cielo già settembrino, e l’inchiostro è un giorno con volontà di pioggia, il ricordo che cade come in una finestra, ore nella tua città, passeggiate e luoghi, acqua che giustifica il mio tavolo di lavoro, nel cadere su di lei in una busta tranquilla, in una busta chiusa come chiudi gli occhi nell’addormentarti. E sono del mondo quando sono più tuo, per la stessa ragione che i giorni di pioggia ci restituiscono parole di famiglia e l’odore della terra. Luis García Montero *In copertina: un disegno di Joaquín Sorolla (1863-1923) L'articolo La responsabilità del poeta. Leggendo una poesia di Luis García Montero proviene da Pangea.
November 25, 2025 / Pangea
“Il bosco reclina il capo come un toro ferito”. Una poesia di Octavio Paz
Sono giorni pieni di pensieri, questi ‒ e di riflessioni. Sono giorni di decisioni, che comportano rinunce. Non ho ancora toccato il fondo, e spero non accada mai. Ma se dovesse succedere, che tutto sia sincero, violento: che tutto esploda nel tremendo terribile istante. Ecco, di me, un’altra forma di nostalgia che ancora non conoscevo, la mestizia del non poter più fare molte cose, e di non poter vedere lei quanto vorrei: il mio amore… Motivi seri, importanti, sgretolano i sogni, e mi vincolano nella città di periferia… Seduto alla scrivania della stanza-studio, seduco le parole, ne rovino gli anfratti, rimango ferito. È il mio spazio di resistenza, questo. Qui, sono intoccabile. Allora, solo alla poesia m’appiglio; ai versi di Octavio Paz. Ed essi sono lo specchio di chi come me ‒ oggi, ora ‒ vorrebbe ma non può. Verranno tempi migliori, forse ‒ che frase banale!  Leggo. Ecco accontentato il mio tormento. Non sono che urlo. (Giorgio Anelli) TEMPORALE Nella montagna nera il torrente delira a voce alta A quella stessa ora avanzi tra precipizi nel tuo corpo sopito Il vento lotta al buio col tuo sogno boscaglia verde e bianca quercia fanciulla quercia millenaria il vento ti sradica e trascina e rade al suolo apre il tuo pensiero e lo disperde Turbine i tuoi occhi turbine il tuo ombelico turbine e vuoto Il vento ti spreme come un grappolo temporale sulla tua fronte temporale sulla tua nuca e sul tuo ventre Come un ramo secco il vento ti sbalza Nel tuo sogno entra il torrente mani verdi e piedi neri rotola per la gola di pietra della notte annodata al tuo corpo di montagna sopita Il torrente delira fra le tue cosce soliloquio di pietre e d’acqua Sulle scogliere della tua fronte passa come un fiume d’uccelli Il bosco reclina il capo come un toro ferito il bosco s’inginocchia sotto l’ala del vento ogni volta più alto il torrente delira ogni volta più fondo nel tuo corpo sopito ogni volta più notte Octavio Paz L'articolo “Il bosco reclina il capo come un toro ferito”. Una poesia di Octavio Paz proviene da Pangea.
November 4, 2025 / Pangea
“Del dolore conosco la Rosa”. Sulle poesie di Giorgio Anelli
Homo Poeticus  In un momento come questo, nel quale il gesto di scrivere libri ha perso ormai totalmente di senso, tanto che forse sarebbe meglio il contrario, la poesia resta l’ultimo baluardo a proteggere questa sacra vocazione, l’unico presidio in difesa di un tempio troppo spesso profanato in maniera ingiusta; si tratta di un’esperienza, una delle pochissime fra quelle una volta elettive, che ancora e per fortuna non è scesa alla portata di tutti, o di chiunque intenda farsi chiamare autore o autrice perché ha espettorato qualcosa su un foglio cartaceo o digitale. Tutto questo è successo se non altro perché il verso ha delle regole, una musicalità, una complessità anche strutturale, cose che vanno imparate e poi rispettate, concetti estetici che costitutivamente non possono essere alla portata di prosatori pedestri e occasionali.  Il poeta vero e di talento autentico sa rispettare le regole della composizione in modo naturale e ignaro: il genio è anche padronanza tecnica sublime ma inconsapevole. In più la poesia ha anche una storia, che la rende unica, e ogni opera in versi si colloca in un fluire atemporale, mentre invece, oggi, chi scrive, non considera niente e nessuno oltre sé, pensa di essere il primo e l’unico al mondo, trascurando il fatto che prima di lui ci sono stati Pablo Neruda, Josif Brodskij, Sylvia Plath, e Emily Dickinson. E la poesia è protetta non solo delle regole imposte dal metro, ma anche da quell’istanza autoriale unica nel redigere l’opera, che è qualcosa che anima solamente il poeta, il quale si distingue per la sua voce innocente, la limpida spontaneità, la grazia sorprendente. Tutte cose totalmente antitetiche rispetto alla meschinità borghese, contro la quale la silloge di poesie ci regala un sentire di nuovo, nudo e puro, una fresca lettura delle più banali movenze della vita, alla luce di una superiore sensibilità. Concetti unici, che fanno di quelle parole una sorta di osservatorio distintivo, una peculiare finestra sulle cose, a cui consegue una diversa visione del mondo.  Ben lontano da qualunque eventuale soluzione consolatoria, il poeta vero mischia con naturalezza il comico e il tragico della vita, la storia del mondo, e gli eventi personali. Vede le cose basse ancora più dal basso, e sa elevarle ancora più dell’alto. Si sente perseguitato da guardoni curiosi e cinici, e provocato continuamente dalla bruttezza e dalla volgarità dei suoi contemporanei. Offeso da tutto ciò si scava una tana dentro di sé, e nello sforzo lirico, emette un segnale di sola andata, come un’antenna che spara messaggi nello spazio disabitato del cosmo. Crea nuove sensibilità nelle coscienze, attraverso il recupero di sentimenti antichi, è drammatico in senso classico, ma ciò nonostante sa anche innovare, costringe i lettori a comprenderlo, superando così l’invisibile e pigra immobilità che ci impedisce spesso di capire noi stessi. Tutto questo privilegio nel sentire non è ripagato con la gloria e con la ricchezza, ma al contrario, il poeta ottiene in cambio solo un grande dolore ed una irreversibile solitudine. (Sandro Bonvissuto) ** Dal vostro al mio esilio Oh, voi immortali poeti d’ogni dove: poeti d’oltre oceano e della madre Russia. Poeti impanicati e poeti sbeffeggiati nascosti e salvati in ogni angolo del mondo; poeti suicidati e poeti martoriati nella Storia, io vi dico: non solo nel libro di Davide è il mio esilio, ma nei vostri libri! In tutti i vostri libri che traboccano versi intoccabili, io ritrovo vita e respiro e seppur solo – seppur solo! – attraverso le parole d’ogni tempo: libero. Perché l’epoca è adesso nella lettura d’un sacro verso; qui e ora, nella letteratura che dà senso al più profondo isolamento. *                                                                         a Gian Ruggero Manzoni Quell’uomo sconosciuto ha ucciso uomini, è stato nei servizi segreti, ha conosciuto Pier Vittorio Tondelli. Quell’uomo un giorno mi ha osservato si è avvicinato, e con un atto di umiltà e rispetto mi ha stretto la mano. Quell’uomo si chiama Gian Ruggero Manzoni e crede in dio. Cosa pensa di Amelia Rosselli e di Borges non lo so, ma li ha conosciuti. E quella notte, quando ci siamo salutati, mi ha detto: «È come se ci conoscessimo da sempre». * Del dolore ne conosco la rosa lo stelo e la spina. Del dolore forse avverto la causa, ma è il suo silenzio o il suo grido ciò che mi affascina e mi riavvicina a dio. Nel dolore riconosco una sequela, un qualcosa di tradito, un petalo spezzato all’improvviso dal tormento. Ma è il dolore della mente, il silenzio dell’anima, quello più inquietante. E quel poeta che ne soffre ancora, considerato pazzo da qualcuno, in realtà sta tessendo un poema d’amore. Con le sue parole rende vero un profumo, colora le rose d’un rosso potente; ne incarna il sangue, ne ribolle. Dunque, che sia la tua rosa la causa di tutto questo poetare? Di tutto questo soffrire? La tua rosa alchemica, la mia alchemica rosa, che nascondiamo da sempre al mondo ma non a un amico di una sera soltanto. Perché quel nostro incontro di poeti, oltre a dare il senso alla scusa di uno sfogo, permette al cuore di rinascere; come quando una musa ti ama per davvero. Giorgio Anelli *I testi, compresa l’introduzione, sono tratti dall’ultimo libro di Giorgio Anelli, “Rosa alchemica, alchemica rosa”, Ensemble, 2025 *In copertina: Peter van der Doort, Amphiteatrum sapientiae aeternae, XVI sec. L'articolo “Del dolore conosco la Rosa”. Sulle poesie di Giorgio Anelli proviene da Pangea.
September 22, 2025 / Pangea
Rilke, il molto amato, l’uomo delle infinite solitudini
Rilke è l’amato. Il molto amato. L’angelo amato da tutti. Il bambino angelico costretto all’esercito. La sua personalità ne risentirà. La sua personalità lo salverà da questo e altri traumi.  Rainer è lo studente interessato e geniale. Colui che sceglie e decide di essere poeta. Risoluto. Mai fisso nello stesso luogo. Lui è il poeta giardiniere, colui che ama la rosa. Rilke, il viaggiatore instancabile.  Era l’uomo dei salotti, il poeta di Parigi. Era l’uomo delle infinite solitudini.  Un rigore, il suo, che premierà qualsiasi sacrificio. Rainer Maria Rilke dall’anima delicatissima. Poeta dotato di una sensibilità dell’altro mondo. Una vita consacrata alla poesia, consumata dalla poesia. Poesia totemica, poesia totale la sua. Fu il vero amante di Lou Andreas Salomè. Lui, che ebbe il coraggio di abbandonare la figlia. Oltre a Valéry, tra gli altri, conobbe Rodin, Pasternak, Tolstoj. Viaggiò per raggiungere la Russia, inspiegabilmente conoscendone la lingua, per poi dimenticarsela. Tradusse dall’inglese la Browning, amava Hermann Hesse e Georg Trakl.  Venerato nei salotti e nei castelli più prestigiosi dell’epoca, viaggiò molto, all’inverosimile; passò spesso per l’Italia e non solo. Per lui ogni castello era la vita. Per lui ogni donna, una mecenate. Scrisse lettere a una poetessa orfica: Catherine Pozzi. Ne nacque un epistolario magnetico e immortale.  Fu fine traduttore appunto, tanto che dal francese fu forgiata l’opera sua. Tanto che dall’amore tra Paul Valéry e Catherine Pozzi, senza saperlo, lui venne influenzato, ultimando due opere estreme e meravigliose: le Elegie Duinesi e i Sonetti a Orfeo. Ogni castello era la vita: una fine solitudine che doveva attraversarlo compiutamente. Rilke, poeta dallo sguardo irresistibile. Rilke che asseconda tutto.  Tutto deve essere affrontato per lui; il bene e il male non hanno differenze. Occorre assentire nella vertiginosa curva della vita, anche quando la malattia lo pressa e lo preme.  Egli è il poeta che si sente sempre più attirato ad acconsentire dalla sua posizione provvisoria a quel Tutto in cui vita e morte si compenetrano e si fondono costantemente. Rilke, poeta dal sangue vivo ‒ poeta dal sangue malato.  Una malattia del sangue ce l’ha portato via, dopo una sofferenza affrontata fino all’ultimo rifiutando la morfina. Il viaggiatore instancabile così svanisce, in un sanatorio svizzero, a Valmont. Svanisce però dopo aver vissuto intensamente la sua vita, dopo aver vissuto intensamente il reale; dopo esser stato, compiutamente e fino in fondo, poeta.  La sua scelta l’ha reso consapevole di ciò che era. La costanza premia l’uomo. La costanza del sapere che siamo nulla, e che tutto possiamo.  (Giorgio Anelli) > Chi non ha casa adesso, non l’avrà. > Chi è solo a lungo solo dovrà stare, > leggere nelle veglie, e lunghi fogli > scrivere, e incerto sulle vie tornare > dove nell’aria fluttuano le foglie. > > (Da: Giorno d’autunno, traduzione di Giaime Pintor) L'articolo Rilke, il molto amato, l’uomo delle infinite solitudini proviene da Pangea.
July 23, 2025 / Pangea