
Vulnere Amoris, o la vera storia della caverna
Pangea - Tuesday, July 14, 20261.
C’è un bel racconto, che ci si tramanda nei bagni e ai margini dell’accademia, sulla figlia di Cartesio. Pare che quando Francine venne alla luce, minuscola e indecifrabile, Cartesio reagì al miracolo gettandosi con un’ostinazione quasi ossessiva nello studio della biologia, della fisica e dell’anatomia. Si dice che amasse la figlia più di ogni cosa al mondo. Durante il suo primo anno di vita, Cartesio scrisse il Discorso sul metodo, La diottrica, Le meteore e La geometria. L’anno successivo Francine morì.
Un’altra versione del racconto, o forse la stessa, aggiunge che per ingannare il lutto Cartesio costruì un automa a immagine della figlia. Realizzò una Francine meccanica, che ne replicasse i gesti, alcuni dettagli e molto probabilmente i movimenti. Aveva ricreato, in altre parole, la sua res extensa: la dimensione materiale della persona, rigorosamente scissa dall’anima. Pare, inoltre, che solo osservando il marchingegno della figlia Cartesio poté intravedere alcune delle sue teorie più note, che in effetti riuscì a formulare solo da allora. Ogni trascrizione a riguardo rimane tuttavia interrotta.
*
2.
Questo ci riporta a un’altra leggenda dell’eresia universitaria, forse la più importante della tradizione sotterranea, che riguarda uno dei miti fondativi della nostra filosofia occidentale. È per questa e altre ragioni che ci impegniamo a diffonderla con una certa cautela: la versione canonica, e quindi accademica, del mito della caverna, rappresenta un esempio davvero convincente, oltre che memorabile a quasi tutti i livelli di istruzione. Come molti già sapranno, secondo il buon Platone tutto ciò che può vedere un uomo – uso volutamente questa parola così dura e anacronistica – non sono altro che ombre proiettate su una parete di roccia. Incatenato al fondo della grotta buia della conoscenza, l’individuo comune vive la sua vita nella convinzione che quelle ombre fredde e opache siano la verità stessa delle cose. Ma la Verità, sosteneva il buon Platone, sta fuori dalla caverna, nella luce, alla quale solo il filosofo – e nemmeno uno qualsiasi – potrebbe avere accesso. Tutti gli altri sono destinati a vederne solo l’ombra.
Ora, che dentro quella caverna ci siano delle ombre nessuno lo mette in dubbio; d’altronde passiamo buona parte della nostra esistenza a confonderle con la realtà. Quello che il buon Platone non prende affatto in considerazione, invece, è che le ombre possano essere le sue: proiezioni oscure e intollerabili della sua persona. Convinto com’era di aver scovato sulla roccia umida il simulacro di una verità altra, immutabile, assoluta e, soprattutto, capace di chiudere ogni discussione, il buon Platone non aveva fatto in tempo ad accorgersi che quell’ombra gli somigliava fin troppo per non essere sospetta. E questo, naturalmente, è ciò che lo portò a scambiare la parte più oscura del suo sé per una questione metafisica universale. Non c’era nessuna Idea Assoluta ad attenderlo nella luce: la verità che lo aspettava fuori dalla caverna era infinitamente più semplice e difficile.
*
3.
Hegel: sedicimila e cinquecento ventisette pagine di dolore. Nietzsche: duecentoquaranta – solo La genealogia della morale. Schopenhauer: difficile distinguere il sistema filosofico dal cattivo umore. Spinoza: il caso è ancora aperto. Heidegger: meglio non parlarne. Wittgenstein: tutte. Ogni tanto viene il sospetto che stesse litigando con qualcuno che non ha mai nominato. Simone Weil: qui le cose si complicano. Lacan: probabilmente lo sapeva già. Platone. La leggenda continua a tramandarsi nei bagni e nelle gabbie universitarie. Finora è sempre sopravvissuta agli esami, alle memorie inutili degli appelli, ai cappotti dimenticati sullo schienale delle sedie e ai ragni sui soffitti, alle scale antincendio dove non cammina più nessuno, fino alle cabine della toilette guaste da decenni, e con il solito foglio bianco ancora appeso sulla porta. C’è sempre qualcuno che la ripete sottovoce. Alcuni nomi emergono con più insistenza di altri.
*
4.
Ed io, che ormai ho alle mie spalle diversi anni di terapia, come molti della mia generazione – lo dico con orgoglio, ma probabilmente anche con fatica – ho fatto in tempo a redigere una sola teoria filosofica, e nemmeno troppo coerente, brillante tanto quanto la ferita che la sosteneva. Non che io sia “guarita”; non si “guarisce” mai – i personaggi più svegli della mia generazione lo sanno bene; oppure, come ci ripetiamo spesso io e Lea: “la vita si stratifica, e a un certo punto tra noi e un certo dolore finisce per crearsi una distanza archeologica; ma è pura sedimentazione, geologia; perché guarire, o quel che si dice guarire, non succede quasi mai”; questo ci diciamo. Comunque stiano le cose, è indubbio che io sia ormai giunta a un livello di autoconsapevolezza tale per cui non mi è nemmeno più concesso vedere in quali proiezioni ortogonali da caverna si trasformeranno ora le mie ferite, ballando sulla parete di roccia umida del mio cosiddetto inconscio. Perché sì, sarebbe da cavernicola, ora come ora, tediare la gente con una filosofia inutile, che serviva solo a stratificarmi il cuore. E non ho problemi ad ammettere che, per via di questa curiosa forma della tristezza, mi sforzo spesso di inventarmi ferite inesistenti o, peggio ancora, tornare su dolori vecchi, magari un amore lontano perduto da tempo, o un antico errore di mia madre. Comunque sia, il mio posto da assistente universitaria è saltato. Per ora, il mio piano è quello di trovare un nuovo lavoro da me stessa inventato – altro tratto peculiare di quelli nati nei miei stessi anni, inventarsi mestieri impossibili – e tramutarmi nella psichiatra segreta dei morti. Mi riferisco, ovviamente, ai filosofi morti: almeno per ora. Intendo mettermi seriamente sulle tracce del loro dolore nelle pagine più ostili della storia della filosofia. Con alcuni sarà più facile (Derrida, Foucault, il decostruzionismo in genere, come di tutto ciò vive di fratture); con altri, difficile, ma non impossibile (Hegel: “l’essere ritrova sé stesso solamente nell’autodistruzione”: secondo momento della dialettica e di chissà quale sua orrenda rottura). Altri ancora, invece, mi faranno venir voglia di piangere, spaccare tutto e sparire: Platone, appunto, e il povero Cartesio. Come per la maggior parte della gavetta eretica universitaria, si tratta di un lavoro non retribuito, non riconosciuto e molto probabilmente mal visto, ma sono convinta che a furia di insistere riusciremo a farne un discorso sotterraneo meglio intricato.
*
5.
La discesa nella caverna restituisce a chi vi entra tutto il sale e l’umidità aspra di un utero primordiale. Solo pochi passi dentro la terra e la saliva cambia di colpo temperatura e consistenza, e restituisce alle gengive un sapore vago, non meglio identificabile, che sembra appartenere indistintamente al ferro o al sangue. Dopo alcuni minuti nessuno ricorda più se la bocca si sia asciugata oppure riempita d’acqua. Le pareti di roccia sembrano trattenere un’umidità che non appartiene all’acqua. Sono calde solo in apparenza, e basta sfiorarle un istante con la mano per essere riportati alla dimensione scorpionica dell’esistenza, o della conoscenza promessa da nessun filosofo. Nonostante questo, è di vitale importanza non perdere il contatto con le proprie dita, dato che laggiù, la vista, smette presto di essere l’organo di orientamento principale. Una volta entrati nel pieno della caverna, tutto diviene infatti poco chiaro e privo di contorni stabili, e le stesse ombre deformate sul fianco della roccia sembrano ombre nel buio – sempre che questo sia possibile: figure piatte e scure in una tenebra già esistente. La caverna sembra restringersi. Presto diventa evidente che non è mai stata larga. Nessuno ricorda il momento esatto in cui non si può più tornare indietro e ci si ritrova miracolosamente incatenati alle pietre, o trattenuti dal fango sotto i propri piedi: alcuni sostengono di essersi voltati troppo tardi; altri di non essersi voltati affatto; in ogni caso, il punto oltre il quale non si torna indietro viene sempre riconosciuto soltanto dopo esser stato superato.
Ogni goccia che cade nella caverna fa un’eco tremenda, e c’è sempre il timore, o almeno la vaga sensazione, che qualche pietra possa crollare da un momento all’altro, e si finisca sotterrati insieme alle proprie ombre. Ma sono quasi sempre sensazioni: raramente qualcuno è riuscito a stabilire la differenza. Il suono del vuoto, per esempio, esce da fessure della roccia dentro le quali non c’è nulla. Lo stesso silenzio sembra promettere urla che non si realizzano mai; ogni rumore rimane sempre dove è stato pronunciato. Per questo, dopo qualche ora, la caverna pare piena di voci vecchie, che sembrano destinate a galleggiare immobili nell’aria fredda: bisogna fare attenzione a dove si parla. Alcune frasi finiscono, altrimenti, per coprire il passaggio, al punto che qualcuno sostiene di averne attraversata qualcuna con la faccia.
Si dice che ogni viandante attenda la luce accecante della Venere.
Noemi Marieva
*In copertina: Roland Topor, Ciel ouvert, 1970
L'articolo Vulnere Amoris, o la vera storia della caverna proviene da Pangea.