C’è un momento, nell’opera di Simone Weil, in cui la questione politica sembra
consumarsi dall’interno, come una candela giunta all’ultima parte dello
stoppino. Non perché la filosofa francese smetta di interrogarsi
sull’oppressione, sulla natura del lavoro o sulla giustizia, ma perché quelle
stesse questioni la conducono verso una domanda più radicale: che cosa resta
dell’uomo quando la forza si impadronisce della sua vita? Che cosa si rivela
nella sofferenza che nessuna rivoluzione riesce a redimere?
La traiettoria intellettuale di Weil appare singolare proprio per questo.
Attraversa il marxismo senza arenarvisi e frequenta la politica senza accordarle
l’ultima parola. In modo radicale, Weil si espone alla durezza della condizione
operaia, lavorando in fabbrica e sperimentando in prima persona la fatica e
l’umiliazione degli ultimi, ma ciò che la pensatrice scopre, a partire da tale
condizione, non coincide con le promesse della liberazione storica. Al
contrario, l’esperienza dell’oppressione mostra alla filosofa una verità che
sfugge ai programmi politici e alle ideologie: la forza domina il mondo con una
continuità che nessun cambiamento di regime sembra interrompere davvero.
La storia, osservata da questa prospettiva, perde il carattere emancipativo che
la modernità le ha attribuito, non apparendo più come un cammino che si dirige
verso una meta, bensì come l’alternarsi di potenze che si sostituiscono l’una
all’altra: cambiano le forme del dominio, mutano i linguaggi che lo
giustificano, si trasformano le istituzioni, ma la violenza prevaricante
continua a esercitare il proprio imperio sugli uomini. È la stessa intuizione
che attraversa le pagine dedicate all’Iliade, nelle quali Weil riconosce nella
guerra una legge capace di ridurre tanto il vincitore quanto il vinto alla
condizione di mera cosa. La forza, difatti, non distrugge soltanto chi la
subisce, ma corrompe dall’interno anche chi la esercita. Per questo il problema
non consiste semplicemente nel trasferire il potere da una classe all’altra, in
quanto ogni rivoluzione che conserva la logica della forza rischia di perpetuare
ciò che intende combattere. È così che Weil comprende che la vera posta in gioco
riguarda qualcosa di più profondo della struttura economica e politica della
società: l’anima.
Lungo questo percorso, persino la critica alla proprietà privata dei mezzi di
produzione assume un significato differente da quello marxista, e ciò che appare
decisivo non è soltanto il possesso di tali mezzi, ma il rapporto dell’uomo con
il proprio tempo. La forma più sottile dell’oppressione consiste, perciò,
proprio nell’espropriazione del tempo interiore da parte della logica sociale e
nella riduzione dell’esistenza umana a una sequenza di gesti imposti
dall’esterno, tant’è che coloro che non dispongono del proprio tempo faticano
anche a disporre di se stessi e della loro libertà. Questo elemento spinge Weil
a guardare con attenzione a forme di vita che conservano un margine di autonomia
rispetto ai ritmi imposti dalla produzione. Non si tratta di idealizzare la
povertà o il lavoro manuale, ma di riconoscere che la libertà non coincide
necessariamente con il benessere materiale, in quanto esiste una dignità che
nasce dalla possibilità di abitare il proprio tempo e di imprimere alle proprie
azioni un significato che non sia esclusivamente funzionale.
Da qui emerge uno degli aspetti più originali del pensiero dell’autrice
francese: gli oppressi non rappresentano soltanto una categoria sociale, ma
diventano coloro in cui si manifesta una verità spirituale. Weil non guarda alla
sofferenza come a una virtù, poiché nessuna miseria è redentrice in quanto tale,
ma ritiene che, nell’esperienza della sventura, l’uomo venga privato delle
illusioni che lo separano da se stesso. L’umiliazione produce così una nudità
imposta, che accosta alla verità e che può trasformarsi in apertura. È a questo
punto che il pensiero di Weil si avvicina alla mistica: laddove il mondo vede
soltanto il fallimento, ella intravede invece una possibilità di conversione,
una disposizione dell’anima che rinuncia al possesso e si rende disponibile alla
verità. Fuori dalla logica del mondo, nell’impolitico, si dà dunque la
possibilità di sottrarsi alla volontà di dominio che governa il rapporto
dell’uomo con le cose, dell’uomo con gli altri e persino con Dio. È in questa
sospensione della mondanità che il divino si manifesta: non nel trionfo della
volontà di potenza, radice dell’oppressione e della tecnica, bensì nella sua
rinuncia e nell’accettazione del limite. Per tale ragione, ogni costruzione
umana fondata esclusivamente sulla forza tende a trasformarsi in idolatria.
L’idolo, del resto, è sempre il tentativo di attribuire carattere assoluto a
qualcosa che assoluto non è: un’istituzione, una nazione, una dottrina, una
classe sociale, un progresso tecnico, una religione si trasformano in idoli
allorché vengono esaltati, diventando più importanti dell’esistenza umana. Ogni
qualvolta l’uomo pretende di collocare la salvezza all’interno della storia,
finisce infatti per adorare un simulacro.
Esiste invece una sola verticalità, che Weil considera legittima, e non è quella
del potere, ma quella che conduce oltre la logica della forza e ricongiunge
l’essere umano alla propria origine spirituale. È qui che si apre la dimensione
dell’impolitico: non un rifiuto della politica in sé, né una fuga dalla
responsabilità storica. L’impolitico indica piuttosto una regione della
coscienza che non può essere integralmente assorbita dalle categorie del potere
né mercificata. Una regione nella quale l’uomo smette di considerare l’altro
come strumento, avversario o funzione e torna a riconoscerlo come presenza. In
questo senso, le prime comunità cristiane costituiscono un’esperienza esemplare,
non perché abbiano costruito un modello sociale perfetto, ma perché hanno
cercato di vivere secondo una logica estranea all’accumulazione e alla
competizione. La condivisione dei beni, l’assistenza reciproca e la centralità
del dono esprimevano una forma di esistenza che si sottraeva alla grammatica
ordinaria del potere. La stessa intuizione attraversa la figura di Francesco
d’Assisi, la cui povertà non può essere compresa come semplice rinuncia
ascetica, poiché essa coincide con la libertà piena: libertà dal possesso,
dall’avidità, dalla necessità di definire il valore della vita attraverso ciò
che si accumula e il ruolo che si ricopre. Per questo la figura di Francesco
continua a esercitare una forza che attraversa i secoli. Egli mostra che è
possibile abitare il mondo senza appropriarsene. Tra Weil e Francesco esiste
dunque una parentela segreta: entrambi comprendono che il rapporto con il divino
esige una forma di spoliazione. Entrambi intuiscono che la verità non si lascia
afferrare da chi cerca di dominarla e di definirla, bensì da chi sa porsi in
ascolto.
Questa intuizione appare particolarmente attuale e necessaria: viviamo infatti
in un’epoca che ha progressivamente ridotto la realtà a ciò che può essere
mostrato, misurato e verificato. L’invisibile viene percepito con crescente
sospetto e ciò che non produce effetti immediatamente osservabili e
quantificabili tende a essere considerato irrilevante. La trasparenza è
diventata un ideale culturale, in base al quale tutto deve apparire, tutto deve
essere accessibile, spiegabile ed esposto. Ma entro una tale prigione
trasparente si compie una perdita tragica: l’invisibile, fondamento del
visibile, viene rimosso.
La fiducia non si vede, l’amore non si vede né si può spiegare, la speranza
ugualmente e, tuttavia, senza queste realtà invisibili la vita umana si
svuoterebbe rapidamente di significato.
Sebbene il divino non sia scomparso dal nostro orizzonte, si è però ritirato dai
luoghi che pretendono di amministrarlo: esso non abita più le grandi narrazioni
del progresso né le retoriche del successo e le dottrine, ma sopravvive altrove,
nei margini, nelle relazioni che resistono alla logica dell’utilità, nei gesti
che non possono essere contabilizzati, come nelle forme quotidiane della cura,
nella fedeltà, nella pazienza e nella capacità di restare accanto a chi soffre
senza trasformare il dolore in spettacolo. Sono queste esperienze minime che
custodiscono qualcosa che la cultura contemporanea fatica a riconoscere: la
consapevolezza che il valore di una vita non coincide con la sua visibilità,
né con la produttività o il successo.
Anche il linguaggio, entro tale contesto, ha subito una trasformazione radicale
e, sempre più spesso, le parole vengono giudicate in base alla loro efficacia,
poiché devono informare, persuadere, produrre risultati e consenso. Il
linguaggio si adegua così alla logica della funzionalità e perde
progressivamente la propria profondità simbolica. In questo scenario, la poesia
assume un significato particolare, non perché rappresenti un raffinamento
estetico del linguaggio ordinario, ma perché introduce una frattura: essa
interrompe il flusso delle spiegazioni e delle informazioni e, se è
autenticamente radicata in un vissuto personale, costringe a sostare,
restituendo opacità a un mondo che pretende di essere interamente trasparente.
La poesia conserva pertanto un’affinità profonda con l’esperienza spirituale, ed
entrambe si muovono verso ciò che eccede il concetto, il già detto e il già
visto. Entrambe domandano inoltre una forma di umiltà, poiché non offrono il
possesso della verità, ma un cammino personale da percorrere. E quanto più
un’esperienza spirituale o poetica è vera, tanto più costringe a riconoscere
l’insufficienza delle proprie categorie interpretative. Weil chiamava questo
processo “de-creazione”, non intendendo un annullamento dell’individuo, ma la
rinuncia alla pretesa di collocarsi al centro del mondo. Soltanto quando l’io
cessa di occupare tutto lo spazio disponibile diventa possibile accogliere ciò
che è altro da sé e il divino.
La verità, allora, non appare come un possesso ma come un evento, come qualcosa
che accade e che trasforma. Tant’è che, anche nell’aridità meccanica della
società della tecnica, il divino continua a manifestarsi non nelle certezze che
rassicurano, ma nelle ferite che aprono agli altri e alla compassione; non nelle
costruzioni della forza e nelle sue ideologie, ma nelle crepe che esse non
riescono a sigillare.
In un’epoca che sembra aver smarrito il rapporto con l’invisibile, la lezione di
Simone Weil conserva così una sorprendente attualità: essa ricorda che l’uomo
non vive soltanto di ciò che possiede, produce o controlla, ma anche di ciò che
non si vede e che non si riesce a spiegare completamente.
Forse la sete più profonda del nostro tempo, che si manifesta nel sentimento
diffuso di vuoto, nasce proprio dal desiderio inconfessato di oltrepassare la
superficie delle cose, per ritrovare una profondità che nessuna tecnica può
generare e nessun potere può amministrare. L’invisibile, del resto, non è
un’assenza da riempire, ma una presenza da ascoltare e accogliere.
Lucrezia Lombardo
L'articolo “Quando il divino si ritira dal mondo”. Simone Weil e la scelta
dell’impolitico proviene da Pangea.
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Una delle più importanti lezioni di metodo di Gennaro Sasso è che la filosofia,
il nucleo concettuale irriducibile, non ha a che vedere con le miserie o le
gioie della vita quotidiana. Mescolare, pertanto, come farò in questo breve
scritto, ricordo e filosofia, biografia e metodologia, sarebbe forse sembrato
eretico a questo grande maestro di pensiero. Se lui, tuttavia, ha potuto spesso
evadere da questo assunto (non da ultimo con un libro sulle lontane amicizie,
che aveva la forza della storia più che la debolezza dell’autobiografia), mi
sarà concesso fare lo stesso.
Ero studente ordinario alla ‘Normale’ di Pisa quando ricevetti una vera e
propria folgorazione dagli scritti di Sasso. Mi ero accostato anni prima
all’idealismo classico tedesco e a quello italiano, scorgendo nel pensiero di
Giovanni Gentile quella radicalizzazione del dettato hegeliano che assecondava
le mie esigenze di assoluto rigore speculativo. Mentre affinavo le mie armi
storiche e filologiche alla scuola pisana di Michele Ciliberto, mi accorgevo,
tuttavia, che resisteva in me un fortissimo nucleo teoretico, che mi conduceva
puntualmente a leggere gli autori non tanto in funzione del loro impatto storico
o della genesi sociale e psicologica del loro pensiero, quanto – in una sorta di
schematizzazione logica strutturale – secondo il contenuto veritativo delle loro
asserzioni. Vale a dire: quello che per Sasso era il “sistema”, da lui
considerato, persino per un autore complesso e sfaccettato come Croce, un’entità
definibile e irriducibile. Proprio con Ciliberto iniziai, quindi, ad organizzare
visite annuali degli studenti normalisti a Villa Mirafiori, ove lui teneva
lezione presso la Fondazione Giovanni Gentile, e la squisita cortesia di Cecilia
Castellani ci mostrava l’archivio del filosofo.
Sasso non ha mai avuto alcuna paura di trarre conseguenze teoretiche, anche
radicali o paradossali, dalla cosiddetta “analisi strutturale dei concetti” da
lui tanto operata sugli autori dell’idealismo italiano, e non soltanto su di
essi. Diversamente, ha sempre scavato al fondo delle argomentazioni dei filosofi
con nettezza e durezza speculativa senza pari, decostruendo dall’interno – in
modalità il cui rigore ha poco a che vedere con quello della “decostruzione” di
matrice francofona – enormi impalcature concettuali. Da questo punto di vista,
tra l’uomo e il pensatore si poteva riscontrare una singolare sfasatura: ove
l’uomo esitava persino a parlare di una “propria” filosofia, non osando mettersi
alla pari dei giganti che lo avevano preceduto, il filosofo si confrontava da
pari a pari con questi stessi giganti, fronteggiandoli con un’audacia
speculativa disposta a mettere in gioco qualsiasi posta. La posta in gioco,
peraltro, non era certo limitata all’idea di sconquassare sin dalle radici
sontuosi edifici mentali: concerneva, bensì, anche la specificità della proposta
“residuale” di Sasso. Il risultato di decenni di disamine sulla dialettica e sul
divenire (temi vagliati in Croce e Gentile, ma al centro di ogni sua indagine
speculativa) lo aveva, infatti, condotto ad una concezione della filosofia
secondo la quale, in un orizzonte che può impropriamente dirsi “tragico”
soltanto dal di fuori, l’essere e la verità non hanno alcun rapporto con il
“mondo di tutti i giorni”, diveniente, episodico, casuale nelle sue infinite
dinamiche.
Questa concezione della filosofia – fondata su una limpida analisi delle varie
strutture relazionali e delle aporie a cui avrebbero tutte condotto – attirò a
Sasso non poche ostilità, a maggior ragione in una tradizione di pensiero, come
quella italiana, ritenuta sovente imperniata sulla vocazione civile della
filosofia e sulla sua caratterizzazione pratica. Il mondo – inteso come regno
degli accadimenti – non ha mai una totale redenzione “logica” nella sua
episodicità, e la verità – immutabile, intoccabile, vertiginosa nella sua
solitudine –, non vi trova posto, pur nel paradosso di non potere da nulla
essere oltrepassata, di non potere a nulla fare spazio.
Di Giovanni Gentile, autore per eccellenza strumentalizzato oppure, all’inverso,
superficialmente ostracizzato, Sasso fece una sorta di manifesto ideologico o,
per meglio dire, anti-ideologico, nei due versanti in cui lo ha considerato:
quello storico-culturale e quello teoretico. Per prima cosa, noncurante di ogni
possibile accusa e di ogni critica politicamente situata, egli negò recisamente
ogni rapporto tra la conformazione teoretica dell’attualismo e il regime
fascista. In secondo luogo, dell’attualismo sfruttò la consistenza teoretica per
radicalizzare – come già fatto con Croce – la divaricazione totale e incolmabile
tra “logo” e “realtà di tutti i giorni”, relegando il divenire a meta cercata ma
irraggiungibile. Secondo Sasso, teoria e prassi in Gentile erano sì correlate in
modo inscindibile, ma non tanto perché la filosofia avesse qualsivoglia
vocazione “pratica”, bensì perché la stessa dialettica diadica risultava
impossibile, e lo stesso Atto gentiliano si risolveva, malgrado ogni intento, in
perfetta identità.
Le conseguenze di questo modo di procedere erano difficili da comprendersi e,
qualora comprese, impossibili da accettarsi per tutta quella filosofia del
“senso comune” che pretendeva di salvare ottimisticamente il mondo sulla sola
base della sua constatazione di fatto. La costante risposta ricevuta dai critici
della filosofia di Sasso era che essa non “servisse”, non fosse di utilità
pratica all’orientamento nel mondo o, persino, si risolvesse coerentemente in un
radicale nichilismo. Al che Sasso poteva facilmente obiettare, con la consueta
inesorabilità logica, che la filosofia non deve essere in alcun modo, perché
semplicemente è il dominio del necessario, senza alcun vincolo morale, politico
o situazionale di sorta. Il che non significa che, a suo giudizio, la realtà
quotidiana, il mondo della completa insensatezza diveniente, non fosse
importante; forse, con Wittgenstein, era anzi ciò che contava davvero, pur non
essendo passibile di una rigorosa elaborazione concettuale.
Le varie “filosofie della praxis” lo facevano sorridere: “o si tratta di
filosofia, o di prassi”, era solito affermare con il suo sottile sorriso
sarcastico. Un sarcasmo corrosivo, ma mai presuntuoso nel senso di chi si
avverte superiore per statuto o per partito preso; diversamente, sapeva essere
micidiale nelle dispute, ma sempre con un’argomentazione nitida e
impeccabile. Poche volte come nel caso di Sasso il nesso tra luogo abitativo e
personalità è stato tanto coerente e passibile di una postuma mitizzazione: la
quiete silenziosa e un po’ aristocratica dell’Aventino – sontuosamente narrato,
quando ancora era campagna, dal D’Annunzio del Piacere, come talvolta raccontava
in una rara concessione esplicita agli estetismi – era la cornice perfetta per
andare a trovarlo nei miei soggiorni romani. La sua conversazione, capace di
spaziare liberamente dalla decadenza politica del paese allo stato impietoso
dell’accademia italiana sino alle aporie dell’essere, faceva il resto. Era un
grande pensatore che, noncurante della valenza doxasticadella conversazione,
sapeva intrattenere in modo splendido ogni interlocutore, compreso un ragazzo
voracemente affamato di abissalità teoretiche quale io dovevo ironicamente
apparirgli agli inizi della nostra frequentazione. Non ha senso ricordare qui i
miei debiti personali verso di lui, perché la lista sarebbe lunghissima, e
riguarderebbe sia questioni teoriche che pratiche, sia “di verità” che “di
opinione”. Dalla lusinghiera citazione di un me giovanissimo in un suo libro
fondamentale sino al parere decisivo che espresse per farmi ottenere un
importante premio Linceo; dalla concessione di sue pagine sconosciute sino
all’inaugurazione, non più di due anni fa, del “Centro di ricerca sulla
filosofia italiana” presso l’Istituto fiorentino cui sono legato.
Sasso lascia un’eredità tanto solenne che è facile travisarla: un’eredità
circondata da un alone di paradossalità e di aporie, esattamente come la sua
filosofia. L’autore dell’analisi strutturale dei concetti e della purezza
identitaria dell’Essere/verità, infatti, ha operato in svariati ambiti del
sapere, travalicando confini che normalmente si crederebbero preclusi ad un
“filosofo puro”. Ovvero, ciò che Sasso, pur circoscrivendo la filosofia nel modo
più radicale che sia stato offerto dal secondo Novecento in avanti (con qualche
parallelo nella scuola padovana di metafisica), non ha mai neppure pensato di
essere. Il suo metodo di ricerca che, sviscerato nella sua consistenza logica,
conduce alla impensabilità della relazione e alla ineliminabile fallacia del
linguaggio, è passibile delle applicazioni più feconde in ambito non soltanto
teoretico, ma storico-culturale, letterario, storico-artistico. Ciò che Sasso ha
fatto nel distinguere contingenze da strutture (l’aspetto formale e
quello eventico delle determinazioni, come avrebbe detto un altro grande del
Novecento, Carlo Diano) conduce all’inesprimibilità se applicato in senso
universale, ma consente una messe straordinaria di “delineazioni strutturali”
anche nell’ambito che lui definiva doxastico. Un ambito governato dalla
machiavelliana, imprevedibile, spesso feroce Fortuna, ma anche dalla possibilità
di argomentare, sia pure non nel modo più rigoroso possibile.
Quando il ragazzino ingenuo ed esaltato di cui sopra ebbe con Sasso, ormai anni
fa, la sua prima conversazione, obiettandogli che – se la relazione era
impossibile e si risolveva in assoluta identità – lo stesso mondo di tutti i
giorni doveva coincidere a rigor di logica con l’essere immutabile, lui rispose,
con totale semplicità: “Si guardi intorno: può eliminare tutto questo?”. Io, che
nel frattempo sto proseguendo testardamente su quella strada, ritenendo sempre
che non si possa dare sul piano ontologico una qualsiasi eccezione rispetto alla
verità, mai ho constatato tanto amaramente l’irruzione del contingente nelle
nostre esistenze come adesso che ho perso il punto di riferimento implicito di
tutte le mie ricerche. Come voleva Benedetto Croce – e su questo Sasso,
almeno nominalmente, sarebbe stato d’accordo – l’uomo di studi dovrebbe
risolversi compiutamente nella sua opera. Per Sasso, questo “miracolo laico” è
già avvenuto nel modo più riuscito. Eppure, persino mio malgrado, è proprio ciò
che è andato oltre la sua opera che ogni giorno mi propongo di serbare e
trattenere con la disperazione e la fermezza richieste, in differenti modi, sia
dalla vita che dalla filosofia.
Jonathan Salina
*In copertina: Alberto Savinio, “Icaro caduto”, 1930
L'articolo “Si guardi intorno: può eliminare tutto questo?”. Gennario Sasso,
l’ultimo dei classici proviene da Pangea.
A un certo punto la filosofia si contrasse rannicchiandosi su sé stessa. I
grandi sistemi morali del passato tornarono alla forma ossuta e scintillante del
frammento presocratico. Questo tzimtzum lasciò che al contenuto speculativo
della filosofia sopravvivesse soltanto il suo aspetto esteriore — la forma, per
così dire — di cui alcuni, i cosiddetti moralisti, approfittarono senza scrupoli
e ritegno.
Nelle loro mani i costumi, i vizi e le abitudini degli umani divennero
l’argomentum a hominem di una disciplina che ormai se ne fotteva di Dio e
dell’Essere. Come comportarsi in società dissimulando un feroce disprezzo per
certe assillanti convenzioni fu per un certo tempo più importante del concetto
di immortalità dell’anima o dell’indagine sulla natura del bene. La forma breve
della loro scrittura si impose alla voluminosa trattatistica come l’oggettino
insignificante — l’àgalma che Alcibiade paragona a Socrate — ingenuamente si
compara con una preziosa parure di gioielli. Una massima o un aforisma usciti
dal loro calamo valeva almeno quanto un capitolo della Critica della ragion
pura o dell’Ethica more geometrico demonstrata.
La morale, dunque, si snellì riducendosi a una presa di tabacco che il moralista
modellò ai suoi gusti raffinati e alla buona capacità di scriverne o discorrerne
in un sottile equilibrio tra il senso del «pubblico» e quello del «privato».
Anche l’apparente cinismo del libertino non fece che sancire questo discrimine
tra il «dentro» e il «fuori», tra ciò che era ammesso tra le mura domestiche e
ciò che le convenzioni sociali aborrivano e condannavano. La morale alla quale
costui faceva riferimento, in fin dei conti, non era altro che quella di un
innocuo prurito erotico e un maldestro ateismo. Poco più di uno svago o un
capriccetto, insomma. Eppure è in questa crepa che il moralista piantò il
fittone per cominciare la scalata. Più che legislatore dell’anima, egli divenne
interprete delle sfumature, custode di un equilibrio fragile, sempre esposto al
rischio e al fascino della pura apparenza. L’uomo còlto nella sua rutilante
inutilità e grettezza fu il suo bersaglio preferito.
Tuttavia il moralista non è un filosofo di razza. Questo valga come assunto. La
verità cui egli aspira non è quella, per intenderci, che altri misuravano con
l’esistenza di Dio o con la necessità ontologica di questo o quell’altro ente. È
vero, il suo sguardo si posa inesorabile sulle cose verso le quali, il più delle
volte, egli manifesta il proprio sdegno, ma in fin dei conti il suo risentimento
è innocuo. Il pungiglione che il moralista infligge all’umano consesso non fa di
lui un Socrate che da Platone apprendiamo fosse insopportabile come un tafano.
Costui infastidiva quel tanto che basta per poter dire di avere accarezzato,
almeno per un giorno, l’alètheia. Il moralista, invece, s’illude che il mondo
possa conformarsi allo schema arguto del suo Witz, alla sua sensibilità elevata
a criterio universale. In altre parole, egli non tollera che altri possano avere
preferenze o stili di vita diversi da quelli che egli forgia con i suoi
aforismi. Mentre Democrito non tagliava né unghie né capelli e Diogene di Sinope
era lercio come un cane rognoso, il suo abbigliamento e il suo modo di
presentarsi in società parlano per questo honnête homme prima che apra bocca. E
sebbene il più delle volte non ha né un’araldica né titoli accademici da esibire
ha invece una ferrea cultura che brandisce come una clava. (E non soltanto per
questo è antipatico come quelle donnette attempate alla Zia March che ci
vogliono insegnare “a campare” con etichetta e bon ton). La sua filosofia si
riduce alla «massima» come in La Rochefoucauld o alla «favola» come per La
Fontaine, letteratura di facile beva, insomma. Finanche i Pensées di Pascal — un
filosofo il cui pensiero è ingombrato dalla presenza di Dio — letti con un certo
distacco non sono che un modesto livre de chevet o, detto altrimenti, una
lettura che concilia il sonno.
Eppure questi brillanti scrittori non hanno eguali in termini di stile e ingegno
letterari. La loro prosa adamantina e ricercata fa da contraltare alla goffa
prosopopea degli accreditati tromboni accademiciche in una pubblica
conversazione non spiccicherebbero una parola se non ruminandola da calepini
altrettanto fuffosi. Pare che Aristotele fosse bleso e che Rousseau ammettesse
«[…] la lenteur de mes idées et l’aridité de ma conversation me forçaient de
recourir aux fictions pour avoir quelque chose à dire» (Les rêveries du
promeneur solitaire – Quatrième promenade). A tal proposito, anche il ritratto
che Hotko dà del suo maestro Hegel è impietoso:
> «Spossato, corrucciato, sedeva là afflosciato a testa china, e parlando
> continuava a sfogliare e cercare nelle lunghe pagine di quaderno, avanti e
> indietro, su e giù; il continuo tossire e schiarirsi la voce intralciava il
> flusso del discorso, ogni frase se ne stava isolata, e usciva con sforzo,
> spezzata e gettata alla rinfusa; ogni parola, ogni sillaba si staccava solo
> controvoglia, per poi ricevere, dalla sonora voce metallica in stretto
> dialetto svevo, un’intensità stranamente enfatica, come se ognuna fosse la più
> importante».
>
> (H. G. Hotko, Ritratto di Hegel a Berlino)
E con questo, credo che non ci sia altro da aggiungere.
Su questa faglia di contraddizioni si situa uno degli ultimi libri di Marco
Lanterna intitolato La bilancia inquieta. Saggiatura dei moralisti (La scuola di
Pitagora, 2025). Questo piccolo saggio non è solo una ricognizione della
tradizione moralistica, ma un preciso tentativo di misurarne il peso, di
sondarne l’instabilità interna. Perché inquieta è la bilancia che oscilla, non
solo per l’oggetto che pesa, ma per la mano che la regge. In tempi di sciupio di
parole, di abbondanza bulimica di comunicazione e messaggi rabberciati,
interessarsi ai moralisti e alla loro prosa in punta di fioretto è davvero un
atto controcorrente e «inattuale». Ma Lanterna vi è abituato (si leggano i suoi
saggi di filosofia abiotica, per esempio). E così il suo agile libretto si
adegua alla forma di ciò che tratta dando prova, prima di tutto e come sempre,
di stile e carattere personali, perché:
> «[…] l’unico modo degno d’affrontare i moralisti, anche in sede critica, è da
> moralista, ossia continuandone lo spirito d’amor-odio per l’uomo, se
> necessario fin nelle pieghe bitorzolute dell’erudizione. Non è però cosa da
> tutti, occorre infatti essere moralisti in proprio e dunque possedere a
> fortiori penetrazione psicologica sopraffina, pratica del mondo, animo
> riscaldato, buone letture, stile (ossia l’esatto contrario del cursus
> studiorum scolasticamente in voga)».
Ma interessante è anche la breve rassegna di moralisti italiani che l’autore
include nella seconda parte del saggio e che simpaticamente chiama «fricassea».
Con lo stesso intento e spirito della Crestomazia italiana di Leopardi, Lanterna
tira fuori dall’oblio i nomi e le opere di un manipolo di dimenticati e per essi
rivendica la paternità del genere moralistico.
> «Che i cari francesi ci abbiano scippato un genere (magari fosse solo quello),
> — reclama Lanterna — intestandosi il “moralisme” in filosofia, è cosa ormai
> criticamente assodata. Da Petrarca, attraverso Pontano e l’Alberti, sino al
> duo Machiavelli-Guicciardini e ben oltre, gl’italiani hanno fissato forme e
> temi della moralistica assai prima dei cugini d’Oltralpe».
Cosicché da questa fricassea apprendiamo l’esistenza del Viaggio in Alamagna di
Francesco Vettori, poderoso «come un faraglione»; delle strabilianti epistole di
Filippo Casavecchia e delle architetture letterarie di Leon Battista Alberti.
Inoltre vi leggiamo un delicato e commovente ritrattino di Paolina Leopardi,
sorella minore del Recanatese, e persino di un certo Carlo Muccio, moralista
contemporaneo, paragonabile per scetticismo al filosofo Pirrone di Elide.
Di questi uomini si è quasi spenta la memoria. Il ricordo delle loro opere è un
fioco lumicino il cui lucore — Lanterna lo dimostra — è risucchiato dalle
tenebre. Ma dopotutto a chi più interessa smazzarsi e scervellarsi per questa
gente giacché, come scrive un altro sagace e impenitente moralista del calibro
di Albert Caraco, anch’esso fin troppo trascurato:
> «Fatti salvi un pugno di geni e una nidiata di scellerati, gli esseri umani
> sono interscambiabili, le differenze che si notano provengono otto volte su
> dieci dall’esperienza poiché la natura della maggioranza varia unicamente
> entro i limiti della mediocrità».
>
> (A. Caraco, L’uomo di mondo)
Vincenzo Liguori
*In copertina: Carl Spitzweg, Il filosofo, 1855 ca.
L'articolo Filosofo o moralista? Duello all’ultimo sangue tra l’anatomista
dell’Essere e il fustigatore degli esseri proviene da Pangea.
> “Va con le mie lacrime nella tua solitudine, fratello. Io amo colui che vuole
> creare al di sopra di sé e così perisce.”
>
> (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Nel Pantheon della storia del cinema il nome di Stanley Kubrick equivale a
quello di Giove olimpico. Praticando ardentemente l’arte della misura, il suo
occhio genera inquadrature maestose, che incombono come immobili monoliti.
Kubrick divenne un dio nel ’68, in pieno clima rivoluzionario, con l’uscita
di 2001: Odissea nello spazio. Il film si impose come un evento senza
precedenti. Per la prima volta il mondo del cinema si fondeva con la filosofia
pura: dall’inizio alla fine si dispiegava il cammino della natura umana,
culminante nel Superuomo. Kubrick si era esplicitamente votato a Nietzsche:
> “Elevate i vostri cuori, fratelli, in alto! Più in alto! E non dimenticatevi
> le gambe! Alzate anche le gambe, bravi ballerini, e, meglio ancora, reggetevi
> sulla testa!”.
Cantava così l’inno di Zarathustra, così rispondeva il Vangelo visivo di
Kubrick.
In 2001 i personaggi, inizialmente presenti, finiscono presto per scomparire:
completamente avvolti dalla mente architettonica del regista, rimangono mere
pedine in un grande quadro. Un disegno che nel monolite alieno si fa tangibile:
nero ed etereo, questo blocco essenziale e infinitamente perfetto assiste con
distacco alla caduta e alla nuova nascita degli uomini. Il potere della natura
travolge la tecnica umana, fino a renderla simbolicamente ingranaggio,
disgregazione, fardello da cui liberarsi. Così l’uomo percorre il futuro e lo
trascende, ma il monolite rimane intoccato, immutabile, nella sua sacra
intimità.
Il cinema, da sempre vivo nelle sue pulsanti visioni, viene paralizzato da
questa immane pellicola, in cui le immagini pullulano di concetti e tutto tace.
Cinque anni prima di 2001 era uscito 8 e mezzo, frutto della genialità di
Fellini: un film all’apparenza meno ambizioso, ma universale allo stesso modo.
Al contrario di Kubrick, Fellini ostentava un uomo pieno di eccessi: i
personaggi così veri e vivi, l’introspezione di un personaggio qualunque, un
autobiografico qualunquista senza alcun posto nel mondo. La filosofia non era
ancora riuscita ad avere la meglio sull’impertinenza dell’immagine
cinematografica, che grondava vita da tutti i pori. Dipingeva l’uomo nella sua
frenesia di creatura irrisolta, immersa nel caos di un mondo sempre in
movimento. Poi, con 2001, tutto si ferma: il chiasso dell’individuo cede il
passo alla sinfonia silenziosa dell’universo.
Kubrick aveva bisogno di una destinazione: sotto le note del Così parlo
Zarathustra di Richard Strauss promette un’ultima ascesa del genere umano.
Credeva realmente nell’esistenza di un Ente supremo, anelava all’Altissimo come
tutti i profeti: in un’intervista dichiara “…come succede nei miti di molte
culture, l’uomo viene trasformato in una specie di creatura superiore, dando
inizio a una nuova mitologia”, manifestando una fede nella facoltà di
trascendere dal sapore aspro e vagamente superstizioso, fantascientifico.
Da lontano, però, il suo maestro lo incalzava con avvertimenti oscuri, diretti
proprio contro quell’ascetismo:
> “Tramontar vuole il vostro Sé, e perciò siete diventati dispregiatori del
> corpo! Infatti, non siete più capaci di creare al di sopra di voi stessi”.
Il cinema di Kubrick non scalerà più i picchi vertiginosi che 2001 aveva
sfiorato, non si spingerà più oltre i confini delle stelle nella speranza di un
nuovo mondo. Paradossalmente, però, diventa veramente incisivo proprio quando
abbandona gli epigoni della filosofia nicciana. Se 2001 si consacrava al
Nietzsche oracolare, nei film successivi il regista preferisce lordarsi le mani
con il dionisiaco, lasciando il suo contraltare apollineo alle prediche
dell’immaginazione.
Nel 1971, infatti, esce Arancia meccanica, che mette a nudo gli aspetti più
scimmieschi dell’uomo, lasciato a sé stesso e senza alcun tipo di meta. Si
ritorna al primo capitolo di 2001: “L’alba dell’uomo”. Forse Kubrick ha
riconosciuto, dopo la sua caccia al significato, che non siamo destinati a una
fine, ma costretti a scontrarsi eternamente contro noi stessi. Forse il viaggio
nello spazio di David Bowman era solo un trip visionario, per nulla
riconducibile alla nostra esperienza di tutti i giorni.
La violenza, il dionisiaco umano, ingabbiato nella sua stessa follia, rimarrà
una costante nel cinema di Kubrick. Tutti ricordano gli eterni capolavori degli
anni ’70 e ’80: Barry Lyndon con la sua enfasi estetica e
deterministica, Shining e Full Metal Jacket come appendici della sanguinolenta
Trilogia inaugurata da Arancia meccanica.
I capisaldi della filmografia di Kubrick prendono lezioni da Nietzsche. Al di là
delle tante interpretazioni che si possono dare ai film del regista, resta il
fatto che in essi è implicito un tentativo di cogliere l’insegnamento filosofico
del maestro, prima attraverso l’incanto per le gioie del Superuomo, poi
sprofondando nel dionisiaco della vita terrena. La profezia di Zarathustra non
ha mai abbandonato Kubrick, conciliando sempre il suo pessimismo con una visione
aurorale dell’aldilà. Così, la sua carriera avrebbe potuto concludersi in questo
modo: elogiato per le impalcature visive, per l’intelligenza delle trame, per la
filosofia di massa delle visioni.
Dopo oltre dieci anni di assoluto silenzio, però, Kubrick sente l’intima
esigenza di confessarsi: qualcosa gli impedisce di rimanere immobile nella sua
icona mummificata, qualcuno gli impone di svincolarsi dall’autorità del maestro.
Così tenta l’ultima impresa, l’unica in grado di redimerlo, che, più che un
canto del cigno, potrebbe sembrare un regresso al brutto anatroccolo.
L’ultimo lavoro, infatti, Eyes Wide Shut, ha poco a che vedere con il resto
delle sue creazioni. L’impressione che lascia è quella di un’incompletezza, un
prodotto inquieto, in cui spirano tanti messaggi criptici, che non hanno il
coraggio di parlare a gran voce. L’architettura che aveva retto tutto il cinema
del regista, lentamente si sgretola, aprendo varchi a un mondo prima
sconosciuto, che in Eyes Wide Shut comincia ad emergere proprio attraverso la
psicologia di un singolo personaggio, un uomo imperfetto e patetico, fragile
come il Guido Anselmi di 8 e mezzo. Tutte le creazioni di Kubrick, che fino a
quel momento erano universi forgiati nell’immortalità, si chiudono con l’opera
grezza di un uomo mortale. L’eternità si rende conto della sua inconsistenza e
muore in un’opera che non si propone come assoluta. In cui, forse, si può
percepire molto più intensamente la mano umana di Kubrick, annichilita dai
precedenti capolavori.
> “Tu devi voler bruciare te stesso nella tua stessa fiamma: come potresti
> volere rinnovarti, senza prima essere diventato cenere!”
In fondo, la sua destinazione ascendente era solo una forma di prigionia: prima
o poi bisognava evadere.
Samuele Brullo
L'articolo Stanley Kubrick o della profezia di Zarathustra al cinema proviene da
Pangea.
Cosa vuol dire fare uno studio comparativo tra due autori? Innanzitutto, dirà
l’accademico accorto, significa accertare la possibilità di un loro confronto,
individuare un campo da gioco ed essere arbitri della partita; insomma,
assicurarsi che esista uno spazio di dialogo. Sarà quindi opportuno chiedersi se
l’uno conoscesse l’opera dell’altro, rintracciare le occorrenze del nome
dell’uno nei libri dell’altro, magari aiutati dallo strumento digitale di un’IA
particolarmente efficace o da quello analogico dell’indice dei nomi. Ancora,
vuol dire indagare le occasioni di incontro e dialogo, stabilire se i due si
sono effettivamente incrociati in vita.
Tanto basterebbe a scoraggiare ogni tentativo di far dialogare Giorgio Colli ed
Enzo Melandri. Minimi sono infatti i richiami espliciti – e del tutto
unidirezionali: Melandri cita Colli come curatore dell’Organon aristotelico,
mentre Colli non cita mai Melandri –, difficilmente ravvisabili quelli
impliciti, del tutto inesistenti le testimonianze relative a contatti diretti
tra i due. Non vale declassare queste esigenze a sofisticherie da filologi o
eruditi, per quanto, come si sa, i filosofi guardino ai filologi un po’ come
l’attempato visitatore di un museo guarda alla giovane guida turistica: con
rispetto ma anche con un minimo di inconfessabile senso di superiorità.
Più che mettere in fila le occorrenze o rinchiudersi negli archivi alla
disperata ricerca di una lettera dell’uno all’altro, allora, tanto vale che il
punto di vista da cui inizia l’indagine sia apertamente, manifestamente,
svergognatamente teoretico. Di questi tempi, la teoresi richiede coraggio e
inattualità, ingredienti presenti nel libro recente di Tommaso Scarponi,
dall’impegnativo titolo Distruzione e analogia e dall’ancor più impegnativo
sottotitolo La fine del pensiero in Colli e Melandri (Castelvecchi,
2025). Eccoli, quindi, i due perfetti sconosciuti, che non solo «non si
conobbero né mai si lessero» (p. 11), ma i cui stili di scrittura filosofica
sono lontanissimi: «stringato, apodittico e lampeggiante quello di Colli;
paziente, divagante e devoto al gesto della citazione quello di Melandri»
(ibidem). Il richiamo al ruolo della citazione in Melandri dice già molto della
sua idea di analogia: la citazione, in qualità di quotation e non di
semplice reference, esprime sintomaticamente un pensiero, attiva la prassi
interpretativa che, basandosi sul principio di analogia, si approssima a un
significato senza mai poterlo fissare in modo determinato e definitivo. Insomma,
svolge un ruolo paradigmatico rispetto al pensiero dell’autore citato: fare una
citazione significa rinunciare alla particolarità che le è connaturata e
assumerla come espressione del tutto.
L’analogia di Melandri vive di questo doppio movimento: l’avvicinamento a un
significato univoco e, ad un tempo, la ricerca “archeologica” delle condizioni
di possibilità di quel significato. Proprio la risalita dalla cosa alla sua
spiegazione è un movimento caratteristico del pensiero di Melandri: egli parte
dagli usi dell’analogia per ricavarne le teorie, prende le mosse
dall’indiscutibile presenza della cosa in sé per finalmente arrivare a coglierne
il fenomeno.
Più tradizionale e, se vogliamo, più disincantato, il percorso di Colli:
l’immediato finisce dove inizia il discorso, che ne rappresenta il tradimento,
la distorsione e la contraffazione. Come voleva Wittgeinstein, il vero,
l’essere, non lo si può dire, si può solo dirne. La seconda parte del libro di
Scarponi si concentra su Parmenide, Eraclito, Zenone, Gorgia e sulle
interpretazioni che Colli ne ha dato. È in questo contesto che la filologia fa
irruzione, non come aggiunta estemporanea o pleonastica, ma come ciò che
sostanzia lo schema teoretico a cui ho accennato. La discussione sui frammenti
degli eleati è infatti funzionale a comprendere la genesi e quindi i limiti
della nostra logica. Rientra in questo quadro anche il significato della ‘terza
via’ a cui, secondo la celebre interpretazione colliana, Parmenide avrebbe
accennato nel suo poema, affiancandola a quelle, opposte ma parimenti sbarrate,
dell’essere e del non essere. Un conto è to on, ciò che è, un altro è einai, la
predicazione di quel che è. Solo la via della predicazione è aperta e
percorribile per noi mortali; solo nella casa del giudizio possiamo avere
dimora.
E Melandri? Il suo “chiasma ontologico” contrappone Parmenide ed Eraclito,
l’univocità della proposizione e l’equivocità della parola. Niente di astratto:
si tratta di capire come si è strutturata la logica occidentale, se a partire
dal primato del logos o da quello dell’epos, dalla precedenza della parola
rispetto alla proposizione o viceversa. Nella sostanza, i due procedimenti
convergono verso uno stesso esito:
> «se la filosofia di Colli scatena la distruzione sistematica della logica
> d’identità, […] quella di Melandri liquefà l’impalcatura stessa della logica».
Da un lato Colli, che fa del discorso non contraddittorio ciò che distorce
l’immediatezza del semplice contatto (il thigein, il toccare intuitivo di
Aristotele), dall’altro Melandri, che pretende di far valere le ragioni di una
forma del pensiero, l’analogia, che include il “terzo” e rifugge le
contrapposizioni dicotomiche in favore di una logica che ammette gradazioni tra
poli opposti.
Dopo un lungo confronto “a distanza”, Colli e Melandri si danno idealmente
convegno nell’ultimo capitolo del libro, in cui Scarponi si confronta con la
lettura colliana dell’enigma e con quella melandriana della metafora. Se la
ragione mette a tema l’immediato senza poterlo recuperare, se l’unico sguardo
che si rivolge alla sapienza è quello del filosofo, cioè di colui che a quella
sapienza è estraneo, allora tanto vale che anche il filosofo riconosca la
contraddizione, che la accolga nel proprio linguaggio. Enigma e metafora, nel
loro dire qualcosa e insieme qualcos’altro, conservano «la folta trama degli
opposti, vincolandola alla contraddizione, nel tempo delle parole umane» (p.
175).
È quando il pensiero si accorge che il suo tempo è fittizio, che la sua storia è
inventata che esso propriamente finisce e si avvicina massimamente
all’immediato. Solo per poi distanziarsene di nuovo e ricominciare a godere
della propria inevitabile menzogna.
Michele Ricciotti
*In copertina: una immagine dal “Thesaurus” di Albertus Seba
L'articolo “La trama degli opposti”. Pensare la fine del pensiero proviene da
Pangea.
> Quando si affrontano davanti a Troia o a Mosca gli eserciti nemici, al di là
> di ciò che di inespiabile li separa, scrivono insieme il testo dell’epopea dal
> quale le generazioni future attingeranno il potere di trasfigurare di nuovo il
> mondo. Ovviamente tale trasfigurazione non è una redenzione, non riscatta, né
> resuscita i tesori della coscienza e della vita stupidamente sacrificati al
> meccanico operare della forza. Eppure, le ingiunzioni dell’irreparabile
> svegliano la volontà creatrice. Si rivolge al futuro e il futuro risponde. Se
> esiste un’autentica solidarietà, una comunione vivente tra individui isolati,
> non trae forse origine dalla speranza di fondare sulla vergogna e sul lutto
> una realtà nuova? Scoprendo gli errori di una visione limitata, l’individuo se
> ne affranca non attraverso l’amore per l’umanità ma grazie all’uso che avrà
> fatto di quel «materiale sperimentale», quel campo di macerie (Nietzsche):
> un’immagine nuova dell’esistenza a cui contribuisce l’intero passato, con le
> sue distruzioni e le sue opere, con la sua storia tremenda e magnifica.
>
> (R. Belspaloff, Sull’Iliade, Adelphi 2018, pp.58-59)
La vergogna è affezione dell’irreparabile. La guerra non redime, non riscatta le
vite sacrificate, non restituisce ciò che è stato distrutto, ciò che soggiace
alla Forza viene consegnato irrimediabilmente al nulla. Eppure, proprio questo
carattere senza riscatto nelle narrazioni diventa paradossalmente una condizione
di possibilità. La creazione non nasce dalla riconciliazione, ma dalla ferita
che resta aperta. L’epopea, dunque, non è celebrazione della vittoria, ma
trasfigurazione di una catastrofe condivisa: Il corpo del figlio ingiuriato e
Troia in fiamme per Priamo, lo scoramento per la morte di Patroclo e la freccia
conficcata nel tallone per Achille. I nemici che si affrontano, dunque,
condividono qualcosa che nessuno di loro controlla davvero.
La creazione è impersonale, o meglio trans-individuale: non appartiene né ai
vincitori né ai vinti, ma a una memoria che li eccede entrambi. La vergogna, in
questo senso, non è colpa né pentimento: è il sentimento che segnala
che qualcosa è accaduto sotto i colpi della necessità, senza riuscire perciò a
trovare delle giustificazioni. Tuttavia, proprio questo obbliga a immaginare
diversamente l’esistenza, ad avvertire la presenza dell’altro. È così che
Achille nella tenda con Priamo supplice piange.
> Questo tipo di vergogna è legato a una situazione estrema. Ma il fatto che
> possa esistere getta qualche luce sul problema generale già menzionato: i
> confini dell’io. Sottolineare che ogni essere umano ha due corpi – quello
> fisico e quello sociale, quello visibile e quello invisibile – non basta. È
> preferibile considerare l’individuo come il punto di convergenza di più
> insiemi. Apparteniamo contemporaneamente ad una specie (Homo sapiens), ad un
> genere, ad una comunità linguistica, ad una comunità politica, ad una comunità
> professionale e così via. Alla fine, ci imbattiamo in un insieme, definito da
> dieci impronte digitali, che ha un solo componente: noi stessi. Definire un
> individuo sulla base delle sue impronte digitali ha certamente un senso, in
> determinati contesti. Ma un individuo non può essere identificato con le
> caratteristiche che lo rendono unico. Per comprendere le azioni e i pensieri
> di un individuo, presente o passato, è necessario esplorare l’interazione tra
> gli insiemi, specifici e via via più generici, ai quali quell’individuo
> appartiene alla persona diversa da noi, per qualcosa in cui non siamo
> coinvolti – è un indizio che ci aiuta a ripensare, da un punto di vista
> inatteso, le nostre identità multiple, la loro interazione, la loro unità.
>
> (C. Ginzburg, Il vincolo della vergogna, C. Ginzburg, Adelphi 2026, pp.26-27)
È l’altro, colui col quale dialoghiamo e che mette in crisi l’idea di un io
compatto, autosufficiente e distruttivo. Il punto decisivo è questo: ci
vergogniamo per qualcosa che non coincide interamente con noi, e tuttavia ci
riguarda. La vergogna estrema (storica, artistica, politica) mostra che
l’individuo è un nodo di appartenenze. La vergogna funziona come un rivelatore:
ci colpisce perché attraversa quegli insiemi, li mette in corto circuito.
Nella recente raccolta di saggi pubblicata da Adelphi, Carlo Ginzburg costruisce
un ricco percorso interpretativo che attraversa materiali storici, letterari e
teorici apparentemente eterogenei, ma tenuti insieme da una coerente postura
metodologica. L’unità del volume non si fonda infatti su un tema univoco o su
una tesi dichiarata, bensì su una costellazione problematica che ruota attorno
alla presenza “dell’altro”, come elemento costitutivo (nella pluralità di
significati che assume nel testo). L’identità individuale emerge come un campo
di tensioni, in cui il soggetto è continuamente modellato da presenze che
eccedono la sua interiorità e che si manifestano sia come interlocutori concreti
sia come istanze interiorizzate, filtri inconsci (Ginzburg).
Questo dispositivo interpretativo è già visibile nel primo saggio dedicato alla
vergogna, dove l’emozione non viene interpretata come un’esperienza privata, ma
come il risultato di uno sguardo che giunge dal paese a cui apparteniamo, dalla
collettività.
Lo stesso schema riemerge nei saggi seguenti. In quello dedicato al dialogo
interiore, tratto universale del linguaggio che consiste nel parlare con sé
stessi (Jackobson) che analizza il dialogo interiore come fenomeno storico in un
contesto specifico; la ricostruzione della ricezione del testo della Servitù
volontaria di Étienne de La Boétie e l’influenza inconscia esercitata dal
pensiero di Hobbes; il Levi lettore del Manzoni vicino alla casistica;
“l’inversione” della narrazione storica e lo straniamento estetico in Proust.
La riflessione sull’alterità si estende anche all’analisi dei fenomeni
collettivi e delle dinamiche della persuasione, attraverso riferimenti e
intrecci fra Pavlov, Drabovitch, Gustave Le Bon e Aldous Huxley; il saggio sul
dono in Marcel Mauss, interpretato attraverso l’influenza e la lettura
dell’Emilio di Rousseau; il Collège de Sociologie, Voltaire, Sade, le Serate di
San Pietroburgo di Joseph de Maistre e la dimostrazione di come il pensiero
moderno sia attraversato dalla tensione tra la razionalità illuministica e la
fascinazione per il sacro.
Particolarmente significativa, in questo contesto, è la riflessione sul progetto
scientifico di Claude Lévi-Strauss. Ginzburg stesso osserva:
> È un passo che illustra come meglio non si potrebbe la grandiosa utopia
> scientifica di Lévi-Strauss. Ma l’osservatore, cacciato dalla porta in nome
> dell’oggettività della conoscenza, rientra dalla finestra, attraverso il
> rinvio al testo. Decodificare un testo significa, com’è ovvio, decifrare i
> rapporti sociali che hanno reso possibile la sua produzione; l’uso o gli usi
> per cui è stato prodotto; il pubblico attuale o potenziale a cui si rivolge;
> le realtà extratestuali di cui parla. Solo in questo modo il testo potrà
> essere tradotto, cioè interpretato in un’altra lingua: quella
> dell’osservatore. Ma la distinzione, tutt’altro che ‘metafisica’, tra
> osservatore e attori irrompe a un altro livello, anche dal testo più
> elementare: un nudo elenco di nomi.
>
> (Ivi, p. 198)
Questo passaggio chiarisce, a mio avviso, un punto centrale della riflessione di
Ginzburg: l’osservatore e quello che lo circonda non possono essere eliminati,
anche perché ogni interpretazione implica una traduzione e anche lo stesso,
quasi innocuo, atto della lettura scombina e ricombina, leggere è come
tradurre (Gadamer).
Attraverso queste molteplici figure dell’altro – la vergogna, la voce interiore,
la riemersione inconscia di testi e tradizioni, l’autorità, la folla – Ginzburg
delinea una concezione dell’individuo come spazio di tensione tra singolare e
collettivo, l’unità del volume risiede dunque in una pratica interpretativa
coerente, che utilizza casi e testi diversi per interrogare, ogni volta da una
prospettiva differente, il vincolo che lega l’io all’altro (agli altri) e,
attraverso di esso, alla dimensione storica.
Ogni saggio a cui faccio riferimento superficialmente e quelli che non ho
menzionato, ogni lettura o rilettura obliqua meriterebbe certamente
un’attenzione diversa. Il consiglio: leggete tra le righe, interpretate!
Tony Vero
*In copertina: un disegno derivato da Michelangelo
L'articolo “Le nostre multiple identità”. Intorno a un libro di Carlo Ginzburg
proviene da Pangea.
L’idea di un’etica intesa come “progetto etico” (Kitcher 2011; Keane
2016) imbricato nella praxis rimane fortemente intrecciata alla ragion d’essere
dell’antropologia accademica, votata a restituire le sfere di valore individuali
e collettive che sottendono gli obiettivi, le motivazioni e le strategie
attraverso l’interpretazione delle pratiche sociali. Il filosofo Philip Kitcher,
ad esempio, considera il progetto etico una necessità dell’organizzazione
sociale fin dal Paleolitico, prima di tutto per la distribuzione egualitaria
delle risorse, poi per attribuire norme di valore di fronte alla crescente
complessità della collettività (Kitcher 2011). Lo stesso vale per l’estetica,
ereditata da Dewey, Habermas e Putnam, di Jennifer McMahon: se l’appartenenza a
una comunità, considerata come condizione preliminare per lo sviluppo della
coscienza morale, implica la condivisione di un linguaggio, si può
ragionevolmente ipotizzare che, da un punto di vista ontologico, l’appartenenza
preceda la coscienza morale e che l’interrogativo sull’individualità derivi
dalle risposte alla vita in società (McMahon 2014).
In questa prospettiva di presenza a carattere sociale, la ricerca etnografica
propria all’antropologia costituirebbe uno strumento che consentirebbe di
rilevare gli “eccessi esperienziali” (Dyring, Mattingly e Louw 2017, 30),
l’irriducibile inafferrabilità ontologica della condizione umana nell’azione in
un contesto relazionale. È il caso di una seduta di divinazione kuranko (Sierra
Leone), descritta dall’antropologo Michael Jackson, in cui il consultante
esternalizza il proprio malessere interiore e lo canalizza attraverso l’azione
del divino per essere presente alla propria situazione, passando da uno stato di
inerzia a una reattività innescata dal rituale che permette di esternare
l’inafferrabilità intrinseca all’essere umano (Jackson 2012).
Tuttavia, anche nel caso dell’approccio esistenzialista di Jackson, l’azione
rimane un perno imprescindibile di questa ontologia della “destabilizzazione”.
Un’azione fondamentalmente transitiva, che deriva dalla capacità dell’individuo
di evolversi a partire da un’esperienza di incorporazione (embodiment) in cui le
emozioni e l’ “irrazionale” sarebbero parte integrante del percorso di
consapevolezza etica individuale all’interno di una logica sociale relazionale.
Nel ricco percorso del concetto di incorporazione in antropologia
(Scheper-Hugues e Lock 1987; Csordas 1990), il corpo è considerato come un
“fenomeno culturale” (Csordas 1994, 4), “a mode of presence and engagement in
the world” (Ivi, 12) legato a un’agentività, a una transitività. In questi
termini, l’incorporazione è l’esperienza di essere al mondo, con le implicazioni
etiche derivanti dalle pratiche sociali che ciò comporta.
Rispetto a questa posizione relazionale, è possibile immaginare, al contrario,
un’etica intransitiva, passiva, non relazionale, senza prove evidenti,
impronunciabile, riconducibile all’affezione dell’esistenza di per sé?
Ispirandomi al concetto di “auto-affezione” del filosofo Michel Henry propongo
un’etica fondamentalmente antropologica non dell’incorporazione ma della carne
come stato di vita non comunicabile che precede le strategie relazionali
regolate dal linguaggio verbale. Per “auto-donazione”, Henry intende
l’esperienza incarnata e “affettata” della vita al di là delle rappresentazioni
oggettivanti (Henry 2004). Questa sensibilità carnale, quindi antropologica,
“patetica”, che si manifesta a se stessa, sarebbe, attraverso l’auto-affezione
del corpo vivente, “estranea al mondo”, quindi opposta all’“essere nel mondo”,
atemporale e intransitiva. In una prospettiva cristiana, questa visione fa eco
al “sacrificio come orizzonte dell’essere” del filosofo Felix Ravaisson: la
ragion d’essere ultima dell’essere umano, specchio del sacrificio dell’uomo
Gesù.
Nel solco di Ravaisson, in Incarnation Michel Henry affronta il tema
dell’auto-donazione attraverso una domanda cruciale del filosofo Maine de Biran:
“Come può un organo mobile essere costantemente guidato senza essere
conosciuto?” (de Biran in Henry 2000, 202). La mano, scrive Henry, è in grado di
“sentire” non come organo oggettivo ma come potere di toccare, e quest’ultimo
sarebbe possibile solo attraverso “l’auto-donazione patetica della Vita”. Il
“muoversi” è immanente alla vita stessa; è un movimento che non si separa mai da
se stesso e non lascia alcuna parte di sé all’esteriorità del mondo (Henry
2000). Henry trova così la relazione tra affettività e potere in nome di uno
stato di passione permanente non intenzionale. Se il potere si realizza solo
nell’auto-donazione patetica del Sé alla vita, ciò significa che non è affettivo
per effetto di circostanze esterne alla sua stessa essenza, ma a causa di
un’affezione “trascendentale”, cioè in quanto potere dell’affezione “di donarsi
a sé stessa e quindi di donare a sé stessa tutto ciò che si dona a sé stessa
solo in essa” (Henry 2000, 204).
*
Di conseguenza, la corporeità originaria non troverebbe la sua “realtà nella
verifica dei suoi contorni solidi attraverso il tatto di un corpo esterno, ma
attraverso l’auto-donazione che, essendo patetica, rivela nella carne,
all’unisono, tutti i poteri della corporeità”. “È così che agisco:
nell’immanenza patetica della mia carne” (Henry 2000, 206, trad. dell’autrice).
Questa auto-rivelazione del “Primo Sé vivente” sarebbe invisibile a causa della
natura fondamentalmente passiva della nostra esperienza affettiva. Tale
passività non sarebbe, tuttavia, “privativa” ma attiva proprio per la sua
intrinseca potenza di auto-rivelazione, al di là dell’oggetto dell’azione e del
suo scopo (Henry 2000). Se si condivide questo principio di affezione
centripeta, la sfida etica del corpo incarnato non risiederebbe nella volontà o
nella capacità di elaborare scelte per una buona causa, né nel sentirsi in
empatia con il Cosmo, essendo la rivelazione del Sé acosmica. Essa si
manifesterebbe attraverso lo stato intrinseco della vita stessa, nella donazione
della vita mentre essa si consuma nel proprio potere di sentire, a prescindere
da una finalità o da una qualsiasi causalità. Nel corpo “patetico”, la
ripetizione del gesto che sottende l’abitudine non si spiega con un processo di
imitazione necessario alla relazione, ma piuttosto con il lavoro di usura
intrinseco dell’individuo aderente alla propria consunzione. In questi termini
parlo di corpo etico. Questo “in sé” non sarebbe quindi equivalente al kata
auton di Hans-Georg Gadamer in quanto “determinazione del volere”, né si
esaurirebbe nell’“in sé”, indicatore di una differenza ontologica tra un essere
per essenza e un essere soggetto al cambiamento (Gadamer 1996).
*
Alla luce di queste considerazioni, mi sembra che il rapporto tra etica e
auto-rivelazione attraverso l’usura comporti per l’antropologia una rimessa in
discussione non solo, come afferma l’antropologo esistenzialista Albert Piette,
della priorità teorica e metodologica del principio di causa-effetto:
interazione e reciprocità (Piette 2017), ma più fondamentalmente della presunta
priorità della scelta, dell’approccio discriminante di selezione del bene e del
buono che è alla base di un’accezione pragmatista dell’etica. L’usura non
sarebbe l’attrito conseguente allo sviluppo delle “tecniche del corpo” (Mauss
1936) “in relazione al mondo che esso costituisce” (Warnier 2009, trad.
dell’autrice) ma piuttosto un attrito introverso che diventa segno e
significante in se stesso, il processo di uscita e di ritorno a se stessi,
ovvero un Dasein per il quale, dopo l’estasi, l’abbandono al di fuori di sé, il
Sé ritorna inevitabilmente all’in-stasi, all’aderenza al proprio lavorìo di
consunzione (Henry 2000). L’uscita da sé si rivela soprattutto come un’emergenza
totale che provoca e determina l’azione ma che deriva dal conatus necessario per
avviare ed esaurire la vita stessa nel suo stato continuo di costruzione e
distruzione.
Questa alternanza consustanziale dell’essere umano tra instasi ed estasi
comporta un’“immersione” (Rapport 2015, 257), che io chiamo aderenza, allo stato
presente, cioè nella carne, dell’individuo. Tuttavia, come già detto, la
condizione di stasi che sottende l’esistenza nell’usura non implica una
passività di carenza, in virtù del suo potere ‘patetico’. Laddove si afferma che
la condizione umana richiede l’obbligo di essere liberi nella misura in cui
l’essere umano non avrebbe altra scelta che fare delle scelte per significare il
mondo, e che sarebbe in questo approccio obbligatorio che risiederebbe la sua
natura fondamentalmente etica (Evens 2008, 261), si potrebbe rispondere che
l’essere umano è etico in potenza soprattutto a causa della sua condizione
logorante e ‘passiva’ di non scelta, di dono permanente del corpo. Inoltre, il
principio del potere non risponderebbe a dinamiche di causa-effetto, ma
troverebbe la sua ragion d’essere preliminare nel corpo di carne intro-verso sul
suo processo di consunzione. Potere significa quindi potersi consumare e
realizzare nella sensazione. Per questo motivo l’immanenza di Michel Henry non
si riferisce all’empatia sociale teorizzata da alcuni antropologi (Lambek 2010;
Das 2015), ma all’adesione dell’individuo al proprio stato di senzienza. Sono
partita dalla constatazione che l’antropologia declina la questione etica
dell’essere umano entro i parametri delle dinamiche di causa-effetto delle
pratiche , riducendo il dono della vita al tempo delle circostanze, alla logica
esperienziale di un progetto etico che risponde alla volontà e si modella sulle
azioni e sul linguaggio (Lambek 2014, 112).
Ho proposto uno sguardo alternativo che concepisce un’etica intransitiva e
tuttavia fondamentalmente antropologica legata alla finitudine attraverso il
processo umano di consunzione. Una condizione intransitiva dell’etica
intrecciata nella realizzazione della necessità dell’individuo ‘patetico’
piuttosto che all’interno di un progetto etico basato su una logica volontaria,
induttiva e relazionale. Parlare di “incantesimi” come fanno gli antropologi
Sidnell, Meudec e Lambek (Sidnell, Meudec e Lambek 2019, 9), significherebbe
considerare l’intrinseco come una dimensione debitrice di un discorso
“incoerente”, cioè privo di prove empiriche e quindi senza alcuna utilità
scientifica reale, uno stato che gli autori attribuiscono, tra l’altro, alla
filosofia. Al contrario, ho privilegiato una visione della coerenza come
aderenza al Sé, affermando che l’individuo fedele al proprio stato di usura non
sarebbe incoerente, e quindi incoerente rispetto alle sue interazioni sociali.
La sua consistenza non deriva dal compimento di un ragionamento o di un’azione
consequenziale ma si collega piuttosto al suo significato primario di “trovarsi
con”, rivelando una verità segnata dall’adesione dell’individuo alla sua
condizione patetica quotidiana. L’“eccesso esperienziale” provato dagli esseri
umani non deriva quindi dall’impegno investito nella risoluzione di un problema
ma da un senso di vuoto rispetto all’intuizione di questa silenziosa usura, da
una consapevolezza del divario tra potere d’azione e finitudine che l’azione non
può colmare. Al di là di ogni volontà di pianificare e spiegare le nostre scelte
attraverso molteplici scale di valori, questa usura ‘passiva’ del passaggio
esistenziale incarnato nella propria precarietà patetica rappresenta forse la
vera manifestazione di coerenza, profondamente antropologica, della condizione
umana. Un approccio antropologico all’essere umano incarnato come donazione non
teleologica consentirebbe di superare la condizione preliminare di
interrelazione nell’antropologia accademica.
Questa visione della carne come pura senzienza è il principio fondante della
poesia, tensione intrinseca tra l’anelito compatto che avvolge il gesto di
scrittura e l’ineffabilità dell’essenza poetica: creatura satura, amorfa e
cangiante sul bilico di una perenne imminenza di caduta che già di per sé è un
atto carnale di usura. Così, attraverso l’inevitabile filtro della consunzione
del corpo, la questione etica non rimanda solo all’atteggiamento empatico e
connettivo dell’hic et nuncdella quotidianità, ma anche a un’“eco
dell’immemorabile” (Chédin 2016, trad. dell’autrice), a un movimento di estasi
che ogni giorno ribolle nell’ombra e si traduce solo in parte in azioni
socialmente riconosciute. Un senso sacrificale della presenza del vivente sulla
terra, di una coscienza notturna, uterina, di cui quella diurna, votata
all’azione di causa-effetto, non ha più memoria. Il filosofo Jean-Louis Marion
chiama “saturazione” l’impossibilità di descrivere un fenomeno in tutti i suoi
aspetti (Marion 1997), un rigurgito di senso. In quest’ottica, l’incombente
fallimento della parola poetica è un atto saturo, ossia improferibile. Il
principio di saturazione di Marion può essere applicato anche a un altro
elemento costituivo della poesia, la sorpresa. In un interessante articolo sul
rapporto tra saturazione e sorpresa, Claudia Serban ricorda, sulla scorta di
Marion, che il primo elemento determinante dell’”adonato” (adonné), ossia il
destinatario del fenomeno saturo, è la chiamata, insieme alla convocazione,
all’interlocuzione e alla fatticità (Serban 2016). La chiamata agisce di
sorpresa sull’ “adonato”, che rimane pertanto “interdetto” (interloqué), basito
dalla chiamata: “la sorpresa si impadronisce dell’interdetto a partire da un
luogo e da un evento assolutamente estraneo, in modo da annullare ogni pretesa
di un soggetto dato di costituire, ricostituire o decidere ciò che lo sorprende”
(Marion 1989, trad. dell’autrice). Essere davvero sorpreso, scrive Serban, è non
comprendere, non sapere. Eppure, un’esperienza avviene: “Senza sapere né da chi
né perché, mi sento dall’origine già interdetto” (Marion, Ivi). La chiamata, la
rivendicazione e la convocazione agiscono quindi per sorpresa, “questa presa
oscura e subìta” (cette emprise obscure et subie).
*
C’è una carne ubbidiente a sé,
la sua libertà è se stessa.
Ma la libertà è la carne del servo.
La carne ubbidisce a un corpo
ma è dentro il corpo come un cancro.
Tra la carne e il corpo fluisce l’evanescenza
dei limiti della carne e del corpo
ma che vi sia palude e mondo
tra il sangue e l’arteria.
Brotós, l’uomo nella lingua omerica, colui che è mortale. Brótos, lo sgorgo di
sangue, il sangue della ferita. D’altra parte, nel termine ánthropos è presente
la radice di anér, vi è il richiamo alla forza, e a drôptein, l’osservare,
l’esaminare. Alla forza valutativa e immaginativa è unita, nelle differenze
nominative dell’uomo, la finitudine originaria della nuda carne. Ogni pensiero,
ogni rete analitica gettata sulla realtà, ogni uncino ficcato nei sensi a
ordinarne i limiti, a tracciarne le forme, ogni volontà di organizzare in corpo,
di sviluppare in organi la radura nera di carne da cui strappare il gesto, tutta
l’incorporazione del desiderio nel predisporre i mezzi per la sua realizzazione:
tutto ciò trova nella Città la sua dimora infondata. Infondata perché
memorabile, scandita nella successione dei presenti, nel gesso della durata.
L’ethos, la dimora, è la carne, la carne senza corpo, oppure, come in Artaud,
il corpo senza organi. I coltelli ricordano una carne senza corpo, ignorano la
madre, l’estensione del volto. Si è una carne che non ha un corpo, non ha madre,
non ha finalizzazione originaria. Solo i coltelli lo ricordano. Le lame oscure
che bruciano il tempo intorno all’istante del ricordo, il ricordo che tutto è
dimenticanza, presente svuotato di sequenza e incarnato dalla solitudine sulla
pira del proprio vibrare senza progressione. La spezzatura della successione è
ciò che definisco come sacro, come osceno, la parola immersa nella sua
improferibilità nel momento stesso di pronunciarla. Théein, movimento estatico
instatico, perduto. Dei̯wós, una luce accecante. Il sangue fiottante dalla
dimora carnale è la parola poetica. È brótos, il sangue corrotto, sparso al
suolo memorioso-dimenticante del dio-assenza, presente. Cervus fugitivus, la
parola poetica ha a che fare con il tremare della carne, col fluente, il non
ancora fissato dal corpo nella Città, ha a che fare col Mercurio della
tradizione alchemica, definito anche come servus fugitivus. È interessante
notare come, nella civiltà latina, sul servus fugitivus (lo schiavo fuggiasco),
che è un simbolo di libertà, il possesso viene esercitato anche solo con
l’animus possidendi, cioè lo schiavo fuggiasco restava in possesso del
proprietario anche se questi ne aveva perduto la materiale disponibilità. Questa
coppia minima, cervus e servus – queste due parole dal minimo scarto fonico –,
costituisce l’immagine della contraddizione della parola poetica, che vive in
ciò che è diveniente, massimamente instabile, e lo fissa in una forma e quindi
muore nello stesso momento in cui vive: il cervus fugge libero e allo stesso
tempo è servus, asservito dall’animus possidendi della forma. La parola poetica
è il sussulto provocato dal ricordo immemorabile dell’abisso originario di tutto
ciò che è manifesto, l’originario circolo di nulla in cui tutta la Storia, la
Città, è inscritta. Tuttavia questo abisso sta fuori della parola poetica (fuori
dai racconti di Orfeo), in essa rimane implicito, non può essere detto perché è
detto: è, per usare un’espressione del filosofo Carlo Sini, l’altro del detto
nel detto. È la vita che svanisce nella forma, il fluido contraddetto dalla
fissità.
Sarx logos egeneto. La carne, che non è forma ma vacillazione, non è composta da
atomi e particelle ma di brividi di sofferenza e piacere, e informa il
Logos. La carne è il limo da cui proviene il Logos, che non è semplicemente un
principio di ordinamento dell’esperienza, ma una forza di contraddizione
permanente. Come la carne informa il Logos, così il Logos, in un
contromovimento, le corrisponde, si carnalizza. Rovesciando la prospettiva di
Giovanni Evangelista, è la carne che muove da sé la propria forza usurandosi in
un dio sempre mancante ed eccedente, manifesto e invisibile al tempo stesso, il
Logos, la Parola. Sulla divinità della forma pesa l’ombra della madre carne.
Chi, il crocifisso? C’è una meta, ma non un cammino. Ciò che chiamiamo cammino,
è la vacillazione? Kafka. La vacillazione è l’occhio che non vede, il
disorganarsi dell’occhio nella carne. Fino all’imbecillità dell’organo e della
carne. La parola imbecille, nell’etimo in baculum, indica chi è senza bastone,
chi non trova appoggio, chi espone la propria vulnerabilità.
L’ohnmächtig, l’indifeso, il senz’arma, da Adorno a Dostoevskij.
L’inutile. Bellum cano perenne between usura and a man who wants to do a good
job. La miseria civile chiude ogni spazio all’inutilizzabile, quindi a Dio che,
in quanto Assenza, è l’inutile eccellente. Eppure per Paolo di Tarso nel momento
in cui sono debole (sono inutile) è lì che sono forte. Vi è un’imbecillità della
carne, di cui è ben informata la Parola, che la libera, le libera, carne e
Parola, non senza sforzo e sofferenza, dal mondo, dalla Città, dal finalismo.
Via dalla Patria. In die Fremde der Heimat, scriveva Celan.
Mutter, ich bin dumm. Madre, sono uno stupido. Sono queste le ultime
parole pronunciate da Nietzsche, abbracciando il cavallo frustato da un
cocchiere a Torino, prima di rinchiudersi per anni, fino alla morte, nella
demenza. Vi è un’altra coppia minima di parole scritta nel movimento e
contromovimento della carne e del Logos. Stupor-stupro. La stupefazione come
ragione interdetta, passività attiva nell’apertura della vulnerabilità, nella
violenza – la cui origine è sconosciuta e incomprensibile – della consunzione
della carne senziente il proprio negarsi al concetto, esperiente il varco tra sé
e il Significato. La negative capability in cui dimora la poesia, la sua
interdizione alla sequenza logica, la sua potenza nell’abitare il nero, nel
disertare il giorno, è l’abbraccio a un cavallo frustato. L’iterazione e la
reiterazione del gesto carnale fallendo sulla carne della parola è
l’eschileo infinito sorriso delle onde del mare. L’intelligenza della
stupidità.
> Ora di già nel rosso del fanale
> Era già l’ombra faticosamente
> Bianca…
> Bianca quando nel rosso del fanale
> Bianca lontana faticosamente
> L’eco attonita rise un irreale
> Riso: e che l’eco faticosamente
> E bianca e lieve e attonita salì…
Vi è in Campana un’intelligenza carnale stupefatta che si muove in una
estro-introversione, nella connessione e nella disconnessione simultanee delle
figurazioni, il campo sensoriale è costruito simbolicamente e al tempo stesso
diabolizzato, fratturato. Nel suo libro Glas, Derrida fa uso di molti vocaboli
francesi caratterizzati dal fonema gl. È il suono che emette un uomo che viene
strangolato, il suono di un uomo a cui è tolta la voce. Per Derrida, affinché
scriva. La carnalità della voce si metamorfizza nella sua consumazione segnica.
Alle Porte Scee del segno, sulla croce del Golgota, Cristo genera Dio, il suo
volto usurato e muto. Bereshit, così inizia la Genesi. La prima lettera è la
seconda lettera dell’alfabeto. L’inizio è già iniziato. Il Logos è in ritardo
sulla sarx.
Sentire è negare. Negare la propria finitezza, negare il proprio infinito, voler
dire ciò che non si può dire, poter dire ciò che non si vuol dire. Volere non
volere. Non volere non volere. Nada, nada, nada, y en el Monte nada. La
condizione irrelata della carne, dentro il mondo ma non del mondo, l’irrelazione
in cui è spezzato il continuum temporale dell’etica come religio civilis e in
cui sorge il movimento dell’autodonazione. La chiamata a se stessa della
singolarità. La carne straniera alla terra come l’anima di Trakl, sola anima e
solo spirito, di fronte sempre al radicalmente-altro da sé che è la propria
significazione, e parlando cose che ‘l tacere è bello.
Cristiana Panella e Ianus Pravo
Nota. Le opere a olio digitale, “Senza titolo”, “Eye” e “The Burning Eel”, sono
dell’artista Silvia Pepe; il disegno, “La projection du véritable corps”, di
Antonin Artaud.
*
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L'articolo Etica e Carne. Tra antropologia radicale e poesia. Un dialogo tra
Cristiana Panella e Ianus Pravo proviene da Pangea.
Cogito ergo sum, diceva Cartesio nell’estasi delle idee. Oggi la sua scoperta
decade a motto popolare, da postare occasionalmente sui social. Le idee hanno da
tempo cessato di smuovere il mondo, non si teme più il loro potere, ormai
accessibile a tutti. Nonostante la nostra epoca si mostri come l’apoteosi
dell’intelletto, ciò non fa altro che lasciare spazio al dilagare
dell’ignoranza: il pensiero, in quanto attività quotidiana, perde il suo senso
per sprofondare nelle bocche dei furbi e appesantire il giogo dei deboli.
Per combattere queste distorsioni mentali, bisognerebbe leggere un racconto tra
i più conosciuti e riusciti di Borges: parlo di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Non
è necessaria, seppur consigliabile, una preliminare immersione nei labirinti
dell’opera borgesiana; può aiutare una buona dose di cultura, a cui oggi
provvede Internet con la sua interminabile fonte di informazioni. In effetti, i
racconti di Borges sono gli agglomerati culturali per definizione: in essi
albergano le più strambe teorie filosofiche, i più inaspettati riferimenti
letterari, per non parlare dei nomi presi in prestito dalla storia e rimodellati
dall’autore. Insomma, si propongono come il test perfetto per l’uomo saccente e
ben istruito del XXI secolo, pavone della conoscenza. Il paradosso, però, è che,
come in tutti i labirinti, la conoscenza finisce per rivelarsi una strada senza
uscita, di cui Borges si prende animatamente gioco.
Tlön, Uqbar, Orbis Tertius è anche la fiction per eccellenza: si apre con lo
sfolgorio di uno specchio e si chiude in un mondo moltiplicato. È Borges che
ammette senza pudore la natura artificiale dei suoi racconti, non a caso
inseriti nella raccolta Finzioni. I mondi che genera, ben lungi dall’essere
reali, sono solo immagini, che inevitabilmente filtrano la realtà con la sua
percezione: sono finzioni percettive. La percezione, dunque, secondo Borges, è
un unicum dell’individuo e, nel momento in cui si fa legge universale, ecco che
tende pian piano a trasformarsi in qualcosa di sinistro, che sconfina oltre
l’immaginario. Questo ribaltamento della percezione è lo stesso che si verifica
nel racconto con la regione di Tlön: illusione berkeleyana fatta realtà, in
questo strano universo l’uomo vive secondo le forze del proprio sentire. In che
modo lo faccia ce lo spiegano le teorie formulate all’interno di Tlön: alcuni
pensano di vivere un ricordo crepuscolare, altri negano l’esistenza del tempo,
ma tutti nella metafisica “non cercano la verità, e neppure la verosimiglianza,
ma la sorpresa”. Un mondo in cui l’uomo, più creatore che creatura, si trova già
definito in partenza.
A Tlön vivere coincide con pensare. Cartesio probabilmente avrebbe considerato
una simile regione il destino ultimo del genere umano, eppure il mondo di
Tlön, ci dice Borges, è soltanto frutto di una congiura ordita dal milionario
Ezra Buckley contro la realtà dominata da simboli e dei.
> “Buckley nega Dio, ma vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini
> mortali sono capaci di concepire un mondo”.
Così, nella sua opera di smantellamento del mondo storico, egli dà vita a un
nuovo mito, un mito cosmico e valido universalmente. Buckley riunisce in sé la
forza delle idee di Berkeley, Spinoza, Leibniz e Schopenhauer (solo alcuni dei
filosofi citati da Borges) per concepire la sua enorme creazione, dimostrando
come il pensiero umano sia in grado di prevaricare i limiti della carne.
Effettivamente, verso la fine del racconto, sorge l’impressione che il mondo
stia deformandosi secondo gli assunti di Tlön:
> “Il contatto con Tlön, l’assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo
> […] è già penetrato nelle scuole l’‘idioma primitivo’ (congetturale) di Tlön;
> e l’insegnamento della sua storia armoniosa (e piena di episodi commoventi) ha
> già obliterato quella che presiedette alla mia infanzia”.
Ed ecco, le truppe dell’utopia assediano le mura indifese della nostra Terra,
decise a riscattarla dalla sua inefficienza.
Borges espone in questo racconto, meglio di qualsiasi filosofo, la teoria che
diventa catastrofe: gli uomini che sognano un mondo artificiale, ordinato e ben
integrato nelle categorie universalmente riconosciute. Il nostro universo, la
nostra realtà imperfetta e limitata (se non limitante), oltre ad essere
intrinsecamente confusionaria, non è minimamente conforme ai nostri ideali di
perfezione. Così entra in gioco la filosofia, che fonda l’idealismo per
continuare l’opera di un Dio stanco e sconclusionato. Gli abitanti di Tlön hanno
il privilegio di trasformare il cogito ergo sum in cogito ergo sum omnipotens,
dal momento che possono creare e distruggere grazie alla loro attività
percettiva. In un mondo simile si può vivere letteralmente senza preoccupazioni,
nel completo stoicismo, in altre parole, “senza pensieri”.
Ma in che senso “smettere di pensare” in un mondo che esiste solo grazie al
pensiero? Nei suoi racconti Borges non dà risposte, crea schemi allusivi.
In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius si può vedere di tutto: dalla critica
all’ideologia in tutte le sue forme all’eterno gioco di rimandi finzionali, dal
mero artificio retorico alla suggestiva visione di un mondo extrasensoriale. Una
cosa è certa: Borges, qui più che in ogni altra sua opera, dimostra l’impotenza
dell’uomo a forgiare mondi. Da quando Aristotele ha osato definirci animali
razionali, la nostra sete di potenza è sempre e solo aumentata traducendosi in
sete di nuovi mondi. Il salto logico è semplice: se l’intelletto è così potente
da determinarci, allora sarà possibile vivere esclusivamente grazie alla sua
attività creatrice. Tutte le teorie della conoscenza sono il risultato di questo
assioma, e Tlön ne è l’estrema conseguenza.
Un mondo privato di qualsiasi mistero, dove tutto è già scritto e ascrivibile al
solo pensiero, dove le idee dominano incontrastate e gli uomini padroneggiano
incontrollati: di un simile scenario Borges mette in evidenza le orribili
precisioni, disturbanti e, soprattutto, noiose, incomplete. Ed è proprio qui che
sta la fregatura: a Tlön nessuno può pensare nel vero senso del termine, il
pensiero è solo un attributo di cui ci si serve naturalmente, la stessa materia
è il prodotto di un’associazione di idee. Nella traduzione dell’idea in materia
e della materia in idea l’uomo ha completato il suo lungo processo di
divinizzazione: giunto a questo punto, può finalmente smettere di pensare perché
della filosofia non sa più che farsene. Ormai, per questo superuomo istruito, il
pensiero è svago, è azione generatrice. Un mondo del genere non esiste, non
coincide col nostro. Allora come mai Borges, alla fine del racconto, ne parla
come se la trasformazione della Terra in Tlön fosse imminente? Forse perché
proprio il 1940 (anno di pubblicazione del racconto) coincide con un anno di
rivolgimenti, psicologico-sociali prima che industriali, per la generazione
dello scrittore: la Seconda guerra, il progressivo infittirsi delle ideologie,
la soppressione dell’uomo ad opera dei suoi simili… in breve, il pensiero
individuale che si universalizza nello spazio e nel tempo.
Oggi più che mai grava su noi il peso di Tlön, non più attraverso l’epoca
tumultuosa che Borges ha vissuto sulla sua pelle, ma nella pacifica
conformazione delle nazioni. Una scoperta dopo l’altra, l’animale razionale
avanza nella sua ripida ascesa, costruisce masse e riduce il pensiero a un
palliativo serale, uno svago intellettuale. La forza delle idee,
silenziosamente, ha già fatto i conti con il suo spegnimento. L’uomo del
progresso, il liberale contemporaneo, è diventato finalmente quello che ha
sempre sperato di essere: un creatore senza pensieri, padrone di sé stesso.
Borges, però, ci ricorda che Tlön, proprio come il racconto che l’ha generato,
“sarà un labirinto, ma è un labirinto ordito dagli uomini, destinato a essere
decifrato dagli uomini”. Al contrario, la realtà “sarà magari ordinata, ma
secondo leggi divine – traduco: inumane – che non finiamo mai di scoprire”.
Allora, contro ogni distorsione della realtà, lo scrittore invita a non farci
possedere dal nostro pensiero, ma a farlo evolvere in continuazione. Senza farlo
degenerare a strumento di dominio, ma trattandolo come bussola per la verità,
che, se a Tlön non esiste, sulla Terra continua a dardeggiare incessantemente.
Borges, dal canto suo, della venuta di Tlön se ne infischia: scrive con la
consapevolezza di non essere un dio creatore, ma solo un messaggero – forse, uno
dei tanti nessuno.
> “Allora spariranno dal pianeta l’inglese e il francese e il semplice spagnolo.
> Il mondo sarà Tlön. Io non me ne curo, io continuo a rivedere, nelle quiete
> giornate dell’Hotel de Androguè, un’indecisa traduzione quevediana (che non
> penso di dare alle stampe) dell’Urn Burial di Browne”.
Samuele Brullo
L'articolo Vivere a Tlön, ovvero: Borges creatore di mondi e l’uomo di oggi
proviene da Pangea.
> “Nel mondo la verità è debole. Basta una piccolezza per oscurarla. Il più
> stupido degli uomini può ferirla.”
Anche io mi perdo. L’età e l’uso del mondo usurato si aspetterebbero io prenda
tutto in maniera compassata: dovrei averne viste abbastanza per non provare
altro che sbadiglio rispetto alle smorfie ciniche e brutali del
mondo-così-com’è, e non mostrare sgomento poiché lo sgomento, che è una
boccaccia dello stupore, è dei bambini e i bambini si sa sono le vittime totali
più che perfette. Chi non uccide per tempo il bambino che è stato non
sopravvive, questo il contorto mondo-così-com’è lo insegna chiaro e forte.
Eppure mi perdo lo stesso, con sgomento, per i disordini nell’Iran che non ne
può più di essere teocratico e per quelli sotto casa dove c’è ancora chi
pretende non ci si possa non dire cristiani, per le violenze reiterate in strada
e in fin troppe parti del mondo che è un impero più a pezzi dei nervi di chi
allucinato crede sia ancora possibile imperarci su, sui miliardi di persone che
lo abitano.
Durante la settimana appena trascorsa ho passato del tempo con dei ventenni per
le svariate ragioni che poi sono sempre la stessa, l’occasione che provano a
cogliere per chiedere a un adulto: “Tu che sei sopravvissuto alla giovinezza, mi
dici per quale ragione si sta al mondo?”.
Dovrei dirgli quello che dicono tutti, ovvero quello che tutti omettono: che
come per sopravvivere all’infanzia devi uccidere il bambino, per sopravvivere
alla gioventù devi ucciderla – l’età adulta è l’età della colpa, quella di chi
nella migliore delle ipotesi s’è macchiato dell’omicidio solo di sé
stesso. Coloro cui tocca l’ultima età hanno l’esclusiva della straziante
ammissione di essere sopravvissuti passando sui propri cadaveri e su quelli di
chissà quanti altri. Ci si salva dalla caduta precipitando sul morbido di strati
e strati di sommersi.
Altre volte avrei risposto ai ventenni come me l’ero cavata io ai tempi:
leggendo Dostoevskij, Seneca e i manuali della perfetta umanità di quello
scrittore italiano che è postumo già in vita. Invece mi sono limitato a offrire
il giro da bere, a buttare lì: “Rivediamoci tra dieci o venti anni, poi mi
direte”, e mi sono messo a leggere Virtù di Romano Guardini, perché per
sopravvivere al soffocante senso di impostura generale un pensatore che pensa
l’etica senza tentennamenti bizantini è la bomboletta d’ossigeno che mi ci
voleva.
Romano Guardini l’ho conosciuto leggendo L’essenza del cristianesimo, me lo
regalò D un’estate di qualche anno fa, allora non sapevo Guardini chi fosse, il
peso che avesse avuto nella formazione del papa argentino, e ora come allora non
so quale sia il rapporto di D rispetto al cristianesimo, probabilmente di
disaffezione e delusione come è il più delle volte per chi il cristianesimo o
qualunque altra religione la incontra, o gli è fatta incontrare, quando è
bambino, quando è giovinetto: le vecchie religioni non reggono l’urto del mondo
nuovo come è, per questo ci si preoccupa tanto di aggiornare la pastorale: in
un’epoca di lupi mannari essere formati per diventare un mite gregge da beato
macello industriale suona come invito al suicidio di massa per cui sono rinomate
le sette che non ce l’hanno fatta a sfondare per aggiudicarsi l’otto per mille.
Io che non ho religione avendo imparato ad ammirare il tono sapienziale di
Romano Guardini sono diventato a mia insaputa uno di quegli atei devoti che si
definiscono atei per depistare meglio e che per lo più sono devoti al ritorno di
immagine del passarsi all’opinione altrui quali dei convertiti mancati, che
vorrebbero tanto poter disporre di una fede che però, se ancora gli manca, non
sarà neppure più a causa loro ma del dio che non gliela conclama? Naaah, ateo
passi pure, per quanto sia una parola con la sua etichetta prestampata su, ma
devoto proprio no.
La fede, che per Romano Guardini è una verità alla cui luce riflettere sul
mondo, per me non è e non può essere una verità affatto, ma una presa di
posizione per chi ce l’ha, per chi la rivendica, grazie alla quale orientarsi
rispetto al mondo, un punto di vista che permette di interpretarlo, percorrerlo,
giudicarlo, riformarlo.
In questo senso, la scelta è tra una fede, ovvero una visione, e la cecità,
dopodiché non è detto che esista un punto di vista più definitivo degli altri,
anzi più un punto di vista vuole delegittimare e neutralizzare e oscurare tutti
gli altri più si rischia una nuova forma di cecità indotta. La guerra tra
religioni – dichiarate in quanto tali o no – è il grottesco spettacolo di
ciclopi che provano a orbarsi l’un l’altro per vantare il predominio sulla
verità da parte dell’unico che resterà al più con mezzo occhio aperto, laddove
senza una visione almeno binoculare resta inaccessibile la percezione della
tridimensionalità di una realtà che magari di dimensioni ne avesse solo tre o
quattro.
Di Romani Guardini ammiro che rivendichi la virtù intesa “come quell’istanza la
cui realizzazione rende l’uomo autenticamente uomo” (con quell’uso estensivo
della parola uomo per intendere uomini e donne che comunque una avvisaglia sul
punto di vista maschiocentrico di chi parla ce la dà).
Virtù ovvero ricerca di valore che aiuti a capire se non il perché si sta al
mondo quanto meno quale è il modo migliore per starci, poiché finché uno nel
mondo non riesce a starci bene è assai dubbio reputi che la ragione del suo
trovarcisi all’interno sia benevola – fino ad arrivare alla
riflessione/consolazione del sopravvissuto adulto: si sta al mondo per capire
come poterci stare dentro nel miglior modo possibile per sé e per gli altri,
dato che come non c’è un sé se non ci sono degli altri rispetto a quel sé, allo
stesso mondo se non ci possono essere gli altri se non ci sono rispetto a un sé
di riferimento. Correggendo l’aritmetica pirandelliana: se c’è un uno ci possono
essere gli altri centomila e passa ma se non c’è nessuno non può esserci nessun
altro.
Rispetto al ritorno del caos a reti unificate che sollievo leggere che “Chi
invece sa che cosa è l’ordine, sente la pericolosità, anzi l’arcana minaccia del
disordine.” Eppure l’ordine non è una minaccia arcana altrettanto? Lo stesso
Guardini scrive: “In ogni virtù si annida la possibilità dell’anti-libertà.” In
Guardini per fortuna l’ordine non è una soluzione politica conservatrice,
retropica, securitaria, ma la ricerca di un equilibrio, di una armonia, di una
serenità possibile all’interno di un mondo impossibile per la convivenza umana
che pure, beckettianamente, è più che possibile, è addirittura reale.
Quando leggo “Si è sviluppata in tempi vicini una concezione dello Stato secondo
cui [a] esso, in vista della potenza, del benessere, del progresso, ogni
iniquità è permessa. Quando un’ingiustizia ha raggiunto il suo scopo benefico,
cade nel nulla” mi figuro Guardini bloccato alle frontiere statunitensi, ai
checkpoint israeliani, per ben sospetta connivenza col nemico, poi mi ricordo
che è morto nel 1968 e penso fiuuu, se l’è scampata quest’epoca in cui i
cosiddetti governi liberali e democratici se ne inventano di ogni per far
passare sotto il cappello della legalità la decapitazione dei diritti e delle
garanzie su cui dovrebbero fondarsi.
Leggendo Virtù scopro l’uomo, e la donna, che vorrei piacesse essere a me e agli
altri: verace, “Significa non soltanto dire la verità, ma anche farla”, capace
di accettazione, “In fondo ciò che importa è soltanto che tu sia leale”, “È
sempre l’accettazione del reale che fonda la lealtà dell’esistenza”, paziente
(come il Dio di Guardini che “non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo
porta. Egli non se ne annoia”), giusto, “L’uomo non soltanto è, ma il suo essere
gli è affidato e gli viene attribuito quanto egli ne fa”, rispettoso, “È forse
lecito dire che ogni vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae”,
fedele perché i fedeli “creano stati d’animo duraturi”,
disinteressato, “Sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in
dedizione pura semplicemente perché essa è valida, perché essa è
bella”, ascetico quando per ascesi si intende “rinunciare a ciò che non può
essere”, e coraggioso!
> “Poiché il futuro, a dispetto di prognosi in casi particolari, è appunto
> l’ignoto. Ma vivere significa avanzare verso l’ignoto, ed esso può delinearsi
> dinanzi ai nostri occhi come un caos entro cui dobbiamo osare di
> precipitarci.”
E la bontà? La tanto sputtanata e infangata bontà degradata a buonismo, wokismo
per niubbi, coglionaggine patologica degli amanti delle culone inchiavabili?
> “Un uomo buono è uno che ha una buona opinione della vita, che pensa
> fondamentalmente bene di essa.”
Bisogna essere coraggiosi per essere buoni. Bisogna avere fede nella certezza
che essere virtuosi renda la vita un buon posto dove continuare a stare.
> “Una vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e libero movimento,
> anzi glielo dona, glielo crea, giacché solo là la vita può fiorire.”
Per quale ragione siamo al mondo? Per dare alla vita che c’è toccata l’occasione
di fiorire, perché non resti sommersa. Come può fiorire? Vivendo virtuosamente,
dove la virtù è l’arte di condurre la propria vita per farne un capolavoro, come
pure esortò quel papa polacco che pure ne ha dette e fatte tante, di segno
opposto ma comunque lasciandone uno.
Guardini continua col catalogo tutt’altro che per madamine: un uomo e una donna
degni di definirsi umani coltivano la comprensione, la cortesia, la
riconoscenza, il raccoglimento, il silenzio:
> “Dobbiamo darci da fare. Dobbiamo difenderci contro l’ininterrotto fiume di
> chiacchiere che percorre il mondo, difenderci come uno che ha il petto
> oppresso e cerca di assicurarsi il respiro”.
Come si sopravvive al mondo, nel mondo? Assicurandosi il respiro. Leggendo
Guardini, stando con Guardini, dando tempo e spazio al proprio pensiero
meditando le riflessioni guardiniane, stando in guardia dall’implicito predicare
pro religione sua di Guardini, la mente respira, di disintossica, si fortifica.
Si addestra per stare nel mondo, per cercare e decidere contro e per che cosa
lottare moreschianamente nel mondo, per quel mondo che poi siamo sempre io e gli
altri, gli altri e io.
Se esiste un lettore ideale di Guardini di certo non sono io che ne avrò fatto
una lettura mutilante, secolarizzante?, ateizzante?, più umanistica che
teologica, ma Guardini scrive in modo così sincero e intelligente che distrugge
a monte la possibilità di un lettore ideale se per ideale si intende un lettore
che sa cosa sta per leggere fin da prima di iniziare a leggere. Guardini non è
una lettura per credenti o per non credenti, è una lettura per chi resta del
parere, o della fede, che l’umano si distingua all’interno del regno animale per
la sua facoltà più o meno stupefacente, più o meno sadomaso, più o meno
praticata, di pensare sé stesso in relazione a tutto ciò che non è soltanto sé
stesso.
Mi viene così naturale diffidare da chi per pensare l’uomo non può prescindere
del pensiero di un dio che l’abbia creato e rispetto al quale sia in
immodificabile rapporto di dipendenza ontologica. Dovremo però pur ricominciare
da qualche parte, semper incipe!, per non andare tutti del tutto in pezzi. Per
cui ben venga chi insegna a pensare cosa può esserci di umano nell’uomo pur
senza saper fare a meno di un dio che l’abbia pensato per primo, a differenza
mia che posso pure fare a meno di un dio, a patto di non dover fare a meno del
pensiero degli altri che sono io, dell’io che sono gli altri, disposto semmai a
discutere l’ipotesi di un dio che se ha creato l’umanità sarà stato per avere
finalmente a disposizione un punto di vista diverso, e finalmente sessuato!, dal
suo proprio su sé stesso e su tutto il resto che prima della creazione neppure
c’era.
antonio coda
L'articolo “Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini
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Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.