1.
C’è un bel racconto, che ci si tramanda nei bagni e ai margini dell’accademia,
sulla figlia di Cartesio. Pare che quando Francine venne alla luce, minuscola e
indecifrabile, Cartesio reagì al miracolo gettandosi con un’ostinazione quasi
ossessiva nello studio della biologia, della fisica e dell’anatomia. Si dice che
amasse la figlia più di ogni cosa al mondo. Durante il suo primo anno di vita,
Cartesio scrisse il Discorso sul metodo, La diottrica, Le meteore e La
geometria. L’anno successivo Francine morì.
Un’altra versione del racconto, o forse la stessa, aggiunge che per ingannare il
lutto Cartesio costruì un automa a immagine della figlia. Realizzò una Francine
meccanica, che ne replicasse i gesti, alcuni dettagli e molto probabilmente i
movimenti. Aveva ricreato, in altre parole, la sua res extensa: la dimensione
materiale della persona, rigorosamente scissa dall’anima. Pare, inoltre, che
solo osservando il marchingegno della figlia Cartesio poté intravedere alcune
delle sue teorie più note, che in effetti riuscì a formulare solo da allora.
Ogni trascrizione a riguardo rimane tuttavia interrotta.
*
2.
Questo ci riporta a un’altra leggenda dell’eresia universitaria, forse la più
importante della tradizione sotterranea, che riguarda uno dei miti fondativi
della nostra filosofia occidentale. È per questa e altre ragioni che ci
impegniamo a diffonderla con una certa cautela: la versione canonica, e quindi
accademica, del mito della caverna, rappresenta un esempio davvero convincente,
oltre che memorabile a quasi tutti i livelli di istruzione. Come molti già
sapranno, secondo il buon Platone tutto ciò che può vedere un uomo – uso
volutamente questa parola così dura e anacronistica – non sono altro che ombre
proiettate su una parete di roccia. Incatenato al fondo della grotta buia della
conoscenza, l’individuo comune vive la sua vita nella convinzione che quelle
ombre fredde e opache siano la verità stessa delle cose. Ma la Verità, sosteneva
il buon Platone, sta fuori dalla caverna, nella luce, alla quale solo il
filosofo – e nemmeno uno qualsiasi – potrebbe avere accesso. Tutti gli altri
sono destinati a vederne solo l’ombra.
Ora, che dentro quella caverna ci siano delle ombre nessuno lo mette in dubbio;
d’altronde passiamo buona parte della nostra esistenza a confonderle con la
realtà. Quello che il buon Platone non prende affatto in considerazione, invece,
è che le ombre possano essere le sue: proiezioni oscure e intollerabili della
sua persona. Convinto com’era di aver scovato sulla roccia umida il simulacro di
una verità altra, immutabile, assoluta e, soprattutto, capace di chiudere ogni
discussione, il buon Platone non aveva fatto in tempo ad accorgersi che
quell’ombra gli somigliava fin troppo per non essere sospetta. E questo,
naturalmente, è ciò che lo portò a scambiare la parte più oscura del suo sé per
una questione metafisica universale. Non c’era nessuna Idea Assoluta ad
attenderlo nella luce: la verità che lo aspettava fuori dalla caverna era
infinitamente più semplice e difficile.
*
3.
Hegel: sedicimila e cinquecento ventisette pagine di dolore. Nietzsche:
duecentoquaranta – solo La genealogia della morale. Schopenhauer: difficile
distinguere il sistema filosofico dal cattivo umore. Spinoza: il caso è ancora
aperto. Heidegger: meglio non parlarne. Wittgenstein: tutte. Ogni tanto viene il
sospetto che stesse litigando con qualcuno che non ha mai nominato. Simone Weil:
qui le cose si complicano. Lacan: probabilmente lo sapeva già. Platone. La
leggenda continua a tramandarsi nei bagni e nelle gabbie universitarie. Finora è
sempre sopravvissuta agli esami, alle memorie inutili degli appelli, ai cappotti
dimenticati sullo schienale delle sedie e ai ragni sui soffitti, alle scale
antincendio dove non cammina più nessuno, fino alle cabine della toilette guaste
da decenni, e con il solito foglio bianco ancora appeso sulla porta. C’è sempre
qualcuno che la ripete sottovoce. Alcuni nomi emergono con più insistenza di
altri.
*
4.
Ed io, che ormai ho alle mie spalle diversi anni di terapia, come molti della
mia generazione – lo dico con orgoglio, ma probabilmente anche con fatica – ho
fatto in tempo a redigere una sola teoria filosofica, e nemmeno troppo coerente,
brillante tanto quanto la ferita che la sosteneva. Non che io sia “guarita”; non
si “guarisce” mai – i personaggi più svegli della mia generazione lo sanno bene;
oppure, come ci ripetiamo spesso io e Lea: “la vita si stratifica, e a un certo
punto tra noi e un certo dolore finisce per crearsi una distanza archeologica;
ma è pura sedimentazione, geologia; perché guarire, o quel che si dice guarire,
non succede quasi mai”; questo ci diciamo. Comunque stiano le cose, è indubbio
che io sia ormai giunta a un livello di autoconsapevolezza tale per cui non mi è
nemmeno più concesso vedere in quali proiezioni ortogonali da caverna si
trasformeranno ora le mie ferite, ballando sulla parete di roccia umida del mio
cosiddetto inconscio. Perché sì, sarebbe da cavernicola, ora come ora, tediare
la gente con una filosofia inutile, che serviva solo a stratificarmi il cuore. E
non ho problemi ad ammettere che, per via di questa curiosa forma della
tristezza, mi sforzo spesso di inventarmi ferite inesistenti o, peggio ancora,
tornare su dolori vecchi, magari un amore lontano perduto da tempo, o un antico
errore di mia madre. Comunque sia, il mio posto da assistente universitaria è
saltato. Per ora, il mio piano è quello di trovare un nuovo lavoro da me stessa
inventato – altro tratto peculiare di quelli nati nei miei stessi anni,
inventarsi mestieri impossibili – e tramutarmi nella psichiatra segreta dei
morti. Mi riferisco, ovviamente, ai filosofi morti: almeno per ora. Intendo
mettermi seriamente sulle tracce del loro dolore nelle pagine più ostili della
storia della filosofia. Con alcuni sarà più facile (Derrida, Foucault, il
decostruzionismo in genere, come di tutto ciò vive di fratture); con altri,
difficile, ma non impossibile (Hegel: “l’essere ritrova sé stesso solamente
nell’autodistruzione”: secondo momento della dialettica e di chissà quale sua
orrenda rottura). Altri ancora, invece, mi faranno venir voglia di piangere,
spaccare tutto e sparire: Platone, appunto, e il povero Cartesio. Come per la
maggior parte della gavetta eretica universitaria, si tratta di un lavoro non
retribuito, non riconosciuto e molto probabilmente mal visto, ma sono convinta
che a furia di insistere riusciremo a farne un discorso sotterraneo meglio
intricato.
*
5.
La discesa nella caverna restituisce a chi vi entra tutto il sale e l’umidità
aspra di un utero primordiale. Solo pochi passi dentro la terra e la saliva
cambia di colpo temperatura e consistenza, e restituisce alle gengive un sapore
vago, non meglio identificabile, che sembra appartenere indistintamente al ferro
o al sangue. Dopo alcuni minuti nessuno ricorda più se la bocca si sia asciugata
oppure riempita d’acqua. Le pareti di roccia sembrano trattenere un’umidità che
non appartiene all’acqua. Sono calde solo in apparenza, e basta sfiorarle un
istante con la mano per essere riportati alla dimensione scorpionica
dell’esistenza, o della conoscenza promessa da nessun filosofo. Nonostante
questo, è di vitale importanza non perdere il contatto con le proprie dita, dato
che laggiù, la vista, smette presto di essere l’organo di orientamento
principale. Una volta entrati nel pieno della caverna, tutto diviene infatti
poco chiaro e privo di contorni stabili, e le stesse ombre deformate sul fianco
della roccia sembrano ombre nel buio – sempre che questo sia possibile: figure
piatte e scure in una tenebra già esistente. La caverna sembra
restringersi. Presto diventa evidente che non è mai stata larga. Nessuno ricorda
il momento esatto in cui non si può più tornare indietro e ci si ritrova
miracolosamente incatenati alle pietre, o trattenuti dal fango sotto i propri
piedi: alcuni sostengono di essersi voltati troppo tardi; altri di non essersi
voltati affatto; in ogni caso, il punto oltre il quale non si torna indietro
viene sempre riconosciuto soltanto dopo esser stato superato.
Ogni goccia che cade nella caverna fa un’eco tremenda, e c’è sempre il timore, o
almeno la vaga sensazione, che qualche pietra possa crollare da un momento
all’altro, e si finisca sotterrati insieme alle proprie ombre. Ma sono quasi
sempre sensazioni: raramente qualcuno è riuscito a stabilire la differenza. Il
suono del vuoto, per esempio, esce da fessure della roccia dentro le quali non
c’è nulla. Lo stesso silenzio sembra promettere urla che non si realizzano mai;
ogni rumore rimane sempre dove è stato pronunciato. Per questo, dopo qualche
ora, la caverna pare piena di voci vecchie, che sembrano destinate a galleggiare
immobili nell’aria fredda: bisogna fare attenzione a dove si parla. Alcune frasi
finiscono, altrimenti, per coprire il passaggio, al punto che qualcuno sostiene
di averne attraversata qualcuna con la faccia.
Si dice che ogni viandante attenda la luce accecante della Venere.
Noemi Marieva
*In copertina: Roland Topor, Ciel ouvert, 1970
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