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“Quando il divino si ritira dal mondo”. Simone Weil e la scelta dell’impolitico
C’è un momento, nell’opera di Simone Weil, in cui la questione politica sembra consumarsi dall’interno, come una candela giunta all’ultima parte dello stoppino. Non perché la filosofa francese smetta di interrogarsi sull’oppressione, sulla natura del lavoro o sulla giustizia, ma perché quelle stesse questioni la conducono verso una domanda più radicale: che cosa resta dell’uomo quando la forza si impadronisce della sua vita? Che cosa si rivela nella sofferenza che nessuna rivoluzione riesce a redimere? La traiettoria intellettuale di Weil appare singolare proprio per questo. Attraversa il marxismo senza arenarvisi e frequenta la politica senza accordarle l’ultima parola. In modo radicale, Weil si espone alla durezza della condizione operaia, lavorando in fabbrica e sperimentando in prima persona la fatica e l’umiliazione degli ultimi, ma ciò che la pensatrice scopre, a partire da tale condizione, non coincide con le promesse della liberazione storica. Al contrario, l’esperienza dell’oppressione mostra alla filosofa una verità che sfugge ai programmi politici e alle ideologie: la forza domina il mondo con una continuità che nessun cambiamento di regime sembra interrompere davvero. La storia, osservata da questa prospettiva, perde il carattere emancipativo che la modernità le ha attribuito, non apparendo più come un cammino che si dirige verso una meta, bensì come l’alternarsi di potenze che si sostituiscono l’una all’altra: cambiano le forme del dominio, mutano i linguaggi che lo giustificano, si trasformano le istituzioni, ma la violenza prevaricante continua a esercitare il proprio imperio sugli uomini. È la stessa intuizione che attraversa le pagine dedicate all’Iliade, nelle quali Weil riconosce nella guerra una legge capace di ridurre tanto il vincitore quanto il vinto alla condizione di mera cosa. La forza, difatti, non distrugge soltanto chi la subisce, ma corrompe dall’interno anche chi la esercita. Per questo il problema non consiste semplicemente nel trasferire il potere da una classe all’altra, in quanto ogni rivoluzione che conserva la logica della forza rischia di perpetuare ciò che intende combattere. È così che Weil comprende che la vera posta in gioco riguarda qualcosa di più profondo della struttura economica e politica della società: l’anima. Lungo questo percorso, persino la critica alla proprietà privata dei mezzi di produzione assume un significato differente da quello marxista, e ciò che appare decisivo non è soltanto il possesso di tali mezzi, ma il rapporto dell’uomo con il proprio tempo. La forma più sottile dell’oppressione consiste, perciò, proprio nell’espropriazione del tempo interiore da parte della logica sociale e nella riduzione dell’esistenza umana a una sequenza di gesti imposti dall’esterno, tant’è che coloro che non dispongono del proprio tempo faticano anche a disporre di se stessi e della loro libertà. Questo elemento spinge Weil a guardare con attenzione a forme di vita che conservano un margine di autonomia rispetto ai ritmi imposti dalla produzione. Non si tratta di idealizzare la povertà o il lavoro manuale, ma di riconoscere che la libertà non coincide necessariamente con il benessere materiale, in quanto esiste una dignità che nasce dalla possibilità di abitare il proprio tempo e di imprimere alle proprie azioni un significato che non sia esclusivamente funzionale. Da qui emerge uno degli aspetti più originali del pensiero dell’autrice francese: gli oppressi non rappresentano soltanto una categoria sociale, ma diventano coloro in cui si manifesta una verità spirituale. Weil non guarda alla sofferenza come a una virtù, poiché nessuna miseria è redentrice in quanto tale, ma ritiene che, nell’esperienza della sventura, l’uomo venga privato delle illusioni che lo separano da se stesso. L’umiliazione produce così una nudità imposta, che accosta alla verità e che può trasformarsi in apertura. È a questo punto che il pensiero di Weil si avvicina alla mistica: laddove il mondo vede soltanto il fallimento, ella intravede invece una possibilità di conversione, una disposizione dell’anima che rinuncia al possesso e si rende disponibile alla verità. Fuori dalla logica del mondo, nell’impolitico, si dà dunque la possibilità di sottrarsi alla volontà di dominio che governa il rapporto dell’uomo con le cose, dell’uomo con gli altri e persino con Dio. È in questa sospensione della mondanità che il divino si manifesta: non nel trionfo della volontà di potenza, radice dell’oppressione e della tecnica, bensì nella sua rinuncia e nell’accettazione del limite. Per tale ragione, ogni costruzione umana fondata esclusivamente sulla forza tende a trasformarsi in idolatria. L’idolo, del resto, è sempre il tentativo di attribuire carattere assoluto a qualcosa che assoluto non è: un’istituzione, una nazione, una dottrina, una classe sociale, un progresso tecnico, una religione si trasformano in idoli allorché vengono esaltati, diventando più importanti dell’esistenza umana. Ogni qualvolta l’uomo pretende di collocare la salvezza all’interno della storia, finisce infatti per adorare un simulacro. Esiste invece una sola verticalità, che Weil considera legittima, e non è quella del potere, ma quella che conduce oltre la logica della forza e ricongiunge l’essere umano alla propria origine spirituale. È qui che si apre la dimensione dell’impolitico: non un rifiuto della politica in sé, né una fuga dalla responsabilità storica. L’impolitico indica piuttosto una regione della coscienza che non può essere integralmente assorbita dalle categorie del potere né mercificata. Una regione nella quale l’uomo smette di considerare l’altro come strumento, avversario o funzione e torna a riconoscerlo come presenza. In questo senso, le prime comunità cristiane costituiscono un’esperienza esemplare, non perché abbiano costruito un modello sociale perfetto, ma perché hanno cercato di vivere secondo una logica estranea all’accumulazione e alla competizione. La condivisione dei beni, l’assistenza reciproca e la centralità del dono esprimevano una forma di esistenza che si sottraeva alla grammatica ordinaria del potere. La stessa intuizione attraversa la figura di Francesco d’Assisi, la cui povertà non può essere compresa come semplice rinuncia ascetica, poiché essa coincide con la libertà piena: libertà dal possesso, dall’avidità, dalla necessità di definire il valore della vita attraverso ciò che si accumula e il ruolo che si ricopre. Per questo la figura di Francesco continua a esercitare una forza che attraversa i secoli. Egli mostra che è possibile abitare il mondo senza appropriarsene. Tra Weil e Francesco esiste dunque una parentela segreta: entrambi comprendono che il rapporto con il divino esige una forma di spoliazione. Entrambi intuiscono che la verità non si lascia afferrare da chi cerca di dominarla e di definirla, bensì da chi sa porsi in ascolto. Questa intuizione appare particolarmente attuale e necessaria: viviamo infatti in un’epoca che ha progressivamente ridotto la realtà a ciò che può essere mostrato, misurato e verificato. L’invisibile viene percepito con crescente sospetto e ciò che non produce effetti immediatamente osservabili e quantificabili tende a essere considerato irrilevante. La trasparenza è diventata un ideale culturale, in base al quale tutto deve apparire, tutto deve essere accessibile, spiegabile ed esposto. Ma entro una tale prigione trasparente si compie una perdita tragica: l’invisibile, fondamento del visibile, viene rimosso. La fiducia non si vede, l’amore non si vede né si può spiegare, la speranza ugualmente e, tuttavia, senza queste realtà invisibili la vita umana si svuoterebbe rapidamente di significato. Sebbene il divino non sia scomparso dal nostro orizzonte, si è però ritirato dai luoghi che pretendono di amministrarlo: esso non abita più le grandi narrazioni del progresso né le retoriche del successo e le dottrine, ma sopravvive altrove, nei margini, nelle relazioni che resistono alla logica dell’utilità, nei gesti che non possono essere contabilizzati, come nelle forme quotidiane della cura, nella fedeltà, nella pazienza e nella capacità di restare accanto a chi soffre senza trasformare il dolore in spettacolo. Sono queste esperienze minime che custodiscono qualcosa che la cultura contemporanea fatica a riconoscere: la consapevolezza che il valore di una vita non coincide con la sua visibilità, né con la produttività o il successo. Anche il linguaggio, entro tale contesto, ha subito una trasformazione radicale e, sempre più spesso, le parole vengono giudicate in base alla loro efficacia, poiché devono informare, persuadere, produrre risultati e consenso. Il linguaggio si adegua così alla logica della funzionalità e perde progressivamente la propria profondità simbolica. In questo scenario, la poesia assume un significato particolare, non perché rappresenti un raffinamento estetico del linguaggio ordinario, ma perché introduce una frattura: essa interrompe il flusso delle spiegazioni e delle informazioni e, se è autenticamente radicata in un vissuto personale, costringe a sostare, restituendo opacità a un mondo che pretende di essere interamente trasparente. La poesia conserva pertanto un’affinità profonda con l’esperienza spirituale, ed entrambe si muovono verso ciò che eccede il concetto, il già detto e il già visto. Entrambe domandano inoltre una forma di umiltà, poiché non offrono il possesso della verità, ma un cammino personale da percorrere. E quanto più un’esperienza spirituale o poetica è vera, tanto più costringe a riconoscere l’insufficienza delle proprie categorie interpretative. Weil chiamava questo processo “de-creazione”, non intendendo un annullamento dell’individuo, ma la rinuncia alla pretesa di collocarsi al centro del mondo. Soltanto quando l’io cessa di occupare tutto lo spazio disponibile diventa possibile accogliere ciò che è altro da sé e il divino. La verità, allora, non appare come un possesso ma come un evento, come qualcosa che accade e che trasforma. Tant’è che, anche nell’aridità meccanica della società della tecnica, il divino continua a manifestarsi non nelle certezze che rassicurano, ma nelle ferite che aprono agli altri e alla compassione; non nelle costruzioni della forza e nelle sue ideologie, ma nelle crepe che esse non riescono a sigillare. In un’epoca che sembra aver smarrito il rapporto con l’invisibile, la lezione di Simone Weil conserva così una sorprendente attualità: essa ricorda che l’uomo non vive soltanto di ciò che possiede, produce o controlla, ma anche di ciò che non si vede e che non si riesce a spiegare completamente. Forse la sete più profonda del nostro tempo, che si manifesta nel sentimento diffuso di vuoto, nasce proprio dal desiderio inconfessato di oltrepassare la superficie delle cose, per ritrovare una profondità che nessuna tecnica può generare e nessun potere può amministrare. L’invisibile, del resto, non è un’assenza da riempire, ma una presenza da ascoltare e accogliere. Lucrezia Lombardo L'articolo “Quando il divino si ritira dal mondo”. Simone Weil e la scelta dell’impolitico proviene da Pangea.
June 19, 2026 / Pangea
“Si guardi intorno: può eliminare tutto questo?”. Gennario Sasso, l’ultimo dei classici
Una delle più importanti lezioni di metodo di Gennaro Sasso è che la filosofia, il nucleo concettuale irriducibile, non ha a che vedere con le miserie o le gioie della vita quotidiana. Mescolare, pertanto, come farò in questo breve scritto, ricordo e filosofia, biografia e metodologia, sarebbe forse sembrato eretico a questo grande maestro di pensiero. Se lui, tuttavia, ha potuto spesso evadere da questo assunto (non da ultimo con un libro sulle lontane amicizie, che aveva la forza della storia più che la debolezza dell’autobiografia), mi sarà concesso fare lo stesso.  Ero studente ordinario alla ‘Normale’ di Pisa quando ricevetti una vera e propria folgorazione dagli scritti di Sasso. Mi ero accostato anni prima all’idealismo classico tedesco e a quello italiano, scorgendo nel pensiero di Giovanni Gentile quella radicalizzazione del dettato hegeliano che assecondava le mie esigenze di assoluto rigore speculativo. Mentre affinavo le mie armi storiche e filologiche alla scuola pisana di Michele Ciliberto, mi accorgevo, tuttavia, che resisteva in me un fortissimo nucleo teoretico, che mi conduceva puntualmente a leggere gli autori non tanto in funzione del loro impatto storico o della genesi sociale e psicologica del loro pensiero, quanto – in una sorta di schematizzazione logica strutturale – secondo il contenuto veritativo delle loro asserzioni. Vale a dire: quello che per Sasso era il “sistema”, da lui considerato, persino per un autore complesso e sfaccettato come Croce, un’entità definibile e irriducibile. Proprio con Ciliberto iniziai, quindi, ad organizzare visite annuali degli studenti normalisti a Villa Mirafiori, ove lui teneva lezione presso la Fondazione Giovanni Gentile, e la squisita cortesia di Cecilia Castellani ci mostrava l’archivio del filosofo.  Sasso non ha mai avuto alcuna paura di trarre conseguenze teoretiche, anche radicali o paradossali, dalla cosiddetta “analisi strutturale dei concetti” da lui tanto operata sugli autori dell’idealismo italiano, e non soltanto su di essi. Diversamente, ha sempre scavato al fondo delle argomentazioni dei filosofi con nettezza e durezza speculativa senza pari, decostruendo dall’interno – in modalità il cui rigore ha poco a che vedere con quello della “decostruzione” di matrice francofona – enormi impalcature concettuali. Da questo punto di vista, tra l’uomo e il pensatore si poteva riscontrare una singolare sfasatura: ove l’uomo esitava persino a parlare di una “propria” filosofia, non osando mettersi alla pari dei giganti che lo avevano preceduto, il filosofo si confrontava da pari a pari con questi stessi giganti, fronteggiandoli con un’audacia speculativa disposta a mettere in gioco qualsiasi posta. La posta in gioco, peraltro, non era certo limitata all’idea di sconquassare sin dalle radici sontuosi edifici mentali: concerneva, bensì, anche la specificità della proposta “residuale” di Sasso. Il risultato di decenni di disamine sulla dialettica e sul divenire (temi vagliati in Croce e Gentile, ma al centro di ogni sua indagine speculativa) lo aveva, infatti, condotto ad una concezione della filosofia secondo la quale, in un orizzonte che può impropriamente dirsi “tragico” soltanto dal di fuori, l’essere e la verità non hanno alcun rapporto con il “mondo di tutti i giorni”, diveniente, episodico, casuale nelle sue infinite dinamiche. Questa concezione della filosofia – fondata su una limpida analisi delle varie strutture relazionali e delle aporie a cui avrebbero tutte condotto – attirò a Sasso non poche ostilità, a maggior ragione in una tradizione di pensiero, come quella italiana, ritenuta sovente imperniata sulla vocazione civile della filosofia e sulla sua caratterizzazione pratica. Il mondo – inteso come regno degli accadimenti – non ha mai una totale redenzione “logica” nella sua episodicità, e la verità – immutabile, intoccabile, vertiginosa nella sua solitudine –, non vi trova posto, pur nel paradosso di non potere da nulla essere oltrepassata, di non potere a nulla fare spazio.  Di Giovanni Gentile, autore per eccellenza strumentalizzato oppure, all’inverso, superficialmente ostracizzato, Sasso fece una sorta di manifesto ideologico o, per meglio dire, anti-ideologico, nei due versanti in cui lo ha considerato: quello storico-culturale e quello teoretico. Per prima cosa, noncurante di ogni possibile accusa e di ogni critica politicamente situata, egli negò recisamente ogni rapporto tra la conformazione teoretica dell’attualismo e il regime fascista. In secondo luogo, dell’attualismo sfruttò la consistenza teoretica per radicalizzare – come già fatto con Croce – la divaricazione totale e incolmabile tra “logo” e “realtà di tutti i giorni”, relegando il divenire a meta cercata ma irraggiungibile. Secondo Sasso, teoria e prassi in Gentile erano sì correlate in modo inscindibile, ma non tanto perché la filosofia avesse qualsivoglia vocazione “pratica”, bensì perché la stessa dialettica diadica risultava impossibile, e lo stesso Atto gentiliano si risolveva, malgrado ogni intento, in perfetta identità.  Le conseguenze di questo modo di procedere erano difficili da comprendersi e, qualora comprese, impossibili da accettarsi per tutta quella filosofia del “senso comune” che pretendeva di salvare ottimisticamente il mondo sulla sola base della sua constatazione di fatto. La costante risposta ricevuta dai critici della filosofia di Sasso era che essa non “servisse”, non fosse di utilità pratica all’orientamento nel mondo o, persino, si risolvesse coerentemente in un radicale nichilismo. Al che Sasso poteva facilmente obiettare, con la consueta inesorabilità logica, che la filosofia non deve essere in alcun modo, perché semplicemente è il dominio del necessario, senza alcun vincolo morale, politico o situazionale di sorta. Il che non significa che, a suo giudizio, la realtà quotidiana, il mondo della completa insensatezza diveniente, non fosse importante; forse, con Wittgenstein, era anzi ciò che contava davvero, pur non essendo passibile di una rigorosa elaborazione concettuale.  Le varie “filosofie della praxis” lo facevano sorridere: “o si tratta di filosofia, o di prassi”, era solito affermare con il suo sottile sorriso sarcastico. Un sarcasmo corrosivo, ma mai presuntuoso nel senso di chi si avverte superiore per statuto o per partito preso; diversamente, sapeva essere micidiale nelle dispute, ma sempre con un’argomentazione nitida e impeccabile. Poche volte come nel caso di Sasso il nesso tra luogo abitativo e personalità è stato tanto coerente e passibile di una postuma mitizzazione: la quiete silenziosa e un po’ aristocratica dell’Aventino – sontuosamente narrato, quando ancora era campagna, dal D’Annunzio del Piacere, come talvolta raccontava in una rara concessione esplicita agli estetismi – era la cornice perfetta per andare a trovarlo nei miei soggiorni romani. La sua conversazione, capace di spaziare liberamente dalla decadenza politica del paese allo stato impietoso dell’accademia italiana sino alle aporie dell’essere, faceva il resto. Era un grande pensatore che, noncurante della valenza doxasticadella conversazione, sapeva intrattenere in modo splendido ogni interlocutore, compreso un ragazzo voracemente affamato di abissalità teoretiche quale io dovevo ironicamente apparirgli agli inizi della nostra frequentazione. Non ha senso ricordare qui i miei debiti personali verso di lui, perché la lista sarebbe lunghissima, e riguarderebbe sia questioni teoriche che pratiche, sia “di verità” che “di opinione”. Dalla lusinghiera citazione di un me giovanissimo in un suo libro fondamentale sino al parere decisivo che espresse per farmi ottenere un importante premio Linceo; dalla concessione di sue pagine sconosciute sino all’inaugurazione, non più di due anni fa, del “Centro di ricerca sulla filosofia italiana” presso l’Istituto fiorentino cui sono legato.  Sasso lascia un’eredità tanto solenne che è facile travisarla: un’eredità circondata da un alone di paradossalità e di aporie, esattamente come la sua filosofia. L’autore dell’analisi strutturale dei concetti e della purezza identitaria dell’Essere/verità, infatti, ha operato in svariati ambiti del sapere, travalicando confini che normalmente si crederebbero preclusi ad un “filosofo puro”. Ovvero, ciò che Sasso, pur circoscrivendo la filosofia nel modo più radicale che sia stato offerto dal secondo Novecento in avanti (con qualche parallelo nella scuola padovana di metafisica), non ha mai neppure pensato di essere. Il suo metodo di ricerca che, sviscerato nella sua consistenza logica, conduce alla impensabilità della relazione e alla ineliminabile fallacia del linguaggio, è passibile delle applicazioni più feconde in ambito non soltanto teoretico, ma storico-culturale, letterario, storico-artistico. Ciò che Sasso ha fatto nel distinguere contingenze da strutture (l’aspetto formale e quello eventico delle determinazioni, come avrebbe detto un altro grande del Novecento, Carlo Diano) conduce all’inesprimibilità se applicato in senso universale, ma consente una messe straordinaria di “delineazioni strutturali” anche nell’ambito che lui definiva doxastico. Un ambito governato dalla machiavelliana, imprevedibile, spesso feroce Fortuna, ma anche dalla possibilità di argomentare, sia pure non nel modo più rigoroso possibile. Quando il ragazzino ingenuo ed esaltato di cui sopra ebbe con Sasso, ormai anni fa, la sua prima conversazione, obiettandogli che – se la relazione era impossibile e si risolveva in assoluta identità – lo stesso mondo di tutti i giorni doveva coincidere a rigor di logica con l’essere immutabile, lui rispose, con totale semplicità: “Si guardi intorno: può eliminare tutto questo?”. Io, che nel frattempo sto proseguendo testardamente su quella strada, ritenendo sempre che non si possa dare sul piano ontologico una qualsiasi eccezione rispetto alla verità, mai ho constatato tanto amaramente l’irruzione del contingente nelle nostre esistenze come adesso che ho perso il punto di riferimento implicito di tutte le mie ricerche. Come voleva Benedetto Croce – e su questo Sasso, almeno nominalmente, sarebbe stato d’accordo – l’uomo di studi dovrebbe risolversi compiutamente nella sua opera. Per Sasso, questo “miracolo laico” è già avvenuto nel modo più riuscito. Eppure, persino mio malgrado, è proprio ciò che è andato oltre la sua opera che ogni giorno mi propongo di serbare e trattenere con la disperazione e la fermezza richieste, in differenti modi, sia dalla vita che dalla filosofia.  Jonathan Salina *In copertina: Alberto Savinio, “Icaro caduto”, 1930 L'articolo “Si guardi intorno: può eliminare tutto questo?”. Gennario Sasso, l’ultimo dei classici proviene da Pangea.
June 6, 2026 / Pangea
Filosofo o moralista? Duello all’ultimo sangue tra l’anatomista dell’Essere e il fustigatore degli esseri
A un certo punto la filosofia si contrasse rannicchiandosi su sé stessa. I grandi sistemi morali del passato tornarono alla forma ossuta e scintillante del frammento presocratico. Questo tzimtzum lasciò che al contenuto speculativo della filosofia sopravvivesse soltanto il suo aspetto esteriore — la forma, per così dire — di cui alcuni, i cosiddetti moralisti, approfittarono senza scrupoli e ritegno. Nelle loro mani i costumi, i vizi e le abitudini degli umani divennero l’argomentum a hominem di una disciplina che ormai se ne fotteva di Dio e dell’Essere. Come comportarsi in società dissimulando un feroce disprezzo per certe assillanti convenzioni fu per un certo tempo più importante del concetto di immortalità dell’anima o dell’indagine sulla natura del bene. La forma breve della loro scrittura si impose alla voluminosa trattatistica come l’oggettino insignificante — l’àgalma che Alcibiade paragona a Socrate — ingenuamente si compara con una preziosa parure di gioielli. Una massima o un aforisma usciti dal loro calamo valeva almeno quanto un capitolo della Critica della ragion pura o dell’Ethica more geometrico demonstrata. La morale, dunque, si snellì riducendosi a una presa di tabacco che il moralista modellò ai suoi gusti raffinati e alla buona capacità di scriverne o discorrerne in un sottile equilibrio tra il senso del «pubblico» e quello del «privato». Anche l’apparente cinismo del libertino non fece che sancire questo discrimine tra il «dentro» e il «fuori», tra ciò che era ammesso tra le mura domestiche e ciò che le convenzioni sociali aborrivano e condannavano. La morale alla quale costui faceva riferimento, in fin dei conti, non era altro che quella di un innocuo prurito erotico e un maldestro ateismo. Poco più di uno svago o un capriccetto, insomma. Eppure è in questa crepa che il moralista piantò il fittone per cominciare la scalata. Più che legislatore dell’anima, egli divenne interprete delle sfumature, custode di un equilibrio fragile, sempre esposto al rischio e al fascino della pura apparenza. L’uomo còlto nella sua rutilante inutilità e grettezza fu il suo bersaglio preferito. Tuttavia il moralista non è un filosofo di razza. Questo valga come assunto. La verità cui egli aspira non è quella, per intenderci, che altri misuravano con l’esistenza di Dio o con la necessità ontologica di questo o quell’altro ente. È vero, il suo sguardo si posa inesorabile sulle cose verso le quali, il più delle volte, egli manifesta il proprio sdegno, ma in fin dei conti il suo risentimento è innocuo. Il pungiglione che il moralista infligge all’umano consesso non fa di lui un Socrate che da Platone apprendiamo fosse insopportabile come un tafano. Costui infastidiva quel tanto che basta per poter dire di avere accarezzato, almeno per un giorno, l’alètheia. Il moralista, invece, s’illude che il mondo possa conformarsi allo schema arguto del suo Witz, alla sua sensibilità elevata a criterio universale. In altre parole, egli non tollera che altri possano avere preferenze o stili di vita diversi da quelli che egli forgia con i suoi aforismi. Mentre Democrito non tagliava né unghie né capelli e Diogene di Sinope era lercio come un cane rognoso, il suo abbigliamento e il suo modo di presentarsi in società parlano per questo honnête homme prima che apra bocca. E sebbene il più delle volte non ha né un’araldica né titoli accademici da esibire ha invece una ferrea cultura che brandisce come una clava. (E non soltanto per questo è antipatico come quelle donnette attempate alla Zia March che ci vogliono insegnare “a campare” con etichetta e bon ton). La sua filosofia si riduce alla «massima» come in La Rochefoucauld o alla «favola» come per La Fontaine, letteratura di facile beva, insomma. Finanche i Pensées di Pascal — un filosofo il cui pensiero è ingombrato dalla presenza di Dio — letti con un certo distacco non sono che un modesto livre de chevet o, detto altrimenti, una lettura che concilia il sonno. Eppure questi brillanti scrittori non hanno eguali in termini di stile e ingegno letterari. La loro prosa adamantina e ricercata fa da contraltare alla goffa prosopopea degli accreditati tromboni accademiciche in una pubblica conversazione non spiccicherebbero una parola se non ruminandola da calepini altrettanto fuffosi. Pare che Aristotele fosse bleso e che Rousseau ammettesse «[…] la lenteur de mes idées et l’aridité de ma conversation me forçaient de recourir aux fictions pour avoir quelque chose à dire» (Les rêveries du promeneur solitaire – Quatrième promenade). A tal proposito, anche il ritratto che Hotko dà del suo maestro Hegel è impietoso:  > «Spossato, corrucciato, sedeva là afflosciato a testa china, e parlando > continuava a sfogliare e cercare nelle lunghe pagine di quaderno, avanti e > indietro, su e giù; il continuo tossire e schiarirsi la voce intralciava il > flusso del discorso, ogni frase se ne stava isolata, e usciva con sforzo, > spezzata e gettata alla rinfusa; ogni parola, ogni sillaba si staccava solo > controvoglia, per poi ricevere, dalla sonora voce metallica in stretto > dialetto svevo, un’intensità stranamente enfatica, come se ognuna fosse la più > importante».   > > (H. G. Hotko, Ritratto di Hegel a Berlino) E con questo, credo che non ci sia altro da aggiungere. Su questa faglia di contraddizioni si situa uno degli ultimi libri di Marco Lanterna intitolato La bilancia inquieta. Saggiatura dei moralisti (La scuola di Pitagora, 2025). Questo piccolo saggio non è solo una ricognizione della tradizione moralistica, ma un preciso tentativo di misurarne il peso, di sondarne l’instabilità interna. Perché inquieta è la bilancia che oscilla, non solo per l’oggetto che pesa, ma per la mano che la regge. In tempi di sciupio di parole, di abbondanza bulimica di comunicazione e messaggi rabberciati, interessarsi ai moralisti e alla loro prosa in punta di fioretto è davvero un atto controcorrente e «inattuale». Ma Lanterna vi è abituato (si leggano i suoi saggi di filosofia abiotica, per esempio). E così il suo agile libretto si adegua alla forma di ciò che tratta dando prova, prima di tutto e come sempre, di stile e carattere personali, perché:  > «[…] l’unico modo degno d’affrontare i moralisti, anche in sede critica, è da > moralista, ossia continuandone lo spirito d’amor-odio per l’uomo, se > necessario fin nelle pieghe bitorzolute dell’erudizione. Non è però cosa da > tutti, occorre infatti essere moralisti in proprio e dunque possedere a > fortiori penetrazione psicologica sopraffina, pratica del mondo, animo > riscaldato, buone letture, stile (ossia l’esatto contrario del cursus > studiorum scolasticamente in voga)». Ma interessante è anche la breve rassegna di moralisti italiani che l’autore include nella seconda parte del saggio e che simpaticamente chiama «fricassea». Con lo stesso intento e spirito della Crestomazia italiana di Leopardi, Lanterna tira fuori dall’oblio i nomi e le opere di un manipolo di dimenticati e per essi rivendica la paternità del genere moralistico.  > «Che i cari francesi ci abbiano scippato un genere (magari fosse solo quello), > — reclama Lanterna — intestandosi il “moralisme” in filosofia, è cosa ormai > criticamente assodata. Da Petrarca, attraverso Pontano e l’Alberti, sino al > duo Machiavelli-Guicciardini e ben oltre, gl’italiani hanno fissato forme e > temi della moralistica assai prima dei cugini d’Oltralpe».  Cosicché da questa fricassea apprendiamo l’esistenza del Viaggio in Alamagna di Francesco Vettori, poderoso «come un faraglione»; delle strabilianti epistole di Filippo Casavecchia e delle architetture letterarie di Leon Battista Alberti. Inoltre vi leggiamo un delicato e commovente ritrattino di Paolina Leopardi, sorella minore del Recanatese, e persino di un certo Carlo Muccio, moralista contemporaneo, paragonabile per scetticismo al filosofo Pirrone di Elide. Di questi uomini si è quasi spenta la memoria. Il ricordo delle loro opere è un fioco lumicino il cui lucore — Lanterna lo dimostra — è risucchiato dalle tenebre. Ma dopotutto a chi più interessa smazzarsi e scervellarsi per questa gente giacché, come scrive un altro sagace e impenitente moralista del calibro di Albert Caraco, anch’esso fin troppo trascurato:  > «Fatti salvi un pugno di geni e una nidiata di scellerati, gli esseri umani > sono interscambiabili, le differenze che si notano provengono otto volte su > dieci dall’esperienza poiché la natura della maggioranza varia unicamente > entro i limiti della mediocrità». > > (A. Caraco, L’uomo di mondo) Vincenzo Liguori *In copertina: Carl Spitzweg, Il filosofo, 1855 ca. L'articolo Filosofo o moralista? Duello all’ultimo sangue tra l’anatomista dell’Essere e il fustigatore degli esseri proviene da Pangea.
April 7, 2026 / Pangea
“La trama degli opposti”. Pensare la fine del pensiero
Cosa vuol dire fare uno studio comparativo tra due autori? Innanzitutto, dirà l’accademico accorto, significa accertare la possibilità di un loro confronto, individuare un campo da gioco ed essere arbitri della partita; insomma, assicurarsi che esista uno spazio di dialogo. Sarà quindi opportuno chiedersi se l’uno conoscesse l’opera dell’altro, rintracciare le occorrenze del nome dell’uno nei libri dell’altro, magari aiutati dallo strumento digitale di un’IA particolarmente efficace o da quello analogico dell’indice dei nomi. Ancora, vuol dire indagare le occasioni di incontro e dialogo, stabilire se i due si sono effettivamente incrociati in vita. Tanto basterebbe a scoraggiare ogni tentativo di far dialogare Giorgio Colli ed Enzo Melandri. Minimi sono infatti i richiami espliciti – e del tutto unidirezionali: Melandri cita Colli come curatore dell’Organon aristotelico, mentre Colli non cita mai Melandri –, difficilmente ravvisabili quelli impliciti, del tutto inesistenti le testimonianze relative a contatti diretti tra i due. Non vale declassare queste esigenze a sofisticherie da filologi o eruditi, per quanto, come si sa, i filosofi guardino ai filologi un po’ come l’attempato visitatore di un museo guarda alla giovane guida turistica: con rispetto ma anche con un minimo di inconfessabile senso di superiorità. Più che mettere in fila le occorrenze o rinchiudersi negli archivi alla disperata ricerca di una lettera dell’uno all’altro, allora, tanto vale che il punto di vista da cui inizia l’indagine sia apertamente, manifestamente, svergognatamente teoretico. Di questi tempi, la teoresi richiede coraggio e inattualità, ingredienti presenti nel libro recente di Tommaso Scarponi, dall’impegnativo titolo Distruzione e analogia e dall’ancor più impegnativo sottotitolo La fine del pensiero in Colli e Melandri (Castelvecchi, 2025). Eccoli, quindi, i due perfetti sconosciuti, che non solo «non si conobbero né mai si lessero» (p. 11), ma i cui stili di scrittura filosofica sono lontanissimi: «stringato, apodittico e lampeggiante quello di Colli; paziente, divagante e devoto al gesto della citazione quello di Melandri» (ibidem). Il richiamo al ruolo della citazione in Melandri dice già molto della sua idea di analogia: la citazione, in qualità di quotation e non di semplice reference, esprime sintomaticamente un pensiero, attiva la prassi interpretativa che, basandosi sul principio di analogia, si approssima a un significato senza mai poterlo fissare in modo determinato e definitivo. Insomma, svolge un ruolo paradigmatico rispetto al pensiero dell’autore citato: fare una citazione significa rinunciare alla particolarità che le è connaturata e assumerla come espressione del tutto.  L’analogia di Melandri vive di questo doppio movimento: l’avvicinamento a un significato univoco e, ad un tempo, la ricerca “archeologica” delle condizioni di possibilità di quel significato. Proprio la risalita dalla cosa alla sua spiegazione è un movimento caratteristico del pensiero di Melandri: egli parte dagli usi dell’analogia per ricavarne le teorie, prende le mosse dall’indiscutibile presenza della cosa in sé per finalmente arrivare a coglierne il fenomeno. Più tradizionale e, se vogliamo, più disincantato, il percorso di Colli: l’immediato finisce dove inizia il discorso, che ne rappresenta il tradimento, la distorsione e la contraffazione. Come voleva Wittgeinstein, il vero, l’essere, non lo si può dire, si può solo dirne. La seconda parte del libro di Scarponi si concentra su Parmenide, Eraclito, Zenone, Gorgia e sulle interpretazioni che Colli ne ha dato. È in questo contesto che la filologia fa irruzione, non come aggiunta estemporanea o pleonastica, ma come ciò che sostanzia lo schema teoretico a cui ho accennato. La discussione sui frammenti degli eleati è infatti funzionale a comprendere la genesi e quindi i limiti della nostra logica. Rientra in questo quadro anche il significato della ‘terza via’ a cui, secondo la celebre interpretazione colliana, Parmenide avrebbe accennato nel suo poema, affiancandola a quelle, opposte ma parimenti sbarrate, dell’essere e del non essere. Un conto è to on, ciò che è, un altro è einai, la predicazione di quel che è. Solo la via della predicazione è aperta e percorribile per noi mortali; solo nella casa del giudizio possiamo avere dimora.  E Melandri? Il suo “chiasma ontologico” contrappone Parmenide ed Eraclito, l’univocità della proposizione e l’equivocità della parola. Niente di astratto: si tratta di capire come si è strutturata la logica occidentale, se a partire dal primato del logos o da quello dell’epos, dalla precedenza della parola rispetto alla proposizione o viceversa. Nella sostanza, i due procedimenti convergono verso uno stesso esito:  > «se la filosofia di Colli scatena la distruzione sistematica della logica > d’identità, […] quella di Melandri liquefà l’impalcatura stessa della logica». Da un lato Colli, che fa del discorso non contraddittorio ciò che distorce l’immediatezza del semplice contatto (il thigein, il toccare intuitivo di Aristotele), dall’altro Melandri, che pretende di far valere le ragioni di una forma del pensiero, l’analogia, che include il “terzo” e rifugge le contrapposizioni dicotomiche in favore di una logica che ammette gradazioni tra poli opposti. Dopo un lungo confronto “a distanza”, Colli e Melandri si danno idealmente convegno nell’ultimo capitolo del libro, in cui Scarponi si confronta con la lettura colliana dell’enigma e con quella melandriana della metafora. Se la ragione mette a tema l’immediato senza poterlo recuperare, se l’unico sguardo che si rivolge alla sapienza è quello del filosofo, cioè di colui che a quella sapienza è estraneo, allora tanto vale che anche il filosofo riconosca la contraddizione, che la accolga nel proprio linguaggio. Enigma e metafora, nel loro dire qualcosa e insieme qualcos’altro, conservano «la folta trama degli opposti, vincolandola alla contraddizione, nel tempo delle parole umane» (p. 175). È quando il pensiero si accorge che il suo tempo è fittizio, che la sua storia è inventata che esso propriamente finisce e si avvicina massimamente all’immediato. Solo per poi distanziarsene di nuovo e ricominciare a godere della propria inevitabile menzogna. Michele Ricciotti  *In copertina: una immagine dal “Thesaurus” di Albertus Seba L'articolo “La trama degli opposti”. Pensare la fine del pensiero proviene da Pangea.
February 25, 2026 / Pangea
Aspirare al miracolo. Un articolo per “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti”
Nel 1991, per Adelphi, esce un libro sconvolgente. Un libro-boato, un libro-baratro. S’intitola Sulla bilancia di Giobbe, l’autore si chiama Lev Šestov. In pochi conoscevano Lev Šestov: in Italia, alcuni suoi testi erano stati pubblicati negli anni Quaranta da Bocca, grazie ad Augusto Del Noce, un pioniere. Anche oggi il nome di Lev Šestov – a dispetto di pensatori meno radicali come Husserl e Heidegger, su cui impalcano cattedre accademiche, per non dire di altri, i filosofi proni all’attualità, pronti all’uso, prêt-à-porter – è susurrato nei sottoscala; se lo nomini ti tacciano di eresia, ti tacitano con un dito a cucire le labbra. Perché? Perché Lev Šestov denuncia le subdole manovre della filosofia, le menzogne della ragione, il disastro scientista, sporgendosi sulla soglia dell’assoluto. Perché Šestov scommette sul mistero, smantellando il calcolo. Dopo aver devastato sistematicamente ogni idolo e ogni “sistema”, Šestov ci getta tra le fauci del Dio vivente – col rischio che non esista altro che il Suo latrato, il deserto, il mirabile miraggio.  Insomma: Šestov non si può addomesticare. Intorno all’assurdo e all’esistenzialismo hanno edificato università, cattedrali catafalchi del niente; perfino Emil Cioran è diventato di moda, lo pubblicano a spron battuto come se i suoi spietati aforismi fossero le veline dei Baci Perugina. Lev Šestov no, rimane insondabile, inattingibile, reca il marchio del maniaco, del pazzo. Così, viene stampato alla macchia, qua e là: appena Bompiani lo ha introdotto, di diritto, nella nobile collana del “Pensiero occidentale”, con alcuni dei suoi libri più importanti – Atene e Gerusalemme, Speculazione e rivelazione, Potestas Clavium –, quasi subito è stato espulso. Il suo, in effetti, è un pensiero dell’inappartenenza e della latitanza. Lev Šestov, nato a Kiev l’ultimo giorno di gennaio del 1866, non ha affinità con i filosofi: è della stirpe degli Isaia e dei Geremia, porta la parola fiammante di San Paolo, alterna anatema e grazia. Fa coincidere gli opposti e parteggia per gli impossibili, si schiera contro gli araldi del bene comune e i retori del nichilismo d’accatto; Lev Šestov è l’autentico nemico del “progresso”, è l’avversario dell’oggi. Come considerare uno che dichiara a chiare lettere che “non vi è nulla in comune fra la scienza e la filosofia: non solo non si aiutano né si completano a vicenda, come si è soliti pensare, ma lottano sempre fra loro”? Come trattare questo infallibile terrorista del pensiero, ostile all’acquiescenza, al benessere, alle glorie della tecnica, quando scrive che “una esistenza pacifica, gradevole, equilibrata sopprime l’umano nell’uomo, lo riduce a pura vita vegetativa, lo immerge di nuovo nel grembo di quel nulla da cui una forza enigmatica lo ha estratto”?  Proprio ora, più che allora – Lev Šestov muore nel 1938, nell’esilio parigino, circondato da un generico timore reverenziale – questo pensatore integerrimo va silenziato: è il solo a mettere in scacco il “mondo delle evidenze”, a disintegrare i falsi dèi della scienza, della morale corrente, delle istituzioni vigenti, dei “principi” ipocriti necessari a sancire la nostra beata sottomissione. Nella sua strenua Lotta contro le evidenze – così il titolo di uno dei testi più clamorosi, del 1922 – Lev Šestov, tramite una cruenta catabasi nell’opera di Dostoevskij, marginalizza “la ragione, che uccide il mistero e la verità”, insegna che “Dio non è dimostrabile. Non si può cercare Dio nella storia. Egli è il ‘capriccio’ incarnato, che respinge ogni garanzia” e che  > “le verità sono per natura inutili: ogni tentativo di renderle utili, buone a > tutti per sempre, ossia universali e necessarie, le trasforma immediatamente > in errori”.  Già, ma come è possibile vivere senza appigli, nella protervia dell’urlo, autenticamente liberi, cioè scevri dalla “conoscenza, l’autorità incontestabile, infallibile, ai cui piedi tutti insieme possiamo prosternarci”? Come vivere consapevoli che “verità e conoscenza scientifica sono inconciliabili”? Verità vuol dire sapere che “Dio esige sempre l’impossibile”, vuol dire “vivere ore, giorni, anni in un’atmosfera di evidenze contraddittorie che si escludono a vicenda”, compiere gesti che al prossimo appaiono irrazionali e apocrifi, proprio come fanno gli uomini del sottosuolo raccontati da Dostoevskij, riconoscere  > “che quaggiù tutto comincia ma nulla finisce; che il capriccio ha diritto a > garanzie, che il fantastico è più reale del naturale; che la vita è la morte e > la morte è la vita”.  Figlio di un commerciante di tessuti dal piglio autoritario, Šestov studiò Diritto a Mosca; scoprì tardi la vocazione al pensiero randagio, dedicando i primi lavori a Shakespeare e a Tolstoj. Vide nella letteratura lo spiraglio alle angustie della filosofia sistematica. Fece di tutto per sobillare se stesso, per spogliarsi di ogni attributo intellettuale. Da bambino, era stato rapito per sei mesi da un gruppo di anarchici; di stirpe ebraica, sposò clandestinamente una giovane ortodossa: per anni, tennero nascosta la loro relazione, vagando di città in città. Intruppato nella flotta dell’Armata rossa, perse il figlio, Sergej, al fronte; nel 1921, disgustato dagli esiti della Rivoluzione, Šestov approdò a Parigi, in un minuscolo appartamento. I suoi soli discepoli, pensatori dalla singolarità disarmante, morirono entrambi in circostanze terribili: Benjamin Fondane ad Auschwitz, nel ’44, nelle camere a gas; Rachel Bespaloff per scelta, con il gas, nell’esilio americano, a South Hadley, Massachusetts.  A Genova, nel 1900, Lev Šestov mise a punto la sua Filosofia della tragedia, dopo un geniale attraversamento nell’opera di Nietzsche e di Dostoevskij (edito nel 1903, il libro è edito, per la cura di Luca Orlandini, dall’editore De Piante). Cronachista della notte oscura dell’anima, temerario nel sondare il lato oscuro di ogni idea, Šestov si appoggia ai soli, disperati autori che hanno osato scarcerarci dai canoni del pensare comune, dichiarando che ciò che per tutti è vero è menzogna, che l’idea del bene è altro dal Bene, che la giustizia terrena è una truffa.  > “Dostoevskij e Nietzsche non tengono più conto dei bisogni dei buoni e dei > giusti (Mill e Kant). Poiché hanno capito che il futuro dell’umanità, ammesso > che l’umanità abbia ancora un futuro, non è nelle mani di coloro che oggi > trionfano nella convinzione di possedere il bene e la giustizia, ma, al > contrario, è nelle mani di coloro che, non conoscendo sonno, riposo o gioie, > lottano e cercano e, abbandonando i vecchi ideali, vanno incontro a una nuova > realtà, per quanto terribile e ripugnante possa sembrare loro”. Questa “nuova realtà” passa dalla violenza dell’individuo sovrano – che non accetta di farsi gregge, al trogolo del “buon senso”, e volta le spalle al proprio tempo – alla voracità insaziabile del Dio vivente, il terribile, non quello di cui si fa mercimonio nelle cattedrali, di cui si avverte l’eco da ambigui amboni.  Šestov sapeva che lui e i suoi lettori sarebbero stati additati come “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti”. Si sentiva in sintonia con Pascal e con Spinoza, amava Plotino, quello che insegna che “la verità ultima… ci viene dall’esterno, all’improvviso, grazie a un’illuminazione istantanea”, che occorre “aspirare al miracolo”.  Albert Camus scrisse di lui nel Mito di Sisifo: quel pensatore che “esalta la rivolta dell’uomo contro l’irrimediabile” lo aveva superato. Assiso sulla sua poltrona, Šestov, uomo di scarsa ironia, dallo sguardo triste come l’eroe di un poema di Puškin e dalla barbetta a machete, aveva sferrato l’attacco più prodigioso mai tentato contro il nostro tempo.  *In copertina: una immagine da “Stalker”, il film di Andrej Tarkovskij del 1979 L'articolo Aspirare al miracolo. Un articolo per “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti” proviene da Pangea.
November 17, 2025 / Pangea
“Il canto del Nulla”. Su Roger Munier: un poeta-pensatore tra Heidegger e Celan
È stato Roger Munier, munifico in amicizia, a far incontrare Martin Heidegger e René Char. Era il 1955, Jean Beaufret aveva invitato Heidegger a un convegno, Qu’est-ce que la philosophie?, a Cerisy-la-Salle; Jacques Lacan avrebbe ospitato il filosofo tedesco a casa sua. Ne sortì, tra estremi, un legame possente. Undici anni dopo, Char invita Heidegger a Le Thor, in Provenza, a parlare di Eraclito.  Nato a Nancy il 21 dicembre del 1923, Roger Munier aveva incontrato Heidegger a Todtnauberg, nella Foresta Nera, nel 1949: aveva ventisei anni, cominciò a tradurre la Lettera sull’“umanismo”, uscita, infine, nel ’53 sui “Cahiers du Sud”. Si era avventurato in Germania per sfidare, viso-nel-viso, quell’uomo che gli aveva in certa misura cambiato la vita. Heidegger, come sempre, maculato di sorrisi e di allusioni, fu cordiale, generoso, di quarzo.  Che figura straordinaria quella di Roger Munier: ha tenuto insieme mondi, spiriti, con l’arguzia di una merlettaia del pensiero; sì, proprio come una devota figura di Vermeer, sempre a distanza dal centro verminaio del quadro – per eccesso di sapienza –, sempre così azzurra.  Scoprì Heidegger mentre studiava teologia tra i Gesuiti: per un po’, Munier fu folgorato dall’ordine, stigmatizzato da una specie di conversione. Mollo tutto nel ’53, impegnandosi, da allora, nei ranghi dell’Otua (Office technique pour l’utilisation de l’acier), organizzazione legata all’industria siderurgica, per cui ricoprirà alti incarichi. In Francia, si legò a Paul Celan; riceveva biglietti affettuosi da Emil Cioran. In Giappone, si innamorò della poesia orientale: ne amava l’asciuttezza, la tirannia dello sguardo, quelle immagini al contempo brusche come un colpo d’ascia, tenere come un fiore. La passione fermentò in un libro, Haiku, pubblicato da Fayard nella collana di documents spirituels “L’espace intérieur”, diretta proprio da Munier; tra i titoli in catalogo spiccano un saggio di Thomas Merton sul Taoismo, la Guida spirituale di Miguel de Molinos, il padre del “quietismo”, la biografia di Milarepa tradotta da Jacques Bacot (attualmente in catalogo Adelphi) e un libro di Julius Evola sullo yoga tantrico. A corredo del libro, eletto alla bellezza, un sublime saggio di Yves Bonnefoy, Du haiku.  Negli anni, Munier, figura tanto centrale da restare elusiva ai più, eletta da un istinto allo straniamento, si trincerò dietro un fortino di autori-totem: a lui dobbiamo la traduzione in francese di Angelo Silesio e di Antonio Porchia, di Roberto Juarroz e dei libri più importanti di Octavio Paz. Per i “Cahier de l’Herne” voltò nel proprio idioma Che cos’è metafisica?, il celebre lavoro di Heidegger; per le edizioni Fata Morgana ha tradotto e commentato l’ottava delle Elegie duinesi di Rilke: lo affascinava il punto di “completa lacerazione” della poesia, quello in cui “la visione si apre, finalmente, senza schemi né limiti, e lo sguardo, liberato, si effonde nella profondità dell’animale”.  Nel 1973 Gallimard aveva pubblicato L’Instant, indocile esordio poetico di Munier. Si legge, in quel procedere per frizioni e slogature grammaticali – che sorbite in calce all’articolo –, lo sgocciolio di Celan; soprattutto: i vagabondaggi nel linguaggio di Eraclito. Con “l’Oscuro” di Efeso Munier si confronta per anni: nel 1991 Fata Morgana pubblica un’edizione dei Fragments che, a dire di chi sa, resiste per aurea nitidezza. Anche qui: Munier è affascinato dal crollo del linguaggio, dalla sua imbestiata beatitudine, da una solitudine solare – scrive di una “parola-cosmo, il primo e ultimo dire di tutte le cose”. Come a dire aiuto – come a dire amore.  Autore di un’opera erratica, dal 1995 comincia a raccogliere i diari con il titolo simbolico Opus incertum(qualcosa esce per Gallimard, poi è gara tra diversi editori, per una mole di oltre tremila pagine; l’ultimo tomo, La Voix de l’érable, Opus incertum VII, Mars 1995 – Septembre 1997, è uscito quest’anno per le edizioni Arfuyen). Si tratta, scrive Munier, di “pensieri quotidiani che s’incastrano l’uno nell’altro con un certo disordine, non senza un movimento segreto che li governi… è un percorso da nottambuli”. Disordine, segreto, notte. Già: omaggiare il linguaggio nella sua disparità; romperne il carapace, essere capaci nel fuoco.  In questa tratta nell’aldilà della parola, è quasi naturale che Munier abbia ingaggiato una lotta senza quartiere con Rimbaud, con quel dire senza diaria, senza ricompensa. Nel 1976, per “Archives des Lettres modernes”, cura una inchiesta, aujourd’hui, Rimbaud…, che mette in fila pensatori, scrittori, poeti. Tra i tanti, partecipano Le Clézio e Bonnefoy, Derrida e René Char, che rinviene con un’illuminazione: > “Bisogna vivere Rimbaud, l’inverno, attraverso un ramo verde la cui linfa > ribolle e schiuma nel camino, nell’indifferenza di un fuoco di ceppi morti che > si inchinano”.  Naturalmente, all’alto consesso partecipò, avvolto in titanica stola, anche Heidegger; come sempre, portò il discorso in un altrove terribile: “Intendiamo con sufficiente chiarezza, nel dire che dice la poesia di Arthur Rimbaud, ciò che tace? Vediamo, già, l’orizzonte a cui è giunto?”.  Nessun punto di sutura tra noi e il linguaggio – dacché la parola esiste per scatenarci. Dunque: si dice per recidere (non per recitare, non per decidere).  Muore, infine, Roger Munier, nell’agosto del 2010, riposa a Xertigny, nei Vosgi, la terra degli avi; un bel sito è consacrato alla sua memoria. *** I privi di tutto Chi nomini – cosa?  Nulla ha nome il nome nomino. Il mare non conosce la tua musica – tu  ignori la sua È l’albero che freme al vento o il vento  che freme nell’albero? Chi si muove: albero o vento? Un corvo nero, aguzzo nel giorno opale artiglia l’opale.  Il brusio del torrente se nessuno lo intende è niente. Non esiste brusio non è che nulla. Ma urla.  Il canto  del Nulla. Predilige l’alba che nel suo imbelle chiarore tiene sotto chiave la notte.  Qualcosa viene il solo che viene e non viene porzione del nostro oblio.  Il tempo avviene infaticabile continuo come il divenire di ciò che viene.  Tutto è chiuso e si conferma nel centro della sua notte. Tutto ciò che si spalanca è ferita.  Il giorno non sfugge alla notte né la notte al giorno: ciò che esiste esiste perché sia annientato.  Il nulla non è il terribile: terribile è la lotta nel giorno della sua apparizione questa agonia che viene.  Cercò una parola l’ultima parola. Quella che metterà fine a quel dire  inutile e infinito. Soltanto una parola ha tale potere.  Niente  non c’è da dire su ciò che ci fa parlare.   Dicembre 1974 * Da La traccia Destituire. Strappare.  Nulla se non l’aleatorio eppure non è caos. Quando perdi il filo e insinuarsi non è più possibile quando l’ostacolo è massiccio compatto, continuo allora tocchi il continuo l’esattezza del continuo continuamente. Niente che possa vedere niente – è indubbio. Niente  è lì se non lo vedo.  Fissa… cosa? L’istante? No.  La figura. Quella che appare e sparisce nel volgere dell’istante.  Che rinvenga che ritorni dissotterrato il puro momento che tutto miracolosamente disfa – essendo sé (nello splendore) e dunque indistinto, fuso nell’unità perenne…  Il cielo si copre.  Remissione, rapimento.  Nel grigio del mare: il caglio del tempo.  Se viene, se è è nel deviare. È come decentrato e devi sporgerti per raggiungerlo. Nell’inatteso – di lato.  No, il sole in effetti non si leva né cala.  Nel ritrarsi della traccia appare, al di là di ogni designare. Insignificante apparenza: non è che se stesso. Perde perfino il nome.  L’uccello riceve la pioggia nel becco, nel cranio tesi verso ciò che precipita.  È pioggia? No: specie di crollo, l’impalpabile si effonde e affonda un venire, un avvento silente, dall’alto.  La pioggia, la pioggia… Come la fine di una distanza.  La gioia risaputa non è più gioia gioia non è – nulla  può essere identificato –  poi: identità comincia.  La pioggia cessa all’improvviso qualcuno la trattiene è riottosa, reticente. Poi: comincia a martellare ricomincia, incerta… Il tempo – cos’è il tempo? Tutto è lo stesso ed è  immobile, ma mai  un precedente.  Nuvole: grigia lega, lenta lana che nega, assolve la sera, svanisce.  ** Da Haiku Ah… poter essere                   un bambino il primo giorno dell’anno (Issa) * Mi sono voltato ma l’uomo si era già perso nella nebbia (Shiki) * Sovrasta il mare un sole ingabbiato tra rovi di nebbia (Buson) * Pioggia di primavera –                    e ogni cosa torna a splendere (Chiyo-ni) * Nel più lungo giorno                   muschio negli occhi                                     che fissano il mare (Taigi) * Ignaro del lignaggio del luogo                   un uomo taglia l’erba (Shiki) * Anche sulla legna ammassata per il fuoco nascono germogli (Bonché) * Prima che l’ipomea fiorisca, consumiamo il pasto: siamo umani (Basho) * Ho colto la peonia: stasera mi coglie una profonda nostalgia (Hokushi) L'articolo “Il canto del Nulla”. Su Roger Munier: un poeta-pensatore tra Heidegger e Celan proviene da Pangea.
September 8, 2025 / Pangea
“Eterno fuoco vivente”. Eraclito il pensatore Sfinge amato da Simone Weil
Nel dire frammento, in Eraclito, s’intende: frantume di vetro, punta di freccia, dardo al veleno – cosa che ferisce; che mutila.  Per questo Eraclito è il pensatore più audace del Novecento, il secolo mutilato, il secolo che ha fatto della mutilazione il proprio carisma. La bomba, il bombardare, mutezza nel mutilare.  (Mutilata Nike, mutilato Bacon, anime mutilate, incompiutezza, e dare a questa falce il nome primaverile) A differenza, ad esempio, della ferita, che è sempre uno spiraglio, è sempre una finestra: pensare all’icona del Crocefisso, ad esempio. La mutilazione non si risana, di quel grido non risuona benedizione da risorto. Il ferito accoglie; la mutilazione irrompe in orrore.  Eppure: dal mutilato tendere all’intero, all’uno che non è più. Mutilato: simbolo. Spezzare per ricomporre.   Secondo Giorgio Colli, Eraclito è il “più duro” perché “enuncia i suoi enigmi senza scioglierli”. All’agonismo dell’enigma – vince chi sa risolverlo, cioè: vanificarlo – segue l’agonia. Enigma è sfinge che uccide. Tutti sotto egida dell’enigma, sotto minaccia.  In realtà: sciogliere l’enigma, ovvero: spaccare le finestre. Non è un caso che il lavoro definitivo di Colli sulla Sapienza greca, il cui culmine è Eraclito, sia incompiuto, mutilato. Eraclito mutila. Scavo dal collage posto in Appendice all’Eraclito edito da Adelphi nel 1980: > “L’esperienza contemporanea contrappone il principio di vita al principio > della morte. Ma per la sapienza antica la morte è soltanto l’ombra lunga e > vacillante proiettata dalla vita, esprime la finitezza che sta nel cuore > dell’immediato. Ciò significa l’allusione di Eraclito che Dioniso e Ade sono > lo stesso dio. Freud contro Eraclito: chi ‘sa’ di più?” Eraclito – che per mutilata natura si offre al frainteso: un cranio può essere preso per cornucopia o brocca – impone i temi della contemporaneità: divenire, polemos padre di tutte le cose, coincidenza degli opposti, esistere da sonnambuli, cibarsi di illusioni e di superstizioni, confondere il dio con l’idolo, la forma con l’immagine, la figura con lo sfigurato. Soprattutto, il potere del logos. Le cose esistono perché acquartierate in un nome; ma di quel nome, di cui impunemente ci appropriamo, sappiamo la superfice. Siamo noi, i creati, il cibo del linguaggio, che continuamente ci mastica e rigurgita. Da qui: ordalia dell’oracolo.  Secondo la storia tramandata da Diogene Laerzio, Eraclito rifiuta di dettare le leggi agli abitanti di Efeso: preferisce ritrarsi all’ombra del tempio di Artemide – la dea che presiede l’arco, la caccia, la luna, una bene armata verginità – giocando a dadi con i bambini, per poi volgersi al bosco, dimentico del linguaggio, rientrando nel ferino. Volta le spalle all’ordine della polis, il pensatore, predilige il caos, l’innocenza violenta e inviolata, il lallare dei bimbi e il detto sacro, a sobillare umana lingua.  Da qui, eterna lotta tra dire e comprendere: cosa può la poesia se non mutilarsi mentre ascende – o spezzarsi in frammenti dopo il crollo?  Le svariate traduzioni di Eraclito in italiano – una leccornia per i classicisti, immagino, un rebus – ne dicono l’onnipotenza. Si dice oscuro intendendo – come Hölderlin – una chiarezza possibile soltanto a chi ha occhio d’aquila – a chi sa fissare il sole, “grande quanto il piede di un uomo”. Al di là di Colli, preferisco la versione di Angelo Tonelli (Eraclito, Dell’origine, Feltrinelli, 2005) e quella di Luciano Parinetto (Eraclito, I frammenti, Marcos y Marcos, 1982), di particolare bellezza lirica, spiazzante per sprezzatura. Il poeta più eracliteo del secolo è stato René Char: la Sorgue la sua Efeso, la sua Delfi. Le mutilazioni di Char, però, sono greto pieno di latte, costato che, volto al contrario, disincastrato, diventa culla.  > “Chi crede l’enigma rinnovabile, lo diventa. Scalando liberamente l’erosione > spalancata, ora luminosa, ora buia, sapere senza fondare sarà la sua legge. > Legge che osserverà ma che avrà ragione di lui; fondazione di cui non vorrà > sapere ma che lui stesso porrà in opera.  > > Si deve tornare senza posa all’erosione. Il dolore contro la perfezione.  > > (da In una casa murata a secco, in: R. Char, Ritorno Supramonte e altre > poesie, a cura di Vittorio Sereni, Mondadori, 1974; 2002) Il poeta parla di erosione: mutilazione operata goccia a goccia. Opera d’acqua, dunque – in contrasto all’opera del fuoco di Eraclito. Il buco in vece della cenere. Erosione del verbo, che del perfetto è il bandito, l’effetto. Una sete anima il poeta – ho sete, latra il Nazareno.   Eraclito è l’opposto di ermetico: verbo solare, il suo – come l’angelologia dello Pseudo-Dionigi. Per questo: dubitare dei poeti complici della complicanza. Se appare oscuro è per difetto di nostra vista – anzi: di slancio, di elan, di audacia nell’ascolto. Char scrive l’introduzione alle traduzioni di Eraclito dell’amico Yves Battistini (Cahiers d’art, 1948, con quindici acqueforti di Georges Braque; ora in: Trois présocratiques, Gallimard, 1988; qui tradotta in appendice); nel 1966, a Le Thor, invita Martin Heidegger a parlare di Eraclito.  Il frammento è ciò che resta dell’unico – voi siete le parti di un unico corpo, dice San Paolo. Di quel corpo di cui non sappiamo più vedere il volto, il sorriso.  D’altro lato, nel 1953 Gallimard pubblica un insieme di scritti di Simone Weil come La source grecque, nella “Collection Espoir” diretta da Albert Camus. In particolare, sono raccolti alcuni tra i testi più noti di Simone Weil: la riflessione su Antigone e L’Iliade, ou le poème de la force. In appendice, le sue nude versioni dai “Frammenti di Eraclito”, di cui qui – tra sussurro e tradimento – si offrono alcuni brani. Simone Weil tentava di compiere una sintesi immedicabile tra pensiero greco, intuizione cristiana, sapienza indiana. Più che un enciclopedista di aforismi, l’Eraclito di Simone Weil pare il traditore del Verbo, il gran bugiardo che per gioco svela il vero – e ci scaglia il dio/leone addosso.  Cosa trarre da questi incroci? Spoliazione immediata di sé – entrare, da mutilati, nel canto, e che questa mano, senza medicamento alcuno, sia il nostro sole.   ** Fragments d’Héraclite 1  Quanto al logos, questo logos eternamente reale, gli uomini non ne hanno alcuna comprensione finché non ne parlano e non cominciano a parlarlo. Benché tutte le cose accadano conformi al logos, potremmo pensare che non ne abbiano fatto esperienza. Eppure, fanno esperienza di parole e fatti analoghi a quelli che descrivo e distinguono ogni cosa secondo la sua natura, spiegando com’è. Gli uomini non sanno cosa fanno da svegli come non sanno più cosa hanno fatto [in sogno] durante il sonno.  * 2  …dunque non resta che avvinghiarsi al comune. Perché il comune unisce. Ma quando il logos è comune agli esseri viventi, la maggior parte se ne appropria nel pensare, come fosse cosa sua.  * 3  Il sole: grande quanto il piede di un uomo.  * 4  Se la felicità risiede nei piaceri del corpo, dovremmo credere che i buoi siano felici quando hanno fieno da masticare.  * 5 Invano, uomini lordi di sangue si purificano; come se qualcuno piombato nel fango si lavasse con il fango. Se vedessimo un uomo agire così, gli daremmo del pazzo. E pregano immagini di dèi, come si chiacchiera in una casa. Non sanno cosa sia un eroe né un dio.  * 6 Il sole è nuovo ogni giorno. * 7 Se tutti gli esseri diventassero fumo, le narici li distinguerebbero.  * 8 Ciò che si oppone coopera, e da ciò che contrasta procede la più bella armonia, è la lotta a generare tutte le cose.  * 9 Un asino sceglie il cardo più che l’oro. * 10 Tutte le cose sono e non sono unite, convergono e contrastano, consuonano e sono dissonanti; da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose.  * 12 Per chi entra negli stessi fiumi, altra e continuamente altra è l’acqua che scorre; e le anime dal liquido si voltano ai vapori (caldi e secchi) * 13 Lussuria nella lordura.  * 16 Chiarità che mai passa, come sfuggirle? * 18 Se non lo si spera non si troverà mai l’insperabile; non lo si può cercare e non c’è modo di volgersi a lui.  * 21 Tutto ciò che vediamo da svegli è morto, ciò che vediamo dormienti è sonno.  * 23 Se non esistesse il crimine non saprebbero il nome Giustizia. * 25 Al grande male la più larga parte. * 26 Di notte un uomo tocca la luce, morto a se stesso eppure vivo. Dormiente, tocca ciò che è morto, la sua vista è spenta. Desto, tocca il dormiente.  * 27 Ciò che attende i morti è diverso da ciò che sperano, da ciò che pensano.  * 30 Questo mondo (ovvero: kosmos, ordine del mondo) è lo stesso per tutti, nessun dio e nessun uomo l’ha creato, ma è da sempre e sempre sarà, eterno fuoco vivente, acceso secondo misura, spento secondo misura.  * 32 L’uno, quest’unico sapiente, che vuole e non vuole essere nominato Zeus.  * 40 La conoscenza non insegna a diventare sapienti.  * 44 Il popolo difenda la legge come una muraglia. * 45  Non puoi tracciare limiti all’anima, nemmeno percorrendo tutta la via, tanto è profondo il suo logos.  * 46  Del pensiero disse: è il male sacro.  * 48 Il nome della freccia è vita, ma opera la morte.  * 49 Entriamo e non entriamo, siamo e non siamo negli stessi fiumi.  * 50 Chi non ha prestato ascolto a me ma al logos concorda sulla sapienza: uno è tutto.  * 51 Non comprendono come l’opposto si accordi in una identità. L’armonia è cambiamento di fronte, come l’arco nella lira.  * 53 Guerra è madre di tutte le cose, di tutte le cose regina, e fa apparire alcuni come dèi altri come uomini, e rende alcuni liberi e altri fa schiavi.  * 54 Invisibile armonia è più dell’armonia manifesta.  * 60 Sentiero che sale o che scende è uno, è lo stesso.  * 62 Immortali mortali, mortali immortali: sperimentano morte, muoiono gli uni nella vita degli altri.  * 63 [Resurrezione della carne]. Si levano davanti all’essere che è là e ne diventano i guardiani, vegliano sui vivi e sui cadaveri.  * 64 Il fulmine governa il tutto. Il fulmine è fuoco eterno, fuoco sapiente e autore dell’amministrazione del mondo. *** Su Eraclito  Pare impossibile conferire a una filosofia il volto netto, vittorioso di un uomo e, viceversa, adattare i tratti precisi di un essere al carattere, pur sovrano, di un’idea. Ciò che intravediamo: la cosa che ascende, assalti di passaggio. L’anima si fa periodicamente affascinare da questo alato montanaro, il filosofo che si propone di farle raggiungere una guglia più trasparente, per conquistare la quale l’anima si presume mondana. Ma poiché le leggi proposte sono, almeno in parte, smentite dall’opposto, dall’esperienza e dalla stanchezza – una funzione universale –, l’obbiettivo sperato è, infine, una delusione, una remissione, un rimettersi in gioco della coscienza. La finestra così clamorosamente aperta sul prossimo era invero aperta solo all’interno, nel più labirintico interiore. Fu così fino ad Eraclito. È così che il mondo continua per coloro che ignorano l’Efesino.  Il nostro gusto, la nostra voglia, le nostre molteplici soddisfazioni sono tali che alcune particelle di sofismo possono stringerci, in un lampo; e toccare la nostra fame. Ma presto la verità riprende il suo posto come guida dell’assoluto e noi ricominciamo a seguirla, avviluppati dall’uragano e dal vuoto, dal dubbio e da una altezzosa supremazia. Tanto è ingegnosa la speranza! Tra tutti, Eraclito è colui che, rifiutandosi di molare la prodigiosa domanda, l’ha condotta ai gesti, all’intelligenza e alle abitudini dell’uomo senza attenuarne il fuoco, senza interromperne la complessità né comprometterne il mistero o opprimere la sua giovinezza.  Sapeva che la verità è nobile, che l’immagine che la rivela è la tragedia. Non si accontentò di definire la libertà, la scoprì inestirpabile, che coinvolge la tracotanza dei tiranni, che perde il suo sangue accrescendo le forze, al centro del perpetuo. La sua vista da aquila solare, quella particolare sensibilità lo hanno persuaso una volta per tutte che la sola certezza che noi possediamo sulla realtà del domani è il pessimismo, una forma perfetta del segreto in cui ci rifugiamo per rinfrancarci, in cui stiamo in guardia e dormiamo.  Il divenire progredisce dentro e intorno a noi. Non è subordinato alle evidenze della natura: vi si aggiunge e agisce su di essa. Salva è l’occasione dell’evento magico che si produce davanti ai nostri occhi. Che sconvolge e arricchisce un ordine troppo spesso ingrato.  La percezione del fatale, la continua presenza del rischio, questa oscurità che è come un grande remo nelle acque, mantengono l’ora in sospeso e noi tesi e disponibili alla sua altezza.  La questione se dire il giusto o dire meglio, è irrilevante. Dicendo il giusto, sulla punta o nella scia della freccia, la poesia si lancia immediatamente verso le vette, perché Eraclito possiede il potere sovrano che ascende, che spezza e muove il linguaggio, servendolo al proprio pasto, al proprio bene.  Condivide con altri la trascendenza che gli è assente. Al di là della sua lezione, una bellezza senza tempo rimane, come il sole che matura sui bastioni ma porta altrove il frutto dei suoi raggi. Eraclito chiude il ciclo della modernità che, alla luce di Dioniso e della tragedia, avanza verso il canto finale e il finale confronto. La sua marcia culmina sull’oscuro e folgorante palco dei nostri giorni. Come un insetto effimero e appagato, fermo su un dito – sulle nostre labbra, il suo indice dall’unghia strappata.  René Char L'articolo “Eterno fuoco vivente”. Eraclito il pensatore Sfinge amato da Simone Weil  proviene da Pangea.
August 9, 2025 / Pangea
Neutralizzare Heidegger. Sui tentativi (più o meno goffi) di fare di un maestro un mero “oggetto di studio”
È notoriamente impossibile fare lo spoglio della mole di studi sfornata ogni anno dalle università e dalle case editrici sui classici della letteratura e del pensiero. Tuttavia ogni tanto, un po’ per caso, un po’ perché ce la andiamo a cercare, è necessario buttare un occhio in strada per constatarne la situazione e, se si intercetti qualche soggetto disturbante, prendersi la soddisfazione e ottemperare al diritto/dovere di critica, di scagliare qualche freccia o, almeno, qualche voce di allarme. Ed è ciò che faremo ora presentando due lavori su Martin Heidegger, esciti entrambi per Mimesis: Heidegger e Michelstaedter. Un’inchiesta filosofica di Thomas Vašek, e Heidegger e la Gnosi di Lucrezia Fava. Inizieremo col primo, il più problematico e urticante. * * * Partiamo dal titolo originale: Schein und Zeit – Heidegger und Michelstaedter. Auf den Spuren einere Enteignung, o sia: «Apparenza e tempo – Heidegger e Michelstaedter. Sulle tracce d’una espropriazione». La versione italiana quindi corrompe radicalmente l’intenzione dell’autore: Heidegger e Michelstaedter. Un’inchiesta filosofica sarà commercialmente più appetibile, ma non si può sempre sacrificare tutto al dio mercato. Nel titolo originale, dietro l’espressione palese, ci sono due allusioni. La più facile: «Schein» in luogo di «Sein», che sta a indicare una sorta di maschera, indossata naturalmente da Heidegger. La seconda è meno perspicua e riguarda la parola centrale del titolo: Enteignung, che rimanda evidentemente allo spettro dello «Er-eignis» uno dei concetti centrali heideggeriani e quello che sorregge i Beiträge zur Philosophie. Mi auguro solo di non aver sopravvalutato un autore a dir poco sospetto. Il titolo originale, si capisce, accenna a un possibile e forse, secondo l’autore, probabile plagio ai danni di Carlo Michelstaedter da parte di Martin Heidegger. Una tesi invero sorprendente e di quelle che per solito ingenerano due ordini di reazioni: o grande interesse, oppure totale negligenza. I contenuti di simili “inchieste” sono infatti davvero squassanti oppure un fuoco fatuo, molto spesso presente solo nella testa dell’autore. Io opto per una terza posizione: pregiudizio che porta alla contraffazione. Evidenzio súbito una “stranezza” di Vašek, già alle pagine 11 e 12, o sia la precisazione d’aver tenuto fuori dal suo studio ogni discussione circa i così detti “Quaderni neri” e quindi circa le (del tutto) presunte responsabilità di Heidegger durante il governo nazionalsocialista. È un segno sia di malafede, sia dell’inquinamento del clima che si respira ogniqualvolta si tratti di Martin Heidegger. Sentirsi obbligati a precisare di non voler trattare il tema è come ammettere che, parlando di Heidegger, si dovrebbe comunque ricordare sempre ch’egli fu (si dice, man sagt) nazionalsocialista. E infatti poco dopo (pp. 25-26) Vašek non manca di affermare che «non vi sono dubbi sulla vicinanza di Heidegger al Nazionalsocialismo, tantomeno sul suo antisemitismo». Purtroppo esula dal cómpito del mio contributo d’inoltrarsi nella faccenda (di cui tuttavia dirò in un successivo articolo). Ma è mio dovere dichiarare qui con grande forza che quei dubbi per Vašek, e per parecchie altre persone, inesistenti lo sono davvero, ma in senso affatto opposto a quello inteso da questo autore. Lo dimostra la schiera di ricercatori italiani tedeschi e francesi che ha smontato pezzo a pezzo ogni ricostruzione e costruzione infamante ai danni di Martin Heidegger. Mi riferisco, cito a solo titolo d’esempio, a François Fédier e a Francesco Alfieri. Ritenere, oggi, Heidegger nazista e antisemita dimostra o grave “distrazione” oppure disonestà. E dico di più: la frase di Vašek è sbagliata perché, se proprio vogliamo concedere qualcosa alla tesi colpevolista, Heidegger fu bensì iscritto al Partito nazionalsocialista ma non manifestò mai sentimenti o idee antiebraici. Peraltro sarebbe uno strano antisemitismo quello di Heidegger: allievo dell’ebreo Husserl; circondatosi di ebrei; plagiatore dell’ebreo Michelstaedter (e anche di un secondo, vedremo). Scopo del lavoro è dimostrare le coincidenze, nel senso stretto della parola, tra il pensiero di Michelstaedter espresso ne La persuasione e la rettorica e quello di Essere e tempo. Invero la dichiarazione preliminare dell’autore di limitarsi a Essere e tempo non trova corrispondenza nel testo, in cui è presente un nubifragio di citazioni da svariate altre opere di Heidegger, precedenti e successive al capolavoro del 1927.Avanti tuttavia di immergerci nel raffronto testuale e tematico, onde dimostrare la tesi dell’Enteignung, Vašek ci informa che l’opus magnum del goriziano fu tradotto in tedesco solo nel 1999, ciò che, non conoscendo Heidegger l’italiano, rende impossibile un contatto diretto tra questi e il testo michelstaedteriano, testo che fu pubblicato la prima volta in Italia tre anni dopo il suicidio del goriziano, nel 1913, da Vallecchi di Firenze (che Vašek invece colloca, chissà perché, a Genova). Tuttuavia Vašek fa ciò che mi pare di poter definire una scoperta non dappoco, o sia una traduzione in tedesco della parte dedicata alla Persuasione della celebre tesi di laurea, per mano niente di meno che di Argia Cassini, la così detta fidanzata di Michelstaedter (scrivo «così detta» per buone ragioni biografiche che qui non importa di esporre). Sorgono però adesso due problemi molto pesanti, che Vašek non solleva. Anzitutto si ignora lo scopo di questa traduzione, fatta in forma dattiloscritta e, in apparenza, privata, cioè a dire non espressamente destinata ad alcuno. Essa inoltre è priva di data ed essendo Argia Cassini morta nel 1944, avrebbe avuti come minimo trent’anni di tempo per tradurre quel mazzetto di pagine. Vašek invero accenna all’assenza della data, ma in maniera anodina, senza porre in evidenza il dato cruciale, e men che meno interrogandosi sulle sue implicazioni all’interno dell’indagine in corso. Partendo da questa traduzione parziale, Vašek si slancia nella ricostruzione di rapporti tra Italia Svizzera e Germania insino a questo momento, per quanto mi è dato di sapere, ignoti. Essa è esposta alle pagine dalla 19 alla 22 e io non toglierò la soddisfazione al lettore di scoprirsela da sé, tanto essa è invero sorprendente. Inoltre mi astengo dal parlarne per non spingere il giudizio del lettore in una direzione anziché in un’altra. Idem valga per l’indagine tematica e testuale di Vašek, anche perché riferirne anche solo succintamente renderebbe questo articolo da rivista specialistica e quindi “illeggibile”. Qui voglio solo far emergere il puro tentativo di Vašek e discutere alle corte il suo metodo. Il libro è efficace e va preso in considerazione, ché in effetto le coincidenze tra i due pensatori ci sono. Vašek apre un problema, che per lui tuttavia è una specie di vaso di Pandora, il cui contenuto si scatenerebbe non già sulla storia della filosofia ma su Heidegger e sugli heideggeriani, heideggeriani ch’egli fa passare a un dipresso come una sètta. Postoché ciò sia vero, gli antiheideggeriani in moltissimi casi a me paiono somigliare invece a una cosca, con tanto di picciotti pronti alle mani e alle armi contro chi osi contestare la loro lettura – politica morale e anche filosofica – di Heidegger. Esemplare è il caso d’una accanita arcinemica e diffamatrice di Heidegger e degli heideggeriani (che la ignoravano fino a quando ella non si mise a strepitare sui giornali, portando quindi la discussione dal parrucchiere). Smentita più e più volte, la studiosa non si è ancòra data per vinta, seguitando a collezionare magrissime figure. Altro difetto del lavoro di Vašek è la tendenza alla ripetizione. Se tuttavia talora essa riesce molesta, altre è invece utile poiché certi concetti e osservazioni meritano di essere ripigliati. Nondimeno, stupisco constatando che aver più volte ribadito, oltre alle simiglianze, anche le differenze tra i due pensatori, non porta Vašek a essere conseguente, sicché il libro è composto solo delle prime. Ma Vašek si spinge ben oltre, ché, ringalluzzito dalle sue “scoperte” sciorinate nelle duecento e cinquanta pagine precedenti, a metà della quinta e ultima parte del lavoro si inoltra nel tentativo di dimostrare un altro esproprio heideggeriano, questa volta ai danni di Franz Rosenzweig e in ispecie della sua opera principale, Die Stern der Erlösung («La stella della redenzione»). Un altro ebreo al quale rubare, quindi. In apparenza (forse la parola chiave del libro…) Thomas Vašek dà l’impressione di sapere adoperare la vanga come pochi altri, tanto scava scava scava nei testi heideggeriani e in Michelstaedter. Ma giunto su certi terreni si limita a passare oltre, al massimo sollevando un po’ di polvere, per ritornare su d’uno più congeniale (in apparenza…). Egli infatti solo indirettamente dice che a unire Heidegger e Michelstaedter oltre all’aria che si respirava in Europa nei primi decenni del XX secolo, vi sono anche profonde conoscenze storico-filosofiche, in ispecie la Greciantica dei Presocratici, di Platone e Artistotile, tre momenti del pensiero occidentale conosciuti e da Heidegger, e da Michelstaedter come pochissimi altri. E questo trait d’union è il primo dato che, volendoci inoltrare in un raffronto tra i due pensatori, balza immediatamente allo sguardo di occhi sani e onesti, anche solo letteralmentescorrendo l’elenco delle loro opere o, al massimo, letteralmente sfogliando le pagine di queste. Vašek però non dà il benché minimo peso a questa giuntura. Indubbio merito, quantunque indiretto, da riconoscere a Vašek è d’aver accennato in modo da incuriosire parecchio al nome di Oskar Ewald, filosofo viennese, «fervente ammiratore di Michelstaedter» e «in contatto con Edmund Husserl» (p. 10). Ma Vašek lo brandisce come un’arma impropria ma difettosa. Infatti fa cilecca. Purtroppo di Ewald non c’è nemmeno mezza pagina tradotta in italiano e, per soprammercato, le sue opere, pubblicate oltre un secolo fa, non sono mai state ristampate, né in Germania né in Austria. Questo buco è davvero irritante, giacché dai pochi cenni di Vašek, Ewald dev’essere un di quei pensatori irregolari e anomali di notevole fecondità e forza. Ewald tuttavia ci pone un problema piuttosto pesante, su cui Vašek tace del tutto, ignoro se per gravissima distrazione ovvero con intenzione. Su quali basi Vasheck definisce Ewald «fervente ammiratore» del goriziano? Se – anche questo vedemmo – La persuasione e la rettorica fu vòlta in tedesco solo nel 1999 e storia e destino della versione d’Argia Cassini sono ignoti, come fu possibile a Ewald, ignaro della lingua italiana, leggere Michelstaedter? Si può ipotizzare, sulla scorta della ricostruzione di legami alle pagine 17 e seguenti, che Ewald abbia appreso di Michelstaedter da Husserl e da altri: ma può bastare qualche scambio di battute su chicchessia a farne di qualcuno «fervente ammiratore»? Possiamo a esempio noi dopo pochi cenni su Ewald dichiararcene tali? Direi di no.  Se invece Ewald, per ipotesi, lesse la traduzione d’Argia, data la suddetta catena di sant’Antonio ricostruita da Vašek, è probabile che anche Heidegger l’abbia letta. Ma di questa traduzione noi non si sa null’altro fuorché la sua esistenza, ciò che è insufficiente a determinare alcunché. Inoltre – ed è un dettaglio a mio giudizio cruciale – la traduzione di Argia Cassini si trova attualmente nel Fondo Carlo Michelstaedter di Gorizia. Un dato che ci obbliga a domandarci: se è ben possibile che essa traduzione abbia a un certo momento intrapreso in viaggio tra Austria e Germania, è probabile che poi sia ritornata a Gorizia, sia sopravvissuta allo sfacelo della Seconda guerra mondiale e sia di poi stata messa al sicuro tra le carte del filosofo goriziano ancòra semisconosciuto? (Il vero “lancio” avverrà soprattutto nel 1958, quando l’amico – si fa per dire – Gaetano Chiavacci pubblicherà una scelta delle opere e delle lettere, censurate, del Goriziano per Sansoni). La risposta più ovvia mi pare questa: quella traduzione non è mai escita da Gorizia e attualmente non resulta che alcun attore di questa storia abbia intrapreso un viaggio a Gorizia, nemmeno Ewald che, essendo cittadino austroungarico, bazzicava non molto distante dalla città friulana. Resto tuttavia aperto a proficue e documentate smentite. C’è ancòra un altro dato cruciale di che tener conto. Lo abbiamo anche questo accennato: Argia tradusse solo «La persuasione», o sia pochissime pagine. Ora, ipotizziamo che codesta traduzione abbia fatto il giro delle sette chiese d’Austria e Germania (lo ritengo improbabile, ma transeat) e che quindi sia giunta nella mani di Heidegger, com’è possibile trovare, come pretende Vašek, delle cogenti simiglianze e identità tra il pensiero heideggeriano del «Si» (man) e la rettorica michelstaedteriana? È realistico pensare che l’espropriazione sia dovuta solo ai racconti orali della catena di sant’Antonio? A me non pare sostenibile alcunché di siffatto. Chiediamoci inoltre: se uno dei tramiti tra Michelstaedter e Heidegger, giusta il tentativo di ricostruzione della catena di sant’Antonio di Vašek, fu Husserl, è realistico che questi non abbia giammai evocato il pensatore goriziano allorché si lamenta pubblicamente della deviazione, addirittura del tradimento perpetrato da Heidegger, a petto dell’impostazione fenomenologica originaria, in Essere e tempo? Inoltre: è credibile che, come allude Vašek per tutto il libro, e sin dal titolo originale, la mole enorme degli scritti heideggeriani derivi da Michelstaedter? Amo e leggo Michelstaedter da trent’anni esatti, ma nemmeno da briaco riuscirei a sostenere che l’opera di Heidegger, dalle prime lezioni della fine degli anni Venti, insino – come minino – ai lavori postbellici, sia un’espropriazione da «La persuasione», né da altri scritti michelstaedteriani. Vašek commette anche un errore filosofico madornale ed è anche questo – oltre al patente pregiudizio “razziale” politico e ideologico – a condurlo sulla via sbagliata della sua lettura di Heidegger. Egli infatti scrive che Essere e tempo non tratta «principalmente della questione dell’essere, bensì dell’idea di rinascita o di trasformazione dell’uomo, che è stata influenzata da una certa “letteratura del risveglio” dopo la Prima guerra mondiale» (p. 10). Insomma, la solita tesi dello Heidegger esistenzialista. Oltre a essere una tesi vecchia come il cucco è anche imprecisa, soprattutto se detta così. Ritenere che la questione dell’essere non abbia strettamente a che fare con la trasformazione individuale, e viceversa, significa maneggiare poco e male non solo Heidegger ma in generale la filosofia. Inoltre questa lettura contraddice in maniera brusca la tesi principale di Vašek, o sia l’espropriazione da parte di Heidegger ai danni di Michelstaedter. Il pensatore goriziano, infatti, è sempre stato collocato, per usare una bellissima espressione di Camillo Pellizzi, tra gli «spiriti della vigilia», cioè a dire tra coloro i quali chiedevano, ciascuno more suo, un cambio di passo, una metánoia, una palingenesi – individuale ovvero collettiva, qui non conta trattarne – per lumeggiare e fronteggiare i rivolgimenti politici sociali e culturali avviati a cavaliere tra XIX e XX secolo, e che avrebbero avuto il loro primo banco di prova nella grande massacro della primo conflitto mondiale. Michelstaedter è, secondo molti, tra quanti intercettarono i movimenti tellurici ctonii preludenti la guerra e si posero in gioco. Inoltre Michelstaedter – ciò che viene assai poco ricordato – era cittadino di quell’Impero che già agli inizi del secolo scorso iniziava a dare vistosi segnali di cedimento. Anche Heidegger, coetaneo di Michelstaedter (1889), sentiva l’aria, pur da diversa prospettiva, anzitutto geograficamente diversa. Ma era anch’egli un cittadino d’Europa e mosse i suoi primi passi filosofici consapevole della necessità di una trasformazione, di una epistrofé. Heidegger e Michelstaedter, per essere sbrigativi, respirarono lo stesso clima, come ho già detto. È inaccettabile quindi attribuire al pensiero heideggeriano (parziale, parzialissimo!) un’aura non dissimile a quella del pensiero michelstaedteriano ma al contempo tacciare il pensatore tedesco di Enteignung. Amenoché Vašek non ignori del tutto la biografia di Carlo Michelstaedter. Insomma, come lo giri lo studio di Thomas Vašek non sta in piedi. Voglio riservare un ulteriore appunto ancòra al traduttore, che per i passi da Sein und Zeit, si avvale esclusivamente della versione Chiodi-Volpi e ignora quella di Alfredo Marini, non esente da difetti ma senz’altro più fondata e corretta dell’altra, anche sotto il riguardo della semplice comprensione grammaticale del tedesco. Per replicare si può ipotizzare che la versione classica di Pietro Chiodi sia ancòra la più accreditata e quindi utilizzata, anche se è un’affermazione discutibile. Nondimeno essa coinvolgerebbe la sola versione di Chiodi e non quella di Chiodi e Volpi. Si tratta certo di legittime scelte soggettive: forse un po’ troppo soggettive. * * * Il libro di Lucrezia Fava su Heidegger e la Gnosi, graziaddio, presenta molti meno problemi e quelli che ci sono, vanno imputati a personali scelte ermeneutiche e non a qualche basso sentimento o alla volontà di attirare l’attenzione. La vera magagna dell’opera, che forse può guastarla del tutto, è l’assenza del cruciale riferimento ai concetti di Nichts e di Nichtigkeit, senza i quali ogni comprensione di Heidegger è preclusa. Essi sono condensati per lo più nella celebre conferenza Che cos’è metafisica? Ritengo che Lucrezia Fava non abbia aggirato il problema volontariamente, o almeno spero, ma sia stata, per quanto assai grave, solo una svista. Certo gli è che introducendo il nulla/niente nella sua tesi sulla gnosi heideggeriana, l’impianto avrebbe fortemente traballato minacciando di crollare sul suo pur abile e originale architetto. Ma sarebbe stato il caso di osare, anche a costo di revocare in dubbio o addirittura in un… niente tutti i fondamenti dell’indagine. Un esito assai preferibile per non indurre qualcuno a giudicare Heidegger e la Gnosiun ennesimo tassello di quello strano mosaico cui siamo avvezzi ormai da tempo immemorabile. Quando si ha difficoltà a definire un pensatore o un’idea, ma lo si vuole fare a tutti i costi, oppure quando si vogliano tentare altre vie dalle già battute e cieche, spesso si finisce per definirlo gnostico. Del tutto assente dall’indagine di Lucrezia Fava è la storia, quindi la biografia. C’è un fuggevole cenno a probabili conoscenze da parte di Heidegger di testi gnostici e alla vicinanza con Rudolf Bultmann (un altro gnostico?), ma niente di più. Ora, che Heidegger, quale persona colta come lo erano a quell’epoca tutti in certi ambienti, abbia conosciuti i principii dell’antica Gnosi, nessuno può metterlo in dubbio. Ma non ci sono riferimenti né impliciti né espliciti nelle sue opere al pensiero della Gnosi storica (a meno che non mi sia sfuggito qualcosa). E non essendoci alcun riferimento testuale, fosse pure epistolare, anziché procedere tout court a un accostamento, già di per sé problematico, bisognerebbe avanti a tutto pensare alle ragioni –storiche filosofiche psicologiche – di questa eventuale corrispondenza. Postoché Lucrezia Fava abbia visto un aspetto del pensiero heideggeriano con lucidità e verità (per quanto con l’aiuto esplicito di Hans Jonas), ella non si domanda mai donde derivi tale corrispondenza. E questa indagine, si capisce, è rigorosamente obbligatoria. C’è un ulteriore inciampo in Heidegger e la Gnosi, e non dappoco, ed è indurre a credere qualche lettore impaziente – e Dio sa quanti ce ne sono – che il pensiero di Martin Heidegger cada in un calderone sbrigativamente definito «irrazionalista», che costella la storia dell’uomo sotto diversi abiti da tempo immemorabile. Ma mentre in epoca antica e financo in svolti più recenti e in individui considerati “perdonabili” (si pensi, per esempio, al Romanticismo o a Hölderlin), l’irrazionalismo è accettato, esso – si dice – non può più avere diritto di cittadinanza nell’èra della scienza e della tecnica, questa nuova èra metafisica che stiamo vivendo, e delle superstiti istanze politiche. Heidegger dové già scontare l’accusa di misticismo e di irrazionalismo dopo la così detta Kehre, la svolta, come si sa e come ben riassume Hans Georg Gadamer nei Sentieri di Heidegger (Marietti 1987, pp. XV-XVI). L’accusa era evidentemente pregiudiziale, spinta sia dall’«ondata di nuovo illuminismo» (io avrei detto più tosto neopositivismo), sia dall’«ossessione social-rivoluzionaria», come lì scrive Gadamer, e ben pochi, ancòra oggi, si sono levàti dalla zucca una simile rappresentazione farlocca. A meno che Lucrezia Fava non creda, anche lei in senso squalificante, a uno Heidegger davvero irrazionalista, allora mettere in circolazione simili raffronti, senza opportune premesse, può costituire un errore sia di metodo, sia strettamente filosofico. Ricordiamo a margine l’intelligente osservazione di Medard Boss:  > «Sono numerosi i derisori, che ritengono il “tardo” Heidegger soltanto un > poeta o un mistico, che avrebbe da lungo tempo abbandonato il terreno di una > “filosofia scientifica”. Tuttavia, in primo luogo, tali spiriti della > superficialità non vedono che quello “più tardo” non si è affatto separato dal > “primo” Heidegger (…). Il pensiero di Heidegger pensa sempre il medesimo del > medesimo (…). In secondo luogo, i Suoi critici tralasciano di confrontare la > rigorosa adeguatezza del Suo primo e tardo pensiero a quanto detto, dunque la > sua “obiettività”, nel senso supremo di questo termine, con la rigogliosa e > oscura magia, che domina completamente tante rappresentazioni della scienza > moderna». > > (Lettera di Medard Boss ad Heidegger, in M. Heidegger, Seminari di Zollikon, > Guida 1991, p. 411; traduzione lievemente modificata e corsivi miei) La tesi di Lucrezia Fava è dunque parecchio spericolata. E aggiungo ch’essa, almeno così come la declina l’autrice, non conduce in alcundove e, anzi, allontana dall’obbiettivo heideggeriano principe. In questa analisi dov’è infatti l’Essere? In altri termini: che cosa se ne fa il lettore di un’analisi in opposizione alla filosofia come la intende Heidegger sin dai primordi del suo pensiero? Lucrezia Fava (ma anche Thomas Vašek con sgradevoli aggravanti) ci ripiomba in quelle metodologie che lo stesso Heidegger voleva superare, in quella forma mentis di ostacolo al “progetto” heideggeriano non solo di dire e di pensare altrimenti a petto della tradizione e delle consuetudini, ma anche di essere altrimenti. Ma questo è forse impossibile a recepirsi da parte di chi legge i filosofi e certi filosofi in particolare come oggetti di indagine, eventualmente di carriera. Heidegger spende gran parte della sua vita a mettere in guardia da questo genere di mentalità esiziale ed ecco sopraggiungere ancòra dopo plurimi decenni imperturbati studiosi, i quali, credendo di fargli i complimeti, gli intonano l’ennesimo Requiem. Heidegger diventa l’ennesimo oggetto di studio, e non resta quale, giustissimamente, lo hanno definito Safranski e decine di suoi allievi e lettori postumi: «ein Meister aus Deutschland», un maestro tedesco, o sia un maestro tout court, del pensiero ateoretico e rigorosamente pratico, filosofia incarnata o sia filosofia, per dirla con Hadot, quale esercizio spirituale, e quindi pratico. Heidegger trattato alla stregua d’un Popper o d’un Kant, che neppure se lo meritano, cioè alla stregua d’un “qualsiasi” filosofo. Ciò significa anestetizzare, neutralizzare Heidegger, il quale, saviamente, mise in guardia dal commentare i suoi lavori. Parlò, ahimè come al solito, a vuoto, ai vuoti. Luca Bistolfi L'articolo Neutralizzare Heidegger. Sui tentativi (più o meno goffi) di fare di un maestro un mero “oggetto di studio” proviene da Pangea.
May 27, 2025 / Pangea
“La mia anima è ormai un oceano in tempesta”. In ricordo di Ernesto De Martino
> Quando arrivò a casa l’ambulanza chiedeva disperatamente di me. Mi voleva come > sempre accanto a lui. Gli ho preso la mano e lui continuamente sussurrava: > “Vittoria, Vittoria…”. Arrivati al San Camillo c’era mio fratello e dopo è > arrivata la figlia Lia. Lui era in coma, eppure mi ha detto: “Perché non va > qualcuno a comprarmi Paese Sera?”. Allora è andato mio fratello. Ernesto mi ha > detto: “Ma la rivista Aut-Aut è arrivata?”. “Sì, è arrivata”, gli ho risposto. > “Me la vai a prendere?”. Gli ho dato questa rivista sempre con la mano nella > mano e mi fa: “Ma come mai non c’è luce?”. > Allora facendomi estrema forza gli ho detto: “Ma guarda tu se in un ospedale > può mancare la luce’”. > Detto questo lui è spirato[i]. 6 maggio 1965. così si compie il cammino di questo mondo di Ernesto De Martino. la mano che lo tiene è quella di Vittoria De Palma, sua compagna di vita e di ricerca per quasi vent’anni. l’ultima apocalissi della sua vita, la stanza di un ospedale romano, una vita iniziata a ridosso di un’altra apocalissi, il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908. dai ricordi di sua madre, Ernesto sarebbe nato il giorno dopo il terremoto, mentre per le strade di Napoli stavano passando dei camion per la raccolta di vestiti e beni di prima necessità per gli sfollati. la madre vide dalla finestra una donna sfinita con un bambino in braccio, e il travaglio iniziò, disse. era il 1 dicembre[ii].  l’apocalissi è stata la condizione intrinseca della vita di De Martino, e non è forse un caso che diede il nome anche all’ultima opera, incompiuta, cui lo storico e antropologo napoletano lavorò, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali(postumo, 1977)[iii]. ampio spazio è stato dato nella letteratura accademica all’analisi del concetto di apocalissi demartiniano in una prospettiva sociale e politica, anche grazie agli ottimi curatori delle ultime due edizioni, francese (2016) e italiana (2019), Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio. De Martino distingue tra apocalissi e catastrofe. nel primo caso la fine è “portatrice di senso e diventa nucleo di produzione culturale: l’apocalisse è sempre, per etiologia, una rivelazione” (Quarta 2021, 77). nel secondo caso, la catastrofe non ha apertura sulla storia, è una caduta senza riscatto, una “catabasi senza anabasi” (Idem), anche se la prima racchiude potenzialmente la possibilità di esaurirsi nella seconda. De Martino contempla tre fenomenologie apocalittiche: quella con escaton, quella senza escaton e le apocalissi psicopatologiche, simili alle catastrofi. le prime due si svolgono sul piano culturale collettivo; prevedono una “salvezza” che si esplica nel reintegro dell’individuo in un codice sociale condiviso in cui c’è la gestione possibile del negativo. le terze non prevedono nessuna possibilità di condivisione pubblica; sono l’esperienza di un mondo “oscuro e privato”. quest’ordine porta De Martino ad avvicinare le apocalissi senza escaton alla catastrofe. “Proprio perché fra tutte le apocalissi culturali essa appare più di tutte le altre prossima alla crisi radicale dell’umano, la apocalisse senza escaton dell’occidente si presta in modo elettivo a illustrare il valore euristico del documento psicopatologico” (De Martino 2019, 356). una tensione tra salvezza e caduta definitiva che caratterizzerà anche l’uomo De Martino. poco è stato scritto sui risvolti personali di Ernesto De Martino rispetto alla dimensione apocalittica che lo rivestiva, presenza immanente a tutta la sua ricerca antropologica come un continuo lamento tellurico a bassa frequenza. apocalissi in cui cercò sempre un escaton attraverso una volontà incrollabile quanto la speranza. > Io credo tuttavia che tra la mia psicastenia, il mio ittero, la mia > turbercolosi, la mia epilessia vi sia un rapporto intimo (mi guarderei > dall’affermare tale rapporto fra queste malattie come tali), e che non si > possa fare la storia della mia persona senza includervi anche le mie malattie. > > (De Martino 2004, 28) la malattia, la cronica dimensione di carenza, è stata una condizione fondante di De Martino. un travaglio che se in giovinezza fu esplicito, come le crisi di epilessia, dopo i trentacinque anni rimase latente, anche grazie alla sua grande forza d’animo, lui che non faceva parola della sofferenza, che non malediva quello stremo che accompagnava le sue ricerche sul campo, il suo studio alacre, ma che fu corpo di tutta la sua ricerca empirica e teorica. come ha scritto Luigi Chiriatti, De Martino cercò di esorcizzare il dolore, la malattia, la morte, quella paura di “cadere nel nulla o nelle mani di un dio irato” (De Martino 2004, 26) studiando le manifestazioni di dolore, malattia, morte attraverso quel caravanserraglio materiale e simbolico della “magia” che accompagnava la resistenza al male in quegli umani più esposti alla catastrofe e alla perdita improvvisa, a quella che chiamava “sapienza del pianto” (De Martino 2021, 14). erano i contadini del Sud Italia del secondo dopoguerra, quelli che morivano, parafrasando un canto funebre lucano, “con la fatica alle mani” (Ibidem, 90). questo attraverso un’analisi comparativa e un innovativo, per la ricerca etnografica italiana, approccio interdisciplinare[iv] che unirono le culture euromediterranee attraverso il filo rosso di sopravvivenze arcaiche, come il lamento funebre rumeno, il bocet, evocato attraverso la descrizione dei funerali di Lazzaro Boia, pastore di Ceriscior, morto a 50 anni nell’ospedale di Ghelar. riportato a Ceriscior, il corpo fu vestito a festa e ricoperto di lino in una bara di legno nero. tre candele di cera ardono al capezzale, altre tre tra le mani del morto. come nella maggior parte dei rituali funebri riportati da De Martino, sono le donne che intonano la litania del lutto. in questo caso ognuna canta il proprio scomparso, ognuna rievoca il proprio lutto, in una lamentazione collettiva che è anche consolazione reciproca per i lutti passati. una donna canta il dolore per un figlio morto in terra straniera, “senza i riti della sua gente, e perciò vagante nel mondo al pari di una larva inquieta”: “…Se incontrerai Giorgio, Nicola mio,/ o caro, e se lo vedrai/ triste e afflitto,/ è perché se ne andò senza i riti.” (Ibidem, 160). e al mondo agreste si rifanno i pianti di Clitennestra e di Dario nell’Agamennone e nei Persiani di Eschilo: “Fin troppa ne abbiamo mietuta di messe del dolore”, “L’ΰβρις giunta alla fioritura, ha dato come frutto la spiga della colpa e della punizione, donde ne venne messe infinita di pianti” (Ibidem, 242-243). il pianto umano come specchio del pianto divino, di cui De Martino vede l’apice nelle Lamentazioni di Iside e di Nephtys. così recita Iside: “Fin tanto che posso vederti, ti chiamo piangendo, anche nelle altezze del cielo, ma tu non senti la mia voce, sebbene io sia tua sorella che tu amasti sulla terra e sebbene tu non amasti che me, o fratello, o fratello” (Ibidem, 279).  il filo rosso tra passato remoto e presente si materializza nell’ “Atlante figurato del pianto”, ultima sezione di quello che è considerata forse l’opera più compiuta della ricerca demartiniana, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria (1958). qui, il materiale fotografico raccolto in Lucania e in Sardegna viene comparato alla mimica gestuale della lamentazione antica cristiana, greca ed egizia, come, ad esempio, le braccia piegate ad angolo, considerate da De Martino un paradigma della lamentatiofunebre, o il “kopetòs”: “le braccia sollevate in alto del modello precedente si abbattono sulla testa e sono spinte verso il viso, con tendenza a iterare indefinitamente l’atto e a dargli un ritmo di esecuzione collettiva” (Ibidem, 653)[v]. questo passaggio dal dolore individuale a quello collettivo è una condizione costante dell’opera demartiniana e della sua visione dell’apocalissi, che nel suo andamento concentrico, dall’individuo, alla società contadina del Sud Italia, ai popoli colonizzati[vi], sembra riprendere le parole di Gesù: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me… In verità vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno di questi piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt, 25, 40; 45). il male, come il bene, ha un effetto domino che dal singolo si dilata alla comunità, al cosmo, per questo ogni individuo, ogni gesto, è portatore di un destino condiviso. De Martino, laico in dolore. bellissime, le sue parole, tutte le sue parole a Vittoria De Palma:  > Ma non credere che io faccia propaganda di ateismo, e che con leggerezza > voglia distruggere ciò che nella società presente con le sue ingiustizie e i > suoi dolori è inevitabile, cioè la consolazione, della preghiera fatta al > padre, e anche io, in dati momenti, come figlio di questa società, come figlio > del dolore e dell’oppressione dico a dio la mia preghiera”.  > > (De Martino 2004, 27) la terza apocalissi della sua vita De Martino la visse durante la Resistenza, cui partecipò attivamente da intellettuale[vii] anche redigendo, nel novembre 1944, dopo che le forze alleate erano entrate in Romagna, il Proclama della Liberazione, all’epoca temporaneamente nascosto dal socialista Alvaro Badiali[viii] nel granaio di Palazzo Maltoni, a Cotignola (Ravenna). nel dicembre dello stesso anno De Martino soggiornò a Palazzo Annaratone, nella frazione di Masiera (Bagnacavallo), a ridosso del fiume Serio, che per quattro mesi divenne il fronte di guerra tra da una parte i Tedeschi e i repubblichini fascisti e dall’altra le forze alleate. il racconto “I Trenta di Masiera” rappresenta l’unico testo autobiografico pubblicato disponibile ad oggi di De Martino, in cui parlando in terza persona quest’ultimo prende le spoglie di un ingegnere meridionale stanco e pavido senza nome, “lo sfollato”, che insieme a un gruppo di otto famiglie di classi sociali diverse è costretto a lasciare Masiera, presso Fusignano, per andare a rifugiarsi in una villa vicina, in attesa della liberazione. l’ingegnere “porta panni non suoi, laceri e unti, le scarpe fanno acqua, e se ne sta avvolto in una capparella nera romagnola, dono di un contadino di Masiera”. rimane in disparte, pensando alla famiglia lasciata a Solarolo. proverà a incamminarsi su quei 28 Km che lo dividono dalla moglie e dalle due bambine ma l’artiglieria lo farà tornare indietro. “il capitano Adler”, delle forze alleate, dice loro che l’indomani all’alba dovranno incamminarsi per 3 km verso Bagnacavallo con una bandiera bianca. ognuno dispera, si insinua il dubbio che si tratti di un tranello. all’alba c’è concitazione; nel mentre delle informazioni che si contraddicono una con l’altra, entra un soldato tedesco, “lacero, infangato, senza elmetto, con la barba lunga di giorni”. come non pensare al Ferito in fuga di Otto Dix, gli occhi spalancati e ritorti, la benda sulla testa che non riesce a trattenere il sangue che cola dalla fronte, la mano con una ferita come stimmate. dice all’ingegnere che quello è il sesto Natale di guerra per lui. viene da una cittadina della Bassa Sassonia. quando l’ingegnere gli chiede se ha una famiglia risponde “Non so”, e poi si mette a ridere. De Martino dice che rideva come se trovasse la domanda spiritosa. forse rideva dalla disperazione. morirà poco dopo in un fosso, “l’oscuro fante”, accanto all’ingegnere, sporco del suo sangue[ix]. non ci sono più né nemici né alleati, né nobili né contadini ma una sola umanità sofferente.  nei frangenti della Resistenza De Martino unisce la fragilità delle sue condizioni di salute allo sperdimento della guerra, iniziando a forgiare nel buio dell’anima quel concetto di “perdita della presenza” che caratterizzerà tutta la sua riflessione scientifica, da Il mondo magico (1948)[x] a La fine del mondo (1977). la “presenza” è presenza al mondo, alle ancore di riferimento culturali della propria società: quello che fa rimanere in equilibrio, sebbene precario. e la magia, “restauratrice di orizzonti in crisi” (De Martino 2022, 125) serve a riempire le voragini del crollo della presenza e la caduta dell’individuo nel caos, la perdita della propria anima e di conseguenza del proprio mondo, soprattutto in quei contesti dove gli àuguri si accaniscono contro i più esposti, i contadini italiani e i popoli non industrializzati di ogni parte del mondo. a domare i venti del fato contrario è lo sciamano, il mago, “Cristo magico” “colui che sa andare oltre di sé, non già in senso ideale ma proprio in senso esistenziale” (Ibidem, 99) per riscattare tutta la comunità e portare “salvezza”. “Solo coloro che, nel loro dramma esistenziale, sono diventati i signori del limite, gli esploratori dell’oltre, gli eroi della presenza” (Ibidem, 105). il dramma magico esistenziale, scrive De Martino, si dilata se ci riferiamo “a un grande tema culturale del magismo: la fattura o malia”. prendendo l’esempio degli Arunta (Australia centrale), De Martino descrive come il solo fatto di ritenersi affatturati dall’“apparecchio magico” dell’arungquilta, o in caso di violazione di un tabù, può diventare causa di morte laddove ci sia tale convinzione. da storico delle religioni, oltre che antropologo, De Martino considera dramma nel dramma l’incapacità delle culture occidentali industrializzate di capire la “funzione storica” della fattura e della controfattura, che permette di cogliere il quadro esistenziale in cui queste ultime si producono. negando la dimensione storica di questi fenomeni in quanto eventi culturali si nega, tout court, la presenza storica degli individui che ci credono e che in essi vivono. [xi] è da ricordare che Il mondo magico viene pubblicato nel 1948, l’anno precedente il primo soggiorno di De Martino in Lucania, a Tricarico, “l’immagine del caos” (De Martino 2013, 121)[xii], e un anno dopo le Lettere dal carcere di Gramsci. da quei primi soggiorni nel “Meridione” nascono le Note Lucane, pubblicate per la prima volta nel 1950[xiii]. esse rappresentano il primo manifesto di pensiero politico di De Martino applicato a una ricerca di campo etnografica nel Sud Italia, e uno dei suoi documenti più vibranti. vengono da un humus storico e politico che aveva già attirato l’attenzione su quelli che allora erano i servi della gleba della nazione, i contadini del “Meridione”, rovina tra le rovine della guerra. nel 1945 Carlo Levi aveva pubblicato Cristo si è fermato ad Eboli, libro di testimonianza scaturito dal suo confino negli anni ‘30 per attività antifasciste prima a Grassano, poi ad Aliano, in Basilicata. in quello stesso anno Rossellini gira Roma città aperta; si inaugura la stagione neorealista ma qui il regista, come lo scrittore, è una figura molto presente: le inquadrature mostrano la sua mano, il suo angolo di lettura del mondo mentre nel libro-testimone di Levi l’autore resta in disparte per far rimbombare l’umanità dolente delle popolazioni lucane. De Martino, pur stimando Levi, non condividerà la visione dei contadini lucani presi in un destino immobile; al contrario dirà che proprio in quei sistemi di rappresentazione così lontani dal panorama identitario della borghesia cittadina, tra cui il ricorso alla magia, sta la dignità culturale, e quindi storica perché situata, delle popolazioni contadine. in questo senso, De Martino si distacca dagli studi sul “folklore” che avevano caratterizzato la demologia italiana fino ai primi decenni del ’900 per costruire, anche a seguito dell’influenza gramsciana, una teoria sul confronto tra classi egemoni e classi subalterne, che aprirà la strada al volume dell’antropologo Alberto Maria Cirese Cultura egemonica e culture subalterne. Rassegna degli studi sul mondo popolare tradizionale (1971)[xiv].  De Martino, che per primo si batte per rimanere presente alla sua storia, si riconosce nello specchio delle lotte per rimanere al mondo dei contadini lucani, siciliani, calabresi, la cui dignità di coscienza è insita proprio in quegli oggetti di uso e di culto quotidiani ritenuti retrogradi e selvaggi dalle classi politiche di un Paese che si apprestava ad entrare nel boom economico del decennio successivo. nel 1948 Palmiro Togliatti andò a Matera per verificare le condizioni di vita descritte da Levi, dichiarando le condizioni in cui vertevano gli abitanti dei Sassi “vergogna nazionale”[xv]. tuttavia Togliatti si dimostrò freddo rispetto alle ricerche di De Martino e al fatto che quest’ultimo considerasse anche i contadini lucani protagonisti della storia in un momento in cui il governo italiano era orientato verso l’industrializzazione del Paese e il PCI guardava più al mondo operaio cittadino che ai contadini del “Meridione”, i più poveri tra i poveri[xvi]. De Martino spiega il lamento lucano come parte di un regime esistenziale, un sistema di rappresentazione del mondo imbevuto delle tremende condizioni di vita dei contadini.  La Lucania, scrive De Martino, è caratterizzata da un’economia rurale “relativamente arretrata”: i campi, caratterizzati da una grande parcellizzazione della proprietà, distano decine di chilometri dai borghi di residenza, i terreni sono avari, le frane frequenti. a livello famigliare vige un profondo regime di dipendenza: gli uomini dipendono dai loro padroni, le mogli dai mariti, l’anziana madre dai suoi figli, gli orfani restano in balίa di chi li prende in carico. questo causa una grande “indeterminazione sociale”, accentuata dall’enorme fatica delle attività agricole e dalle “lunghe segregazioni” richieste dalla pastorizia, e porta a uno stato di “miseria psicologica”. questa precarietà appare in tutto il suo fragore nel documentario di Luigi Di Gianni Magia lucana (1958) di cui Ernesto De Martino fu consulente scientifico. il paesaggio, simile a una cava di marmo, è scandito solo dagli zoccoli dell’asino e dai passi dei contadini; i campi sono lontani dal paese, ogni giorno è un viaggio per la vita in uno spazio ostile e muto, al tempo stesso spazio vitale. e al paese si attende il ritorno “senza emozione”, quasi che si sia incorporata già la possibilità di un lutto:  > E se non tornano? Se l’uomo cade colpito dalla natura muore con lui l’unica > ricchezza, quella del suo vigore… Gioacchino mio, bene della tua donna, che > morte improvvisa, bene della tua donna. Oh, le mani pregiate che avevi, quanta > fatica hai fatto con queste mani, bene della tua donna. Mi debbo rimboccare la > gonna e devo uscire fuori casa per lavorare alla giornata, bene della tua > donna, e debbo scendere e salire le rampe del paese per guadagnare un pezzo di > pane per i figli tuoi. Debbo mettermi la zappa sulle spalle per guadagnare una > giornatella per i figli tuoi, bene della tua donna. > > Dove sarà il fidanzato lontano? Dimmelo Santa Monica, dimmelo, angelo della > Notte. in questo contesto, “la morte di una persona di famiglia risolleva di colpo, nella sua imponente carica emozionale, tutto l’arco di una vicenda esistenziale deficitaria”. le lacrime di una persona sono le lacrime di tutti, e non si piange per una sola ragione ma per tutte le ragioni in un pianto solo. in questo senso il lamento, ma anche l’ascesso erotico, la bulimia, l’autolesionismo, rispondono a questo panorama esistenziale. in particolare, il lamento funebre come “istituto culturale” serve a non scivolare nella “scarica incontrollata di impulsi o in una sorta di stupore immemore della situazione luttuosa” (De Martino 2013, 157), un ricorso questo in cui anche l’autolesionismo, come ad esempio lo strapparsi i capelli o battersi il capo, viene ritualizzato con il supporto di moduli recitativi ridondanti attraverso il lamento funebre. nelle Note Lucane De Martino identifica un relativo riscatto dei contadini lucani della Rabata di Tricarico attraverso forme di resistenza alle autorità e ai politici locali che instillano un “fermento di civiltà e storia che restituisce al tempo prospettiva e contenuto umani”. è emblematico il caso del berretto del maresciallo Gallo, strappatogli durante l’occupazione della caserma dei Carabinieri dai paesani di Tricarico e passato di mano in mano sino a finire nell’orinatoio del paese, in un burrone e poi sotto le radici di un melo. sotto la pressione popolare il maresciallo Gallo fu allontanato dal paese e questo rappresentò per De Martino un momento di riappropriazione della storia da parte dei Rabatani.   > Essi vogliono che quel loro cercarsi in questo mondo di tenebre tendendosi le > mani e chiamandosi ‘frate, frate’ si costituisca in immagine altrettanto > storica come gli affreschi della cappella Sistina o la cupola di Michelangelo. > Ma essi vogliono anche che giunga al mondo l’eco dei loro sforzi per > emanciparsi, e dal fondo delle loro spelonche, deformi nei corpi logorati > dall’umido, essi gettano sul viso di coloro che iniquamente li tengono in > catene il verso di sfida: ‘Nuie simme a’ mamma d’a’ bellezza’, noi siamo la > giovinezza del mondo.  > > (Ibidem, 132-133) De Martino sente senso di colpa e collera per le condizioni dei Rabatani, “una collera tutta storica perché storica è la mia colpa come anche la colpa del gruppo sociale al quale appartengo” (Ibidem, 140). da borghese intellettuale, vede la sua libertà come il sacrificio delle popolazioni lucane, un compiacimento per “civettare con la ‘dignità della persona umana’ al modo che la intendono coloro che ‘fanno gli intelligenti’”[xvii]. “Rendo grazie al quartiere rabatano e ai suoi uomini per avermi aiutato a capire meglio me stesso e il mio compito” (Idem). è in questo solco che quasi dieci anni dopo Ernesto De Martino prepara la sua missione di ricerca nel Salento sul tarantismo, anche qui per dimostrare che la ‘follia’ e la sua canalizzazione terapeutica non sono peculiari a popolazioni ignoranti e incoscienti ma sono il grido di dolore di cuori castrati, della “noia” della solitudine e dell’amore. colui che ama, sa. ne La Terra del rimorso, egli incontra di nuovo un’umanità di sangue e carne che guarda al cielo per scorgere i messaggi di fortuna e sfortuna dell’acre giornata, alla terra per piangere i suoi morti. rispetto a questa condizione, scrive De Martino, il tarantismo assicurava qualche giorno da eroi, l’attesa “dell’epoca del sogno”: > ognuno poteva così rialzare la propria sorte tanto quanto la vita l’aveva > abbassata, e viveva episodi che si configuravano come il rovescio della > propria oscura esistenza. Al verde paradiso si contrapponeva un paradiso in > rosso, un agonismo che si sforzava di mimare pose eroiche, il sognare di > essere un grande della terra, un atleta, un abile, un capitano, un tribuno, un > artista a corte, un Re dei Re. > > (De Martino 2023, 175) c’è un’immagine, quasi un’immagine spiritica, evanescente, tra quelle presenti ne La terra del rimorso, quella di una tarantata, Rosaria di Nardò, che, di schiena, picchia con i pugni chiusi la porta che cela la statua di San Paolo, patrono delle tarantate e dei tarantati. siamo a Galatina, alla festa annuale dei SS. Pietro e Paolo. che differenza con quella sequenza de La taranta di Gian Franco Mingozzi (1962), quando la tarantata Lea batte sul vetro del ritratto di San Paolo, tenuto da un bambino. lì lei è a casa sua, regina. il viso è teso, nodoso come un tronco d’olivo. è in collera con San Paolo, che non si decide ancora a darle la grazia per far cessare la sua danza; è in collera com’è in collera un’amante verso l’amato, con la rabbia dell’amore degli esseri umani. intorno ha i musicanti che la accompagnano, la seguono e la “scazzicano” formando un corpo solo con lei e allo stesso tempo un dialogo armonico[xviii]. San Paolo non concede la grazia, e Lea continua a danzare rabbiosa. è vita, lei, secondo un codice che tutti conoscono. invece a Galatina i rituali domestici che rendevano la tarantata protagonista della sua possessione sbiadiscono davanti a una folla che sembra non fare altro che aumentare la solitudine del morso d’assenza. non si può non notare anche la differenza di genere. una foto ritrae un tarantato a terra all’interno della cappella di San Paolo. si chiama Donato di Matino; ha gli occhi chiusi, le braccia e la bocca aperte. vicino a lui quattro donne sono chine; stanno sistemando un cuscino sotto la testa di una tarantata. attorno, un gruppo di persone guarda senza guardare, quasi a disagio. altre due foto ritraggono la piazza antistante la chiesa dei SS. Pietro e Paolo. la folla si accalca attorno a due tarantate; una è sdraiata a terra, l’altra, nella seconda foto, è carponi. nelle due immagini sono presenti soprattutto uomini. la donna che era carponi si alza e intima alla folla di dividersi in due ali, lei al centro. sembra dare un ordine ma in realtà è schiacciata dall’indifferenza, dalla non-partecipazione di chi le si accalca intorno. tra quelle persone, oltre ai famigliari, c’è anche una massa di curiosi attratti da una morbosità improferibile. il corpo unico del rituale domestico non c’è più, c’è solo il corpo randomico della tarantata, urla sole senza rito. e non c’è più la lotta d’amore con San Paolo, cancellata dalla sfilata della statua del patrono con la banda del paese: suoni omogeneizzati in onore dei Santi patroni, la modernità. fedeli anonimi, non amanti che si chiamano per nome. “un sistema di inerzie, di intolleranze, di contraddizioni inavvertite, di incompatibilità sopportate: ma in questo caos cui si dà il nome romantico di ‘folklore’” (Ibidem, 393)[xix]. queste parole, che chiudono La Terra del rimorso, De Martino le scrive insieme a Vittoria De Palma. sul campo, Vittoria prepara l’incontro, con il suo sorriso solare smussa la diffidenza, soprattutto nell’approccio dell’équipe con le donne, quelle contadine che in un piccolo paese videro per la prima volta le proprie fattezze attraverso le foto mostrate da Vittoria, scattate durante un soggiorno precedente, credendo alle compaesane presenti che dicevano che in effetti erano proprio loro. una ricerca di campo, le antropologhe e gli antropologi lo sanno bene, è un travaglio di compromesso, soprattutto con la propria coscienza. un continuo pericolo di oggettivazione delle persone, i momenti in cui l’ambizione di raccogliere “dati” prevalica sulla percezione che si è realmente davanti a esseri umani che hanno priorità profondamente diverse dalle nostre. l’esperienza di campo è una continua decentratura, un continuo riconoscimento dei propri limiti, un continuo rammendo di poli a volte inconciliabili. anche De Martino si è trovato davanti a questo compromesso. alcuni suoi metodi per ottenere le informazioni possono sollevare interrogativi, come nel caso della giovane Rosa di Ferrandina, “l’immagine di un torbido ingorgo di potente sensualità” (De Martino 1953, 75). De Martino voleva registrare il pianto di Rosa per un lamento funebre ma la ragazza era restìa. trovarono un compromesso. la ragazza proferì il suo lamento da uno sgabuzzino dando a Vittoria la mano per allontanare il malaugurio di intonare il lamento fuori dal rituale, e all’esterno il tecnico della RAI registrò la voce di Rosa facendo passare il microfono attraverso l’angusta fessura della porta socchiusa. in molti casi De Martino chiese espressamente alle persone di riprodurre canti e gesti rituali funebri, come accadde a Pisticci. nelle Note lucane e nell’ultima appendice de La Terra del rimorso si evince che De Martino era consapevole di questi scarti dell’incontro, che riconobbe con anima intera, quella con cui abbracciò tutti gli eventi della sua vita.  è difficile parlare di un essere umano smisurato. è difficile parlare di Ernesto De Martino. cerco un appiglio nella vastità della sua opera, della sua persona, di cui probabilmente ancora non ci si rende esattamente conto, per concludere questo brevissimo omaggio. in un’intervista di molti anni fa chiesero a Norberto Bobbio cosa considerasse la cosa più importante, arrivato alla sua età; credo che all’epoca avesse circa 90 anni. durante la vita, disse, si considerano prioritari il proprio lavoro, i propri testi; poi, arrivati in fondo, l’unica cosa preziosa che resta è l’amore delle persone care. se devo pensare a una sola cosa che resta di Ernesto De Martino dico l’amore. amore per quel creato che era il teatro di apocalissi e catastrofi che egli restituì in una scrittura così caparbiamente non-attuale, a tratti ostica. e così semplice quando parlava a Vittoria nella lingua del sogno, nella loro lingua, nel loro sogno, alleggerita di tutto tranne dell’essenziale: > La mia anima è ormai un oceano in tempesta, e ogni ondata porta il tuo nome, > il mio sguardo è ormai allucinato e l’unica immagine che esso vede è la tua. > Il mio cuore batte solo le ore dei nostri incontri e i miei pensieri per te e > anche il mondo che si tocca, il mondo delle cose, va gradatamente scomparendo > al mio sguardo per lasciare posto ad un unico corpo reale, a un corpo che non > è materia, che ha perso per me tutte le macchie del peccato, è un corpo che è > puro, che è anima e che è solo la via per conoscere l’anima… > > (De Martino 2004, 30) Cristiana Panella ** Riferimenti bibliografici Charuty, G. Les vies antérieures d’un anthropologue. Marseille: Éditions Parenthèses, MMSH, 2009. Dei, F. e A. Fanelli 2015. “Magia, ragione e storia: lo scandalo etnografico di Ernesto de Martino”. Introduzione a E. De Martino, “Sud e magia”. Roma: Donzelli [1959] 2015, IX-XLV. De Martino, E. “Note di viaggio”, Nuovi Argomenti, 1 (2), 47-79, 1953. De Martino, E. Vita di Gennaro Esposito napoletano. Appunti per una biografia di Ernesto De Martino. Calimera: Kurumuny-edizioni, 2004. De Martino, E. Furore Simbolo Valore. Milano: il Saggiatore [1962] 2013.   De Martino, E. La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali. Torino: Einaudi [1977] 2019. De Martino, E. Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria. Torino: Einaudi [1958] 2021. De Martino, E. La Terra del rimorso. A cura di M. Massenzio. Torino: Einaudi [1959] 2023. Fanelli, A. 2019. “ ‘La verità sta di casa tra Palazzo Filomarino e il Sasso di Matera’. Un carteggio tra Alberto Maria Cirese ed Ernesto de Martino”, Studi Storici, 1, 5-44. Faranda, L. Le lacrime degli eroi. Pianto e identità nella Grecia antica. Roma: Edizioni Universitarie Romane [1992] 2022. Panella, C. 2022. “L’incantevole vertigine dell’anima sbigottita. Magia, etnografia e movimento nella taranta di Suzanne Doppelt”, Pangea, 25 Marzo 2022. Quarta, L. “Apocalisse e storia. Fondazione trascendentale dell’umano”, ANUAC, 10 (2), 75-83, 2021. -------------------------------------------------------------------------------- [i] Intervista di Luigi Chiriatti a Vittoria De Palma in De Martino 2004, 29. [ii] Il sisma di magnitudo XI della scala Mercalli con il successivo maremoto che uccise, tra le province di Messina e Reggio, circa 90.000 persone avvenne all’alba del 28 dicembre 1908 ma le scosse erano iniziate dai primi di novembre di quell’anno; pertanto è probabilmente agli eventi di fine novembre che il ricordo della madre di De Martino si riferisce (Panella 2025, in pubblicazione). Ringrazio Maria Grazia Insinga per avermi dato questa informazione temporale sulla scosse del novembre/dicembre 1908. [iii] La prima edizione de La fine del mondo è stata curata per Einaudi da un’assistente di ricerca di De Martino, e successivamente fine antropologa, Clara Gallini. Dopo l’edizione del 2002, quella del 2019, sempre per Einaudi, a cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio, è stata in alcune parti tradotta e redatta, con un’organizzazione più sistematica e accessibile rispetto all’edizione a cura di Gallini, a partire dalla versione francese pubblicata nel 2016 dall’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS), curata da Charuty. [iv] Le ricerche di campo vedranno la partecipazione di diverse competenze tra cui Vittoria De Palma come assistente sociale e ponte con il mondo femminile, lo psichiatra Giovanni Jervis, l’antropologa Amalia Signorelli, lo psicanalista Emilio Servadio, l’etnomusicologo Diego Carpitella e il fotografo Franco Pinna. [v] In Le lacrime degli eroi. Pianto e identità nella Grecia antica l’antropologa Laura Faranda recupera la prospettiva di Morte e pianto rituale per indicare il principio di “soglia” tra il polo della vita e quello della morte, insito nel pianto rituale demartiniano, per sondare la valenza del pianto anche nel polo di vita, tornando alla funzione sociale del pianto teorizzata da Marcel Mauss, che vedeva l’obbligatorietà delle lacrime in un assetto istituzionalizzato, come le formule di saluto o i rituali iniziatici, poi riscontrate in successivi contesti etnografici (Faranda 2022). Allo stesso tempo De Martino scrive che la pratica del kopetòs era combattuta dalla Chiesa cristiana stessa, riportando diverse omelie e testimonianze già del primo Cristianesimo, da San Paolo a Giovanni Crisostomo a Gregorio Nazanzieno, fino alle punizioni contro le “donnette” che si danno ai “barbarici clamori” operate nel ‘500 e nel ‘600, in cui si nobilita il dolore composto e si redarguisce il lamento ostentato (De Martino 2013, 147-152). A questo proposito non si può non pensare alla compostezza del dolore di Maria come leit-motiv di molte rappresentazioni pittoriche. [vi] Rispetto a Gramsci, De Martino estende la riflessione sul confronto tra culture egemoni e culture subalterne ai Paesi extra-europei colonizzati dalle potenze europee, anche avvicinandosi allo studio dei culti millenaristici. “In tal modo si è venuta raccorciando la distanza che separava le forme culturali subalterne interne alla civiltà occidentale e le culture indigene dell’epoca coloniale: la differenza tra le une e le altre appare sempre più esser di misura e non di qualità, e sempre meno appare giustificabile una distinzione rigorosa dell’oggetto della etnologia da quello delle tradizioni popolari, poiché in entrambi i casi stanno davanti a noi sincretismi interculturali, rapporti tra livelli diversi di cultura, dinamiche messe in movimento da questi rapporti” (De Martino 2019, 322). [vii] Dal 1945 De Martino operò come segretario di federazione del Partito socialista a Bari, Molfetta e Lecce; l’anno dopo si iscrive al Partito comunista italiano, in cui viene ufficialmente ammesso nel 1953. [viii] Alvaro Badiali fu attivo nella 28° Brigata Gordini Garibaldi a Cotignola (Ravenna). Rappresentò il PSI nel CLN locale (fonte: storiaememoriadibologna.it). [ix] Il racconto “I Trenta di Masiera” è disponibile sul blog dell’antropologo Riccardo Ciavolella “Alterpolitica” (hypotheses.org). [x] Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo inaugurò la celebre “Collana viola”, Collezione di studi etnologici, religiosi e psicologici di Einaudi, creata da De Martino stesso e Cesare Pavese, importante contributo per l’apertura della cultura italiana a temi e lavori internazionali di antropologia, sociologia e psicanalisi. Nella stessa Collana furono pubblicati, tra altri, Jung, Lévi-Bruhl, Kérény, Propp, Malinowski, Frobenius, Frazer, Durkheim, Eliade. [xi] Il confronto tra Ernesto De Martino e i suoi maestri, Adolfo Omodeo e Benedetto Croce, fu travagliato e non privo di ambiguità rispetto a quelle posizioni etnocentriche da cui il primo voleva distaccarsi. Semplificando estremamente potremmo dire che De Martino, per una parte della sua ricerca, si distingue dal pensiero di Croce nella misura in cui quest’ultimo considera la magia una superstizione fuori dalla storia, ossia dal libero arbitrio e dalle scelte individuali che fanno la storia, e la follia come un spazio senza storia né prospettiva storica. Per un’analisi sfumata delle posizioni di Croce e De Martino si veda Dei e Fanelli 2015. [xii] Tra il 1949 e il 1950, Ernesto De Martino effettua tre soggiorni à Tricarico, ospite, insieme a Vittoria De Palma, del sindaco e poeta Rocco Scotellaro. Ci tornerà nel giugno 1952 per una missione di preparazione del soggiorno di ricerca dell’autunno dello stesso anno, insieme, oltre che a Vittoria De Palma, a Benedetto Benedetti e Arturo Zavattini. [xiii] Prima pubblicazione: De Martino 1950. “Note Lucane”, Società, VI (4), 650-667. La rivista Società era stata creata nel 1945 dall’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli e dal filosofo Cesare Luporini come voce del PCI. Nel 1953 verrà avviata da Alberto Moravia e Alberto Carocci la rivista Nuovi Argomenti, che nel primo numero accoglierà diversi testi di Francesca Armento, madre di Rocco Scotellaro. Queste iniziative editoriali daranno un forte impulso al dibattito sul folklore che, nutrito dall’opera di Gramsci e dalla pubblicazione di Cristo si è fermato ad Eboli, non avrà pari in Europa in quel periodo (Charuty 2009, 22). [xiv] Sul carteggio tra Ernesto De Martino e Alberto Cirese, si veda Fanelli 2019. [xv] I Sassi vennero sgomberati su iniziativa di Alcide De Gasperi con la legge 619 del 17 maggio 1952. [xvi] Tra gli anni ’50 e ’60 per la prima volta in Italia il  numero degli operai superò quello degli agricoltori. [xvii] Qui De Martino riprende una famosa rima rabatana contro gli intellettuali, identificati soprattutto con i politici e il clero: “Voi che fate l’intelligente/non capite proprio niente./Se nun fusse pe’ li cafoni/ve mangiassive li cuglioni”. [xviii] Per la sintesi di alcuni elementi che caratterizzano il tarantismo “agito” analizzato da De Martino, si veda Panella 2022. [xix] Il passo è tratto dall’appendice V, l’ultimo contributo del volume. L'articolo “La mia anima è ormai un oceano in tempesta”. In ricordo di Ernesto De Martino proviene da Pangea.
May 14, 2025 / Pangea
“Dio non è, bensì dona se stesso senza riserve”. Per una fenomenologia dell’eccedenza
La riflessione filosofica sull’esperienza religiosa ha da sempre navigato attraverso acque turbolente, tra le onde dell’impossibilità di rappresentare il divino ed il desiderio umano di avvicinarsi ad esso. La tensione tra l’idolo e la distanza, tra il desiderio di cogliere l’Essere assoluto e l’incapacità di ridurre il divino ad una figura riconoscibile e domestica, è una delle problematiche più acute della filosofia teologica e fenomenologica. Questa distanza, non solo ontologica, ma anche etica ed esistenziale, solleva interrogativi che attraversano secoli di pensiero.  La filosofia dell’idolo è, per così dire, una filosofia della rappresentazione, ma non una rappresentazione che possa mai colmare l’abisso che separa il finito dall’infinito. L’idolo, nel suo significato originario, rappresenta una proiezione umana del divino, un tentativo di incarnare l’immensurabile in forme finite. Questa rappresentazione, pur sembrando un accostamento possibile, è, paradossalmente, la negazione stessa del divino: l’idolo è insieme la verità e la sua distorsione, la vicinanza e la separazione. La fenomenologia dell’idolo non può prescindere dalla consapevolezza di un abisso che lo separa dalla divinità autentica. Da una parte, l’idolo si presenta come il tentativo di incarnare il trascendente nel finito, dall’altra come il segno di un fallimento incolmabile, come un simbolo che riduce l’infinito a un’immagine mortale.  La filosofia kantiana, nel suo rigore critico, aveva già messo in luce l’impossibilità di una rappresentazione adeguata del divino: ciò che è veramente divino sfugge inesorabilmente alle maglie della comprensione umana. La nozione di “cosa in sé” esprime una realtà che, pur manifestandosi fenomenicamente, rimane incognita ed inconoscibile. Non possiamo ridurre Dio ad una rappresentazione sensibile, né interpretare la sua essenza con le categorie dell’esperienza. L’idolo, in questo senso, si fa segno di una distanza irrimediabile, di una separazione ontologica che fa del divino l’oggetto di una contemplazione che è sempre, al contempo, una perdita di contatto con il divino stesso. In Kierkegaard, questo abisso tra l’umano ed il divino si esprime attraverso il concetto di “salto della fede”. La religiosità, per Kierkegaard, non è una forma di conoscenza oggettiva, ma un atto di fede che sfida ogni forma di rappresentazione, ponendo l’individuo di fronte ad una divinità che, pur rivelandosi nella sua alterità, rimane sempre fuori dalla portata della comprensione. La fede non è un atto di possesso del divino, ma un atto di abbandono, di apertura ad un mistero che trascende ogni possibilità di idolo, ogni tentativo di ridurre l’infinito ad una figura conoscibile. Nel momento in cui il divino viene sottratto alle categorie ontologiche tradizionali, la domanda su Dio si sposta dal piano dell’essere a quello dell’alterità assoluta. La filosofia contemporanea, a partire da Heidegger, si è confrontata con la necessità di pensare Dio non come un essere, ma come un’alterità che sfida ogni definizione ontologica. Per Heidegger, l’essere stesso non è Dio, ma la sua “abbandonata” manifestazione; eppure, proprio questa lontananza dell’essere diventa il terreno di un’interrogazione che resta sempre aperta e inassoluta. Dio, in questo quadro, non è un essere, ma un oltre, un’apertura che non può essere colta se non come un’assenza. L’essere stesso è “vuoto” rispetto alla presenza del divino, e in questa “assenza” risiede la possibilità del divino di farsi presente, ma sempre sfuggendo alla piena conoscenza.  La fenomenologia dell’eccesso, che pervade la riflessione sul divino, trova una delle sue espressioni più potenti in Emmanuel Levinas. Per Levinas, Dio è l’alterità per eccellenza, l’ineffabile che si manifesta nel volto dell’altro. L’incontro con l’altro, per Levinas, non è mai un semplice incontro con una realtà finita, ma l’esperienza di un’infinità che sfida ogni pretesa di riduzione a concetti finiti. Dio, dunque, non è mai un essere tra gli esseri, ma l’appello che giunge dall’alterità assoluta, dalla distanza che non può mai essere colmata. In questa prospettiva, la filosofia di Levinas non solo sottrae Dio alla rappresentazione, ma lo colloca al di là dell’essere, in un ordine che non può essere messo a sistema, ma che è continuamente esperito come un eccesso che infrange ogni tentativo di ridurre la realtà ad un oggetto conoscibile. Se Dio non è riducibile all’essere, se l’idolo ne distorce l’immagine, e se la sua manifestazione sfugge alle maglie della rappresentazione, allora la fenomenologia del divino diventa una fenomenologia dell’eccesso. Il divino si dà non come un concetto, ma come un oltre che irrompe nell’esistenza in una forma che non può essere afferrata, ma solo vissuta come una tensione, un’aspirazione che resta sempre inappagata. L’esperienza del divino, in questa luce, non è una conoscenza, bensì un incontro con l’inconoscibile che ci sfida ad abbandonare ogni pretesa di dominio. Così come il volto dell’altro ci sollecita a una responsabilità che non può essere risolta in una semplice rappresentazione, Dio si fa esperienza di un’infinità che ci solleva e ci sospende.  Anche Nietzsche, nel suo pensiero sulla morte di Dio, non intende un annientamento del divino, ma un superamento delle metafisiche che hanno ridotto il divino ad un’entità da comprendere e dominare. La morte di Dio, per Nietzsche, non è la fine del divino, ma la fine di un concetto di divinità che poteva essere compreso e ordinato. Dio, nell’ordine della volontà di potenza, è il segno di un oltre che non può essere trattenuto da alcuna rappresentazione, un’espressione di una forza che travalica ogni limitazione. La fenomenologia del divino si presenta come un’esperienza di tensione e distanza, in cui l’idolo, pur avvicinando l’uomo al divino, ne tradisce l’essenza. L’idolo è la forma che il divino assume nel tentativo di essere afferrato dal finito, ma è anche il segno di una separazione che lo rende irriducibile a ogni figura e rappresentazione. Il divino, nell’alternativa proposta dalla fenomenologia dell’eccesso, non è un essere, ma un’alterità che si fa presente solo nell’inaccessibilità, solo nella distanza che resta. Non c’è concetto che possa contenere Dio, non c’è rappresentazione che possa esaurirlo. Solo l’esperienza di un incontro con l’infinito ci permette di avvicinarci al mistero, senza mai riuscire a comprenderlo appieno. Eppure, proprio in questa impossibilità di possederlo, il divino si rende manifestamente presente come l’oltre che ci interpella senza risposte definitive, come un’eccedenza che sfida ogni tentativo di riduzione all’essere. Jean-Luc Marion, nel suo Dio senza l’essere (Dieu sans l’être, 1982), si propone di superare la tradizione ontoteologica che ha caratterizzato il pensiero occidentale, in particolare a partire dalla scolastica e dalla sintesi heideggeriana della metafisica. La tesi fondamentale dell’opera è che Dio non possa essere costretto entro le maglie del concetto di essere, poiché quest’ultimo è un determinante filosofico che riduce la trascendenza alla misura del pensiero umano. In questo senso, Marion si inserisce in un solco di critica radicale alla metafisica occidentale, riprendendo e rielaborando le intuizioni di pensatori quali Heidegger, Derrida e, ancor più, la tradizione teologica negativa che da Pseudo-Dionigi l’Areopagita arriva fino a Meister Eckhart. Marion accoglie la diagnosi di Heidegger sull’ontoteologia, secondo cui la metafisica occidentale ha sempre pensato Dio a partire dall’essere, trasformandolo in summum ens, cioè in un ente supremo, anziché lasciarlo nella sua irriducibile alterità. In tal senso, il Deus ens della tradizione tomista e scolastica è per Marion una forma di idolatria concettuale, poiché costringe Dio entro categorie umane. Tuttavia, mentre Heidegger suggeriva un Gelassenheit, un lasciar-essere che aprisse all’evento della verità dell’essere, Marion sposta il centro dell’attenzione su un altro concetto: il dono. Come scrive:  > «L’essere non ha titolo sufficiente per pensare Dio, e dunque deve essere > decostruito a favore di un pensiero dell’eccedenza».  Questo lo pone in contrasto con l’ermeneutica heideggeriana, che pur individuando la problematica dell’ontoteologia, non riesce a liberarsi del primato dell’essere. Dio non si definisce in base all’essere, bensì in base al dono assoluto, un’eccedenza che non può essere ricondotta ad una logica ontologica. Qui, Marion introduce il concetto chiave del fenomeno saturo, cioè un fenomeno che si manifesta in eccesso rispetto alla capacità del soggetto di accoglierlo e comprenderlo. L’evento rivelativo divino è esattamente questo: qualcosa che si dona senza misura, oltrepassando la possibilità di essere oggettivato. Egli scrive:  > «Dio non è, bensì dona se stesso senza riserve, e nel donarsi eccede ogni > concettualizzazione». Questo concetto richiama la surabondance di Henri de Lubac e il pensiero di Emmanuel Levinas, il quale afferma che «l’Altro si presenta come ciò che non può essere ridotto a un concetto» (Levinas, 1961). Tuttavia, mentre per Levinas il volto dell’Altro è l’accesso etico alla trascendenza, per Marion il dono divino è un’eccessività che si manifesta senza condizioni.  Uno dei momenti più densi del testo riguarda la distinzione tra idolo e icona, già centrale in L’idole et la distance (1977). L’idolo è l’immagine che chiude lo sguardo su di sé, che permette all’uomo di contenere il divino nel proprio orizzonte. L’icona, al contrario, è ciò che si sottrae allo sguardo, che invita lo sguardo umano a oltrepassarsi, a non esaurirsi nella rappresentazione. Dio, nel suo rivelarsi, non è un idolo concettuale, ma un’icona che lascia intravedere un’eccessività irriducibile:  > «L’icona non è ciò che noi vediamo, ma ciò che ci guarda». Questa distinzione si rivela decisiva nel contesto della teologia negativa, poiché sposta l’accento dalla definizione di Dio alla sua fenomenalità come rivelazione eccedente. Se l’idolo è un riflesso che il soggetto controlla, l’icona è il punto in cui il soggetto si scopre guardato:  > «Nell’icona, non siamo noi a vedere, ma siamo visti». Questo si ricollega alla mistica cristiana, dove la contemplazione non è il raggiungimento di Dio, ma il lasciarsi invadere dalla sua presenza. Non sorprende che il pensiero marioniano trovi assonanze profonde con la tradizione mistica cristiana. La sua critica all’essere è, in un certo senso, un recupero della via negativa che attraversa Pseudo-Dionigi, Maestro Eckhart e persino la mistica carmelitana di Giovanni della Croce. Dio non è colto nell’essere, ma nell’esperienza del suo donarsi, un’esperienza che rimane sempre sovrabbondante rispetto alle nostre categorie. Come scrive Pseudo-Dionigi:  > «Dio è più alto di ogni affermazione e più nascosto di ogni negazione».  > > (De Mystica Theologia) Questo si sposa perfettamente con la nozione di fenomeno saturo di Marion, che indica una rivelazione che eccede ogni presa concettuale. In Dio senza l’essere, Marion ci offre un pensiero radicale e vertiginoso, che tenta di liberare la riflessione su Dio da ogni compromissione con la metafisica. L’uscita dall’ontoteologia non è solo un gesto decostruttivo, ma l’apertura a una nuova possibilità di pensare la trascendenza: non come essere supremo, ma come dono infinito. Questa prospettiva lo distingue da altri pensatori della decostruzione del divino come Derrida, per il quale il concetto di différance lascia Dio in una sospensione incessante. Marion, invece, va oltre la sospensione e si inoltra nell’esperienza di una rivelazione che si dona in sovrabbondanza. In questo, il pensiero di Marion rappresenta una delle sfide più affascinanti e audaci della filosofia contemporanea, tracciando un percorso che collega fenomenologia, teologia negativa e mistica in un dialogo fecondo.  Giusy Capone *In copertina: Jan van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426-1432, particolare L'articolo “Dio non è, bensì dona se stesso senza riserve”. Per una fenomenologia dell’eccedenza proviene da Pangea.
April 11, 2025 / Pangea