“Che si è corpo e si muore”. Dario Bellezza non chiede di essere compatito – pretende di essere letto

Pangea - Wednesday, July 29, 2026

A Roma, ai poeti fanno prima il funerale, poi il convegno. Li lasciano qualche anno sottoterra, il tempo necessario perché smettano di essere pericolosi, poi li riesumano in una sala multimediale, mettono la fotografia giusta sulla locandina di una mostra a Trastevere e li dichiarano intensi, controversi, imprescindibili. A trent’anni dalla tua morte, i musei ti dedicano una retrospettiva. Ingresso gratuito. È quasi sempre gratuito, il poeta, quando non può più presentarsi alla cassa sia in vita che ad astra.

I suoi libri si sono resi difficili da reperire. Annaspano nella seconda mano, nelle biblioteche, nelle case di chi ha imparato a non prestare più nulla. Le commemorazioni aumentano mentre le opere spariscono: è la forma più efficiente di conservazione: proteggere un autore dai lettori. Dario Bellezza, però, non si lascia conservare. È un guastatore di teche, fa capolino con gli occhi stralunati che strabuzzano mentre cercano la prossima intuizione. Torna a parlare dal punto esatto in cui il corpo diventa osceno perché è nudo, perché muore.

Lo chiamavano poeta maledetto, ma lui correggeva burberamente: «Semmai benedetto, dalle Muse». Maledetto è una parola per gli assessori alla cultura e per gli psichiatri prima di Lacan, un modo decoroso per sterilizzare chi ha passato la vita a rendersi indecente. Fa pensare al poeta con il cappotto nero, alla bottiglia, all’albergo pagato male, alla fotografia in bianco e nero in studio, al disordine della prospettiva e dello sfondo. La benedizione, invece, è più grave: è un passaggio ex ante e, dopo, ci sono la salute e l’officio del divino che prevede e protegge. Ti attraversa e pretende che tu renda conto della voce ricevuta. Bellezza non è stato maledetto dalla vita, piuttosto è stato folgorato da qualcosa che gli impediva di mentire su di essa.

Essere incoronato da Pasolini nel 1971, sulla soglia di Invettive e licenze, significava entrare nella letteratura già sotto processo. Ogni verso successivo avrebbe dovuto confermare il miracolo o documentare la frode. La critica, pigra come ogni tribunale quando ha già un colpevole, il suo Snaporaz della depravazione, ha continuato a cercare in Bellezza il figlio di Pasolini, il fratello monatto di Penna, il giovane feroce ammesso nelle stanze di Morante, Moravia, Ortese. Nessun dattilografo prestato allo scranno da giudice lo ha mai riconosciuto come sovrano guasto di una propria lingua. Pasolini scrisse soprattutto che Bellezza era il primo poeta borghese a giudicare sé stesso. Il poeta non rappresenta gli esclusi da una posizione sicura, non indossa la borgata per tornare poi a casa con la coscienza lavata. Porta la borghesia nel proprio letto, la interroga, la insulta, la sorprende mentre desidera ciò che condanna, uno yin e yang nello stesso fegato. Da qui l’oscillazione che rende i suoi versi inadatti a qualsiasi pedagogia contemporanea: colpa e sfrenatezza, narcisismo e disgusto, fame di purezza e gusto della degradazione, ferocia e pietà. Non c’è un’identità finalmente pacificata da esibire, c’è la guerra civile che si combatte nella carne.

“Forse mi prende malinconia a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.

Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’eri.

Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza

con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.

E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.”

Da un certo suo tranchant queerismo ante litteram, che non si organizza in un reparto tematico, nasce un punto in cui desiderio, classe, vergogna, denaro, notte e potere smettono di fingere di non conoscersi. Un’esposizione a un movimento nascente è esposizione del proprio senso di appartenenza. Il ragazzo cercato nella città è insieme apparizione, assassino, mendicante, divinità provvisoria. In Libro d’amore Bellezza scrive, con una precisione da referto: «L’omicidio è/ suicidio». Non esiste ferita che possa essere inflitta all’altro senza riaprire il corpo che la infligge. E in altre, accigliato allo scoglio del tempo che schiumeggia 1976, recita: 

“Ho paura di morire. Di fronte a questo 
che vale cercare le parole per dirlo 
meglio. La paura resta, lo stesso.
Ho paura. Paura di morire. Paura
di non scriverlo perché dopo, il dopo
è più orrendo e instabile del resto.
Dover prendere atto di questo:
che si è un corpo e si muore”. 

Bisogna tenere fermo l’anno, perché la biografia postuma è una falsaria meticolosa. La malattia non spiega quei versi e quei versi non profetizzano la diagnosi. Bellezza aveva riconosciuto prima, senza bisogno di un virus, l’indecenza elementare su cui costruiamo religioni, carriere, famiglie e profili d’autore: si è corpo e si muore. 

Trattiamo il corpo come un progetto foucaultianamente amministrativo: lo alleniamo, misuriamo, fotografiamo, correggiamo, rendiamo visibile, performante, rivendicabile. Bellezza lo veste e già sente il freddo del marmo. Si vede come «un morto che cammina», trascinandosi dietro un «corpo-cadavere». Non c’è metafora che tenga a distanza la materia perché il cadavere non è il futuro del corpo ma il suo coinquilino. Si alza con lui, va in gabinetto, ingoia pasticche, desidera, non dorme. 

Eppure, sarebbe falso circoscrivere di Bellezza a un sacerdozio monotono della fine. In lui la morte è chiassosa, melodrammatica, a volte persino ridicola. I gatti, le telefonate, gli inviti, gli amori baldracchi, i risentimenti letterari, le scenate, le battute sono tutte una messinscena per interrompere l’elegia e impedirle di mettersi in posa. Se invitato a una festa a cui non può partecipare, Bellezza liquida: «Eh, ma se non vengo perché mi deve informare, scusi?!». 

Roma, intorno a lui, si sta già trasformando nel glitterato composto cannibale anamorfo che ancora la distingue.Le borgate stavano diventando materiale d’archivio, gli scandali format, gli intellettuali muoiono uno dopo l’altro lasciando salotti pieni di eredi. In casa con Ortese, da cui nasce un’amicizia stellare e povera, due creature scrivono perché il mondo reale ha commesso un errore di progettazione. Dario resta a Roma come resta un animale quando la casa è stata venduta. Il suo rapporto con la tradizione non è quello di un allievo composto. Prende Leopardi, Baudelaire, Rimbaud, Saba, Penna e li trascina nella stanza, li costringe ad assistere. La metrica si spezza, ma non scompare, mentre un lessico alto urta contro la strada, il sublime contro le mutande e un qualche dio contro l’erezione. È una tecnica usata per far sembrare inevitabile ciò che è stato costruito con precisione. Nei versi la frase procede lunga, si avvolge, accumula memoria e disgusto, poi cade in una dichiarazione semplice: ho paura. Quando uno scoop giornalistico rese pubblica la sua malattia, il corpo che aveva consegnato per anni alla poesia gli fu sequestrato dalla cronaca. Non era più corpo teologico, erotico, colpevole e parlante dei libri, ma corpo del malato, esposto alla pietà: alla gogna. Morì il 31 marzo 1996; aveva detto:

“Non ho saputo sfruttare la mia fama, sono sempre stato uno sconfitto”. 

Trent’anni dopo, non serve riscoprirlo. “Riscoprire” è il verbo con cui l’industria culturale annuncia di avere ritrovato ciò che aveva sistematicamente nascosto. Serve ristamparlo, leggerlo ad alta voce, lasciargli guastare la festa. Perché Dario Bellezza non chiede di essere compatito. Chiede udienza alle Muse con l’ironia di una pianta secca che continua, inspiegabilmente, a far fiorire fiori profumati. Poi ci guarda mentre fingiamo che il corpo sia una proprietà, l’amore una cura, la poesia una carriera e la memoria un omaggio. 

“M’impaura la mia incerta voce
che certo smania il suo tono
implacabile di verità. Una voce
sottile, smagata che corrode
l’anima mia nera di peccati…”

Graziano Mazza

*In copertina: Dario Bellezza nel 1971, photo Massimo Consoli

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