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“Che si è corpo e si muore”. Dario Bellezza non chiede di essere compatito – pretende di essere letto
A Roma, ai poeti fanno prima il funerale, poi il convegno. Li lasciano qualche anno sottoterra, il tempo necessario perché smettano di essere pericolosi, poi li riesumano in una sala multimediale, mettono la fotografia giusta sulla locandina di una mostra a Trastevere e li dichiarano intensi, controversi, imprescindibili. A trent’anni dalla tua morte, i musei ti dedicano una retrospettiva. Ingresso gratuito. È quasi sempre gratuito, il poeta, quando non può più presentarsi alla cassa sia in vita che ad astra. I suoi libri si sono resi difficili da reperire. Annaspano nella seconda mano, nelle biblioteche, nelle case di chi ha imparato a non prestare più nulla. Le commemorazioni aumentano mentre le opere spariscono: è la forma più efficiente di conservazione: proteggere un autore dai lettori. Dario Bellezza, però, non si lascia conservare. È un guastatore di teche, fa capolino con gli occhi stralunati che strabuzzano mentre cercano la prossima intuizione. Torna a parlare dal punto esatto in cui il corpo diventa osceno perché è nudo, perché muore. Lo chiamavano poeta maledetto, ma lui correggeva burberamente: «Semmai benedetto, dalle Muse». Maledetto è una parola per gli assessori alla cultura e per gli psichiatri prima di Lacan, un modo decoroso per sterilizzare chi ha passato la vita a rendersi indecente. Fa pensare al poeta con il cappotto nero, alla bottiglia, all’albergo pagato male, alla fotografia in bianco e nero in studio, al disordine della prospettiva e dello sfondo. La benedizione, invece, è più grave: è un passaggio ex ante e, dopo, ci sono la salute e l’officio del divino che prevede e protegge. Ti attraversa e pretende che tu renda conto della voce ricevuta. Bellezza non è stato maledetto dalla vita, piuttosto è stato folgorato da qualcosa che gli impediva di mentire su di essa. Essere incoronato da Pasolini nel 1971, sulla soglia di Invettive e licenze, significava entrare nella letteratura già sotto processo. Ogni verso successivo avrebbe dovuto confermare il miracolo o documentare la frode. La critica, pigra come ogni tribunale quando ha già un colpevole, il suo Snaporaz della depravazione, ha continuato a cercare in Bellezza il figlio di Pasolini, il fratello monatto di Penna, il giovane feroce ammesso nelle stanze di Morante, Moravia, Ortese. Nessun dattilografo prestato allo scranno da giudice lo ha mai riconosciuto come sovrano guasto di una propria lingua. Pasolini scrisse soprattutto che Bellezza era il primo poeta borghese a giudicare sé stesso. Il poeta non rappresenta gli esclusi da una posizione sicura, non indossa la borgata per tornare poi a casa con la coscienza lavata. Porta la borghesia nel proprio letto, la interroga, la insulta, la sorprende mentre desidera ciò che condanna, uno yin e yang nello stesso fegato. Da qui l’oscillazione che rende i suoi versi inadatti a qualsiasi pedagogia contemporanea: colpa e sfrenatezza, narcisismo e disgusto, fame di purezza e gusto della degradazione, ferocia e pietà. Non c’è un’identità finalmente pacificata da esibire, c’è la guerra civile che si combatte nella carne. “Forse mi prende malinconia a letto se ripenso alla mia vita tempesta e di mattina alzandomi s’involano i vani sogni e davanti alla zuppa di latte annego i miei casi disperati. Gli orli senza miele della tazza screpolata ai quali mi attacco a bere e nella gola scivola piano il mio dolore che s’abbandona alle immagini di ieri, quando tu c’eri. Che peccato questa solitudine, questo scrivere versi ascoltando il peccatore cuore sempre nella stessa stanza con due grandi finestre, un tavolo e un lettino di scapolo in miseria. E se l’orecchio poso al rumore solo delle scale battute dal rimorso sento la tua discesa corrosa dalla speranza.” Da un certo suo tranchant queerismo ante litteram, che non si organizza in un reparto tematico, nasce un punto in cui desiderio, classe, vergogna, denaro, notte e potere smettono di fingere di non conoscersi. Un’esposizione a un movimento nascente è esposizione del proprio senso di appartenenza. Il ragazzo cercato nella città è insieme apparizione, assassino, mendicante, divinità provvisoria. In Libro d’amore Bellezza scrive, con una precisione da referto: «L’omicidio è/ suicidio». Non esiste ferita che possa essere inflitta all’altro senza riaprire il corpo che la infligge. E in altre, accigliato allo scoglio del tempo che schiumeggia 1976, recita:  > “Ho paura di morire. Di fronte a questo  > che vale cercare le parole per dirlo  > meglio. La paura resta, lo stesso. > Ho paura. Paura di morire. Paura > di non scriverlo perché dopo, il dopo > è più orrendo e instabile del resto. > Dover prendere atto di questo: > che si è un corpo e si muore”.  Bisogna tenere fermo l’anno, perché la biografia postuma è una falsaria meticolosa. La malattia non spiega quei versi e quei versi non profetizzano la diagnosi. Bellezza aveva riconosciuto prima, senza bisogno di un virus, l’indecenza elementare su cui costruiamo religioni, carriere, famiglie e profili d’autore: si è corpo e si muore.  Trattiamo il corpo come un progetto foucaultianamente amministrativo: lo alleniamo, misuriamo, fotografiamo, correggiamo, rendiamo visibile, performante, rivendicabile. Bellezza lo veste e già sente il freddo del marmo. Si vede come «un morto che cammina», trascinandosi dietro un «corpo-cadavere». Non c’è metafora che tenga a distanza la materia perché il cadavere non è il futuro del corpo ma il suo coinquilino. Si alza con lui, va in gabinetto, ingoia pasticche, desidera, non dorme.  Eppure, sarebbe falso circoscrivere di Bellezza a un sacerdozio monotono della fine. In lui la morte è chiassosa, melodrammatica, a volte persino ridicola. I gatti, le telefonate, gli inviti, gli amori baldracchi, i risentimenti letterari, le scenate, le battute sono tutte una messinscena per interrompere l’elegia e impedirle di mettersi in posa. Se invitato a una festa a cui non può partecipare, Bellezza liquida: «Eh, ma se non vengo perché mi deve informare, scusi?!».  Roma, intorno a lui, si sta già trasformando nel glitterato composto cannibale anamorfo che ancora la distingue.Le borgate stavano diventando materiale d’archivio, gli scandali format, gli intellettuali muoiono uno dopo l’altro lasciando salotti pieni di eredi. In casa con Ortese, da cui nasce un’amicizia stellare e povera, due creature scrivono perché il mondo reale ha commesso un errore di progettazione. Dario resta a Roma come resta un animale quando la casa è stata venduta. Il suo rapporto con la tradizione non è quello di un allievo composto. Prende Leopardi, Baudelaire, Rimbaud, Saba, Penna e li trascina nella stanza, li costringe ad assistere. La metrica si spezza, ma non scompare, mentre un lessico alto urta contro la strada, il sublime contro le mutande e un qualche dio contro l’erezione. È una tecnica usata per far sembrare inevitabile ciò che è stato costruito con precisione. Nei versi la frase procede lunga, si avvolge, accumula memoria e disgusto, poi cade in una dichiarazione semplice: ho paura. Quando uno scoop giornalistico rese pubblica la sua malattia, il corpo che aveva consegnato per anni alla poesia gli fu sequestrato dalla cronaca. Non era più corpo teologico, erotico, colpevole e parlante dei libri, ma corpo del malato, esposto alla pietà: alla gogna. Morì il 31 marzo 1996; aveva detto: > “Non ho saputo sfruttare la mia fama, sono sempre stato uno sconfitto”.  Trent’anni dopo, non serve riscoprirlo. “Riscoprire” è il verbo con cui l’industria culturale annuncia di avere ritrovato ciò che aveva sistematicamente nascosto. Serve ristamparlo, leggerlo ad alta voce, lasciargli guastare la festa. Perché Dario Bellezza non chiede di essere compatito. Chiede udienza alle Muse con l’ironia di una pianta secca che continua, inspiegabilmente, a far fiorire fiori profumati. Poi ci guarda mentre fingiamo che il corpo sia una proprietà, l’amore una cura, la poesia una carriera e la memoria un omaggio.  > “M’impaura la mia incerta voce > che certo smania il suo tono > implacabile di verità. Una voce > sottile, smagata che corrode > l’anima mia nera di peccati…” Graziano Mazza *In copertina: Dario Bellezza nel 1971, photo Massimo Consoli L'articolo “Che si è corpo e si muore”. 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July 29, 2026 / Pangea
“Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto: Graziano Mazza
Graziano è arrivato con la pelliccia. Era una pelliccia nera, lui biondo, si notava ancora di più. Non ci va nessuno ai reading in pelliccia.  La voce squillante tipo la mia, la voce delle strade romane, zero affettazione, il giusto riguardo, il rispetto empirico. Ho pensato questo è un beat, forse non lo sa, probabilmente sì. Quando poi mi ha detto che andava a fare un rituale a Trastevere, un canto alla musa sghemba, alla parola apotropaica, ne ho avuto conferma. Respira follia come me, si è accomodato nel verso storto, comodamente scomodo, in movimento. La frequenza è quella del manifesto: busto del Pincio – busto del Gianicolo. L’agio sinaptico è una discoteca di proiezioni: visioni di platani e sampietrini. La metrica dell’acmeismo russo e del simbolismo francese.  * Il cantiere è aperto: per dare il benvenuto nel circo di Roman Beat all’acrobata che porta il nome di Graziano, si è scelto il testo di una performance tenuta in Piazza Santa Maria in Trastevere, al crepuscolo, con gli addobbi rituali e il canto che segue nelle corde. (Edoardo Piazza) * Roma Città Apostata Accade anche che si sfrutti espressamente un altro desiderio. Quel desiderio che è stato generato ma, in via della Lungaretta, ci siamo resi conto che non era stato esaurito: ce lo siamo preso con l’abbraccio ai sampietrini e ai muri. Accade anche che sia andato vestito da vescovo dei miei trisavoli, tracimando carbone e fiele dalla bocca per i penati. Regine e Reges Sacrorum proteggetemi da questo mondo, datemene uno nuovo. Donatemi la fine di questo e l’anticipazione della venuta: quell’altro mondo dimenticato che ritorna tra corpi tutti santi e spiriti danzanti. Un granello di carne di un sistema epistemologico binario, un grigio trasformativo transtiberino, un generatore di complicità tra unicità complesse. Accade anche che si trasversi la città in processione performativa, che si svasi a Roma come un’apparizione: nascendo al tramonto, ci si trascina col sé una mitologia a venire. È un’iperstizione in movimento, un dispositivo che produce il reale attraverso i balbettii dello spirito.  L’avvento, accompagnato da una favola di musica, percorre il tempo sconosciuto che collega l’ora al domani, ritmo come battito di una collettività che nasce. Un rito di anticipazione. Un miracolo parcheggiato in divieto di sosta. Grazie Carro Amato, un progetto di Marie Hervé, Andrea Lo Giudice, Nunzia Picciallo, Šumma ālu e Flavia Tritto con la partecipazione di Spazio Supernova. * Carro Amato Intro Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono appartenere. Che si apra la via. Che si apra la strada. Che la città conosca il passaggio gentile del morbo.  Io benedico questo carro con la polvere chiara di cometa con il respiro degli alberi rimasti con il sonno delle pietre antiche con il canto degli animali invisibili con le mani degli insetti con le radici che tramano sotto l’asfalto con l’acqua vendicativa dei tubi e delle nuvole delle lacrime e degli abissi della terra. Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.  Nessuna ruota schiacci il grillo nessun organo allucinatorio dimentichi il vivente che ha memoria.  Venite spiriti della soglia custodi del muschio, del vento e della rugiada venite senza clamore. Sedete sugli assi intrecciate nastri di luce per la rovina donateci la leggerezza dei buchi neri  fate che il suo passaggio riabiliti il nascosto.   Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.  Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono appartenere. Attaccheremo al sangue la gioia.  Benedico la febbre degli uomini soli Benedico il firmamento delle lucciole.   Io chiamo le madri del prima le antenate del fuoco, le nonne delle tempeste le guaritrici del destino le voci che tenevano insieme il mondo Venite, presenze buone. Venite, spiriti miti. Venite, arpie e sirene.  Che il suo viaggio sciolga malocchi d’indifferenza Che rompa incantesimi di consumo e solitudine Che disarmi la mano che prende senza chiedere Che renda sacro il limite. Che renda dolce il confine. Che renda udibile il mormorio del tutto. Io benedico questo carro Sia benedetta la carne che lo compone Sia benedetto il ferro Sia benedetto il legno Sia benedetto lo scheletro Sia benedetta la strada Sia benedetta la città che non dimentichi la terra sotto di sé * Outro Sia benedetta la città che non rende uguali. Dall’ombra una crepa di luce di latte delle rovine.  Madonne bianche, velate di cenere e polline Scrivete un nome che non si pronuncia Scrivete di un grembo soltanto di pelle Scrivete di legno femore, ferro gola, stoffa mano, respiro animale, radice ferita, d’acqua maramea Da ogni ruota sale un canto Al primo canto trema la pietra. Al secondo parla il verme. Al terzo si desta il cane dei confini. Al quarto il corvo apre i libri del cielo. Al quinto il seme ricorda il bosco futuro. Al sesto canto l’uomo perde il trono.  È nato ciò che resta dopo la fine del dominio: pelo, piuma, pelle, foglia, spora, squama, sale, saliva, rugiada e terra nera unite nel cerchio. Da ogni ruota singhiozza un pianto Dalla prima esce la memoria. Dalla seconda la fame. Dalla terza il lutto degli animali. Dalla quarta la città che brucia. Dalla quinta il fiume incatenato. Dalla sesta ruota una mano vuota.  Siete nati con occhi d’apocalisse, con denti di fiore, con lingua di tamburo e di muschio. Beate, siete venute al mondo come alleanza. Sei volte è caduto il velo. Venite, presenze buone. Venite, spiriti miti. Venite, arpie e sirene.  Graziano Mazza * Bio: Graziano Mazza è scrittore, poeta e traduttore, ricercatore in teologia economica a Parigi. Dirige una collana di poesia internazionale, ‘Fatto Umano’. La sua ultima pubblicazione è Vacue Scuse (Ensemble, 2024). Ha fondato e dirige il collettivo d’arte trasversale Monx26 a Parigi. Spesso è negli stessi posti, ma gli stessi posti non sono con lui, quindi vagabonda chiamandoli a voce alta. Come un cretino, aspetta il giorno in cui il senso e la parola finalmente coincidano. Lo aspetta fumando, non conoscendo altro modo. *In copertina: Fernand Khnopff (1858-1921), Donna mascherata L'articolo “Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto: Graziano Mazza proviene da Pangea.
July 17, 2026 / Pangea
“Annusa la folla e schivala. Vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo”
Conobbi Gioia in un fumoir a San Pietroburgo. Era una discoteca all’occidentale, ricavata nel retro di una fabbrica dismessa con una galleria d’arte nei vecchi uffici. Due russi ci presero per mano e presentarono: avevamo in comune il passaporto italiano. Gioia aveva gli occhi color malva sotto le luci al neon del minuscolo spazio ricavato con il cartongesso. Entrambi sentivamo l’imbarazzo dell’incontro. Dopo i convenevoli, dopo averla trovata interessante e spontanea, iniziai a indagare di più sulla sua persona. Eravamo due apostati eremiti nei fumi della notte pietroburghese, a cercare di incensare l’anima con la nicotina.   I suoi nonni, entrambi, erano pittori. Da poeta, le citai Orazio. Ridemmo e, a quel punto, ci sedemmo su una specie di panchina, anch’essa in cartongesso, ricavata direttamente dal muro. Accendemmo una seconda sigaretta quando iniziò a raccontarmi.  I nonni si conobbero al Bar Jamaica. Il figlio di uno e la figlia dell’altro, seguendo i padri. Si piacquero. Nacque lei. Nel frattempo, Fontana squarciava il cielo con la luce della promessa del taglio, mentre intorno i saltimbanchi uscivano dai cespugli a spargere la rugiada dell’arte per le strade. E l’unico Manzoni assottigliava la distanza tra la materia artistica e il corpo, ci si comprimeva dentro.  Le chiesi se conoscesse il Cane Randagio, disse di no e le raccontai qualche cosa, chiedendole di interrompermi se si annoiava: parlo troppo, la regola delle trenta parole a testa in una conversazione non so applicarla; quindi, o parlo troppo e metto in soggezione o ascolto avidamente e metto in soggezione. Mi sembrava una storia simile a quella della sua nascita.  Le raccontai di un posto, il Cane Randagio appunto, in cui ogni sera trovavi Anna Achmatova, con gli occhi gelidi e tristi, ad ascoltare il mondo che si rovesciava ovunque, seduta a un tavolo in disparte, a superare per sempre con il solo ascolto la poesia. Anna, che teneva per mano la generazione dei reietti che hanno scritto la storia con l’inchiostro dell’impiccagione, della rivolta, del confino. Anna, che sussurrava a ogni amante la perdita dell’anello d’oro, una anacoreta della perdizione del mistico diurno. Di quel cercare gli oggetti persi di cui si narra in versi. Al Cane Randagio, dove i poeti si sparavano tra loro per un bicchiere di troppo, per un amante che non voleva diventare marito, per un endecasillabo rubato. Dove nasceva Majakovski inneggiando alle orge. Un posto da cani per un direttore cane. Dove c’era una separazione netta tra chi d’arte moriva, gli artisti, e chi d’arte viveva, il pubblico: il farmacista.  Allora tornai a Roma e dissi a Edoardo di vederci ogni mercoledì al Cane Randagio, alle otto in punto. Il Cane Randagio si trova in un luogo imprecisato tra Piazza Sempione e Piazza San Cosimato. E noi il mercoledì alle otto in punto ci vediamo al Cane Randagio, perché il mercoledì è il giorno del Cane Randagio, alle otto in punto.  Lo diciamo solamente a quelli che d’arte ci muoiono, perché non si può morire altrimenti. Non ci si vive, ci si riaggrega e, se tutto va bene, ci si muore tutti insieme, perché non c’è nessun altro posto dove andare il giorno dopo.  Kazimir Malevič, Paesaggio con cinque case, 1932 Non abbiamo nessuna casa a cui tornare né alcun lavoro prodigo da svolgere. Non ci sono uffici in cui ci attendono, né stagisti da frequentare e sottomettere o, peggio ancora, da educare. Ci vediamo al Cane Randagio perché non potrebbe essere altrimenti; non abbiamo nessun luogo che ci protegga se non il verso storto, riletto, copiato e abbandonato. Nessun pubblico a cui tornare, perché il pubblico della notte è sempre diverso e, se è sempre lo stesso, sono dei cretini che non vogliamo: ai miracoli si assiste univocamente (quante volte hai letto Mandel’štam per la prima volta?).  Il mercoledì al Cane Randagio non vogliamo nessun borghese che non sia stato escluso dalla propria famiglia, a cui non abbiano tolto gli alimenti o che non abbia dormito per strada. Non vogliamo nessuno che non sia stato insultato e diseredato da tutte le persone che ha intorno almeno una volta, e che abbia preso anche solo una buona decisione. Perché al Cane Randagio, di mercoledì, alle otto precisamente, entrano soltanto i fradici di gioia e i malfattori. Parliamo di quello che ci propongono di fare e non facciamo, di quello che ci propongono di scrivere e non scriviamo finché non ci si spezza il cuore per un riflesso. Finché non c’è più nessun argomento di cui borbottare egomaniaci, e comincia il sarcasmo, e il cuore non riluce più del racconto di sé stessi. Ci si incontra per spezzarci il cuore, per raccontare e, dopo aver raccontato, spezzato il cuore, dopo che ognuno ha detto quello che ha scritto per spezzarcisi il cuore e che nessuno lo ha più ascoltato perché a nessuno interessa veramente come l’altro si spezza il cuore, dire futilità per oblio. Dopo che ci siamo raccontati come il cuore è andato in frantumi, ne ridiamo tutti insieme per non prenderci sul serio, perché quello che conta è solo l’atto dell’umano che ascende al divino. E tutti insieme si santifica l’offerendum all’infinito delle bassezze del corpo e delle fasulle altezze dello spirito, sgranocchiando cibo spazzatura cinese e filmografia indiana. Ci incontriamo perché l’incontro non ha più alcuna mistica, per incontrare l’altro intero, senza la menzogna della parola. Chi non è attraversato come mezzo dell’altissimo non può considerarsi poeta, e il poeta è chi si fa strada nell’indicibile per essere strumento di tutto ciò che non è ancora stato tradotto dal cielo. Ci incontriamo per l’incontro, insieme e nemici, per un’ontologia dell’arte che si è fatta pelle. Noi alle otto, ogni mercoledì, al Cane Randagio, discutiamo e ci inebriamo fino a non avere più nessun argomento di senso, fino al trastullo dell’ironia e del decrepito ripetuto, finché non emerge la carne senza il suo racconto.  * Sì Graziano, dovremmo andare a correre al Verano, a inventare arcobaleni di rugiada sulle grigie tombe e fare urli all’altipiano. Non si vede nessuno tranne l’ultimo dei mohicani.  Sì vediamoci alle otto al Cane Randagio perché gli artisti stanno insieme per non dirsi artisti, fottiamo la connessione e il digitale. Solo la connessione sensoriale. Kazimir Malevič, Otto rettangoli rossi, 1915 Hanno detto alla prima mostra degli impressionisti quei quadri può farli anche un bambino. Hai visto, adesso i critici non ci stanno proprio? La roccia sul mare mi ha detto hai sentieri di eternità sottopelle, nelle braccia, mi ha detto accomoda i reni e in mezzo alla fronte hai il terzo, levigalo con cura: ti farà vedere. Il surrealismo sta nelle cosce, si attiva camminando. Il rock ’n’ roll sta nella cervicale: punti quantici. Abbracciamoci per essere svuotati e pieni, felici e austeri, Voglio un coccodrillo per Natale e un ippopotamo nella tazza da tè, per favore.  Le montagne mi dicono non vendere i tuoi libri e anela al mistero: «Scrivi solo nella tua mente adesso». Ricordati di quello che contrabbandava porcellane dalla Francia e dell’altro che tagliava l’acqua del mare con le forbici. Qui invece è un liceo perenne si conoscono tutti e arrivano anche a Timbuctù per leggere due versi. Pagano pure la benzina. Poi tornano in classe. Perciò ricordati di scordarti di te, di aprire le porte, dentro in fondo a sinistra, alla Holden Caulfield per intenderci, vicino al fuoco dello sciamano pitturato. Senti i piedi degli indiani che danzano? Balla coi lupi. Lo vedi il copricapo all’orizzonte? Seguilo tra Piazza Sempione e San Cosimato. I chip rifuggono l’energia vitale. Gli allarmi tacciono davanti al muro bianco. Annusa la folla e schivala, sii istrione, raccontami una canzone che sia intonata con la follia, andiamo alla fonte:portiamoci via da bere e da sognare. Che una notte non basta, vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo. Non abbiamo altro: scriviamo a matita nell’aria, al Cane Randagio. Graziano Mazza e Edoardo Piazza *In copertina: Kazimir Malevič, “Ritratto di donna”, 1932 L'articolo “Annusa la folla e schivala. Vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo” proviene da Pangea.
June 18, 2026 / Pangea