In Palazzo Strozzi, a Firenze, fino al 23 agosto, c’è una mostra di arte
religiosa del pittore Mark Rothko (1903-1970). Nel profondo rispetto delle
“scritture”(definire “sacro” quel truculento manuale di guerra mi pare
inappropriato), vedi Esodo 20:4 (“Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò
che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle
acque sotto la terra”) sono esposte le preghiere in forma di colore che la
coscienza di Rothko ha creato nella New York degli anni Cinquanta e Sessanta.
Le tele, di grandi dimensioni, secondo la sezione aurea, accolgono il visitatore
come enormi ruspe che scavano nelle nostre povere certezze, arano l’imbelle
terreno dell’ilarità e ti ritrovi senza vestiti, non come l’imperatore della
fiaba ma come il “nudo essere” di David Maria Turoldo, ricordandoti l’essenziale
verità della relazione, moto perpetuo della creatività.
In tutti i lavori esposti è presente il numero 2 e la sua declinazione nelle
campiture di colore, dal giallo al nero, è il compiersi della vita di Rothko,
padrone del colore e signore di se stesso (dopo la consegna alla Tate Gallery di
9 dei 30 pannelli della serie “Seagram Murals”, il 25 febbraio 1970 aveva capito
che il suo ciclo era finito). Nei suoi scritti affermava che “Penso ai miei
dipinti come a opere teatrali: le forme che appaiono sono gli attori sul
palcoscenico”, infatti sono palcoscenici, ma vuoti, perché permettono a chi li
guarda di vedersi sempre attore principale della commedia della vita.
Nelle sue conferenze, Umberto Galimberti suggerisce sempre di non dire che la
mostra che si è visto “è bella”, perché vuol dire che non si è capito niente,
“una mostra deve inquietare”. Pronostico rispettato, la retrospettiva di Rothko
non è bella, è devastante, raccoglie il sangue delle tue ferite nelle tele di
rosso pompeiano, perfette per un reparto di ematologia, che non emanano impeto e
passione, è un “rosso da trasfusione”, un rosso che ti mostra l’attimo prima di
morire, dove pare si veda la nebbia in Valpadana prima di aver fatto la
cataratta.
Da buon artista emigrato dall’Europa, negli anni Trenta la sua pittura era
figurativa ed anticipava i colori nel periodo surrealista; poi, figure umane e
paesaggi sono diventati campiture di colore dove il confine tra le tonalità
incide il cuore di chi guarda.
All’uscita ti senti depurato, leggero, disincrostato, Mark Rothko ha fatto da
filtro, raccogliendo tutte le schifezze del mondo e rendendo potabile il colore.
Silvano Tognacci
*In copertina: un’opera di Mark Rothko esposta a Palazzo Strozzi, Firenze
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In una calda domenica di giugno sono arrivato un’ora prima davanti al Museo San
Domenico di Imola per visitare la mostra di Germano Sartelli “L’incanto della
materia” (in corso, fino all’undici luglio p.v.) chiedendomi che livello di
“oggetti estetici” avrei visto di li a poco. Quando in fondo al corridoio mi è
apparsa la grande “paglia” nel cellophan ho sentito l’emozione di ET quando
diceva: “…caaasaaaa”, ero nel tempio della curiosità, davanti ai lavori degli
anni ’60, ’70, ’80 di un artista che aveva sempre cercato; mi ronzava in testa
quella parola ripetuta tre volte che nel documentario “La forma delle
cose”, Sartelli ripeteva con stupore: “…cercavo, cercavo, cercavo…” (se mai
esporrò le mie duemila creazioni, così titolerò la mostra in onore di Germano
Sartelli) nella consapevolezza che chi cerca non necessariamente deve trovare,
che “cercare” è il prezzo da pagare della nostra curiosità e che la natura ci
offre tutti gli stimoli per il nostro “fare”.
Le “ragnatele” del ’59 sono delle accurate ecografie del pensiero; le “cicche e
carte di sigarette” del ’70 anticipano di due anni le splendide fotografie di
mozziconi di Irving Penn, confermando l’intercontinentalità del vedere creativo;
i lacerti di ferro arrugginito consacrano la missione visuale della ruggine, non
soltanto “lacrima del tempo del ferro” ma vera e propria istantanea del nostro
inevitabile incontro con la morte.
Osservando i lavori di Sartelli, fatti con poverissimi scarti, si potrebbe
pensare ad opere realizzate insieme al dolore, alla solitudine, alla
sofferenza, visto che, tra l’altro, ebbe a che fare con gli internati
dell’ospedale psichiatrico di Imola; invece, percorrere i corridoi di questa
esposizione regala una grande serenità, appese ci sono le radiografie delle
nostra anima, tra “bianchi e neri”, tra “luci ed ombre” vedi il tuo essere
vivente non come “sommatoria di organi”, ma come “altissima frequenza di
pensiero”, senti di attraversare un campo di 174 hz con persistenti sentori di
gioia.
Germano Sartelli (1925-2014)
Concludo queste note descrivendo il posto (delle fragole) da cui vengono
scritte, il Rugginarium: “…un luogo fisico, uno spazio senza coperture dove si
raccolgono i raggi del sole, le gocce di pioggia, le folate di vento, i
cristalli di ghiaccio, i fiocchi di neve… dove il tempo delle stagioni regola la
quantità dell’estetica e dove manca solo una cosa: la colonna sonora della
perdita di funzione degli oggetti ed il loro rinascere nella valenza estetica di
specchi dei nostri pensieri”.
Silvano Tognacci
*In copertina: Germano Sartelli, Paesaggio di terra, 1982; foto Orselli
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sentori di gioia) proviene da Pangea.