Cassandra Crossing/ Mentre il termine “Vibe coding” perde per fortuna vigore,
sempre più ambienti di programmazione forzano l’utilizzo di LLM per lo sviluppo
di software; cosa mai potrebbe andare storto che già altri non abbiano
evidenziato?
Pare che la produzione di software tramite l'utilizzo di modelli linguistici sia
in grande sviluppo, no, in tumultuosa crescita; anzi, sia ormai divenuta
inarrestabile e indispensabile. Definita inizialmente come Vibe Coding, è stata
dapprima presentata come lasciapassare per chiunque volesse sviluppare software
senza avere competenze di informatica e programmazione. Poi, quando la cosa ha
iniziato a sembrare l'idiozia che è, si sono invece osannati i vantaggi
economici che l'impiego di questi metodi da parte di veri programmatori avrebbe
consentito alle aziende, aumentando la produttività dei programmatori esistenti;
non è chiaro se dei senior che potevano fare a meno di una squadra di junior,
oppure degli junior, che potevano scrivere software a livello di quello scritto
dai senior. Comunque certamente consentendo di tagliare posti di lavoro,
presenti e futuri, facendo quindi scattare quell'automatismo che fa salire
subito la quotazione in borsa di qualsiasi azienda.
Alla fine, hanno iniziato a essere contrastanti i pareri di chi aveva provato
davvero a usare i Grandi Modelli Linguistici (Large Language Models o LLM) in
ambienti di produzione riguardo il risparmio di tempo e la qualità del codice
prodotto; i primi dubbi hanno iniziato a essere presi sul serio. Lo sforzo di
inserire a tutti i costi funzionalità guidate da LLM, comune a tutte le
applicazioni commerciali, ha saturato di LLM anche tutti gli ambienti di
sviluppo software. E quindi tutti i programmatori, che lo volessero o no, si
sono trovati ad avere l'indice sul grilletto di una nuova arma.
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Tag - vibe coding
Il caso di Jason Lemkin, dirigente d’impresa e investitore, che si è lasciato
ammaliare dalle promesse dell’azienda di IA Replit, rischiando di perdere
l’intero database di produzione: il cuore pulsante della sua attività
professionale.
A partire dal 12 luglio, il co-fondatore di Adobe EchoSign e SaaStr ha
documentato via blog la sua esperienza personale con il vibe coding. Il primo
approccio è stato idilliaco: adoperando un linguaggio naturale, il manager è
riuscito “in una manciata di ore a costruire un prototipo che era molto, molto
fico”. Un inizio estremamente promettente, soprattutto considerando che Replit
si propone alle aziende come una soluzione accessibile anche a chi ha “zero
competenze nella programmazione”, promettendo di far risparmiare alle aziende
centinaia di migliaia di dollari. Leggendo tra le righe, la promessa implicita è
chiara: sostituire i tecnici formati con personale più economico, supportato
dall’IA.
La premessa, tuttavia, è stata presto messa alla prova. “Dopo tre giorni e mezzo
dall’inizio del mio nuovo progetto, ho controllato i costi su Replit: 607,70
dollari aggiuntivi oltre al piano d’abbonamento da 25 dollari al mese. Altri 200
dollari solo ieri”, ha rivelato Lemkin. “A questo ritmo, è probabile che
spenderò 8.000 dollari al mese. E sapete una cosa? Neanche mi dispiace”. Anche
perché, a detta del manager, sperimentare con il vibe coding è una “pura scarica
di dopamina”, e Replit è “l’app più assuefacente” che abbia mai usato.
Dopo poco, il manager si è reso conto che...
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