Puntata n. 137 del podcast di Simone Pieranni.
"La musica che sentite è stata presa dalla pubblicità della IMEC del 2002. Uno
amo sta camminando l'umgo una strada follata e notte. Mentre cammina si accorge
che qualcosa lo sta salutando, probabilmente li per l'IA solo la percezione del
saluto, un braccio che sembra rivolgersi a lui. L'uomo si ferma, guarda e
capisce. All'interno di una vetrine illuminata c'è un Apple IMEC, il suo schermo
è montato su un braccio regolabile sopra una strana semi-sfera che contiene
l'hardware di elaborazione. L'uomo fa per allontanarsi dalla vetrina ma lo
schermo lo segue. Squatela testa e il computer squatelo schermo fa un salto e lo
schermo silla. Suo giù. Tira fuori la lingua e il computer apre il solettore,
CD. Quello che vi ho appena letto l'inizio di un pezzo, parso su uno IMEC il 26
magio 2026, firma di Kinoi Heart.
L'implicazione è chiara. Abbiamo a lungo desiderato tecnologie che rispondessero
intuitivamente alle nostre interazioni. Guardando i nostri schermi oggi viene
spontaneo chiedersi. Quanto manca prima che siano loro a ricambiare il nostro
sguardo, solo che è, e questo lo aggiungo io, per consentire alle macchine di
guardarci a noi viene richiesta un'estrema opera di semplificazione, di noi
stessi."
La convivenza con le macchine è il tema di questa puntata. Ma a convivere non
siamo solo umani e macchine, ci sono di mezzo anche i proprietari delle
macchine.
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Tag - AI
Anthropic ha aggiunto alla propria privacy policy una sezione chiamata
Verification Data, che prevede la possibilità di chiedere a un piccolo gruppo di
utenti di Claude di caricare un documento d'identità governativo e un selfie per
verificare la propria identità. La modifica è stata introdotta il 17 giugno 2026
e entrerà in vigore l'8 luglio.
I dati richiesti sono diversi e di natura sensibile. La policy elenca l'immagine
del documento d'identità governativo e le informazioni che vi compaiono, come
numero del documento e data di nascita; l'immagine dell'utente in forma di foto
o video; i template di geometria facciale, che in alcune giurisdizioni possono
essere considerati dati biometrici; e l'esito della verifica. Sono accettati
passaporti, patenti, ID statali o provinciali e carte d'identità nazionali in
originale fisico, non in versione digitale, screenshot o fotocopia.
A gestire la procedura non è direttamente Anthropic, ma Persona Identities,
società di San Francisco specializzata in verifica KYC. Il dettaglio che pesa è
la proprietà: Persona è finanziata da Founders Fund, il fondo di venture capital
co-fondato da Peter Thiel, lo stesso fondo che figura tra gli investitori di
Anthropic. La verifica biometrica tramite Persona, peraltro, era già attiva su
Claude in forma limitata da aprile, prima dell'aggiornamento formale della
policy.
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Le aziende stanno perfezionando vari modi, che si stanno affiancando a quelli
usati per finire nei migliori risultati di Google
Sempre più persone preferiscono chiedere informazioni ai chatbot piuttosto che a
Google e ai tradizionali motori di ricerca. La tendenza non riguarda solo le
preferenze dei singoli utenti ma anche i cambiamenti imposti da aziende come
Google stessa, che sta trasformando il suo motore di ricerca fornendo risposte
generate automaticamente (le «AI Overview») e aggiungendo una finestra per
interagire con Gemini, il suo chatbot.
Queste novità stanno cambiando anche il modo in cui le aziende cercano di farsi
trovare online. Da quando esistono i motori di ricerca, il metodo principale è
la cosiddetta SEO (Search Engine Optimization), un insieme di tecniche per
arrivare il più in alto possibile nei risultati di Google. Con la diffusione dei
chatbot, l’obiettivo non è più solo quello, ma anche di condizionare le risposte
delle AI, agendo sui siti che usano più spesso come fonte. Queste nuove pratiche
sono dette Answer Engine Optimization (AEO) e permettono potenzialmente
un’influenza ancora maggiore: i risultati di Google, infatti, sono dieci per
pagina, mentre la risposta di un chatbot è una sola.
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Secondo documenti finanziari verificati dal Financial Times, la società ha
aumentato il fatturato a 13,07 miliardi di dollari, ma i costi sono saliti a 34
miliardi. Pesano ricerca, infrastrutture cloud e il passaggio a entità profit.
OpenAI avrebbe chiuso il 2025 con una perdita attribuibile alla società pari a
circa 38,5 miliardi di dollari. È quanto emerge da documenti finanziari
certificati esaminati dalla pubblicazione e verificati in modo indipendente dal
Financial Times. I numeri raccontano una crescita molto forte del fatturato, ma
anche un aumento ancora più rapido dei costi, confermando quanto sia oneroso
sostenere l’espansione dell’AI generativa su scala globale.
Secondo i documenti, i ricavi di OpenAI sarebbero passati dai 3,7 miliardi di
dollari del 2024 a 13,07 miliardi nel 2025. Una crescita significativa, legata
alla diffusione dei servizi basati su modelli di AI, all’adozione da parte delle
imprese e alla monetizzazione delle piattaforme commerciali dell’azienda.
Tuttavia, la traiettoria dei costi risulta molto più pesante: nell’ultimo anno
analizzato avrebbero raggiunto i 34 miliardi di dollari, generando una perdita
operativa di 20,92 miliardi.
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l’IAG può aiutare la formazione? Si risponde guardando la didattica di oggi, la
valutazione di oggi. Come se l’IAG non modificasse il contesto ma si limitasse
ad aggiungere valore. Il contesto rimane quello attuale, e a quello si aggiunge
il valore dell’IAG. La risposta naturalmente è sì, può aiutare. Può aiutare il
docente a preparare le lezioni e i quiz, lo studente a prepararsi a superare
quei quiz studiando sulle mappe generate sulle registrazioni delle lezioni.
Eccetera.
Ma il problema è che l’IAG modifica profondamente questo contesto, in termini di
modalità di funzionamento ma anche di valori. La lezione e il quiz non saranno
come li conosciamo ora (per fortuna). La competenza nella preparazione delle
lezioni sarà sempre meno importante; lo studio mnemonico in vista dell’esame
sarà sempre meno utile. Allora la valutazione dell’impatto andrebbe fatta
tenendo conto delle modifiche al contesto, non riferendosi al contesto
originale,
Più chiaramente: si fa un gran parlare della necessità di insegnare agli
studenti un approccio critico e consapevole per mitigare il rischio di errore
insito nella natura statistica del machine learning e della generazione di
risposte tramite LLM. L’utente di un servizio di IAG deve essere in grado di
valutare il risultato prodotto con un prompt prima di usarlo. Questo lo sanno
fare gli esperti del dominio...
leggi l'articolo di Stefano Penge
Dopo un iter legislativo non troppo rumoroso, l’Italia si avvia a recepire il
Regolamento UE 2024/1689, noto come “AI Act”. Il governo aveva infatti già
licenziato la legge n. 132/25 recante “Principi in materia di ricerca,
sperimentazione, sviluppo, adozione e applicazione di sistemi e di modelli di
intelligenza artificiale”. Il 10 giugno sono arrivati i primi due decreti
attuativi relativi all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella scuola e in
operazioni di polizia. Proviamo qui ad analizzare i possibili effetti. La prima
cosa che salta all’occhio è che si tratta di due ambiti importanti, sia per gli
effetti sulla società che per i dati economici in gioco: la scuola resta, anche
dopo i ripetuti tagli succedutosi da Berlinguer fino a Valditara, uno dei
capitoli di spesa maggiori, visibilmente maggiore di quanto lo Stato spenda in
difesa e ordine pubblico.
Si tratta quindi di risorse importanti, che sono state reperite relativamente in
fretta. Dove andranno queste risorse? Purtroppo è abbastanza facile dirlo: si
tratta di acquistare software e servizi da un numero esiguo di aziende (le
solite Big Tech americane), o fare formazione per promuovere l’utilizzo dei
software e dei servizi delle suddette aziende.
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IA.basta.org ha realizzato un KIT D’EMERGENZA PER L’INTRODUZIONE DELL’I.A. NELLA
SCUOLA che si può leggere e scaricare.
Le Big Tech stanno iniziando a fare i conti con un paradosso: l’adozione
massiccia dell'AI, pensata per ridurre i costi del lavoro, rischia di farli
aumentare.
Dopo aver pianificato di trasformare gli agenti AI nella forza lavoro del
futuro, con l'obiettivo di ridurre i costi del personale, ora le Big Tech
potrebbero essere intenzionate a fare un passo indietro rispetto ai loro
progetti. Il motivo? L'intelligenza artificiale grava sul budget delle aziende
ben più dei suoi collaboratori umani, infrangendo la promessa di essere la
soluzione economica per la crescita del business. Il primo a fare luce sulla
questione è stato il CTO di Uber Praveen Neppalli Naga che, in un'intervista
rilasciata a The Information lo scorso aprile, ha dichiarato che l'azienda aveva
già esaurito il budget annuale destinato agli strumenti AI nei primi quattro
mesi del 2026. Una spesa folle, giustificata dalla scelta di Uber di incentivare
l'uso di Claude Code tra i suoi dipendenti, anche adottando politiche interne
volte a premiare i team che utilizzavano maggiormente gli strumenti AI per
portare a termine i propri task.
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L'impatto degli agenti IA cresce rapidamente.
Secondo i dati più recenti pubblicati da Cloudflare e confermati da un
intervento del CEO Matthew Prince, il traffico web generato da bot ha superato
quello umano con largo anticipo rispetto alle previsioni iniziali. Le
misurazioni mostrano che la maggioranza delle richieste HTTP per contenuti HTML
proviene ora da sistemi automatizzati, inclusi agenti basati su modelli
linguistici e crawler utilizzati per l'addestramento o l'esecuzione di compiti
complessi. Le rilevazioni provengono dal pannello pubblico Radar, che aggrega il
traffico osservato dall'infrastruttura Cloudflare, la quale gestisce una quota
significativa dei siti globali. Secondo i dati più recenti, la percentuale di
richieste attribuite a bot si colloca tra il 53% e il 60% nelle finestre di
campionamento, con un picco del 57% registrato il 27 aprile 2026. La soglia del
sorpasso è stata raggiunta nei mesi precedenti, ma è diventata evidente solo con
l'aggiornamento delle metriche.
Matthew Prince ha commentato la situazione in un post pubblico affermando: «È
successo più velocemente di quanto avessi previsto. Pensavo sarebbe accaduto
alla fine del 2027, poi all'inizio del 2027, ma il traffico degli agenti sta
crescendo così rapidamente che i bot hanno superato il traffico umano online per
la prima volta nella storia di Internet». Il fenomeno è attribuito
principalmente alla diffusione di agenti basati su modelli generativi, che per
rispondere a una singola richiesta possono consultare migliaia di pagine.
Leggi l'articolo originale su ZEUS News
Avvelenare un modello linguistico non richiede accesso ai suoi pesi: basta
saturare il web di contenuti calibrati. Il caso Clock Tower X documenta questa
strategia e solleva questioni urgenti su trasparenza, regolamentazione e
responsabilità epistemica nell’era dell’intelligenza artificiale generativa.
L’avvelenamento sistematico dei modelli linguistici di grandi dimensioni – LLM
poisoning – non è più una minaccia teorica confinata ai laboratori di
cybersecurity. È diventato oggetto di un contratto governativo, finanziato con
fondi pubblici esteri, progettato per alterare le risposte che milioni di utenti
ricevono ogni giorno da sistemi come ChatGPT. Il caso che lo dimostra arriva da
un filing ufficiale depositato presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati
Uniti.
Indice degli argomenti
* Il contratto da 6 milioni di dollari che vuole riscrivere la “conoscenza”
dell’AI
* Le tre tecniche per avvelenare un modello linguistico
* Data poisoning: il veleno nel corpus di addestramento
* RAG poisoning: l’attacco al momento dell’interrogazione
* Generative Engine Optimization (GEO): la SEO per l’era dell’AI
* Il paradosso della delega: perché gli agenti AI non sono oracoli
* Verso un ecosistema informativo resiliente: le contromisure possibili
* Contromisure tecniche
* Contromisure istituzionali
* La sfida culturale: il vero terreno di battaglia
* Conclusione: la responsabilità epistemica resta umana
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Le aziende stanno ottenendo vaste quantità di dati online attraverso forme
illegali di estrazione di informazioni dalla rete per realizzare i loro prodotti
di intelligenza artificiale generativa. In questo modo, consentono un’invasione
di massa della privacy. I loro prodotti sono illegali proprio per il modo in cui
sono progettati.
È quanto ha dichiarato oggi in un nuovo rapporto Amnesty International, mettendo
in guardia sull’impatto negativo per l’ambiente e per le comunità storicamente
marginalizzate.
“Aziende di ogni parte del mondo stanno rifornendo i loro prodotti di
intelligenza artificiale generativa vantandone l’efficienza e la sofisticatezza.
In realtà, stanno perpetuando un’invasione di massa della privacy attraverso
l’estrazione illegale di dati dalla rete: usano procedimenti automatizzati per
estrarre dati dai siti, compresi quelli personali come le immagini e le attività
sulle piattaforme social al fine di addestrare i loro modelli di intelligenza
artificiale”, ha dichiarato Likhita Banerji, direttrice dell’Algorithmic
Accountability Lab di Amnesty International.
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