Tag - Luca Caddeo

“O Eterno io grido da luoghi troppo profondi”. Intorno al romanzo più potente di Giuseppe Berto
La Gloria, disorientante romanzo pressoché dimenticato dell’altrettanto dimenticato Giuseppe Berto, rappresenta la sacra storia di Gesù dal punto di vista di Giuda – il traditore, il reietto, il suicida. Si tratta dell’attesa di un evento che ci precede e che ci oltrepassa, ci trafigge, ci respinge e, imbuto di potenza metafisica, ci risucchia. Si tratta di una suspense che si sviluppa più lentamente degli istanti del tempo umano, di una durata che non dura, di un Dio che fugge, si nasconde, ci vorrebbe imitare e salvare e graziare e glorificare. È “l’attesa dell’Atteso” che ci custodisce, a dispetto della secolarizzazione, nel recinto del non completamente dicibile; la rappresentazione dell’avvento che ancora non ad-viene, del nume legato all’uomo – che se ne nutre, che lo flagella, lo unge, crocifigge, redime. Giuda, come il Battista, aveva un segno sul collo che via via si faceva più scuro e, alla stregua di Gesù, era stato occultamente chiamato a qualcosa di ineluttabilmente necessario, a un olocausto paradossale, alla tragedia, alla ironia che contrasta l’Assoluto facendone parte.  Giuda come il Battista era lì per un Altro, un altro che era in fondo pure se stesso, un daimon fattosi carne, il doppio davanti alla propria anima, davanti agli epopti, davanti a tutti gli astanti, ai disperati, agli illusi, agli assetati di altro vino, agli affamati d’altra carne. Giuda però ha frainteso il senso della gloria di cui avrebbe dovuto infine godere. Giuda sapeva che luce non è solo luce e che la tenebra non è solo tenebra, ma aspettava un capo, lottava per la giustizia impossibile; impossibile quanto l’avvento del Regno, del Regno di Dio, preparato dall’Unto.  Giuda sperava in un leader dal braccio forte, in un condottiero per il quale morire, che sapesse insanguinare la spada, che sapesse indicare la via, guidare alla morte, che sapesse cacciare l’oppressore romano o immolarsi per cacciarlo, un re che sapesse essere re, un circonfuso che sapesse incendiare tutti i cuori, innescarne l’impeto, la furia devastatrice, apocalittica sollecitudine di morte, la voglia di martirio. Giuda che – diversamente dagli altri discepoli – amava così profondamente da non perdere la sincerità più scomoda e che era così fedele da non pretendere miracoli da saltimbanchi, che sapeva stare sempre un passo indietro e che non era alla ricerca di fatti straordinari ma di ipnotizzanti parole catalizzatrici, proprio lui, non era affatto solo lui.  Giuda era l’umanità nella sua maledetta aspettazione di Qualcosa, nella sua ontologica apertura, nella sua escatologica pro-gettualità; ed era ognuno di noi: il tormento che ci attanaglia la notte singolarmente; la vertigine che ci agita personalmente, quella che ci prende uno per uno e senza lasciare scampo; il non-senso che ci strozza quando si assenta il divertissement; il nulla che ci prende anima per anima avanzando senza chiedere, aprendo senza bussare; l’ospite più inquietante che ci trattiene, che ci schiaccia nella oscurità.  Giuda è la punizione che arriva prima di morire; la coscienza che ti sussurra la dannazione inevitabile; la macerazione che non si può evitare e la fatalità dei rapporti umani, così parossistici, così indecifrabilmente imperfetti ma anche rotondi, in-sensati oltre il comprensibile.  Giuda, anagramma di “guida”, è la consapevolezza che il male rimesta il circolo del bene e il bene il circolo del male. Giuda dà del Tu a Gesù e Berto, nel romanzo del lontano 1978, utilizza l’iniziale maiuscola giacché a Gesù si dà del Tu, lo si ricerca nell’io, ma gli si dà quel Tu che si dà a un padre. Vi è perciò anche tutto un altro mondo dentro Giuda, un mondo che è di Giuseppe Berto, che è Giuda dentro Berto – Berto dentro Giuda. Il suo rapporto col Tu è difatti sì rapporto con un più fragile e dubitante io, ma è altresì il rapporto con la austera serietà di un nomos che ci supera, di un Padre che ci crea e così ci incatena, che ci ama e così ci abbandona. Ordunque, come rileva Silvio Perrella nella rivelante postfazione della edizione Neri Pozza, Giuda è anche Giuseppe Berto che rievoca in Gesù la ricerca del padre trapassato di cui è stata faticosa, tragicamente geniale testimonianza Il male oscuro. Gesù, perciò, compagno e tormentato fratello, ma appunto financo padre rispetto a cui ci si sente in colpa, rispetto a cui si vorrebbe essere all’altezza; padre che non è lecito tradire nemmeno quando tradire significa non tradire. E in fondo è oscuro pure il male che ci avvolge tutti, ma ognuno con una tunica diversa; il male che si stringe come una corda intorno al collo di ognuno e che non lascia scampo, che prima o poi arriva o che c’è e non ha bisogno di arrivare.  Il male che già i Greci avevano identificato nella individuazione, nella rottura di una immaginata armonia.  Il male come inconveniente di nascere, direbbe Cioran, che però apre fatalmente alla speranza del ritorno, alla ricomposizione dello strappo, alla risoluzione, all’ultimo abbraccio, all’ultimo incontro; il male che dal due riapre all’Uno; il travaglio del negativo che prelude a una improbabile sintesi finale, il suo costante presentimento, il suo ri-sentimento. L’abbandono dell’uomo e quello dell’inquieto Gesù, un uomo che parla per enigmi, che ama per enigmi; il calice amaro, quello che dobbiamo bere, che beviamo affidandoci lo stesso; la cicuta che ci deve redimere; l’esempio che dobbiamo dare; il sangue che dobbiamo versare. E Giuda che stringe la corda intorno al suo collo sempre più forte ad ogni suo passo, che tradisce per compiere la parola dell’Altro, che muore da uomo per amare da Dio, per amare un uomo-Dio, questo Giuda è fedele perché ha quello strano grado di confidenza inspiegabile con Gesù che lo obbliga a procedere, lo giustifica, ma ancora forse non lo grazia. Il dilaniato e umano traditore mostra la sovraumana forza della fede, lo sconquasso della fede, timore amore tremore. D’altra parte come fa Giuda a raccontarci i fatti? Da dove li racconta? C’è poi una dimensione dopo la morte da dove poter narrare e, ancor di più, dopo quel tipo di morte? Ecco che ancora una volta Giuda non è soltanto Giuda ma l’uomo che urla nell’uomo:  > “O Eterno io grido da luoghi troppo profondi: Signore, non ascoltare la mia > voce”.          Luca Caddeo     *In copertina: Caravaggio, “Cattura di Cristo”, 1603 L'articolo “O Eterno io grido da luoghi troppo profondi”. Intorno al romanzo più potente di Giuseppe Berto proviene da Pangea.
March 25, 2026 / Pangea
Contro il tempo. Il manuale marziale di Valerio Zecchini
> “Io non sono un uomo, sono dinamite” > > Friedrich Nietzsche  Ci vuole coraggio a leggere Valerio Zecchini, onestà intellettuale, capacità di ragionare trasversalmente, di confrontarsi criticamente e in solitudine con se stessi, consapevolezza della provvisorietà di certi giudizi e della insussistenza della “nera scienza catalogale”, avanguardistica brama demolitoria, voluttà di cieli e di fango, vocazione per la provocazione e per la tradizione vivente, che trascende i suoi stessi dogmi, i luoghi comuni.  Con questo spirito e rassegnati financo a non condividere affatto alcune delle sue tesi, è possibile esperire l’essenza di un libro che è molto più di un reportage sulle orme di un poco noto fondatore di Stati quale è stato il carismatico James Brooke. La silloge di articoli, interviste e poesie James Brooke e altre storie dall’Oriente estremo, edito da Pendragon nel 2025 e introdotto da Gabriele Marconi, sulla carta prende difatti le mosse dalla enigmatica, succitata figura per poi discostarsene conservandone per così dire la tendenza alla esplorazione, a tratti sonnambolica, labirintica e surreale, di luoghi fisici e metafisici, delle emozioni, delle culture, delle arti, del pensiero. L’idea di partire da James Brooke, ovvero dal cattivo della saga salgariana di Sandokan e ispiratore di Lord Jim di Conrad, ha qualcosa di libertario. Brooke, ancora oggi celebre nel mondo anglosassone e pressoché sconosciuto in Italia, non fu infatti soltanto un individuo benestante di sangue inglese nato in India da un funzionario della Compagnia delle Indie Orientali e un ufficiale della marina britannica, ma un rajah bianco che governò in autonomia ed estese lo Stato del Sarawak fondando nella città dei gatti (Kuching) una vera propria dinastia (1841-1946). Brooke realizzò anche un originale esperimento politico che non si ridusse alla guerra contro i pirati malesi e i cercatori di teste avendo invece come principio fondamentale il coinvolgimento dei nativi (“ideologia dell’imperialismo umanitario”); dotato di “semangat” (“coraggio fisico, carisma, forza spirituale”), fu pure un elegante libertino; un omosessuale amante come Pasolini di giovani in un tempo in cui l’adolescenza, scrive Zecchini, non era stata ancora inventata; un artista, se accettiamo di annoverare tra le arti quella della vita. E in fondo l’idea secondo cui l’arte e la vita siano una sola cosa e che dunque, sprofondando talvolta nell’abisso di abbandonate strade e parole, si debba forgiare l’esistenza come un’opera, è il retroterra di molte delle riflessioni di Zecchini, il quale è primariamente – potremmo dire alla Wagner “totalmente” – un artista (non a caso fondatore, col compianto Dario Parisini e Luca Oleastri, del post-avanguardistico progetto poetico-sonoro Post Contemporaney Corporation nonché artefice nel 2024 dell’evocativo, visionario, corrosivo, esoterico e a dir poco provocatorio album Patriottismo psichedelico).  Certo, la parola “artista” potrebbe fuorviare laddove si intendesse alludere a un certo tipo di “sentimentalismo abietto” che, potendo sfociare in un cieco e vuoto individualismo edonistico, potrebbe ingenerare cedevolezza interiore, debolezza di carattere e di pensiero. L’arte di Zecchini non ha infatti nulla di cedevole ma molto di eroico, marziale, immaginifico, “futuristico”, potentemente dadaistico – come mostra lo stesso incedere dei suoi irriverenti versi declamati e delle poesie presenti nella stessa raccolta. E, in effetti, ciò che attrae di più di questo libro e in parte della stessa produzione musicale di Zecchini, non ha a che fare soltanto con le seppur stimolanti informazioni di prima mano sulla situazione di vari Stati dell’Estremo Oriente e con la vivida capacità di scandagliarne l’anima al di là dei fenomeni politici transeunti. Ciò che coinvolge e apre maggiormente alla riflessione è piuttosto la weltanschauung da cui tutto, esperienze e viaggi compresi, si anima. Ci si riferisce all’idea secondo cui la stessa Tradizione resta viva e non scade in “stolida adorazione della consuetudine” nel momento in cui la si interroga e violenta tutti i giorni; ci si riferisce inoltre alla volontà di decostruire con spirito iconoclasta l’uomo contemporaneo e i suoi “troppo umani” ideali per dischiudere una via che conduca alla formazione dell’individuo assoluto – tipo umano diametralmente opposto all’ultimo uomo che solca con esibizionistica spavalderia e sconfortante superficialità le lande di questa età oscura.  Per realizzare questo compito dalla portata metafisica si dovrebbe procedere oltre le de-terminazioni incasellanti, praticare se stessi al di là del bene e del male, sprigionare le energie ataviche e avvicinarsi a una dimensione di coincidentia oppositorum da cui diventare dinamicamente “ciò che si è”. Considerando questi principi che, pur discostandosene parecchio, sembrano qua e là rievocare per quel che concerne gli argomenti la metafisica del sesso di Julius Evola, è possibile – ma non facilissimo né necessariamente condivisibile! – interpretare la pratica del travestitismo come un modo per trascendere i propri limiti e identificarsi, mediante una esistenza estetica e controcorrente, con un essere androgino. In questo senso viene analizzata la figura dell’Onnagata del teatro giapponese che, pur essendo di sesso maschile e non profanando il proprio sacro corpo, si veste e vive come una donna non soltanto quando recita, ma anche quotidianamente. Egli ha così modo di immedesimarsi integralmente con la figura primordiale che rappresenta “facendo della sua esistenza un sublime esercizio di stile”, realizzandosi hic et nunc, “come se si fosse sempre in punto di morte”. Per evitare che il discorso tracimi nella celebrazione del mondo LGBT e dunque del mondo moderno che lo incornicia, Zecchini, pur non scadendo in una acritica e banale demolizione di questo universo ma ricordando comunque “l’edonismo pezzente che domina il mondo drag queen e transgender”, sottolinea come nell’età classica l’omosessualità fosse vista alla stregua di un potenziamento della virilità e assumesse in certe culture orientali una funzione sacrale, essendo l’omosessuale considerato una sorta di tramite tra il mondo fenomenico e quello sovrannaturale, degli dèi. Nella misura in cui non degenerino in forme di individualismo materialistico e di nichilismo passivo ma siano pura epifania di un’“etica della gioia”, di un “militarismo che danza”, certe esperienze erotiche e la relativa estetica assumerebbero perciò un valore esistenziale, filosofico, finanche morale. Non si tratterebbe infatti di rivendicare semplicemente i propri diritti e di combattere per l’esaudimento dei propri desideri, ma di esperire quasi cristologicamente il proprio dolore minando con grazia, artisticità e colore i duri involucri che imprigionano e irretiscono le energie primigenie per farle eruttare in una sorta di amoralistica volontà di potenza oltre ogni limite imposto: >  “dare precedenza a un ideale estetico e non alla solita, obbligatoria logica > del profitto è un atteggiamento che oggi già di per sé assume una valenza > quasi eroica”.  In questo senso si comprende quanto l’autore scrive di Mishima:  > “nella sua vita e nella sua opera le virtù virili archetipiche (audacia e > determinazione, senso dell’onore, controllo delle passioni, resistenza al > dolore) incontrano finalmente la grazia e l’eleganza”. Nella intervista contenuta nel libro il poliedrico artista spiega tra l’altro la teoria del quarto sesso – “quarto” rispetto a maschile, femminile, omosessuale. Zecchini rispolvera a tal proposito il Manifesto della donna futurista e il Manifesto futurista della lussuria di Valentine de Saint-Point e cita il “femminismo differenzialista” di Luce Irigaray pensando che ritenere nulle le differenze tra i sessi costringa infine il femminile ad adeguarsi al modello del “maschio integro”; Zecchini afferma che le differenze tra i sessi vadano sviluppate ma che allo stesso tempo alcuni possano sperimentare “le pluralità contenute in quelle differenze” per “vivere negli stati molteplici dell’essere” puntando “all’inveramento dell’individuo unico e assoluto” e trovando nel travestimento stesso la modalità per esplorare la vera essenza dell’uomo: l’angelo, “entità androgina per antonomasia”. Il poeta ci tiene altresì a sottolineare che il quarto sesso non è altro che lo stesso Zekkiny: >  “l’altissima qualità della sua vita interiore, la sua sovrabbondanza ormonale > e il modo in cui reagiscono la sua opera e il suo mondo relazionale a tale > sovrabbondanza”. Di conseguenza pare che, pur essendo rispettate e sviluppate le differenze di genere, queste si possano evidentemente celare financo in uno stesso individuo e solo pochi avrebbero la capacità estetica di attuarle tutte e di coagularle alchemicamente in un unico plurivalente modo di essere tramite la via della “sperimentazione dinamica”. È così che, oltre al sottofondo antiumanistico che ricorda per certi versi l’analisi heideggeriana e ai riferimenti alla riflessione filosofica e artistica post-contemporanea, si colgono i richiami nietzscheani che tra l’altro indirizzano a rivalutare in positivo l’estetizzazione della esistenza, la quale, però, non deve innescare recessivi fenomeni di infiacchimento, ma al contrario autodisciplina, lavoro incessante su se stessi, spasmodica cura dei particolari e dello stile, spirito guerriero, forza plastica, a un tempo dionisiaca e apollinea, femminile e maschile. Nella esperienza di alcuni individui straordinari, ovviamente non necessariamente omosessuali, l’uomo sarebbe destinato a essere superato o, a seconda di come si interpreta la stessa nozione di Übermensch, potenziato a tal punto da oltrepassare la mera individualità egoica e le sue rigide conformazioni per essere come le onde del mare altro dal mare e lo stesso mare, la sua indomita, sempiterna, multiforme, elementare energia creatrice. Questa trasfigurazione che assume valenze esoteriche e dopo la morte di Dio sfocia in una sorta di estetica pratica dell’estasi, coinvolge l’esistenza integralmente facendo dell’arte un modo religioso della vita e della vita un modo religioso dell’arte. Siffatta sacrale estetizzazione non può rinnegare i materiali che utilizza per conferire bella forma al mondo.  Affiora perciò non solo la propensione a considerare il nichilismo in senso attivo ma a cavalcare senza remore moralistiche la tigre della modernità servendosi dei suoi stessi strumenti tecnologici e virtuali; per questo ad esempio sono valutate positivamente la “poetica del pixel” di Yayoi Kusama e la connessa filosofia della “self-obliteration” che intende “annullare l’io di superfice e farlo uscire dal gioco dei ruoli e delle funzioni” per “percepire noi stessi in modo tale da pervenire ad un’inscindibile armonia tra intimo ed estrinseco”. Epperò, se da un lato è necessario decostruire per ricreare e redimere il mondo nella bellezza, dall’altro bisogna essere inattuali e, al di là della stessa avanguardia, indossare “la lucente corazza della Tradizione” facendone propri i valori essenziali: coraggio iconoclasta, aristocratico senso della irriverenza, ardore e senso della sfida, dignità e “capacità di sapersi accontentare” contro la morbosa etica del profitto, “autentico cameratismo” , “amore per la natura” e non per l’efficienza, “amore di patria” e non “sciovinismo”, saper essere all’occorrenza semplici e frugali, capacità di comandare e di avere fede, ad esempio nell’Imperatore. I nomi che in un modo o nell’altro e ognuno in modo originale hanno costruito delle vie in un certo senso estetizzanti e assai critiche rispetto al mondo moderno sono tanti, tra questi Pound, D’Annunzio, Keller, Miller, Marinetti, Carmelo Bene, Dino Campana e vari altri artisti come Andy Warhol o Takashi Murakami, musicisti come Battiato e scrittrici come Wei Hui.  Il superamento estatico della morale borghese e del moralismo nonché la stessa sublimazione estetica e la capacità di disfare l’individualità “per approdare all’oceano della pura coscienza” ed “essere tutto senza tentare di essere qualcosa”, possono concretarsi anche nella via dello zen (“raccoglimento e silenzio”) o nella via del rumorismo elettronico (“pulsare ossessivo del ritmo”) e possono produrre a seconda dei casi anche l’auto-annientamento – di cui è emblema moderno il sacrificio catartico di Mishima.  Il libro di cui si discute è denso di informazioni sugli Stati asiatici dei quali Zecchini ha vissuto con poetico slancio dionisiaco strade, uomini e numi. Non ci troviamo perciò davanti a una esegesi che pecchi di astratto accademismo, ma di fronte a una interpretazione assai personale della civiltà orientale che si incontra con la corruttiva occidentalizzazione, con la globalizzazione e che, in alcuni casi, fa i conti col devastante passaggio del comunismo. E se con perfetta, a tratti spietata sincerità l’autore osserva come buona parte degli Stati in questione siano assai diversi dall’idea rarefatta che di solito se ne ha in Occidente, ci fa percepire pure che qualcosa di originario è rimasto. L’originario, però, è tale se è in grado di reinventarsi illimitatamente, come fanno alcuni leader orientali armonizzando consumismo ed ecologismo, libertà e senso della comunità, crescita economica e solidarietà, modernità e tradizione, io e noi. Con Zecchini si ha l’impressione che l’Occidente possa essere letto a partire dall’Oriente e l’Oriente a partire dall’Occidente per approdare forse a una nuova, viva sintesi che, pur rispettando le reciproche differenze, parimenti le distilli e potenzi in una originale concezione del mondo e dell’uomo. Leggendo Zecchini si ha infine l’impressione che nella autentica ricerca di se stessi gli schemi debbano per forza saltare in aria e i luccicanti frantumi barbagliare nel caotico ordine di un etere rinnovellato. Si tratta del cielo di un falco inattuale, intimo dei demoni e intero nel frammento, che come un terribile, altro viandante agisce rapsodicamente  > “contro il tempo, e in tal modo sul tempo, e, speriamolo, a favore di un tempo > venturo”.      Luca Caddeo *In copertina: una fotografia dal Giappone di Felice Beato (1832-1909) L'articolo Contro il tempo. Il manuale marziale di Valerio Zecchini proviene da Pangea.
August 5, 2025 / Pangea