Con Romanzo olandese (Scritturapura, 2025), Marino Magliani ci propone una
trilogia costituita dai racconti lunghi “La talpa”, “Le vetrate di Rembrandt” e
“Biografia di un paesaggio anfibio”, ma anche una diade i cui poli sono Zeewijk,
quartiere di Amsterdam, e la provincia ligure di Imperia. Ne “La talpa” troviamo
il personaggio Magliani, che non coincide perfettamente con l’autore, intento a
redigere una guida turistica di Amsterdam per i tanti viaggiatori ecologisti che
vogliono percorrerla in bicicletta. Roland Fagel, il traduttore dei suoi libri,
gli insegna come “dosare il ritmo” dei pedali, perché non basta citare la bici
nella guida, bisogna tenere il passo di un turista appassionato di ciclismo.
Fagel è un personaggio ambiguo, che funge da alter ego di Magliani: “Stai
tentando di trasferire la malinconia autogeografica della tua maledetta valle ad
Amsterdam… ma Amsterdam non è agonia ligure, è vita […]. È della tua Liguria,
ancora una volta, che vuoi scrivere. Tu non solo non sai scrivere altro, ma fai
di tutto per non vendere i tuoi libri”. D’altro canto, annota Magliani,
Amsterdam per Fagel era “una religione e il suo era il tentativo di convertire
anche me alla sua fede”.
Zaino con merenda in spalla, i due ciclisti partono dall’imboccatura del
Noordzeekanaal, il canale che collega Amsterdam al mare, e attraversano la città
in bici, imparando l’arte di legarla alle ringhiere durante le loro escursioni a
piedi. Ben presto alla coppia si affianca Welmoet, cittadina rinnegata che
preferisce all’urbe la vita in campagna e la coltivazione della verdura
biologica. Se Fagel è misterioso, Welmoet appare fin dal principio un
personaggio ingannevole, provocatorio e seducente, che indaga sulla vita privata
di Magliani Cosa fai quando non scrivi? Guardo le vetrine.
Il racconto ecologico iniziale, dove tutto avviene all’aria aperta, diventa
un’avventura (letteralmente) underground quando Michael van der Vlis, assessore
in pensione, spiega a Magliani l’esistenza di un sotterraneo segreto costruito
durante l’edificazione della Centraal Station a inizio Novecento. I tre ciclisti
si trasformano in speleologi e insieme al cane di Welmoet, un Breton bianco e
arancione di nome Bolero, attraversano dei tunnel interrati con l’obiettivo di
arrivare alla Stazione. La comitiva cammina curva lungo cunicoli chiamati
“condotti morti”, dove la mano di Welmoet può palpare furtiva le chiappe di
Magliani, attraversa pancia a terra pericolosi sottopassaggi e arriva financo a
tuffarsi con la muta in un canale d’acqua oleosa. Ma al posto della Centraal
Station, gli speleologi trovano una “zona franante, con precipizi di almeno
cinquanta metri”. Impavidi, proseguono con elmo e torcia circondati da grandi
ratti d’acqua (Arvicola terrestris), tanto che Magliani arriva a pensare di
“scrivere sul calcare i dolori della mia civiltà, il mio testamento”.
Giungono infine a una porta che si apre sulla Stazione. Si tolgono la muta per
camuffarsi con le divise dei ferrovieri e recuperano le biciclette. Ma a questo
punto si sentono sotto controllo, forse spiati dai Servizi segreti. Magliani si
rifugia in un bar, Fagel viene arrestato per strada dalla polizia.
Il racconto termina con la fuga di Magliani in Italia.
Prima di andare all’aeroporto incontra di nuovo Welmoet, con cui ha un dialogo
enigmatico. Gli viene il dubbio che non sia una contadina, che lo conosca molto
più di quel che faceva credere:
> “un vizio, più che una costante, dei miei romanzi è che la Liguria dopo un po’
> frana. […] Una regione intera galleggia al largo, tra Corsica e Piemonte. La
> gruviera carsica e piena di tane servite da rifugio ai disertori e ai
> partigiani. Welmoet doveva avermi letto per conoscere le mie ossessioni
> underground”.
Nel secondo racconto, “Le vetrate di Rembrandt”, siamo alle prese con un
Magliani cartografo che nota una perfetta sovrapposizione tra la mappa di
Zeewijk e la provincia di Imperia. Da qui parte un esercizio
letterario-topografico dove il paesaggio olandese si alterna, contrappone e
mescola con quello ligure (rigorosamente di Ponente).
Il Magliani personaggio descrive Zeewijk come un quartiere costruito sulla
sabbia, su rocce clastiche, substrati tutt’altro che stabili adatti ad abitanti
poco raccomandabili: lavoratori in nero, truffaldini galeotti. “Non faccio lo
scaricatore [di porto] da anni, al posto della fatica ho scelto di scrivere le
storie della fatica e questa sabbia. Un’attività che secondo me richiede ancora
più fatica”. Nel confronto con l’amico Piet van Bert, il “disoccupato di
professione” che lo porta a vedere Lezione di anatomia di Rembrandt, scopriamo
che Magliani non è “adatto ai lavori del tutto legali. Per certi aspetti neanche
la scrittura lo dev’essere”. Questa letteratura clandestina ci rimanda al primo
racconto parlando del suo ritorno in Liguria dopo l’arresto di Fagel e la
perdita del lavoro.
Il Magliani ligure è un girovago con il taccuino, un uomo selvatico che ama
“esplorare le campagne e vagare da mattina a sera per i costoni – la mia
passione per i rovi”. Dopo il manuale sulla città di Amsterdam in bicicletta, un
altro editore gli propone un libro su Amsterdam vista attraverso le vetrate
trasparenti delle case. Ma Magliani concepisce le abitazioni olandesi affiancate
agli orti liguri: sembra stia compilando una mappa catastale accavallando
Zeewijk alle valli di Ponente. “Tu getti ancora occhiate ingorde nelle vetrate
altrui?” gli chiede Piet. “Sempre”, ammette. “È un rito. Di più. Un dovere.”
Così come per gli olandesi è un dovere di ascendenza calvinista la trasparenza
delle case: non vogliono avere nulla da nascondere – nemmeno nella vita privata.
Ed è grazie a (quel) Calvino che il Magliani personaggio può stalkerizzare una
donna che lavora al centro commerciale Zeewijkpassage. La osserva al lavoro, la
segue per strada, la spia attraverso le vetrate. Si chiama Anneke.
Lui è Marino Magliani (forse)
Piet gli suggerisce di prendere un cagnolino, così può soffermarsi a guardare
senza dare dell’occhio. E così Magliani il voyeur si diverte a scrivere
biglietti per Anneke, ma inizialmente non li appende… Poi arriva a comunicare
con lei appiccicandoli sulle vetrate di casa sua. Le parla dei tramonti liguri e
Anneke lo lusinga: “bella la sciarpa, bambino dei tramonti”. La rivede spesso
attraverso le vetrate, le racconta di Piet van Bert, l’olandese che
“pratica flanerismo pigro sabbioso”. Ma la liaison con Anneke termina
all’improvviso: “Non capisci cos’è successo?” gli chiede Piet. “È finita la
storia tra voi quando è finito il libro”.
Nel terzo racconto, “Biografia di un paesaggio anfibio”, l’autore-personaggio
descrive la natura intorno al canale Noordzeekanaal. Racconto metaletterario,
Magliani narra le sue difficoltà a scrivere la bio-geografia di un canale che è
“muto, non si muove, e per complicarti la vita non è nemmeno stagnante”. Parlare
dell’acqua “non è un caso. Succede di cercarla a chi a un certo punto della vita
se n’è andato e crede per questo di essere un esule”.
Piet gli consiglia di “seguirne il corso da casa tua, oltre le dune e le isole,
fino a perderlo, perché a una certa altezza ti accorgerai che il canale diventa
altro”. Per studiare i movimenti dell’acqua Magliani si sdraia sulla scogliera,
dove scopre di essere in compagnia di un altro esule: il moscerino danzante
giapponese. Andando verso il porto, passa sugli scogli attorno al faro e scopre
un campo di bocce dove gioca una donna molto brava. Attratto dalla muscolosa
giocatrice, le chiede se gli lascia provare le bocce – il suo secco rifiuto lo
umilia, ma al contempo lo affascina. Seduttore seriale, torna alla bocciofila
nei giorni successivi, ma non la trova più. Nel frattempo si accorge che
il Paese piatto gli ha fatto perdere la sana paura del ligure per l’oscurità:
> “il buio ligure è pericoloso, la verticalità stende sul terreno le sue
> trappole, esci nel buio e rischi di cadere da una fascia e di ritrovarti senza
> saperlo sul bordo di un pozzo”.
Il Noordzeekanaal è attivo dal 1876, quando aveva solo due chiuse. Nel 1883 ne
venne progettata un’altra, nel 1928 la quarta; esistono anche dei canali
laterali, nove, nominati Zijkanaal A, Zijkanaal B e così via fino a Zijkanaal I.
Gli olandesi sono ordinati. E Magliani li ringrazia di facilitargli il lavoro.
Ogni giorno esce di casa dopo colazione, prende il bus e scende alle fermate
della linea Amsterdam-Sloterdijk. Presso le chiuse del canale Magliani diventa
uno zoologo che classifica l’acqua salmastra (brak water) in base al grado di
salinità. Attratto dagli animali presenti, si sofferma a osservare perfino i
vermi policheti. Scopre e fotografa il “pesce quattrocchi”, originario
dell’Amazzonia, specie Anableps anableps – com’è arrivato fin lì? Va in
biblioteca a fare ricerche, poi riparte per la sua perlustrazione acquatica,
novello naturalista ottocentesco sulla scia di Charles Darwin. La Liguria
all’esule permette di tenere il passo. Attraversa le chiuse e arriva oltre
l’edificio dei pompaggi, dove compare un’oasi, un’area agricola naturale con una
torretta di avvistamento degli uccelli. Qui il novello Darwin riporta, specie
per specie, la varietà dell’avifauna segnalata dagli appassionati.
Nell’avventura finale Magliani attraversa il canale alla ricerca dei campi di
patate immersi nel terreno fertile zeeklei. Incontra il contadino del luogo, un
po’ scontroso, che lo indirizza all’azienda agricola. Magliani insiste, non gli
interessa la produzione industriale, vuole parlare proprio con lui, che
riconosce come suo simile – da provinciale a provinciale, da sapiens selvatico
a sapiens salvatico. Già il fatto che il contadino gli porga il polso – e non la
mano – lo rende simpatico. I due guardano l’orizzonte e si scambiano poche
parole. Magliani assapora l’odore delle patate, che gli ricorda il “giugno
ligure, quando il contadino vanga il terreno e alza le patate”.
Mi viene in mente ciò che Vincent Van Gogh scriveva al fratello Theo a proposito
del quadro “I mangiatori di patate”:
> “Ho cercato di sottolineare come questa gente che mangia patate al lume della
> lampada ha zappato la terra con le stesse mani che ora protende nel piatto, e
> quindi parlo del lavoro manuale e di come essi si siano onestamente guadagnato
> il cibo”.
Magliani e il coltivatore di patate, due uomini che vivono il senso dell’abitare
la propria terra. L’epitaffio finale del romanzo potrebbe essere questa massima
“vertiginosa”:
> “La mia terra è molto verticale, signore, [ma] ci sono diversi tipi di
> vertigine, quella delle montagne e quella della pianura. Lei forse conosce la
> vertigine della pianura”.
In Romanzo olandese troviamo una scrittura itinerante, piena di paesaggi,
animali e pietre. E acqua: il Mare del Nord, i canali di Amsterdam che irrorano
una terra scabra dove si coltivano le patate. Magliani è un autore che consuma
il suo personaggio, lo leviga, lo trasforma in un vagabondo inurbato.
Uno scrittore territoriale.
Lorenzo Galbiati
*In copertina: Rembrandt, Autoritratto, 1629 ca.
L'articolo “La mia terra è molto verticale”. Intorno a Marino Magliani,
scrittore vagabondo proviene da Pangea.
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> “Forse, io sono i racconti che ho ascoltato da bambino.”
>
> (Filippo Tuena, Tutti i sognatori)
È una Roma sospesa tra sogno e storia, tra ricordo e fotografia, quella che
Filippo Tuena, tra i più notevoli scrittori italiani contemporanei, ha fissato
in Tutti i sognatori, romanzo uscito nel 1999 (premiato con il Super Premio
Grinzane Cavour nel 2000), ora ripubblicato da Nottetempo in una versione
integrata con fotografie della capitale occupata e due testi in appendice.
Un’opera labirintica e anfibia, dove la cronaca della Resistenza durante
l’occupazione tedesca si intreccia alla storia privata di un gruppo di famiglia
con interno, travolto dalla violenza del secolo. Due dimensioni, narrativa e
documentale, storica e onirica, si alternano e si sovrappongono in una Roma che
è insieme scenario dechirichiano, con le sue piazze svuotate, gli interni
borghesi, le gallerie d’antiquario simili a cripte, e paesaggio piranesiano,
dove rastrellamenti, torture, le prigioni di via Tasso e le Fosse Ardeatine
emergono in tutta la loro oppressione claustrofobica, con freddo realismo e
talento visionario.
Tutti i sognatori racconta una Roma ascoltata prima ancora che ricostruita,
filtrata dalla memoria, dai racconti familiari, dalle voci dell’infanzia e del
passato. Tuena stesso ha indicato in quei racconti di guerra uditi da bambino
una delle matrici profonde della propria vocazione narrativa. E proprio questa
memoria sedimentata e collettiva è la materia impalpabile del testo oltre che la
sua chiave profonda. Il romanzo nasce infatti da una impostazione duplice che
mischia: da un lato fonti d’archivio, documenti, cablogrammi, dati e
testimonianze; dall’altro il sogno, l’aspetto interiore, la visione, la memoria
privata. Non è un semplice romanzo storico, né una cronaca sentimentale
dell’occupazione. È un testo di frontiera, collocato sulla soglia tra ricerca e
narrazione, dove il dato storico e la febbre immaginativa si fondono in una
sintesi destabilizzante e ammaliante.
Roma appare allora come una necropoli dalle molte anime. Da una parte c’è la
città riconoscibile, occupata dai nazisti tra il 1943 e il 1944, con la sua
geografia della paura, con la sua esattezza toponomastica, in cui si inscena la
danza delle ombre di spie, infiltrati, partigiani, tedeschi, fascisti
collaborazionisti, delatori e prigionieri. Dall’altra c’è una Roma mentale,
quasi metafisica, dove ogni gesto sembra annunciato da un presagio e ogni
personaggio cammina già dentro il proprio destino. È una città rosselliniana per
la concretezza della violenza, ma borgesiana per la sospensione, l’enigma,
l’immobilità sacra che precede la rovina e la infesta. Tuena però non scioglie
questi due registri ma li lascia coesistere, li costringe a riflettersi l’uno
nell’altro, fino a dissolverli in un mistero quasi hawthorniano, dove la guerra
e la memoria hanno la stessa consistenza del sogno.
Il centro narrativo del romanzo è la famiglia Bellingardi, borghese, di origine
elvetica, installata in un’enclave che ancora crede possibile una forma di
neutralità separata, protetta dall’autorità svizzera e dalla propria condizione
sociale. La croce elvetica sulla porta, gli interni appartati, le abitudini
familiari, gli oggetti d’arte, tutto sembra comporre una piccola montagna
incantata immune dalla guerra. Ma questa illusione si sgretola presto. La storia
entra nella loro vita come un fantasma o un sortilegio. Basta l’arrivo di un
ufficiale tedesco, una minaccia, un nome pronunciato a bassa voce, perché il
mondo custodito dai Bellingardi venga attraversato dalla stessa violenza che
devasta la città.
Dentro questo spazio si muovono Maria e Luca. Maria, figlia dei Bellingardi,
appartiene alla dimensione del sogno, dell’immaginazione, dell’altrove è una
giovinetta con tutta la vita davanti. Luca è un giovane antiquario,
collaboratore del padre di lei, educato al bello, agli oggetti di lusso, ai
quadri, alle cose rare. Il loro rapporto non è meramente sentimentale: è il
pretesto in cui Tuena mette alla prova due modi diversi di intendere la
bellezza. Per Maria la bellezza diventa visione, estraneazione, sopravvivenza
interiore. Per Luca, invece, nasce come desiderio di possesso, come rapporto
fisico con l’opera, con la mercanzia sublime del passato, con gli avanzi di una
civiltà antica di cui brama il fascino e il fato. Ma la guerra trasforma questa
educazione estetica nell’anticamera della sua ribellione.
Il percorso di Luca è uno degli snodi più forti del libro. Egli si muove
inizialmente in una Roma patrizia che lentamente si spoglia della bellezza
custodita nei salotti, nelle gallerie, nelle case nobiliari, nei depositi
d’antiquariato per le urgenze della guerra. Vive tra specchiere veneziane,
statue, mobili, arredi, oggetti carichi di fascino. Sembra appartenere
interamente a quel lusso residuale, a quella civiltà di resti e di forme. Ma
l’occupazione nazista gli rivela che non si può amare davvero la bellezza
restando indifferenti davanti a ciò che la distrugge. La sua adesione alla
Resistenza non nasce però da un sistema ideologico, né da un romanticismo
politico. Nasce da una ferita personale, da una questione privata ed estetica.
In questo senso Tuena mostra come pochi che in verità “le motivazioni di chi si
ribella sono sempre personali”. Le azioni degli uomini non hanno simpatia per
l’ordine fisso, per gli schemi ideologici e le mitologie politiche, ma sono
mosse dalle intermittenze del cuore, dalla fantasia della storia. L’autore
pertanto pur non abdicando alla propria vocazione civile, sceglie di non
subordinare mai ad essa la sua concezione della scrittura come viaggio verso
l’ignoto e ricerca di quella complessità che solo la letteratura sa cogliere. È
questo il cuore morale del libro. Luca diventa un cane sciolto, un guerrigliero
indipendente, non perché abbia aderito a una dottrina, ma perché ha riconosciuto
nella violenza fascista e nazista una forza capace di deturpare il mondo e la
bellezza. È in questo come il Milton di Fenoglio o il Generale della Rovere di
Rossellini, non un monumento di valore e valori, ma un uomo vero in carne e ossa
che sceglie da che parte stare fino all’estremo sacrificio per mano dei
nazifascisti. Per altri la Resistenza potrà nascere dalla giustizia, dalla
libertà, dalla pietà, dall’amore. Per lui nasce dalla bellezza. E proprio per
questo non è meno autentica, ma anzi è concreta, personale, carnale, e per
questo più aderente alla sua natura.
L’opera affronta così la Resistenza non come monumento già compiuto, ma la
ricostruisce nella sua materia incerta, individuale, contraddittoria. Ci sono
diverse bande partigiani e diversi fiancheggiatori, figure positive e negative,
c’è soprattutto l’ambiguità del reale e del suo strano enigma. Ciò non
diminuisce il valore della lotta partigiana nella guerra civile, ma al
contrario, lo rende più vera. La grande storia nasce infatti da ragioni private,
fragili, talvolta confuse e accidentali, ma non per questo meno assolute. È lì
che l’epica smette di essere un programma ideologico e diventa esperienza capace
di mostrare che solo ciò che è ordinario mantiene quello che lo straordinario
promette.
Allo stesso tempo la trama segue il progressivo crollo dell’illusione di
neutralità. Roma non permette di restare spettatori. La famiglia Bellingardi
scopre che la neutralità in cui si era rinchiusa è solo un autoinganno destinato
a consumarsi. In una città dove il ghetto ebraico viene rastrellato, dove via
Tasso inghiotte i prigionieri, dove le Fosse Ardeatine raccolgono i corpi della
rappresaglia, nessuno è davvero fuori dalla guerra. Anche chi sogna viene
raggiunto. Anche chi commercia bellezza viene chiamato a decidere.
Maria attraversa questa rivelazione in modo diverso da Luca. Lei sogna perché il
reale è insufficiente, perché la morte non chiude tutto, perché l’amore continua
a cercare una forma anche quando la storia lo spezza. In questo personaggio
Tuena deposita uno dei nuclei più profondi del romanzo: il sogno come
sopravvivenza, come comunicazione con l’assente, e forza che sfugge al controllo
razionale e proprio per questo travalica la vita. I sogni riescono a costruire
ponti con l’altrove.
Lo stile obbedisce a questa duplicità. È asciutto e visionario, documentario e
lirico, burocratico e magico. Tuena, infatti, alterna narrazione, inserti
storiografici, materiali da dossier, memoria familiare, cronaca, fantasia. Il
risultato è un montaggio visionario in cui la pagina procede come una camera
oscura in cui i fatti storici vengono impressi dalla luce instabile della
memoria. La lingua non cerca l’enfasi o la drammaticità a tutti i costi ma anzi
nei momenti più duri resta fredda, quasi trattenuta. Ed è proprio questa
freddezza a rendere più intollerabile l’orrore, a renderlo vero. Le Fosse
Ardeatine, la repressione, la tortura, la violenza fascista e tedesca non
vengono amplificate, ma accadono, e la loro nuda fattualità basta a generare
sgomento.
In questo senso Tutti i sognatori occupa un posto essenziale nell’opera di Tuena
presentandosi come il suo principale libro di transizione. Guarda ancora al
fantastico, al sogno, all’irrealtà, alla dimensione visionaria che attraversa
una parte della sua narrativa; ma anticipa con chiarezza il Tuena successivo,
quello della narrazione documentale, dell’archivio, del montaggio, della storia
ricostruita attraverso frammenti, testimonianze, fotografie, resti. Qui l’autore
sta nel punto di passaggio tra invenzione e documento. Non rinuncia alla trama,
ai personaggi, all’amore, al destino di testi straordinari come Il volo
dell’occasione; ma già sente che la letteratura deve misurarsi con ciò che è
accaduto davvero, con ciò che resta nelle carte, nelle lettere, nelle
fotografie, nei verbali, nelle memorie, come nel successivo Le variazioni
Reinach.
Il libro, perciò, non è soltanto una “lettera d’amore a Roma” durante
l’occupazione nazista, anche se lo è in modo evidente. È una meditazione sulla
memoria come materia viva e instabile. Tuena lavora pertanto nella zona in cui
ricordo e archivio si correggono, si contraddicono, si accendono a vicenda. La
sua Roma non è soltanto quella verificabile delle date e dei luoghi, ma nemmeno
una città puramente letteraria. È un luogo metafisico in cui il sogno emenda la
precisione della storia definendo un’atmosfera sospesa che permettere di
cogliere la verità della storia e della letteratura. E nel farlo ricorda la
sublime distanza e l’intima e segreta partecipazione con il mistero dei migliori
quadri di Fabrizio Clerici (pensiamo alla quiete sospesa e ctonia del Sonno
romano o all’incombente presagio di fatalità di Latitudine Bocklin) e di De
Chirico.
Anche il titolo si apre così in più direzioni. Sono sognatori Maria, Luca, i
Bellingardi, i partigiani, i morti, i vivi, gli ingenui, gli illusi, gli uomini
che credono ancora di poter restare separati dal proprio tempo e quelli che
credono di cambiarlo. Ma sognare non significa solo fuggire. Può voler dire
vedere ciò che il giorno nasconde. I sogni di Tuena sono ambigui, potenti,
appartengono all’infanzia e alla morte, all’amore e alla politica, alla memoria
e alla profezia. Sono qualcosa che sa farsi misteriosa forma del tempo, e
rivelazione privata.
> “Lei, Maria, se ne innamorava e riusciva, attraverso i sogni, a mantenere una
> relazione con quel morto. Per questo nel titolo, che ancora non c’era, volevo
> la parola ‘sognatori’, ‘sogno’. Credo, come gli antichi, che i sogni abbiano
> una forza che noi non riusciamo a cogliere appieno e che ci sfugge e che,
> proprio sfuggendoci, dimostra la sua potenza. E questo tema, dell’amore che
> vinceva la morte e dei sogni che ne erano il tramite, mi affascinava. Pensavo
> fosse una suggestione personale, che nasceva da una lunga consuetudine con
> l’irrealtà, con la fantasia: le armi che mi difendono quando mi sento a
> disagio. Invece nasceva da un dato reale. E tragico.”
Leggere Tutti i sognatori vuol dire pertanto trovarsi in una terra di confine,
in un romanzo raro che mentre ci racconta una delle più ricche e sincere
testimonianze della letteratura sulla guerra civile, sa portare il lettore,
grazie alla sua scrittura, in viaggio verso l’altrove.
Francesco Subiaco
*In copertina: Fabrizio Clerici, “Minerva phlegraea”, 1956-57
L'articolo Le fantasie della Storia. Intorno a “Tutti i sognatori” di Filippo
Tuena proviene da Pangea.
Che bel romanzo ha scritto Silvia Bortoli, traduttrice dal tedesco e scrittrice.
La lingua è misteriosamente precisa, risonante, circondata da un alone
contemplativo che impone la sua grazia, procede nello stretto delle nostre
dimore, scorrendo come su un carrello su cui è piantata una telecamera che
registra, fissa sguardi, parole, abitudini, imprese quotidiane, sconfitte, si
apre un varco ampio, verso l’alto e il basso, in tutte le direzioni, ci mostra
gli ambienti, l’intimità dei luoghi, dei pensieri, dei cuori, i personaggi
affetti da mite demenza, conquistando la nostra attenzione, la nostra memoria:
non ce lo dimenticheremo più.
Che libro felice Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto (Quodlibet, 2025).
Spera e teme insieme, fin dall’inizio. Lo vorrei sottolineare tutto a matita,
tanto mi prende, e devo controllarmi. Propongo la pagina 17, per dare un’idea
della pacata tensione che si respira:
> “Sento una nuova inadeguatezza che avanza divorando pezzi del mondo che una
> volta nemmeno mi rendevo conto di avere a disposizione e che si sta
> restringendo”.
E la pagina 18:
> “Questa notte all’una e mezza si è aperta la porta e quando ho acceso la luce
> in mezzo alla stanza c’era un fantasmino scodinzolante che ho subito
> accompagnato nella sua cuccia, e poi alle due e mezza sono stata svegliata dal
> Principe che si era alzato e vestito credendo che fosse mattina, e ho
> riaccompagnato a letto anche lui”.
Da questi passi si capisce che il romanzo si svolge in una casa in cui prevale
un disagio a cui fare fronte, e quindi c’è molta originalità che trapela dai
comportamenti umani, e continui imprevisti, nonché lotta disarmata per
affrontarli. Ancora a pagina 18 mi piace citare un passo:
> “Una donna che ha la mamma malata mi ha detto che è diventata violenta e non
> riescono più a contenerla. Ma non il Principe, lui è sempre l’uomo gentile,
> elegante, calmo che ho conosciuto tanti anni fa, i gesti inconsapevoli sono
> sempre gli stessi, sorride, le rare volte in cui ancora sorride, sempre allo
> stesso modo, ma è sempre più lontano, più assente, ogni giorno si spegne
> qualcosa di nuovo, in lui e intorno a lui. Vuoi delle carote? Gli ho chiesto
> l’altro giorno. Cosa sono? mi ha chiesto. Gliele ho mostrate ma non le ha
> riconosciute”.
Andando avanti nella lettura, capisco meglio il senso del libro, e lo apprezzo
maggiormente, in crescendo. Non è la solita solfa sulla violenza diffusa, che ti
vuol fare paura (oggi tutto vuol farti paura, a incominciare dalla televisione,
con la scusa che non bisogna essere consolatori). “E comunque il mondo è pieno
di persone gentili, non solo di diavoli, come si tende a ripetere sempre” (pag.
28).
Sebbene sia contrario a una certa visione strumentale dello scrivere, direi che
si tratta di un romanzo terapeutico. Nel leggerlo ti senti bene. Perché? È
l’umanità viva che traspare da queste pagine, la compagnia, l’importanza che
hanno gli altri, ognuno. Tutto gira intorno al cane Jack Russell che i
componenti della casa hanno deciso di accogliere. L’animalità si rivela in
frammenti, parallelamente al rapporto con l’umano, che pure si svela ora a poco
a poco, ora all’improvviso, in un aforisma, o in un dialogo compiuto, breve o
lungo che sia, ma sempre a taglio netto, un taglio orizzontale nella prosa, come
le fenditure di Fontana che incidono la tela, rigorose, reali nel bianco dello
spazio misericordiosamente infinito e limitato insieme, in un libro che è
moderatamente avversato dall’ansia, nostra compagna quotidiana.
I personaggi di questa scena (molto veri), ci sembra di averli già incontrati,
che so, in un nostro conoscente, o un parente, o un amico, essi, spesso, sono
staccati dal piano della vita vissuta tramite un nome fantastico, uno
pseudonimo, un nomignolo, un modo di chiamarli affettuoso, che rende ironico
l’ambiente, creativo, nonostante la problematicità delle relazioni, le
impuntature, gli intralci, gli equivoci, i drammi. Allo stesso tempo questa
umanità si consacra all’origine che ha perduto, ma che in parte, a pezzi,
ritrova nella verità di un appellativo azzeccato e sorprendente, un ritratto
dell’indole di qualcuno, a volte impensabile, comunque non appiccicato, anzi,
efficace, manifestante qualità di leggerezza, di tolleranza, di superamento. Un
sempre che definisce i protagonisti contemporaneamente persona e personaggio,
sono gli attori che appaiono sulla scena di questo originale romanzo. Eccoli, in
ordine di apparizione: Piccolo Faber, Adorata Mammina, Principe, Jack (il cane
Jack Russell), Nounou (un coniglio), Olga di Sant’Uberto (un altro cane, credo),
Primo Capobranco, E. (letteralmente, e puntata), eccetera. La mania di inventare
nomi dice la visionarietà soffusa della scrittura, l’inventiva, parallela alla
durezza della realtà.
All’inizio il prologo si apre con la proposta di prendere un cane, comunicata
democraticamente ai componenti e non della casa, compreso il neurologo. Il lui
in questione è il Principe.
“Dottore, dico al nuovo neurologo durante una delle visite di controllo, è
sempre più apatico, afasico, ormai è difficile comunicare con lui, avevo pensato
di prendere un cane, cosa ne pensa?
Un cane? dice il neurologo, sono molto favorevole, può aiutare.
Un cane? dice sua figlia, mah, non sono sicura che gli piaccia, non mi pare
proprio che ami gli animali.
Un cane? dice la figlia di sua sorella, mah, nonna aveva due cani, li teneva in
giardino, gli puliva il muso e poi li mandava via dicendo: A cuccetta!
Un cane? dice entusiasta Piccolo Faber mentre mi segue verso casa reggendo
sull’avambraccio sinistro sospeso a mezz’aria le sue due aquile, sarò il secondo
capobranco.
Però deciditi, dice Adorata Mammina, non puoi parlargliene sempre e non
prenderlo mai.
E se prendessimo un cane? ho chiesto al Principe. Non mi ha risposto, ma non mi
è sembrato nemmeno contrario.
E così ho preso il cane”.
Il libro è un diario o un giornale di bordo, scandito dai mesi: Jack si tuffa
nel fango (agosto), Jack rosicchia il filo dell’airbag del taxi (settembre),
Jack distrugge il divano di casa (ottobre), e via di questo passo… Tutto
fulminato da un lampo al magnesio che fotografa il reale in presa diretta, o il
più che reale, in quanto le parole scavano la superficie per significare
l’oltre, sono accompagnate da un pensiero costante.
C’è sempre da fare in questa casa e per via del cane: “Quando hai sonno e hai
portato fuori il cane anche se ti pesa perché vorresti solo andare a letto e sul
prato il tuo cane si rotola su una cacca e torni a casa e devi metterlo nella
vasca e fargli il bagno e disinfettare la vasca e asciugarlo col phon che per
fortuna gli piace e poi preparargli la pappa, allora, in quel lungo momento
della tua vita, vorresti essere un sultano e dire al tuo visir: O mio visir, fai
tu, lavami il cane!” (pag. 127). E comunque resiste la saggezza, perché c’è
un’aria di resistenza tenace ma saggia in questo libro, una resistenza giusta,
condivisibile, specchio di noi pacifici emarginati, che non giudichiamo a
sproposito. Quindi non le strane idee circolanti di oggi, l’autoreferenzialità
che fa dire a un dentista qualunque (giuro che mi è capitato!) che Michelangelo
pittore non gli piace, preferisce lo scultore, e Picasso, poi, Chagall, Bacon,
Warhol, sono pompati dai critici, si salva solo Caravaggio. E nemmeno si fa
strada lo sgomitare, l’aggressività dei comportamenti: “[…] forse solo per stare
meglio, cerchiamo di evitare il giudizio, almeno, io” (pag. 119). Stare meglio
per poter vivere la propria vita riflessiva e attiva, equilibrio che si trova
nei sentimenti, nel buon senso che si patisce, anche se i cani rappresentano una
soluzione, non sempre ma spesso “perché i cani ci parlano e ci consolano e ci
guariscono dalle malattie dell’anima” (pag. 111). Che detto così può sembrare
una banalità, eppure non lo è, la lingua di questo libro lo dimostra,
volutamente informale, asciutta, ridotta all’osso quando si avventura nelle
svariate peripezie del quotidiano, lineare nell’arrivare al punto, una verità
che appare minima invece rappresenta la vita per gli altri, donata naturalmente,
non secondo principi teorici tuonanti, né dissacranti, che si perdono nel tempo,
verità assolute e poi faticose da vivere, bensì il nostro stare lucidi in
attesa, mentre l’esistenza intera muove verso la disperazione.
> “Ogni tanto mi dico che tutto sommato penso ancora, non a fondo, non bene, ma
> per appunti destinati a un futuro migliore, perciò posso farcela”.
Quest’ultimo passo mi solleva, eleva ogni cosa, la sospende e perciò la rende
capace di volare alto, in direzione di un destino nostro, non ambiguo, non
relegato, non degenerante. Il passo che segue è emblematico in questo senso, ed
è comprensivo del mondo antico e di quello presente, stupisce per la forza di
sintesi e per la profondità, leggiamolo:
> “La musica classica, quella per intenderci che andava incontro al suo pubblico
> o almeno lo trovava quasi subito, capace di rivolgersi sia all’ascoltatore
> ingenuo che a quello colto, è evidentemente così radicata nelle strutture
> neurologiche e fisiologiche o fisiche o psichiche, ora davvero non saprei come
> definirle per mancanza di strumenti, che mi basta cercare Il flauto magico o
> la Traviata su youtube e se non fossi un tipo tanto ansioso potrei uscire
> sapendo che qui andrà tutto bene almeno per un paio d’ore”.
Si trova anche questo nel nostro libro, di cui stiamo parlando, una totalità del
pensiero che allunga le frasi all’infinito, in una proiezione che vuol dire
l’uomo nella sua totalità, sociale e spirituale, ancora sconosciuta, o di nuovo
sconosciuta ormai, visto che pare si stia perdendo o esaurendo la volontà umana,
aggredita dai media e dalle parole pubblicitarie, scorrette, a mio parere, per
noi, per il pubblico, perché invadono, coprono il sentire vero, distraggono
dalla necessaria sintesi che dovremmo fare ogni tanto per capirci meglio, o un
po’ di più. Ma finché ci saranno libri rari come questo, non solo narrativi, non
ci sentiremo soli, la loro compagnia ci permetterà di lottare a lungo, e ci
salveremo grazie a quello che siamo, a quello che pensiamo.
> “Forse, nelle innumerevoli declinazioni dell’amore c’è anche questa, la
> custodia della persona che hai amato, la fedeltà all’amore di un tempo”.
Per una eventuale colonna sonora di un film o sceneggiato televisivo, di cui mi
auguro la realizzazione, tratto da questa storia, avrei pensato, qua e là, a
sottolineare certi passaggi o andamenti, If dogs run free di Bob Dylan,
oppure La sinfonia dei giocattoli, o, ancora, Les Chemins de l’Amour di Poulenc,
in particolare nella versione jazz di Jacky Terrasson. Buona lettura, e, a
questo punto, buon ascolto.
Vincenzo Gambardella
*In copertina, un disegno di Eugène Delacroix (1798-1863)
L'articolo “La fedeltà all’amore di un tempo”. Come il libro di Silvia Bortoli
mi ha salvato la vita proviene da Pangea.
Scrivere è spostarsi da dove si era fino al momento prima di scrivere, e leggere
è lo stesso – nella mia convinzione su cosa possa essere la scrittura, nella
ragione del mio continuare a leggere nell’epoca in corso nella quale si contano
sempre meno lettori o cosiddetti lettori forti, o così pare, definizioni a vuoto
tra l’altro: o si è lettori, ovvero si legge per non trovarsi più nello stesso
posto dove si era fino al momento prima di leggere, o si è al più sostenitori di
quel ramo industriale detto editoria che secca a velocità prodigiosa, sempre più
puntellato da protesi sintetiche dettate dagli algoritmi pappagalleschi che
nulla possono offrire della vitalità anarchica della letteratura. La letteratura
lo decide lei quand’è primavera, fa fiorire le rose anche d’inverno. La
scrittura di Angelo Ferracuti lo è al quadrato perché è scrittura in viaggio,
che è come dire viaggiare due volte, spostando in avanti l’umano desiderio di
varcare le frontiere, fossero pure quelle dell’immaginario e della morte, per
continuare a spostarci in avanti, perché ogni viaggio è l’ultimo soltanto fino
al viaggio dopo.
Nell’intervista di Morena Marsilio per la letteratura Working Class di te hai
detto: “non so fare altro che viaggiare e raccontare.” Che viaggio è stato
questa volta?
Impegnativo, in luoghi difficili da raccontare, entrando in contatto con gli
altri nel loro momento più delicato. All’hospice “La farfalla” di Montegranaro
la persona con cui ho parlato è morta da lì a poco. In una clinica in Svizzera
mi ha affidato la sua storia la donna che aveva accompagnato il marito, ricorso
il giorno prima all’eutanasia attiva. La commozione è una emozione che affatica.
Siamo di fronte non solo all’estetica del racconto ma a questioni etiche
fondamentali, e all’intimità delle relazioni umane più profonde. Raccontare gli
altri richiede l’assumersi una grande responsabilità. Il mio amico Dondero
diceva: “Io non fotografo le persone per un risultato estetico, le fotografo
perché mi interessano, perché esistono.” Il mio modo di raccontarle proviene
dall’oralità perduta della cultura contadina. Lo dico sempre: vorrei poter
raccontare a voce le mie storie, e così le scrivo. La volontà linguistica è la
naturalezza del parlato.
A proposito di Viaggio sul fiume mondo, chiesi cosa potesse essere vissuto
soltanto in Amazzonia, e la risposta fu: “la relazione costante con la morte,
che da noi è stata totalmente rimossa.” Con L’ultimo viaggio, che racconta
proprio i viaggi di chi va incontro alla morte che tarda a dare sollievo,
continui a esplorare il nostro rimosso?
Racconto i rimossi da sempre. Per anni ho scritto storie dal mondo del lavoro,
del suo immaginario volutamente e artatamente rimosso dallo storytelling dei
produttori, positivo ed edificante, che cancella i conflitti, il sudore e il
dolore di cui sono fatti. Racconto le storie che mi interessano. Ho appena
letto Teglie di rabbia dello svedese Henrik Johansson che racconta il mondo dei
panifici industriali, delle meccaniche interpersonali al suo interno, i rapporti
tra lavoratori stabili e precari e interinali, quello che se non fosse
raccontato non potrebbe mai essere visto, saputo. Dopo che leggi un libro così
neppure il pane quotidiano può continuare a essere guardato con gli stessi occhi
di prima. Il compito della letteratura è anche questo. Agire sullo sguardo verso
le cose.
Un viaggio prevede sempre un minimo di preparativi, pratici, mentali. Per
scrivere questo libro di reportage, quali sono stati?
Aver perso la mia prima moglie a quarantadue anni mi ha preparato, temprato.
In L’ultimo viaggio proseguono le riflessioni sulla morte che hanno portato alla
scrittura di La metà del cielo. Ho letto molto, visto molti film, come per
esempio il bellissimo Amour di Haneke. Il bagaglio era già pronto per questi che
sono racconti ancora più che reportage, infedeli soltanto nel montaggio, nel
senso che non ho inventato nulla di quello che è stato scritto. I santi bevitori
di Berlino, il sesto racconto del libro, restituisce una condizione umana
potentissima e non è nient’altro che la realtà. Aver avuto il fiuto di trovarla
è equivalso a essere a metà dell’opera.
Il tuo è un libro di viaggi ma anche di vagabondaggi. Attraversato dalla ricerca
di risposte come pure da una non del tutto sottintesa volontà di smarrirsi, tra
indirizzi forse presi male, appuntamenti messi a rischio dagli imprevisti,
rincorse dei protagonisti che preferiscono conservare un basso profilo. Come si
fa a raggiungere l’assenza di chi ha preferito spingersi verso l’ultima e
destinazione? È un libro paradossale.
È la realtà a essere paradossale se si impara a non distogliere gli occhi.
Entrare nell’hospice di Montegranaro è davvero come varcare la frontiera di un
purgatorio in terra, abitato da persone in attesa della morte, da spettri in
vita. Appena fuori c’è il mondo a cui siamo abituati con la sua velocità, mentre
lì dentro è tutto frammentato, silenzioso. Le foto di Marrozzini in apertura del
libro lo testimoniano bene.
Voglio entrare nel libro dalla porta di Oslo. Scrivi “almeno due volte l’anno
vado a Oslo.” Una delle scene che fermi nei tuoi taccuini sembra provenga dal
romanzo-capolavoro Gli inconsolabili di Ishiguro, è quella dove parli di una
delle stranezze di Oslo, che è “l’esistenza degli strani turnisti che cambiano
manualmente la traiettoria dei tram, una cosa che prima facevano direttamente
gli autisti, scendendo dalla locomotiva. Ho visto uno di questi scambisti che
usciva veloce dall’automobile per deviare il 19 sulla strada che porta a
Majorstuen, mentre fuori nevicava fittamente, prima di tornarsene dentro
l’abitacolo subito dopo in attesa di un nuovo passaggio. Una cosa assurda,
insensata, involontariamente comica, qualcosa del vecchio mondo corporale,
manuale che resiste.” Potrebbe valere come descrizione della vita in sé vista
dalla prospettiva della morte: assurda, insensata, involontariamente comica.
Non esistono più neppure gli scambisti dei tram. L’atteggiamento dei norvegesi
nei confronti della morte non è stato come me lo immaginavo. I popoli nordici
sono laici, gli olandesi sono all’avanguardia rispetto al diritto all’eutanasia
attiva, invece in Norvegia semplicemente non se ne parla. In parte agisce un
cristianesimo sotterraneo, l’antico nome di Oslo era Christiania, ma il punto è
che il popolo norvegese è molto vitalistico, in metropolitana vedi le persone
con gli sci, secondo un vecchio detto: vogliono morire con gli stivali ai piedi.
La Norvegia almeno ai miei occhi è un posto bizzarro, ricco di petrolio ma con
una percentuale di infelicità molto alta. Un popolo malinconico, come lo è la
sua letteratura. Ho intervistato molti scrittori norvegesi, da ultimo e di
recente Frode Grytten che con Il giorno in cui Nils Vik morì ha scritto proprio
un romanzo sul fine vita. I suoi lettori gli hanno detto che il libro li ha
aiutati a parlare di ciò di cui nessuno parla, del morire.
Nel libro si entra attraverso la foto scelta per la copertina, una sorta di
esposizione al negativo di uno degli scatti del secondo reportage fotografico di
Marrozzini. È la foto di Graziella a diciotto anni, la protagonista dell’ultimo
racconto, Tutta la vita. Graziella vive a Monteleone di Fermo, è paralizzata,
deve essere assistita in tutto, ma di andare a morire non ci pensa affatto.
Graziella è irriducibile. Era una donna depressa che ha reagito alla malattia in
maniera positiva. La sua storia racconta qualcos’altro però: lei può essere così
com’è grazie alla presenza di una comunità affettiva che è scomparsa nel resto
della società. Oggi si muore da vecchi, spesso da soli, abbandonati in una
corsia d’ospedale.
Graziella sceglie di tenersi la vita che ha.
Un libro che avvalorasse una parte sola, quella di chi come me è favorevole
all’eutanasia attiva, sarebbe stato un libro sprecato. L’intenzione è stata la
moltiplicazione dei punti di vista. Ogni scelta è quella giusta se presa in
rispetto della propria volontà. Quel che conta è poter scegliere. D’altronde c’è
un altro aspetto da dover tenere in considerazione: la vita ci appartiene ma noi
non apparteniamo solo a noi stessi. Mi viene in mente la storia di Lucio Magri e
di Luciana Castellina che lo tira giù dal treno verso la Svizzera, che gli dice:
tu non puoi andare a morire, non appartieni solo a te stesso, tu sei anche
nostro. Stiamo parlando del gruppo dei fondatori del “manifesto”, di laici
marxisti. Apparteniamo a noi stessi ma apparteniamo pure a una memoria, a una
comunità, ai nostri affetti.
Gli altri come deterrente alla morte.
Nella civiltà contadina da cui provengo, che aveva ci mancherebbe i suoi lati
coercitivi, c’era di sicuro che nessuno veniva lasciato da solo. In Un indovino
mi disse Tiziano Terzani, uno che è stato in viaggio tutta la vita, scrive che
morire nella casa dove si è nati, dove magari sono morti i propri genitori, i
propri nonni, è un po’ morire meno. È una frase rassicurante. Ho voluto
scrivere L’ultimo viaggio con lo stesso tono. È un libro rassicurante. Per me
raccontare i posti dove si va a morire ha significato demistificarne le immagini
deformate con cui sono entrati nell’immaginario collettivo. La morte è più
normale di quanto se ne pensi.
Nell’Hospice “La farfalla” di Montegranaro una infermiera ti “racconta di un
ragazzo che aveva acquistato su un sito internet il kit della morte, poi non è
riuscito ad usarlo, non si è fidato di iniettarsi la dose mortale.” Nella realtà
aggiornata, dov’è possibile ordinarsi la morte a domicilio, qual è il senso di
mettersi in viaggio verso la morte?
La Svizzera con le sue cliniche per l’eutanasia attiva è diventata una frontiera
dell’immaginario. Bisogna essere ben consapevoli che a decidere di fare questo
viaggio è chi vive il corpo come una prigione, chi non ne può più. Parliamo di
una percentuale bassissima di persone. In Svizzera rappresenta l’uno percento
dei decessi. Il numero di coloro che arrivano dall’Italia è talmente esiguo.
Però nell’immaginario collettivo ha preso uno spazio enorme, come se chiunque
muoia è perché è andato in Svizzera. Per chi soffre di malattie gravissime la
vita non è più vita, è una attesa disperata della morte. Il viaggio conserva un
immaginario molto forte, e in questi casi diventa un viaggio verso la
liberazione. In un paese cattolico come l’Italia potrà essere frainteso, ma
bisogna capire che le persone che finalmente intraprendono questo viaggio sono
felici, che per loro andare a morire è una gioia. È raggiungere la terra
promessa.
In direzione opposta a quello che può sembrare il feticismo della vita, il
vivere come dover vivere che tu voglia o no.
Nel libro mi sono sforzato per capire anche le cose che non condivido. E capisco
il dilemma dei medici contrari all’eutanasia attiva. La medicina nasce per
salvare la vita, è la sua missione, è la sua speranza. Allungare la vita costi
quel che costi pur di non darla vinta alla morte.
Sottolineature da L’ultimo viaggio: nell’hospice, “C’è un mobiletto con dei
libri, romanzi per lo più”; “Sabrina stava raccogliendo le sue cose, soprattutto
libri, che aveva letto mentre vegliava suo marito”; a Basilea “una scaffalatura
con alcuni dizionari di lingua spagnola e italiana, qualche romanzo”. Poi ci
sono gli oggetti che lasciano i morti per scelta in una camera dedicata della
clinica per l’eutanasia attiva: “Libri, taccuini eleganti”. In questo mondo,
dove gli scrittori – almeno in Italia – “sono diventati quando va
bene entertainers, continuamente in tour come improbabili star tra festival e
tristi raduni di lettori in provincia” e dove addestriamo programmi informatici
perché scrivano i libri a comando per andare incontro ai propri vizi da lettori,
la lettura e la scrittura sembra continuino a essere ciò a cui è ancora
possibile aggrapparsi mentre il proprio mondo emotivo e cognitivo si sta di
fatto dissolvendo.
Non ho inventato niente, erano lì. Certo sarà stato anche il mio interesse a
farmeli notare. I libri in una casa rivelano molto di chi sceglie di tenersi
proprio quelli. Di fronte al fatto della morte la letteratura resta uno dei
metodi di evasione momentanea più efficace. L’uomo con cui parlai all’hospice e
che morì poco dopo però non mi parlò di libri, mi descrisse la moto con cui gli
sarebbe piaciuto fare un viaggio se fosse uscito da lì. Quello che c’è, che
resiste, è il bisogno di raccontarsi, e di qualcuno che ascolti il tuo racconto.
Quando è successo a me ricordo che mia moglie mi strinse la mano, le sue ultime
parole furono: “Le bambine.” Abbiamo avuto due figlie. Non ha detto altro, aveva
già detto tutto.
Photo Giovanni Marrozzini; per gentile concessione
In L’ultimo viaggio ci sono dei lampi autobiografici, punti di collasso in cui
il raccontatore coincide con il raccontato. Frasi come: “Quando è morta mia
moglie non c’era ancora l’hospice”, come “penso che nelle cose che scrivo niente
è neutrale, neanche la nebbia”. In questo libro hai raccontato storie che
avrebbero potuto essere le tue?
Pochi mesi prima che morisse mia moglie avevo sentito di alcuni frati che
preparavano un decotto presunto curativo. Le dissi: “Vuoi che vada a prendertene
un bottiglione?” Mi guardò come fossi diventato matto. Non sono credente ma per
lei sarei andato in chiesa a dire una preghiera. Mi disse: “Questo te lo
risparmio.” Quando vivi sotto una pressione psicologica così stringente le pensi
tutte. Aver scritto anche di me in L’ultimo viaggio è la riprova che ho fatto
sul serio, che partecipo di quel che scrivo. Ci sono storie che avremmo
preferito non dover vivere ma che abbiamo dovuto vivere lo stesso. Non puoi
decidere ciò che devi vivere, però puoi decidere di raccontarlo e come
raccontarlo.
Altri viaggi da vivere per raccontarli?
Ce ne sono tanti! Sento il gran fascino di Pyramiden, nelle isole Svalbard, un
ex sito minerario svuotatosi dopo il crollo del muro di Berlino, dove è rimasto
tutto intatto e disabitato. Poi ho da sempre il sogno di attraversare i luoghi
di Jack London che è stato uno dei miei miti letterari di gioventù, le terre
dello Yukon e dei cercatori d’oro, perché ce ne sono ancora. Sono e resto in
cerca delle storie di cui sento io per primo la necessità che vengano
raccontate, ascoltate.
antonio coda
L'articolo “La morte è più normale di quanto si pensi”. Dialogo con Angelo
Ferracuti proviene da Pangea.
Leggere Il macello moderno di Antonella Antonia Paolini (Aragno, 2025) è
un’esperienza estrema, che fa trasalire, e lascia sconcertati in quanto possiamo
riconoscerci da umani tutti gettati in quel macello. Tra Ivano Ferrari, Amelia
Rosselli e Nanni Balestrini, con la lingua affilatissima di una poesia che non
cede mai al buonismo né al dolorismo viviamo una trasfigurazione del limite,
nella leopardiana coscienza dell’impossibilità di abitare la natura umana senza
dolore, e che questa stessa ferita e dolore coincida con la letteratura e sia
perciò sacrificio inestirpabile, pena la fine dell’arte. Paolini testimonia
l’infinitudine dell’arte letteraria e la sua solenne crudeltà, in quanto madre
assoluta e matrigna, oltre tempo e spazio, si abbatte sui corpi, li viviseziona
e divora, concedendo soltanto squarci di luce nel regno delle formiche, abitanti
notturne della dimensione della scrittura, tanto quanto gli scarafaggi
di Psicosi delle 4:48 di Sarah Kane. Il prologo ricorda proprio Psicosi delle
4:48, i quindicimila scarafaggi per Paolini diventano formiche. Però, nel suo
monologo, l’occhio, la pelle, si apre alla luce.
> “Formiche. Una sensazione di formiche nel buio, mi attraversano il viso, il
> corpo, scendono e salgono sulla bocca, sul collo, sulle braccia, sul seno, sui
> polsi, entrano ed escono dalla camicia, si infilano ovunque; non le vedo
> perché è buio. È buio e scritto qui dove sono. È buio e stretto qui dove sono.
> Non so quanto tempo sia trascorso, devo essermi addormentata.
>
> Mi fanno male le nocche delle mani. La gola. Ho gridato. Ho bussato, battuto
> sulla superficie che mi schiaccia da tutte le parti”.
Tutta questa lotta con la carne, con la mente, l’ossessione, l’identità, le ossa
frantumate, la prigione, il cielo, la letteratura, la nostra aria, il respiro
che può esistere soltanto attraverso la conoscenza.
> “Il vento soffia nelle mie ossa cave d’uccello
> si fa strada con la sua parola urlata e continua,
> preme ai miei vetri.
> Mi raggela e lucida come un cielo di tramontana.
> Aguzza mi guardo limpida,
> m’inchiodo”.
Emoziona, commuove, dilania. La sostituzione della letteratura alla vita,
l’essere fantasma spettro in vita, il tema dell’identità e della soglia, del
vuoto – commuove e dilania. La lingua è la trasformazione alchemica più potente
non in quanto edulcorante di false banalità buoniste, ma in quanto, nel restare
ferma nel terrore di sé medesimo, il dolore riesce a rendere la verità occulta
dell’esistenza mediante una lingua che fa propri gli strumenti della letteratura
e della poesia e li trasforma, li trasfigura completamente. Vi è una doppia
trasformazione: una trasformazione del dolore in bellezza e una trasformazione
del linguaggio – di ciò che giunge da una lingua letteraria – per farne una
nuova lingua letteraria che non ripete il passato, ne diviene sepolcro.
Ilaria Palomba
**
A R.S.
Credo solo nell’ossessione
ma l’ossessione deve svolgersi
srotolarsi per tutto il labirinto
e arrivare
fuori.
*
L’ho pagato a caro prezzo ogni passo,
Ho pagato e pago un prezzo alto
Alto
E sono come un uccello che non ha compagni
[di volo su questo grattacielo
Non guardo né su né giù,
Sento il vento della sera.
*
Era pericoloso
fare poesia
essere uno che la faceva sul serio la poesia
la poesia
la sentiva in ogni angolo di sé
sperperato
questo era
uno che si era rovinato
sperperato
sempre puro a troppo
un costo alto
metteva il piede male nella vita lui
sono bravo a far poesia
si disse nel pomeriggio
era disperato,
un ottimo candidato alla poesia e al suicidio.
In quel momento aveva la bocca amara amara amara
più amara di una moramara.
*In copertina: Joachim Beuckelaer, Macelleria, 1568
L'articolo “Era pericoloso fare poesia”. Su un libro di Antonella Antonia
Paolini proviene da Pangea.
> «Quando uno sceglie la strada della minoranza, deve essere minoranza fino in
> fondo: voce di catacomba, destinata a risonare in uno spazio consapevolmente
> sotterraneo».
Con queste parole il personaggio dell’editor rigetta una bizzarra serie di
manoscritti, confidando d’aver inteso alla perfezione il perverso desiderio
dell’oblio che agita lo scrittore. Siamo alla fine del romanzo post-moderno Il
settimo giorno di Giorgio Calcagno e rivela, curiosamente, il destino stesso
dell’autore (quello vero, non quello di finzione). Perché Calcagno sembra aver
scelto, con consapevolezza, proprio lo spazio sotterraneo della letteratura.
Nel 2024 è tornato disponibile Il settimo giorno grazie a Cantoni Editore: la
copertina rigida e di tela, una carta interna gradevole al tatto, insomma, un
libro fatto bene, una qualità elevata che riflette la peculiarità dei testi
pubblicati. Si tratta di un’opera aliena nel panorama letterario, apparsa per la
prima volta nel 1981 da Rusconi; viene definito romanzo sperimentale (anche se
del romanzo ha poco) e incomincia con un gioco letterario, ma rovesciato: capita
spesso che i romanzi si aprano con il ritrovamento di un manoscritto; qui, al
contrario, i manoscritti sono sei e sono loro a trovare il primo narratore, come
se questi testi gli fossero stati consegnati per errore, e decidesse quindi di
spedirli a sua volta a un editor. Se il filo conduttore di questi sei “racconti”
è sempre il sacro, questo viene però declinato nei più laici o addirittura
profani dei modi possibili, non solo nel contenuto, ma soprattutto nella forma.
Così i testi prendono la forma di una indagine statistica sull’esistenza di Dio
(con tanto di lettere di protesta di comitati e sezioni di partiti), o la forma
di una sceneggiatura fantasma sull’eterno peregrinare di colui che cerca un
campo da acquistare coi trenta denari, o la forma di uno scambio di rimproveri,
querele e gossip sulla mancata realizzazione di un telefilm su una Madonna in
versione femminista, o di un saggio a più voci su un affresco scomparso (o
cancellato di proposito?) sul sacrificio di Isacco, e così via.
I racconti si sviluppano come un borgesiano affastellarsi di finzioni, una serie
di dotte scatole cinesi, continue falsificazioni, punti di vista che si
sovrappongono. Il tutto a mostrare che il continuo interrogarsi, lo sproloquio e
l’accanimento investigativo, non fanno che far scappare Dio; più lo si cerca,
meno lo si trova. Ai fini statistici, si mostrerà che non importa se la gente
creda o no in Dio, importa solo se è utile a qualcosa («se è utile, che esista
pure. Non svegliamolo, mentre la gente lavora»); alla giovane attrice viene
rimproverata «una gioia quasi infantile» quando apprende di dover interpretare
la Madonna, e i comitati femministi incominciano a strattonarla da ogni parte,
così preoccupati di far emergere le qualità della donna moderna, da non
accorgersi di calpestarne la figura proprio nel suo aspetto più alto.
Questa cacofonia di voci, lettere, trascrizioni, rimandi, note redazionali,
vanno a costituire l’affannoso chiacchiericcio intorno a Dio: estromesso,
offeso, abolito, superato, Calcagno ci mostra come Dio si manifesti con maggiore
evidenza in tutta la sua complessità proprio in questo disperato Novecento, e la
totale inadeguatezza dell’intelletto umano quando tenta di coglierne la voce.
Nel leggere Il settimo giorno non può non venire in mente il Pasolini
di Teorema o de La ricotta, dove certa esasperazione del sacro porta a un
impoverimento spirituale o alla diaspora. Il vero protagonista di questo
pseudo-romanzo è proprio il linguaggio, in tutte le sue più varie forme, da
quello saggistico ed erudito a quello giornalistico, da quello cinematografico a
quello politico. E forse Calcagno vuole dirci che in tutto questo parlare l’uomo
si priva del silenzio necessario per ascoltare Dio:
> «il messaggio domenicale sarebbe da cogliere nei segni senza segno – il
> fruscio del disco, il nero della fotografia, lo stop del telegramma».
Forse perché Dio si nasconde a chi lo cerca con la testa anziché col cuore.
Valerio Ragazzini
*In copertina: Piero della Francesca, Natività, 1475 ca.
L'articolo “Voce di catacomba”. Giorgio Calcagno o della letteratura sotterranea
proviene da Pangea.
Quando una poetessa decide di scrivere un romanzo, se è una vera poetessa, il
risultato è grandioso. Così è per Irene Santori che scrive Tah’eb (Castelvecchi,
2025). Come specifica Maria Grazia Calandrone in postfazione, è riduttivo
parlare di romanzo, perché Tah’eb è insieme poesia purissima, saggio di storia
delle religioni, racconto mitico.
36 d.C., Samaria, attuale Cisgiordania. In una notte di delitti e prodigi,
Simone conosce in un bordello di Tiro l’indecifrabile Elena e tutto ha
inizio: comincia a predicare ai samaritani che lo acclamano come Tah’eb, il
messia che ricostruirà sul sacro monte Garizim il Tempio distrutto dai giudei.
Tra realtà e portenti, si intrecciano più storie: lo scontro tra Simone e
l’apostolo Pietro giunto in Samaria per evangelizzarla e demonizzare il messia
rivale come mago, anticristo, primo eretico; la tormentata abiura di Aquila e
Niceta, compagni del Tah’eb convertiti da Pietro; la struggente fedeltà dei suoi
servi, gli arconti Gog e Magog raffigurati come piccoli mostriciattoli al
servizio di Simon Mago; l’attesa del risorto Gesù, che mai appare se non nello
sguardo di Immanuel, il ladrone crocifisso con lui; i tetri teoremi di Pilato,
che ordina il massacro degli insorti. Su tutti incombe la legge dei più forti,
giudei, Roma o Pietro che siano, e la damnatio memoriae dei perdenti. Ma Elena
di Tiro, arcana potenza del Tah’eb, ne stringe il capo e il destino.
Irene Santori con Tah’eb firma uno dei più eleganti, ricercati e potenti romanzi
letti negli ultimi anni. È la ricostruzione della figura che precede tutte le
altre per quanto concerne lo gnosticismo, non è esattamente la storia di Simon
Mago, ma una delle ricostruzioni possibili di ciò che lo precedette. Una storia
di violenza, amore, fede, eresia, guerra fratricida. La scrittura, attenta,
minuziosa, lirica e cinematografica mostra in ogni istante una scena
ingrandendone un particolare fino a ricavarne una nuova scena. Sapienza
teologica, ricerca, studio e autentica passione per la vicenda di quest’uomo
perseguitato per eresia, guidano una penna di rara intensità.
Dunque, il romanzo prende le mosse da una ricerca teologica che rintraccia
un’affinità tra la figura di Simone il Samaritano, Simone di Cirene, e Simon
Mago, il testo da cui la ricerca prende avvio è Il corpo di Dio, di Gaetano
Lettieri, racconta Irene Santori in un’avvertenza in calce al testo. Il libro di
Santori si dipana in un superbo intreccio di fatti accaduti e inventati, con uno
stile che unisce prosa altissima, poesia, tensione mistica. Gli eventi narrati
riguardano Gesù Cristo, quindi, la crocifissione, Simone di Samaria, Simone di
Cirene, anche se quest’ultimo solo per un istante; Elena di Tiro, sua amante,
sua adorata donna, incarnazione del femminino sacro, reincarnazione di Elena di
Troia; Gog e Magog, gli arconti della tradizione gnostica, che ho sempre
immaginato quali spiriti posti a sorveglianza del mondo materiale, mentre qui
sembrano reali e concreti, strambe creature, serve del Simone protagonista del
libro.
Ciò che Irene Santori dimostra con tale ricercato e vertiginoso romanzo è che è
ancora possibile fare letteratura con la L maiuscola, una scrittura che non
banalizza e non minimalizza mai, uno stile che può far pensare alla Anna Maria
Ortese de Il porto di Toledo: un rigore filtrato attraverso una lente
allucinata, che procede per frammenti, visioni, riflessioni dialogiche; una
prosa ricca, non semplice, piena di metafore e formule rituali (soprattutto nei
dialoghi). Una vocazione alla verità che è sacra e politica, come politica è
stata la damnatio memoriae per il secondo messia, Simon Mago, in quanto
fondatore dell’eresia denominata gnosticismo, trattata fin da subito come
un’eresia che aveva a che fare con la demonologia, se non direttamente con
Lucifero, e perciò fonte di fraintendimento e mistificazione sia da parte dei
cristiani che degli ebrei dell’epoca. Che si faccia luce su tale questione e
sulla figura di Simon Mago è oltremodo essenziale, affinché si rintraccino le
radici cristiane e pagane dello Gnosticismo, e la struggente evocatività
dell’allegoria della caduta. Il mondo materiale come decadimento o caduta del
mondo delle idee, concetto tramandato dalla filosofia platonica, dai cenacoli
greci, dall’amore per la conoscenza e per la verità.
In una nota finale Santori racconta di come e quando abbia iniziato a scrivere
questo romanzo, nel 2018, del viaggio fatto in Samaria, l’attuale Cisgiordania,
di come il percorso di scrittura sia un tentativo di affrancamento dai concetti
di Bene e Male assoluti, all’origine di ogni totalitarismo. Il processo è
compiuto con un supremo atto di restituzione.
> “Elena si solleva la tunica e lentamente discende trenta cubiti. Si siede sul
> petto di Simone, vestendolo come il guanto del firmamento veste le dita della
> montagna. Ne discende il pendio silvestre fino ad assieparsi, come la luna sul
> torrione, e il monolito della montagna penetra il cratere lunare. Elena apre
> la chiusa del suo amore ignoto e improvviso, scaldato e nativo, e Simone vi
> getta dentro il mistero ambrato delle rocce fuse nel cuore della terra. Si
> squaglia il primo cielo, collana dopo collana, anello dopo anello, fiala dopo
> fiala, vien giù come una piena tra i fianchi della montagna, spostando erbe ed
> alberi, sbandano gli animali, i rettili giganti e i grandi mammiferi, si
> richiudono le uova, nascono le schiume e dalle schiume le spugne e colori mai
> guardati, si rianimano e si gonfiano i fossili inondati e gli scheletri in
> piedi si reggono da soli sulle gambe, mentre gli ricrescono i nervi, le guance
> e i bei ricordi, si sollevano in volo milioni di stormi perché non sanno più
> da che parte toccare la terracqua. Ma nessuno teme nessuno. Poiché su tutto è
> scesa la piega di Elena, poiché si è aperta come un battistero la sua falda,
> ara fessurata sopra la caldera del suo amante, su tutto cola la lenta cera
> della loro discosta cella, cola l’albume paglierino della loro cova, e da lei
> la bionda profezia delle sue piccole labbra.
>
> Rilascia la sua febbre e si imbeve e si converte, Simone, da fertile a inerte,
> da figlio a sasso, da nato a morto, da morto a ragazzino e uccello, da febbre
> spenta a febbre alta.
>
> E s’immedesima.
>
> Non ha nome quest’unisono, ma questo si può dire: da allora il battezzato
> prese a predicare”.[1]
Ilaria Palomba
*In copertina: disegno di Jacopo Palma il Giovane, XVII secolo
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[1] I. Santori, Tah’eb, Castelvecchi, Roma, 2025, pp.31-32.
L'articolo Finalmente un romanzo! Irene Santori firma un libro audace che
racconta le origini dello gnosticismo proviene da Pangea.
> Se la presenza d’un bambino dà effettivamente un altro giro di vite, che ne
> direste di due bambini “Diremmo, effettivamente” – esclamò qualcuno – che
> sarebbero due, i giri di vite. E poi che vogliamo conoscere la storia.
>
> H. James, Giro di vite
Qualora qualcuno sentisse il bisogno di ricercare una descrizione accurata dei
culti pagani o delle eresie del cristianesimo all’alba della sua nascita, non
dovrebbe che rivolgersi ai seguaci più ortodossi della nuova fede; è lo stesso
Santo che tiene in vita l’Avversario. Capita sempre così: colui che ci detesta
ci fa sopravvivere. L’acume dello sguardo che ci vuole ferire, spesso, ci
immortala definitivamente. In Lo spirito errabondo(Adelphi, 2018) Somerset
Maugham traccia un “tenero e spietato” ritratto di Henry James “pomposamente,
perdutamente aggomitolato nei suoi grovigli verbali anche di fronte alla più̀
effimera, scontata chiacchiera salottiera”:
> Henry James manifestò le sue perplessità riguardo al Giardino dei ciliegi,
> com’era prevedibile, visto che i suoi valori drammatici erano fondati sulle
> opere di Dumas e Sardou, e nel secondo intervallo si mise a spiegarci come
> l’incoerenza russa fosse in antitesi con le sue simpatie francesi.
> Affannandosi in frasi tortuose, esitava di tanto in tanto per cercare la
> parola adatta a esprimere con esattezza la sua costernazione; sennonché Mrs
> Clifford, dotata di una mente agile e pronta, la indovinava sempre e, a ogni
> pausa, lo imbeccava. Era l’ultima cosa che Henry James desiderasse. Benché
> troppo educato per protestare, aveva un’espressione quasi impercettibile che
> tradiva irritazione e, rifiutando ostinatamente la parola proposta, si
> industriava a cercarne un’altra, che Mrs Clifford di nuovo gli suggeriva per
> vedersela ancora una volta bocciata. Fu una scena di grande teatro.
Lo stile e la forma sono spesso una Medusa. Tale era per James il loro culto
che, a volte, ne rimaneva paralizzato. Il fatto è che il prezzo da pagare per
essere ininterrottamente sublime è quello di dover dormire davanti a uno
specchio (Baludelaire), auscultare continuamente la propria lingua. Questo
esercizio, per lo scrittore, non si consumava in società, tanto meno nelle
pagine compiute. Avveniva altrove, in una zona più appartata e segreta. È lì che
James si specchiava senza testimoni, o meglio, alla sola e affollata presenza di
lunghe liste di nomi.
> James ha espresso [nei suoi taccuini] alcune delle sue aspirazioni più
> intimamente di quanto non si sia permesso di fare nelle autobiografie
> pubblicate. Ha rievocato la freschezza e la vivacità delle sue prime
> impressioni, sostenendo che mai nessun «altro giovane ingenuo ha atteso con
> più appassionato eppure più paziente desiderio quel che gli riservava la
> vita». Questo miscuglio di passione e di pazienza ne faceva un osservatore
> fuori del comune. Era l’esempio vivente della definizione stendhaliana del
> romanzo come «uno specchio a zonzo per la via», ma nel suo distacco non
> c’erano freddezza o indifferenza.
>
> (F.O. Matthiessen Kenneth B. Murdock, Introduzione in Ormai non poteva
> succedere più nulla, H. James, Adelphi, 2026, p.21)
Verso la fine della sua vita, Henry James distrusse molti documenti personali.
Probabilmente senza volerlo, lasciò nove quaderni o diari, ora depositati presso
la Houghton Library di Harvard. A parte uno, estremamente piccolo, sono vecchi
quaderni di circa 15×20 cm costati pochi centesimi. Nessuno di questi era
destinato a futuri lettori. Quello che tra il 1878 e il 1911, veniva annotato da
James erano “germi” – particolari colti durante le cene o durante le letture –
che sarebbero poi diventati romanzi o racconti.
> Fra i più importanti racconti di Henry James ve ne sono alcuni che James non
> ha scritto. Sono «piccoli sujets de nouvelle», boccioli mai dischiusi se non
> nella forma contratta dei Taccuini. Eppure, si ha talvolta il sospetto che
> proprio quella forma fosse la forma finale, la più adatta a una storia che,
> innumerevoli volte, era nata da una frase detta da qualcuno in conversazione,
> durante una delle innumerevoli occasioni mondane a cui James aveva partecipato
> – e che erano il terreno stesso, continuamente smosso e rimosso, della sua
> opera.
>
> (R. Calasso, Il cacciatore celeste, in Taccuini, Adelphi, 2026, pp.9-10)
Alcuni appunti sono scheletrici, altri si sviluppano in scenari completi; tutti
pongono l’attenzione più sul metodo o sul trattamento del materiale che su un
argomento apparente. I quaderni sono laboratorio sia per la sua narrativa sia
per la sua arte saggistica, come fu per le prefazioni all’edizione newyorkese
delle sue opere, in seguito raccolte in ‘The Art of Fiction da R.P. Blackmur
che le definì “l’opera di critica letteraria più eloquente e originale
esistente”.
Quando James iniziò il primo dei suoi quaderni con il suo schizzo di Confidence,
aveva completato più di dodici anni di apprendistato. Quell’estate Daisy
Miller era uscito sul “Cornhill Magazine”; The Europeans era appena stato
pubblicato a puntate dall’“Atlantic Monthly”. Ma il meglio di James, (questo
glielo riconoscono anche i suoi più feroci detrattori) doveva ancora venire.
Leggere i suoi Taccuini, dunque, significa percorrere la strada della sua
ascesa, scoprire subito i molti modi diversi in cui raggiunse la saturazione di
un certo materiale, quello che riteneva essere il primo requisito per un’arte
valida.
I taccuini sono il suo specchio, come ho già detto, James non aveva in mente
altro lettore se non sé stesso. A volte prendeva il quaderno che aveva a portata
di mano e annotava. Le note non aprono porte indiscrete sulla sua vita privata:
non rivelano scandali né confessioni intime. La lunghezza stessa ne testimonia
l’intensità della preparazione: ogni lavoro successivo, romanzo che fosse,
nasceva da una lunga incubazione, da un pensiero che si avvolge intorno al
proprio oggetto fino a penetrarlo, “l’intima lotta con l’idea particolare, con
il soggetto, la possibilità, il luogo.” James pensa con la penna in mano; smonta
l’episodio tratto dalla vita, lo raffina, lo complica, lo distilla finché l’idea
iniziale si trasfigura in forma compiuta. Il sogno della brevità rimane per lui
un ideale mai davvero raggiunto; certamente non per mancanza di capacità, è la
sostanza che trabocca: le sue “preziose discriminazioni”, le sottili sfumature
psicologiche, sono troppe per essere contenute in uno spazio ristretto. La sua
narrativa si espande perché la coscienza che la anima è densa, stratificata,
irriducibile. In queste pagine preparatorie si intravede il segreto della sua
arte: non l’evento spettacolare, ma la lenta, inesorabile trasformazione
dell’esperienza in coscienza — e della coscienza in parola; “il suo stile è
simile a un cerimoniale, una liturgia solenne, allestita in un mondo senza dei”
(F. Cordelli).
Come osserva Ottavio Fatica nel saggio conclusivo della recente edizione
italiana pubblicata da Adelphi, gli appunti non sono semplici promemoria
narrativi, ma immagini. James scrive per figuram:
> Sull’origine della fictive picture anche Turgenev gli dirà che inizia quasi
> sempre con la visione di una o più persone che lo interessano, lo stimolano,
> che vede disponibles. Basta aprire i Taccuini: James, immaterialista a modo
> suo, percepisce per via di antenne; parte da un flatus vocis gli vengono
> incontro nomi, a questo servono gli elenchi che redige, che all’istante si
> cangiano in presenze, mai descritte nei tratti, nelle caratteristiche fisiche:
> sono clever, e questo dovrebbe bastare, quasi fosse una caratteristica come il
> naso aquilino o le orecchie a sventola; cerebrali ma vivi, questo il dramma,
> perché una volta vivi devono pur vivere, a scapito degli altri.
Le sue immagini non si limitano a rappresentare il mondo: lo filtrano, lo
trasfigurano, lo sospendono in una tensione continua tra visibile e invisibile.
È così che Bly in Giro di vite diventa più reale del reale sotto lo sguardo
diabolico di Quint e Jessel; è così che l’attesa si fa angoscioso destino nella
figura mostruosamente vuota della “bestia della giungla”. Alla fine, ciò che
resta non è il fantasma, non è la bestia, non è nemmeno l’evento che fa sorgere
la narrazione. È l’intensità dello sguardo che li ha evocati. I taccuini sono il
luogo dove si sono affinati l’occhio e la penna; come lo scudo di Perseo le loro
pagine guidano il colpo sino alla testa di Medusa.
> Sabato, 12 gennaio 1895. Segnare il racconto di fantasmi riferitomi a
> Addington (la sera di giovedì 10) dall’arcivescovo di Canterbury: la pura e
> semplice sua traccia, fumosa, imprecisata, vanescente – tutto ciò che aveva
> saputo (molto male e imperfettamente) da una donna che non aveva attitudine al
> racconto, né chiarezza: la storia dei bambini (imprecisato il numero e l’età)
> affidati alla servitù in una vecchia dimora di campagna, probabilmente a
> seguito della morte dei genitori. I domestici, perfidi e depravati, corrompono
> e depravano i bambini; i bambini sono cattivi, pieni di malvagità, in misura
> funesta. I domestici muoiono (il racconto resta vago sul modo) e le loro
> apparizioni, le loro figure, tornano a infestare la casa e i bambini, ai quali
> sembrano far cenni, che invitano e sollecitano, di là da punti pericolosi, il
> cupo affossamento di uno steccato sprofondato, ecc. – in modo che i bambini
> arrivino a distruggersi, a perdersi, rispondendo al loro richiamo, cadendo in
> loro potere. Fintanto che i bambini ne vengono tenuti lontani, non sono
> perduti, ma esse cercano, cercano, cercano, quelle presenze maligne, di
> impadronirsene. Si tratta di vedere se i bambini «passano dalla loro parte». È
> tutto oscuro e impreciso, il quadro, la storia, ma sembra contenere una vena
> di strano raccapriccio. La storia andrebbe narrata abbastanza ovviamente – da
> uno spettatore, un osservatore esterno.
>
> (pp.290-291)
James, più che raccontare storie, ha continuato per tutta la vita a stringere la
vite invisibile dell’immagine e della lingua, fino a farcene sentire, ancora
oggi, il giro e la punta.
Tony Vero
*In copertina: Henry James ritratto da Frederic Hilaire D’Arcis nel 1913
L'articolo “È tutto oscuro e impreciso”. Henry James o dell’ossessione per il
linguaggio proviene da Pangea.
Sempre pericoloso andare alle fiere dell’editoria. Libri deposti sui tavoli,
pronti a essere presi come fiori da far sbocciare a nostro piacimento più tardi,
quando torneremo a casa, quando avremo lo spazio mentale sufficiente per
accogliere parole e storie. Sempre pericoloso perché non sai mai in quale campo
di rovi andrai a infilarti, e dal quale – nonostante il dolore e le more gonfie
e viola – non ne vorrai più uscire.
Esattamente come Lettere minuscole di Ilaria Grando, pubblicato da TerraRossa
edizioni (2025). Buio e luce, una scrittura in prosa che sembra poesia, che
rispetta un ritmo costante e serrato, sembra di leggere con in sottofondo un
tamburo tribale fatto con la pelle, come si faceva anticamente, non come quelli
di plastica che si trovano oggi. Leggi e vai avanti, non puoi smettere, con quel
suono costante, sordo, a volte strisciante, a volte fa eco. Altre invece ti
sposta dal tuo asse e devi aspettare un po’ per continuare a leggere, non sai
bene cosa è successo tra quelle pagine ma un’immagine ti resta inchiodata
addosso, proprio dietro la retina.
Così è leggere questo libro di Ilaria Grando, con una storia che non inizia per
davvero nonostante il tentativo del primo capitolo di avvisare il lettore che
entrerà in un terreno strano, che si cerca di raccontare una storia da un
singolo punto di vista, la sua versione della storia. Forse non era nemmeno
necessario quel primo capitolo, perché è la vita stessa che porta avanti le
storie, a volte non c’è nemmeno bisogno di utilizzare artifici, il crudele si
svolge nella stessa carne, si respira e si ama, si fa l’amore e non si fa
l’amore, ci si perde e non ci si perde mai.
“Lei non è il suo dolore.
(Silenzio) E allora cosa sono? Cosa sono cosa sono cosa sono io che non mi
riconosco più. Non riconosco il colore degli occhi che da nocciola sono
diventati verdi, non riconosco le mani piene di tatuaggi e il corpo, il corpo,
tutto pieno di tatuaggi. Mi dica, chi sono, chi ero, chi ho perso, chi è morto.
Di cosa ha paura?
(Silenzio)
Di cosa ha paura?
Di perdermi
per
strada ballano stretti.”
La scrittura è profondamente intima, non è un libro che potete leggere
incautamente in compagnia di altri, non si può avere nessuno intorno quando
leggete questo testo. Il dialogo interno, una sorta di monologo personale e
privato, si fa strada nel cervello e lo farete vostro. Forse questo è un libro
per donne, me ne rendo conto, potrebbe essere destinato più a donna che amano
gli uomini, ma in realtà la voce di Ilaria Grando si fa strada e potrebbe aprire
varchi anche in lettori maschili.
Sicuramente questo testo è un atto di coraggio profondo: scrivere e mettere in
fila i pensieri, le fragilità personali, che siano aderenti alla realtà
dell’autrice o rubate da esistenze altrui è ininfluente, scrivere è comunque
mettere un segno, una testimonianza, un testamento di vita. Lettere minuscole è
un libro dedicato alla relazione, a quel fluido e a quello spazio tra i corpi:
tra un corpo di un uomo e di una donna, tra il corpo mentale e il corpo fisico
di uno stesso individuo, tra il corpo reale e quello riflesso in uno specchio.
Il tema è la relazione, la sua trama onnipresente che divora tutto, dal cui buco
si allarga la visione e prende ogni cosa per cui il buco minuscolo di una calza,
sul tallone, diventa un buco sempre più grande nel giorno di una chiusura di una
storia d’amore. Il buco nella calza è un punto su cui concentrarsi, è quel
piccolo difetto di apertura, un buco nella calza come una ferita.
> “Non vuoi ricordare, ma lui continua a domandare e tu a parlare. Presto gli
> uomini sono ovunque. Ovunque. Sul tuo corpo e nella tua voce, tra le sue dita
> e sopra i tuoi fianchi. Gli uomini sono ovunque.”
Sicuramente questo è un libro che trascina, è uno di quei testi che non puoi
iniziare e poi dimenticartene. Ci sono dentro storie che si intrecciano, c’è
della vita qui e anche se il filo narrativo non ha un inizio e una fine
prestabiliti (quindi ai lettori che hanno bisogno della segnaletica
preconfezionata della narrazione, come inizio-svolgimento-fine, consiglio di
leggerlo per entrare dentro la vita e di non leggerlo se volete solo ordine e
sterilità) vi aggancia in modo irrimediabile. Potete tenerlo anche sul bordo del
divano, lasciarlo lì per due giorni, ma appena sarete davvero soli sarà vostra
cura aprirlo e ricominciare da dove avevate interrotto.
Non posso dire che questo sia un libro come un diario, penso che con questo tipo
di scrittura le definizioni sia anche bene tenerle da parte, smettere di
incasellare tutto a ogni costo, tutto con un preciso ordine cromatico. “Lettere
minuscole” è molta vita, è dolore, è amore e difficoltà del corpo.
> “Cos’è per lei una donna?
>
> Un buco
>
> C’è un buco nelle calze. È un foro minuscolo e sta sul tallone. Deve essersi
> aperto prima, quando le sfilavo dalla confezione.
>
> È un buco insignificante, solo 3 mm di diametro e lascia uscire uno stupido
> pezzo di carne, bianca.”
Le lettere minuscole sono gli uomini, sono gli uomini con cui la protagonista è
entrata in relazione. Non hanno mai un nome, ma solo una singola lettera
minuscola, sempre scritta piccola. Le donne invece hanno tutti nomi propri, con
la maiuscola. Dignità e cancellazione. Cancellare gli uomini dal libro eppure
sono sempre lì, presenti, in mezzo al corpo di una donna che ama e che soffre,
che si rialza e vive. Lettere minuscole perché se riduciamo la grandezza sulla
pagina, se le scriviamo piccole piccole forse fanno meno male?
> “lettere minuscole,
>
> in successione. È notte e a bordo di un tram stanco riempio il foglio di
> lettere minuscole. Scrivo e mi ripeto che sono solo lettere minuscole e troppo
> rumore non possono fare. Lontano da qui, in un’altra casa, sotto altre
> coperte, con un’altra donna, tu dormi e io non ti voglio svegliare.”
Un libro vivo questo di Ilaria Grando e che consiglio a tutti i lettori che non
temono niente, che hanno coraggio di stare sia nel buio che nella luce. Luce e
buio sono infatti alcuni dei capitoli che troverete alternati, parole come
amuleti, da ripetere allo sfinimento, quasi per imporre degli argini. Alcune
parole preziose sono sassi che fermano un fiume in piena.
Clery Celeste
*In copertina: un disegno del Guercino (1591-1666)
L'articolo “Presto gli uomini sono ovunque”. Intorno al libro pericoloso di
Ilaria Grando proviene da Pangea.
Voglio essere il più assurdo dei critici, il più ingenuo, se parlo di certe
verità che vanno bene per i bambini, o gli illusi. Leggo Davide Morganti, il suo
“Non è qui” (Editoriale Scientifica, 2025), e vado a schiantarmi contro la
resurrezione e il dolore, di cui lui parla, contro le esperienze ultime,
estreme. Gesù è scomparso dal sepolcro, e i corpi dei nostri morti sono andati
in putrefazione, non come semi della terra, ma come cosa sbriciolata nel niente.
Convoco il teologo Sergio Quinzio, di mio impulso, nella mia fantasia, quando
dice che stiamo aspettando da troppo tempo il ritorno di Cristo, e ne abbiamo
abbastanza. La nostra impazienza non ha più limiti, lo vogliamo adesso Gesù,
anzi, lo rivogliamo per ridare a quei corpi sepolti, cari a noi, la nuova e vera
vita promessa.
Ribadisco: vogliamo essere testimoni del Suo ritorno, del Suo sorriso, delle Sue
parole, anche noi vogliamo rivedere la Sua piaga e rimetterci il dito dentro,
anche noi vogliamo dubitare. Morganti mette a nudo la resurrezione, parla di
questo, di un’attesa sfinita e immeritata che non ha voglia più di attendere.
Abbiamo sofferto troppo, allora basta!, se Lui non è qui dov’è? Lo scrittore
Giovanni Testori diceva che le resurrezioni appartenenti al repertorio dell’arte
pittorica non convincono, la terra tira in basso le figure che si proiettano in
cielo, qualcosa le tiene legate alla forza di gravità, alla sua legge.
Trasumanare (parola inventata da Dante nel primo canto del Paradiso), che
significa andare oltre l’umano, non riguarda esclusivamente il limite della
parola. Prospettiva, punto di fuga, orizzonte, spazio, predominano. Perché è
difficile salire in cielo?, l’azzurro è una patria sconosciuta. Ascendere, per
la natura umana, non è possibile. Forse solo Maria, la Madonna, dopo essersi
addormentata, passa dal sonno all’ascensione. Che mistero! Dio è il più grande
mistero dell’esistenza. Altro che favole che si raccontano ai bambini.
Pietà di me, Signore, io morirò solo, senza sapere nemmeno chi sono?, mi chiedo.
Ma una cosa è certa: attenzione ai critici che non colgono il divino nella
letteratura, che hanno paura di dire attraverso una determinata opera la parola
cristiana, d’infrangere il laicismo invincibile, e quelli che temono di perdere
i lettori. Ne consegue che: 1) La Salvezza non ci appartiene. 2) Qual è la
logica del Creatore? 3) La maggiore obiezione che si può opporre è che Lui non
ci ama… Irriconoscibile è il corpo esangue nella terra, che è nella terra non
per riposare, ma nel tormento del seme che non darà frutto.
Il libro di Morganti è pieno di questo, e sempre più cresce nello schianto. Di
dolore in dolore il male si moltiplica. Il bambino Davide è in balia dei dubbi,
delle risposte che non arrivano. Eppure basterebbe un segno, macché. “[…] io
avevo un terrore folle del Signore, lo vedevo come uno che punisce e affanna
[…]” (pag. 58); “[…] la realtà non mi bastava, non mi è mai bastata, era per
occhi grigi, oggi potrei dire che sono neoplatonico perché ogni immaginazione è
memoria, rivela quello che il mondo non subito concede, è una lenta scoperta,
nulla ci viene rivelato senza ricerca, le ombre sono la vera luce delle cose
[…]” (pag. 75); “[…] la tenebra, per essere tenebra, ha bisogno di esserlo per
intero altrimenti si perde, basta una scintilla di luce a farle perdere la sua
notte” (pag. 86); “[…] forse sarei dovuto andare a Tubinga, come chiesi a mio
padre ma non c’erano soldi e quindi la mia fede avrei dovuto trovarla a Napoli,
tra i cattolici, e non in Germania, in mezzo ai protestanti, con cui sentivo più
affinità […]” (pag. 94). Con pathos:
> “Apriti morte, spalancati Dio, come un sepolcro, sprofondarci poi dentro,
> attraversare la porta, superarla e non tornare più indietro, i morti, come
> Dio, diventano inaccessibili e alla fine hanno bisogno di stare nella terra,
> essere terra, come succede alle radici che fuori non sanno stare da nessuna
> parte”.
È una sfida alla morte il libro autobiografico di Morganti. Il piccolo Davide
prega fino all’impossibile, fino allo sfinimento, invocando il Signore affinché
una bambina si salvi, che risorga una vita, miracolosamente, come nel film di
Dreyer “Ordet”. Davide prega nel suo letto diventato un abisso. Arrivare a un
tale punto da affondare nella preghiera più sentita, far convergere il corpo con
uno stato rivelativo di perenne intensità. La preghiera ha questo di esaltante,
che è rapporto con Dio, domanda rivolta più e più volte, per sé stessi e per gli
altri. Chiunque la pronunci sente che arriva in fondo al suo essere, che
qualcuno ha voluto. “Non è qui” significa che il vuoto del Sepolcro si riempie
dei nostri sfoghi, dei nostri desideri, delle nostre vite insignificanti e
violente. Vite parziali, spezzate, confuse, ingannate, sfinite, morenti, ma
comunque, degne o non degne, tutte meriterebbero una risposta. Quel vuoto ci
riguarda, ci somiglia, direi che Gesù non è più qui perché è in ognuno.
Arriva un colpo di tosse, di là dal muro, nell’appartamento che confina col mio.
È come lo sparo dell’inizio di una corsa. La nostra vita è fatta dagli altri, ed
è quanto di più problematico esista. Forse la nostra salvezza, quindi la nostra
resurrezione, passa da lì, ma s’impone un giudizio. Il tema della resurrezione
così presente in “Non è qui”, fa pensare che ce ne sarà una talmente inedita,
talmente inimmaginabile, da corrispondere a quell’incredibile realtà che siamo,
o ciò che speravamo di essere, avvalorando il progetto che Dio ha su di noi.
Perché un assassino merita?, perché un pedofilo, o un corruttore o uno
stragista? Si chiede Davide Morganti. Non lo sappiamo, ma, per quanto mi
riguarda, credo che tutto accadrà in un attimo, nel mezzo dell’agonia, già nel
chiudere gli occhi. L’evento, ecco!, e tutt’assieme avrà senso il cortile in cui
giocavamo, le case che abbiamo abitato, la riservatezza di nostro padre,
l’abbraccio di nostra madre, gli amici del pallone. Io la penso così, tutto
affondato nella familiarità delle nostre radici. Resta bellissima la scena
iniziale del libro riguardante il primo corpo a corpo con la fine. La scoperta
avviene nello sgomento delle immagini, che trasmettono paura, incredulità. I
nomi sfuggono, come si chiamava quel cadavere nel suo letto?, visto e rivisto
passeggiare col suo bastone? Com’è passato dalla vita alla morte? Poi vengono i
gesti che intendono riparare, e la vicenda corre via.
Anche “Il prodigio” (Mondadori, 2025), di Fabrizio Sinisi, parla del nostro
vuoto, e una faccia immensa, velata di trasparenza, un giorno riempie il cielo
di una città italiana (forse Milano), facendo impazzire gli abitanti, che, presi
dalla persistenza del mistero, reagiscono in mille modi, spesso violenti e
inconsulti, oppure semplicemente superficiali. È chiaro: se Dio si mostra
all’improvviso, come possiamo resistere, in particolare se si mostra a noi
tutti. Dio è per ognuno e in un modo diverso, ma qui il fenomeno si trasforma in
fatto pubblico. La folla ha paura e fa paura, quel volto è una sorta di
perturbante da cui fuggire. Abbiamo bisogno del vuoto, o di qualcosa che gli
assomiglia, qualcosa che è all’origine e che ci ha generato. Il dolore sta
ancora lì, il libro lo dice bene:
> “[…] tu all’inizio pensi di morire ma poi ti abitui, convivi con quella
> ferita, e non è che col tempo ti fa meno male, anzi, fa sempre più male, ma tu
> ora sai che quel buco è il tuo destino, la cosa più tua che possiedi, quel
> buco sei tu, e un bel giorno ti accorgi che da quel buco nero dentro il petto
> inizi a vedere […] per vedere il mondo devi avere anche tu questo buco nel
> petto, altrimenti non lo puoi capire […] il buco nel petto è una cosa
> orribile, però solo da lì puoi vedere il mondo com’è veramente”.
Sono le parole di Marta, giovane amica di don Luca, il prete quarantenne
protagonista del romanzo, io narrante di questa incredibile vicenda del volto
che appare in cielo. Don Luca è innamorato di Marta, innamorato fino a starci
male, tanto che darebbe la vita per lei, e lo fa ogni giorno, prendendosi cura
della ragazza, ai margini della vita, aggredita da attacchi di panico,
depressione, disagio, rabbia, bisognosa di essere ascoltata. È sempre Marta che
parla, si rivolge a Luca:
> “Ho voglia di parlarti, con nessuno parlo come parlo con te, questo lo sai, te
> l’ho sempre detto, è il segreto del nostro successo, se tu parli è con me che
> parli e se io parlo è con te che parlo: sei il mio unico tu, e non so perché.
> Ma anche questa è la forma dell’amore. […] Ti amo per come ti parlo. Ti amo
> per quello che mi succede nel parlarti. Per come mi apro quando parlo con te.
> E per come sei capace di ricevere quello che dico. Di prenderti da me le cose
> più terribili. In silenzio. Senza fare un fiato. Questo può bastare. Ascolta”.
È nelle parole che abbiamo letto il vero prodigio, a mio parere, e accade ogni
giorno, che è il centuplo qui, nella vita. L’anticipo di ciò che vivremo e
viviamo già nel presente, nel vuoto presente della nostra vita, che, se è vera,
è fatta di nostalgia, del luogo in cui siamo stati amati, totalmente, prima di
venire al mondo, gettati fuori dalla nostra impronta primaria, dalla nostra
ombra, affinché sperimentare questa assenza, dura assenza d’amore, desiderio
scandaloso, pieno di dolore. Nel libro si arriva a dire che:
> “Il piacere che viene dal sesso è sempre una preghiera […]. È per questo che
> la Chiesa ha sempre trattato il sesso con tanta diffidenza: ogni orgasmo, per
> qualche attimo, istituisce un dio […] il mio feroce e infelice, pieno di
> astratto desiderio e infinita pena […]”.
Trovo saggezza nelle parole di Marta, e direi involontaria teologia, comunque
riflessione moderna, per dire: ci sono, esisto e desidero in ogni modo il
Signore, anche inconsapevolmente, dal mio mondo sbagliato, all’estremo
dell’inferno, fatto di vuoto abissale, mia cavità che chiede, si presenta in
richiesta di essere compresa, come l’immagine del volto che appare in cielo, con
la bocca semiaperta, pronta a muoversi e parlare finalmente del nostro mistero,
essendo essa stessa mistero. Dio, perché ci hai voluto? Siamo in attesa perenne
di saperlo. Ma quando, e quanto ancora?, fino allo scoramento più totale?, fino
alla Croce universale?
Il volto è una presenza che sovrasta il nostro malessere. In città si susseguono
rivolte, manifestazioni, congiure, complotti, stragi, violenze private. Eppure
si può dire che la vita non fa schifo, l’uomo non è miserabile (“Qualunque cosa
tu dica o faccia/ c’è un grido dentro:/ non è per questo, non è per questo!”,
scrive il grande poeta Rebora), la misura resta l’origine, non l’uomo che invade
e bestemmia, che vuole trionfare con la violenza sull’opera di Dio. Siamo
questo? Avevamo il paradiso, è vero. Allora perché? Ce lo chiediamo ancora, e
ogni briciola di amore che seminiamo, qui sulla terra, in cielo diviene
vertigine. Perciò alziamo lo sguardo in alto.
Ognuno è costretto a sdoppiarsi. Siamo confusi, il personaggio che ama Marta,
don Luca, non sembra lo stesso che descrive la baraonda della città in delirio,
seguita all’apparizione del volto misterioso. Mentre l’adulto Davide, in “Non è
qui”, si lega indissolubilmente alla sua infanzia negata. Ma in entrambi i libri
c’è un segno unico d’amore che vibra perenne, segreto. Possiamo permettercelo?
Eppure è nostro. Forse davvero il nostro amore sta sotto a tutto l’accumulo di
fatti e parole odierni, e giace lì, indifeso. Ne avvertiamo la mancanza. Se
potessimo sentirlo gemere. Come la voce di Alfredino Rampi, il bambino morto nel
pozzo artesiano, in cui era caduto il 13 giugno 1981, a Vermicino, vicino
Frascati. Piangiamo con lui, come con tutte le invocazioni che abbiamo sentito
nella nostra vita. Giovanni Testori, dal quotidiano “Il Sabato”, parlò di
“confusa, angosciante catena delle immagini prese in diretta”. Immane tragedia
di un innocente che diventò tragedia di tutti, spasimo di salvezza deluso, ma
incancellabile dai nostri cuori. Impeto di Grazia chiediamo: provvedi, sei
ancora quello che si alza la mattina e spera, per tua moglie, tuo figlio, i tuoi
amici, la tua città. Due scrittori cristiani che parlano della crisi del
cristianesimo, entrambi i loro libri sono opere del desiderio: che svanisca
l’obiezione tormentosa, torturante.
Vincenzo Gambardella
*In copertina: disegno di Alberti Cherubino (1553-1615), “Deposizione di Cristo
dalla croce”.
L'articolo “La realtà non mi bastava, non mi è mai bastata”. Sia lode a chi in
letteratura coglie la potenza del divino e il nostro inestirpabile segreto
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