I cieli, da tempo opalescenza di vampe e fumi, sono ingombri di minacce, l’aria
è torbida di veleni e false promesse. Poche inossidabili gole proseguono la
gogna di ogni possibile civiltà. Ululano, minacciano, sfoderano l’arroganza
tipica dei vili, che non vivono di passioni, ma di ossessioni. Facce imballate
nella menzogna, fra botox, epidermidi all’orangina abbrustolite da raggi UVA,
smorfie rabbiose, mascelle contratte, sguardi mimetici, e, per qualcuno di loro,
quel cipiglio suadente che vuol rassicurare sull’avvento di una giustizia
incontaminata, ineluttabile.
Avete mai guardato, a fondo, appena sotto i pori, i volti del potere? Per
carità, non intendiamo qui riabilitare Lombroso; vogliamo soltanto osservare
l’infezione delle loro facce, maldestramente tamponata con gli espedienti di cui
sopra. Se passiamo un dito sopra quei volti finiscono in pus. Il pus di una
menzogna che li accomuna tutti, meschini mescitori dei loro ombelichi. Ecco chi
sono i vari Trump, Netanyahu, Putin, e tutti gli altri che, come loro, prendono
oggi decisioni miliari, mortifere, arrangiano, maneggiano, soppesano, negoziano
e poi violano, giocano, berciano, ricattano, vaneggiano, volgarizzano,
minacciano, condannano, mistificano, complottano.
Ma soprattutto, mentono, mentono e ancora mentono, mentre gravano i cieli di
deflagrazioni, la terra di morti, e svaligiano ogni legge del germe sano che ne
giustifica il gravoso esistere. Godono, in fin dei conti, di una sicurezza che
scaturisce dalla perpetua, periscopica distruzione di un nemico, reale o
immaginario che sia, in un girotondo schizofrenico di alleanze e ostilità che
mutano al primo colpo di tosse sgradito. I singoli nazionalismi contano ormai
poco nella disamina di un declino manifestamente inarrestabile; conta semmai
l’amplesso esiziale di potentati che pencolano sul baratro delle personalità
narcisistiche, ossessive e tragiche dei loro leaders.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1740 ca.
Ma sono davvero loro, i capi di stato, i soli responsabili della suppurazione
che sta colpendo i paesi che essi governano, con ogni conseguenza in ambito
internazionale? Non ne siamo convinti. Come potremmo, del resto, accusare il
potere di essere se stesso, di prestarsi alle storture e alle perversioni che
gli sono connaturate? Come possiamo evitare l’eterna trappola di Tucidide? Non
sono i potenti i soli responsabili cui augurare una pena commisurata a ognuna di
quelle decisioni che – ormai è innegabile – stanno conducendo allo
stravolgimento dell’ordine mondiale, per come avevamo imparato a conoscerlo,
almeno dalla pace di Westfalia in poi. Altrettanto responsabili, e senz’altro
più vili, sono coloro che dovrebbero orientare e combattere il fatale
deragliamento verso il quale siamo avviati. I più vili, i più
deresponsabilizzati – e dunque i colpevolmente inutili – sono gli intellettuali
contemporanei, o quel che di loro rimane.
Coloro che furono un tempo i sacerdoti della ragione, latori di ideali alieni a
interessi personalistici e a vanità egotiche, coloro che, idealmente, avrebbero
dovuto allearsi alle masse, orientandone e riordinandone le istanze (per natura
destrutturate e ferine), coloro che furono i promotori di valori supremi,
speculatori di un’educazione universale, di una società ideale, di certo
talvolta ibridi nell’affiancarsi al potere, fra cortigianeria e indipendenza, ma
quasi sempre capaci – per citare Lucien Herr – “di anteporre il diritto e un
ideale di giustizia ai loro interessi personali, ai loro istinti naturali e ai
loro egoismi di gruppo”, ecco, dove sono oggi costoro? Dove si riuniscono, se si
riuniscono, di cosa dibattono? Hanno ancora un ruolo nell’influenzare una
possibile “guerra di posizione” (per dirla nel senso traslato del sempre comodo
Gramsci)?
Noi, purtroppo, non li vediamo. Non li vediamo nelle redazioni dei
giornali, longa manus sciatta e funambolica dei partiti che rappresentano; non
li vediamo nelle università e nelle scuole, anch’esse ormai scleroticamente
politicizzate. Non li vediamo nelle redazioni delle case editrici, asservite – e
come rimproverarlo loro? – a bilanci gravemente deficitari. Insomma, dove sono?
Si riuniscono forse clandestinamente in qualche scantinato per discutere di un
cambiamento giusto, per indurre la politica o noi partecipanti di una massa
sempre più (dis)informata e meno colta, a esigere quel cambiamento?
No, non stanno nemmeno in uno scantinato, a meno che non sia provvisto di una
connessione wifi.
Perché, invero, i cenacoli fumosi d’antan, le redazioni, le università e le
scuole sono stati oggi rimpiazzati da una pluralità di condomìni virtuali – oggi
chiccosamente definiti “bolle social” –, i cui amministratori, in perpetua
competizione fra loro, sono gli avatar dei maîtres à penser di un altro
secolo. Ecco, ci pare di poter dire, senza timor d’eresia, che gli intellettuali
odierni sono amministratori di condominio.
Harry Willson Watrous, La perditempo, 1914
Alcuni si limitano al condominio facebookiano, altri, grafomani e più
disciplinati, hanno una pagina sulla piattaforma Substack, spesso a pagamento,
così guadagnano due soldini che fanno sempre comodo. Quando si stancano di
gestire la bolla, o non trovano abbastanza prestigioso farlo, firmano qualche
articolessa per giornali molto in voga fra lettori che confondono cultura con
citazionismo, e scambiano un’analisi teorica per una fonte documentale, sulla
quale poi edificano convinzioni da rivendere, di bolla in bolla, con la bava
alla bocca.
Bene, ma cosa fanno, concretamente, questi intellettuali condominiali? Come
esercitano il loro ruolo? Come influenzano la società e il pensiero dei
potentati? Quali sono le loro battaglie? In favore o contro chi si schierano?
È tempo che li osserviamo e dobbiamo dirlo: siamo costernati.
Anche coloro ai quali riconosciamo una certa arguzia di pensiero, peraltro
supportata da conoscenze teoriche formidabili, anche loro, alla prova dei fatti,
sono inutili come un paio d’occhiali messi sul naso di un cieco
inoperabile. Trascorrono le giornate scrivendo almeno un post al giorno, spesso
anche due o tre, sorta di “circolari condominiali”, in cui passano agilmente
dalla pubblicità del loro ultimo libro, o del loro intervento sulle recenti
frontiere pornofemministe, si concedono qualche rutto qua e là sul delitto
modaiolo di turno (Garlasco vince su tutti), irridono flottillas e
manifestazioni di pace, distribuiscono patenti, a casaccio e in alternanza, di
antisemitismo, di terrorismo, di nazismo, di fascismo, di revanscismo, di
inclusivismo, di rossobrunismo, di ismoebasta, a politici, istituzioni e
personaggi pubblici che non riscontrano il loro gradimento, contabilizzano
morti, sentenziano, insultano e disprezzano i loro condòmini, oppure li ignorano
olimpicamente, propinano quotidie una mescolanza di elucubrazioni su politica
interna e internazionale, tutte deliziosamente e irrimediabilmente eteree,
dunque inani; ma soprattutto non ci fanno mai mancare prove muscolari di
citazionismo, quasi sempre di stampo novecentesco, il quale, ne siamo certi,
scatena erotici sussulti in qualche attempato accademico e nei bibliofili
patologici (chissà perché il Novecento fa sempre questo effetto).
I loro nomi si confondono nella caligine di un ultracrepidarismo ridicolo, che
vive e si autoalimenta fra lampi di vanità e intemerate sprezzanti, in un agone
inconsistente come quello virtuale. Peccato che le loro parole siano destinate a
svanire al primo (auspicato) attacco informatico che getterà nella notte eterna
questi contenitori digitali incrostati di un venefico Nulla. O, molto più
probabilmente, svaporeranno ancor prima, quando gli accreditati di oggi saranno
rimpiazzati dagli accreditati di domani, più performanti in termini di
intrattenimento, o da qualche intelligenza artificiale che batterà in
citazionismo anche quelli fra loro affetti da ipermnesia.
Un volumetto edito da Treccani un paio d’anni fa, ci permette di rileggere
alcuni interventi di Zygmunt Bauman, risalenti alla fine degli anni Novanta e
relativi al ruolo dell’intellettuale. In un passaggio, il sociologo polacco
evoca lo scrittore George Steiner e la sua teoria secondo cui il mercato
promuove una cultura di “massimo impatto e di obsolescenza istantanea”, la quale
diventa “un casinò cosmico” (espressione sempre di Steiner), in cui “si giocano
solo giochi retorici” (addendum di Bauman).
Già alla fine degli anni Novanta, il sociologo evidenziava l’avvicendarsi di
mode e tendenze culturali, la labilità dell’attenzione dei fruitori della
cultura, l’appiattimento della dimensione storica a un “eterno presente”. E
affermava:
> “A volte questi [n.d.r.: i giochi retorici di cui sopra] possono avere un
> significato profondo, ma per poter essere giocati in pubblico e avere almeno
> una parvenza di impatto devono sempre essere divertenti, devono avere un
> ‘valore di intrattenimento’ per poter catturare, sia pure per un breve
> istante, l’attenzione del pubblico. «Un individuo esiste solo nella misura in
> cui gli altri parlano di lui: lo lodano, lo citano, lo criticano, lo
> diffamano, lo deridono ecc.» (Debray, 1979, p. 168). La fama è stata
> rimpiazzata dalla notorietà: non un ponderato riconoscimento per i risultati
> conseguiti, il ripagamento di un debito per i servizi resi alla causa
> pubblica, ma il fatto di imporsi con ogni mezzo a disposizione all’attenzione
> del pubblico. Se gli intellettuali annoveravano sé stessi tra la minoranza
> scelta che poteva rivendicare uno speciale diritto alla fama, essi non possono
> rivendicare alcun diritto privilegiato alla notorietà. Al contrario le
> tradizionali attività degli intellettuali – principale causa della loro gloria
> passata – non si prestano a essere esibite davanti agli occhi del pubblico né
> a riscuotere un applauso immediato. Quando la notorietà anziché la fama
> diventa il criterio dell’influenza pubblica, gli intellettuali si trovano in
> competizione con i campioni sportivi, le pop stars, i vincitori di lotterie, i
> terroristi e i serial killers. In questa competizione non hanno molte speranze
> di vincere, ma per gareggiare devono giocare il gioco della notorietà
> seguendone le regole, ossia adeguando la propria attività al principio di
> «massimo impatto e di obsolescenza istantanea». La giustezza o la verità delle
> idee sono sempre più irrilevanti come richiamo nei confronti dell’attenzione
> pubblica; ciò che conta sono le loro ripercussioni, la quantità di tempo e di
> spazio che a esse dedicano i media, e ciò dipende principalmente dal loro
> “valore di intrattenimento”.
Ma l’intrattenimento, ahinoi, è un lusso imbelle, non ha alcuna influenza a
livello politico, e nemmeno nell’orientamento delle masse, ormai volubilissime,
poiché viziate da innumerevoli e sempre nuove offerte culturali (di vaglia più o
meno comprovata, s’intende). E i potentati ne sono consci. Per questo ci
lasciano scrollare compulsivamente facebook, si divertono a vederci leggere e
commentare i Soloni di turno che amministrano le varie bolle condominiali: in
fondo, noi siamo gratificati poiché ci sentiamo parte di una presunta cultura
elitaria, loro, i governanti, continuano ad agire indisturbati, giacché qualche
saltuario ronzio nelle orecchie causato da un intellettuale che si contorce
stizzito sul proprio canapé è, in fin dei conti, uno scotto sopportabile.
Niente di nuovo sotto il sole, starete pensando.
Dopo tutto, quella creatura proteiforme, tanto amata, temuta e disprezzata –
che, almeno dall’affaire Dreyfus in poi, abbiamo cominciato a
chiamare intellettuale – si è sempre mossa sulle sabbie mobili, vittima di
un’ambiguità e di un’impotenza irriducibili. Noi, invece, che non siamo altro
che spaesati osservatori di passaggio, di irriducibile abbiamo soltanto la
predisposizione a un infantile romanticismo. Per tale ragione, questi disperati
intellettuali contemporanei, preferiamo immaginarceli giocare sul selciato
dell’infanzia, quando le sole bolle che conoscevano, non erano quelle virtuali,
ma quelle di sapone.
Un destino crudele, il loro, dall’inizio alla fine.
Maura Baldini
*In copertina: Hendrick Goltzius, Quis evadet?, 1594, incisione
L'articolo Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come
amministratore di condominio proviene da Pangea.
Tag - Maura Baldini
> Invece della patria
> stringo le metamorfosi del mondo
>
> (Nelly Sachs)
Stamani il cielo tenta una virata, un’imprevista rivolta metamorfica: per pochi
minuti, al diffondersi della prima luce, l’incarnato lattiginoso degli ultimi
mesi si arrende a qualche screzio di colore. Una macchia color mimosa – quel
giallo soffuso di certe albe marine estive – dilaga nella culla tracciata
dall’incrocio dei rami di due querce. Sopra la chiazza, l’opalescente neutralità
dello spazio si tinge di un fragile azzurro, sul cui sfondo spiccano le cortecce
brune degli alberi, ricoperte di licheni verdognoli. Un conversare di tinte,
delicate e discrete, ma capaci di una folata di meraviglia in un’aria che, da
tempo indefinibile, è smorta, ostile. Gli inverni, a Ginevra, possono essere
privi di qualsiasi identità, vocati all’anonimato di una parabola stagionale che
si ripete senza concessioni al fortuito. Inevitabile indagare similitudini con
l’impallidire della propria identità per certi casi della vita.
Un tema, quello dell’identità, che interpella chiunque, e interpella me da
quando ho lasciato l’Italia. L’arma impugnata per far fronte all’esilio – che,
seppur elettivo, ha caratteri di feroce durezza, poiché spariglia le coordinate,
segnando ritmi di (dis)appartenenza – è la pratica ossessiva della lingua
materna, nonostante i miei giorni e le mie notti abbiano sonorità francofone,
con incursioni anglosassoni di tanto in tanto.
Il 28 ottobre 1964, Hannah Arendt, nel corso di una conversazione
televisiva[1] con Günter Gaus (diplomatico tedesco, e giornalista noto, in
particolare, per le sue interviste politiche nella Germania del dopoguerra),
quando le viene chiesto cosa rimanga dopo la perdita della patria, indica, senza
esitazione, la lingua materna. Nonostante negli ultimi anni abbia scritto le sue
opere in inglese, Arendt afferma, più o meno testualmente, che in tedesco può
permettersi cose che in inglese non potrebbe mai permettersi. La frase mi pare
interessante: sprigiona ambiguità, sottende un ardire di cui ignoriamo
intenzioni e confini. Per quale ragione possiamo osare soltanto nella lingua
materna? La risposta, credo, è che tutto si gioca nella sfumatura, nella
minuzia, in quella vena del linguaggio che non sa di pulsare, eppure lo fa.
Perché per quanto si possa diventare pressoché bilingui, per quanto ci si possa
imbevere della cultura nel cui alveo una lingua a noi aliena nasce ed evolve,
per quanto si possa far proprio l’intero armamentario di espressioni
idiomatiche, il gergo giovanile e persino certi arcaismi utilizzati da
generazioni scomparse, per quanto si giunga addirittura a corrompere la fonetica
della propria lingua con un’inflessione straniera, tanto da stranire i propri
interlocutori al ritorno in patria, per osare occorre sempre far ritorno alla
lingua materna.
Osare, in ogni campo, è questione liminare, di soglia, di sfumatura, appunto. Si
osa quando si è predisposti allo sconfinamento, dunque al rischio e all’ardire
di sopportarne le conseguenze. Osare ha a che fare, molto banalmente, con una
libertà non concessa, ma conquistata. La sfumatura, nel linguaggio, permette il
disvelarsi di un’intimità altrimenti impossibile da condividere; e condividere
l’intimità, in qualunque modo lo si faccia, significa essere liberi di
possedersi e di lasciarsi possedere dall’altro.
Immaginiamo, ora, di essere privati, a un certo punto della vita, della
possibilità non dico di comunicare per contingenze di sopravvivenza, ma della
capacità di trascegliere le parole, di concepire fra esse alleanze inedite,
schermaglie audaci, oppure giochi ingenui, argentini, in ogni caso voluti, o
spontaneamente sgorgati dal nostro inconscio, allo scopo di schiuderci
all’altro, in una caleidoscopica pienezza di intenti e inconsce fioriture.
Immaginiamo cosa significhi perdere la libertà di esprimere la propria identità,
poiché in una lingua che non è nostra ci sfuggono le sfaccettature essenziali.
Sempre Hannah Arendt, in Noi rifugiati, scrive che il trauma dell’esilio
consiste nel fatto – tra gli altri – che “la nostra voce non è più ascoltata.”
E, quando la nostra voce non è più ascoltata, si spegne, disorientando, per
l’appunto, l’identità, relegandola in un interludio atemporale di offuscamento.
Eppure, l’agiografia letteraria annovera molti altri autori esuli, oltre alla
filosofa tedesca, che si sono appropriati con accanimento e genio della lingua
del paese di adozione, e, in quella lingua, ci hanno consegnato opere eccelse.
Forse perché, come afferma Sebald, “Per chi scrive la sventura dell’esilio può
essere superata solo attraverso il linguaggio”[2].
Sarà vero? Si può trovare in una lingua adottiva la propria patria e
sopravvivere così, in una terra che non ci appartiene per sigillo di nascita,
alla perdita di tutto, ma soprattutto di se stessi? Oppure siamo destinati a uno
smarrimento definitivo, al perpetuo pencolare fra silenzio, balbettii e maschere
– anche linguistiche – d’occasione, per sentirci, se non noi stessi, parte di
una comunità che ci ha accolti più o meno benevolmente?
Tento una riflessione, poiché una risposta, in via assoluta, ovviamente, non
esista, e lo faccio accostando tre scrittori che hanno vissuto l’esilio in
maniere e con esiti differenti, ma anche con qualche elemento in comune.
Nabokov & moglie (Vera Slonim) mentre giocano a scacchi, a Montreux
*
Comincio da Vladimir Nabokov, il quale, dopo aver lasciato la Russia e
peregrinato fra Londra e Berlino, approda, intorno al 1940, negli Stati
Uniti; prima di allora, pur dichiarandosi trilingue sin dall’infanzia[3], lascia
che sia lingua materna a primeggiare nel gesto della scrittura.
Prendiamo Mašen’ka, romanzo pubblicato in russo per la prima volta nel 1926;
Nabokov narra qui la storia dell’esule Ganin, dimidiato dalla perdita di una
patria amata ed empia – incarnata, appunto, dall’amata Mašen’ka – il quale è
convinto che un “Domani gli sarà restituita tutta la sua gioventù, la sua
Russia”. Anni dopo, nel 1970, lo scrittore deciderà di tradurre il romanzo in
inglese, intitolandolo Mary. Sì, perché dal momento in cui approda in America,
Nabokov comincia a licenziare le sue opere in lingua inglese, un inglese che gli
regalerà la gloria e che, come sappiamo, sfida un virtuosismo pressoché
irraggiungibile.
Ricordate Pale fire (Fuoco Pallido)? Se avete avuto la fortuna di leggerlo in
lingua originale, vi sarete accorti che questo libro di illusioni e inganni è un
affresco di minuziosi arabeschi, è ambrosia di verbi dall’allure seducente.
Provare per credere (in nota la traduzione in italiano):
> “My sublime neighbor’s face had something about it that might have appealed to
> the eye, had it been only leonine or only Iroquoian; but unfortunately, by
> combining the two it merely reminded one of a fleshy Hogarthian tippler of
> indeterminate sex. His misshapen body, that gray mop of abundant hair, the
> yellow nails of his pudgy fingers, the bags under his lusterless eyes, were
> only intelligible if regarded as the waste products eliminated from his
> intrinsic self by the same forces of perfection which purified and chiseled
> his verse. He was his own cancellation.”[4]
Insomma, la lingua adottiva è, per Nabokov, patrimonio acquisito sin
dall’infanzia, dunque agevolmente spendibile, e, in effetti, lo condurrà a
scrivere i suoi capolavori più celebri. L’America, inoltre, si rivela una
congeniale seconda patria per lo scrittore, il quale – in un’intervista
rilasciata nel 1962 alla BBC[5] – confessa che non intende più rientrare in
Russia, poiché incapace di cancellare dalla mente “l’ombra grottesca di uno
stato poliziesco”.
> “La Russia di cui ho bisogno – aggiunge – è sempre qui con me: la letteratura,
> la lingua, la mia infanzia […] In America sto meglio che in qualsiasi altro
> paese. È in America che ho trovato i miei lettori migliori, le menti più
> vicine alla mia. Dal punto di vista intellettuale, in America mi sento a casa
> mia. È una seconda patria nel vero senso della parola.”
Insomma, dopo quello londinese e quello berlinese, l’esilio americano assurge,
per Nabokov, a rifugio definitivo, che si tramuta senza troppi indugi in una
dimensione di vita appagante, di successo; ricordiamo che, proprio negli Stati
Uniti, lo scrittore ricopre ruoli di prestigio, come quello di professore di
letteratura russa alla Cornell University.
E la Russia? La Russia rimane la patria leggendaria del passato, un lucore
soffuso, remoto, uno spettro prostrato che sopravvive nella memoria, e, in
particolare, nelle reminiscenze dell’infanzia. È il paese della memoria, una
memoria che ha il volto bifronte della brama e del fiele, di un’esecrazione che
ha radici nel tradimento degli ideali prerivoluzionari.
Dai confini oltreoceano, Nabokov sembra non provare nostalgia verso la terra
natale, ma unicamente verso il suo passato. L’esilio, ancorché vissuto senza
afflizione – come invece fu per Arendt, ad esempio –, semina tracce di quella
nostalgia nelle opere, dove l’infanzia diventa memoria estetica e i personaggi
di certi romanzi appaiono sradicati, labili e malinconici, come le loro
identità.
Ricordate la storia di Pnin? Pnin è un professore di russo emigrato in America,
goffo e grottesco, che – contrariamente al suo inventore – soccombe alla
condizione di emarginazione linguistica e sociale, dopo aver tentato, in ogni
modo, l’adattamento a una nuova civiltà, in cui tutto pare ribellarglisi
contro. Nabokov tratteggia questo personaggio in maniera buffa, ironica, ma non
senza tradire un affetto che scaturisce, probabilmente, dalla condivisione di
certe esperienze e stati d’animo. Ma la vera nostalgia, per lo scrittore, quella
che, nonostante l’appagamento raggiunto in terra americana, fa di lui un esule
come qualsiasi altro, è quella verso la lingua materna; il che pare inverosimile
se consideriamo l’inglese trascendentale cui si è consacrato con deliziosa
acribia. Eppure, leggendo la citata intervista del 1962 alla BBC, scopriamo che
la perdita della lingua russa travolge e turba Vladimir più di quanto il suo
dichiarato trilinguismo riesca a dissimulare.
> “La mia tragedia privata, – afferma lo scrittore rispondendo a una domanda dei
> giornalisti britannici – che non può e non deve riguardare nessun altro, è che
> ho dovuto abbandonare la mia lingua naturale, il mio idioma naturale, la mia
> ricca, infinitamente ricca e docile lingua russa, per una marca di inglese di
> seconda qualità”.
Ecco, dunque, la confessione dell’inconfessabile, il dramma intimo e occulto di
uno scrittore ubiquitariamente venerato che è stato capace di appropriarsi di un
idioma adottivo nel più sofisticato dei modi, che ha affrontato l’esilio con la
mannaia dell’estetismo, ma che non è riuscito a evitare la lacerazione
conseguente alla perdita di una prerogativa essenziale della sua identità. Una
perdita che sanguina proprio nel perfezionismo parossistico, al di sotto del
quale brucia la percezione dell’irrecuperabile naturalezza consustanziale
soltanto alla lingua materna, un suggello ineliminabile, un patrimonio che
precede la nostra stessa nascita e non smette di perseguitarci oltre ogni
geografia immaginabile. Non è un caso che lo scrittore, dopo averli scritti in
inglese, traduca in russo certi suoi lavori (e viceversa), in un andirivieni
linguistico che sempre oscillerà fra caparbietà e smarrimento.
Nel 1961, Nabokov e la moglie Véra Slonim si trasferiscono a Montreux, cittadina
svizzera di lingua francese, pensando di trascorrervi alcuni mesi. Vi
resteranno, invece, sino alla morte dello scrittore, nel 1977, esiliati, questa
volta, fra il gioco degli scacchi e i lepidotteri, in una suite del Fairmont Le
Montreux Palace, da cui lo sguardo precipita in un lago che, fra sbocchi di luce
e increspature, invera la più gloriosa delle solitudini.
*
Parzialmente antitetico rispetto a quello di Nabokov è l’esilio
di Ágota Kristóf, emigrata nella Svizzera romanda per fuggire all’invasione
dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa, insieme al marito e alla figlioletta
di quattro mesi.
Al suo arrivo a Neuchâtel, cittadina abbarbicata attorno a un castello di
ascendenza medievale, da cui lo sguardo spicca, questa volta, verso un lago
turchese con ambizioni marine, Kristóf comincia a lavorare in una fabbrica di
orologi. I risvegli hanno il buio delle albe invernali, i turni sono estenuanti
e la scrittrice, che ancora scrittrice non è, ha una neonata da accudire ogni
sera. Ma, durante il lavoro, al ritmo cadenzato delle macchine – il solo stimolo
che mantiene desta la mente, altrimenti destinata al torpore della penuria di
pensieri – Ágota scandisce i suoi primi versi in ungherese. Riappropriarsi della
propria lingua, facendolo per giunta attraverso la poesia, è gesto di
sopravvivenza, significa rincasare dando vita a un immaginario che scaturisce
nelle retrovie dell’inconscio.
Ágota Kristóf (1935-2011)
L’appartamento dove Ágota vive con la famiglia è di certo più confortevole della
sua casa natale in Ungheria, nel fangoso paesino di Csikvand, un grumo di
abituri privi di acqua ed elettricità, attraversato da una sola strada e
attorniato da seminagioni di grano e mais. Eppure, l’acqua corrente, una stanza
in più, del carbone per scaldarsi e cibo a sufficienza non scagionano la cupezza
di giornate che, immediatamente, sentenziano la condanna dell’esule alla
solitudine, nella dilagante desolazione sociale e culturale della cittadina
svizzera. Ágota, peraltro, non può appagare il proprio ossessivo desiderio di
lettura, poiché ignora il francese, e rarissimi sono i libri che riesce a
procurarsi nella sua lingua materna.
Ma ascoltiamo le sue parole, tratte dall’accorata confessione che ci ha
consegnato nel breve scritto L’analfabeta (i cui passi di seguito ricalcati sono
stati tradotti dalla scrivente):
> “In principio, esisteva una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i
> colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano questa lingua. Non
> potevo immaginare che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano
> potesse pronunciare una parola che io non sapessi comprendere. […] È così che
> all’età di ventun’anni, al mio arrivo in Svizzera, e del tutto casualmente in
> una città dove si parla il francese, affronto una lingua a me completamente
> sconosciuta. È qui che ha inizio la mia lotta per conquistare questa lingua,
> una lotta lunga e accanita che durerà per il resto dei miei giorni. Parlo il
> francese da più di trent’anni, lo scrivo da più di vent’anni, ma ancora non lo
> conosco. Non sono in grado di parlare senza errori, e posso scrivere soltanto
> con l’aiuto di dizionari che consulto frequentemente. È questa la ragione per
> la quale definisco il francese una lingua nemica. Ma vi è un’ulteriore
> ragione, ed è la più grave: questa lingia sta ammazzando la mia lingua
> materna”[6].
Ágota prende l’autobus ogni mattina, incontra sempre lo stesso controllore, la
sua corpulenza è rassicurante, premurosa; eppure, si sente smarrita, tenta di
rendersi invisibile agli altri passeggeri, poiché il dialogo, in quella
cittadina quieta e terracquea, è pur sempre asperità, vetta inattingibile, e le
parole, talismano e infatuazione di un passato dissolto, sono ora una muraglia,
il pungolo di un sentimento di inadeguatezza che la tormenta. Non sono i russi a
spaventare la giovane Ágota, non teme il loro approdo in Svizzera, e non li
avrebbe temuti nemmeno se fosse rimasta in Ungheria (la scrittrice, infatti, non
perdonerà mai il primo marito di averle “imposto” la fuga). Il nemico, per
Kristóf, non ha un corpo, né una carne che può ferire, il nemico è,
paradossalmente, quella sicurezza anelata durante la fuga dall’Ungheria e
divenuta, in breve tempo, fio, apatia, ripetitività, solitudine, inettitudine
all’espressione di sé, ma soprattutto “impossibilità di tornare. Non solo in un
luogo, ma anche in una lingua, in un tempo, in una se stessa che non c’è
più”[7].
Ágota Kristóf, in definitiva, lincia l’esilio, lo bolla come una “malattia
incurabile”. Vive la perdita della lingua materna come un’amputazione che non
può essere risolta ricorrendo a una protesi, l’altra lingua, “la lingua
nemica”. Eppure, la mutilazione svolta in breve tempo in paradosso: con
implacabile tenacia, Ágota diventa scrittrice proprio quando comincia a scrivere
in francese, raggiunge il successo, ed è persino tradotta in altre lingue.
Tuttavia, a differenza di Nabokov, l’autrice ungherese non cerca rifugio
nell’estetismo parossistico, come dimostrazione della propria adeguatezza, non
tende a un perfezionismo che sa, in fondo, esserle precluso; Kristóf fa tana in
una lingua per lei nuova, e lo fa disseccandola, spingendola verso una
semplificazione radicale, epurandola, insomma, da ogni orpello che le
rammenterebbe lo scarto ineliminabile fra l’idioma appreso, seppur in maniera
ragguardevole, e l’idioma naturale che integra, ancor prima della nascita,
l’identità.
Lo strazio dell’esilio traluce, seppur in guisa allegorica, anche dalla sua
opera più celebre, Trilogia della città di K. Nel primo dei tre romanzi (Il
grande quaderno), la prosa di Kristóf – la cui andatura è stata paragonata da
Manganelli a una “marionetta omicida” – riflette la crudeltà che i due gemelli
protagonisti si auto-infliggono, in un esercizio del martirio come strategia di
sopravvivenza alla guerra, all’abbandono materno, alla miseria, alla solitudine,
alla morte, e agli abusi di una nonna-strega che pare sgusciata fuori da una
favola dei fratelli Grimm.
Qui, in questo primo volume della trilogia, già stride la ferita della
frontiera, balena l’idea di fuga per sottrarsi alla sopraffazione dell’esercito
straniero che occupa la città di K; quella ferita e quella fuga che Ágota ha
vissuto e che travasa letterariamente in luoghi indefiniti, innominati, da una
parte e dall’altra del confine; luoghi che sono, in realtà, emblema di una
scissione cui, nella storia, Claus e Lucas, i gemelli, tentano di rimediare
rendendosi inseparabili in un Noi che è anche la voce narrante del romanzo. Ma
la separazione, prima o dopo, accade, e nel secondo capitolo della trilogia (La
prova), la dualità infranta si traduce in una lancinante frattura identitaria
dei singoli, che – ne siamo convinti – è iconografia, ancora una volta, del
percorso esistenziale di Kristóf.
Nell’ultimo episodio della trilogia (La terza menzogna), la scrittrice spariglia
le carte, lasciando emergere addirittura il dubbio sull’esistenza dei due
gemelli; forse uno soltanto è il giovane adulto sopravvissuto a un’infanzia e a
una adolescenza dilaniate dalla ferocia della vita. Forse tutto è menzogna,
allucinazione; in ogni caso, la verità, nelle parole scabre e staffilanti di
Kristóf, si frantuma, alla stessa stregua della dualità gemellare, plausibile
simbolo di ogni identità in perenne smarrimento e ricostruzione, come quella
della stessa autrice.
Dopo tutto, la scelta, stoica e gloriosa, di scrivere nella “lingua nemica” non
ha risparmiato ad Ágota lo strazio della perdita di sé; una perdita così
destabilizzante che, verso la fine della vita, nel romanzo breve Ieri, giungerà
alla blasfemia del proprio Io, scrivendo “Non scrivo più”. Perché la scrittura,
che, per molto tempo, le era parsa il solo luogo d’accoglienza contro lo
spaesamento, le discriminazioni e l’indifferenza di una società “cimiteriale”,
in altre parole, la sola patria possibile, si rivela, in fin dei conti, una
crudele trafittura, l’ossessione che non cessa di alimentare il senso di
abbandono, nutrendo profonde e irrimediabili ulcerazioni.
Scrivere, oserà dire Kristòf, è come suicidarsi.
Ma non si darà la morte, lo sappiamo. Soccomberà, nel 2011, a una lunga
malattia, nella sua casa di Neuchâtel, attorniata dalle placide e ambiziose
acque di un lago che mai ha sentito suo.
*
Rainer Maria Rilke è un viandante, un pellegrino, come il monaco del
lucente Libro d’ore, opera mistica che segna la sua prima fase di maturità
poetica. Trascorre la vita in viaggio, con la frenesia di vivere ogni cosa,
possedendola nella sua oscura e più autentica essenza, in ogni sua appendice,
nell’estasi e nella disperazione.
Dopo aver lasciato la nativa Praga, il poeta, che ancora non sa d’esser tale, si
dedica allo studio delle materie più disparate, dalla Giurisprudenza alla
Filosofia, fino alla Storia dell’Arte; nel frattempo, attraversa un’Europa in
procinto di deflagrare nel primo conflitto mondiale, errando fra la Germania –
dove vive un primo breve periodo di convivenza con la consorte, la scultrice
Clara Westhoff, e la figlioletta Ruth, entrambe poi sacrificate sull’altare
dell’opera – la Francia e l’Italia.
Insieme a Lou Andreas von Salomé, donna ineffabile e apicale che egli amerà
senza tregua, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Rainer si
spinge a esplorare più volte la Russia, terra nutrice di spiriti millenari che
gli si manifesta subito come un destino, come la sola patria possibile, anche
se, in realtà, non lo diverrà mai. È la stessa Lou, nel suo amorevole ricordo
del poeta, a declinare le ragioni di questo sentimento di appartenenza alla
terra moscovita.
> “A determinare questo sentimento contribuisce un elemento concreto:
> l’estensione su due continenti del territorio russo, la quale toglie al
> concetto di patria quella limitatezza che trova il proprio presupposto nella
> separazione di un paese da un altro. Qui non si ha mai per così dire
> l’impressione di essere lontani dalla patria, e neppure dalla società umana,
> come se questa fosse già garanzia di una stretta parentela di sangue.”[8]
Attraverso l’esperienza in quell’avamposto estremo, dove il raccoglimento è il
companatico di giorni nevosi e di notti scandite dalle campane del Cremlino,
Rilke avverte l’identità perfetta fra preghiera e poesia, un apprendistato che
confluirà nel già menzionato Libro d’ore, e che sarà il primo passo verso
l’approdo a una patria ultraterrena in terra, id est l’opera poetica. Ma occorre
tempo prima che Rilke varchi quella soglia. Occorre una moltitudine d’altri
esili, non tutti enumerabili in questa sede.
Tornato dai viaggi moscoviti, nel 1902, Rainer si stabilisce, per circa un anno,
a Parigi. Ma la ville française si tramuta in un esilio insopportabile,
annichilente: meglio l’erranza senza sosta del fragore e dell’esagitazione
parigina. In effetti, è proprio nella città francese, crocevia internazionale
letterario, che Rilke, dopo un primo acuirsi dello sguardo creativo, grazie alla
molteplicità di esperienze vissute, comincia ad avvertire lo sfinimento di sé,
quell’angosciosa sensazione di dissanguamento, apatia ed estenuazione che lo
accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.
Eppure a Parigi, nonostante tutto, egli torna ricorsivamente, dopo numerosi,
rinnovati soggiorni in Italia, in Germania e dopo aver abitato, per qualche
tempo, persino in Scandinavia; ed è sempre nella ville française che il poeta
torna per lavorare accanto all’infaticabile Rodin, di cui sfiora l’opera
numinosa in una quotidianità che si fa presto burrasca, separando i loro cammini
(per poi, più tardi, riunirli); ed è ancora a Parigi che Rainer s’imbatte
nell’impetuoso genio di Cézanne, il quale – come afferma il poeta – lavora senza
gioia, in un perpetuo fluire di furore.
Il poeta cammina sul piccolo sentiero che costeggia Muzot, la reggia delle
Elegie
Da entrambi gli artisti, in ogni caso, Rilke apprende un ascetismo
rigorosissimo, e una solitudine che non è soltanto creativa, ma
ontologica. Negli anni parigini, il poeta assimila, da un lato, il vivificante
slancio verso il lavoro, ma, dall’altro, avverte, impellente, il desiderio di
alienazione da una mondanità che alimenta ed esacerba la solitudine urbana, che
è un tipo di solitudine infetta, del tutto inadatta alla creazione; la stessa
solitudine vissuta dal protagonista del suo unico romanzo (I quaderni di Malte
Laurids Brigge), poeta danese che sperimenta l’esilio in una Parigi spietata e
alienante, in cui si soffre e si muore, e in cui egli, arreso al giogo della
poesia, tenta in ogni modo di allenare lo sguardo all’Invisibile.
Nel 1911, dopo essere stato in Egitto, in Algeria e in Tunisia, Rilke torna in
Italia, questa volta a Duino, accettando l’invito della principessa Marie von
Thurn und Taxis a soggiornare nel suo castello incastonato su di una rupe
bianca. Qui il poeta si esilia fra la sua stanza e il sentiero di frutici che
costeggia le numerose falesie calcaree a precipizio sull’Adriatico; e sempre
qui, come sappiamo, scriverà il dirompente principio delle Elegie Duinesi, opera
che, più tardi, lo consacrerà nell’empireo dei poeti di lingua tedesca.
Ma è in un castello ancora più appartato, spartano (quello di Muzot), e in un
esilio ancora più claustrale – quello finale – che Rilke, dopo altre
peregrinazioni, giungerà a infrangere la maledizione della caducità, portando a
compimento le Elegie e contestualmente scrivendo, in un deliquio di qualche
settimana, I sonetti a Orfeo. Qui, in Svizzera, per qualche anno, poco prima di
morire, tradurrà Paul Valéry in tedesco e scriverà anche alcuni cicli di poesie
in un francese di raro nitore (ricordiamo, in particolare, le
raccolte Vergers e Quatrains Valeisans).
In ogni caso, quel tonfo finale in una poesia capace di sconfiggere persino la
morte pone fine all’erranza di Rilke, non soltanto perché il 29 dicembre 1926
morirà in una clinica nei pressi di Montreux per una leucemia fulminante, ma
perché egli avrà trovato finalmente tutto il mondo in sé, realizzando così
l’opera alla quale ha sacrificato la vita.
Rilke è stato un esule impenitente, perenne, forse fra i più radicali. È stato
esule in ogni terra che ha abitato, e lo è stato persino nell’amore, fra le
innumerevoli peregrinazioni sentimentali sempre interrotte per consacrarsi alla
poesia. Nessun luogo è stato patria, nessun amore, neppure quello per l’eterna
Lou, neppure quello per la figlia Ruth. Rilke non ha abitato nessuna dimora,
nessun castello, ne è stato semmai accolto. Rilke, coerentemente con una vita
all’insegna di un generalizzato e incessante parossismo, è riuscito a esiliarsi
persino da se stesso. Ma in ogni cosa e in ogni luogo del mondo egli ha trovato
quello che sempre è andato cercando: la poesia.
Anni prima, scrivendo il Libro d’ore, lo diceva così:
“Vivo la mia vita in cerchi che si allargano,
che passano sopra le cose.
L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento,
ma voglio protendermi, tentare.
Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio,
le giro attorno da migliaia d’anni:
e ancora non so: sono un falco, o una tempesta,
o un canto, forse – e grande”[9].
*
Abbiamo ricordato Rilke per ultimo, poiché, forse, a differenza degli altri, ha
incarnato con lucidità l’esilio, vivendolo non già come perdita, ma come
condizione stessa della letteratura, la quale si muove, per sua stessa essenza,
in una zona friabile, un luogo di non appartenenza. Lo scrittore, nel gesto
creativo, esilia sempre se stesso, in qualunque lingua decida di scrivere.
E la patria d’origine, come sabbia, scivola via, è uno spettro sfocato, che si
illumina forse soltanto nel ricordo. Ma l’appartenenza, per uno scrittore, che
si tratti di una lingua, di un lago, o di un luogo, è un’illusione. La parola è
il cristallo in cui si specchia ogni identità, poiché entrambe mutano insieme
davanti a ogni nuova pagina bianca.
In fin dei conti, la patria di uno scrittore è sempre e soltanto quella pagina
bianca.
Maura Baldini
*In copertina: Lycaeides melissa samuelis abbozzata da Vladimir Nabokov
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[1] L’intervista è reperibile nel volumetto intitolato La lingua materna – La
condizione umana e il pensiero plurale, a cura di Alessandro Dal Lago, Hannah
Arendt, Mimesis, Piccola Biblioteca (2019).
[2] W.G. Sebald, Tessiture di sogno, Adelphi, 2022.
[3] Nabokov conosceva, sin da bambino, oltre al russo, l’inglese e il francese.
[4] “Il viso del mio sublime vicino possedeva qualcosa che l’occhio
avrebbe potuto gradire, se fosse stato soltanto leonino o soltanto irochese; ma,
per sfortuna, la combinazione delle due cose ricordava semplicemente la faccia
di un grasso beone hogarthiano di sesso indefinito. Il corpo deforme, quel
ciuffo grigio e folto di capelli, le unghie gialle, le dita massicce e tozze, le
borse sotto gli occhi velati erano intelligibili solo considerandoli come i
materiali di scarto eliminati dal suo io intrinseco, ad opera di quelle medesime
tensioni perfezionistiche che purificavano e cesellavano i suoi versi. Egli era
l’obliterazione di se stesso”. Vladimir Nabokov, Fuoco Pallido, a cura di Anna
Raffetto, traduzioni di Franca Pece e Anna Raffetto, Adelphi, 2002.
[5] L’intervista è inclusa nel volume Intransigenze, Vladimir
Nabokov, Biblioteca Adelphi, Vol. 294, 2015.
[6] La versione in ligua francese è tratta da L’analphabète – Récit
autobiographique, Àgota Kristòf, Éditions Zoè, 2021, Genève.
[7] Da L’analphabète – Récit autobiographique, Ágota Kristóf, Éditions Zoè,
2021, Genève.
[8] Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke – Un incontro, a cura di Amelia
Valtolina, Edizioni SE, 2012, traduzione di Chiara Allegra.
[9] Rainer Maria Rilke, Libro d’ore, a cura di e tradotto da Lorenzo Gobbi,
Servitium, 2008.
L'articolo “Abbandonare la mia lingua”. Nabokov, Kristóf, Rilke: scritture
dall’esilio proviene da Pangea.
Milano, fine luglio. Cielo altero, immacolato. Piazza Duomo è sommersa, more
solito, da policromi sciami umani, torme di piccioni quasi addomesticati,
esagitazioni vocali e sorrisi posticci a beneficio di autoscatto.
Noi scegliamo Palazzo Reale, una retrospettiva di oltre trecento opere dedicata,
in occasione del primo centenario dalla sua nascita, a Mario Giacomelli
(Senigallia, 1 agosto 1923 – Senigallia, 25 novembre 2000), fotografo radicale
fra i più influenti del Novecento. Il titolo della mostra è emblematico: Mario
Giacomelli. Il fotografo e il poeta.
Ci immergiamo senza esitazione nella nera carena della prima sala. Le luci al
soffitto sono cecchini discreti puntati sulle immagini incorniciate. Immagini o
illusioni, non si sa ancora. E non si sa nemmeno se avvicinarsi o scegliere la
visione d’insieme, a distanza, lo sguardo che erra, si confonde, naufraga in uno
smarrimento in bianco e nero.
Quante saranno le raffigurazioni che tracciano ogni parete in un’avvicendarsi di
chiazze d’oscuro e di lume?
Ci fermiamo, al centro della sala, socchiudiamo gli occhi e poi li riapriamo,
accostandoci ai segni di materia che promanano dalle cornici: sembianze vaghe,
talora invece nettamente profilate, in ogni caso, sempre definite soltanto dal
nostro sguardo. Non dal Suo, che è già oltre, nel movimento che tende
all’infinito, all’indistinto.
Lo sguardo di Mario Giacomelli è sempre oltre, anche prima di scattare, anche
dopo, nella camera oscura, quando la materia diventa irreale, il visibile
tracima nell’invisibile, nel sembiante della trascendenza. Lui cerca
quella. Cerca di afferrare la trascendenza, senza fermarla, respinge il tempo,
rifiuta l’idea di sospensione radicata in un certo concettualismo fotografico;
attualizza, semmai, il passato, riesuma ciò che è finito, restituendogli nuova
vita: “le mie foto” – scrive in un appunto – “sono il presente e il passato: lo
spazio ed il tempo ridotti ad un segno unico”[1].
E che sia buio, luce, cranio brulicante di farfalle-stelle o campo arato, che
siano preti, gatti, uccelli, bocche sdentate o scheletri arborei, che siano case
a mucchi o semplici macchie, che sia vita o morte, nulla cambia. Il fermento, il
moto sulla soglia – fra ciò che è e ciò che non è più, ma in altro modo comunque
sarà – è il sigillo con cui Mario Giacomelli lavora sull’immagine, e prima
ancora sui luoghi, sugli oggetti, sui volti, predisponendoli, arruffandoli,
spostandoli, inventandoli, per valicare l’implacabile leopardiano “orizzonte che
lo sguardo esclude”, e tendere all’ἄπειρον (ápeiron), riconciliando così materia
ed evanescenza, presente e passato, memoria e immaginazione.
Mario Giacomelli riesce, nell’epoca della fotografia analogica, a penetrare e
oltrepassare la materia, dunque il reale, indegno della complessità della vita,
e riesce a farlo partendo – fra l’altro – dalla poesia, il gesto che, forse più
di tutti, ha accesso all’invisibile e che, in ogni caso, accompagna tutta la sua
vita.
Non è un poeta stricto sensu, Giacomelli, anche se si cimenta nella scrittura di
versi, ma di certo incorpora lo spirito dei poeti a lui cari (Leopardi,
Cardarelli, Dikinson, Masters, Montale, Corazzini, Luzi, Borges, Caproni,
Permunian) e impara, col tempo, a tradurlo in immagini, sperimentando le più
svariate tecniche fotografiche: “lo sfocato, il mosso, la grana, il bianco
mangiato, il nero chiuso, sono come esplosione del pensiero che dà durata
all’immagine, affinché si spiritualizzi in armonia con la materia”[2].
È nel cenacolo di Giuseppe Cavalli, fotografo e intellettuale raffinato, che il
giovane Mario – costretto al lavoro in una tipografia da quando ha tredici anni,
dopo aver perso il padre a nove – riceve l’iniziazione, si accosta alle più
svariate forme d’arte, ascolta Bach, legge Eliot e Croce, orienta la propria
indole romantica e decadente verso l’apprendimento, da autididatta, della
fotografia artistica. Fa propri i dogmi dei maestri per domarli, sconcertando
sin da subito l’ambiente fotoamatoriale: i suoi primi lavori (come la serie Vita
d’ospizio, cui si dedica a partire dal 1956, e che è ispirata all’ospizio di
Senigallia dove lavora la madre) vengono puntualmente scartati ai concorsi,
poiché Giacomelli infrange i dictat dell’epoca, le regole
del reportage bressoniano, intervenendo nella realtà e alterandola, prima e dopo
la cattura (si pensi ai bianchi e ai neri bruciati dal flash, alle cesure, alle
sovraimpressioni). Interventi che allontanano il Nostro dal realismo in voga in
quegli anni e dalla ricerca della purezza stilistica dello scatto. Nel
parallelismo fra animato e inanimato, l’ospizio ritratto da Giacomelli svela i
volti e i corpi dei vecchi, ripresi in posture oblique e traballanti, la
pelle-corteccia fessurata dalle stesse crepe dei campi arsi dal sole, il buio
delle cavità oculari che mangia lo sguardo predisponendolo alla mèta ctonia, e
somiglia a quello delle fosche finestre dei casolari diroccati ritratti in altre
fotografie della serie.
Quel lavoro segna l’inizio del viaggio nella fotografia metafisica, anzi
poetica, di Mario Giacomelli, che insegue l’uomo, pencolante tra forze
contrapposte, con la sua tragica fragilità, e lo ritrova sulla soglia di una
perenne metamorfosi, lo trova fra ruderi isolati, annidato fra gli anni di un
tronco, in suggestioni di caligine, fra contorsioni di ferri neri e pezzi di
cemento, o ancora issato a cieli consunti, accecanti. L’uomo di Mario Giacomelli
pulsa nei controluce, nei profili di un masso strangolato dal buio, o ancora in
una folla di teste illuminate come cerini accesi nel nero.
Nello sguardo di Giacomelli, come in quello del poeta, il paesaggio (legato, nel
suo caso, al mondo contadino dal quale proviene) si fa esperienza interiore,
attraverso l’uso del simbolo, ed è, come annota lui stesso:
> “atto di espressione totale dove sento lievitare la natura, il flusso
> traumatico del tempo. È la dimensione dello spazio ridotto a una emozione
> unica, ad una estensione della mia esistenza dove il quotidiano, il ripetitivo
> viene come filtrato dal fluente dell’immaginazione”[3].
Non si può dire che Giacomelli ritragga il paesaggio; semmai, come sostiene
sempre lui, raffigura “i segni, le memorie della esistenza di un ‘mio’
paesaggio. Non voglio che sia subito identificato, preferisco che si pensi a
certi segni, alle pieghe che l’uomo ha nelle sue mani.”[4]
È una fotografia meditativa, immaginifica, quella di Mario Giacomelli, fatta di
lacerti figurativi, di tensioni fra luci e ombre, di audaci frammenti e
composizioni radicali, in cui anime e oggetti si accordano per proiettare i
segni dell’inconscio. “…segni”, osserva sempre il Nostro, che “vengono come
vivificati per una loro architettura e costruzione visiva, come a sfidare le
cose reali.”[5]
Ce ne accorgiamo subito, sin dalle prime sale dedicate alla retrospettiva. Qui
proveremo a soffermarci su alcune di esse e a dare una lettura (istintiva,
dunque, senz’altro inadeguata) di alcuni dei lavori esposti, invitando il
lettore a regalarsi un’esperienza immersiva di formidabile intensità nell’arte
di Mario Giacomelli.
*
La serie L’infinito (1986-1988), ispirata all’omonima lirica leopardiana[6],
viene realizzata in seguito all’incontro di Giacomelli con Luigi Crocenzi
(1923-1984), eclettico fotografo e intellettuale con cui il Nostro intrattiene
un epistolario negli anni Sessanta e da cui apprende le teorie del fotoracconto
e del montaggio per immagini, cominciando a praticare la fotografia come
concatenazione di immagini destinate alla narrazione.
La lettura del celeberrimo componimento è innesco potente, un ponte verso la
trasposizione metamorfica della parola in immagine. L’infinito, per Leopardi, è
una percezione che scaturisce dall’incontro con un’area tangibile e circoscritta
(il colle di Recanati, la siepe), oltre la quale si staglia la
sconfinata ouverture dell’immaginazione, della memoria. Ecco, Giacomelli traduce
tale percezione poetica in una precisa tensione fotografica, combinando, da un
lato, materie solide e impenetrabili (strade asfaltate, muri, finestre profilate
di luce, campi geometricamente arati, linee lignee), dall’altro, suggestioni
evanescenti (ombre di solitudini, paesaggi sui quali piovono aghi di luce o
bagliori simili a stelle, volti sfocati, stormi di uccelli su sfondi nuvolosi in
dissoluzione), queste ultime ottenute grazie all’effetto del mosso o delle
doppie esposizioni.
L’astrazione è la cifra della serie, che si apre con il bianco assoluto e si
chiude con il nero assoluto (per usare le espressioni di Alessandro Giampaoli,
uno dei curatori del catalogo uscito, proprio sul lavoro fotografico in
commento, per Silvana Editoriale[7]); ma ciascuna delle tinte si definisce
attraverso il suo opposto, a testimoniare quella circolarità e quella ciclicità
che Giacomelli individua come caratteristiche precipue dell’infinito. Una parete
ci stordisce: su di essa campeggiano sedici catture incorniciate, una visione
d’insieme lisergica, fatta di righe e geometrie inusuali che si confondono in
un’unica figura: il confine. Ma poco più in là, la materia perde peso, il bianco
e nero si sfuma, e lo sguardo può tornare, infine, al dolce naufragare. Prima di
lasciare la sala, sussurriamo ripetutamente l’ultimo verso della lirica, nella
suadente traduzione di Philippe Jacottet: Et m’abîmer m’est doux en cette mer.
*
Bando è il titolo di una lirica[8] di Sergio Corazzini, poeta amato in gioventù
da Giacomelli per la sua tragica vulnerabilità, e alla cui opera complessiva si
ispira l’omonima serie in esposizione a Milano. Il lavoro, realizzato fra il
1997 e il 1999, omaggia i temi cari al poeta romano, che hanno a che fare coi
tessuti costitutivi dell’essere, come l’innocenza profanata, la malattia, la
morte, la fragilità, la preghiera monca al cospetto dell’inaccessibilità di
Dio.
La serie (composta da gruppi di quattro opere, lo spazio fra le quali delinea il
segno di una croce) ci permette di intravedere nella cattura dei singoli istanti
le tracce del rituale cui si consacrava il fotografo prima dello scatto, ossia
la fabbricazione concettuale e materiale dell’immagine. Giacomelli, si è
poc’anzi osservato, trascorreva ore ad apparecchiare lo spazio, raccimolando
materiali e detriti, operando spostamenti, inventando installazioni; tutto allo
scopo di aprire un varco che favorisse la connessione fra il mondo esterno e
quello intimo che passa attraverso lo spirito, dunque lo sguardo. Uno sguardo
visionario, il suo, come si evince dalle immagini astratte e potenti che
declinano questa serie; immagini che raffigurano l’ingrandimento del caos della
materia, appositamente allestita per la cattura, e successivamente disintegrata,
smarginata, e finanche scarabocchiata, in ogni caso sempre manipolata nel
rituale postumo della camera oscura, attraverso le tecniche più svariate e
l’utilizzo di particolari carte fotografiche.
In un appunto vergato a mano da Giacomelli ed esposto in bacheca, leggiamo:
> “Credo che la stabilità di una immagine sia nello smarrimento del fotografo di
> fronte all’oggetto”.
Ma ora, nell’assenza dell’artista, è tutto nostro lo smarrimento al cospetto di
immagini che somigliano a lacerti di sogno rappezzati, specchi di un inconscio
arreso alla luce.
*
La serie forse più conosciuta di Giacomelli mutua, invece, il titolo da un verso
di Padre David Maria Turoldo, Io non ho mani che accarezzino il volto[9], e ci
presenta un simposio di giovani seminaristi ripresi nella loro quotidianità, in
attimi di gioco e di danza; da un certa distanza, girotondi di nere talari
spiccano a contrasto con la terra innevata ed evocano nugoli di uccelli librati
nel cielo. Netta è l’intenzione di Giacomelli di dissacrare la sacralità in
favore dell’uomo, denudato sino all’incoscienza del bambino balordo di gioia,
facendo a pezzi il simbolo, fotografando l’altro, l’oltre. L’installazione
restituisce una dinamica potente, e la circolarità di certi movimenti traccia
suggestioni sospese fra il sacro e il profano. L’azione risiede, com’è ovvio,
nel movimento dei corpi, ma noi la avvertiamo anche nelle parole, forse persino
nelle grida di diletto, che immaginiamo squarciare il silenzio claustrale di una
nevicata inattesa, mentre un poeta, “salvatore di ore perdute”[10], da qualche
parte si fa silenzioso custode delle solitudini del mondo.
*
Nella stessa sala dei seminaristi, troviamo il celeberrimo Bambino di Scanno,
scatto che appartiene a una collezione esposta al MOMA di New York. Scanno è un
borgo abruzzese, fiabesca colonia di case di pietra, scale e angiporti, e meta
di artisti del calibro di Henri Cartier-Bresson e Gianni Berengo Gardin (da poco
scomparso). Il celebre scatto di Giacomelli raffigura, fra due donne-sentinelle
a capo chino, in abiti neri come da usanza, e che sembrano avanzare verso
l’esterno dell’inquadratura, un fanciullo con le mani nelle tasche, che si
staglia netto nella sfocatura pervasiva dell’immagine. Il colletto della camicia
abbacina, creando attorno al corpicino un’aura che si sparge sino ad altre due
figure femminili sullo sfondo. E noi che lo guardiamo sappiamo che la solitudine
non si confonde mai, salta agli occhi, e illumina i suoi impotenti testimoni.
*
C’è poi l’amore, un tema che percorre trasversalmente qualsiasi meditazione.
Giacomelli ne fa quasi una composizione teatrale nella serie intitolata A
Caroline Branson da Spoon River (1967-1973)[11], ispirata, appunto, all’omonimo
componimento di Egard Lee Masters. Il lavoro trae origine da una sceneggiatura
di foto-racconto a cura di Luigi Crocenzi, destinata alla televisione.
Giacomelli, tuttavia, rifiuta la trasposizione fedele del testo lirico in
immagini e, in un secondo momento, riprende le fotografie scattate per il
progetto (dal 1971 al 1973), sovvertendole – in particolare, attraverso la
tecnica della sovrimpressione – in modo da esprimere un universo emotivo non già
supino al testo poetico, ma traslato.
La serie rappresenta una passione amorosa che affonda nei corpi degli amanti e
nell’immenso assoluto corpo della Natura. In un sogno di spighe in controluce,
oppure al riparo di fronde nerastre, sotto nivee nubi, nella danza fluttuante
dei capelli dell’amata[12] e nel moltiplicarsi dei volti, lì pulsano le bocche,
gli occhi e gli abbracci degli amanti; pulsano sino alla tragica consapevolezza
che “la rapita estasi della carne”[13] un giorno sarà alle loro spalle, “come un
cantico finito”[14]. Per questo i duei cuori che un tempo avevano passeggiato
“come stelle alla deriva”[15], scelgono il patto mortale: “Uno stelo della sfera
terrestre, / fragile come luce stellare, / in attesa di esser di nuovo gettato /
nel flusso della creazione”[16].
Una passione, quella narrata in questa serie, che rifiuta le monotone mura di
una stanza e la distratta condivisione di un caffè, anche a costo della morte. E
di questa passione Giacomelli ci offre, fra le altre, una cattura dall’alto,
nella quale campeggiano due vaste bianche stratificazioni, come due morbide
onde, cremose, che si inseguono, allo stesso modo in cui, in altri scatti, gli
amanti si rincorrono, verso la terra nera, che sembra voler fuoriuscire
dall’inquadratura; e, al di sopra, come spesso accade nell’immaginazione del
fotografo, al di sopra di ogni delimitazione spaziale, si libra, in un cielo
smangiato dai contrasti, un nugolo di uccelli neri, punteggiatura di un confine
che si scompagina, come accade talvolta anche all’amore.
*
Il teatro della neve è il titolo di un componimento di Francesco Permunian[17],
due esili terzine che dicono di una solitudine senza sogni, di una rassegnazione
e di un “vento malsano [che] “sbatte / e ribatte” giorni che sono “bandiere di
sconfitta”. Il poeta ci offre di quei giorni arresi un’immagine icastica, li
paragona a “bianchi lenzuoli in un labirinto di specchi”. Giacomelli traduce
questi versi in una serie di raffigurazioni il cui l’astrattismo è fatto di
rimandi, di richiami simbolici: ci troviamo infatti immersi in un avvicendarsi
di paesaggi, spigolosi, geometrici, le cui sembianze sembrano voler suggerire
proprio quel gioco di specchi che viene evocato nella lirica. L’uomo è assente,
o forse lo si può immaginare come una figura in filigrana sovrapposta a quegli
scenari naturali desolati, testimonianza della sua irrimediabile solitudine.
Iconico, su tutti, è lo scatto che raffigura alcuni teli così sottili da
sembrare garze, appesi a una siepe di rovi, sventolanti in uno squarcio di nubi
che abbacinano, e trafitti come da una luce sovrannaturale che ne evidenzia
spettrali trasparenze. È lì, al cospetto di quella immagine, che sentiamo anche
noi sfilare i giorni, ripetitivi nell’assenza di sogni, e per questo
disorientanti, è lì che ci sentiamo in balia, così fragili da poter essere
trapassati e lacerati persino da una scheggia di luce.
*
Muore la madre nel 1986, e la matrice del senso della vita si disfa, i
sentimenti e lo sguardo s’interrano. La fotografia di Mario Giacomelli si
orienta verso una dimensione ancora più intima, amoreggia con la biografia,
s’intrama sempre più nella poesia.
Intorno al 1924, Eugenio Montale scrive una lirica intitolata Felicità
raggiunta…[18]; in due sole strofe (composte da cinque versi ciascuna), il poeta
restituisce l’essenza del mistero della vita, racchiuso nella perenne
inconciliabilità fra la pienezza della felicità, così difficile da raggiungere,
e l’inesorabilità di certi dolori, capaci di annientarla, di farne desiderio
dimidiato anche nell’istante dell’appagamento. Montale ci offre l’immagine di
una disperazione infantile, quella del bambino che vede fuggire il pallone fra
le case, e sa di non poterlo più riavere. Giacomelli rovescia la prospettiva e
cattura il momento della felicità infantile: il volo indimenticabile
dell’altalena, promessa di cielo. Tutto, nello scatto che stiamo osservando,
prospetticamente si abbassa, al cospetto della felicità raggiunta: le montagne,
la linea spezzata dei tetti di un paese in controluce. Ma occorre il
contraltare, poiché la felicità è manichea, la felicità non è senza il suo lato
antinomico: intorno all’altalena, altre immagini traducono il peso e la frattura
del dolore. E allora ecco che osserviamo un esterno in cui domina la sfumatura
di un nero lugubre e lì in mezzo notiamo l’immota e consapevole solitudine di
due uccelli appollaitai su rami filiformi, o forse inspiegabilmente sospesi in
un nulla. Poi gli occhi deviano sopra un terreno innevato di un bianco arso e
abbacinante, crepato e bucherellato, dal quale sorgono vecchie griglie
ornamentali abbandonate, in mezzo a tronchi d’alberi. E infine scorgiamo il peso
sfumato della pena nell’ombra di una trilogia arborea che sembra tremare su di
uno sfondo, ça va sans dire, bianco, ancorché sporcato da un fumo che non ne
intacca il dramma.
La felicità spicca nel contrappeso, nella sostanza palingenetica del dolore.
*
L’ultima serie di cui vogliamo lasciar qui traccia riguarda lo sradicamento, la
perdita delle origini che si fa esiziale, come è accaduto, fra gli altri, a
Franco Costabile (Sambiase, 27 agosto 1924 – Roma, 14 aprile 1965), poeta
meridiano assoluto, “disperato di Sud”, morto suicida a soli quarant’anni.
Costabile, calabrese, è il trauma stesso della sua Calabria, il trauma
dell’allontanamento forzato. Poesia rabbiosa e tragica, la sua, connotata da uno
sguardo sul e nel dramma, che ben si apparenta a quello di Giacomelli.
L’incontro fra i due, in effetti, è fatale: Il canto dei nuovi
emigranti[19], inno fluviale e spietato scritto da Costabile nel 1964, narra,
attraverso una versificazione convulsa, e l’uso di una lingua scabra ed esatta,
la diaspora del grande esodo calabrese del secondo dopoguerra; un esodo che,
come è noto, si fece cogente per sfuggire al suicidio di una terra incapace di
redenzione, nell’indifferenza barbarica delle istituzioni. Ebbene, quel poema
struggente e furioso marchia lo spirito di Giacomelli che decide di visitare i
borghi in esso sceneggiati.
Giacomelli s’inerpica così nel buio di un annichilimento apparente, dove
l’assenza dell’uomo non è soltanto partenza definitiva, ma sfondo nel quale si
vive ancora contro la sgretolazione di una terra misteriosamente ossimorica. Fra
segni d’attaccamento e diserzione, fra miseria e generosità, la Calabria di
Costabile sfila, implacabile, davanti agli occhi del fotografo, straniato e
sospeso nell’immobilità di un tempo quasi morto.
> “Pentedattilo mi ha colpito, perché vedi un paese – dove gente ha vissuto, è
> nata, ha sofferto, ha goduto – ora abbandonato. E ricordo di essere stato per
> il corso, sembrava tutto abbandonato. Poi sono arrivato in cima a questa
> strada, guardo sotto da un belvedere e vedo che avevano piantato
> dell’insalatina, cipolle… e allora qualcuno sicuramente era a un passo da me.
> Sembrava un posto abbandonato, come chiuso al mondo, e invece ho trovato
> inaspettatamente la vita. […] Poi ho voluto passare per il cimitero. Qui ho
> trovato ogni loculo d’argento lucido, pulito. Poi i fiori, ho pensato “saranno
> di plastica” e invece mi sono avvicinato, li ho toccati, ed erano freschi. E
> ho pensato: c’abbiamo messo mezza giornata per arrivare qui e non abbiamo
> incontrato una persona, sembrava tutto fermo, tutto morto, e invece c’è vita.
> E allora sentivo che c’era qualcosa di strano. Queste montagne con questi
> buchi enormi… io cominciavo a vedere nei buchi le persone, nell’immaginazione,
> perché: dove erano queste persone? E allora è nato dentro di me qualcosa come
> di misterioso, come magico, come tragico, come qualcosa che non sapevo
> decifrare. Attraverso le foto vedi queste case che stanno già perdendo
> qualcosa, ti accorgi che la muratura e le case stesse stanno quasi per
> divenire pietra, cioè divenire montagna, sopraffatte. Il paese si sta
> sgretolando. Anche questa luce che ho messo in questa immagine, dà l’idea del
> sole che sta corrodendo i buchi delle case, e invece c’è la luna nella notte,
> e hanno il sapore della morte.”[20]
In queste parole scorgiamo già le immagini ricavate dal vissuto di una
quotidianità quasi irreale, in cui l’uomo gravita attorno a un centro di vita
fatto di pensieri lenti e desolazione, di costernazione e sorrisi, un centro che
è, in realtà, un crinale sul quale la vita lentamente scivola verso una
vecchiaia consumata, dove la crudeltà non sopisce il bene della pietra calda cui
poggiarsi quando le gambe tremano e negli occhi si annida il buio.
Ecco, allora che, nella sala, si susseguono immagini in cui è ritratto,
attraverso inquadrature strette e ravvicinate, un mondo contadino, di cui si
intuisce il mormorio affaticato, un mondo in cui si è complici nella miseria e
nel dramma. I personaggi che incontriamo – vecchi o bambini, poco importa –
abitano spazi decontestualizzati dalla marchiatura abbagliante del flash, sono
sagome arrese a un interludio perenne di vita.
Ci soffermiamo davanti al ritratto di Pentedattilo, mucchio di case fortemente
inclinate che sembrano collassare verso il centro della terra. Ma forse, ci
piace pensare, la rupe sulla quale il borgo sorge è davvero la gigantesca mano a
cinque dita di un ciclope, che misericordiosamente sostiene, e proietta verso la
sfolgorante promessa del cielo.
*
Ci fermiamo qui con questa lettura parziale della retrospettiva dedicata a Mario
Giacomelli, ospitata nelle sale di Palazzo Reale fino al 7 settembre, sperando
di non averne tradito lo spirito.
In ogni caso, noi ne siamo emersi con una convinzione: Mario Giacomelli è come
un demone scapigliato che ti viene a cercare in sogno, e ti lascia lì, fra le
coperte e la notte, a tremare nel dramma del bianco, e a desiderare
paradossalmente l’eterna vedovanza del nero. Non sappiamo se davvero nasca un
solo poeta al secolo, come disse quel tale. Quel che è certo è che cent’anni fa
ne è nato uno.
Maura Baldini
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[1] Da appunti autografi di poetica, anni Ottanta-Novanta, Archvio Mario
Giacomelli, Senigallia, in “Mario Giacomelli – Giacomo Leopardi, l’Infinito, A
Silvia”, a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreni, Silvana Editoriale,
pag. 56, figura 62.
[2] Ibidem, pag. 56, figura 63.
[3] Da un appunto del fotografo inserito fra i lavori fotografici della
retrospettiva a Palazzo Reale (Milano).
[4] Ibidem (nota 3).
[5] Ibidem (nota 3).
[6] Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta
parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. / Ma sedendo e mirando,
interminati / Spazi di là da quella, e sovrumani / Silenzi, e profondissima
quiete / Io nel pensier mi fingo; ove per poco / Il cor non si spaura. E come il
vento / Odo stormir tra queste piante, io quello / Infinito silenzio a questa
voce / Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, / E le morte stagioni, e la
presente / E viva, e il suon di lei. Così tra questa. / Immensità s’annega il
pensier mio: / E il naufragar m’è dolce in questo mare. (Giacomo
Leopardi, L’Infinito, da Gli Idilli, 1826)
[7] Si cfr. nota 1.
[8] Avanti! Si accendano i lumi / nelle sale della mia reggia! / Signori! Ha
principio la vendita delle mie idee. /Avanti! Chi le vuole? / Idee originali / a
prezzi normali. / Io vendo perché voglio /raggomitolarmi al sole /come un gatto
a dormire /fino alla consumazione / de’ secoli! Avanti! L’occasione / è
favorevole. Signori, /non ve ne andate, non ve ne andate; vendo a così poco
prezzo! / Diventerete celebri / con pochi denari. /Pensate: l’occasione è /
favorevole! / Non si ripeterà. Oh! non abbiate timore di offendermi / con
un’offerta irrisoria! / Che m’importa della gloria! E non badate, Dio mio, non
badate / troppo alla mia voce / piangevole! (Sergio Corazzini, Bando, da Libro
per la sera della domenica, 1906)
[9] Io non ho mani / che mi accarezzino il volto / (duro è l’ufficio / di queste
parole / che non conoscono amori) / non so le dolcezze / dei vostri abbandoni: /
ho dovuto essere / custode / della vostra solitudine: / sono salvatore di ore
perdute. David Maria Turoldo, Io non ho mani, dalla raccolta Io non ho mani,
Bompiani, 1948.
[10] Estratto dell’ultimo verso della lirica di David Maria Turoldo, trascritta
nella nota precedente.
[11] Caroline Branson è il titolo di uno dei componimenti inclusi nella raccolta
di Edgard Lee Masters, Antologia di Spoon River, i cui estratti sono qui
riportati nella traduzione di Fernanda Pivano (che ha curato l’edizione Einaudi
da ultimo ristampata nel 2014). Di seguito il testo integrale: Oh i nostri cuori
come stelle alla deriva – se noi avessimo soltanto passeggiato / come un tempo,
nei campi d’aprile, finché la luce stellare / con garza invisibile rendesse
serico il buio / sotto la balza, nostro luogo di convegno nel bosco, dove il
ruscello svolta! dalle carezze passando, / come note di musica che fluiscono
insieme, al possesso / nella ispirata improvvisazione d’amore! / per lasciarci
alle spalle come un cantico finito / la rapita estasi della carne, / nella quale
i nostri spiriti piombassero / dove non c’era il tempo, né lo spazio, né noi – /
annientati dall’amore! / Ma lasciare queste cose per una stanza illuminata: / e
starcene con il nostro Segreto, beffardo / e nascosto tra fiori e chitarre, /
che tutti fissavano fra l’insalata e il caffè. / E vedere lui tremante, e
sentire me / presaga, come uno che firma un contratto – / non avvampante di doni
e di pegni accumulati / con rosee mani sopra la sua fronte. / E poi, la notte!
prefissata! villana! / Ogni nostra carezza cancellata dal possesso, / in una
stanza stbilita, in un’ora a tutti nota! / L’indomani sedeva così smarrito,
quasi freddo, / così stranamente mutato, chiedendosi perché io piangessi, /
finché, presi da nausea disperata e voluttuosa follia, stringemmo il patto
mortale. // Uno stelo della sfera terrestre, / fragile come luce stellare, / in
attesa di esser di nuovo gettato / nel flusso della creazione. Ma la prossima
volta esser creato / assistito da Raffaele e san Francesco / nel momento che
passano. / Poiché io sono il loro fratellino, / riconoscibile a viso / dopo un
ciclo di nascite a venire. / Potete conoscere la semente e il terreno; / potete
sentire la pioggia fredda cadere, / ma soltanto la sfera terrrestre, soltanto il
cielo / conoscono il segreto del seme / nella camera nuziale sotto terra. /
Gettatemi di nuovo nel flusso, / datemi un’altra prova – / salvami, oh Shelley!
[12] I capelli sono quelli della figlia Rita, sovrapposti ad altre immagini.
[13] Ibidem (nota 8).
[14] Ibidem (nota 8).
[15] Ibidem (nota 8).
[16] Ibidem (nota 8).
[17] Luna vedova per strade di mare / io non ho più sogni da dormire / nel
bianco mattatoio di casa mia. // Bianchi lenzuoli in un labirinto di specchi /
sono i giorni che un vento malsano sbatte / e ribatte quali bandiere di
sconfitta. (Francesco Permunian, Il teatro della neve, da Il teatro della neve.
Poesie per Mario Giacomelli 1983-1986, L’Obliquo, 2006)
[18] Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lama. / Agli occhi sei
barlume che vacilla, / al piede, teso ghiaccio che s’incrina; / e dunque non ti
tocchi chi più t’ama. // Se giungi sulle anime invase / di tristezza e le
schiari, il tuo mattino / è dolce e turbatore come i nidi delle cimase. / Ma
nulla paga il pianto del bambino / a cui fugge il pallone tra le case. (Eugenio
Montale, Felicità raggiunta… da Ossi di seppia, edizione a cura di Pietro
Cataldi e Floriana d’Amely, Mondadori, 2003)
[19] Ce ne andiamo. / Ce ne andiamo via. // Dal torrente Aron / Dalla pianura di
Simeri. // Ce ne andiamo / con dieci centimetri / di terra secca sotto le scarpe
/ con mani dure con rabbia con niente. // Vigna vigna / fiumare fiumare /
Doppiando capo Schiavonea. // Ce ne andiamo / dai campi d’erba / tra il grido /
delle quaglie e i bastioni. // Dai fichi / più maledetti / a limite / con
l’autunno e con l’Italia. // Dai paesi / più vecchi più stanchi / in cima / al
levante delle disgrazie. // Cropani / Longobucco / Cerchiara Polistena /
Diamante / Nao / Ionadi Cessaniti / Mammola / Filandari… / Tufi. / Calcarei /
immobili / massi eterni / sotto pena di scomunica. // Ce ne andiamo / rompendo
Petrace / con l’ultima dinamite. / Senza / sentire più / il nome Calabria / il
nome disperazione. // Troppo tempo / siamo stati nei monti / con un trombone fra
le gambe. / Adesso / ce ne scendiamo / muti per le scorciatoie. // Dai Conflenti
/ dalle Pietre Nere da Ardore. // Dal sole di Cutro / pazzo sulla pianura /
dalla sua notte, brace di ucccelli. // Troppo tempo / a gridarci nella bettola /
il sette di spade / a buttare il re e l’asso. / Troppo tempo / a raccontarci
storie / chiamando onore una coltellata / e disgrazia non avere padrone. //
Troppo / troppo tempo / a restarcene zitti / quando bisognava parlare, basta. //
Noi / vivi / e battezzati / dannati. // Noi / violenti / sanguinari / con
l’accetta / conficcata / nella scorza / dei mesi degli anni. / Noi / morti / ce
ne andiamo / in piedi / sulla carretta. / Avanzano le ruote / cantano i sonagli
verso i confini. // Via! / Via / dai feudi / dagli stivali dai cani / dai larghi
mantelli. // Ussahè… / Via / Via! / Via / dai baroni. / I Lucifero / I conti
Capialbi / I Sòlima gli Spada / I Ruffo / I Gallucci. // Usciamo / dai bassi
terranei / dal sudario / dei loro trappeti / dai parmenti / della vendemmia /
profondi / a lume di candela / e senza respirazione. // Via / dai Pretori /
dalla Polizia / dagli uomini d’onore. / Non chiamateci. / non richiamateci. // È
scritto / nei comprensori / È scritto / nei fossi nei canali /È scritto / in
centomila rettangoli / alto / su due pali / Cassa del Mezzogiorno / ma io non so
/ che cosa / si stia costruendo / se la notte / o il giorno. // Ci sono raffiche
/ su vecchie facciate / che nessuno leva: l’occhio / del Mitra / è più preciso /
del filo a piombo della Rinascita. // Addio, / terra. / Terra mia / lunga /
silenziosa. // Un nome / non lo ebbe / la gioventù / non stanchiamoci / adesso /
che ci chiamano col proprio cognome. // Noi // Noi / ce ne siamo / già andati. /
Dai Catoi / dagli sterchi orizzonti. // Da Seminara / dalle civette di
Cropalati. // Dai figli / appena nati / inchiodati nella madia / calati / dalle
frane / dall’Aspromonte / dei nostri pensieri. / Spegnete / le lampadine della
piazza. // Scordiamoci / delle scappellate / dei sorrisi / dei nomi segnati /e
pronunciati per trentasei ore. // Cassiani / Cassiani / Cassiani // Cassiani /
Foderaro Galati / Foderaro / Antoniozzi / Antoniozzi / Cassiani / Cassiani / La
croce / sulla croce, /diceva l’arciprete. / E una croce / sulla croce, /
segnavano le donne. / andavano / e venivano. /Foderaro / Antoniozzi / Antoniozzi
// È stato / sempre silenzio. // Silenzio / duro / della Sila /delle sue
nevicate a lutto. // È stato /il pane a credenza / portato /sotto lo scialle
/all’altezza del cuore. / Sono stati / i nostri occhi stanchi / guardando / le
finestre illuminate / della prefettura. // Carabinieri, / fermatevi. / Guardate,
/ giratevi / non c’è nemmeno un cane. / Siamo / tutti lontani / latitanti. //
Fermatevi. / Restano / gli zapponi / dietro la porta, / i cieli, / i vigneti. /
La pietra / di sale sulla tavola. // I vecchi / che non si muovono / dalla
sedia, soli / con la peronospera nei polmoni. // Le capre / la voce lunga /
degli ultimi maiali scannati. / L’argento / a forma di cuore, nella chiesa. //
Le ragnatele / dietro i vetri, le madonne. / La ragnatela del Carmine /la
ragnatela di Portosalvo / la ragnatela della Quercia. / Restano le donne
/consumate da nove a nove mesi / con le macchie / della denutrizione / della
fame. / Le addolorate / Le pietà di tutti gli ulivi. // Lavando / rattoppando /
cucinando su due mattoni / raccogliendo / spine e cicoria. // Cancellateci /
dall’esattoria. / Dai municipi / dai registri / dai calamai / della nascita. //
Levateci // Scioglieteci / dai limoni / dai salti / del pescespada. /
Allontanateci / da Palmi e da Gioia. // Noi / vivi / Noi / morti / presi e
impiccati / cento volte / ce ne siamo già andati / staccandosi dai rami / dai
manifesti della repubblica. // Di notte / come lupi / come contrabbandieri /
come ladri. // Senza un’idea dei giorni/ delle ciminiere degli altiforni. //
Siamo / in 700 mila / su appena due milioni. / Siamo / i marciapiedi / più
affollati. / Siamo / i treni più lunghi. / Siamo / le braccia / le unghie
d’Europa. / Il sudore Diesel. / Siamo / il disonore / la vergogna dei governi.
// Il Tronco / di quercia bruciata / il munumento al Minatore Ignoto. // Siamo /
l’odore / di cipolla / che rinnova / le viscere d’Europa. / Siamo /un’altra
volta / la fantasia / il 1° giorno di scuola / senza matita / senza quaderno /
senza la camicia nuova. // Toglieteci / dalle galere. / Non ubriacateci. //
Liberateci / dai coltelli di Gizzeria / dal sangue dei portoni. / Non chiamateci
/ da Scilla / con la leggenda del sole / del cielo / e del mare. // Siamo / bene
legati / a una vita / a una catena di montaggio / degli dei. // Milioni di
macchine / escono targate Magna Grecia. / Noi siamo / le giacche appese / nelle
baracche nei pollai d’Europa. // Addio / terra. / Salutiamoci, / è ora. (Franco
Costabile, Il canto dei nuovi emigranti, Jaka Book, 1989)
[20] Mario Giacomelli, in una video-intervista di E. Castagna, tratta dal sito
internet archiviomariogiacomelli.it
*Nel testo: fotografie di Mario Giacomelli tratte dalla mostra in atto a Palazzo
Reale, Milano; in copertina: Mario Giacomelli a Senigallia, photo Giovanna
Calvenzi, Archivio Mario Giacomelli
L'articolo “Nello smarrimento”. Mario Giacomelli, il demone scapigliato che ti
viene a cercare in sogno proviene da Pangea.