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Nessun uomo è un’isola. 25 anni dopo l’11 settembre, “Come from Away”, il musical
«Dicono che nessun uomo è un’isola, ma è l’isola a fare l’uomo». Specialmente quando l’isola in questione è Terranova, la “nuova terra” contro cui si scontrarono i pionieri, che in essa videro emergere dall’oceano un nuovo mondo. Una Atlantide che risorge. Una Atlantide passata però alla storia anche sotto un altro nome e diversi auspici: The Rock, una terra dura come roccia nata all’alba dei tempi da un titanico scontro e dalla separazione di continenti, che milioni di anni dopo si lasciò qualcosa alle spalle. Un’isola madre di un popolo forgiato dal rifiuto di piegarsi agli inverni, alle correnti e ai venti, e dalla necessità di contrastare quella natura inospitale coltivando uno spirito accogliente e caloroso. Un’isola di «Fish and chips e naufragi», terra di mezzo ai confini del mondo. Ed è qui che una mattina di settembre di molti anni dopo, dopo che una nuova catastrofe, questa volta di natura umana, aveva sconvolto il pianeta, approdarono nuovi esploratori, per risalpare qualche giorno dopo, lasciando dietro di sé un nuovo mondo, o almeno un nuovo modo per viverlo. È la fine dell’estate del 2001. Sono le 9.26, ora orientale. La Federal Aviation Administration degli Usa chiude lo spazio aereo, forzando l’atterraggio di 4.000 voli. Ore 16.30. Nelle ore precedenti, 38 aerei hanno toccato terra a Gander, Canada, in quello che un tempo era stato uno dei più grandi aeroporti del mondo, quando i voli intercontinentali erano ancora costretti a fare scalo lì per il rifornimento. Negli ultimi anni, invece, quel luogo di passaggio, conosciuto come “il crocevia del mondo”, aveva visto transitare a malapena una dozzina di voli al giorno. Ma ora l’aria sa di carburante. Quasi 7.000 passeggeri sono rimasti a bordo per ore, alcuni più di un’intera giornata, ignari di tutto, pronti a sentirsi raccontare qualsiasi storia sul perché si trovino lì. Una popolazione locale, che all’epoca dei fatti contava circa 10.000 abitanti, custodisce l’unica storia che forse quella gente venuta da lontano, come from away, non è pronta ad ascoltare. È l’11 settembre. Per i cinque giorni a seguire, Gander è più di un crocevia, diventa il “ground zero” dell’umanità. L’11 settembre del 2001, 38 aerei per un totale di quasi 7mila passeggeri vengono dirottati nel piccolo aeroporto di Gander, Canada * 10 anni dopo Nel decimo anniversario del crollo delle Torri gemelle del World Trade Center avvenne un nuovo incontro. I naufraghi che quel giorno trovarono a Gander un porto sicuro vi tornarono per «onorare quello che abbiamo perso e commemorare quello che abbiamo trovato». Questa volta, qualcuno era pronto a raccontare la loro storia, nata tra le righe di una tragedia di cui loro erano stati personaggi secondari e dimenticati. I giornalisti delle principali testate ed emittenti televisive, ma non solo. Irene Sankoff and David Hein, una coppia canadese di librettisti e compositori, erano stati inviati sul posto dal produttore teatrale Michael Rubinoff, anch’egli canadese, per sviluppare un musical che raccontasse quelle storie di umanità perduta rimaste nascoste tra le pieghe di un dramma più grande. E così tradussero in un altro linguaggio, in musica, le storie di persone di lingue e culture diverse che si erano ritrovate, insieme, a fronteggiare l’inimmaginabile. Anche per chi era di madrelingua inglese il duro accento locale era poco comprensibile; e la paura, l’isolamento e l’ignoranza di quanto stesse accadendo là fuori facevano il resto: l’unica lingua comune era l’umanità. Un autista di scuolabus strappato al suo sciopero dall’emergenza, vedendo il terrore e lo spaesamento dipinti sui volti di una famiglia africana, prende la Bibbia che la donna stringe e, senza saper leggere una parola nella loro lingua, affidandosi all’unico riferimento comune, la numerazione, indica un versetto, Filippesi 4,6: «Non angustiatevi per nulla». E la paura dell’ignoto si fa d’un tratto più sopportabile. Questa è solo una delle storie che si incastrano in un meccanismo perfetto nel musical Come from Away. Su un palco di shakespeariana essenzialità, animato da una piattaforma girevole sulla quale pochi elementi come sedie e tavoli diventano di volta in volta il ventre di un aereo o di uno scuolabus, l’interno di un pub o della scuola, dodici artisti danno vita a decine di personaggi: il primo capitano donna statunitense, che d’un tratto vede stagliarsi tra lei e quel cielo che, controcorrente, sognava fin da bambina un aereo usato come arma; uno chef egiziano il cui desiderio di aiutare si scontra con una paura e un sospetto che gli infliggeranno una perquisizione immonda per la sua religione; una coppia che si perde e una che si trova, impensabilmente, ai confini del mondo; la madre di un pompiere disperso nell’inferno di Ground Zero, dilaniata dall’assenza di notizie e dall’impossibilità di recarsi a scavare lei stessa tra le macerie per trovarne; un uomo arrivato a Gander dalla Polonia tanti anni prima che per la prima volta rivela le sue origini ebraiche, per non far scomparire la sua storia tra le tante andate perdute in quel giorno fatale; il sindaco e la sua eterna faida con gli autisti degli scuolabus perennemente in sciopero; una reporter alle prime armi che si trova a fare la cronaca del dietro le quinte di una tragedia; e tanti altri ancora, ora uniti in questa grande storia. E così, quando l’America si raccoglie in un minuto di silenzio nazionale, la canadese e ora cosmopolita Gander si ferma. E nasce una preghiera, comune a tutte le religioni, quella per la pace. Il brano forse più toccante dell’opera è proprio la corale “The Prayer”, che intreccia la Preghiera semplice attribuita a San Francesco con le invocazioni dei fedeli musulmani, ebrei e buddisti, in un’armonia quasi ultraterrena: > O Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace  > […] Dove c’è disperazione, ch’io porti la Speranza.  > Dove c’è tristezza, ch’io porti la Gioia.  > Dove ci sono le tenebre, ch’io porti la Luce. * Dalla pandemia al 25° anniversario Alle 18.20 del 16 settembre tutto sembrava compiuto. L’ultimo dei 38 aerei dirottati su Gander aveva preso quota, prima che l’uragano Erin si abbattesse su Terranova. Eppure, la memoria di quei giorni non andò perduta. Le storie raccolte durante le celebrazioni per il decimo anniversario, grazie a Come from Away arrivarono a Broadway nel 2017, e da lì spiccarono il volo e viaggiarono per il mondo, ottenendo lungo la strada numerose candidature e vittorie ai più prestigiosi premi dedicati al teatro musicale. All’inizio del 2025, il tour mondiale ha raggiunto anche l’Italia, con alcune date al Politeama Rossetti di Trieste. Per chi non avesse avuto l’occasione di assistere dal vivo a questa toccata e fuga italiana, è ora disponibile sulla piattaforma Apple TV la ripresa cinematografica dello spettacolo. Fu realizzata durante la replica che commemorò il ventesimo anniversario dell’11 settembre, all’indomani di un’altra catastrofe in cui fu necessario ritrovare l’umano, la pandemia, i primi spettatori che tornavano a teatro con gli occhi accesi di gratitudine al di sopra le mascherine. Attraverso le sue storie, il microcosmo di Gander si è irradiato dalla sua isola in ogni angolo del mondo. Un’istantanea della potenza di questa narrazione è stata scattata da una splendida iniziativa: visitando il sito ufficiale del musical è possibile fissare su un mappamondo virtuale una puntina in corrispondenza della propria città, per rendere visibile la rete umana che questa storia continua a tessere[1]. Quella Pangea che a Terranova si è infranta e che tuttavia nell’umanità dovrebbe trovare il proprio riflesso. Un riflesso che non sia un arcipelago di solitudini, perché anche di fronte ai drammi della storia «nessun uomo è un’isola». «Nessun uomo è un’isola, completo in sè stesso; Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, la Terra ne sarebbe diminuita, come se un Promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica o la tua stessa casa. Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te[2]» Chiara Bianchi *In copertina: l’ultimo volo tra quelli dirottati in partenza da Gander, 15 settembre 2001 -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://comefromaway.com/map.php [2] John Donne, Nessun uomo è un’isola (Devotions upon Emergent Occasions, 1624) L'articolo Nessun uomo è un’isola. 25 anni dopo l’11 settembre, “Come from Away”, il musical proviene da Pangea.
July 27, 2026 / Pangea
Per sopravvivere a questo mondo, abbiamo bisogno di Oz. Storia di un mito: da L. Frank Baum a “Wicked”
Una favola moderna: da L. Frank Baum a Victor Fleming Il primo di questi “meravigliosi maghi di Oz” è naturalmente il suo creatore, L. Frank Baum, che nel 1900 pubblicò, con le illustrazioni di William Wallace Denslow, il romanzo per ragazzi Il meraviglioso mago di Oz, capostipite di una lunga serie che ebbe però minor fortuna. Una storia che vuole essere una “favola moderna”. «Le fate alate dei Grimm e di Andersen hanno donato ai cuori dei bambini una felicità più grande di qualsiasi altra creazione umana», riconosce Baum nell’introduzione, ma la fiaba del buon tempo antico, con le sue atmosfere drammatiche e a tratti infernali, è ormai sentita come «storica». L’educazione moderna si occupa già a sufficienza di morale: non c’è più bisogno di «struggimenti e incubi» per costruire un’etica, ma solo di «meraviglia e gioia»; in una parola, di «intrattenimento». Bando quindi all’allegoria, Oz è la terra del meraviglioso, un meraviglioso che il suo autore ha sempre cercato, nella scrittura come nella sua curiosità nei confronti del progresso e delle nuove tecnologie, tanto da riuscire nell’impresa di far prendere vita al suo mondo fantastico sulla scena, con il musical che debuttò nel 1902 alla Grand Opera House di Chicago e arrivò a Broadway l’anno seguente, e sul grande schermo, con tre film prodotti tra il 1914 e il 1915 dalla sua “The Oz Film Manufactory Company”. Mancava però all’epoca la magia del colore e del sonoro, quel “meraviglioso” che sarà possibile solo una quarantina di anni dopo con Il mago di Oz, il musical del 1939 diretto da Victor Fleming (che l’anno seguente si sarebbe aggiudicato l’Oscar al miglior regista per Via col vento) per la Metro-Goldwyn-Mayer, destinato a entrare nella storia del cinema, anche grazia al sognante assolo “Over the rainbow”, interpretato da una giovanissima Judy Garland. A canonizzare la pellicola ha sicuramente aiutato un’epoca che si preparava ad affrontare il secondo conflitto mondiale, un’epoca che aveva bisogno di credere che il bene trionfa sempre, e che la chiave perché ciò avvenga sono il cameratismo e l’abnegazione. Ne nacque un film più spiccatamente moralistico rispetto alla storia originale, dove il viaggio di Dorothy in questo mondo fantastico, così pronto a dichiarare gli umani che vi incappavano per sbaglio maghi e streghe buone, è solo un sogno, che la aiuterà a riscoprire il valore della quotidianità e la gioia del ritorno a casa. * Il potere del nome: la Elphaba di Gregory Maguire Cosa succede quando un universo narrativo si colora delle ambiguità del mondo reale e alla perfida strega delle favole viene dato un nome? È uno scenario esplorato dall’autore americano Gregory Maguire, che ha dedicato alla letteratura per l’infanzia la sua carriera accademica e di scrittore, costellata di romanzi per bambini e ragazzi e retelling per adulti di favole classiche. Con Wicked. Vita e opere della Perfida Strega dell’Ovest (1995; in Italia, Sonzogno 2006 e Mondadori 2024) inaugurò una saga che ha regalato una rivisitazione per un pubblico adulto estremamente sfaccettata dell’universo narrativo di Baum. In questo primo volume schiera come protagonista la sua intramontabile villain dalla pelle verde come la Città di Smeraldo e il cappello a punta, la Perfida Strega dell’Ovest. Un genere molto amato a livello transmediale (basti pensare a Maleficent e Crudelia, per rimanere nel mondo delle favole), che l’autore declina in maniera originale e innovativa: in questo romanzo non troverete giustificazione, redenzione e spesso nemmeno comprensione; e soprattutto, non troverete risposte, ma piuttosto tante domande, su noi stessi e sul nostro mondo.  La sua terra di Oz è ben lontana dalla rassicurante indeterminatezza della fiaba, dove ogni cosa concorre inesorabilmente al bene: è una terra complessa, con le proprie tradizioni e le proprie leggi, in precario equilibrio tra pagane superstizioni e ortodossia religiosa; una terra impoverita dallo sfruttamento delle risorse naturali, infestata da pericolosi congegni a ingranaggi dotati, forse, di volontà propria, e dilaniata da tirannia, leggi razziali e azioni terroristiche; una terra dove i confini tra scienza e magia sono labili e ogni scoperta deve passare attraverso le strette maglie della censura del regime. E la Perfida Strega dell’Ovest non è meno complessa della sua Oz. È facile provare repulsione per il male assoluto e godere della sconfitta di un mostro, ma quando veniamo a sapere che quel “mostro” si chiama Elphaba siamo chiamati a scoprirne l’infanzia con i suoi traumi e le sue tenerezze, l’adolescenza con le sue ribellioni e i suoi ideali, gli anni dello studio, delle feste con gli amici, dell’amore; e poi le paure, il dolore, il disincanto, l’odio viscerale per le ingiustizie e l’ossessione di essere una pedina di un gioco più grande di lei, pericoloso e inintelligibile. Per lei, non vi sarà ritorno a casa. Ogni cosa diventa così spaventosamente realistica, caricandosi della complessità e delle ambiguità del nostro mondo, ben più vicine e inquietanti di draghi, streghe e malefici. Maguire ci conduce in una Oz dalle tinte tetre di una moderna distopia e ci spinge a interrogarci, al pari dei suoi personaggi, sull’origine del male, sulla natura della colpa e del perdono e sull’esistenza di un mondo metafisico e di un disegno superiore. * Wicked: il retelling di Oz a Broadway e sul grande schermo Nel 2003, a 100 anni dal musical ideato da Baum, approdò a Broadway una nuova Oz: Wicked, un musical composto da Stephen Schwartz con libretto di Winnie Holzman e destinato a essere tuttora ininterrottamente rappresentato a New York e Londra, e a viaggiare per il mondo con produzioni locali. Questo musical è una perfetta sintesi tra il puro intrattenimento della favola originale e l’aspra critica sociale del romanzo di Maguire. Una storia che fa commuovere e divertire, riflettere e sperare, una storia dove la Perfida Strega dell’Ovest, qui una più classica eroina incompresa, mette solo in scena la sua leggendaria morte causata dalla secchiata d’acqua di Dorothy. Fuggirà con il suo amato trasformato in spaventapasseri oltre il deserto, rinunciando alla sua (nonostante tutto) amata Oz, alla sua unica amica Glinda e alla riabilitazione del proprio nome, per consegnare a Oz la narrazione e il capro espiatorio di cui aveva bisogno. Lascerà il testimone a Glinda, ora la Buona Strega del Nord, affinché costruisca una Oz migliore. Tra il 2024 e il 2025, dopo anni di lavoro, il musical è arrivato al cinema, diretto da Jon M. Chu e distribuito da Universal, con un cast di grandi talenti guidato da Cynthia Erivo e Ariana Grande nei ruoli rispettivamente di Elphaba e Glinda. La scelta più dirompente, ma in fin dei conti più conservativa, è stata quella di suddividere la narrazione in due film. Viene quindi mantenuta viva la struttura in due atti tipica del musical evitando rischiose rivisitazioni per adattarla ai tre atti canonici della cinematografia, dall’altro di dare spessore e profondità alla trama attingendo elementi dal romanzo di Maguire. E anche ai personaggi, incastonando due nuovi assoli interpretati dalle due protagoniste, strategici non solo per concorrere agli Oscar con canzoni originali, ma anche e soprattutto per dare maggiore tridimensionalità, in particolare al ruolo di Glinda. Un dittico di pellicole separate da un anno di distanza, che ha trasformato il doppio appuntamento al cinema in evento e il tempo narrativo, con il suo salto temporale, in quello vissuto dagli spettatori. Ma il film non si limita a citare Maguire. L’estetica richiama esplicitamente la pellicola del ’39 e, in trasparenza, alle illustrazioni dell’opera originale di Baum. Un eterno ritorno alle origini che si sposa alla perfezione con il taglio decisamente moderno conferito a generi e temi: dal fantasy alla distopia, passando per la dark academia e il romanzo di formazione, per raccontare l’amicizia, l’amore e soprattutto la diversità, dettata dal colore della pelle, dall’etnia o dalla disabilità.  Una diversità che nel film diventa metatestuale, attraverso un cast con caratteristiche che nel corso della storia, e purtroppo ancora oggi, sono oggetto di discriminazione: e così la protagonista emarginata per la sua pelle color smeraldo è interpretata da un’attrice nera, la sorella in sedia a rotelle Nessarose da Marissa Bode, attrice disabile, e il professor Dillamond, licenziato e confinato perché di specie diversa, quella degli Animali, gli animali dotati di parola, da Peter Dinklage, attore affetto da nanismo. Diversità che è una maledizione in una società come quella di Oz, una società dell’apparenza fondata sulle narrazioni di un potere assolutista, una società che purtroppo non sempre e non ovunque ci siamo lasciati alle spalle. Favola e propaganda, due facce della stessa medaglia che ci pongono di fronte al potere delle storie, che l’umanità ha la libertà di rendere tanto generativo quanto distruttivo, e la responsabilità di scegliere la prima via. * «Guardare con occhi diversi» È una storia che ci insegna a «guardare con occhi diversi» il mondo, attraverso un personaggio che è di volta in volta villain, protagonista grigia ed eroina, passando da un archetipo bidimensionale a una creatura multiforme, così potente proprio perché «figlia di entrambi i mondi», il nostro e quello di Oz. Ed è proprio con occhi diversi che dobbiamo guardare agli adattamenti dell’epopea di Oz, universi fantastici ciascuno figlio del proprio tempo. Perché, se «il Tempo non ha potuto rendere obsoleta la sua mite filosofia», come recita la didascalia all’inizio del film di Fleming, questa ha saputo incarnarsi in ogni forma, spazio e tempo, trovando origine e conclusione nel nostro mondo. Quella di Baum è, in definitiva, la storia di un meraviglioso ritorno a casa. E, se si pensa che uno dei primi grandi archetipi narrativi, l’Odissea, è proprio questo, un ritorno a casa, non stupisce la riflessione di Maguire sulla sua vocazione al fantasy:  > «La risposta, forse, è il sottotitolo originale dello Hobbit: “There and Back > Again” (“Andata e ritorno”). […] Il Mondo Accanto ci è indispensabile per > sopravvivere a Questo Mondo. Abbiamo bisogno di una Terra di Mezzo per ogni > Al-Qaeda. Abbiamo bisogno di andarci e tornare indietro, per capire meglio > dove ci troviamo e cosa dobbiamo fare». Buon ritorno a Oz. E, soprattutto, buon ritorno a casa. Chiara Bianchi *Si pubblica per gentile concessione un’anteprima dal prossimo numero di “Studi Cattolici”, pubblicato da Ares Edizioni In copertina: una illustrazione di William Wallace Denslow per “The Wonderful Wizard of Oz” L'articolo Per sopravvivere a questo mondo, abbiamo bisogno di Oz. Storia di un mito: da L. Frank Baum a “Wicked” proviene da Pangea.
January 21, 2026 / Pangea
Le Cronache di Londra: il leone, Evita e l’America
Un immenso acquerello sui toni del grigio bagnato di pioggia, con giusto qualche pennellata qua e là del cremisi degli autobus a due piani, delle cabine telefoniche e delle cassette postali. Fumosa e sanguigna, ecco come si manifesta spesso la nostra Londra interiore. Eppure, camminare per le sue vie significa immergersi in un collage di colori dove le locandine delle plays e dei musical si aprono come finestre variopinte sulle fiancate di double-decker e cab, sulle facciate dei teatri e sulle banchine della labirintica Tube. Qui la sesta arte sembra plasmare la città e la sua storia, con vie e interi quartieri che gravitano intorno ai teatri come sistemi attorno ai loro soli, e spettacoli che fanno nascere e tramontare in scena i loro mondi sera dopo sera anche da oltre settant’anni.  È un teatro vissuto, e da vivere, in modo diverso dal nostro, un teatro dove il pubblico ride e si commuove secondo tempi e codici imprevedibili, propri delle tante culture che, da ogni angolo di mondo, si danno appuntamento di fronte allo stesso spettacolo, e dove durante le rappresentazioni si mangia e si beve, con sacra ritualità e la più terrena umanità, in un intreccio che sa più del pub che del tempio. Un teatro compagno di vita, dove ci si può anche dimenticare degli infiniti saluti finali e dei “bis”: lo spettacolo è finito, ma domani la magia tornerà ad animare il palcoscenico, e così farà, con un po’ di fortuna, per molti anni ancora.  Un teatro che si espande oltre la quarta parete, oltre le mura dell’edificio stesso, e raccoglie persone di tutte le lingue attorno a un pianoforte al piano superiore di un theatre bar, a cantare a squarciagola i brani più famosi dei musical insieme a completi sconosciuti (bando alla timidezza e, se non si sa cantare, alla dignità, ma a Londra nessuno ti giudicherà): è l’atmosfera che si respira al “The Room Where it Happens” di Soho, un vero e proprio locale dentro al locale dove i camerieri sono artisti del West End (la Broadway londinese) “sotto copertura”. Ecco quindi a voi, direttamente dalla scena d’oltremanica, tre musical le cui storie sono tratte rispettivamente dalla letteratura, dalla storia e dalla storia passando per la letteratura: Il leone, la strega e l’armadio, Evita e Hamilton. * The Lion, the Witch and the Wardrobe Intere generazioni sono cresciute sotto la luce del lampione delle Cronache di Narnia. Molto del nostro immaginario è plasmato nella materia di questa storia, dalla saga fantasy scritta negli anni ’50 da C.S. Lewis ai suoi adattamenti a cavallo del secolo: indimenticabile, anche se incompiuta, la serie cinematografica firmata Walden Media e Disney prima, 20th Century Fox poi. E ora Londra è contesa tra il set della nuova serie Netflix e quello di un altro attesissimo adattamento seriale di un ormai classico della letteratura, e non solo per bambini e ragazzi, Harry Potter. L’allestimento teatrale riesce a spalancare le porte dell’armadio guardaroba su un mondo incantato, senza nulla invidiare alla spettacolarità degli effetti speciali del franchise milionario o agli infiniti limiti della fantasia di un lettore: i due prodigi, la Strega Bianca e il Grande Leone, il Male e il Bene, si affrontano sul palco senza esclusione di colpi. Jadis scaglia il suo inverno perenne dall’alto di un volo vertiginoso, mentre la misteriosa natura di Aslan, insieme animale e divina, si incarna contemporaneamente in un attore, il cui aspetto leonino è solo evocato da una pelliccia e una parrucca folti e dorati come il manto e la criniera del suo personaggio, e in un gigantesco puppet a foggia di leone, un’enorme marionetta animata da ben tre persone. Eppure, ciò che più resta e lascia con il cuore colmo di stupore non sono tanto gli effetti speciali, quanto il potere evocativo della semplicità con cui sono ritratti gli altri personaggi. Una semplicità che segue le orme dello stile dell’autore, non incline a lunghe descrizioni, e alla tradizione della Royal Shakespeare Company (leggenda vuole che il regista, da bambino, sia rimasto incantato dalla loro versione di questo spettacolo). Dopotutto, il teatro è per sua natura il regno dell’evocazione, più che della descrizione, e lascia un immenso spazio all’immaginazione dello spettatore.  Una semplicità creatrice di mondi che è prerogativa dell’infanzia, benedetta da una fantasia talmente fervida che basta una scintilla per alimentarla. Animali parlanti e creature leggendarie, interpretati da attori-musicisti che cantano e suonano sul palco danzando insieme ai propri strumenti, indossano costumi che solamente alludono alle loro fattezze animali, ma che di fatto sono costruiti tramite indumenti e attrezzature del tempo della Seconda guerra mondiale, quando è ambientata la storia: ed ecco allora che i sostenitori di Aslan richiamano alla mente gli eroi della Resistenza, mentre i seguaci della Strega i soldati nemici. Ma sono pure castori, con occhiali da aviatore come orecchie e ciaspole legate alla schiena a mo’ di coda, e lupi, con protesi che sono insieme zampe e artigli e mitraglie. Questa doppia realtà crea un ponte tra i due mondi e ci ricorda che, se il male è sempre in agguato, è pur sempre vero che può essere sconfitto. Basta continuare a sperare, e a lottare perché il bene trionfi. Come la protagonista Lucy, la “portatrice di luce”. * Evita Correva l’anno 1946, quando al balcone della Casa Rosada si affacciava la nuova first lady argentina, Eva Duarte de Perón. Una figlia illegittima, cresciuta in povertà e sfuggita all’orizzonte desolato delle Pampas grazie all’allora discusso mestiere di attrice. Una donna del popolo, lo stesso popolo che ora si accalcava sotto la sua finestra e che la innalzava a leader spirituale della nazione. Una regina, per alcuni forse addirittura una santa. Fu sempre a quel balcone che nel ’52, sorretta dal marito, pronunciava l’ultimo discorso, pochi mesi prima che la malattia spegnesse la sua stella. La “scena del balcone” è passata alla storia a livello globale grazie alle commoventi note di “Don’t cry for me Argentina”, colonna (sonora) portante del musical del ’78 e del suo celebre adattamento cinematografico del ’96, con Madonna e Antonio Banderas. Ma è nella nuova produzione londinese che fa storia: l’assolo di Evita non ha luogo sul palco, dove è solo proiettato, ma sul balcone esterno del London Palladium, sotto cui una folla composta indistintamente da fan, curiosi e passanti si è radunata ogni sera e ha levato la sua voce come un tempo fecero i descamisados. Per un momento, gli spettatori sono diventati attori, e il confine tra finzione e realtà è diventato un po’ più sottile. Questa produzione è stata forse l’evento più chiacchierato, e celebrato, della stagione, un trionfo lungo 12 settimane scandito da standing ovation e tutto esaurito, complice anche l’ampia dose di “star quality”, per citare il musical: il ruolo della protagonista è stato affidato a Rachel Zegler, nota al grande pubblico soprattutto per il blockbuster Hunger Games. La ballata dell’usignolo e del serpente. La sua interpretazione è stata di straordinaria potenza, tanto da essere stata unanimemente lodata da pubblico e critica, nonché dallo stesso compositore di Evita Andrew Lloyd Webber, che ha paragonato l’attrice all’immensa Julie Andrews per il suo impegno parallelo nel mondo del teatro e del cinema (a soli 17 anni era stata Maria nel remake cinematografico firmato Spielberg del musical West Side Story, aggiudicandosi il Golden Globe). Una vera e propria rivincita dopo il divisivo live action Disney Biancaneve, che l’ha vista protagonista. Erano necessarie un’interpretazione e una scelta registica di tale impatto per coinvolgere e commuovere il pubblico nonostante le ombre di una protagonista portavoce di un regime tutt’altro che innocente e animata nell’adattamento da una sete di riscatto ambigua, rivolta forse più a sé stessa che al suo popolo. Una sete che la consumerà, ma a cui sacrificherà tutto, l’amore e il tempo su questa terra: “Potevo bruciare dello splendore del fuoco più luminoso / oppure, potevo scegliere il tempo”. È proprio il costo dell’ambizione il vero protagonista dello spettacolo, e non (unicamente) la storia argentina, come appare evidente dalla presenza di un personaggio che riveste la funzione di narratore e di coscienza-nemesi per Evita e danza sul confine tra la storia e la Storia, il giovane rivoluzionario Che. Un nome quasi premonitore e che allude a un Che Guevara forse mai entrato in contatto con Eva, ma simbolo di un corso diverso della storia: “Come puoi essere così poco lungimirante / […] da non avere alcun sogno irrealizzabile?”. * Hamilton[1] Un musical tratto da un saggio biografico, con protagonista uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, e neanche tra i più noti: un figlio illegittimo, orfano, immigrato, senza un soldo, diventato non un presidente, e nemmeno un noto eroe di guerra, ma un economista, e morto piuttosto giovane, sconfitto in duello. Sarebbe poi ritornato diverse volte neiCantos di Ezra Pound, per uscirne non certo impunito. Insomma, non sembrava proprio avere la stoffa di cui sono fatte le storie e la forza narrativa per diventare tale. Forse solo per gli appassionati della Storia con la S maiuscola, ma se si aggiunge che le sonorità sono hip-hop, le canzoni quasi interamente rappate, e che personaggi storicamente bianchi sono interpretati programmaticamente da attori non bianchi, si prevedono già le polemiche. Se però la biografia è scritta da un futuro Premio Pulitzer (Ron Chernow) e viene letta, un po’ per caso, come lettura delle vacanze, da un compositore (Lin-Manuel Miranda) anch’egli destinato al Pulitzer (e proprio grazie a questo musical), allora forse ci sono le basi perché nasca un capolavoro. Un capolavoro dove la Storia e la storia, la realtà e la finzione, si compenetrano perfettamente per trasmettere un messaggio vero oggi come allora, perché è la storia dell’America di quel tempo (scritta, di fatto, da immigrati, come lo stesso Hamilton) raccontata dall’America di oggi, dove il colore della pelle pesa ancora sul diritto di fare udire la propria voce. Un messaggio che, attraverso i suoi artisti, è stato portato anche alla Casa Bianca, dove fu accolto molto calorosamente dall’amministrazione Obama. Miranda, prolifico e poliedrico artista statunitense di origini portoricane, firma ideazione, musica e testi, interpretando anche il protagonista nella produzione originale. Condivide con il suo personaggio il sacro fuoco della scrittura e, come lui, sembra “scrivere come se il suo tempo stesse per scadere”: autore con tre musical all’attivo, ha collaborato alla composizione di diverse colonne sonore Disney, affiancando l’attività autoriale a quella di regista, produttore e attore tra teatro, cinema e televisione.   Alexander Hamilton si è “costruito scrivendo una via d’uscita dall’inferno” e “verso la rivoluzione”, sacrificando anche la propria famiglia in nome dell’ambizione. Ma mentre il proiettile sparato dal suo primo amico ed eterno nemico Aaron Burr scrive la Storia, Hamilton capisce di dover lasciar cadere la penna e passare il testimone a chi racconterà la sua, di storia. Perché, se è vero che “la Storia ha gli occhi puntati su di te” e occorre percepirne la responsabilità, “non hai controllo su chi vive, chi muore e chi racconterà la tua storia”. E forse su come la racconterà. Questo enorme potere ricadrà nelle mani della moglie Eliza, che sceglierà di perdonarlo e di consegnare ai posteri un ritratto del marito pieno di umanità, lei che avrebbe potuto cancellarne o deturparne la memoria. Buio in scena. In sala si riaccendono le luci e, dopo un breve silenzio carico di significato, esplodono gli applausi. Ma una domanda pesa sul cuore, la riposta ancora da scrivere, ogni giorno:  > “quando il mio tempo sarà scaduto  > avrò fatto abbastanza?  > Qualcuno racconterà la mia storia?”. Chiara Bianchi -------------------------------------------------------------------------------- [1] La ripresa cinematografica dello spettacolo è disponibile su Disney Plus. L'articolo Le Cronache di Londra: il leone, Evita e l’America proviene da Pangea.
September 27, 2025 / Pangea